Poesie di Andrea Bucci


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Distanze
Il taglio d’una lama arrugginita,
Netto e finale… C’è un silenzio strano…
Da poco tempo, s’è spenta una vita.
L’Agnello s’accascia a terra pian piano…

È pronto per il macello. Le dita
Dei carnefici, dell’orrido piano
Si compiacciono, mentre irrigidita
Giace la carcassa che belò invano.

Inchiodato alla croce dolorosa,
Ha appena chiuso gli occhi doloranti
D’amaro pianto. Non ha più dolore.

Dopo insulti, sputi e ferite, muore.
In eterno, presso il Padre riposa.
Quanto da Lui siamo tanto distanti!

Sette aprile
Ti vidi su quel letto d’ospedale,
Sfinita dal male che con coraggio
Affrontavi, creatura mortale.

Con occhi spenti e affannoso respiro,
T’appressavi verso l’oscuro viaggio
Di fronte cui tutto nulla più vale.

A tuo marito, hai lasciato un figlio
Che mai, mai godrà del tuo acceso amore;
Mai, mai l’accoglierà nessun tuo appiglio.

Sei morta e nulla avrà più il suo valore.

Ad una ragazza
La ragazza dai capelli dorati
Mostra il candido giovane sorriso,
Delle speranze molli e vane intriso,
Sognando amori non ancor saziati.

Sospira il suo cuore per tanti amati,
E amabil lucentezza sparge il viso,
Quand’ella vien presa d’amor deciso
E da tremendi ardori suscitati.

Cari al viver suo sono i moti suoi,
Nonostante i travagli che produce,
Poich’è Amore ch’in giovinezza impera.

Ma tu, cuor mio, palpitare non puoi,
Tu non sai in che stato Amore riduce,
Perché evitar vuoi l’essenza sua nera.

Maestro
Nei coltivati campi e nei cari orti,
Testimoni d’un gran lavoratore
Di vitale fatica e di sudore,
Brutti e inutili palazzi son sorti.

Come nave che varie isole e porti
Ha passato, così il tuo gran valore
D’eccelsa sostanza e il moral vigore,
Ondeggiavan sempre impetuosi e forti.

Ma spirasti. Giunse l’eterno sonno
E l’assenza dall’oscurata vita,
Non fu mai fin all’ora così vera.

Io che trascorro il viver da eremita
Cosciente, te, forza dolce e fiera
Onoro con il pianto, amato nonno.

Deliziosa creatura
Di te cari sguardi, e le mansuetudini
M’appaiono, viva ragazza mora,
Nobil persona ch’ama e ch’innamora,
Rara perla nel mar di turpitudini.

Baci ed abbracci, erano consuetudini
Dolcissime che’l mio cuor non ignora,
Intanto che’l tempo il tutto scolora,
Perché crea deserti e solitudini.

Inseparabili e stretti in quei giorni
Eravamo talmente, che pareva
Ch’un sol e unico corpo aveva i nostri.

Quanta attraente timidezza mostri
Alla mia vista, che pregio ha e aveva,
Di contemplare te, che sempre l’orni.

Il Sabato
Ed ecco prorompente e manifesta,
La freschezza dei tuoi giovanili anni
Amica! Tu pensi bene a far festa
E non t’affanni.

Sorridi e ti diverti in compagnia
In locali anonimi, nel grigiore
Avvolti, fumando quello che sia
Per ore e ore e ore…

Intorno a te, si spandono urla e chiasso
Di gente che bevendo si trastulla
E in piaceri, nel totale sconquasso,
Gode e si culla.

E per i vicoli densi d’urina
E vomito, t’incammini a stento
Verso casa amica, a testa china,
A passo lento.

Semplici, casti
Spesso noto nell’alto cielo vasto,
Irraggiungibili folle d’uccelli
Che, volando, passan il viver casto
E un brun piumaggio riveston le pelli.

E quando arriva l’ora del pasto,
Scesi in terra, si muovono a saltelli,
Quasi a fatica, sopra il mondo guasto
E il loro apparir, tende a pensier belli.

Non essendo soggetti all’immondezza
E alla miseria umana, da una vetta
All’altra, intonan canti d’allegrezza.

Ogni vostra movenza il guardo alletta,
Lieti esseri! Semplicità e saggezza
Siete, ma l’uomo solo male getta.

