Racconti di Elywithoutface


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La favola di Lilli
Lilli camminava per strada, distrattamente, affascinata dalle luci colorate del Natale.
Nell'aria, fredda e pungente, il profumo di caldarroste; nastri d'oro e tulle rossi adornavano le vetrine dei negozi e rapivano di tanto in tanto i suoi occhi.
Era nella folla, ma era sola, a volte nemmeno vedeva le persone che incontrava, era eccitante muoversi come un fantasma in mezzo alla gente, spesso si chiedeva se davvero potessero vederla o all'improvviso fosse diventata invisibile.
Aveva già fatto acquisti: una morbidissima sciarpa di lana del suo colore preferito, viola, una farfalla ricoperta di brillantini da appuntarsi nei capelli, una scatola di bastoncini di incenso al profumo di cannella, fiori d'arancio e zenzero.
Passò anche in pasticceria, per regalarsi qualcosa di goloso, fece fare un pacchettino con un bel nastro argentato e decise di sedersi su una panchina del "giardino delle mondine".
Non molto lontano da lì lavorava Annalisa, la sua amica, conosceva bene quel posto, ci andavano spesso insieme.
C'era un grande prato, con alberi secolari e un laghetto con i cigni, il nome era stato dato per ricordare le donne che negli anni addietro avevano lavorato nelle risaie, era deserto in inverno, ma a lei piaceva proprio per quel motivo.
Stava lì seduta, infreddolita e serena, godendosi fra leggeri brividi, il sapore della cioccolata che le si scioglieva in bocca, la granella dolce alle mandorle, la crema profumata di vaniglia, le mani appiccicose e lo zucchero a velo che le sporcava la faccia, come una bambina.
Lilli….i suoi trent'anni…l'atteggiamento di chi ancora deve capire il mondo in che direzione va, i sogni, alcuni infranti, altri pronti a nascere, le piccole manie, la voglia di vita, di cose pulite…e …soprattutto la voglia di fare una corsa per scaldarsi.
Si alzò.
Era quasi buio.
Stava per partire quando vide qualcosa….un luccichio fra l'erba….c'era in terra un oggetto che rifletteva la luce del lampione.
Pensò: ecco…il mio regalo di Natale!
Si fece una risata, pensando a quanto fosse infantile il suo pensiero, ma godendosi il divertimento di quella piccola scoperta, come quando a sei anni trovava i doni sotto l'albero.
Si avvicinò, spostò con la mano le foglie umide.
Una chiave.
Quella cosa che brillava ai suoi piedi era una chiave, un po' arrugginita e dalla forma particolare, grande quasi come il palmo della sua mano.
La soppesò e la studiò, pensando quale fosse la porta da aprire con una chiave di quelle dimensioni, inoltre pensò come potesse trovarsi lì, in terra, in un parco dove in quel periodo non passava praticamente nessuno.
Rimase un po' perplessa.
Decise di tenerla, in fondo era il suo piccolo tesoro.
Infilò la chiave nel sacchetto dei regali e si avviò verso casa, era contenta, emozionata ma anche stanca, aveva camminato tutto il giorno.
A casa l'aspettava un gattino nero che aveva chiamato Uma.
Un batuffolo combina guai che l'accolse giocando a nascondino e facendo le fusa.
Accese un bastoncino d'incenso e aggiustò la legna nel camino.
Sistemò tutto, come piaceva a lei, la giusta atmosfera per rilassarsi, per liberare la mente.
Sciolse i capelli, che neri e lunghi le cadevano morbidi sulle spalle, indossò solo la camicia da notte, non aspettava visite quindi decise che l'ospite d'onore, Uma, poteva vederla anche senza abito da sera, senza trucco e come gioiello solo la farfalla di brillantini che si era regalata nel pomeriggio.
Si preparò una zuppa calda e mangiò sul tavolo di fronte al camino.
Si incantò per un attimo a guardare le fiamme, sembrava stessero danzando….
Le venne in mente la chiave.
La prese di nuovo in mano.
Era insolita, troppo grande per una porta comune, decorata con piccoli draghi.
Non aveva mai visto una chiave simile.
Per un attimo, mentre la teneva fra le mani, si sentì strana, come un lieve giramento di testa, un malessere improvviso poi più nulla.
