Racconti di Giuseppe Acciaro


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Ruoli
Dopo aver parlato a lungo col sindaco, Moreno si aggiustò il colletto della camicia, il risvolto della giacca e la cintura dei pantaloni. Ripeté ancora le operazioni, come se una forza coercitiva gli impedisse di fare altro. Inizialmente, attribuì la causa di questo suo comportamento al suo colloqui col sindaco, a tratti punteggiato da polemiche e disaccordi, soprattutto per quanto concerneva l'esecuzione di piani di sviluppo riguardanti la cittadina. Eppure Moreno pensò che il motivo di questa sua agitazione fosse un altro, assai più profondo e sottile. La sua emotività gli aveva già giocato dei brutti scherzi, ma stavolta intuiva l'esistenza di dinamiche differenti, che però stentava a precisare e delimitare. Il suo ruolo di assessore era delicato, e molte persone lo avevano ritenuto inadeguato a tale carica (per un insieme di ragioni spesso vacue e superficiali), inducendolo a continue e per lui spossanti smentite, costringendolo a rimettersi sempre in gioco. Gli sudavano le mani e la fronte, che sciacquò con la delicatezza di un rito biblico presso la fontana della piazza principale, proprio davanti alla chiesa romanica dall'esterno ristrutturato. Passò la signora Badessi, il cavalier Rondoni, l'avvinazzato Claudio, la signorina Gherardi…Gli sembrava che tutti lo guardassero in modo insolito, con un'intensità e un'insistenza negli sguardi che prima d'allora non aveva mai riscontrato. Rimase stupito dalla replica villana di un garzone ad un ordine impartito con estrema gentilezza dal fornaio, e subito dopo notò che due persone stavano per mettersi le mani addosso, saltando la fase iniziale dello scontro verbale, per un motivo utilissimo. Moreno raccoglieva quei dati, che riteneva significativi, ma era incapace di dar loro ordine e coerenza. Percepiva una sorta di macchie scure che gli attraversavano la mente. Le respingeva con fermezza, ormai certo che la spigolosa chiacchierata col sindaco non c'entrasse assolutamente nulla col suo stato d'animo. Alzò lo sguardo, puntandolo contro il sole che pareva opacizzato, anche se la giornata era piuttosto tersa. Comperò un quotidiano e diede un'occhiata rapidissima ai titoli, che non riportavano notizie di rilievo, così come la cronaca locale, con servizi standard e un paio di articoli che fungevano da riempitivi. La Valeria lo salutò con un cenno frettoloso, quasi a smentire l'interesse che gli aveva sempre manifestato. Lui fece per avvicinarsi, ma lei scartò di lato, con un movimento inequivocabile. L'atmosfera si stava facendo pesante, e Moreno pensò che fosse il caso di uscire dalla cittadina e di incamminarsi per la strada che conduceva al colle soprastante. Doveva raccogliere le idee e respirare un'aria meno cupa e tesa.

