Poesie di Stefano Cona


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Stefano Cona vive a Roma doveè nato nel 1946. Ha scritto numerosi racconti, favole e poesie nelle quali si avverte l’influenza delle diverse culture dei molti paesi in cui ha viaggiato per esigenze di lavoro. Per anni siè dedicato alla narrativa, sperimentando stili di scrittura diversi fino ad arrivare alla scuola minimalista di Carver. (Raymond - Clatskaine 25-05-1938, Port Angeles 2-8-1988 - Narratore statunitense tra i maggiori esponenti del minimalismo) Proprio lo stile carveriano ha progressivamente spostato i suoi interessi letterari dalla prosa alla poesia. Dal 2000, infatti, la sua produzione letteraria ha riguardato sostanzialmente la poesia, pur non avendo abbandonato del tutto la narrativa. Ha conseguito numerosi riconoscimenti e premi. Tra gli ultimi, si citano il Primo Premio nel Concorso Clitunno 2001 del Comune di Spoleto con la silloge "Rive di Stelle in una Ciotola vuota" e nel 2002 un altro primo premio al concorso San Benedetto del Comune di Norcia con la silloge "Le ombre dei calvari". Sue opere sono pubblicate in riviste letterarie ed Antologie. Nel mese di Luglio 2002è stata edita la sua prima raccolta di quaranta poesie nel volume intitolato "Riflesso di Bambina".

 

La preghiera ad un fiore di loto
(Quando matura il frutto rosso e verdeggiante ancora,
torna come se rifiorisse – da “La baia delle evodie”
di Wang Wei
)

Ti prego, piccolo fior di loto,
naviga il tuo stagno verde
dimenticando il glicine affettuoso
che lambisce i tuoi petali odorosi.
Muta la tua sembianza colorata
avvizzendo il pistillo tuo vitale
mentre galleggi nella parte scura
dell’acque imputridite dal ristagno.
Trasformando l’aggraziato tuo disegno
attenderai che il vento generoso
ti trasporti di nuovo verso il sole
a navigar sereno, come ti suole.

E non rimpianger tua beltà smarrita
se questo è il gravame da portare
per potere tornare a navigare
circondato dal mandorlo e il sambuco.
I tuoi petali torneranno ancor più belli
e il glicine sfiorerà ancora la tua scia
del tuo navigare allegro in acque chiare.
Non smarrirai giammai la tua beltà
se non per il tempo breve dell’attesa
che il vento ti allontani dal pantano
col suo soffio soave e con l’odor del mare
che t’ha insegnato a vivere ed amare.

Ti prego dunque, fiore delicato,
sopporta l’afrore del ristagno
affonda tue radici nel veleno
che, anche non tuo amico, è pur nemico
di quell’acque malvagie senza vita.
Bagnati in esso solo col pensiero
di un nuovo giorno sul tuo chiaro stagno
dove sarai re di nuovo con corona
di petali setosi e colorati, quelli di sempre
piccolo fior di loto, fiore profumato.

Desideri
Avremmo potuto…
far corona a un fuoco
con guizzanti sguardi
brillanti d’allegria
e, placidi, parlare
delle nostre donne
che ci hanno lasciato
oppure, di quelle,
che, mai,
ci hanno abbandonato.
Avremmo potuto…
ricordare i tempi andati
e mostrarci, l’un l’altro,
i bianchi segni
delle nostre ginocchia
e dei gomiti grinzosi.
Avremmo potuto…
aspettare l’alba
intonando una canzone
con parole storpiate
dal tempo trascorso
dagli antichi canti.
Avremmo potuto…
piangere ancor,
come una volta,
(e dire ch’era il fumo)
e stupirci,
nella convinzione
di esser prosciugati
dalla vita
Avremmo potuto…
pescare con le mani
tutti i pesci del lago,
come raccontavamo
e non abbiam mai fatto.
Mai nella vita.
Avremmo potuto…
raccontare storie,
convinti
d’impossibili realtà,
oppure,
confessare al fuoco
il piattume
delle storie vere,
vissute senza epiloghi;
o solo conclusioni
di momenti,
vissuti un solo istante
o sprecati negli gli anni
senza alcun fuoco
sulla spoglia riva
d’ un lago immaginario.

