Poesie di Aldo Calò Gabrieli


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Volo
Nell'attesa paziente di te
mi ristagno qui
fra le pacate sinfonie
sibilanti al cor,
incantato dalla sua
magica arpa,
mentre adesso invoco Voi
sacre promotrici del mortal
pensiero per poter volare
verso più alti lidi,
esule ormai da questo
avariato mondo
e ben distante dalle tacite
statue che fuor di me
risiedono impudenti.

Voli di pensieri
Son sempre i migliori
quelli che van via
per primi e i miti,
i sogni e gli eroi
son destinati a svanir
dalle polverose dimore
della mente, tutt'ora
in precoce tumulto.

Mentre leggo
l'immenso universale,
racchiuso negl'occhi tuoi,
volti al sol mio sguardo,
io, ahimè ancor quaggiù,
permango a scrutar
il passar lento
delle nubi sovrastanti.

Vola via la spensieratezza
e persiste l'usura
dell'incapace cor;
vedo sogni proibiti
che si tramutano pian
piano in ricordi
assai sfumati
e persi nel vuoto.

Osservo te,
che dall'alto adesso
mi assisti, e prego
allora il ciel
di poter assetar
con pienezza
l'intelletto mio,
sola ancora di salvezza.

Al grande Burattinaio
chiedo or di soddisfar,
quanto basta,
i sordi sensi miei
pria del fatidico suon
di tromba, allo sfiorir
dei prati e del ciel
sereno l'imbrunir.

Piove
Immerso nel sonno
indiscreto, resoconto
generale del giorno
ormai andato,
la bella penombra
mattiniera
or m'avvolge
con frenetica insistenza,
come grigie nubi
travolte all'istante
da lucenti raggi solari…

E di colpo son rivolto
con pacata violenza
dai risonanti bisbigli
del buio ciel,
cade come dal nulla
questa doccia risonante
fatta di sol punti
d'approdo e sempre più
fitta compone piano
la sua dolce sinfonia.

E piove,
piove sul bagnato,
piove di continuo
e non si ferma più;
come infinito
scivola via il lento
pianto del buon Dio
su noi misere
formiche, amanti
grasse della terra
immonda.

Piove,
piove su di me,
piove a dirotto
per lei, oramai
persa per sempre;
e piove e piove
senza stancarsi mai
quelle accorte nuvole
che nel ciel vanno
e vengono e ancor lì
poi son di nuovo qui…

E tu, dolcissimo
mio risveglio,
stella giammai
spenta ed eco
sublime delle vie
del cuor, non più
come prima
risplendi e qui
l'indenne pioggia
m'invade gli occhi,
specchi inermi
di questa rude realtà.

Ed ecco che, mentre
chiedo al tempo,
miglior medico
esistente nei casi
dolenti al cor,
di curar le tante
ferite incassate,
ti aspetterò ora
dove né domani
né mai cadrà quella
incessante pioggia
che ancor mi lava
nauseabondo…

Al tramonto
… ma se gli occhi non sentono
e se il cuore è fatto
per patire, che vediamo
a fare? Finiscono persone,
svaniscono sogni;
nascono personaggi
e si crean fantocci;
e pensieri e idiozie
van oltre il vero:
ecco tranelli e soprusi
sorti dal cielo come niente;
l'amor visto solo
come uno stupido gioco,
passatempo dei bei nottambuli
a cui tutti prendon parte…
e dopo? Che resta più?

Vaghiamo per non perderci,
eppur tutto è nebbia!
Tutto! Ed ogni cosa
è sbiadita se non è lei.
Ancor girovago, cieco,
in mezzo a questa fitta
piena di risi e ghigni
di burle e falsità
e di forzata indifferenza…
Muore il giorno
e vien la notte;
passano le stagioni,
trascorrono le ore e gli anni
e sempre giungono nuove
albe a rasserenar
la madre terra…

Ed intanto io
ancor penso a te…
Non abbiamo poco tempo,
ma ne perdiamo tanto…

Pace
Non capisco cosa
succede al di fuori di me…
Cosa davvero vorrei?
Piangere? Scomparire?
Non so più cosa dire…
Mi ostino solo
a nutrirmi di chimere!
E allora?
Da tempo combatto
ingiustizie, mi perdo
su futili menzogne
e cado giù per contrastar
la cecità altrui…

Duellavo contro le tante
sviscerate falsità
che prima mi davan
disgusto e dentro me
sempre pioveva,
pensando a sciocche
questioni, fasulle idiozie…
Oh mio caro ciclope,
divoratore affamato
di entità sopraffini,
or fai di me ciò che vuoi…
Io son qui per te
che aspetto…

Così imparerò
a dar a tutto un senso
e a crescere sul serio…
Voglio più di un sogno!
Voglio vivere di più…
Or conosco le risposte
e ciò che devo far…
Non mi volterò
all'indifferenza
ma spingerò la mia penna
a scriver cose sensate
e di maggior chiarezza.
Mai come ora sento la vita…

Addio stupide illusioni!
Ora a tutti dimostrerò
il mio Mondo magico
che un giorno
di qualcuno sarà
e allora davvero saprò
aprir la mente al nuovo
e spazzar via il nostalgico
passato del core presente
per poter finalmente
trovar pace…

Piangi, terra, piangi!
Piangi, terra, piangi
perché non hai più fede;
piangi, terra, perché i tuoi
alberi son caduchi e stanchi
e i tuoi prati sfioriti…

Piangi, terra, piangi
perché non hai più sete
e forse poiché ospiti
fin troppa grezza materia
t'opprimi e ti confondi
senza dar modo al caro
e vecchio zio Atlantide
di sorreggerti da laggiù…

Piangi, terra, piangi
perché non sai che fare;
piangi perché frutti
non dai più e le tue rose
son ferite da quei raggi
di solo sole che in principio
ti diedero vita. E le tue piante
son offese nelle loro radici
e stentano ad arrivar
al domani e le fornaci
dell'industria han ancor
da spendere fiato.

Piangi, terra, piangi
perché non potrò mai
averla… Sii solidale con me
e accoglimi fra le tue
grinze foglie e tienimi su
stretta al tuo petto,
così che possa scrutarla
da lontano insieme a lui
e abbandonarmi soltanto
a una valanga di pioggia!

Piangi, terra, piangi
perché non potrò aver pace:
tacere il sentimento
e incassare i duri colpi
del destino, ammirarla
in tutte le sue forme
e ripetermi sulla sua
sconfinata delicatezza,
lei, immensa mia scoperta…
Piangi, terra, piangi!

Fuori piove, dentro tuona il cuore
Al vetro attende vibrante
i colorati ricami del ciel
quel garzoncello là,
che forse vuol solo giocare.

Si desta furente la pioggia
al di qua del corroso fetor
di gabbia e fuori un lampo
imperversa solenne.

Pian piano nella griglia
quel fanciullo scorrazza
e si perde, giocando,
per la rete in cui è rinchiuso.

Fuori piove, dentro tuona il cuore.
"E l'arcobaleno a me caro?"
Bisogna che tu sopporti
la pioggia per vederlo arrivare!

E questa muraglia, che la vista
occulta, lo danneggia: povero!
Scorre lento sugli alterati
schemi del chiuso un vento;

leggero, or lascia traccia
indelebile, il sentimento,
della sua profonda essenza
e ancora il sol tarda a tornare.

Tutto in un istante
Quel mare da spartire
è il distacco da riempire
e tu avrai fede di aspettare?

Ecco che fa rivivere
quel pensiero:
forsennato ti verrà
a cercare e nulla più
ci sembrerà distante.

Allora lì baciami
sino ad incatenarmi
alle tue labbra, lascia
che i nostri respiri
sian sensuali parole,
doni innocenti senza
il soffocamento dell'ipocrisia…

Leggera
Ed ogni volta
che i polmoni miei
catturano ossigeno
ho nostalgia di noi,
almeno di ciò che saremo
potuti essere…

Quando chiudo gli occhi
per sognarti accanto a me,
il mio essere vivo inizia
a danzare su lente melodie
del canto di uno stormo
di rondini in amore;
piano si congedano verso
del giorno il venir meno.

Passa intanto il tempo
che dissipa ogni nostro gesto,
tenuto in serbo nel ricordo:
memoria racchiusa
per le morti stagioni.

Oh cara sensibilità,
fin dove mi porterai?

Nella lontananza
Fermare il tuo sorriso…
Trattenere la fragilità delle tue mani…
Sussurrare il ricordo… Il nostro…
Scatena l'alata creatura che dimora dentro il tuo cuore…

Quel bacio divenuto realtà
Lui aspetta sotto casa,
lei non scende;
lui ci crede ancora,
lei pensa ad un altro;
lui per le scale scende e sale,
lei è confusa e non sa che fare;
lui piange e sta male,
lei dorme o tenta;
lui la ama,
lei però lo ha baciato;
complotti e guerre
all'ordine del giorno e il cor
più in affanno è ancor;
come in frammenti già perduti
o in quel bacio fatto storia
il corso si esplica
e tutto si congela
sotto nude spoglie
e gli argini van via con lei.
Di me nel profondo
apro le braccia al vento
e nel riparo chiedo a me:
"Morire o patire?
Quale sia meglio?
Se per lei scomparire
sarebbe forse più lecito
del continuo e assillante,
insopportabile patire,
che destino è il mio?"
Lui le mani sue sente,
lei lo guarda sciogliersi:
è un anno del ghiaccio
che lento se ne va…

Al venir giù di biglie piumate
Scende bianca e soffice,
escon di fretta gli allegretti
angioletti, fior di gioventù,
si nascondono tra i rami
per giocare tra loro.

Candide scaglie di cielo cadono
delicate sulle teste di noi
mortali e tutto ricoprono;
dolcemente si fa festa
perché vicino è il Natale.

Il poeta intanto ricerca
bramoso la sua musa,
pare anche la sua condanna:
lenta e angosciosa pur dolce
che sia ma poco importa.

Lo abbraccia, lo incanta,
forse lo allieta e lo seduce;
scendon chicchi di riso:
compone versi e per i campi
traversa le valli del mondo suo.

Da quel vento di spighe,
fragili biglie di neve,
è catturato e piano
lo accarezzano per portarlo
via con lei… di quel bacio

mai arrivato (forse un sogno
ma pur sempre un sogno).
Un bacio stampato sulla neve,
l'attimo eterno pria del nulla,
l'ulivo nascente e fiabesca

espressione… Il poeta è vivo,
vivo più che mai e ora sente
ancor più lei, la compagna
di sempre fedele:
la poesia sua cara.

Scenari sbiaditi
Incollati alle leggi dettate
da un Dio, di cui la Volontà
dell'ignoranza è il rifugio,
consumiamo noi, dell'immensità
i figli; qualor di "bamboccioni"
sia il Paese nostro o l'Italia
dei prodi Professori, (vani son
di uno Stato i comandamenti)
più nulla è da dire.

Poiché mille volti possiede
quel Fuoco là che cor prende e porta
via con sé, ti divora dentro,
rapisce l'animo e cresce ali,
tante volte ci giocò, villano,
e per me fu, vigliacco, fatale
perdita; di coltelli nasconde
la punta e ciò che fu è pianto:
m'ingannò sovente.

Compromesso è il secondo
che passa, pochi giorni e muore
il fiore: acqua si consuma e
fango diventa: tutto abbraccia
sorella morte; e se avventura
è Vita, sveliamoci in scenari
infanti! Dannati i poeti,
se ipocrisia è tale da farli
del dolore i fratelli!

Ed io, letterato (arie non mi dò),
naufrago di chissà quale terra,
al filosfar perpetuo son già
condannato e di riscatto
voglioso m'alzo per ancor più sogni;
nascosto dietro barba incolta
e dotato di farfalle non infedeli
e rare, saluto i raggi ultimi
del morente giorno.

Sbiaditi son i contorni
e negl'appassiti prati del cor
giammai sento freddo…

Arcobaleno
Trova spazio
nel cammino suo
disgraziato
o che lei riposi beata,
come niente fosse,
tra i morbidi guanciali,
o che malato sia il cuor.

Oh infame Terra,
vivi in totale apatia!
E se "bestia senza testa"
consuma e perseguita
di pochi il talento
precario, quel che era
l'artista dipinge.

Nostalgia dell'antica
Lupa assale;
è della penna il tocco
magico che i sensi
risveglia e il tempo
inesorabile sfida:
il sogno continua…

Istanti soffocanti
Lo sguardo squarcia il minuto,
l'angoscia divora la rabbia
e la cecità è padrona del mondo.

I tempi or insaziabili
percuotono questo innocuo
petto mio e il buon Dio, ragion senza,

cuce labbra ancor giovani.
Pian gira l'aria per l'aula
ed io a stilar la vita, del mio

tormento la causa. Tanto
è il dolore e l'anima
scombussola: impotente chi assiste.

Molto da scrivere e così
poco tempo. Ahi! Arriva lei,
Maga Ispirazione, ad assillarmi!

Inizia il dramma del cor mio:
esso torture subisce
pur agendo d'istinto e assai

non villano. Come rinchiuso
in una bettola, già ammiro
il social degrado vigente là fuori:

fisso però rimango senza
far di gambe le armi mie.
Come in trappola son perso in pianti

e nutro carta di visioni,
quelle dei terrestri, esseri
noi mondani, operai peccatori.

Il compositore
                    a Luigi Tenco

Sotto il tetto torna lontano,
quel poeta che troppo poco
parlava; lungo il binario
camminando, raccoglie dolci note
che pendon sincere e al suo
lento passeggiar del sassofono
il soffocar balbetta.

Compone solenni atmosfere,
il verseggiator assai divino,
timido forse un bel pò,
con quel suo parlar politico;
ai suoi occhi ripensa poiché
sorrise per lei quella sera:
la vuole per sé, ne ha sete.

Ecco la panchina: lì ripensa,
il romantico giovane,
a quei perduti giorni
ove nulla da fare si avea:
in quel buco di cuore
giammai s' innamorò sereno
e allor il sonno morì.

Di rado un sorriso scappa
al militante ribelle
che bisogno ha di sognare;
ancora per esser vivo.
Viaggia dal fumo ombrato
come in cerca di un mondo
altro da cantare…

Al prodigio del suono
si perde nel cor di lei,
perla mai avuta, e dal suo
caccia ombre a sassate;
di quel sistema è vittima
e saluta, ormai stanco,
il suo eterno grande amore.

Ciò che conta è non restar soli
e sostar tra tanta gente;
abitudine è speranza
se i sogni rimangon sogni
e verdi isole son già passate.
Il vissuto pianeta quel che pensa
mai dice e di saper tutto crede.

Aver voglia di tornare da lei,
averla tra le braccia, sussurrare
amore, coll' inganno reagire
al reale e poi andar via:
cala il sipario e quel ragazzo
là, folle sognatore, dai "normali"
incompreso, svanisce sognando.

Un bel giorno cambierà
questo posto qua…
Vedrai!
La nave lascia il Porto.
Non siamo nessuno!
Solo in fuga dal tempo!
Ciao Luigi, ciao…

Scegli noi!
Sinfonia d'un fresco battito
d'ali scende lieta e poi
fuggente come quel pennuto
bianco là; con parole a te care,
che tanto ricercavi, umile
nella tua fragilità, ora
chiedo a te di fidarti di Noi…

Inchinati alla benedizione
di stelle sorelle, ti prego
di viver dentro te
questo nostro opaco presente,
così codardo da prendersi tutto;
E allor non tremare, bisogno
non ce n'è, ci son io…

Non aver timore, insieme
voleremo, sul corpo mio
viaggerai; di lui il calore
e di lei il profumo si fanno
acqua che ribelle schiaffeggia
il mondo: ha sbiadito i traguardi,
ha deluso non solo te…

Sulle mie labbra avrai gioia
e scivolerai come niente;
un inferno rosa non ha strada,
è come intere due vite:
non si appartengono, indietro
non guardano, non si voltano
ma lo vorrebbero… loro…

… si raccolgono in una sola.
Cattivo è il tempo,
ma si è in due contro di esso:
siamo Noi… con i baci nostri…

Solo tu, per me
                      a Michela

L'autòma son io!?
Quel che vagheggia e vaga,
vibra se lei riflettono gli occhi.

Se questa mia intensa pena
m'affliggesse meno,
se formiche vacillanti
si colpissero a gomitate
perforanti verso il tozzo
misero di pane: di spazio
ne manca. Se il tempo annullasse
il corso suo, se affrettato è
il cor mio che or per lei batte,
le rose di questa mia
intensa giovinezza
non sfiorirebbero mai, forse.

Sterili piaceri son ben oltre
mentre qui dietro ai banchi
si aspetta e si duole;
in mostra sol per l'automa,
che son io, sfilan ombre
orgiastiche e ignote
dietro a deserti sfocati
e l'incanto scompare…

Se i baci son vani
e i ricordi cose ormai futili,
se la cara immagine sua
sempre più viva in me,
è il Sole nel cuore
e le nuvole sotto le gambe,
se tutto è un sogno,
chi osa svegliarmi?

Se per lei lagrime
salgono dal petto,
se brilla eterna luce sua
nella oscura notte e madre
Luna veste, come suo solito,
della vecchia vestaglia,
inseparabile, se fossi
quell'autòma che sono,
che tenta dal suo destino
pian di scappar via, lei
non sarebbe alla guerra
la mia risposta.

