Racconti di Alessandro Cancian


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Avrei dovuto capirlo fin dall'inizio.
Fin da quel nostro primo incontro. Di quelli casuali, nel segno perfetto del peggior film di cassetta passato di mano in mano da un videoregistratore all'altro. Semplicemente sulla fiducia mal riposta di una semplice rassicurazione del tipo: "E' il film più bello che abbia mai visto! Guardalo e poi mi dirai se non è vero!"
Il problema, in questi casi, è che spesso e volentieri i tuoi gusti non coincidono esattamente con quelli degli altri. Praticamente nove volte su dieci divergono senza speranza. E così ti ritrovi in dormiveglia dopo appena venti minuti dall'inizio della pellicola, quando lei non ha ancora capito se lui faccia la ronda tutte le mattine sotto la sua finestra cantando a squarciagola "Ti amo" come semplice esercizio per la gola o se, al contrario, cerchi di mandarle un messaggio in chissà quale codice segreto.
Segreto! Questa si che è una parola che ben si addiceva a Nirma.
Sarebbe meglio dire segreti, tante le cose che nascondeva dietro quel suo sguardo di una dolcezza disarmante, da toglierti il fiato e farti morire soffocato senza nemmeno rendertene conto.
Ricordo ancora il suo sorriso: delicato come una lieve brezza d'alba, quando l'aurora s'accenna all'orizzonte. Era allora, in quel preciso momento, che il mare dei suoi occhi si increspava appena in morbide onde di un azzurro senza confini. Fu proprio nell'istante esatto che il mio sguardo incontrò quell'incantevole profondità ed io vi annegai irrimediabilmente.
Un tuffo infinito dentro l'abisso che Nirma custodiva in sé.
Nirma Pot. E' bizzarro come un nome così delizioso possa portarsi appresso un cognome tanto ridicolo e sgradevole. Solo adesso mi rendo conto che in realtà lo dimenticai non appena lo sentii sussurrare dalle sue labbra Per me esisteva solo Nirma. Pot e compagnia bella potevano andarsene dritti dritti all'inferno, per quello che mi riguardava!
L'Ironia della Sorte (le scrivo con la lettera maiuscola perché quando una se lo merita, se lo merita!) volle però che all'inferno ci andassi io!
Intendiamoci: l'inferno vero e proprio arrivò dopo, senza fretta, con estrema calma e senza sgomitare. Sarei bugiardo ed ingrato se non ammettessi che all'inizio mi sembrò di vivere, sul serio, come in paradiso. La frase è scontata, assai retorica, però rende benissimo il concetto.
Quindi, se non vi dispiace, vorrei parlarvi un po' di quel tempo lì, lasciando i dolori e gli spasmi dell'anima ferita per il gran finale. Che da perfetto idiota vi ho già svelato!
Poco male! D'altronde, a ben guardare la piega che hanno preso le cose al giorno d'oggi, avrei suscitato maggior meraviglia e fatto strabuzzare i vostri bellissimi occhi raccontandovi di un lieto fine. Già vi immagino: sareste saltati su come razzi galattici dalle vostre comode poltrone se solo vi avessi confidato che la storia d'amore era ancora tale. Fantascienza!
Oddio! Non che tutte le storie d'amore debbano necessariamente finire nel bidone dell'immondizia. Apprendiamo ancora dai giornali o dai rotocalchi televisivi che c'è chi festeggia le nozze d'argento, d'oro e perfino di diamante (senza invidia, ma è faccenda da veri supereroi!).
Tuttavia è sempre più difficile trovarne d'esempi, raro come l'argento, ancora più raro come l'oro, quasi unico come il diamante! Ma torniamo a me. E a Nirma.
Anche se la nostra storia durò poco meno di un battito di ciglia di certo racchiuse in sé le meraviglie di tutti e tre i preziosissimi metalli "matrimoniali": era d'argento la luce che emanava lungo i viali notturni allorché i nostri discorsi attraversavano in punta di piedi la notte fino al mattino; dorate le parole con le quali ci sussurravamo il nostro sentimento, in modo quasi impalpabili, come fossimo prigionieri del timore di vederlo dissolvere per sempre una volta a contatto con il mondo che rimaneva al di fuori di noi. Infine, come il diamante, fu amore puro, raro, e - a dispetto della sua prematura fine - eterno.
Ciononostante, non fu amor a prima vista! Il classico colpo di fulmine che tutti - e dico tutti - vorrebbero almeno una volta nella vita poter vantare. Nessuna campana che mi suonò in testa quando la vidi per la prima volta. Non svolazzarono teneri passerotti cinguettando simpaticamente in girotondo sopra la mia zucca frastornata. Nessuna vertigine a complicarmi la deambulazione.
In verità il contraccambiato innamoramento si concretizzò poco a poco, di giorno in giorno, di sguardo in sguardo. Il nostro amore trasvolava leggero come pulviscolo amoroso sull'onda dei nostri respiri affannati, allorquando le nostre spalle si sfioravano nell'andirivieni dell'affollato locale.
Il nostro amore planava da una bocca all'altra sciogliendosi nel rosso fuoco delle labbra, sempre in attesa del bacio sublime, il bacio con la B maiuscola, il bacio assoluto, il bacio per eccellenza. Il primo bacio, così perfetto che dovrebbe essere - a buon diritto - anche l'ultimo.
Per me, poi, quel primo bacio non rappresentò soltanto il traguardo finale verso il quale erano tesi tutti i miei ciclopici sforzi da alcuni mesi a quella parte. La straordinaria apoteosi di quel mio incontenibile viaggio verso il suo cuore. Fu di più. Molto di più! Fu una vera e propria illuminazione!
Se c'è una cosa che ricordo adesso come se fosse allora - e che per sempre da qui all' infinito mai dimenticherò - è la strabiliante sensazione di averla baciata da sempre.
