Poesie di Claudio Badalotti


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Pensare non mi basta
Pensare non mi basta,
mi affascina il contrario delle cose
rispetto a quelle che mi sembran vere
e il tempo è insufficiente.
Non penso per legittima difesa
di quello che non so,
e mi scarseggia il fiato
in questa corsa ripiena di ostacoli.
Il tragitto mancante è così breve
da considerarlo ormai già concluso.
Che mi serve pensare al dopo, forse
per superare l’ansia del finire,
e capire la soglia
del sia quello che sia
che il mio buon Dio non voglia.

Destino nell’infinito
Correre a spalle nude
senza meta sotto il sole cocente
del pensiero, mi porta trasognato
all’immagine vera del destino.

Lui, che m’aspetta dietro
quello sguardo severo e intransigente;
lui, che non mi perdona
il peccato di vivere;

lui, che fa di me tutto
quello che non t’aspetti;
lui, che a sorpresa appare
sempre allo stesso modo

e io inaspettatamente
disarmato e indifeso.
Sapere o non sapere
ciò che mi può accadere

m’avvolge nell’autunno
dell’incoscienza del tempo che passa
ed inciampo nelle buche di sabbia
del tormento nel dubbio.

Il sonno poi all’alba
tramonta dietro sbarre arrugginite
di palpebre che restano socchiuse.
Guardo senza vedere,

e odo senza ascoltare
quel ronzio costante uniforme e sordo
del vento che mi sorseggia e delude
l’inconsistenza del senso del buio,

e mi porta riflesso oltre il traguardo,
senza vittoria e lode,
in quel tutto tondo che non s’impone:
in fine l’infinito.

Là dove noi non siamo
Corro intorno a quel verbo
d’oro che ruzzolante
mi parla del tuo amore
come se le cose andassero tutte
per il meglio così
mi butto fra le stelle
che vegliano sul campo
una ad una dove l’erba è alla brezza
come l’ape nel nettare dei fiori
e portano l’amore
là dove noi non siamo.

Passo dopo passo
Steso, immerso nell’ansia
della curiosità,
guardo attento lo spazio
dipinto in trasparenza sul soffitto.
La luce si sottrae al buio della stanza,
disperdo le abitudini
nello stravento senza alcun rimorso.
Me ne vado via passo dopo passo
nell’attesa del tutto
e il tutto s’avvicina
finalmente, solo anima
senza la gravità
del peso che m’appiccicava a terra
contro ogni volontà.
E le parole si faranno mute,
nel pensiero dei verbi,
vera poesia dell’etere
senza principio e fine,
nell’essere del tutto
dimentico d’essere stato in tutto.

Me ne vado distratto
Me ne vado distratto
fra la gente che pensa ai fatti suoi
non curante di quello che si dice,
non curante di quello che si fa,
quand’anche fosse lor di gradimento.
Occorre liberare la boscaglia
da tutti i rami secchi,
dai temperamenti umidi
che non pensano mai
senza chiedere nulla
a nessuno e ridare luce al buio
ed aria allo spettacolare intruglio
del parlare che a vanvera
come sempre si spiega
nello stringer fragili fra le dita
le ali d’una farfalla
per convincerla della libertà
di volare di fiore in fiore dentro
la serra delle idee.
 

Haiku
Boscaglia fitta
luce nella radura -
aiuola d’oblio
 

Haiku
Sete di vita –
le gemme in primavera
tazze d’amore.
 

La gente a caso
La gente a caso
se ne va per il corso:
è domenica.

Non mi pensano,
a loro sconosciuto
non mi parlano.

Se non ci fossi
sarebbero a passeggio
come al solito,

se non ci fossi
avrebbero più spazio
per camminare,

se non ci fossi
avrebbero ancor più aria
da respirare,

se non ci fossi
avrebbero più cibo
da masticare,

se non ci fossi
avrebbero un posto in più
sulla panchina,

se non ci fossi
non farebbero caso
alla mia assenza,

se non ci fossi
io sarei forse altrove
a guardar giù

la gente a caso
che se ne va nel corso
distrattamente

senza badare
alla mia non presenza
di sconosciuto

per l’ignoranza
d'essere sopra ogni cosa
dell'immortale.
 

Marmo bianco
Luce del marmo bianco
e liscio del pensiero,
nel compormi l’idea
dell’ andare oltre il mondo quotidiano
libero nell’immenso dalla voglia
del bere e del mangiare,
oltre la logica del far di giorno
ciò che nel buio del sonno mi è impedito.
Le vesti più non servono,
mi basta il corpo nudo
che non si vergogna d’essere tale
di marmo bianco e freddo
immobile solo nell’apparenza
dell’immanenza michelangiolesca
del restare nel sempre.
 

Speranza
Sbatte nell'ansia di quelle pozzanghere
sparse occasionalmente
su quell'asfalto nero
e s'infrange gaia con schizzi di luce
la speranza nella città impazzita
della ragion veduta
dentro il traffico diurno delle idee.
Pesce rosso che dietro il vetro guarda
il resto di quel mondo
che ti ha messo in prigione
ne odio, ne vendetta, ne solitudine
vanagloria di guida
in contromano nei sensi vietati
della tua libertà,
come la pioggia poi
si asciuga sulla pelle della faccia
senza lasciare traccia,
se non la soddisfazione di avere
pensato di volere.
 

L’eternità infinita.
Che m'importa il sapere del prima se la fine
è il principio del poi che mi è del tutto ignoto.
Se poi il poi è l'infinito, allora sono nato
utilmente, per aver ottenuto del tutto
quello che mi mancava,
il perché del perché, sia nel più sia nel meno,
senza contraddizione
che non sembra e mi pare d'esser vero nel nulla.
L'esser vero del nulla,
la libertà del tutto,
e allor,” chi sa se il vivere un morire non sia
ed il morire, un vivere
”. (*) Nella morte la vita,
l'eternità infinita.

(*)Euripide 486 - 406 a.c.
 

Haiku
Dolce pianura -
Vita di primavera
caleidoscopio
 

Il linguaggio politico
Carnevale festante,
villan servente,
novità latente,
eloquenza pensante,
elegante e sorprendente
di varianti concomitanti,
vocaboli altisonanti,
ricorrenti,
per esser persuadenti,
per noi viandanti,
scimpanzé pensanti
ridenti, piangenti,
circondati d’affetto e sincerità.

Vorrei spaccare
le parole in pezzi,
vocali e consonanti
da mescolare insieme
per farne
vocaboli parlanti
convincenti, assordanti,
arcani, incomprensibili,
esoterici, strabilianti,
inaccessibili, impenetrabili, oscuranti,
per far domande ai politicanti
e ottenere risposte
comprensibili,
eloquenti,
pensanti,
sorprendenti,
con varianti concomitanti,
alternanti,
appaganti,
altisonanti,
veritiere e convincenti:
……..soddisfacenti!
 

Saper tutto del mondo
Pensare solo dopo
che la realtà s’è fatta,
tornare sul prato a calpestar l’erba
di quei sogni dentro la primavera
della ragion veduta,
panno bagnato che s’asciuga al sole
nella bellezza d’una vita arguta.
geometria e finezza, ragione e cuore
malinconia e dolcezza,
disperazione e amore
saper tutto del mondo,
una grande emozione.

Prendendoci per mano
Percorso d’ogni giorno,
boscaglia fitta e ombrosa
nel ripetitivo senza illusioni.

Cerco di farmi largo
con vigore fra i rami
rinsecchiti dai soliti pensieri

per incontrarti al centro
e dar luce ai miei sogni
là dentro la radura illuminata

dell’esistenza insieme
prendendoci per mano
lontano da angosce e disperazione.

Fine scontata
Il bene
è dato per saputo,
il resto è male,
è peccato,
e come tale
è giudicato.
Se poco prima,
ti sarai pentito
senz'altra pretesa,
dall'obitorio nel purgatorio
resterai in attesa
della Corte Apocalittica Celeste
che esprimerà il suo giudizio,
già scontato,
di assoluzione universale.
Diversamente,
andrai da subito all’inferno,
luogo eterno,
che non gestisce Padreterno.
ma un suo subalterno.

Haiku
Stormi d’uccelli
le idee che se ne vanno –
io resto solo.

Tè e caffè
il caffè delle idee
gorgoglia eccitante
mentre il te delle opinioni
stimola al cospetto
dell'ironia a fior di pelle.
Vivere sotto le acque
dell'umanità che campa
di espedienti in superficie
ti affoga nell'oblio
dell'ingegno di Esiodo
dall'amore al caos
per giungere inerti al principio.

(Esiodo, VIII sec. a.c. richiamo A 4 nel libro A della metafisica di Aristotele)

Vanità immensa: tutto è vanità
A proposito del ..tutto è cambiato dopo Alessandro(Magno)
Qoelet – che ho tradotto in endecasillabi e settenari - ha detto a suo tempo:

“Una generazione va e una viene,
eppure la terra sta sempre ferma.
Sorge il sole e tramonta
e si affretta al suo luogo.
Va verso sud e verso nord il vento
e ritorna sempre sulle sue spire.
Tutti i fiumi scorrono verso il mare,
che non si riempie mai.
Ogni discorso resta a mezzo chè
l’uomo non sa concludere.
L’occhio non si sazia (mai) di ciò che vede
né l’orecchio si riempie di ciò che ode.
Ciò che è stato è quello che sarà. Niente
di nuovo sotto il sole.
Qualche volta si sente
dire – ecco questa è
una cosa nuova – ma
questa fù già nei secoli
che furon di noi prima.”

Mentire al senso compiuto
Rimbomba il rombo di parole inutili
nella perfezione del mio silenzio
e cerco cento storie da pensare
lungo la strada che mi porta via
da questi luoghi noiosi per scoprire
la verità del senso delle cose.

Il senso del non senso delle dita
di una mano che servono ben poco
oltre a quel cibo che mangi ogni volta,
e a sfogliare il corriere quotidiano
per legger nelle notizie del giorno
prima, ciò che oramai è già accaduto.

Cento righe di versi a suscitare
rappresentazioni immaginative
senza raggiungere mai la certezza
probabile che libera
dal modo d’ essere o la qualità
delle cose che vedi e che non sai.

Cento versi d’amore sul passato
per fingere il ricordo
di ciò che vorresti dimenticare.
Cento modi di consenso apparente
al contrario delle altre cinque dita
della mano sinistra che non uso.

E allora muovo le cose dal loro
posto per mentire al senso compiuto
e compiere nell’autonimo il vero.

Ero piccolo
Ero piccolo e guardavo le foglie
della vite così grandi fra i grappoli
dei sogni colorati dell’autunno,
così distanti e veri
che la gente coglieva
con un taglio deciso senza scrupoli.
Vedevo i papaveri ormai sfioriti
e guardavo le rose senza petali,
e i gigli rinsecchiti.
Non capivo perché le cose belle
finissero così.
Poi ho scoperto le note,
che un sommo a Samo con tanta pazienza
ne pose sette in fila,
invisibili, permanenti e vere
impalpabili ma udibili e soavi,
così su e giù, su e giù per quelle scale
mi sentii instancabilmente felice.

Guardandomi nell’anima
Cinico, epicureo,
un po’stoico, un po’ scettico,
come l’esser furtivo
del greco nel divenire macedone
(rinunciando alla Polis),
essere individuale
nell’imparare ad essere.
Il mondo rimane quello di prima,
epistemologia,
particelle indivisibili e vuoto
turbamento e dolore
per qualsiasi voglia di verità
che non trovo se non
guardandomi nell’anima,
pensiero senza voce ne parole
che mi riporta amore. 

L’erba dei sogni
Il fiato c’è, costante
ritmico come sempre.
Nel vuoto del silenzio
le parole si mescolano spinte
dalla voglia insistente di pensare
fuori dalla prigione delle solite idee.
Mi siedo nell’androne
in cerca di una luce
dalla porta d’ingresso che non s’apre.
Poi un suono di musica suadente
socchiudo gli occhi e smetto di pensare
in ginocchio nell’erba
dei sogni smossa dalla confidenza
dell’aria settembrina del tuo sguardo.

 

La nottola di Minerva
Civetta un poco astrusa
che spicchi il volo sul far della sera,
la mia ragione è vera
ma fra non molto ne sarà delusa.

   
Retro di un tetradramma d'argento in uso ad Atene 1 euro greco
nel 480-420 circa a.C.
La figura di quest’uccello capace di vedere di notte è strettamente legata alla dea della saggezza che, fin dalle prime raffigurazioni, è dipinta con la civetta appollaiata sulla testa


Gli occhi e il becco del rapace seguono la linea della lettera φ (fi), simbolo alfabetico greco della filosofia che accomuna armonia, bellezza e amore per la conoscenza e per la ricerca in senso lato.
La nottola di Minerva compare nell’ultimo capoverso della Prefazione dei Lineamenti di filosofia del diritto di Hegel, che la dipinge come l’uccello che inizia il suo volo sul far del crepuscolo. La filosofia non può essere l’anticipo di un mondo che dovrà venire: è il proprio tempo appreso col pensiero.