Uma, che di solito le dormiva accanto arrotolato come un gomitolo di lana, la stava guardando con gli occhi spalancati, come se volesse dirle qualcosa, sembrava sentisse che c'era un chè di strano nell'aria.
Lo prese vicino a lei, sdraiandosi sul divano. Gli fece il solletico sul pancino per farlo divertire e cominciò a giocare con lui, si scatenava e mordeva come una belva ma pesava appena qualche etto, era buffo e la rese tranquilla.
Si addormentò con il micio che ancora faceva le fusa, accoccolato di fianco a lei, sotto una morbida coperta fatta all'uncinetto.
Dormirono così tutta la notte.
Il sole del mattino la svegliò, entrando da una fessura fra le tende scure della finestra della sala.
Era domenica, quindi niente sveglia, niente fretta.
Si preparò la colazione: il caffè, fumante e profumatissimo, un regalo che le aveva portato un'amica da Parigi, latte con tanta schiuma, polvere di cacao, yogurt e una fetta di ciambella.
Uma, vicino a lei, la seguiva sempre come un ombra.
Pensava ancora allo strano sogno fatto di notte…
"Sicuramente è solo suggestione" si disse.
Si preparò con cura, indossò la sciarpa nuova ed uscì per fare una passeggiata, era inverno ma il sole era tiepido, l'aria sul viso la svegliò del tutto e si sentì piena di energia.
Voltato l'angolo, incontrò un' anziana signora, mai vista prima, tutta curva sotto il peso degli anni, che la fissò; incrociando lo sguardo della donna sentì un dolore al petto lancinante, sentì le gambe pesanti e le vennero le vertigini.
Un nodo sembrava chiuderle la gola e sottili fili di lacrime le bagnavano le guance ma non riusciva a capire il perché.
La donna l'avvicinò ed appena sfiorò il suo braccio per darle aiuto, il dolore al petto si fece ancora più forte, rivide in una frazione di secondo un frammento di una vita che non era la sua, anni di solitudine, anni di fatiche, un marito dimenticato, una figlia lontana.
Provò un profondo senso di vuoto.
Poi la donna con i capelli bianchi, spaventata da quella sua strana reazione, si allontanò.
Lilli respirò cercando di rimanere tranquilla e piano le passò il dolore e si sentì meglio.
La chiave le cadde dalla tasca del giubbotto e raccogliendola si accorse che era tiepida.
Continuava a venirle in mente il sogno….e continuava a ripetersi…"Lilli non ci pensare…è solo immaginazione!"
Camminava verso casa ancora sconvolta dalle sue reazioni.
Salutò Marta, la sua vicina con un cenno della mano, il piccolo Thomas le corse in contro e con le braccia le circondò le gambe urlando contento quanto le voleva bene.
Si chinò per baciare il bimbo sulle guance e incontrò gli occhietti vispi che la guardavano gioiosi.
Il cuore iniziò a battere forte ma questa volta non provò dolore, anzi, si sentiva eccitata, piena di una nuova energia.
Strinse il bambino a sé e la sensazione fu una indescrivibile vitalità, iniziarono a ridere e ridere, lei non capiva perché rideva ma si sentiva invasa dall'allegria che il piccolo le trasmetteva.
Lo riempì di baci, gli fece un buffetto sul naso e lo salutò.
Di nuovo la chiave le cadde dal giubbotto, la raccolse e sentì nel palmo della mano il solito tepore.
Che il sogno fosse vero?
"Impossibile" pensò.
Arrivò a casa e vide che nella segreteria c'era un messaggio per lei.
§§§§"Lilli, sono Annalisa, se nel pomeriggio hai voglia di raggiungermi al centro, ho un ragazzo da farti conoscere. Fai il possibile Lil per venire, perché non sappiamo come fare, non si fa avvicinare, è scontroso con gli assistenti che dicono sia addirittura violento ma sono certa che con te non lo sarà, forse ti ascolterà, Lil è un tentativo, dobbiamo farlo. Ti aspetto eh…piccola! un mare di baci, Annalisa"§§§§
Al centro?? Di domenica??!
Annalisa era la sua migliore amica, poteva dirle no?
"Pronto? Sono Lilli ciao! Ho sentito ora il tuo messaggio se mi offri un pranzetto dei tuoi parto subito e ti raggiungo, nel pomeriggio mi presenti quel ragazzo di cui mi parlavi?......sì? fantastico!! Sono lì in un attimo."
