Colei che brevemente fu
e che mai in vita conobbi
Messina 2005, copyright © 2005 by Claudio Cisco
Presentazione
Claudio Cisco nasce a Messina nel 1964. Rivela sin da piccolo una fervida
vita interiore che si sviluppò non solo nel fervore dell'immaginazione e
nell'intensità del sentimento, ma anche in uno slancio artistico pertinace
e costante. Ricco di intuizioni e creatività, soverchiato dall'impeto
della sua fantasia e da una straordinaria capacità nel creare immagini,
precocissimo nella sua inclinazione all'arte in genere, riesce ad
estrinsecare il suo innato talento nello scrivere, esprimendo così il
segreto palpito e il ritmo stesso della sua anima. Dotato di sensibilità
profondissima e acuta, fuori dalla norma, di una freschezza vibrante di
sentimento e di una vivida intelligenza intuitiva trasferisce, con grazia
singolare, le sue interiori vibrazioni artistiche, nei ritmi della sua
scrittura. Ottiene effetti potentissimi di rara e grandissima bellezza con
la sola collocazione delle parole perfettamente associate alle immagini,
padrone di uno stile raffinato e originalissimo, riuscendo così ad
armonizzare tutte le proprie qualità artistiche. Focalizzando sempre più
la sua genialità creativa e rinnovandosi continuamente su schemi da lui
stesso creati, inventa uno stile tutto suo, ben definito, non paragonabile
a nessun altro, frantumando così gli schemi cosiddetti logici della
scrittura tradizionale. Fa nascere un'armonia di lettura quasi ritmica per
via di creazioni fantasiose assolutamente nuove nella storia degli
scrittori contemporanei, rappresentando le cose non solo per il gusto
della semplice descrizione ma anche e soprattutto per l'anima e il
sentimento che le pervade facendole apparire così vicine e familiari e
insieme remote e sfumate. Ne vien fuori una musica di parole e immagini,
sciolte da ogni saggezza logica che diventano forma dell'essere,
incarnazione della profonda realtà dell'anima, dell'assoluto.
Con immediata freschezza, l'autore sa cogliere l'essenza intima e nascosta
delle cose della natura e delle sue creature. Vede luci improvvise e
parziali, immagini fantastiche e surreali. Tende a rendere nella sua
scrittura l'incanto delle sue visioni e del suo quasi infantile stupore.
Mette in evidenza gli aspetti misteriosi dell'universo, attraverso moti
che salgono dall'anima, simboli e immagini fugacissime, allucinanti e
folgoranti con le quali osserva e trasfigura le forme più recondite della
realtà, muovendosi con esse entro l'alone del mistero. È un'insurrezione
straordinariamente creativa e istintiva, animata dalla volontà di essere,
di esistere, di crearsi un suo spazio. È un mosaico, il suo, carico di
immagini suggestive e fantastiche, intrise di sensibilità, testimonianza
dell'eterno e quasi inspiegabile contrasto tra le forze misteriose che ci
governano e le luci chiare della speranza e dell'amore che si alternano
tra loro, creando l'immortale contrasto tra il bene e il male, tra il
positivo e il negativo. L'autore rivela con impressionante intuito
artistico questo contrasto, rappresentandolo nei suoi versi con alternanza
di situazioni fantastiche e quasi inverosimili a immagini cupe e
invisibili.
Nella rovina di ogni altro valore conoscitivo, nel moderno senso del reale
inteso come fugacità, mutevolezza, inconsistenza, nell'opprimente senso
del mistero e dell'inconscio, la sua originalissima scrittura appare come
sola via di salvezza, come solo valore in un mondo senza valori, come il
solo modo di intendere e svelare la realtà. I suoi versi, abbattendosi tra
creature immaginarie e inconscio, hanno una funzione di illuminazione e
immediata rivelazione. Non sono né conoscenza e né intuizione, ma
immedesimazione istantanea col tutto, fuori da ogni chiarificazione
definitiva. È il suo, un atto di vita (forse l'unico possibile), di
immediata partecipazione al ritmo frenetico della realtà. I suoi versi
hanno altresì il potere di catturare del tutto chiunque li legga, dando
luce ai fondi oscuri del suo essere attraverso una descrizione analitica
di fatti e situazioni psicologiche che investono rapporti e nessi del
tutto inusitati. Il suo modo di scrivere, in conclusione, è baleno di luce
e di fantasia, trionfo di immagini nell'oscurità di un mondo spento dalla
praticità e dal mostruoso materialismo di tutti i giorni. La vita vuol
essere, per potersi realizzare, arte e in Claudio Cisco tutto questo si
realizza. Arte e vita si confondono, la fantasia eclissa la realtà grazie
alla sua creatività e partecipazione emotiva. Questo libro diventa quindi
purissimo atto vitale, allargando i suoi limiti sino ai confini della
vita.
Giovanni Pierantoni
Introduzione
Vi giuro che non so neanch'io il perché abbia scritto questa storia
inverosimile, chissà perché l'ho fatto! chissà chi mi ha ispirato! certo
non io stesso, di questo almeno ne sono sicuro. Quando si è troppo soli o
ci si sente del tutto incompresi, si può arrivare a inventare un'amica
immaginaria alla quale poter confidare i propri sogni, le proprie
emozioni, le paure e le speranze di chi sa di poter dare molto agli altri
ma di non essere messo in condizione di poterlo fare. È un po' come quando
uno parla da solo, e magari arriva al punto perfino di confondersi, oppure
si guarda allo specchio invecchiato di fuori e, riflesso, si vede bambino
di dentro, come se il tempo della giovinezza non fosse mai trascorso e
restasse eterno in sintonia e simbiosi con la propria anima. Alla
cosiddetta "maturità" d'un uomo che è già vecchio senza rendersene conto,
che nel suo cuore ha già sostituito il mondo delle favole con quello dei
soldi e della posizione sociale, io oppongo la meraviglia e lo stupore dei
miei occhi rimasti ancora di bambino, capaci di vedere il mondo come un
nuovo gioco, un magico Natale pieno di luci e palline colorate, di
ricreare con la fantasia l'innocenza e la tenerezza di chi bacia per la
prima volta. Se solo potessi, attraverso le mie poesie o i miei libri, far
capire a tutti che è nella semplicità, nella purezza incontaminata dei
sogni, nel far rivivere il bambino presente in ognuno di noi, che si può
trovare la vera felicità, la serenità, quella luce che ci fa sentire più
vicino a Dio in una vita piena di significato e d'amore. Se solo riuscissi
a farmi ascoltare tramite questo libro arrivando dritto al cuore del
lettore, prestandogli i miei occhi, gli farei ammirare quanta poesia vi è
in un fiore che sboccia, in un bimbo che ride, in un raggio di sole, nel
volo di un airone e in mille e mille altre piccole cose quotidiane della
vita che sono state create per noi, affinché ogni uomo possa rinascere
ogni volta, sentendosi in armonia con l'universo, parte di esso,
ritrovando la propria dimensione. Se solo l'uomo riuscisse a guardarsi
dentro e ad aprirsi all'infinito che lo circonda, scoprirebbe quanto sia
bello il mondo, quanto sia favolosa la natura.
La bellezza, la felicità è tutta intorno a noi, nei nostri sensi,
nell'aria che respiriamo, in ogni minuscola particella vivente che pullula
di vita e d'amore. Ogni essere umano, anche il più povero che possa
esistere sulla faccia della terra, è ricco e non sa di esserlo.
Per tutto questo, ho deciso di scrivere questo libro. Nella figura di una
creatura immaginaria, io proietto tutto me stesso, i miei sogni e le mie
speranze, vedo riflesso Dio, l'azzurro del cielo, il bacio della ragazza
che amo, un bambino che non è mai cresciuto. Questo racconto è per tutti
voi che credete ancora alla magia dei sogni ma soprattutto per chi non
crede affinché possa provare a farlo. È anche per tutti coloro che amano
quella meravigliosa e fiabesca avventura che è la vita che, anche se
apparentemente può sembrare triste e difficile, in realtà è splendida e
degna di essere vissuta sempre e in ogni caso.
In Marietta, la protagonista del mio romanzo, io proietto ancora tutto il
mio sincero amore verso una vita traboccante di emozioni e di speranze.
Forse è solo un sogno, lo so, ma non posseggo null'altro, è tutto quello
che ho.
Il romanzo è narrato quasi per intero in prima persona e mi vede
protagonista.
Tuttavia ho preferito usare lo pseudonimo di Manuel. Tutti i nomi e i
fatti citati nel racconto corrispondono a persone realmente vissute e a
fatti realmente accaduti.
L'Autore
Com'ero. Il mio stato d'animo
Avevo 19 anni, sì, solo 19 anni, l'età più bella, sentivo dire dagli
altri; l'età che tutti desidererebbero avere e magari mantenerla per
sempre, a dispetto del tempo. Ma io, io non ero felice. Era come se quella
bellissima età non mi appartenesse, o meglio non fosse stata mai mia. Se
dovessi giudicarmi per com'ero allora, con gli occhi obiettivi e più
maturi di adesso, probabilmente mi verrebbe facile dedurre che ero
completamente immaturo, vittimista, strano e aggiungerei anche un po'
folle, anzi del tutto folle, ma d'una follia che rasenta la creatività,
una follia sinonimo di stranezza, tipica di quelle anime elette, fragili,
eternamente insoddisfatte che identificano nei sogni la loro voglia
d'evasione, il desiderio, anzi il bisogno, di protendersi verso l'agognata
libertà assoluta, unica àncora di salvezza contro gli abissi del dolore.
Continuando a guardarmi con gli occhi di adesso, devo ammettere che oltre
ad essere o voler sembrare folle, avevo radicata in me sin dalla nascita,
una sorta di tristezza senza guarigione, desolata e abbandonata, senza una
motivazione plausibile che la giustificasse. Una strana tristezza che io,
un po' ingenuamente, ritenevo potesse essere prerogativa dei geni
incompresi e che contribuiva negativamente a farmi isolare sempre più dai
miei coetanei, dai miei genitori, dal mondo che mi circondava e che
appariva ai miei occhi tutto sbagliato. Era una tristezza che non trovava
assolutamente sbocchi perché alimentata sempre e solo dal mio io, chiusa
in un lacerante e ingiusticato pessimismo. Già, devo chiamarlo proprio
così "ingiustificato pessimismo" perché in verità non vi era stato proprio
nulla di così rilevante da poter giustificare un simile stato d'animo.
Nulla la vita mi aveva riservato di così triste e crudele, ad altri,
sicuramente, molto di più. Penso, ad esempio, agli handicappati, ai tanti
malati che scoprono il dolore giorno dopo giorno nelle corsie degli
ospedali, agli emarginati di ogni genere, agli orfani, ai poveri, ai
vecchi soli al mondo abbandonati al loro destino, a chiunque insomma possa
aver sperimentato realmente tutto il male che io pensavo fosse destinato
solo a me e a nessun altro. La cosa che oggi mi sembra più assurda,
consisteva nel fatto che io mi ero proprio crogiolato nella mia stessa
tristezza, mi ero quasi chiuso in una specie di urna di cristallo dove
proteggermi dalle insidie del mondo e da tutto ciò che rappresentava la
vita all'esterno e che mi ruotava intorno. Fuggivo dal mondo e, quel che
era peggio, da me stesso. La tristezza era per me diventata quasi un
alibi, un approdo sicuro, un modo di essere nel quale trovare la mia
dimensione più congeniale. Tristezza uguale incomprensione degli altri
verso di me, questo era il mio assurdo binomio che serviva solo per
alimentare maggiormente la mia solitudine. A dire il vero, ho sempre
cercato in quel periodo e in special modo adesso che ho una capacità di
analisi migliore, di scavare nella mia infanzia con la speranza di trovare
una risposta a quel mio inusuale modo di essere e di rapportarmi agli
altri, modo che, sia pure in minuscola parte, mi porto ancora adesso,
nonostante i miei 40 anni superati. Ma, nonostante mi sforzi
minuziosamente a trovare qualche indizio utile alla causa, qualunque
giusta e valida prova, non riesco a riscontrare nulla di realmente
importante. Sento dire che ogni essere umano sia il prodotto di un insieme
di fattori ereditari che s'intersecano tra loro, di una infinità di
condizionamenti ambientali, probabilmente questo è anche vero, ma io non
riesco a scorgere proprio nessuno dal quale possa aver ereditato un
carattere così particolare. Forse l'esser venuto al mondo dopo ben 16 anni
dalla nascita di mia sorella e da una madre non più giovanissima
particolarmente attaccata a me e troppo apprensiva nei miei confronti, può
forse aver generato nella mia psiche, una certa insicurezza scaturita
proprio dal troppo affetto materno. Una iperprotettività che mi ha
impedito di crescere, di spiccare il volo verso nuovi orizzonti che
apparivano ai miei occhi, sconosciuti e temuti.
Siamo sempre però nel campo delle ipotesi perché io, in realtà, testardo e
un po' narcisista oltre che esibizionista, facevo sempre di testa mia, non
prendendo troppo in considerazione i consigli e gli insegnamenti di mia
madre, come quelli, del resto, di chiunque altro. Tutto questo però non lo
facevo per ribellione o per il semplice e banale gusto di trasgredire, ma
perché ritenevo, e ne sono convinto anche adesso, che sia giusto fare
ognuno le proprie esperienze, magari sbagliando per poi correggersi da
soli senza commettere mai più, possibilmente, gli stessi errori. Solo così
si può crescere e maturare, imparando sulla propria pelle, a proprie
spese. Ho sempre pensato che nella vita bisogna appoggiarsi soprattutto a
se stessi e alle proprie forze perché non esiste nessuno al mondo
all'infuori di noi stessi, capace di capirci e volerci bene più di quanto
possiamo volercene noi. Non bisogna ovviamente cadere nell'eccesso, ossia
cedere all'egoismo, ma dosare il tutto con intelligenza ed equilibrio.
Solo chi ama veramente se stesso, può poi trasferire parte di questo amore
al prossimo. Questa è un po' una mia legge, un mio modo di pensare che non
pretende assolutamente di essere condiviso o di valere per tutti.
Anche il mio rapporto con la religione e con la fede, era un po'
vacillante in quel periodo, non solido come avrebbe dovuto essere. Sì,
credevo in linea teorica all'esistenza di un Dio, anche perché cresciuto
in una famiglia di forte ispirazione cattolica.
