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Oggetti

 
Antologia poetica
L'amore - La donna - Morte dei propri cari - Affetto per i propri cari - Tristezza e solitudine - Il dolore - La nostalgia - Racconto di un episodio - La natura - Gli animali - Gli oggetti - I desideri - I ricordi - Il poeta e se stesso - Il poeta e i luoghi - Il poeta si diverte - La poesia per i poeti -

RAPPORTO CON GLI ANIMALI



E voi piangete, Veneri ed Amori
E voi piangete, Veneri ed Amori,
e voi che più avete gentilezza,
morto è il passero della mia fanciulla,
il passero, gioia della mia fanciulla,
da lei amato più degli occhi suoi
tanto era dolce: la riconosceva
come una figlia piccola la madre
e mai s’allontanava dal suo grembo,
ed a piccoli salti qua e là intorno
verso lei sola sempre pigolava.
E ora va per la strada buia, laggiù,
di dove, dicono, non torni alcuno.
Maledette, voi malefiche tenebre
dell’Orco che divorate le cose
più belle: mi avete portato via
un passero bellissimo: che perfida
crudeltà! O povero piccolo passero!
E per te gli occhi della mia fanciulla
si gonfiano e s’arrossano di pianto.
(Catullo, traduzione di S. Quasimodo)

  Gabbiani
Non so dove i gabbiani abbiano il nido,
ove trovino pace.
Io son come loro,
in perpetuo volo.
La vita la sfioro
com’essi l’acqua ad acciuffare il cibo.
E come forse anch’essi amo la quiete,
la gran quiete marina,
ma il mio destino è vivere
balenando in burrasca.
(Vincenzo Cardarelli)

Il pappagallo
La bestia ha le piume di tanti colori
che al sole rilucon cangiando.
Su quella finestra egli sta da cent’anni
guardando passare la gente.
Non parla e non canta.
La gente passando si ferma a guardarlo,
si ferma parlando fischiando e cantando,
ei guarda tacendo.
Lo chiama la gente,
ei guarda tacendo.
(Aldo Palazzeschi)

  Skotsch-terrier
Avevi un cane, Ilo di nome, bello,
che a vederlo su un prato in tondo correre
la sua felicità chiamava lacrime.
 
Ti morì quella volta della Francia.
 
E fu un lutto domestico e del mondo.
(Umberto Saba)

Lo scricciolo
Su e giù, va e viene sempre inquieto,
fruga e becca tra gli spini:
qua un seme, là una goccia ed una foglia
senza che di mangiare abbia gran voglia,
senza saper se voli o se cammini.
Somiglia alle ragazze più vivaci:
le tieni ferme solo con i baci.
(Corrado Govoni)

  La lucertola vecchia
Sul sentiero bruciato
ho visto il buon lucertolone
(goccia di coccodrillo)
meditare.
Con la sua verde sottana
di abate del diavolo,
il colletto inamidato
e il portamento corretto,
ha un'aria molto triste
da vecchio professore.
Quegli occhi rinsecchiti
di artista fallito,
come guardano la sera
morente!

è questa la sua passeggiata
crepuscolare, amico?
Usate il bastone, ormai siete
troppo vecchio, don Lucertolone,
e i bambini del paese
vi possono spaventare.
Che cosa cercate sul sentiero,
filosofo orbo,
se il fantasma indeciso
della notte d'agosto
ha rotto l'orizzonte?

Cercate l'azzurra elemosina
del cielo moribondo?

Un centesimo di stella?
O forse
studiate un libro
di Lamartine e vi piaccion
i trilli argentini
degli uccelli?

(Guardi il sole calante,
e i tuoi occhi brillano,
o drago delle rane!
con un fulgore umano
Le gondole senza remi
delle idee passano
l'acqua tenebrosa
delle tue iridi bruciate.)

Forse vieni a cercare
la bella lucertola,
verde come le messi
di maggio,
come le chiome
delle fonti addormentate,
che ti ha disprezzato
e ha lasciato il tuo campo?
O dolce idillio spezzato
sui freschi giunchi!
Ma vivere! che diavolo!
mi siete simpatico.