Un daino, probabilmente quello che era già stato avvistato nella zona, gli attraversò la strada emettendo un verso strano, insolito per l'animale. Saltellava da una parte all'altra, indeciso su quale direzione prendere, poi infine spari nella macchia del bosco. Moreno udì ancora il suo verso, ancora più accentuato. Una taccola volò sopra di lui, gracchiando spaventata. Si ricordò di un altro episodio inconsueto, accaduto il giorno precedente e raccontatogli da un contadino, che aveva visto un falco pellegrino puntare un topolino delle risaie e arretrare incerto un attimo prima della cattura. Anche fuori dal paese, dunque, qualcosa stava cambiando. Ruoli ribaltati o da ridisegnare, le identità mutate, le interazioni sconvolte…Moreno stava resistendo, ma si chiedeva fino a quando ce l'avrebbe fatta. Chi o che cosa aveva stravolto quegli equilibri? Si interrogò sulla possibilità che altre località vicine avessero subito tali sconvolgimenti, e si ripropose di informarsi. Un urlo lontano ma distinto gli ferì le orecchie. Una voce giovane, simile a quella di un ragazzino, che implorava aiuto. Proveniva dall'interno del bosco. Moreno seguì subito la traccia vocale con uno scatto bruciante. Saltò rami secchi e spezzati, cumuli di foglie e le nodose radici di grossi alberi. Cadde anche, ma i rialzò all'istante e riprese la sua corsa. Si fermò al limitare di una radura, nei pressi di una casa color bianco sporco e col tetto a forma leggermente conica. Un altro grido, inequivocabile. Moreno deglutì e si nascose istintivamente dietro un albero. Una voce cavernosa ma dall'accento indefinibile, enunciò quello che sembrava un comando. Col respiro frammentato, Moreno forzò le gambe molli e arrivò accanto alla finestra. Vide dei simboli incomprensibili tracciati sul muro con dei profondi segni rossastri. Mise l'occhio tra le fessure della persiana. Fece un salto all'indietro, poi tornò a guardare. All'interno della stanza c'era un ragazzino legato ad una sedia. Davanti a lui, un uomo vestito di nero, alto, con un cappuccio sulla testa e una maschera sugli occhi, stava disegnando dei triangoli equidistanti sul pavimento, circoscritti ad un grosso cerchio. Moreno capì che gli avvenimenti che lo avevamo turbato erano in stretta relazione con quel rito. Risuonò ancora la voce di quell'individuo, facendo rabbrividire Moreno. Temeva che se avesse tentato di sfondare la porta quell'uomo avrebbe accoltellato il ragazzino. C'era inoltre l'eventualità che quell'essere inquietante avesse comunque deciso di sacrificare la vita del giovane. Non poteva più aspettare; da una piccola costruzione in legno, adiacente alla casa e adibita probabilmente a magazzino, estrasse un acuminato piccone.

Cominciò a percuotere la porta d'entrata con l'attrezzo. Udì la voce dell'individuo pronunciare lentamente delle parole misteriose. Il ragazzino piangeva e strillava. Moreno si aprì un varco e irruppe nella stanza. Dell'individuo non vi era più nessuna traccia, aparte il lungo vestito nero e il cappuccio. Il ragazzino supplicò Moreno di liberarlo. Questi suppose che non si fosse trattato del solito rito satanico compiuto da un fanatico, ma qualcosa invece di molto più inquietante e pericoloso, tipo un'entità maligna che si fosse materializzata per chissà quale criminoso disegno. "Te la senti di raccontarmi cos'è successo?" domandò Moreno. "Io abito qui vicino, stavo passeggiando nel bosco quando questo…questo mostro mi è apparso davanti, mi ha messo una mano sulla bocca e mi ha trascinato di peso fino a qui. Non capivo una parola di quello che mi diceva, parlava una lingua che non conoscevo e poi…quella voce era terribile…"
Moreno consolò il ragazzino e lo condusse all'aperto, per fargli prendere dell'aria. Moreno osservò il cielo; il sole non era più oscurato, mentre il canto degli uccelli si ripropose nitido e sicuro. Gli equilibri si stavano ripristinando.

