Racconti di Pietro Colonna Romano


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Leggi le poesie di Piero

Fake (?) news

ANSA del 18 marzo 2018
La coalizione formata da PD, FI, Lega Nord, Fratelli d'Italia e CasaPound ha vinto le elezioni, svoltesi col sistema maggioritario e liste bloccate, col 55% dei voti. L'affluenza alle urne ha visto la partecipazione del 45% degli aventi diritto.

ANSA del 20 marzo 2018
Il presidente Mattarella ha nominato presidente del consiglio l'on. Giorgia Meloni.

ANSA del 22 marzo 2018
Hanno giurato nelle mani del Presidente della Repubblica i seguenti eletti, così nominati:
on. Matteo Salvini, vicepresidente del Consiglio dei Ministri, con delega alle attività sociali,
sen. Antonio Razzi, ministro degli esteri, con delega al ministero dell'istruzione,
on. Gianluca Iannone ministro dell'economia e finanza,
on. Ignazio La Russa ministro della difesa, con delega al ministero degli interni,
on. Luca Zaia ministro della salute.
I restanti ministeri saranno assegnati ai vincitori di incontri di boxe che si terranno in p.zza
S. Giovanni a Roma, in data da definirsi con opportune primarie di coalizione.

ANSA del 23 marzo 2018
Il presidente del Consiglio dei Ministri ha dichiarato che presenterà, nella prima riunione del Consiglio, un DDL che riguarderà il ripristino delle leggi razziali del 1938, allargate agli
extracomunitari, ai gay, ai disabili, agli zingari, ai conviventi ed ai diseredati, a salvaguardia della
purezza della razza ariana degli italiani.
Il DDL, in omaggio alle regole della democrazia, sarà presentato al Parlamento, assieme a mozione di fiducia al governo.

ANSA del 23 marzo 2018
Il sen. A. Razzi ha rilasciato una dichiarazione secondo la quale offrirà a Kim Jon-un l'entrata nell'UE della Corea del Nord, in cambio dell'ingresso in quel paese di un cospicuo numero di immigrati di colore presenti in Italia.

ANSA del 25 marzo 2018
Il sen. A. Razzi proporrà che, sin dalle scuole elementari, il programma di studi dovrà prevedere
l'approfondita conoscenza dell'eroica Repubblica Sociale Italiana, per far diventare patrimonio culturale l'etica di quell'aureo periodo.

ANSA 28 marzo 2018
L'on. M. Salvini, per il risanamento definitivo del bilancio statale, proporrà l'abolizione di ogni e qualsiasi attività di volontariato, se finanziata con fondi pubblici. Eventuali finanziamenti di privati
dovranno obbligatoriamente confluire nelle casse del suo ministero e resteranno a sua disposizione per eleganti feste ministeriali e per supportare le disastrate economie della famiglia Bossi. Proporrà anche l'abolizione delle leggi anti mafie e il declassamento, a lieve sanzione amministrativa, dei furti allo Stato, se commessi da politici.

ANSA 28 marzo 2018
Il ministro I. La Russa proporrà il ritorno della leva obbligatoria, fatto che farà tornare amore per la Patria ed orgoglio nazionale. Abolirà, inoltre, l'attuale inno nazionale sostituendolo con "Giovinezza" nella versione del 1925.

ANSA 28 marzo 2018
Il ministro Iannone proporrà la modifica della scala fiscale. Quella futura vedrà maggiormente gravati di tasse chi ha poco a vantaggio di chi ha molto. Così, a suo dire, si potrà realizzare il vero capitalismo per capitalisti.

ANSA 30 marzo 2018
Il ministro Luca Zaia si dimetterà se il consiglio dei Ministri non approverà con DDL l'abolizione immediata di ogni e qualsiasi tipo di vaccino.

ANSA 31 marzo 2018
Renzi Matteo e Berlusconi Silvio applaudono convintamente il nuovo governo che avrà il loro personale appoggio, a patto che si archivi definitivamente il caso CONSIP e lo scandalo di Banca Etruria per il primo, e restituisca, al secondo, cavalierato e agibilità politica, abolendo la legge Severino.

ANSA 1 aprile 2018
Nelle maggiori piazze italiane immense folle, col volto rivolto ai balconi presenti, applaudono freneticamente il governo Meloni e, battendo ritmicamente le mani, sollevano il braccio destro con la mano tesa. Due o tre temerari azzardano, ma da casa loro, il gesto dell'ombrello.


Considerazioni sul razzismo
Nel 1854 un aristocratico francese, tale J. A. De Gobineau, scrisse il "Saggio sulle diseguaglianze umane".
Aristocratico ma poco colto in verità e pure molto distratto, nulla sapeva di Voltaire, di Montesquieu, di Rousseau e non si era accorto che, nel 1789, era avvenuto un evento che avrebbe modificato per sempre la cultura del mondo. Nessuno gli aveva parlato della Rivoluzione Francese, quella che, per motto sintetico, aveva "Libertè, Egalitè, Fraternitè".

Ma tale saggio, che ebbe inizialmente rilevanza scientifica, assunse poi connotazione politica (giustificando nei "forti" il diritto d'opprimere e sfruttare i "deboli inferiori") e divenne l'alibi con cui si legittimò ogni sorta di prevaricazione e violenza verso chi fosse di diverso colore, religione, etnia. Ma, soprattutto, più debole.

La massima espressione di tale interpretazione, in tempi moderni, fu il nazismo. Interpretazioni che tutt'oggi continua ad avere appassionati fans.

Ma la scienza moderna ci ha dimostrato che, biologicamente, tutti i componenti la specie dell'Homo sapiens, costituiscono un unico insieme omogeneo. Gli stessi cromosomi ed in eguale quantità e disposizione nel DNA, sono presenti in qualsiasi individuo.
E le diversità estetiche dipendono dall'adattamento all'ambiente nel quale si vive.

Tutti discendiamo da un limitato numero di antenati che, nel tempo, si sono mescolati fra loro più volte nel corso della storia.
Quindi meglio sarebbe usare il termine "razza" solo in zootecnia, applicandolo esclusivamente agli animali.

Il razzismo della verità scientifica non tiene conto, anzi propugna la "superiorità" di una "razza" rispetto ad un'altra giudicata inferiore ed il razzista è rimasto immune da qualsiasi influenza culturale.
In America si arrivò a negare persino le caratteristiche "umane" di alcune "razze". I negri ed i pellerossa non erano "umani" e, pertanto, non andavano trattati umanamente.

Furono gli ideali del grande Abramo Lincoln che posero fine a tanta bestialità con la sua "Proclamazione dell'Emancipazione" (1863) e, soprattutto, con il "XIII emendamento alla costituzione americana" (1865) col quale si eliminava la schiavitù.

Il XVIII ed il XIX secolo videro, con l'assunzione dei principi del Gobineau, un forte sviluppo delle colonizzazioni che portarono all'espropriazione ed all'impoverimento di quei territori abitati da "razze" ritenute inferiori.

L'attuale fenomeno dell'immigrazione, che coinvolge tutto il mondo, è nient'altro che l'inevitabile nemesi storica di quei comportamenti.

Questo riequilibrio, voluto dalla storia e dallo sviluppo delle tecnologie della comunicazione, ci impone, piaccia o no, a convivere e gestire questo esodo biblico.
In nome dell'umanità, dei principi della Rivoluzione Francese e dell'ineluttabile, ben sapendo che uno scoglio non potrà mai fermare il mare.

Gli errori (pensiamo alle crociate ad esempio) prima o poi, si pagano duramente.
Ma è difficile adeguarsi. Dentro molti di noi restano, nel DNA, quei principi ispiratori del razzismo.

