Poesie di Corrado Cioci


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Il semplice
voi che ormai avete dimenticato
Il primo vivere quell innocenza
Che mi accompagna non guardate
Come colui che si lagna ,ma a voi
Che negate il giusto amor!
Io che vedo il mondo
Come fanciullino,
Non odio,non intrigo
Non bevo nel calice della
GUERRA mai Scaglierei pietra
Contro il mio fratel!
Son leggere le stagioni del mio
Cor ,m 'addolcisce un piccolo
Bombo variopinto in maggio
Una ventata di primavera
Rinfranca il mio di.
Un bocciol che viene a Nova vita
Incuriosisce e ammalia.
Nel mondo mio
Senza pena, tempo
Viene e va non incupisce
Il petto sempre arde il foco
Di un patto sacro con la
Fanciullezza!
Dolce ,fragile uomo
Come vorrei un po
Del tuo spirito
Io che rimpiango l 'eta
Perduta verrei con te in
Sentieri leggeri ,soavi
Per ritrovar me fanciullo!
Non aver disio d' entrar in
Questo mondo
Ormai grigio
Senza più sogni
Sempre più amaro!
Cosa pungola questa gente ?
Arrivar più in alto ove il piè
Duole .
Mentovate babele
Li porta l 'ardir dell' uomo.
Chi ha più pena
Per un cucciol intimorito?
Chi al ciglio
D'una strada vede il derelitto ?
Ma tu figlio puro fra questi
Folli hai la chiave della vita !
Vita vissuta in eterna grazia
Con il sentir della natura
Col tempo che non opprime a morte
E vecchia!
Allor vieni con me sediamo,
Lasciamo ai loro affanni
Gli arroganti
Vediamo all infinito questi
Tramonti queste primavere ,
E i candidi inverni.
Ed io con gli occhi tuoi
Pur da semplice ,miro !

Nel giorno del compleanno della sorella cinzia
Allor che il quarantesimo anno,
tosto giunse alla tua soglia
tu l'accogli ,come colei che
la sua vita infiora,e
non vede sfiorir la santa fiamma
della grazia.
A te gli anni migliori
i dolci baci dei figliol
speranza tua quando un di'
saran piu' fredde le sere.
Fummo fanciulletti felici
al suon della gaiezza
non v era un vel di tristezza
quando correvam in quel giardin
sotto l ombra degli alti pini
la voce del padre e della madre
risonavan gentili.
Ne il disio ci lasciava di lasciar quello
spazio tra grilli e rose,
finche non moriva il giorno.
Quanti fiati,e corse nelle estati
che vivemmo in villa,
focolare per noi ,antica famiglia.
Or che luglio prende il passo e s'ammonta a festa,il tuo petto
sussurro 'quaranta volte allo sgranar degli anni,
rammenta quanti sogni ,spendesti tra i
primi amori,i primi rossor che la giovinezza chiede.
Come un dolce canto i ricordi si legano,s 'abbrcciano
come una nota segue l'altra
e al cor un canto ,un rimpianto.
Piangemmo un tempo l'amato padre
che riposa nel ricordo,
l 'amor cancello un poco lo sconforto
lui salito nel regno di colui che i pianeti move
guarda dalle stelle fisse a te oh sorella
che or ti mostri doonna,madre ,sposa
ai suoi antichi e vivi occhi sei la sua gioia
Sovente lingua non dice
quel che il petto ditta
per timor quinci indugia
ma sempre pulsa
si riempie d'amor
per la propria carne.
Io che non dissi mai molto
teste son le ali del vento
che cullano i pensier,
mai fui da te volto
tu che sei seconda guida
in questa incerta vita,
tu certo porto ove rifuggiar se
ostili passi mi assillan,
ed io ad amor m'abbandono
Voi parole che sembrate vuote
seguite chi vi crea,io vi ammaestro
affinché voliate veloci da lei,
per me baciate e ponete certo appiglio
a gran voce cantate che questo giorno,
è solo l'inizio

Nefilim.
A voi settanta che assetati di gloria alsaste il capo contro colui che le
Galassie crea,perdeste le bianche ali,generaste tra cielo e terra,
Seguiste chi al par del fattore voleva il comando,or piangete
L alto inganno.
Nei cieli azzurri,nei limpidi orizzonti ,liberta 'vi mosse
Ma per la fame che prende chi tutto vole,
Or scendete nell infido castello di fiamme cinto
E per dolor che lo piega or avete la regia.
Caducita' delle cose ,come sei aspra
Che non poni freno al tuo disegno
Amari lamenti,e rimorso eterno,il vostro cibo
Il disprezzo del mondo la vostra sera.
Tutto perisce ,nell'ombra dei secoli
Dei millenni,che si inseguono
Come un gioco fra cuccioli.
Perisce la vita e disfiora la belta'
Che ride nel volto del verginello
Decadon i regnanti ,investiti dal manto divino
E credon d'esser fuori dalla fine.
Le stelle eterne luminose e chiare
Sentiranno un di' il tristo ricordo
Che tutto e'labile
Nulla e'eterno,se non il pensier che
Le pose in culla.
Perisci anche tu ,O patria mia!
Suolo adorato della mia stirpe
Asilo dei miei antenati.
Or ti rode il calcagno
Quella gente vile che per
Odio e invidia
Vorrebber la seconda rovina
Ti dilaniano indegni
Color che nel tuo ventre pasteggian
Vedi,come navighi in fredde acque
Tu che fosti padrona del saper
Tu che Roma la madre
La luce dell'umanita'!
Ah breve vita
Che ci lasci per piu tristi attimi
Quanto contiamo in questo turbinio eterno?
Attimi,o quanto una goccia dio rugida in un
Pallido mattino di maggio?
Siamo come tappeti di foglie
In autunno,basta una pioggia per marcir in poco!
Anche tu padre mio hai sentito
Il venir meno della carne,
Il vento esser troppo forte,
La morte reclamar la sua preda.
Gli angeli ribelli,
Non patiranno la fine del tempo
Pur se condannati all'eterna ombra.
Ma noi che siamo come polver del deserto
Temiamo la fiune dei giorni,
Sperando in cor di riabbracciar la sera

L'istrione
Dormi istrione ,e' calato il sipario sulla tua vita ,istrione!
Gli scherzi e i burleschi hai lasciato a memoria in questa tua venuta
Non periranno come la carne nel tristo avello!
Quanti sorrisi hai strappato per far risorgere uno spirito affranto già preda
Della misera pena
I buffi passi e l inceder grottesco
Beffeeggiar te stesso questo ti ha reso
Più umano ,solo un uomo che vede il
Mondo come quotidiana sfida Allor si vince or si scende la china ma sempre
Pronto a risalir la vetta !
Cosa è la vita se non un grande teatro
Dell uomo per l uomo ,un gioco, un attimo dell 'eterno scorrer del tempo ?
Siam tante maschere in un mondo che
Sovente preme vuol scavar nel fondo
Ma tu dal volto disvelato hai affrontato
Da maestro e giocato da saggio la tua partita hai vinto e avuto il plauso l onor
Che la morte non resta .
Adesso la tua commedia si ammuta
Il corpo troppo stanco non sustiene
Il ruggir dell anima
E Quinci cone legno dal mar gettato e franto a riva
Tu ti sei abbandonato all soffio che ogni uom che respira tosto abbandona
Lode a te figlio del dolce vivere
Sei stato l abile burattinaio
In questa scommessa che è terrena
Or riposa non calerà mai la memoria su te
Istrione!

Il paradiso
Allor che sono' l eterna ora
L'alma raggiante lascia la sua spoglia
Mortal ,non pena la prende
Ma guarda il primo corpo piegato
Dall' amara morte che per niun ha risparmio !
Quinci si veste di luce ,e guarda gioconda
Al pensier supremo che a lui tutto conduce!
Ah quanta grazia negli occhi lor che han lasciato
Questo soglio i crucci e pensier che ogni giorno governa
Sei dunque tanto duro Angel nero che ci traghetti
Alla porta senza ritorno ?
E sol il pago che devi mortal per lasciar questo sentiero !
Fiumi d'amor che tutto avvolge dal principio
Della nuova vita per l eterno!
E l'amor puro Santo e Benedetto che germoglia
Come seme per nascer nel legger petto!
Chiare giornate ove non più tramonta notte
Li l' infinito regna e protegge
Gli spiriti eletti che già han salito nella luna
Il primo passo .
Pregano e sperano di calcar I cieli
Per giunger al primo respiro dell universo
La gloria del perdono del Santo nome
Per le bocche dei beati già risuona
Fissi nel signore !quella purissima
Fiamma che Penetra i pensieri
Conosce di ciascun i giorni sani e amari
Ma già tutto e lontano or si Bean della gioia
Che mai fu così piena ,e vera
I cerchi del regno celeste
Accolgon le varie classi degli
Spiriti li giudica e li divide
Per vari gradi di purezza
Stanno i santi nel primo mobile
Accanto al padre e il figlio
Quel giudeo che dide il sangue in terra
Eletta per la speranza senza fine.
Il legno inumano ha fatto della carne
Strazio ma in lui il patto solenne
Di rinascer nel suo regno
Oltre il tempo e lo spazio
Il suo vigore lavo il male del mondo
Con una grazia che Mai vide
La piccola razza.
Siedon i santi e i martiri
Che con il sacrificio final onoraron
Il bel figliol
Or si giungan e cingon il padre e il
L 'eletto spirito ,L alta classe celeste
A giudicar chi ancor preme e geme tra I legacci
Terreni
Un canto idlliaco che supera l 'umana sapienza
Dilaga e copre gli animi santi come pelle di luce
Fulgida chiarezza di abbacinante bellezza
Che spalanca le porte di grazia
Riflette nei lor occhi come specchi
L 'amor che è dono di lui !
Al par delle stelle inondano E rischiaran
L infinito !
In quei mari di allampante eleganza
Nuotan in una liquida luminanza
Ogni anima che guido' la sua vita
Al passo di danza e ubbidienza
Giocan cantan in quel luminar
Che ha in se la polvere di stelle
Pioggia ricade luminescente
E in quell affocar di lucido
Fulgore I volti dei cari
Che lasciammo lacrimando sul marmo !
Li infinite colline che potevan
Rallegrar l'occhio
Campi di fiori e acqua purissima
Ove naufragar nel piacere
Nessun giorno umano e 'al pari d un secondo
Con voi che già avete scoperto il vero!
Nel volto pietoso della Vergine
Il riposo ,tu madre fra le madri
Che attendi all ultimo passo chi a te
Chiede asilo .
Non più chiasso non più lagnar
Non più pena che appesantisce
Ma solo l ' armonia nell amore e nella luce
Che chiude il confine

Purgatorio
All anime purganti che furon in parte fallaci e arroganti che dell umano han ancor intatto il pensier io in versi a voi mi verto
Fuggite dalla fucina ardente che miete come il grano dal campo si senton salve han già abbracciato la salda riva e mai vorrebbero tornar nel gorgo di incerta
Fatica.
Solinghe a viso basso rammentan i focosi giorni d una vita non sempre retta
E stretta dal desiderio aversa all insegnamento
Come un affamato che agogna il pane ma vuol pur vesti calde e lusso voi foste combattute da due verbi
Sontuosa veste o carità a chi la chiese ?
Quando vedeste in terra il derelitto pietà vi colse o un beffardo sorriso certe d aver un allegro focolare ?
Quanto dolore avete dato padri figli mogli
Or tutto uno nel branco nel silenzio , un lungo letargo !
Sonno della coscienza che fiacca e rende lassi che ottunde il ben dell intelletto
E ci meni nel deserto dei morti sensi
Lontani dalla fonte del bello e del vero
Vedete or voi anime in bilico tra i due mondi
Il vostro peccato l occasion della vita sprecato per giungere ai santi cancelli
Dovete lesinar chieder un amen e Attender ceri ,sollievo dei viventi
Che il vostro nome risuoni sugli altari
In nomine domini!
Ah cattivi anni vissuti nel disagio
A digrignar chi vi porse mano
Calpestar patti santi ma in Ver
Vi fu dolce andar contro comando
Sul viso un velo che copriva la luce
Del bel sentiero
Preferitsti digiunar che pranzare con chi ti
Apri il cor
Or benedici quel pane vorresti
Un certo posto da commensale
Ma son i giochi ormai finiti e tu pellegrino
Vai per il tuo cammino a passo lento e riflettendo
Sul giorno che fu' indi non si torna indietro
un tramonto che non vede l alba
Un dolor che vi pungola a cercar rimedio
Del malfatto questa la vostra pena
Finché non sia pura
i bei vermigli fior i ruscelletti
Timidi e allegri l'aroma dei germogli vedrete ancor ma prima pigerete il calcagno tra fango e roccia !
Vi dà la somma somma speranza
la certa grazia che vi attende
Dopo aver pagato lo scotto del vostro
Debito
Non pianti e lamenti come nel fatal asilo
Ma in coro mormoran gloria al padre e santa fede
Orsu 'Cingi la vita di docile giunco
Sii come lei piegati ai voler
Pia e monda salirai
La scala per l eterna gioia

Inferno
Guardando al basso regno
Loco di colui che fece il gran dispetto
Sta e rugge per la pena che gli fu inferto
Nel gran pozzo Stan l'anime smarrite
Che in fino all ultimo respiro negaron la luce
Or s 'capiglian e fan l'un con l altro schermo
Al foco che divora ma non consuma l' infermo
Alti pianti e gran lamenti nel regno senza tempo
Ante creato prima del nostro ingresso nel mondo .
Aduna a se la sua Corte dell' infero governo
Il gran re che dell' umana sorte ha spregio
Tutto l'universo ha in suo segreto di giocar in sorte
E porre nel suo grembo
Volti sconvolti senza più umano segno
Foste un di voi il marcio della madre terra
Chi fe per voi l' ingaggio?
Or espiate la giusta pena
Non vi lagnate di questa catena voi la forgiaste anello
Per anello !
Vengono alla riva maledetta del Lago flegetonte
Come naufraghi dopo grande pena
Cercan di riguadagnar la terra
Ma l 'onde che per voi non han alcuna pieta
Vi rigettano nel gorgo
La speranza e vana e fioca
Così ricomincia l 'amara giostra
Ogni di per l '
eterna sera
Batte i pugni sul putrido fondo
Urla e bestemmia e ancor gli rugge
L' amara sconfitta ,
Quando Also 'a testa bella e fiera
Contro colui che gli diede
Le bianche Ali .
Cacciato e maledetto dal giardino eletto
Rabbia lo rode brama vendetta
E con lui tutti coloro di mal' anima
Adesso vorreber lasciar la spelonca nera
Il fumo li attosca co ne li confuse
Nella prima vita a cercar peccato e non la giusta via
Tu seme della discordia dei mali in vita
Sei giudice e seduttore
Dottore che conduci all' ingiusta via
Dannati e lontani nella memoria
Persi per sempre dall 'infinita gloria
Rimpiangono in eterno il giorno
Che voltaron le spalle al gran architetto
Pensosa anima quanta malinconia ti porti
Retro ora che il cancello e chiuso
Sogni le praterie i fiumi e il chiarissimo giorno
Ricordi quando eri fanciulletto
Puro nato come le creature nel dolce segno
E or navighi e affoghi nel foco e rimorso.
Attenti voi che ancor respirate nel regno
Terreno !
Sempre pronto e 'quell antico Angel caduto
A tentar !
Ma voi come querce che sfidano il vento
Fermi restate !