La frase: "Mi oppongo
al serpente" trionfa
nel vostro gran mento
di arcivescovo cristiano.

Già è svanito il sole
sulla cima del monte
e le greggi
ingombrano la strada.
è ora di andarsene,
lasciate l'angusto sentiero
e non seguitate
a meditare.
Avrete tutto il tempo
di guardare le stelle
quando tranquillamente i vermi
vi mangeranno.

Tornate a casa vostra
sotto il paese dei grilli!
Buonanotte,
caro don Lucertolone.

La campagna è deserta,
i monti sono spenti
ed è vuota la strada:
solo di quando in quando
un cuculo canta
nell'ombra dei pioppi.
(Federico García Lorca)

A pianterreno
Scoprimmo che al porcospino
piaceva la pasta al ragù.
Veniva a notte alta, lasciavamo
il piatto a terra in cucina.
Teneva i figli infruscati
vicino al muro del garage.
Erano molto piccoli, gomitoli.
Che fossero poi tanti
il guardia, sempre alticcio, non n’era sicuro.
Più tardi il riccio fu visto
nell’orto dei carabinieri.
Non c’eravamo accorti
di un buco tra i rampicanti.
(Eugenio Montale)

  La capra
Ho parlato a una capra.
Era sola sul prato, era legata.
Sazia d’erba, bagnata
dalla pioggia, belava.
 
Quell’uguale belato era fraterno
al mio dolore. Ed io risposi, prima
per celia, poi perché il dolore è eterno,
ha una voce e non varia.
Questa voce sentiva
gemere in una capra solitaria.
 
In una capra dal viso semita
sentiva querelarsi ogni altro male,
ogni altra vita.
(Umberto Saba)

La morte del cardellino
Chi pur ieri cantava, tutto spocchia,
e saltellava, caro a Tita, è morto.
Tita singhiozza forte in mezzo all’orto
e gli risponde il grillo e la ranocchia.
 
La nonna s’alza e lascia la conocchia
per consolare il nipotino smorto:
invano! Tita, che non sa conforto,
guarda la salma sulle sue ginocchia.
 
Poi, con le mani, nella zolla rossa
scava il sepolcro piccolo, tra un nimbo
d’asfodeli di menta e lupinella.
 
Ben io vorrei sentire sulla fossa
della mia pace il pianto di quel bimbo.
Piccolo morto, la tua morte è bella!
(Guido Gozzano)

  Questo ispido villoso calabrone
Questo ispido villoso calabrone
l’ho trovato fradicio
di polline e rugiada
nella campana d’un fiore arancione.
Zampettava di qua e di là, ronzando
per uscire, ma non trovava più la strada.
Lo tirai fuori, ed ora è lì che vola
in un raggio di sole tutto d’oro:
come un ubriacone che s’alza dal marciapiede
e s’incammina malsicuro borbottando.
(Corrado Govoni)

Il gatto
Vieni sul mio cuore innamorato, mio bel gatto:
trattieni gli artigli della zampa,
e lasciami sprofondare nei tuoi occhi belli
misti d’agata e metallo.

Come s’inebria di piacere la mia mano
palpando il tuo elettrico corpo
con le dita che tranquille ti accarezzano
la testa e il dorso elastico!

E penso alla mia donna, a quel suo sguardo
come il tuo, amabile bestia,
freddo e profondo che taglia e fende come freccia,

e a quell’aria, a quel profumo
che pericoloso fluttua sul suo corpo
dai piedi su fino alla testa!
(Charles Baudelaire, trad. Claudio Rendina)

  Se più non fossi viva
Se più non fossi viva
quando verranno i pettirossi,
date a quello con la cravatta rossa
per ricordo una briciola.

