Racconti di Bruno Amore


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'fanculo... i cani!
L'altro era morto ormai da anni e non era neanche veramente mio, così in un momento di maretta per la mia esistenza e in odore di buonismo tanto di moda, andai al canile, proprio un canile, quello della Maristella, a cercare un derelitto da portare a casa per riempire quel buco che mi si stava aprendo dentro lentamente ma, inesorabilmente. Pareva un “girone” dantesco in cui i dannati, qui i cani, stavano immersi nella merda. Lei, povera donna, pensava di fare e faceva il massimo, date le circostanze. Comunque, tra le decine di animali, di tutte le età, colore e dimensioni che si aggiravano nel recinto comune, molti erano i cuccioli e quando entrai si precipitarono ai miei piedi scodinzolando e uggiolando festosi. Poi capii il perché: i visitatori portavano sempre qualche leccornia alimentare per loro. Scelsi quello che mi pisciò sulle scarpe. Ho sempre avuto riverenza per quelli che me l’hanno fatto nella vita.

Naturalmente nero, li ho avuti sempre di quel colore, orecchie lunghe cadenti, occhi tristi e lacrimosi: un frutto cooperativo incrocio di bracco-segugio-bassotto e di sperabile taglia non grande. Quando feci per prenderlo, si buttò sulla schiena e continuò a pisciare, smodatamente. Sembrava ridesse. A casa il bagno caldo. Disperato si arrampicava sui bordi della tinozza che non gli facevo superare e guardandomi pareva chiedermi e chiedersi : ma, allora, non mi vuoi bene? Avvolto in spugna e massaggiato a dovere, si ricredette e cercò di leccarmi il viso, più volte. Intanto, come da quando l’avevo preso, scorrevo mentalmente una serie di nomi da affibbiargli, meritatamente, se possibile. Cominciai coi soliti: Bobi, Black, Ringo ma sapevo già che non mi piacevano e ritornavo sempre a quello che avrei voluto mettere ad un mio cane in odisseica memoria ma, guardandolo, non mi parve il caso. Allora, anche se mi stanno sulle scatole certi fumetti francesi, per via del protagonista ammazza-romani ma, che nonostante ciò, li trovo divertentissimi decisi per Asterix. Subito, da bravo timido, mi vidi impacciato a chiamare il mio improbabile eroe con tanto nome, là nei giardinetti per cani, tra Fuffi, Kikka e Aristarco o Gedeone e quindi fu As, e basta. As, era un bel maschietto, col suo ciuffetto di peli sul prepuzio e la coda a falce di luna. Come tutti i cuccioli, non amava molto il collare né il guinzaglio, fui convincente e dopo pochi giorni mi camminava davanti a testa e coda alta. Quando abusivamente occupava la poltrona, sdraiandocisi da pigro randagio, con gli occhi acquosi tra le orecchie distese e totalmente rilassato, pareva finto. Lì, come un originale arredo informale estemporaneo, pensato da qualche architetto arredatore naif. I giorni a venire vennero scanditi da bau, alla porta per uscire, in cucina per elemosinare bocconcini, per la strada a tentare improbabili gattifici e io, ridevo sereno, almeno un po’.

Quel giorno non era neanche venerdì in passeggiata post prandiale, incontriamo la coinquilina, quella discreta insieme alla sua bambina bellissima che mi chiede di tenere lei As, per il guinzaglio. Glielo do e camminiamo parlottando, io e la vicina. All’improvviso l’urlo di Cecilia, uno stridore di freni sull’asfalto, un tonfo sordo. As è disteso a terra, scomposto, muove appena la coda e un orecchio : morto.

E vidi subito quel buco, dentro me, grande come prima di “conoscerlo”: 'fanculo i cani, mai più ……..

Caro Settembre
compagno da sempre dell'inizio autunno, ti acconto la storia che mi ha condotto qui, un luogo bellissimo, ma abitato da gente a dir poco, originale. Divento depresso, in questo periodo, come sai. Il mio metabolismo diventa lento, quasi dovessi andare in letargo; dormo malissimo ma faccio sogni, anche allucinanti, quasi incubi.
Una notte, in un sogno, scoprii di possedere una capacità paranormale, inquietante.
In quel periodo, in autunno appunto, poiché avevo dispute verbali col mio vicino di casa perché le foglie del mio fico cadevano nel suo giardino, sebbene avessi tagliato i rami sporgenti, cominciai a desiderare di non averlo mai piantato. Il fico mal sopporta le potature, s'ammala e il ramo marcisce dove viene tagliato, mi inquietava il pensiero di doverlo, prima o poi, abbattere o capitozzare. Mi creava stati d'ansia e ... lo sognai, il fico.
Mi rividi più giovane di trent'anni, nel giardino, davanti ad una buca nel terreno limitrofo a quello del vicino. Steso a terra, in attesa di essere piantumato, un giovane fico. Seppi subito cosa fare: presi la pala e ricoprii la buca; con l'ascia feci a pezzi la pianta e la gettai nel cassonetto. La notte dormii profondamente come un bambino stanco.
Il mattino, svegliandomi, fui grato a quel sogno che m'aveva così sollevato da sentirmi in forma smagliante.
Ma mentre sorbivo il caffè fumante davanti alla finestra, guardai nel giardino e trasecolai ... Il mio grande fico era scomparso. Il prato era perfetto come un tappeto, come l'albero non ci fosse mai stato: come avevo desiderato, fantasticato.
Non lo raccontai e il mio vicino, che era diventato cortesissimo, non fece mai cenno al fico che non c'era più.
Poi capitò anche con la motocicletta. Si guastava un giorno sì e l'altro pure, costandomi in riparazioni come una Harley Davidson. Mi ci misi d'impegno. In sogno, tornai dal rivenditore, revocai l'acquisto, stracciando materialmente il contratto. La moto sparì dal garage e non trovai più neppure i documenti di circolazione, non in casa né alla motorizzazione, dov'ero sconosciuto. Nessuno mi chiese che fine avesse fatto, anzi il vicino mi disse che aveva intenzione di comprarsene una, senza fare cenno alla mia che aveva visto tante volte.
Non nego che tutto ciò mi spaventava ed ero incredulo, ma era eccitante, sebbene non sapessi catalogare il fenomeno.
Mi domandavo se funzionasse allo stesso modo per qualunque cosa.
Così mi venne in mente Joan. Una giovane donna dell'est, clandestina, che si prostituiva nella periferia più lontana, per il timore di essere arrestata. Conviveva con un giovane tossicodipendente che la sfruttava economicamente. Era bellissima ed ebbi rapporti intimi mercenari con lei e li vivevo come un amore proibito. Fu uccisa dal compagno omicida-suicida e insieme incenerirono nell'incendio dell'appartamento che seguì al delitto.
Ne ero rimasto sconvolto e m'aveva lasciato affettivamente impenetrabile. Non aveva documenti, certamente in mano a qualche contrabbandiere di uomini o organizzazione della prostituzione. Era socialmente inesistente e la pratica per la sua identificazione post mortem giacerà per sempre in qualche archivio di polizia. Dai giornali seppi che non trovando elementi di riscontro per collegarla ad altri, le indagini furono chiuse, almeno ufficialmente, come caso di omicidio-suicidio.
Erano tante notti che cercavo di sognarla. Tenevo nel letto le due fotografie che m'aveva regalato, ma non mi stavano aiutando. E stava diventando una ossessione: perché Joan no? E non dormivo quasi più, per reazione. Non andavo al lavoro, mi dichiarai malato. Mi credevano sempre.
Una notte, i melensi programmi tv finirono con l'addormentarmi.
Cominciai a sognare ...
Era settembre inoltrato, quella notte, quella fatidica, nello squallido monolocale dove vivevano Joan e il suo compagno. Ci arrivai non so come, letteralmente di colpo, sulla scena della tragedia. Trovai i due corpi: quello di lui bocconi, con il cranio esploso per il colpo di pistola sparatosi in bocca, esanime, cadavere. Quello di lei supino colpito al petto a destra del cuore, sanguinava, le toccai la gola, aveva pulsazioni appena percettibili e un flebile respiro. C'erano dei moccoli di candela aromatica per terra, che stavano sciogliendosi e la fiammella stava bruciacchiando un pullover che c'era vicino, troppo vicino.
Tamponai la ferita alla meglio, la presi sulle braccia fino al parcheggio; ruppi il vetro dello sportello e rubai una macchina. Di gran carriera verso un ospedale di provincia lì vicino, che sapevo chiuso a quell'ora. Lasciai il corpo senza conoscenza davanti all'ingresso, suonai il campanello e mi allontanai nel buio della campagna.
Mi svegliai madido di sudore e non chiusi più occhio, quella notte, aspettando il giorno dopo.
Scesi di buon mattino al bar dell'angolo, per visionare i quotidiani appena usciti e a caratteri grandi, vidi senza neanche leggere : UNA SCONOSCIUTA SPARATA E ABBANDONATA IN FIN DI VITA... stanotte, alla porta di ingresso dell'Ospedale Civile di Torrevecchia. Si indaga su un'autovettura abbandonata, che risulta rubata, ma il proprietario non è coinvolto.
Mi sentii svenire, non so se dallo sgomento o dall'eccitazione.
Febbrilmente cominciai a pensare a cosa avrei dovuto fare, ora. Mi fossi in qualche modo scoperto, mi avrebbero sospettato di tentato omicidio, probabilmente indagato. Non sapevo della reazione di lei a quello che le era accaduto e certo, ora, lei non poteva sapere di essere stata già uccisa dal compagno, cinque anni addietro, carbonizzata, morta e sepolta. Adesso era viva. Optai per lasciare calmare le acque, che si ristabilisse e poi ...
Con la mia vecchia e scaduta tessera di apprendista giornalista e una buona mancia, seppi da un infermiere che l'intervento era andato a buon fine, che era uscita dal lieve coma, che fisicamente si riprendeva, ma era preda di uno shock psicologico fortissimo con amnesia totale. Alcuni esperti la stavano aiutando. Nessuno si era presentato come parente ed essendo palesemente straniera lo trovavano comprensibile, ma neppure conoscenti o amici, sino ad allora. Seguivo, attraverso la mia fonte interna, come evolveva la salute di Joan e seppi che, ancora, non riusciva a rendersi conto di come, quando e dove tutto le fosse accaduto. Era assistita da uno psichiatra forense.
Avevo una paura fottuta a manifestarmi. La polizia, anche se non l'aveva identificata ancora, certo s'era fatta una idea di chi potesse essere e chiunque la conoscesse o l'avesse frequentata, rientrava preliminarmente, nella categoria dei sospettabili o sospettati.
Tenni d'occhio le sue vicissitudini. La convalescenza presso un istituto religioso vigilatissimo dalla polizia, il suo procedere verso la guarigione fisica ma, psicologicamente, mi diceva un altro mio contatto, era ancora in stato di confusione mentale; aveva preso a parlare nella sua lingua di origine, si supponeva, e solo con poche banali espressioni in italiano. Mi pareva di attendere un segno, non sapevo bene quale, per farmi avanti e rivelarmi. Trascorsero molti giorni e notti.
Dovevano essere riusciti a ricostruire la sua identità, in qualche modo, perché seppi che gli era stato intimato di lasciare il paese con foglio di via obbligatorio. Ma nulla sulle indagini per scoprire l'autore del ferimento. Ignoto ancora, si leggeva sui giornali.
Mi sembrò il segnale che aspettavo.
Fu accompagnata al treno per il Brennero, da due agenti di polizia femminile. Le consegnarono dei documenti e una borsa da viaggio. La salutarono, anche militarmente e lei salì sul vagone che le avevano indicato.
Salii a mia volta sulla vettura, avrei fatto il biglietto durante le corsa e, stando nel corridoio, attesi che il treno partisse.
Quando fu ben lontano dalla stazione di partenza, mi avvicinai allo scompartimento dove Joan si era accomodata e, passando davanti ad altri due passeggeri, mi andai a sedere direttamente di fronte a lei, vicino al finestrino. In cuor mio avevo pochi dubbi che non mi avrebbe riconosciuto, per non dire che ne ero certo, ma ...
Sfogliava distrattamente i documenti ed io la guardavo fissa finché alzò il capo e incontrò il mio sguardo. Abbozzò un sorriso di cortesia, come penso avesse fatto con gli altri. Nessuna reazione apparente. Continuavo incredulo a fissarla e notai che aveva certi segni del tempo che non conoscevo, come piccole rughe agli angoli degli occhi, seppure non fossero trascorsi che pochi anni dall'ultima volta che l'avevo vista da vicino. Aveva ancora, però, quell'aria malinconica che mi piaceva tanto. Alzò di nuovo il capo e, questa volta, il suo sguardo mi parve interrogativo. Come cercasse nella memoria.
Ora, visto che il riconoscimento non era stato immediato, non sapevo se fare la prima mossa o attendere che potesse ricordare. Non capivo e forse, non c'era nulla da capire. Poi ...
- ma io la conosco? eppure mi sembra soltanto un viso conosciuto? disse a bassa voce.
- sono Bruno, Joan. Non ricordi?
- sì, certo Bruno. Quanto tempo è passato ... e perché ci siamo persi di vista?
Parlava discretamente l'italiano, come ricordavo, sebbene fortemente accentato da lingue slave. Stavo riprendendo il controllo di me.
- una lunga storia che ti racconterò, se vorrai. Tu ricordi quello che c'era tra di noi, vero?
- eri uno dei tanti clienti, anche se più gentile e dolce degli altri.
- ti proposi di venire a vivere con me. Ricordi? Ma avevi paura di lasciare ... lui.
- dici davvero? Ho come un buco nella memoria e - sorridendo - ne ho uno anche nel petto, senza sapere chi devo ringraziare. Un angelo m'ha aiutato, sono salva per miracolo.
- io so tutta la storia. Ti ho seguita sempre e ti ripeto l'offerta. Tengo tantissimo a te, dico veramente o non sarei qui.
Mi guardava incredula, quasi infastidita dal problema che le stavo sottoponendo. Incerta su cosa dire e si torturava la dita.
- se almeno ricordassi qualcosa ... qualcosa di concreto. Tu dici di sapere, io credo tu sia stato mio cliente, nulla di più. Devo tornare in Bulgaria, non vorrei ma non so come fare. Ho il foglio di via, se non vado mi arrestano. Non voglio andare in prigione, ci sono stata, è brutto.
- posso aiutarti io. Verrai da me e inizierò le pratiche di assunzione come domestica, per il momento, poi vedremo.
- si convinse, ma era spaventata, incerta, si guardava attorno in cerca di chissà quale segno.
Tornare al suo paese, m'aveva sempre detto, sarebbe stata una vera iattura. Scacciata dalla famiglia, dal paese, senza denaro, sarebbe stata in balia di una vera miseria e con nessuna possibilità di andarsene per mancanza di mezzi economici. Prostituirsi al suo paese era impensabile.
Scendemmo dal treno a Trieste, presi in affitto un'autovettura e facendo strade provinciali, ci avviammo verso la Toscana. Davvero era frastornata. Nulla della prima tragedia la sfiorava. Sapeva di essere stata sparata, ma non da chi e perché ed io non avevo ancora trovato la forma migliore per raccontarle tutto.
La macchina faceva strani rumori al treno anteriore e lo sterzo tremava tutto ad ogni curva. Incrociammo un autobus, dovetti accostarmi al margine destro della carreggiata, quello sullo strapiombo. Il ciglio franò sotto il peso della macchina che si inclinò su un fianco e cominciò a rotolare. Urlavamo entrambi, poi a seguito di un urto più forte, fui sbalzato fuori ma l'auto continuava a precipitare. Un boato e una vampata enorme si levò dal burrone. Tutto bruciato, carbonizzato.
Caro Settembre
devo andare, l'infermiere mi aspetta per la terapia e se non sono puntuale e sottomesso, mi mette quella camicia legata che mi soffoca.
Domani ti racconterò il resto della storia.

O lo compri o la vita.
Consumatore .1 disse, sommessamente, a Consumatore .2, oggi possiamo andare a visitare il New Super Market di Poggio a Consumo; dicono sia stupendamente moderno e fornitissimo. Portiamo anche .3 e .4, vorranno anche loro vedere o acquistare novità settimanali. Oh! carissimo, che pensiero geniale. Sei una vera fonte di ispirazione. Ho giusto appunto un bonus della Acquisti Facili Enterprise del mese scorso, che ancora non ho utilizzato. Acquisterò un paio di scarpe New Walk, si calzano ogni giorno ai piedi e sono assolutamente necessarie per un guardaroba a la page.

Lui, Enzo Rossi, si era guadagnato il titolo di “consumer” grazie al suo indefesso impegno a lavorare 12 ore al giorno, produrre sopra lo standard e spendere ogni emolumento nei prodotti delle aziende manifatturiere della città. Analogamente la sua compagna Alice Bianchi, operaia tecnica di utensili elettrodomestici per gli usi più disparati, prestava lavoro straordinario senza posa ed era una delle migliori performer d'acquisti di beni aleatori della loro classe sociale e i loro figli: Simone e Chiara, studenti, erano attivissimi nei supermercati della zona e conosciutissimi per i fantasiosi acquisti di inutilità tecnologiche. Costituivano, e venne sancito dal premio annuale conferito loro dal Consiglio Comunale, la perfetta cellula vitale della Nuova Società Propulsiva di Civitanova Gratis, megacentro commerciale sorto sulle ceneri di una vecchia cittadina medievale. Assolutamente in linea con la filosofia, oramai mondiale, del “vivi per comprare, compra per vivere”.

Cosicché, quando la loro tecnovilletta popolare a schiera contrapposta, superaccessoriata di impianto termico a cellule voltaiche, depurazione micronica dell'acqua, illuminazione calendarizzata, irrorazione automatica del prato sintetico e bordure in purissimo materiale plastico, per un piccolo difetto alla scheda elettronica dell'impianto automatico antincendio, andò completamente a fuoco, mentre tutta la famiglia era impegnata nella spesa mensile di prodotti alimentari liofilizzati, tutti i vicini si augurarono che avessero con loro le 22 carte di credito, delle quali ogni bravo cittadino di Civitanova era provvisto.