Conoscevo per averli sentiti nell'aria, anche inconsapevolmente, gli
insegnamenti del Vangelo, i dogmi ai quali prestare solenne fedeltà. Ma,
al momento estremo del bisogno, più che alla provvidenza divina, mi
rivolgevo alle mie stesse forze, alla mia volontà, alla voglia di reagire,
di non lasciarmi andare. Tuttavia possedevo dentro, una innata bontà che
mi impediva persino di uccidere uno scarafaggio, per non provare poi il
rimorso di aver distrutto una vita che, anche se apparentemente
insignificante, rappresentava lo stesso una vita e come tale esigeva il
massimo rispetto. Incapace di fare del male a chiunque anche verso chi ne
faceva a me, non porgevo l'altra guancia, ma non reagivo, allontanandomi
da lui senza meditare vendette o provare rancore di nessun tipo. Avevo
pochi amici a causa del mio carattere schivo e solitario ma non ho mai
avuto nemici. Mi facevo voler bene ed ero sempre pronto ad ascoltare
chiunque senza pregiudizi di nessun tipo. Non riuscivo proprio a dar
dispiaceri a nessuno se non a me stesso. Non trovavo giusto fare agli
altri quello che non avrei voluto fosse fatto a me. Il mio era un
ragionamento logico, elementare, non scaturito o influenzato
dall'insegnamento cristiano, anche se poi, in pratica, coincideva
perfettamente. La cosa più curiosa di allora, consisteva nel fatto di
essere arrivato addirittura a mitizzare la sofferenza e, di conseguenza,
anche la mia tristezza.
Pensavo fosse quasi un dono divino che sarebbe servito all'uomo, ma non
per redimerlo scontando i peccati terreni in prospettiva d'una redenzione
futura, ma bensì per esternare la propria sensibilità artistica. Già,
avevo creato un altro assurdo binomio che consideravo allora inscindibile
e che tuttora sono convinto che possa esistere, sofferenza uguale arte.
Soltanto soffrendo, pensavo, è possibile diventare sensibili e di
conseguenza artisti. Più si soffre e maggiormente si matura, si alimenta
l'ispirazione artistica.
Non è un caso che le mie poesie più belle, o almeno quelle alle quali sono
più legato, le più vere, le più sincere siano nate da una sorgente che
esprimeva la tristezza d'un momento. Non so perché, ma ancor oggi, non
riesco a scrivere nulla nell'istante in cui sento di essere felice o
sereno per meglio dire, perché "felicità" è una parola troppo grande. Un
artista, in genere, compone quando sente dentro il bisogno di comunicare
qualcosa agli altri, una propria intima emozione, che è tanto più forte ed
intensa, quanto più ombra ha nel cuore. Un uomo cerca l'acqua solo quando
ha tanta sete. Non so perché ma è così.
Confesso però che mi sarebbe piaciuto e che mi piacerebbe ancora, poter
scrivere in un momento di gioia, proprio per sentirmi altruista e aiutare
così il mio prossimo, trasferendogli tramite l'arte, un po' della mia
letizia. Purché lo voglia chiunque, non solo artista, nella vita di tutti
i giorni, può regalare un sorriso a chi ne ha veramente bisogno che, per
quanto piccolo possa sembrare agli occhi di chi lo offre, è sempre
meravigliosamente grande e importante per chi lo riceve.
Ritornando a guardarmi all'età di 19 anni, continuo a non capire ancora il
motivo per il quale preferissi la solitudine dei cimiteri, alle compagnie
e ai divertimenti giovani.
Non mi rendo conto del perché di tutte le fobie d'allora, delle mie ansie
implacabili, delle mie paure ossessive, della mia in un certo senso
depressione, tutti problemi che, fortunatamente, ho risolto in età adulta
tranne qualche minuscolo residuo facilmente domabile, ma che allora,
sembravano per me inguaribili, autentici drammi. È strano però il fatto
che io, cantore follemente innamorato della bellezza dell'adolescenza e
più in generale della giovinezza, debba trovare un po' di equilibrio e di
serenità, soltanto oggi che ho 40 anni, trovo tutto questo così
paradossale e non mi oriento più. Se solo avessi avuto, in quel periodo,
lo stesso coraggio che ho adesso di prendere di petto tutti i miei
problemi, di affrontarli con coraggio, faccia a faccia, senza partire
battuto ma con la consapevolezza di poterli vincere, di poter dire loro:
"Non mi fate più paura, io sono più forte di voi!"
Se solo avessi avuto allora l'intelligenza, la maturità, la saggezza che
mi ritrovo oggi e soprattutto la forza di credere nella mia volontà, tutto
sarebbe stato diverso e forse non avrei avuto nemmeno l'ispirazione per
scrivere la storia che sto per raccontarvi. Ma, nella vita, nulla accade
per caso, anche se in apparenza può sembrare senza spiegazione. Sarei
stato un ragazzo praticamente normale come tanti altri, anche se, in ogni
caso, la normalità è sempre relativa e riduttiva se per normalità si vuole
intendere massificazione, fare cioè quello che tutti fanno, che gli altri
vorrebbero che tu facessi. Bisognerebbe sempre, in tutti i modi possibili,
battersi per difendere il proprio modo di esprimersi e di essere, senza
assurde e incomprensibili maschere imposte da una società troppo spesso
stereotipata e insensibile alle esigenze del singolo. E pensare che ogni
essere umano è un esperimento di vita, unico e irripetibile e che ha
quindi tutto il diritto di essere uno spirito libero, al di fuori di
schemi preconfezionati, tradizioni o condizionamenti di nessun tipo,
felice di manifestare la propria identità che si diversifica da quella
degli altri ma, allo stesso tempo, si integra con l'altrui libertà,
rendendo la vita ancora più bella perché varia, tollerante, colorata. Uno
strano ragazzo, sicuramente, molto particolare, fuori dal comune, ero io.
Magro, con i capelli lunghi, vestito in maniera trasandata, senza seguire
nessuna moda in voga in quel periodo. Un look schizofrenico, nel senso di
liberissimo, contraddittorio, fuori da ogni regola o criterio di
abbigliamento, senza il minimo abbinamento di colori che potesse dare un
certo gusto estetico all'occhio. Alternavo assurdi pantaloni a quadretti
tipici da clown, a strane e lunghe giacche rosa. A volte vestivo
completamente di nero con dei spettrali occhiali scuri, accentuando così
la mia magrezza che era per me una specie di complesso, a tal punto da
impedirmi di mettermi in costume da bagno pur adorando il mare. Portavo
sempre dei fazzoletti intorno al collo, di vario colore che mi
procuravano, e ne ero molto orgoglioso, un'aria misteriosa e un po'
tenebrosa ma, al tempo stesso, potevo dare l'impressione di un bambino
diventato adolescente troppo in fretta che suscitava immediata tenerezza e
un istinto quasi materno di protezione. Non ero certamente brutto, anzi
tutt'altro. Ero forse simpatico e persino carino ma non facevo nulla per
evidenziare queste mie qualità, anzi, facevo del tutto per tenerle
nascoste. Il colore chiaro dei miei occhi, ad esempio, che spiccava con la
mia carnagione abbronzata e col castano dei miei capelli, veniva quasi
sempre nascosto da occhiali scuri, come già detto, e il vestiario poteva
sembrare più da zingaro anziché quello di un ragazzo che vuol farsi
ammirare in armonia con la propria giovane età. Facevo insomma, forse in
parte anche involontariamente, di tutto per sembrare più inguardabile di
quanto in realtà non lo fossi, presentandomi agli altri come mai e poi mai
avrei dovuto apparire. La dolcezza quasi infantile del mio viso, i miei
lineamenti oserei dire quasi efebici, erano continuamente mortificati e
messi in discussione da un'espressione che io, ad arte, facevo diventare
da duro oppure di chi sembrava perso nel vuoto che contrastava nettamente
con la mia disarmante sensibilità e soprattutto con l'età che dimostravo.
Avevo infatti la grande fortuna che ho anche adesso, di sembrare un paio
d'anni più piccolo rispetto alla mia vera età. Potevo dimostrare sì e no
14 o al massimo 15 anni. Guardandomi per ore allo specchio, a volte mi
piacevo, altre invece mi detestavo trovandomi tutti i difetti possibili,
fino al punto di rompere gli specchi. Era innata in me una certa timidezza
che ancora un po' conservo e che si manifestava nella mia quasi
impossibilità di fissare a lungo negli occhi qualunque interlocutore,
specie se si trattasse di una ragazza. I miei occhi un po' impauriti,
spesso si abbassavano di colpo, come per cercare un nascondiglio nel quale
potersi rifugiare. Già, le ragazze. Con loro il mio è stato sempre un
rapporto particolare. Anche in questo campo, il mio grande amore per il
sogno veniva a galla. trasformando la realtà in immaginazione. Vivevo
infatti amori immaginari e platonici. Le ragazze che solo io sapevo di
amare, esistevano davvero, se non altro, e non come la protagonista
defunta di questo libro, ma non sapevano mai nulla del mio segreto amore
nei loro confronti. Io, fra l'altro, sia per timidezza, sia per la paura
di guastare il sogno, non avrei mai avuto il coraggio di confessarlo.
Questo mio infantile e patologico modo di concepire l'amore, in piccola
parte mi è rimasto ancora oggi nella mia personalità di adulto. Infatti
forse ora non cerco una ragazza o una donna specifica in quanto tale, ma
amo l'idea dell'amore, della compagna che non si trova, che non esiste,
quasi sublimata in angelo, segno d'una chiara mancanza di predisposizione
e di adattamento alla vita reale. Sensibilissimo com'ero, lo sono ancora
adesso, consapevole di essere diverso dai miei coetanei ma mai reputandomi
superiore a loro, cercavo di attirare la mia attenzione presso le ragazze,
adottando un comportamento inusuale, a dir poco strano se non folle, ma
ottenevo sempre inevitabilmente l'effetto contrario e diventavo ridicolo
ai loro occhi. Non avevo la maturità e la furbizia necessarie per capire
che, per avere successo con l'altro sesso, per essere apprezzati, bisogna
semplicemente essere se stessi. Andava a finire così che mi sentissi
sempre più solo, giudicando tutte le ragazze, nessuna esclusa, vuote,
superficiali e materialiste, prede di facili ideologie alla moda e
incapaci di comprendere la mia interiorità. Non capivo che l'unico che non
funzionava in quel contesto, ero proprio io, io e soltanto io. Ricordo che
spesso dedicavo loro poesie, già le poesie. La mia passione per lo
scrivere ha radici lontanissime nel tempo, risale agli albori della mia
vita, fa parte di me. A volte mi viene il dubbio che scrivessi già dalla
pancia di mia madre. Ero e sono comunque veramente contento di questa mia
inclinazione, guai se non ci fosse. Mi ha aiutato moltissimo in quel
periodo e mi è molto utile anche adesso. È l'unica cosa che so fare, una
valvola di sfogo, un modo per canalizzare le mie energie, quasi una
confessione, un aprirmi con me stesso e verso gli altri. È un bene quando
le mie frustrazioni, le mie nevrosi, anziché uscire sotto forma di
malattie, vengon fuori tradotte in espressioni artistiche. Guai se non
scrivessi più, sarebbe come ammettere di essere morto. Credo di avere
delle qualità, del talento. È un vero peccato che non se ne sia accorto
proprio nessuno, che non mi abbiano mai dato fiducia credendo in me.
Continuando a viaggiare sulla mia ipotetica macchina del tempo e tornando
a ritroso con la memoria, mi vedo davvero stupido all'età di 19 anni,
troppo immaturo e troppo bambino. 19 anni che potevano benissimo essere
30, 40, 50, 80 in base alla mia sensibilità artistica ma che, allo stesso
tempo, potevano sembrare 12, 10, 8 per il mio modo di porgermi verso me
stesso e verso gli altri. Non capivo la cosa più importante ed elementare
di tutte le conoscenze in genere e cioè che la vera felicità, la si può
trovare nelle piccole cose quotidiane della vita e che sgorga spontanea
dentro di noi. Ma non ero l'unico a non aver capito questa semplice
verità. Quanta gente importante nel corso della storia non l'ha compresa!
Dottori, scienziati, filosofi, poeti, insegnanti sono magari in grado di
recitare la Divina Commedia a memoria o tutti i classici della
letteratura, ma poi non sono capaci di distinguere il ramo da una foglia.
Quando si è troppo impegnati a pensare in grande, ci si dimentica
completamente delle piccole cose della vita che sono le più importanti, le
più vere, che fanno parte di noi, che vivono con noi e intorno a noi come
piccole sorelle non viste dalla nostra cecità assoluta, non percepite
dalla nostra attenzione e dal nostro cuore tutto assorbito dal marasma
d'una vita materiale. A volte, confesso che vorrei che ogni uomo facesse
un piccolo salto nell'aldilà per scoprire la bellezza della propria
spiritualità, per poi ridiscendere in carne e ossa su questa terra. Solo
allora si renderebbe conto di aver vissuto male, anteponendo la legge
della materia a quella dell'anima, smarrendo del tutto la propria
identità, la vera essenza della vita. Ho ritenuto giusto, cari lettori,
fare questa abbondante premessa su com'ero all'età di 19 anni, non con
l'intenzione di annoiarvi anzi qualora questo fosse avvenuto me ne scuso
sentitamente, ma poiché credo sia necessaria per inquadrare meglio la mia
personalità al tempo in cui si svolsero i fatti che sto per narrarvi,
proprio in virtù dell'originalità e della stranezza di tali fatti.
La verità sta proprio nella considerazione che solo uno strano ragazzo
quale io ero all'età di 19 anni, poteva trovare l'ispirazione per scrivere
una storia così assurda ma anche così coinvolgente.
Messina, inverno 1984
Non ricordo con esattezza il giorno preciso del mese in cui cominciò
questa strana storia.
So che tutto ebbe inizio così, semplicemente, come quelle storie che
nascono senza un perché, con quel famoso detto "C'era una volta" così caro
a bambini che lo ascoltavano in dormiveglia, dalle care voci delle nonne o
delle mamme, all'inizio di qualsiasi fiaba. Com'è lontano quel magico
tempo! Le fate sono diventate giochi elettronici. Oggi tutto è
maledettamente cambiato e appare glaciale, freddamente scontato,
terribilmente calcolato. Siamo entrati in un tunnel senza uscita e senza
ritorno, proiettati dal falso progresso verso un mondo futurista, dove
persino il nostro destino risulta scritto in fondo alla memoria d'un
computer.
Mass media che dilatano e condizionano le nostre coscienze, satelliti
artificiali sulle nostre teste che ci spiano minacciando la nostra privacy
e ancora pubblicità senza fine che ci rende tutti visionari martellando il
nostro cervello. Nonostante tutto questo, io sono ancora qui a scrivere
seguendo con costanza e coerenza le mie idee di sempre, annullando, fin
quando mi sarà possibile e ne avrò la forza, il nulla che mi circonda con
la forza della mia fantasia, con la bellezza della mia immaginazione, con
la gioia di vedere i miei sogni realizzarsi spontaneamente, come una
magia, senza falsità ed inganni.