Natura: Morte e Indifferenza
Ventosa notte d’ardenti celesti
Lumi, e di solitari gruppi sparsi
Di candidi monti, nel ciel apparsi.

Vivaci e ascetiche le loro vesti,
Ma mutevoli e mortifere quelle
Degl’altri ch’in apparenza, son belle.

La speranza e lo spirito le stelle,
D’uragani e alluvioni al fondamento,
Le nubi: in esse, non v’è pentimento.

Meditazioni
Dolcissima e sensuale giovinetta,
Lungo la riva del mar in tempesta,
Ammiro te, che, ritirata e mesta,
Con intrecciate braccia vai, in te stretta.

Il pensier tuo il morir, che non diletta,
Forse invoca; esso ad arrivar s’appresta
E orrore e travaglio da per chi resta,
Poiché lo stato mortal non s’accetta.

Ma per chi non è più, eterno sollievo
Da almeno, e se una prossima esistenza
S’affaccia, verso il cielo gli occhi levo!

In te, bon Signore, io sempre confido,
Affinché luce sia e non, la parvenza
D’essa e penso, al tuo doloroso grido.

Il sarto
Fino a tarda sera, sotto la luce
Soffusa e fioca, il solitario sarto
Esperto e veloce, con cura cuce.

Ti porge sempre un festoso saluto
Mentre s’adopera, dando ad ogni arto
Eleganza, frutto d’ingegno acuto.

Nel soffice silenzio del negozio,
Dignitosamente fa il suo lavoro.

Sempre attivo, mai si culla nell’ozio!
Con soddisfazione prende ristoro.

Piccole vanità
Vedo tre Veneri: una, snella e bionda,
L’altra, appare meravigliosa e bruna
E la terza, col bel petto che abbonda;
Assorta in pensieri si trova ognuna.

Ma fra loro, s’agita e protesta una:
“Me, me, me, me, me, me, me, me circonda
L’estrema bellezza! Travolge e inonda
Chi me guarda! Come me mai nessuna!”

Ma quando tutti i corpi, dentro bare
Buie giaceranno, sciocchi discorsi
E sfarzose vanterie cesseranno.

Nella vita, solamente d’imporsi
Ci si deve tanto preoccupare!
Svanisce la bellezza, di anno in anno.

Antiche prediche
Trrr… Trrr… Trrr…

Treno di troppe tristi
Stridule frasi truci.
Irrompe senza freno,
Un frastuono di mezze
Parole… Che trambusto!

Trrr… Trrr… Trrr…

Trivella senza tregua
Le cervella, l’antica
E tetra logorrea
Paterna! Grida, rugge,
Digrigna e anche si sbraccia!

Trrr… Trrr… Trrr…

Trema di rabbia! Povero
Quel padre tanto affranto!
Non trova più la pace!
Dinnanzi a lui, quel figlio
Immobile che tace.

Impressione
Sul ciglio d’una strada
Desolata
Dove a ciuffi si sviluppa
A fatica
L’erba già seccata
Ho visto un gatto
Buttato
Sull’asfalto
Caldo
Stava su un fianco
Con le zampette
Rigide
Pietrificate
Nell’attesa di essere
Trasformato in un facile
Pasto
Senza saperlo
Qualcuno passando
S’è avvicinato
Era troppo
Indaffarato
Non ha avuto tempo
Per accorgersi
Ch’era
Morto

Tempo
Perenne
Una goccia
Di morte
Scava
La mia pelle
Di marmo

I gabbiani
Cauti fra i picchi delle alte mura
Antiche, con ali supreme
S’ergono in una sera
D’estate fresca.
Lontana
Nel cielo,
L’alata orchestra
Si dispone entusiasta.
Celesti cori ascolti, mentre
S’infittiscono grappoli di stelle.

Sulla vecchiaia
Lentamente vai con il tuo bastone,
Stanco d’accompagnarti. Poi l’orecchio
Tuo ascolta… Sghignazzanti vocii. Vecchio
Sei. Altro non c’è, fuorché la derisione.

Nel cuore, una profonda delusione
S’accresce, quando davanti allo specchio,
Un volto sfilacciato appare. “Invecchio”
Dicesti, con respiro d’afflizione.