E si arriva ad assistere a paradossali situazioni.
Tempo fa una donna che aveva avuto una lunga convivenza matrimoniale con un individuo che, lungo il corso di tutto il matrimonio, l'aveva trattata con violenza verbale e psicologica, arrivando fino allo stupro, giustificava il consorte affermando che quel "bravo ragazzo" si comportava in quel modo grazie all'influenza che su lui (ufficiale superiore presso un'organizzazione militare internazionale) avevano avuto colleghi di lavoro. Tra questi, tutti extracomunitari, v'erano negri e persino un turco.
E come poteva quel sant'uomo restare tale ?

La stessa donna affermò, con grande convinzione, che gli stupri praticati da nostri connazionali, sono nient'altro che imitazioni di quelli compiuti dagli extracomunitari, responsabili della corruzione della nostra onesta società.

Peccato che le statistiche giudiziarie ci dicano che il 40% degli atti d'aggressione a sfondo sessuale, sono compiuti da immigrati ed il 60% dai nostri candidi (ma corrotti dagli esempi) fratelli italici.

Naturalmente, per quella donna, la perdita di valori che ci è derivata dalla corrotta società edonistica nella quale viviamo, conta nulla, è una variabile indipendente.
Acqua fresca per una mente chiusa e priva di visione storica ed umanitaria, nonché del senso della dignità.

L'appagamento dei propri bisogni egoistici, a qualsiasi costo, è primario.
Prima veniamo noi, dopo, molto dopo, vengono i diversi da noi, i negri, gli zingari, gli ebrei, gli extra comunitari, gli islamici ecc.

Siamo superiori a tutti. Siamo l'eletta razza ariana. Prosit.
 

Perché si agitano tanto?
(parziale recensione del libro "Leaders, giullari ed impostori" di Manfred Ket De Vries e sintesi di un articolo di Umberto Galimberti, apparso su La Repubblica nell'aprile 2001)

Dalla mia incasinatissima biblioteca ho recuperato il volume dal titolo tra parentesi indicato.
Stampato in Italia, per l'editore Cortina Raffaele nel 1984 ma scritto nel 1981, l'autore elenca alcune delle caratteristiche essenziali dei leaders, probabilmente rifacendosi ad importanti figure storiche del passato, avendone analizzato i comportamenti e spiegandone le motivazioni psicologiche.

E' libro di un attualità sconvolgente, a dimostrazione che la psicologia dell'uomo (ma ancor di più dei politici che leaders divengono) di ben poco cambia nel corso della storia. Gli ultimi due nefasti esempi li abbiamo sotto gli occhi con le figure di Silvio Berlusconi e di Matteo Renzi.

L'autore parla nei vari capitoli di "Sogno e bisogno", di "Giullari", de "L'impostore", de l' "Alessitimia" (mancanza dell'anima, per chiarezza) ed altro, realizzando una sottile indagine psicologica del leader politico di successo.

Il capitolo che più mi ha "intrigato", perché pare il ritratto di certi leaders, tipo il tramontante Berlusconi o il nuovo suo figlioccio, lo sfasciacarrozze gigliato, parla espressamente de "La ricerca del potere" e, dopo avere premesso che: quando il sorriso diviene una maschera e l'ottimismo una condotta, quando la comunicazione ha i toni della sicurezza, propria di chi non ha paura, di chi non vede ombre, men che meno dentro se stesso, quando si semplifica ciò che è complesso, indicando un'unica via obbligata per la soluzione dei problemi (soprattutto i loro…) quando si è persuasi che un branco (cioè noi) ha bisogno soltanto di un capo e le metafore tratte dal mondo del calcio divengono abitudine lessicale, quando lo sguardo è proiettato al futuro, ritenendo il presente soddisfacente (tipo l'ottimismo sull'attualità del nostro Paese, ignorando ogni catastrofico indicatore economico ed ogni pessimistica previsione di qualsiasi organo di controllo dell'economia, nazionale ed internazionale) quando si esige che la dipendenza è ciò che si esige solamente dagli altri, allora siamo in presenza di un leader la cui formazione è il mix, bene organizzato, di tutti i "quando" sopra citati.

Ed ecco cosa, in sintesi, ci racconta il De Vries sul perché de "La ricerca del potere": questa, per essere seria e non velleitaria, deve avere quel tanto di patologico, tipico di tutte le funzioni compensatorie che risolvono, fuori di noi, i conflitti che non siamo riusciti a comporre dentro di noi.

Tali sono le esperienze infantili insoddisfacenti, dovute a scarsi riconoscimenti o eccessive richieste genitoriali che generano un senso di inadeguatezza. (cosa sarà mai accaduto nell'infanzia di B. e R. sarebbe interessante conoscere)
Mentre il "gregario" a ciò si rassegna il "leader" cerca di superare quell'insoddisfazione attraverso un'azione dominata dal sacrificio (pensate ai tour de force cui si sottopone il nostro sfasciacarrozze gigliato) spinta all'eccesso. E lo scopo è la rivincita su quelle inadeguatezze patite durante l'infanzia.
Ed a ciò si accompagna uno smisurato bisogno di attenzione ed affetto, pari a quello non riscosso da bambino, che obbliga il leader ad una coatta necessità di comparire e farsi vedere (ore ed ore di TV e di talk show) per riscuotere consenso ed approvazione, per compensare quella scarsa stima di sé che profondamente sente e continuamente rimuove per poter sopravvivere.
Un personaggio privo di un sé interiore, costretto a cercare nel riconoscimento esterno il rimedio all'angoscia.

Tutto ciò mi sembra una perfetta analisi psicologica dell'attività dell'ex cav. Silvio e del suo naturale erede, Matteo Renzi.
E mi pare anche che di questi traumi infantili questo povero Paese abbia pagato e pagherà altissimo prezzo.

Merita un accenno il capitolo dedicato ai "Giullari": in tempi passati i sovrani gradivano il giullare di corte. A questo era consentito dire, ridendo e facendo ridere, la verità, per esempio su quanto effimero sia il potere. Erano, in definitiva, la coscienza critica, ma nascosta, del re.
Oggi i nostri leaders si circondano di nani e ballerine che hanno simili funzioni. Gli uni per dare alla plebe la sensazione di un potere che onestamente opera per il bene comune, perseguendo onesti principi. Le altre per allietare le notti del leader ed appagare il senso estetico di quella plebe cui l'apparire supera di gran lunga il valore dell'essere.
Servono esempi?
 

Voleva Mozart

-Come stai oggi figliolo ?

Un prete vestito di nero, avvolto in un ampio mantello dello stesso colore, magro di una irreale magrezza. Nel viso scavato brillavano occhi azzurrissimi, penetranti, seri. Dagli zigomi, quasi trasparenti, sporgevano le ossa. Unica macchia bianca era la gorgiera.
Le sue mani adunche si congiunsero per poi alzare la destra a benedire l'ammalato.

-Non so come devo chiamarla, disse Piero, non certamente padre perché quello che ho avuto se ne avrebbe a male. E pure mia madre, che non l'ho mai conosciuta. La informo che non ho la fede, per cui farebbe bene a dedicare il suo tempo ad altri.
- Puoi chiamarmi don Caron se credi, ma sappi che il mio tempo è più utile sia speso qui piuttosto che altrove. Isac Rabin diceva che il dialogo deve esserci con i nemici perché con gli amici, che la pensano come me, si è sempre d'accordo. Lo stesso vale per me, signor Piero.
-Non sono un suo nemico. Lei mi è semplicemente indifferente per la funzione che svolge. Qui non mi annoio, non sento bisogno di compagnia. Mi fa compagnia il mio pensiero, i miei ricordi. Mi basto, Caron. La saluto.
-Piero, posso chiamarla così?, conosco la gravità del suo male e so che anche lei ne è stato messo al corrente. C'è un dopo che può essere ricco di felicità o colmo di dolore. Vorrei aiutarla ad avere quella felicità. Evitarle quel dolore.
-Caron, le ripeto, lei sta sprecando il suo prezioso tempo. Pensi a quanti ritengono d'avere bisogno del suo conforto. Vada da loro.
-Mi fermerò ancora per qualche minuto, andrò via ma ritornerò. Ha qualche desiderio particolare?
-Il più grande è essere lasciato solo. Torni soltanto se sa giocare a scacchi. In quel gioco, almeno, non si parla.