Dicevo, quindi, di non ricordare il giorno esatto, ma posso dirvi con
assoluta certezza, che da pochi giorni era entrato l'anno 1984 e ci
trovavamo ovviamente nel mese di gennaio. Ricordo anche che era una fredda
e malinconica mattinata autunnale. E tornando a guidare la famosa e già
citata macchina del tempo, posso ancora vedermi così com'ero realmente,
mentre camminavo per strada per recarmi, come tutte le mattine, a scuola.
Potevano essere circa le 8, considerando che alle 8,30 sarebbe suonata la
campanella per entrare in classe. Non ero vestito troppo male vista la
maniera con la quale uscivo in quel periodo, anche perché, a scuola,
dovevo necessariamente presentarmi con un look adeguato, forse troppo,
tale da creare così l'eccesso contrario, cioè quello di essere
perfettamente intonati col vestiario, al luogo nel quale si opera.
Nonostante ciò, avevo sempre nel mio sguardo, quel solito alone di
mistero, quel non so che di velata ed indefinibile malinconia. Avevo
piuttosto da portare, oltre al mio sempre presente fardello di tristezza,
un peso materiale altrettanto consistente, quello dei miei libri che
dovevo necessariamente caricarmi sulle spalle e che servivano più a farmi
diventare curvo (alla Leopardi per intenderci) che per impartirmi una
sottocultura nozionistica. Ho sempre pensato che la vera scuola, te la dà
la vita, la strada dove le cose, giorno per giorno, ti insegnano da sole
il loro nome.
Si usava nella mia classe ma penso anche in molte altre, per ragioni di
convenienza tra compagni di banco, dividere il numero dei libri
esattamente a metà per distribuire in parti uguali gli immani sforzi. Il
mio compagno di banco, Piero, veniva però da un piccolo paese del
messinese, a metà tra la collina e la montagna, Massa San Giorgio, e
quindi, per un atto di dovuta cortesia nei suoi riguardi, è andata a
finire che i libri praticamente li portavo quasi tutti io, abitando
peraltro in centro, non molto lontano dalla scuola. Già, la scuola. Una
scuola per ragionieri, l'Istituto Tecnico Commerciale "Antonio Maria Jaci".
Mi trovavo ormai a frequentare l'ultimo anno ma mi chiedevo ancora cosa ci
facessi io, quasi un genio dell'italiano, fortemente appassionato alla
letteratura e alla filosofia che sognava ancora ad occhi aperti di
diventare professore di Lettere, in una scuola di ragionieri. Uno dei miei
tanti errori nella vita. Mai, mai una volta in tempo ci si accorge di aver
sbagliato, sempre troppo tardi. E così, alternando voti altissimi nelle
materie letterarie, a quelli altrettanto bassi nelle materie tecniche,
senza essere mai stato rimandato o peggio ancora bocciato, continuavo ad
andare avanti lo stesso, tanto ormai si trattava soltanto dell'ultimo
anno, dell'ultimo sacrificio.
In fondo a me piaceva studiare ma solo quelle materie che più mi
prendevano e affascinavano e non certamente quelle di tecnica o di
ragioneria. Del resto, se ognuno sceglie liberamente nello studio di
seguire la strada per la quale si sente più portato, ci sarà sicuramente
un motivo. Io non ho avuto fortuna neanche in questo, o forse non sono
stato abbastanza lungimirante, non ho saputo scegliere. Tutto si svolgeva
a Messina, la mia cara città, una città alla quale ho sempre voluto bene,
non perché mi abbia dato qualcosa di particolare ma perché vi ero nato,
era un po' come se fosse casa mia, se rappresentasse la mia infanzia, alla
quale ciascuno di noi resta sempre, nel corso della vita, particolarmente
legato. Forse sentivo di volerla bene, anche perché, paranoicamente, in
solitudine, la percorrevo sempre in lungo e largo, camminando senza meta,
solo con i miei pensieri e di conseguenza scattava verso di essa, quasi un
affetto particolare che definirei, in un certo senso, familiare, quasi
come se stessi girando o parlando da solo nella mia stanzetta. La sentivo,
insomma, appartenermi, essere mia, trovare posto tra le mie cose più care
e intime del cuore, come quei ricordi più belli a cui si è particolarmente
legati e che si custodiscono gelosamente. Eppure quel giorno Messina, la
mia Messina, aveva un aspetto spettrale, malinconico, quasi come un
inspiegabile presagio di quanto sarebbe poi accaduto. Un'atmosfera che si
conciliava perfettamente col mese invernale di gennaio ma non certamente
con la solarità della città che, il più delle volte, splendeva al sole.
Non so dire con esattezza cosa sia accaduto in me quella mattina, anche
perché mai prima d'allora mi era balenata in mente l'idea di marinare la
scuola, per non avere poi rimorsi nei confronti dei miei genitori e
soprattutto di me stesso. Ma quella mattina tutto sembrava diverso,
strano, insolito, incredibilmente nuovo. Dentro di me, qualcosa o qualcuno
che non sapevo chi o cosa fosse, mi stava incitando, fino a proibirmelo
categoricamente, di non recarmi a scuola. Era come se avessi un
appuntamento sconosciuto ma importante, al quale non potevo assolutamente
mancare o rinunciare.
Non avevo più nessun tipo di rimorso, dubbio o ripensamento nel prendere
quella decisione, dovevo non entrare e basta. Così, cambiai subito
direzione e anziché andare verso la scuola, mi indirizzai alla zona
opposta, verso sud. Era come se fossi guidato a distanza da un comando che
non potevo vedere ma che sentivo mi stesse catturando, muovendo i
pulsanti, orientandomi verso di esso. Ero praticamente un automa che
camminava spinto da una forza misteriosa e invisibile, come si trattasse
di una calamita. Persino i miei libri non mi pesavano, erano diventati, di
colpo, leggeri, sembrava non ci fossero più. Camminai così, come un'ombra
senza identità, per circa mezz'ora, con un passo svelto ma che nulla aveva
a che fare con la corsa. Quel mio strano camminare, s'interruppe
esattamente davanti alla porta centrale del Gran Camposanto della mia
città. Proprio lì, una voce intima che neanch'io riuscivo a decifrare e a
capire da dove provenisse e cosa volesse da me, mi obbligò a fermarmi di
colpo e, introducendosi nei labirinti della mia mente, prendendo il totale
controllo sulla mia volontà, mi fece varcare la soglia, spingendomi ad
entrarvi dentro.
Dentro il gran camposanto
Mai prima d'allora avevo avvertito il bisogno di esplorare la bellezza, se
di bellezza si può parlare trattandosi di un luogo di preghiera che
richiama pur sempre alla morte, di un cimitero che risulta essere il
secondo d'Italia come grandezza, e classificabile tra i più belli in
assoluto per la ricchezza di statue, monumenti, sculture e opere d'arte
funeraria che contiene, alcune delle quali antichissime. Soltanto il
giorno dell'anniversario della commemorazione dei defunti, avevo
l'abitudine di visitarlo, come tutti del resto.
Pur essendo, per natura, fortemente attratto da tutto ciò che è
sepolcrale, sempre catturato dalle epigrafi e dalle foto dei defunti, non
avevo mai sentito il bisogno o la necessità di andarci in altre occasioni.
Ma quella mattina, tutto cambiava, ciò che mai sarebbe potuto succedere,
ora accadeva con naturalezza come fosse già scritto, stabilito. Ciò che
prima d'allora poteva considerarsi impossibile, diventava assolutamente
lecito, tangibile.
Fortunatamente non v'era nessun accompagnamento funebre all'entrata, ma
solo una carrozza con un cavallo e un ragazzo handicappato di circa 30
anni che si divertiva a prendere le ghirlande dalla stanza dove vigilava
il custode del cimitero e a portarle su quel carro. Poi le riprendeva dal
carro e le riportava nuovamente nella stanza del custode, con un ritmo
ripetitivo e monotono, minimale, come un uomo disperatamente solo che,
vittima delle proprie paranoie, non riesce a liberarsene mai, neppure
quando dorme la notte. Il viso dell'handicappato era allegro, spensierato,
assolutamente privo di ogni espressione logica. Eppure io, in quel
momento, ero arrivato al punto di invidiarlo per quella sua strana e
inconsapevole contentezza che aveva dipinta sul viso, completamente
all'opposto del mio che non rideva quasi mai. Mi sembrava quasi un
bambino, inconsapevole dei pericoli della vita, ignaro di cosa lo attende.
Alla guida del carro, vi era un uomo sulla cinquantina d'anni. Aveva un
paio di baffi folti e pittoreschi che si notavano immediatamente, tipici
di certi personaggi siciliani adatti ad essere ritratti in quei quadretti
venduti ai turisti come ricordo. I baffi erano bianchi, lo stesso colore
argento dei capelli, in realtà pochissimi, vi traspariva infatti un capo
quasi calvo. Era intento a fumare una sigaretta più per noia che per
piacere. Di tanto in tanto, con ritmi monotoni e lenti, alzava la bocca
verso il cielo creando anelli di fumo. Non aveva un'espressione triste,
sembrava abituato a quel luogo, piuttosto dava l'impressione di annoiarsi
come colui che aspetta che succeda qualcosa da un momento all'altro, che
possa spezzare di colpo l'opprimente monotonia, anche l'arrivo della
morte, sarebbe già qualcosa di nuovo, di diverso. Il cavallo, invece, al
contrario dell'uomo, mostrava un'espressione profondamente triste,
sommessa, rassegnata. Quasi come capisse e partecipasse all'atmosfera del
luogo, muoveva uno zoccolo, poi l'altro, quindi rimaneva immobile come in
attesa e poi riprendeva nuovamente a muoversi con ritmi lenti ma
perfettamente intonati, come il direttore d'orchestra d'una litania
funebre. Gli occhi dell'animale, coperti e bassi, sembravano
impenetrabili, persi nel vuoto. Il guidatore del carro, ogni tanto volgeva
lo sguardo sul quel povero ragazzo handicappato e in quei momenti pareva
più umano, meno assente. Ci fu un attimo, ma fu solo un momento, in cui i
nostri occhi s'incontrarono. Tuttavia fu un tempo sufficiente per farci
apparire strani l'uno agli occhi dell'altro. Lui si stava chiedendo
sicuramente cosa ci facesse un ragazzo con i libri di scuola al cimitero
di mattina ed io, a mia volta, mi domandavo come facesse un uomo maturo a
rimanere così calmo, così tranquillo in un luogo che infondeva tristezza.
In quei momenti, pur nella banalità di quelle considerazioni,
paradossalmente, la vita mi sembrò più bella, proprio perché piena di
situazioni strane ed imprevedibili, degna di essere vissuta fino in fondo.
Era avvenuto l'incontro occasionale di due età così diverse l'una
dall'altra, di due modi di essere e di pensare così difformi, almeno in
apparenza, era la vita stessa che ai miei occhi si faceva apprezzare con
la sua varietà, capace di apparire triste e ironica nello stesso
frangente. Il guidatore del carro, il ragazzo handicappato, io stesso che
mi trovavo lì anziché a scuola, il cavallo più umano dell'uomo, tutto
pareva diventare di colpo favola e noi eravamo trasformati in attori,
inconsapevoli protagonisti di una recita strana, ma affascinante, piccoli
pezzi di un immenso e bellissimo mosaico che è l'umanità intera con le sue
sofferenze, le sue eterne contraddizioni, le sue stranezze, ricca del suo
scibile umano, fotografia di un mondo grigio ma che per magia può
diventare a colori. Furono tutte considerazioni che contribuirono a
regalarmi un pizzico di gioia in quel luogo triste, ma fu solo effimera e
di breve durata, come una goccia d'acqua tiepida che, cadendo per sbaglio
dentro un bicchiere d'acqua gelida, dà solo l'illusione di riscaldarla,
non riuscendo a mitigare il ghiaccio che v'è dentro. Ben presto, infatti,
ritornai in sintonia con l'atmosfera di quel luogo e, d'indole malinconica
e facilmente orientato alla tristezza quale io sono, mi venne subito in
mente l'idea di fare un confronto, quasi un parallelismo, tra l'angoscia
del mio animo e l'aria di morte che si respirava lì dentro, aria che
avvolgeva ogni cosa di quel luogo anche quell'esile farfalla che sperduta
v'entra dentro, così per caso, perde i suoi colori rubati all'arcobaleno e
in breve muore, riposandosi, non uscendone più.
Dovevo però riconoscere e ammettere che quel posto era anche
particolarmente adatto a suscitarmi pensieri profondi, a sviluppare in me
una introspettiva meditazione, specie sulla caducità della vita terrena,
era capace persino a ispirarmi su tematiche consone al mio stato d'animo.
In particolare, la mia attenzione fu richiamata come un flash da una
scritta posta subito dopo l'entrata, quasi di fronte alla stanza del
custode. Erano parole di color nero vistoso incise su un marmo bianco,
virgolettate che dicevano: "Fummo come voi, sarete come noi". Anche questa
lettura contribuì a farmi meditare ulteriormente. La reputai subito
significativa, perfettamente corrispondente al destino dell'uomo, rivelava
una cruda e amara verità per chi non avesse il dono della fede. Se l'uomo
ponesse al centro dei propri pensieri l'idea della morte così come ho
sempre fatto io sin da bambino, non riuscirebbe più a vivere tranquillo
conoscerebbe la paura, ma sarebbe sicuramente meno materialista e meno
egoista. Se poi dovesse non credere in Dio, allora sarebbe proprio un
dramma senza consolazione e vana risulterebbe la parola alla catastrofe
dell'anima. Sarebbe la morte, il nulla eterno, l'annientamento totale,
definitivo. L'uomo messo completamente a nudo, spogliato da ogni sciocca
vanità, si troverebbe con le spalle al muro e la parola fine davanti,
sull'orlo del baratro e si estinguerebbe così, nel riposante approdo d'un
obitorio. Era quella mattina una giornata non festiva ed io notavo che al
cimitero vi era pochissima gente. Questo fatto però non toglieva la
mestizia a quel luogo, ma anzi lo rendeva ancora più solitario e
abbandonato.
Questo scenario di morte che lì dentro si ripeteva ogni giorno, ogni ora,
forse anche ogni minuto, era qualcosa che infondeva nell'animo un non so
che di profondamente sommesso che riconduceva inequivocabilmente alla
pace, al silenzio. Quella paura iniziale che avevo avvertito non appena
entrato al cimitero, più per il fatto insolito di trovarmi lì che per un
vero e proprio timore, di colpo, svanì ed io, come se fossi ormai
preparato al peggio, mi sentivo come quel bambino che, osservando l'acqua
gelida del mare, decide di tuffarsi improvvisamente, per non sentire più
freddo poi, quando l'onda lo può travolgere e lui meno se lo aspetta.