“….Quando la filosofia dipinge a chiaroscuro, allora un aspetto della vita è invecchiato, e dal chiaroscuro, esso non si lascia ringiovanire, ma soltanto riconoscere: la nottola di Minerva inizia il suo volo sul far del crepuscolo. » Con ciò il pensatore tedesco intende significare che la filosofia giunge a comprendere una condizione storica solo dopo che questa è già trascorsa (quando il processo di formazione della realtà è già ultimato), attuando il senno del poi senza poter offrire capacità precognitive.
Secondo Hegel la filosofia sboccia sempre al momento culminante delle civiltà: Socrate e Platone sono vissuti
quando cominciava la decadenza della Grecia, ed essa iniziava a lacerarsi al proprio interno, non sono fioriti
quando la Grecia vinceva contro i Persiani.

 

 L’antivigilia del venerdì di
Sesto San Giovanni

Traffico d’auto ferme
nell’ interminabile
coda dell’antivigilia
che vivi al venerdì di Sesto San Giovanni.
Una folla di pensieri imbottiti
d’ansia per il ritardo,
ronzio dell’acufene
di quei motori al minimo,
volti sudati e tesi
un po’ muti o ciarlieri
per ripassare il tempo trascorso insieme e soli
nell’attesa del verde che non arriva mai.
Pere cotte che guardano,
sguardi smunti e assopiti.
Poi accendo la radio
e mi attendi stordita,
poi ti spengo la radio
e mi badi stupita.
Percosse sul volante che non c’entra
e tu mi chiedi ancora”che cos’hai?”
mi guardi e non rispondo
ma si apre uno spazio e inverto la marcia.
Così ce ne torniamo come anonimi
guidanti al varco dell’inesauribile
antivigilia del venerdì sera
di Sesto San Giovanni.
 

Voci di parole, fiori e figure
Voci di parole, fiori e figure
gironzolano in mente,
e vedo scritte e dipinti sui muri
delle strade di un paese
che non conosco ma che
ogni volta rammento
con la stessa curiosità infantile.
Do parole ai colori,
alle immagini e ai fiori
pongo le vecchie sillabe
al posto delle nuove
poi le mescolo insieme
per rimetterle in fila
lungo i vicoli aperti del pensiero,
ma non bastano ancora,
danzano sulla neve
libere dentro i versi
di sofferte poesie
che non voglio svelare
per chiedere perdono,
come un ramo spezzato
che non serve altro che accendere il fuoco.

 

La musica dell’anima
Voce del pensiero senza parole
lontano dalla piazza che m’ascolta,
liberata nella poesia del verso
che sciolto mi sorride
solitario racchiuso nel silenzio
vuoto e lungo del sogno.
L’odo sull’umida spiaggia dell’io
rimossa dalle impronte
rimaste del passato,
piedi nudi nella corsia del tempo
ricomposti nel ballo quotidiano
dell’andirivieni del mordi e fuggi.
Musica dell’anima,
armonioso suono che
trema fuori dal traffico confuso
delle idee e delle voglie
del far tutto il far niente.
Suono libero al canto,
gioiosa voce sommessa
che mi porta lontano
oltre i cumoli nembi del destino
oltre il non senso dell’esser quel poco
che non so di sapere.

Quel picchio
Fiocchi di neve lieve
sulle piume del picchio
che mi guarda infreddolito e non parla

fra i rami dei pensieri
rimasti senza foglie
di ricordi sfocati nel passato.

Quel sole che s’affloscia
alla soglia del cielo,
preme sull’orizzonte dello sguardo

Io cerco nel tramonto
il conforto del fuoco
della memoria e lui batte insistente,

quel tic-tac ripetente
che porta fuori luogo,
lontano e penso ad altro. Stranamente

un andare e venire
di voci, che raccolgo
incuriosito, sepolte nel tempo.

Il cielo torna bigio
e il picchio corre via
di ramo in ramo e mi sorprende muto

nei miei pensieri assorto
in quel tic-tac corrente
di passo in passo verso l’infinito.

Il cielo è terso
Qui è l’alba e il cielo è terso,
il vento dell’autunno sta calando
lo sguardo della gente mi saluta
ma non tendo la mano
che in tasca giocherella con i centesimi
dei pensieri  ever green
scesi in lacrime d’Etra. (*)
Passo leggero sulle foglie secche
della notte di sole
che scricchiolano nell’anima ardente
in attesa del sempre.
Fischiettando contento
col respiro m’ispiro
in quell’avvenimento.

(*) pioggia di idee dal cielo sereno: Etra, nella mitologia greca, moglie di Falanto
 

Non pensare a nulla
Ancora una volta vado cercando
qualche altro modo per lasciarmi andare
sotto il pelo dell’acqua
a vedere deformi
le forme dei pensieri,
quelli veri che si possono udire
nello sciabordio dell’onda del mare
sugli scogli anneriti
delle idee che sbiadiscono
i miei convincimenti,
bolle d’aria verso la superficie,
schiuma che si dissolve
in fastidiosi spruzzi
di parole non dette.
Silenzio nello spazio da colmare
nella memoria brulla
attenta al mio respiro
così mi sento finalmente libero
di non pensare a nulla.


Versi diversi
Ritmi curiosi di senso apparente
dove il suono dell’io entra in risonanza
con tutto l’esistente
aliquid stat pro aliquo
(come disse quel Santo) (*)
dissimili rumori dell’immaginazione
impronunciabili nell’assenza del respiro
colti dall’emozione
attenti dentro il silenzio irrompente
della bellezza del giorno nascente.
Suoni di petali raccolti in mazzi
dentro il ballo sfrenato dei ricordi,
splendida mania,
la resa degli inganni
che alla deriva se ne vanno via.

(*) Qualcosa che sta per qualcos’altro: Sant’Agostino
 

Il tempo che passa
Il tempo passa e accorcia
quello che mi rimane,
né conosco gemme di primavera
che m’aspettino ancora.
La melodia d’un suono
colora la voce del mio pensiero,
si diffonde fra gli alberi del bosco
confuso della vita quotidiana.
Tutto trascorre immune
fra le palpebre mosse
dalla curiosità del mondo intorno
che gira intero per ricominciare
da capo e così via,
oltre la noia della ripetizione
d’ogni giorno che passa sempre uguale.
Ma io e il dopo ci parliamo
come due vecchi amici
per combinarne di tutti i colori
e vivere felici
di finire nel sempre.

Peccato mortale
Mi giro e mi rigiro
insonne e disturbato
dalle metafore del mio linguaggio.
Un alito di vento
rimuove quel foglio di carta bianca
colmo di parole sdrucciole e tronche,
si spunta la matita
e il filo del discorso
si disperde nel gusto del pensare.
È il discorso ch’è scritto
sui muri grigi dei vicoli ciechi,
è la promessa che temi di fare,
che vuoi dire per avere il consenso
di chi t’ascolta attento.
Nell’ansia di sembrare
ti sei fatto la barba,
hai cambiato l’abito,
hai tolto la cravatta,
ti sei anche spettinato,
il tutto per apparire sincero
nel dire il contrario di ciò che pensi
in apparenza vero.

Ultimo sole dicembrino
Cielo terso di spazio
celeste per far luce
fra i rami dell’abete
assopito in attesa del Natale.

Torpore d’inverno in aria di festa
nella gioia dei passanti
ricoperti di lana
ardente di soddisfazione e cera
tessuta nel profumo dell’incenso.

La notte è trasparente,
volo di bimbi che sognano svegli
l’attesa del Presepe
in dolce fantasia.
Dopo, la luce nell’alba dell’ultimo
sole dicembrino che ancor si accende.
 

Dall’al di là vorrei
Sul fare della sera
dall’al di là vorrei
tornare ancora al mondo,
per far capire meglio
a chi non l’abbia inteso
di far della bontà
buon senso per normali,
convincere la gente,
per diventar migliori,
ad essere più amica,
tornare ancora al mondo
(ne sforzo ne fatica)
a queste condizioni
per fare dei miei sogni,
la vita d’ogni giorno.


Guardami
Guardami dentro gli occhi
per capire la pioggia
dei pensieri vaganti
là dove vola l’inimmaginabile

confusione apparente
dell’acqua piovana che
traspare cristallina
per confondersi nel fango in pozzanghere.

Guardami dentro gli occhi
per capire la foggia
dei pensieri che fanno
del tuo volto uno sguardo innamorato.

Guardami per scoprire
quel volo di farfalla
che va di fiore in fiore
per cercare il nettare della vita,

assaporare il gusto
inebriante del perdersi
fra le stelle del cielo
per dimenticare quello che siamo.

Guardami ancora, guardami
e portami lontano
dall’orlo del vestito
che copre l’abitudine del giorno.
 

Haiku
Lo sguardo umido
giornata novembrina –
consenso languido.
 

 La retta
È insistente, arrogante,
tutti quei punti così appiccicati,
sono in fila raccolti
dal nulla che si svuota
ancor nell’immanente,
definitivamente.
Ammiccante onnisciente
è il suono prolungato
dell’eco all’infinito
è tutto e non è niente
è il passato e il futuro che si elide
nel presente, è apparente
senza traccia sulla lavagna nera
dell’immensurabile.
 

Colpo di scena.
Percorso ininterrotto.
Scomparse le parentesi,
di passo in passo me ne vado via
senza ricordar nulla
del perché e del percome
sono andate le cose:
così, velocemente,
nell’incommensurabile
dello zero assoluto
fuori oltre i limiti dell’impossibile,
dietro la tartaruga
di Zenone che mi guarda ancor più incredulo!

Notizie del giorno
Le notizie del giorno
vagano
sulle dune
d’un pensiero distratto
senza lasciare impronte.

I titoli in grassetto
vagliano
e dicono
realtà ripetitive
di un’attenzione sola.

Il turbamento è vago
curioso
insincero
dell’io che si nasconde
nel palmo della mano.

Che siano belle o brutte,
son grandi,
illudenti,
ti soffermi incredulo
per poi passare ad altro,

come un’illusione ottica
sul muro
deformano
le strisce tutte uguali
della caffetteria (*)
.
Per esser conosciute
da tutti
fanno il meglio,
pensare che di me
non sa nulla nessuno.

(*) l’illusione ottica dell’ingannevolezza dei sensi del”muro della caffetteria descritto dallo psicologo Richard Gregory nel 1973

L’inutilità
L’anima scorre lungo
le righe del non detto.
Invisibile e acuta
mi riconduce libero
sulla strada smarrita del nonsenso
dell’essere in assenza di perché.

Cerco la risposta ma non la trovo
fra le carte che leggo,
e con rabbia le brucio nella stufa
per godere il calore
dell’inutilità
definitivamente.

Quel sonno oltre a quello che non sei
Il silenzio alle appendici del sonno
dietro il vetro trasparente del buio.
Settantasei trascorsi,
per più di ventisettemila volte
di prove generali
ora so tutto di cosa si tratta
ora so tutto di come succede.
Vivo per voglia o per necessità
anche se mi spaventa
l’uguale momento che
attendo e inaspettato
sopravviene e m’annulla
senza una difesa, allo stesso modo.
Perché darsi la pena
di quel sonno, t’accorgi
al risveglio e in assenza
non t’accorgi per sempre
perché la tua esistenza
nell’infinito eterno,
sta nell’inesistenza,
non più acciacchi ne voglia
d’esser ciò che non sei
perché ciò sarà il tutto
oltre a quello che vuoi.

Parlare del più e del meno.
Parlare del più e del meno mi riempie
di noia e nel replicarsi
del sorgere del sole,
attendo il tramonto dei miei pensieri
inutili e apparenti.

Luce della speranza
che adagio si affioca nel vento tiepido
della sera, trascorre senza sosta
nel tempo perso a guardare la gente
camminare distratta e sconosciuta.

Il fiume che discende sotto le palme
delle mie affermazioni
non lascia traccia, solo umidità
appiccicosa e blanda
che infastidisce e irrita il mio passato.

Cosicché nel parlar del più e del meno
la smorfia del destino
mi coglie beffarda nel separare
le idee dalla sostanza delle cose,
mi fa numero nell’eternità,

indifferentemente
privo di unità pari e inesistente
ove guarderò buffa
quella pia identità
che mi ha fatto innamorare del tempo.

Il linguaggio politico
Carnevale festante,
villan servente,
novità latente,
eloquenza pensante,
elegante e sorprendente
di varianti concomitanti,
vocaboli altisonanti,
ricorrenti,
per esser persuadenti,
per noi viandanti,
scimpanzé pensanti
ridenti, piangenti,
circondati d’affetto e sincerità.

Vorrei spaccare
le parole in pezzi,
vocali e consonanti
da mescolare insieme
per farne
vocaboli parlanti
convincenti, assordanti,
arcani, incomprensibili,
esoterici, strabilianti,
inaccessibili, impenetrabili, oscuranti,
per far domande ai politicanti
e ottenere risposte
comprensibili,
eloquenti,
pensanti,
sorprendenti,
con varianti concomitanti,
alternanti,
appaganti,
altisonanti,
veritiere e convincenti:
……..soddisfacenti!

Missione compiuta
Si, come vorrei restare
da solo per tante ore
pensante, vegetante
percorrente i fiumi
della fantasia,
fuori dal torrente vorticoso
delle preoccupazioni,
solleoni agostani,
vicini allo spirito vacanziero
di ogni mio pensiero.

Tornare da capo
per commettere gli stessi errori
gli stessi amici, nemici,
gli stessi amori,
solo ora che stremato,
manca poco alla fine?

La missione è ormai compiuta,
e proprio per questo
non può essere perduta.
Solo il trifoglio ogni anno
può ripetersi dallo stesso seme,
fiorire e profumare
l’alito del vento,
che va e che viene
a suo piacimento
come il senso della vita
che vale solo per restare
e che scompare
nel ripetersi
della tua generazione.