Se il Fato ha già deciso:
"Marcire qui è solo
il principio…!"

possa giocare con di un'altra
illusione la chiarezza
e sentirla ancor vicina, lei,
velo leggero e dolce gioia,
solo per me, pioggia di pace!
Solo tu, per me.

Il canto
                          a Manuela
Madre Luna,
tu che intorno a noi distendi
quel velo dal tessuto lucente
lungi dal bruciante Astro,
lume del mondo,
assisti, devota ai tuoi figli,
quest'impavido core:
quel canto vuole per sé.

Fedeltà urla al corpo precario
mentre il nome suo
spesso e ancor mormora;
la guardo e il pudor vien meno.
Ed ora, o santa padrona
del mortal vagabondare?
Canta ed io che posso farci?
Stento a crederci, ma prego te.

Satellite a me caro,
del cigno che posa
caduco il capo
è questo il canto! Delle sirene,
signore dei mari, le preziose
grida scorgo nude, armoniche
danze di fate m'acquietano,
tenere occhiate tra la Diva

e il giovane che tanto sognava;
quell'eterna melodia
che ristoro dava al pianto,
acqua alle secche labbra,
luce mai spenta al chiuso
giardino, profumo alla pelle,
fuoco al camino acceso:
d'amore parla e lei sboccia.

E' più del dì mai sperato;
scioglie il ghiaccio
questo suono di vita
e son traguardi abbracci felini.
Tendo agitato l'orecchio
e il canto si ripete lontano…

Ritorni qui... e dopo via...
Di un cattivo spettro
ti dai forma, competi
e colpisci: dura, al core;
braccia e labbra, gambe e corpo:
tutta te stessa dai al mondo
e sparisci lontana
ancora una volta;
ti fai piccina sempre più
e d'un tratto… via.

Bisbiglia il passato,
tempo assai sicuro,
ad ossa ormai assodate:
"Tu non se' immortale!"
E' il conforto del vano sofferir?
Ecco l'irritante furor
che ora m'assale!
Ridere della Fortuna?
Altre carte da scoprire?

Si fiutano risposte
che mai a letto vanno,
qui dentro avvisto sol
quel pò che bolle
e ritorna madame Ignoranza
a persuadermi, poiché passioni
inforna in abbondanza.
Due volti dipingo a volte,
che si cercano ma non si trovano…

Comparsa
Taciturno mormora l'errare
di noi mortali, popolazione
succube di maestà Natura,
e di continuo parla d'amare
la dolce necessità.

Vò intanto a coronar
di eccelsa angoscia
questo cranio tempestoso;
so che nel sogno delicato
mi risiedo spesso:
conviene uscirne.

Inattesa comparsa
il cielo scuro filtrò,
bagnò il viso
e risvegliò l'emozione:
fingere di aver dimenticato…


Se dovessi esprimerti tutto ciò che sto provando in questo momento non finirei mai di scriverti…

Ascoltami...!

Tracce lasciate
dalla magia del tuo sorriso
leggo e rileggo sovente
e impazzite gocce di gioia
parlano solidali al cor mio
di uno splendore eterno
mai sazio di sussurrare te.

Ascoltami,
perché sento i tuoi passi
ancor accanto ai miei
e scuotere quella voce
da preservare. Lento scompaio,
guardandoti: lascio qui
un fiore mai colto, nitido
nella sua semplicità
e distendo le ali
per rapirti al tuo destino.

Suona vacuo il vento
con la foglia e il ramo
e spazza tutto alla rinfusa:
malevolo nel suo genio,
tenta di celare l'impossibile
mentre sulla strada,
che distante da te mi porta,
semino nobil tristezza.

Ascoltami,
perché non so che dirti:
parleranno i ricordi,
gli attimi chiusi in foto,
le mai scordate ore
in cui vicinanza ci univa
e tutto sarà per noi
immerso in una danza
che non desidera altro;
memoria del nostro vivere
costeggia verdi pianure
che mille e più scenari
mai potranno compensare…

Notte di maggio
Saper più non voglio, niente!
Tanto ogni cosa cinguetta
e danza con maestria, no?
Tutto è rosa e fiori, vero?
E non rumoreggia il ferro!

Del monocolo munito di lance
la leggiadria coccola il mondo
e di azzurro si sazia il cielo
giammai coperto.

Quel sacro vortice,
che tutto coinvolge, la stolta
ragione cancella ed è fatto
di sogni, magie, risa e scherni
poiché piccoli son gli uomini
e si vive di soli specchi,
manco fossero baci…

D'ogni parte vige la madre
del denso mistero: ecco Venere,
divina di quel fuoco che bello
e desiderabile fa apparir
ciò che sul serio non lo è;
ma non è sempre così…
……….….a volte…

Nel ballar giochiamo,
scherziamo, tanto Dio esiste!
Che bisogno c'è di farsi
d'affanni il pescatore?
E di pensieri l'architetto?

Accartoccio idee
questa notte di maggio
e rifletto: "Ma si può
essere così vuoti?"

Incanto
Di girasoli scoloriti
sotto piovani proiettili
mi domando, perduto;
solo mi risponde
l'eco lontano
delle strade, svuotato.

Sento come quel senso
di mancanza che mi turba,
e mi assilla, mi scuote
e mi colma il core tra un saluto
e un'occhiata distratta.

Assisto al fiorire cortese
di forme leggiadre:
sulle sponde di un fiume
eccola la creatura, scoperta
dopo il naufragio e m'incanto
nel suo essere meravigliosa.

Noto che al gener nostro
il pater fato non donò
che il soffrire e di poeti,
quelli che chiamano "i sensibili",
ne restan pochi, miseri.

E allora mi faccio
piccino e innocuo,
girato l'angolo son colto
da quel solito bagliore
avvolto come mai fra le braccia
del suo incantevole fuoco.

Lodo quelle mie amate
Muse, care al Dio,
di cui tanto scrissi e conservai,
rinchiuse perpetue, quei volti
che parevan familiari e nati
da egual seme, su languida carta.

Di loro racchiusi l'incanto
con sacra premura:
quel tumulto che posson
provocare nel denso spirito,
sì che scolpita ne rimanga
imbattuta memoria.

Dalla luce lontano
Ti vengo a cercare
nei miei sogni svaniti
e quel monellaccio là
non si ferma più…
Non ha mai pace!
Quel birbantello che di frecce
lancia condanne… lente
torture… e se ne intende!
Forse non appar da fuori
il tormento che si evolve
in piaga, ma da dentro lacera:
è più forte che mai, credimi.

Quello lì istiga la vampa
che al sicuro se ne stava
nel posto suo, qui, nel petto mio:
e allora dimmi che posto mi dai
sotto quel tuo sorriso… quello
di sempre…d'ogni giorno…
Bagliore intenso alimenta
dei giovani il fuoco violento
che supera distese di ore infinite
e irrompe, poiché di pioggia battente
il potere dissemina, ardente…

E' armato quel fanciullo:
impossibile resistervi, credimi.
Arguta notizia tu porti al cuore,
per te di certo gioiosa,
la sognavi da tanto…
E tuona più che mai per me
anche se con assassina dolcezza,
matrigna risonanza,
improvviso abbaglio:
rivedo quella scena.

Osservo e taccio,
divora all'interno
quell'incubo: ride lui
e folleggia, piccolo
e scherzoso, divino
delle malefatte, quel
Cupido che non sa stare
senza far nulla, diffondendo
quel malanno che mi affligge
ancor… lo dispensa…
si fa gioco di noi…

Sempre con te ho sbagliato,
or cosa giusta è la pena:
così dev'essere o no?
Ma che cosa credevo, io?
Lascialo andar quel malefico
angioletto però: tutto procede
secondo i suoi piani…

Esordisce il patos…
Se con la tua felicità, poi,
gioco a dadi o la ostacolo,
vedrai, solo un po' di tempo
e mi dissolverò, portando
via da te quel viaggio
intrapreso dentro me…
Pazienta e mai più noie ti darò,
perché, ahimè, sarò distante da te:
dalla luce lontano…

Coccy-nella laguna
Di color scarlatto
scende giù dal suo cielo
quell'insetto fulvo macchiato
e, delicato, si posa fiacco
sul verde di un filo
per trovar conforto
dal ritiro che l'ha frustrato.

Gira e rigira,
punzecchia qui e lì,
oscilla da quella e dall'altra
alla ricerca di compagnia
e non si scontra in nulla:
passeggia per i campi
e quello stagno, mentre ingoia
aria che per poco ai piedi
non lo getta di madre natura.

Disperato, non conosce
il che fare e circolar qua
e ancora là nel suo frenetico
investigare, alla ricerca
di lei, quasi muta in giostra.
Lontano destan di sangue
tacce e s'eccita come d'un filtro:
visione pur falsa che sia,
lettiga per appassionati.

Qualcosa c'è!
Forse un suo simile?
Troppo incanto sarebbe!
E invece altro non è
che il mastro Don Rospo:
d'un ingenuo Coccy
il fausto piatto si servì
e di quel boccone prelibato
seppe nutrirsi avidamente;
                      … spietato!

L'amore
(ritorno)

Distesi ad asciugare al sole
forgiamo un amore
che forse non ci vuole
ed io stringo te: la mano mia
nella tua, la tua nella mia.

Fa male, lo so, ed è difficile;
andar via è come fuggire
distrutto, ritirarsi
da una battaglia già persa.
Giammai il tempo l'avrà vinta,
e la lontananza quale
speranza può avere?

Vivrà fra la placida
marea e la fulgida realtà
questo cuore battagliero
e un giorno ancor per te,
che sei distante, tornerà.

Mi manchi; manchi ai miei
occhi ormai lucidi e stanchi
ma volenterosi di apprendere
e scoprire nuove rotte…
Quel moto dell'animo
duole e non poco
e si avverte una violenta fitta:

pozione dai risvolti miracolosi
e incantesimo afrodisiaco
ma struggente condanna
e lenta tortura nel modo stesso.
Ritorno e dovrei esser felice;
si disegna un sorriso sbiadito.

Or son qui che mi allontano
e a volte sento ancora
la tua mano che mi sfiora…

L'amore
(andata)

Affetto connotato e sincero:
i sentimenti veri
maturan oltre il tempo e la distanza,
che del vento smorza i piccoli
focolai e alimenta i roghi.

Aspettare la persona cara
per ore e ore, mesi e mesi,
guardare il suo sorriso
e nel tempo di un bacio,
oscuro al fracasso di una guerra,
capir che il ritorno è valso…

E pur di rivederla,
pensare è come sognare,
abbracciarla è come volare,
quel bacio, suon di labbra,
corre tra le nuvole portato
dalle ali di questa brezza:

si poserà sul tuo cuscino
per indugiare e augurarti
una sereno risveglio.
Che cos'è l'amore?
Una dolce favola che sfiora
il tuo volto, uno sguardo
timido e impacciato, la voglia
a cui può resistere nessun mortale:

quella di riveder l'altro.
Il cavaliere è alle porte
della fortezza ove lei attende; è
l'atmosfera giusta per avvicinarsi
e sorride la donzella
poiché il ritorno tanto sperato
è questo: lui è arrivato.

Non torna il domani
ed è un sogno codesta forza,
potenza sovrumana,
a cui si arrende il peccato.

Ogni cosa è imminente
poco prima di partire:
m'imbarco e affronterò
diluvi e naufragi pur di guardarla
ancora una volta…
carezzerò le sue mani.

Insonnia
…una voce lontana
riecheggia nell'ombra
dei miei incubi profondi …

La senti anche tu? Si,
è lei che lenta arriva,
mentre tra un taglio
e l'altro si dondola:
la voce delle tre maghe.
Forse un chiù, ma io
non sono quel pensatore lì:
giammai oserei confondermi.

Piano si dissolve
quel sussulto inquietante
e giochi di echi mi rapiscono
sotto il chiaror di luna piena,
figlia del pianto solenne.

Mi dilettano illusioni
e vedo fantasmi che il tempo
divorano: solo i volti
che pria del lampo finale
salutano e dan il loro addio
e il tempo che divora la vita.

Mia Musica, ora accompagni
il patir mio dolce
come un'opera artistica
da portare a termine
e ti duoli del sol tuo andar;
oscilla intanto il fragor
di farfalla che ogni dì
si fa sempre più lontana.

Tu, beata, non sei qui
e sento come voglia
di andar via, evadere
oltre quei confini e con me
portarle strette al cor
quelle mie lucciole
che strada mi fanno ancor
tra affanni e ostacoli:
dell'aria il vento.

Si fa morte con scongiuri
di vita eterna, se soltanto
noi terrestri potessimo
comprendere quali altre
peripezie c'attendono.
E se spiati, siamo vittime
dell'oltre: e lo gestiamo noi.

A stento mi prende
quel sonno là
come di un ape
che ancor lì sta
e di quel fior delicato
disteso sul perso giardino;
la sinfonia continua:
danza lieta.

…svegliarmi da questo
crudo sognare e svivolar giù
come una caduta, ma più leggera …

Paura di illudermi ancora
Sotterro il sentimento,
al posto suo sta,
e litigo con la mia sfera
perché fra le gambe saltellan
bambini, ridicoli folletti
incapaci di vivere la giornata
e io mi dilungo col quotidiano.

Che sia la pioggia o la sera,
il giorno o il sereno,
conto i giorni e aspetto
quelle stelle per partire
e tornare a vederla
dopo un tempo indecente
e pare un'eternità…

Ove l'occhio non può
pormi limiti insormontabili
mi distendo stanco
sulla tela di dea Fortuna
e regole inculco
ai miei battiti che s'alzano
come le città là fuori.

Il timore di non piacerle più
scavalca ogni immaginazione
e m'accorgo di vivere
il monotono, capendo
con difficoltà quel male
arduo da battere: in me
pullula la sua figura.

Stasera scarabocchio ancor
qui e lì mentre la lampada
si consuma precoce; prego
intanto Dio per dar sostegno
al tavolo di lavoro, padre
dei miei impieghi, delle fatiche
sorde al comune.

Mi accompagna forte
la sua emozione. Ahi lontananza,
matrigna di sventure, t'avessi
vinta chissà cosa sarebbe !
E tu dai vigore al domani,
penetri nell'insano e ti tuffi
in quest'animo percosso.

S'alzano le foglie,
s'appiattisce il vago,
s'acquieta l'inquietudine
e attendo vano l'alba…

I poeti
Noi siamo quelli che per una briciola ci diam pena del vivere odierno.

Noi siamo la voce del fanciullino, nato dal nulla che gioca, osserva e battezza il mondo: ride e scherza allegramente per risvegliar i coetanei addormentati dall'adulta bussola della cecità e dal bordello cittadino.

A noi piace curiosare nell'anima e privarla delle viscere nascoste, delle sue voci, dei suoi sobbalzi oscuri alla luce, per sentirci liberi e onesti. Noi siamo gli albatri che guidano le navi ad affrontare il diluvio attraverso piogge e correnti, quelle della vita, e voliamo alti dove nessuno può arrivare, fieri del nostro dono divino.

A noi piace l'orgasmo selvaggio di un'ispirazione; a noi piace guardare tutto per la prima volta e farci schiavi delle nostre emozioni. Saranno le nostre capacità a salvarci un giorno: tutto quel che abbiam perduto lo ritroveremo, perché così va il mondo…

Saranno le nostre mani e i nostri cuori impavidi, anche se fragili, a salvare il pianeta suicida; saranno i nostri tiepidi occhi a pietrificare le ambizioni dei potenti. Saranno le nostre idee a farci spazio tra la fitta nebbia di dubbi e tormenti che frastorna l'uomo comune per scoprire il nascosto e svelare la nuda e schietta verità.

Sarà la nostra folle incoscienza e la nostra assurda irrequietezza a darci la forza per opporci al fato e combattere il tempo - ciclope, figlio del male: e forse allora noi terribilmente facciamo paura.

All'amore c'è tempo, o ragazzo/a, le ansie, i sogni, le malinconie non servono a niente se non le esprimi, se non le dai vita. Sarà il nostro ruggito ad abbattere le barriere del sonno e dell'indifferenza, dell'arroganza e della violenza. Noi sappiamo usar la penna a nostro vantaggio, come spada.

Ci diam coraggio da soli e confortiamo noi stessi con la magia di un desiderio. Ci perdiamo appresso a futili sciocchezze e, stupidi, rincorriamo dolci inganni; a volte rimpiangiamo il passato senza vivere a pieno il nostro presente.

A noi piace sognare ad occhi aperti e nutrirci di apparenze, una dietro l'altra per sentirci appagati. Brucia denaro, brucia!!! Non meriti tutta questa importanza, perché chi non ha talento insegna. Noi tracciamo linee di inchiostro per aspirare all'immortalità e per i ibernare con noi quella bellezza sopravvissuta all'uragano irruente.

Noi diamo forme ai gesti, agli sguardi, a semplici baci, che per altri son robe d'ogni giorno: cavalchiamo sereni le soglie della virtù sublime e della gloria eterna. Proviamo dolore e tanto, secondo molti, per niente… Tutto e vano, dite?

