Racconti di Alessandro Ciabattoni


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Prefazione
Se questi miei brevissimi racconti e riflessioni, daranno a tratti un' impressione di "fluidità" io ne chiedo perdono: ma è inevitabile. E' inutile parlare di composizione, in cambio, forse, sarebbe utile introdurre il concetto di conduzione. Un concetto chiarissimo a chiunque, da bambino (o magari da adulto) abbia mai giocate presso, nelle e con le pozzanghere: si fà una derivazione, si uniscono i canali tra di loro, si svuotano, si deviano in linea retta o in cerchio, finchè alla fine si fà confluire tutta l' acqua disponibile in un unico bacino collaterale per farle defluire ad un livello più basso.
Insomma io non eseguo altro (nelle mia mente) una specie di drenaggio o di prosciugamento della realtà, di ciò che vedo. In altre parole metto ordine, scrivendo, alle parole che mi confluiscono nella mente in frasi. Perciò chiedo indulgenza se ogni tanto queste narrazioni avranno un decorso un pò precipitoso, dislivelli, ristagni, insabbiamenti o confluenze fallite.
Racconti che non riescono a mescolare le loro acque.....


Trovare un alloggio
E' quasi impossibile, a Como, arrrivarci senza conoscere la città. Ma se contate, entrando dal tunnel del Cosia, (davanti al Setificio) otto pilastri -camminando verso il lago- vi trovate esattamente sotto l' inizio del primo "ponte".
Ci sono due ingressi: uno fra cancelli arruginiti e scale spezzate, l' altro è un varco nel muro a cui si accede dai binari della FNM.
Se si è al buio bisogna cercare di stare sulla destra il più possibile altrimenti si finisce in acqua.
E' questo l' ingresso preferito da vagabondi e senza tetto. E' questo l' ingresso che io usavo. La Polizia se viene (e non viene mai) usa l' altro ingresso. Perciò se riusciamo ad arrivarci siamo abbastanza tranquilli!!
Lo spazio intorno alle persone delimita il territorio. Ci sono Kleenex e giornali sporchi dappertutto. Se sei fortunato trovi anche una coperta da usare come materasso. Se ci sono donne non saprei dire; non ne ho mai viste ma sono convinto che ci sono anche loro.
Individui spettrali e semi nudi improvvisamente emergono dai posti piuù impensabili ed impescrutabili.
E' l' estate del duemilanove (2009). Fa caldo; la temperatura raggiunge anche i trentotto-quaranta gradi, con un' umidità altissima.

Non voglio che mi accada più!
Ma i miei ricordi si affacciano
Su di uno spettacolo pauroso
A causa della vastità dello spazio vuoto
Che c'è dentro di me.

Sulla suicidologia
Una parte considerevole di me, se non tutta, soffre di squilibri psichici di diversa entità. A volte sembro decisamente squinternato, sono in preda a psicosi e tratti paranoici.
L' autore di questa lettera lamenta diversi tipi di nevrosi. In più ha evidenti turbe caratteriali, come pure psicopatie che si manifestano in disturbi della vita familiare ed affettiva. E' stato un disperato in carcere e paziente in ospedali psichiatrici. Le difficoltà sul lavoro sono un fatto generalizzato. Gli studi gli segnano il passo. La vecchiaia, col suo carico di depressione è arrivata troppo presto. A volte afferma di aver compiuto un omicidio perfetto che non riesce a cancellare dalla mente. A volte si è dato alla religione in maniera così intensa che con il suicidio conta di accellerare la su ascesa al Cielo e l' incontro con l' Onnipotente.
Ha sofferto di turbe sessuali: omosessualità, travestimento, masochismo, donnaiolo ansioso, "ninfomane" incurabile e per chiudere in bellezza un forte complessi di Edipo e sicuramente soffre della sindrome di Peter Pan.
L' autore di questa lettera è stato un alcolosta cronico, farmacidipendente, tossicodipendente o meglio drogato.
E' arrivato alla conclusione (molto astuta ed intelligente) che il suicidio è l' unico metodo efficace per tenere sotto controllo la propria vita. Ha anche affermato di essere curioso ed affascinato di misticismo da non avere più la pazienza di attendere la sua fine naturaale, e di volersi suicidare per vedere cosa l' attende dopo la morte.
In genere, in quasi tutte le lettere che ha scritto, traspirava un forte senso di solitudine e di abbandono (sentimenti ben noti, per altro, anche a chi legge).
Chissà se questo autore ha, nel frattempo, già posto fine alla sua esistenza?!?!