Solo la poesia
mi rigenera il passato,
in quelle tante ore
che sono stato
e che vorrei restare
da solo nel silenzio
del mio giardino
e dell’animo tuo
che mi sta vicino.

Solitudine
Io ti credo
ma di te non so nulla.
Non ti vedo
perché tu sei indiviso.
Tu m'hai fatto
e di che non so ancora.
Quante volte
t’ ho chiamato ma senza
alcun cenno
di risposta, giammai.
Tu mi cerchi?
Non sento la tua voce.
Tu mi vedi
ed io non me ne accorgo
perché sei
dentro tutte le cose
anche in quelle
che non si confessano,
e per questo
provo solitudine
proprio or ora
dove non so se devo
vivere per
morire o finire per
esistere
in anomala specie,
disattento
spirito impalpabile.

Sole agostano
Descrivere l'impossibile
fuori dal mondo, immergersi
fra le acacie multiformi
esoteriche ateniesi
per perdersi fra i bicchieri
vuoti di intelletto, i furbi
deliberanti saturi
nella breccia d'esser saggi
senza virtù. Il rintocco
delle campane sorvola
il vocio peripatetico
dello Stagirita (*), m'inebrio
nel sole agostano e chiudo
gli occhi in fuga con la fede
oltre l'immaginazione.

(*) Aristotele di Stagira

Tutto è vanità
(Haiku multiplo)

Nuvole sparse,
primavera alle porte,
beata speranza.

Giova pensare
che l’inverno finisca
nel quotidiano.

Soave la neve
scompare inesistente -
acqua nel fiume.

Permane il tempo,
si vanifica e fugge,
nulla di nuovo.

Il prato è secco,
l’estate mi sorride
e muoio di sete.

Nebbia leggera
il senso del non senso
caduco e assurdo.

Il tutto è vuoto
indifferentemente
di stolti e saggi.

Rapporto in stallo
con Dio, mio unico sballo,
sapienza amica.

Inconsistenza,
pienezza evanescente
Hebel habalim.

Lo dice Qoèlet
il tutto è vanità,
soffio di vento.

L’imbroglio.
E' l'imbroglio che m'incanta,
è la vita che m'imbroglia,
la menzogna è ancor più vera.
È il sapore delle cose
che mi porta lungo il fiume
dove l'acqua scorre e parte
da lontano come il senso
delle rose che d'inverno
s'appassiscono in attesa
del tepore nel torpore.
Penso allora che fra poco
non farò più differenza
fra il contare ed il sapere
sull'essere ed il volere.
L’imbroglio è la gravità
Che la’ mi costringe al suolo,
l’imbroglio è la verità
che ancor non mi fa comprendere
quale tipo di battaglia
desidero ognor combattere
per non essere perdente
se non vivere o morire.
Imbroglio è nel non capire
che per essere vincente
devo fare ciò che gli altri
non sanno, per mentire ancor
più di ciò che gli altri fanno.
Allora non mi resta che
mendicare il tuo perdono
per avere sempre detto
ciò che appaio e che non sono.

Quotidianità
Vesti, svesti e poi rivesti
di parole i tuoi pensieri.
Mangi, rimangi, e poi elimini
le scorie di ciò che ascolti
inutilmente. Ti svegli
t’addormenti e ti risvegli
nel sogno del quotidiano
di guadagnare per spendere
sino all’indebitamento,
morire nell’insolvenza
della morale al contrario,
non aver capito ciò
che non potevi capire
per la tua incapacità
di vincere le stagioni.

Il mio armadio
L’anta dell’armadio è socchiusa
lascia confusa intravvedere
scelte usate nell’emozione
del tempo. Scanzonate idee
liberi pensieri nascosti
che avevo riposti la sera
nel riserbo della giornata.
M’ ascolto in silenzio, riguardo
quello che ho tolto dal cassetto
m’appendo in abito dismesso
arreso nel sogno segreto
d’essere quello che non sono.

Nel sempre d’ogni giorno
Ancora adagio, indago
nelle stanze vuote del mio pensiero
per trovare le verità nascoste
cui non posso mentire
per il timore d’essere infelice,
quelle che non si possono inventare
perché so che son vere.
Un soffio di realtà
quell’alito di vento
che trasforma l’estate nel miracolo
del crepuscolo innocente del sogno,
di vivere fuori dall’utopia
dello spazio oltre il tempo
del sempre d’ogni giorno.

Dolce malinconia
Rattristarsi è arrendevole.
È come accordarsi col
nemico che tradisce
il patto e non sai mai
come potrà finire.
E poi tu mi domandi:
ma cos’hai questa sera?
Come il fiore di loto
nello specchio dell’acqua,
curiosamente guardi
riflessa la mia immagine
muta che non risponde.
Attonita raccogli
dei pensieri gli stracci
per fare pulizia
in quel mobile io antico
di ferro arrugginito.
Questa matita nera
che non sa più che scrivere
ti racconta la mia
dolce malinconia.

Finalmente libero
Amare quella strega
selvaggia ch’è la vita,
che crea, distrugge sempre all’insaputa
del giorno e della notte,
che si salutano all’alba e al tramonto
come se nulla fosse.

Si, rifare poi il tutto
da capo, con il volto
nuovo della gioventù trascendente
che distrugge per creare
oltre l’illusione di quel passato
dimenticato, poi

la dolce melodia
della musica soave
del risveglio nel quartiere dei sogni
dove incontro il tuo sguardo
ammiccante che mi riporta altrove
finalmente libero.

Nessuno
Mi son trovato nato
senza averlo mai chiesto
a nessuno, perché
non ero ancora stato

ed ora che lo sono
mi domando il perché:
non risponde nessuno.
Forse perché nessuno

non ha quel modo buono
da potermi ascoltare,
forse perché nessuno
non ha quel volto vero

da poterlo guardare.
Se nessuno non parla
se nessuno non guarda
nessuno non esiste.

Eppure prima c’era.
Ma se cosi non fosse
quel nessuno sarei io,
di ciò ringrazio Dio. 

Quotidianità
Vesti, svesti e poi rivesti
di parole i tuoi pensieri.
Mangi, rimangi, e poi elimini
le scorie di ciò che ascolti
inutilmente. Ti svegli
t’addormenti e ti risvegli
nel sogno del quotidiano
di guadagnare per spendere
sino all’indebitamento,
per morir nell’insolvenza
della morale al contrario,
non aver capito ciò
che non potevi capire
per quella incapacità
di vincere le stagioni.
 

Cosa c’è di vero
Cosa c’è di vero,
forse ciò che vedo?
Ciò che penso?
Ciò che ricordo?
Ciò che accarezzo?
Ciò che vivo?
Il senso del non senso?
Forse sei tu. Si,
perché prima
non eravamo insieme,
perché poi
non moriremo insieme,
ma prima e poi
siamo sempre stati
e saremo insieme
nell’insieme.
Non lo sapevamo
nell’eternità priva
di memoria, il vero è
che l’abbiamo capito.
 

Clochard
Non cerca un tetto
gli basta il cornicione,
non cerca un letto,
gli basta del cartone.

Cosa ch’è certa
é sempre in emergenza,
una coperta
gli da sopravvivenza.

Non fa una piega,
non ruba, non imbroglia,
non gliene frega
d’oltrepassar la soglia.

All’imbrunire,
guanti bucati e sciarpe
e per dormire
si spoglia delle scarpe.

Viavai del Venerdì
Venerdì,
vivace viavai,
veicoli e vetture variopinte,
verdurieri vaganti,
vetrai e vinai,
velatamente vanitosi,
vanno venali vantandosi.

Volubili e vulnerabili
venivano vecchi vegliardi,
verso vergini vezzeggianti
verosimiglianti e vereconde,
veraci e variopinte,
vittime vanitose,
volti vacui e vogliosi.
.
Vicoli, viottoli e viali,
vedo vigili verbosi
voltarsi verso viandanti
vistosamente vestiti:

Viceversa, al venerdì
volutamente
volo di volta in volta
venerando vanamente il vuoto.

Voce senza senso
il senso non ha parole
le parole hanno voce
e la voce non ha senso,

la balumina trattiene
il vento maestro e da sola
si ripone nel gavone,
la mente trattiene il senso
che solo è senza parole e
senza parole non mente.

Nel silenzio il mio pensiero
è il libero incantesimo
delle foglie del castagno
indistinte folte e gialle
che si muovono nell’aria,
fioco fruscio dell'autunno

come i versi della poesia,
ritmici, soavi e insensati
per chi li ascolta distratto

da parole che hanno voce
una voce senza senso
paradiso del pensiero.

Quel mare di ghiaccio
Un mare di ghiaccio scende
fermo dalle cime bianche
dei miei capelli che radi
imbrogliano il mio passato.

Si, perché tutti ancor credono
nel pitosforo che saggio
continua a fiorire bianco
profumato per cent'anni

attraente le giovani api
che gli ronzano sperdute
intorno molto curiose
di saperlo gaio e prestante.
Non so volgere lo sguardo
altrove, m'illudo d'esser
vero come allora quando
correvano le mie mani

attente sulle tue vesti
nel timore di peccare
e tu attonita guardavi
incredula e innamorata.

Per questo parliamo insieme
di quel tempo che ci resta
per scioglier tutto quel gelo
dalle nostre cime bianche

e riaccendere lo sguardo
nel profumo del pitosforo
per riporre le mie lacrime
nel palmo della tua mano.



Risveglio

R itorna rosso e rosa

I nsolito e interessante

S ulla siepe senza spine del sonno

V erso una vita vogliosa

E locuzione elusiva

G iocosa in un guizzo galleggiante in grembo

L ungo le libere luci

I rrequiete e intense

O ltre l’orizzonte.

La ghiandaia
Volo lesto che accorcia
il tempo così labile di attesa,
non coglie ma raggiunge
l’altra, ferma all’apice della quercia,
frullo azzurro picchiettato di nero
per quell’attimo intero non fuggente
allo sguardo che attento
si distrae dall’ordine quotidiano
e si assolve nel fraseggio di un grido
sul chi vive fra le fronde boschive
della casa di sempre.

Sottovoce
Ambiguità dell’attinenza, lungi
dalla contraddizione
per distinguere l’ombra del mio volto
da quella del cipresso.
La natura non mente,
fa della differenza
in tutti l’uguaglianza
resi per convenienza ancor diversi,
se ne avvale in partenza,
se ne avvale al mio arrivo,
partenza dal diverso
disuguale per tutti.

Pensiero pratico
Nel resto di quel poco che m’avanza
non so che devo fare fermo e mesto
in questo strano mondo di pazzia
di cui mi sfugge il senso e la mania.

Noia per aver vissuto sopra un tetto
un po’ sordo immerso nei miei pensieri
per non aver fatto ieri ciò che ho udito
camminando lungo i muri imbiancati

da promesse di volti illuminati,
e dalle bugie di stolti, illudente
desidero dell’io sopravvivente
che si sperde nella memoria ignara

dell’essere impeccabile, e io lo sono
meno degli altri. Il tutto per mangiare
bere e dormire, frutto del digiuno
che di noi ognuno non vorrebbe fare.

Giro e rigiro per tanto distratto
dal solo timore che mi tormenta
senza cura ne tatto, di quei grumoli
sanguigni che per poco se ne stanno

quatti quatti in silenzio nell’attesa
di sottrarmi dall’umana coscienza
e far della demenza il lieto fine
in assenza di intendere e volere:

ma serve voler ciò che non s’intende?
Quella menzogna del dire e del fare
la medietà dei beni materiali,
quelli che non mi posson più servire,

prodigalità e avarizia che sfogo
come incontinenza e l’intemperanza
del famigerato Sardanapalo
che per il resto ha preferito il rogo.

Sensazione, intelletto e desiderio
verità e azione dell’anima mia
pensiero vero che non può mentire
nel rendere non fatto ciò che ho fatto.

Allora cosa mi resta del sìnolo
della sostanza, la baldanza e voglia
di lasciare libero l’al di qua
e portarmi via la felicità.

La verità fiscale
Poi ti ho raccolta sul selciato cruda
mezza vestita e scalza
a malapena ti reggevi in piedi
e ti aggrappavi incauta
al senso del discorso che mancava
Ancor più disperata
intrecciavi ampi giochi di parole
espresse inutilmente
col tono della voce accusatorio
sbraitando e urlando offese
Poi in mancanza d’altro ferma hai taciuto
definitivamente
lasciando all’Agenzia (*)l’ardua sentenza.

(*)Agenzia delle Entrate

Saperne il perché
Tenere il tempo al tempo che trascorre,
superarne il momento
e porre fine alla malinconia.
Starmene via dall’oggi,
far ritorno al passato,
ricominciare prima d’esser stato
per saperne il perché,
oltre al perché son nato,
saper che non mi basta.

Volere consueto
Torno al volere consueto.
La rondine si rifà
al nido sotto la gronda
ed io nell’essere quello
sempre degli stessi gesti.
Il giorno che si ripete
nella meteorologia
alternante del cattivo
e bel tempo dell’estate,
disperde la fantasia
dell’alba, monotonia
del dopo che si rinnova
sempre uguale, sempre ligio.
Mangiare, bere, dormire,
vivere nella maniera
di ieri disattento d’aver
vissuto ancora nel nulla.