A prima vista piace figurarci come quelli di sempre; come "normali" esseri umani e ci ambientiamo intorno a tutti, passanti e non. Ora però dico a te, lettore, non avere paura di perderti tra i nostri versi perché questa è la nostra forza: diventiamo arbusti che pian piano crescono e danno luce a frutti ancor più maturi e nutrienti.

Presto i piedistalli di retorica sui quali c'han abituato a vivere inesorabilmente crolleranno e i nostri nomi riecheggeranno nell'ombra fino alla fine dei tempi… Noi vediamo quello che gli altri non vedono (dovrebbero!!!) e sentiamo come nessuno sa sentire.

Unici nella nostra essenza, attingiamo all'oltre e ci lasciamo andare alla coltre dei nostri pensieri. Siamo una galassia a parte e, incoronati d'alloro, proseguiamo a rilento per i sentieri bui del domani. Condanniamo il nostro animo a una esistenza fatta di sacrifici perché noi, come fari, piangiamo luce per gli altri.

Massa immonde, resta pure a guardare mentre noi restiamo soffocati dal male di vivere quotidiano. Noi diamo voce al reale e salviamo la natura, madre e regina di vita; a noi piace trovar rifugio in noi stessi e confrontarci col mondo esterno.

Noi siamo gli estranei, gli esclusi dai giochi demenziali e dai piaceri volgari della scatola dell'infamia, che tanto disprezziamo; esiliati di un mondo che forse non ci merita.
Noi aduliamo gli antichi, nostri progenitori che saziavano il corpo di filosofia e sagge nozioni: ora invece tutto è perduto…

Ci riduciamo ad una razza primitiva lontano dai ridicoli costumi e dalle dicerie della gente e di quelle maschere, noi ne siamo privi. Noi siamo come gabbiani, volatili meravigliosi di una lunga stirpe, scrutatori del cielo e padroni dell'aria: ci specchiamo nel mare profondo.

Noi siamo poeti… creature lontane di una terra sconosciuta…

Anima candida
"Dove sei arcobaleno?"
Il cielo interrogo e son rimasto…

E sento l'odor dei ramoscelli
tremanti al tocco di cascata
immonde e di qualcosa
che forse poteva succedere;
come sempre, piano i miei
pensieri odo soffocare:

lingua, stile e metro
si fanno carne e s'accartoccia
il mediar tra strofe e accenti,
mentre guardo lei;
rime, non più di vita inganni
e il pudor d'un'altra scoperta:
disserra stracci di me questo vento
e ne assaggiai solo le piogge,

così come lei solo da lontano;
giammai timori costeggian
languori: sempre rodono da dentro.
E le gridai: "Perché piangi,
                            anima candida?"
Stramazzato è quel cervo ferito,
dal cacciator che per lunga data
d'esser debole m'accusò
senza indugio… maldestro;
tu fai quel che vuoi
ma le mie son solo parole
e questa di una mezz'ora
una fioca parentesi,

goccia nel mare sommersa.
Graziosa, lei: duole al petto
vederla così e non starle
accanto; un'occhiata e lì
è speciale com'è:
candida…
Dono di fiore; dolcezza
nascosta dietro un sorriso
veritiero che stenta a venire…

La mente è nebbia e crine;
quel che gira attorno, aria
e lei è sempre più lontana,
come distante… ma forse
è solo una mia sensazione:
petalo protratto al domani.

Vuoto
Sorreggo la testa ora
come per sostener un peso
così grave da farmi male.
Ancor ti rivedo nei miei sogni
con il solito animo di ogni
giorno, sereno.

Adesso son rimasto solo;
sento ancora la tua voce
che mi carezza il cor
e il sognare sano del tuo viso
il petto con furbizia mi stringe
e l'animo mio allieta, fiorente.

Filtra, filtra luce intensa
e bianca da non so dove
e muove un'ombra
che cascate fa sgorgare
e un eco profondo risuona:
"Ma perché piangi?"

Frigno come un fringuello,
viziato moccioso in castigo,
un pulcinella senza maschera
e testa, schiavo dei suoi
stessi giochi, poiché forse validi
motivi non ne ha, buffo.

Rimango là, fermo
e immobile, come nell'attesa
di un evento imminente,
spinto dal caso fortuito: sguardo
fisso e perso nel vuoto e il sordo
schernire ascolto, distratto.

E mi piace vedermi ancora lì
insieme a te, allegra farfalla
di una vita che come in un sogno
ci pareva infinita…

Sulla mia pelle
                        a Nico
Addio caro amico mio!
Il tuo ricordo vivrà
in eterno tra i miei versi.
<< … ci vediamo presto. >>
- così ci lasciammo, contenti
degli anni nostri trascorsi
a riderci su, vivendo quel
che arrivava, e all'oscuro
di ciò che in quelle ore,
ancor in vita rimaste
e non passate del tutto,
ci sarebbe accaduto.

Moribondo il destino
ti lasciò sul ciglio
di una strada, rosso
liquido versato e gelido
asfalto a contatto, e patisti
poi l'agonia del sonno
profondo e intransigente,
finché anche quel tuo
animo, poco prima
ridente e scherzoso,
voglioso di vivere,
crescere, anche sbagliare
e amare, strappato via
ti fu in un attimo e ora
tutti qui noi attorno a te;

a compiangere un corpo
vuoto che non risponde
e un Nicola che all'improvviso
non c'è più. Dove sarai adesso,
amico di battaglie perse
o per lo men tentate,
quelle varie peripezie di vita
a cui nessuno mai
deve cedere?

Giovinezza di farfalla,
sorrisi mai sbiaditi,
insetto giocondo
pien di sogni e pensieri,
assuefazioni del nulla,
ci divise il tempo
e scelse per noi il fato
opposte vie da seguire:
mentre tu chissà da che parte vai,
io ancorato qui mi consumo
a scarabocchiar filastrocche
indegne del tuo nome.

Ognun gioisce e si fa gioco
del vivere continuo
e monotono, godendo i più
belli tempi di pagata esistenza,
quando io spreco tutto il mio
giovine essere sulle sudate
carte dello studio per cercar
d'investigare, di svelare,
di comprendere come tutto
sia possibile senza sforzi.

Or ora ho perso anche te
ma nulla mai ci toccherà,
poiché saremo insieme
col cuore, campioni
inseparabili di vita,
in questa o nell'altra…
E questa mano trema,
pensandoti, guardandoti,
pregandoti: quattro lacrime
mi bagnano il volto e stanche
scendon giù sulla mia pelle.

Magica favola
Tu scappasti dalle mani mie,
bramose di averti fra loro,
ti facesti nebbia per confondermi
e scintilla improvvisa
per accecarmi; ti mutasti
in ninfa per soddisfare
il genio mio e ti rincorsi
per mari e per monti,
ma lontano tutt'ora mi sfuggi.

Invano il cor mio potente
si fece: mi sorridesti lieta
per appianare il pensier mio
che a stento ti raggiunse
e ti voltasti con il tuo peluche
che di colpo fu l'azzurro principe;
e su di un niveo stallone
galoppaste via da me,
drago dal truce aspetto
da battere o meglio evitare.

Mi lasciasti solo
con le mie malinconie,
scivolate fredde sul corpo
in prigione; ti vidi musa,
mi ispirasti l'amata penna
e ti dipinsi come rosa
in un campo di grano,
come corpo di stella
in un cielo malato:
ma ogni rosa ha le sue spine
e di luce ogni stella
prima o poi muore.

Mi facesti tua preda,
io squallido di un mortale,
e per te trionfò quel sentimento
che chiamano amore
sull'amico che nulla sfiora.
Da te pretesi troppo
e a braccia distese rimasi
ad attenderti come un'aquila
in procinto di andar via.
Or appari avanti a me
e nulla è più chiaro di prima.

Mia dolce scoperta,
creatura dallo stato incerto
ma allo stesso modo
meraviglioso, per quale
motivo persisti a fuggirmi?
Ti facesti alloro
per non soccombere
alla mia nostalgica
sete d'avidità?
E di passione indenne
ti chiesi la mano
per accettar lo scrittore
che è schiavo di lealtà.

Di un bacio distanzia
l'amicizia quel moto
del core, per me solo
patetica illusione.
Sappi sol che sofferenza
cara di te mai il passo
cederà al voto
del tempo corrotto.

Io e te
Siamo persi nei lunghi inverni
di questa nostra città, ci sperdiamo
per non incrociarci mai
nei corridoi, per le scale
e inventiamo assieme un sole
che in fondo non c'è.

Tra queste lunghe distese
di prati, fioriscono verdi
i veli di nostra cara gioventù,
macchie di eternità,
e dietro un mio sorriso
che lento se ne va, ti osservo.

Io, stupido di un pagliaccio,
e te, dolce soffio di brina,
rimarremo nei nostri cuori,
mai spenti, che un giorno
anche se saran lontani,
le lancette del tempo
inganneranno e in vero
non saranno più distanti.

Solo allor capirò forse
che sarebbe stato meglio
restare; e se dovessero mai
rapirmi o dovessi andar via,
nulla ci impedirà di ricordare,
nulla di poterti ancora amare,
nulla di starti a guardare
di nuovo, sempre da lontano.

E mentre viaggio con la mente
verso altre mete da traversare,
in questa nebbia ove nulla
è mai certo, vivremo sempre
con la promessa di rivederci
e nel ricordo di un abbraccio
mancato, io mai dimentico di te.

Per le strade di città
Son accesi i motori:
via, si parte!
Fumo e gas ovunque
e si diventa macchine,
schiavi del tempo ignoto,
senza accorgersene:
rumori di ruote sbattute
violente come veloci ventole
sul grigio manto di strada
e il nero asfalto tutto rendon
più chiaro e in una mischia,
vortice continuo,
mi tengon costretto.

Ogni dove è tempesta
e desolazione scende
come un velo, lenta
e quieta senza dar troppo
disturbo e si mimetizza
tra il chiasso arguto della città;
e della sua follia le dan colore
spenti palazzi e muraglie
d'un tempo. Tutto è un perenne
muoversi d'auto e di rude
campagna folli pellegrini
si fan coinvolgere, come zombie.

Muore il silenzio
e per noi parlan gli ingranaggi.
Giammai singola lingua
mortale osa gettar via
fiato per una giusta ragion
e solo di lì escon volgari lazzi
e vani farsi avanti,
d'opinioni nulla son le prese.
Calcolatrici, amiche di vita,
tutto regolano, anche i nostri cuor
e ogni cosa è tecnica
e numeri, fracassi e nubi,
maschere di cemento scalfito
che s'abbattono sul misero
colono d'altre genti.

E se tortura è vita,
sol chi condanna i pensatori
di tanti amori e santa
ispirazione, ai clacson estranea,
riempiono l'anima di codesto
scrittore, straniero in queste
mura cittadine, a cui alla vista
di vecchi e giovani barbuti
di strada, forte si stringe il core.

Vagheggio solo, inciampo
ma non mollo e senza lei
mi rialzo a seguir
quelle mie lucciole
che di vita son vissute
e pian piano fanno luce
al percorso mio dannato
e ancora mi faccio
d'imprese il paladino, rinchiuso
tra gli squallidi torpori
di questa assordante realtà,
che di sorda esistenza
son la città, come in una gabbia:
ed è da lì scruto l'azzurro cielo.

Chi sono io?
Cosa sono io?
Cos' è la vita,
se non un inganno perenne?
Rispondere chi mi sa?
Che sono, se non un alieno
piombato giù dal buio spazio
su questa lurida terra?

E orme di giaguaro
si fanno prede del continuo
vivere frenetico, petulante
peso da portarsi dietro,
e da lontano ancor soglie,
prossime al domani,
che da sempre mi fa paura,
son di ghiaccio.

E son qui che accompagno
fuor di là il dover mio
più grande: quello di scavar
sulla cieca carta bianca
neri fiumi d'inchiostro
asciugati dal bieco vento
che dentro si fa sentire.

E lo vedo lì, sul letto disteso
e assonnato che abbraccia
macchine, compagne di questa vita
fatta di soli istanti, immersi
nel vuoto, attimi rapiti
al tempo della bella gioventù;
fiato di vita scorre piano
e si unisce alle gocce
della nostra insensata amarezza.

E dorme lui dolce, come fosse
niente ed è come se tutto
rifuggisse via da me
e mi schivasse come un noioso
ostacolo da superare
e che osteggia il suo percorso
di natura, madre indenne.

E adesso del vero son le ore
ed io ormeggio il mio battello,
tiro per le lunghe stupide
nozioni e le ripiego su di me,
mentre aspetto e attendo
lì vicino qualcosa, un gesto
di solidale apparenza, e spero
in un miracolo che d'improvviso
dal nulla prenda vita.

Chi sono io? Un poeta?
Un effimero giocattolo
nelle mani di Qualcuno
più grande di me?
E ancora mi ripeto sul vano
palpitare di questo muscoletto
che ancor nel petto risiede.

Trovarti poco dopo
A consolar di grave esistenza
quel sollievo che sol tu puoi dare
mi dolgo e al lento trasumar
delle cose e a fredde lacrime
di evocate speranze
si espande fulmineo
l'amore provato per te.

Traverserò le nere fiamme
degl'inferi, le acque
squarcerò del dio Nettuno,
tracimerò sol per averti
tra le nuvole e le alte
vette di montagna:
volerò libero da ogni
vincolo terreno che tutt'oggi
qui mi tien forzato.

E si inebria di mia fonte
l'ingenuo scrittore
al tuo sospiro ove cui
quel tesoro lì
splendea magico e brilla
ancor più luce la mirabil
creatura che l'artista
nel suo turbolento
cammino rese cieco.

Avverso per le righe
Suvvia, giaci nell'ignoranza! Orsù dormi pacato e indifferente a ciò, di cui Io non posso fare a meno di vedere e di cui non posso non parlarti, scrivendo! Su, accomodati pure tra i guanciali e gli sbadigli dell'inerzia, che all'improvviso possono prendere te, come possono prendere me, che ora attento ti scrivo! Continua così tu, uomo comune, mortale di ogni giorno, ospite fortuito non già predestinato o oggetto di una particolare Provvidenza: disegno di un progetto universale di cui non ti è permesso conoscere i misteriosi fondamenti, che non alzi il dito neanche per sfoltirti i capelli, per quanto sei pigro…
Se perdi tanto di quel tempo, bene più prezioso dopo un'esistenza destinata già ad una condizione pressoché precaria e poco stabile, che Qualcuno dal profilo nascosto c'ha trasfuso da lassù oltre l'indefinito e superate le nebulose stelle dello spazio ignoto, appresso a futili questioni e banali passatempi o, Io penso, stando su fatiche che non danno appagamenti di nessun genere, lavori giammai pieni di soddisfazioni, non sperare di raggiungere con fasulla tranquillità la piena consapevolezza del tuo agire vano, monotono e molte volte contraddittorio. Non ne vale la pena, dico Io! Se si è così ottusi e ingenui da non capire, da non sforzarsi e da non cercare tanto meno di comprendere come tutto sia solo un patetico inganno, un solo giorno, ventiquattro ore fuggitive, che siano intense o vuote, che lascino ricordo o altro… Ti invito invece a darti da fare e nel rimboccarti le tue belle maniche: sii partecipe al mondo che ti avvede e ti circonda giorno dopo giorno e riscattati da questa tua posizione passiva e sonnambula!
Al contrario, che ogni singola cosa si riduca al solito barlume di falsità e alle grigie notizie giornaliere sparate dalla magica scatola, da me sempre maledetta, piena di risi, ghigni, bassezza e scarsa materia grigia, è inevitabile… Se ti soffermassi forse a riflettere su ciò che è utile e benefico per una società "progredita" come la nostra, apprezzeresti di più sia la tua persona che le esperienze altrui; di queste ultime noi non ce ne facciamo una vera ragione, ripeto Io, e tendiamo, incontrandole per strada, per le piazze, per le vie e i corridoi, chi per sorte, chi per appunti già presi, a non accorgercene o meglio non riteniamo, credo sempre Io, opportuno rendercene conto; semplicemente patetici, no?
Ma forse sarebbe meglio lasciare tutto al cieco dispensatore dei casi e abbandonarsi lenti al fragile respiro di sé. Come dico spesso Io: << A volte è meglio non sapere. >> Almeno così non ci porremo sciocche domande e più di tanto non ci tormenteremo, evitando di sconvolgere nuovamente quella già nostra afflitta condizione che pur ci rende schiavi, se non del nostro tempo, di sicuro delle nostre stesse passioni, da cui mai ci diamo freno, e degli stessi problemi, che mai smettiamo di farci.
Riguardo a te, bove ozioso, disteso per quei dormitori, vedrai quando si apriranno le porte della verità che bel futuro ti attenderà! Poi faremo i conti, ognuno nel posto che merita! Sono proprio curioso di starti a guardare: Io elevato lassù, come adesso attraverso questi miei righi e per mezzo dei miei soli versi con i quali prendo posizione, accolto benevolmente presso l'amata dimora dei santi spiriti dotti e tu invece rigettato sempre più in basso verso il "non so perché"…
Giaci nell'ombra, o relitto, e perderai il tuo tempo e le ore del giorno e morirai al freddo calare della notte senza aver assaporato, nemmeno per una volta, i dolci e gli amari sapori che la vita sa dare, solo e dimenticato da tutti.