La morte, ti prese con sé, quand’eri
Solito raggiungere un giardinetto
Desolato, dietro la tua dimora.

Pochi son stati i tuoi ultimi pensieri.
Forse nessuno. Chi ora, s’addolora
Per te? Per molti, eri solo un vecchietto.

Infanzia
Di notte, questa mia vita ripasso,
Scavando fra un ammasso
Di ricordi. Quel che posso vedere,
Son confusi frammenti
Di immagini lontane,
Di lunghe estive sere
In campagna, tra un gracidar di rane;
Fra contadine genti,
Quelle della mia terra:
Gran distesa di soffici colline,
Di isolati conventi,
Di acque cristalline,
Ed il suo ricordo, è quel che m'afferra.

Passeggiate
Percorrendo le solitarie strade,
Ascolto semplici e sublimi fatti:
Il pianto d’un bimbo, un vaso che cade,
Nei cortili, il miagolare dei gatti.

Tutto ciò che al mondo esiste, decade,
Ma ecco questi improvvisi e fugaci atti,
Fan scordare il brutto che sempre invade
L’uomo, con violenze e scioccanti impatti.

Il tempo ogni sentimento prosciuga,
Affievolendo ogni umano legame,
Che diviene solo noia e letame.

Così ci corrodono orrende brame
E infiniti mali, come una ruga
Solca il viso. Ciò siamo, e non c’è fuga.

Memorie di vecchi amici
Intense e sublimi le passeggiate
Con te, amico mio, discutendo tanto
Le questioni più confuse e oscurate:
Le donne, il sesso, la musica e il canto.

Per l’Eterna Città in quelle serate,
S’andava, dal Suo immutabile incanto
Rapiti, e vie e piazze da noi ammirate,
Intorno rumoreggiavan, intanto.

Di tanti vivi e vitali ricordi,
D’amate e care effimere speranze,
Sogni; testimone ne era la piazza.

La nostra presenza il nulla rimpiazza
Ora; in ogni tempo e nelle vacanze,
Vissute eran le scale e scuri i bordi.

Il divertimento moderno
Vivi cadaveri che s’agitano
Ed eccitati spettri che s’ammucchiano
In folle disorientate, e visi
Lugubri e tutti uguali.
Quelle macabre danze
Sanno di fetore. Ecco,
Nel gioco perverso di false luci,
Desiderano tanto
Dimenticar di vivere.
Dai piaceri, ne escono indeboliti
E goffi, più invecchiati.
Anche oggi i loro vermi
Si sono nutriti di vanità.
Quando tutto questo termina, triste
E svuotata si rivela la vita.

Chiara
Chiara e leggiadra la tua apparizione
Ch’agli occhi miei d’angelica natura,
Pare, e ardua impresa sarà la scrittura
Ch’esser degna deve di tua attenzione.

Il cuor mio riempisti d’emozione
A me, rivolgendoti con premura
Tra gesti e parole, e la tua andatura:
La più alta dell’umana creazione.

E io timido, gli sguardi tuoi fuggivo
Lontano, ma di nascosto, ogni volta
D’ammirarti cocente non finivo.

Ma ora e in futuro, di te sarò privo
E questo è il vero! Tu da me sei tolta
Giacché il cuor tuo, davanti al mio, assai è schivo.

Roma, 19 gennaio 2004

Il nuovo giorno
Il cielo s’è intinto d’intenso rosso
Sangue. Per i cortili, tutto tace.
Ogni tanto, un lontano rumorio.

Spira poco vento. Nulla s’è mosso.
Di notte, tra questa solenne pace,
Pensoso e in silenzio sono immerso io!

Ma ecco che si sentono i primi canti…
Ecco che il nuovo giorno viene avanti.

Le bellezze del mondo
Non vali più nulla, mondo degenere!
Colmo di soprusi e senza vergogna,
Tiri avanti mentre diventi cenere.

Una melmosa e spregevole fogna
Sei ormai. Ti vanti per le grandi doti
Che diffondi: l’amor per la menzogna,

Il gusto di tradire… Quanti idioti
Ebbero la ridicola speranza
Di migliorarti con sforzi vuoti!

Di meschinità, sei una mescolanza
Informe, cresciuta in stato malvagio,
Amante d’ogni amara circostanza.