Don Caron alzò la mano per benedire ma fermò il gesto a metà. Fissò a lungo Piero disteso nel letto, sorrise, si voltò e sparì attraversando la porta.

Un dolore alle anche era stato il segno premonitore. Camminava molto ma, più d'una volta, gli era sembrato che una gamba cedesse e sentiva una fitta all'anca.
Durava un attimo e riprendeva a camminare con passo svelto. Il dolore era sparito.
Ma la cosa si ripeté più volte e Piero decise di farsi visitare.
Le radiografie che gli prescrissero presentavano dei segni non chiari. Gli proposero una biopsia ossea.
Circa un mese dopo ricevette un lettera dall'ospedale di B.
"Egregio sig. Piero, in relazione all'analisi da lei effettuata, la informiamo che il dott. C. sarà a sua disposizione il giorno x alle ore y. Distinti saluti".
Ed il giorno x all'ora y, Piero si presentò dal dott. C.

Questi lo fece sedere davanti alla sua scrivania, cominciò a sfogliare i fogli di una cartella sulla quale spiccavano le scritte "oncologia radiologica", "reparto ortopedico" "sig. Piero".
-Io sono del parere che i malati debbano conoscere il loro stato, senza nulla nascondere, esordì il dott. C., sono convinto che lei sia d'accordo con me.
-Dott. C. sono pienamente d'accordo con lei. Mi dica pure i risultati della biopsia.
-Bene, anzi male signor Piero. Purtroppo la biopsia evidenzia un tumore osseo in stato piuttosto avanzato. Ma la medicina moderna fa miracoli. Adesso le elencherò tutte le terapie alle quali potrà essere sottoposto, le dirò le positività e le negatività di ognuna di queste.
Ed il dott. C., sfoggiando tutto il suo sapere medico, si dilungò nell'illustre pregi e difetti, benefici e controindicazioni di una decina di terapie. Piero ascoltava quella che gli pareva una noiosa litania, scartando mentalmente, di volta in volta, chemioterapia, ormonoterapia, radioterapia generica, mirata, microscopizzata, bubbolo terapia ecc. ecc.
Ed, alla fine, il dott. C., soddisfatto per quanto aveva esposto, affermò che la terapia da lui suggerita, quella più radicale e risolutiva era l'amputazione d'entrambe le gambe, incidendo dalle anche. Questa avrebbe salvato quel che restava. Era rosso in viso e compiaciuto. Piero si aspettava che si congratulasse con se stesso, attribuendosi 110 e lode.

-Dottore, disse Piero, la ringrazio per la dettagliata spiegazione ma mi consenta una domanda: la qualità della vita è qualcosa che vi appassiona altrettanto o è un optional ?
Il dott. C. fece una smorfia di disapprovazione.
-Noi siamo chiamati a salvare le vite, non a renderle piacevoli. Abbiamo giurato. Esculapio sa? Comunque la scelta è sua. Purtroppo questo dicono le aberranti leggi. Ci pensi e mi faccia sapere. Sappia che le nostre seghe sono accuratamente sterilizzate.
Piero guardò le mani del dottore e pensò a quante doveva essersene fatte. Poi fece la domanda delle cento pistole.
-Non facendo nulla quanto mi resta ?
-Poco, sig. Piero, sei mesi forse otto.

Una strana euforia colse Piero all'uscita dall'ospedale. Si sentiva leggero, sereno. Il cielo era terso, pieno di rondini a caccia di cibo. Chissà quale era la qualità della vita di quegli
uccelli, avevano anche loro chi gli parlava d'ormonoterapia ? Magari la più saggia tra loro.
Respirò a fondo quell'aria asciutta e si diresse verso l'auto. Seduto là dentro cominciò a pensare: avrebbe dovuto informare le persone a lui vicine o no ? Come avrebbero reagito ? Che pena avrebbe dato loro?
No, il tempo era sufficiente, no, forse quel medico aveva esagerato. Non provava alcuna paura per ciò che aveva appreso. La sua preoccupazione era per gli altri. Già, gli altri.
Così decise di minimizzare il tutto ma parlò con un suo amico della cosa. Questi gli disse che, per quelle persone, era lui il punto di riferimento e fu d'accordo con lui che sette mesi erano tanti, potevano succedere tante cose e quel medico, forse, si era sbagliato.
E così Piero decise di tenere per sé la notizia.

Continuò le sue camminate frenetiche. Cinque, sei chilometri di buon passo. Ma, sempre più frequentemente, si ripresentavano quel dolore e quel cedimento.
Sei mesi passarono ed un giorno quella gamba non tenne più.
Disteso per terra udì la sirena di un ambulanza in arrivo. Mezz'ora dopo era in quel letto d'ospedale.

Don Caron affacciò il suo viso alla porta, entrò nella stanza. Sotto un braccio teneva una scacchiera.
-Eccomi Piero, come sta ? E' pronto per una partita ?
-Pronto Caron.
-A proposito, ti manda i suoi saluti Barlach.
-Barlach chi ? L'unico Barlach che conosco è quello nato dalla fantasia di Durrenmatt, ma non può essere vivo !
-Ti saluta, ripeté Caron. Ed ora giochiamo.

"Il giudice ed il suo boia" era uno dei romanzi più amati da Piero. Quella figura di commissario, con la sua morale, il suo senso della giustizia, lo attraevano verso quel libro, letto più volte. Ed ogni volta sentiva ammirazione per quel personaggio che non voleva alleviare i suoi dolori con droghe anestetiche, perché queste avrebbero offuscato la sua mente, sminuito la sua lucidità, annullato la sua umanità e la sua capacità di vedere dentro i suoi simili. Ma era pur sempre una figura letteraria !

-Chi sei Caron, cosa vuoi da me ? chiese.
Gli occhi del prete divennero una fessura, attraverso la quale lampeggiava il turchese.
-Voglio giocare una partita. Una partita con una posta. Se vincerò io, avrò la tua conversione, se vincerai tu potrai chiedermi ciò che vorrai. Chi io sia tu l'hai inteso, sai che posso.

-Caron tu non vincerai, non avrai alcuna conversione. Non ci si può convertire a ciò che non esiste. Al termine della partita ti dirò ciò che desidero più d'ogni altra cosa.
-Giochiamo, Piero. E non dimenticare quella croce capovolta nella chiesa sconsacrata, là sopra Alampa, che hai visto e che torna nei tuoi ricordi. Giochiamo ora.

Forse era stata la lettura di quel libro, forse la convinzione di Piero che l'uomo, prima di ogni altra cosa, mai deve rinunciare ad essere padrone del proprio pensiero..
La vista di un semplice ubriaco gli creava angoscia e pena, l'idea che ci si potesse drogare, che si potesse rinunciare, artificialmente, a sé stessi, perdersi in un mondo privo d'umanità, fatto di illusioni effimere quanto un sogno, lo turbava.
Mai si era ubriacato in vita sua, mai aveva perso la percezione del suo essere uomo, fatto di carne e raziocinio.
Per questi motivi, nonostante i dolori lancinanti che la malattia gli procurava, aveva rifiutato più volte l'iniezione di morfina che le infermiere gli proponevano.
Voleva lucida la sua mente ed il dolore la rendeva tale. Nelle crisi più violente, la forza della sua mente si moltiplicava. Tornavano i ricordi più belli, analizzava ciò che era stato e gli errori che aveva commesso, correggeva e ricostruiva situazioni antiche. Si doleva di non avere avuto, allora, quella lucidità.
E quando la partita ebbe inizio i dolori lo attanagliarono con violenza. E la sua mente fu immensamente più limpida.