A questo punto, cari lettori, per esprimervi meglio le mie sensazioni, ho
inserito nel libro una mia poesia scritta proprio per quel momento. Se il
lettore riuscirà a cogliere e a provare le stesse emozioni avvertite dal
poeta, il compito di chi scrive si è realizzato e l'autore può ritenersi
sodisfatto. Io mi auguro che ciò si verifichi attraverso la lettura di
questi miei versi.
Morte solitaria in un cimitero deserto
Odore di morte
ricordi segnati da croci
paura angosciosa
solitudine senza fine.
Tristezza cupa
silenzio assopito
pianti accorati
rosario di dolore.
Lumicini ardono
crisantemi ornano le tombe
fotografie di gente che non è più
ombre vaghe di cipressi
aria che trema di fiamme e di preghiere.
Io che diverrò cenere
sarò ombra di nulla
niente rimarrà di me
morirò come tutte le bestie divorato da vermi.
E quale conforto potrò avere,
perduto tra volti sbiaditi di fotografie d'epoca,
dagli occhi tristi dei posteri?
Una bimba inginocchiata su una tomba,
col cuoricino infranto e gli occhi che s'apron a stento,
unisce le sue labbra e per due volte le dischiude
supplica e singhiozza un nome santo,
il nome della sua mamma.
Un angelo sceso dal cielo
su lei schiude le ali,
e, non visto,
nelle mani raccoglie quelle stille viventi
per il suo Signore.
Io, smarrito, da solo, come un uccellino spaurito
vado per le vie di un cimitero deserto.
Con la mente nel buio
cerco la mia tomba.
Qui dentro tutti mi somigliano
loro morti davvero, io defunto dentro
con i morti ci so stare.
Io muoio pian piano così
nel triste rosario delle cose che non han ritorno
ma tutto rimarrà com'era.
La mia vita è inutile
nessuno mi ricorderà
nessuno s'accorgerà che sono andato via.
Io solo nella vita,
io solo con la morte addosso.
Tomba abbandonata in un angolo oscuro,
faccia sbiadita dal pianto
occhi già ciechi nel buio
rughe sul mio viso ancora giovane.
Anima mia stanca
ricordi che non avuto mai
sogni svaniti nel nulla
speranza affievolita dal tempo
amore che non mi riscalda più
giovinezza che non è più mia
morte che mi viaggia accanto.
Questo son io, altre parole non servono.
Eppure la voglia di gridare
di ridere forte
di spaventare la morte
c'è ancora dentro me.
Eppure sono figlio della luce
brillo sotto il sole
ho ali per volare
un cuore per amare
una mano tesa ancora c'è
ma il mio sangue è fragile per vivere, troppo fragile!
Getto via l'acqua pur assetato di vita
e chissà, forse qualcuno mi capirà
mi darà il suo sorriso
mi salverà.
No, il buio, no!
Ma poi torno in grembo all'eterno destino.
Il tempo è crudele con me
mi strappa via dalle cose che sentivo più mie.
La vita è una corsa senza fine
gli anni scivoleranno su me
ed io non potrò più fermarli.
So bene che soffrirò, invecchierò,
piangerò tanto, morirò.
Aspetterò in silenzio.
Questo tempo nemico della bellezza sciuperà il mio corpo
trascinerà via la mia ultima fiamma
disperderà ogni mia speranza
qualcun altro la raccoglierà.
Tutto fugge e va via veloce
ed io mi accorgo che non mi resta niente,
forse solo una lacrima perduta in fondo al mio cuore
forse solo il bene che ho dentro che mi fa amare di più.
Ed io sto male
e piango in silenzio
nel buio della notte.
Nascondo nel pianto la mia poesia.
Signore,
dammi la forza di supplicarti ancora,
di chiederti amore.
Le mie parole in una preghiera
volano in cielo
e fanno piangere Dio.
Lungo le vie del cimitero
Con questi pensieri, completamente assorto nel silenzio e nella
meditazione, percorrevo le vie del cimitero. D'un tratto, uno scossone
intimo, simile a quello che mi aveva spinto a recarmi fin lì, mi
elettrizzò nuovamente e più forte di prima, salendo sin dal profondo del
mio io.
Quella solita voce vaga ed indefinita, tornò a farsi sentire in me e a
dirigere i miei passi che poco prima erano incerti e senza una direzione
ben precisa. Camminai parecchio, senza mai fermarmi e sempre salendo,
attraverso curve, strade larghe e strette che si alternavano tra loro, che
giravano e poi salivano ancora, sembrava un labirinto, una salita senza
fine. Man mano che la strada procedeva verso l'alto, il tempo si mostrava
sempre più brutto, minacciava la pioggia. Il vento che nella mia città non
manca quasi mai, ora sibilava tra le tombe, sembrava il flebile lamento
delle anime dei defunti. Soffiava spingendo le foglie cadute per terra
dagli alberi che ondeggiavano qua e là, leggere come piume, era la danza
della malinconia, la poesia delle solitudini, dell'inane, del nulla.
S'insinuava prepotente fra i cipressi, alberi silenziosi più dei morti. Il
vento lo sentivo dappertutto, echeggiava fin dentro le mie ossa, regnava
nelle mie vene mischiandosi con il mio sangue, unendosi col mio respiro.
Lo percepivo in ogni alito di vita, in ogni particella d'aria, perfino
sulle mie labbra, fredde e gelide come se baciassi la bocca d'un cadavere.
Ogni tanto si udiva dall'alto il canto di qualche uccello sparuto, il
rumore d'un paio d'ali, ma si interrompevano di colpo in un silenzio
tombale, assoluto, come per una forma di insolito rispetto a quel clima
che non era rivolto al canto ma all'elegia più sommessa, più cheta. Le
nuvole dalle forme più bizzarre ed inquietanti, giravano sopra la mia
testa, il cielo diventava sempre più scuro, pauroso ma non sembrava avesse
la forza né la voglia di piangere le sue lacrime di pioggia. Ma anche se
l'avesse fatto, io avrei continuato imperterrito il mio cammino, avrei
portato a termine la mia missione. La pioggia non mi avrebbe bagnato, non
mi avrebbe fermato. Com'era lontana la mia Messina solare! Le giornate
estive, le spiagge, i primi raggi del mattino. Tutto riconduceva al nero,
alla malinconia, al mistero. Non avevo più neanche la possibilità di
riflettere sul motivo per il quale un ragazzo di 19 anni si trovasse lì, e
non davanti alla cattedra, in mezzo ai suoi compagni di classe, per fare
quello che era giusto e logico fare. Ero intento, quasi in trance, a
seguire la voce che mi esortava a proseguire il mio strano viaggio,
spingendomi oltre il limite, oltre quella barriera che divide quello che
noi esseri terreni poveri fantocci di creta chiamiamo reale,
dall'irrazionale, dal soprannaturale, da ciò che vive da sempre intorno a
noi, nei nostri sensi, ma che non percepiamo. Un mondo totalmente
sconosciuto che per adesso, rinchiusi in questa limitata e circoscritta
dimensione, noi non possiamo vedere ma che esiste, è soltanto invisibile
ai nostri occhi, come qualcosa che non si fa mai toccare ma che c'è e ci
sarà sempre. Man mano che salivo, la città appariva sempre più lontana e
irraggiungibile, mentre chi mi stava aspettando da tempo, sembrava sempre
più vicina. Mi staccavo dal mondo dei vivi per avvicinarmi a quello dei
morti, conseguenza assolutamente indispensabile, abbandonare l'umano per
essere tutt'uno col soprannaturale. Il mare e la costa calabra che prima
s'intravedevano di rado, ora sparivano del tutto, eclissati interamente
dai cipressi che parevano fantasmi danzanti, mostri giganteschi. Mi
trovavo in una dimensione senza età, il mio orologio con le sue lancette
ferme, statiche, pareva disegnato, per niente reale. Non conoscevo più lo
scorrere del tempo.
La giovinezza era vecchiaia e la vecchiaia tornava ad essere giovinezza.
Regnava l'armonia del silenzio come un Dio della quiete, disturbato solo
dai battiti del mio cuore che acceleravano via via che mi avvicinavo alla
meta ma era bello ed emozionante anche in quel modo, era magico, era
folle. E pensare che laggiù, coperta dagli alberi, doveva pur esserci
ancora Messina, caotica e frenetica come tutte le mattine, con i suoi
mercati, i suoi negozi, la sua gente che si riversava per le strade, ma
tutto questo a me sembrava inconsistente, insignificante, totalmente
estraneo, superfluo. Era mattina ma poteva essere benissimo sera, notte.
Era inverno ma poteva essere primavera per la speranzosa attesa
d'un'avventura indimenticabile che stavo per vivere in prima persona e da
solo. In fondo ero solo un ragazzo strano e solitario, ma in quel momento
ero immortale, senza età, quasi prescelto da una forza misteriosa e
sconosciuta ad essere l'attore principale d'un film senza finale, d'un
gioco senza spiegazione, d'un incontro senza precedenti, di una storia
alla quale, anche se avessi provato a raccontare, nessuno avrebbe mai
creduto. Ma ecco che ora, cominciavano a crollare dal cielo le prime
goccioline d'acqua che restavano tali senza mai divenire temporale.
Avevano il solo compito di rendere l'atmosfera ancora più
coinvolgente,magica, inquietante, celestiale. Erano sorelline gemelle,
piccoli angioletti che cadevano dal cielo giù verso la terra come
finissime particelle di polvere di stelle. Piccoli angeli sotto forma di
acqua che cantavano con le loro voci di bambine la loro sinfonia, per me e
soltanto per me,mandate apposta da chi mi stava aspettando in segno di
festa, per creare una dolce accoglienza. Mi accarezzavano i capelli, il
viso, le mani, dappertutto. Continuavano a cadere dal cielo senza pausa,
danzavano, sperimentavano la terra. Ma fra la terra e il cielo, era più
bello il cielo, e così preferivano tornare indietro, lassù, da dove erano
partite pochi istanti prima, proprio come quei bambini piccolissimi che
nascono su questa terra e muoiono subito dopo, magari anche perché una
madre non li vuol far nascere qui e a loro non resta che tornare in cielo,
ritornando ad essere angeli, sostituendo il bacio non dato dalla mamma con
un altro paradiso, molto più bello, vero, eterno. Tutto questo accadeva
solo a me e non so spiegarmi tuttora il perché. Proprio a me che non avevo
nulla di speciale rispetto agli altri ragazzi della mia età. Anzi, a
pensarci bene, qualcosa in più l'avevo da sempre. Come ho fatto a non
pensarci prima?
Avevo qualcosa di grande, di estremamente importante e vitale, di immenso.
Qualcosa capace di far volare anche chi non ha mai avuto ali, capace di
rendere ricchi pur avendo solo una capanna. Qualcosa che Dio ha creato per
gli uomini ma che nessuno di loro prende più in considerazione, schiavo
della materia e dei problemi pratici quotidiani della vita. Quel qualcosa
che avevo in più e che ancor oggi sento di possedere, è la grande voglia
di sognare che invade la realtà e la fa scoppiare da tutte le parti. Ma
soprattutto la volontà e il desiderio di credere ai miei sogni. Soltanto
io, infatti, potevo credere alla storia che vi sto raccontando. Ma sono
sicuro che esistono ancora su questa terra, esseri simili a me. E chi
sono? Sono loro: gli artisti, gli ubriachi, i bambini,gli acrobati, i
saltimbanchi, i protagonisti delle fiabe principesse ed animali parlanti,
tutti angeli incompresi caduti su questa terra per sbaglio o per fortuna,
capaci di cogliere il vero senso della vita, l'essenza dell'anima. È
l'umanità a colori, la vita che ridiventa sogno, l'uomo che dà la mano a
Dio, è la luce che non si spegne più.
Verso il Conventino
Non so per quanto camminai avendo perso completamente la cognizione del
tempo né dove arrivai non avendo neanche quella dello spazio, era come se
fossi in zona zero, in terra di nessuno. La mia attenzione però divenne
improvvisamente vigile non appena mi trovai a percorrere una strada
totalmente diversa da quelle che avevo attraversato in precedenza.
L'asfalto, infatti, cessò di colpo e la strada si restrinse notevolmente
sino a divenire una stradina dal fondo di roccia e fatta di sassi ma
continuava ad essere percorribile lo stesso, capace di far entrare sì e no
4 o 5 persone disposte a fianco l'una dell'altra. Contemporaneamente anche
le tombe apparivano del tutto diverse, tutte di un altro stile. Le
fotografie diventano via via volti e statue intere di marmo. Erano
autentici capolavori di scultura raffiguranti gente lontanissima dai
giorni attuali, chiaramente di un'altra epoca, di inequivocabile
fisionomia ottocentesca. Anche l'atmosfera che si respirava era totalmente
nuova, anche se paradossalmente antica, inevitabilmente trasformata da ciò
che oggettivamente si vedeva. Era come se di colpo il tempo avesse deciso
di fermarsi e tornare indietro di oltre cento anni. Non vi era più nulla
ormai del tempo attuale, tutto parlava del passato, dell'Ottocento.
Io non avvertivo più niente intorno a me né il vento né la pioggia né il
freddo. Vivevo immerso in una condizione più spirituale che fisica, magica
più che mai, completamente estraniato, corpo ed anima, dal mondo reale,
ormai del tutto rapito da quello circostante. Mi trovavo in un luogo
sconosciuto, quasi mistico, che sembrava creato per i poeti e per la
contemplazione. Il mondo moderno, quello che era stato fino a poco tempo
fa il mio mondo, era ormai lontanissimo, sparito del tutto ed io non lo
percepivo e ricordavo più. L'effetto che quel luogo aveva su di me, valeva
assai di più di quella che era stata la mia vita di sempre, ormai lunghe
distanze mi separavano da essa. Sognavo ad occhi aperti mille avventure,
mi arrivava l'eco di mille sirene, ero l'eroe di mille favole. Il cuore
non mi chiedeva di tornare alla mia base ma mi esortava a restare lì.
Ero ormai altissimo, quasi in cima, nella parte più alta ed antica del
cimitero di Messina. La salita era quasi terminata. Ai lati della
stradina, altissime, maestose e sublimi per bellezza e suggestione, si
protendevan fiere le tombe dell'Ottocento. Erano statue di uomini, donne,
vecchi, bambini. Tombe del mio tempo, ormai non ve ne erano più. Ero
completamente circondato da antiche lapidi. La prima immagine che rapisce
la vista di chi si trova a salire lassù, è quella della statua di un
bambino di quell'epoca, di circa otto anni, seduto su una roccia, vestito
come un piccolo marinaretto che par ti guardi e ti dica: "Salve, benvenuti
nel regno dell'Ottocento". Fa quasi da prologo ad una serie infinita di
monumenti, uno più bello dell'altro, che da quel punto in poi, inondano
quella zona del cimitero, in ogni direzione e da qualunque parte. Immagini
di uomini nobili e donne vestite all'antica si vedono ovunque.