Dall'incendio si salvò soltanto il cane robot, di fabbricazione giapponese, che si trovava nel giardinetto del vicino a mimare un defecazione: era programmato per fare quel dispetto quotidiano, ogni giorno a quell'ora.

Gli indifferenti.
M'è sempre piaciuto pensare che il Papa Cattolico avesse carisma sufficiente, in quanto capo spirituale della chiesa che conta più fedeli sul pianeta, per impedire o fermare un conflitto armato tra uomini. Ma, nella storia, papi, pope, rabbini, gran sacerdoti e loro religioni non hanno mai fermato una guerra, spesso le hanno fatte scatenare e le scatenano, nel migliore dei casi vedute e vedono scorrere dai colonnati dei loro templi.

Un semplice uomo: Gandhi, fermamente convinto della filosofia della “non violenza”, impedì una rivoluzione anticolonialistica sanguinosa porgendo, lui sì, mille guance agli schiaffi degli oppressori del suo popolo e non era un religioso, nel senso di ecclesiastico.

Questo Papa, Francesco, a differenza dei predecessori che con ai piedi pantofole di raso rosso, pur benedicendo e aspergendo soavi parole di pace dall'alto della sedia gestatoria, sono passati sopra il tanfo di miseria che esala da sempre su tanto mondo, si sta “sporcando” le mani con la globalizzazione dell'egoismo, la povertà, la disperazione, con la diversità, con l'altruismo, cercando di riallacciare il senso dell'antica parola evangelica cristiana con la vita moderna, che l'ha dimenticata. Senza codazzi di porporati o duchi è andato a lavare i piedi dei migranti, a celebrare la morte di quelli scomparsi nel tentativo,è sceso tra questi nuovi ultimi della terra. Una buona novella.

Ci ha chiamato indifferenti, che per un cristiano è peccato esiziale più di matricidio, la negazione stessa dell'assunto del Vangelo. E destinatari di quel j'accuse, abbiamo applaudito alla sferzata, annuito e credo molti pensato già, che anche questo passerà.

E sono venute puntualizzazioni da parte degli atei devoti, quelli che portano crocefissi eleganti alla catenina, distintivi di santi famosi al bavero della giacca o nel portafogli, che hanno una foto artistica del papa in salotto o nello studio, che si sono sbracciati nella difesa della “intangibilità della vita”, della famiglia tradizionale, nella denuncia della deriva morale, che si dicono non praticanti ma devoti al culto, che è commedia, mera pratica labiale, per i quali gli interessi dello Stato (quello nostro o tutti ?), sono altri e diversi dalla carità cristiana.

E gli iperrealisti cinici, che dalle loro comode abitazioni, bollano di retorica il rilievo dato al dramma dei ventimila morti annegati nel mare nostrum, le celebrazioni a ricordo della resistenza, le vittime della shoah, dei gulag, dei desaparecidos, dei ninos de rua, e via elencando, nella speranza mal riposta di dimenticare tutto e vivere sereni dei propri redditi, le proprie letture, i propri passatempi, ancorché intellettuali.

Magari è solo retorica.

A chi legge la sentenza.

Uccisa a cuore caldo.
- Tre pacchetti di Camel, prego e...
- Lei dice, voi dite, che succede ogni nove mesi, il ventottesimo giorno, vero?
- Senza meno, sempre e non lo vede chi non lo può vedere.

Risposta enigmatica, specialmente proferita con tanta determinazione.
Poteva essere una psicosi, quella del periodo, così inevitabilmente legato a quello della gravidanza/fertilità umana ma quelli che ne parlavano, lo confermavano.

Si appostò nel luogo indicato come più idoneo, conquistato per tempo, con un'attrezzatura di tutto rispetto: vari enormi obbiettivi a infrarossi, esposimetri e altro. La luna era all'ultimo quarto, il masso che emergeva dall'acqua del lago, luccicava; intorno un silenzio inquietante. Teneva l'occhio fisso sull'obbiettivo, riposandolo brevemente di tanto in tanto. L'acqua fu smossa: uno sciabordio leggerissimo, come solcata dalla pinna di un pesce o dal nuoto di un uccello acquatico. Puntò la macchina, dette un occhiata, e...click click click su una figurina femminile, capelli lunghissimi bagnati appiccicati al corpo. Si solleva e va a sedersi sul masso, guardando verso il largo. L'acqua gocciolando dal corpo tintinna, accompagna un nuovo sciabordio che attira l'attenzione del fotografo. Una figura maschile si erge dal pelo dell'acqua e senz'altro va ad accomodarsi sul masso accanto alla fanciulla. Si abbracciano, lei apre le braccia, le cosce e lui la copre col suo corpo. Non un suono, un sussurro, si avvinghiano, si prendono. All'improvviso uno sciabordio potente, come uno scroscio. Qualcosa di pesante, come un grosso animale, doveva galoppare nell'acqua bassa verso il masso, dalla riva. Invece una figura umana, enorme, che brandisce un forcone, corre decisamente verso i due abbracciati. Il giovane si ritrae e sparisce tra i flutti, lei abbandonata, rimane immobile, subisce l'attacco. Il tridente si pianta in mezzo al petto, senza spargere sangue. Non un lamento, un gemito e...tutto scompare.

E' la storia di Berenice, il paggio Lieto e suo marito Lupo Guelfo, nel lago della Duchessa.

E neppure un fotogramma impressionato.

Sangue salmastro.
Nel chiarore metallico del prima che albeggi, bisognava prendere il largo a salpare le reti, anzi che il sole rischiarando l'acqua, fa smuovere molluschi e crostacei che si vanno a cibare dei pesci imprigionati e morti tra le maglie.

La bruma gli bagnava presto il viso, imperlava ciglia e sopracciglia e i primi raggi cristallizzavano i microgrumi di sale sui peli, che luccicavano poi, come polvere di vetro.

Stava a poppa, alla barra, vicino ai comandi del diesel, che borbottando monotono, spingeva il gozzo su e giù per l'onde, fino a tre miglia dalla riva a recuperare i “tramagli” piazzati lì per pescar la notte.

Non amava il mare, nel senso di quelli che lo ammirano da riva ma, da sempre, era la sua vita, quasi il suo elemento, anche se non ci si immerse mai per capriccio o divertimento. Per bisogno, sì, e con sicumera, quando c'era da liberare l'elica dalle alghe o qualche impedimento raccattato in navigazione. Era il posto che conosceva meglio di ogni altro, ci viveva, lavorava e sperava, avere buoni frutti alla giornata.

Da un pezzo, oramai, usciva solo. Il suo ragazzo, il più giovane che l'aiutava: gli altri avevano scelto di sfacchinare là nel porto, era caduto in mare, una notte di burrasca, nel tentativo si salvare le reti che la mareggiata avrebbe portato via.

Gli si stringeva il cuore a ripensarci e in quelle notti di pesca in solitario, ci parlava, come l'avesse lì a prua, a calare o salpare, rassettare sagole e galleggianti. Come parlava al mare, alla barca, alle creature che incidentalmente incrociava con lo sguardo. Gabbiani, procelle, peschi volanti e quei ladroni dei delfini, che venivano a banchettare col suo pescato e squittendo, saltavano di gioia oltre la prora.

Alle volte, tirando su le reti:

  • Guarda Nedo... Sì, poeroammè! Magari fosse qui. C'è rimasta un'aragosta, gli è andato di traverso il pesce che rubava.

  • Facci un segno qui, c'è uno strappo, va riparato è troppo grande per lasciarlo ancora così.

Beccheggiava la barca, inclinata sul lato di dritta, per il peso delle reti bagnate che salpava, fino a sfiorare il pelo dell'acqua, ch'era sempre un rischio a cui si era abituato.

  • Mare cane, come sei freddo! Almeno mi dessi pesce bono stamattina. Con 'sta fatica?

  • Ovvai Gloria – il nome della barca e della moglie – tieni botta, s'è quasi finito e si va a casa.

L'alba allungava ormai le dita, da dietro le colline a terra sino al mare, che prendeva tutto il colore del cielo e se lo spandeva sulla superficie, come fosse una coperta di velluto azzurro.

Le reti a bordo, avviava il motore che partiva con due sbuffi neri dallo scarico.

Barra a dritta, tranquillo e lento verso riva.

Solcavano a prua due pinne di delfini, era da tanto che non succedeva.

La vecchia panchina al belvedere.
La volta grigia del cielo, specchiandosi sul mare, gli regala quel tono di blu piombo, che esalta i pennacchi di spuma bianca, quando si arrampicano sulla cresta delle onde, spandendosi poi sulla riva acciottolata e contro la scogliera. Pare abbia un profumo diverso, il mare, quando è grigio, più salmastro, forse a causa della maggiore umidità sospesa,è più...marittimo. Lo sanno i tamerici, che ne bevono, nelle notti d'estate, e lo rendono in gocce, il mattino dopo, con un sentore in più, di resina.
I cespugli colorati di oleandro, ci si bagnano e mantengono il fogliame sempreverde.
Eppoi fa meglio tempesta, quando è grigio. Onda su onda si avventa verso riva, con quella espressione di forza che non s'acquieta, per un bel po'.
In quel posto ameno, che tanti anni fa era uno spiazzo “belvedere”, c'è ancora una vecchia panchina di cemento, in parte diroccata, che mostra ancora i segni di chi volle porvela: un bracciolo in forma di fascio littorio.
Lei ci viene spesso a sedersi, verso sera.
Ha quasi sessant'anni, i capelli e gli occhi grigi, come quando il mare e il cielo sono grigi. E doveva essere stata bionda, per via della pelle chiara. Le rughe del viso e del collo mostrano più sofferenza che età.
Parla tra sé e sé, sottovoce, di quella volta che poco più che bambina, venne aggredita e violentata da due militari di colore. Di quelli delle truppe di “liberazione”, che scorrazzavano liberamente e prepotentemente per la provincia.
Ne nacque Azzurra, perché pur con l'epidermide scura, aveva gli occhi azzurri. Non crebbe bene, scappo di casa giovanissima e di lei non si è saputo più nulla.
Lei viene qui, dove decise il nome, guardando il mare, mentre era incinta. E guarda ancora il mare, in attesa.
Rari gabbiani tentano un'ultima pescata, accompagnando il rovesciarsi delle onde, mentre come ad un segnale, prendono a volare verso il molo e i docks, dove riparano per passar la notte.
Il vento scompiglia i sottili rami pendenti dei tamerici, frusciano le foglie dell'oleandro attraversate dalla brezza, ora si sente meglio il fragore delle onde contro gli scogli, come un sommesso rosario recitato da un gigante.

Le seghe mentali.
Non è una locuzione mia, pare sia di gergo genovese, tradotta nel lessico dialettale di molte regioni in “cazzate”, “minchiate”, ecc. usata in un divulgativo, divertente trattato di psicologia ( Come smettere di farsi le Seghe mentali e godersi la vita di G.C. Giacobbe).
Pare ce ne siano, fondamentalmente, di due specie: quelle positive e quelle negative.
Sono una persona comune, quindi non posso che esserne succube anch'io, in qualche misura, come pare lo siano tutti. Parlerò delle mie, naturalmente.
Cominciai a farmele (non trovo termine più esaustivo) sin da piccolo, nel considerare andare a scuola, una assoluta ingiustizia esistenziale. Costrittiva e coercitiva della libertà personale, inutile sotto l'aspetto pratico, talché ne fui da subito un frequentatore melenso. Ritenevo che iniziare col fare il garzone del fornaio, del falegname, del meccanico...ecc., fosse il miglior viatico per diventare “grande”, il resto l'avrei imparando cammin facendo. Poi i calzoni si fecero sempre più corti, stretti no: te li confezionavano a futura crescenza; e cominciai a farmi quella che un mestiere valeva un altro, che le professioni erano fatte per chi non aveva voglia di sporcarsi le mani o poco coraggio per ribellarsi ai genitori che costringevano ad andare a scuola. E la prima volta, colpa delle donne, che affrontai una di un giro che non era il mio, sbattei il grugno contro un lessico che non capivo e che lei usava scioltamente e senza farlo pesare.
Cavolo! qui cominciai a farmi la prima “positiva”: mi misi in testa che era fondamentale essere colto. Presi a leggere qualsiasi cosa, quasi spasmodicamente, sapete come quando si dice “leggere anche l'elenco telefonico”, facendomi una testa tanto, con cognizioni le più disparate, senza disciplina o finalità specifica. Qualcosa restava e cominciai ad apprezzare il fatto di sapere, qualcosa, almeno. Ma, intanto, senza neanche accorgermene, me ne facevo una di quelle “cattive”. Elucubravo, sempre più, sulla mia inadeguatezza al consesso sociale, colpevolizzandomi per la svogliatezza e incapacità di impegno, condannandomi ad una mia impossibilità di essere altro da quello che mi trovavo ad essere al momento: impreparato, insoddisfatto, sempre.
Però sognavo – e sogno – oh...si! questo si.
Era edè, un farmaco portentoso e sotto un certo aspetto, poteva e può essere, una di quelle “positive”, visto che inventavo e invento, progettavo e progetto ma, scivolavo e scivolo presto in quelle “negative” dato che, prevalentemente, aspettavo e aspetto accada qualcosa che io, ci risiamo, non riesco facilmente a determinare.
Ora, me ne sto facendo una “positiva” che mi prende tantissimo: scrivo poesie e brevi racconti, come questo e per adesso godo, come il classico porco.

Raccontino, in bianco.
Aspettami qui che torno, foglio bianco, che non sai aiutarmi. Ho mille cose da dire, raccontare, voglio buttartele in faccia che non ti potrai scansare e, se qualcuna scalfirà appena chi avrà la ventura di leggerle, non preoccuparti, devi soltanto far sì che si veda. Vestirai di un bel nero il tuo eterno bianco, come si conviene allo scritto vero, serio. Caratteri adeguati, studiati da esteti, predeterminati. Il senso lo darò io, che ne sai tu dei patimenti o delle gioie? Conosci i segni, solo segni, cosa dirai se io non li riempio di emozioni? Alcune volte con una goccia di pianto t'ho bagnato, per te non fu gran cosa, che ne sapevi di chi o cosa, l'aveva provocata? Il male è che non so, non posso gridare, altrimenti non starei qui a ticchettare su questa anonima tastiera: segni e simboli che neppure so tutti utilizzare. Vorrei tanto che allagasse la mente una bufera di lemmi, di aggettivi, di tutti quegli strumenti adatti a raccontare, tu certamente li hai visti passare ma, pare, non sia in grado di potermeli suggerire. E allora farò ricorso, come sempre, alla mia fantasia, che non è poca, ma sono carente nella scienza della scrittura, quella cosa che chiamano letteratura. Mi fu sempre ostica, per mia indolente natura, ero affascinato dalle nubi in corsa, dal vento che s'avventava sulle foglie, dai voli degli uccelli, degli insetti, dalla pioggia, come lavacro del male del mondo.