Un tempo gli venne in mente di organizzaare un seminario sul suicidio che si svolse in modo molto conforme al programma che aveva stabilito.
Invitò un' oratrice, una psicologa, che tenne una magnifica conferenza sul suicidio e sulle misure per prevenirlo.
Accuratamente preparata, la lezione durò un paio d' ore.
Si trattava di un' illustrazione realistica ed oggettiva delle malattie mentali, delle difficoltà della vita, della ricerca scientifica del suicidio e di tante altre questioni correlate.
Il discorso commosse la maggior parte dei presenti, che in un silenzio assoluto si impressero nella memoria ogni singola parola. La causa del suicidio, fondamentalmente, era da ricercarsi, a parere della studiosa, nella disperazione esperienziale, ossia in quella condizione per cui una persona non vede più nella vita nulla che gli possa piacere o da cui trarre esperienze gradevoli o perlomeno sopportabili. La psicologa sottolineò ancora la natura peculiare del suicidio rispetto agli altri problemi psicologici: il suicidio continuava ad essere un tabù di cui si preferiva non parlare. Chi lo compiva, e le persone vicine, si guadagnavano la funesta etichetta di malati. Per la famiglia, in particolare, il suicidio comportava una catena di situazioni alquanto penose proprio a causa dei tabù.
I partecipanti al seminario di suicidologia fecero onore ai servizi del ristorante e ai tavoli si ordinavano birra, vino e anche liquori. Servivano a farsi coraggio. Ognuno poteva parlare dei propri problemi. In tanti comunque si sentivano imbarazzati all' idea di parlare a freddo della propria morte.
L' autore di queste pagine ed organizzatore dell' evento parlò per ultimo. Aveva passato la quarantina e riconosceva di aver passato una vita dissoluta. Per anni ed anni si era lasciato andare ad ogni genere di perversione per quanto sempre convinto che non fosse nè buono nè giusto. Aveva sofferto senza rendersene conto, di disperazione esistenziale, finchè un giorno la crisi era precipitata in un' angoscia profonda. Infine l' ex-moglie non gli permetteva di vedere i figli, ma gli alimenti, quelli si che bisognava pagarli puntualmente.
A questo punto tra gli invitati ci fu chi avanzò la tragica proposta di un gigantesco suicidio di massa che riscosse, sorprendentemente, un ampio consenso.
La decisione unanime di suicidarsi avrebbe rappresentato una soluzione sicura e in qualche modo affidabile. Vennero avanzate anche proposte concrete. Il pensiero più fantasioso sul suicidio di massa fu formulato da un giovane balordo. Era convinto che sarebbe stato meraviglioso porre fine ai propri giorni buttandosi in mare da una mongolfiera:
"Affittiamo tutte le mongolfiere del paese e facciamoci portare dal vento in una qualunque direzione della costa in direzione del mare. Facciamo scoppiare i palloni e ci inabissiamo nei flutti! Nel dolce vento della sera si innalzano cinquanta mongolfiere. In ogni navicella una mezza dozzina di aspiranti suicidi. Si prende quota, il vento trasporta gli aerostati verso il tramonto, mentre la cupa terraferma si allontana con tutti i suoi mali. Vista sublime, atmosfera celestiale. Navigando verso la morte, al largo, sul mare intoniamo insieme un ultimo salmo che riecheggia fino ai confini dell' universo come un coro di angeli. Dalle mongolfiere vengono esplosi fuochi d' artificio e qualcuno, vittima dell' euforia, si tuffa in mare. Alla fine esaurito il carburante l' intera flottiglia scende maestosamente verso il suo destino tra gli insondabili flutti in un trionfo definitivo sulle sofferenze terrene......"
La proposta fu accolta con entusiasmo, e l' ambiente era a questo punto alquanto surriscaldato e si udiva un gran baccano. Era come se fosse iniziata la bevuta dell' Ultimo giorno. La piega prese dall' iniziativa cominciò ad inquietare anche l' organizzatore. Ma non poteva abbandonare queste persone, votate alla morte, alla loro mercè. Prese di nuovo la parola e disse che aveva preso una decisione irrevocabile e cioè che tutto ciò che avrebbero fatto lo avrebbero fatto insieme. Nessuna speranza. Il momento della scelta finale era arrivato. Chi aveva ancora un solo minimo dubbio si doveva alzare ed uscire dalla sala. Subito! Ma quelli che restavano dovevano morire insieme. Una ventina di persone si alzarono dai tavoli e abbandonarono la sala velocemente. Non avevano, dopotutto, una gran voglia di mettere in pratica il suicidio o forse intendevano compiere quell' atto estremo da soli. Poi la porte furono richiuse e la riunione proseguì.