Colpiscono i loro baffi folti e pittoreschi, la loro strana pettinatura,
l'abbigliamento così diverso da quello del mio tempo. Tutto riportava ad
un'altra epoca. Le sensazioni che provavo erano a dir poco indescrivibili,
mi sentivo proiettato indietro nel tempo pur avendo la mentalità moderna.
Di statua in statua, di emozione in emozione, arrivai in un punto in cui,
finalmente, la salita era finita. La salita ma non certamente il viaggio.
Dovevo ancora conoscere l'entità più importante e misteriosa, colei che mi
aveva trascinato in quel posto contro la mia volontà, forse avevo visto
fin ora solo una minima parte di quanto avrei dovuto vedere o addirittura
non avevo veduto ancora nulla. La salita finiva proprio davanti
all'entrata di una chiesa bellissima e altissima, tutta stile ottocentesco
che io prima di allora non avevo mai vista pur trovandosi nella mia città.
Non mi rimase altro che restare a bocca aperta e quasi senza fiato la
contemplai. Ero arrivato ormai dove sarei dovuto arrivare. Mi trovavo in
quella parte altissima del Cimitero di Messina che oggi si chiama
"Cimitero degli Inglesi" ma che in quel periodo si chiamava semplicemente
"Conventino" dove erano e sono tuttora sepolti, i nobili messinesi vissuti
nel secolo dell'Ottocento.
Ed ora, cari amici lettori, come quel ciclista che dopo una faticosissima
salita, decide di fermarsi un momento per bere un sorso d'acqua e
riprendere fiato, prima di ripartire nuovamente, è necessario che anch'io
mi fermi un momento per darvi delle doverose notizie storiche che reputo
interessanti circa l'origine di questa favolosa chiesa che è situata nella
parte più alta del cimitero della città dello stretto.
A tal proposito, ringrazio tutti coloro che mi hanno aiutato nelle
ricerche fornendomi notizie storiche utili al racconto. In particolare
tutti i custodi e gli addetti alla vigilanza e al servizio di biblioteche,
annali storici ed archivi storici.
Storia della parte più alta ed antica del cimitero
di Messina
Nella seconda metà del secolo dell'Ottocento, numerose epidemie
contagiosissime, infestavano la città di Messina come tutto il meridione.
Tisi, colera, germi di tutti i tipi erano a quel tempo tutte malattie
incurabili. Il contagio si diffondeva vertiginosamente, specie nei bambini
la mortalità era elevatissima. Il tasso di vita era spaventosamente basso,
infatti oscillava tra i 40 e i 45 anni di età.
A questo si aggiungano la miseria, la guerra, le scarse condizioni
igieniche. Quindi per giustificate esigenze sanitarie, si sentiva il
bisogno e subentrava anche la necessità di appartare in luoghi, i più
solitari possibili, gli infelici malati. Così gli ospedali si riempirono
ma non bastavano e si dovettero creare posti isolati, tra i quali il
Lazzaretto costruito nella zona del porto, là dove attualmente vi è la
Difesa, che raccoglieva tanti bambini colpiti soprattutto da tisi. Lo
spettacolo era pietoso. Grida, urla, pianti, sputi, dolori. Lì morì,
colpita da quella che a quel tempo era una terribile e incurabile malattia
cioè la tisi, la protagonista del mio romanzo. Il posto più isolato però
fu costruito nella parte più alta ed antica del cimitero, l'attuale
Conventino. Lì venne fatta una chiesetta stile ottocentesco,
particolarmente alta. Venivano portati i malati contagiosi come fosse un
mini ospedale. Il posto era alto e difficilmente accessibile, quindi dava
una discreta garanzia contro il contagio. Ma i morti crescevano e quelli
che erano ancora vivi, a contatto con essi, decedevano anche.
Così quella chiesetta si trasformò da sfortunato ricovero, in luogo dove
venivano sepolti i morenti. Poi col tempo e col cessare delle epidemie, il
posto fu abbellito grazie all'impegno e alla bravura di alcuni scultori
messinesi e in particolare di Antonio Saccà che costruì numerose tombe fra
le quali anche quella della protagonista del romanzo, dando così al luogo
un aspetto profondamente artistico. Vi erano sepolti i nobili messinesi
per lasciare ai posteri un glorioso ricordo delle loro memorabili gesta
contro l'oppressione borbonica. Difficilmente, anzi direi assolutamente, è
possibile trovare sepolta gente comune essendo troppo oneroso poter pagare
lapidi davvero imponenti.
Nonostante la terribile catastrofe del 1908, il cosiddetto Conventino
resistette, poi il resto del cimitero si dovette rifare. Quindi oggi il
Conventino si presenta come la parte più antica del cimitero, la più alta
e bella che il tempo non è riuscito a falciare con la sua potentissima
forza distruttiva ed è per noi messinesi, fonte di orgoglio e di
tradizioni veramente superbe e meritevoli, oltre che un saggio di arte e
scultura non indifferenti come vanto per la città. Infatti è bene
ricordare che il Cimitero di Messina risulta essere il secondo d'Italia
per grandezza e trova posto tra i più belli in assoluto, non solo in
Italia. Ed è proprio da quella parte, cioè dal Conventino, che nacque il
Cimitero di Messina. E il Conventino oggi vive imperterrito ma totalmente
nell'abbandono e senza anima viva.
È un luogo altissimo, calmo, silenzioso che ispira timore ma
contemporaneamente pace e meditazione. C'è d'averne paura ma lo si va a
cercare. Molti sono i nomi illustri che vi sono sepolti ma, per ragioni di
tempo, mi limito a non enunciarli per motivi di non particolarità, essendo
tutti degni d'essere menzionati.
E adesso, cari lettori, dopo avervi fornito queste notizie storiche che
sono servite a farvi gustare meglio il racconto, scopriamo insieme la
struttura architettonica della chiesa, in maniera molto sommaria per non
distrarvi troppo dalla trama e dalle vicende del racconto stesso.
Dinanzi e dietro la chiesa
Dinanzi la chiesa l'atmosfera è magica, celestiale, mistica, rapisce e
trasporta. È difficile descrivere così tanta bellezza. Ma è mio dovere
provare almeno a farlo. Proprio all'entrata, la prima impressione che si
ha, è quella di essere aspettati da tempo con un'attesa quasi bramosa.
Sembra esserci una festa pronta ad esplodere quando vi si entra dentro. La
chiesa è stupenda, pittoresca, neanch'io so spiegarmi come abbia fatto a
resistere al forte terremoto del 1908 pur essendo così alta, un sisma
devastante che ha raso al suolo l'intera città dello stretto. Tutta in
stile ottocentesco, la chiesa ha una porta color rosso porpora, poi s'erge
maestosa ed invincibile con due colonne laterali imbattibili che sembrano
sfiorare il cielo. Al centro, la chiesa sale sempre più su
progressivamente, restringendosi via via che s'avvicina alla cima. A circa
metà della sua altezza, vi è una finestra senza più vetri e un balcone
arrugginito sempre attorniati da colombi ed altri uccelli melodici.
Il vento apre e chiude dolcemente la finestra, il sole riflette su di essa
e agli occhi di qualunque osservatore, sembra di vedere affacciata una
dolce ragazza ottocentesca vestita di bianco che guarda, saluta, ride,
scompare e riappare e poi scende giù di corsa per le scale, apre la porta
della chiesa e gli corre incontro con i capelli al vento.
Dietro la chiesa si avverte un fascino tutto particolare e suggestivo.
Vista di spalle sembra quasi magica, finta, appartenere a un mondo
irreale, fiabesco ed è ancora più bella. S'affaccian piccole finestrelle
come tanti oblò che a un certo punto spariscono, finché s'erge una cupola
che inizia grossa e s'invola fine, fino a confondersi con l'azzurro del
cielo.
All'interno della chiesa
Ed io mi trovavo lì per la prima volta davanti alla chiesa e stavo per
varcare la soglia.
Quella porta color rosso porpora sempre chiusa, l'unico giorno che
desideravo ardentemente entrarvi, stranamente la trovai socchiusa in atto
di chi invita a farlo. Cautamente, portando avanti il piede sinistro, poi
il destro, tastando con la mano, aiutandomi con un pezzo di legno trovato
lì per difendermi da possibili spiacevoli incontri, un po' come quel cieco
che cammina aiutandosi col tatto sconoscendo ciò a cui va incontro, io
pian piano, in questo modo entrai. La prima vista varcando la soglia, fu
quella di una stanza polverosa, vuota, abbandonata da tanti anni ormai. Il
silenzio veniva interrotto a squarci da strani rumori che ora vi
entravano, ora vi uscivano dalla finestra, perché quella stanza aveva una
finestra sbarrata, arrugginita che sporgeva dietro la chiesa verso altre
tombe. Ai lati del tetto v'erano appesi due quadri che portavano foto
raffiguranti due Madonne quasi sbiadite. I due quadri erano piccoli e le
due Madonne però erano diverse l'una dall'altra. Una aveva l'espressione
triste, compianta, l'altra sembrava un po' più rassegnata certa di trovare
ristoro nella carità cristiana, nell'aiuto di Dio. Nel guardare quei
quadretti che spiccavano in mezzo al muro bianco, in parte smangiato, mi
vennero in mente tutti coloro che dovevano essere ricoverati lassù in
tempi passati, confortati dall'aiuto della Madonna ed io immaginavo i
dolori, i pianti, le preghiere, le invocazioni che ora tornavano come
un'eco nella stanza che sembrava pacata, addormentata, serena,
straordinariamente elevata al cielo. In cima al tetto, v'era appeso un
lampadario a forma di cerchio che teneva strette delle lampadine spente,
alcune delle quali consumate dal tempo, come quelle candele che vengon
meno affievolendosi dinanzi all'altare. Da quella stanza, vi si entrava in
un'altra tramite un'apertura uguale alla prima però senza più porta.
Entrando, per terra, vi erano pezzi, schegge di legno penso della porta
stessa. In quell'altra stanza di dimensioni e di atmosfera simili alla
prima, io vedevo la cosa più bella: un crocifisso intatto, vivente, a
grandezza d'uomo, con uno sguardo fisso che sembrava dire: "Venite a me
voi tutti che siete afflitti ed io vi consolerò", e chissà quanti
moribondi del passato così han fatto. Intorno alla stanza, v'erano delle
sedie, almeno una ventina, alcune delle quali rotte. Penso servissero per
ascoltare la messa, lo capivo infatti osservando un vecchio incensiere
abbandonato per terra come un barbone addormentato, e lì vicino, boccette
di vetro, calici e roba simile che riconducevano facilmente alla comunione
e all'estrema unzione, sacramenti che accompagnavano e insieme infondevano
speranza in quel luogo di sofferenza e disperazione. Sopra quel crocifisso
carismatico che io continuavo ad ammirare del tutto rapito, v'era una
chiesetta in miniatura uguale a quella dove io mi trovavo. Credo che sia
stata posta sopra l'immagine del Cristo, per simboleggiare l'elevazione
divina dei perseguitati dalle malattie verso Dio stesso, tramite suo
figlio Gesù. La terza ed ultima stanza nel bassopiano della chiesa, era
anch'essa come le altre, anch'essa conteneva delle sedie, una decina
circa, sparse sparpagliatamente. Per terra, v'era un escremento umano che
mi fece intuire che qualcuno prima di me, doveva essere salito fin lassù,
mi domandavo chi, visto che la porta la trovavo sempre chiusa.
Nell'angolo più nascosto della stanza, come un cane orfano del padrone
singhiozza e s'accovaccia per terra, silenziosamente, così v'era posto un
organo con una tastiera unica e scordata, da tempo mai più suonato.
Io, d'istinto, mi avvicinai e provai a schiacciare quei tasti polverosi e
molli ma non vi usciva suono, solo silenzio, eppure io avvertivo, nel
tastare quell'organo, una celestiale melodia che sembrava trascinarmi in
paradiso.
E pensavo che tutti coloro ch'eran morti lì, e furono davvero tantissimi,
ora dovevano essere felici per l'eternità. E così la mia pietosa
compassione divenne certezza, come il chiarore d'una luce lontana che si
scorge alla fine di un tunnel, in mezzo a tanto buio. Non so dirvi cari
lettori, se quelle strane sensazioni che avvertivo lì dentro, erano dovute
a fenomeni paranormali o a suggestioni naturali, certo è che sia l'una,
sia l'altra ipotesi eran perfettamente valide visto la misteriosità di
quel posto.
Poi, di colpo, restai senza fiato ed immobile e cominciai subito dopo con
passi certi e misurati, a dirigermi verso un sottoscala dove saliva una
scala pericolante a chiocciola. Lentamente provai a salire cercando di
arrivare in quella finestra misteriosa per affacciarmi anch'io da dove
sembrava ci fosse il fantasma d'una dolce ragazza vestita di bianco con i
capelli al vento, ma più salivo e più mi accorgevo che il rischio
aumentava. La scala infatti cominciava a cigolare, era fatta di uno strano
tipo di legno.
Io, ormai del tutto rapito da quell'incantesimo, ero lì deciso a salire
sino in cima come se quella scala simboleggiasse il mistero ma, ad un
certo punto, la vidi spezzata, non ho mai saputo il perché né se poi più
su sarebbe ritornata sana, ma l'impressione che ebbi in quel momento, fu
quella che qualcuno o qualcosa inspiegabile, non volesse farmi arrivare
nemmeno ad un quarto dell'altezza di quella chiesa. Così, deluso, ritornai
indietro, chiusi la porta, e ormai coraggioso e forte, mi avviai al di
fuori per scoprire fra le antiche tombe, quella che ormai sembrava
fortemente vicina, sembrava fortemente chiamarmi.
Tra le antiche tombe
Non appena uscii dalla chiesa, mi trovai perso tra le tombe antiche
dell'Ottocento, ma nello stesso tempo ero felice perché sentivo che quel
qualcuno che mi stava chiamando, era vicino anche se molto probabilmente
perduto fra tutte quelle che mi circondavano. Mi trovavo in un vialetto,
una specie di villa tutta stile ottocentesco. Al centro, come una
passerella, vi era una strada lunga e stretta che finiva proprio davanti
alla porta della chiesa. Ai lati di questa specie di passerella, tra
l'erba altissima, si protendean fiere le tombe dell'Ottocento.