Apertura con pedone di re, risposta identica. Alfiere in c4, regina in g5.
Caron giocava con i neri ma attaccò subito. Aveva fretta di concludere, vedeva una facile vittoria su quel povero malato. Dovette ricredersi poche mosse dopo.
Piero aveva intessuto un gioco fatto di rinunce, di pezzi sacrificati. Aveva in mente l'intera partita, sapeva che Caron sarebbe caduto nella sua trappola. E questo avvenne dopo una ventina di mosse.
Nonostante la predominanza di pezzi, il prete era come se avesse perso il senso dell'orientamento. Sette pezzi neri sparsi per la scacchiera, privi di collegamento tra loro. Tre pezzi bianchi (re, regina e pedone) che si autodifendevano e che, con due mosse finali, inchiodarono il re nero in un inevitabile scacco matto.
Gli occhi di Caron cambiarono di colore. Il loro turchese si mutò in un bordò sanguigno pieno d'odio. La sua bocca si aperse in un ghigno diabolico, parve urlare. Si udì un sordo brontolio che invase la stanza. I vetri tintinnarono. Poi ritornò la sua immagine serafica e con voce rauca pronunciò
-Hai vinto Piero, hai vinto. Ora chiedimi ciò che desideri.
Piero si sollevò lentamente, raddrizzò la schiena curva, guardò negli occhi il suo avversario. Il dolore era svanito, si sentiva leggero ed euforico.
-Prete, disse, a te chiederò soltanto un favore. Fai in modo che i miei funerali avvengano secondo quanto ti indicherò adesso.
-Dimmi e sarai accontentato, stanne certo.
-Innanzi tutto non voglio cerimonie religiose d'alcun genere. Niente benedizioni né estreme unzioni né preghiere. Nulla che sappia di rito religioso. Poi voglio che il mio corpo sia cremato e voglio che il minor numero di persone presenzi alla cremazione. Voglio che, durante la dissoluzione del mio corpo, sia suonato il rondò di Mozart suonato da Ughi e che i presenti non fiatino durante l'esecuzione. Voglio, infine, che le mie ceneri siano disperse in mare nel punto centrale di un triangolo con i vertici posti su Alberta, Alampa e l'isola della Galletta.
-Chiedi poco e sarai accontentato. A presto Piero, disse abbassando gli occhi.
Poi si alzò e la scacchiera scomparve sotto l'ampio mantello nel quale si era avvolto. Fece per allontanarsi ma fu fermato da una domanda
-Chi sei prete ?

-Sono l'ultima persona che rovesciò quella croce, Piero. L'ultima. Là ti ho atteso per anni, là ho conosciuto il tuo scetticismo ed il tuo amore ho visto. Ti avrei trovato, anni dopo, qui in questo letto di dolore, scettico come allora, razionale e lucido. Ma c'è qualcosa che supera qualsiasi razionalità. Tu l'hai conosciuto, l'hai vissuto e fatto vivere in altri. E' un sentimento che supera la morte, quando è forte come è stato il tuo.
Oltre la morte vive e farà vivere. La tua forza nasce e si nutre di questo. Per questo sarai indistruttibile, per l'amore. Ed in te è panteistico. Quando lasciasti quella chiesa la croce si raddrizzò illuminandosi. Per questo ti odio, Piero.
Io sono Caron, il traghettatore nel nulla.
Il tuo amore mi ha sconfitto e non ti avrò, come nessuno ti avrà mai perché, oh quanta ragione hai ! nessuno c'è ad attenderci. Nessuno. Forse io stesso sono un ologramma generato dalla tua mente ! Posso solo punirti qui, in questa terra. Addio Piero.

Il dott. C. entrò nella stanza silenziosa. Chiuse gli occhi di Piero, scuotendo la testa con disapprovazione. Le sue seghe restarono asettiche…

Piero fu benedetto da un prete, ricevette, tardivamente, l'estrema unzione. Godette di una fastosa cerimonia religiosa.
Al suo funerale, sontuoso e pieno di fiori, parteciparono stuoli di persone vocianti e, mentre la sua cassa scendeva nella terra scavata, una banda intonò un tango sensuale e travolgente. Qualcuno disse che era questo che Piero aveva voluto.
Dietro un albero, avvolto nel suo nero mantello, Caron, l'ologramma, storceva la bocca in un ghigno irridente.


Il presagio

(Ballata d'una angoscia)

PRIMO TEMPO "in quel morire del giorno"

Seduto su uno scoglio, in riva al mare, stava un uomo. Rannicchiato su se stesso, le mani a sostenere il viso, i gomiti poggiati sulle ginocchia.
L'acqua, sempre più grigia, in quel morire del giorno.
L'ultimo gabbiano tardivo, s'era stagliato nel cerchio del sole tempo fa e l'ultimo rumore d'un essere vivo era stato il suo gracchiare alla luce morente. Il suo saluto al giorno.
Ed ora l'unico suono che l'uomo sentiva era quello della lenta risacca, monotono, cantilenante, ipnotico.

SECONDO TEMPO "soltanto gli occhi"

Chiuse gli occhi fino a quando, col sorgere del sole, l'alba illuminò il mare, tingendolo di rosa.
E così la vide sorgere dall'acqua che, lentamente, si colorava d'azzurro.
Camminava verso lui fino a quando la sua figura coprì, per intero, quel basso sole. E l'uomo vide il contorno del suo corpo, sfumato dalla luce, la sua sagoma scura.
Soltanto gli occhi (quegli occhi !) riflettevano il colore del mare. Ma forse era al mare che donavano il loro colore.
A pochi passi da lui si fermò sorridendogli.
L'uomo le si avvicinò piano, quasi temendo di vederla fuggire, sentì il suo profumo, le fu vicino fino quasi a toccarla.

TERZO TEMPO "poi le cinse le spalle"

Era bello l'uomo, alto, dritto e le si fermò davanti, con le braccia distese lungo il corpo. La sua mano, poi, si sollevò lentamente, fino a sfiorarle il viso.
Lievemente toccò le sue guance, il suo naso, le sue labbra dischiuse e queste accarezzò più e più volte.
Poi le cinse le spalle e l'attirò a se con dolcezza.
Sentì il calore del suo corpo scaldare il proprio. La strinse esitando, quasi temesse di farle male.
Cercò, con le proprie, le sue labbra.

QUARTO TEMPO "incuranti dei due"

I gabbiani riempirono di strepitii la riva del mare, incuranti dei due. La fame della notte andava placata prima, molto prima, dei sentimenti.
D'altra parte non c'era chi badasse a loro, nessuno insidiava i loro spazi.
Le posizioni delle due figure, i loro gemiti troppo flebili, non li distraevano dalla pesca.

QUINTO TEMPO "l'altra mano fece da cuscino"

L'uomo si sollevò sul gomito e guardò il corpo di lei disteso, la sua testa reclinata verso lui , il suo bel seno lievemente ansante, la curva delle sue anche, le guance arrossate.
Dalla fessura di quelle palpebre, una luce azzurra lo incantava.
Le accarezzò il collo, le spalle, il seno, il ventre, le anche e, poi, piano, la sua mano discese sulla gamba, giù fino alla caviglia. Lievemente. L'altra mano fece da cuscino alla parte del viso in ombra.
L'uomo la baciò così e la sua lingua cercò quella di lei e bevve il suo respiro.

SESTO TEMPO "a due a due volarono"

Il sole accorciava sempre più le ombre e quando queste svanirono, un irreale silenzio avvolse tutto.
Neppure i gabbiani, placata la fame, turbavano la quiete.
L'uomo percepiva solo il battito del cuore della donna, in quella luce abbagliante.
Silenzioso anche il mare a rispettare, lui pure, il trionfo del sole.
E fu in quel trionfo di luce che dalla gola dell'uomo uscì un suono, prima flebile, poi, poco a poco, vibrante come un organo, prima lontano e poi vicino, sovrastante tutto un grido: io ti amo, disse e lo ripetè, lo ripetè e lo ripetè. Urlo disperato e denso d'amore.
I gabbiani voltarono la testa, aprendo il loro becco giallo, stupiti ed attenti. Li videro e capirono.
A due a due volarono verso i loro anfratti.