Essere un amico
a tutti i miei amici
Essere un amico vuol dire aver fiducia nell'altro, credendo sempre in lui e saperlo apprezzare anche per idee non pienamente condivise.
Essere un amico vuol dire darsi la mano nei momenti di difficoltà, appoggiarsi e sostenersi
a vicenda dove il cuore ne necessita. Si è amici nella buona, ma soprattutto nella cattiva sorte e si valuta il compagno non per come agisce in singole azioni ma per quello che è veramente e per quanto vale.
Essere un vero amico è difficile, ma se l'intera vita è fatta di sfide, questa non sarà di certo né la prima né l'ultima. Si è amici sul serio quando si è capaci di perdonare o nell'occasione del bisogno quando, come degli angeli, si aiuta l'altro a rialzarsi.
Essere un amico vuol dire saper amare e dare tutto se stesso per l'altro in ogni genere di situazione. Essere un amico vuol dire averne passate tante insieme da ricordarle in eterno. Essere un amico, è condividere emozioni ed esperienze mai prossime al domani e sempre intramontabili.
Essere un amico vuol dire anche saper accettare la verità e capire cosa sarebbe la realtà senza di lui. Perdere un amico è come essere privati di un bene: un bene così prezioso che niente mai potrà rimpiazzare. Essere un amico è tutto: dal singolo fiore che sboccia al rumore del tempo che passa, dal minuscolo germoglio che nasce al più piccolo insetto che all'improvviso prende vita, dalla fredda roccia al fuoco rovente, dallo stiracchiarsi delle onde alla delicata pioggerella estiva, dalla furente tempesta al volgere di un nuovo giorno, da zone in ombra all'apparire di un arcobaleno dopo il diluvio. Essere un amico è volersi bene e rispettarsi ogni giorno che si va avanti.
Essere un amico non è uno scherzo! Essere amici è come un saldo impegno da portare avanti fino a quando i due lo vogliano da entrambe le parti. L'amicizia dev'essere ricompensata, cercando di comprendere l'altro, di farlo ragionare quando sbaglia, di aiutarlo quando inciampa e di consolarlo quando ne ha bisogno. Lo si aiuta sempre!
Si può essere un gruppo, si può essere soli, si può stare in mezzo alla folla ma da qualche parte qui su questa terra, qualcuno ci considera; qualcuno ci apprezza davvero per ciò che siamo. Sul serio ci ama come un amico: un fedele compagno di mille visioni mai giunte a termine, di tante viaggi trascorsi assieme, di tante risate spartite e di molti progetti mai messi a punto… Questo è l'essere amici: uniti sempre e mai persi nel bene e nel male…

Ricordi
Nell'opaca rimembranza
si proietta il mio ardor
di cuore matto
e per lei insistente
è il palpito che all'orologio
chiede il tempo:
un solo istante di questa
misera vita mortale
e tutto ritorna, al suono
delle sue labbra.
Sapor di gioventù,
allegre chiacchierate,
forti abbracci
e amori sinceri,
anche dolori ma eterne
emozioni, finite per sempre
all'incubo delle nubi
che passano e dei giorni
che mai più vengono;

poiché pria del fondo
ogni cosa è destinata
a perdersi per lasciare
soltanto il ricordo
degli anni andati:
e di immagini a valanghe
e ripercorse sensazioni
nulla si può più…
O santa speranza,
fior degli anni miei,
chiedimi ancor di ricercar
nella memoria quei respiri
rinchiusi in quelle rose
gote sue, che in tempi
così brevi son già note
di ansioso ricordo…

All'amico Mario
Al sordo reale adeguo
lento la fragile mente mia,
che tutto sovrasta: cadon giù
le maschere della menzogna
allo stormir delle fronde scarse…

Sul sublime di cotanta
verde etate le orecchie
piego come un somaro
al fato, equo dispensator
del pianto sofferto, di cui resto
pur troppo lo schiavo infedele.

E odo spaziar tra queste mura
del bieco contingente
tutto il poetare mio eterno,
immune dai dolci scandii
del tempo fuggitivo,
assassino del manto mortale.

Orrido assioma di sempre,
mi ergo disperato
dalle tante schegge
del cuore impaurito.
Ma volgendo e spiando,
delle barbarie genti
l'eccelsa furia o l'agevol
sonno, che tutti prende,
or muovo i primi passi
in questo emisfero idilliaco
fatto di sol gesta e individui,
singoli egoisti e cultori
del proprio giardino.

E di un sogno,
in fondo a lacrime
di piena amarezza,
grido quei neri inganni
che per tratti volgono
al termine, ove al chiaro
di luna il magico canto
si spegne soave.

Come di una torre
non si scorge la base,
il tacere dei sentieri
e sterminati silenzi
mi aggrediscono dolce
e per il caro amico
fremo e mi dimeno
nel vederlo abbattersi
lontano; e solo mi getto
con rabbia su questa
terra a scacchi
che error non perdona…

Ogni dì è una scoperta
                           a Ramona

Ogni dì è una scoperta
e percorro indenne
sentieri sempre contrari,
accompagnato dall'inganno,
amico mio, propenso
ogni ora a consolar
del mio cor lo sterminio
e a far dell'ignudo
animo mio la riarsa
foglia giornaliera.

E di speme novella
si intravede ancor meno
lo spiraglio: ho cercato
di raggirar il dolor mio
frequente e apprendere
il denso spirito dell'amore
che in te ritrovai
mai perduto e mosso
nei naturali gesti
del tuo dolce essere:
soave principio di magia.

Scrivo, scrivo
e non mi fermo più:
effimero sfogo di follia.
Come un treno impazzito,
impazzito al sorriso
suo innocente…

Su pensieri
Poiché il sofferire vano
ancor mi assilla
mi siedo qui a darmi
pensiero sul massacrante
ciclo delle cose
e valuto come l'uomo
sia crudelmente limitato,
pur sommerso di orgoglio
a quantità smisurate,
nella sua penosa ingenuità.

Rifletto e mi esprimo
forse inutilmente
sul reale che intorno
di nascosto ci scruta
e a voi ora mi rivolgo,
che avete cervello:
voi che vi credete
padroni del mondo,
di elevate qualità
morali, basta con le parole;
or ci vogliono i fatti
e di programmi
e idee niente male
fate la Storia e non i guadagni.

Volare, volare via
e far finta che tutto
questo non sia mai accaduto
e che il mondo si rimetta su
con i suoi stessi mattoni
che un tempo celarono
le arcane orme
lasciate da Roma
e dal suo vasto Impero,
sempre vivo
nel cuor mio ribelle.

A getto lento
Spiragli di vento si fan scintille
ed è come perder tutto
al freddo calar della notte:
e mentre muore un giorno
e un altro ancora,
in un tramonto e un esordio
che non hanno mai fine,
io vagheggio triste
e vagabondo per le vie
oscure di questa sciocca città.

Si fa luce per via dei lampioni
ma io son cenere e niente più:
or mi dò alla mente
orge di questioni, se non futili,
complesse e al tempo stesso
geloso e avaro
le tengo per me, avido
di piaceri e del raro bello
gettato per il globo,
che già mi è nemico.

Sordido del mio grande
talento e dei miei affreschi
or tanto cari più che mai
e ben spolverati,
non cedo alla speranza
di poter riabbracciar
quel mio fidato amico,
forse non più in se: e mi annego
nel rimorso e nel pianto vano
del passato trascorso…

E se per un niente cado giù
mi dò ai brividi solo al dolce
pensier di lei e al suo viso
delicato mi spauro lento.
Arduo è non sciogliersi
dinnanzi al suo passaggio
imperturbato e sto qui
a sognare vani tragitti:
intanto lì fuori ancor
piove senza un perché…

Via io, pensatore fin troppo
banale e amante del buon libro
e dell'inganno funesto che solo
gioie può dare, me ne andrei
ma rifletto attento:
sul serio dove non saprei.
Adesso mi dò vita di te,
libera di vivere,
per continuar con dolcezza
a farmi male.

E allo sbaraglio, tra gente
che manda via e prende
in giro sogni e forti
emozioni, or le ali
mi rispuntano e le riapro
all'arrivo di una nuova alba
per migrare via da questo
barlume di falsità
e di inetta ipocrisia,
sorda gratitudine dei presenti…

Tutto è apparenza!
Riecheggia dentro me
la mia collera verso ciò
che al mondo detesto di più:
verso ciò che davvero sono.
Verso di me, stravagante
idiota di un presente indegno
della mia presenza, non più
ben voluta da nessuno…

Cosa posso fare, se non
andar via di qui
una volta per tutte
io, che tutto dentro nulla
imprigiono ma ho bisogno,
come istinto primario,
di esternar ogni mia più
fragile emozione e la più buia
parte di me che nascondo
dietro dannate ossa
e ignobili pezzi di pelle
e carne assemblati?

Ho bisogno di te,
mia sola e unica amica
di sempre, sorella
di vita, per sfogarmi
e gettare tutto il dolore
mio sulla futilità della tua
vera essenza, sul tuo nero
inchiostro, mia amata penna,
tu che persisti a curarmi
e mi tieni al sicuro
da tutto e da molti…

Ed è con te che adesso
riverso più che mai
tutto il mio sapere
e le mie lacrime,
su questo foglio
condannato pria
del tempo al rifiuto;
ed ora rimango solo
e amareggiato nel pensar
alle mie tante colpe…

Maledetto di un villano,
or sputo sul mio volto
ricordando ciò che è stato:
passato assieme.
Tornerai… Forse un domani,
forse mai… Ma or che importa più?
Nulla merito ancora
e mi faccio sabbia,
spazzato via, senza opporre
resistenza, da quel dannato
vento, assiduo portatore
di nuove e più sventure.

E mentre piange vano
il cor mio, or già in frantumi,
perdo entrambi voi:
lei costellata da mille
e ansiosi dubbi, domande
a lungo termine, povere
di risposte che tempo
bussano al tempo;
lui invece che mai scorderò
come fidato compagno
di giochi e risa; di eterne
avventure…

Come mai scorderò
l'orrendo modo in cui,
senza volerlo, sporcai
di indenne tradimento
la solide basi della nostra
amicizia, ormai in crisi
e forse già un felice ricordo:
e tutto pare perso per sempre…

A lei
Vai ora,
non più ti inseguo
per quei bei giardini,
dove veloce tu mi sfuggi.

Sei san e salva; libera
da me che, al sol tuo
sguardo, prendo fuoco
e urla tutto intorno a me.

Ringrazio solo il cielo
di averti avvistata
e aver portato via con me
solo il brivido di un attimo
passato insieme a te.

Che sia oggi o il domani,
qualunque cosa accada,
sempre accesa nel cuor
resterai, immensamente viva.

Tutto sembra finito
e ti dai alla fuga
verso il tuo bel principe,
del mio pianto la fuliggine.

In scena
Adesso assisto sconcertato
dinnanzi allo sfacelo
che fuori dilaga,
rimango inerme
di fronte al caos
che da dentro piano
mi divora e sconsolato
alla vista del perenne
inganno che fedele
ancor mi circonda.

Come un buon ladro
di pensieri e di parole,
un bravo spettatore
aspetta con impazienza
la fine dell'inedito
spettacolo ed io qui,
rinchiuso in me,
chino il capo al volere
imponente dei Prodi
attori, fantomatici
burloni, in attesa
dei meritati applausi
per esaltare cotanta
rara bravura.

Si accendono le luci,
si alza il sipario
della mia lenta caduta, erta
discesa verso i cari presagi
dell'oscuro domani
e piego me allo scoccar
del solenne occhio
pien d'ingranaggi
e al suo interminato
scorrere freddo,
nel parlare a voi pochi
che tendete gli occhi,
a voi che aprite le menti
e spalancate i cuori.

Or se solo lei
fosse qui con me
niente sarebbe forse
già perduto; ma come
si può guardarla
accanto al proprio amico
e non dir nulla? Restar
quasi muto e distratto,
come indifferente
e mezzo dormiente?
Che sia solo gelosia?
E ancor contrasti
si fan tormenti e dentro me
veloci prendon forma…

Giammai scomparirà
il sol, non il velo celeste
svanirà e nulla
avrà termine
per me, finito trastullo
di pezza, ai pesanti
brontolii dell'orco
malvagio: e al suo
insolente risveglio,
il mondo, ignaro, prende e va…

Mio dolce sogno
Ben agiata
sulle polveri oziose
della ragione e sui fantasmi
della mia coscienza
riposa assonnata codesta
contorta mentalità,
anche se in vili condizioni
di psiche, mentre dolori
sopra inganni tengono
sveglio il dolce sogno mio…

Mille su mille
emozioni di continuo
a braccetto con soavi
pensieri la mente
avviliscono e a freno
tengono me, ingenuo
garzone presente,
a largo dalla noia
irriverente, avida
cagna di vita
e passiva condizione
di sventura pressante…

E se ci riprovo ancora,
non credo sia più
lo stesso con lei;
e sempre continuo
a ripetermelo
attimo per attimo,
secondo dopo secondo
in cui prendo un ricordo,
anche un solo istante
passato insieme,
che mi piace
custodire per me
nel lustro cor mio
lontano da tutti,
accanto a te,
mio dolce sogno…

Irruente odio mio
E ora? Non resta
che arrendermi…
Cedere al suo ingenuo
sguardo e al bruto
gioco del destino;
ma poi di noi
cosa rimane?
Ma perché dovrei
smettere d'amarti
e celare al mondo ciò
che provo per te?

Non guardo al futuro
come vorresti
perché senza di te
non saprei come viverlo;
guarderei lassù
per il cielo ma tanto
non saprei come volarci
senza di te; non guardo
il mare perché non saprei
come navigarlo
in lungo e in largo
ancor senza te…

Forse guardo questo mio
cuore, ora più che mai
sconvolto e in panne
poiché ancor pace
non trova…
Odio!? E' questa
la causa di tutto?
Amaro sentimento
d'inequivocabil
frustrazione, indenne
per me che solo
inganni vedo…

Nulla però riuscirà
a distogliermi, nulla
riuscirà a strapparmi
via gli occhi, nulla
riuscirà a non farmi
più male, ma se
davvero ciò accadrà,
se il cuore non vorrà
più sentire, anche vani
sentimenti, ingiusti
palpiti e rimbombi
assordanti che nel corpo
eccheggian senza fine,
lo punirò come si deve…

Con forza lo estrarrò
dal petto e lo esilierò
fuori da questa fetida
gabbia dov'è rinchiuso;
e rimproverandolo,
lo getterò lontano da me,
alla ricerca di uno nuovo
con il quale poter vivere…

Disfatta è ormai prossima!!!
E invece Tu, che dormi lassù,
dammi un cielo più blu
mentre mi butto giù
e rimbocco lento
le coperte alla mia follia,
imminente condanna
e afflizione di sempre,
ferito e ormai vinto
per quel dardo fatale
dal quale non c'è
via di salvezza…

Quanto ti vorrei!
Perché di te ho bisogno
per placar la mia sete
e richiamar tutto questo
irruente odio che mai
come adesso
ho provato per me…

Intenso bagliore
Poi colgo la rosa
che mai vuol morire
mentre sottraggo al tuo dolce
sguardo quel sorriso, ricco
di vita che per me
è luce alla resa del perenne
sfiorir del tutto…

E se fossi un proiettile,
destinato per somme leggi
a colpire, potrei entrar
davvero nel tuo cuore
anche a rischio
di provocar lo stesso
dolore che come un treno
adesso mi travolge…

Ma non voglio farlo!
Sarei solo un codardo:
un patetico e vigliacco
sognatore, estraneo
a questa dannata
realtà che ancor continua
indisturbata a tormentarmi…

E tenendo a bada
i pensieri più segreti,
perdo i miei ritmi
e mi domando come
si possa ordinar al cuor
di non sentire più
o di provare altro.
E' forse semplice amicizia
quella che mi prende
verso un bagliore
così inteso?

Ancora ti vedo con lui
mentre io siedo qui
al sorgere del sole
e accarezzo l'ennesima
illusione che dalla mente
disorienta e quella santa
speranza che non muore mai…

Questa volta, vedrai,
spegnerò quelle parole
tanto spese per te
che in un tempo fugace
come il nostro
non hanno voce;
e mi perdo nel riservarle
ad un'altra stagione
per guardar solo
attraverso i tuoi occhi…

Il crollo del tiranno
Succubi notti passano in totale delirio e il cuore è in fermento generale: lui dal canto suo attende l'alba … e l'animo è in tempesta superba… mentre lì con intrepida ansia lo aspetta quel cappio funesto… Non riesco davvero a credere a cosa siamo arrivati, noi piccole creature del celeste ignoto, figli di un Dio che possiede tanti volti diversi per ogni religione, uno per quella cristiana, uno per quella buddista, uno per quella musulmana e molti altri per tante ancora, ma è un'unica realtà…

E intanto aspetta l'ora quell'orco assassino, crudele autore e macabro regista di mille e più delitti, mentre in principio era sostenuto da quella immonde bestia senza testa qual'è da sempre la massa, che dapprima t'acclama ancor più e ti appoggia con tutta se stessa ma con il tempo a suo sporco piacimento, come se fosse un libero svago quotidiano, ti rigetta nella medesima gabbia dalla quale una volta ti ha comprato. "Giustizia è fatta!!!"- gridano dall'alto i potenti del mondo, seduti comodamente in giacca e cravatta e laggiù la gente muore...