Avremmo potuto…
ubriacarci
e tornare,
dopo l’alba,
a salutarci,
ebbri,
soltanto,
di quel fuoco.

Avremmo potuto,
…solo che avessimo avuto
qualche scintilla
o un lago
a portata di mano
o solo nella mente.

E non ci saranno più…
E non ci saranno più
Allegre risa
A tintinnare intorno
Il nuovo giorno
Ne petali di luci alle pareti
Ne pani fragranti sul tuo lino
Ne il ribollir festoso del mattino
Che spande l’aroma del buongiorno
Dalla cucina fino nel soggiorno.

E poi…

Non ci saranno fiori
Sul mandorlo gelato,
Ne oro vaporoso
Ad adornar mimosa,
Ne tepore addolcirà
Il denudar d’ulivi
Al tintinnio festante
Delle campane sciolte.
L’arsura dell’estate
Giungerà prepotente
Senza ciliegi rossi
A scintillare al sole
Senza spighe nutrienti
Ad additare il cielo
Senza vele spiegate
Nel mare senza vento.

Brucia la vita infine
In due sole stagioni
Nel rigore d’inverno,
nell’estate d’inferno,
nella memoria corta
d’una storia sepolta
prima ancor che sia morta.

Infinito in ritardo
E' tardi, questa notte
e questo sempre,
inesistente
come eco di stelle
dissolte nel sidereo
cosmo della mente,
mistero di ragione
per l'umano niente.
E' tardi, questa notte
e questo sguardo,
annodato
in trame di pianeti
e soli incandescenti,
aggiogati a traiettorie
fatiscenti,
nel lacero sudario
d'infinito.
E' tardi, per vagiti di stelle
o fragori
di buio immanente,
nell'immoto siderale niente,
senza profilo
d'un confine
o divino portale
d'una presenza con sacrale essenza.
E' troppo tardi, ormai
per afferrar la luce
o udire l'armoniosa voce
di quel soave canto,
che come note
ha solo le sottili stille
dello sgomento,
tramutato in pianto.

                E' tardi,
                  o r a!
               O, forse,
              s e m p r e
                è stato
                e sarà
                 tardi!

Con gli occhi chiusi e con le mani giunte
Con gli occhi chiusi e con le mani giunte
odo il sussurro lieve
e l'armonioso canto
del manto ricamato di diamanti,
scintille degli Dei
e luce degli amanti.

Echi presenti di lontane voci,
di storie familiari
di giovanili ardori,
note di verde vita ormai sfiorita
nei petali degli anni
sgusciati tra le dita.

Eppure sono lo stesso, sempre io,
carcassa consumata
e mente ormai annebbiata
con la sola speranza, amica dolce,
di coglier la sua voce
che mi chiama per nome.

Gocce di cielo, argentee e scintillanti
opalescenti perle,
iridi d'altre genti,
perché, con voi, non mi volete ancora?
Il mio viso é senz'occhi
e ho giunto le mie mani.

Con gli occhi chiusi e con le mani giunte
dunque vi sto implorando
di tramutarmi in luce
per altri come me, teneri amanti,
ad indicar la via
che tutti noi conduce
a giungere le mani con occhi chiusi,
infine.

La ciotola
Opachi tramonti,
fiati silenti,
sguardi spenti
al domani,
sulla bagnata riva
di questa ciotola di mondo
ornata al suo finire
d'un altro giorno
della stessa vita
di ieri e di domani,
senza che strale alcuno
venga ad incendiar
la mente
o il cuore,
per dar parole
ai fiati,
luce ai tramonti,
orizzonti
agli sguardi.
Ciotola vuota.

Flutti
Nuoto
nei flutti
della notte
mia.

Respiro
fragranze
piene
di malinconia.