Il mattino mi parla
Il mattino mi parla,
la trasparenza dell’aria nel braccio
di luce che ravviva
la mia immagine, mi conforta ancora
come nel volo lesto
della capinera che volge fuori
dal tempo della nostra condizione.
Ma non mi basta il giorno
che m’aspetta, vorrei
tornare all’indomani dell’amore
fra i rami rifioriti
dell’oleandro dei miei sogni d’infanzia
per poi ricominciare
nel dolce languore d’un violoncello
cauto all’ombra della mia suggestione.

Tornare nel sempre
Ritornare nel sempre
ricordare l’amore
guardare il tulipano
nell’ultima giostra prima del salto
oltre l’intelligenza.

Mi lusinga il sapere
di non sapere il poi
dietro l’indistinguibile
luce dopo le stelle, per far parte
vera dell’infinito.

Nella mia solitudine
non trovo il senso pieno
della parola. Sono
in compagnia di me stesso in silenzio
e non mi sento solo.

Scomparire, mi dice
d’essere dappertutto
come quel tulipano
che guardo ancora sempre più curioso
per scoprire il perché

del colore che dice
il petalo carnoso,
utile per bellezza
e cade prima di seccare al suolo
per tornare nel sempre.

Il lago Maggiore
Vedo lo specchio sotto
che si svolge nel verde movimento
delle colline intorno.
Striscia blu fra le due
regioni contrapposte
a un cielo in temporale
contro i cirri curiosi
strappati dalle mani
aggressive di quel tempo di aprile
che fa sognare ancora.
Nell’alto del Verbano
sotto le cime d’alberi,
m’affaccio chino incuriosito e vedo
la Rocca che mi guarda (*)
dall’altra sponda e mi racconta tutto
della sua storia, sogno
d’un nobiluomo assente,
permanente sul lago che si specchia
nella sua immobilità giacente.
Poi piatto e lesto il vento
raso nel trasparente
gioco multicolore del mattino
increspa spumeggiante
di verbi irriguardosi ai pescatori
impazienti nel traino delle lenze
di persici poveri d’esperienza.
Poi s’eclissano le ombre
e sulla costa opposta
si rifrange il tramonto
sulle uniche bianche vele che sole
s’accostano per l’attracco del giorno.
E il pensiero s’adduce al suo riposo.

(*) La Rocca di Angera, castello medievale del 1200 di proprietà Viscontea poi della famiglia Borromeo

Il conto non mi torna
Il conto non mi torna: nel nulla
me ne andrò, mi troverò nel tutto

e senza condizioni -
nel vuoto di memoria
e privo di emozioni.

Così non ci riconosceremo
indistinti, soli, senza età,

senza mangiar e bere.
Un gioco di parole
saper di non sapere.

Tutti santi, senza umanità,
nello strano astratto fuor dai sensi,

diversi e tutti uguali,
inabili al parlare
senza aspetto, informali.

E tutti muti irriconoscibili
nell’esser l’altro nell’esser niente,

senza odio ne peccato
dal male al peggio al meglio
assenti nel passato

esser di tutto nell’esser mente
esser giusti, giudicanti e rei,

da condannati a boia,
da subito e per sempre
oh mamma mia! – che noia.

Il piacere è piacere
Guardo nel vetro dello specchio e vedo
il movimento dolce
del piacer ch’è d’Eudosso,
per lui - è il ben del bene
e non poco perché
tutti lo vogliono come eccellenza,
per questo fuggi dal dolore
al contrario volendo senza scopo.
Ma forse il piacere può non piacere
quando lo prova altrui
il tuo più caro amico,
e il vetro allor che specchia
si rompe in tanti piccoli frammenti
nel sentire e pensare
che può piacere anche il far dell’altro.
Il piacere è latente,
il piacere é fervente,
il piacere - è l’attimo fuggente
a volte impertinente
a volte travolgente
è il sogno di una notte
è il tutto della mente.

Haiku
Foglie d’autunno
ricoprono l’asfalto –
perdo la strada.

Governo ladro
Là, fuori dal cancello
il gregge per la strada se ne va
solo senza il modello
di guardiano che assente
altrove non pensa che ai fatti suoi
e a capo d’un governo
di consiglieri buoi,
promette senza dar battaglia alcuna
al pascolo di tutti i furbacchioni
sotto il chiaro di luna.
E noi, pecore del gregge bruchiamo
quello che avanza al bordo della casta
e col poi ce ne andiamo
fuor di senno per lamentarci e basta.

Azione e verità
Starmene li seduto sul divano,
sensazione, intelletto e desiderio
nel trascorrere il tempo
e leggere e rileggere gli scritti
di tutti coloro che son vissuti
prima di tanto tempo,
matematici e filosofi e poeti.
È la semina in campo
dell’orzo e del buon farro
nell’autunno inoltrato,
fra le sterpaglie di idee stravaganti
di gente sconosciuta
e per capir meglio quanto ancor manca
dentro l’anima mia
per giungere alla meta,
alzarmi dal divano
e correr loro incontro
per stringergli la mano.

Quell’ombra
Rincorrere la tua ombra
Mobile, sghemba e scura.
Passi a vuoto nel vuoto,
con la rabbia di genere
e sopra i muri bianchi
dei giovani pensieri
affaticati e stanchi.
Inseguirla attoniti
per spegnere le stelle
nell’adeguata lode
di starle a rimirare.
Garbo dell’uomo buono
che vi si sposta dentro
nella vita corrente
rustico e un po’ inadatto
gioioso e sorridente.
Sinistra ma scorrevole,
l’ombra che se ne va
da ogni forma d’ostaggio,
scompare nel tramonto.
Resti come un buffone
schiavo del desiderio
sgradevole di luce
che ti fa divertente
per il viso dipinto
senza l’ombra del dubbio.

Sopra quel ponte
Sopra quel ponte a misurar l’arcata
è la gente che corre
distratta e non s’accorge
dell’andare e venire
di quel cavalcavia
che li porta lontano
senza parlare, senza veder dove,
dall’altra parte invano.
Io sono uno di loro
ma preferisco il sonno,
andarmene dal coro,
immergermi nel nulla
privo della memoria
per saperne di più
sulle contingenze dell’accaduto.
Loro all’opposto stanno
sinonimi e contrari
dentro quel formicaio
che è folla di babelica follia
fatta per confondere le mie idee
vitali e melodiose
d’un bosco d’azalee.

Nella luce dell’alba
Ti muovi incuriosita e mi domando
dove vai se non cerchi
là dove le farfalle
si rincorrono e il gioco della vita
sembra non finir mai.

Di fiore in fiore intravvedo il tuo sguardo
che stupisce il perché
delle cose, come se
il tutto se ne fosse andato prima
senza chiedere scusa.

Il tempo scorre con passo leggero,
dolce la melodia
che fa eco alla bellezza
di tutto ciò che ti circonda ancora
che tu dai per scontata.

La tua ipotenusa parla d’amore,
l’ascolto interessato
per riscoprire il giorno
che ho trascorso sul bordo della spiaggia
cercando la tua mano.

T’intravvedo nella luce dell’alba
mentre volgi le spalle
nel cogliere le viole
d’un pensiero che non ti da soccorso
e io ne sono commosso.

Uscire allo scoperto
Uscire allo scoperto,
trovare fuori dall’uscio la luce
che ricercavi altrove,
guardare quelle cose che pensavi,
nelle mani di un altro,
respirare l’alito dei ricordi
per sentire vicine
le sensazioni improvvise dell’infanzia,
è l’onda che si sbatte
sugli scogli e si rifrange
nella fantasia di schiuma e di spruzzi
per ritrarsi perduta
e ritrovare la forza di prima
(forse ancora più grande)
nel mare sconfinato dei miei sogni.

Ci vuole un acquazzone
La pioggia cade insistente sui muri
delle case che intorno
alla piazza del mercato mi guardano
ferme e remote. Sono
le idee che si infrangono
sugli intonaci così scalcinati
di quei finti soloni
che fanno della forma la sostanza
delle cose stanti ferme e remote.
Quanta pioggia dovrà
cadere per infrangere il sistema,
non lo sappiamo ancora.
Qui le idee non mancano ma permangono
le polveri sottili
finché la pioggia non diventerà
più forte: un acquazzone
per affogare quei finti soloni
e fare un ribaltone.

La gente
La gente siffatta di uomini e donne,
le loro differenze sono causa
d’ altre cose, la figura, l’ordine,
la posizione sempre in movimento,

gusti eterogenei, contradditori
e politicamente avversi, dove
la sapienza e l’ignoranza si mischiano
in un strano liquido scivoloso,

dal colore indefinibile, reso
torbido da cultura e erudizione
in modo informe senza distinzioni
che filtra tra le crepe di una terra

arida e sterile lasciando al suolo
macchie uniformi ed ammuffite prive
di significato che gli animali
leccano con gusto come del cibo
essenziale per la sopravvivenza
malauguratamente velenoso.
Ma della gente in fondo che m’importa
se non altro di informarla in silenzio

delle mie opinioni che non essendo
frutto di ragionamento, non sono
pensabili e non contengono quindi
verità pur avendone il consenso

dentro la curiosità dei passanti.
Ma le genti allora in fondo chi sono,
sono il pieno nel vuoto, come essere
nel non esser sempre quello che sono.

Alla cassa del supermercato
Minuto e cagnoloso
ma bello più che mai
sta sonnacchioso in braccio
dietro in fila alla cassa
del supermercato e mi guarda attonito
con viso aguzzo e fermo
mentre la sua padrona
posa il tutto sul nastro.
Traballato su e giù
fra il prendere e il posare
affettato in plastica,
frutta e birra in scatola,
lamette e dentifricio
e tanto più di quello
che credere si possa.
Lui rimane tranquillo
impassibile e fermo
in quel capottino mentre la sua
padrona snob lo bacia
e lui distratto guarda
curioso la mia mano
e con fare ammiccante
impassibile e attento
acconsente il mio gesto
di riporre la barra
del cliente successivo.
Poi in braccio se ne va
ma gira il volto per guardarmi ancora:
e mi saluta: bau!

Haiku
Mi guardo intorno
la poesia è primavera -
fiore di loto.

Sopra quel sasso
Seduto sopra un sasso
porto la mano al mento
tutto quello che penso
mi viene in mente e poi
d’un tratto mi domando,
guardati, vai allo specchio.
E il giorno si fa notte
per riapparirmi all’alba
dimentico nel dopo
di ciò che è stato fatto
per esser come tale.
La luce si divide
sopra il mio volto attonito
in più di mille raggi,
son grida disperate
di ciò che è ormai trascorso.

In me l’unico amico
L’insidia della tormenta dei sogni
mi porta come sempre
a vivere nella contraddizione
d’ogni giorno normale.
Eponimo nel desiderio d’esser
il nome della piazza
del male a fin di bene,
pazzia del benpensante,
io lo sono per finta
così mi credi quello che non sono,
dotto silenzio della sinfonia
discorde del comune
vivere quotidiano,
ironia del disagio dell’amore
quando è solo frutto di fantasia,
disgustoso piacere
del silenzio assordante
di tutto ciò che è vero.
Anche il diavolo esiste
ma crederci non serve.
Così nella solitudine cerco
in me l’unico amico. 

La retta
È insistente, arrogante,
tutti quei punti così appiccicati,
sono in fila raccolti
dal nulla che si svuota
ancor nell’immanente,
definitivamente.
Ammiccante onnisciente
è un suono prolungato
dall’eco all’infinito
è tutto e non è niente
è il passato e il futuro che si elide
nel presente, è inesistente
senza traccia sulla lavagna nera
dell’immensurabile.
 

Il vero del falso
L’uno in vista dell’altro,
una questione di sola opinione,
l’arte del sapere e dell’intendere
la causa e il perché che gli altri non sanno,
burla del cirro in vista del mal tempo,
ove il maltempo prelude al sereno
reciproca contraddizione al lasco:
il vero che muta il vero,
il falso che muta il falso
nell’agio dell’acume aporetico
di confutare il falso e farlo vero
come le incalcolabili unità
che stanno dentro il numero dei punti
di una linea e ne confondono l’origine
con disapprovazione
difetto dell’eccesso,
nel denso movimento dei pensieri
l’uno in vista dell’altro
lo scambio di opinabili opinioni.

Voglia di tutto
La voglia di parlare
al tramonto, per dare tempo al sole
di sottrarsi al mistero della luce
si confonde nel tono
della misericordia.

La voglia del potere
che di sera s’addolcisce e diventa
ardore per quel poco che ti serve
a mutare d’opinione
e non tutte le cose.

La voglia dell’amore
che nasce dai fiori del tuo giardino
fatto di desideri che natura
ha creato nel dissenso
della legge di Dio.

La gran voglia di tutto
quello che non hai che in fondo non è
ciò che ti manca, ch’è il porto d’attracco
di tutti i pensieri
e nessuno ti ascolta. 

Come il gabbiano
Quel gabbiano che gioca
sull’onda dei miei sogni
riannoda la gioia di vivere
e m’intrattiene altrove.

L’incedere del giorno
mi lusinga nel dopo,
l’attesa è dignitosa
ancorché soccombente.

Gradevole la tempesta
frangente del volere
che adagio mi trascina
nel mare del silenzio

dove il gabbiano plana
per guadagnare attento
l’occasione che vince
l’incertezza del volo.
 

