Poesie di Fausto Cerulli


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Leggi i racconti di Fausto

È giusto un mese( è giusto dire
giusto di un mese ingiusto?)
che la terra cadeva assai
leggera sul legno che avevo
voluto molto chiaro
per darti luce al riposo
Ricordo molto vento,
qualche brivido, un lento
tornare indietro., una preghiera
che non sapevo dire.
Troppo silenzio, o troppo
poco, come sempre tra noi.
Ma pieno di parole tra noi
segrete Un mese, madre,
è un attimo, ed è eterno.
Non sono triste, madre,
sono soltanto figlio
come allora.

Le immagini vengono talora improvvise,
talora le costruisci come la tela il ragno,
spesso sono vissute da sempre dentro
la memoria che non sai di avere.
Spesso ti uccidono, e sono, a vederle,
leggere nuvole.

Non dovrei avere nostalgia dei tempi
in cui riuscivo ad essere sorpreso
dal volo di una rondine, dal sorriso
di una donna sconosciuta, improvviso
come una festa di nozze. Non vorrei
rimpiangere troppo gli amori da me
non abbastanza compresi, ed offesi
nella loro innocenza senza pudore.
Ma i tempi mi stringono la mente
come lacci, i tempi non hanno tempo
di futuro. Io non sono sicuro
che i morti siano morti davvero,
e nutro molti dubbi sulla vita
dei vivi, e sulla mia, che sarebbe
comunque la quasi inesistenza
del sopravvivere.

Vorrei che potesse, il lombrico
che è in me, avere ali adatte
al celebre volo: e, superando
con un balzo che a lui certo
non appartiene, salire verso
qualche azzurro di cielo
che a me non appartiene.
Allora il cerchio che voglio
chiamare magico, sarà
in qualche modo concluso;
ed il lombrico che è in me,
tornerà al mio corpo, di nuovo
polvere rugiadosa.

Le conoscevo tutte, ed una per una
come in una litania, le chiamavo
prima di un sonno qualsiasi.
Le rose, la passiflora, il glicine,
la viola che stenta a vivere,
la primula sempre meravigliata
di essere abitatrice di qualche
sconfinato giardino, il geranio
che assomma in sé tutti i noti
colori, e gli ignoti inventa.
E della campagna conoscevo
le orme che lascia il capriolo
timidamente felice.

Ora ti chiamo a dire il gelo,
e la nebbia, e la paura. Ora
ti chiamo con il nome inventato
nella febbre: e tu riconosci
nella mia voce la fontana
limpida che scorreva tra le
bianche colonne delle tue
cosce. E sei veramente
lasciva, ora che ti chiamo
a dire il non dicibile,
il gesto. E tu vestita di rosa
pallido, hai molto sulle
labbra carminio, a chiedere
baci. Ora ti chiamo a dire,
di noi, il mio ed il tuo
separati sempre, e la tua
voce si spezza in una commossa
ironia di finta saggezza. Ora
ti chiamo a dirmi i mille
nomi che hai pronunciato
prima del mio: e tu rispondi
con un sorriso quasi crudele.
Conosco il miele del tuo
piacere, ed ora il fiele del
dopo. Quando resto comunque
solo, con il tuo ansare adesso
estraneo, quasi nemico.

Fu poi del treno il lungo
disseminare la campagna
di presente, o fu la gente
che viaggiava, ad inventare
il rosa alle colline, e l’ira
a qualche bufalo disperso?.
A suo tempo mi accadeva
di consumare il tempo
in questi sgomentati
pensieri. Ora non ho più
voglia, ora mi manca il
desiderio. Attendo un treno
lucido di pioggia.
Alla stazione un ombrello
di nuvole ripara il mio
misero bagaglio.
L’ubriaco che sono
sempre stato aspetta
che venga notte, e allora
mi farò alcova della
sala d’aspetto. Poi
prendo il treno in sogno
e viaggio nel respiro
che mi resta.

Pigra, lei, e molto sensuale nei gesti
che sembrano pensati, nuda quando
si prepara ad amare, amata quando
si prepara ad essere nuda. Lei
non si conosce, lei si vede negli
sguardi degli altri, si desidera
nelle voglie che suscita, se le
suscita. Pigra, lei, come una donna
pigra, come solo una donna sa
essere pigra per essere sensuale.
La donna non sa il bene e non
si accorge del male: è un’animale
gentile, se è gentile.

Lei, usando qualche sortilegio
che le deriva forse dal suo essere
vagabonda nei prati di una Roma
stranita di palazzi umbertini,
ha magicamente inventato, oro
nel crogiuolo delle sue mani molto
eleganti, una chiave per entrare
nella mia anima senza permesso
di perquisizione. Credo che lei
sia rimasta sorpresa dalla confusa
mancanza di qualsiasi ordine, abbia
gettato uno sguardo furtivo a qualche
piccola pietra preziosa, poco preziosa
per lei che di gemme è padrona,
ed abbia gettato la chiave nel Tevere
torbido, incurante lei che io potessi
per sempre restare in quella confusa
prigione della mia anima priva
di un angelo custode.
Gli angeli, io lo capisco troppo
presto, non hanno bisogno
di me.

Nulla lasciava presagire
Che la tramontana avrebbe
Scompigliato i tuoi capelli
Mentre io non sapevo nulla
Del tuo dolore: noi non sappiamo
Il dolore degli altri, abbiamo
Troppa cura del nostro.
Sapevo che soffrivi, lo leggevo
Nei tuoi occhi che non hanno
Il coraggio di guardarsi dentro,
Nelle tue labbra screpolate
Dal vento dei ricordi
Di cui non hai saputo
Fare giustizia.. Nulla faceva
Pensare che ti saresti uccisa
O forse no, forse volevi
Solamente farmi sentire
Colpevole Adesso attendo
Lo scirocco, sorveglio
La mia quiete precaria,
Non voglio che mi divenga
Gioia. Non sono in grado
Di sopportare insieme
Quiete e gioia. Mi stanco
A provare emozioni.
Voglio vivere dentro
Qualche sbando.
Tra un glicine e una rosa.

Io potrei amare il barocco, leggere Stendhal come
se avessi scritto quello che lui no. Io potrei
recitare le parole sante dei manoscritti giovanili
di Marx, e dire della rivoluzione che non
voglio. Io potrei amare tutte le donne sole,
soltanto le donne sole; e chiedere loro
di amare Scarlatti o Cherubini. Mi trattiene
la paura che tutto sia stato maledettamente
fatto. Io, lo dico una volta per tutte le volte
che sono stato in orgoglio e silenzio, mi accompagno
con l'anima di lei morta, con le ginestre, con i panni
stesi alle finestre di Orgosolo. E vivo
come si vive a piccoli passi, per non dare
alla fretta l'estro di farmi morto.
Io dico che ogni gara é dura, anche se poi
era un gioco.

Di qualche intensità sei definita
ma non di corpo e non d'anima:
ti manca o ti è troppo
una vita.
Sei forse un'altra storia,
sei forse un episodio,
senza gloria né angoscia,
senza il ghiaccio dell'odio.


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