Non so se mi sono spiegato. Di solito quando ci si appresta a baciare una persona per la prima volta si fanno sempre tanti di quei pensieri e congetture sul come sarà, sul come mi giudicherà, sul come bacerà e via discorrendo. E praticamente sempre - ma se dovessi sbagliare ditemelo pure: non mi offendo - il primo bacio è un'esplosione di sensazioni sconosciute, di emozioni del tutto nuove. Ecco: con Nirma non andò così! Eppure proprio grazie a quella incredibile sensazione che poi divenne consapevolezza di averla baciata da sempre, proprio in virtù di quel bacio che mi apparve come il miliardesimo che posavo sulle sue labbra, la meraviglia fu ancora più grande e l'incanto che esplose dentro di me scoprì improvvisamente rotte fino ad allora misteriose lungo le quali vidi le nostre vite e le nostre anime viaggiare insieme attraverso il tempo e lo spazio: una passeggiata siderale attraverso millenni vissuti mano nella mano.
In altre parole, ebbi la sensazione di conoscerla da sempre!
All'inizio c'era stato tra di noi come un tacito accordo in merito: nessun bacio! Troppe complicazioni legate ad un gesto apparentemente così innocuo. Già! Talmente innocuo da legare per sempre due persone ovunque poi andranno, in qualsiasi luogo si vorranno rifugiare per nascondersi - per sempre - l'uno dall'altra. Due estremità opposte di un filo infinito che si avvolge in milioni di spirali e ghirigori attorno all'universo. Un giro del mondo di sola andata in ottantamila baci e molti di più!
Infinito! Già! A dirlo si fa presto! Come dice Vasco Rossi in quella che considero la sua più bella canzone: "Ora sai che vivere, non è vero, che c'è sempre da scoprire, e che l'infinito, è strano ma per noi sai tutto l'infinito…finisce qui!" *
Appunto! Ed anche il nostro infinito finì lì! Come un' incantevole e luminosissima stella che viene improvvisamente risucchiata da un immenso buco nero, per apparire in chissà quale altro universo parallelo. Come un bellissimo fuoco d'artificio che esplode in colori e meraviglie nel cielo tanto da far rimanere tutti a bocca aperta e con il naso all'insù, prima di scomparire nell'oscurità in malinconici rivoli fumanti come nebbia magicamente sospesa tra le stelle e le luci di città.
Universi paralleli. L'idea non mi dispiace. Sarebbe meraviglioso sapere che da qualche altra parte dell'infinito due amori perduti in quello spicchio di universo possano ritrovarsi ancora insieme in un altro angolo siderale, magari sopravvivendo all'incuria dell'odio, al logorio di una vita che ti sminuzza e ti sgretola per poi soffiare via, nell'irreparabilmente lontano, le tue briciole..
Da quel giorno - un giorno come tanti altri - non la vidi più.
Ci vollero almeno due mesate per farmene una ragione. Improvvisamente era diventata un qualcosa di impalpabile, di assolutamente etereo, quasi non fosse mai esistita. Col tempo, invece, il suo ricordo tornò lentamente a galla dagli abissi del lago profondissimo dove il mio dolore aveva cercato di annegarla per sempre. E non mi abbandonò più.
L'infinito - apparentemente finito - aveva ripreso il suo eterno viaggio.
Fu per caso che un pomeriggio di mezza estate - riscrivendo e vivisezionando per la miliardesima volta il suo nome su un foglio bianco trovato per caso accanto al tavolo del mio studio - mi accorsi che quello strano cognome che si portava appresso era tutt'altro che bizzarro, e tutt'altro che un caso.
NIRMA POT, due parole che se anagrammate con un po' di fantasia da un innamorato pazzo ne figliano un'altra, questa volta di senso assolutamente compiuto: I M P R O N T A.
Impronta. Quella parola mi colpì subito, sebbene senza un immediato perché. Come è mia abitudine, presi il vocabolario per approfondirne il significato. Doveva essercene uno. O almeno lo speravo. Era l'ultima zattera a cui aggrapparmi per restare a galla da lì all'eternità invece di sprofondare per sempre nelle imperscrutabili profondità di un addio senza un perché.
"Impronta: il segno che un corpo lascia su un altro corpo"
Spalancai la bocca, lasciando cadere a terra la penna che ancora penzolava pericolosamente dal labbro inferiore. Lo sguardo, incredulo, sgranava quella frase apparentemente innocua ma che , al contrario, squarciava una volta per tutte il plumbeo cielo della mia mente con la sua illuminante limpidità.
Sistemai il cuscino del divano facendone il guanciale più comodo in cui al momento potessi sperare e mi distesi lentamente. Fissavo il soffitto del soggiorno come fosse la galassia più remota in cui un viaggiatore spaziale avesse la fortuna di approdare. Rimuginavo e rimuginavo sull'incredibile definizione che avevo appena letto. Pensai che l'inesprimibile sorriso che illuminava il volto di Nirma avesse lo stesso profilo dell'impronta del mio corpo impressa sul divano.
* "La Noia" (Vasco Rossi, Vado Al Massimo, 1982)

Il grande bagliore
Finalmente libero!