Erano tantissime, una accanto all'altra, una più insigne dell'altra. Da
lontano mille statue, mille volti, sembravano uno solo che mi guardasse,
che mi spiasse, sì mi spiasse, perché l'impressione che chiunque salisse
lassù proverebbe, sarebbe quella di essere attentamente spiato, osservato
con un occhio meticoloso e scrupoloso, come se tanta gente sconosciuta ed
invisibile, vivesse con lui e intorno a lui, in altre dimensioni. Tutto
ciò a me non suscitava paura. Io mi sentivo come uno straniero che dopo un
lungo e faticosissimo viaggio, scampato fortunatamente ad un grave
pericolo, superstite e sopravvissuto insieme, si trovasse
involontariamente in un luogo prima d'allora sconosciuto, in mezzo a gente
strana ma ospitale e cordiale che gli fa tanta festa, proprio perché mai
nessuno da tempo veniva a trovarli. Così, con questa impressione,
sentendomi ben accetto e perfettamente a mio agio, io camminavo scrutando
le tombe una per una, leggendo e rivivendo la storia gloriosa d'ognuno di
loro, osservando i loro volti, le loro espressioni, i loro baffi
lunghissimi, i loro vestiti così strani per i giorni nostri, ma così
nobili, così perfettamente intonati. Vi erano anche i bambini di quel
secolo, vestiti come tanti marinaretti, in particolare mi colpì uno di
loro di circa nove anni che io volli chiamare col nome di Beniamino.
Cari lettori, non posso come vorrei descrivervi una per una quelle
numerosissime tombe, sarebbero davvero troppe e non sarebbe giusto
nominarne alcune e altre no, quindi essendo tutte interessanti, mi limito
a dirvi che vorrei prestarvi per un attimo i miei occhi che le han viste
già, per farvi capire quanto in realtà erano belle e pittoresche.
Completamente assorto in un mistico silenzio, ad un certo punto, sentii
dentro di me, una voce fortissima che mi chiamava da una direzione ben
specifica e mi trovai, inconsciamente sospinto, di fronte ad una strana
tomba antica, anch'essa dell'Ottocento. Restai ancora più silenzioso e
assorto. Vedevo questa tomba. Provavo a darle un'immagine, una sagoma, una
figura visto che non v'era un volto. Cercavo di immergermi nella sua
lontana vita. Mi domandavo chi fosse, perché mi stesse chiamando, che cosa
volesse da me, dove si trovasse la sua anima adesso, se mi vedesse, se mi
sentisse, se fosse magari vicino a me. Come il contrapposto del mare che
in profondità è pieno di vita, di alghe che nascono e muoiono, di pesci
che mangiano altri pesci, di continue lotte per sopravvivere, e in
superficie appare immobile e tranquillo, così erano i miei mille
interrogativi che all'esterno non trasparivano perché io ero
apparentemente calmo. Quella pietra era per me come una dolce ninnananna
che cullava e portava a riposare tutti i miei incessanti pensieri. Il suo
silenzio profondissimo era la sola ed unica risposta. In quella tomba
senza un volto, v'era scritto semplicemente: "A Marietta Cianciolo, di
Domenico Cianciolo e di Enrichetta Stagno d'Alcontres" e poi sotto:
"D'animo e di modi soavissima, ebbe celestiali virtù, serena bellezza, e
non compié 17 anni. O amore nostro, come faremo infelici, senza di te?".
A questo punto, cari lettori, è necessario che io interrompa un attimo il
corso degli eventi narrati, per soffermarmi sull'identità di questa strana
ragazza, vissuta per quasi 17 anni, protagonista del romanzo. Devo quindi
parlarvi indirettamente della famiglia Cianciolo di cui la ragazza portava
il cognome, tralasciando di fornirvi informazioni sulla famiglia Stagno d'Alcontres
che riguardava invece la madre di lei.
Vorrei aggiungere soltanto che in quel periodo nascevano molti matrimoni
tra persone che appartenevano a famiglie nobili e quindi dello stesso alto
ceto sociale proprio in virtù delle amicizie che intercorrevano tra le
famiglie medesime. Da uno di questi matrimoni, nacque Marietta, la
protagonista del mio romanzo. Essendo quindi figlia di nobili, era stata
sepolta in quel posto.
Notizie storico-biografiche sulla famiglia Cianciolo
I Cianciolo vissero agli inizi dell'Ottocento un po' a Termini Imerese, un
po' a Santo Stefano di Camastra, allo stato di nobili in decadenza, di
origine nobiliare antichissima.
Nella metà dello stesso secolo, le guerre e le continue epidemie che
colpirono la Sicilia specie la zona di Palermo, dovettero farli emigrare a
Messina, più relativamente tranquilla. In poco tempo i Cianciolo presero
in mano la città a causa di numerose cariche politiche che erano state a
loro attribuite. Dalla conoscenza di altre famiglie altolocate messinesi,
crebbe in particolare l'amicizia che poi si tramutò in parentela grazie a
parecchi matrimoni, con la famiglia dei Principi Stagno d'Alcontres che
ancora oggi fa sentire la propria autorità sulla città, sia pure in forma
minore essendo ormai in via d'estinzione il ceppo di famiglie nobili. Per
ragioni di non esclusivo rapporto col racconto, ricordo ancora una volta,
di non voler dare accurate informazioni sui Principi d'Alcontres, e di
volermi invece soffermare sulla stirpe nobiliare, ormai estinta, dei
Cianciolo, prendendo ora in esame le caratteristiche nobiliari di suddetta
famiglia.
Caratteristiche nobiliari dei Cianciolo
L'arma cioè lo stendardo dei Cianciolo, era di colore azzurro, al braccio
destro di carnagione alias armato al naturale impugnante una mazza di nero
circondata da tre stelle d'argento.
Il nonno di Marietta, barone Vincenzo Cianciolo, patrizio messinese,
tenente colonnello di fanteria, cavaliere mauriziano e della Corona
d'Italia, decorato della medaglia d'argento al valor militare, figlio del
barone Giuseppe e del fu barone Vincenzo e della prima moglie Girolama
Aidone degli antichi Principi d'Alcontres e della fu Lucrezia Giano.
Il fratello di Marietta, Ernesto, assessore municipale, cavaliere della
Corona d'Italia, due volte sindaco di Messina.
Il padre di Marietta, Domenico, già senatore di Messina, figlio del fu
barone Vincenzo e della seconda moglie Maria Balsamo dei Principi dei
Castellacci, marito di Enrichetta Stagno d'Alcontres dei Principi d'Alcontres.
Mentre la famiglia Stagno d'Alcontres continua ad esercitare un certo
potere anche oggi sulla città, in forma minore, così non lo è per la
famiglia Cianciolo che è decaduta a livello di nobiltà. Infatti, dopo
accurate ed approfondite indagini, sono venuto a conoscenza che i pochi
ceppi della famiglia suddetta esistenti attualmente, non sono neppure a
conoscenza della loro antica nobiltà, neanche per sentito dire. Comunque
oggi nella città di Messina, è rimasta solo una via che richiama a questa
gloriosa famiglia ed è stata intitolata a Vincenzo Cianciolo, che era il
nonno di Marietta, come precedentemente accennato.
Lasciamo da parte, cari lettori, le notizie storiche sulla famiglia
Cianciolo e andiamo invece a descrivere quella che è la tomba di Marietta.
Descrizione della tomba di Marietta
Situata propria alle spalle della chiesa a una decina di metri circa, era
visibile anche da molto più lontano. Portava in alto un marmo di circa 3
metri, rettangolare, firmato dallo scultore Antonio Saccà che, come già
detto in precedenza nel racconto, era uno dei più illustri scultori
messinesi dell'Ottocento. In cima al marmo completamente bianco con
qualche disegno artistico dello stesso colore ma un po' più ricalcato, vi
era un cerchio dove sicuramente doveva esservi stato il volto di Marietta
che stranamente, era sparito, forse solo da quella tomba, poiché i volti
delle altre statue erano ancora tutti al loro posto. La mancanza di esso,
la deducevo dai segni che erano ancora visibili all'interno di quella
specie di cerchio creato apposta per inserirvi il volto stesso. Alla base,
la tomba era completamente nuda senza l'ombra d'un fiore, come del resto
ogni tomba di lassù, era davvero troppo il tempo passato dalla sua morte.
Circondata da erba alta non curata e da trifogli, aveva intorno una catena
arrugginita che avvolgeva completamente la sua lapide e quella del padre
che era sepolto, accanto alla figlia, dentro la stessa catena. La tomba di
lui però, anche se uguale per struttura e dimensione a quella di Marietta,
aveva il volto infisso sul marmo. Era un uomo anziano, Domenico Cianciolo,
un volto pallido, sereno, occhi incavati ma dolcissimi che mostravano una
bontà delicata, velata, un'educazione composta, si vedeva dallo sguardo
che era un nobile. La tomba più vicina a quella di lui e della figlia, era
posta alla immediata destra, un paio di metri distante. Apparteneva ad una
neonata vissuta appena 10 giorni dal 7 al 17 aprile del 1872. La bimba,
dal nome non italiano, si chiamava Aline Wolf. Era una tomba a forma di
bara di dimensioni uguali alla piccolissima bambina morta.
Il coperchio era addirittura mezzo scoperto, e lì sopra mi sedetti io a
contemplare la pietra di Marietta, fra due tombe, una di una bambina di 10
giorni, l'altra di una ragazza di 16 anni che mi ricordarono ciò che io da
sempre sapevo, che la morte non ha età. Ad esser sincero, non è che la
tomba di Marietta avesse qualcosa, dal punto di vista estetico, di
superiore rispetto alle altre, anzi ve ne erano di molto più belle anche
di ragazze della sua stessa età, ma quella tomba era straordinariamente
diversa da tutte le altre, sembrava vivere, parlare, gridare, pareva
avesse un disperato bisogno di comunicare con me. Cominciarono così le mie
illusioni sulla sua tomba e ci addentreremo, cari lettori, in questa
storia che ha veramente dell'insolito, dell'incredibile.
Illusioni sulla tomba di lei
E così, quasi tutte le mattine, io salivo lì illudendomi di farle
compagnia, di parlare con lei e di essere ascoltato. Nonostante fossi
arrivato all'ultimo anno delle scuole superiori e quindi prossimo agli
esami di maturità, avevo quasi smesso di studiare. La mattina, anziché
andare a scuola, mi recavo al cimitero. Il pomeriggio, anziché studiare,
frequentavo biblioteche e archivi storici per avere notizie sulla vita
passata di lei. Ero diventato proprio un folle o forse lo ero anche prima,
ma Marietta mi diede il famoso colpo di grazia. Ero perso, irrecuperabile.
Di questa storia non ne parlai mai con nessuno né con amici né con i miei
genitori. Volevo restasse un segreto ed ero consapevole che, anche se
l'avessi detto a qualcuno, nessuno mi avrebbe capito e creduto, nessuno
avrebbe potuto giustificare il mio comportamento. Ma ero felice così, non
volevo coinvolgere nessuno, solo io e lei e nessun altro. Non mi importava
più di nulla ormai né degli amici né della scuola, avevo trovato il mio
vero motivo per vivere. Non esisteva pioggia o temporale capace di
fermarmi, io ero lassù, ai piedi della sua pietra, col freddo e col caldo,
col sole o con i fulmini. Le portavo rose sempre fresche, le compravo
nuovi portafiori, curavo la sua tomba nei minimi particolari, guai se
v'era un insetto fuori posto, io la rimettevo subito come doveva essere.
In poco tempo, nonostante fosse una tomba antica, era diventata la più
bella e curata dell'intero cimitero grazie a me. Vivevo immerso in queste
magiche illusioni senza che lei mi avesse dato, in quei giorni, alcun
segno di gradire le mie attenzioni. Io, nell'ingenuità della mia giovane
età, mi ero quasi convinto che ormai lei fosse la mia ragazza. Ma la cosa
più bella che ho fatto in quel periodo, è stata quella di scriverle,
proprio come un innamorato, tre poesie che ora sottoporrò alla vostra
attenzione, cari lettori, inserendole nel racconto in sequenza, una dopo
l'altra, spezzando forse un po' la trama del racconto, ma dando allo
stesso, almeno mi auguro, una certa inclinazione poetica.
A TE MARIETTA (1855-1872)
A te Marietta!
che se sei stata la gioia, l'amore di qualcuno.
A te Marietta!
che non ti ho vista mai.
A te che t'immagino come un fiore
che sboccia, fiorisce e muore senza dolore:
chi potrà mai piangere o lodare
la tua cruda e gelida pietra
che forte ed imperterrita
sembra sfidare la collera del tempo?
A te Marietta!
che ti penso sempre
come una dolce ragazza vestita di bianco
che con il bruno dei tuoi capelli
formi un vistoso e sublime color di primavera
a te che guardando la tua tomba
mi s'incenerisce il cuore.
A te Marietta!
che nessuno un volto ti sa dare
e che con insistenza la tua immagine m'immerge
nel lontano passato della tua vita.
Non so chi tu sia stata
né saprò mai il motivo della morte che presto ti colpì
ma so con certezza che questa è la tua pietra
e che in essa il tuo corpo giace.
A te Marietta!
scrivo queste righe
per aggrapparmi all'illusione di un lontano ricordo
che mai ci fu.
Dedicata a colei che brevemente fu
e che mai in vita conobbi
L'IMMAGINE
Un bagliore improvviso
squarcia la mia mente assente
e dall'ignoto all'ignoto
ora fugge ora torna, ora torna ora fugge.
Pallida e soave
di dolcezza inebriata
m'appar dinanzi
ancor e sempre.
Nitida sagoma,
a tratti t'avvicini
di colpo, opaca t'allontani.
Le sciolte tue trecce
dal terreno mondo sembran distaccarmi
trascinandomi in sconosciute dimensioni
dove neanch'io so chi ero, chi sarò.
Fulgidi gli occhi tuoi
m'abbaglian forte
ed io ti sento in me
o sconosciuta immagine
di profondo mistero velata.
Non un volto, non una realtà
solo negletti ed esili fiori
ed un'antica tomba assopita accanto
per trattenere forte
l'enigma della tua sorte.
Descrizione d'un ritratto funebre
Da lassù, in uno strano sogno, Marietta mi narrò del giorno in cui morì.
Quel suo lontano ricordo del 28 settembre 1872.
"Ancor limpido era il sole della mia giovinezza
anche se lì fuori con pioggia e vento
battea la morte alla mia porta
e con voce certa ma affannata forte mi gridava:
"Vieni Marietta, presto vieni".