Il profilo
"Signorina Giaccio, si accomodi pure su questa sedia. Noi docenti ci disporremo davanti a lei, formando una sorta di semicerchio. Lo spazio nell'aula è quello che è, bisogna adattarvisi."
Il professore di Diritto Lavorativo accompagnò le sue parole on un gesto eloquente, poi sorrise all'insegnante di Greco Moderno, un'avvenente signora bruna di 45 anni.
Lina Giaccio abbozzò un sorriso, poi si sedette. Il professore di "Elementi Commerciali" la scrutò a lungo, prima di sussurrare nell'orecchio dell'insegnante di "Strutture Legislative".
Il Preside aveva intanto tirato fuori la cartella personale della Giaccio e stava suddividendo i fogli in diversi blocchi, poi li suddivise in schede. Dal cassetto di un armadietto estrasse delle altre cartelle, che riguardavano gli studi precedenti di Lina, dalle elementari fino all'ultimo anno di "Liceo Multidisciplinare".
Il Preside sfogliava lentamente il materiale; si toccava la fronte, i grandi occhiali, si passava la mano sul mento. Lina Giaccio era molto tesa, sapeva che l'esame vero e proprio sarebbe iniziato soltanto dopo una sorta di giudizio emesso dal Preside. Il percorso compiuto da uno studente, comprensivo di voti e pareri, risultava fondamentale in sede di esame. Bisognava che non vi fossero slabbrature e incongruenze. Veniva ricercata una compattezza, un'organicità di rendimento.
"Signorina Giaccio, noi siamo responsabili del suo futuro. Non ci devono essere ombre di nessun tipo che possano compromettere il suo ingresso nel mondo del lavoro. Una volta erano sufficienti i voti, ma adesso i giudizi di merito sono imprescindibili e anche quelli di tipo morale e psicologico. Vede, esaminando i suoi trascorsi scolastici, emerge un andamento totalmente incoerente. Lei era bravissima alle elementari, poi appena sufficiente alle medie, infine discontinua qui al Liceo Multidisciplinare. Da un punto di vista caratteriale lei è stata ritenuta via via estroversa, timida, indecifrabile, tetra. Questo mi sconcerta, mi creda. Il mondo del lavoro ha bisogno di personalità solide e integre, le complessità caratteriali sono un vero e proprio disastro in un ambiente produttivo. Esaminando le sue schede è anche emerso che lei ha legato con una compagna che ha evidenziato problemi nell'apprendimento e dei disturbi comportamentali quando le toccava relazionarsi con gli altri studenti. Lei cos'ha da dire a riguardo?"
Gli occhi color nocciola di Lina guardarono il Preside in modo interrogativo.
"Non ho una risposta signor Preside, o per meglio dire dovrei dargliene tante a seconda delle varie circostanze, delle situazioni che ho dovuto affrontare".
"Tante risposte…Questo indica un evidente disagio da parte sua, ma adesso non voglio insistere. Spero che lei si sia preparata adeguatamente, e che dia una bella immagine di sé".
Lina si sentiva già stanca, come se qualcuno le avesse sottratto gradualmente le energie. Il preambolo del Preside non le era piaciuto, e temeva, anzi ne era quasi certa, che ogni sua lacuna o un'eventuale incertezza nel rispondere sarebbe stata rimarcata da parte della commissione. Lei aveva avuto delle difficoltà in qualche materia, in particolar modo con le ultime inserite nel piano di studi. Aveva patito i repentini cambiamenti ma anche dei subitanei ravvedimenti con il ritorno alle vecchie impostazioni. Nella scuola moderna tutto sembrava oscillare o spostarsi verso delle direzioni non molto chiare. La infastidivano i pareri pronunciati con frettolosa superficialità nei suoi confronti, e i continui tentativi da parte degli insegnanti di classificarla definitivamente, senza tener conto delle sue difficoltà che erano state anche di altri studenti, forse più abili di lei nel mascherarle o più acquiescenti con i professori.
Il professore di "Imprenditoria" iniziò a tempestarla di domande.
Lina Giaccio non si diplomò in quella occasione e interruppe definitivamente gli studi.

Il viaggio di Muliero
Muliero non riusciva a concentrarsi; ormai era arrivato alla pagina n. 18674 del romanzo di Brezzham Vithalis, "Le Angosce di un pastore armeno". Il vento entrava con veemenza attraverso i finestrini, fracassati dai tifosi dell'Acqualagna, rabbiosi per non aver trovato la località dove si esibiva la loro squadra del cuore. L'aria infastidiva Muliero che tossiva a ripetizione, disturbando l'ottuagenario venditore di lampadine usate, intento in quel momento a recuperare il suo parrucchino, finito tra i seni di una zingare albanese. Questa stava sonnecchiando ed emetteva dei suoni simili a gargarismi. La fauna dello scompartimento comprendeva anche un ragazzino dai capelli tinti e mesciati, intento a giocare con un finto computer portatile. Il treno si fermò in una piccola stazione. Muliero aprì la porta difettosa dello scompartimento. Davanti a lui c'era un bambino, impegnato da ore nell'ascolto di un Cd nonuplo, contenente le registrazioni di una tournee di Carmen Consoli.
Due intellettuali discutevano dei grandi innovatori del pensiero contemporaneo, soffermandosi ad analizzare in primis le riforme culturali apportate da Claudio Cecchetto e di Maurizio Mosca.
Muliero richiuse la porta. Le voci degli annunciatori uscivano confuse dagli altoparlanti. Il nuovo regolamento imponeva che le comunicazioni venissero tradotte in 33 lingue.
Il viaggio di Muliero si sarebbe concluso a Budapest, dove l'attendeva Jutka, la ragazza conosciuta tramite la rivista internazionale "I Derelitti". Lei gli scriveva in ungherese, lui in italiano, ma dopo accurati esami psicografici avevano capito di essere fatti l'uno per l'altra. Muliero cercò di calmare la zingara albanese, che stava inveendo contro l'ottuagenario, reo di averle palpato i seni. Il ragazzino col computer rideva in falsetto, mostrando i suoi denti finti.
Muliero si asciugò la fronte zuppa di sudore; La temperatura aveva superato i 40° gradi e il tasso di umidità aveva raggiunto il 98%. Non era ferrato in geografia, e dopo aver vagato per tutta l'Europa, aveva preso finalmente il treno giusto.
Butto nel bidone delle immondizie l'involucro della pasta al cioccolato e pistacchio, che aveva ritrovato in un angolo del frigorifero dopo una ricerca biennale. Accantonò definitavemte ogni proposito di riprendere la lettura del romanzo, e ripose il tomo di 18 kg nella sua valigia sdrucita., che conteneva un paio di mutande e una camicia, quanto bastava per un soggiorno di un paio di settimane.