Stentava a credere che fosse vero! Da quanto era lì? Quanto tempo era passato da quel giorno qualsiasi di chissà quanti anni fa trascorso come tutti gli altri a combattere il nemico di turno? Perché è proprio questo che lui era: un soldato, il migliore di tutti, una macchina da guerra perfetta! Non sapeva chi o che cosa avesse aperto la sua prigione di vetro ma adesso aveva altro a cui pensare. Nonostante i lunghi anni passati in prigione non aveva mai smesso di combattere con il pensiero inventando sempre nuovi colpi, raggiungendo la perfezione totale nell'arte del combattimento. Un lieve sorriso infranse il rigido sguardo dei suoi occhi allorché si sorprese esitante sulla direzione da prendere, perso com'era in quel mare infinito che sono i primi pensieri di un uomo quando riacquista la sua libertà. L'ambiente in cui si trovava lo lasciò disorientato. Malgrado un che di familiare i colori e le luci erano indubbiamente cambiati ed anche gli elementi del panorama apparivano trasformati. Il momento di rompere ogni indugio era, però, arrivato. Camminò per tutto il giorno e trascorse la notte senza riuscire a chiudere occhio, senza mai sdraiarsi quasi temesse di addormentarsi e svegliarsi capendo di avere solo sognato. Per sua fortuna non era affatto così e se ancora ce ne fosse stato bisogno fu il volto di lei a convincerlo che era tutto vero. Guardandolo pensò che la luna in persona avesse partorito la più sublime delle creature. Il candore della sua pelle era un albore che si stagliava irresistibile tra le pieghe più profonde della notte. Il guerriero si accorse subito dell'angoscia che le turbava il volto. La fanciulla avanzava barcollando voltandosi ripetutamente indietro quasi tentasse di allontanare con il solo sguardo un pericolo che appariva inevitabile. Chi era quella meravigliosa visione e da che cosa stava fuggendo? Le risposte non tardarono ad arrivare. Un gruppo di uomini armati fino ai denti le stava alle calcagna con intenzioni tutt'altro che amichevoli. Il soldato cercò di capire a quali eserciti appartenessero ma fu tutto inutile: non aveva mai visto simili uniformi e lo stesso valeva per le armi: strani marchingegni assomiglianti a tubi di ferro con un'apertura all'estremità. Eppure non c'era al mondo uomo d'armi che non avesse sfidato. Qualunque diavoleria fosse era sicuro che l'avrebbe scoperto assai presto. Estrasse la potente scimitarra e si diresse come il fulmine verso gli inseguitori. Non aveva fatto che poche falcate quando uno di loro gli puntò contro una di quelle strane armi e fece fuoco. Una fiamma rossa come zampillo di vulcano eruppe dalla canna di ferro accompagnata da un rumore assordante. Il soldato ebbe un sussulto di meraviglia rimanendo per un attimo pietrificato di fronte a quella sorta di stregoneria. Buon per lui che il colpo non andò a segno. Un vero soldato, però, non smarrisce mai la concentrazione durante una battaglia e così, ripresa la carica, spianò la scimitarra verso di lui. Prima che potesse rendersene conto l'affilatissima lama gli aveva già mozzato la testa di netto. Alla vista di quella tremenda visione i suoi compagni rimasero per una frazione di secondo disorientati. Fu un tempo più che sufficiente per approfittare della situazione entrando nella loro schiera come una falce dentro un campo di grano. In pochi attimi era già tutto finito. La giovane donna rimase immobile lì accanto pietrificata dalla paura. Si era portata d'istinto le sottilissime mani al volto per non guardare quell'orrenda carneficina Il soldato, avvicinatosi lentamente, prese le sue mani nelle proprie facendole scendere dolcemente e rimanendo abbagliato da quel volto quasi diafano. Ancora tremante per la paura la fanciulla ebbe come un sussulto e cercò di allontanarsi dallo sconosciuto ritraendo le mani a sé.
"Non avere timore" le disse il soldato con tono rassicurante "Non ho intenzione di farti del male. Ucciderli era l'unico modo per salvarti da loro" La giovane donna accennò un gesto di assenso con il capo. "C'è qualcosa che posso fare per te? " continuò il soldato "ci troviamo in un luogo isolato e pericoloso per una fanciulla sola ed indifesa" La giovane donna non rispose. "Ho capito: sei ancora spaventata. Vuoi almeno dirmi come ti chiami?" le chiese dopo aver riposto la scimitarra nel suo fodero. Non avendo più lo sguardo del soldato posato su di lei la fanciulla acquistò un briciolo di coraggio e con voce quasi impalpabile rispose: "
"<Cyrè. E ti devo la vita. Grazie.."
"Yvor." le rispose il soldato "E' così che mi chiamo"
"Grazie Yvor"
"Dovere. Posso sapere dove sei diretta? Non è prudente proseguire il cammino da sola"
"Me ne rendo conto" disse la fanciulla "Purtroppo non posso fare altrimenti e sarebbe troppo lungo e doloroso spiegartene le ragioni"
"Capisco" sussurrò Yvor "Non mi hai però ancora detto qual è la tua meta"
"Sono diretta ovunque ed in nessun luogo. Solo quando raggiungerò la soglia del grande bagliore potrò dire di essere arrivata a destinazione"
"Il grande bagliore?" sussultò Yvor "Che cosa significa?"