Le due serpi
In un giardino ove la primavera rinverdiva
Il rinato orto e lancerte fuggitive trovavan riparo sotto sassi o cavi alberi tra i cespugli odorosi mi si pararon a fermare il passo due serpi minacciose e orrende
Che l occhio non sopportava tal turpitudine
Strisciando e sibilando avanzavano con loro grottesco incedere
Qual orror nel mirare che quelle bestie avean sprazzo umano
Un avrebbe generato per sua natura identica creatura l altra il ventre per contatto si sarebbe incinsa dell mala creanza
Fui più volte tentato di lasciar quello strazio
Fuori matura e oltraggio
ma con mano ferma presi
Un legno con furore difesi il mio
Calcagno dal veleno maledetto
E sudicio sguardo
Madre Gea a te vengo supplice e basso
Caccia via allontanale dal mio cor
Dal sentiero si che e solo un guasto parto
Di due si fece tre per poi una sola venne
Con Gradasso
Ma io che non ero lasso Brandi il legno
E ne Fracassi il cranio
Sì che cadde senza vita
Fece del suo sangue lago
Ritornai più leggero e senz 'affanno
Sulla strada del sol nascente
Beato tra il mar e le stelle

Vecchio piano
Un vecchio piano coverto di polvere
Giaceva in una soffitta ormai mangiato
Dal tempo e da fil di setose ragnatele.
I suoi tasti muti le sue corde rigide
Sembrava morir di lenta agonia.
Ma orsu destati dal tuo torpore
Ove sono gli anni ruggenti dells tua gloria?
Quante note avrai vibrato
Tra tormento ed estasi
Quanti a quel piano pieni di passione
Con te creavano ,e soffrivano!
Quante notti al piano sotto tenue luce
Tra mille pensieri il pianista con te
Sfiorava l altissime del sublime
Malinconiche o vispe
D amore o di pianto
Sempre quelle nenie toccavano il cor
Nelle uggiose giornate d ottobre
Quando la pioggia cade lenta e pigra
Al ticchettio sui vetri alternavan
Musiche ,sentimenti !
Una fanciulla col condor della sua vita
Canticchiava quei motivetti che dal
Basso saliva !
Rammenti? I concerti il clamor del plauso che sale ,sale a voi rendeva omaggio
Ed era come un tuono che squarciava il silenzio dopo ogni canto .
Veloci volavan le dita sugli avorei tasti
Un turbinio di note ed emozioni che nascevano come acqua per dilagare nei torrenti dell anima !
Ora tutto tace .
Ove sei pianista compagno ,
Dell eburneo strumento
Attore e regista di tanto godimento ?
L 'uomo crea il tempo serba
Come piccoli frammenti siamo in questo
Mondo sovente lasciamo il segno
Un eco di ciò che fummo!
La cantina impietosa macera il legno
Il ventre che tonava tutte le sere
Ora rifugio di un topolino
Le corde rugginose son vene senza più
Sangue !
E tu pianista sei stato un sasso
Che ha increspato lo stagno della vita
Ma già l onde sono tornate alla riva
In un attimo e il velo torna cheto! Leggeri come i fori di pesco in primavera siam corpuscoli al mite vento.
Tutto è muto dormi tra la malinconia del passato ed un presente che ti ha dimenticato tutto diventa ombra
E vano

Francesco
Tra campi in fior e terra generosa
Sì sposa Assisi su uno speron di roccia,
Al riparo del subasio monte,un dolce vento che spirando pose il germoglio
Dell amor!
Di Bernardone figlio umano ,
Già avea in se lo spirito immacolato
Quinci tra soffici sete spezie d'oriente
Carezzato visse il primo tempo
Pria d'esser chiamato all 'alto ingaggio
Pose corazza lancia e spada sognando
Battaglie campali vittoria di rosso sangue
Della cavalleria l' ideale
Del Bon cor giovinetto come suoi pari
Appezzava la Gaia vita
Quanti pianti l Umbria ! i suoi figli
Sempre in ira per ogni città vicina
Ma quando dal sonno si desto '
Rifiuto 'il caldo cibo
L' oro zecchino un sicuro letto di piume ,
Frizzante vino .
La parola di colui che nei secoli non more
Fecesi di novo carne più umile
Di chi di fame si dibatte.
Ah come feriscono or le mani i
Rovi come si laceran i piè
Tra zollose strade
Alla porziuncola il novello rinascere
Oltre i vizi del mondo
Tu re dei derelitti ,ultimi e dimentichi!
Pioggia lenta ,fredda ,nemica
Non fermi la fatica
Non fiacchi la salita
Ne il vento spegne il foco
Che vi pungola il petto.
Ma fratello santo
Una la pena
Il gregge eletto s'e' fatto
Cupo e' perverso
Nella Roma dei pontefici
Serpeggia ingordigia
Gettano ai cani
Povertà ,castità
Per i beni temporali.
Gregorio all 'altar di cristo
S 'aggrappo al crocefisso
In lui con gli occhi fisso
Riconobbe chi dal fosso
Rialso ' il nome di Pietro .
Nella luce dell immenso
Cammini uomo riconverso
Al primo amore
Santo tra i santi
Guida all 'altissimo
Noi poveri sterpi
Che bruciam
Di peccato
Al vento mondano

Dedica al santo di Assisi

A ricordo di zia Maria
Nata nel borgo all ombra degli ernici monti,spendesti i giovanil giorni,
quell’ameno luogo di tuo conforto,fu un di ante che noi fossimo
fatti,scudo a roma conquistatrice!
Quante corse per le viuzze antiche nel tempo tuo beato
Allo spirar di venti e ai profumi della primavera,
tra vetusti palazzi e i primi amori di giovinetta,
miravi sempre con ardor a novi sogni.
Ma or tutto si resta,non echeggia piu
La tua voce,le strade le fontane un ricordo.
Era il primo vagito di febbraio,il sol con suo passo entrava
In acquario,il sonno che non desta ti strappo’
Con feroce pasto all’amor nostro,ai tuoi offici,
a chi con te divideva i meriggi.
Attonito al nunzio sto del triste inganno
Carne delle mia carne,perche ti abbandonasti
Al rio fato?
Vennero al tuo cospetto,l’amati figli
E parenti lugenti,mesti penitenti
Resi,abbattuti al passo della nera signora
Che niun dimentica pronta a ogni ora!
Il tuo volto non avea piu il sorriso che
Conobbi,ma livida silente
Le chiome sparse sul cuscino
Le membra turgide e alcun sospiro.
Li mi sovvenne i giorni di nostra vita,
feste spensierate,giornate al mare
carni cotte su ardente brace
discorsi persi nel ricordo.
Amatissima nostra parte,
sei nel sentiero di color che
abbracciano la luce,
al giudizio dell’essere supremo
che a noi ti diede e ora richiamato
al suo petto.
Non si more in eterno,vivendo
Nel cor l’alma santa ha gia mutato
Libera nel giardino senza tempo.
Ti vidi porre nella negra terra,
ancor i monti ti fanno schermo
la fontana ove tu giocavi
sgorghera’ ancor!
Ti culla il paesello
Rifugio per te!
Mira l’orizzonte,
e l’alte mura che mangiano l’infinito
corrado cioci ricordando zia maria

L'amor maschile
Cosa temi uomo dal volto torvo?
Temi malanno che infetti le tue membra
Il sangue o la mente ?
No.nessum morbo reco placa cotal rabbia!
E' solo amor quel che mi spinge a dar baci e abbracci a sospirar la notte se il letto langue !
Alieno impeto dell uomo virile che cerca la servil donna con tutta passion la tiene
Nulla turba ,ma se ad occhieggiar son
Due fanciulli di mascolina natura rode e rugge la gente pura.
Eros dall arco d'oro tira frecce in cor gentili ove il foco divora per quel sentimento che nasce e germoglia !
Come il contadin mette a dimora i semi nei conosciuti solchi e li fan radici sovente il vento ne disperde per strade straniere eppur li novella pianta!
Così nei lor cuori nasce un amor nuovo ma pur sempre dallo stesso seme
Quanti abbracci negati dolci sorrisi
Stroncati per timor e vergogna
Ma quando il gentil morbo tracima i cuor ben dura e piegar la voglia di tener la mano sfiorar la chioma!
Insulti e alti castighi in questo mondo
O tenerelli !
SIETE fragili navi in mare tormentato da infidi venti che vorran nascondervi nei gorghi per paura e noia
Cavalcate l onda oltre troverete
più calme acque ove si dirigono l alme candide che il fiume della luce le mena.
Amor ,amor e ancora infinito amor che governi l universo illumini ogni cuor d'immenso chi inver lo credea perverso

Nessuna risposta
Ove andrano le gocce di rugiada che fuggon al
Primo mattino ,sotto foglie verdi al destar d’elios?
Chi mai narrera’ delle onde che montano e schiumano per morir
Sienziose su desolate piagge?
Riuscira’ mai un coraggioso aquilotto a spiccar
Il primo volo nel vento,nel profondo azzurro?
Un fium iciattolo,tra vallate e ciottoli s’unira’
Alla grande sorgente che tutte le acque comanda?
Chi sa inver se la voce dell’uomo
Giungera’ tra gli astri piu lucenti eppur lontani?
Un fanciullo viene a nova vita,mangera’ sabbia e dolor
O vincera’ per rialzar il capo come colui che si salva dal
Pelago e tocca riva?
Del dolor d’ogni petto dei sospiri e dei pianti
Chi li ascoltera?
Una donna che si batte e si dispera,e stringe
Il suo figliol che ormai la vita lascia,chi
Calmera’ il suo strazio?
Chi sa se alla prima morte ,si rivede il ciel
E mai piu la sera?
Solo il tempo,e ogni quesito cade ,sordo rimane.

A Lidia
Il rosso tramonto allungava le sue lingue di fuoco
Nel ciel fosco,seguiva un’assolato giorno,
e in quello vidi il volversi della vita.
Ad acilia,,che di lungi vede la costa,
e ad ostia si sposa ,venni quel di’ da te.
Rividi la donna di un tempo,ma
Il mal che t’attanaglia rese lo sguardo piu spento
E muto era il tuo verbo!
Rimasi attonito al tuo letto ,nel veder
La fragil figura,li ,cruda e ferita dagli anni.
Che cosa è dunque l’umana vita?
E’ degna d’esser vissuta se poi giungiamo a tal fatica?
Cosa sei tu povero corpo di fronte all’eternita’ assoluta?
Ah natura,che ci culli ,la nostra carne è ben povera cosa
Per i tuoi costumi ,che macini i millenni!
Mi sovviene il ricordo di te ,
della dolce eta’,quando servivi nella mia magione.
Il suon leggero della tua voce
Il frinir dei grilli,
e mi rimbrottavi se sudato mi stendevo al
soffio di maggio.
Rivedo mio padre,i nostri giochi da fanciulli ,
quelle giornate che perse
ritrovo in te ,quei fuggitivi momenti
di infinito amore.
Or è giunto il tuo ultimo atto
Di questo lungo teatro umano,
esci con orgoglio,non feristi,non hai fatto peccato!
L’alma che or si contrae e cerca spazio,
perche’ è offesa dai legacci terreni,
si libera e riprende il suo viaggio,
nell’infinito oltre il tempo.
Quando pia andrai pellegrina
Nella dimora eletta,siederai su candidi seggi e rimirerai.
La bianca donna che tanto il cor t’accese
T’accolga nel suo manto,or ti conforta,
come madre ritrova novella figlia.
Lei che i destin governa
Non la turba il nostro fallar,
Indi,se saran benigni i suoi sorrisi
S’aran aperte le sante porte,
allestirem il nostro convivio
e non calera’ mai piu la sera.