Ti parlo.
Fisso
lo sguardo
cieco.

Muto,
l’amore
tace.
Non è più.

Ghirlande
di dolore
nella notte
mia.

Gocciola
bianca
nel cielo
la tua scia.

Annego
nei flutti
della notte
mia.

Profumi e visioni
Il profumo di gelsomino
ammanta ancora
quegli amori nascosti
e negati
come fiori sì rari
per essere
colti e odorati.

Il disegno proteso
dell’agave in fiore
sul costone scosceso
verso un mare turchese,
continua a brillare
delle ultime gocce
di bianca rugiada.

I guardiani dell’alba
disegnano stridule orbite
oblique alle prede marine,
tingendo di rosa
le ali lucenti
nel silenzio del giorno

Profumi e visioni fissate
in un orizzonte lontano
lasciato a marcire di dietro,
in un tempo che non ha più giornate,
se non quelle confuse e sfumate,
sparse di notte, nel fondo di un vetro

Ulisse, ora.
Più non vedrai l’Itaca tua,
antico Ulisse,
che per mare vai
verso la tua avventura,
spoglio d’un dio minore,
che ti protegga dal livido furore
che t’attende oltre la battigia.
Più non udrai lo scorrere del tempo
nelle stagioni della tua foresta
o nei fluviali scialli della terra
o nei lamenti, amorosi, delle fiere
o nelle grida, pietose, delle prede.
Tu stesso preda,
non udrai il tuo idioma,
né lo stormire delle foglie amiche,
né il silenzio ammantato dai tuoi sogni.
Non spanderai il tuo vitale spiro
nell’aria tersa d’ innocenza antica
o nei profumi della savana amica.
Vedrai nuovi colori, opachi e tristi
Udrai suoni di parole irate
come risposte alla tua nuova vita,
il tuo diritto, il tuo greve dovere,
negati alla tua razza e al tuo colore.
Più non vedrai ,
Ulisse nero,
bagliori del tuo fuoco
nella paterna casa,
ad accender le gote di tua donna.
Più non vedrai la tela
dei tuoi anni,
ricamata con la seta
di tua storia,
ma solo il brandello vilipeso
del futuro d’un uomo,
senza radici
e senza più memoria.

Rado il mattino
al nostro abbraccio.

Io,
mare tranquillo
e tu,
cinereo cielo.

Lieve brezza ci alita l’amore.

E poi d’un tratto
il vento.

Quello di maestrale.

Quante parole
Quante parole
e quanta poca voce
per dir quelle frasi tanto amare,
senza pietoso fiore di tristezza
che adorni con sue spine,
i petali crudeli di distanza.

Quante parole,
mute alla ragione
di chi crede, ancora, a quell’amore,
ricordando un altro sguardo antico,
ora opaco di luce
e volto, solo, all’ombre d’abbandono.

Quante parole
in questa nuda stanza,
ultimo lido al tuo salpar nemico
per altro mar da me così distante
dal procelloso mio,
ornato da tua riva.

Quante parole
e quanti miei pensieri,
quanto rumore per un amor che muore,
quanto dolore, privo di parole.

Il mar s’è schiuso
senza più onde e vento
e sole.

Abisso,
solo abisso
di parole.

Il tempo d’emozioni
Invento il tempo delle mie emozioni,
ma non trovo il loro calendario
appeso ai chiodi di memoria,
che sostengono, invece, le ragioni,
tutte ordinate come un dizionario
per singola sconfitta o per vittoria.
Il tempo dell’amore o del dolore,
le ore della noia o della rabbia,
gli anni solitari d’abbandono,
tutto il tempo sprecato nel rancore,
tutto, tutto, confuso nella sabbia
di quel deserto che mi sento e, sono.
Una emozione verde e, poi, la stessa,
ancor più acerba della prima volta
e, di nuovo, presente, con più rughe,
che lieve o prepotente mi sconfessa
quell’illusa certezza, come stolta
emozione, che insegue le mie fughe.
E il dolore della prima delusione
é lo stesso dell’ultima di ieri,
la speranza per un nuovo amore
ribolle nello stesso calderone
di tutti gli anni, orgogliosi e fieri
segnati, sempre, dallo stesso errore.
Non ha dunque tempo l’emozione,
se non quello del suo eterno istante
che sorprende puntualmente la ragione
diventata, ogni giorno, più labile e distante.