L'ironia delle donne.
Timorosa ma non timida. Era stata tirata su in una famiglia povera ma dignitosa, coi cosiddetti principi sani, il rispetto delle gerarchie, della religione, della proprietà, dell'onestà tanto che l'essere poveri o ricchi era una questione di destino, senza pensare che quello toccato loro non era questione di demerito o meno, accettavano che qualcuno, lassù, avesse deciso così. Erano tanti in casa, il lavoro del capofamiglia saltuario e stagionale, com'era per i braccianti agricoli di allora. Fortuna che lei aveva fatto tre classi elementari e poté essere mandata a servizio dalla Signora Padrona, dove oltre a stare benissimo aveva l'opportunità di vedere cose “dell'altromondo”. Si portava a casa le riviste patinate destinate al cestino e ci si perdeva, alla poca luce del lume a petrolio, nel guardare e leggere delle belle signore di città. Ritagliava quelle che a suo gusto apparivano brillanti e spregiudicate, per quanto ne potesse sapere di queste cose laggiù in campagna, ma era l'espressione scanzonata delle modelle che l'affascinava e faceva sognare. Sognare si, più che altro. E leggeva, afferrando poco, tutto quello che poteva da quelle riviste. Crebbe così, un po' svagata, sempre con la testa nelle nuvole ma seria e laboriosa, tanto da meritarsi gli apprezzamenti dei vicini. Una che sgobba, dicevano, Ragazze così fanno la fortuna delle famiglie, e via stimando.
Diciottenne, andò in sposa al garzone del fattore. Un bel giovanottone, gioviale ma con quel difetto che in campagna si chiama “male alle ascelle”: scansafatiche, insomma. Così tra una gravidanza e il continuo lavoro dei campi in soccorso al marito e quelli di casa, dall'alba a notte, si consumava come una candela di sego, ma mostrava sempre una scanzonata voglia di vivere. Era stimolante per i figli, che in dodici anni ne aveva scodellati quattro, così in scala che parevano fatti su misura per passarsi gli abiti smessi senza destare sospetti. Li incitava, maschi e femmine, due e due, ad impegnarsi e leggere tanto.
Ottenne in regalo dalla Signora Padrona, un sussidiario vecchio e stropicciato che leggeva e faceva leggere loro prima di addormentarsi. Sempre lo stesso testo, dalla prima all'ultima pagina, e poi daccapo. La Signora, in quell'occasione, innocentemente o incoscientemente, visto che lei durante i lavori di pulizia lo strusciava a lungo fantasticandoci su, le regalò uno di quei porcellini di terracotta che nelle famiglie bene, si regalano ai ragazzi per avvezzarli al risparmio. Così si abitueranno a mettere da parte qualche soldino per il futuro, incalzò la gentildonna.
Una volta a casa lo poggiò sulla madia, indifferente al sarcastico commento del marito circa la possibilità di riempirlo, eppure...ogni tanto... Ma cosa ci metti qui dentro, disse lui un giorno scuotendo il salvadanaio, Ti vedo metterci qualcosa, ma non si sente suonare nulla. Sembra che ci sia della carta, dentro! E lei, ridendo, Ci metto i soldi di carta, anche pezzi grossi, così quando muoio l'aprite e sarete tutti ricchi. Ridacchiarono tutti. Qualche banconota la vedevano passare dalle mani del fattore alle loro e poi a quelle dei creditori, niente di più che qualcuna di piccolo taglio restava dal salario settimanale e non raggiungeva il sabato successivo.
Lui cadde da una pianta che stava potando e si ruppe la schiena in modo drammatico, tanto che rimase inabile a qualsiasi lavoro davvero remunerativo. Superata la convalescenza a fatica, riuscivano a spostarlo dal letto alla sedia ed ormai la rassegnazione aveva sostituito il dolore per l'accaduto e quando lui si lagnava che per il troppo lavoro si era reso invalido, lei sempre sorridente: Che vuoi di più, adesso puoi lavorare da seduto, come quelli degli uffici, magari potessi io.
Ora intrecciava canestri e cesti con i vimini che lei portava a casa dai campi. L'aveva sostituito in tutti i lavori che gli richiedevano ben sapendo, i committenti, che lui non avrebbe potuto farli e che lei, si accollava ogni peso. Era il pilastro fondamentale della famiglia. Quando riscuoteva il salario, faceva tanti mucchietti per quanti erano le cose da pagare e quello che restava, pochissimo, se lo infilava nella tasca del grembiule, dicendo sommessamente ma in modo che si sentisse, E cento. Invariabilmente sempre, E cento. Neppure i figli più grandicelli riuscirono mai a sorprenderla mentre metteva quel che metteva nel salvadanaio, curiosi di vedere e partecipare, in qualche modo, al rito virtuoso del risparmio e non riuscendoci mai il porcellino prese ad avere del misterioso, ma non azzardavano chiedere di più.
Il lavoro era faticoso e tanto, lei deperiva ogni giorno ma nessun lamento usciva dalla sua bocca. A sera, durante la magra cena, dividendo il cibo, a voce alta faceva il riassunto degli impegni del giorno dopo, Devo fare qui...Devo andare là...Rammendare i pantaloni del babbo...Mettere una pezza alla suola delle scarpe di Lisa, Mica può andare a scuola con le scarpe sfondate. Poi devo cambiare quella toppa sulla giacca del babbo, il verde chiaro sul velluto verde più scuro, non ci dice...E giù una risata, puntualizzando l'idea buffa della ragazzina con le scarpe bucate e il padre con la giacca a toppe colorate.
E cominciò anche ad avere un tosse sospetta, di quelle che una volta si diceva di polmoni. Sempre più pallida, occhiaie livide. Venne anche il medico condotto, scuoteva la testa mentre le diceva che non poteva andare avanti così e lei, Dottore come volete che faccia? Datemi qualcosa per tirarmi su, poi a primavera starò meglio, col caldo... Buona donna ci vuole altro, questa è una malattia grave. Ssssstt, non si faccia sentire, cosa vuole spaventare i ragazzi?
In una bella mattina di aprile, non si svegliò. Pallida ed emaciata, in una rigidità composta aveva una espressione serena, distesa, quasi un sorriso. Dopo le esequie, riuniti in casa, il marito stava leggendo la nota delle spese sostenute e da saldare per le necessità del funerale. Un tot al prete per la funzione, un tanto al necroforo per la bara e l'inumazione, i fiori, le candele... E chi ce l'ha tutti questi soldi? Ci vorrà un anno per metterli insieme ed io con le ceste... Voi, smetterete di andare a scuola e andrete al lavoro, quello che ha lasciato la mamma.
Papà, disse Lisa, Il salvadanaio. Ah! Già, prendilo.
Quel vecchio porcellino di terracotta fu messo sul tavolo e con un colpo mandato in frantumi. Nessuna moneta, ne uscirono centinaia di fagottini di carta ripiegata cinque sei volte. Non avevano l'aria di banconote, mancava il colore, se ne accorsero subito ma esibirono solo uno sguardo una, espressione interrogativa. Li aprirono uno per uno e Lisa lesse invariabilmente su tutti : sono felice, rideteci su.

Le guerre che non si possono vincere
Era di famiglia borghese, medio alta. Lo zio vescovo, aveva fatto passi importanti perché lo ammettessero all'Accademia Militare, anche se lui, pur sentendone il fascino, ne era un po' impaurito. Ne uscì aitante ufficiale e la prima destinazione, un reparto di istruzione reclute, gli fece subito intendere che ci potevano essere spazi per soddisfazioni personali importanti. Così prese ad impegnarsi nell'apprendimento dell'arte di comandare, sentendosi gratificato dalla rendita di posizione che il possedere un grado conferiva anche automaticamente. Avrebbe dovuto condiscendere la scala gerarchica che lo sovrastava e imporsi su quella che sottostava. Semplice, a prima vista. L'ambiente era pervaso da quella smania di protagonismo che aiuta a salire i gradini verso i comandi più importanti, sempre tenendo in massima considerazione lo spazio riservato ai superiori in grado. Una specie di regola non scritta, sebbene i cardini fossero dettati da ferree norme in pace e in guerra.

Disse un definitivo Mi dispiace a Luisa, la ragazza della giovinezza, e prese ad interessarsi alla figlia del generale comandante la piazzaforte, che acconsentì. E fu un matrimonio elegante, con tunnel di sciabole sguainate all'uscita della chiesa, lui in alta uniforme, lei in tradizionale bianco neve. Venne presto un comando di tutto rispetto, quasi contemporaneamente al primo figlio, cui dette il nome del suocero. Era schietto e stringato nell'esercitare l'autorità conferitagli dal grado, una mano gelida poco incline a tollerare inevitabili debolezze che s'annidano anche tra uomini addestrati al sacrificio personale, quando richiesto. Con queste credenziali, fu scelto per un comando prestigioso per chi ambisse fare una importante carriera: Comandante di Reggimento, dislocato in zona di operazione bellica, Balcani.

Ma la guerra guerreggiata sul campo, non è mai come quella dei manuali di strategia, tattica o arte guerresca. Questa guerra poi, che non doveva essere chiamata guerra, che imponeva atteggiamenti non ostili a volte, altre cruenti, senza che agli operatori fosse dato di conoscere le motivazioni recondite degli atti che andavo a compiere. Così accadde che una pattuglia di avanscoperta del suo reggimento, fatta segno da fuoco “nemico”, reagisse distruggendo il manufatto dal quale i colpi d'arma partivano. Nell'abituro distrutto, tra le macerie, solo il corpo di una giovane donna e due bambini. Nessuna traccia del nemico. Un pick up con alcune persone tutte chine su qualcuno o qualcosa nel cassone, violò un posto di blocco. Il blindato del suo reparto, piazzato per sbarrare il passo, fece fuoco. L'automezzo saltò in aria e prese fuoco. Tra le vittime, due adulti e una donna gravida con il parto che si concluse con la sua morte.

Il Colonnello Rossi, cominciò a dormire male e poco. Si attardava in vari distinguo, prima di dare ordini operativi decisivi della incolumità di civili e questo gli stava procurando rimproveri e critiche dagli alti comandi. Ma era un buon soldato e, alla fine, si piegava alle esigenze della gerarchia e della guerra.

Gli furono segnalate presenze di guerriglieri in un vicino borgo agro-pastorale. Prese direttamente il comando dell'unità che doveva intervenire e alla loro testa i blindati, velocemente raggiunsero il luogo del prevedibile scontro. Venti casupole al massimo. Una piccola chiesa, davanti alla quale un piccolo assembramento di persone, come all'uscita di una funzione, formavano un sipario umano davanti al portone d'ingresso. Per lo più donne, anziani e dei bambini, uno dei quali, per mano ad un vecchio, teneva un palloncino azzurro legato con un filo bianco al polso del braccio libero. Avvicinandoli, questi si disposero in due o tre file di fronte, quasi per farsi contare. Fece fermare i mezzi e li schierò loro di fronte, senza un qualche progetto o iniziativa operativa. In piedi, indirizzò verso i civili, nella loro gutturale lingua, l'invito a denunciare l'eventuale presenza di armati e a disperdersi pacificamente. Il suo sottoposto più vicino, lo stava avvertendo di sospettare una possibile trappola, tanto era innaturale l'atteggiamento di quei borghesi. Non vorrà suggerirmi di fare fuoco su dei civili, lo rimbeccò il Colonnello. Faccia controllare dai militari. Presto. Un sergente e due caporali, lasciati i mezzi, si diressero verso l'assembramento che d'improvviso si aprì in due, come un sipario, appunto. Dal centro, proprio dalla porta della chiesa, la raffica infuocata di una mitragliatrice li abbatté. Dagli autoblindati il fuoco di reazione, falciò donne, uomini e il mitragliere nemico. I civili vivi terrorizzati, stesi a terra, restavano immobili in attesa di un cenno per rialzarsi.

Tra i corpi riversi, esplosi di sangue, quello del vecchio ed il bambino. Il filo bianco tratteneva il palloncino azzurro che, a mezz'aria, tuttavia cercava di volare.

Il Colonnello Rossi, ebbe gravi disturbi comportamentali dopo quest'ultima vicenda. Fu fatto rimpatriare, curare e collocato a riposo per invalidità. A distanza di anni, passava ancora le sue giornate davanti ai cancelli della Brigata cui aveva appartenuto, passeggiando avanti e indietro:

"Ha un viso tondo e rubizzo un cappotto liso sui gomiti, un mazzo di palloncini colorati in mano. E' l'ultimo uomo di questa storia."

Rondini.
       Hai sempre la testa piena di rondini, gli diceva la madre tra
il serio ed il faceto, quando rientrando a casa, ansimante, sudato,
affamato, cercava una scusa per non aver assolto il piccolo incarico
che le aveva affidato, Scusa, ma', me ne sono scordato.
     Così di scusa in perdono, qualche scapaccione e qualche grido,
crebbe convincendosi sempre più che quella era la propria cifra. Uno
così, inguaribilmente superficiale, distratto dalla vita reale,
affascinato dalle nubi che correvano a est e venivano da ovest, quasi
sempre. Con la quasi morbosa curiosità per gli avvenimenti misteriosi,
strani, inconsueti. Scuola dell'obbligo, ma quale obbligo? apprendista
meccanico, apprendista fornaio, apprendista apprendista apprendista.
Poi la scuola alberghiera e cameriere di sala, perché aveva un bel
fisico longilineo, asciutto e dalle movenze eleganti.
    Via via si costruì una corazza sotto la quale cullava quella che
intimamente sentiva come una debolezza, ma anche un rifugio. Una
solitudine distesa, come una vita parallela a quella che per lavoro,
era piena di gente, ancorché aliena, passeggera. Nelle pause di lavoro
se ne stava seduto sul parapetto della terrazza ristorante, all'attico
solare del settimo piano, con le gambe penzoloni, fumando una
sigaretta senza respirarla.  A casa, un monolocale nel sottotetto
dell'immobile attiguo alle cucine, affittato dal gestore ad alcuni
dipendenti per averli più facilmente reperibili, nel tempo libero
ascoltava programmi musicali alla radio, fantasticando di viaggi
esotici con compagnie elettrizzanti, identificandovi persone che
soltanto per un pranzo od una cena aveva osservato, ammirato o
criticato, durante il servizio ai tavoli del ristorante. E Bastet,
lunga setosa come una sciarpa nero ossidiana, senza fare un verso, si
sdraiava vicinissima, immobile con la fessura degli occhi lunghi, mai
chiusi e mai aperti, dai quali pareva venire una lucina giallognola.
Unico segno di vita la punta della coda che, come una parte altra, si
muoveva impercettibilmente, quasi automatica. Non si "dicevano" nulla
da sempre, da quando si incontrarono per caso, si stavano vicino e
basta. Parevano persi ognuno nel proprio sogno, oppure in un limbo
fantastico, impenetrabile ad altri.
Un giorno, senza bisogno di cercarla si accorse che non c'era più. Non
la cercò, sentiva che era andata silenziosamente via e se una stretta
sentì dalle parti del cuore, e la mano alla sera, senza volere cercava
una presenza, deglutiva, reclinava il capo e lasciava che calde
lacrime scendessero lungo le tempie. Ad ogni furtivo sgusciare felino
tra i cassonetti, quando andava a deporre i rifiuti, sentiva in corpo
una vibrazione, come un volo di rondini, rapido stridente improvviso,
poi, di nuovo, niente. E lo stava ancora sentendo quando Qui,
accovacciata quasi senza vita, trovò un esserino pallido dai capelli
lisci nerissimi, tanti, occhi tagliati lunghi obliquamente, che
respirava a fatica. Inerme e vivo come un rondinotto caduto dal nido.
La scosse, le rivolse la parola, quella senza alzare il capo che
pareva doverle pesare un mondo, tlenta eulo, diceva sommessamente. A
nulla valsero le domande di circostanza sul come si chiamasse, come
stesse, se e quanto avesse bisogno di...  Allora, coprendola con suo
giubbotto, la sollevò e la portò a casa. Non diceva che tlenta eulo e
lui si risolse, senza rendersi conto del significato, a chiamarla
Tlenta, mentre la faceva distendere sul divano, la copriva con una
calda coperta e le preparava del latte caldo. Come assente, senza
aprire del tutto gli occhi, con la testa bassa, lasciando che si
occupasse di lei senza proferire un verbo, bevve rapidamente il latte
caldo, si girò verso la spalliera del divano e, in un attimo, si
addormentò.
     Lui non chiuse occhio tutta la notte. La spiava, grazie alla luce
della città che penetrava dall'unica finestra e sperò si svegliasse:
lei si voltò due volte e basta. Così dormiva ancora, quando dovette
uscire per andare a preparare i tavoli nella sala ristorante ma,
sorridendo tra se, la pensava continuamente. Fece anche qualche rapida
visita, temendo che svegliandosi in un posto sconosciuto, si
impaurisse o peggio, ma lei dormiva ancora.
        Aveva preso delle cose da mangiare dalla cucina: riso in varie
salse, per lo più, dato che lei...
La trovò alzata, teneva sempre la testa bassa ma lo guardava di
sottecchi. Lui accennò qualcosa di consueto, come un saluto, un
apprezzamento simpatico. Rispose a voce bassa, nella sua lingua,
incomprensibilmente e non rispose nulla quando lui si ripeté in quel
poco inglese che conosceva ad uso lavorativo. Dall'aspetto si capiva
che aveva fatto la doccia: una t-shirt di lui, con un gran sole
stampato davanti le arrivava alle ginocchia, come un abitino. Una
piccola figura, delicata, elegante, attraente, per i gusti di lui.
      Posò le cibarie sul tavolo con un gesto di invito sebbene lei
avesse già consumato qualcosa: c'era una tazza appena usata
nell'acquaio, si sedette e con un furtivo sguardo di gratitudine, si
mise a scartocciare e odorare il contenuto. Non sembrava
particolarmente entusiasta ma andò a procurarsi un cucchiaio e prese a
mangiare.
       Sedevano uno di fronte all'altro parlava parlava, di tutto e di
niente, voleva interagire in qualche modo, avere almeno un cenno di
risposta. E l'ebbe, non appena, indicandola lui disse: Tlenta. Con un
lampo negli occhi socchiusi che sembrava una scudisciata, lei si alzò
e di corsa prese a dirigersi verso la porta della stanza borbottando
qualcosa di cinese, secondo lui. La seguì e delicatamente la prese per
un braccio fermandola, così vide gli ematomi nel cavo del gomito.
Voleva divincolarsi ma cedette subito e le parole che entrambi
articolarono avevano un suono, dimesso, dolcissimo.
     Dopo che ebbero mangiato, seduti vicino sul divano, parlarono
ognuno nel proprio idioma, facendosi perfino timidi sorrisi e quando
lui, indicando se stesso disse Mario e indicando lei ridomandò Tlenta?
Lei di nuovo scattò in piedi e fece per allontanarsi ma agli occhi
sgomenti di lui si fermò, come illuminata e ridendo, puntò il dito
verso se stessa a disse Yàn. Lui mentalmente lo tradusse Jan e così
prese a chiamarla. Non riusciva a dire Mario, diceva Malio e andava
benissimo così.
     Da quando era lì, Mario, non volava più da solo, al suono della
musica della radio sempre accesa, che lei pareva apprezzare, stavano
ore distesi sul divano e le confidenze fisiche presero ad essere più
frequenti. Carezze fuggevoli sui capelli, sul viso, sulle mani e
continui tentativi di lezioni linguistiche, in italiano, dato che
quella di lei era una lingua “impossibile”. Le comprò degli indumenti
e l'accompagnò a sceglierne direttamente. Passeggiavano tenendosi per
mano e ogni tanto lui la cingeva alla vita col braccio, stringendola
eccitato. L'intimità venne come nei più logori romanzi: una notte di
temporale, che nel sottotetto pareva disastroso, lei si infilò nel suo
letto, stringendosi addosso mugolando qualcosa timidamente e
dolcissimamente. Fu un amplesso rapido come un lampo, ma aprì la porta
a qualcosa che lui non conosceva. Imparò a sedersi nella posizione del
loto con lei seduta su lui di fronte sulle cosce ripiegate lo cingeva
con le proprie e si univano, carezzandosi, baciandosi e parlandosi
sottovoce per lunghissimi tempi che terminavano con un quasi deliquio.
      Lavorava di più, quasi ferocemente, per tornare al più presto da
lei, quasi gli sfuggisse un attimo e con l'ansia che potesse sentirsi
sola. Non volavano più rondini nella sua testa, pensava futuri
possibili, anche prossimi e la vita nuova gli parve quella che doveva
essere da sempre e che non aveva conosciuto a causa della sua
leggerezza, dicevano e n'era convinto, fino ad ora.
Un giorno, rientrando dopo il turno serale a notte alta, non la trovò
in casa e sentì una lama di gelo tagliarlo da capo a piedi. Come
pietrificato sedette sul divano e attese, senza vera speranza, per
ore, per giorni. Non rispose alle chiamate di lavoro, né dette
spiegazioni, restò lì, col capo appoggiato alla spalliera e lacrime,
fredde stavolta, gli colava lungo le tempie.
       Notiziario delle sette: un giovane cameriere del ristorante Il
Settimo Cielo in Via Del Paradiso, è precipitato o si è gettato, dal
settimo piano dell'immobile, sfracellandosi al suolo. Intervenuta la
polizia, sono in corso accertamenti.
    Giorni dopo, quando la silhouette tracciata dagli inquirenti
intorno al corpo esanime steso bocconi, con le braccia piegate ad arco
verso i fianchi, le gambe divaricate a V era ancora visibile,
nonostante lo scalpiccìo della folla che cercava rispettosamente di
aggirarlo, una donna cinese fermandosi con il compagno, indicandola
disse: una yàn, una rondine.