Crolla sconsolato quel misero barbone a cui tutto è stato tolto… e proprio come alle sue vittime ora viene immolato sull'altare ben predisposto per la tanto voluta messa a morte… come per il sacrificio di un tenero agnello offerto agli dei prima della battaglia irruente…
Perché, penso io, influire ancora su un essere ormai sconfitto? Qualcuno mi potrebbe rispondere: "E' nato come un barbaro in una terra barbara, si è comportato da barbaro e per questo morirà come un barbaro nella sua terra barbara da lui stessa malamente forgiata".

Altri invece: "E' un assassino: è il giusto prezzo da pagare per tutto ciò che ha fatto. Merita di morire!!!" Cosa sentono le mie orecchie? Merita!? Chiunque può dire la sua a proposito… ma non tollero che si parli così di qualunque persona… Chi sei tu, infame verme strisciante, tu che sei uno dei tanti sputi echeggianti nell'oblio dei tempi, precario passeggero su questa putrida terra, per parlare in questo modo barbaro? Ma soprattutto come osi giudicare, proprio tu che un giorno, prima o poi, verrai giudicato?

Allora verrai tu stesso condannato, perché chi non ama la vita, dono più bello al mondo, e disprezza il vivere altrui, non ama neanche la propria di vita! Molti parlano di giustizia… ma davvero non sanno che cos'è la giustizia… Che sia un brutale gioco del destino o un patetico caso di necessità, senza più opporre neanche resistenza e lottare per una giusta sentenza su di un pianeta che dovrebbe essere ultrademocratico, sale sul patibolo l'ex Rais, tiranno energico e potente signore di un tempo fallace, al quale una volta vi si inchinavano…

Chi disprezza compra dico io…. Ma comunque ormai è fatta… Secondo il paese più liberale e democratico al mondo tutto è compiuto ed io rimango qui inorridito dalla totale assenza di bontà e di buon giudizio… Noto come noi siamo tanto bravi nel giudicare gli altri ma così poco pratici nel farlo con noi stessi… E se solo l'illustre spada spirituale, contornata sempre più da oro e la mia misera nazione sono contrarie, dall'altra parte che sia la spavalda e ormai cieca Europa o la balorda Regina degli intrighi e inganni o l'alta capitale della strafottenza e del regresso, quel'è l'America unita, tutto è vano….

Cade giù allora con la fune legata al collo quel patetico fantoccio creato e sfruttato a più non posso da quelli che ora dopo le loro varie malefatte decretano la sua condanna, tanto per non aver più noie col passato… E poi si parla di armi di distruzione di massa e di armi intelligenti… Ahimé mi duole purtroppo assistere impotente a questi soprusi e terribili eventi: errori della storia contemporanea… e vedere tutto andare alla deriva ma del resto se tutto il globo si rifiuta di porgere lo sguardo, che si può fare?

E mentre io qui scrivo, il sonno indisturbato della ragione di continuo genera mostri…

Fuga da me
Insisto ancor nel meditar
e con frenesia illusioni
rincorro senza porger
l'occhio malato
di profilo al vero
e le dannate delusioni
pesano amare
sulla fin troppo tesa
anima mia;
e le mie, cosa sono
se non vane parole
gettate in man al vento?

Parole e parole
si van di continuo
sprecando e rimasto solo,
al tramontar del sol,
appassisco lento,
poiché nulla più
come prima mi prende,
mentre strepita con violenza
quella mia ragione,
schiava delle immonde
passioni giovanili.

E la mente, scontrosa
ad elevar lo sguardo
dinnanzi a quel sommo
mendicante d'occhi cieco,
al quale un tempo
si piegava, ora è persa
in un vortice; risucchiato
dal continuo mutamento
dei propositi è codesto
spirito, voglioso di riscatto
e desideroso d'agire
e l'Io mio da me diserta.


Stanco di me e di tutto
m'abbandono al dolce
andar degli eventi
e sento lei venirmi contro
e baciarmi ancora, sotto
pioggia di rugiada;
a stento m'opprime
l'incanto della sua effigie
e nulla è più…
E là fuori cos'altro sta?
Forse le fatidiche due spade
fatte di sol pietra e cemento?

Chi resiste in quel insipido
ristorante, onde ognun
divora la sua porzione,
già bella e pronta?
O meglio vien distrutto
pria che tutto cambi
al mutar del ciel
e delle sue assidue
visitatrici, bianche
o grigie che siano?
Or accarezzo lievi
speranze e tutto torna…

Oh ben diceva
quel mendico dal chiuso
sguardo, che nel perenne
suo mendicar cantò
per la bella Grecia
le nobili gesta e di gran
destrezza degli eroi
d'un tempo già
lontano e fin troppo
compianto ieri
e mai oggi, misera età
del bello ozioso.

Vergogna!!!
Volteggian vane
le nostre insegne
che in quella Santa
Terra, abbandonata
al suo triste destino,
son simboli indegni.
Noi leviam le tende
e come inetti spavaldi
marciam via di lì
di corsa senza dar
conto ai tanti, morti
per un giusto ideale.

Vergogna, vergogna
e solo vergogna !!!
Voi stolti che ritirate
le truppe e di fretta
vi rintanate in chiusa
dimora con la vostra nitida
brodaglia, dopo aver
zappato la terra
gli eroi d'Italia
e annacquato il raccolto
col sangue sparso
per amor di patria.

E adesso, cosa è più?
Vergogna !!! Vergogna !!!
Sempre e solo vergogna !!!
E allora che fare
se non infuriare?
Che disonore !!!
Vò parlando al gran
Professore di questa
afflitta Italietta
che al suo ordine
rientra indenne
dal campo di battaglia.

"Che tempi! Che costumi!"
E per il futuro
che altro c'aspetterà?
Forza e onore
dicevano i romani
una volta …
<< Forza e onore ! >>

Bei tempi
Nel nudo pensier mio
allor mi fingo
e come insulsa polvere
si solleva verso altri
orizzonti il più vivo
ricordo di te, gettato via
per le già agitate sponde
del mar, unico testimone
del nostro mendace amore …

Bei tempi son quelli
passati assiem,
bei tempi quelli
in cui sognando
fra le soavi chiome tue
risplendea dolce il mio
fragile sorriso;
intramontabili i tempi
in cui l'ardor denso
nato per te, fiorito
dalle tue magiche
labbra dalle quali
non pendo più, vinse
il combattuto cor mio …

E lì mi chinai,
idiota di un mortale,
come un servo infedele
alla tua solenne bellezza,
piccola cerbiatta,
ormai lontana
e non più inseguita
dai lacrimanti occhi miei
or in cerca di verità …

Adesso cambio strada,
scruto monti perduti
e sovrasto ben altri lidi;
devio per diverse mete,
dimentico di te
e del nostro passato
e volo via da questa
dannata realtà, beffarda
fin dal principio …

Occhi socchiusi
Penna alla mano!
Mano alla penna!
Silenzio in aula!
Scrive lo scrittore!

O amabile fonte
del sapere, sol via
di fuga da questa
infame realtà,
che divori, laceri,
e ingurgiti senza fine
mille e più schiave idee,
sublimi accezioni
delle menti più geniali,
ora, qui, adesso
restami accanto
come hai fatto sempre,
poiché di Te ho bisogno
nei momenti più duri,
pacata mente mia, forziere
inestimabile di ricordi.

Qualor si perda
la mente stolta
e gravida ad osservar,
come se incantata,
quell'insipido tavolo
sul qual tutti come bestie
s'avvinghiano
per un solo, vano
e insulso attimo
di puro piacere,
nel lento assaporar
l'intensa fragranza
di dolci prelibatezze
sparse qua e là,
su e giù per il globo,
allor si che è vera pazzia.

E il mio pensiero
intanto va,
ritorna sempre qua,
a spiar le nuvole, sagge
turiste del cielo ignoto;
ed ora tutto perdo
il senno mio
e mi fermo qui,
esausto del veloce
scorrere del tempo,
a contemplar gli umani
gesti, i cenni distratti,
gl' occhi indiscreti e già
socchiusi della solita,
noiosa e per tratti opaca,
quotidiana esistenza.

Al cor dolente
Non t'affannar tanto
pria del tempo
e rallenta un poco
i tuoi tenuti ritmi,
poiché uno sguardo
intenso di provato
amore è come un flutto
spoglio d'ogni realtà,
senza il mutuo scambio
d'intensi baci,
chiamati sol dal vivo
desiderio l'un dell'altro.

Orsù via, esci da questi
gangheri, stupido
d'un muscolo, ammasso
di sinuose fibre,
agglomerato di sangue,
e smetti d'angosciarti
per indegne piume
di struzzo.

Oh se si potesse
davvero accettar
l'amara verità
e ammutolir la mente
in costante duello
con il corpo,
amante grasso
di piaceri mondani.

Or chiedo a Te,
mio fidato Profeta
d'imminenti sciagure,
se ben vengano
le voglie d'un cor
così afflitto
e ormai sazio
di ripetute sconfitte.

Taci un sol istante,
non pianger più
rosse lacrime
di nero sconforto
poiché all'insister
giuoco del vano
palpitar tuo
nulla più risponde.

E nel ripescar rime
son qui a marcire,
aspettando la notte,
e stenta lui a muoversi
compiaciuto,
preso ancor nel petto
da docili fiamme
di tentato affetto.

Così forte
non t'affaticar
per futili banalità
e non ti cibar
di perenni inganni
e assidue illusioni,
da tempo ormai mie
sole ragioni di vita.

Flussi
           a Beppe

Te ne sei andato così,
all'inatteso soffio
del brutale vento
che come niente
ti ha portato via,
lieve petalo di rosa,
e alla tua partenza
noi tutti hai lasciato
persi e inerti,
come privi di respiro,
vuoti di una parte di sé
ma ben ripagati
da fastosi ricordi.

Io stesso mai potrò
lasciar al tempo,
strappando alla memoria,
quanti veraci sorrisi
mi hai donato,
momenti intramontabili
di pregiate varietà
custodite dentro al cor.

Gelido silenzio
scende lento in sala
al flusso continuo
d'infiniti sussulti
e perenni pianti:
tardano ad arrestarsi
i lunghi ruscelli
straripanti dai lucenti
occhi nostri
che assiem, come veli,
ti avvolgono.

Sdraiato lì
ora ti vedo,
assopito, ma per lo men
sereno; arduo è però
tra noi, come frenar
il corso degli eventi
al sol tocco del tirso
incantato, il pensier
e il morso
dell'assenza tua.

Tutt'oggi sento,
come spero altri
dopo di me,
il dovere di dirti
"Grazie!" per avermi
insegnato, al veloce
correre tuo, a sognare
sopra i verdi altopiani
di questo tortuoso viale
che ogni giorno
c'accingiamo a percorrere.

Sotto le stelle
Ecco la divin fanciulla
che vien da lontano
ad allietar codesta mente,
morta per quanto basta,
e solleva me per l'aerea
ora sottostante stelle cadenti
al magico passaggio suo.

Sotto astri impenetrabili
seguo il tuo incedere
elegante, plano sul cor tuo,
poso tutto quanto me
sulla dolcezza delle tue labbra
e vedo la tua parte di sol
diventar meta dei miei pensieri.

Splendida visione si prospetta
all'apparir degl'occhi tuoi
che lenti traspiran dentro me
e al tuo cospetto le ali
tutto d'un tratto riacquista
il pennuto passa guai,
nascosto nell'ombra.

Vinto è quel mostro, geloso
di cotanta fortuna, dai mille
baci nostri; e finché avrò
fiato da regalar al cielo
t'amerò ora e per sempre
su per questo dipinto stellato.

Bacio
Or è l'atto
pria della tempesta
che m'assale
e mi diletta
e con insana violenza
sboccia in piacere
al dolce tocco
delle labbra sue.

Me conquista
e divino con lei
m'innalzo al ciel:
sboccian fiori prelibati
e fioriscono giardini
da ogni parte
e vedo ninfe
e rampolli girarmi
attorno come allegre
donzellette.

Aquile reali
e alati stalloni
sormonto e scruto
dall'alto del mio Io
e spalancati mi son
quei dorati cancelli
soli accessi
per la sacra dimora
degl'alti immortali.

E di quel bacio
io mi inebrio
con tale forza
da schiarir la mente
e liberar l'uman
cruccio, da molto
mio assiduo divoratore.

O potenti ammiratori
del buon terreno
e saggi aspiranti
al ciel supremo
che sol preferite
contemplare,
io ora dispiego le ali
e supero voi,
restituendo al Fuoco
i suoi respiri.

E ancora sogno
quel gradito bacio
e quel tenero abbraccio
pien d'affetto ricambiato
che mai svanire
nel tempo potranno.

Lacrime di pioggia
Che cos'è l'atto
del perdono se non
l'abbassar le orecchie
dinnanzi alla dura
realtà dei fatti ?
Ed io ora, zoppo
di un mulo, mi rimetto
al giudizio della Corte …

Richiamo all'ordine
le chiassose turbini
irrompenti in me,
scaccio via
stupidi fantasmi
e mi ripeto sul
continuo sofferire
del povero cor mio.

Oh che possa
per lo meno goder
d'un solo esiguo
momento, attimo
inconfutabile di pura
calma! E mi chiedo:
"Or non è forse
tutta apparenza ?"

Alla clemenza di voi,
Lord signori,
piego me, avvilito
trastullo di pezza,
e vieto l'accesso
su di te, linfa
fin troppo seguita
al lento lacrimar
che da dentro
adesso mi percuote.

Poiché quando un giorno
le città saran deserte
e corpi e corpi
finiranno con la gioia
d'esser esistiti,
io solo morirò
nella gioia d'averti
conosciuto.

Caduta
Ora su questa pagina
rigetto tutto il mio rancore
e riverso infinito dolore
infangato dal vasto disgusto
e dall' amaro disprezzo
che pervade le fuse
reliquie del cor;
filtrano come fitte lame
nel denso spirito mio
questi angoscianti
tormenti, lontani
dal tempo, mentre laggiù
precipita il gabbiano
oramai finito.

Amari sorrisi
mi scolpiscono il volto
e inspiegabili quesiti
tengo per me
tra le pacate mura
che ora mi contornano.
Vicini però mi son
quelle care farfalle,
compagne di tante
avventure, che benevoli
come angeli aiutano
a rialzar le ali spezzate
dopo la brusca caduta.

Tutto è perduto
e crolla giù dai nocivi
pendii Euganei,
da dove anche io
cado, arso
dalla straziante realtà
mirata alle alte fronde
del quieto ciel.

E piango ormai inerme
felici ricordi già svaniti
al orribil suono
del vagheggiante
ciclope e dolci baci
spazzati via al passaggio
del vento silenzioso …

Al cor dolente
Stanco d'ogni futile
banalità e corroso
dalla bruta arroganza
circostante, cado giù
verso l'ignoranza
meschina di un mondo
a me del tutto estraneo
e privo di ragione.

Ed io infine la rividi,
lei, ricca sorgente
d'innocua grazia
e delicata fragranza
dell'espressione divina,
e cercai invano
di non incrociar
il suo sguardo
di leggero candore.

Beffardo fu il motore
che nel petto risiede
e d'inganni si nutrì
il mio dolente core
per cosa poi ?
La sporca idiozia
di un compromesso
o forse la bell'arte
del perder tempo ?

O amaro frutto
dal piacevole inganno
dopo il tocco assai
delicato delle sue labbra,
sprizzai luce come divino
e mi cantava come magica
la natura che intorno
a me bruciava;
o per quanto ingenua
tanto mi invasò
come niente, lei
che di buon viso
per me era.

Mie dilette illusioni,
inganni a me tanto cari,
soavi e lieti come petali
leggero mi trasportate
e come soave musica
prendete ciò che resta
del crudo essere mio
e tutto rinnovate
in un dolce sogno,
affogato nel dolore
da cui oramai prego
di non svegliarmi più.

Dell'animo sussulti
Immagini di te
son come cieche visioni
nate dal nulla
e perpetuate nell'acre eco
del veloce battere del cor.

E rimaste mortali
son l'ebbrezza che di te,
sleale spirito
dall'incantevole pregio,
ancor m'accompagna
e con forza m'attecchisce.

Arsa è la luce emersa
dal tuo infinito bagliore,
splendido sigillo
di fugace beltà
e di folgore improvvisa.

Arduo è lo spegnersi
dei bei occhi tuoi,
del tuo dolce viso
e delle tue candide labbra
che sol per poco sfiorai.

Dell'animo son sussulti
quelli che con funesta
angoscia or evocano
l'assopito sentimento
che per te già provai.

Ahimè agitata anima mia,
quanto ancor dovrai
patire le asfissianti
leggi del cor
per vaghe illusioni
e infondate speranze ?

Ed il rigetto del rimpianto
funesto ora mi assale
con assurda inquietudine
mentre il ricordo di te
da me ancor stenta
a volar via.