Ricordo lontanamente che in un primo momento
un brivido di paura m'assalia fino a farmi tremar
ma poi aprendo nuovamente gli occhi
il composto sguardo di mio padre il mio coraggio mi ridiede
e mentre un prete mi donava l'estrema unzione,
io sentivo di dover andare fra le secrete cose.
Scendean dalle scale le mie cugine
tristi apparentemente ma contente e fredde nell'animo,
mi facean pena vederle illudersi ancor
di quella lor vana ricerca della terrena bellezza
che come un fiore dal petalo si strappa
e appassendo muore.
Suonava l'organo un bimbo mai in vita conosciuto
ma che allora sembraa d'averlo visto da sempre
e in quella dolce musica
stancamente mi si chiudean gli occhi
mai rinnegando quella serena bellezza
che sempre in vita m'avea contraddistinta.
L'ultimo mio sguardo nel pallore della morte
era rivolto verso mia madre
che addolorata ma mai rassegnata
l'ultimo bacio mi donava.
Ed ora dopo che il tempo tante orme ha cancellato
i miei pensieri son tanti ieri che nell'ignoto fuggon lontano
ed il mio oggi così come domani è armoniosa luce".
E fu così
che dal sogno mi destai
completamente assente.
Apparizione d'una figura sognante
I giorni passavano in fretta, ne erano trascorsi una ventina circa dal
giorno in cui vidi per la prima volta la tomba di Marietta, ed eravamo
quasi alla fine del mese di gennaio. Io mi addentravo sempre più in questa
insolita storia, lasciandomi ormai del tutto rapire dalla forza dei miei
sogni, della mia fantasia, della mia immaginazione. Non riuscivo più a
distinguere il limite oltre il quale il sogno svanisce per far subentrare
la realtà. Sogno e realtà erano diventati per me un tutt'uno. Vivevo la
mia illusione con gioia, entusiasmo, voglia di avvicinarmi sempre di più
finché, proprio verso la fine di gennaio dell'anno 1984, quello che da
sempre sognavo, stava per trasformarsi in realtà e avvenne così quello che
più ci penso e più mi accorgo che ha dello straordinario,
dell'incredibile. Finalmente ora, io potevo vedere Marietta.
Dolcemente chinata, quasi curva su quella che era la sua tomba, di abiti
ottocenteschi vestita, illuminata da un raggio di luce come un tremulo
brillio rapito così fugacemente dall'infinita luce divina, la vidi mentre
coglieva quei fiori che io stesso le avevo portato sulla sua pietra. Li
coglieva uno dopo l'altro fino a formarne un mazzo, poi si slegò una
treccia dal bruno dei suoi capelli, e legò insieme quei fiori dai colori
misti che profumavano di primavera. Io la osservavo attentamente,
meravigliato e confuso, ma senza aver paura, una figura così sublime non
poteva infondere timore ma solo tenerezza e profonda commozione. L'unica
cosa che riuscivo a connettere nella magia di quell'istante, era che
quella ragazza che stavo osservando, aveva un aspetto identico a come io
stesso l'avevo immaginata.
Poi lei alzò il capo dolcemente, mi guardò e mi sorrise mostrandomi lo
splendore d'un volto angelico pallido e soave, contornato da un alone di
mistica bellezza, puntando i suoi occhi scuri penetranti, dritti e fissi
sui miei, ed io, non potendo pur volendolo spostare i miei occhi in
nessun'altra direzione, sostenni come ipnotizzato il suo sguardo.
E fu così che in quella mattina di gennaio, nobile nel portamento e
aggraziata nei gesti, misteriosamente affascinante lei mi apparve.
A questo punto, cari lettori, ha inizio il primo dialogo con lei.
Abbandono, ma solo per la parte relativa ai dialoghi, la narrazione in
prima persona, per darvi una visione più oggettiva dell'avvenimento.
Il primo incontro
Manuel: Ma tu chi sei?
Marietta: Io sono Marietta, la ragazza che tu stai cercando.
Manuel: Ma non è possibile, è assurdo, non può essere, io sto sognando, ho
un'allucinazione. Tu sei morta, non puoi essere viva.
Marietta: Sì Manuel, io sono morta ma posso rinascere grazie ai tuoi
sogni, alla tua fantasia, alla tua immaginazione. Tu sei un ragazzo capace
di trasformare in sogno e poesia la realtà ed è per questo che io ho
voluto premiarti.
Manuel: No, non può essere, tu sei solo il frutto della mia immaginazione,
la proiezione dei miei sogni, non puoi essere quella ragazza morta nel
1872.
Marietta: Sì Manuel, sono proprio io invece, la ragazza morta tanto tempo
fa. Io ti conosco ormai, so chi sei, ti seguo da sempre, sono molto più
vicina di quanto tu possa pensare. Io sono viva, viva, viva.
Manuel: Troppo forte! Ma allora è meraviglioso. Ma tu ci pensi? Ti rendi
conto? Tu eri morta per modo di dire ed io sono ancora vivo ma nonostante
questo io ti vedo, ti parlo, ti sento come se il tempo non fosse mai
passato. Mio Dio, è troppo bello! è meraviglioso.
Marietta: Sì Manuel, e questo è avvenuto grazie alla forza creativa dei
tuoi sogni.
Come la vedevo
La sua voce era dolce e comune a quella di tante altre ragazze della mia
città. Aveva infatti quel tipico accento messinese che si percepisce
subito, specie per chi viene da fuori, pur parlando in perfetto italiano.
Quella sua voce fina, contrastava un po' con quel suo aspetto angelico,
non perché non fosse gradevole all'orecchio, ma perché non possedeva
quell'alone di mistero che era invece riscontrabile nella sua figura. La
voce insomma sembrava più reale e umana del suo aspetto. Man mano che mi
parlava e le nostre conversazioni diventavano più intime, anche la sua
immagine si faceva via via sempre più normale, fino ad abbandonare del
tutto quel non so che di inquietante e misterioso che aveva in lei quando
mi apparve per la prima volta. Ad un certo punto, la sua fisionomia
divenne talmente reale da sembrare assolutamente umana, tanto da poter
essere scambiata tranquillamente per qualunque altra ragazza. L'unico
indizio che mi riconducesse alla sua vera natura, mi era fornito dal suo
abbigliamento che era del tutto ottocentesco e quindi la rendeva
inevitabilmente diversa. Tutto questo però non sottraeva nulla al suo
fascino ma la faceva apparire straordinariamente viva e reale,
appartenente appieno alla mia dimensione, facendomi sentire perfettamente
a mio agio con lei. Indossava un lungo vestito bianco che le donava molto
e che le arrivava fin quasi ai piedi, con dei ricami fantasiosi dello
stesso colore ma che si notavano perché d'un bianco più intenso. Era un
vestito leggero e primaverile anche se a maniche lunghe in forte contrasto
col periodo invernale di allora. Mi appariva vestita sempre allo stesso
modo. Le scarpe erano nere, senza tacchi, anch'esse primaverili ma mi
sembravano uguali a quelle usate ai giorni nostri.
Sicuramente dovevano essere per forza ottocentesche ma io, forse perché da
sempre ignorante in fatto di moda, non lo capivo. A me davano quasi
l'impressione di essere le scarpe di Cenerentola ed io mi sentivo il
famoso principe azzurro. Il suo fisico era snello, non grasso e non magro,
perfettamente giusto, adatto a indossare qualsiasi tipo di vestito. Le sue
forme delicate non apparivano troppo evidenziate né particolarmente
seducenti. Era alta quasi quanto me, 1,70 circa. La sua carnagione chiara
era più da ragazza nordica che da siciliana ma serviva a farle aumentare
il fascino perché spiccava col bruno dei suoi capelli e col nero degli
occhi, quegli occhi sempre puntati sui miei quando mi parlava, quasi non
riuscisse mai a distrarsi tanto da procurarmi un certo imbarazzo, una
sottile pudica timidezza.
Il suo volto aveva perso quel pallore angelico, diventando d'un colore
normale, persino solare. Le sue ciglia, il suo naso, i denti, la bocca,
tutto di lei mi appariva perfetto senza nessun difetto. Era il suo un viso
acqua e sapone, senza trucco, dai lineamenti delicati, che dimostrava
esattamente la sua età, quasi 17 anni. Era sicuramente carina, direi bella
ma non bellissima, non era dotata di un fascino eccelso. Mi sembrava
umana, terribilmente umana.
Non faceva smorfie di nessun tipo né cambiava spesso d'umore ma aveva un
bel carattere, sempre allegro, disponibile al dialogo, socievole. Dolce
nei gesti, aveva però un qualcosa di alterato nel portamento,
involontario, forse perché era nobile. I suoi capelli erano bellissimi,
lunghi ma non troppo, ondulati, le arrivavano fino alle spalle. Erano
bruni, del colore che a me piaceva di più in una ragazza, si era
completamente tolta le trecce. Era, in conclusione, una ragazza
normalissima, tranne un piccolissimo e irrilevante particolare, era morta
più di cento anni fa.
Cari lettori, da questo momento in poi, il racconto assume le vesti del
dialogo che io ho voluto chiamare "Dialogo della semplicità", per mettere
in evidenza come nella semplicità, e quindi nella purezza incontaminata
dei sogni, si possono vivere esperienze ed emozioni trascinanti, uniche,
di altre dimensioni.
Dialogo della semplicità
Marietta: Grazie Manuel per essere venuto a trovarmi.
Manuel: Figurati, lo faccio con piacere. Parliamo un po' di te, vuoi?
Marietta: Certo.
Manuel: Come passavi il tuo tempo libero?
Marietta: La mattina uscivo con mia madre oppure con mia cugina o qualche
amica, questo quando non c'era la scuola, specie nelle vacanze.
Manuel: Ma tu eri brava a scuola?
Marietta: Moltissimo, ero la prima della classe. Pensa che quando sono
morta, i miei compagni, le mie compagne, i miei professori erano tutti al
mio funerale. Molti di loro piangevano. Alla fine mi hanno fatto un
applauso lunghissimo.
Manuel: Fino a che classe sei arrivata?
Marietta: Fino quasi alla fine cioè alla terza media. Ai miei tempi chi
aveva la licenza media era come un laureato dei tempi tuoi. Io perché ero
nobile ero istruita, ma quasi tutti gli altri ragazzi lavoravano o
facevano solo la scuola elementare.
Manuel: Con tuo padre andavi in giro a fare passeggiate?
Marietta: Sì, ma poche volte, era sempre impegnato con la politica, era
senatore. Ricordo che mi portava al teatro. Sai, era un padre
affettuosissimo e premuroso, nel senso che la politica restava fuori dalla
famiglia. Ogni Natale mi portava i regali più belli. Avevo un albero
favoloso, ricco di colori e sorprese.
Manuel: E che volevi di più dalla vita?
Marietta: Tutto ancora, ma mi è stata tolta e forse è stato meglio così.
Non rimpiango proprio nulla di ciò che avevo sulla terra. Dio mi ha fatto
dei doni molto più belli ed eterni. Le sue idee non sono quelle degli
uomini.
Manuel: Ma tu eri felice, orgogliosa di essere figlia di nobili o
preferivi essere nata normale o magari povera?
Marietta: Per me era indifferente. Sono sempre stata modesta. Non ho mai
avuto arie. Poi, del resto, non sarebbe stato merito mio, così come sono
nata nobile, potevo benissimo nascere povera. Sono nata nobile ma non sono
morta lo stesso? La ricchezza terrena non vale niente, è quella dell'anima
che conta.
Manuel: Eravate ricchi?
Marietta: Assolutamente no! Ma che cosa ti sei messo in testa, che avevamo
castelli giganteschi come quelli delle favole? Ai miei tempi c'erano
un'infinità di problemi, tante malattie incurabili, addirittura il Regno
d'Italia era stato proclamato da poco, c'erano tante rivalità tra gli
uomini, tanti contrasti.
Manuel: Vedo che sei molto preparata in storia!
Marietta: Ma no, certe cose si sapevano per sentito dire. Noi abitavamo in
una casa un po' più grande delle altre a livello terra. Sai dove? In
centro, al Corso Cavour, allora si chiamava così e non so se esiste
ancora, le strade erano molto diverse da quelle di oggi. Io ricordo che
avevo una stanzetta che sporgeva su un mercato e c'era sempre tanto
traffico, tanta confusione con tutta la gente che andava a comprare. In
realtà non c'era molta scelta nel mangiare, c'era frutta, pesce, uova,
poca carne ma comunque era tutta roba genuina. C'era miseria in quel
periodo.
Manuel: Come fai a dirmi che non eravate ricchi? Non ci credo.
Marietta: Ricchi per modo di dire, avevamo più dei poveri, proprietà
terriere soprattutto, te l'ho già detto, c'era povertà, non poteva
parlarsi di vera e propria ricchezza. E poi io ero piccola per
interessarmi a queste cose. I soldi, la politica per me era come se non
esistessero. Vivevo semplice con celestiale virtù e serena bellezza,
proprio come ha fatto scrivere mio padre sulla mia tomba. A proposito di
mio padre, sai, ha sofferto molto quando sono morta! Ero l'unica sua
figlia, era particolarmente attaccato a me, mi voleva bene. Avevo anche un
fratello, Ernesto, era un anno più piccolo di me. Pensa che è stato per
due volte sindaco di Messina. Lui è morto a 49 anni nel 1905. Vedi questo
signore sepolto al mio fianco? È mio padre, è morto 12 anni dopo di me,
come vedi la morte non ha età. Guardalo bene, trovi che mi somiglia?
Dicevano tutti che mi somigliava moltissimo. Lui il volto ce l'ha ancora
sulla tomba, il mio si è rotto col terremoto del 1908. Ma cosa importa?
Tanto tu mi vedi lo stesso.
Manuel: E tua madre? Tua madre dov'è sepolta? Come mai non è qui con te?
Marietta: Lei è sempre vicino a me. Qui al cimitero non so dov'è sepolta.
Forse perché appartiene alla famiglia Stagno d'Alcontres sarà in qualche
altro posto. Sai, c'è pure una mia cugina morta a 14 anni sepolta dove ci
sono i bambini del mio secolo, il suo cognome era proprio Stagno d'Alcontres.
Manuel: Io ho fatto delle ricerche su di te e ho notato che nello
schedario della tua famiglia risultano proprio tutti, tranne te. Come mai?
Marietta: Non lo so, è strano. Forse perché ho vissuto talmente poco e non
sono stata né sposata e né in politica.
Manuel: Ai tuoi tempi si sposavano presto?
Marietta: Sì, almeno il più delle volte. C'erano molti matrimoni che
venivano stabiliti dai genitori. Comunque mio padre e mia madre si amavano
veramente.
Manuel: Che facevi nel tuo tempo libero?