Dalla tasca della giacca di pelle tirò fuori uno specchietto e diede una controllata al suo aspetto. Fece delle smorfie per verificare la sua mobilità facciale e abbozzò una serie di sorrisi.
Il treno decelerava, e dopo qualche minuto sentì pronunciare la parola Budapest.
Se ne uscì dallo scompartimento dopo qualche epiteto irripetibile rivolto ai suoi compagni di viaggio.
Sul primo binario c'era tanta gente assiepata. Muliero scese dal treno e attese che la folla si diradasse.
Una ragazza dai capelli radi e in soprappeso di una sessantina di chili stava guardando una fotografia. Alzò poi la testa sorridendo a Muliero. Lui aveva mandato la sua foto a Jutka, ma lei si era sempre rifiutata di fare altrettanto. Ora era chiaro il perché.
"Tu sei Jutka?" le chiese con voce esitante,
"Sì" rispose lei con tono squillante.
"Non sono Muliero!" ansimò lui, imboccando rapidamente il sottopassaggio.

Ai bordi dello sport
"Borzov è imbattibile, non ho mai visto nessuno come lui!" esclamò un tifoso russo in un discreto italiano. Nando De Socio non raccolse la provocazione. Era lì per seguire Pietro Mennea, e riteneva che il velocista di Barletta fosse in grado di sconfiggere il fenomeno russo. La mina vagante era rappresentata dall'americano Larry Black, nuova stella tra gli sprinter statunitensi. Jerry Bruce, seduto sulla gradinata sottostante a quella di De Socio, credeva ciecamente in Black, aveva persino puntato sulla sua vittoria. Bruce aveva grandi possibilità nell'atletica leggera, ma un incidente patito in motorino aveva compromesso l'uso della gamba sinistra, confinandolo nel ruolo di semplice tifoso. Crudele ironia del destino, il suo allenatore gli aveva predetto che un giorno sarebbe stato in grado di battere dei record. Dopo quel giorno infausto, Bruce si era smarrito nei meandri della vita, con una serie di fallimenti scolastici e lavorativi. Qualsiasi obbiettivo diveniva ai suoi occhi sempre più sfuocato, e diminuiva di conseguenza l'energia necessaria per raggiungerlo. Durante le olimpiadi aveva simpatizzato con Nando De Socio, tra l'altro erano ospiti dello stesso albergo, e si divertiva ad ascoltare quell'Inglese misto a dialetto meridionale pronunciato dal suo amico.
Bruce staccò lo sguardo dalla pista d'atletica per concentrarsi sul panorama offerto dalla città di Monaco, che sembrava avvolgere l'Olympiapark e le sue modernissime costruzioni collegate da una copertura a rete.
Entrarono gli atleti per disputare la finalissima dei 200m. A Jerry piacevano tantissimo tutte quelle emozioni concentrate in pochi secondi. Il poderoso Borzov sembrava più rilassato rispetto ai suoi concorrenti. Mennea pareva sprigionare una sorta di elettricità. La voce dello speaker si frammischiava con le grida degli spettatori. Il boato si trasformò in brusio, poi il silenzio. Partiti. Dopo pochi metri non vi erano più dubbi su quello che sarebbe stato il vincitore: Borzov. Mennea, dopo la curva, si scatenò in una delle sue devastanti progressioni, e si piazzò alle spalle del sovietico e di Larry Black. Bruce ebbe un moto di stizza, mentre De socio applaudì comunque l'atleta di Barletta. Bruce aveva perso i soldi della scommessa, e al ritorno in patria avrebbe dovuto restituire i soldi che un suo amico gli aveva prestato per pagarsi l'albergo. De Socio propose a Jerry di andare a bere qualcosa, ma quest'ultimo rifiutò cortesemente l'invito.