La fanciulla non aveva nessuna intenzione di rispondergli. Senza aggiungere altro riprese a camminare nella stessa direzione verso la quale era diretta allorché il gruppo di inseguitori l'aveva raggiunta. Il soldato la seguì istintivamente senza una ragione plausibile. Per circa due miglia camminarono nel più assoluto silenzio. Fu lui a rompere quella quiete irreale: "Almeno potresti dirmi perché ce l'avevano con te. Dopo tutto ti ho salvato la vita e credo di meritarmi un minimo di gratitudine invece che silenzio e misteri"
"Non ti ho chiesto io di salvarmi la vita" ribatté seccamente la fanciulla "E poi ti ho già ringraziato. Oltre a ciò non vedo perché dovrei confidarti i miei segreti"
"Potrebbe succedere ancora" disse Yvor "Dirmelo mi aiuterebbe a proteggerti"
"Dico sul serio" replicò Cyrè "Non c'è davvero niente che tu possa fare. Meglio lasciarmi andare se non vuoi mettere in pericolo anche la tua di vita"
"Questa è davvero comica!" esclamò il soldato a cui scappò una sonora e rimbombante risata "Non sono mai stato in pericolo in tutta la mia vita e se anche mi fosse capitato di sfiorarlo ne ho avvertito a stento il leggero sussurro. Deve ancora nascere il guerriero in grado di sconfiggere il grande Yvor"
"Sono stanca di parlare" lo interruppe la fanciulla rimettendosi in cammino "Devo trovare un rifugio per questa notte prima che facci buio". Il giovane soldato rimase indeciso se seguirla o meno. Sebbene la scimitarra fosse una buona ragione per affrontare la notte senza affanni l'idea di dormire al riparo non gli fece orrore. E poi voleva ancora sapere del grande bagliore. Poco distante dal sentiero intravidero un lungo tunnel ai cui estremi si innalzavano due alte colonne di marmo levigato. Decisero che era senz'altro il posto migliore dove trascorrere la notte. Il buio piombò all'improvviso annerendo ogni cosa come se qualcuno avesse improvvisamente premuto l'interruttore del tramonto. Se ne stavano entrambi in silenzio sdraiati sul freddo pavimento. Il sonno tardava ad arrivare mentre la loro mente faticava a mettere in ordine le tante sensazioni appena vissute. "Ti va ancora di sapere del grande bagliore?" domandò Cyrè frantumando il buio come fosse di vetro. Yvor si girò verso di lei sorpreso per quella improvvisa domanda. Non disse nulla ma si limitò ad annuire con il capo. La fanciulla raccontò che la luna era già sorta tre volte da quando tutto era accaduto. In quel momento non era a casa ma stava danzando a teatro. Quando rincasò era già tutto finito. Lì per lì non fu chiaro cosa fosse accaduto. L'unica certezza è che nell'incendio aveva perso tutti i suoi cari. Più tardi venne a sapere che i colpevoli appartenevano alla tribù dei Belligeranti, l'etnia più sanguinosa di tutto il regno. Gente pronta a tutto pur di soddisfare il proprio istinto omicida. Suo padre era un esponente della casta dei Pacificatori che si oppone da sempre alla loro crudele condotta. Evidentemente i belligeranti avevano deciso di sferrare l'attacco finale se è vero che avevano osato ucciderne un alto membro, e spiegava anche il perché alcuni di loro la stessero inseguendo: volevano fare piazza pulita una volta per tutte. Nei ultimi due giorni le violenze si erano fatte sempre più frequenti ed erano giunti armigeri dalle divise più disparate a seminare morte e terrore. Allora era fuggita sebbene il primo impulso fu quello di trovare la morte per raggiungere i suoi cari. Il resto Yvor già lo conosceva. "E' terribile!" mormorò il giovane soldato "non avrei mai pensato di provare tanta rabbia nei confronti dei miei simili. Non è questo il modo in cui mi è stata insegnata l'arte della guerra. La loro sete di atrocità non ha nulla a che vedere con le nobili regole del combattimento. Sono un disonore per tutti i veri soldati. La loro è una cattiva guerra!"
"Tutte le guerre sono cattive" disse Cyrè categoricamente
"Non parleresti così se avessi conosciuto i grandi condottieri. E comunque non riesco a capire cosa c'entri il grande bagliore in tutto questo"
"Nulla. O forse tutto" rispose enigmaticamente "L'ho visto per la prima volta la scorsa notte. Avevo ancora negli occhi le fiamme che divoravano la mia casa. Di colpo le lacrime che appannavano il mio sguardo si tinsero di un colore caldo, intenso. Era come se un rovente crepuscolo si mescolasse al fuoco dell'incendio che continuava a divampare nella mia immaginazione. Non so dirti perchè ma era come se una forza irresistibile mi ordinasse di raggiungere quell' immenso bagliore. Da quel momento non c'è altra casa che mi chiami a se. Sento che è lì che devo andare ed è forse lì che troverò una risposta a tutte le mie domande"
"Credi che possa vederlo anche io?" le domandò Yvor
"Possiamo andarci insieme" rispose Cyrè "Sempre che tu lo voglia ancora"
"Non me lo perderei per nulla al mondo" rispose con un sorriso che illuminò i suoi occhi di perla.
"Allora è deciso" concluse la fanciulla "sarà per domani notte "
Trascorsero il giorno che li separava dalla misteriosa missione raccontandosi a vicenda l'uno dell'altro. A furia di parlare il giorno se ne andò in quattro e quattro otto ed i due giovani si ritrovarono senza accorgersene alle porte della notte. Ad un tratto Cyrè indicò una parete a strapiombo che si innalzava, tenebrosa, non distante da loro: erano arrivati. Yvor intravide dapprima un tenue chiarore che si faceva sempre più acceso mano a mano che si avvicinavano al fosco versante. La fanciulla lo precedeva di qualche passo e sembrava impaziente di arrivare. Una strana smania le brillava negli occhi. D'improvviso le ombre sui loro volti si rischiararono di una luce quasi irreale: un gigantesco fulgore spargeva ovunque schegge d'oro e ruggine. "Il grande bagliore!" esclamo il guerriero con espressione di stupore "Allora dicevi la verità: esiste davvero!"
"Non è magnifico?" domandò Cyrè
"Non ho mai visto niente di così meraviglioso!"
"Ti devo confidare un segreto" disse Cyrè continuando a fissare quella sconfinata luminosità
"Ancora segreti? Se non la smetti finirai per diventare la fanciulla più misteriosa di tutto il regno!"
"Ho preso la mia decisione: questa notte stessa raggiungerò il grande bagliore"
"Mi sembra un'ottima…che cosa??"_ stralunò Yvor "Sei impazzita? Potrebbe essere pericoloso!"
"Ma non eri tu quello che non aveva paura di niente?"
"Non è questo il momento per discutere"
"Hai ragione" disse Cyrè "niente discussioni"
La fanciulla sembrava essersi davvero persuasa e così il giovane soldato tornò a contemplare il grande bagliore lasciandole per un attimo la mano. E quell'attimo fu fatale. Preso in contropiede osservò la fragile figura scivolargli accanto velocissima come un'ombra di fantasma. "Aspetta, fermati!" le urlò tentando di afferrarla prima che fosse troppo tardi "Torna qui, non fare pazzie!" Si scoprì paralizzato, impossibilitato a muoversi.