L' autore di questa lettera, che mi è pervenuta casualmente, era stato proclamato capo! Il suo dovere era condurli alla loro destinazione finale. L' autore di questa lettera strinse le mani ai suoi assistenti. IL pubblico si levò in piedi ed applaudì.
Un senso di raccoglimento pervase la sala.
Si avvertiva che era stata presa una "risoluzione finale"

Sono qui
Sono qui seduto alla finestra di una casa e scrivo su questo foglio, i miei appunti e mi guardo le mie mani….e perche no?
Dato che non sono uno scrittore serio non ho bisogno di avere le unghie belle, non rosicchiate e sfrangiate. Posso concedere alle mie mani rovina e distruzione, non ho bisogno di bagni per le unghie, lozioni o creme. Il risultato è un paio di mani bruttissime, piccole e ruvide.
Le sollevo dal foglio dove avrei voluto scrivere la riga "Davvero il delitto non paga?", e le porto su per la maglietta bianca, su per colonna della gola e provo a stringere. Se avessi il coraggio di insistere e non mollare forse…..
Se allargassi le braccia o le gambe o girerei su me stesso l'odore sarebbe insopportabile. Ma mi inserisco alla perfezione nel mio nuovo ambiente. Come una saponetta sporca sul ripiano di un cesso pubblico senza nemmeno lo speccho. Sento la barba lunga che mi prude. E sapete quanto mi fa venire la nausea le poche volte che sorrido? I mattoni della casa sembrano cubetti di carne cruda; il tetto è opprimente come un caschetto da cantiere. Le finestre sono occhi stretti e vitrei; l'alluminio luccica. I pochi alberi che danno sul viale sono privi di foglie e sembrano una lunga ferita non medicata.
"Si" ho detto io. "Sicuro è un meraviglia."
Ho fatto un sorriso con quel mio solito modo gelido ma tranquillizzante. Non mi sorprende che indosso ancora i miei soliti stracci sporchi.
Appassionato mi immagino di essere tornato da un posto bellissimo.
"Qui, forse, posso dimenticarmi del passato" , mi sono detto