Salutò Uma che sonnecchiava sul divano e prese la bicicletta.
Al momento aveva in mente solo le delizie che avrebbe mangiato a pranzo e non riusciva a pensare a nient'altro.
Annalisa l'accolse con un abbraccio e come al solito le disse che era troppo magra, che doveva mangiare di più, che doveva truccarsi meglio, che doveva cambiare pettinatura ma che in fondo era bella così.
Entrarono in casa e Lilli si sentiva ansiosa, chiese all'amica di raccontarle qualcosa del ragazzo che avrebbero dovuto incontrare.
Le disse anche della chiave che aveva trovato, gliela mostrò, ma non ebbe il coraggio di parlarle del sogno.
Annalisa non fece commenti, non dava peso a quelle sciocchezze.
Appena finito di mangiare, decisero di partire perchè Lilli non riusciva a stare ferma, era tesa, era già proiettata all'incontro con quel giovane ventenne irrequieto.
Di lui si sapeva pochissimo, evitava ogni conversazione, era arrivato al centro quasi a forza, trascinato da uno dei collaboratori. In un giorno di pioggia era stato trovato su una panchina dei giardini, sporco e infreddolito. Apparentemente in stato di shock, non pronunciò parola per giorni interi, non mangiava e non si faceva avvicinare da nessuno.
Anche un minimo contatto fisico lo mandava in bestia, iniziava ad urlare e l'unico modo di calmarlo era lasciarlo solo.
Arrivarono al centro all'una.
Annalisa le chiese di aspettare nella sala che usavano per le riunioni.
C'era un divano blu con tanti cuscini e un tavolo con sopra dei fogli da disegno, colori e matite e poco altro, una stanza essenziale e confortevole.
Eccolo.
Fermo sulla porta.
Pallidissimo.
Lo sguardo assente, occhi spenti, cerchiati di viola, occhi di uno che non dormiva da diverse notti, trascinava i piedi svogliatamente e non disse una sillaba.
Aveva i capelli castani portati lunghi alle spalle, appena mossi, ma opachi e attorcigliati, probabilmente non pettinati.
Indossava un maglione grigio, troppo grande per quel corpo magro e ciondolante, jeans scuri e scarpe da ginnastica.
Le mani una in tasca, l'altra coperta da una manica attorcigliata alle dita.
Annalisa gli disse di entrare e di sedersi.
Lui entrò e rimase in piedi accanto alla finestra, guardava fisso fuori, come se nessuno fosse lì con lui.
Tirò fuori la mano dalla tasca e iniziò ad attorcigliare una ciocca di capelli.
L'altra gli tremava e continuava a muovere le dita nervosamente come se stesse scrivendo a macchina.
Restarono in silenzio l'una sul divano e l'altro alla finestra per almeno mezz'ora.
Poi di scatto lui si voltò e andò a sedersi sul divano ma a debita distanza.
Lilli rimase ferma immobile, cercando di mostrarsi il più possibile indifferente, tranquilla.
Lui era lì ma era con la mente altrove, occhi sempre fissi nel vuoto, non la vedeva o non voleva vederla.
Come fare il primo passo?
Lilli iniziò a canticchiare una canzone, una melodia, la prima cosa che le passava per la testa.
Lui cominciò a muovere un dito battendolo sul ginocchio, come per scandire il tempo.
"Ti piace la musica?" disse Lilli.
"mhm" rispose lui.
"Mi chiamo Lilli sono un'amica di Annalisa. Ho un gattino nero a casa che mi aspetta, se ti piacciono gli animali e ti va potresti venire a vederlo? Poverino avrà sicuramente fame non posso restare qui molto."
Silenzio.
"Non ti piacciono gli animali?"
"No" fu la seconda risposta.
Poi ci fu una pausa, altri dieci minuti di silenzio.
"Luca…io comunque mi chiamo Luca!"
Finalmente alzò lo sguardo su di lei.
Ma questo fu l'inizio di un incubo.
Lilli lo guardò, fissò un istante quell'iride trasparente, vitrea, acquosa e fu come se tutto il male del mondo fosse entrato nella sua mente.
Si sentì sconvolta, terrorizzata. Sentiva la testa scoppiare, le mani gelarsi, non riuscì a controllare il respiro.
Di nuovo le immagini di una vita che non era la sua le scorrevano davanti come un film.