Cyrè fece finta di non sentirlo o forse non udì davvero la supplica del guerriero persa com'era tra le onde di quel richiamo. Quando la vide muoversi quasi incorporea pensò fosse un angelo. Ma gli angeli devono sempre tornare da dove sono venuti. Non è concesso loro trattenersi oltre il tempo stabilito. Yvor la fissò impotente mentre si avvicinava sempre di più al grande bagliore. Più lei si approssimava e più la sua figura si mescolava ai riflessi d'oro che la misteriosa fonte di luce spandeva attorno. Infine accadde ciò che non sarebbe mai dovuto accadere o che era già scritto che accadesse. Il corpo di Cyrè iniziò a contorcersi, a trasformarsi a poco a poco in altre mille forme sempre più cedevoli, disciolte, decomposte. Yvor non credeva ai propri occhi ma era tutto spaventosamente vero: la fanciulla si stava lentamente sciogliendo. In pochi interminabili attimi Cyrè si era completamente dissolta in una bianco cremoso cumulo di lucente poltiglia.

"Accidenti a te. Peter! Guarda cos'hai combinato" gridò la sorella al fratellino più piccolo
"Ti avevo avvertito che non dovevi avvicinare la statuina di cera alla fiamma del focolare. Era la preferita di mamma. Lo sai quanto ci teneva."
"Non l'ho fatto apposta! Promettimi che non dirai niente alla mamma!" la supplicò lo spaventato fanciullo
"Tanto lo verrà comunque a sapere. Piuttosto, finché sei in tempo rimetti subito al suo posto quello stupido soldatino, prima di combinarne un'altra!"
"Va bene, però ricordati che hai promesso"
"D'accordo, ma adesso vai e riponilo dove lo hai preso. Con la mamma ci penso io"
"Grazie Betty. D'ora in poi giocherò solo con i miei soldatini. Anche la mia è una promessa" Dopodiché raggiunta la vetrina del salotto l'aprì delicatamente e rimise il piccolo soldato d'avorio là dove era sempre stato negli ultimi trent'anni.
Il guerriero non rivide più il grande bagliore. Dietro ai vetri della sua prigione guardava immobile i giorni passare, inesorabili, senza più speranza di tornare libero. Oramai, però, tutto ciò non aveva più importanza. La sua mente abbandonò per sempre l'arte della guerra. Al contrario iniziò a dipingere in mille modi diversi l'immensa luce dove Cyrè era svanita per sempre. La vedeva ballare felice tra le fiamme del grande bagliore circondata dagli sguardi d'amore dei suoi cari. "Danza ancora, Cyrè" ripeteva a se stesso mentre un lieve sorriso illuminava il suo sguardo di perla "Danza la tua gioia: ora sei a casa!"

Improvvisamente...tu!
"Mi sei apparsa accanto, d’improvviso.
Quasi eterea la tua figura. Impalpabile l’ombra che ti precedeva appena.
Un’ ombra tratteggiata a stento da un sole ancora fresco e pallido,
d’inizio mattina. Ombra inattesa come d’incanto. E poi quel tuo respiro:
un soffio, affannato, di fiato reso denso quel che basta dalla fredda e
grigia aria di città. Una presenza aliena che si materializzò di colpo a
pochi attimi dal mio soprabito, senza nemmeno darti il tempo di
immaginare il perché, di pensare a dov’eri, tu, un attimo prima o la
sera precedente. Senza il tempo di formulare una risposta sensata al
perché tutto ciò proprio adesso.
E poi la tua mano: imprevedibile, intrepida, leggera, a sfiorare il mio
fianco. Ma chi sei?
Non seppi darmi pace e nemmeno perdono per aver mancato di leggere
l’oroscopo di quella dissennata giornata. Forse vi avrei letto, tra le
sue righe d’oracolo, la novità che ti cambia la vita, che la stravolge e
di colpo ti ritrovi naufrago…nel mare della felicità.
A pensarci bene l’altra sera, non appena spalancai la finestra
dell’ufficio (certo che è davvero un inverno bizzarro, questo. E
canaglia, per giunta! Dai e ridai alla fine mi decido a sputtanare lo
stipendio per acquistare il cappotto che ho sempre sognato e ancora 'sto
minchia d'inverno deve ancora concedermi l’occasione per indossarlo!)
dicevo che non appena spalancai la finestra dell’ufficio un grosso
moscone entrò in picchiata dentro la stanza come se avesse atteso da
sempre quel mio gesto.
Lo vedi che ho ragione a dire che è un inverno canaglia ed infingardo?
Non ammazza nemmeno i mosconi! Ma non è questo che volevo dire. Il punto
è che mia mamma (e come lei anche mia nonna e chissà chi altri ancora
nella linea di parentela a ritroso nei secoli) dice sempre che un
moscone porta novità. Più belle che brutte, a voler fare essere fiscali.
E io quella mattina mi sentivo fiscale come non mai!
Grandissimo Barbanera! Chiunque tu sia! Finalmente ce l’hai fatta a
liberare dalla gabbia il mio moscone! Ma che cavolo stavi aspettando?
Comunque, meglio tardi che mai. Avreste dovuto vedere con che impeto ed
entusiasmo quel moscone volteggiava tra le rotte aeree del mio ufficio.
Sono sicuro che se io fossi in grado di intendere l’alfabeto ronzante
dei mosconi, lo avrei sentito cantare il nome di lei.
Lei, che si fece sempre più vicina. Piccoli gesti timidi di un’armonia
senza tempo che non conosce declino ma si abbevera ogni notte alla fonte
dell’eterna giovinezza.
Un lieve sfiorarsi, un tocco invisibile che era già overture di ciò che
a breve sarebbe accaduto tra di noi.
Mi arrivò il suo profumo, intenso e sconosciuto. Ne azzardi la natura,
ma inutilmente: non trovai una qualità che gli rassomigliasse.