(Lettera ad un amico)

Caro Mario
Io sto bene, tu come stai?
Ti ringrazio della visita, poteva essere imbarazzante. Mica siamo parenti.
Come ti dissi, trattano bene, in un certo senso è un posto tranquillo.
Pulito e ordinato. Il cibo non è male, un po' scontato, poche
variabili ma, anche a casa?..., e non importa molto.
Qualche libro dei miei e poi c'è una biblioteca, titoli scontati di
ordinaria buona cultura di massa, nessuna nuova emozione letteraria,
insomma.
I compagni? Ognuno ha i propri pensieri da elaborare e si reagisce a
seconda della propria sensibilità. Però c'è del rispetto per le
traversie degli altri, ho notato.
Si! i figli vengono. La femmina meno, non riesce a farsene una
ragione. Mi spiace molto per lei,è una ragazza dolcissima.
Lo so, lo so, nessuno si aspettava una cosa così, anche se...lo
sapevate tutti...insomma, ormai...
E pensare che se non avessi portato la biancheria in
lavanderia...quelle a gettoni.
Sai, approfittai dell'orario notturno: non c'era mai nessuno. Ho fatto
in un lampo a metterla dentro. Poi...era perfetta, linda e asciutta.
Sapevo che se si fosse seccato, sarebbe stato un problema lavarlo via.
Qualcuno, però, mi ha visto e si è ricordato di me.
Come ho fatto? Non lo so - in definitiva - davvero bene. Lì per lì ma,
a pensarci ora...non è stato semplice: dopo anni e anni di convivenza,
sopportazione e compromessi, poi uno esplode?
No! Tu non puoi capire. Queste cose bisogna averle vissute o viverle.
Un giorno dietro l'altro, con le spalle al muro, per quieto vivere.
Perché ci sono i figli; il mutuo della casa; lei, sua madre, che -
poverina -è rimasta sola e viene a vivere con noi. E tu, sempre più
nell'angolo, devi dare spazio, per il bene della famiglia.
In fondo che ti costa? Qualche libro in meno, qualche film o
rappresentazione teatrale che - vedrai - daranno in tv; gli amici, che
è meglio perderli che trovarli e, poi, il massimo: smettila di
guardare le donne.
Trecentosessantacinque volte l'anno. E...che cazzo!
E quel giorno, le sue grida di rimprovero mi stavano facendo impazzire
di rabbia ed io a gridare: bastaaa!...bastaaaa!...basta!
Ho cominciato a far volare oggetti, così, per sfogarmi e ho trovato
l'accetta, pensa...
Era li da agosto, quando con le sue insistenze ossessive mi aveva
costretto a preparare i legnetti per accendere il camino l'inverno
successivo, e...
Sì! sto bene, ora. Qualche pasticca e via...
Ciao, Mario e grazie ancora per la visita.

Carcere Vita, un giorno qualsiasi di ordinaria follia.

Bruno

Il partigiano.

Arturo Lenzi, un bell'uomo sulla cinquantina, funzionario nazionale del partito, grazie ai suoi trascorsi bellici nella guerra di resistenza e liberazione, capo squadra assaltatori, si era fatto nome di coraggioso fino all'incoscienza e godette e gode, ancora, stima e reputazione. Finita la guerra, lasciò il paese natio e tutte le conoscenze, per la politica. Neppure il suo amore giovanile, del quale aveva sempre serbato un nostalgico ricordo, si peritò di salutare, d'altro canto - alla macchia - aveva allacciato una relazione con la figlia del Comandante, che faceva da staffetta da e per la montagna, come portaordini. Ora era di ritorno, per assolvere un mesto dovere di esequie ma, pensò molto, alla sua vecchia fiamma amorosa, durante il viaggio da Roma. E giunto in paese, nella piazza principale, quasi fosse un appuntamento...
- Ciao Giulia, come stai? quanto tempo....e tua mamma?
- Ciao Arturo, ti ho visto in paese, l'altro giorno ma, anche se mia avevi visto, ti sei girato dall'altra parte.
- Bhe! sai, avevo appena saputo che avevi sposato Marco. Ricordi? lo consideravamo una nullità, anche tu, perché non aveva preso parte ...
- Quando sei andato in montagna, mi aspettavo notizie. Nulla per mesi. Che dovevo pensare? e poi, dicevano che ti era messo con la Jolanda, la staffetta, e lei in paese, si vantava di essere la tua ragazza. Non sei neanche tornato a casa, subito a Roma per il partito.
- Niente, niente, non voglio recriminare. Hai dei bambini, lo so e Marco ha un buon lavoro,. Insomma state bene e tua madre, la Maria. Era terribile, a quei tempi, sempre a farti la guardia.
Giulia, abbassando la testa e sorridendo:
- però gliela abbiamo fatta, ricordi? Te lo ricordi, quella notte ...
- Io non l'ho scordato mai, Giulia, mi ha fatto compagnia tutto il tempo della guerra e ancora mi torna in mente, con una nostalgia infinita. Sai, io non mi sono sposato...poi la politica mi ha preso tutto il tempo. Oggi sono qui per le esequie di Molotov, ricordi? il padre di Jolanda. Era il mio comandante nella Brigata Vallelunga.
L'imbarazzo cresceva in entrambi e nel tentativo di fugarlo, si guardava attorno e salutavano i passanti, indifferenti, anche a distanza. Giulia sembrò, un attimo, voler aggiungere qualcosa ma, restò interdetta, Arturo stava guardando qualcuno e gli porse, distrattamente la mano, come a volersi necessariamente congedare. Così si separarono con un attimo di titubanza, come un rincrescimento.
Arturo, che durante il breve incontro con Giulia, si era tolto il fazzoletto rosso dal collo riponendolo in tasca con le decorazioni da esibire nel corteo funebre, si stava risistemando mentre si avvicinava al suo sorridente interlocutore:
- Ciao Marco, come stai? Come va qui in paese? Ho visto Giulia, poco fa. E' ancora bellissima.
- Tutto bene, ah! Giulia, si stiamo bene tutti ,anche i ragazzi. Nell'ultima campagna di iscrizioni siamo aumentati del tre e mezzo per cento. Grande adesione e l'Amministrazione Comunale, funziona bene. Vieni, devi prendere posto in testa al corteo, vicino al sindaco agli altri e la Jolanda.
La lucida macchina nera, con il feretro, seguito da una donna corpulenta in gramaglie, il sindaco, un anziano dall'aria battagliera e Arturo con a fianco Marco, prese a passo breve a percorrere il corso principale, dalla sede del partito, dove era stata allestita la camera ardente, verso il cimitero. Seguivano un centinaio di persone e qualcuno faceva ala al passaggio del corteo.
D'improvviso, provenienti dalla parte antistante il corteo, si udirono dei botti, esplosioni di artifici, simili a quelli che si usava far esplodere per Pasqua.
- Cosa succede Marco?
- Deve essere quel bastardo del Camerata, oh scusa!
Intanto un gruppetto di giovinastri, correndo inseguita da due Carabinieri, risaliva i lati del piccolo corteo, sbeffeggiandolo con il lancio di buste d'acqua colorata.
- Mario, Camerata, bastardo. Poi facciamo i conti.
Gli gridava dietro Marco, evidentemente inferocito.
- Ma chi è? Chiese Arturo, di chi è figlio. Avete fascisti qui, ancora?
- Nessuno ti ha detto nulla? Neanche la Giulia?
- Cosa vuoi dire? cosa c'entra la Giulia.
- Ho sposato la Giulia che era incinta. Quel nazi skin, alto, con gli orecchini,è suo figlio e ...
- E...? Domandò inquieto Arturo.
- E' anche tuo figlio.

Ho cavalcato la mezzanotte sotto la pioggia torrenziale in piazza a Firenze, per assistere ad un concerto. Niente di eccezionale, solo un tentativo di tuffo nella vita trascorsa, un finto giovane che si muoveva a ritmo di soul e rock e classica. Ma, ad ogni frusciare di impermeabile o urtar d'ombrello, lesto un pensiero veniva a te, quasi fosse possibile un incontro. E, sorridendomi, fantasticavo di questa assoluta impossibilità di averti, lì con me. La pioggia, ancorché fastidiosa, la faceva da romantica ruffiana, come quando inzuppandomi alquanto, non frenava mai i miei bollenti spiriti e sotto quel portone aspettavo chi, in fondo, non è venuta mai. E sotto l'acqua fredda che non lavava nulla, di quando in quando, la mia attenzione veniva risucchiata da incerti alieni dalla pelle scura, presenti e senza ripari, a bere suoni, luci laser e vapori chimici ma, non sostavamo mai più di qualche minuto e allora compresi che volevano esserci, erano tanti, più che ascoltare gustare o soltanto vedere. Ma, torna, irrimediabilmente a te ,il pensiero, specialmente durante i pezzi più melodici e immaginavo stringerti a me, nel cavo del mio trench, protetta da braccia vogliose di contatto e tu a reggere l'ombrello, sorridente e felice di questa incongruente performance estemporanea, per entrambi. Non c'è stato, non poteva, quindi ho accarezzato la mia solitudine, con una certa - libera - consapevolezza che, in definitiva, io c'ero.

La tasca rovesciata.
Riunione del consiglio di villaggio, a Thimbuctu, Africa Orientale, nel 2099 calendario occidentale.

- Paziente e savio Abuthu, perdona questo povero figlio preoccupato se ti sollecita con i suoi timori ma, un altro gruppo di quegli stranieri, attraversando la savana e prima il deserto,è arrivato al villaggio, bisognoso di tutto. Vedessi, sono più malconci di quelli della luna passata. Pallidi come la cenere e mandano un cattivo odore di malattia - uomo medicina. Ormai sono diventati tanti e la nostra gente si lamenta. Non sanno fare nulla, vorrebbero mangiare e bere cose strane, scambiano i loro stracci con i monili delle nostre donne ma, il peggio, è che i nostri giovani cercano di imitare i loro modi e già qualcuno ha dei problemi di salute. Tossiscono e sputano di continuo, dicono che l'aria del loro paese non era più buona, sono dovuti fuggire per sopravvivere, che neppure le tante pozioni che hanno preso nulla possono più. Dobbiamo costruire per loro le capanne che non sanno alzare; guidarli all'acqua che non sanno trovare; tenerli lontani dai pericoli degli animali che non conoscono e, alla sera, accendere il fuoco perché si scaldino. Abbiamo cercato, all'inizio, d'insegnar loro i rudimenti di questa vita, ma sono svogliati, deboli e indolenti e - perdona - poco intelligenti. Le scorte di miglio si assottigliano, non che lo mangino volentieri, preferiscono - finché ne hanno - quei cibi incerati che portano con se e bevono liquidi colorati che gonfiano la pancia, poi quando devono cambiare dieta, si ammalano e curarli, deboli e gracili come sono,è difficile. Dobbiamo pensare al futuro della nostra gente, vedere cosa è meglio anche per questi alieni e agire prima che sia tardi.
Si sedette, Aminha, consigliere anziano, avvolgendo le striminzite membra, nella coperta colorata.
- Sono Zago, capo di guerra del villaggio. Sapete che non amo le mezze misure, quindi dico subito che la soluzione che vedo è : cacciamoli via dalle nostre terre, prima che ne vengano altri, magari malati di morbi incurabili.
- Sono Maludha, sciamano della nazione Ubadhi. Ho fatto riti propiziatori e cercato risposte nelle viscere dei corvi. Gli piriti della savana, tutti, dicono che siamo in pericolo. Gli antenati non approverebbero la nostra inerzia. Questi hanno vite diverse, abitudini diverse, amano e fanno cose diverse da quelle a noi care. Che faremo quando sporcheranno i nostri totem o li abbatteranno per alzare i loro? I figli non rispetteranno i padri e le madri, i vecchi saranno abbandonati alla morte per fame, perché i giovani vogliono già vivere da nulla, come gli stranieri.
- Ho riflettuto molto da quando questi stranieri hanno cominciato ad arrivare e ogni buona stagione, più numerosi. La legge naturale prescrive di accoglierli perché nessuno sia solo in questo mondo e mi sono ricordato di quanti dei nostri fratelli sono andati a quelle terre in tempi lontani e suppongo con fortuna, poiché non sono più tornati. Ora la nostra semplice vita è minacciata da gente che non sa, non apprezza, non capisce i nostri valori. Temo che una volta insediati qui, dove è possibile la vita sana che hanno perduto, vogliano riprodurre in qualche modo il mondo lasciato. Che fare? Possiamo scacciarli come suggerisce Zago! Lasciare che da soli tentino di sopravvivere, in qualche modo, via dai nostri villaggi, oppure possiamo insegnar loro come vivere qui. Sempre un grande rischio per noi e la nostra esistenza, in tutte le forme che abbiamo conservato. Gli spiriti della savana ci hanno condotto a questi giorni con le scelte che nel passato i nostri antenati hanno fatto: abbracciare il fratello che è della sostanza nostra e del padre di tutti. La sofferenza che ne potrà venire è il cemento per tutte le generazioni future.

L'anno 3010 del calendario universale, sulla vetta del Klimangiaro,è stata inaugurata la statua - in diamante artificiale - del Capo Tribù Adamha, che con la sua lungimiranza salvò dall'estinzione la gente di razza bianca del pianeta Terra.

Inseguendo Tartagni.
Ho sempre avuto in mente, quando si parla di "sinistra politica", i paesi scandinavi, l'inghilterra, l'america dei democratici, mai l'urss, seppure tutti, specialmente certi, a quella alludessero, e secondo me, erroneamente perchè frutto di cultura e storia diversa dall'europea centrale.
Una “sinistra” valente in Italia sarebbe possibile soltanto in clima di nuova “guerra fredda”, quando certo – per via della divisione del mondo nelle due zone di influenza - gli sarebbe preclusa la conquista del potere e il sindacalismo della stessa ideologia, assolutamente più efficace e competente, potrebbe tranquillamente essere antagonista del capitale, ottenere provvedimenti socialmente significativi – come è indubitatamente avvenuto nel passato – e raccogliere tesserati, come era edè, di tutte le estrazioni politiche. Forse qualcuno ha immaginato che con il crollo dei socialismi reali, sarebbe crollata in Italia l'egemonia – anche limitata – della DC? Certo venendo meno l'alter ego politico, qualcosa sarebbe dovuto accadere, ma era più facile pensare al crollo del social-comunismo nostrano, per primo, ma poi è successo.. Ma le slavine portano con se ogni cosa. Così sulle ceneri democristiane è nato un soggetto pseudo-politico, non democratico (il segretario del partito PdL non è eletto, ma autoimposto), populista, dicono gli esperti, affermatosi sulle elucubrazioni del leder circa il pericolo dei cosacchi in S. Pietro, e a seguito di purghe e reinvenzioni alternativeggianti, un timido tentativo di “partito democratico” kennedianotico (?), io mi ci sono iscritto per scaramanzia e speranza, in cerca di prospettiva davvero di cosa nuova, attuale, moderna. E il nuovo è, per tutti, ancora da venire, infatti – in qualche maniera – si rispolvera il vecchio. Quel poco politico che dicono essere stato Prodi, disse, ai sopravvissuti dei partiti post tangentopoli, di sciogliersi, per fondare l'Ulivo (nome infelice, secondo me). Non l'hanno fatto e non lo faranno. Pateticamente difendendo una identità che nessuno ha piacere di ricordare, tranne i dirigenti, grandi e piccoli. Neppure sull'altro versante, ci riescono e i mastelloidi, casinoidi, fascistoidi, stanno lì, sulla riva del Tevere, ad aspettare che passi il cadavere di Berlusconi.

Storia di campagna
Da sempre, avrei voluto un chilometro di mondo tutto mio, per spargermi e disperdermi, invadere, tutta la meraviglia là fuori. Fantasticare attorno a qualsivoglia stimolo ti sfiori, t’impatti, ti sussurri o gridi. Colori, rumori motti che fanno sempre sorridere gli adulti, che si dilungano poi a commentare sulla intelligenza, arguzia o scempiaggine manifestata appena, senza sospettare un minimo, che sia frutto di una tattica per attirare la loro attenzione. Avvertivo che potevo accedere a qualcosa di più, soltanto se profittavo dell’infanzia, alle quale, era palese, con la famosa locuzione: se non fossi così giovane…, veniva concesso moltissimo. Perché poi cresci in casa, dove regole, convenzioni, necessità sono stampate nella chiusa familiare e le porte si chiudono ogni volta che hai voglia di andare. Da lì, nella scuola in un’aula, dalle porte guardate, aperte e subito chiuse dietro di te, quasi potessi fuggire. Dove poi, se tutti ti avrebbero, bonariamente o meno, subito riportato a casa. Allora una volta dentro, cercavo alla finestra, dalla finestra il mio veicolo preferito, la fantasia, su cui volare via lontano. Viaggiavo lunghi minuti via da lì : ..lavavo il ponte della nave dell’Olonese (bellissimo nome) che mi consegnava un daga al merito;…… rientravo, rincorso dai gendarmi, nella Corte dei Miracoli, mostravo la bellissima collana rubata, ero compensato con una moneta d’argento dal lenone… Per finire, inopinatamente, rinchiuso tra muro e lavagna. Grida e scappellotti al ritorno a casa, la solita predica sul senso di responsabilità, sulla fortuna di poter andare a scuola, anziché già al lavoro come tanti coetanei. Ma il giorno dopo, o deliziosa inebriante occasione di vendetta, feroce, sapida nell’esecuzione dell’illecito, ma fiducioso nell’autogiustificazione, marinavo, fuggiasco a vagare nella campagna, lucente di rugiada, lontano da adulti curiosi. Tuttavia mi ronzavano le orecchie, al presagire nuovi rimproveri e preparavo argomenti vittimistici per scamparla anche questa volta. Ma…via, a quel viale di meli fioriti, al bivio per casa, dove una ragazzina dagli occhi neri, seduta tra l’erba di una proda, legava rametti fioriti di melo per esitarli ai rari passanti. Un rituale romantico legato alle mie fughe, un posto segreto dove nessuno avrebbe mai pensato di cercarmi. Non frequentava la scuola, suscitando in me una larvata invidia, non capivo perché, restava lì ore, fino all’uscita degli scolari e il ritorno degli adulti dal lavoro, condivisione di riti, forse. Affascinante mistero, e io sempre un poco imbarazzato, sedevo più là, da vedere la testa bruna spuntare dall’erba alta, confidenzialmente. Avrei voluto parlarle, chiederle, dire, ma non riuscivo a trovare il modo. Inconcludente, non articolavo verbo e dopo un po’ mi trascinavo via sorridendo; lei appena un cenno col capo e si chinava sul consueto. Volli di più, un giorno, e mi nascosi a spiar dove andava, cosa faceva non vista: Scese dal greppo scivolando seduta, raccolse tra l’erba due piccole grucce, fatte in casa con amore, si issò su gracili gambe troppo storte, avviandosi, scomposta, per il viale di meli fioriti, verso casa appena più su. Per anni, poi, non persi più un giorno di scuola.