Abbandono
Come eco di mare
in valva
sterile di perla,
mi ritorna il ricordo
di quei giorni
miei.
Foglie accartocciate
già da fine estate,
ricci spinosi
di castagni
troppo farinosi,
legna verde,
ignifuga
al camino,
notte di cielo
senza lacrime
lucenti
e senza luna.
Soffitto
sempre uguale
col peso delle braccia
sulla fronte,
ogni giorno
più greve.
E d’un tratto,
Dicembre,
argentato,
sfavillante
di rosso,
col pungitopo
ornato al suo finire
e, finalmente,
l’immagine di te
che, caparbia
al mio dolore,
m’indicavi
gioiosa,
il mio avvenire.

Il bosco
Ci siamo perduti nei sentieri
intricati del bosco
dove i nostri richiami,
ovattati dai tronchi,
si smorzavan
tra i cespugli e le piante.
Abbiamo percorso la strada
continuando a chiamarci
fino a quando udivamo la voce,
quella nostra, che chiamava.
Poi abbiamo taciuto
e ci siamo uniti al silenzio del bosco
come giovani foglie,
tenere piante e cespugli e radici
e poi stessi tronchi.
E il tempo ha coperto i sentieri,
ci ha mutato natura
e quando ci siamo incontrati
di nuovo,
e, solo, per caso,
eravam troppo uguali
per poter ricordare.
Tutti eravamo,
alla fine,
quel bosco.

La schiera dei giorni
Malinconia, la mia, volge
la mente ai dì passati,
sempre più folta schiera,
che ha soltanto me,
come bandiera.
E solco con la mente,
i mari di memoria,
ed ogni notte emerge,
come rupe scogliosa,
la mia storia.
Abbandoni estremi,
sconfitte giornaliere,
sterili orti senza semi,
e notti improvvise,
senza dolci sere.
E squarci di bagliori,
che come arcobaleni
lusingano, con vividi colori,
i virenti terreni
dopo la tempesta.
Ingannevole sogno
di uomo che si desta,
inerme preda del bisogno,
di respirare , ancor, quel sogno.
Ma l’alba è già passata.
La calda stella splende
e la schiera, già ordinata,
nuove battaglie attende.
Già so, che la speranza
muore, in questa guerra,
in strada o nella stanza
e poi sepolta in terra.

Ma lo stesso!
Con respiro fiero,
mi scaglio addosso al mio futuro,
io, prode condottiero,
del tempo mio maturo.

Il porto perduto
Mi porto dentro al petto
un cuore come il mare
sul quale navigare
con solo un fazzoletto
spiegato come vela
su un albero maestro
che sia esso candela,
che sia esso capestro.

L’incontro
E se
una sera d’estate
t’incontrassi
di nuovo,
come mai
t’ho incontrato.
E se
tu mi guardassi
con gli stessi
miei occhi,
solo più innocenti
E se
mi riconoscessi
tu,
senza che io potessi
disconoscerti,
per la tua età
passata,
celata in quella mia,
presente,
come coltre gravosa
ai miei ricordi.

Se questo incontro
potesse essere,
…solo allora
riconoscerei
le mie radici
e l’amerei.

La superficie dei pensieri
Eccomi qui
racchiuso dentro il borgo
a dialogar
coi gatti e col fornaio,
a misurar
la scala comunale,
che mi conduce
all’uman vivaio,
coi suoi gradini
del corso principale.

Dopo una vita
trascorsa ad esplorare
continenti e città
d’altri emisferi,
e a dialogare
in idiomi diversi
da quello mio natale,
eccomi qui
che mi ritrovo a dialettare,
storpiando tre parole
e un ausiliare.