(waka)
Il picchio rosso
sopra il tronco ramoso
è sospettoso,
guarda e mi dice ancora
che l’autunno è finito.
 

Soddisfazione
La soddisfazione è dentro,
chi se ne importa del fuori,
me lo ha detto quel bicchiere
di vin santo nel silenzio
della notte del digiuno,
che sussurra all’orecchio
del tempo, fuori dal miele
che t’inebria d’oblio il sonno,
oltre l’occhio della gente
curiosa dei miei pensieri.
Me ne vado nel silenzio
delle mie incapacità.
Il sole sta per natura
sempre al solito posto
ed io lo vedo a mio modo
libero di non dar conto
a nessuno del mio sguardo,
dissonanza in armonia
col temporale d’estate.

L’inverno che m’aspetta
L’inverno che m’aspetta
giunge quasi a sorpresa
nonostante le foglie
sparse sul mio giardino

come fermi pensieri
che un po’ingialliti e veri
stagnano nella mente
lontani da ogni dove.

Dopo, il pieno si vuota
per muoversi nel vano
fra i rami senza gemme
nel cielo uguale e bigio

privo di quelle attese
che m’hanno fatto vivere.
Eco del mare, d’onda
che sbatte sulla riva

uguale e ricorrente
schizzi di spruzzi lievi
sulle dita dei piedi
ancor nudi d’estate.

È l’inverno che giunge
ombroso e spumeggiante
freddi giorni di sole
solo per un istante

che guardo diffidente
curioso di saperne
sempre di più di quanto
non riesco a immaginare.

Saperne il perché
Mantenere il tempo
al tempo che trascorre,
superare il momento
e porre fine alla malinconia.
Andarmene via dall’oggi
e fare ritorno al passato,
ricominciare prima d’esser stato
per saperne il perché,
oltre al che son nato
che non mi basta.

Pallottoliere della mia poesia
Guardo dal balcone di casa mia
pensando ad altre cose.
Si perdono la in basso
tetti e luci sui muri
che al vento se ne vanno
oltre lo sguardo distratto,
insolita visione
del tutto che scompare,
ma il ricordo resta distinto e vivo.
Quelle luci nella sera inoltrata,
pieno nel vuoto del buio intenso e vivo
del tutto che non resta,
le leggo e le rileggo
sono parole in versi
pallottoliere della mia poesia.

Lo spazio si dipinge d’infinito
Ho visto il vento spingere impetuoso
branchi di uccelli, idee
di parole inutili,
silenzio raro e denso
nel cerchio dei pensieri,
nel pieno dell’essere che non è.
Gioco coi verbi convincenti nello
sforzo morale di capire il sogno
della vita. Poi m’addormento nello
spazio vuoto della forma riflessa
sullo specchio dello stagno mentale.
Numeri, corpi, superfici e punti,
fiori del mio giardino,
essenzialità accessorie
per non esser nient’altro
e se ne vanno oltre il senso dei sensi.
Lo spazio si dipinge d’infinito.

Jingle bells
Jingle bells, jingle bells, jingle all the way
risuona allegra e insistente, musica
che rasserena l’anima. Il pensiero
s’allontana dall’ombra quotidiana
mi fa ottimista e guardo l’infinito
oltre la ginestra che nel giardino
dei sogni profuma la mia emozione
e soddisfa la tua voglia di bene.

Jingle bells, jingle bells, jingle all the way
mi fa sentire buono e generoso,
tendo la mano al povero che soffre,
mi commuovo nel sentire i fanciulli
che cantano nel coro della chiesa,
dimentico la stanchezza del giorno
e ti guardo incantato come prima
quando innamorati sotto le stelle
ci siamo promessi per sempre insieme

L’intelletto
Me l’ha detto lui,
lo Stagirita,
che per natura
aspiro al sapere, perché
amo le sensazioni
anche inutili,
guardandole, ascoltandole
attonito
per viverle nei ricordi
farne arte e scienza
al di là dell’esperienza.
Così
m’ha detto che sono
e il perché
sta nell’Intelletto
ancor prima
di Ermotimo
che in Clazomene
l’ha pensato.
Poi è stato
l’infinito d’Anassagora
ancor prima
la terra di Empedocle
ancor prima
l’acqua di Talete
ancor prima
l’aria d’Anassimene
ancor prima
il fuoco d’Eraclito,
poi l’essere e il non essere
del pieno e del vuoto
del denso e del rado
di Leucippo e Democrito
per non dir delle differenze,
causa delle cose,
in proporzione, contatto e direzione
di figura, ordine e posizione
per giungere all’Uno,
ne pari ne dispari,
essenza delle Forme.
Così disaggregato,
al principio della forma
io sarei indivisibile
per muovermi
per sempre nel vuoto,
che esiste ed è eterno.

Quell’albero in fondo al giardino
Quell’albero in fondo al giardino dove
finisce il lungo viale
é stato potato da sempre prima
dell’imminente inverno.

Ho rinunciato così a tante cose
lunghi rami frondosi di piacere
desideri reconditi nascosti
nel timore dei frutti
ancorché naturali
ma impropri alle regole
del vivere comune,

al punto d’esser io
ormai in fondo a quel viale
del quale mi domando che sarà
di me che son quel tronco.

E si, forse sarà che
di quell’albero ho irrobustito il legno
utile come buon combustibile
suddiviso equamente
fra coloro e i lor cari
che certamente ne contesteranno
insoddisfatti il pregio.

Epifàneia
È sera
apro la finestra
e vedo
il cielo stellato di pensieri.

Fuori dalle forme,
informe,
breve lentamente
nel sole a stento,

oltre la nebbia del sonno
sopra la sabbia
nei sandali
i piedi nudi,

il passo
del Semitico (Melchiorre)
di luce e oro

al passo
del Camitico (Gaspare)
fuoco d’incenso

nel passo Iafetico (Baldassarre)
del mitico astrologo
in mirra,

la Stella cometa
illumina l’immenso
oltre la forma
informa la mente.

Magia nella magia
dei Magi.

Parlare con te
Cercare di parlare
con te, oltre i pensieri,
lanciare le parole
sotto la coltre calda
delle più belle idee,
alle falde migranti
di spiagge solitarie,
dolci istanti di sabbia
gialla di rabbia e rosa
d’amore e di carezze.
Parlarti per non dire
malinconie e tristezze
oltre la luna nuova
nell’agire con tatto
sulla duna solitaria
intatta nel tepore
della rara bellezza
dei corpuscoli eterni
che muovono nel vuoto
dei fatti la realtà.

Oltre il tempo
Il vetro dell’orologio si è rotto,
mi coglie a sorpresa oltre la speranza
del sonno che ritorna
puntuale e come ogni sera m’invade
nel buio informe della luce dei sogni.
Le campane suonano
il rintocco delle ore
e conto il tempo che mi manca ancora
per accendere il lume di candela
e leggere favole
oltre quegli alberi frondosi intorno
alla vita che scorre
nel vanto degli angeli .

Come al solito
Ogni giorno scendo le scale
per recarmi al lavoro e inciampo
nel solito gradino smosso,
insicuro di ciò che devo
fare o non fare nel perdere
tempo con l’amare le cose
di sempre. Incontro il portinaio
che mi saluta e mi sorride,
so quello che pensa di me
ancorché di me non sa nulla
e quello che sa a lui non serve
perché è una persona qualunque
ognor immune dal lavoro
che quotidianamente fa
con la scopa e lo straccio in mano,
lavoro sano sol per dare
missive chiuse nel segreto
epistolare. Così sogno
un buchetto al mare per fare
un qualche cosa di diverso
nel cielo terso reso azzurro
della mia quotidianità.

Secondo Sanguineti
Essenzialmente Esplicito, Ermetico
Declama Decifrando Delusioni
Occhieggiando Obiettivamente Oblio
Amore, Arguzie, Aromi,Attentamente
Ritmico, Ritto e Rivoluzionario,
Declama Dotte Descrizioni Dentro
Omofonie Opportunamente Opache

Sempre Sapiente Sino al Senza Senso
Affascinante Ancorché Antitetico
Nonostante Nessuno Nominasse
Guardingo, Gravi Grossolanità
Uniche e Udibili Unicamente
In Introvabili Inumanità,
Nefaste Nemmeno Nominalmente
Evidenti, Espressioni Esilaranti
Tranne Tormentose Tessute Tesi
Incomparabilmente Impeccabili.

(sto leggendo “Il gatto lupesco”
di Edoardo Sanguineti)
Un acrostico in endecasillabi

L’albero dei cachi
Cresciuto indipendente
vicino al pozzo, là
solo, superstite fra le azalee
dei miei ricordi, vive
frondoso e riverente
a tutte le stagioni.
Rigoglioso mi parla di se poi
volge lo sguardo altrove
e per dirmi di godere dei frutti
della vita trascorsa
fra i desideri della mia natura.
Bocce di macchie gialle ben distinte,
idee sfuse di pensieri ramosi
senza i germogli verdi
dimenticati prima dell’estate.
Il tutto è fatto, ormai il tutto è maturo
non resta allora che coglierne i frutti,
dolci baci burrosi di poesie
scritte in arancio nel cielo d’autunno
unico sole di quel sentimento
che mi riporta altrove.

Mi fingo tronco
Torno ad essere quello che non sono
nel gusto di vivere
oltre il verde della siepe dei sogni.
Le mie voglie rimbalzano indecise
sopra il pelo dell’acqua,
le ho lanciate con forza per infrangere
lo specchio che riflette la mia immagine
sempre uguale e immutata.
Nel gesto amichevole del saluto
la gente mi crede ma non mi vede.
Mi fingo tronco ma sono rimasto
un debole arboscello.

Soffiare sulle stelle
Non mi rimane altro che
soffiare sulle stelle,
per dare un po’ di luce
ai pensieri assopiti
nel sonno quotidiano.
Prima era luna nuova,
invisibile dietro
il vetro della camera da letto,
segno della speranza,
e il sogno ritardava
nell’attesa dell’alba
per ricordare tutta la mia storia.
Poi quel raggio di sole
frutto del tuo fervore,
temerarietà e paura,
medietà del coraggio,
virtù imprescindibile, (*)
scoperta del mattino
dell’avvenire che abbiamo trascorso
sul lungomare. Fuori
dalle strade affollate dalla gente
che non conosci, inseguo
le idee oltre il cammino
ricurvo nella sera
che prelude al firmamento delle stelle
che mi fanno sperare.

(*) Etica nicomachea Libro II n. 7 tavola delle
Virtù particolari. Libro III n. 9 Il coraggio.

Piacere sommerso
Quella sensazione sembra lontana
come il ricordo opaco
dell’infrangersi dell’onda che fugge
dallo scoglio e non mente
al gabbiano guardingo che l’ascolta.
Guardo discreto altrove per trovare
il piacere dell’ordine pulito
dell’allegria d’un bimbo
che cerca incuriosito verso il sole
il perché delle cose.
Poi il tutto si disperde
si fonde nell’oblio
oltre la consuetudine del male.

Spazio immanente
Banalità del tempo
che si disperde
nella vita di ogni giorno,
autenticità delle ore
che frammentano il divenire
negli attimi fuggenti
del tuo respiro,
il battito corale
che si ripete silenzioso
dell’alito d’amore
che provo nel tuo sguardo,
restano nel continuo
della sopravvivenza
senza un brusio, un lamento
nel silenzio presente dell’affetto,
permanente sensazione
che ci unisce nello spazio
istante della nostra mente.

Parlare con i fiori e con le stelle
Parlare con i fiori e con le stelle,
stravagante apparenza
per non sentirmi solo.
I fiori son quelli del mio giardino,
delle stelle sei tu, dove m’inchino,
abbassando lo sguardo oltre i pensieri
curiosi ma sinceri, per sapere
quello che le parole
scandiscono nel dire
e non osano dire
nell’incredula voce del silenzio,
come l’angoscia nel volto del sonno.
Corolle immacolate,
petali che guardano senza indugio
per darmi una risposta
ed io mi rifugio dietro la siepe
dove senza sosta mi batto il petto
per chiedere perdono.
Non ho fatto abbastanza
per dar loro del tutto
quanto basta per un’ intera vita
e ciò che mi rimane
dentro il firmamento dei miei pensieri
sei tu, l’unica stella.

(riferita a mia moglie e ai miei due figli)

Senza torcere un capello
Senza torcere un capello,
il momento è silenzioso.
Consapevolmente nera
l’oliva cade matura
e tace nell’erba incolta.
Nessuno la raccoglie ne la guarda,
ma la calpestano e marcisce fuori
per rinascere dal seme
dimentica d’esser stata.
Così il mondo progredisce
e l’aria diviene irrespirabile.

Dissonanze in fuga
Incredulo al ricordo del passare
degli anni sicuri, ancora lontani
dal verde intenso delle gemme
ormai prossime a sfogliare.

Dentro il cesto dell’esistenza il canto
dell’oleandro rosa fiorito al bordo
dell’amore. Suono indistinto
canto libero dal gesto,

oltre il tatto del piacere furtivo,
ripetitivo nel tratto autunnale
e impaziente al passo dell’ombra
che s’allunga sempre più.

Campo arato nell’ attesa dell’erpice
contadino, vero nella toccata,
dissonanza in fuga nel certo
ripetersi degli eventi.

Tempo immerso dentro l’umido fertile
dell’incertezza del passo, si sperde
nel vivere la fantasia
dell’incanto della luce.