5 Settembre 1972.
Bruce non aveva sonno, passeggiava nervosamente tra le costruzioni del villaggio olimpico. Erano le prime ore del mattino. Sentì alcune detonazioni. Provenivano dall'edificio che si ergeva davanti a lui. Poco dopo ne uscirono 3 uomini, atleti israeliani. Erano terrorizzati. Uno di loro strillò la parola"Fedayn". Si radunarono tantissime persone. Qualcuno disse che quell'azione era nell'aria, che bisognava attendersi che i terroristi palestinesi attaccassero prima o poi la squadra israeliana. Nessuno sapeva bene cosa fare. Bruce pensò per un istante di compiere un gesto decisivo, che gli sarebbe valso il riconoscimento di tutto il mondo. Sarebbe entrato finalmente nella storia, probabilmente per non uscirvi mai più. Arrivarono auto delle polizia. C'erano stati dei morti e i terroristi avevano intenzione di servirsi dei prigionieri israeliani come ostaggi. La situazione si era complicata, e diminuivano le possibilità per Bruce di tentare qualcosa, dato che i poliziotti avrebbero proibito qualsiasi intervento esterno. Pensò di intervenire con un gesto apparentemente sconsiderato, di gridare qualcosa, un motto o uno slogan in lingua araba, della quale conosceva pochi vocaboli, ma forse sufficienti per formare una frase di senso compiuto. L'urlò gli si smorzò in gola, lui lo aveva volontariamente soffocato, per nulla convinto degli impulsi che seguitavano a scuoterlo. Bruce si allontanò da quel luogo, rimuginando sulle eventuali possibilità di tornare protagonista.

Il nostro delirio
Alberto raccolse le scarpe di tela e si tolse la sabbia, che era piuttosto fine, dai piedi. Con lo sguardo velato dal sudore vide che stava arrivando un'automobile tedesca, con a bordo una famigliola di 4 persone. Il guidatore, somigliante ad Helmut Haller ma ancora più appesantito, disse alla moglie che gli sarebbe piaciuto praticare lo sci nautico. Alberto capiva il tedesco, ma conosceva bene anche l'inglese e da un anno aveva cominciato a studiare il cinese. Si lasciò alle spalle la spiaggia e si avvio verso l'interno. La strada saliva leggermente e le pendenze erano discrete. Un villino recintato chiudeva il percorso. Alberto spinse il cancello e trovò un biglietto attaccato con lo scotch ad una sedia di bambù:"Vieni avanti e goditi i limoni!"c'era scritto. Alberto evitò di farsi pungere da un ramo spinoso, poi sfiorò una foglia dal color verde scuro e la forma ellittica. I frutti erano oblunghi, appena appuntiti. Ne colse uno, lo tagliò a metà con il coltellino che teneva nello zainetto e lo addentò con gusto. Vicino alle radici dell'ultimo albero di limone scorse un altro biglietto:" Bene, ora ammira i cedri!" Alberto poté apprezzarne i rami dal color rosso sfumato e le grandi foglie glabre. Essendo i cedri alberi a ramificazione bassa non gli fu difficile afferrare un frutto, dalla forma più arrotondata di quella del limone. Assaggiò con piacere anche quest'altro agrume. Sul sentiero erboso recuperò un foglio bianco: "Vieni avanti, e sarai contento!" Alberto avanzò e si fermò davanti ad un albero di chinotto. Stava per staccare un frutto da un ramo quando udì una voce a lui nota: "Sono qui alla tua sinistra, Alberto!" Lui si girò e vide lei, Fumi, seduta su una sedia di paglia e davanti a un tavolino rotondo con sopra i pezzi degli scacchi cinesi. A fianco della scacchiera una bottiglia ancora chiusa di un analcolico a base di chinotto e due bicchieri con dei simboli in cinese. Fumi liberò i capelli corvini dal lungo spillone che li teneva fermi e invitò Alberto a baciarla. L'uomo si asciugò il sudore dalle tempie brizzolate con il fazzoletto profumato che lei gli tese e poi la baciò a lungo, alternando il contatto bocca a bocca con delle sorsate di aperitivo. "Grazie di essere entrato nel mio mondo, Alberto. Mi hai seguito e ti ho accolto. Questo è il nostro delirio!" Lui chinò il capo in cenno di assenso.