E a pensare che un tempo
rinunciai a lei
che mi voleva racchiuso
in un paesino,
dove la piazza
stava sopra al mare
ed era poco più grande
di un catino.

Mi ricordo una sera,
con gli amici,
dopo aver fatto due volte
il giro del paese,
mi chiesi con stupore:
“Dove sto specchiando
la mia spaziosa fronte?!”
visto che i miei passi
calcavan l’orizzonte.

E adesso sono qua
e passo il tempo
a ripensarmi là,
domandandomi,
spesso e volentieri,
quale sia
la giusta superficie
dei pensieri.

Noia
Una persiana
verde
su un muro
scalcinato,
un comignolo
muschiato,
un tegolato,
un rudere romano
restaurato,
una piazzetta
con un lampioncino,
lenzuola colorate
sopra un filo,
una vecchietta
che spazza
la sua corte,
tre bambini
con le gambe storte,
un gatto
spelacchiato
che rincorre
la sua coda,
un cielo
inanellato
di turchesi
che spuntano
a tratti
dalle nubi
bianche,
le mie parole
stanche,
elencate
per noia,
da una penna
vuota,
senza più inchiostro
per descriver
la valle
e i monti,
che, sopra
la persiana,
il muro,
il comignolo,
il tegolato ,
il rudere romano,
la piazzetta,
sono l’orizzonte
vero.

Anche oggi,
in questo
giorno
nero.

Siesta
Era assopito il giorno
nel mio borgo,
non un rumore,
un suono
un tintinnare,
l’aria era immota,
non squarciata
dall’agitar di braccia
o l’avanzar di passi.
Celati i corpi lassi,
dentro le case
la gente riposava,
all’ombra chiusa
delle imposte scese.

Solo il mio corpo
non trovava quiete
nella frescura mite
della corte antica,
come se la fatica
del viver quotidiano
considerasse vano
il momento di quiete
sparso tutt’intorno,
nella pausa breve
di quel pigro giorno.

Vagava la mia mente
in quel momento,
come sempre faceva
nel dì che imperversava,
per misteriose rotte
disegnate la notte
ed esplorate di giorno
in un andar senza ritorno
a ricercare il grigio vello
che l’aveva mappate
dentro al mio cervello.

E’ assopito il giorno
nel mio borgo,
anch’oggi, come ieri
ed io ancor non scorgo
nel cuore e nei pensieri,
una lontana meta
anche in quest’ora
silenziosa e quieta.

Vita
E’ tanto tempo ormai
che il dardo mio
fende il cielo
che mi fu assegnato

Una striscia di cielo
accanto a tante altre
di ugual colore
e uguale tessitura.

Una striscia sottile
graffiata da altri dardi
prima di quello mio
che già l’ha divorata.

Visione
Una lucente squama
m’inondò lo sguardo
fissato dentro al fiume.

Un bagliore,
e poi
l’acqua verdastra,
ancora.

Come se quel brillare
fosse mai stato!

Forse un pesce fatato
che compare e scompare
nell’acqua smeraldina
dove l’alghe
della mia illusione
son pietoso riparo
ad una impossibile
e magica visione.

Ci vorrebbe una tisana
Questa notte ci vorrebbe una tisana
per accogliere il sonno fuori l'uscio,
non vale il vino rosso a sopir la veglia,
ne greggi di pecore o di amori,
stanotte c'è nell'aria la poesia,
quella desiderata e non espressa,
quella che rimane appesa sul soffitto
quando la scala è priva dell'ultimo piolo.

Il gatto dorme sul divano e il frigo si lamenta
ma il cibo è scarso e non ho più fame.
Ho una camicia bianca ma non posseggo ponti.
Anche le stelle si sono addormentate
e la finestra è solo un vetro opaco.

Voi che avete ancora il cuore
Mi torse il cuore
e lo strappò via
una sera d'estate
che non ebbe notte.