Vide Luca, sporco e infreddolito dormire su una panchina, Luca con un pezzo di gomma legato al braccio sinistro e il pugno chiuso, Luca con in mano una lettera, Luca che piangeva disperato, Luca che si mordeva il labbro fino a farlo sanguinare.
Ma Luca era in lei.
Luca era lei.
Era intimamente dentro quel ragazzo, sentiva di lui ogni centimetro di pelle, sentiva il suo tremare.
Continuava a chiedersi cosa stesse succedendo, senza sapersi dare una risposta.
Sentiva il cuore di lui batterle in petto, sapeva cosa stava pensando Luca in quel momento, era come essere dentro la sua testa.
Un vortice che la inghiottiva e la conduceva sempre più dentro quel giovane.
Capì quanto dolore custodiva quella vita, seppellito da macerie e silenzi, capì che nessuno in fondo aveva mai cercato di scavare per aiutarlo, eppure il grido, la ricerca di aiuto era fortissimo, assordante.
Gli occhi negli occhi, come incollati l'uno all'altra.
Poi all'improvviso la chiave cadde sul pavimento e questa volta era rossa, rovente.
Allora il sogno era vero?
In sogno le era apparsa una donna vestita di bianco e le aveva detto:
"La chiave che tu hai trovato ha un incantesimo, chiunque la possiede riesce a leggere nel cuore delle persone che incontra, appena incontrerai i loro occhi, leggerai le loro vite, sentirai dentro di te l'infinito dolore di chi non ha più lacrime da versare! Ma ricordati , controlla questo potere o ne sarai sommersa!"
Quindi era vero?
Thomas era troppo piccolo, le aveva trasmesso solo la gioia di vivere.
Ma Luca?
Vent'anni e così tanta tristezza dentro.
Luca la fissava perplesso era impaurito e attratto da quella ragazza che stava immobile sul divano, sudata e pallida.
Lilli non riusciva a parlare, era paralizzata dalla forza che sentiva dentro di lei.
Poi ad un tratto vide scendere sulle guance di Luca una, due, tre lacrime, piccole gocce trasparenti che gli segnavano il volto.
Il pianto ora gli scuoteva le spalle, appoggiò la testa fra le mani e disse:
"Buttala quella chiave, è stata lei la mia rovina!"
Lilli gli prese le mani.
"Cosa intendi Luca? Hai già visto questa chiave?"
Luca si alzò, raccolse la chiave dal pavimento la soppesò, andò alla finestra e la lanciò di sotto, cadde nel lago dei cigni.
"Ecco forse così non la troverà più nessuno!"
Andò a sedersi nuovamente vicino a lei e disse:
"Mi porti a casa tua a vedere quel gattino?"
Uscirono tenendosi per mano, passando davanti allo studio di Annalisa che li guardava sorridendo.
In fondo non serve una chiave per leggere nel cuore delle persone pensò Annalisa……
Il lago dei cigni è ancora là a custodire il suo segreto e dicono che nelle notti di luna piena sull'acqua ci sia uno strano luccichio…..sarà solo il riflesso delle stelle….

Rosie
"Siediti piccola mia"- disse Rosie a sua nipote accarezzandole i capelli.
"Nonna tu mi vizi, mi hai fatto la torta al cioccolato?"
"Annelise, ormai tu vieni solo per quella.." e risero entrambe.
Rosie rideva ancora con lo stesso entusiasmo di quando aveva vent'anni, eppure stava festeggiando il suo settantaduesimo compleanno.
A vederla sembrava una donna fragile, i capelli bianchi puntati sulla nuca, appena spettinati sulle tempie, la pelle chiarissima, quasi trasparente, da lasciar intravedere sottili vene azzurre lungo il collo.
Forse solo gli occhi rivelavano la vera Rosie , avevano una strana luce, un guizzo di vitalità, occhi scurissimi e penetranti.
L'immagine che dava di sé era infatti molto distante dal suo modo di essere.
Viveva sola in quel cottage in mezzo al bosco, tagliava legna con la stessa forza di un uomo ed era una donna con una volontà di ferro.
Annelise veniva spesso a trovarla, a volte rimaneva per due o tre giorni, quando aveva bisogno di riposarsi o concentrarsi e la sua adorata nonna sapeva bene che passione avesse per le torte al cioccolato, i biscotti al burro e i panini dolci, quindi diversi giorni prima scaldava il forno a legna e preparava per Ann ogni volta una sorpresa diversa.