Dall’ira del giorno
Dall’ira del giorno forse
il torpore della notte
mi porta alla forma assorta
delle mie idee in dissonanza.
Fra le cose ancor non fatte,
la voglia di colonnati
bianchi privi d’architrave,
il tormento, ch’è ragione
del benessere mancante,
la voce d’una cantante,
passione senza virtù,
l’equidistanza del mezzo
che mi allontana l’eccesso
dal difetto del piacere.
La notte è il miglior silenzio,
e il buio l’amabile luce
dell’anima non pensante.

Soddisfazione
La soddisfazione è dentro,
chi se n’importa del fuori,
me lo ha detto quel bicchiere
di vin santo nel silenzio
della notte del digiuno,
che sussurra all’orecchio
del tempo, fuori dal miele
che inebria l’oblio del sonno,
oltre l’occhio della gente
curiosa dei miei pensieri.
Me ne vado nel silenzio
delle mie incapacità.
Il sole sta per natura
sempre al solito posto
ed io lo vedo a mio modo
libero di non dar conto
a nessuno del mio sguardo,
dissonanza in armonia
col temporale d’estate.

Quel sorso in più.
Quel sorso in più, un poco scarso e distratto
che m’illude ricorrente il pensiero,
mi porta altrove dove,
il senso della vita si disperde
come il cirro nel cielo del tramonto,
pieno di sorpresa per ciò che accade
nel dopo, sotto le bianche lenzuola
colme di desiderio e fantasia.
Rullio e beccheggio, il dolce dondolio
fugge sull’onda lunga
dell’adagio del cello,
canto melanconico e travolgente
che m’aiuta a dimenticare il peggio
d’ogni giorno, solo per poco e basta.

Nel tratto di spiaggia della Biodola (Isola d’Elba)
Scogli scuri di storia della terra
sporchi di quel cemento
utile al passo di gente distratta
da un’oncia di speranza,
ove s’ incespica immancabilmente
al sole di traverso.
Il rumore del calpestio diffuso,
uniforma il paesaggio
quotidiano delle idee controverse
al pensiero comune.
Scilinguagnolo dell’onda marina
di sapore lontano,
che dice e non dice quello che ascolto,
umore convincente
d’ ignoto autore, teatro sordomuto
di sassi scivolosi
ove poi inciampi inconsapevolmente
solo, senza un perché.

L’ultimo gioco
Allegria nella fantasia del gioco
dove fra poco immergerò sereno
nell’arcobaleno dell’illusione.
Grande emozione all’ordine del giorno,
andata e ritorno al disinibito
ruolo dell’impazzito far di tutto,
oltre il mare e il sorriso delle stelle
fra le cose più belle del paesaggio,
di male in peggio nel gioco impavido
dell’ avido volere del piacere,
l’incapacità e la fine del tutto.

Schemi di vita
Schemi di consuetudini disposti
oltre la velleità dei miei pensieri,
sfuggono all’impressione
del sistema di virtù dianoetiche
ordinato in cornice.
Prevale l’abitudine del fare
a dispetto del nulla
di ciò che per natura possa assumere
diverso orientamento.
Perciò me ne esco mesto
per mancanza del senso
di misura contraria
alla dimensione del mio sapere.

(virtù dianoetiche quelle originate dall’insegnamento
e che maturano nel tempo con l’esperienza a differenza
delle virtù etiche che derivano dall’abitudine)(Aristotele libro
secondo dell’Etica Nicomachea)

Il sospiro
Foglie contorte
sul tragitto del volere
ciò che non toglie
al piacere di pensare,
oltre le voglie
d’espressione naturale.
Germogli verdi
sui rami tronchi d’inverno,
senso di gioia
di quell’alito di vento
tiepido e secco
del tuo libero pensiero.
Sospiro in fondo
di grande soddisfazione,
cielo rotondo
del parlare vago e incluso
del fiore al frutto
che ne rimane deluso.

Battere e levare
Il battere e il levare
del giorno m’annoia, ancora
lo stesso lungo tratto
di fiume dei pensieri
che se ne vanno soli
nel distacco dal bene
verso il mare angosciante
della pace dei sensi.
La musica è avvincente,
gira intorno al tuo sguardo
che mi osserva attonito
e non capisce. Batto
il piede a tempo, andata
e ritorno, null’altro,
catturato dal canto
della tua voce dolce
che mi parla d’amore,
melodia del piacere
seduto nella sala
d’aspetto d’un abbraccio.

Il botto (anfibraco pascoliano)(2/3 5 8)
Il suono di quella campana
intona la grinta del fabbro,
il tocco rincorre la mazza
che gioca l’impulso del giorno
la dove ripete nel ritmo
il batacchio, forte del mito.
E insiste col solito botto,
misterioso, jambigo e incerto,
per dirti una cosa soltanto
gaudeamus igitur, è festa:
Qualcuno ti vuole parlare.

Caffè al bar
La musica strimpella
note disordinate,
pensieri liberi di andare via
senza meta d’ascolto.

Io cerco di distrarmi,
mi disturba il sentire
quella mano senza sosta sul piano,
petulante che insiste.

Ma non riesco a svuotare
il cervello perché
mi occorre quel coraggio che non ho
e mi sento perdente.

Sorseggio quel macchiato
e pensoso mi calo
nella vita d’ogni giorno con l’eco
del solito caffè.

Cumuli nembi
Paffuti, scapigliati e goffi
infermi nell’andirivieni cumuli nembi
d’immagini che brezza birba
cancella, trasforma e raccoglie
nel risveglio che infrange il sogno.
Eco di una voce lontana
dentro le barbe arricciolate
di vecchi soloni, frammenti
di sentenze arbitrarie e ingiuste
che si dissolvono nei cirri
bizzarri di pensieri a strappo
di barboncini coricati
fra gli sbuffi grigi e anneriti
per un prossimo temporale.
Rigonfi, diffusi e liberi
senza prendere le distanze
da tutto ciò che gli è contrario,
senza collera, senza rabbia
nelle disposizioni estreme,
senza benevolenza o invidia,
temperanti ne intemperanti,
prodighi con il nembo avaro
e avari in confronto al prodigo
spingendo ognuno contro l’altra
nuvole nere e occasionali.
La calma è apparente e lontana.
La natura libera incombe
e la mia volontà è indifesa
resa alla sua benevolenza.

Fame di vento
Fame di vento, cibarsi del nulla.
Guardare ciò che accade sotto il cielo
dentro la follia del tuo sorriso.
È allegria il godimento del piacere,
è il bicchiere di buon vino che gusti
nel brindisi con la persona amata
per vincere il medesimo destino
frutto della fatica e dell’ affanno
di sentirsi sapiente e un po’ stupito
di ciò che è stato fatto inutilmente.
Il nulla è la bellezza dell’immenso.

Nella luce dell'alba
Ti muovi incuriosita e mi domando
dove vai se non cerchi
là, dove le farfalle
si rincorrono e il gioco della vita
sembra non finir mai.

Di fiore in fiore intravvedo il tuo sguardo.
Ti stupisce il perché
delle cose, come se
il tutto se ne fosse andato prima
senza chiedere scusa.

Il tempo batte con passo leggero
la dolce melodia
che fa eco alla bellezza
di tutto ciò che ti circonda ancora
che tu dai per scontata.

La tua ipotenusa parla d'amore,
l'ascolto interessato
per riscoprire il giorno
che ho trascorso sul bordo della spiaggia
cercando la tua mano.

T'intravvedo nella luce dell'alba
mentre volgi le spalle
nel cogliere le viole
d'un pensiero che non ti da soccorso
ed io ne son turbato.

Conflitto gravitazionale
Gravità in conflitto con l'infinito
che trattiene al modo del calpestio
del suolo nella vita d'ogni giorno.

Incombe sul pensiero senza peso,
la prigione della mente, la sabbia
del deserto giallo delle mie idee,

la visione del nulla che non riesco
a interpretare se non nello sguardo
distratto della gente che non pensa.

L'azzurro mi riavvolge luminoso
e m'addormento in un sogno d'amore
desiderio proibito di dolcezza

d'amar le cose a dispetto di Dio.
Poi nella solitudine il risveglio
nella pace assurda del pentimento.

Tutto quello che mi circonda giace
nella circonferenza del perdono,
sempre più meravigliato d'essere

frutto aperto del desiderio altrui
che m'ha concepito pensando ad altro,
così il mio volto è stato una sorpresa.

Appoggio il mento al palmo della mano
pensando a tutto ciò che mi circonda
che pur non è mio anche se m'appartiene.

Vita contemplativa
Cosa mi frulla in testa,
pensare alle fragole
delle virtù dianoetiche
che marciscono sotto
l’acquazzone insistente
delle mie affermazioni.
Arte, scienza e prudenza,
intelletto e sapienza,
inutili nel dopo
l’orizzonte del mare,
oltre la conoscenza
mi resta che attendere
nella contemplazione
senza spreco di energie
come l’acqua del fiume
ove scorre il pensiero
del mio comportamento
ragione discorsiva
del mio coraggio assente.

Foglie di Yuka
Spending review della spesa pubblica
dalle inutili presenze inorganiche
è la pulizia del tronco alle yuke
dalle foglie lanceolate e pungenti:
occorrono dei guanti di cuoio per non
rovinarsi le mani, occhiali al viso
per non beccarsi dolorosamente
gli occhi, occorre inchinarsi con un gesto
determinato ancorché riverente
al taglio o allo strappo ove il taglio fosse
malauguratamente insufficiente.

Poi a lavoro ultimato, apprezzi il tronco
Organico pulito che rivolge
la chioma al cielo con speranza pronta
a rifiorir con certezza e respiro,
ma ti resta un mucchio di foglie gialle
tremendamente rigide e spinose
rifiuto inutile anche per concime
parte inservibile e disoccupata
che rincorre vociante sulle strade
per essere riassunta come prima
o restare per sempre pensionata.

Bolle di sapone
Dimentichi ricordi dell’infanzia
vagano luminosi e scoppiettanti.
Luce che in bolle di sapone vola
tremula di pensieri verso il cielo
Endecasillabi sciolti d’intenso
amore che d’amore se ne vanno
scomparendo gioiosi in uno spruzzo
di fantasia che ti inebria e ti avvince
nell’ incanto ritmico della poesia.

Palpebre socchiuse
Me ne vado per la solita strada,
salgo e scendo dall’auto in corsa
senza badare al consumo
delle mie scomode energie.
Mentre le stagioni turbano
ogni mia speranza,
gioco con l’alba e il tramonto
e guardo incredulo
la mia ombra che s’allunga
sul muro della stravaganza.
Luce invisibile delle giornate
che s’accorciano nella stanza
silenziosa ove l’anima
vuole liberarsi
dalla gravità suadente
delle palpebre socchiuse
nel volgere le pagine del mio libro.

Nevica
Di tenui e insistenti farfalle
s’ammanta il ruscello
dei pensieri miei che scorre
sommerso nel silenzio
delle tue parole.

Davanti al fuoco del camino
guardo incuriosito
il divenire incessante
che punteggia le cose
scompare sui muri

sempre più grigi. Odo attonito,
soffice il silenzio
che mi da pace. Il crepitio
del ceppo che m’illude,
protegge l’insidia

del giorno che fuori m’ attende.

Poi Santo Stefano
Loro prima, con Pilato, Gesù
ne hanno crocefisso amore e virtù,
poi con il Sinedrio, l'"Incoronato" *
che, privo di condanna, han lapidato,
così nel perdono** la nostra storia
perde di quegli autori la memoria,
loro che se ne stanno sugli allori
sono i primi e veri persecutori.

* significato ellenico di Stefano
* *l'ultima frase pronunciata da santo Stefano durante la lapidazione " Signore non imputare loro questo peccato"

È possibile fissare con una certa sicurezza la data della sua morte, 37 d.c., per la modalità con cui avvenne: il fatto che non sia stato ucciso mediante crocifissione (ovvero con il metodo usato dagli occupanti romani), bensì tramite lapidazione, significa che la morte di Stefano è avvenuta durante il periodo di vuoto amministrativo seguito alla deposizione di Ponzio Pilato (36), il quale si era irrimediabilmente inimicato la popolazione per l'eccesso di violenza usata per sedare la cosiddetta rivolta del monte Garizim.[1] In quel periodo a comandare in Palestina era quindi il Sinedrio, che eseguiva le condanne a morte tramite lapidazione, secondo la tradizione locale.

Seventy-five years old
Oggi me ne sono andato
per strade in terra battuta
dove la mia speranza è noia.

Cammino senza respiro
in un blu pieno di inganni,
d'impossibili progetti,

sognando, sempre distratto
dalla voglia di non fare
nulla per vivere ancora.

In quel prato d'erbe verde
che insistente mi circonda,
la realtà è convenzionale

e i pensieri imbizzarriti
disarcionano il viandante
che impaurito butta a terra

quanto non gli può servire.
Me ne vado disadorno
come se non fosse vero

tutto ciò che vedo eppure
il sapore dell'amore
mi emoziona più di prima,

la rugiada dello sguardo
d'una nuova primavera
mi conforta, la pigrizia

dei colori del tramonto
nel silenzio delicato
della sera, mi commuove.