La scelta di costantino
Imperatore ,oh mio imperator
Quando su ponte milvio ti schierasti
Per la bianca croce qual disio avevi in petto?
Credevi che la nova gente avrebbe reso il mondo un luogo
Eletto,lontano dall’inganno,e dal ferro?
Vento,se avessi alzato un muro,le frecce
Vocate sante sarebbero state disperse e dar quinci vigore
Al pagano passo del massenzio vittorioso
Giove e giunone al suo polso!
Ma il novo tempo bussava alla porta del
Cambiamento!
Glorioso impero ormai morente,hai datto l’ultimo guizzo
D’onor come la fiera che infino all’ultimo non si piega.
Trono di cesare e d’ottaviano legislator
Culla di cicero e d’alti filosofi dal verbo greco
Or ti lassi e mostri il ventre al dente fino!
No costantin placa la tua foga e l’entusiamo si
Accompagni alla ragione usa il saggio
Motto e ingegno che del bianco pontefice
Non saran rose ma piu fieno!
Pensi che la lor fede non sia oscura come
La notte nasconde la luna?
Eppur intrighi saran lor comando del gregge muto
Si,ma dal lupo si faran oltre lo sguardo.
Pietas romana dei costumi antichi ove siete or
Che roma ha i suoi fianchi feriti?
La citta’ eterna diede nelle mani del novo
Sacerdote,e apri’ le porte per la sua schiera.
Non piu soggiacer sotto cupi nascondigli
Al lume di candela,al pianto e terrore della era,ma or
Diurno canto fan per le vie e non temon oltraggio!
Guarda figlio d’elena come si è fatta marcia
Quella razza,che tu elegesti pura.
Mira come han piegate le genti con fiamme al
Credo e non con mano e bacio
Han ucciso il respiro di color che s’alzavan a ostacolo
Sputavano se un si allontanava dal verbo.
Grida la terra dei misfatti della plebe conversa
Sanguinano le ferite di quelli che periron
Per mano vostra.
Venduta e poi malata quella spe’
Della bianca croce,fe piu malati che sani!
Or combusta e infangata quella promessa
Anche il dio che apri le acque ,che diede il figlio
Sulla croce di giudea ,vede come è misera
La sua discendenza.
Risogi,dunque,non mostrar ingordigia di vini
Pani profumati vesti d’oro,sonante moneta,
ma vai pellegrino per terre lontane
povero,senza calzari a rinnovar
la vera essenza della prima vita.

Vecchio soldo
Vecchio soldo,antico e sporco
Dimenticato,dalla rugine logorato,
eppur malinconiche storie
in lui racchiuse di lontano passato.
Percorresti ,un tempo anche tu,
in sarculi colmi d’oro ,
su dorsi laceri,passi lenti di cammelli
la mitica via della seta?
Quel fiumed’avventure di uomini
Sangue ,guerre,tra le sponde d’oriente e occidente!
Scoribande di saraceni
La sabbia si macchio’ dell’odio delle due fedi!
La verita’ non ha volto,scellerata la vanita’
Dell’uomo!
Comprasti,dimmi vecchia moneta
La liberta’ che or il ceppo serra?
Al banco ove il padrone il servo piega
Il grido del non uomo simile all’uomo echeggia,
ma un sul piano dell’eletto,
l’altro al pianto del suo primo sospiro.
Or vede il suo pie’ piagato dal ferro del tuo potere.
Fosti un di’ pegno d’amor dei primi amanti
Focosi nel petto,trepidanti delle lor carni,
che gia’ sognavan infinite notti tra abbracci e cuscini!
Ah quante storie vecchio e consunto peculio!
Eppur tutto è lontano.
Chi ti lodo’ chi ti strinse ,dopo tanto pianto in te fidando
Di giorno piu gaio!
Amato compagno del soldato di ventura,
senza patria o patto santo
al son del tuo compenso,fecer
guerra,tradimento e inganno.
Quanto fuoco nel villaggio terra desolata,
ove regna il brigantaggio,soldo tu amara preda!
Delizia e rovina dei potenti
Dolente affanno per i miserrimi,
lesinar un quattrino per un pane insipido.
Or sei qui,tra terra ,fango,acqua ,
vento che cancella i ricordi
e l’onda dei secoli che divora l’umana gente.

A mia madre
Gli angeli del ciel che
Vivon tra le stelle eterne,luminose e belle
Desiderio di colui che le galassie move
Guardan le creature. Inferme!
Un a me si volse lascio' il,piumato manto
Discese dall astral paese
Mi tenne in,grembo
Per amor che l,universo inbeve!
Da quando uscii dal sicuro ventre
Io fissai glli occhi suoi e per
Me s 'apri il,mondo che ognun attende!
Le tenebre del non essere si dipanaron
Allor mi,illuminai del sol nascente!
Pargol giacoai piansi al caro petto
Da cui vita ebbi oh,mio sicur governo!
Mossi i primi,passi fanciulletto
Sempre incerto. Siamo fragili cone canne al vento e li c era il,mio primo appiglio
Lei che mi cullava la sera,m'addormentava
Al suon della sua voce
Ero un re il suo canto oro per il miorecchio!
Gli anni volaron dolci come farfalle sfioran un prato
Fui passerotto che stanco del nido cercavo il primo salto ma sempre brama l,uccellin,il forte piumaggio.
Naviga sicura la navicella sul placido
Mar il roccioso scoglio dimentica se il
Nocchier ben il timon dirigge
Alto,pianto incede se vuol sfidar questa estensione senza padrone
Allor la roccia rammenta si lagna del suo languore
Cosi io tu mi,guidi m ammaestri sulle vie
Doimini l insana passione!
Quando un,cruccio mi,prende
Non,ve parol tra noi
Doni quel seren che il cor attende ed e subito giorno!
Or ti vedo in queste carni che il tempo
Piega,
Eppur nulla muta nella tua essenza
Risento quel fremito,mai placato dall,innocenza
Ti riconosco angel,mio
Primo amor che ebbi e che ancor,m allena
Sei la carissima madre
Mio scudo .ti porto sempre
Nella mente ,nel petto
Noi,non ci perderemo come semi nel
Vento sempre figlio. Tu genitrice in eterno

Il pagliaccio
Ridi e poi gioca che la vita e breve
E il giorno insicuro
Si copre il viso di cera rosso,il naso
Strano il suo vestiario ,la chioma gonfia
Ha i color del cielo dopo un fortunale
Canta note stonate deride se stesso
E il suo andare
Si picchia ,si rotola tutti gridan a gran voce il fanciullo cerca le sue burlesche storie!
Tra motti ,filastrocche ti solleva il cor
Ricordi gli anni da pargoletto ma or
Ridi ancora come un tempo
Tu pagliaccio che pari sempre gaio nascondi in vero un vel di tristezza
Che si nasconde in quella faccia finta
Tra trucco e parruca!
Tu piangi dentro povero buffon del nostro
Evo!
Che ti tormrnta?lA VITA CHE NON, promette quell che deve?
Quando la giostra chiude il suo velo
Sen va il poverello
Si sveste del suo fardelll torna uomo
Vero!
Ha donato ore liete a chi era affranto
Si resta del capriccioso pianto il monello
Dimentica. E va via felice chi della giornata era stanco
Notte silente tutti taccion
Tornera per la mattina il pagliaccio
Col suo. Bagaglio,umano

La facil donna
In,una strada buia
Solo la tenue luce d un fuoco mosso
Al vento,fendeva la muta via
Sedeva la donna,di vestiti succinti
Co suoi pensier e crucci
Gli occhi fissi al gaio ceppo
Attende un furtivo amor
Un tiepido abbrccio senza cor
Che nella notte la plachi del suo dolore
femmina che hai perduto l'onesto
E pur lo fai il mestier per diletto
Or fuggi da un,letto or cerchi l'uom
Perfetto
Un poco la pena solleva dal petto
La spe la prende che dorma braccio
A braccio nel sicuro focolare
Ah fanciulletta d un tempo come delude
La vita per colpa o difetto!
Rada promette quel che si vuol crescendo
Ma tu o figlia taglia la catena
Recidi la radice del triste gioco
Torna fiore del primo amore

Bianco oleandro
Io ricordo Quand'ero fanciullo
Un bianco oleandro nel giardino della
Perduta villa ond' io nei Meriggi estivi
correvo spensierato
Sento ancora quell acre dolce aroma dei suoi fiori e il sole faceva brillar le sottile corolle!
Era il tempo beato quando le giornate e erano inondate di luce ove io
Mi perdevo tra fanciulleschi sogni
Vedevo di lontano il tremolar del mare
Il brontolio delle acque fra i rocciosi anfratti !
La sera il bianco oleandro ancor tutto
Fiaccato dalle roventi ore Augustine
Salutava il vespro e il fresco della Sera
Le cene al leggero vento estivo
Sotto l ombroso pergolato
Era caro e ramentar amaro!
Tu muto sembravi aspettare il novo Giorno
E rinnovar il tutto !
Mio padre fischiettando
Delicate note mi conduceva
Al mar tra conchiglie e spruzzi salati .
Il primo saluto era a te quando con il primo tepore del giorno estivo
Liberavi quell inconfondibile aroma
Ah fanciullezza quanto sei dura nel ricordo
Quando poi ci lasci troppo in fretta
Mio padre non mi segue più non mi
Conforta !
Non calco più il ghiaioso viale di quella casa
E tu bianco oleandro non ci sei più
Tutto è svanito ora vive solo un malinconico ricordo

il destino
Ognun che move i pie su
Questa terra ha già il destin che lo
Attende alla sua sera
Siam come stampi di creta
In cui s infonde la sorte
Che per tutta la vita ci mena !
Qual destino m' attende
All ignota metà?
Le tre sorelle tesson
La fatale seta
E quando l una s'accapriccia
Taglia e una vita si resta !
Vana Spe' chieder responso
A Delfi !
Che su foglie il fato scriveva
Inganno sopraffino
Dell vecchia fede!
Come la mia gatta
Nel tranquillo meriggio di
Giugno nel sonno che alletta
Aspettava il fio del suo destino
Mi sovviene la certezza che non
Ve strada sicura per saper i giorni
futuri se allegri o di veli!
Sovente lesiniam
Baci e carezze certi di farlo ancor
Ma se il destin male pensa
Cadono a Voto perduti abbracci !
O futuro tempo piega il velo
Che da uno squarcio si veda retro
Crogiolandoci di miglior sentiero
Ma poveri noi sventurati
Di quel che sarà non sapremo mai il vero

L'arciere
Sta il prode arcier a tender il duro arco
E il pizzicor della corda gia’ freme di scagliar la freccia al proprio
Segno!
Voli fulminea lucida sagitta a cercar la tua dimora
Fendi cielo e terra ,finche’ ti resti di te solo il sibilo sottile.
Sotto i torrioni del castello antico s’accalca la folla del nemico
Crudele,tu arcier paladin del vero difensor del popolo
Segni uno a uno col tuo rapido scoccar le vite da spegner
Cadon un sul l’altro gli attoniti guerrier
Che gia’ assaporavan l’altrui delizie
Case e terreni donne e fanciulli di porre in ceppi.
Sembran quelle carcasse come fieno!
Quando s’accatastan alte balle mucchi a mucchi!
Un ronzio che stordisce breve come un frullar d’ali
E poi nulla piu’ silenzio e pianto,giusto
O inganno ma solo carne compunta stremata.
Lacera l’aere d’intorno la freccia che vola al
Passo di guerra,e come fulmine squarcia in fortunali
L’eterna quercia cosi lei dinuda i cuori e i pensieri
Di color che a lei si piegan e temon colpo.
Arciere e freccia un sol respiro una sola anima
Lui in quella si fissa e s’affida
E spera che la punta vada profonda
Il legno s’affonda nel tirator
Reca il vero se ei sia giusto
O vendetta se quel pianse affronto!
Nel clamor della pugna non v’era
Piu ‘frontiera eravate padrone dei destini
Dei disii della spe’ di riveder la sera!
Al canto di pace dormon l’un e l’altra
Ma se marte move pie’
Allor arcier tendi l’arco
E lei è gia li tua compagna e sorella

gladiatori
Nel clamor della folla che soffoca col
Sangue ogni disio
Gladiatore ti sei fatto onore
Sotto il ciel di Roma che non conobbe Dio!
Il ferro il valore l amore
Questo il motto del tuo cor
Che ante tribuna inumana
Del vostro umor era affamata!
LE bianche pietre stavano
a guardare casa e ultima culla
Per voi che per ogni di'
La morte avea la chiave
Dell estremo ultimo fiato
Da questa valle.
Quali pensier mirmillone. Focoso
Sotto l elmo avei di questo mondo?
Di lacerar carne e bever l altrui
Lacrime?
E tu reziario?
Non è questo il modo
Di andar per mare
Ma brami co reti di far la carne
Tuo pasto!
La polvere il ringhiar di fiere
moleste il pianto d un fanciullo
Che del padre vide il corpo
Tra sabbia e lancia trucidato
Tutto era tuo pasto quotidiano
Silenzio andate adagio uomini
Che follia e' mai questa?
Le menti percuoti
Gli animi inciti quando
Tu gladiatore vibri
L ultimo colpo liberatore
Allor esplode in giubilo
Ed è una danza!
Macabro canto
La morte vince
Porta l ultima volta al viso
La sanguinante mano
Il ferro ha avuto il suo capro!
Scintillante gladio
Dorata corazza
Pesto cimitero
Abbiate requie e
Morto il combattente
Vile volgo famelico
Come sei brutto in questa
Maligna giostra!
Sorgea il giorno
Chiamava a se la notte
Tutto tace s aggruma
Il sangue tra le pietre
E la fronte
Ode il canto d una civetta
E spera il povere l
Che la nuova alba
Non sia matrigna!
Questo è accaduto
Sotto te mio imperatore
Ora siamo solo ombre
E polvere al cospetto dei secoli