Magrissima come la nonna ma più alta, vestiva in modo bizzarro, fuori moda, coloratissimo e non si truccava quasi mai. Appassionata di musica e pittura era sempre alla ricerca dell'anima gemella, ma finiva irrimediabilmente a piangere fra le braccia rassicuranti di Rosie, ogni volta che il principe artista spariva inseguendo chissà quale modella.
Sedute sul divano, chiacchierando come due vecchie amiche, stavano guardando per l'ennesima volta le fotografie di quando Rosie era giovane.
Le teneva in una vecchio baule tutte distinte per anno.
Annelise ne prese una in mano, l'aveva già vista milioni di volte ma non era mai riuscita a trovarci niente di particolare, era indubbiamente un discreto paesaggio, buona luce, ma del tutto insignificante e non capiva perché la nonna la tenesse avvolta in nella carta velina come fosse un oggetto prezioso.
Questa volta decise finalmente di chiederne la ragione.
"Nonna dov'è questo posto?"
"Annelise è un prato in collina….non ricordo nemmeno dove".
"Nonna non dirmi bugie, ti conosco talmente bene da sapere che stai mentendo spudoratamente!"
E scoppiarono nuovamente a ridere.
Annelise stava studiando il volto di quella donna che le sedeva a fianco, a volte imperturbabile, in quel momento con una leggera sfumatura rosa sulle guance, che tradiva emozione; ma cosa c'era in quella foto??
In una scatola c'erano diverse fotografie, la maggior parte delle quali ritraeva cavalli, uno in particolare era stato fotografato in ogni posa possibile.
"Vedi Ann, questo è Blu Wind arrivò alla fattoria all'età di quattro anni, splendido esemplare vero?"
Tutte le volte che prendevo la macchina fotografica in mano, lui capitava davanti all'obbiettivo, ho sempre pensato che fosse un po' vanitoso.
Annelise aveva ancora in mano quel paesaggio, cosa ritraeva quello scatto?
Un prato, nemmeno particolarmente verde, forse era autunno, in lontananza la vallata.
Veramente strano, sua nonna amante dei ritratti, di immagini spettacolari, aveva perso tempo per fotografare un prato secco…ed ora evadeva ogni domanda.
"Nonna, è ora di aprire i regali".
Rosie si trovò fra le mani un pacchetto confezionato con tanta cura, con lo stile tipico della nipote, carta opaca quasi come un tessuto, un filo di lana rosso che avvolgeva la confezione e tanti fiorellini secchi legati al centro.
Lo scartò lentamente, fingendo uno stupore esagerato come fanno i bambini.
"Ann, caldissimo questo scialle!….grazie tesoro, lo indosserò tutte le sere mentre leggo, sai che ho sempre freddo io."
"Nonnina, quanti baci ti devo dare io eh?!"
"Ann, circa due-trecento dovrebbero bastare."
"Te ne do trecentodue, però mi devi dire il segreto di quella foto!"rise nervosamente.
Rosie piegò lentamente lo scialle, fece un respiro, si appoggiò allo schienale del divano e prese la fotografia in mano.
La osservò rimanendo in silenzio per qualche minuto, prima da vicino, da lontano, accarezzandola con il palmo della mano.
E decise.
Annelise forse era l'unica persona che poteva conoscere quella storia e custodirla dentro di se, proprio come aveva fatto lei per tutti questi anni.
"Ann, quel prato è non molto lontano da qui."
"Dove nonna?"
Prese le mani della nipote fra le sue e iniziò…..
Stavamo lavorando ad un progetto diversi anni fa, in collaborazione con un allevatore locale, per introdurre una decina di cavalli che aveva importato dall'America in una vallata qui vicino, per tentare di farli riadattare allo stato brado.
Il mio compito sarebbe stato quello di seguirli turnando con un veterinario suo amico, alternandoci giorno e notte, prendendo nota dei loro comportamenti, facendo attenzione al loro stato di salute, controllando che avessero cibo a sufficienza, eventualmente integrando la loro alimentazione ma assolutamente senza avvicinarli o far notare troppo la nostra presenza.
Per alcuni di loro fu molto difficile abituarsi a vivere sotto le intemperie, pur avendo diversi ripari naturali, erano timorosi, sempre vigili, dovevano imparare a conoscere un mondo per loro completamente nuovo, meno tranquillo e rassicurante di una stalla, eppure interessante e tutto da esplorare.
