vRacconti di chemisette

Racconti di chemisette


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Armonia di luce
E lŽinerpicarsi sulla collina diventa salire gradini verso il cielo, verso un celeste colorato di bianche nuvole che illuminano in alto il vivere.
Ed il sentiero su cui poggi i piedi ricoperto tutto di margherite bianche, gialle, di fili dŽerba verde tenero ti fa sentire altro dentro e macchie di lavande blu, a distesa libera, ti iniziano a lavare lŽanima,con quello splendore umile che inorgoglisce gli occhi stessi, per quello starci in mezzo, simbiosi stessa che sconfina con il sentirsi parte infinitesimale di un esserci che incatena serenamente il vivere.
E stai per arrivare e su su in alto i colori si allargano a distesa, spaziano infiniti quasi a toccare il cielo, come quellŽalbero che, unico, si erge con i rami alti già pieni di gemme nuove, invito stesso al giorno che nuovo rinasce sempre.
E resti lì ferma un attimo e ti senti rimescolare dentro tutta mentre osservi muta il limitare,ultimo gradino di un muretto di pietra antica annerita da pioggia e vento e le tocchi quelle pietre e le senti care.
E vedi mani ruvide nel tempo cercarle tra la terra, sollevarle,riporle,simbolo di pazienza infinita,una accanto allŽaltra ,in fila.
E le riguardi ancora quelle pietre con quel loro essere poste in ogni fila senza spazi in mezzo e fila dopo fila ed ogni fila che, inizia dallŽintercapedine che esiste sempre, tra le due prime pietre che stanno sotto.
EŽ lŽantico vivere che assale forte il cuore.
E ti ci siedi sopra e le tocchi , ruvide, nere e te ne senti parte,lì dove la terra è confine unico al cielo.
Tra i fili dŽerba ,invitanti, ti chiamano nel loro viversi sparsi qua e là, i gruppi di piccoli papaveri e tu diventi erba nellŽerba e, libero il tuo corpo, ci si ritrova dentro e vivi, margherita e lavanda tu stessa, immersa felice dentro la stessa terra.
Alzi al cielo i tuoi occhi, terra che chiama, e sguardo perso nel celeste, vivi tu stessa lŽinfinito vivere.
Ti bagna leggera la luce, ti carezza appena appena una nuvola. Tu chiudi gli occhi,armonia tu stessa, che, libera gira ora, attorno - attorno.   

La casa di Ovidio
Verdi e gialle le macchie di colore si alternavano ad una terra che nulla aveva della mia terra.
Correvo felice, saltellando sempre, e, sempre, di nascosto, gonnellina bianca al vento, su quel preciso punto incantato della collina a pieghe.
E sotto, la casa irraggiungibile di Ovidio, e, incantava tutto di quel posto strano; erano mattoni fatti di sogno, come lo stesso suono strano di quel nome che era solo suo in paese.
E gli occhi senza sapere come, mi spaziavano su mille contorni, mai precisi, mai definiti, di un mondo dove il tempo, forse da tempo, si era fermato, per caso, a riposare.
CŽera quella casa sola, squadrata, bianca, solitaria e povera, coi vecchi tetti marrone tanto ma tanto rotti. Aveva da un lato solo due finestre, una per stanza, e solo i vetri, e senza imposte. Non c'erano mai stati i soldi per comprarle.

E stavo lì seduta su quel colle, per ore ed ore, ad aspettare Ovidio, giocando a fare buche nella terra ed a piantare gelsi, in profondo, come semi.
Alto, largo, immensamente ampio, solitario come il vecchio Ovidio, si ergeva accanto, grande lŽalbero di gelsi neri.
Ed io lì sotto quel grande ombrello, piccola, coi piedi sempre sporchi ma felici di un viversi la terra, giocavo con le pigne che attorno si perdevano nel nulla, e sempre lo stesso gioco, a nascondino.
Le nuvole nel cielo non erano mai aggressive lì. Erano da sempre i miei cavalli a dondolo
Ed io per loro, lŽapprendista fatina di un mondo dove non serviva avere una bacchetta magica.
Piano, sorridenti le nuvole, scendevano dal cielo
Ed addosso sempre i miei colori preferiti, lŽarancio un po' rosato ed il celeste chiaro.
Ed io infuriavo dentro, lì, per qualcosa che non capivo, ma che volevo forte, che mi bruciava gli occhi, le mani, il cervello; qualcosa che allora non capivo chiaro, ma che, oggi so, si chiamava semplicemente -Pace-.


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