L infinito
Sopra la Duna di un deserto ammirava
L infinito.quel senso di eternità che si
Spandea in ogni piccol granello di sabbia.
Li v'è silenzio,.fischio di un tiepido vento
E cielo ininterrotto se non dall orizzonte
Perdendosi tra il biancor delle nuvole. Rimanevo attonito,bussava alla porta della mio pensare il mistero delle cose create.
Sulle cime dei monti con le nevi immacolate coi ghiacciai perenni.era pur li l infinito !
L'uomo pareva talmente esser piccolo
Che ogni roccioso appiglio era di lui
Il maggior potere!
Volando sulle creste degli oceani
Quando le onde si gonfian e minaccian il cielo mi perdevo in un infinito mondo d'acqua,con tutte le sue creature
Il color profondo che penetrava ogni sua fibra
Sì sposavan i raggi del sol con la salina
Figlia perdendosi in uno scintillare di
Inegual meraviglia
sentivo la potenza della marina
I venti spazzavano la sua veste da quando la terra ebbe la sua prima vigilia
Toccai le foreste vergini della più bella
Figlia
Che naviga con noi nel buio e non reca
Fatica !
Le verdi fronde il filtrare dei primi raggi
Tra il fogliame
Il perfetto innalsarsi dei tronchi verso
il ciel .I rami schermar la notte come mille
Braccia
Quello era infinito!
Quinci dopo aver viaggiato tra mari
Monti , deserti,
Tutti imponenti e che non temon il pugno
Dei millenni
Mi setii fiacco e picciol davanti a voi
Signori potenti!
Ecco l eternità si ferma con noi
Poveri esseri che crediam d esser
Eletti
L infinito che io carezzai si resta qui più non va oltre l uomo non è che altro polvere in una giornata di vento.

la voce del silenzio
Ascolta,ascolta la voce del silenzio,
Questo infinito vagare per la propria coscienza,la propria natura.
Odi ?il lento scandire del tempo e la ragione che si interroga?
Nasciam nel silenzio solo il mondo è la selva che ci attende.
Ma tu uomo medita!
Il silenzio del cosmo la sua profonda sostanza,m'affascina e mi ammalia.
Cosa è la morte,se non un lungo ed
Immobile silenzio che dal mondo ti bandisce?
E dunque il vuoto?la rinuncia del tutto,
La fame e la sete dello spirito?
Se si potesser far tacere tutte le voci,
Il rumor,il mormorio,scopriresti una nuova,casa fatta di contemplazione,
Di ricreanza!
Eppur anche nel silenzio piu' cupo
Ve' un legame un sottile richiamo che unisce tutte le creature
Anche il mar che par sia muto canta la sua voce,
Che s'ascoltar che si denuda dei legacci
Troppo terreni e infonde la sua anima
Nel turbinio universale.
Un albero è dunque silente?
No,anima curiosa,
Sa far sentir le sue vibrazioni solo se ascolti la voce del cor.
Nel silenzio di un rosso bociuol di rosa
Mi perderei,ascoltando il suo fruscio
Ed è il sorriso del giorno!
Allor mi piego su me stesso e capii
Che il silenzio piu' assoluto non esiste!
Solo se trovi la tua sostanza ascolterai
L'armonia del perfetto.

Pianeti novi
Quando credevam d’esser soli,
in questo nero manto ,silente e lucente,
ecco che sotto il suo palmo,alzaron il capo
novi mondi,lontano dal nostro sguardo,
sette lustri da passar,per respirar la novella aria!
Scrutavam l’eterna volta,con viso incantato,
come fanciulletti che vedon il mondo
con infantil entusiasmo.
Speravam di sentir altre voci,oscuro canto!
Scorre li’ tra muti giorni un timido ruscello
Che sussurra e si insinua tra i canali?
V’e’ il verdeggiar di foglie coverte
Di brina,al primo mattino?
Che amor quando rimiro
Quei paesaggi ,che il
Mondo mena per i cor gentil,che l’apprezza!
Laudati siate dottori del ciel
Che all’uom ghiotto,
avete dato la gaia novella!
Il sol si specchia con l’altra stella
Anche lei madre benigna,
della vita che infonde sulla sua pietra.
Ci saran giuchi innocenti,
tramonti coinvolgenti,
e albe che risveglian il profumo
dei fiori?
Dimmi l’autunno è cosi malinconico,
quando denuda le sopite piante ,con lor
foglie fa turbinii,nell uggioso meriggio?
A questo dimandar non v’e risposta,
il mio quesito cade nel vuoto!
Ma un di’ verra’,
quando saremo noi che sognammo ,
solo spettro di quel che fummo
le due terre verran a un sol respiro,
calchera’ il pie’ gentil la sabbia fine
vedremo il saper in occhi sconosciuti,
nuove idee,nuove lingue ,
oltre ogni confine

in onore della scoperta recente di tre
pianeti abitabili scoperti a 40 anni luce da noi
in questo mese di maggio 2016

vecchio naviglio
In un porto senza nome di nessun suolo patrio,
un vecchio naviglio era ancorato.
Vergognoso tra inponenti scafi di legno
Pur or forgiati.
Antico veliero,narra un po’ del tuo passato,
quante volte avrai tu navigato,
quante genti attraversaron il mar
infiniti sospiri passaron per le tue assi.!
Notte e giorno non era mai una pena
Ne ti fiaccava la continua lena.
Vetusto naviglio,quanta spuma ,avrai solcato,
quante tempeste puoi raccontar ,tu,
quando quell acqua brontolava dal suo
ventre,allor la sperduta ciurma,
s’affidava a te e in cor sperar di riveder,
le ridenti distese in fior!
Per tempo infinito,avrai navigato
Cullato dall’indomito pelago
Che ti chiama ancor.
Un marinaio ,guarda con occhio umido,
l’amico del passato,e rammentar gli
sovviene,delle tue vele,
delle fredde notti,quando il fortunale
spezzava le braccia ,ed esser nocchier
in burrasca,era si dura e pur
quasi senza speranza.
Hai perso compagni che ancor serbi in petto,
un malinconico amor che t’aspettava
quando lasciavi il porto,
tutto li or giace,dolci ricordi della gioventu!

La danzatrice
Danza, danza vergine scalza sul letto di fiori!
Danza finche’ non giunga il tramonto ,
e nasconda la tua grazia al crepuscolo.
Scorre nelle tue vene la forza dell’arte,
impetuosa tra estasi e tormento
cosi’dilaga il torrente nel suo letto!
Figlia beata ,Tersicore t’accompagna .
Ogni sua mossa era amor per la vita.
Leggera,si moveva al son di dolci note
Che lo spirito solleva!
Quell’anima che si abbandona al sussurro
Del canto del cor,
E liberta’ che si move nell’aere
Fresco del mattino ,quando quell’umido
Della notte rende frizzante le prime ore.
Ed era come un volo di timide farfalle
Quella danza tra le rugiadose viole,
le pungenti rose dalla chiusa corolla.
Il suo inceder leggero e soave
Rendeva piu’ gentile la collina,
ancor sopita.
Li perivan le idee malvage ,per lasciar
Un sapore di eterna pace.
Danzatrice che sai mover il sentimento
A far esame di se stesso,
sei regina del divin amore ,che scava nell’ “io”
maestra nel suonar le corde piu profonde.
A te m’affido mi lascio
Trasportar dal tuo gioco!
Chi ti instilla tal creanza?
Come movi i pie’ che volan
A fil d’erba quasi tu non abbia piu sostanza?
Negli occhi di colei,
che guidava tal maestranza ,mi sentii perso.
Avrei sfidato il tempo,
guardando in eterno il tuo talento.

Silente notte quanto mi sei ostile,
sento gia’ la bruma del vespro,
quella foschia rossa ,che stacca il di’
dal sonno.
T’attendo pallido mattino,
rivedro’ quella danza,
ricomincera’il mistero infinito

L'ulivo
Un pugno di terra per affondar le radici,
una lacrima d’acqua per ristorarsi,cosi tu ci
insegni rugoso ulivo.
Splende al sol l’argentea corteccia vibrano all’uninsono
Le foglie di un verde in tenso,che si specchiano nel cielo terso.
Le mite distese di toscana tu copri ,li ove il tempo
Sembra piu lento,tutto ha il sapor una vita serena,una vita
Che se io potessi spenderei in arcadia!
Un fiume d’oro ci dono dal sapor dei frutti,
aspro,si ma succo della tua vena.
Sta il contadin sull’aia a sgranar le dure bacche,cantan festose
Le fanciulle con la chioma al vento,il viso segnato seppur
Giovinelle dal sol e dal sudore.
Gioca il bambinello nei fanciulleschi giorni,
rimira il fattor il suo regno e zufolando contento,
si bea del suo lavoro.
Torchian le olive i frantoi,si libera nell’aere quel sottil
Profumo d’erba che rinfranca il cor e lo spirito.
Bagna nel novello olio il pan del suo mulino,li il
Sapor della campagna ha vinto.
Cala dietro i monti ,sulle campagned stanche,
sui pollai,e la fattoria il tramonto,
quel rosseggiar tra i rami d’ulivo,e loro foglie,
che si nascondon dall’ultima luce,lascia
lo spirito ammaliato da tanta grazia di te oh creato.
Silenzio,è notte!
Mormora or la civetta tra quegli ulivi
Che vider il lavorio dei campi,
e ricordano il biondo olio del giorno!
Un di,Sali al colle,nella terra
Di giudea un saggio carico di dolor
Ma certo della gioia.
Voi ulivi ricoglieste gli ultimi sussulti gli ultimi singulti
Di una vita che periva per noi
Per quel che siamo!
Antico ricordo gezemani porti,
di quel bosco
le fronde aqsciugarono il pianto
del figlio dell’uomo

Il giardino dell’anima
Caduto in un sonno che ai sensi tolse poter,
camminavo d’incanto in un bel prato,ove ordine e armonia
cantavan in cor li senti vibrar la coscienza mia.
Nel far del giorno sorgeva la stella e irradio di sua luce l’universo
Mi prese tal gioia che mi sentii perso.
Era il giardino dell’anima quando nasce pura e casta
Dal primo pensier che l ha creata
Il sentier s’adornava di tanti e tali fior che non potevo
Toglier lo sguardo da tal miraggio.
Mazzi di gialle margherite mi accompagnavano il passo,
di lontano sentivo l’aroma del violaceo glicine
che s’adagiavano su argentei ulivi.
Scorsi, in quella aurea una donna
Di bianca veste,che mi sorrise ,con lei mi fermai a
Ragionar del nostro essser creature,or fallaci or fanciullesche.
Tant’era il disio di comprender quel mondo
Che la fatica non era d’intoppo.
Tra l’erba una madre che s’adorno le spalle
Di rossa lana e un pargol al sen tenea,
vidi quella figura, che tanto mi prese che quasi restai
il mio viaggio.
Se fosse stato un miraggio ancor m’e difficil capir
Perche’ io mi inginocchiai ai suoi pie quella pia donzella
Di verde panno e chiesi:”prendimi sotto il tuo braccio”
Ma d’un tratto mi si paro’ un triste viale,scuro e senza luce
Ne fior, ne canto che penetrasse l’eterna notte,il freddo m’
Attanagliava ,persi la speranza di riveder la strada maestra.
Ove porti torto viale?
Scarpate profonde,di spini aguzzi,ne la gioia di rose e di viole
Caddi in un baratro e non sapevo riveder la china,gia temevo
Che fosse finita!
Il fango maledetto mi impediva la salita
E quanto io facessi mi tirava giu ove ero prima.
Il male che tutto offende mi impediva di raggiunger
L’agognata riva di stringer la spe’ di nova lena.
Sussurri dal profondo del dirupo,mi mettevan pena
Ove io che ero gia sull’orlo di cader nel fondo,vidi al sommo
Una fanciulla tutta bardata di salda armatura mi die’ la mano
Ella mi sosteneva.
Quando fui al fin giunto,ancor l’ombra m’opprimeva
I suo dubbi mi ponevan in basso loco
Mi blandivan quasi lasciai quella via che è vita.
Ancor mi soccorse una fanciulla che grido in quel bosco tetro:
“fuggi di qui pellegrino e segui il sentiero sin dove vedrai il novo
Giorno”
Mi incito’ brandendo una spada e rinnovando l’orgoglio.
Alfin rividi l’alba il fruscio del vento,
lo scorrer d’un ruscello,mi vidi retro
del pericolo e del suo veleno.
Sorgea il caldo sole quel giorno,
ed io pellegrino del suo giardino
mi rivolsi al primo amor dell’infinito