La saga di Balum:
Capitolo 2° - normalizzazione.

Era riunita da diversi balm la Corte di Giudizio sugli illeciti di guerra, nella sala principale della fattoria §*§, la maggiore struttura del pianeta 8° del sistema, ed era chiamata a valutare, stigmatizzare, punire se ne era il caso, alcuni comportamenti tenuti dai Combat durante l’ultima campagna contro gli alieni, che molto avevano inciso su una non perfetta riuscita militare dell’operazione e dato adito a lacune di efficienza causando incertezze sulla piena conclusione della campagna.
L’accusatore era in piedi su un pulpito, fregiato da tutti i lati coi graffiti della compagnia e della Confederazione delle 7 Stelle, in una sgargiante tunica cremisi, bordata da una striscia dorata, e sul petto l’immancabile segno del rango e l’identità M132, vistosamente ricamato.
L’anfiteatro era gremito da astanti interessati ad esserci più di quanto potesse davvero avvenire , tanto era scontato l’esito del procedimento giuridico, per un richiamo ai primordi che i fatti avvenuti, richiamavano, ma all’ordine del cancelliere si fece silenzio. Con voce pacata, autoritaria e autorevole e rivolto al pulpito dei giudicanti:
- il convenuto C11.21, Ufficiale di Accademia, al comando di un drappello di incursori impiegato nella battaglia di Libera l’Ottavo di Balum e penetrato con i suoi dipendenti nel covo sotterraneo, dopo apprezzabilissimi interventi militari di bonifica vitale dagli alieni sopravvissuti al bombardamento, rientrava al mezzo da sbarco ed alla base, portando seco materiale saccheggiato assolutamente proibito dai regolamenti e dalle leggi della nostra comunità. Come noto i Combat hanno diritto al saccheggio delle proprietà aliene, ma si devono rivolgere soltanto a materie veniali, commerciali. C11.21 si è reso responsabile della indebita appropriazione, possesso, consumo di sostanze destinate al culto e ai riti dell’alta gerarchia del paese. La qualità, la quantità, il valore simbolico della sostanza, supera di milioni di Cosmic il prezzo di un barile di frodis e mette in discussione la legge, la gerarchia, l’ordine del sistema. L’ordine, soprattutto.
Il mormorio di consenso accompagnò le ultime parole del magistrato e brusii di commento circolarono per qualche breack tra le file di poltrone, poi l’attenzione fu rivolta verso una grande porta della sala dalla quale stavano entrando – vestiti di povere tute grigio sporco – con l’indicazione dei dati personali stampati in caratteri a inchiostro, commerciali, una decina di individui a capo chino, che vennero sistemati nello stesso recinto di cristallo nel quale sedeva C11.21. Mentre prendevano posto, l’altro si pose in un piccolo podio, in attesa di prendere la parola o rispondere alle domande.
- per quanto precede, continuò il magistrato, le pene previste dalla nostra legge coloniale, sono: l’alienazione mistica, che consente al condannato di mantenere il grado, il nome, la memoria; oppure l’epurazione e l’esilio in una delle colonie ai margini, per il resto dell’esistenza; l’alienazione mistica è il massimo riconoscimento che un Evoluto possa avere neri confronti della propria gente sebbene in espiazione di una colpa ed ha grande significato perché – come sapete – ricorda rituali preistorici della nostra grandezza. Ho voluto ricordarlo perchè sono molti balumar che la nostra giustizia non aveva occasione di emanare una simile sentenza.
Un G003, Giudicante, l’aveva finemente decorato sulla tunica viola, evidentemente molto anziano, grinzoso e la voce soffiante, ma dallo sguardo guizzante, intervenne:
- la corte ha interesse a conoscere le varie modalità con le quali il misfatto è stato consumato, più particolari saranno narrati più alto sarà il concorso unanime al giudizio, e l’esecuzione della pena, secondo il rito ancestrale dell’alienazione mistica, renderà sublime l’esecuzione.
Nuovo diffuso mormorio di approvazione tra gli astanti che si affievolì e si spense, quando M132, rivolto a C11.21, in tono basso ma imperterrito, lo invitò a narrare i fatti, dei quali era responsabile.
-è stata una battaglia esaltante congeneri magistrati e consiglieri. Dopo lo sfondamento della parete blindata e l’incursione dei nostri teleguidati ad esplosione successiva e fosforo deflagrante, a cura dell’astronave ammiraglia, cadute le temperature in maniera accettabile, io ed il mio reparto, come altri comandati, abbiamo fatto irruzione nelle gallerie e soltanto in profondità abbiamo trovato gli alieni, per lo più smembrati dalle esplosioni o carbonizzati, nessuno – miei signori – nessuno, in vita, di quelli che io ho potuto vedere, nonostante accurate ricerche. Era tanta l’esaltazione del successo ottenuto, totale e plateale che nessuna resistenza era stata opposta, che abbiamo intonato i cori antichi delle nostre genti all’alba della storia. Danzando e cantando, abbiamo raccolto i corpi dei nemici, con almeno parti riconoscibili, e l’abbiamo portati all’acquartieramento. Un Combat del mio reparto è chierico del culto libero di Baahl e si è incaricato di organizzare il rito e la cerimonia dell’Alienazione Mistica del nemico.
Si stava diffondendo agitazione nella giuria e molti deglutivano rumorosamente e ancora bevevano del liquido che avevano a disposizione, altri si detergevano continuamente la bocca.
- Quando tutte le lune di Balum furono alte nel cielo – proseguì C11.21 – il sacrificio ebbe inizio e l’ostia consumata come da tradizione: ridotta in piccole porzioni, aromatizzata, fu alienata anche disciolta in frodis e bevuta dai calici, in nome e onore della nazione tutta.
Ora, anche i consiglieri anziani salivavano e non lo nascondevano più di tanto. Gli occhi di tutti mandavano bagliori sinistri e una grande agitazione prese la platea. Ma la voce stentorea, questa volta, di M113, ordinò:
- contegno, contegno, o faccio sgombrare l’aula!
ma anche lui aveva quel bagliore sinistro negli occhi. Non ottenne gran che, si agitavano tutti sulle poltrone, blateravano qualcosa all’indirizzo dei prigionieri, con gesti esaltati se li indicavano rispettivamente e salivavano copiosamente.
All’improvviso un giovane, lo si capiva dallo smeraldino della sua epidermide dorsale, ora che si era liberato degli indumenti, scavalcò d’un balzo il recinto dei prigionieri e immediatamente una specie di barrito stridulo a molte voci si alzò dalla platea e la torma indistinta, infuriata, degli astanti si lanciò, scavalcandosi, spingendosi e colpendosi, all’interno del recinto formando una catasta di corpi agiati e striduli acuti di sofferenza emergevano dal mucchio. Subito liti e brandelli di corpi strappati di artiglio in artiglio e colli e teste che si immergevano nella massa dei corpi riemergendone coi musi imbrattati di “sangue” e subito di nuovo sotto. L’orgia durò diverse bal e terminò, quasi per sfinimento dei più, tuttavia satolli perché un buon terzo degli occupanti la platea, oltre ai prigionieri, furono dilaniati e ingurgitati dai consimili.
Gli organi di informazione della Confederazione delle 7 Stelle del balm dopo, annunciarono che giustizia era stata fatta, che i disordini erano rientrati e le vittime dovute ad un raptus collettivo, indotto dalla esaltazione per la nuova vittoria conseguita sugli alieni dall’Esercito di Pacificazione e Civilizzazione Galattica.

S.O.S.
- Finchè c’è luce si può cacciare quasi impunemente, che gli alieni, non possono individuarci, grazie ai raggi termici della stella, fino agli infrarossi, che occultano le nostre difese della stessa gamma. Ma di notte, loro hanno attrezzi capaci di leggere nel buio le più piccole emissioni di calore. Non possiamo avvicinarci alle loro installazioni, di non so quanto, che sei ucciso.

Gli scavi planetari, enormi, che hanno praticato nel terreno per asportarvi quel minerale verdino, per loro così prezioso da rimuovere una montagna di calcare per poche pietruzze di materiale, vanno – a mano a mano – riempiendo di spuria l’elemento gassoso, pesante, che aleggia qualche metro sulla superficie e fa da schermo ai raggi micidiali di Balum, per cui sui tavolieri, di giorno il calore e le radiazioni sono insopportabili, persino a loro con le protezioni lucenti e le nostre catture si fanno rare, alcune volte rarissime. Come questa caccia. Sono fuori da tante notti oramai, mi hanno inseguito due volte e ho dovuto lasciare la preda sul terreno e loro l’hanno portata via. Che ne fanno, visto che non la mangiano. Da quando sono qui, tutto pare velocemente cambiare e certe cose scomparire o trasformarsi talmente che non riusciamo ad utilizzarle. Molti di noi sono andati in altre zone, per sopravvivere. Oramai aspetterò il sorgere di Balum, questa notte ho già rischiato troppo e poi, in fondo, preferisco catturare un gracidante che un viscido, anche se è più combattivo e resistente. La mia compagna avrà provveduto ai piccoli con qualcosa : nidiate, germogli o nuotanti, certo qualcosa devo portare se no è fame per tutti, al ricovero.

Si acquattò in un anfratto, si rassettò le vesti intorno al corpo, allacciandole strette, nella notte la temperatura scendeva più di quanto il giorno saliva e sebbene affamato, bloccò in allarme la parte vigile della mente e consentì a quella che presiede il corpo muscolare di rilassarsi. Due luci violente, due fari di luce gialla, trafiggendo l’oscurità perlustrano il terreno denso di vapori, oltre quelli emessi abbondantemente dal carro che procede dietro un sommesso potente ronzio. Passa oltre, rasentando il rifugio, sebbene le antenne per captare ultrasuoni e infrarossi, sondassero lo spazio con tentacoli invisibili elettronici, ma l’indigeno si era destato, immobile non tradì presenza e la rilassatezza corporea produceva un minimo calore, che non venne rilevato, forse la strumentazione di bordo non era ben calibrata. Si mise a pedinare, a prudente distanza, il mezzo meccanico che procedeva scegliendo il terreno senza eccessivi ostacoli. Quando si fermò, vicino ad una grande pozza di frodis , quel liquido venefico per gli indigeni ed esilarante per gli alieni, preso in dosi modeste.
- Se scendono dal carro entrambi posso tentare;
si disse, mentre strisciando di riparo in riparo si avvicinava al blindato, ormai col propulsore al regime minimo. Si aprì il portellone di fianco lasciando balenare l’illuminazione lattescente dell’interno, che disegnò l’apertura sul terreno. Ne scese una figura in scafandro, bipede inequivocabilmente, con due arti ai lati del corpo, nella parte superiore, e sopra, al centro dentro un casco ovale, per la testa dell’essere. Si diresse lentamente alla pozza tenendo in mano un oggetto come un recipiente a bocca stretta, si inginocchiò difficoltosamente e immerse il recipiente nel liquido colloso due volte. Mentre si rialzava, un altro di quegli esseri, uscì dal portello, dirigendosi verso la pozza con il mano lo stesso recipiente, sembrava una manovra di scambio perché l’altro stava per rientrare. Rapido più di qualsiasi fiera nota, con una mole doppia a quella dell’alieno, si precipitò contro quello che rientrava e lo urtò tanto violentemente che lo fece stramazzare a terra dopo aver urtato la struttura del veicolo con un rumore di ossa rotte e per il contraccolpo si era spezzato il collo. Senza badargli più di un secondo, si avventò sull’altro, ancora chino alla pozza, afferrandolo per il casco e affondando l’arpione tagliente nella connessione elastica tra il casco e il tronco del corpo, che consentiva i movimenti corporei indispensabili. La pressurizzazione dello scafandro fuggì con un sibilo e l’aria si condensò immediatamente, ghiacciando in grani. Da quall’apertura, corrispondente alla ferita fisica, esplosero all’esterno, visceri e organi. Il sangue si congelava in getti, subito. Con movimenti rapidi e violenti, liberò il corpo dello scafandro e rivestimenti interni e mentre tutto gonfiava e si lacerava a dismisura, si trattenne ad osservare – un attimo - quelle sembianze gracili, bianche, lisce, glabre e senza scaglie, viscido, quasi ripugnante, prima di cibarsi di quella delicatezza. Ma lo incuriosiva più di tutto la testa, con la bocca piccola, labbra rosse carnose, denti piatti, e gli occhi cigliati, espressivi, comunicativi alfine. Ora erano sbarrati dal terrore, spalancati e l’iride azzurra era luminosa alla strana luce dell’alba di Balum, ottavo pianeta del sistema KH280. Il veicolo, programmato su “allarme”, data la eccessiva assenza dell’equipaggio, si attivò inviando alla base, segnali radio di S.O.S.

L’estate, al mare
La vernice spande odore di ragia dagli stabilimenti balneari nelle buone giornate di primavera verso monte o verso il mare a seconda dello spirar del vento. S’imbellettano a nuovo cabine sedie a sdraio lettini ringhiere e recinzioni per mostrarsi al meglio a vecchi e nuovi avventori della nuova estate. Anacleto della Mariona, lavora di raschietto e pennello calzando i guanti, il raffinato, che presto hanno da arrivare le “stranger” e il liscio delle mani è fondamentale, d’altro, il lessico il galateo nostro, che ne sanno. Tutti pescatori di ritorno, ora pensionati d’altro rammendano reti, spannocchiare, tramagli. Si “armano” nasse e fascine per catturare maruzze anguille, polpi , di cui il villeggiante troverà fantastico cibarsi. Ed i rastrelli, di ultima generazione per pescar telline, in acciaio inox 18-10 il massimo, contro l’acqua salsa, pronti con cinghie nuove, ben fissate.

Già i sabati e domeniche d’ora, bel tempo correndo, alieni di pelle scura sondano i pochi avventori delle spiagge con collanine, foulard, orologi, pronosticando migliori affari a luglio. E Leo, “mani di fata”, passa una mano di “candore” al contenitore col quale reca, tra gli ombrelloni, bomboloni inzuccherati, leggeri come nuvole, da mani di fata appunto, a due euro l’uno. Gli anziani, seduti sul muretto della rotonda contano i giorni belli dell’anno scorso, che furono assai, ma quest’anno, col mite inverno che c’è stato…..uhmmmm, sarà dura! Mai come quella del ‘66…e via bernaccando fino all’ora di pranzo.

E’ tutto un lavorio, come attrezzar una festa con l’impeto, la voglia d’una cosa nova eccezionale. Ritinge strisce e segnali il comunale; si arieggiano e nuova tinta alle stanze per l’affittanza prossima. L’opra tutta riprende dopo “il ghiro” invernale che di questo nasce e vive la gente dei posti di mare. E senza averne vera coscienza, vivrà il ciclo estivo come sempre buono o cattivo, tirando innanzi con innata pazienza.

Poi, lei, “l’estate”, scoppia improvvisa, subito esagerata, calda sudata abbondante di promesse goduriose. Portando, un lunedì, branchi di visi pallidi, con costumi da bagno sfavillanti di vetrina, intrigantemente a segnalare curve, protuberanze, incavi e rilievi, strabordanti a volte. E bambini, come cuccioli in libertà, avvinghiati da salvagenti a ciambella a papera a coccodrillo delfino orca e chissà che altro, quest’anno, sotto l’occhio vigile e preoccupato della …nonna, che quelli della mamma e del papà sono richiesti su altri obbiettivi, urlazzano sulla battigia liberatoria, alfine, dalla moquette azzurrina sintetica, di casa. Gli addetti al salvataggio, esibendo una epidermide protevitaminica da concorso, color riace, fanno gli onori di casa e selezionano, pro domo loro, le papabili per le serate ballerine sulla terrazza dello stabilimento e poi…Pan satiro cupido volendo, qualcuno inciderà una nuova tacca al calcio della propria colt o del beautycase, storie veloci, velocissime, da consumare subito, via dagli occhi indiscreti o sotto gli occhi di tutti. Favole di stagione, e come le stagioni, anche l’estate, quella turistico-balneare, se ne và, portandosi via quell’effimero che è successo o, al peggio che poteva succedere, lasciando in bocca sapori dolci e amari, che ognuno rimuginerà a casa sua.