Marietta: Un po' di tutto. Disegnavo, mi piaceva molto. Dipingevo il sole,
il mare, la natura, paesaggi. Mi piaceva andare a cavalcare, avevamo un
cavallo piccolino, si chiamava Puffy. Leggevo libri d'avventura, libri
d'amore, scrivevo poesie. A proposito. Ho letto quella poesia che mi hai
dedicato. È bellissima, mi ha colpita fino a farmi scappare le lacrime. È
insolita, irreale, strana proprio come noi due che siamo qui a parlare da
tanto tempo. Per noi è tutto così naturale, per gli altri magari è solo
follia, fantasia. Eppure noi due siamo reali. Perché non provi a scrivere
un libro sulla storia di noi due?
Manuel: Mi prenderebbero per pazzo, non lo leggerebbero neanche. Ma tu eri
romantica? Ti piaceva la musica?
Marietta: Sì, Manuel, ero romanticissima come te e amavo la musica che era
molto diversa da quella rumorosa di oggi. Mi ha fatto piacere che tu ti
sia comprato un disco con la musica dell'Ottocento, così ti ricordi di me.
Ma sei ancora convinto di volerti fare una tomba vicino alla mia?
Manuel: Certo che lo sono, vorrei essere sepolto vicino a te, quando sarà.
Marietta: Ma tu sei completamente pazzo, ma come puoi pensare una
assurdità simile?
Manuel: Perché? Mi è sempre piaciuta questa zona del cimitero, queste
tombe antiche. Ma sicuramente non me lo permetterebbero. Qui possono
starci solo le tombe del tuo secolo.
Marietta: E meno male, così almeno cancelli dalla tua mente una idea
simile. Ascolta Manuel, anch'io amavo come te la vita terrena, ogni cosa,
un fiore, un insetto, un bimbo, una stella, una coccinella. Chi meglio di
me ti può capire? Perché ero uguale a te. So che tu ti domandi perché quel
bambino ingenuo, tanto bellino, che poi cresce man mano, che tu vedi nelle
tue fotografie, debba invecchiare e magari in punto di morte anche
soffrire come ho sofferto io. Ma sappi Manuel, che se Dio toglie qualcosa,
lo fa solo per dare di più, molto di più. Ti darà doni molto più belli,
più grandi, più certi, eterni. Devi credere e avere fiducia in lui.
Dinanzi a Dio si è sempre giovani, molto più della giovinezza terrena.
Sulla terra prima o poi tutto sbiadisce. In cielo tutto rimane per sempre
puro, intatto, incontaminato. Non ha nessuna importanza se metterai la tua
tomba vicino alla mia, perché sono solo pietre e null'altro. Noi saremo
vicini lo stesso nei giardini dei cieli, se solo tu lo vorrai, dipende
solo da te. Sarò io stessa in punto di morte a prenderti dolcemente per
mano e a farti contemplare la bellezza di ciò che è Dio e anche tu, così
come ho fatto io, piangerai di gioia.
Manuel: Mi sto commuovendo, mi stanno quasi scappando le lacrime, sei più
poetica di me. Posso prendere la tua mano?
Marietta: Certo che puoi.
Manuel: Allora tendi la tua mano verso la mia ed io farò la stessa cosa.
Così arriverò a intersecare le mie dita con le tue dita in modo che possa
stringerti forte la mano e sentirti più vicina.
Marietta: Va bene Manuel, ma non puoi sentire la mia struttura fisica
perché i sogni non hanno corpo, stringeresti l'aria.
Manuel: Non m'importa. Afferra la mia mano adesso con la tua, le tue dita
nelle mie, e stringiamo forte insieme.
Marietta: Ora che le nostre dita si stringono cosa stai provando Manuel?
Manuel: Forte, Marietta, troppo forte! Sto stringendo l'aria, non te, tu
sei trasparente, sei un fantasma allora.
Marietta: Te l'avevo detto che non puoi sentirmi fisicamente.
Manuel: È emozionante lo stesso. È come un leggero brivido, una
piccolissima scossa elettrica che non mi procura nessun fastidio, nessun
dolore. E tu cosa provi?
Marietta: Le stesse cose che stai provando tu.
Manuel: Posso baciarti sulle labbra?
Marietta: Sì, se vuoi.
Manuel: Troppo forte, fantastico!
Marietta: Cosa hai sentito?
Manuel: Una strana sensazione. Come se sulle mie labbra, fosse caduta una
gocciolina d'acqua fredda. Marietta dimmi la verità, mi trovi carino come
ragazzo?
Marietta: Certo che lo sei.
Manuel: Se tu fossi viva e appartenessi al mondo reale, ti innamoreresti
di me?
Marietta: Credo di sì.
Manuel: E mi sposeresti?
Marietta: Credo di sì.
Manuel: E vorresti figli da me?
Marietta: Non lo so, non ci ho mai pensato. Ma tu hai la ragazza?
Manuel: No!
Marietta: Perché?
Manuel: Non lo so, forse perché cerco una ragazza all'antica come te e non
l'ho mai potuta trovare. Forse non esiste neanche. Senti, se portassi mia
madre, mio padre, un amico qui, ti potrebbero vedere?
Marietta: No, solo tu puoi vedermi.
Manuel: E se provassi a raccontare a qualcuno l'esperienza che sto
vivendo?
Marietta: Non verresti creduto, forse penserebbero che sei pazzo, un
visionario.
Manuel: Cos'è la morte?
Marietta: Esiste solo quella fisica.
Manuel: Ma cos'è? Perché si muore?
Marietta: È come la nascita, solo che è al contrario. L'anima non muore
mai, si trasforma soltanto cambiando dimensione ma noi restiamo sempre gli
stessi.
Manuel: Ma tu quanti anni hai ora?
Marietta: Potrei averne 16 come potrei averne 1000. Non esiste il tempo
nel mondo dello spirito. Non ho un'età.
Manuel: Chi è Dio? Com'è?
Marietta: È infinita luce, è infinito amore.
Manuel: Ma chi l'ha creato?
Marietta: Quando si ama veramente qualcuno, non ci si chiede mai il perché
e da dove nasca l'amore, si ama e basta.
Manuel: E il diavolo esiste o è solo un'invenzione per metterci paura?
Marietta: Non è un mostro con le corna. È l'opposto di Dio, il contrario
del bene.
Manuel: Potrei parlare con mia nonna che è morta quando io ero ancora
piccolo?
Marietta: Tua nonna non è mai morta e ha lo stesso desiderio di parlare
con te anche perché sa molte cose più di te.
Manuel: Ma allora perché non possiamo parlarci?
Marietta: Per lo stesso motivo per il quale un pesce non può stare fuori
dell'acqua e un uomo non può vivere sott'acqua.
Manuel: Ma perché dovrei credere a ciò che non vedo?
Marietta: Molte cose nella vita esistono ma non si vedono. Pensa alle onde
elettromagnetiche, alla forza del pensiero.
Manuel: Esiste il paradiso?
Marietta: È la luce di Dio.
Manuel: E l'inferno?
Marietta: È la mancanza di questa luce.
Manuel: Chi sono i santi?
Marietta: Anime più vicine alla luce.
Manuel: E i cattivi?
Marietta: Anime che non vedono la luce ma possono rivederla se si
redimono.
Manuel: Puoi dirmi quando morirò?
Marietta: Non lo so ma anche se lo sapessi non te lo direi mai, sarebbe la
fine, un conto alla rovescia.
Manuel: Cosa ti piace di più di me?
Marietta: La tua sensibilità disarmante.
Manuel: Quando ci sarà la fine del mondo?
Marietta: Non lo so ma anche se lo sapessi, non te lo direi.
Manuel: È peccato suicidarsi?
Marietta: Perché questa domanda? Mi fai paura. È uguale a uccidere.
Manuel: Qual'è il più grave peccato?
Marietta: Ce ne sono tanti, forse l'odio.
Manuel: Dove sono adesso i grandi poeti del passato che magari avevano le
mie stesse inquietudini, le mie stesse paure?
Marietta: Sono tutti vivi, stanno sperimentando la luce, hanno
un'ispirazione molto più profonda e superiore a quella che possedevano
sulla terra.
Cari amici lettori, per ragioni di tempo e per non trasformare il romanzo
in un esclusivo dialogo, ho narrato solo una minima parte delle
conversazioni avute con Marietta. Il tempo in cui mi incontravo con lei, è
durato assiduamente per una quindicina di giorni, dagli ultimi di gennaio
sino a metà del mese successivo,nell'anno 1984. Il posto era sempre lo
stesso, la parte più alta del cimitero. L'ora era sempre quella, dalle 9
del mattino sino a mezzogiorno.
Sostituivo praticamente la scuola col cimitero. Tutto questo ebbe fine, o
stava per finire, quando Marietta, improvvisamente, decise di non
apparirmi più lasciandomi per sempre ed io, in preda alla disperazione,
cercavo di sapere da lei il motivo.
Riporto quest'ultimo dialogo proprio alla fine del racconto,
considerandolo messaggio personale al lettore e vero significato di tutta
la storia.
Dialogo tra Manuel (il vero me stesso) e Marietta
Manuel: Perché vuoi scomparire Marietta? Tu eri viva, esistevi davvero.
Marietta: No Manuel, io non esisto più, non posso esistere, non posso
vivere per colpa degli altri che non vogliono più farti sognare. Tu devi
restare con i piedi per terra altrimenti verresti deriso da tutti, preso
per pazzo. Devi convincerti che io sono il frutto della tua grande
immaginazione, la proiezione del vero te stesso. Tu mi hai fatto rinascere
dalla morte perché hai creduto con tutta la tua mente, con tutto il tuo
cuore, alla forza di sognare che hai dentro di te. Io prima ti ero vicina,
ti parlavo, ti capivo, ero reale perché tu ascoltavi la voce dei tuoi
desideri, dei tuoi sogni. Ma adesso tu stai dubitando della tua
immaginazione, non ascolti più il vero te stesso e mi stai facendo morire
per sempre. Manuel perché non ascolti più la voce del bambino che è in te?
Non senti questo caldo agli occhi che vorrebbe essere pianto? Tu mi avevi
creato, adesso perché vuoi distruggermi? Con me morirai anche tu, non ti
ritroverai più, resterai solo, almeno io ti capivo perché ero lo specchio
del vero te stesso, ero la tua libertà, la tua energia vitale, perché vuoi
annientare tutto? Manuel non sono io che sto fuggendo da te ma sei tu che
per sempre stai fuggendo da me. Ti prego resta te stesso, ascolta i tuoi
sogni, non morire anche tu diventando uguale agli altri, tu sei diverso da
loro. Quando si crede veramente ai sogni, niente diventa impossibile. Io
ero morta e grazie a te sono rinata.
Manuel: Marietta, ma se per gli uomini è così importante sognare come mi
stai dicendo tu, perché allora non ascoltano i loro sogni? perché se io
provo a sognare mi emarginano?
Marietta: Tutto questo Manuel accade perché sognare è come essere liberi.
Gli uomini sono nati liberi perché sono spiriti liberi, hanno avuto da Dio
il dono della libertà e quindi hanno diritto di sognare ma, chissà perché,
hanno paura della loro stessa libertà, non riescono ad essere se stessi e
preferiscono chiudere le loro menti e così non sognano più. È per questo
che nel mondo c'è odio, invidia, materialismo, c'è l'arroganza del potere,
ci sono le guerre, perché è molto più facile comandare sulle menti chiuse
che non credono più a niente e così si arriverà alla fine.
Manuel: Marietta, io sento che tu hai ragione. Io non voglio soffocare la
mia mente, la mia libertà, la voglia di sognare, voglio restare me stesso
ma come posso fare? Ormai vivo in un mondo chiuso che non sogna più. Se
resterò me stesso, non mi capirà e non mi crederà nessuno. Cosa posso fare
Marietta? Ti prego aiutami, cosa posso fare?
Marietta: Devi restare sempre te stesso Manuel. Vivi la tua libertà, dai
ascolto ai tuoi sogni e non sarai mai solo. Saranno i tuoi stessi sogni a
portarti lontano, a farti compagnia e poi ci sarò io con te perché sento
che stai ricominciando a credere ed io non sto morendo più. Scrivi una
storia, la storia di noi due, leggila a chiunque, bussa ad ogni porta. Non
aver paura se ti prenderanno in giro perché ci sarò io a darti forza.
Racconta di noi due al mondo intero, ai bambini, ai vecchi, non ha età la
forza dell'immaginazione. Vedrai che qualcuno, in questo momento, sentendo
la nostra storia, sta cominciando ad aprire la sua mente e a provare a
volare finalmente, perché ci ha capiti, perché dentro è uguale a noi ed è
bello poter essere capiti da qualcuno per quello che siamo realmente, è
bello poter aiutare il nostro prossimo. Coraggio Manuel, dammi la mano e
camminiamo insieme.
Manuel: Sì Marietta, camminiamo insieme.
Cari lettori, dopo vent'anni l'altro giorno sono tornato in quel posto. Ho
rivisto le tombe abbandonate dell'Ottocento ma non mi hanno suscitato
nessuna emozione. Sono stato anche sulla tomba di Marietta ma mi è
sembrata anch'essa come tutte le altre, fredda e muta, non aveva più nulla
da comunicarmi. Era come se la storia di questo libro fosse stata vissuta
da un'altra persona e non da me.
Sono tornato a casa con la morte nel cuore e più solo di prima. Mi rendevo
conto che mai più avrei potuto rivedere Marietta perché una ragazza di 16
anni non avrebbe più nulla da dire ad un uomo di 40 ma soprattutto perché
con l'età adulta, assieme alla giovinezza, avevo perduto anche la mia
ingenuità.
La trama della storia
La narrazione è ambientata a Messina, nella parte più alta ed antica del
cimitero, dove è tuttora sepolta la protagonista del racconto.
Manuel, un ragazzo diciannovenne messinese strano e solitario, rincorre
ossessionatamene l'ombra di una ragazza vissuta nella stessa città per
quasi diciassette anni nel secolo dell'Ottocento, figlia di nobili
dell'epoca, Marietta Cianciolo.
Si lascia talmente coinvolgere da quest'incantesimo, da effettuare
minuziose ricerche sull'identità e sulla vita passata di lei. Arriverà a
rasentare la follia non riuscendo più a distinguere il confine che divide
il reale dall'immaginario. Farà rinascere dalla morte la ragazza grazie
alla forza dell'immaginazione e alla sua fervida fantasia, fino a
instaurare con lei un rapporto di profonda amicizia fatta di confidenziali
dialoghi di alto spessore umano e spirituale, colmi di semplicità e
tenerezza.
Il romanzo racchiude citazioni sulla storia di Messina antica con
particolare riferimento alle origini del Cimitero Monumentale e alla
genealogia di qualche famiglia nobile messinese dell'Ottocento. |