Fu il rosso del tramonto
a tingere il mio tempo
che defluì improvviso
proprio da quello squarcio.

Non chiedetemi come
né se potevo io
evitar quello strappo
che fermò il mio tempo.

Non chiedetemi ancora!
Se l'amo, nonostante.
Se l'amo ,senza cuore.
Se l'amo, ingiustamente.

Una cosa vi chiedo,
a voi che avete ancora il cuore,
se l'incontraste nella via
guardate la sua mano.

Sarei felice di sapere
che ella stringe ancora
quello che fu il mio cuore.
Solo questo, nient'altro.

Del Rosso e del Nero
Trascorro la mia vita al Casinò,
fasciato da un vestito sempre uguale
liso dagli anni e dalle poste andate,
dalle speranze di fiches mai giocate.

Fantasma intorno alla roulette inferma
dove il rosso mai vince ed il nero arrende
la propria attesa, sul tappeto verde,
braccia protese dalle dita adunche,
punto la posta sull'eterna terna.

Angoscia , tremito e paura
restano sempre dentro la roulette
perchè il croupier, malignamente, bara
anche se poi sussurra: "Je regrette".

E continuo a giocare senza più puntare
i battiti di un cuore accelerato,
le gocce di sudore sulla fronte,
nemmeno più il tappeto, l'orizzonte.

Parole come foglie
Cadon le sue parole
come foglie,
in quest’Autunno
di malinconia.
Parole attese
e ancora non udite,
come ricci spinosi
di castagne,
come verde avvizzito
e accartocciato.

Era d’Autunno
quando la lasciai.

Quando l’Inverno giunse
senza lei
non portò aria tersa
dal gelo
del suo manto,
ne recò lenimento
la fiamma
del camino.

Solo piombo di cielo
senza sole
e spessa nebbia
per le campagne e il cuore.
Ghiaccio mattutino
e cristalli di lacrime
sul volto
di un bambino.

Non un lamento non una parola
volteggiaron
nell’aria quel mattino

Solo la lenta traiettoria
di quell’ultima foglia
che cadeva.

Giulia
Già le nostre parole
indovinano unite
un sogno
lontano nel tempo.
Intanto un raggio sottile
accende il presente.

**************

Chi sei, veramente,
tu che osi donarmi
dolcezza e parole,
tu che scindi
l'amaro dal dolce
nell'ampolla dorata
dal miele degli anni?


Sarai forse
il sorriso della notte
spalancato sugli occhi
dei tuoi mille volti
o il buio sidereo
d'un mistero,
scandito da strali
e boati
di mondi già sorti
e appena svaniti.

Sarai forse
calore inatteso
che consola
il rifiuto gelato
o cristallo di ghiaccio
affilato e brandito,
senza senno
nella carne,
per tingere di rosso
la tua notte.

Sarai forse
il mio specchio dorato
o il mio orrido pozzo!

Già conosco
il tuo nome
unica pesta
lieve e regale
impressa
ad un'alea illusoria.

Sei tu.
Quella di mai.

Superba
in mezzo a queste meretrici
dagli occhi tristi
e dai sorrisi di caparra,
mi sento a casa mia,
quasi in famiglia,
a suonare
distratto
una chitarra
vinta ai dadi
dentro un'osteria.

Queste strade
strette
che sono cittadelle
di malinconia
eppure…
spazi aperti di fantasticherie
affidate ai sibili del vento,
quando c'è vento,
oppure
al calpestio dei passi
dei rari fortunati
che se ne vanno via,
lasciando
quell'acciottolato
per un destino incerto,
ma certo,
più ingenuo e fortunato.

Chiacchiere
inframmezzate
da prezzi a buon mercato,
dichiarati
con sguardi di speranza ,
tanto la stanzaè gratis
e i costi sono all'osso,
se non si conta la carne
che si spreca
tra una traversa e l'altra,
oppure,
tra un antro buio ed un sagrato ,
dove,
mentre si aspetta,
si sogna,
magari,
di salire
con uno strascico
che spazzi via il passato.