Laslo
                            Era detenuto da quando l´ONU era riuscita a imporre un po´ di tregua in Serbia, più esattamente in Cossovo. Era stato un reparto di militari nordici ad arrestarlo, su segnalazione di un gruppo di donne, in un piccolo centro musulmano distrutto dalle milizie serbe. Alla periferia del villaggio esisteva, da secoli, una bellissima chiesa ortodossa con annesso convento di pochi frati, da sempre; lì s´era rintanato e fu stanato, su istigazione dei contadini che, a modo loro, allertarono i militari sul possibile pericolo che andavano affrontando.
                            Periodicamente nel corso della snervante sanguinosa guerra domestica, faceva incursione nel villaggio, razziava specialmente bambini, ragazzi e giovanotti. Sempre solo, armato fino ai denti, sfrontato arrogante, che gli uomini abili del paese erano alla guerra o alla macchia. Neppure i frati del convento, intervenuti pietosamente, erano riusciti a fermarlo. Catturava i giovani maschi con la minaccia delle armi da fuoco, che aveva abbondanti, legava loro la mani dietro la schiena col fil di ferro, li portava nella legnaia del convento e, con un rito che aveva della follia, tagliava loro la gola, buttandoli poi sulla strada. Si faceva consegnare cibo e bevande, tornava nella boscaglia fino alla successiva razzia. Mai con commilitoni giovani o anziani, lui poteva avere vent´anni o poco più. Vestiva l´uniforme slava con insegne di reparto e grado, delle quali pareva fierissimo.
                            Si era saputo di altre atrocità commesse dai serbi, stupri, mattanze di gruppi interi, sepolti poi in fosse comuni, anacronistiche rivendicazioni di sovranità perdute nel medio evo o ancor prima. E la componente religiosa a far da catalizzatore quando non possibile una motivazione più accessibile, specialmente alle popolazioni marginali dell´agricoltura e pastorizia tradizionale, più disponibili alla pacifica convivenza pratica, interreligiosa e interrazziale.
                             Laslo : una cariatide assurda, solitaria e introversa, determinata a distruggere quelli che nella propaganda politica erano stati indicati come figli del diavolo, oppressori, aggressori, anticristo e via delirando. Dagli interrogatori cui venne sottoposto emersero sconcertanti particolari sul suo addestramento, come ardito incursore. Completamente plagiato politicamente e moralmente, sentiva la sua missione altamente patriottica, liberatoria dall´odiato turco-albanese e mussulmano che calpestava la santa Serbia cristiana.
                            Dunque, perché i giovani maschi : perché non si riproducano; perché quel modo barbaro di uccidere : perché sono dei maiali e così ci hanno insegnato ad ucciderli. Al campo scuola i giovani più promettenti facevano pratica su giovani porci. Gli si ponevano a cavalcioni, con la sinistra afferravano saldamente il grugno alzandogli la testa e con la destra, armata di coltello affilato, con un colpo netto gli aprivano la gola, da guancia a guancia. Poi i porci finivano alla mensa truppa.
                             Pochi giorni dopo che la sua immagine aveva attraversato le TV di mezzo mondo: lui ancora in uniforme, magro, capelli rossicci, approssimativamente tagliati corti, barba incolta e gli occhi azzurri, sbarrati, allucinati, increduli, neppure umani, porcini quasi; un parente chiese di poterlo vedere. Era il nonno materno, un contadino piegato dalla fatica più che dagli anni, fece giorni e giorni di anticamera, praticamente senza mangiare e senza raccogliere, meno che mai usare, le monete che i passanti buttavano ai suoi piedi sulla scalinata del palazzo di giustizia. Quando gli interrogatori ebbero termine, il vecchio fu ammesso alla presenza del giovane e senza por tempo in mezzo, disse interrogativamente : tua madre ha perduto i tuoi fratelli e sorelle, un braccio ed una gamba. Io sono vecchio, chi penserà a noi ora?
                              Laslo piegò appena un angolo della bocca, incomprensibile se un sorriso,  forse compatimento, e si avviò muto per il corridoio, tra i carcerieri : piangendo.

Il soldatino
Angoscia, paura, e disperazione spremono l’ultima goccia dalla sacca lacrimale che riga a fatica la polvere, sul viso scarno del soldato, accoccolato nella trincea sotto il sole implacabile, là ai margini del deserto a difendere una linea per lui assolutamente immaginaria.
Tutto lo schieramento attende l’attacco imminente. I ricognitori nemici avevano solcato veloci il cielo più volte; i bombardieri avevano arato quel magro terreno pietroso, facendo volare attrezzature e brandelli umani attorno. Ora da pochi minuti tutto taceva, solo indistinti rumori lontani, quelli, dicevano, erano il preludio, il segnale dell’attacco di terra.
Stringeva il fucile spasmodicamente, tentava di guardare oltre l’argine del riparo senza avere la forza d’animo di sporgere la testa ed erano le orecchie che facevano il lavoro maggiore. Accanto, il compagno d’armi, male in arnese come lui, sembrava ipnotizzato con lo sguardo ad est, lato dal quale avrebbero dovuto arrivare, quelli. Non si erano parlati da un’ora, avevano eseguito gli ordini di spostamento e di postazione senza fiatare, spinti più che pronti, a fare quello che si doveva, purchè finisse tutto, presto. Ora si scambiavano occhiate interrogative ammiccando col capo l’est e alzando contemporaneamente le spalle.
Apriva e richiudeva meccanicamente la leva dell’otturatore quasi fosse impaziente di entrare il azione, ma era un movimento tra il conscio e l’inconscio, il tentativo di esorcizzare il momento in cui sarebbe stato necessario farlo davvero, bene e in fretta. E l’attesa divenne insopportabile oltre. Il silenzio sembrava farsi totale, il respiro affannoso e i battiti del cuore acceleravano di più. Lanciò un urlo selvaggio e con un salto fu fuori brandendo l’arma, alla quale aveva innestato la baionetta, e attuò una posa aggressiva e ferma, come mille volte alle esercitazioni.
Non c’era nessuno là fuori, verso est. Nessuno era uscito dai ripari amici di destra e sinistra. Nessuno dalle linee posteriori. Il cielo sgombro, i rumori che aveva sentito in lontananza, sembravano ancora più lontani. Qualcuno gridò l’ordine di ripararsi e tornò dentro la trincea. Era sollevato e non sapeva perché. Il compagno lo guardò come inebetito dalla sua estemporanea manovra e scrollò il capo.
All’improvviso, come sorto dal nulla, il rumore di volo di un elicottero in avvicinamento. A bassa quota e con un rumore aggiuntivo inconcepibile al momento: musica, musica araba. Poi una voce femminile, matura come di una madre, che invitava nella sua lingua, a lasciare le armi prima di dover lasciare la vita. Che sarebbero stati rispettati, rimandati a casa dalle famiglie, vivi e liberi.
Cercò con lo sguardo il compagno, spiò oltre il terriccio verso la postazione del comandante interrogandosi. Frastornato dalla novità bellica, imprevedibile, almeno per lui, incapace di valutarla. Ordini secchi e perentori di restare in postazione, arrivarono subito e col tono minaccioso di sempre, consueto ma qualcosa gli diceva che doveva esserci del nuovo.
L’elicottero passò ancora, questa volta qualche sparo si udì e urla di improperi. Un giro ancora poi si allontanò. Subentrò il rombo potente dei motori dei carri armati. Le vedette gridarono gli allarmi ma non seguirono ordini. Si alzò e vide centinaia suoi commilitoni che lasciate le postazioni, a mani alzate, lentamente, ma inesorabilmente andavano incontro alle avanguardie delle corazzate.
Un automa bardato come una macchina da guerra, gli intimò di inginocchiarsi. Gli girò attorno dicendo cose che non capiva, si alzò il visore parasabbia e dagli occhi azzurri, mandò un lampo di simpatica pietà, un sorriso tranquillizzante ma sovrastante. Lui ruppe in lacrime, questa volta abbondanti, liberatorie, e non ricordò mai se furono di gioia per la scampata morte o per l’umiliazione della sconfitta.
Aprile 2007

La colomba.
All’inizio era il simbolo dello Spirito Santo, potenza e purezza promanante da Dio stesso. Poi di purezza in purezza sempre più vicina al mondo terreno: pura come una colomba è la vergine pulzella, e la paloma blanca come la neve, dagli ostensori cattolici fino alla colomba della pace, di picassiana invenzione, adottata dal movimento politico ateo per antonomasia. Romanticismi trasversali. Ma è a Rocca non so più cosa, nel nostro Sud religiosissimo e paganissimo insieme, che la colomba ha avuto una consacrazione metafisica popolare.
Era festa grande, del patrono, concomitante alla festa immemore del raccolto per cui ludi virili di arrampicatori su pali della cuccagna, vendite di giovani animali da macello o allevamento, dolci, chincaglierie, stoffe. E messe, rosari di ringraziamento, qualche matrimonio, molti onomastici dedicati al santo patrono e misteriose riappacificazioni e, soltanto di rado, qualche resa di conti, con coltelli e “ferri” (armi da sparo).
Quest’anno erano venuti due arricchiti in america, soldi sulla statua del Santo, ricchi banchi di cibo e bevande gratuiti, festa grande e intervenivano anche dai paesi vicini, che la voce si spandeva come soffio di vento. Nella realtà del luogo e della gente, una riunione di parenti e amici, conoscenti e conoscenze nuove, presentazioni ufficiali dei promessi fidanzati-sposi, grandi pranzi e cene, abbuffate e bevute da primato, fino alla festa successiva.
Bianca Maria, una bruna ragazza di campagna di famiglia di agricoltori facoltosi, veniva presentata alla famiglia del promesso, questa di professionisti da sempre – notai e proprietari di terreni dati in affitto. Una vera cerimonia, i tavoli e le suppellettili coperte da tovagliato fine, lino e cotone, con frange e ricami preziosi; posateria d’argento e bicchieri di cristallo e tende in velluto appena stirate e fiori e piante dappertutto. Per Biancamaria ? Quando mai, era lo status della famiglia Garrone, quella del fidanzato, che voleva evidenziare che alla moneta sonante del “cafone” (lavoratore della terra), si contrapponeva altrettanta abbondanza, lo stile, l’eleganza, la signorilità tradizionale della famiglia che aveva nobili ascendenti tra i vassalli della schiatta dei re di Napoli. La ragazza era prosperosa e sana e sebbene tenesse gli occhi bassi, come le avevano insegnato sin dal girello, pareva tutt’altro che una timida o intimidita. Come si usava quaggiù, il matrimonio era combinato regolarmente, non si dovevano disperdere patrimoni e casati, e i giovani si conoscevano a malapena.
Al culmine della giornata, quando il sole calando verso l’orizzonte, si incaricava d’arrossare il cielo laggiù dietro le colline e le campane, a stormo, riaccoglievano il Santo in chiesa, dopo aver percorso le due vie principali del centro, dal sagrato vennero liberate cento colombe bianche, che stordite dalla folla, alcune si impennarono e via, altre sbattendo qua e là guadagnarono il cielo, altre finirono tra le braccia dei numerosissimi astanti, specie giovani e ragazzi che tentarono di trattenerle. Grida di gioia e di divertimento sguaiato ma sano.
Uno sparo. La gente si diradò lasciando al centro di un circolo di occhi sgranati, bocche spalancate e prime urla di terrore, Biancamaria, vestita di bianco, con stretta tra le mani una colomba bianca e lo sguardo incredulo su qualcosa che ora si spandeva rossa sulla sua camicetta e sulla colomba, abbandonatasi inerme. Bianca, come allucinata, prese a correre verso l’ingresso della chiesa, entrò sempre correndo tra due ali di folla che gridava scomposta o al miracolo o al delitto, finchè raggiunse l’altar maggiore. Posò la bestiola bianca insanguinata supina, sulla tovaglia bianca e si accasciò di schianto a terra. Prima che qualcuno potesse prestarle un qualche soccorso, la colomba sull’altare si rialzò vispa, come in un gioco di prestigio e volò via, facendo un giro tra le navate e fuori da una vetrata aperta.
Bianca Maria aveva un foro di proiettile di piccolo calibro, nel costato proprio sotto la punta inferiore del cuore. Gli aveva sparato Giovanni il giovane amante, dipendente di suo padre.
Hanno sempre raccontato che la colomba non fu mai trovata perchè era l’anima pura di Biancamaria volata in cielo. Qui nessuno alleva colombi bianchi per cibarsene.

I fiori di Ardito
Ardito, lo chiamarono, in omaggio al nonno materno che aveva fatto la Grande Guerra, proprio in quella veste. Era figlio di un maestro elementare, un montanaro grande e grosso di vecchia famiglia di boscaioli, di poche parole, con un cuore grande così. Sua madre una donnina piccolina, frenetica nelle faccende, religiosissima, generosa e cordiale con chiunque, amante dei fiori più rustici, autoctoni delle pendici del Gran Sasso.
Aveva vissuto i primi anni di vita in un piccolo centro, fino alla pubertà, quando lo mandarono in un collegio militare perché potesse accedere alle scuole superiori e possibilmente all’università e oltre. La famiglia non aveva grandi mezzi economici per cui si riunivano soltanto in occasioni delle vacanze canoniche della scuola, tre volte l’anno.
Ad ogni vacanza si notavano i cambiamenti nel giovane, fisici e psicologici. Da timido ragazzino di provincia, si mostrava sempre più sicuro di se, al limite della spavalderia, quando venivano affrontati argomenti inerenti la forza fisica, il coraggio, la determinazione. Addestramento fisico mentale proprio della formazione militare. Diventarono suoi miti gli eroi greci delle letture, quelli più prossimi del risorgimento e, via via, fino ai contemporanei della filmistica, specie di produzione americana. Coltivava la prestanza fisica, letture sulle armi e armamenti, politicamente dichiaratamente nazionalista con un certa pregiudiziale antipatia per i cosiddetti liberali. Attendeva più l’occasione di cimentarsi con la vita delle armi che con una professione civile, come era nelle speranze della famiglia.
E la speranza, divenne, in qualche modo realtà. Poteva addurre i motivi di studio, per non soggiacere alla chiamata alle armi, ma colse l’occasione. Si arruolò volontario nel Battaglione Paracadutisti, fu brillante allievo della scuola di addestramento e come veterano fu accettato nel contingente che doveva recarsi in medioriente.
Il padre pur contrariato, non riusciva a nascondere un certo orgoglio per cotanta determinazione. La madre dimostrava tutta l’ansia che la tormentava mentre gli consegnava le cose, assolutamente importanti, che doveva portare con se. Il sacchettino – piccolissimo – chiuso con un cordino per appenderlo al collo, contenente una scheggia di pietra del giaciglio di S. Francesco della Verna, come reliquia che lo proteggesse dal peggio e una bustina di carta contenente alcuni semi dei fiori suoi preferiti, capaci di attecchire e fiorire nei terreni più aridi. “Portagli qualcosa di gentile, ti vorranno bene”, disse tra le lacrime la madre mentre gliela riponeva nel portafoglio.
Così partì guerrescamente bardato ed equipaggiato come aveva desiderato tanto, caposquadra brillante, fiero e deciso a fare quello che il paese gli stava chiedendo. La realtà di quella missione, dopo qualche tempo, divenne poco entusiasmante. Niente battaglie su fronti stabiliti, attacchi a postazioni difese, né sparatorie. Un lavoro snervante di controlli su controlli nella popolazione, nei villaggi, alla ricerca di pericolosi irregolari. Il pericolo di un agguato, di un attacco improvviso ma probabile era sempre nell’aria, sicchè la tensione nervosa era esattamente quella che doveva essere in una guerra, senza gli aspetti, diciamoli romantici – per alcuni.
Neppure la fine dell’avventura volle essere memorabile, l’automezzo su cui viaggiava con la sua squadra di scorta a tecnici di riparazione della linea elettrica, lontano dalla base, saltò in aria su una mina anticarro, andando completamente distrutto e gli occupanti fatti a pezzi, tanto che non tutte le parti fu possibile identificare esattamente e, per pura pietà, chiuse in bare con all’esterno l’indicazione dei dati anagrafici dei resti, che nessuno poté o volle verificare.
Anni dopo, quando la zona divenne appena appena accessibile, con precauzioni infinite, fu concesso alle madri di Ardito e degli altri, di recarsi sul luogo dove i figli avevano perso la giovane vita, per posarvi un devoto omaggio floreale e recitarvi salmi.
Paesaggi da racconti d’avventura, così diversi da casa loro, dove i luoghi di sepoltura sono quasi sempre locati in aree verdi, alberati di cipressi. Aridità come sfondo generale e tuttavia greggi di capre, cammelli, percorrevano i giallastri brevi orizzonti ondulati da piccole alture pietrose. Rarissime piante di acacia che esibivano un verde stinto allargando il palco di rami e foglie, lassù in alto, che sotto gli furono strappati o brucati. Altri scorci ancor più alieni, di strutture d’acciaio semoventi con clangori alternativi a pompa, sparsi qua e la, intramezzati da alte tubazioni che sfiatavano fiamme arancione e fumo nero continui, come bruciatori, dei quali spargevano anche l’odore. E pozzanghere nere, d’un ettaro, piene di liquido bituminoso con iridescenze blu-viola-verdastro, nelle quali sui riversava il prodotto di scarto pompato dalla terra. La strada sconnessa per chilometri, il caldo afoso, l’ansia di arrivare, provarono allo spasimo la resistenza di quelle madri, ma nessuna fece un lamento. La desolazione spalmata tutt’intorno dalla natura, pareva non meritare l’olocausto dei giovani che vi si erano immolati, ma questa terra nasconde nelle sue viscere il tesoro più ambito dalla civiltà contemporanea, ma non consola le madri.
L’autobus si fermò davanti ad un quadrato di terra sabbiosa e quando la polvere che si tirava dietro si diradò, si vide un recintato di recente con una palizzatina verniciata di bianco, attorno ad un rettangolo di terra bruciacchiata e una targa- sempre in legno – con l’indicazione dei nomi dei deceduti: grado, nazionalità, giorno mese e anno dell’evento delittuoso e luttuoso, scritto in inglese.
Piangendo senza ritegno, le donne scese si gettarono in ginocchio, prendendo a manciate la terra, baciandola.
La madre di Ardito rimase in piedi, sin da quando erano scese dall’autobus e aveva già prima guardato attorno, quasi volesse ammirare il panorama o fissarsi bene in mente il luogo. Poi, senza curarsi degli altri e loro di lei, si avviò lentamente oltre il recinto, puntando un punto preciso distante pochi metri più là.
Alzò le braccia al cielo, poi si coprì il viso con le mani e invocò Dio con voce rotta ma felice, come provenisse dal fondo dell’universo. Inginocchiatasi a terra, vicino ad un solitario cespuglietto di foglioline lanuginose, tra le quali spiccavano piccoli fiori celesti, ne colse alcuni, dicendo : “sono loro, di casa mia, crescono nelle pietraie, solo le capre li conoscono. E’ qui che è morto il mio Ardito “, se li strinse al petto e risalì, silenziosa, nell’autobus.