La soluzione
Il ministro dello "sviluppo economico" Aristolfo Incrementi si slacciò la cintura dei pantaloni e il colletto della camicia. Addentò una coscia del maiale dopo averla strappata dalle mani di Cifinia Blesi, ministro delle "libagioni", che lo insultò con un accento lucano mutuato da inflessioni lombarde. Gli altri commensali stavano finendo di ingurgitare i resti di 73 suini, cucinati arrosto e infarciti di mortadella, uovo sodo, maionese, mostarda, olive, capperi, acciughe, impreziositi da fettine di anguria ed avocado e bagnati nel whisky e vodka. Il ministro Blorpi, preposto alla "salvaguardia delle aree dismesse", sentendosi affaticato, prese una pillola di Tardigex, medicinale sotto sequestro da 8 anni, passatagli dal ministro della "sanità retrospettiva, l'onorevole Chiocli, noto anche come autore dei libri "Conflitti Ospedalieri" ed "Efferatezze Medicali". Incrementi si affacciò sul balcone rostrato e abbellito di palloncini dai colori cangianti, e si rivolse alla folla sottostante. "Fate come noi, cari cittadini, rimpinzatevi di carne di suino, che infonde buon umore e preserva la salute. I prezzi hanno subito un ribasso e la potete trovare in tutti i supermercati della catena produttiva gestita dal ministro Crobbiari, addetto alle "opportunità dei disagiati". Delle urla provenienti dall'interno dell'abitazione spaventarono Incrementi, che rientrando vide alcuni onorevoli che stavano rantolando a terra. Lui stesso avvertiva da circa mezz'ora delle acute fitte al fegato. Gi tornarono in mente le parole dell'onorevole Avidi, che lo aveva avvisato di non acquistare la carne in giacenza nei magazzini Crobbiari. Infatti, Avidi non era presente tra gli invitati. Sospinto dal suo animo generoso, Incrementi pensò di dover condividere quel cibo con la massa degli indigenti. Ritornò sul terrazzo per lanciare alla gente una testa di suino, ma si accasciò tra violenti spasmi. Prima di perdere i sensi si vide ricoverato nella villa del ministro dei "ricoveri d'elite".

Il maniscalco
Il nuovo negozio di telefonia mobile aveva preso il posto della vecchia latteria. C'era voluto molto tempo per disfare la vecchia struttura all'interno e approntarne una nuova, adeguata a dei criteri moderni. I banconi erano due, entrambi di forma ricurva, uno rosso e l'altro blu, con tantissimo spazio tra questi e l'entrata. Appeso alla parete, a fianco degli accessori inseriti dentro delle buste colorate, un poster, un viso di donna ripreso di profilo, truccata con un fondo tinta leggero e le labbra dischiuse in un sorriso compiaciuto. La titolare, Silvia Bellini, lisciò la foglia più grossa di una Lantana, poi aprì la porta per posizionarsi come suo solito, con le braccia conserte e la gamba destra inclinata. Sul lato opposto della strada batteva ancora il sole. Silvia inviò un rapido messaggio, contenente anche un errore grammaticale, ad una sua amica, una vicina di casa che non vedeva da tempo, ma con la quale manteneva i contatti via sms. Nel frattempo le erano arrivate altre comunicazioni, una dal bar di fronte, dalla sua amici Cinzia che le diceva di andarla a trovare; non si trattava in fondo che di pochi metri…
Con lo sguardo Silvia percorse la fila di negozi sull'altro lato, da sinistra a destra e viceversa, soffermandosi sulla grossa bottega all'angolo, separata dalla parrucchiera da alcuni metri liberi, e in mezzo un basso pitosforo per colmare il vuoto. Dentro la bottega Carlo Orselli stava controllando se la fucina fosse in ordine. L'esame lo soddisfò, poi aprì l'agenda dove venivano segnati gli appuntamenti. Cancellò un nominativo e a fianco di quello sotto aprì una parentesi per scrivervi "Chiamare il veterinario". Una cavallo aveva dei seri problemi alla parte anteriore dello zoccolo, e prima di ferrarlo era necessario consultarsi con uno specialista. Carlo, seguendo la stessa linea di suo padre, era molto scrupoloso a proposito. Non voleva avere sulla coscienza la salute di un animale, e soprattutto quella di un cavallo. Quando viveva coi suoi nella casa in collina alleva cavalli di due razze diverse: la Maremmana, la sua preferita per le sue affinità con la Spagnola, e la Landese, dopo che aveva ricevuto in regalo due esemplari da un suo amico, un esperto allevatore francese. Gli erano piaciuti subito anche per via della somiglianza con la razza Araba. Ammirava anche la loro linea snella ed agile.