Giornata di sole
La giornata è di sole,
è fredda, novembrina
risaltano i colori
ultimi d'un autunno
verace dove l'acero
rosso si spoglia mentre
le mie forze perdurano
sempre più assopite
nell'incessante scorrere
dell'ultima stagione.
Natura irriguardosa
che la mente rispetta
nella rinuncia d'essere
convenzione del poco
per ottenere il tutto......
intangibile e assente.

Inutilità degli eventi
Il buio che assume
la pace dei miei pensieri
mi da la gioia di vivere
nello stupore del risveglio.
La solitudine del seme
non m'abbandona,
mi compiaccio del nulla
che è il tutto e mi da
la forza del germoglio
per affrontare la fine
nell'inutilità degli eventi
sconosciuti nell'infinito.

Incuriosito.
Incuriosito me ne vado ancora
verso l'autunno
dopo il temporale che ha messo a mollo
passo per passo
l'infrangersi dei pensieri di vita
ed ogni volta
per il senso dell'uno e non dell'altro.
Benevolenza
dei passeri sul filo della luce
che se ne stanno
attoniti a guardarmi fra la gente
sopra la strada
in una lunga fila in bianco e nero,
anch'io li guardo
rallentando la corsa settembrina
in pozzanghere
di mosto che preludono all'inverno.

Plenilunio
Rimuovo il colore dai fiori.
per non pensare ad altro
e mi perdo fra i petali
mossi dell'oleandro al vento
tiepido dell'estate ormai trascorsa
inutilmente.
Ciò che m'attende svanisce
nel silenzio del plenilunio
che ammorbidisce il buio.
Mi lascio andare senza riluttanza
giù per il pendio
immune dagli urti e dal disagio
delle sensazioni.
Vita e morte fra loro ignote
nell'istante del nulla che permane
ancora invano.

Quel soffio di vento
Come potevo riconoscerti
confusa dentro i rami di pino
che d'autunno non sanno ingiallire.
È bastato quel soffio di vento,
la sorpresa di un bacio soffuso,
la speranza di un tempo migliore
e mi sei apparsa alba di quel giorno,
che non sembra poi tanto lontano,
la soglia d’un ratto e lungo viaggio
di conchiglie rosa e primavera.
Sei poi riapparsa nel pomeriggio
inoltrato, verso quella sera
che oramai più non tarda a venire,
quella sera che spaventa gli altri,
gravità dell'imprescindibile,
quelli che sono rimasti soli
senza la melodia del tuo sguardo
che mi libera nell'infinito
reso di pensiero ed emozioni.

La fine del resto
Penso d'esser stato là
dove illumina la luna
la cima bianca del monte
delle tue idee che sanno di
primavera. Mi riavvolgo
nel tepore del tuo sguardo
e ripercorro sereno
il tempo trascorso. Vado
verso la fine del resto
e m'immergo nel tuo amore
più dolce che mi appartiene.

Dolce melodia
Il sole
nel colore del tuo sguardo
riscalda
la tua voce che dirada
il senso
delle cose che mi stanno
intorno.
Il cielo ceruleo e i fiori
sfumano
nell'aria del primo amore
sommerso
nell'erba d'un prato verde
Le note
distinte nel tempo reale
del suono
delle parole più belle
gioiosamente
come nuvole di stelle
cantano
la tua più dolce melodia.

Il merlo uguale
Imbattermi coi versi
nella palude oscura del sapere
e affogare nell'acqua
stagnante delle solite parole.
È l’immaginazione
l’alito della mia perplessità,
scioltezza o libertà,
esser dentro o fuori dalle regole
eppure il merlo stava
nascosto con lei dentro il rododendro
per non farsi vedere
e non apparirmi sempre lo stesso,
ma io lo cercavo uguale,
ripetitivo nelle sue incertezze.

Tango
Tango nel mio giardino,
campo d'erbe ed azalee
dolci e soavi, dove arde
il fuoco nel pensarti
lontana dall'impronta
dell'amore, assopito
nelle cose del giorno.
Sono rimaste chiuse
le persiane del tetto,
sopra il letto disfatto,
a ripararci ancora
dal fuori che imperversa.
Solitudine immane
di lor che se ne vanno
per generare altrove
un'altra primavera
nell'imminente fine
del poi che ci appartiene.

Me ne vado lungo il fiume
Me ne vado lungo il fiume
per udir le tue parole
cincischiare fra le schiume
bianche e spumeggianti al sole
e sciacquare i miei pensieri
al riparo delle fronde
dei tuoi veri sentimenti.
Ciottoli rotondi e grigi
che rotolano rimossi
dalla foga del giudizio
e permangono nell'alveo
della nostra inesistenza
che trascorre in fondo valle.

Momenti
Un giorno fatto di niente
un tecnico puntuale
sconosciuto, educato e silenzioso
per dare corrente alla cantina
dell'immobile non tuo.
"Ecco fatto, tutto a posto, buongiorno"
Poi il tratto lento
e confuso del cammino
nel pieno traffico
senza pensare ad altro.
Le idee se ne vanno
libere dalle parole che sciolte
si spezzano in sillabe
confuse in illeggibili
dittonghi, trittonghi, sinalefe,
ronzio nello spazio mentale
fra i capelli bianchi
e gli occhi insinceri e grandi
che guardano increduli
la vita di ogni giorno,
l'abito che si fa largo e lungo
a discapito della taglia
e dopo pranzo
guardo il bicchiere vuoto di vino
e mi sdraio nel demonium meridianum
del pisolino di Pan.

Aria d’autunno
Impalpabile giunge
il vento delle tue idee
che ho fatte mie, d'estate,
maturo ancor per poco,
buttate alla campagna
al primo temporale
impetuoso, nel tiepido
tramonto della sera.
Desideri assopiti
soddisfatti nei sogni
che l'aria dell'autunno
mesta ha sospinto altrove.

Andata e ritorno
Andata e ritorno
il solito percorso
per non perdere la spinta
d'esserti vicino.
La giostra gira intorno
al solito problema
di fare o non fare,
per sottrarmi al confronto
e ritornare
al punto di partenza
dell'obbligo del giorno:
il mangiare quotidiano,
bere, dormire,
la solita alba,
il solito tramonto,
spogliarsi e rivestirsi,
gli arredi accostati
ai muri della memoria.
L'energia ti consuma,
cedi alla tentazione
d'ascoltare la tua unica natura:
peccare, peccare,
senza commettere peccato
oltre il senso della povertà,
sino alla fine del respiro
di tutte le differenze d'amore,
metafisica e follia.

Solitudine
L'uno non sa dell'altro,
la pioggia non s'offende
del frutto che matura,
la luce, del buio che s'illumina
oltre la malinconia
dei miei pensieri.
Il vincolo mi conduce
là, dove la fine scompare,
non vedo nessun altro,
mi disperdo nel resto
parte del tutto,
unico senza essere,
senza immaginazione,
senza compagnia,
senza condivisione.

Non rammaricarti
Non rammaricarti,
le stelle tornano
è il buio che le fa brillare
dopo il tramonto.
Non temere la fine,
la notte riflette
la luce vera
come la mente
nell'oscurità della materia grigia.
Vedere é la gioia del piacere
l'invisibile é il diletto della ragione,
ticchettio della pioggia
che ruzzola sulle cose
nel continuo impossibile dell'ascolto,
nell'al di la, oltre il senso
della disperazione.

Complicità
Condividere con te
ogni tua risposta,
petali blu che hanno
generato il frutto
della nostra intesa.
Tu sei l’alba,
la mia idea di appartenenza,
l’immagine del senso
del timore dei lati oscuri
che intuisci nel disordine
dei miei pensieri.
Sommessa gelosia
nell’ignorare
la mia ostinazione
che il bene è frutto
della seduzione di dare
il suo a ciascuno.

L’acqua dello stagno
L’acqua dello stagno
dove le stelle galleggiano,
s’infrange nell’emozione
amica dei miei sogni.
Mi confondo nell’abbaglio
per toccare l’ovunque
senza riconoscerti
oltre quella sapienza
dal volto rivolto a terra
e le mani congiunte al cielo
nel dare un senso all’anima.
Non può essere bello ciò
che finisce per sempre
come bello non è ciò
che s’oppone al contrario
dell’acqua dello stagno
che s’infrange nell’emozione
amica dei miei sogni.

Morte del ramarro
Quattrozampe terricolo
tritacarne triclino
terribile e aberrante,
viride ramarro,
rattrappito
sopra l’erba cloridrica
del giardino
nel girotondo temporale
estraneo all’arroganza
del tramonto.
Natura che irrompe
sul dormiente
ove scaturisce errante
l’atterraggio ponderale
del risveglio.
Poi l’arrembaggio delle formiche,
bramose e mangerecce,
sul corpo ormai giallastro
irretito dalla serpe ingorda
fuori dalla figura lorda
irreversibile dello sguardo
inebriante della morte.
Si contorce privo di forze
prima dell’irrigidimento
oltre la ragione
dentro il mistero irrazionale
della resurrezione dei corpi,
storia soprannaturale
distorta dall’ubriacatura
del racconto della gloria suprema.
Ora è odore verace
di putrido sterco
nel rigore naturale
della trasformazione in cenere.
Strano rigor di pietra e di terrore
per entrare con speranza
nel reparto estremo dell’eternità.

(Versi allitteranti: va recitata enfatizzando al massimo la “errrrrrre”)

Liberi
Ci siamo,
ma non ne parliamo
ci amiamo
così proseguiamo
nel mare immenso
dei nostri sogni.

Pensiamo
ma non ce ne andiamo
restiamo
perché soddisfiamo
futile senso
dei fabbisogni.

Facciamo
quello che crediamo
diciamo
e disubbidiamo
in modo intenso
che ci vergogni.

Poi diamo
ciò che non abbiamo
viviamo
e ce ne freghiamo
senza compenso
senza rampogni.

Volontà mia

Dove mi conduci, volontà,
figlia di tutt'altro,
che ti vendi a caro prezzo.
Padreterno t'ha fatta mia
a un punto tale
da poter fare
anche del male,
sei il vate
che mi fa pensare,
sei la mia musa,
dell'arbitrio
la miglior scusa.

Che fare?

Sono andato giù per la vecchia strada
dove per lungo tempo il mio pensiero
girava ancora intorno al falso e al vero
della vita che nel buio si dirada.

Lungo il filare dei convincimenti
tutto mi è apparso assai più complicato
dei dolori e i piaceri che ho provato.
Non potendo giocar coi sentimenti

ho preferito, nel sentito dire,
resistere all'affanno di rischiare
per confidare ancor nel divenire.

Allora mi son detto, cosa fare,
se la strada ormai volge sul finire
non mi resta che mettermi a pregare.

Luce dell’alba

Luce infame dell’alba,
mi porti alla rovina
nell’ultima giornata
che mi resta per l’oblio.

Il buio nel sonno oscura
il volto del timore.
Sai di non esser solo
senza essere nessuno,

come disse Chirone,
spazzando con la lunga
coda grigia le mosche,
a Giasone che andava

per luoghi sconosciuti.
Fuggire fra le vigne
del pensiero, nel vento
dell’autunno e strappare

gli acini dai grappoli
ricolmi di sapere,
desiderio che mi aiuta
a non pensare ad altro.

Un’albicocca senza seme

La vita d’ogni giorno,
un’albicocca senza seme,
un nonsenso naturale
senza ritorno,
che osa nel principio
del peccato originale.
Costretto a vivere
per il giorno dopo,
incolpevole
d’esser nato,
con stupore del contrario,
per distrazione
del desiderio
con inspirazione
e in un batter d’occhio.

L'infinito amico

M’avvio nell'ultimo tratto,
la voglia è di correre
verso il volto nuovo,
dell'infinito, apparenza
della vita divina.
Lo sento nell'insieme,
lo cerco ovunque sia,
allungo la mano
e non lo tocco
perché svanisce allo sguardo.
No, non sono io che me ne vado
è l’alito di cui siamo
che mi porta altrove
oltre la natura ambigua
della vita che ci accompagna.

È così (malinconia del poeta)

Annotarne tante,
per non ricordane
nemmeno una.
Gemme che da foglia
verde ingialliscono
per cadere,
fare del concime,
alimento della
ragion pura.
E scriverne allora
una ancor più bella
da leggere
per non ricordarne
il suo vero senso
e rattristarmi.

Stattene zitto
Sono in tanti
che vogliono
molto di più
di quello che hanno.
Solo alcuni
s’accontentano
di quel poco che fanno.
Gli uni e gli altri
diretti insieme
nell’ unico concerto
di musica soave
del mondo che li circonda,
ma uno ad uno
se ne vanno,
puntualmente
si rinnovano
allo stesso modo
in silenzio
dal silenzio.
E io da che parte sto?
Mi sussurra sottovoce
nell’intervallo
il direttore del concerto:
stattene zitto,
così nessuno
ti potrà smentire
e sarai salvo
dal resto del mondo.

Un giorno ancora
Avere
ancora il coraggio di parlare,
di bere
nello stesso bicchiere,
di amare
dimentichi del passato
come se non fosse mai
provato.

E allora
non badare più al futuro
ancora
la vita ti assapora
sicuro
di aver lasciato il tutto
nel guado d'un torrente
ormai asciutto.