La casa dello spretato
                              La madre lo raccontava di continuo e sempre i suoi ragazzi, maschi e femmine ne erano entusiasti. Così continuò a raccontarlo ai nipoti, fin dall´età delle elementari, sebbene questa volta le figlie, madri a loro volta, non fossero d´accordo. “Ma a voi non ha fatto male la mia storia’, si scherniva, la Sora Nella e quando poteva continuava il suo racconto come l´aveva ereditato e, diceva, dovesse trasmetterlo.
                             Tanto tempo fa, c´era una casa alla periferia del paese, che era appartenuta ad un signore che viveva solo, del quale nessuno sapeva praticamente nulla dei suoi trascorsi e la sua vita antecedente il suo insediamento lì. Solo di una cosa riferì, una donnetta che era stata chiamata a fare delle pulizie particolari alla casa, in un armadio aveva visto una tonaca da prete e un paramento da messa in viola. Così scattò la consuetudine del nomignolo o soprannome “lo spretato’, che durò un paio di generazioni, finchè non accadde qual che accadde.
                               Nessuno ricorda esattamente quando, cominciò a circolare la voce che nella casa dello spretato, che nessuno alla sua morte reclamò in proprietà e restò disabitata per sempre,  degradando sempre più, si sentivano strani rumori in particolari notti di luna nuova, e certuni avevano visto strane luci ballonzolare da una finestra all´altra. Così per tanti anni il posto divenne una specie di attrazione per quanti si eccitano alle storie di fantasmi, al misterioso e si volevano cimentare con le proprie paure. Prese anche un aspetto pseudoreligioso, per il fatto dello spretato, che avrebbe commesso tante e tali nefandezze da essere allontanato dal sacerdozio.
                               Chi la temeva e non azzardava entrare nella casa, posava fiori alla vecchia ringhiera di ferro del giardino o vi appendeva corone da rosario e a nulla valevano le esortazioni contrarie del parroco. I giovanotti del paese facevano a gara a chi si avvicinava di più ai muri ma nessuno in tanti anni, aveva messo piede dentro, di notte.
                                I gendarmi fecero un sopralluogo, di giorno, e fecero rapporto negativo relativamente a tracce di presenze recenti nella casa, con l´esclusione di un particolare che non ritennero importante ma che, tuttavia annotarono. Sul davanzale del vecchio camino, in sala da pranzo, c´era un cero (un moccolo) da chiesa, grosso, quasi completamente strutto ma che pareva, come dire, fresco: consumatosi da poco. E se la casa era vuota da più di cento anni, qualcuno, doveva avercelo acceso di recente, sentenziarono i gendarmi.
                                Ma altri avevano visto quel cero, ma nessuno raccontò nulla, al momento o, scaramanticamente, non ritennero opportuno raccontarlo e quando incalzati, dissero che era roba vecchia, di qualche zingaro che aveva trovato rifugio lì per una notte.
                                “Quando era giovane la mia nonna materna’ andava imperterrita la Sora Nella, viveva in paese una famiglia numerosissima e uno dei maschi il  più anziano, bestemmiatore incallito, mangiapreti e dissacratore, soprannominato “il Diavolino’, anche per una sua somatica grifagna, veniva sfidato a entrare nella casa dello spretato, di notte, e portar fuori il cero, ma per anni non se n´era fatto mai nulla, che quando si eccitavano su questa faccenda, per lo più erano ubriachi. Ma la sera del giorno in cui i piemontesi entrarono in Roma a fucilate, il Diavolino, battendosi il petto, disse “Stanotte vo´ a prendere il moccolo’ e giù bestemmie. I compagni di bevute gridarono evviva e le pie donne si segnarono, snocciolando più velocemente il rosario.
                                   Venne la mezzanotte, l´osteria si svuotò per accompagnare il Diavolino, e anche l´oste fu della partita, chiudendo la bettola. Commenti in libertà, più o meno coerenti, schiamazzi e dalle finestre ancora illuminate si sentivano recitare i salmi. Il Diavolino, in maniche di camicia, con la giacca di velluto buttata su una spalla, sigaro a pieno tiraggio, precedeva il corteo. Appena un momento di sosta sul cancello di ferro abbattuto tra le erbacce, poi con espressione di compatimento verso chi restava lì molto volentieri, si avviò verso la porta. L´aprì, quasi abbattendola tanto era fradicia, si vide improvviso il lucore di uno zolfanello e la tenue luce fu ingoiata dalla stanza.
                                             Dire che lì fuori tremavano è troppo, ma annichiliti dall´attesa si. Di cosa nessuno sapeva dirlo. Poi dalla finestra che doveva essere la sala da pranzo, venne una luce come se fosse stato acceso un lume e subito si spense. Un momento ancora e il Diavolino apparve sulla porta della casa, in silenzio. Raggiunse  i compaesani senza proferire una parola: al chiaro dei lumi che recavano, si vide il pallore mortifero della sua faccia e i gli occhi sbarrati, grandi come non li aveva mai avuti. Aveva il cero tra le mani. Muto, sconvolto, incurante delle mille domande che lo inseguivano, andò velocemente verso casa sua. Si chiuse la porta alle spalle e si udì un urlo bestiale, forte, da riempire la notte.
                                               Nei tre o quattro giorni che restò chiuso in casa, i suoi capelli diventarono completamente bianchi. Dopo circa un mese venne portato in un convento di clausura dove tenevano i matti più intrattabili. Campò più di cent´anni facendo figurine di cera da moccoli strutti, manipolata con il calore delle mani.
                                                In paese nessuno o quasi sa più dello spretato, della sua casa che fu  demolita tanto tempo fa, perché pericolante e del Diavolino, i parenti lo dicono morto in pace, finalmente. Quelli come la Sora Nella, depositari della memoria, vantano la quasi elusività del ricordo, sempre intrigante.

Il cinghiale e il confino
C´era una volta,
tanto tempo fa, nella macchia intorno a Torre del Lago, un grosso “verro’ di cinghiale, che frequentando il sottobosco, le lame e qualche volta i campi coltivati dei poderi della “tenuta’, viveva in simbiosi con la natura selvaggia e la zona urbanizzata del posto, tollerato, anzi accettato, rispettato e, per certi versi, ambito. Era lo spirito libero del bosco, altero, orgoglioso della sua rusticità, a volte violento e irascibile, aggressivo e pericoloso, ma intrinsecamente e involontariamente generoso. Lo bramavano tutti: i cacciatori e i bracconieri, per trarne emozioni forti e carne da vendere, i signori che, con le sue parti migliori, qualificavano pranzi e convivii, i poveri, per arricchire una volta tanto, il proprio desco nelle festività e nelle ricorrenze, quando entrava nei tordelli, nella cacciatora, sulla brace, buono in tutti i modi. Nelle serate fredde d´inverno, era poi il piatto forte dei racconti truculenti sulle sue malefatte, delle cacce infinite da “safari africano’: cani sventrati, inseguimenti infartuali e, fucilate, fucilate  e  fucilate.
            Era l´anima schiva, sospettosa ma forte, ferina e misteriosa della macchia.
            Poi,  affascinato dalla  bestia che così magnificamente incombeva nella vita del sobborgo, un artista lo riprodusse in bronzo per immortalarlo, per destinarlo ai posteri con la longevità del metallo, a duratura memoria per gli uomini che non lo conobbero, che non lo conoscevano. L´amministrazione comunale committente, lo volle piazzare davanti alla chiesa, in Piazza del Popolo, venendo ad evidenziare, quasi a contrapporre, inconsciamente credo, il dualismo di sempre: sacro e profano, certamente presente nell´anima della popolazione.
            Da sempre correvano lazzi salaci, battute sarcastiche, feroci e poco eleganti epiteti tra i cittadini del capoluogo e quelli della frazione, e qualcuno troppo suscettibile, troppo acceso campanilista  per capire e apprezzare  la simbologia  che la fiera incarnava, preferì credere trattarsi di sprezzante accostamento verso quelli che abitavano “il confino’, quaggiù verso le zone selvagge, luogo ancora diverso da quello che si voleva centro della modernità consumistica, che Viareggio già evidenziava e, … non lo volle.  I più facinorosi  si adoperarono prepotentemente perché fosse rimosso dal piedistallo e portato via, lontano, dove non potesse più “offendere’ con la sua presenza.
              Sarebbe bastato un piccolo “excursus’, in qualsiasi modesto testo di araldica, per accertarsi che il cinghiale campeggia in decine di fregi di antiche famiglie nobiliari e stemmi comunali, per il significato di forza , coraggio e libertà, che gli è stato attribuito nei secoli passati, come del resto, al leone o all´aquila.                             
             Quel rifiuto fu come negare una parte della propria storia, e forse inconsciamente, ratificava il desiderio di trasformazione del paese, alla  ricerca spasmodica di diventare altro. La svolta definitiva per allontanarsi dal borgo rurale e somigliare sempre più ai divertimentifici che già riempivano i sogni  di ricchezza di moltissimi, anche se, proprio i più attivi, mescolavano di continuo il nuovo che avanzava con le melanconiche tiritere sui tempi passati.
             Accettare quel simbolo non voleva dire ancorarsi al  passato, ma riconoscere il proprio trascorso e guardare al futuro incombente con nell´animo il ceppo duro delle origini.
            Ora il nostro eroe langue in qualche angolo di pubblico giardino, di un paese che non lo conosce, quasi una caricatura di quello che significava, straniero tra stranieri.
             La sua casa è qui, vicino alla macchia a lui nota, tra i tanti che l´anno amato e temuto, apprezzato e ammirato, rispettato come coinquilino di questo mondo.

Il ciclo
Si cominciò a parlare di questa faccenda quando un giovane, brillante frequentatore di prestigiosa università di tecnologia, raccontò al preside, di essere stato oggetto di molestie sessuali, anche violente, nel giardino della scuola, da parte di una donna coperta dal burca. Se ne era liberato chiamando aiuto ad alta voce e contrapponendosi fisicamente alle avance della sconosciuta. Non seppe dire quale lingua parlasse né se veramente proferì parola, oltre gli ansimi e cupi mormorii. Un fatto analogo, accadde su un ascensore, non servito da lift, nel palazzo di importante compagnia assicuratrice, dove un avvenente funzionario, venne anch’esso fatto oggetto di pesanti approcci, palesemente sessuali, da una donna coperta completamente dal burca, azzurrino, che non rimosse mai, neanche quando tentò con forza di venire a contatto col viso di lui, baciare, pensò il giovane. Anche questa volta, le grida della vittima, fecero allontanare la malintenzionata e tutto finì con una lacunosa denuncia al distretto di polizia.
Cronologicamente, tra i due fatti, erano passati 28 giorni e 28 giorni dopo, in una cittadina vicina, nello spogliatoio di una squadra di calcio amatoriale, un giovane che si era attardato, solo, nelle docce, venne aggredito, morso e pesantemente malmenato, specie nei pressi dell’inguine, da una donna vestita di burca azzurrino, che lasciò la presa alle urla del giovane. Lui , in un primo momento, aveva fatto buon viso e soltanto ai modi violenti aveva opposto resistenza, reagendo e gridando. Non capì nulla di quanto la donna borbottasse, notò soltanto un “grosso” respiro affannoso, come se avesse giocato una faticosa partita di calcio.
A 28 giorni di distanza, su una spiaggia di mare, di notte, un gruppo di giovani, maschi e femmine si era radunato per un falò, cantare, suonare e bere birra, a luna piena illuminante, un urlo bestiale li spaventò a morte, tanto che dopo un primo accenno d’intenzione a verificarne l’origine, la maggioranza optò per andarsene e in fretta. Uno di loro, che insisteva per attribuire ad uno scherzo, quello che stava accadendo, si trattenne e all’indirizzo del buio attorno, mandava messaggi di sfida e contemporaneamente di invito a rivelarsi. Gli altri avevano già raggiunto le auto e si attardavano per aspettare il compagno, chiamandolo a gran voce, quando sentirono lui, gridare aiuto, chiamare disperato qualcuno. Non se la sentivano di tornare indietro, alla fine presi alcuni attrezzi a mo’ di clava, dalle macchine, tre di loro tornarono sui passi, sebbene non si sentisse più la voce dell’amico. Superata l’ultima duna, alla luce della luna e del falò, quasi spento, videro il compagno giacere a terra e un a figura azzurrina che lo sovrastava, frenetica. Urlando, tutti e tre, corsero verso il fuoco, mentre la figura incappucciata, si dava alla fuga velocemente, verso il buio. Il giovane era seminudo, coi panni a brandelli, specie i pantaloni. Aveva un’espressione terrorizzata, gli occhi sbarrati, vitrei e non proferì parola. Venne soccorso, portato all’ospedale, ma non parlò per giorni. Quando lo fece, ripeté il racconto dei precedenti, una donna col burca azzurrino, dalla lingua incomprensibile, gutturale e cl fiato grosso, ansimante, gli aveva usato violenza, tentando la copula, senza riuscirci. I compagni confermarono il particolare del burca, al quale però avevano pensato dopo, che il compagno l’aveva indicato. Anche in questo caso lo scopo dell’aggressione, sembrava essere la concupiscenza sessuale, però come nei casi predenti, l’aggressore non si scopriva il corpo o il viso. Forse la reazione provocata dai suoi modi non gli dava il tempo di farlo, si pensava.
Rimaneva particolarmente imbarazzante, per gli investigatori, che nessuno – dopo o prima dei fatti – avesse notato nei dintorni, ma anche non tanto vicini, nessuna donna indossante il tipico indumento e, nelle zone dove i fatti avvenivano, non c’era presenza particolare di mussulmani. Quei pochi che furono interrogati, avevano alibi confermati e non dettero luogo a maggiori sospetti.
Passarono 84 giorni, tranquilli all’apparenza, dato che, al momento, non si registrarono denunce di nuovi fatti simili, quando fu riferita l’aggressione ad un giovane tossicodipendente, che viveva con altri miseri, di notte, sotto la sopraelevata, nei pressi della discarica dei rifiuti.
Il racconto dei compagni di sventura, in parte, non si discostava dai precedenti: una donna, tutta coperta da una tonaca, si era avvicinata al giovane che dormiva tra i cartoni abbandonati. Non si interessarono più di tanto, poi ci fu un verso strozzato, come di uno impossibilitato a respirare bene. Scapparono via e soltanto alcuni avevano visto che la donna gli era sopra, a cavalcioni, frenetica a lungo. Avevano sentito gemiti di piacere che non avevano saputo però attribuire e poi, la donna, se lo era portato via, gettato sulle spalle, verso la montagna dei rifiuti.
Non che non li credessero, ma gli investigatori, fecero controvoglia le ricerche, tra il fetore delle cose marcite, rifiuti antropici d’ogni genere, ratti e gabbiani aggressivi. Soltanto la vista di cose rivoltate all’aria, li costrinse a scavare, e trovarono: il corpo del giovane, privo di vita, con i pantaloni a brandelli, graffi vistosi al collo e il torace e l’addome squarciato.
Uno dei barboni più curiosi, disse di aver visto – nel corpo del ragazzo – come delle palle da tennis mocciose, bianchicce ma, gli altri non gli dettero peso.
Uno degli investigatori, anni dopo la sua quiescenza, raccontò che all’istituto di medicina legale, avevano appurato che il ragazzo aveva nell’addome 28 uova di animale, assolutamente sconosciuto. Erano state mandate ad un istituto di ricerca biologica americano, e da allora non se ne è saputo più nulla.