Ma ci sei o no ci sei? Mi domandavo. E’ possibile che tu sia così
evanescente eppure altrettanto presente, là, dietro le mie spalle?
Appena mi sembrò di non avvertire più quelle sue carezze di velluto
decisi che il momento era ormai giunto. Non avrei rimandato ancora ciò
che fin dal primo istante avrei voluto fare. Guardarla negli occhi e
riconoscere in lei chi avevo da sempre atteso e da sempre cercato negli
occhi del mondo intero.
Assunsi il miglior sorriso della mia vita e disinvolto come Humphrey
Bogart mi girai. Ma tu era già lontana. Informe, al mio sguardo, la tua
scia. Si perdeva nella calca urbana assieme al portafoglio che ti sei
portata via"

Oltre la staccionata
Eccola la scogliera. Imponente come un’espugnabile fortezza. Sotto i
primi palpiti dell’alba Marty iniziò a scorgerne la sabbia color della
neve. Lo stomaco si era ormai rivoltato come un calzino dopo ore di
infinito tormento tra le onde dell’oceano. Aveva rimesso anche l’anima e
faticava a mettere a fuoco le cose. “Chissà che razza di faccia avrò”
pensò quasi divertito. Se solo avesse potuto specchiarsi era convinto di
vederci riflesso una specie di cadavere ambulante, pallido e smunto come
i ronzini che è solito incrociare lungo il sentiero che costeggia la
fattoria. E’ proprio li, poco dopo il crocicchio della grande quercia,
che aveva incontrato Caroline. Rimase folgorato all’istante: una dea
bionda come il mare di grano che ondeggiava lieve alle sue spalle. Era
meraviglioso osservare i suoi lunghi capelli luccicare al barbaglio
delle stelle sotto il cielo di quasi estate. Distesi nel prato
ascoltavano i sussurri del grande ruscello scambiandosi i sogni presso
un punto qualsiasi dell’orizzonte oltre la staccionata della vecchia
tenuta. “Ho deciso” disse una sera guardandola negli occhi “Tra due
settimane parto per l’Europa. Ci ho pensato e mi sono detto che è il
momento giusto”. Caroline lo guardò senza dire nulla. “La scuola è
finita e prima dell’università credo che un’esperienza così possa farmi
solo bene. Tu che ne dici? In fondo starò via solo per poco tempo. Lo
sai anche tu come stanno le cose” . Lei continuò a tacere fino a quando
non lo vide partire. Poi tornò a casa e si chiuse nella sua stanza ad
aspettare. Anche Marty aspettava che il portellone si aprisse. Quanto
desiderava mettere i piedi sulla terra ferma. “Ci siamo!” urlò il
comandante. “Tenetevi pronti”. Il rumore del mare si fece più intenso
mentre il portellone a prua si abbassava mostrando, in fondo, la bianca
battigia. Bianca come la luce che s’accese improvvisa dentro Marty. Luce
infinita che ti chiama. Ora sei già lontano, Marty, a mille galassie di
distanza oltre la staccionata, dove il sole non tramonta mai. Sulla
spiaggia, se gli dei del mare, sopraffatti dalla pietà, lo
acconsentiranno, arriverà solo il tuo misero corpo. Una spiaggia che,
scherzo della sorte, ha il nome di casa tua: Omaha.

Alice
"Alice cominciava a non poterne più di starsene seduta accanto alla
sorella, sulla riva del fiume, senza far niente: un paio di volte aveva
dato un'occhiata al libro che la sorella stava leggendo, ma non c'erano
figure né storielle, «E a che serve un libro», pensò Alice, «se non ha
figure né storielle?»".
Aveva considerato sempre una perdita di tempo starsene ore e ore sopra i
libri a leggere cose che venivano in mente da altri: un branco di
saccenti che passavano la vita a dispensare consigli sul cosa è giusto
fare o non fare. A raccontare favole inverosimili, storie d’amore dal
finale patetico e sdolcinato più della gomma da masticare che stava
biascicando in quel momento! Quelli lì erano tali e quali ai suoi
genitori! Tutto il santo giorno a borbottare su questioni di principio,
a ricordarle di comportarsi nella giusta maniera, con la necessaria
educazione, la reputazione e bla bla e ancora bla! Ogni volta che
rimuginava a quel modo la masticazione del chewingum raggiungeva
velocità inaudite e la si poteva sentire ruminare a due leghe di
distanza. “Alice fai questo, Alice non t’azzardare, Alice ricordati di,
Alice stai composta…” BASTA!!!
Non ce la faceva più! Doveva agire ed in fretta, prima che fosse troppo
tardi! In fondo aveva un cervello come tutti; un cuore per decidere chi
amare, una mente per stabilire quello che era giusto fare, per lei,
s’intende! Occhi per vedere, orecchie per sentire, gambe per andare dove
più le pareva! A proposito: riflettendoci bene era proprio stufa di
starsene lì a girarsi i pollici! Ogni volta che andava giù al fiume era
sempre la stessa cosa: ore e ore a fissare quell’ipnotico, liquido
fluire interrotto qua e là da frettolosi gorgoglii che ravvivavano
appena la superficie del fiume quel tanto che bastava per far sapere ai
presenti che nonostante le apparenze lui era ancora vivo, quantunque
terribilmente annoiato! Per giunta, la sorella sempre sprofondata nelle
sue letture non proferiva la benché minima vocale. Era deciso: avrebbe
fatto una bellissima passeggiata! La giornata era splendida ed il
paesaggio d’intorno un vero incanto! La fissò ancora un istante,
pensando bene a cosa dirle per giustificare i suoi proponimenti. Poi,
d’improvviso, l’elegante profilo della sorella venne appannato da una
gigantesca bolla dai riflessi rosati, che dopo essersi dilatata a
dismisura fino a racchiudere l’intera sagoma della fanciulla esplose con
un botto secco e fulmineo spiaccicandosi come un enorme, appiccicosa
ragnatela sul viso di Alice. “Accipicchia!” - Brontolò in silenzio –
“Guarda che pastrocchio ho combinato! “ Adesso i vischiosi filamenti si
allungavano dall’indice di una mano al medio dell’altra rendendo ancora
più disgustosa l’intera vicenda.Non appena ne venne a capo, detergendosi
ben benino le dita sull’immobile corrente del fiume, ritenne che sarebbe
stato inutile avvertire la sorella delle sue intenzioni: avrebbe
accennato di si con il capo più per semplice riflesso incondizionato
alla sua voce che altro. Così meditando, si guardò attorno per decidere
in che direzione andare. Lungo la riva del fiume un bianco sentiero
sterrato si snodava in curve appena accennate conducendo il viandante
fino al villaggio di Borgo Zuppo, un insignificante agglomerato di
rugiadose casupole disposte alla rinfusa vicino alle sponde del fiume.