La morte di un poeta
Fu,giace la morta carne,
scompigliati i capelli,freddo il cor che
brucio di passione.
Fuggon le sue muse,guide d’una vita
A cercar altre alme da ingentilir
Coi dolci doni dell’arte.
Ma i versi che irrigaron le silenti carte
Non son muti,persi nel tempo ,e nel ricordo
Vivon oltre la vita che si spegne al son
Dell’ultimo respiro.
Uscite dai chiusi quaderni ,volate or di
Bocca in bocca,a cantar quel che ditto
L’eletto,l’unto del dono leggeroe soave.
Allor come le bionde api in maggio che
S’impollinano di fiore in fiore
Risuona la dolce melodia di parole
Un fiume che dilaga nei petti,
una luce che brilla,sono i suoi versi!!!!!!
Quante donne al rapido amor portasti
Inebriandoli,coi mielosi sonetti?
Or piangono,sulla nuda terra,
vorreber ancor vibrar suoi tuoi
verseggi!
Non perisce quella scintilla
Che rinvigorisce l’anima dei poeti,
sono come il vento,che si crede sopito
e poi rinasce!
Gia il seme della poesia cerca chi
L’alberghi
Per liberar dolci pensieri.
Risorgi dal tuo sepolcro
Torna Oh maestro!
gia’ il mondo grida uno spirito puro
energia fatta umana,
che plachi un po
la voglia di infinito
che dona il canto dei poeti

Il superuomo
Umano,troppo umano,per poter sfidare il creato!
Uomo rientra nella tua natura,che sei di fronte all’infinito?
Nulla,se non un minuiscolo granello di sabbia nel vento.
Vanagloria tu avanzi,mai avrai il vero potere sugli elementi
Acqua,vento,fuoco,ancor ti piegano e ti fiaccano,
e te come un fanciullo intimorito,ti nascondi
cercando il ventre materno.
Eppur ti inorgoglisci,senti d’essere superuomo!
Poni il calcagno sul capo del fratello,lo poni
In ceppi,umili la sua carne,ti credi d’esser
Di lui piu grande.
Ma la vanita’ delle tue azioni,rispecchia
La piccolezza del tuo essere!
Prova a placar un mare in burrasca,
per quanto tu faccia cadono le fortezze,
il mattone in cui fidavi,è una pagliuzza
che voleva fermar la bufera!
Il cielo stellato e i suoi profondi misteri,
ti pongono inferior alla piu pallida di loro.
Qusta nostra natura,tanto superba
Ci spinge a dura caduta,ferita imnperitura.
La voce dell’eterno risuona ti scuota
E ti rammenti,non sei nulla
Piccola arrogante creatura,
solo una virgola
nell’incessante correre del tempo.

Furia umana
Feral sentimento in cui l’uom trova sua culla,
quanti pianti,semini,singulti e patimenti,
come la gramigna infesta i campi,e soffoca
le sementi.
Ove sei luce della ragione,
che rendi questa creatura specchio dell’alto rettore?
Fuggi via male animo,che attoschi i cuori e le menti
Coi tuoi veleni,tu diniego del ben a cui noi tendiamo,
sei la polvere che offuschi e vergogna mieti ,ignominia di chiamarci
umano.
Quel padre che stringea al petto i pargoletti,
gia in seno covava il tuo soffio nero
amor lo prese per una giovinetta,
e amorosi baci volea,ma al gran rifiuto
la vendetta,ne faceva della sua carne scempio
e desiderio impuro,l’affido ‘alla negra terra!
Al pie’ d’italia spendea i suoi anni
La giovin bambina dal biondo capel
Gli o cchi puri come il primo di’.
Chiamo madre il sangue del suo sangue
Ma Oh sfortunata verginella,doloroso fine
si parava sulla tua strada,ferita e poi
Umiliata,dalla carne che amava,perivi
Tenerella per invidia e vendetta.
All’ombra di cesare nella roma che fu’
Luce del pensier
Ordivan congiura perduta gente,
dal cor guasto,e istinto inumano,
di gustar il sapor della morte,
chiunque cadesse sotto lor mano.
Affondaron la lama una e piu volte
Su te,ragazzo,vittima del caso.
Quali sensi scateno’
Questo serpeggiar di male?
Quel che ditta il fatal inganno,
che armo’ mani e disii
e non vi fu scampo.
Questo venne nel tempo novo
Gia’ hai avuto nel patrio solo
Le tue lacrime.
Mi sovvien un antico verbo,
tu Oh uomo sei lupo dell’uomo

La donna alla finestra
Alla finestra,guardando lontano
stava la donna,la chioma d'argento
carezzando con la mano.
Di li spaziava nell'orto
tra cespugli di mirto e bionda ginestra,
andava rammentando il tempo beato.
Seduta tra ciuffi d'erba sognava
la stagion dei primi amori,dei giochi
innocenti.
Quanti meriggi tra quelle piante
al soffio del vento che annunziava
i giorni di festa.
Salivi per la collina tra i longilinei cipressi,
cullati dal maggio odoroso.
Le notti d'estate alla finestra,
tra il luccicchio delle stelle
e il gracidar del grillo,
sospiravi,si perdea cosi
il tempo di tua giovinezza.
Tutto sopiva in autunno,tra foglie
secche giornate pigre ,castagne
scoppiettar nell'allegro foco.
I sogni e i disii albergavan
tra quelle poche piante
non piegate dal frizzante ottobre.
Ancor vieni alla finestra
vedi oltre il giardino,oltre
la collina il sentier di veloce passo
senti la voce di te bambina,
bagnan le lacrime le antiche guance
rivivi il tempo della prima vita

Pensiero
Non perisce quel pensier al gelido soffio
Dell’angelo nero divoratore d’amore,divoratore dell”io”
Il seme del pensier non soffoca col ghiaccio,non si
Piega come il timido bucaneve in inverno ma vince!
Oh primo vagito dell’uomo,che nutri il ben dell’
Inteletto,e rendi eletto ,nella valle terrena ,la creatura che pensa,
ove nasci linfa di vita che nell’altri animali sembri persa?
Da un pugno di terra plasamato,specchio del pastor dell’universo,
avesti in dono quel pensier,allor capisti,d’esister ,aver la vita.
I giorni si perdono,le stagioni passano,
l’infanzia,ti preme,eppur il povero ulivo un di’
sara’ cenere.
Ma non tu pensiero,che cavalchi l’oceano dei secoli
Il turbinio dei millenni,per esser sempre perfetto,
luce dell’anima,sicuro porto dal difetto.
Li nei cerchi celesti,siedi tra gli spiriti eletti
lontano dai mali del mondo troppo puro per essere umano.
La gabbia di carne ti serra e ti offende,
non puoi esser quel che in seno ti splende,
sei come il forte aquilotto
che se una prigion lo chiude,
si intristisce,allor spazia con il
pensier infinite vette,
ove l’azzurro, di piu il sol riflette.
Quando un di l’alma nera senza pieta’
Chiamera’ colui ,che la vita abbraccia
Sonera’ il giubilo perche’liberta’ l’attende.
Il cruccio prende,ma non sapete,
a quale meta, gia protende
per quella grazia senza tempo
d’anime felici,
di pensieri puri,
ove il nostro saper prende posto,nulla
l’offende.
Pensiero!vincerai la morte
Varcherai quelle porte,
ove partisti al nascimento.
Uomo sei crisalide in terra,
all’ultimo sussurro,sei in pace
farfalla che torni nell’eterno.

Il povero
Sporco,derelitto stava il poverel al ciglio
D’una strada con occhi bassi e vergognoso sguardo
Chiedeva un tozzo di pane ,o soldo alla mano.
Quanti insulti,figlio sfortunato,quante risate
Mentre te lamentavi il tuo malanno.
Eppur avea ancor lo spirito umano
Sapea gioir del giorno,della notte che riposa.
Della pioggia che bagna e degli infiniti tramonti.
Nella piccola casa una sposa or stanca,dai tanti
Affanni della vita,un umil bracere,qualche
Ciocco scoppiettante,riscaldar l’umile stanze.
Ma il bacio dei figli ti illuminava tutto,
gli insulti ,lo sporco solo un ricordo.
Un di’ mori il poverello,nessun s’accorse
Che la voce non turbava la vostra quite.
Era il cristo,in altra carne in altra veste
E voi persone oneste non guardaste al
Fratello,
di nuovo allor metteste il redentore sulla croce.

Verita’oh verita dimmi ove sei,
in quale mente alberghi in quale lingua nasci
qual uomo guidi per la via maestra,e gridi al
mondo la vita onesta.
Spirito libero e senza catene che voli e vai
Mai ti resti,bagni le coscienze ,
e son lumicino per noi povera gente!
Forse platon delle ombre nelle sue
Caverne avea trovato il vero?
O il buon rene’ che col far
Matemtica e sapere volea risolver
Le certezze che lo attanaglia?
Verita’ che sempre fuggi,
e mai vi fu’ uom che l’ebbe
come sorella, sei del creato,
la razza piu bella.
Dolce spirito,che alberghi nelle stelle
Soffio vital,della mente che freme.
Per te s’affilaron le spade,
noi mortali che credavam esser
da te guidati.!
Gia’ nel foco s’affidava il nemico,
sicuro d’esser a te piu vicino.
Morir con gli occhi pien di gloria
Al trotto e lancia in resta il prode crociato
Certo di spirar per giusto fatto.
Un figliol di povera veste di poi sacrificato
Per la terra di giudea facea serpeggiar un nuovo
Fiato!
Il verbo del signor l’unico che t’ha incatenato.
Moriremo,lasceremo questo mondo ,
mai vedremo quel che cercammo,
nessun si potra’ gloriar,
verita’, fosti al mio fianco!

La donna nel fiume
Chiare ,cristalline acque
Che scorrete placide e tranquille
Or serbate la mia carne,
restituitela a mia madre!
Del mondo di sopra porto il ricordo,
il sol che splendeva fendendo le
nubi,e il ciel misto al biancor e foschia.
Il profumo delle rose di maggio
Il vento di primavera tiepido e odoroso
Gli amori di una vita troppo breve,
i sogni,tutto riposa in questo umido letto.!
Ricordo il suon della tua voce
Oh madre che mi ammonivi,se ance
Matura,commettessi bruttura.
Le nostre giornate spensierate
Quei piccoli intrighi di donna
Tutto or mi lassa.
Porto nella memoria il tuo lavorio
Di lana ,lo scoppiettar del camino
Il fortunale nel gelido inverno
Quanto era sicura la mia casa.
Fasci di mimose nel mutevole marzo
E il dolciastro aroma per le stanze.
Un di’ mi fidai del mio amor,
certa delle sue braccia ,dei focosi baci,
Ma l’ombra assassina gia’ voleva la mia anima.
Vita spezzata quanto è duro
Il mal che t’ha violata.
Volevi volar nel sogno perfetto
Ma ti smarristi nel buio piu tetro.
Ancor ti prego oh fiume
Che sei or mio fratello
Sii pietoso grida a gran voce il mio nome.
Qui giaccio tra ciotoli
E fango il freddo intenso,
tanto vorrei il calor d’un bracere.
Brenta,lascia la tua preda!
Le mie ossa rivedan la luce
Per un attimo il sentor di primavera,
il ciel mi guardi ancora,ora mi attende
l’eterna lunga notte.
Il popol cristiano pianga,
e ponga i miei resti in terra
sacra,ove verrai tu oh madre
con un fiore

L‘ inganno di gabriella rosboch
Amor,che sempre chiama amor lacero’ il
Mio petto,credevo in quel tremar sincero,
fu il mio veleno.
Il dio fanciullo,un po monello
Nel suo disegno tesseva il fatal tranello.
Spendeva la pia donna gli anni suoi
Non piu dei venti ruggenti,ma piu calmi
E queti che ricordar la faceva ancor lacrimar.
Quanti amor quanti sguardi avrai desiderato
Storie lontane della tenerella eta’.
Eppur ancor pronta a salir la china,
gia ‘sperava di veder lontano altri
tramonti,mano nella mano altri
profumi al suon d’un bacio!
La bella costa dai color del ciel sognava
Co quegli occhi puri,lontana dal mal
Che sovente l’uom accompagna.
Ma il destin gioco’ triste carta
Oh quanto è aspro e sa di sale
E l’ amar che lascia se a verita’
si monta inganno tristo fio.
Un giovinetto di bell’aspetto
Scavava nell’intimo la donna
Poneva il frutto della discordia
Tesseva la sua tremenda tela!
Parole sparse al vento,
altri mondi e molle vita,
al riparo di palme e sabbie d’oro.
Tu ti perdevi i in quegli occhi falsi
E ciechi,sentivi il vento della
Passione percoterti ,sollevarti
Nei suoi vili inganni.
Quanti sussurri alla luna,
e ripensar al profumo della sua chioma
tutta ti arrossivi,come verginella al primo
di’!
Cosi’ cedeva la donna alla viperesca lingua,
che instillo poesia ma gia’ tendeva una mano
e si ingegnava ,por fine all ‘infelice dama!
Piange la madre che ti tenne in grembo
Si struge il padre ,che fu’ tua guida
Quand’eri la sua bimba.
Tacciono le voci dei tre
Neri compagni e come si chiude nel
Recinto la fiera molesta,quella ringhia
E morde se qualcun la pressa,cosi
Voi affondate i denti nella vostra carne.
Fine d’un amor e baci perduti,
sopir d’una vita,che credea
di fiorir ,indi si resta
a lamentar la mortal ferita.