Rendermi giustizia
Ricordi, di ricordi, di altri ricordi. A volte vorrei risvegliare in un' altra persona ricordi che appartengono ad una terza persona; e questo è un paradosso evidente. Realizzare questo paradosso, in tutta tranquillità è l' innocente volontà di ogni mio pensiero. Le minime deviazione iniziali crescono oscure dentro di me. E' come se conservassero il caratteristico sapore che ci permette di individuare, identificare un viso in una folla. E' innegabile, ma tuttavia, questo fragile archivio mnemonico diviene, per iscritto, quanto meno comunicabile io sia. Tutto ciò è trasmesso dalle parole, unicamente, e richiede il possesso di quell' esatta immagine che desidero comunicare: poeta emaciato, da piccoli occhi penetranti, sempre vestito uguale che vive per strada. Il presagio della morte non manca nel mio volto che riproduce fedelmente i tratti dell' ossatura interna. La vita. La vita più imperiosa che urge nei miei occhi. Li vorrei ricordare, rendendo loro giustizia nel mio discorso funebre. Un' espressività unica nei miei occhi, con così poca luce e tanta ricchezza di tristezza.
Questo è solo un susseguirsi di parole e frasi che tendono all' immediatezza. Il mio scrivere è nella forza dei miei sentimenti anche se inutili. Sono dolce: di una dolcezza soffocante e mortale, una dolcezza senza pudore caratterizzata da queste mie bellicose pagine.
E' grave: non ho più prodotto un solo scritto di spensieratezza, nessuna nota felice da molti anni.
Quando mi metto a scrivere, a poetare, ondeggio tra l' astratto ed il delitto. I miei temi non sono l' accettazione del destino bensì le febbri dell' alcool e della droga. Interviene in questo modo un sentire, un' effusione che non comprendo.
Cerco di scrivere senza malizia. Voglio essere prescelto e voluto!!!
Penso di essere in debito col mio spirito codardo di un tempo che si traduce in rancore. Meglio andare alla ricerca di ciò che vi è eterno in me, di ripetuto. Solo una dscrizione fuori dal tempo, basata sul sentimento può darmi la forza di uccidermi.
Ma questa, purtroppo, non è ancora arrivata!!!

Lisa
Non trovo quel che cerco. Trovo alcuni posti che già ben conosco, simili ad una riunione di cristiani primitivi; gente dai corpi straziati, e dalle anime brutte, gente che per così dire, casca sempre a terra e per quale la vita è una mite vendetta contro gli altri -sempre sofferenti- e bramosi di
infelicità. Sono quelli che non hanno bisogno dello spirito…e non sarebbe alla fine un deplorevole rallegrarsi se le cose andassero altrimenti?
E' un controsenso amare la vita, e tuttavia sforzarsi con tutte le arti a tirarla dalla propria parte, ad invogliarla alla finezza ed alla malinconia, alla morbosa nobiltà dell' egocentrismo.
Sulla terra il dominio dell' uomo si estende e quello della salute e dell' innocenza si restringe. Bisognerebbe perciò conservare con la massima cura quello che ancora ne rimane e non attirare gente che preferisce di gran lunga la sofferenza o la morte. Infine quale spettacolo è più pietoso di quello della vita che vuole cimentarsi con la morte? Noi non disprezziamo nessuno più di noi stessi, noi stessi che crediamo di poter essere qualcosa di diverso da quello che siamo. Vi assicuro che questa specie di disprezzo fa parte delle mie più personali esperienze. Mi trovo in una società fra gente "non per bene". Si mangia, si beve e si chiacchera; non ci si intende ottimamente, ma io mi sento grato e felice di potermi "confondere" fra queste persone come uno di loro. Mi si conceda questo permesso!
Bene l' effetto delle mie parole è quel che deve essere: facce lunghe, silenzio, forse qualche sorriso convenzionale ed un profondissimo generale disagio. Il primo fenomeno mentale che avverto è un incauto turbamento. Non c'è dubbio che ci siano anche occhiate ironiche ed ostili che mi toccano.
Sono una persona che fino ad un attimo prima incuteva il più cordiale rispetto che poi all' improvviso precipita sempre più in basso. La compassione mi invade. Come gli altri ascolto i discorsi e le opinioni di tutti, sorrido, e poco ci manca che gli dia una manata sulla spalla.
Ma è benevolenza il sentimento che è dovuto ad uno come me?
Colpa mia! Io stò lì impalato nel più grande imbarazzo e sconto l' errore di aver voluto cogliere una fogliolina, una sola fogliolina della vita senza pagarla con la morte.
No, allora mi sento d' accordo con la mia collega, amica e criminale dell' anima…
"Ma non ti pare Lisa che io sia oggi di una loquacità amletica????".