Due Haiku sulla ragione
La mia ragione
in ogni direzione
si piega al vento. (*)

Ragione vana
ad ogni desiderio
si fa ruffiana. (**)

(*)(da una frase di Blaise Pascal - 1669)
(**)(da una frase di Shakespeare nell'Amleto)

Iperacusia
Una selva di sterpi
nella misura uguale
a quel suono uniforme
che mi affligge incessante.
La finta tolleranza
della mia dolce pazzia
che esula dal pensiero
nell'esasperazione
senza raggiungerla mai.
Il suono di quel fruscio
metallico e costante,
parla e si sovrappone
al tuo sguardo verde che
adagio si disperde.

(L'iperacusia è un disturbo uditivo caratterizzato da ipersensibilità e intolleranza ai suoni - acufene)

La verità
Sei mia
perché ti voglio mia.
Sei sacra
perché ti voglio sacra.
Sei santa
perché ti voglio santa.
Sei il castigo
della mia libertà
per esser poi
energia universale
senza bene ne male.

Chi siamo (6,10)
(Unde malus, unde Satanas)

Ricondurre a Satana
l'origine dei nostri peccati,

come togliere a Dio
la paternità dell'uomo. Chiedo,

perché ha creato il diavolo
ancor prima dell'essere umano?

Noi chi siamo allora,
forse la trascrizione d'un coro

d'angeli e arcangeli,
gli unici condannati a morire

nel libero arbitrio
dell’impegno di non decidere

della nostra fine,
un policromo parafraseggio

per disporre al meglio
ciò che doveva essere di peggio .
____________
Sant'Agostino:
“Si diabolus auctor unde ipse diabolus?”

(se il diavolo è l'autore [del male]
da dove viene lo stesso diavolo?)

L'uomo è un legno storto (Kant) [*]
Legno storto, l'antinomia
dell'origine divina
dell'essere umano che amo.
Fascino del paradosso
al di la dell'intenzione
del dono della virtù.
L'attesa del mutamento
in perfettamente dritto,
unico surplus di energia
della vita in libertà,
vaga nell'impossibile
nel timore di infrangere
senza Grazia nel peccato.

[*] La religione entro i limiti della sola ragione

L'effimero
Non voglio dormire
nel timore di perdere
l'istante fuggente.
Nuvola bianca che rincorro,
fragile esca
per l'amo sottile del successo,
labile e caduca bolla di sapone
nel cerchio che intorno
si sperde nello specchio
dello stagno delle mie speranze.

Voglia di eternità
Congiungo le mani
del corpo nel perdono.
Cuocio i pensieri,
ammollo dei sensi
da smaltire con la fame,
la sete e il sonno.

Nel buio silenzioso,
la luce universale,
sogno d'amore,
ti avvince oltre il grigio
timore dell'incertezza,
senza altre forme

di ricordi ingrati,
di frangenti dannati.
Voglia di vivere
d'amabile immenso
oltre la sopravvivenza
nell'infinito.

Il dormiveglia
Chiudo gli occhi
in quell'antro nero
nello spasmo dell'attesa
ove appare la luce del sogno.

Il vento, le strade tortuose,
le salite prive di sforzo,
la felicità senza emozioni,
il desiderio imprevisto,
intenso e insoddisfatto
perdurante e tattile
discosto dal rimorso.

Buttarsi giù dalla rupe
immune dal dolore, urlare
in silenzio a squarcia gola,
amare, baciare, picchiare,
la rivalsa libera dal sospetto,
anomia di gravità
la morte turbata dall'inesistenza
in attimi senza fine
di lingua pensata.

Il risveglio compare
acerbo e inaspettato
irreale rispetto a prima
che era autentico
perché senza parole,
vibrazione di suoni
che da sveglio non avverto.

La paura nel scivolare giù
dalla ripida ripa del fiume in piena,
aggrappato all'erba che si strappa,
in bianco e nero, nel tuffo
fra i flutti, senza bagnarmi
privo d'abiti rimasti appesi ad un ramo
con un senso profondo di vergogna
nel timore d'esser visto indecente
dalla gente inesistente
sul bordo alto della riva
che mi guarda incuriosita
nudo con la giacca e le scarpe
seduto nel banco della scuola elementare
come se nulla fosse
distratto dai pantaloni
rimasti appesi altrove.

In tal guisa m'alzo,
cammino sopra i banchi
vado alla lavagna
col cancellino in mano.
La maestra mi guarda curiosa gli intimi
compiaciuta del mio disagio,
cerco di parlare ma non riesco:
è il dormiveglia.

Chi sarà mai!
Lui è educato,
lui è discreto,
molto paziente
riconoscente,
è sorridente
onesto e leale,
non fa del male,
un po' ghiottone
un po' birbone,
lui è affettuoso
è premuroso
è vivacissimo
poi è dolcissimo
ma ora ...dov'è?
Parliamo di lui
continuamente
ma lui..ci sente?
e questa è per noi
la vera strenna,
per accettare
di scontare la....
...nostra condanna,
poi ...l'aldilà....
essergli insieme...
......per l'eternità.

(L'ho dedicata al mio cagnolone, un magnifico setter che ci sapeva sorridere sollevando il labbro e che ci ha lasciati dopo 16 anni di affetto)

Il tuo sguardo
Lo sguardo
tradisce il pensiero,
il tuo poi
ne svela l'arcano

è come
il fiore di loto
nel senso
più antico e lontano

concede
dolcezza infinita
che sfugge
e mi prende per mano

disdegna
il modo di fare,
che avverte
ogni mia indolenza

permette
non tutte le cose
che penso
con impertinenza

solerte
sguardo che non mente
deciso
come ogni sentenza.

(LOTO: Il fiore di loto è per gli orientali simbolo di bellezza, eloquenza, purezza e perfezione, simbolo del sole del cielo della terra, della creazione, del passato, del presente e del futuro; dunque rappresenta la vita stessa, regalare questo fiore significa dichiarare grande ammirazione.)

Senza tregua
Dal nulla
senza ricordi
nell'oblio,
luce dell'infinito.
Nel mezzo,
l'incertezza d'essere
nel senso dei sensi,
ma solo per poco.

L'inappellabile condanna.
Guardo con le mie braccia conserte,
il fuoco che adagio adagio spegne
la legna:è la fine del tizzone.
Lo spiego alla giuria popolare
          che mi sta ad ascoltare
attentamente, così in silenzio.
Confidando in obiezioni improprie,
nell'insperabile prescrizione,
mi sono distratto, ed in assenza
           l' unanime sentenza:
reo confesso per essere nato,
per volontà d'altri nel peccato,
per aver da sempre assecondato
la soteriologia universale
           salva anima dal male:
inappellabile la condanna,
il tempo della pubblicazione
affievolisce l'ultima brace
nella cenere ormai inconsistente,
            definitivamente.

Sconosciuto
Giunto alla pausa dopo l'estate
m'accorgo che quelli prima di me
sono scomparsi.

M'accorgo che sono sul da farsi
quelli nati poco dopo di me.
Mi sento solo

e sconosciuto: guardo e non volo,
odo e non sento e l'ozio dei sensi
tarda a venire.

così all'alba e verso l'imbrunire
seduto sul quel masso di roccia
non mi perdono.

Il circolo vizioso
La mia mente desidera
dividersi dal volto
a meno che il pensiero
sia il chimico prodotto
del cervello, in tal caso
ahimè! tutto decade
per sempre nel silenzio
dello spazio infinito:
lo zero metafisico.

Comunque dir si voglia
intendo separarmi
dal senso temporaneo
del profumo dei fiori,
del sapore del gusto,
dell'udito che ascolta,
del tatto che ti tocca,
della vista che guarda
tutto ciò che mi accade
e che non serve a nulla
se non a darmi fastidio.

La forma è la crisalide
che lo spirito lascia
e disperde nell'umido.
Ma è come rinunciare
all'idea vegetale
che ha generato l'anima
che rianima il pensiero,
l'anima inconsapevole,
l'anima metafisica,
la mente del silenzio
dello spazio infinito.

Il sasso nello stagno
Il sasso nello stagno,
tempo che nell'armonia
induce al movimento,
s'allarga e si disperde
sino all'esaurimento.

Riprendere la calma
nel poi, com'era prima
di ciò che é capitato
per non aver sentito.
Allora cos'é stato!

Inavvertitamente
ma non per puro caso
si é interrotta la pace
con un grande fragore
laddove tutto tace,

fascino seduttivo
dell'impeto nascente,
il gioco del destino
che ci tiene per mano
e il capo sul cuscino.

Ma chi mi lancia il sasso,
è perché gli va di farlo,
solo non gli é caduto:
se sono nello stagno
.... qualcuno l'ha voluto.

L'incognita
Dentifricio, sapone
e lamette da barba
l'igiene della dieta
dell'uomo occasionale,

sinonimi e contrari
generosi ed avari
per imitarci al meglio
nella sopravvivenza,

ordine e disordine
come armonia e melodia
dell'essere che non è
che fuori tempo e folle.

E l'anima protesta!
senza lasciare impronta
per il caso fortuito
della sua motivazione

come se impossibile
fosse la sua presenza
tale all'inesistenza
oltre l'osservazione,

stupore e meraviglia,
non senso del sapere
immerso nel mistero
dell'homo sapiens-sapiens.

Dentifricio, sapone
e lamette da barba,
Adamo era perfetto
non ne aveva bisogno,

il cosmo era inutile
quantomeno la mente:
non appena l'ha usata
si è rovinato il mondo.

Lusinga.
Il sonno
che ti copre lo sguardo
promuove
il dogma della vita
solo per
redimere l'energia
che muta
nell'anima di un fiore.
Fantasia
dell'incomprensibile
profumo
dolce del pitosforo
che all'alba
schiude le tue palpebre,
risveglia
la ribellione al senso
di paura
della ragione pura.
La voglia
è quella di dormire,
mistero
dei mezzi della Grazia,
strana idea
d'un principio pratico
d'abuso
del soprannaturale,
respinto
dalla miglior ragione,
per fare
qualche cosa di buono
gradita
a Dio senza preghiera.
Non torna
nella ragion veduta
sapere
di cosa stai parlando
se il sonno,
che ti copre lo sguardo,
promuove
il dogma della vita
oltre il buio,
oscurità gradita al
mistero
della luce divina.

L'indifferenza
Il bene sta nel male,
è la scelta di Colui
che in barba a libertà,
ci ha donato l'arbitrio
di migliorar la vita
a scapito degli altri
pensando alle intemperie
d'autunno e dell'inverno
che ti fanno apprezzare
primavera ed estate

Il male sta nel bene,
è la scelta di Colui
che in barba a libertà
ha donato l'arbitrio
di peggiorar la vita
a vantaggio dei pochi,
primavera ed estate
perenne per alcuni
lasciando le intemperie
all'autunno e all'inverno
della collettività.
Dopo........l'indifferenza
per tutta l'eternità,
unico grande premio
per la nostra umanità.

Senza rimpianto
Restare sempre
al solito posto,
mangiare sempre
il solito cibo,
dormire sempre
alla solita ora,
amare sempre
la solita donna,
rifare sempre
le solite cose,
peccare sempre
al solito modo
e confessarlo
con tanto rammarico
e promettere
di non farlo più
per poi rifarlo
puntualmente, sempre
con pentimento
ma senza rimpianto.
Sparse nel cielo
nuvole imbronciate,
volti paffuti
che guardano in sù,
per vedere Dio,
senza alcun tormento
della sostanza
che muta nel nulla.

Avanti e indietro oltre la scala
Do nell'essere
re in un deserto dove
mi dico
fa quello che vuoi ma
sol per poco.
la mano scorre via,
si volge indietro e guarda
la folla distratta dal
sol di maggio che
fa risvegliare i cuori e
mi ricorda ancora
re di quel deserto dove
do sempre di meno.

Dissonanze
Le mie note che scorrono
fuori dal pentagramma,
gialle, sparse in disordine
sull'albero dei cachi
dopo la fioritura.
Mi ricordano che sei
più vicina e imprendibile
come t'immaginavo
nel garbuglio mentale
che mi distingue come
appare e che non è.
T'addormenti in armonia,
ti sveglia la melodia
delle mie dissonanze,
mi rispondi arringante
mentre fingo stupito
di non darti risposta.

L'albero della felicità
Le sue idee scorrono
verdi e sottili lungo il tronco
Cadono leggere,
non temono le stagioni,
né l'acqua del fiume
che affoga
nel gelo dei fiocchi di neve.
Cammino in discesa dell'anima
Sefirot a tortiglione
sulla scala di Giacobbe
per salire al cielo
dal regno alla corona.
Tutto senza porsi domande
come i guardiani della soglia
dell'albero della vita
le spade fiammanti
dei due cherubini.

Il tempo che resta
Se rallento
le giornate
diventano brevi
per il non fatto.
Se accelero
brucio
il tempo che mi manca.
Se attendo
conto le giornate
tutte uguali
e mi annoio
...........a morte.

Considerazione.
Morire sconosciuti
non è poi così triste.
Già il morire
è una liberazione dalla vita,
a maggior ragione
se non è servita a niente.
Confondersi poi nel nulla,
così come pare,
ci fa sconosciuti
definitivamente,
privi dei sensi
che sono bastati
per ricordare
di dimenticare il tutto.

Che sarà?
Certo che
se non resta la memoria
l'identità non vale
per essere colpevole.

Certo che
se l'identità non resta
non basta la memoria
perché il colpevole è assente.

Certo se
con identità e memoria
sono in difetto i sensi
manca il corpo di reato.

Certo è che
il giudizio universale
per mancanza di imputati
non venga celebrato.



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