SETTIMO TEMPO "camminarono tenendosi"

Ed il sole allungò le ombre di quelle pietre vicino al mare, là dove era nato e cresceva l'unico sentimento per il quale la vita vale d'essere vissuta.
L'uomo e la donna si tennero per mano, quindi lei mise la sua sulla spalla di lui, lo stesso lui fece.
Camminarono, tenendosi.

OTTAVO TEMPO "nati da un incubo annientante"

Ma cirri oscuri, gravidi di pioggia, apparirono, bassi, all'orizzonte ed un gelido vento spazzò la riva.
La donna tremò, l'uomo la strinse a sé.
Ma i cirri correvano veloci ed assumevano strane sembianze. Il vento pareva modellarli, ora apparivano animali, ora figure umane, ora fantasmi.
E correvano a coprire il sole e gli uomini e gli animali ed i fantasmi, fatti della stessa natura maligna. Nati da un incubo annientante ogni cosa.
La donna si ritrasse impaurita, l'uomo le prese la mano. Un violento scroscio di pioggia rese vana la presa e, nel buio profondo che s'era fatto, si persero.

NONO TEMPO "attorno la sua solitudine"

Svanirono poi i cirri ghignanti, il vento si placò e fu quiete col sole che a occidente calava.
L'uomo guardò attorno la sua solitudine. E vide il mare sempre più grigio in quel morire del giorno.
Un gabbiano, sperso, ruotava la testa, con faticoso battito d'ali.
L'amante stese il suo corpo su uno scoglio lambito dall'acqua e pianse. Dentro il suo petto un grido fatto di sangue e dolore.


Italo Calvino, rispondendo ai numerosi critici che esaltavano la sua trilogia (I nostri antenati) e ne evidenziavano significati filosofici e d'alto insegnamento morale, applaudendo frenetici al genio dello scrittore, disse seraficamente: "Veramente volevo scrivere delle semplici fiabe…."

Dialogo di un venditore d'esegesi e di un passeggere
Venditore: Esegesi, esegesi nuove, interpretazioni nuove e veritiere. Bisognano, signore,esegesi ?
Passeggere: Esegesi per l'anno nuovo ?
Venditore: Si signore.
Passeggere: Credete che saranno felicemente corrette, l'esegesi per quest'anno nuovo?
Venditore: Oh illustrissimo, sì certo.
Passeggere: Come quest'anno passato ?
Venditore: Più più assai.
Passeggere: Come quello di là ?
Venditore: Più più, illustrissimo.
Passeggere: Ma come qual altro ? Non vi piacerebb'egli che l'anno nuovo fosse come qualcuno di questi anni ultimi ?
Venditore: Signor no, non mi piacerebbe.
Paasseggere: Quanti anni nuovi sono passati da che voi vendete esegesi ?
Venditore: Saranno vent'anni, illustrissimo.
Passeggere: A quale di cotesti vent'anni vorreste che somigliassero le esegesi dell'anno venturo ?
Venditore: Io ? non saprei.
Passeggere: Non vi ricordate di nessun anno in particolare, che portasse esegesi azzeccate ?
Venditore: No in verità, illustrissimo.
Passeggere: Eppure la vita è una cosa bella. Non è vero ?
Venditore: Cotesto si sa.
Passeggere: Non tornereste voi a vivere cotesti vent'anni, e anche tutto il tempo passato, cominciando da che nasceste ?
Venditore: Eh, caro signore, piacesse a Dio che si potesse.
Passeggere: Ma se aveste a rifare la vita che avete fatta né più né meno, con tutto ciò che avete azzeccato e tutto ciò che avete sbagliato ?
Venditore: Cotesto non vorrei.
Passeggere: Oh che altre esegesi vorreste rivendere? L'esegesi ch'ho fatte io, o quelle del principe, o di chi altro ? O non credete che io, e che il principe, e che chiunque altro risponderebbe come voi per l'appunto; e che avendo a rifare le stesse esegesi che furono fatte, nessuno vorrebbe tornare indietro ?
Venditore: Lo credo cotesto.
Passeggere: Né anche voi tornereste indietro con questo patto, non potendo in altro modo ?
Venditore: Signor no davvero, non tornerei.
Passeggere: Oh che esegesi farete voi dunque ?
Venditore: Esegesi così, come mi verranno. Come Dio m'ispira, senz'altri patti.
Passeggere: Esegesi a caso, e non saperne altre. Come non si sa per l'anno nuovo ?
Venditore: Appunto.
Passeggere: Così vorrei ancor io se avessi a rifarle, e così tutti. Ma questo è il segno che il caso, fino a tutto quest'anno, ha trattato tutti male. E si vede chiaro che ciascuno è d'opinione che sia stato più lo sbagliare che l'azzeccar esegesi. Quell'esegesi, ch'è una cosa che par bella, non è mai l'esegesi vera. Vera sarà quella che non si conosce. Coll'anno nuovo, il caso incomincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principieranno esegesi felici. Non è vero?
Venditore: Speriamo.
Passeggere: Dunque mostratemi l'esegesi più bella che avete.
Venditore. Ecco, illustrissimo, cotesta vale trenta soldi.
Passeggere: Ecco trenta soldi.
Venditore: Grazie, illustrissimo: a rivederla. Esegesi, esegesi nuove e veritiere. Bisognano, signori, esegesi ?

Un giorno, ma a quanti di voi sarà accaduto, una persona mi disse: non avrei mai immaginato che quel tizio fosse fatto così. Che delusione ! Pareva tanto un brav'uomo!
Le risposi che, di solito, negli altri e degli altri, riusciamo a vedere gli aspetti che meno ci turbano. Quelli che vorremmo avessero, per aderire all'immagine che noi, di loro, ci siamo formati.
E questo vale, a maggior ragione, quando il rapporto è basato sull'amore, o sull'innamoramento.
Le inventiamo a nostro piacimento quelle caratteristiche, per appagare nostri bisogni.
E, davanti alla realtà, trasecoliamo: chi l'avrebbe mai detto!


Monologo sulla verità
Dunque tu cerchi la Verità.
Quella che , da Talete in poi, ogni filosofo ha cercato. Il successivo smentendo il precedente. E tutti ritenevano d'averla trovata. Da Aristotele a Cartesio, a Newton, a Kirkegard, a Schopenauer.
Tutti si ritennero depositari della Verità. Ma tutti ne presentavano solo una faccia.

Qualè la Verità ?
Quella di Raffaello, con la sua divina perfezione o quella di De Chirico, con le sue improbabili prospettive ?
E la Veritàè forse quella dell'immenso Mozart o del dodecafonico Schoenberg ?
Oppure è quella espressa dall'Islam, contrapposto al Cristianesimo ?

La Veritàè poliedrica, ha infinite facce. Talvolta il divenire ne muta il senso.
L'uomo può scegliere quella che più gli aggrada, secondo il contesto sociale nel quale vive (ammesso che di scelta si tratti) o secondo egoistiche convenienze.

Così la Verità può risultare appagante o tremenda.

Ma, forse, la Verità, semplicemente non esiste ed allora diviene convenzione, legata a quella struttura di società che altri hanno creato per noi, imbrigliandoci dentro perché, solo così, chi la società gestisce per raggiungere fini personali, può sopravvivere.
Mai per il bene di tutti ma per quello di pochi.

Cercala la Verità.
E' nella natura dell'uomo porsi domande.
Le risposte che ci daremo, mai saranno la Verità.

(tratto da: Dell'Alba racconto e del Tramonto)

Monologo sull'arte
La domanda che sempre ricorre, davanti ad un opera d'arte di difficile interpretazione è cosa mai sia l'arte.
E la risposta che spesso ci si da è : se mi piace è arte altrimenti non lo è.