La mia casa
Una stanza. In fondo una finestra coperta da un sacco. Lungo le pareti di sinistra un letto di ferro. Sopra un armadietto con barattoli di vernici, viti, ecc.. ecc..
Ci sono alcune scatole e vasi di fiori secchi a fianco del letto. Una porta in fondo a destra. Accanto, tutto ammucchiato, vestiti, scarpe, un secchio vuoto di vernice nera e dei cassetti vuoti. Sotto questo mucchio il letto di ferro.
Di fronte una cucina a gas.
Su questa una statua della Madonna.
A destra un caminetto.
A terra un paio di valigie, un tappeto arrotolato, una sedia rovesciata, un attaccapanni ed un vecchio tostapane. Rotto.
Più in basso una pila di libri. Sotto il mio letto un aspirapolvere; un aspirapolvere che non si vede finchè non viene usato. Un secchio pende dal soffittto. Nell' armadio un cadavere di donna mi saluta per ricordarmi che in passato ci siamo pure conosciuti ed innamorati.
E' qui che vivo ed è qui che voglio morire.

Un piccolo sacrificio
IL mio più formidabile nemico è la malinconia, l' introversione, una sconfinata apatia. Un senso di gravezza aleggia su di me, sfortunato, tingendomi lo spirito di cupa seriosità. IL peso è tale da indurmi a vedere nella morte l' unico sollievo. La malinconia è un avversario più spietato della tristezza. Per respingere le tenebre accendo un falò sulle rive del lago. Bevo senza scrupoli per farmi coraggio e marcio all' assalto della depressione arrivando a sopraffarla, a volte, nel corso della notte dopo una lotta senza quartiere. Vorrei essere un' intrepido che sfreccia sulle acque, su di una barca a motore ed annegare nel lago. Sarebbe un atto di valore ed eroico sacrificio. Ma non ne ho il coraggio. Spunta l' alba sulla riva del lago, l' aria è calda e limpida, la gente dorme ancora. Solo gli uccelli hanno la forza di cantare. Me ne stò seduto sui gradini davanti al lago, una bottiglia di birra piena in mano. Ho circa quarantacinque anni e la faccia più lugubre di tutta la città: sono ferito gravemente dentro ma non c'è ospedale in grado di apprestarmi i primi soccorsi al mio cuore infranto. Sono stanco, abbattuto, segnato dalla vita. Le rughe sul volto e i capelli diradati sono patetiche testimonianze del mio cedimento di fronte alla crudezza ed alla brevità dell' esistenza. Lasciate che il mio cuore faccia una pausa, fosse anche solo il tempo di cento battiti, tanto per riprendere, e tutto è finito. I miliardi di battiti precedenti non conterebbero più nulla. Così è la morte. Sono migliaia gli uomini che ogni giorno ne fanno esperienza, e nessuno torna a riferire che effetto fà, alla fine. A primavera innoltrata mi ero rimesso a ripitturare la casa, sopra la darsena che avevo affittato. I muri esterni erano scrostati ma il lavoro era rimasto a metà. Il barattolo di vernice era lì accanto al muretto ed il pennello si era indurito sul coperchio.. Ultimamente soffrivo ancora di una forte depressione. Non ho figli ed una relazione con una donna che oramai và a rotoli. Se mai mi lascio andare a fare progetti per l' avvenire e gli espongo i miei propositi nemmeno da lei ricevo più alcun sostegno. "Mah!" è il suo commento: nè repulsivo, nè incoraggiante. Niente di niente; tutto appare privo di speranza: la vita in generale. Fin dall' inverno avevo provato propositi di suicidio: e non era la prima volta. La mia voglia di vivere oramai si era già esaurita da tempo. Avrei già messo fine ai miei giorni l' anno precedente ma in qualche modo mi è sempre mancata la forza. Adesso è Sant' Abbondio. In città è "festa", la mia compagna è rimasta