Pur non essendo un veterinario si documentava su ogni tipo di malattia che potesse riguardarli, leggendo libri e riviste, frequentando una biblioteca specializzata e andando a dei convegni sul tema. A volte aveva avuto l'impressione di accostarsi a quegli animali con una passione persino eccessiva, ma dopo si giustificava dicendosi che in fondo non vi era nulla di sbagliato in qualsiasi forma di sentimento, quando questo fosse sano e lecito. In più di una circostanza la sua affettuosità era stata ampiamente ricambiata da parte dei cavalli con delle manifestazioni inequivocabili. Dopo che i suoi genitori andarono in pensione, la fattoria venne venduta per sopperire a dei disagi economici, e con la sua cessione finì anche la sua esperienza come allevatore. Questa esperienza gli era servita successivamente, durante il periodo in cui aveva frequentato la scuola per diventare maniscalco e nell'esercizio di questo mestiere. Suo padre gli era stato vicino sia durante il suo tirocinio che in seguito, infondendogli fiducia e mettendovi le conoscenze maturate dopo tanti anni da allevatore. Ora viveva con sua madre in una piccola casa vicino a Gubbio, ma lo sentiva spesso per telefono. Carlo non conosceva un altro modo per comunicare oltre la lettera. Non possedeva un telefonino, e nemmeno un computer. Non era contrario alla tecnologia e alla sua evoluzione, ma non aveva ancora provato un vero e proprio interesse verso questi oggetti. Li aveva semplicemente sperimentati, riscontrandone pregi e difetti, ma non riusciva ancora ad amarli. Forse sarebbe venuto il tempo anche per questo. Forse…
Il suo inserimento in paese non era stato semplice; c'era stato un contenzioso contro chi rivendicava per sé lo spazio poi utilizzato per aprire l'attività. Il sindaco Valeri assieme ad altre personalità del paese lo aveva sempre osteggiato, sostenendo che un mestiere come quello del maniscalco non era più attuale, che strideva con il concetto di modernità, e che oltretutto tutto il paese avrebbe risentito di questo passo all'indietro. Valeri era intenzionato a dare un volto nuovo al paese, spogliandolo di tradizioni arcaiche, e l'arrivo di Orselli aveva minacciato di compromettere tutto. Il sindaco continuava a ripetere a Carlo che non c'era nulla di personale, ma che lo riteneva indubbiamente un grosso ostacolo allo sviluppo della comunità.

Orselli si affacciò sulla strada. Vide la Bellini che lo fissava. Il corpo aveva un atteggiamento rigido, innaturale. I capelli tinti di biondo erano mossi dal vento e si dividevano in modo scomposto. Fino a qualche anno prima la considerava una bella donna, ma col passare del tempo questo aspetto non aveva più nessun rilievo.
Aveva sentito dire che una parente della Bellini aveva delle mire sulla sua bottega, e che progettava di impiegare il suo spazio per aprire una grossa boutique.
Carlo aveva imparato a dare retta a quelle voci, che quasi sempre prendevano corpo.