Una tempesta
Silenzio,non gracida piu la verde ranocchia nel suo stagno,
un lieve ma gelido vento ricoglie piccole foglie,e le invola in
alto chissa’ dove spargendole come vuole.
Non cinguetta piu il passerotto rifuggiatosi nel cavo tronco
Attendende e nutre il pulcin che questa tempesta si quieti.
Fischia tra i rami rotti,percuote i salici,
tormenta i roseti,con grandine e sferze violente
Corre il cocchio d’eolo in ciel e comanda i suoi
Stalloni d’aria di sfogar tutta la forza ,che a lui aggrada.
Rientra veloce il naviglio quando il brontolio si fa cupo
E le onde livide sembran mangiar il ,legno.
Sta al calduccio un fanciullo nel suo letto
Mentre fuori imperversa la tempesta e lo culla
Il calor piu bello,l’amor materno.
Mi sovvien la tempesta che sovente gli
Animi molesta!
Chi per passion perde il ben dell’intelletto
Si getta in balia del talento
Chi per amor si dispera,odia la sera
Per non poter veder la sua bella,
o amari morsi d’odio che il cor concupisce
per vendetta,desidera sfogar le sue ire.
Amara tempesta dell’animo quando
Lucifero il gran demone spinge
Un padre a spegner la vita del figlio.
Pur si piange se il figlio brama la morte della madre!
Tempesta ,tempesta della terra ,
o degli animi deboli che non trovan meta
ma sempre van vagando a cercar il lor riparo.
Ecco i venti si fan men severi,la pioggia meno greve
Esce di nuovo a giocar la fanciulletta nel suo
Orto,torna al suo ontoso canto il gallo
Al finir della tormenta,e si rischiara
L’aere fosca di brina.
Cosi come il sol scioglie
Le gonfie nubi,
il ben che il mondo governa
sciolga i cuor di chi
al suo dominio,si nega

Speranza
(dedica agli emigranti sui barconi)

Muto s’allontanava il triste naviglio dalla
Sponda d’oriente recando non cannella
Ma ben pregiata,la spezia umana!
Le placide acque accoglievan il dolor
E la spe che quella viva mercanzia recava in seno.
Qual sogno avete povera semenza umana,
dalla terra or rigata dal sangue di
chi un di’ v’amava?
Perse per sempre le dimore
Il ricordo d’una vita ,che val piu
Dell’oro,della mirra.
Vento d’oriente che sai ammansir
L’eterne dune del deserto or spingi ver
Noi la gente che ti porta nel petto,
che di te conosce amor e difetto.
Ma se natura comanda il lupo
Di dilaniar il capretto,
cosi foste ostaggio d’om piu
nero onorar creso odiar che è infermo.
Chi siete adunque?
Sol denaro non carne e sangue.
Madre che stringi al cor l’unico
Figlio vedi l’infinito e il mar
Farsi amico e infin nemico.
Quanti pianti,quanti sospir
Alle correnti donati,frutto d’anime senza
Pace,senza terra.
Ah natura come sei dura!
Non ami tutti come figli?
Perche dinieghi a lor
I tuoi sorrisi?
Come farfalle libere e beate
Al ciel giungevan le
Preghiere non cristiano,
mussulmano ,l’unico
creator dell’universo che non conosce
nome umano.
Gia carezzavate le nostre spiagge
Vita nova il ferro lontano
La morte nella sua dimora!
Fu allor che il pelago ordi’
Il suo inganno e in sol istante si spenser
Le speranzose voci!
Odi?il pianto del pellegrin che all
Acqua s’affida e trovo’ la sua rovina!
Le lacrime s’uniron al sale,tutto fini
Sul fondo del mar.
Madre che per sempre cullera’ il
Pargoletto,fanciulli per sempre,che
Mai vedran le rughe sulle tempie.
Signore,tu che poi muover le stelle
Che ordini ai monti di nascer,
al sol di governar alba e tramonto
ove sei in questo morto sonno?
Sangunianano ancor le ferite di tuo
Figlio,la croce riprende nuovo respiro
Sulle italiche sponde s’erge
Il redentore v’accoglie nel suo regno
Di luce ove li mai piu vedrete
Quanto puo esser l’uom crudo e truce

Vento
Soffiava sulle verde vallata carezzando i docili monti
Scuotendo i possenti pini,i longilinei cipressi.
Come una carezza sfiorava l’erba intimorendo timide lucciole.
Piccole gocce di brina venivan strappate da umidi fili d’erba
E si perdevan tra i turbini del giocoso vento.
Soffioni li libravano nell azzurro ,sembravan anime
Che tornana all’antica casa.
Soave e carico d’aromi,mi inebriava,il cor e la mente
Mi sdraierei in quei prati lontano dal mal
Del mondo,dal rumor del borgo.
Li tornerei ancor fanciullo co gli occhi fissi al ciel
Ove si formavan le camaleontiche nubi.
Quanto vento sulla terra,in mare,or molesto,
quando il fortunale s’infuria e il ruvido naviglio
par dai venti un triste gioco,
spera il nauta di riguadagnar la riva
lo trattengono le correnti,
come il ferin leon non lascia spe alla preda.
Vento che gonfi l’ali degli aquiloni
E s’alza un gridolin dei fanciulli.
Nelle giornate mie assolate
In riva al mar mi facevi compagnia
Recandomi il tuo profumo,del sale,delle onde.
Vorrei camminar in eterno in una fiorita vallata,
una perenne primavera,io libero
solo in quel mondo,
riveder gli antichi amori forse sentiro
la dolce voce di mio padre.

Riflettendo
Se siedi di fronte a un mar in tempesta
nella silente notte
allor capirai la tua piccolezza nel creato.
Che è' la tua vita,uomo
al par dell'eterno montar delle onde
un su l'altra?
La tua esistenza dura quanto
un raggio di sol
del primo mattino e nulla piu'.
Odi?lo spumeggiar delle saline acque,
e muta si frange sulla roccia fredda
ma tosto lascia il posto alla sorella
nel rincorrersi di un eterno moto.
Tu uomo vivi ma non rinnovi
la tua carne in primavera .
Perche' non siam come le rose di Maggio
che muoin in settembre
ma rinascono al primo caldo?
Perche' vediam senescer le chiome,
le gambe esser inferme
e tutto è un tremar nel corpo?
Quando siam fanciulli liberi di ogni catena
giochiamo su pascoli erbosi
godiam della natura
e di piccoli attimi fuggenti.
Ma non sai O bimbo
quanto sia dura inver la vita?
com'e salato il sentiero
Deh natura e incerto fato
perche' tanto ingannate gli uomini?
Vedi O uomo come sei innocente da pargolo
e come è aspra la sferza della vita.
Di nuovo al mar guardo alla sua eternita'
al suo esser senza padroni
e capisco che l'uom sulla terra è solo polvere,
foglie al vento ,fango che si fa' carne
al soffio dell'unico creator

La rosa e il fango
In una landa desolata ,senza alba ne tramonto
Ne sol che ristora,acqua che fa germogliar
Vento che rinfresca ,nacque una rosa.
Piccola e pallida di esil spine,di fragil corolla!
Povero fior che non hai speranza di sentir cinguettio
In maggio o veloci api cercar nettare di campo in campo.
Triste melma che non hai accarezzato mai la vita
Come sei greve a chi ti osserva ,togli la spe’
Di una dolce via,tronchi chi credea di traversarti
E non toccar il fondo.
Se un di mi si parasse tal palude,
che sarebbe di me io esil in
balia di amari giorni?
Tutto era spento li pur la mente
Si perdeva,come colui che
Nel cor ha sol dispetto
E non vede oltre il suo sentiero.
Inver lei resistette
Non crollo ‘ il gambo
Al peso del marciume
Ad ogni fibra del suo esser
L’ estremo amor per la vita.
Se pur v’ era una goccia
Di putrida acqua
La pallida rosa seppe mostrar
La grazia di lottar.
Nel silenzio di quella
Morta gora,ove mai
Avrei creduto di spuntar
Una timida corona
Vi fu un miracolo:la rosa vinse il fango

Inno alla donna
Ecco,io umil mortale
Voglio dedicar questa lode,
Che sgorga dal cuor come fonte,
A quella creatura di tale eleganza
Che da noi donna è chiamata.
Quanto avrei a narrar di te,donna,
Io,che lessi rime
Lamenti e gioie di antichi poeti,
Che presi d'amor per la lor donna
Tutti ardevan di fatal furore.
Chi andava solingo per monti e per valli
A sfogar alla natura il suo gaudio
O lamentare il dolore di un cuore fiaccato.
Ma forse voi ben sapete
Che anche la natura è donna?
Non è anche Selene astro eletto della sera,
Cantata dagli antichi
Qual donna immortal?
Or vo' capendo quale passione
Prendeva quei poeti del dolce stil novo
Che in rime dettate dal cuor
Alla carta si confidavano.
Rapido vento e placide acque
Annunziate alla donna
Le gioie di color che per lei trepidan.
Perdendomi nelle pieghe
Della coscienza mia
Una donna vedo che sale in sul colle
Mentre dietro vien nascendo
E far omaggio con i primi raggi
L'astro del giorno.

Al crepuscolo
Nell'ora dell'ultimo respiro degli ultimi amori,
degli ultimi pensieri umani ,nel giorno che fu,
si prepara il mondo tutto al crepuscolar tempo.
Ritira i raggi belli il sommo Apollo
alla divina corte quasi li nomasse uno ad uno
quei fedeli servitor che nel giorno sereno
furon gloria della lodata fiamma.
Gia' l'aere intorno si tinge di sanguigno,
e punge il freddo della notte veniente.
O tu crepuscolo passaggio di due mondi ,
governo del certo per l'incerto.
Mira allor il pio agricoltor al ciel,che a
brano a brano si scurisce,
l'azzurro si nasconde dietro bruni bagliori rossastri,indi si asciuga il volto sudato
dal sol,e al vespro ritorna alla sua dimora,
recando placide e silenti le obbedienti caprette
all'ovile.
E' tutto un prepararsi alla notte,
vola bassa la rondinella con egual canto,
s'aggira in ogni dove a richiamar la figliolanza.
Il cicognin che tento' il volo nel giorno
torna a cercar riparo sotto la materna ala.
S'ode nel bosco un frenetico scricchiolar
di foglie secche ,
i giocosi scoiattoli trovan riparo
nelle cave querce,e cosi'
nei campi ben arati tra gli ulivi
i frondosi pini ed esil arboscelli,
cala un manto di silenzio.
Ora è notte e par che tutto sia nascosto,
non piu' si puo' andar tra i boschi
tra il certo e l'incerto.
Il passaggio tra il di' e la notte fu ' breve
e in quel lasso di tempo si vide cangiar
questa terra tra l 'incertezza dell'essere
e l'infinito silenzio della notte

Il suicida
Se ne stava quell ‘uom stanco tutto in se romito coi
Suoi pensieri assorto,fronte bassa e occhio spento
Se ne andava coi pensier vagando ,a rammentar il passato.
E arida in lui la vita?
No!ma gia tende una mano alla dama nera
Che cerca e mai nulla a pieta’ la piega.
Qual pena,qual tormento quell’anima spenta avea,
il mal del mondo il dolore profondo lo pose
in via di non ritorno.
Solo, con il suo pellegrinare non trovo conforto
Non gli fu di pace il nascer del giorno,quel biancor
Che si fa grande tra il torpor del sol che nasce.
Parla o uomo del tuo strazio,se gia vedi il tuo
Viaggio nel doloroso recinto del tristo pier
Che per soffrir dello stesso disio,or giace nella disperata
Foresta eterna.
Vai lontano da questo amaro pasto!
Ne il bacio del figliuol ti pone il petto
A diniegar il gran inganno?
Le carezze della sposa,risollevan l’affanno.?
Nulla ,ei gia avea deciso il suo passo,
come un fiume che non vole sfociar l’acqua
e si fa torbida,
cosi il miserello non volle giocar sul
teatro della vita
Qusta e la giostra umana or si sale
Or si scende,per te non v’e
Piu luce ,sara una eterna notte.
Ma il bon pastore che per ogni sua creatura
Ha in sen il ben della ventura
Anche per te ha parato il nuovo
Mondo ove li in fede
Rivedrai il giorno.

La carta e la penna
Corre veloce la penna sulla ruvida carta,
cerca e crea quel che il cor comanda.
Nulla inventa la volonta’ umana gia ‘nel silente
Piano si nasconde la novella e il poeta ne trae
Linfa e amor per la sua creatura.
Quanto inchiostro rese eterno il dire umano
E apri nuovi
mondi e nuovi universi
Che sol la fantasia varca.
Sei custode dei mondi perduti,di sogni
Vissuti,di viaggi oltre i confini del ver!
Se tu pallida pergamena non narrassi il duro
Itinere dell ‘itacense da secoli
Nessun saprebbe del suo dolore,
di vincer il mar per ritrovar la terra
Da verona ancor risuona il fatal amor
Dei giovinetti montecchi e capuleti
che pianser per non poter vivere assieme
a te carta il loro ricordo
e a te penna i loro sosipri.
In ispirate mani sei lo scudo del poeta
Come lo scalpello per il marmo
Il pennel per leonardo,
a te s’affida

chi gia i suoi pensier
vole render eterni.
Ed io che scrissi versi or
Amari or dolci,
per la natura che mi ammalio
o il mar placido con carta
e penna trovai sfogo
per lo spirto mortal.