Se non potessi ringraziarvi
perché immersa nel sonno,
sappiate che mi sforzo
con le mie labbra di granito!
(Emily Dickinson, traduzione di M. Guidacci) 

Poesia per una cicala
Io non so cantare lo zelo
della formica immortale,
più vicino alla mia sorte
è lo stridore della cicala
che trema fino alla morte.
Nel tempo mio diletto
mi confidavo a quell'ira
insistente che mi assopiva
con la cicala nel petto.
Ora nello sfacelo
della mia giornata mi resta
un po' di polvere in pugno,
ma tanto vale la tua spoglia
che ancora risento quel melo
stormire e nell'aria di giugno
la tua allegria funesta
nascere dietro una foglia.
(Leonardo Sinisgalli)

  Il bove
T'amo, o pio bove; e mite un sentimento
di vigore e di pace al cor m'infondi,
o che solenne come un monumento
tu guardi i campi liberi e fecondi,

o che al giogo inchinandoti contento
l'agil opra de l'uom grave secondi:
ei t'esorta e ti punge, e tu co 'l lento
giro de' pazienti occhi rispondi.

Da la larga narice umida e nera
fuma il tuo spirto, e come un inno lieto
il mugghio nel seren aer si perde;

e del grave occhio glauco entro l'austera
dolcezza si rispecchia ampio e quieto
il divino del pian silenzio verde.
(Giosuè Carducci)

Tu andavi e venivi
Tu andavi e venivi dalle porte
silente e irrequieto.
Sospettoso tastavi con la zampa
lo spigolo di un divano
la macchia di un tappeto.
Non temevi altra insidia che l'ombra
ma le correvi dietro.
L'ingannevole ninfa ti portava
col muso nei secchi
e in riva ai torrenti.
Ti spingeva a grattare sugli specchi.
Tornavi pazzo i mattini
col polline sui denti.
(Leonardo Sinisgalli)
 

  Per un cane
Sei stato con noi per undici anni.
Una sera siamo tornati:
eri disteso davanti al cancello,
il muso nella polvere della strada,
le zampe già fredde, il dorso
tepido ancora.
Ora sei tutto
nella buca che ti abbiamo scavata.
Ma gli undici anni
della tua umile vita,
il genere
per ognuno che partiva,
il soffrire di gioia
per ognuno che ritornava
- e verso sera
se qualcuno
per una sua tristezza
piangeva
tu gli leccavi le mani:
lo guardavi
e gli leccavi le mani -
oh, gli undici anni
del tuo muto amore
tutto qui
sotto questa terra
sotto questa pioggia
crudele?
Esitavi
sulla ghiaia umida:
sollevavi
una zampa - tremando.
Ora nessuno ti difende
dal freddo.
Non ti si può più chiamare.
Non ti si può più dare
niente.
Solo le foglie fradice morte
cadono su questo pezzo
di prato.
E pensare che altro rimanga
di te
è vietato:
di questo il nostro assurdo
pianto si accresce.
(Antonia Pozzi)

Cicala!
              A Maria Luisa

Cicala!
Beata te,
che sopra il letto di terra
muori ubriaca di luce.

Tu sai delle campagne
il segreto di vita,
e il racconto della vecchia fata
che nascere sentiva l'erba
rimane nascosto in te.

Cicala!
Beata te,
che muori sotto il sangue
di un cuore azzurro.
La luce è Dio che scende,
e il sole
breccia per dove filtra.

Cicala!
Beata te,
che senti nell'agonia
tutto il peso dell'azzurro.
(Federico García Lorca)
 
 
  Nei miei primi anni
Nei miei primi anni abitavo al terzo piano
e dal fondo del viale di pitòsfori
il cagnetto Galiffa mi vedeva
e a grandi salti dalla scala a chiocciola
mi raggiungeva. Ora non ricordo
se morì in casa nostra e se fu seppellito
e dove e quando. Nella memoria resta
solo quel balzo e quel guaito né
molto di più rimane dei grandi amori
quando non siano disperazione e morte.
Ma questo non fu il caso del bastardino
di lunghe orecchie che portava un nome
inventato dal figlio del fattore
mio coetaneo e analfabeta, vivo
meno del cane, e strano, nella mia insonnia.
(Eugenio Montale)

Tiene il ragno
Tiene il ragno un gomitolo d'argento
con due mani invisibili
e in una danza dolce e solitaria
sdipana il filo di perla.