Erano curiosi, diffidenti, fortunatamente fra loro già si conoscevano e legarono quindi molto in fretta creando un branco affiatato, senza scontri cruenti lo stallone affermò la sua figura dominante e i puledri e le femmine acquisirono ognuno il proprio ruolo.
La femmina più anziana naturalmente divenne la guida, un capobranco eccellente.
Passavo ore ed ore ad annotare e rielaborare i dati che raccoglievo.
Vivevo quelle montagne e i miei nuovi amici in tutta serenità, non mi pesavano le lunghe ore di solitudine.
Ormai conoscevo a memoria ogni loro suono, il modo di camminare, lo sbuffare, il nitrito più acuto dei maschi e quello più dolce delle fattrici, avevo dato ad ognuno di loro un nome, erano una compagnia tranquilla e rilassante.
Una notte stavo come sempre sdraiata per non disturbare il branco e sentii un rumore dietro le mie spalle.
Ero sola.
E senza luna.
Non sapevo come muovermi colta alla sprovvista.
Puntai i gomiti e mi misi seduta cercando di mettere a fuoco perché era molto buio e non vedevo che ad un metro dai miei piedi.
Sentivo un respiro., oltre al mio che in quel momento mi sembrava fin troppo rumoroso per quanto facessi di tutto per trattenerlo.
Anne, poco distante da me c'era uno splendido stallone nero, alto quasi 1.80 al garrese, mi accorsi però che raspava nervosamente con l'anteriore destro, soffiava con la testa abbassata e le orecchie piatte all'indietro.
Conoscendo bene il mondo equino, non mi ci volle molto per capire che mi stava minacciando, evidentemente la mia presenza lo disturbava.
Rimasi immobile.
Era vicinissimo.
Cercai nel minor tempo possibile di farmi venire in mente la cosa migliore da fare.
Mi misi sdraiata, rannicchiata su me stessa e iniziai a dondolare sussurrando una specie di filastrocca cantilenante.
Lo stallone prima smise di sbuffare.
Poi non sentii più il rumore dello zoccolo puntato a terra.
Era lì a un passo al massimo da me, fermo.
Testa alta, fiero e imponente.
Iniziò a brucare, o a fingere di farlo, tipico atteggiamento di chi vuole rilassarsi e nel frattempo studiare l'avversario.
Io continuai la cantilena.

"Nonna la stessa canzoncina che canti quando dipingi?"
"Esatto Ann, proprio quella."
Ann sorrise pensando a quante volte si era chiesta: ma che razza di canzone è questa?!

Circa un'ora più tardi lo sentii sbuffare nuovamente e mi accorsi che si era sdraiato.
Ann! un emozione unica!
Quel diavolo nero, dopo pochi minuti si era dolcemente addormentato e io restai ad osservarlo incantata.
Evidentemente dopo poco, senza accorgermene presi sonno anche io, ma al mattino vidi con delusione che di lui non c'era nemmeno l'ombra.
Non una minuscola traccia.
Il che mi lasciò a dir poco perplessa.
Un esperienza di quella portata e nessunissimo elemento per testimoniarla!
Passarono diversi giorni e diverse notti e di Black Dream, così lo avevo battezzato, più nulla.
Ovviamente non avevo fatto parola di quell'incontro a nessuno o mi avrebbero presa per pazza.
Già, come tu sai, nel mondo degli allevatori non ero ben vista per tutte le mie teorie sulla doma gentile, mi dicevano che ero una sognatrice, alcuni pensavano fossi una mezza strega o qualcosa simile, quindi feci ben attenzione a non farmi sfuggire esclamazioni o dettagli su quella notte.
Il veterinario che mi sostituiva nei turni mi disse solo che una notte notò che il branco all'improvviso si era innervosito e non sapeva spiegarsi il motivo.
Gli chiesi se aveva notato qualcosa nei dintorni ma disse che era talmente impegnato a scrivere che non aveva il tempo di guardarsi intorno.
Poi finalmente lo rividi.
Il branco stava riposando a diversi metri di distanza da me, Red Devil lo stallone sauro era l'unico sveglio, eretto annusava l'aria e mostrava i denti per dimostrare il suo ruolo dominante.