Giorgio il bello.
                    Era da sempre lui, timido introverso, l´oggetto dei lazi, degli scherzi, della scolaresca, e non solo. Anche gli insegnanti si burlavano di lui, per l´aspetto sempre buffo, trasandato, non pulitissimo e sebbene piuttosto bravo in tutte le materie, non riusciva a guadagnare stima nemmeno per i migliori lavori di lettere o matematica. Mai un plauso. Ma era Giorgio, il suo boia quotidiano. Giorgio, sempre ben vestito, curato, estroverso e simpatico, benvoluto dai compagni e dai professori, osannato dai bidelli, ai quali recava pacchettini di dolcetti da casa. Giorgio il più bravo, il più intelligente, il più furbo. Sempre primo nelle competizioni sportive della scuola, della parrocchia; perfino nel catechismo. Non si peritava di farlo pesare, vantava i suoi meriti e prendeva sempre Lui, ad esempio negativo : “Ti ho battuto anche stavolta’, nella corsa o nella prova d´italiano in classe, “Hai la camicia sporca’, “Stai nell´ultimo banco, che è il tuo posto’, e non lo lasciava mai solo, quasi volesse infierire ma con una sorta di affetto, in quel modo crudele.
                     Vennero le superiori, Giorgio il brillante, continuò la carriera studentesca, alla grande e a lui toccava guardare, perchè pareva che il destino gli avesse riservato il ruolo di gregario e neanche di pregio. Ma continuava facilmente gli studi nonostante questi aspetti che lo rattristavano, lo ferivano ma li dimenticava, appena Giorgio gli rivolgeva la parola, in tono distratto, appena tollerante, perché Lui provava, come tutti, ammirazione e forse affetto, nei suoi confronti.
                      Giulietta, quella biondiccia, quasi rossa, disinvolta e simpatica, ragazza di punta della Prof di lettere e Storia dell´Arte, protagonista delle rappresentazioni teatrali scolastiche, portavoce femminile della rappresentanza studentesca, gli dimostrò simpatia. Lo intratteneva in affabili conversazioni e Lui si inorgogliosiva, quando i compagni e compagne li indicavano passando. Vincendo la cronica diffidenza verso i sentimenti altrui, finì per invaghirsi e innamorarsi a tal punto, da non pensare altro che lei. Ebbe crolli nel rendimento scolastico ma cambiò radicalmente il fare trasandato che si portava dietro dalle elementari. Gli concesse confidenze insperate: insieme a teatro e al cinema; al ballo di carnevale, alla gita scolastica al mare. Una coppia fissa, almeno così pareva e Lui era radioso, felice finalmente.
                        Al tempo degli Esami di Stato, si incontrava abitualmente con Giulietta in biblioteca per studiare, approfondire, preparare. Il passato sembrava secoli addietro, adesso sfoggiava un pizzetto diabolico molto apprezzato in giro, e si gongolava per questa nuova fase della vita. Anche il profitto era stato recuperato, il futuro era là, aspettava di essere agguantato.
Una bella mattinata, in biblioteca salutò la Sig.na Mariella, alla segreteria, che gli sorrise come al solito. Entrò in sala lettura e lo sguardo si precipitò alla ricerca dei capelli rossicci, al solito posto, vicino alla porta finestra sul parco. C´era, appena coperta da una figura maschile di spalle. Allibì ! si fece di ghiaccio. Era Giorgio, non aveva bisogno di vederlo meglio. Lo sentiva e fu preso dal panico. Voleva fuggire, ebbe come un conato e stava per avviarsi verso i servizi igienici, quando la voce di lei lo chiamò. Si bloccò, deglutì e si voltò sperando che l´allucinazione si fosse dissipata, il fantasma dissolto. Venivano verso di lui, lei radiosa, Giorgio che sorrideva con quei “cento’ denti bianchissimi. “Guarda chi c´è, è venuto qui per dirti una cosa che ci riguarda, tu sei importante per me. Voglio tu lo sappia direttamente da…’
                     Non la lasciò finire, una paresi istantanea gli serrò le mascelle, impietrì la lingua, dileguò il sangue dalle vene ed ebbe, un istante, un´espressione feroce. Si girò e scappò via. Nessuno dei coetanei lo vide più.
                     Pianse a lungo, si rose l´anima dal dolore, arrivando ad augurarsi il peggio che mai potesse accadergli e desiderò vendette atroci per lei e per lui, ma la vita lo portò lontano. Immaginò per anni mille modi di morte per Giorgio e non perdette mai la speranza che se ne realizzasse accidentalmente qualcuno. Poi cominciò a progettarne uno, omicida, da mettere a segno prima o poi. Si procurò lame affilate e nastri adesivi, garze e …….
                     Viveva ormai soltanto per la sua rivincita, crudele, sanguinolenta, atroce.
                      “Gentilissimi Soci del Lions Cittadino, siamo convenuti oggi per rendere omaggio ad un nostro concittadino, assente da decenni che lontano dalla sua città si è fatto apprezzare nella professione, nelle arti e nello sport dilettantistico, ottenendo riconoscimenti importanti, dando così lustro anche al suo luogo di origine. Da noi ha fatto le scuole di base e parte delle superiori, poi la sorte ce lo ha rapito, bentornato Prof. Mario Rossi…..’. Applauso prolungato, mentre i presenti si scambiavano occhiate interrogative, chiedendosi di quale passato lo speaker stesse parlando.
                       Si aggirava nel quartiere, irriconoscibile totalmente, lentamente, a causa della zoppia che l´affliggeva per quell´incidente di sci, ma ancora ben portante fisicamente, continuò a cercare qualcosa di familiare, inutilmente. Il giorno successivo si fece condurre dal taxi davanti ad un bel fabbricato architettonicamente di pregio, vecchio stile, non ben mantenuto, dall´apparente aria di abbandono. Scese con la valigetta degli strumenti chirurgici e si avviò tranquillo, freddo, verso il ricco portone di ingresso. Lesse il nome sulla placca d´ottone della porta: Giorgio Bianchi, e suonò il campanello.  Attese un minuto o due e suonò di nuovo. La porta si aprì lentamente senza preavviso. Apparve un uomo anziano, quasi calvo, curvo su un bastone e reggendo una curiosa borsetta collegata ad un tubicino, che un esperto avrebbe riconosciuto immediatamente come sacca urinaria, chiese con voce lisciante dalla mancanza dei denti : “Siii’. E lui, “Giorgio Bianchi! immagino’, “Certo, chi se no! lei chi è’, sibilò.
                    Costernato dalla realtà visiva, voleva provare rabbia, era pronto ad essere furioso e si ritrovò deluso, per non aver dinanzi la persona che aveva avuto fissa in mente in tutti gli anni passati e, solo ora ne era cosciente, dell´aspetto di Giorgio, adolescente, giovanotto, di allora.
                    Ma un immenso cielo gli si spalancò dentro, sorrise tra se, senza proferire parola, uscì, gettò la valigetta in un bidone per rifiuti lungo la strada.
                    Aveva un posto prenotato in classe turistica, su un volo per gli NY, non è più tornato qui.

Periferie della vita
Laggiù dove la città non riesce ad essere e le strutture, i cantieri si alternano come in una enorme discarica spaziale, buttati più che innalzati, finiti e no a tratti. Con strade appena stese e già bordate di rifiuti antropici: dai balocchi rotti agli elettrodomestici e altro fuori uso, giù da cementi sopraelevati, sinuosi, di progetti futuribili, abortiti o irrisolti ancora: c’è una convivenza multipla.
Di giorno tra fumi, rumorosi clangori metallici e scarichi di macchine movimentanti merci e risulte, via vai di fantasmi in tuta, indaffarati ma indifferenti, sino al tramonto del sole, che non recede per l’abbassarsi giornaliero all’orizzonte, ma annebbiato da polveri dense. Le parlate che si scambiano, in locuzioni stranamente amicali o di necessità lavorative, nascono e vengono “dall’Alpi alle piramidi, dal Manzanarre al Reno” , s’intrecciano e, tuttavia, da necessità mentalmente tradotte, coniugate, adattate, raggiungono lo scopo di essere loro comprensibili. All’ora della pausa pranzo, piccoli gruppi si accorpano in luoghi consueti, attorno a deschi di fortuna, angoli riparati dal vento, tettoie provvisorie o ad altro destinate. E si spargono odori e profumi di cibi vari, che da soli indicherebbero l’origine di chi si appresta a consumarli, molteplici come le facce, gli indumenti i modi di fare degli attori. Tornano “al travaglio usato”, più solerti, in apparenza, che la fine della giornata ora si approssima. Alle cinque della sera, l’un dopo l’altro, senza comando apparente, si avviano ai loro veicoli e si dileguano silenziosi come la pioggia caduta permea il terreno asciutto.
Quando ci cala la notte, che procede per rivoli a seconda dell’abbandono delle attività, buio più fitto lontano dai fabbricati, i quali sembrano conservare un lucore irreale da emanazioni atomiche, via via appaiono luci di primi veicoli; forano le tenebre, convergendo verso punti stabiliti. Si accendono fuochi improvvisi, scavalcati allegramente da fantasmi, che stampano ombre cinesi lungo i muri di recinzione delle aree dei mostruosi stabilimenti in riposo, che svettano contro il poco chiarore del cielo con le creste seghettate dei tetti, insieme ai tralicci di gru come colli ritorti di sauri.
Questa altra umanità finìtima, da quei muri di opifici incustoditi, in periferie ferruginose grigie lontane, manda messaggi colorati, tetragoni nelle forme, lampanti nei colori, alieni nelle curve e strappi infiniti
nel tentativo di comunicare, forse, un disagio, un invito o una minaccia. Oppure dire soltanto, la voglia di un volo lontano dalla realtà quadrangolare o cubica, chiusa, per chi come loro nell’orizzonte plumbeo, le luci metropolitane disegnano solo, quei profili seghettati di fabbriche fumose, alienanti. E nel cielo nero delle notti, può soltanto immaginare, stelle di stagnola appese a fili d’argento lunare dondolanti, tremolanti, per il vento freddo notturno.
Così nell’accamparsi sotto superstrade lucenti rumorose, indifferenti, consumano riti venosi stranianti, oblianti affetti e impegni, cercando nell’improbabile confidenza di una notte, un calore altro negatogli per viltà. Tentano una crescita personale, rivoluzionaria ma utopistica, perché arriverà, quasi certa e per prima, la sconfitta dalla vita “normale”.

P.P.P. (Partito Politico Papista) Riflessione
Sono anni che ci dilunghiamo a disquisire se i religiosi, preti, vescovi, cardinali e papi, abbiano titolo a interferire con i progetti e le realizzazione politiche di una collettività, che solo minoritariamente è religiosa praticante. Non si tratta di dirsi o no cristiani, qui si tratta di assoggettarsi o no al papismo. Anche se il Papa, la CEI o altri, sembrano parlare a tutto l'occidente cristiano,è qui in Italia, per loro politicamente penetrabile, che affondano la lama della censura etica e morale. Gli apostoli della prima era, andarono a evangelizzare al centro del mondo, Roma, per primo. Perché non vanno a catechizzare il centro dell'impero, USA, con esternazioni contrarie al divorzio, alla scuola di stato, ai diritti gay; catturando loro esponenti politici per immettere nel percorso legislativo atti di privilegio: docenti religiosi, nominati da curie, in scuole di stato; scuole private a sfondo religioso, finanziate dallo stato, ecc. ? Il Vaticano, il cui peso sull'Italia, fu soltanto alleggerito con la breccia di Porta Pia, ha cercato sempre di riappropriarsi di un suo secolare potere nella Ns società, talchè si è dovuto redigere dei patti relativi ai rispettivi poteri, come con una qualsiasi altra realtà politica. Quindi se di stranieri formalmente si tratta, come è possibile consentirgli di indirizzare inviti politici nel nostro paese ? O forse, siccome per questioni tradizionali - il papato fu potere temporale a Roma, nel Lazio, Marche e Romagna - l'Italia resterà per sempre feudo psicologico del Vaticano? Almeno aderissero al principio di reciprocità ! Vedrei con simpatia M.Pannella, e altri veri laici, tenere comizi o conferenze liberali, nei cortili vaticani. "non possumus" accettare che quella che oramai è una fazione politica, possa pontificare liberamente e gridare allo scandalo morale quando non la si asseconda. "Vade retro" papam!
Possiamo fare senza di te come gli 8/10 dell'universo.

Un albero cresceva…
Ciliegi e mandorli selvatici con gemme o incipienti fiori, grovigli di rovi di more con foglioline più minute delle spine, nascono e crescono liberamente, selvaggiamente, lungo una recinzione metallica, che racchiude cataste di tubi di cemento, nei quali, i monelli vanno a giocare a nascondersi; i gatti randagi si riparano dalla pioggia e vi figliano, nei punti più reconditi. Quasi uno spazio da fiaba, una domestica via pal o di moderni cartoons. Tra due cataste di manufatti, un pioppo bianco, si è fatto strada e ora agita le foglie chiare, alla brezza della sera. Sui rami alti, l'anno scorso, le cornacchie hanno fatto un grande nido di ramaglie, e ora si intravede parzialmente sfatto dalle intemperie, nel fogliame giovane, che si infitterà a nascondere la covata della prossima coppia.
Questo surrogato di giardino pubblico, accoglie, oltre ai ragazzi in cerca di luoghi avventurosi, riservate coppie di giovani innamorati e le donne anziane ci vanno "per cicoria". Per tutti il pioppo è il toponimo di riferimento, "il campo del pioppo", appunto. Pur nella sua non lunghissima vita, lui, il pioppo, ne ha viste tante da quei rami alti e quando a primavera inoltrata, dai suoi fiori cade la neve dei puffi pelosi portatori di semi, pare consolidare la sua preminenza sul territorio marcandolo inequivocabilmente. La sua liscia, chiara corteggia, reca i segni delle soste ai suoi piedi, cuori incrociati trafitti, iniziali o frasi amorose e sconcezze incise e scritte dal vandalismo dissacratorio dei più giovani. I rami più bassi gli sono stati strappati per falò giocosi e pei caminetti di povere case del vicinato, ma non hanno arrecato gran danno.
Dev'essere da un albero così che la piccola vedetta lombarda spiava l'avvicinarsi del nemico austriaco, e la pratica di scalar alberi può essere nata dalla proposizione della sua lettura a scuola.
Sulla strada attigua transitavano sovente veicoli militari, diretti altrove, ma costituivano curiosità apprensiva vederli passare, ed i ragazzi li avvistavano per primi. Ci si arrampicavano i più grandi, per dimostrare la valentia, il coraggio, il disprezzo del pericolo, quasi a mimare la mitica vedetta
ed era più bravo chi si arrischiava sui rami più alti e sottili.
Era tempo di guerra, i controlli familiari più lenti, erano più preoccupati d'altro e lontani da centri urbani politicamente più attivi, si poteva vivere un'adolescenza vera, agreste e selvatica, come i ragazzi agognano, specie i maschi.
Così il pioppo del campo del pioppo, con i suoi dieci metri di altezza, divenne il ring, il terreno di gara, il tatami degli scontri di tutti i giovinastri del paese. Più alto, più fragile il ramo, più gloria per l'eroe, troppo incosciente per valutare il rischio che correva. Però quasi in attesa, colei che non tollera indugi, d'alfierana rimembranza, venne a reclamare il suo tributo di tanta sfrontatezza.
Un giorno di vento, teso ma non fortissimo, le gare si aprirono nel primo pomeriggio, testimone d'eccezione, un giovanotto considerato pericoloso per le appartenenze politiche estreme che non nascondeva neppure davanti alla polizia. Era lì per applaudire il fratello minore che si sarebbe cimentato sul pioppo. Due ragazzi avevano già fatto la salita e discesa, segnato con una striscia di tessuto colorato, il punto raggiunto e tra le allegre ovazioni si godevano il successo e lo scampato pericolo. Mario, il fratello di Age, diminutivo di Agenore, il duro, si arrampicò seguito dalle incitazioni più o meno spontanee degli astanti. Lassù nel punto critico, oscillava il ramo sul quale il ragazzo procedeva e il germano da basso incalzava. Il "bravo" estrasse dalla tasca una piccola rivoltella e urlando si mise a sparare in aria, nessuno - asterefatti tutti - capiva bene quello che facesse, incitava teatralmente il fratello?
Ma un grido rauco basso ma forte,proveniente dall'albero, interruppe l'esibizione armata. Seguì il rumore di rami e frasche stroncati e spezzati, fino a un tonfo sordo a terra, alla base dell'albero: dal corpo di Mario, esanime, sfranto, uscì una specie di soffio. Basiti tutti, pallidi in viso con un'espressione terrorizzata, fissarono un lampo il corpo e fuggirono rapidamente, ognuno a casa propria. Age, con il viso marmoreo, si chinò sul fratello, lo raccolse sulle braccia, inerme, insanguinato appena e lo portò lentamente via, senza proferire verbo. Nessuno ha mai saputo o voluto sapere, la causa della morte di Mario. I compaesani nemici, politici o meno, della sua famiglia, hanno sempre sostenuto che il ragazzo fu attinto dal colpo di pistola del fratello, quelli distanti ma compassionevoli, sostenevano la tesi che gli spari avevano spaventato il ragazzo, che aveva perso la presa sui rami. Giorni dopo, il Podestà, fece tagliare il pioppo.

Lutto misterioso.
Eolo scodinzolava sul campo di grano giallo, sorvolandolo veloce creava mulinelli di spighe, quasi vive. Si avvertiva un leggero fruscìo, dai margini, il cozzare della seccia e dei chicchi maturi. Il fluire dell'aria umida non recava sollievo, che giugno preparava la campagna al solleone. Sulla via sterrata la bici a mano pesava trascinarla e ciò, in parte, giustificava la contrarietà al triste convenevole cui doveva approdare. Ma si deve fare. Lei lo chiese. Mai conosciuto, direttamente s'intende, il suo nome era stato sempre il più ricordato in casa, sempre associato a considerazioni positive, esemplificative ma, nulla di più. La fila di cipressi scuri, con la vetta ondeggiante quasi a cogliere le correnti d'aria, seguiva la via e induceva pensieri tristi più di quanto si avesse voglia. Quaggiù in fondo al mondo, un senso di abbandono voleva giustificare l'evento mortuario, tutti in nero, l'espressione mesta seria dei maschi, anche giovani, quella delle donne tragicamente esposta, esibita. Accolto benvenuto con una brocca d'acqua fresca, un bicchiere cristallino, un bacile di smalto azzurro e bianco, un asciugamano di canapa, giallino, con frangia. Intanto qualcuno faceva strada borbottando: "quanto bene si son' voluto con la su' mamma, da ragazzi", "non ha mai voluto sentire d'altre", "le ha sentite le canzoni, le poesie che scrisse per lei ? le hanno pubblicate, sa ?" e lui, basito, dall'improvvisa rivelazione, preda di rabbia che temeva non poter controllare, incapace di accettare l'idea balbettò :"cosa…chi….quando…?". ed ebbe pensieri irriguardosi, solo un attimo.
Si lasciò condurre docilmente, annebbiato, incapace di alcunché, verso la camera allestita per la morte, e pur riluttante lo incalzarono alla bara. Seta cremisi, tulle bianco…odore di vecchio e d'incenso, fiori enormi come girasoli e rose purpuree. Non riusciva a guardare dentro e temporeggiava mandando gli occhi in giro per la stanza. "guardi… guardi com'è sereno", incalzava la voce melensa di prima. E guardò. Un bellissimo viso di uomo maturo, austero, con rughe profonde: quasi cicatrici, che il biancore della morte , rendeva misteriose, fascinanti. Quasi dimentico sorprese un pensiero di apprezzamento e non si era accorto, subito, che qualcosa mancava, nel feretro. Così com'era acconcio non si notava.
Le mani giunte, legate dal rosario, erano troppo vicine al viso, il tronco...corto, le scarpe di vernice nera, a metà della bara. Quello splendido viso eclissava la deformità, non la percepivi se non stimavi le dimensioni del corpo. L'amore infantile della madre? Proruppe, commosso, irrefrenabile in un pianto a dirotto, pensando al dolcissimo sentimento che aveva, nonostante la realtà della vita, platonicamente condiviso, con quest'elfo dal viso bellissimo.


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