Ma l'arte è una forma di comunicazione, come la lingua, i gesti, gli ammiccamenti. Non è necessario che piaccia, deve essere capita. Come la lingua, i gesti, gli ammiccamenti.

E come questi deve suscitare emozioni, non necessariamente positive.

E come la lingua si evolve. Oggi non parliamo la lingua di Giotto né quella di D'Annunzio. Parliamo un'altra lingua contaminata da altre lingue. La tecnologia ha mutato il nostro modo d'esprimerci (pensiamo agli sms).
I contesti sociali hanno mutato il modo d'intendere la vita e l'arte (pensiamo agli impressionisti che volevano portare al grande pubblico la comprensione dei loro dipinti, in contrapposizione alla pittura accademica d'allora, pensiamo ai futuristi che in un epoca di forte sviluppo dei trasporti -treni, aerei,automobili- avevano fatto della velocità il soggetto delle loro opere).

In pittura il figurativismo (quello che normalmente piace) oltre ad essere stato soppiantato dalla fotografia, entra in crisi nel momento in cui i pittori cominciano a chiedersi se rappresentare la realtà così quale è, serva ad esprimere concetti, a dare emozioni.
E la scelta che fecero fu rappresentare l'anima, i pensieri, i desideri. L'astrazione appunto.

Nella musica (l'arte più astratta perché nasce da sentimenti astratti - amore, gioia, dolore, generosità, egoismo ecc-) il percorso è lo stesso della pittura e dalla perfezione universale di Mozart si arriva alla dodecafonia, all'avanguardia.

Nella poesia il percorso evolutivo da Dante a Ungaretti dirà pure qualcosa sulla realtà dell'arte!

In definitiva artista è chi vuole comunicare, con mezzi diversi dalla parola, un suo sentimento.
Il risultato d'un opera d'arte può piacere o no ma ciò che conta è la conoscenza del suo artefice, della sua storia e del periodo storico e sociale nel quale ha operato, se si vuole capire.

Fontana ha stracciato le sue tele intendendo dire che la pittura non poteva limitarsi alla visione bidimensionale. Quei tagli invitano ad andare oltre la tela. Cercandovi emozioni che sono dentro noi dando, quindi, allo spettatore, libertà interpretativa. Per trovarvi la propria arte, i propri sentimenti, forse, la propria anima.

(tratto da: Dell'Alba racconto e del Tramonto)

Aci e Galatea
Nelle province di Catania e Messina, in aggiunta alle bellezze assolute di quei paesaggi, vi sono due singolarità: nel catanese numerosi paesi hanno nomi che iniziano per Aci (Acitrezza, Acireale, Acicastello, Aci S. Antonio ecc.) nel messinese, nelle vicinanze di Taormina, v'è un fiume (l'Alcantara, dall'arabo Al Qantarà -il ponte-) che, nascendo dai Nebrodi, ha scavato il suo corso nella roccia vulcanica, formando un'orrida valle ,semplicemente incantevole, trovando la sua foce nei pressi di Giardini Naxos.
Queste due singolarità sono unite dalla stessa leggenda.

Leggenda che narra dell'amore della ninfa Galatea, figlia di Poseidone, per il pastore Aci, figlio del dio Pan. Amore ricambiato.

I loro incontri potevano avvenire soltanto di giorno perché, al calare del sole, Galatea doveva ritornare al mare dove era la casa di suo padre. S'incontravano sulla spiaggia di Giardini Naxos ed i loro incontri erano densi d'amore.

Un giorno giunse a Galatea un messaggero di Polifemo.
Questo gigante monocolo la voleva in sposa.
Pianti strazianti scossero Galatea ma ella mandò a dire al pretendente che il suo cuore era dedicato al pastore Aci e che, quindi non poteva accettare l'onore che le faceva.

Grande fu l'ira del gigante. Uccise il messaggero, sradicò alberi, tirò rocce in mare (tutti i faraglioni che punteggiano la costa catanese) e, quando scese la notte, andò a cercare il suo rivale. Appena lo vide lo colpì con una enorme roccia.
Aci morì e Galatea, informata dell'accaduto, corse nel luogo dove era il corpo del suo amato.

Pianse a lungo la ninfa, tanto a lungo che gli dei, impietositi, vollero rendere eterno quell'amore e trasformarono il corpo di Aci e le lacrime di Galatea in quel lungo ed eterno fiume.

Quel fiume scorrerà, per sempre, dai Nebrodi fino alla spiaggia di Giardini Naxos, memoria perenne di quell'amore.

La leggenda si diffuse in quelle terre edè per questo che, in omaggio ed a ricordo di quell'amore, molti paesi hanno assunto il nome del pastorello, figlio del dio Pan.
(tratto da:
Dell'alba racconto e del tramonto)

Monologo su religione ed amore
E la domanda essenziale è: Dio ha creato l'uomo o l'uomo ha creato Dio?

Circa tremila anni fa due società, tra loro lontanissime nello spazio ed assolutamente prive di qualsivoglia rapporto e quindi prive di reciproche influenze, adottarono, per le loro divinità, identiche immagini, identico sentire, identiche attribuzioni funzionali.
Le civiltà erano quella greca e quella finlandese.

L'ignoranza scientifica di quei tempi rendeva impossibile la comprensione dei fenomeni legati alla natura: perché il sole sorge e tramonta, perché la terra germoglia, perché il mare ora è calmo ora è in burrasca ? Da dove venivano il vento, la pioggia, la neve ? Perché un cielo sereno, improvvisamente, scatena fulmini e tuoni sulla terra ?

Necessariamente doveva esserci qualcosa di sovrannaturale, degli esseri superiori che generavano tutto ciò e l'uomo non poteva intervenire su tali fenomeni. Poteva soltanto subirli e temerli.

Esseri superiori erano qualcosa di sovrannaturale, superiori ed invisibili. Appunto erano dei.

Ed a questi dei gli uomini diedero la loro stessa struttura societaria: un capo, degli aiutanti, mogli, amanti. E gli stessi sentimenti umani furono attribuiti a quegli dei: amore, ingordigia, invidia, lussuria, generosità, voglia di potere ecc.

Ma dove posizionare tale coorte divina?
I greci al vertice del monte Olimpo, i finlandesi al vertice della volta celeste.

I principali dei delle due civiltà avevano nomi diversi ma caratteristiche identiche. Le seguenti:
 
 

DIVINITA’

 

FINNICHE

DIVINITA’

 

GRECHE

LORO

CARATTERISTICHE ED ATTRIBUZIONI

 

 

 

UKKO YLIJUMALA

ZEUS

capo degli dei e signore del tuono e dei fulmini

RAUNI

ERA

moglie del capo, bellissima e gelosa

SAMPSA PELLERVOINEN

DEMETRA

dei dell’agricoltura

PELTKO PEKKA

DIONISO

dei dell’alcol e delle feste

LEMPO e TURJA

ADE

dei degli inferi

AGRAS

ESTIA

dee della famiglia e della fertilità

AJATTARA

AFRODITE

dee della bellezza

HITTAVAINEN

ARTEMIDE

dee della caccia

AHTI

POSEIDONE

dei del mare


Ma, al di là dell'incomprensibilità dei fenomeni della natura, c'è qualche altra motivazione che spinse gli uomini ad immaginare questi esseri sovrannaturali ?
Certamente si: gli uomini, a differenza degli animali, hanno la consapevolezza del loro essere effimeri. Sanno che dovranno morire.
Tale consapevolezza li porta a cercare qualcosa che sia il prolungamento della vita. Qualcosa che sia un aldilà consolatorio e rassicurante. Una vita oltre la vita.