in montagna dicendo che non voleva rovinarsi le feste con un uomo deprimente. E' sera, in solitudine, senza falò, senza compagnia, senza futuro. Niente di meglio per far felice un povero cristo. poso la bottiglia di birra sullo scalino e rientro in casa. Rovisto nei cassetti dell' armadio, in camera da letto, e tiro fuori la pistola, la carico e la faccio scivolare nella tasca della giacca. "Si vedrà!" penso con amarezza ma determinato. Mi innoltrai per la città. Presi una stradina che portava verso i boschi dove sapevo si trovava un vecchio fienile decrepito. Era lì che potevo tirarmi un colpo, un posto tranquillo ed un ambiente adatto per finire i miei giorni. Sarebbe stato giusto lasciare una lettera di addio sul tavolo di casa. Ma per scrivere cosa? Addio miei cari genitori? Ho preso la mia decisione? Amore non volermene? Mi immaginai la reazione di lei alla lettura di un addio del genere. Probabilmente avrebbe commentato: "Mah!". Dal prato saliva il profumo dell' erba appena tagliata e dal lago giungeva lo strepitio dei gabbiani. Con il cuore raggelato avanzo verso la costruzione di legno ingrigita, che ormai non serviva più a niente se non togliersi la vita. Me la trovai davanti fin troppo presto. I miei ultimi istanti cominciavano ad annunciarsi più brevi di quanto non avessi immaginato. Cercando, senza rendermi conto, la maniera di prolungarmi la vita decisi di fare un giro intorno alla costruzione, come un animale ferito in cerca dell' ultima dimora. La decisione comunque era presa: dovevo solo lanciarmi tra le braccia della morte. Premere il grilletto. Una pressione minima, un' ultima transazione ed ecco che il saldo era in pareggio. Ma nel fienile c' era qualcuno! Sbirciando tra le assi intravidi qualcosa di grigio, sentii ansimare. Un animale? Un cane? Un uomo? Il cuore mi trasalì in gola. Che gioia! Come ammazzarsi in un fienile davanti ad un animale o, peggio ancora, un altro essere umano? Non si può. Non è elegante. All' interno c' era proprio un uomo, un tipo alto, vestito bene. Si era inerpicato su una catasta di pali, intento a legare una corda di nylon azzurra ad una trave del tetto. Ben presto la fune fù saldamente fissata. L' uomo stava in piedi, di profilo, dal mio punto di osservazione. Sulle prime non capii che cosa ci facesse quell' uomo in quel fienile. Per quale motivo si era messo a legare una corda di nylon ad una trave? Ma non ci misi molto a comprenderne le ragioni. L' uomo cominciò a fare un cappio ad un capo della corda ma questa era scivolosa e fare il nodo risultava complicato. L' uomo emise un ringhio soffocato, forse una bestemmia. Le gambe sulla catasta di pali tremavano, lo si vedeva dalle vibrazioni dei pantaloni. Alla fine riuscì a fare il cappio e se lo mise intorno al collo. Ma questo è sul punto di suicidarsi, sant' iddio....Com'è piccolo il mondo. Nello stesso fienile si ritrovano due uomini, e con la stessa crudele motivazione. L' uomo era spaventato a morte, si vedeva. Ad un certo punto perse l' equilibrio ed il cappio si serrò al collo e lui incominciò a dibattersi appeso alla fune. Io non ebbi il coraggio d' intervenire. Stetti lì a guardare finchè non ebbe finito di strangolarsi. Non corsi in suo aiuto. Qundo tutto finì e le convulsioni del corpo cessarono presi l' uomo tra le braccia, allentai il nodo e mi assicurai che fosse morto. Il volto era bluastro e bagnato di sudore. La corda aveva avuto tutto il tempo di dare una stretta violenta. Sfilai la corda dal collo del suicida e sdraiai lo sventurato "collega" sulla soglia.