Di nulla in nulla avanza
col suo lavoro immateriale.
Ricopre i nostri arazzi con i suoi
nella metà del tempo.

Gli basta un'ora ad innalzare
teorie di luce.
Pende poi dalla cima di una scopa,
dimenticando ogni sua sottigliezza.
(Emily Dickinson)
 

  A un asino
Oltre la siepe, o antico pazïente,
De l'odoroso biancospin fiorita,
Che guardi tra i sambuchi a l'orïente
Con l'accesa pupilla inumidita?

Che ragli al cielo dolorosamente?
Non dunque è amor che te, o gagliardo, invita?
Qual memoria flagella o qual fuggente
Speme risprona la tua stanca vita?

Pensi l'ardente Arabia e i padiglioni
Di Giob, ove crescesti emulo audace
E di corso e d'ardir con gli stalloni?

O scampar vuoi ne l'Ellade pugnace
Chiamando Omero che ti paragoni
Al telamonio resistente Aiace?
(Giosuè Carducci)

La pantera
Nel Jardin des Plantes, Parigi

Dal va e vieni delle sbarre è stanco
l'occhio, tanto che nulla più trattiene.
Mille sbarre soltanto ovunque vede
e nessun mondo dietro mille sbarre.

Molle ritmo di passi che flessuosi e forti
girano in minima circonferenza,
è una danza di forze intorno a un centro
ove stordito un gran volere dorme.

Solo dalle pupille il velo a volte
s'alza muto-. Un'immagine vi penetra,
scorre la quiete tesa delle membra-
e nel cuore si smorza.
(Rainer Maria Rilke, trad. Giacomo Cacciapaglia)
 

  Il caprone
Il gregge di capre è passato
vicino all'acqua del fiume.
Nella sera di rosa e zaffiro,
piena di pace romantica,
guardo
il caprone.

Salve, muto demonio!
Sei l'animale
più intenso.
Mistico eterno
dell'Inferno
carnale...

Quanti incanti
nella tua barba,
nell'ampia fronte,
rude don Giovanni!
Che accento quello del tuo sguardo
mefistofelico
e passionale!

Vai per i campi
con il tuo gregge,
da eunuco
mentre sei un sultano!
La tua sete di sesso
che non si spegne mai;
bene imparasti
dal padre Pan!

La capra
lenta ti segue
innamorata con umiltà;
ma le tue passioni sono insaziabili;
la vecchia Grecia
ti capirà.

O essere di profonde leggende sante
di magri asceti e di Satana
con pietre nere e croci rozze
con fiere domate e profonde grotte,
dove ti videro nell'ombra
soffiar la fiamma
del sesso!

Caproni cornuti
con barbe forti!
Nero compendio di medioevo!
Sei nato vicino a Filomede
nella schiuma casta del mare
e le vostre bocche
l'accarezzarono
allo stupore del mondo astrale.

Venite dai boschi pieni di rose
dove la luce è uragano;
venite dai prati di Anacreonte
pieno di sangue dell'immortale.
Caproni!
Siete la metamorfosi
di vecchi satiri
ormai perduti.
Voi spargete lussuria vergine
come non può altro animale.

Illuminati del Mezzogiorno!
Fermarsi
per ascoltare
quel che dal fondo della campagna
vi dice il gallo:
Salve!
(Federico García Lorca)

Il lumino verde
Vanno, vanno col loro lumino quasi verde,
vanno e ognuna si perde come in un soffio d'oro...
<<Lucciola, lucciola, vien da me.>>

Oh, non aprire il pugno per afferrarle. Guai!
Esse, bimbo non sai? son le fate di giugno.
Bimbo, che ne faresti d'un lumino così
lieve? Immagino, sì, che ce lo spegneresti.
<<Lucciola, lucciola, vien da me.>>

Lasciale! Col lumino loro, il lumino verde,
a ciascun che si perde insegnano il cammino:
sono le nostre stelle, le stelle della terra,
o tu che ami la guerra, fanciulletto ribelle.
<<Lucciola, lucciola, vien da me.>>
(Marino Moretti)
 

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