Il giorno della memoria
Nel tempo prima del mio nascimento ,
si imbarbari l'europa tutta,piange ora quella
turba ormai perduta!
Si fe del giudeo gran scempio per ira e follia
Del teutonico che credevasi eletto,e il
Suo dolor in seno sfocava sulle carni del
Suo fiero pasto.
S’ umiliava quella gente di colpa antica,
ma qual mal pote portar il vecchia terra
alla deriva?
Oscure immagin sulle braccia fiere ,inneggiar un dio
Ma che gia mcinava il suo torchio di ossa e dolor!
Cacciati come selvaggina nella foresta
Correvan or a destra or a manca a cercar
Rifugio da quella mala vita !
Madri che stringevan al petto la figliolanza
E pianti di dolor sulla strada,ma nessun vi porse
Lana o mano salda,da quel malor.
Ove sei pieta’ che e tanto salda
In quella pietra del michel toscano?
Dimentico’ l ‘umano il valor del ben
Che infuse il creator nella pelle?
Si volser al signor della notte
Piu facile il sentier che l’inganno scorre.
Ma,se tanto tu povero giudeo vedesti
Del tuo popolo le ceneri,non disperar
Il ben dell’intelletto ancor illumina.
S alsaron allor come torri d’avorio
Uno ,cento,mille respiri al vostro
Rio destino.
Anime pure che pur rischiar la vita,
non esitaron di gettarsi in mischia,
di strappar dalla lista quanti poteron
afferrar.
Co navi o carri,fuggiron,
Il foco non mangio tutto
Il ben vince, una fiammella
Non perisce al vento,
Eroica resiste.
Quelle voci disser no in coro!
Furon come gli scogli che frenano il
Mar quando si gonfia ,per molesto vento.
Quei campi muti del tormento
Dormon ma il mormorio,
il pianto,la fame sembran fissi,
nelle assi,nel cemento.
Eppur da quel patimento non fu la fine!
Per quanti caddero,tu fiumana
Innocente hai vinto.
Quando in un campo di grano
Cadono fulmini,nel mite giugno,
e divorar tutta la bionda valle di spighe,
si lamenta il contadin,ma se ben vede
una spiga è salva e allor
si rallegra: e’ un nuovo inizio

Memoria di un cavaliere
Ho visto le bianche mura di gerusalemme,
ho creduto nel Dio celeste,ho combattuto
in questa veste,il ferro al mio fianco
il cor rosso batteva e ardeva come
brace in inverno.
Ho sentito il mormorio del mare
E il vento che ha soffiato nelle
Vele,che dalle calde spiagge di palermo
M’ha portato alla terra del giudeo.
Romba di tamburo,
un giubilo nella gola
cresceva ,cresceva
come fanno l’onde
tormentate da correnti possenti
le fanno franger sulle rocce
schiuma ,e fragor si perdono
nei gorghi.
Gridavam oltre la nostra vita:
“Deus vult”
E non temiam ferita!
Archi gia pronti a lanciar le
Piumate frecce,pensieri volavan con
Quelle.
Rosse come scintille di un fuoco
Nella notte eran le stelle piu belle.
Il rumor del ferro,e del sangue
Un unico canto,
un unico feral inganno.
Volti sconvolti
Oltre l ‘alte mura ,
pelle brunita,vesti straniere
ma pur un tutt’uno dell’unica famigli
umana.
Anche lor invocavan un dio,
un vissillo del loro amor.
Ma ove eri dio in quei
Di’che avean il sapor
Della fine?
S’alsa il vento della guerra
Ma non reca odor di
Gelsomino del pungente
Frutto d’ascalon,di aranci in fior
Ma pute l’aere di odio e morte.
Combattiam quinci per dio
L’orgoglio o l ‘onore?
Tremar il soldato bardato
Al primo cenno di battaglia
Scalpitar i cavalli al lor destin,
morir un fanciulletto
che col flauto scaldo’ gli animi
e or a cristo l’alma innalsa,
gli occhi si chiudon su una landa
amarara,guasta.
Al fin della pugna
Ebbi pesto il cimiero
Trafitto lo scudo
Spezzata la lancia grondante
La lama.
Cosa resta della mia carne?
Solo il ricordo,l’ossa
Carezzate dalla sabbia d’oriente
L armatura,bevette la mia vita,
or rugginisce al tempo,
lontani or i giorni di gloria!
Peristi anche tu prode cavalier
Sulla terra d’antiochia
Non ti solletican le nari il profumo
Del cocco,della mirra .
Che cosa è questo male
Che ti opprime?
Solo la fine di una vita,
il rimpianto d’una ferita il segno della
follia!
La tua polvere si perde nel tempo,
all’altissimo l’ultimo verdetto!
Giaci e piu non dico
Per amor di Dio hai preso il ferro
E dato il cor.

Mite novembre
Ove sono quelle foglie rosse autunnali?
Ove le piogerelline lente sulle
Piante or stanche?
Eppur di un manto foglioso e coverto
Ogni sentierio che par non veda piu ristoro.
Novembre di mite veste mi rammenti
L’estate che fu con quelle mattine smarginate
Di sole tra il tremolar del mare e il bianco
Del ciel ,quinci la prima pallida luce
Ristorava il giorno , tra frinire di cicale
E odor dalla marina di cocco.
Dolce questo mite novembre di giornate
Spensierate di soavi venti men aspri
D’ottobre !
Ma tutto cambia di giorno in giorno,
finira questo mite clima dal sapor di maggio,
e dicembre mordera il cor e il
paesaggio,tornera il fischio del vento,
sara’ grigio il ciel ,attendero’ un candido
e soffice manto di neve

Ricordo
Io ricordo, gli anni che furon ,
si dolci e cari che or mente e cor
son prese da cotal piacere.
I volti di voi, le voci,
e gli amati sorrisi ,tutto fa turbinio
e il passato punge e commuove!
Ah dolce tempo antico,come vorrei
Solo un ‘attimo ,ricader tra le tue braccia
E risentir con sensi mortali quel che fu’!
Quanti sogni spendavamo tra quei banchi
Quanti sospiri che or sembran un sogno.
Eppur fu’ tutto vero!
Come una sol anima un sol sospiro
Vivemmo un comune destino,
una sola strada e or si tace.
Se quelle malinconiche mura
Potesser narrar sarebbero gaie.
E tu silente compagno che hai cullato
I nostri giovani e freschi sorrisi,
hai gran segreto.
Quanto è bello esser giovinelli
E innocenti guardar il mondo
Con il puro spirito,noi fummo cosi’!
In maggio quando la primavera
Dilagava in ogni dove ,
l’ aere sereno e odoroso inebriava
e il sol filtrava sulle nostre finestre,
allor un poco i pensieri volavano via
lontani dai pesanti studi,
e ci perdavamo nell’ infinito
Ma or siam qui’ ancora
Contro le beffe del tempo
Che ci separo’ per condurci su
Diverse vie , ognun il suo sentiero.
Ma cio’ che è vero e saldo
Non si perde come sabbia al vento
Non perisce come il timido giglio
In inverno!
Qui abbiam ritrovato il comune sentire
Il comune amore.
Anche se il tempo ha piegato e mutato
La nostra pelle, non svanira’ mai
In noi quella fratellanza di un di’
Quell ‘ entusiasmo di fanciulli

6 novembre 2015

La forza della vita
V'era un campo,ove svettavan fieri i longilinei
Pioppi,le dure querce e il fronzuto abete,
Che domavan il fischio del vento!
Piu' in basso esili e mosse dai capricci del tempo ,
Un manto di bionde spighe ,or piegate dalla pioggia
Or beccate da furive creature.
Eppur fiere dominavate il paesaggio ,
Nel caldo giugno tra grilli e verdi lucertole
Al sol stese.
Un biondo mare si moveva al soffio del vento
Un profumo soave di grano.
E li' giungeva ogni di' un rugoso contadino ,segnato
In volto da anni di fatica,di barba incolta
E canuta chioma.
Armato inver di scure ,
DOCILI spighe piegavate il capo al sicuro taglio
E s' univa nel capo sudore e amor
Per la terra.
Un pugno di grano poteva competer coi signori
Della collina,una manciata di spighe ,eran
Regine del prato .
Nel seme la vita ,ne faran soffice pane
Si nutriran i fanciulli saran conforto a
Mille e poi ancor piu di mille sconosciuti.
Siam anche noi sementi del mondo?
Anassagora antico illuminaci il sentiero!
Uomo anche tu vagavi nell'universo,
Prima d'aver terra nel grembo di gea!
I bei vermigli fior ,le pavoneggianti rose
I candidi gigli,la dolce lavanda
Tutti semi un di'!
Non siate dunque superbi
Robusti alberi dal tronco intonso
Da un pugno di semi la vita!

 

I misteri della vita
Qual forza vi spinge ,O sementi del mondo,
ad unirvi in tal armonia?
Qual mistero uni’ il possente monte
alo scoscesso colle?
E voi chiare e cristalline acque
perché vi uniste al lago ,al fiume ,al mare?
Nuvole del cielo svelate il vostro mistero:
vi spinge il vento o chi vi creo ‘
oltre questo terreno regno?
Cara quercia con fronda e frutto dorato
nascesti anche tu da quelle eterne sementi
che vagan per mete ignote nell’universo?
Anche tu ,uomo,dopo la tua morte
come quelle sementi ti diedor vita
al volger della fiamma che il cuor avvampa,
ritorneran anch’essi a vagar per gli eterni misteri

La specie umana
Finche' il cielo sara' fulminato dai raggi del sole
che il giorno rinnova
e l'astro volgera'
l'inizio della notte
e il volo degli uccelli
sara' perenne
allora esistera' la specie umana.
Finche' le acque
verranno alla costa
il fiume scorrera' nel suo letto
e il cielo s'effondera' di azzurro sterminato
allora sara' vita
Poscia le grazie
render eterno tal regno
ma se il manto di Marte
signor della guerra
tessera' le trame dell'oblio
alto pericolo verra'a piaggia.
Se l'uomo smettera'
di tender la mano
ai rossi frutti e l'alberello stanco
e di non esserer umil
di fronte al creato,
allora lui piccola cosa,
goccia d'acqua nel mare
sara' della natura
vittima indifesa

Elogio alla poesia
O sacrissimo tempio della poesia
a te vengo umile e curvo
qual fedel servo
a te ogni gloria innalzo ,
perché di scriver sulla carta
cio’ che il cor detta ebbi omaggio
Rifugio sicuro per gli amori infiniti
a te vengono i figlioli
che del mondo han dispetto
e con occhio vedon il sospetto.
Di quanto amor la carta ammanti!
che sogni che sospiri l’amata fece
quando l’amante ne scrisse i versi
per sussurrare infinito amor.
Quella perdea coscienza del tempo reale
volando in ignoti lochi
ove si perde l’infinito.
Onore a te ineffabil essenza
che il cuore dei poeti rendi caldo.
Nel petto la fucina
e il calor li si in fonde.
Maestra, a quanti toccasti il dolce capo?
a quanti dicesti “tu sei il mio eletto”
A quanti movesti la mano a scriver versi
che son piu’ dolci del latte e miele.
Quanti ne vo a nomar e rammentar,
non basterebbe tempo mortal.
Da Saffo a Virgilio che di Ilio canto’ la fine
al buon Giacomo che oltre il colle
si perdeva nel mistero.
Alla carta,alla carta correte O santi poeti
che si posson vincer mille guerre
parlar al mondo non spargendo piombo .
Per i posteri e ai posteri lasciate il vostro dir
che sia base del mondo nuovo
Ed io a te madre d’elezione
umile vengo alle tue labbra
attingo nutrimento per il dolce poetar.

Temporale estivo
Di gia’ e caduta la pigra pioggia,e tosto le vagabonde nubi
han lasciato il minaccioso cielo libero da ogni insidia
Si sente ancora il delicato cadere delle ultime gocce di pioggia.
Dalle foglie stanche ,dai pini ricurvi dai salici curvi,
s’effonde l’odore acre di terra bagnata smorzata dalla
caluria del meriggio ,e un grillo solitario rinnova il suo ontoso
canto.
Si liscia le penne un passerotto solitario,che gia’ s’adopera
a cercar nuovi rami ove posarsio magari sotto un tetto o su
un comignolo spento.
Da un punto all’altro del ciel da poco rasserenato fa capolino
il variopinto arcobaleno che s’erge come un ponte,un ponte
che unis ce i sogni e i labili disii di chi gode’della generosa acqua
cosi’ un ‘altro giorno estivo volge al suo ire,
tra i sospiri i giochi vivaci le rane gracidanti ,timide rose matide di
rugiada ,gli amori fugaci.
E al vespro tra il confondersi degli ultimi raggi,
e il rosseggiar del cielo che par si tinga di sanguigno ,
conta i giorni il buon contadino,
e sa che infondo l’autunno non è poi cosi lontano

Vento d'estate
Lieve e dolce soffia sulla terra riarsa dal sol
tra le chiome sopite dei pini
nelle ore del meriggio,
soffia e con se porta
l’allegro frinir delle cicale in festa
soffia sulle spighe d’oro
sul contadin all’opra intento
soffia sui fanciulli arrossati
intenti in innocenti giochi
e par negli occhi loro
si respiri tutta la forza del creato.
Spira O vento leggero su tutte le creature
e par che quella verde lacerta
nel vento e nel sole rinasca .
Il tuo tocco soave qual gioia porta al mondo
e in special modo in quei dì quando
il gracidar delle ranocchie mai si resta .
O vento beato come vorrei da te esser rapito
portato in antiche mete nell’azzurro infinito
per conoscer ove tu abbia asilo
soffia anche su me
O figlio d’Eolo
io figlio dell’uomo

L’antica quercia s’ergea sulla collina
e mirava i monti d’intorno
i comignoli fumanti e il lavoro nei campi
Non temeva ne ‘ pioggia né vento ,né l uragano
devastante,
né grandine o saetta.
Vedea in autunno morire i brulli campi,le altre campagne
e li ì per prima rinascer l’erbetta al delicato soffiar di Zefiro.
L’aroma delle imponenti fronde si spandea nell’aere mite
diffusa dalle piu’ miti correnti d’aprile
Forte tronco quante storie narreresti,se sol potessi far verbo!
Gli amanti al sicuro
dei tuoi rami sussurravano dolci parole,che l’amore instillava
nei generosi cuori.
Quanti pensieri, quanti progetti