Quell'atteggiamento mi incuriosì.
Capii che il motivo era lui.
Il manto nero brillava alla luce chiara della luna, i muscoli scolpiti nel petto, sul collo forte e leggermente curvo.
Lo studiai in ogni dettaglio, rimanendo di nuovo incantata da tanta bellezza.
La criniera era lunga e foltissima, appena mossa e gli cadeva tutta da un lato, un lungo ciuffo gli copriva quasi gli occhi.
Si avvicinò a me senza paura.
Non dava segni di nervosismo, anzi arrivò di fronte a me che stavo seduta in terra perplessa, incapace di ragionare.
Abbassai lo sguardo per non incontrare i suoi occhi e dimostrargli che non ero un pericolo.
Mi annusò i capelli e mi diede un colpo col muso sul petto.
Si voltò verso Red ed emise un nitrito forte come un tuono, grave e del tono più basso e rauco che io avessi mai sentito.
Red scalpitava e digrignava i denti, minaccioso.
Nell' eventuale confronto Black avrebbe sicuramente avuto la meglio.
Ma iniziò a galoppare, sentivo gli zoccoli rimbombare sulla terra umida.
E sparì nel buio.
Di nuovo.
Un sogno?
Troppo vero per essere un sogno.
Avevo ancora nel naso il suo odore e negli occhi la sua bellezza.
Decisi di portare con me nei giorni successivi una macchina fotografica.
Quel cavallo, Ann, era l'animale più affascinante che io avessi mai visto.
Vedi ancora oggi quando parlo di lui mi emoziono e mi tremano le mani.
Giorni e notti nuovamente senza rivederlo.
Il veterinario sempre troppo impegnato, sempre troppo distratto, sempre troppo svogliato.
Annotava appena tre appunti elementari ad ogni turno, cominciai a lamentarmi con l'allevatore e gli chiesi di rimanere la sola a seguire il progetto.
Ci accordammo su una collaborazione a distanza, io sul posto e lui in laboratorio.
Il branco ormai era perfettamente adattato.
Il mio compito stava volgendo alla fine.
L'autunno stava arrivando e di notte non potevo rimanere più perché la temperatura si era abbassata quindi restavo solo fino a tardo pomeriggio.
Con la macchina fotografica feci diversi scatti ai puledri e alle fattrici, a Red che ormai mi conosceva e non si lamentava se mi avvicinavo.
Approfittai della luce che mi si presentava per fare fotografie anche nei dintorni.
Mi allontanai per andare verso il balzo dei Falchi, quello dal quale si lanciano i parapendio.
E lo vidi.
Stava a testa alta proprio di fronte al vuoto.
Iniziai a cantare la melodia della prima notte che ci incontrammo.
Si voltò per guardarmi.
Camminavo lentamente.
Non mosse un passo.
Lo raggiunsi e allungai una mano per sfiorarlo.
La prima volta si ritrasse di scatto.
Allora portai la mano vicino alle sue narici, mi annusò e lasciò che passassi le dita sul collo.
Seguii con la mano la curva dei muscoli, la criniera ispida, salii lungo la testa e rimasi pochi secondi con la mano sui suoi occhi scuri.
Abbassò la testa docilmente.
Mi allontanai qualche metro e scattai la fotografia.
Ero entusiasta.
L'avrei conservata gelosamente, non avrei mai detto a nessuno di lui, aveva il diritto di vivere libero e selvaggio come aveva sempre fatto.
Lo salutai con un cenno della mano sicura di rivederlo i giorni successivi.
Andai a casa quasi correndo, dimenticando appunti e registratore, anche la giacca.
Sviluppate le fotografie, quello è il risultato.
Nulla.
Un prato, la vallata e niente altro.
Black Dream nella foto non c'è, come puoi vedere.
Non lo rividi mai più.
Ann notò che Rosie stava piangendo.
Rimasero in silenzio mani nelle mani.
"Ann io sono anziana ormai, non posso più tornare lassù, ma devi farmi una promessa: tornaci tu ogni tanto, anche di notte se puoi e se lo vedi fagli un ritratto, ma non dire mai e nessuno della sua esistenza."

1998_Angeltown_ mostra di pittura.
1° premio a Annelise Bunner_ titolo: il mio sogno.
Commento: dipinto di fantasia ispirato al mondo equestre, realizzato olio su tela.


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