Il paesello deve quel suo buffo nome al fatto che, per gran parte
dell’anno, è immerso in una impenetrabile bolla di umidità. I suoi pochi
abitanti, sgocciolanti dalla mattina alla sera, quando non sono
impegnati a strizzare i madidi vestiti devono guerreggiare furiosamente
contro stormi di zanzare rapaci come falchi predatori. Il perché se ne
stiano ancora lì ad infradiciarsi le ossa è un mistero che forse non
avrà mai risposta!
NO! Non era di certo la migliore delle località dove trascorrere la sua
prima giornata di libertà. Tagliò corto e decise che avrebbe costeggiato
la boscaglia alle sue spalle guardandosi bene dall’addentrarvisi
all’interno, ma con la ferma intenzione di sapere cosa in realtà ci
fosse oltre il limitare di alcune sommità frondose che parevano far
capolino dietro all’orizzonte del vasto querceto. Con un misto di
disapprovazione ed incredulità si rese conto di non essersi mai
allontanata un palmo di mano dai suoi luoghi quotidiani. Faticava a
perdonarsi una tale scempiaggine; nondimeno, era pronta a recuperare il
tempo perduto e nulla e nessuno l’avrebbe più fermata! Raccolse il suo
parasole, gettò un’ultima sbirciata alla sorella e si incamminò verso il
margine del bosco.

Ad ogni passo si delineava sempre più nitido il suo sfolgorante futuro:
avrebbe detto chiaro e tondo ai genitori che voleva lasciar perdere una
volta per tutte quella stupida scuola che insegna a far di conto.
Piuttosto, sarebbe partita appena possibile per qualche metropoli
europea.
Doveva cominciare a fare esperienze di vita indipendente, conoscere
culture differenti. Acciderba quanto erano provinciali! Via, doveva
soffiare via una volta per tutte l’insopportabile polvere della
quotidianità. “Tradizione!” - imprecava suo padre quando la rimproverava
di essere troppo anticonformista – “Dove sono finiti i valori di una
volta?” – e via discorrendo. All’inizio sarebbe stata dura, c’era da
scommetterci! Però non si sarebbe di certo scoraggiata ed avrebbe tirato
dritta per la sua strada.Già si immaginava la reazione: le imprecazioni
del padre, lo sguardo attonito della madre; forse sua sorella avrebbe
addirittura sollevato la fronte dal libro posando lo sguardo su di lei e
magari le avrebbe detto pure qualcosa!
Malgrado ciò, non era affatto intimorita, tutt’altro! Quando si è
convinti di quello che si vuole…
Aveva percorso già un bel tratto di strada senza nemmeno accorgersene,
tanto era assorta nei suoi pensieri. Il sentiero adesso curvava
leggermente a sinistra: in quel punto la boscaglia si faceva fitta anche
dall’altro lato della strada e nerboruti rami si intersecavano da una
sponda all’altra formando una specie di galleria frondosa. L’aria si era
fatta frizzante per l’ombra che vi governava mentre i raggi del sole
faticavano a trovare un pertugio in quella rigogliosità arborea.
Alice chiuse il suo parasole ed accelerò il passo per nulla soddisfatta
di quell’improvviso calo di temperatura. Improvvisamente, davanti a sé,
poco distante, notò qualcosa al margine del sentiero. Li per lì non si
rese conto di cosa fosse; poi quando gli fu vicino comprese: era un
libro. Sembrava piuttosto vecchio: la copertina era tutta sbriciolata e
non riportava alcun titolo.
“Strano” – pensò Alice – “non ho mai visto libri senza un titolo. Sarà
che è tutto sgretolato.” Naturalmente la cosa non la turbò più di tanto:
si trattava pur sempre di un libro e noi sappiamo quanto poco amasse
quel genere di articolo. Stava per riprendere il cammino come nulla
fosse quando un’improvvisa ventata sbucata da chissà quale porta aperta
del bosco sollevò alcune pagine del volume. Fu allora che Alice vide lo
sfavillio dei colori. Dapprima ebbe la sensazione di aver avuto
un’allucinazione, ma facendo bene attenzione dovette convenire che era
la pura verità: ai suoi piedi il libro si lasciava accarezzare dal vento
facendo intravedere pagine piene zeppe di figure mirabilmente colorate.
Alice non poté resistere alla tentazione e lo raccolse con gesto
repentino: moriva dalla voglia di ammirare quelle stupende incisioni.
Strano: fino a qualche minuto fa aveva lanciato anatemi contro tutti i
libri del mondo e adesso si trovava nel bel mezzo di un bosco tutta
intenta a sfogliarne uno. Chiunque fosse, colui che aveva realizzato
quelle incisioni doveva essere un vero genio dell’illustrazione.
La cosa era ancora più strana se si confrontava la copertina tutta
scolorita e sbrindellata con le splendide pagine interne: assolutamente
immacolate, come se nessuno le avesse mai sfogliate prima.