       ·madre benigna-

in te trovo riposo la coraggiosa rondinella
che dalle terre infocate dal sole e dalle piogge aliene ,
varco i confini sino a te ,ostello dei propri figli!
Veniva a te un fanciulletto di fiori adorno ,
un figlio dei campi
e te prendeva per suo gioco:
nascondersi dietro il tuo tronco
mirar il paesaggio al tuo fresco riposo!
O eta’ di giovinezza spensierata,quante corse
fino alla quercia ,alla signora della collina!
il duro inverno ,fischiando e ululando ,franse ramo ,
ma tu non fosti mai incenerita comeSemele antica.
Muore l’uomo coi suoi progetti e speranze
muta il paesaggio astante,ma tu al tempo non dai governo.
Ricordi quel fanciulletto che veniva festoso tra
il meriggio e il tramonto?
Mai più verra’ al tuo sguardo:
se tanto guardi ai tuoi pie’,
vedrai un bianco marmo che serba colui
il quale giungeva con fanciullesco passo

All ‘or che si placarono le amare lacrime
I singulti furono più lievi
E la voce riebbe il suo tono,
è tempo di placar quel dolor,
sia asciutto il viso ,il ricordo si fa
spazio al pianto.
Giungesti qui per le infinite strade del fato,
da subito in cor t’ho amato!
Curiosavi furtivo tra le stanze della casa,
spaziavi giocoso negli angoli del mio orto
qual meraviglia!
Tutto ti inteneriva ,le rose rosse
Che a te sembravan enormi
Ai fieri abeti che per te eran monti.
Scutavi l erbetta esile matida di rugiata ,
e ti rotolavi nel prato al meriggio,se c’era un formichino
o una timida coccinella, che gran scoperta per te il giorno!
A primavera ti tuffavi fra i soffioni
Che si involavano leggeri nella dolce aere
E con gli occhietti furtivi li seguivi
Disperdersi nel vento,
per te una pioggia di polline di mille e
piu fiori e qualche gridolino per spino di rovi
Quante volte ti ho visto ghermir
Una spaurita lucertolina
O un grillo fuggitivo!
Sta giungendo il bel tempo
Tu ove sei mio piccolo amico?
Troppo silente questo giardino,
s’ incupisce il cor se guardo d’intorno.
Le lunghe sere invernali le ricordo
Con te guardando i tuoi puri
Occhi profondi il veloce batter
Del cuor sincero,lo scoppiettar del camino
E il suo calor che avvolgeva entrambi.
Tornate ancor giornate lontane
Tu anima pia chiusa in quel corpo
Ha graffiato il mio spirito
E affannato ti piango.
Le foglie d’autunno marciranno
Sotto la greve pioggia,
che ancor di piu fa dilagar la mia pena.
Pensoso cammino per il mio
Viale e un poco l’occhio si ferma a guardar
I segni dei tuoi unghioli su rigati tronchi
A voi compagni di legno il suo ricordo!
Il sepolcro ove t’ho abbracciato mesto
L’ultimo giorno non cancellera’ mai
Il tuo ricordo,
verro’ da te carezzero’ quella terra
sentiro la tua alma
luce siamo in fisica materia
in te è spenta ma arderemo ancora
insieme lontano dai legami di pietra
o mio eterno amico gatto

In ricordo di una madre:franca avarino
La bella signora s’aggirava
Nel suo orto ben ricolto,
tra ortensie e spezie.
In primavera la luce del sol
Illuminava il tutto,
tant’e’ che io mirando
con fiato sospeso ed emozione
pensavo l ‘intero universo
li si fosse riparato.
Ancor sento i profumi
Del maggio antico
Le vespe fuggitive ronzar d’intorno,
facendo il nido
grilli saltar su molli fili d’erba,
rondinini cinguettar all’uninsono.
Odo la voce di colei,padrona di quel mondo
Ammaestrar con perizia
L ‘idilliaco spazio.
Tagliava con sapienza i rami
Di odorosa ginestra dalla corona d’oro
Per ornar la casa o atto di fede.
Il sentor pungente della verde menta
Si librava nel tiepido vento
Portando con se aromi dolci
E il buon tempo.
Che pensavi bella signora?
Forse mentovavi l’eta
Di tua giovinezza e spensierati sogni?
Ti vedevi giocar tra quelle erbette
Piene di vita?
Lontana la terra ove il tuo primo vagito
Ruppe il silenzio
L’amor prese il babbo e la mamma.
In quella patria che tende
Un braccio al continente
E il viso all’africa,
si spendevan gli anni migliori.
Io che lasciai la fanciullezza
E venni a eta’ piu’ dura
Fui ammaliato per an ni
Da quella visione
Di te che amavi quel lembo d’orto.
Facevi maxzzolin di vari colori
Ti carezzavi la riccioluta chioma,
donna quante storie hai vissuto!
E i tuoi occhi eran specchio del passato
Grazia del cor tutto era immenso!
Or tutto pare sia fugace
La memoria impallidisce
E la tua voce tace.
La casa ha cambiato pelle
Altra gente per le sue stanze
Ma la luce si fa ancor di foco al tramonto
E d ‘argento all’alba.
Tu or non sei nel regno della materia
Non ti abbisognano cibo per vivere
Acqua per non morire.
Recati nel sole,nel mondo dei sogni,
ove i pensieri sono piu’ puri
le cose diafane!
Qui è e sara sempre il tuo orto,
risorgera’ ancora in maggio,
quelle giornate i gridolini di noi bambini
giulivi dopo un breve temporale
le rivivo con la memoria
lieto mi sia il ricordo del dolce vivere

Mani,che allor lasciando il sicuro ventre
Sono il primo tocco alla propria madre
Il primo assaggio con il mondo.
Mani che posson dar vita a cose d’alta fattura,
per durar al vento dei secoli.
Quando michel,figliuol di leonardo dal
Freddo marmo diede vita al davide,
e quel maestro da vinci,dipingendo
rese eterna la bella sposa del giocondo,eran
le mani che guidavan quegli spiriti.
Il figlio di salisburgo,le corde del cor
Dolcemente carezzava,le sue mani
Correan leste sui pallidi tasti,
note d’amor salivan soavi
Da Bonn un vento di passione
Infiammavan gli animi
Scorrevan sapienti le sue mani sulla
Ruvida carta”stellae signa sunt in caelo”
E di poi “fides et iustitia”
L ‘europa svegliava dalla sua pigrizia.
Quante cose potete voi O mani!
Giunte a chieder grazia alle alte sfere del
Ciel se un fiume d’amore qui piu non
Ristora ma il male avvelena e attosca.
Mani che asciugan un viso piangente
Se amor o dolor pungon il cor.
Mani che posson compier cose empie
Di cesare ne fu il segno,cadendo sanguinante
Ai pie’ di pompeo!
Mani che scaglian frecce veloci messaggere del male
Ansiose di bever la vita.
Ancor mani che stringon l’amata sposa
E cullan il dolce bimbo.
Quelle di cicero trafitte da una lancia,
che orror!per troppa amor di patria
quando i potenti del suo tempo s’uniron ,le perse.
Voi mie mani foste testimoni nel
Mite settembre dell’ultima carezza
All’amato padre.
Voi che or ci conducete in questo mondo
saprete un di’ toccar la nuova riva dei fiumi senza tempo?
Vi vidi dolci mani sogno d’amor inanellarvi ancor
Quando mia madre rinnovo atto di fede allo sposo
Al giunger del venticinquesimo anno.
Voi mani in bilico tra arte e musica
Poema serve d’ogni giorno.
La vita ha i suoi giorni gli uomini il
Loro tempo laverete un viso non piu
Concreto ma fatto di luce e aiuterete
Gli occhi a veder sorgere la nuova alba

Sulla bontà di Dio
Se il creator dell ‘universo versi bonta ‘nei
Suoi fiumi se abbia progetto di pace o soffra
Di quei difetti umani d’ira insulubile domanda
Mi tormenta ma non per audacia,O Signor
E’ nostra natura non sondar il divino
Troppo piccoli per osar grande ardire
Se tanto ebbero a dire i padri santi i figli del
Sapere che Sofia avean dalla loro parte
Sempre risuona:ove sei?
Non vedi come la tua terra suda sangue?
I tuoi figli mangian le carni dell ‘altro
Non v’ e piu pieta e or pure i pargoli
Bramano l arco e l’odio
In quel mondo di luce che le tenebre pone sotto
Il calcagno non si conosce menzogna e pianto
Ma tutto segue l ‘ordine della perfetta creanza
Gli spirti che lasciaron la malata patria fatta di pena e
Paura han gia dimenticato i crucci e i dubbi .
Sulla tua realta’ piu non han domanda tu sei l’inizio
Il farmaco dell anima.
Pietosi guardate a noi che abbiam sempre
Lagna,e anche il buono che v ‘era ha lasciato
L insidiosa barca chiamata umana!!
Dove sei amore?
Amore energia dell’universo piega il ferro
Risveglia la parte sana che e in noi,ringentilisci
I prati e che noi sian di pianto per i morti
Vengo a bussare alla porta di Dio
Umile e piegato come un cane dal suo
Padrone piu volte lacerato.
Son degno di violare le sante dimore?
Ecco gia mi son vestito di bianco
E servile come l umile giunco.
Padre,da a noi uno sguardo
Perdona quei figli che t’han piu’ violte umiliato,
anche color che ti servon in nome dell’unto
han perso la loro strada
“vi donai per infinito amor mia parte
Spirto fatto carne ma voi ciechi non lo lodaste
Su un ruvido legno schernito e fatto perir
Come capretto”
Siam dunque meriti della tua ira?
Come puo’ un padre lasciar nel fango e nel freddo
La sua discendenza?
“non puniro’ le mie creature aprite il vostro cor al vero
Lasciate che scorra purissima acqua nei vostri fiumi e non sangue
Che siano carezze al fratello e non piaghe
Qui si resapira nel mio regno l infinito
Principio della misericordia
Non siate sordi al mio verbo e vi condurro nella nuova
Terra lontano dalle miserie”
Allor presi ragione della sua esistenza
Capii quant’e dolce quel frutto
Dell eternita ,quando si spegnera la luce
Su questo mondo,non saremo cenere per
Sempre ma s’apriranno le porte del nuovo
universo

Occhi
Occhi ,prime lanterne del nostro vagito al mondo
Dal verde ,al nero,celesti or tagliati ,or lisci
Ma pur sempre occhi!
Occhi gonfi d’amor ,se la dolce punta di cupido
Stimola il cor e par che un coro d’angeli
Canti all’uninsono,oppur opachi ,se il dolor prende il petto
e corrucciarsi gia il volto al pianto.
Occhi furtivi ,che non han coraggio,o per timor di
Guardar l amante ,si fan rosse le guance
E guardan or qua orsa in un gioco di sguadi.
Quelli ingenui d’ un fanciullo,che ancora non conosce
Quanto e’ amaro e velenoso il mondo.
Tanto vorrei che l ‘umanita’ mai fosse adulta
Ma sempre candida con la purezza d’un tempo.
Occhi severi d’un padre ,che ravvede il figlio
Se questo per marachella o malcostume si perde.
Ed io quante volte vidi mio padre accigliarsi
Per cattivo verbo o malfatto!
Occhi che bacchettano lo scolaro quando del saper
Si fa beffe .
Ma non ponete odio ,saran doni per la vita ,
memore son delle dure giornate in compagnia
delle piombee carte.
Occhi pieni di rancor ,quelli del popol di Francia
Che non ebbe pieta’ ,quando il misero Capeto
Saliva al suo capestro ,tra grida e gioia la testa finiva nel cesto!
Occhi fissi al ciel a scrutar le stelle eterne luminose e belle
Il Nazareno lavo’ il mondo con le sue lacrime dal peccato
Per non far cader ogni anima nel lungo baratro ,quando
Si chiusero tra sputi e scherno ebbe pieta’del suo creato.
Mirate in san pietro la pieta’ vaticana sembrava che
Avesse vita la pena d’una madre a mirar ai suoi
Pie il figliol nell ‘ultimo strazio .
Occhi di innocenti che han visto piover fuoco ,
scorrer sangue nei loro torrenti,spose pianger per mariti
lurida piaga il tuo nome è guerra!
Le iridi pien di coraggio del milite
Brillavan come due fiammelle ,
la morte avea in sprezzo ,per amor di patria
volentieri affido l’ alma al ferro
tra affanni e rimpianti ,cadde al suol
tra i bei vermigli fior.
Dolcissimi lumi che avete visto tramonti
Che infiammavan l’orizzonte
E la sera trapunta di stelle,
io vidi i conosciuti luoghi
nei caldi meriggi d’estate al vespro
il rosseggiar del sole dilagava in ogni dove
faceva specchio tra cielo e mare,
mentre s’appressava la notte scivolando
dal muto monte.
Cerchero’ per sempre il tuo sguardo
O madre ,che ho amato dal primo di’,che
Mi cullasti ,per me è sicuro appiglio
Ai mali della vita ,sicura traccia sulla retta via.
Ed andro’ oltre le soglie del tempo ,per guardarli
In eterno tanto comprensivi e cari.
Temo di perdermi nell ‘oblio se tu non mi
Rischiari il cammino con le tue gemme.
Ho cantato occhi che han diversa natura,
or mi quieto dal mio sondar ,
mi volgo al fin al Dio benigno
occhio del mondo
abbi per me cura,guardero’ un di’
il tuo volto immerso in un fiume di luce



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