Le ali del cuore
Inevitabile è la resa
che adesso mi percuote
con acre insistenza
di fronte a questa falsa
e subdola realtà
che persiste a circondarmi
e al monotono essere
di ogni cosa superflua.

E ora mi rifugio in te,
mia eterna sorella di vita,
che mi rasserenasti
nei momenti più duri
e mi curasti dalle tante
ferite che ancor battono
con forza alle porte
del mio cuor.

Tu che nascesti
da questa futile penna
ingorda di desiderio,
di fugace istinto
e d'innocua immensità,
tu che ispirasti tante
languide menti
prima di me e fosti
in un tempo lontano
ma verace la suprema
voce del vero indiscusso
e della bellezza perpetuata
e mai sbiadita, or invece
in questi tempi ardui
e oscuri solo rari
pretendenti hanno
l'onore di averti come
compagna di viaggio.

Tu che d'improvviso
mi prendi la mano,
sentendo il tuo lento
respiro scivolar dolce
dentro me, tu che
mi hai aperto gli occhi
e hai suggerito alle sorde
orecchie mie ciò che
nessun altro
ha il poter di vedere
tra le insane savane
dominate dal ciclope,
padrone degli uomini,
inveisci contro questo corpo
fatto di sol carne e d'ossa
e insisti a nutrirlo
con vive e dense
emozioni.

Oh cantami o musa
quale sarà il mio futuro
per poter almeno
ambire a qualcosa
di efficace e veritiero;
continua così,
mia dolce Diva
di disegni superiori,
e nobilita codesto mio
pensiero forse fin troppo
estraneo per dei volti
che non meritano
tutta questa mia
bizzarra rarità.

Dolce estate
S'infrangono le fresche onde
dell'animo mio sui frangenti
della barbara verità
di questa giovine età
colma d'intrighi e illusioni
e così priva di sentiti
sorrisi e durature delizie.

Sempre cara mi sarà
quella dolce estate
che tanto m'insegnò
fra le gelide acque
dell'ingannevole apparenza
e fra i tanti benevoli
ricordi che mai svanire
potranno.

Ed ecco come alla fine
tu mi han ridotto
con poche ma affilate
parole ora affisse
al corpo e invocanti
mille e più perché.

Rimane solo l'ingenuità
di un buffo burattino
ora preso in giro
e rimasto incompreso
e intrappolato
tra i dolenti giochi
dell'empio amore.

Solo per lei
                  a Eliana

Solo per lei
palpita il cor mio
e marcia a suoni lenti
ma profondi
come mosso
da qualcosa;
mosso da quell'amore
che mai ho avuto
ricambiato con dolcezza
e che solo ora rimpiango
di aver conosciuto.

Oh male mi fa
pensare a te
senza vederti
per poter sprigionar
l'immenso mio
desiderio di te
su ogni irruente banalità.

O mia dolce principessa
quanto vorrei baciarti
di nuovo come quella
magica notte in cui conobbi
la vera forza del desiderio
soltanto sfiorato
in precedenza.

E mentre tu ora
dormi serena
sotto morbide lenzuola
io, insulso fardello,
tento invano
di resistere al continuo
struggimento di averti
soltanto per me.

Sole, terra e mare
Ho guardato qua giù,
intorno a me,
ma tu non c'eri;
ho girato lo sguardo
verso la placida marea
sperando di vederti
arrivare da lontano,
ma tu ancora non c'eri;
ho alzato la testa
per domandar al cielo
quando ti avrei mai
rivista e avuta con me
ma lassù solo bianche
e più candide nuvole
vidi, e poi …. il sole.

Si spegne l'ardor
d'un tempo codardo,
ma si riaccende viva
l'estasi che per te
all'inizio provai
poiché parte di me
per sempre sarai.
Si chiude la felice
e calda stagion
del vivo amore
e della mai persa
speranza e
si riaprono i cancelli
del gelido tempo.

Pugnalato da spine
sempre più sottili
il cor mio
lacrima dolor
poiché cosciente
di ciò che attorno
gli accade
tra sole, terra e mare …

L'equilibrista
Oh sante virtù
del quieto vivere
orsù plagiate
questo acrobata
ora ben agiato sui cordoni
delle sue più intense
emozioni.

Frena un po' la tua marcia,
ossequioso ciclope
che in questi attimi
di pieno moto
e di pacato equilibrio
rimani il mio più caro
e fedele consigliere.

Rallenta un poco
i tuoi ritmi e sii paziente
almeno per adesso
così che io, subdolo
giocattolo ingordo di vita,
possa adeguar la mente
e ragionar sereno
su ciò che è meglio
da fare.

Barcolla un po'
qua su, in bilico
tra timori e dubbi
tra frenuli e allarmi
tra insidie e speranze
e tra le gioie e i vuoti
del cor, quel tenace
equilibrista cha mai vinto
si è dato nel suo infausto
cammino colmo
di tanti ostacoli.
E mentre lì all'orizzonte
due torri dilanianti fumo
e fiamme cadon giù a pezzi
e mille e più gente
vola via priva d'ali,
l'abile giocoliere
ben si destreggia
tra gli alti e i bassi
di questo ostile palcoscenico.

Il fabbricante di sogni
A tender fiato
permango, pensando a te
ed ogni più banale
fatalità persisto
ad ignorar sotto false
verità in questa
intricata reggia
d'ignobili insetti.

Fan tanto i padroni
coloro che invece
davvero non lo sono
e sotto subdole idiozie
il caparbio faro
carico di sé
piange immensa luce
per tentar invano
l'impossibile.

Ahimè quanto fango
deve colar senza tregua
dall'assurda idiozia
dei soliti lombrichi
offuscati dalla sorda
polvere e così privi
d' intenso bagliore !

Come un semplice fior
al veloce passaggio
della fertile stagione
sboccia e si dimora
anche se dopo non dura,
così passano concitate
le ore, i giorni e i mesi
che ci separano.


Ed ora che il cuor mio
è diviso da mille e più
insani conflitti, statico
perduro, cercando
per mezzo di fioche
parole di dar voce
a ciò che per altri
è irreale:
e allor che fare
allo schiarir delle nubi
o al frastuono delle strade ?

Danza piano quel anziano
ormai curvo e un po' turbato
or col vecchio e fedele legno
da battaglia che un tempo
spensierato e felice
usava per costruir
sogni e giochi
ben lontani da quel
che era vero
e di cui tutti sempre
si burlavano.

Ed ora ancor si alza
e sorride fiero
continuando
come una volta
il suo dolce balletto
pieno di allegria,
quel magico e saggio
fabbricante dall'aria
sempre attiva.

Infinitamente lei
Infinito è lo spazio
che ci separa
infinito è l'amore
che provo per te
infinito è il desiderio
di chiamarti per sentire
la tua voce
infinita è la voglia
di rivederti ancora
ancora e ancora …

L'isola che non c'è
Or quando il sol
cesserà di dar luce
alle più cupe profondità
degl'abissi infernali
e le stelle si stancheranno
di girovagar attorno al ciel
forse anche quel che noi
chiamiamo l' occhio del tempo
cederà di fissarci
e si sazierà di correrci dietro.

Oh mio buon capitano
d'oltremare, elegante Uncino,
rapiscimi e portami via da qui
sul tuo imponente galeone
e solchiamo sereni i favolosi
luoghi di quell'isola sperduta
tanto ricercata e mai esplorata.

Oh amate fatine turchine,
dolci sirene dal mendace volto
e minuscole creature
del mondo che non c'è
trascinatemi via con voi
così che io possa cantare
del vostro immenso creato
così magico e meraviglioso.

Orsù tappeti volanti,
valorosi cavalieri bianchi,
polvere di fata
e avvenenti principesse,
draghi caparbi
e conigli parlanti
avvolgete le mie grezze piume
con la ricca sorgente
della giovinezza !

Come farò ora senza di voi,
saggi folletti,
zucche incantate
e bestie dall'animo nobile,
or che il potente ciclope
a piede veloce
mi si avvicina ?

Finirò forse
per dimenticarvi
miei amati protetti ?
Crescere sempre più
senza fermarsi a pensare
a ciò che potrei diventare
qualor tutto ad un tratto
si sostasse troppo mi duole.

Ed ogni cosa sarebbe
già risolta se tu,
caro Pater,
volteggiassi un po' qua giù
e mi insegnassi a sognare
come nessuno sa fare
per non essere inghiottito
dalle folti nubi
del mio arcano futuro.

La macchina del tempo
                                   a Caterina
Avrei voluto dirti
tante cose, ma d'un tratto
nulla fu più;
immobile gemevo
e muto mi perdevo
ogni volta che i tuoi occhi
sfioravano i miei.

Ed ogni santa verità
io stesso, frivola marionetta
ed ingenuo bamboccio
d'altri tempi, congelai
e sotterrai sotto subdole
idiozie; e il non poter più
rivederti per rivelarti
ciò che mai dev'essere
celato o rinchiuso
nelle cupe celle dell'anima
ora mi rapisce il cor.

Ancor mi bombarda
e potente mi soffoca
come privandomi
di un qualcosa
l' esser privi di respiro
e con sacra violenza
strappa via quel poco
di criterio scampato
in precedenza.
Ed ora, mia gemma di vita
cosa ne sarà di noi ?

Chissà se un giorno
potrò mai rivederti,
o mia stella fatata;
e allora cosa son i palpiti
dell'esagitato cor
se non un chiaro segno
del destino ?

Ahi mia cara aurora
di primo mattino
troppo e fin troppo
aspettai per dirti ciò
che mai ti rivelai
e poi cosa rimase
di noi ?

Aria e polvere
ombra e luce
son durate qui tra noi
a contendersi il terreno;
o mia adorata brezza
cosa farei se potessi
tornar indietro !

Se sol conoscessi
gli oscuri segreti
di questa maledetta
realtà che noi,
ignobili montaggi
di carne e d'ossa
ancor non avvertiamo,
ideerei sol per te
un utopico congegno
per riavvolger tutto
e poter tornare da te
rivivendo così lieti
quei bei momenti
già vissuti un tempo
e che forse mai più
potremmo rivivere.

Insieme
Forse qualora tutti insieme
guardassimo lassù in cielo
verso quelle candide nuvole
e alzassimo lo sguardo
solo per tentar
di sfiorar le magiche
stelle del nostro giovine cor,
riusciremo davvero
a vivere per sempre insieme
anche se lontani
forti emozioni
come nessuno può farlo.

Soli e lune vissute
a tender l'udito
verso le fresche sinfonie
del quieto mare,
lasso dal tanto moto,
docce di farfalle,
benevoli spiragli di vento
ed eleganti chiome
di pregevoli girasoli
accompagnavan le note
dell'amata orchestra
di cicale in quegl'eterni
giorni d'estate.

Infinita gioia
e luci perenni
si son vissuti assieme
in così poco tempo
ed è triste pensar
che gli occhi nostri
non si potran rincontrare
poiché veraci sorrisi
e felici ricordi
c'han per molto dipinto
e sono sbocciati
sotto l'attenta cura
della suprema Legge dell'etra.

Insieme,
insieme per sempre,
come cuori
inseparabili, resteremo
se solo il volere
di noi esseri mortali
potrà mai essere esaudito
per poter provare
anche solo per un istante,
ancora una volta,
tutto ciò che insieme
abbiamo vissuto.

Campioni del mondo
Sono minuti in bilico
tra disfatta e successo
ove stanco incede
il malevol orologio
come per far dispetto
alle ingenue pedine
di cui si è sempre
fatto gioco, ed ogni cosa
è nulla, priva di fiato,
come morta, incoerente
e d'un tratto ammutolita
mentre lì per lì l'erbetta
vien dolcemente calpestata.

Attimi rapiti
come in un sogno
mai finito, lenti respiri
strappati via dal solito
vento passeggero
e sguardi fiduciosi
fissi verso quella tela bianca
per ora esposta lontana,
costernano quei nobili
campioni dall'animo
azzurro.

Azzurro come il ciel
di prima luce
che appena sfornato
balbetta un po'
e poi si alza su
come quella magica sfera
sprizzata come un razzo
al sol tocco
del potente Stivale.

Per pochi,
minuscoli e interminabili
istanti tanto si aspetta
ed è come se tutto
si fermasse al rigido
comando del neutral Arbitro
che da lassù assiste
compiaciuto.

Ed è subito trionfo
or quando vien trafitta
la rete, poiché è vittoria;
immensa gioia,
infiniti palpiti
e sfrenato giubilo
esplode allora nel cor
di mille tifosi
ed è festa nel veder
la fedele bandiera
tricolore sollevar la tanto
sognata coppa
sempre più in alto,
dove tutti loro
in quella notte stellata
felici si librarono.

Mio piccolo amore
Restan pochi istanti
per poter fuggire via
con te, eterna luce
del mio fragile cor,
oltre gli oceani,
il sole, le stelle,
le nubi e le volte
di codest'opaco cielo.

Se tu grandiosa Roma,
indiscussa dominatrice
del rimpianto passato
e suprema guardiana
di sempre di quel mondo
fin troppo sognato
e mai realizzato,
risorgessi dalle turpi
nuvole che da tempo
ti celano, ogni mia vana
pretesa sarebbe da te
già placata.

E mentre giaccio qui
a dipingere ciò
che rimane di questa
sporca realtà,
tu, mio dolce
fragore di vita,
mi abbandoni sulla rude
terra bruciata
delle mie angosce.

O mio piccolo amore
di giovine età,
che giungi da lontano
a dar continue noie
e a tormentar
mille e più volte
questo fugace spirito
ingordo d'ambizioni
e desideri,
non dondolarmi
più del dovuto
ma vivimi ora
con pacata dolcezza
finché codeste sporche ali
non cesseranno
di muoversi e di dar
così lustro alle loro
grandi capacità.

Osservando impietrito
E dovrei indossare
una maschera
io, sciocco ribelle
dell'odierno tempo,
senza poter davvero
esprimer ciò che penso
e dar sfogo
alle mie libellule ora
agitate come non mai ?

Ooh cielo, quale sorte è la mia ?

Se non potrò tendere
alla sua mirabil bocca,
che cosa allora
dovrebbe animarmi
per poter vivere
ancora e lasciarmi qui
solo e speranzoso
osservando impietrito
la mia lenta agonia ?  

Ombre furenti
Percorro ormai inerme
le luride fogne
della mia misera
nazione, errante
tra i rigidi scudi
dei rozzi popoli
barbari.

O moleste pinze
intessute qua giù
e legate per benino
fin qui fra le salde
radici della celeste
pupilla del sol
cosa mi combinate ?

Invece di liberar
da gravi sussulti
e sofferti pianti
codesta mia retta casa,
osate aggravarla
con futili questioni
lievi come petali ?

Ed io oramai
chino il capo
inibito di fronte
al caos che da dentro
mi divora e rassicuro
le dolci farfalle,
fedeli compagne
di gioventù.

Che le più furenti
e morbose ombre
dell' animo mio
si preparino allora
una buona volta
a far bagaglio !

E che ogni cosa
in cui credevo
svanisca per sempre
purché lei, fulgido
assioma da sempre
tanto amato,
mi lusinghi
con sentita volontà
e faccia palpitar
il mio lustro cor
ancora una volta
come un tempo,
né tanto amico
né troppo fallace !

Innocenti evasioni
E quell' inconsce volatile
piovuto giù
dagli argini del ciel
per dissetarsi
dei tanti vestigi
sparsi di su e di giù
per codest' elisio
ora atterra sulla tenera
lana, fiorita dal seno
della divina Etra
e raccoglie il frutto
della linfa seguita,
partorita dal prestante
Arciere del sol.

Danza il folle pennuto
fra le bianche chiome
del saggio Eolo
e accarezza le docili
acque del Sovrano
dei mari ; si dondola beato
fra le candide frecce
sparate da Eros,
sprizza via da un monte
all'altro insiem
al frivol Messager
e beve il dolce calice
del sublime Dioniso.

Or ora si prostra dinnanzi
al suprem' Imperator
dell'ignoto spazio
e assapora gli intensi
profumi di quella terra
fin troppo ingorda
di flagrante beltà ;
distende poi le ali
infangate di perfidia
verso l'attraente Fior
e tende le sue
ormai grezze piume
di fronte alla fiera
Lancia combattente.

Al palpitar del cor
nulla risponde
aldilà degli usci
fulgenti le rare
epistole dei popoli
passati e scolorite
dall'ignobil serra
che ancor sotterra
le reduci fiaccole
invocanti ausilio.

Ahi solenne terra,
dimora dei tempi
andati, come ti sei
ridotta ora,
tu nobile patria
e sangue erudito
dei miei antichi avi,
solo per vantarti
dell'orrido automa
che il cosmo devasta ?

O dei sapienti
della più lontana
terra d'occidente
del gran re Macedone,
concedetemi il lusso
di poter evadere
oltre quei cancelli
così da annidar
le mie caste idee
bisognose d'aria.

Per il piccolo Tommaso
Ove cieca e sorda
si erge l'immensa reggia,
che trafigge le siepi
del mio retto giardino,
languide gocce
d'un così fugace splendor
cadon giù come sassi,
cedendo voce
agli abissi del suolo.