Era talmente eccitata davanti a tale meraviglia che dapprima non ci fece
caso; poi, mano a mano che ne sfogliava le pagine, si accorse della
realtà ed un urlo di terrore le uscì di bocca. Il libro le cadde dalle
mani e piombò a terra ancora aperto. Alice, lo sguardo sbarrato sulle
pagine, vi vide se stessa! Assurdo,ma assolutamente vero! Le incisioni
la raffiguravano in alcuni momenti della sua vita: da piccola mentre si
baloccava con le amichette, il primo giorno di scuola, l’albero di
natale addobbato, le gite al fiume, il primo fidanzato. Ad un certo
punto rimase folgorata da una illustrazione che la raffigurava proprio
in quel punto esatto del bosco mentre sfogliava quel misterioso libro.
Com’era possibile? In preda ad uno stato di agitazione tale che la
faceva tremare come fronda nel vento, cominciò a sfogliare le pagine in
maniera frenetica. Si vide mentre abbandonava i genitori; poi sul treno
che la portava lontano da casa ed eccola lì in cerca di un lavoro. La
cameriera in un fast food, il primo lavoro, i successi, le promozioni,
la carriera! SI! Lo sapeva che ce l’avrebbe fatta! Mai aveva dubitato
del suo talento e della sua voglia di arrivare! Adesso ne era ancora più
convinta! Forse quel libro era una specie di messaggio divino inviatole
per convincerla della bontà delle sue intenzioni: era sulla giusta
strada e la esortava ad andare avanti! “Un momento” – disse ad un certo
punto, sfogliando a ritroso le pagine – “Forse ho visto male, ma in
queste figure sono sempre sola. A parte i colleghi di lavoro o gli
studenti del corso non c’è nessuno, mai, accanto a me! Come è possibile?
“ – In effetti, a ben guardare, nessun altra persona le era accanto
nella sua vita privata. Riprese a sfogliare le pagine per cercare di
capirne di più. Adesso era una vera donna in carriera, ma si sorprese a
trattare con disprezzo i suoi subalterni, a non accontentarsi mai di
quello che aveva ottenuto utilizzando qualsiasi strumento per ottenere
di più ed ancora di più. Parlava pochissimo, era sempre presa dal suo
lavoro, mangiava da sola in ristoranti alla moda dove i camerieri la
circondavano come guardie del corpo; però era sempre terribilmente sola.
Aveva perso ogni contatto con i genitori, la sorella. Non rispondeva
alle loro telefonate e non si fidava di nessuno e non c’era l’ombra di
un amore accanto a lei. “Maledizione! Non era questo che voleva! Non era
così che doveva andare a finire!” Le ultime pagine la ritraevano oramai
anziana: viveva in una villa immensa, bellissima, piena di governanti e
giardinieri, ma lei continuava a vedersi sola. Tutti i suoi cari erano
oramai scomparsi e Alice non era mai stata con loro quando avevano avuto
bisogno di lei. Si era lentamente inaridita come un virgulto appena
sbocciato, presto sradicato dal suo piccolo ma florido giardino e
trapiantato su un terreno dalle smisurate vastità, brullo e desolato,
sotto un cielo pallido che non piange mai. Una fitta le strinse il cuore
come una tagliola, soffocandole in gola un urlo di disperazione. Poi un
lampo le balenò in testa accendendo per un attimo il buio pesto che le
aveva invaso la mente: “Tutto questo non esiste! Sto semplicemente
sognando ad occhi aperti”. Alice stava disperatamente cercando una senso
a quell’orribile incubo. Eppure il libro era reale così come le immagini
del suo passato. Che cosa doveva fare? La risposta non tardò ad
arrivare. Con le lacrime che le offuscavano lo sguardo gettò
violentemente il libro lontano e tornò di corsa sui suoi passi. Piangeva
come una bambina, e se solo si fosse voltata per un lampo verso ciò che
aveva disperatamente lanciato nell’ombra del sottobosco, avrebbe visto
un vecchio libro pieno di pagine bianche inabissarsi in un mare di
foglie. Appena raggiunse il fiume si affrettò in direzione della sorella
trovandola ancora assorta nella sua lettura come se nulla fosse
accaduto. Si asciugò le lacrime che ancora le scorrevano sul viso e le
si sedette accanto: “Sai è buffo “ – le disse sottovoce, quasi per
timore di disturbarla – “Non ti ho mai chiesto di cosa parla il tuo
libro. Ti va di raccontarmelo?”  

"La cena era stata, invero, eccellente.
Al soffuso barbaglio delle due candele il vellutato colore del vino si riverberava romanticamente sulle pareti della sala come un fiammeggiante tramonto di mezza estate.
Il siderale luccichio delle posate d’argento prometteva un’indimenticabile notte stellata, d’incanto attraversata da mirabile
cometa, il diamante appena donatole.
Discioltosi il dolce dessert sulle labbra impazienti, d’un tratto gli sguardi si incontrarono invasi, entrambi, dal medesimo desio.
Dapprima una mano cercò presto l’altra sfiorando leggera le pieghe di seta presso ombre di cristallo e petali di rosa tra il bianco panno sparsi.
Sul ciglio della mensa si incontrarono furtive, ambo sospese e tremebonde sul folle abisso della bramosia. Una piuma di sorriso accennata sulla bocca, un accenno di sospiro che prelude già allo slancio, un pensiero temerario sulla tanto ambita impresa. Lui sa già che intende fare; lei è da un po’ che vuol vedere. Nessun cuore, però, denuda quel che cova nel suo centro: prudenze dell’amore o previdenze di saggezza.
Ecco! in opra le altre mani, fino allora dondolanti nella semioscurità.
Lentamente, con ardire, riaffiorano alla luce inerpicandosi, gagliarde, tra selciati di baguette e giardini rucolosi. Le dita come artigli si inarcano nell’aria. Appresso un rimbombo, di silenziosità ancestrale, preannuncia l’imminente, ormonica tempesta. Con movimento blando e adesso accelerando si innalzano in vertigini come aquile, scrutando.
Precipitando, infine, fameliche, sul telecomando!"


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