Edè, appunto, la vita dopo la vita che ha fatto creare dei e le conseguenti religioni.
Le religioni fissano le regole comportamentali delle società. Quelle regole che, se seguite, daranno un premio dopo la morte o che, se disattese, daranno punizioni. Premi e punizioni in cui nessuno, tra coloro che impongono quelle regole, crede.

Ma di tali regole siamo imbevuti fin dalla nascita e queste condizioneranno, per tutta la vita, i nostri comportamenti, le nostre coscienze.

Ci riteniamo liberi ( e ce lo fanno credere, basti pensare al libero arbitrio !) mentre, al contrario, siamo inseriti in schemi di comportamento che altri hanno deciso per noi. E da tali schemi è quasi impossibile uscire perché in noi è raro lo sviluppo di una coscienza critica.

Situazione disperante dunque ma esiste una speranza di libertà, di pulizia. Esiste un sentimento che può renderci liberi ed innalzarci al di sopra di questo mondo che qualcuno, prima di noi e su di noi, ha voluto creare ( troppo spesso a tutela dei propri interessi) ed imporci.

Questo sentimento è l'amore. L'unico che rende liberi, se donato con abnegazione, senza pretese di contropartite. Questo sentimento prevede esclusivamente doveri ed i diritti ne sono esclusi.

I poeti l'hanno inteso così. Da questo atteggiamento nascono le poesie e possono essere pessime letterariamente ma sempre piene di quel sentimento vero ed immutabile. In esse c'è gioia, ammirazione, gelosia, amarezza, senso dell'abbandono, rabbia politica, rabbia per una morale che si sfalda. Ma in esse c'è, soprattutto, il bisogno d'aprire il cuore e di dare protezione a chi pare debole.

E questo è il senso dell'amore.

(tratto da:
Dell'alba racconto e del tramonto)

L'enigma della sfinge
Turandot, crudele principessa forse omosessuale, per evitare uno sgradito matrimonio dichiarò che sarebbe andata sposa a chi avesse risolto un suo enigma. Adami e Simoni, librettisti dell'opera pucciniana, avevano tratto ispirazione (forse plagio) da questa leggenda che è mio piacere dedicarvi:

All'ingresso di Tebe, su di un alto dirupo, vegliava un mostro mitologico dal corpo di leone, ali da rapace, testa di donna e coda di drago.
A chiunque volesse entrare in quella città poneva una domanda: "qualè quel mostruoso animale che all'alba cammina con quattro gambe, durante la giornata con due ed al tramonto con tre ?"
Nessuno era in grado di dare la risposta giusta e la sfinge divorava i malcapitati, sputandone le ossa a destra ed a manca.
Creonte, re della città, disperato, indisse una gara tra tutti i pellegrini che intendevano recarsi a Tebe. Avrebbe concesso onori reali, ricchi doni e sua cognata, la vedova Giocasta, a chi fosse stato in grado di risolvere il quesito di quel mostro che, con la sua presenza stava impoverendo la città ed i suoi abitanti.
Attratti da quei premi, passarono molti viandanti ma i mucchi d'ossa attorno alla città continuavano a crescere finchè, un giorno, sotto le sue mura, si presentò Edipo.

Era figlio di Laio ( il re che aveva preceduto sul trono di Tebe suo fratello Creonte) e di Giocasta.
Ma un oracolo aveva predetto che il figlio di Laio avrebbe ucciso il padre e sedotta la madre.
Questa, avendo appreso la profezia, tentò di liberarsi del figlio neonato, facendolo appendere per i piedi ad un albero posto sul monte Citerone.
Un pastore, che su quel monte pascolava il suo gregge, lo trovò e lo portò al re di Corinto, Polibo.

Fu Polibo che gli diede il nome di Edipo (in greco piedi grandi) e questi, una volta adulto, si rivolse all'oracolo di Delfi perché gli parlasse del suo futuro. E l'oracolo confermò la stessa profezia: Edipo avrebbe ucciso suo padre e sedotta sua madre.

Non intendendo uccidere suo padre, che riteneva essere Polibo, né, tanto meno, sedurre sua madre, Edipo iniziò un suo vagabondare lontano da Corinto. Ma il destino gli fece incontrare Laio e, durante un diverbio, ignorando che fosse il suo vero padre, lo uccise.

Proseguendo il suo viaggio arrivò alle porte di Tebe e qui si scontrò con la terribile Sfinge e con la sua domanda.
Edipo aveva appreso la saggezza da Polibo e dai maestri che gli erano stati assegnati e diede la giusta risposta: quel mostruoso animale era l'uomo che, da neonato cammina a quattro zampe, da adulto su due e, da vecchio su tre, appoggiandosi ad un bastone.
La Sfinge, furiosa, si gettò, con un tremendo urlo, dall'alto dirupo suicidandosi.
Edipo fu accolto da trionfatore in Tebe, fu colmato d'onori e di ricchezze e Creonte gli diede in sposa la vedova Giocasta. Da questa ebbe quattro figli e così s'avverò la profezia, nonostante la volontà che egli aveva posto nel far si che non si realizzasse.

Inconsapevolmente, un giorno, Edipo narrò la sua storia a Giocasta e questa, rendendosi conto dell'avverarsi della profezia, disperata si uccise.

(da: Dell'alba racconto e del tramonto)

Monologo sullo scetticismo
In Malcom X, al termine del suo tormentato percorso verso la democrazia, prevalse un ideologia che aveva, quale ispirazione centrale, il termine "umanità"
E quanto dirompente e rivoluzionario fu il suo amore per l'umanità !!

Martin Luter King aveva un sogno: la parità di diritti e doveri per tutta l'umanità ed ognuno, a cominciare da se stesso, doveva essere libero, ma questa libertà finiva là dove iniziava quella degli altri.

Nelson Mandela, per il suo amore per l'umanità, per la libertà e la parità di diritti e doveri per tutti, sacrificò 28 anni della sua vita nelle carceri del Sud Africa, rifiutando la libertà che gli veniva offerta in cambio di una sua abiura.

Jim Morrison cantò: "non dire mai che i sogni sono inutili, perché inutile è la vita di chi non sa sognare".

E Gandhy ci illumina dicendoci: " Questo messaggio lo dedichiamo ai folli. A tutti coloro che vedono le cose in modo diverso. Potete citarli, essere in disaccordo con loro. Potete glorificarli o denigrarli, ma l'unica cosa che non potete fare è ignorarli. Perché riescono a cambiare le cose. E, mentre qualcuno potrebbe definirli folli, noi ne vediamo il genio. Perché solo coloro che sono abbastanza folli da pensare di potere cambiare il mondo, lo cambiano davvero."

Barak Obama è il fiore sbocciato da quelle ideologie.

Berlusconi è il cancro che lo scetticismo masochistico di chi pensa che nulla è mutabile, perché le cose sono andate sempre così e sempre così andranno, ci ha donato.

E questo scetticismo mai è frutto di profonda convinzione, sempre deriva dall'egoistica difesa di propri miopi interessi. Incapaci di allargare i propri orizzonti al di là dell'appagamento dei propri appetiti, a scapito delle necessità e dei diritti altrui.

Valgono, per tali individui, i propri sentimenti, le proprie pulsioni, la loro sete di denaro o potere, la soddisfazione dei propri istinti. Il loro mondo inizia e termina in sé stessi.

Gli scettici si accorgeranno, un giorno, di quanto sia misero il loro mondo, squallido e misero, privo di quel sentimento d'umanità che è il solo che può illuminare la vita di tutti.
Periranno nella loro solitudine angosciosa.

(tratto da: Dell'alba racconto e del tramonto)


LA POESIA

Per me è un mistero. Leggo quel che segue, a volte concordo, a volte ne rido, a volte dissento. E voi, sitani cari, che ne pensate ?

 Per scrivere in prosa bisogna avere assolutamente qualcosa da dire. Per scrivere in versi non è indispensabile.