O illustra gente
dei tempi remoti,
che state lì seduti
ad assister come statue
ai patetici inganni
di noi moderni,
ammirate il gelido
spegnersi d'una vampa
da poco animata.

O piccolo angelo,
augello del ciel,
vola via di qui
lontano dai cani rognosi,
dai bifolchi avvoltoi
e da quelle ibride belve
divoratrici mai sazie
di pura innocuità.

Ahimé vetusta penna,
se in codesta misera
stalla d'infide canaglie
e di luridi suini
non v'è minima traccia
d'ingenua bontà, forse
non val davvero la pena
sprecar tant' inchiostro.

Dond' evitar
ulteriori indugi
ora m'affretto a terminar
i miei futili versi
poiché difetta il colore
per l'orrendo delitto
commesso da simil zecche
ed il tempo scorre ...

L'ebbrezza del mattino
O sovrana gioventù
devastata dal delirio
non lasciar che t'inganni
quel famelico genietto,
lavati dagl'insozzi
piaceri mondani
e accogli con dolcezza
l'amato sorriso di sempre.

Bandisci dal tuo fetido
corpo, gravido verme,
quell'orrendo fetore
di vanità, d' arroganza
e di dama avidità, tu
che avveleni le menti
di noi tutti
con astuta arguzia.

O pazza coscienza,
defraudata dai risonanti
rimbombi del consueto
ticchettio, fa sì che io,
stolto balocco
del paese incantato,
possa per una volta
elevar le mie insulse
membra verso l'alto,
tramite codesta mia
nobil arte e goder così
dei piacevoli fervori
che da lassù di continuo
traboccano.

E tu, mia sobria ragione
resisti ancor per poco
poiché prima o poi
saran le prime luci
del sol a dilaniar
quelle morbose
catene che con forza
ti abbracciano.

Ave Maria
O santa Vergine,
generatrice di luce,
procreatrice della vera vita
e lupa benevola
di pace e d'armonia,
tu che hai patito tanto
le amare pene procurate
da quella donna sfigurata
dalle acute lance del tempo
e sei sfiorita
di fronte alla crudele
maschera della beffa,
volgi anche per poco
il tuo sorriso scolpito
e il tuo candido volto
verso ciò che resta
di codesto mondo
rintanato nell'infida
tana del serpente.

O madre della Giustizia,
ave Maria,
tu che hai assistito
al precoce consumarsi
della tua amata creatura
da molti tanto lodata
dopo la triste notte
e accusata e derisa
durante il suo breve
soggiorno fra noi esseri,
ammira a cosa
è arrivata la ben curata
indifferenza degli uomini.

A non veder aldilà
del proprio orticello
siam giunte
noi patetiche creature
delle più cupe profondità
terrestri: noi che
ci crediam grandi signori
non siam altro invece
che ipocriti conigli,
timidi volatili
e riprovevoli testuggini
dal fatuo aspetto.

Nitida colomba del cielo,
o bella puledra del sole,
cosa dobbiam fare,
noi insulse blatte
e sudici insetti
che mai tregua
nel vincere ci diamo
se continueremo ad issarci
sulle infauste cortine
dei timori più ingenui,
per affrontar
con energica forza
codesta sporca realtà ?

Guidaci Tu,
eterna cometa
che strappi la buia tela
dall' avvilita immagine
del docile cielo
e scaccia via per sempre
quella nera biscia
che solo male
ha procurato durante
il suo sudicio percorso.

Orsù allora
stolta gente
dei tempi moderni
strappate dalle fauci
dell'insana bestia
la pecunia bellezza
che solo per mezzo
dei miei semplici versi
potrà forse
riprender fiato.

Invisibili
Ribolle dentro me
quel torpore
che ancor mi inquina,
le dolci fiamme del deserto
danzano giocose
tra le mie deboli carni
e la nera sabbia
dell'ignaro intruso
soffoca il mio
già lento respiro.

E adesso mi do pensiero
sulle infinite pulci
sparse per codesto globo
che afflitte da ancor
più dolore si dimenano
qua e là per le quieti
case e i dormienti
palazzi, mentre lì
al buio vi riposano
quei grandi cavalieri.

Demoni oscuri
e infidi spettri
ci terrorizzano
e ci dominano sotto
false sembianze;
cosa fare allora se non
sguainare le spade ?
Gli invisibili predoni
delle strade stanno lì
ad aspettar la notte.

Loro forti prendon
le spade e li affrontano
senza alcun timore,
poiché ormai niente
li vince di più e fieri
del lor essere
barcollano per le tetre
vie dei loro affanni
e del malevol sonno
che pende su noi tutti.

Rimasti soli
ad ascoltar
gli immensi frastuoni
notturni e fra le fioche
luci dell'alba
non si dan tregua
nel scovar il dispettoso
genietto che ogni cosa
osserva e contempla
dall'alto delle sue mura.

E si alzano degni
con le loro languide
armature gli invisibili
cavalieri delle strade.
Or lì dove non è possibile,
noi falsi schiavi
del tanto temuto ciclope
solchiamo con la sola speme
le infinite volte dell'amor
e dell'affetto che sol
quelle lucciole posson dare.

Cristalli infranti
Pioggia di metalli,
momenti di sgomento,
sguardi persi,
parole mute,
strade bagnate,
cristalli infranti,
ricordi svaniti,
fiumi di tristezza
e corpi inerti
di fronte a codesto
veloce e assonnato
giorno in apparenza
simile agli altri.

Tutto si ferma
al fracasso degli squilli
e delle voci passanti
per quel filo nero
e soltanto l'orrendo
ciclope del tempo
continua a brontolare,
indifferente a ciò
che è appena accaduto.

Immagini fulminanti,
ore di angoscia
e domande invadenti
circondano ciò
che resta del mio cuor,
poiché pochi flutti
dividono la luce
della vita dalla palude
della morte incombente
e dell' attesa frenetica.

Quanto dovrò aspettare?
Quante luci dovrò
veder svanire
nelle tenebre del mistero?
Ed il camion dell'arroganza
e della ricchezza incolta
s'infrange sul dolce sorriso
di colei che per sempre
rimarrà accesa
tra le foto del mio album
colorate di quel verde
che mai via se ne andrà.

Ed io alzo i miei piccoli
occhi mortali
verso codesto cielo
tempestoso e piovoso
per cercar di dare
una risposta
a cotanta pura acqua
persa tra i flutti
del grigio asfalto.

Chi siamo noi
Che cosa ci accade ?
Cosa ci succede ?
Siam davvero noi,
mortali, a voltare
le spalle all' orrore
di codesto morbo
intrinseco e immerso
nella nostra natura ?

Siamo sul serio noi,
piccole e futili
formiche, a farci
burle delle pene
altrui ? Siamo noi,
fiori appena
sbocciati, a sputar
sul lavoro di coloro
che credono
nella Giustizia ?

O poveri noi siamo,
se ci nascondiamo
sotto il nostro guscio
o se fuggiamo via
dalle piccole sale
della pura realtà
per viverne una
molto più falsa
e indecente.

Laviamoci allora
da codesti soprusi
e dai fiumi contaminati
dell' indifferenza
che scavano ancor
sul volto del nostro
pianetino, isolato
tra le oscure luci
della verità perversa.

Non voltatevi
verso l'ignoranza
di chi non vuol
vedere, per entrare
nelle tetre stanze
delle vostre menti
poiché ancor tanto
si deve fare.

Chi noi siamo ?
Ragazzi di strada,
ricchi di buona volontà,
di orgoglio, di principi,
di ragione e di occhi . . .
con i quali guardiamo
inerti e terrorizzati
il disfacelo totale
che ancor ci circonda.

Voi che rimanete lì
fermi e immobili,
non contemplate
i piaceri mondani
che percorrono
il mondo odierno,
ma aprite la mente
a ciò che è reale !

O mondo vano e cieco,
mondo di vignette,
di pregiudizi, di reality,
di burle, di frasi fatte,
di specchi e di parole,
noi altri ti sorreggiamo
anche se poco tempo
ancor ci rimane
per fare tanto
e parlare poco.

La fossa del serpente
Oro scarlatto,
pietre argentate,
pavimenti lucenti
rintoccati di bronzo,
anelli ed insegne
maestose
da sempre decorano
quella fossa
buia ed infida.

Piogge di diamanti,
corridoi brillanti
e soffitti dorati
pendono su di noi
povere bestie
del tempo presente
e sull?altopiano laggiù
numerose frazioni
cadon giù a pezzi.

Sarebbe codesta
la casa del Signore,
portatrice di pace,
armonia, amore
ed umiltà ?
Non tutt? i torti
allora c? aveva
quel monaco di Germania
che divise i cristiani.

O voi stolta gente,
asini burloni
e bifolchi invadenti
non rimanete
lì immobili
seduti con i vostri
amati giubbotti,
disdegnate invece
la vera tana del vizio !

Oramai quella Stella
si è spenta;
e di così luminose
quante ancor
ne rimangono
immerse in codesto
spazio oscuro
ed infinito che domina
ogni cosa ?

O potente imperator
del ciel supremo
spazza via
codesta tua
istituzion
per rifondarne
una nuova, più viva
e accesa di quanto
non fosse stata innanzi !

Poiché mentre prima
era pura e sacra
or come ora sguazza
tra il concime
di codesto amaro
calice, da cui tutte
le tue creature,
da Te tanto amate,
han purtroppo bevuto !

Vento tra le foglie
Scende piano la notte,
in silenzio senza
svegliar l'orco
che dorme,
la graziosa luna
come il lucente sol
abbaglia il piccolo
pianeta azzurro
ed il vento
danza soave
tra i rami degli alberi.

Ancor si muovono
quelle nere lancette
dallo stran aspetto
che bisticcian
tra loro,
dando vita
ad un ridondante
ticchettio.

E mentre la quiete
sovrasta il luogo,
il vigile occhio
del fagace tempo
riman lì a fissar
ciò che per sua legge
è sempre
in pieno corso.

Dall'alto invece
corre veloce
quel carro impazzito
senza più dar conto
a nessuno,
come una gazzella
in fuga
dal suo predator.

Le ordinarie catene
del quotidiano
stringono ancor
il mio povero cuor
tra le fioche luci
della verità perversa
di codesta maschera
di latta.

Una lacrima
pian piano
scivola via
dal viso candido
di colei che solo
col suo dolce
e luminoso
sorriso
può ridar luce
a codesta notte
cupa e misteriosa.

La primavera della vita
Siamo come
piccoli cuccioli
allattati dalla forte madre
e vicini al padre sognatore;
nasciamo dalla felicità
di chi ci vuol bene
e restiamo uniti
dall'amore e dalla giovinezza
che bella come la primavera
ci culla nel suo dolce grembo.

Illuminati
da cotanta luce
e accarezzati dalle soavi
onde del mar
corriamo insieme
tenendoci per mano
e voliamo via liberi
lassù in cielo
dove soltanto Lui
può stare.

E allora godiamo
di questi lieti giorni
e rallegriamoci
di quel che abbiamo
poiché un amaro giorno
rimpiangeremo
ogni cosa passata !

Danziamo dunque
intorno ai fiori
fragili ma splendidi
della nostra illustre
stagion e invece di pensar
a quel che un giorno sarà
demoliamo insieme
le barriere della pigrizia
e dell' insolenza,
vivendo in piena libertà
i bei momenti
di codesta tela bianca
colorandola con magici sorrisi
e con la fantasia
di chi non vuol mai crescere.

Animo tormentato
Sarebbe bello
poter tornare indietro
per cambiare ogni cosa
e per evitare i dolori,
le sofferenze
e le sconfitte della vita,
ma purtroppo
non è possibile.

Sono solo un ragazzo,
ormai disorientato
nella selva oscura,
pieno di dubbi
domande assillanti
e timori sterminati,
dopo tante pene subite
e non ancora risanate.

Molte cose tutt’ ora
mi affliggono
tra cui la figura
perplessa di Dio
Onnipotente,
e l’ impensabile concetto
di Perdono,
visto come una casa
senza fondamenta.

Mi do tormento
nell’ oscurità del bosco,
di come ogni cosa
al mondo venga
prima usata
e poi lasciata annegare
nel mare profondo
del tradimento.

Riflettendo infine
sulla caducità
della vita umana,
mi chiedo
se vale la pena
andar avanti,
pur sapendo come tutto
al soffio gelido
della morte
si estingua
e non emetta più
alcun respiro.

Un gabbiano morente
Quanto vorrei volare via
da questo mondo scellerato
pieno di guerre, dolori
cattiveria e tanto triste:
Così triste che la luce
delle mie lucciole non basta
per indicarmi un cammino sano e giusto.

Vorrei gettarmi nel vuoto
e aprire le ali verso un mondo migliore
senza delusioni e malattie morali
per poter assaporare il vero senso della libertà;
Col tempo forse capire potrò
ma le ali ancora non si aprono
e per terra continuo a soffrire.

Ferito e afflitto,
malato e contorto,
ho bisogno di qualcuno accanto a me
per poter volare via,
nessuno però soccorre il povero gabbiano
disperato che per terra
si sgomenta e invoca aiuto.

Il gabbiano sempre più fiducioso
via si trascina tra la polvere infame
di un mondo tanto cattivo e perfido,
dove solo la fede
e la vecchia e saggia speranza
restano le uniche ali
per poter prendere il volo.

Prendere il volo almeno moralmente
dove il gabbiano sporco
e ormai morente
potrà volare via verso quella felicità
da sempre tanto desiderata
e molto spesso tanto attesa
ma fino in fondo mai veramente provata.  

Nuvole all'orizzonte
Il cielo si oscura
e la terra improvvisamente diventa scura.
Pian piano giungono grigie dall’ orizzonte
ed ora mi son di fronte !

Un po’ turbato ,
ma per niente spaventato
le osservo da lontano
sperando che non facciano molto baccano.

Esse sovrastano le case
e tutt’ intorno tace ,
anche se alla base
di ciò ogni cosa pura
all’ improvviso imbruna.

Si avvicinano sempre più
ed io mi chiedo :
“ Che cosa in futuro accadrà ? ”
“ Pioverà ? ”
“E se si , quando succederà ? ”

Domande frangenti
e risposte sempre frequenti
in questo pomeriggio di Settembre
tutt’ora immerso nelle tenebre.    

Vago e perlustro
Vago e perlustro
le vie desolate del blu oscuro,
cado e mi rialzo
nella notte colorata di scuro.

Penso e rammento
le delusioni dell’ amore
appoggiato al mento
e scrutando per ore
il passar del tempo lento.

Vago e perlustro
i sentieri bui
e il cuor che dentro me richiama
e mi domanda :
“Dove stiamo andando?”

Penso, osservando :
“Dove sei
luce dei miei
sorrisi?”

Vago e perlustro
dinnanzi a quella siepe
e in questa notte di mistero
mi chiedo :
“Io dov’ ero?”

Affetti familiari
È buio sopra il tetto
e steso sul morbido letto
sono costellato dal dolore,
ma circondato da vero amore.

Qui sono malato
e con il cielo stellato,
mi appresto a ricevere
e ad avere con piacere
tanta tenerezza
e amorevolezza.

Una felice brezza
da coloro che erano
sono e saranno
le mie lucciole
che sempre mi guideranno,
in tutto il corso del mio lungo anno.

Pensando a lei
Qui su quest’ isola
distesa sul sereno mare
mi trovo ora ad ammirare
il panorama estivo che mi circonda.

Come una veloce onda
è già approdato l’ amore
nel mio cuore
e pensando ai suoi capelli
così lisci e così belli
passeggio tutto solo, meditando
pensieri profondi ma dolenti.

E ripensando
ai suoi occhi lucenti
continuo a passi lenti
accompagnato dal suono delle cicale
che per le rispettive pinete sale e sale.

Nuovamente continuo a lei pensare,
forse a illudermi
ma sempre a sognare
le sue dolci mani,
che forse un domani
potrò anche accarezzare.

Mi siedo poi ad osservare
il mio amico sole tramontare
e alla vista di un gabbiano volare,
un pensiero il mare sorvolerà
verso colei che da qualche parte aspettare
mi starà.

La stagione dei girasoli
Passeggiando accanto al mare
mi incanto ad osservare
colei che seduta
l'orizzonte scruta.

Un girasole lei rispecchia
che sostituendo l' aiuola vecchia
fiorisce di immensa giovinezza
e di sconfinata appariscenza.

Una fanciulla e un girasole
son creature di pura bellezza,
che vengono dal vento accarezzate,
dalla luce solare illuminate,
e dal mondo esterno ammirate.

Al cuor non si può comandare
ma alla vista di tanta beltà
e di illimitata venustà,
si può solo sperare
che codesta stagione
non possa mai terminare.      

Lamenti nella notte
Artigli d'acciaio,
lame di ghiaccio,
coltelli di vetro
e falsi sorrisi
trafiggono
il povero volatile
senza tregua,
allo svanir del sol
e al passar delle nubi.

Urla e strepiti
mi devastano
il cuor e solo
le mie amate
lucciole ancor
mi son vicine
al trapasso
del malefico
uragano.

Dolori e tormenti
lancinanti
e strepiti assillanti
devastano le fragili
capanne della ragion
e soffia forte
il bruto vento
su questo corpo
assai innocente.