Bibi Edwall stava scendendo lungo la strada in pendenza che conduceva verso la parte sud del paese. Con una mano stringeva il filetto legato ad un cavallo non molto alto, con le spalle forti ed inclinate, ed una gabbia toracica piuttosto estesa. Sopra gli occhi presentava un ciuffo scuro. Seguiva mite la sua padrona, che procedeva spedita.
Era una donna sulla quarantina, dai lunghi capelli biondi e fini, legati con un nastro rosso. Indossava un paio di pantaloni da cavallerizza ricamati all'altezza della caviglia.
Gli zoccoli del cavallo avevano bisogno di una nuova ferratura e non aveva esitato a rivolgersi a Orselli, con il quale si era sempre trovata bene. Anche in Svezia aveva fatto l'allevatrice,e giunta in Italia aveva pensato di continuare questa attività. Fedele alle proprie tradizioni, aveva seguitato ad occuparsi della razza North Swedish, una delle migliori sotto il profilo della robustezza e della longevità.
Bibi aveva tante amicizie nella zona, ma gli sarebbe piaciuto approfondire la conoscenza con Orselli, che sapeva ancora scapolo e che doveva avere grosso modo la sua età.
Arrivata in prossimità della bottega scorse Orselli in strada, mentre sull'altro lato Silvia Bellini stava confabulando con sua cugina Patrizia, mentre il sindaco e l'assessore chiacchieravano a pochi passi dalle due donne.
La presenza di quelle persone innervosì Bibi, che pensò subito che stessero tramando qualcosa contro Orselli. L'allevatrice era al corrente delle loro manovre, e parteggiava naturalmente per Carlo.

Orselli salutò calorosamente la donna e la fece accomodare nella bottega. Accarezzò lievemente il cavallo, poi diede un'occhiata allo zoccolo.
"Eh, sì, qui c'è da fare un bel lavoro."
Carlo tolse con delle tenaglie il vecchio ferro, poi limò l'unghia in eccesso dello zoccolo. Prese un altro ferro, lo scaldò, e lo mise ancora rovente sull'incudine per modificarlo in qualche punto. Lo immerse nell'acqua fredda finché non cambiò la sua temperatura.
Pose il ferro contro lo zoccolo e martellò i chiodi. Tolse infine una sporgenza in modo che un'estremità aderisse perfettamente allo zoccolo.
"Ecco fatto, signora Edwall!"
"Bibi, la prego mi chiami così. Mi ha tolto un gran peso, e oltre a pagarla per il lavoro, avrei piacere di invitarla a bere qualcosa."
"Sì, ma sono io ad invitarla se me lo permette. Sa, non ci sono molte occasioni di parlare con qualcuno. I miei contatti li ho generalmente con persone come lei, che vivono fuori dal paese e che mi cercano per il mio lavoro. Qui ci sono delle persone che non vedono di buon occhio nemmeno i cavalli. Già…li ritengono "sorpassati".
Bibi abbozzò un sorriso. Aveva visto che il sindaco e l'assessore, insieme alle altre due donne, si stavano dirigendo verso la bottega.
Fece un cenno a Carlo, che capì la situazione. Invitò Bibi a seguirla, mentre il cavallo rimase nella bottega.
Carlo guardò il quartetto e strinse un braccio di Bibi. Il sindaco si girò verso l'assessore, che si grattò la testa calva. Silvia Bellini si voltò di scatto a parlare con la cugina, che sembrava fra tutti la più tesa. Lei ci teneva moltissimo a impadronirsi e a trasformare la bottega di Orselli, e temeva di non riuscire a realizzare la sua aspirazione.
Bibi guardò a muso duro il quartetto. Il sindaco si sfiorò con l'indice la guancia perfettamente rasata e con un movimento del sopracciglio e un movimento minimo del campo indusse gli altri tre a seguirlo e a posizionarsi sull'angolo diametralmente opposto.
Carlo aveva compreso che quel giorno non vi sarebbero stati attacchi frontali.

"Forse non è il caso di rimanere qui. Se mi accompagna a casa le preparerò del tè".
Carlo giocò con i suoi ricci scuri e allargò le braccia chinando il capo, in segno di una gradita resa.
Bibi afferrò il filetto del cavallo.
Dopo un paio di salite il terzetto era già fuori dalla vista dei curiosi.


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