Louise-Victorine Ackermann Choquet, Pensieri di una solitaria, 1882

Ogni poesia è misteriosa; nessuno sa interamente cosa gli è stato concesso di scrivere.

Jorge Luis Borges, Obra poética, 1923/76 (prologo)

"Che differenza c'è fra poesia e prosa?" "La poesia dice troppo in pochissimo tempo, la prosa dice poco e ci mette un bel po'."

Charles Bukowski, Storie di ordinaria follia, 1972

Prosa = parole nel miglior ordine possibile; poesia = le migliori parole possibili nel miglior ordine possibile.

Samuel Taylor Coleridge, Table Talk, 1827

La poesia è la ragione messa in musica.

Francesco De Sanctis, Saggi critici, 1866

La vera poesia può comunicare anche prima di essere capita.

Thomas Stearns Eliot, Dante, 1929

La poesia è una scienza esatta, come la geometria.

Gustave Flaubert, Lettera a Louise Colet, 1853

Un tempo si credeva che lo zucchero si estraesse solo dalla canna da zucchero, ora se ne estrae quasi da ogni cosa; lo stesso per la poesia, estraiamola da dove vogliamo, perchéè dappertutto.

Gustave Flaubert, Corrispondenza, 1830/80 (postumo)

La poesia è un modo di prendere la vita alla gola.

Robert Frost, Comment

Ciò che non rapisce non può essere poesia.

Joseph Joubert, Pensieri, 1838 (postumo) 

Poesia è malattia.

Franz Kafka, Conversazioni con Gustav Janouch, 1953

Se la poesia non nasce con la stessa naturalezza delle foglie sugli alberi,è meglio che non nasca neppure.

John Keats, Lettera a John Taylor, 1818

Una poesia è buona finché si sa di chi è.

Karl Kraus, Di notte, 1918

 

Esiste una logica per la poesia. Non è quella della filosofia. I filosofi non sono all'altezza dei poeti.

Isidore Ducasse conte di Lautrémont, Poesie, 1870

Tutto si è perfezionato da Omero in poi, ma non la poesia.

Giacomo Leopardi, Zibaldone, 1817/32 (postumo 1898/1900)

Una poesia ragionevole è lo stesso che dire una bestia ragionevole.

Giacomo Leopardi, Zibaldone, 1817/32 (postumo 1898/1900)

Una poesia non deve significare ma essere.

Archibald McLeish, Ars Poetica, 1926

Il ricordo è poesia, e la poesia non è se non ricordo.

Giovanni Pascoli, Primi poemetti, 1904

Far poesie è come far l'amore: non si saprà mai se la propria gioia è condivisa.

Cesare Pavese, Il mestiere di vivere, 1935/50 (postumo 1952)

La grande poesia è semplicemente linguaggio carico di significato al più alto grado possibile.

Ezra Pound, Come bisogna leggere

Un sano tirocinio poetico non consiste in altro che nell'imparare ad essere scontenti.

Ezra Pound

La poesia richiede un genio particolare, che non va troppo d'accordo col buon senso. Ora è il linguaggio degli dèi, ora quello dei pazzi, raramente quello di un onest'uomo.

Charles de Saint-Evremond, Sui caratteri delle tragedie

Si deve sapere che una banalità, anche se torna continuamente a capo, non è ancora una poesia.

Italo Tavolato, Zibaldone, 1914/15

Una bella poesia è un contributo alla realtà. Il mondo non è più lo stesso dopo che gli si è aggiunta una bella poesia.

Dylan Thomas, Quite early one morning, 1954 (postumo)

La poesia è una malattia del cervello.

Alfred de Vigny, Chatterton, 1835

Un uomo sano arrossisce sempre quando ha fatto una poesia.

Frank Wedekind, Die junge Welt, 1891

 

Per quanto mi riguarda trova condivisibili gli aforismi evidenziati in azzurro.

Un saluto a tutti ed un ringraziamento all’indefesso Lorenzo De Ninis.

Piero Colonna Romano

 

L'incontro
Seguì, elegantemente, le curve d'una strada. Dal verso opposto, sciattamente, altro le ignorava. L'incontro fu rovente.

Stendhal
Quel quadro lo guardavo sempre. Una distesa di papaveri, carnosi per eccesso d'acrilico, sullo sfondo un cielo ceruleo contro il quale spiccano pioppi cipressini. S'intuisce un'aura di vento che agita quelle foglie.
Attraeva il mio sguardo magneticamente, mi chiamava quando distoglievo gli occhi, mi pareva udire il fruscio di quelle fronde e, quel fruscio, diveniva ululato di un misterioso vento che piegava quegli alberi.
Si, mi chiamava, voleva la mia attenzione.
Ed iniziò a ruotare sulla parete, prima lentamente poi sempre più rapidamente fino a divenire un vortice dove i colori si confondevano, mescolandosi tra loro.
Così, all'improvviso fui circondato da quei papaveri, toccavo quel rosso abbagliante, strappavo quelle corolle, le stringevo tra le mani. Distillavo il loro umore, me ne ricoprivo il collo, le guance, gli occhi.
E apparve una donna, in mezzo a quel campo, vestita da una corta camicia bianca che il vento smuoveva. Coglieva quei papaveri, ne componeva un effimero fascio. Girandosi verso me mi rivolse un sorriso denso di promesse. E corse nella mia direzione, le braccia colme di quei fiori del colore del sangue e dell'amore.
Ci inondò una cascata di petali rossi durante l'abbraccio, stringevo la sua nudità scarsamente velata e lei rideva con denti smaglianti. I suoi occhi cancellavano il colore del cielo. Così sentii il sapore delle sue labbra, cercai la sua lingua, bevvi il suo respiro.
Dopo, tenendoci per mano, attraversammo quel campo, andando verso una strada. La percorremmo fino ad una curva dietro alla quale esplose il respiro del mare.
Laggiù, sotto noi, con tutte le gradazioni dell'azzurro e del verde il mare. Il mio mare.
Improvvisamente la scena cambiò: la vidi su di un palco al centro d'una piazza inchinarsi ad un inesistente pubblico. Poi, curiosa, sbirciò dentro una vetrina e quella vetrata rifletteva il mare, lei stessa ed un isola spersa.
Respiravo il suo profumo.
E, con lo sfondo di una chiesa romanica, eccola in cima alla scalinata antica. Più sotto, all'ombra di una croce, attendevo. E gabbiani urlanti si tuffavano, veloci, nel mare. E, su quel mare, tutto galleggiava immerso in vapori bianchi.
La guardavo e, d'un tratto, il suo corpo fu contornato da colori tremanti, come se un terzo occhio mi facesse scorgere una cangiante aura che tutto di lei mi diceva.
Un lieve azzurro era la sua dolcezza e quell'azzurro cupo la sua disperazione, quel rosso violento la sua passione. Un arancione mi diceva della sua generosità. E quel viola, quel viola, mi narrava della sua sensualità e del suo bisogno d'appagamento.
Un tremulo giallo era il suo bisogno di tenerezza e di protezione, bisogno d'essere stretta e apprezzata per quel suo essere donna.
Un marrone cupo mi diceva del suo volere certezze ed un rosa intenso denunciava la sua vanità, il suo voler essere ammirata, per quanto la sua bellezza offriva a tutti.
Rabbrividii vedendo un pallido indaco che di falsità ed ipocrisia parlava. Lo scacciai dalla mia mente: non poteva esistere se non per una distorsione del mio terzo occhio.
Falsità, ipocrisia, tradimento non le potevano appartenere.
Cancellai quel colore rivelatore, sapendo che poteva bruciare la mia anima.
Salii quelle scale, la sollevi da terra, la strinsi con violenza.

E tutto scomparve in un vortice inverso, il vento ululava tra i pioppi ma il suo suono sempre più si affievoliva. Lentamente i colori si ricomponevano.
Ero là, davanti a quel quadro che non mi chiamava più.
Appeso a quella parete resta il ricordo della sua magia.


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