Tanto fracasso
invade questo
spirito nella notte
più buia
del mio fausto
cammino
nel giardino fiorito
di codesta intensa
primavera.

Ecco il mio Salvator !
La luce del dì sereno
spazza via la notte
e mi lava
dalle folgori
della tempesta,
anche se la serpe
del peccato riman
sempre in agguato.      

La stanza degli specchi
Barcollando
fra i cipressi
della mia adolescenza
continuo a camminare
per il misterioso vicolo
delle mie angosce
e dei miei quesiti
più profondi,
colmo di rabbia
per coloro che oramai
su quell’ isola
non ci sono più.

O voi
che da cotanta ingenuità
vi inabissate nelle torride
acque di codesto mondo
pieno di infamia,
di ingiustizia
e d’indegna crudeltà,
non vi curate del moscone
che vi gira attorno
ma spalancate
il vostro cuor
a nuovi orizzonti!

Annegar
nelle indulgenti
e incessanti correnti
della pura realtà
e consumarsi
come un fragile scoglio
per le rive del mar
è futile
in confronto
agli accesi riflessi
che dominano
quella stanza.

Davanti agli specchi
della menzogna
il vero diventa
sempre più vano
ed ogni nostro gesto
ancor più inutile,
mentre l’abbagliar
delle lucenti superfici
fa sì che la nostra mente
sia accecata senza
più dare ascolto
ai palpiti del cuor.   

La torre campanaria
Ascoltar
i risuonanti rimbombi
del campanil oscuro
e aprire gli occhi di colpo
per rendersi conto
delle vaghe illusioni
che circondano l' uomo,
vuol dire svegliarsi
da un sogno.

Svegliarsi da questo mondo
di opinioni e di credenze,
di parole e di apparenze
cominciando a comprendere
in quale luogo
noi esseri umani
ci troviamo.

Svegliatevi allora
uomini di codesto tempo,
ascoltate i rintocchi
del campanil severo
che indica l'ora
del vegliar
per conoscere il mondo
in cui vivete!

Orsù, dunque
non li udite
anche voi i suoni
della nera torre
campanaria?
Alzatevi quindi
dal prato del bosco
e andate in cerca
della luce perenne!

Ma badate
a riconoscer
coloro che
vi giran intorno
poiché son lupi
travestiti da pecore.

Ancor rimbomba il campanile
sempre più forte
e il suon riecheggia
per tutta la selva,
dove anch' io apro gli occhi
per prendere coscienza
di ciò che mi circonda.   

A zia Marcella
Andando avanti
per la diretta via ,
mi fermo accanto ad un Fior ,
bello e attraente ,
prosperoso ed innocente ,
e al sol guardarlo
il cuor palpita ancor più
e mi procura
immensa gioia e tenerezza.

Tutto allora tace ,
mentre il Fior
si dondola qua e là
al passaggio del vento silenzioso .

All' improvviso
del dolce Fior
lo stelo si inclina e appassisce :
Ciò fa sì che nella mia mente
riviva soltanto
un dolore tormentato
e una sconfinata amarezza.

Nel veder un Fior
così raggiante e lieto,
spegnersi nel misterioso
mondo della vita,
e dell' Ingiustizia divina ,
io non posso far altro
che ricordare la bellezza
di codesta creatura
piena di purezza e felicità,
volata via
come le rondini
al mutar della stagione.   

Anonimo
Un cammino tortuoso
sto adesso compiendo
tra i miei pensieri
e le mie paure passate :
E ora mi ritrovo in mezzo
ai tanti fantasmi e ai mille corvi
della mia adolescenza.

Da solo continuo a vagare ,
senza nessuno che mi voglia ascoltare ,
nell’ ombra delle mie domande
più nascoste e incerte.

Purtroppo ancora non so
la meta del mio tragitto
così tortuoso e colmo di ostacoli
da superare giorno dopo giorno.

Mai voltarsi indietro !
No , mai ! Lasciare il passato dietro di sé
la cosa migliore è !
Andare sempre avanti !
In cerca della luce per orientarsi
e aver così libero sfogo ai propri dolori
e alle proprie aspirazioni.

Liberar i miei tristi ricordi
ora devo !
E ripensando per l’ultima volta
ai timori più cupi del mio cuor,
continuo a errare
in cerca di un luogo
dove poter di nuovo amare.   

Il sentiero dei tulipani pungenti
In cammin per un sentiero
lì sperduto dov’ ero,
vado avanti ora
mentre il cielo si colora
e la luna pende
come il mio cuor per lei risplende.

Verso la spiaggia continuo adagio,
pensando sempre a lei con disagio
mi sento male al sol ricordo di pensieri dolenti
e tra i tulipani pungenti
mi avvio contro insidie ingenti.

Triste e assorto mi dispero
e solo spero,
scrutando il marino paesaggio,
di aspettare pazientemente
il suo piacevole passaggio.

Sono qui seduto
Sono qui seduto
a studiar sul libro voluto
e a pensar non mi do pace…

Se fossi un rapace
che vola lì in alto
con gli occhi di cobalto,
se il tempo si fermasse
e l’ orologio si bloccasse:

Che cosa ne ricaverei?
Il mondo sovrasterei?
E della vita che ne farei?

Sono qui seduto
a guardar le stelle
e ad amarle come sorelle.

Sono qui seduto
ad accarezzar le celesti nuvole,
a scrutar il cielo
azzurro e pieno di illusioni,
e questo molto mi duole …

Sono qui seduto
su questa sedia
fragile e muto …

Il giardino fiorito
Come un fiore
sboccia la vita
e con il passar delle ore
contando tra le dita,
crescono i petali dell’ armonia:
bruciando quindi la monotonia
e spruzzando via
gioia come una dolce melodia.

Come un’ onda del mare
arriva nel cuor l’ amore,
veloce senza fermare
la passione e i sentimenti del cuore.

Così rapisce il fortunato
che felice di essere nato,
si lascia andare
ad una serena impollinazione;
Che alquanto pare
andrà prima o poi a schiantare
sul durissimo scoglio del dolore e della falsificazione.

Come una farfalla
vola via la fanciullezza
e del sol ricordo della tanto amata giovinezza
il fior traballa
ferito da un’ imperscrutabile falla.

Crescere ...
È sera adesso
ed io ripenso spesso
ai miei giorni passati
e a quelli tanto sognati.

Mi siedo di fronte alle stelle,
mie compagne gemelle
del mio percorso
ormai trascorso,
ed inizio a ricordare con rimorso
quanto per lei ho sofferto
scivolando nell' erto
cratere della rassegnazione e del dolore.

E mentre passano le ore
continuo il mio tragitto
con coraggio e con ardore,
trafitto però da un misero raggio di sole.

Solo e abbandonato ora mi trovo,
dove solamente un fitto covo
di ricordi mi rintrona
e ancora forte tuona.

Lasciato il disagio alle spalle,
proseguo per il mio calle
pur sapendo che il ragazzo che un giorno fu
purtroppo non ci sarà mai più.

La ragnatela dei ricordi dolenti
Tanto tempo da allora è passato,
eppure sembra che tutto ciò non ci sia mai stato,
anche se io stesso sono molto cambiato.

Quanti rimpianti frequenti
nella mia ragnatela dei ricordi dolenti !
Essi fanno male e ostruiscono la mente
anche se Dio dall’ alto ogni cosa vede e sente.

Nella tela del ragno
sono imprigionati
i miei pianti e i miei rammarichi mai sognati,
come in uno stagno
pieno zeppo di massi e sassi
difficili da rimuovere.

Io so soltanto che col trascorrere
del tempo, la ragnatela
tanto odiata e mai sperata
via se ne andrà
e un nuovo passaggio da intraprendere
certamente aprirà.

 
Alla mia Italia
O mia dolce terra, dov’ è finita la tua intramontabile Virtù ed il tuo infinito Vigore?
Allo stivale malconcio vado parlando in codesti anni bui:
Fin dalla notte dei tempi, o tu bella stirpe mia, forgiavi l’acciaio della tua forza, scolpivi la statua
della tua grandezza e scrivevi le pagine della tua storia.

Sempre si ricordavano di Te, mia amata patria, che ad ogni tuo passo tutti gli uomini sempre si chinavano: bei tempi quelli in cui la tua immensa dottrina si sparse per la rozza Europa,
purificandola dai popoli incivili e senza legge.
E adesso dove sei andata, mia lupa benigna che allattasti il futuro della grande Roma?

Oh, se si potesse tornare ai tempi del Cesare vittorioso e del saggio Aurelio ogni campo
fiorirebbe di nuovo. Oramai però nessun più ricorda l’invincibile armata romana ed i suoi uomini;
la nera nuvola dell’ avidità e dell’ arroganza ha oscurato gli antichi valori della mia lodata nazione.
O potenti d’Italia, falsi e burloni, incuranti e ancora più eleganti, non lo vedete anche voi?

Gli insidiosi stranieri che un tempo schiacciammo sotto i cavalli e le spade della potente Italia, ancora battono ai nostri confini e marciano di nascosto nel nostro bel paese. Dov’è stato sepolto lo spirito di nazione? Fai attenzione popolo d’Italia a non aprire le porte delle vostre case ad orsi e a lupi selvaggi, che a prima vista sembrano innocui !!!

E allora alziamo al vento il nostro tricolore e cacciamo via gli intrusi bugiardi e usurpatori !!!
Crederci è inutile, se il Sogno ci circonda ! E mentre più in là, una donna in lacrime con il velo nero si asciuga l’ormai grinzoso volto, la magica scatola ci incanta con le sue favole ridicole e buffe, ma pur sempre ingannevoli e dominanti.        

La foresta dei rovi avvelenati
Sospiri nell'ombra frastornano la notte, beata e tranquilla. Deturpata è
la quiete notturna da codeste ferite che mi affliggono e continuano a soffocarmi
insieme a quello sguardo intinto nel rovo colorato di rosso.

Mi dimeno qua e là fra le spine della perfidia e cerco a tutti i costi di
evitare quelle foglie pungenti che ancora adesso mi trafiggono. A stento
vado avanti verso quella porta semiaperta che lontana dal mio cuore rassegnato
ed innocente, mi saluta con un ghigno crudele.

Inoltrato in quella foresta, cola via il sangue del mio dolore dai cespugli
della vergogna, che si immergono nel veleno della mia dolce caduta. E mentre
da lassù la luna sfortunata è la spettatrice di questi eventi, voltandosi
disgustata e sfigurata da tanto terrore, quelle affamate creature ancora
mi inseguono per la tetra via.

Ancora di più si avvicina quella porta, che prima posava distante e chissà
al di là di quella che panorama mi accoglierà !!!
In fretta devo decidere, per non essere sbranato da coloro che pasto dopo
pasto diventano ancora più famelici. E allora scappo via da questo posto,
facendomi spazio tra i rami spinosi della mia coscienza.

Ma se proprio la divina Provvidenza me lo impone, incomincio a correre più
veloce, lasciando dietro di me quelle bestie selvagge e toccando con mano
quella maniglia fredda e impregnata di polvere. Affaticato, ma per niente
impaurito spalanco l?uscio della mia libertà, inconsapevole di ciò che è
gia stato scritto.

Sono allora investito dai raggi solari che accompagnano il mio precoce desistere
in un immensa nuvola di lacrime e di sconforto e cado giù da quel burrone,
pensando soltanto a ciò che fu e a quel che forse, volando via in cielo,
ci sarebbe stato.  

Grazie Karol!
Istanti di preghiera, palpiti insistenti, sguardi fiduciosi ed ore d'attesa
dipingono codesta notte tanto travagliata e silenziosa. Per la Piazza una
moltitudine di gente sta a guardare lassù verso quella finestra, illuminata
dalla divina Speranza che mai presiede nell'ozio.

E mentre una bandiera bianca e rossa sventola nell'aria notturna, l'angelo
del Cristo risorto scende giù dal regno dei cieli per accompagnare quell'Uomo
nel suo ultimo viaggio verso quel Dio tanto cercato e lodato. Alla vista
della celeste guida l'Uomo sofferente sorride compiaciuto e pian piano si
addormenta con nella mente il ricordo della tanto amata gente.

Sospira dunque contraendo il volto per l'immenso dolore di quella croce trascinata
a lungo sulle sue spalle vecchie e dolenti, ma oramai non più inferme. Suoni
dolci di campane squarciano il silenzio e dopo ne segue un lungo battito
di mani; persiste però il continuo rattristarsi per la scomparsa di quella
Stella a lungo seguita e adorata.

Le nostre parole non bastano per descrivere l'infinito dolore che in questo
momento ci domina, ma dall'alto altri due occhi da oggi ci guardano e desiderano
con tutto il cuore il nostro bene e la nostra felicità. Che ogni creatura
allora continui il suo percorso senza amareggiarsi e conquisterà così il
riposo e la quiete dovuta oltre i cancelli del Paradiso !!!

Una colomba spicca il volo ed il messaggio indicato da quell'Uomo ripercorre
il globo unificando razze, popoli e religioni diverse e
costruendo così un nuovo mondo fatto di pace, fede e amore.

Tutti poi alzano le mani al cielo e con un << Grazie !!! >> salutano quel
vecchio dall'aria innocente e dagli occhi lucenti che ricambierà con il suo
sereno sorriso e con il sorgere di un nuovo giorno.   

Bagno nell'oblio
A volte apro gli occhi e mi volto verso quelle mura che celano
la realtà ed il mondo buio, nel qual si trovano le virtù che
i nostri antenati possedevano.
Sono lì allora quei valori che un tempo furono :
Oltre il muro di cemento son imprigionate l'Audacia dei cavalieri
ed il fuoco ardente delle passioni d'Amore.
Nuotano lì, codesti pregi che oramai nessun ricorda più.
Sprofondati nell'oblio sono anche il Rispetto e l'Ordine delle
cose che una volta mossero il mondo.

Sul fondo della valle è steso quell'alato cavallo dalla dorata
chioma che lassù volava fra le nuvole del cielo supremo.
Cadde giù poi quell'agile stallone, che chiamavano Dignità, ferito
dal dardo avvelenato dell'Arroganza.
Sostituiti sono quei campi d'erba ben curati un tempo, rappresentati
dai valori cristiani, da cespugli e da rovi irregolari ed erti
da attraversare, che si denominano Avarizia e Incuria: ciò accadde
solo per coltivare il proprio orto.
Ora la cera della candela Giustizia, si è consumata ed un Falco
soddisfatto vola per le case in cerca di qualche preda, affamato
per il lungo digiuno.

L'angelo dell'empireo poi ricopre l'etere con la notte consolatrice
ed io alzo lo sguardo, in cerca di quella Stella che con la
sua fioca luce tenta d'arginar l'incombere delle tenebre dominatrici
di quel luogo dimenticato da tutti.    

La voce del silenzio
Quieto il vento si muove stasera tra i cespugli e le foglie degli alberi;
Lucente oggi è la luna, piena e bianca come non mai,
immobile ad ammirar il panorama terrestre;
Pian piano si spostano le rare nuvole in cielo e qualche stella lassù
luccica ancor di più;
Nessuno è però in giro; Pace e silenzio dominano il paesaggio,
desolato e apparentemente sereno.

Fra tutte infatti, soltanto una sola cosa risalta più delle altre ….
Che cosa sarà?
Un essere umano, una pianta, un animale ….. ????
No……!!!! È la statua dell’ Indifferenza !
Questa di fronte ad un mondo strumentalizzato, traditore e malvagio,
colmo di conflitti e delusioni d’ amore e d’ amicizia , paragonato a
codesto paesaggio invernale, non può che esprimere tutta la sua
impassibilità al riguardo;

Nell’ oblio del rispetto delle regole e dei valori morali e cristiani,
la Statua può soltanto muovere le labbra un‘ ultima volta,
sussurrando lievi parole, prima del totale assestamento e del profondo
sonno dei tempi:
“ Perché mai accade questo ? Perché mai …..? ”  

Continua a piovere
In silenzio davanti alla finestra sto, in questa notte immersa
nell’ oblio, nel caos più assoluto e nella tempesta inaspettata dei cieli :
I tuoni , i fulmini , l’infinita pioggia ed il vento, che invece di
spazzare via la polvere nera ed immensa del mio travaglio,
si agita e sconvolge la sconfinata bellezza degli enti naturali.

Sullo sfondo di un mondo apocalittico e via via sempre più ambiguo
e ignoto, ripenso a cosa sono diventato, a chi ho amato e in che
modo ho sofferto e mi interrogo sullo scopo della mia vita attuale.

Continua a piovere: una pioggia di domande e di quesiti sempre più
estremi e oscuri, in un animo che è sempre stato sereno e solare,
non cessa di assillarmi ancora.
Solo il tempo può curare e attenuare le ferite e i dolori che
attualmente governano il mio cuore e sovrastano i miei sentimenti,
le mie letizie e le mie emozioni più intense.

Che fare allora nel frattempo?
Trasformarsi nella statua dell’ Indifferenza o affrontare una volta per
tutte le mie paure, con la sola forza del Perdono, pur sapendo di
essere solo un uomo abbandonato, in mezzo ad un branco di lupi
affamati e traditori?


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