Chi vuol rincorrere denaro ed agio
Per la sete di dignità e conforto;
Chi vuol compagnia, ma è solo e randagio;

Chi ancora, avvampante per un trasporto
D’amore, vaneggia, per una buffa
Certezza: crederlo un sicuro porto.

In te, mondo, risiede chi s’abbuffa
Di potere, ammettendo quanto prima,
D’essere nel giusto, mai nella truffa!

Egli mente! Ma rispetto e gran stima
Ugualmente riceve. Oh quante stanche
Facce che vogliono arrivar in cima!

Come fremono alla vista di banche,
Grandi magazzini e supermercati,
Sognando d’abitare in quei posti anche!

Come conta l’essere raffinati
Per molti, che di sgargianti cravatte
E di sbiadite giacche da avvocati,

Si ricoprono, mentre come gatte
Su di loro, le segretarie (quelle
Tutte sole, un po’ afflitte, mezze matte)

Si strusciano. Hanno liscia la pelle
E gli sguardi incendiati di paura,
Sapendo di non esser le più belle.

Noioso mondo, gonfio di lordura,
Così sciocco da allontanar la morte
Che t’impera, che non ti rassicura,

Perché essa è invincibile; è la più forte.

La morte del ciclista
Il vittorioso ciclista,
Alla vista
Di molti sostenitori,
Esultava sul traguardo
Con lo sguardo
Fiero, ornando tutti i cuori.

Con il ghiaccio o con la neve,
Egli deve,
Deve pedalar con forza,
E a domar salite dure
E insicure
Discese, sempre si sforza.

Cade a volte sulla terra,
Ma riafferra
La sua bici prontamente
Ripartendo insanguinato,
Concentrato
Sulla gara con la mente.

Venne coperto di fango
Da quel rango
Prestigioso con la toga,
Come l’Agnello indifeso,
Che fu reso
Vile da crudele foga.

Ciò fu, da questa italiana
E assai sana
Giustizia, fatto al campione
Solitario, mal ridotto
Da quel dotto
Gruppo che notizie impone.

Brucia e s’evolve in affanni
Con gli inganni
Insieme, il mondo. Non siede
Più sulla sella felice,
L’infelice
Uomo; alla morte si diede.

Impressione
Sul ciglio d’una strada
Desolata
Dove a ciuffi si sviluppa
A fatica
L’erba già seccata
Ho visto un gatto
Buttato
Sull’asfalto
Caldo
Stava su un fianco
Con le zampette
Rigide
Pietrificate
Nell’attesa di essere
Trasformato in un facile
Pasto
Senza saperlo
Qualcuno passando
S’è avvicinato
Era troppo
Indaffarato
Non ha avuto tempo
Per accorgersi
Ch’era
Morto

Al Verano
Le rondinelle sono ritornate!
Sono venute ad annunciar l’estate!
E volando per l’azzurro sentiero,
Si sente dolce il garrire ciarliero.
Di fiori germoglianti s’addolcisce
L’aria! Ma laggiù, sulle tombe lisce,
Ogni notte compaiono i riflessi
Dei lumini. Tra il nero dei cipressi,
Domina quel gran silenzio, colmato
Da remote preghiere al proprio amato.
Sale un puzzo di fiori secchi dalle
Mura erbose e scalcinate e la valle
Di croci, sotto un gorgoglio di stelle
S’addormenta. Tacite sentinelle
Son quei cipressi antichi e un poco storti;
Ed io, camminando, penso ai miei morti.

Inno alla tua grazia
In quelle ore passate a conversare,
Sentivo la tua dolce
Presenza, coricarsi
Nel mio profondo
Letto di cuore
E rischiararlo.
I tuoi occhi vispi
E lieti,
Sorridono
Di magnificenza.
Le tue chiome, sono
Edera fresca
E la tua pelle,
Sa di lavanda.
Le tue guance,
Sono campi
Di tulipani.
Le tue labbra,
Sono fila
Di fragole rosse
Ed il tuo collo,
é un mare
Di latte.
I tuoi seni,
Sono immense
Cupole dorate
D’antiche chiese.
Le tue mani
Ed i tuoi piedi,
Come fogli
Di papiro,
Son delicati
E preziosi.
Tu, Damigella
Di Numidia,
Accogli
Queste
Mie
Parole.


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