Trentanni di tristezza
Notte d' inverno di luna piena. Alex ela Patty, sfiorati dalla neve della settimana sorpassano le luci del grill ammiccanti all' angolo; sembrano decenni fà.... Fumo dai camini sui tetti e torri d' acqua immobili nelle vie sono illuminate d' azzurro; il cielo è più nero verso il lago per tutto l' acciaio fermato nel cielo del Nord. Giù -come la Gotham City di Batman corazzata di luci- i condomini di lusso scintillanti sotto le nuvole. Macchine della polizia ammiccanti per i viali. Spazio sulla città annebbiata di sottile fuliggine, macchine stiscianti oltre i semafori rossi, giù per la strada trasudano bianco fumo invernale. " Mangia Mangia" diceva l' insegna così andai dal turco kebab. La ragazza al banco, le cui radici dei capelli cotonati di giallo erano nere sulla faccia tormentata e rimescolava il caffè con le dita. Le braccia segnate dalle punture i cui polsi notturni avevano segni d' ago e cicatrici nelle braccia: "Vuoi prendere una stanza?". La Prostituta Eroina trentanni fà venne a caccia della sua preda, in strada, a mezzanotte e trovò me. Io così giovane e quasi senza barba!! Le bombe ci esplodono sulla carne: la sua carne, la mia carne: è lo stesso. La Patty nella stanza si volta nel sonno mentre le notizie della notte lampeggiano nell' etere. Guardo fuori: sento delle grida agli angoli della strada mentre i vagabondi litigano per una bottiglia di vino. E' questo che si può fare in questa minuscola città? Neve sui tettideserti e parcheggi semi-vuoti. Alcune persone che passano sono ricoperte da una leggera Modernità-Armoniosa ricoperta di ruggine. E' questa la bellezza dell' esistenza. Mi siedo sul bordo della finestra, apro una bottiglia di Rum emi metto a piangere e a gemere sulla pietra fredda e sui mattoni di Como dove stà per sorgere verticale, teneramente il sole sospeso nel cielo.

Limiti
La possibilità di sfuggire ai miei limiti, è un' occasione di felicità, e l' emergere del passato davanti al presente, è una possibilità di sfuggire all' umana, misera, condizione che fissa e dà eternità alle immagini, così come dona la vittoria sul tempo.

E accanto a ciò la funzione "consolatrice" dello scrivere (visto che io non so' parlare) mi scorda le noie del presente calmandomi le ansie e le paure, do' ali alla speranza. Coloro l' oggi ed il domani di significati nuovi ed insperati ma soprattutto prendo atto di quanto la mia vita sia poco degna di essere vissuta, assaporata e gustata in ogni istante.

Mi sono risvegliato da una notte lunga e tempestosa ma non sono ancora in grado di cigliere l' armonia che governa le cose. Sono consapevole che tutto è perduto nel passato, poiché i giorni trascorsi, rivissuti, interpretati, incompresi, diventano materia trasparente, acquarelli in grado di tracciare linee impalpabili e precise che non conducono però mai alla verità. I miei limiti sono lasciare la mia anima a nudo, sporcata da pensieri putridi e seguono i contorni astratti dei miei secondi che trascorrono.

Come quando la mia lingua seguiva i contorni del tuo collo in ricordi ben precisi. E' una sensazione perenne di confusione mentale adagiata sopra ad un' esistenza intorpidita dalla "polvere" indelicata dell' assoluto


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