E strimpello due corde,
quelle più accordate,
-re-
-mi-
perché
se davvero io li avessi
remi
robusti
che frusciassero sul mare
io me ne andrei,
anch'io,
a cercare il senso vero
di queste attese inviolate
in vicoli di noia e di paura,

chè la cittàè intrisa di superbia
per i sorrisi
a tendere ombelichi
e dita
martoriate da preghiere.

Da Cinderella man
a far crescere il latte
con l'acqua del lavabo
o risuolare scarpe
con il quotidiano,
senza contare il freddo,
chè coperte non sono
mica tante
e per il legno da bruciare
s'aspetta l'ultima lacrima
messa ad asciugare

e non si parla proprio
di rubare
perché la dignità,
ultima stufa,
è l'unica cosa,
che ancora ci riscalda,
in questa vita grama
senza nemmeno forza
d'essere ribalda

ascolta allora
il canto della pancia,
cheè suono che rammenta
che sei vivo,
nelle viscere almeno,
mentre la testa
gira e gira e gira
ma non canta
come il vento cileno
di qualche ultimo verso

fame e non fama ancora
che sfama la tua fame
d'arrivare
solo per guadagnare
un po' di latte in più
qualche ciocco di legno
e far fermare
questa tua testa che
gira e gira e gira
al canto della pancia.

Chitarre e fuochi
Una chitarra, un fuoco
e un po' di fumo,
qualche nota scintilla
sui sorrisi
degli amici d'allora,
gli stessi che per volta
dei sogni nella notte
in riva al mare,
avevano le stelle,
come brace,
ed una canna,
senza lenza
e senz'amo,
da tirare.

Ora bracieri freddi,
notti senza stelle
e i brividi di vita sulla pelle
sono i sogni riassunti
sopra un francobollo
per l'ultima missiva
da sputarmi addosso,
col cuore secco
e senza più saliva.

Salario
quante vasche
dovrò ancor
riempire,
con il dolore
della privazione,
per estrarre
due once
d'oro bianco
e rigare la guancia
della mia estranea faccia?

quanti peccati
dovrò ancora
consumare,
con la rabbia
della mia vita piatta,
per strappare
l'anima
dal mio sottile male
ed assumer sembianza
scalpellata a sale?

quanti litri di vino
dovranno ancor
versarmi
per potersi giacere,
i miei lati oscuri,
con i pensieri miei
più arditi e misteriosi
e figliare, alla fine,
unguenti
di salvifiche nevrosi?

non ho imeni da offrire alla violenza
per la salvezza degli angeli del giusto
e l'ultimo dei giustiè un alcolizzato.

Storie di muri, siringhe e amori
Torno a scrivere dopo tanto tempo
ma sai , questo nostro sitoè divorante,
ingordo di esistenza e di speranza,
tutte domande che sono forse l'unica
vera essenza della prova della non assurdità
di questa nostro essere in questa fetta di tempo.

Ho perso l'abitudine a scrivere e dunque
parlerò di qualcosa di noi che tu già sai,
non per le parole che non ti ho detto,
ma per il pensiero, che sai, mi conduce
a far esistere le cose come sono esse,
viste da me e dunque mie e da me dipendenti.

In Alabama stai e sai che non volevo, Simone,
non per egoismo, (superfluo dirlo a te, vero?)
ma perché temo quell'uomo e quella terra
di periferia d'un mondo buono solo per turismo,
come quando a New York bevevamo whisky
distillato sulle colline, alla meno peggio, di nascosto.

Invece ora sei in chissà quale catapecchia,
circondata da pattume fumante, il cui afrore
offende il tuo Chanel sparso sulle lenzuola,
forse rattoppate, di quell'uomo con il braccio d'oro,
reietto bastardo d'uno scrittore ubriaco di anarchia
esistenziale, senza colpa, lo so, ma troppo bravo lo stesso.

Come cazzo si chiama il maledetto? Nelson?
Sì. Mi sembra sia lui ed io, al suo confronto,
col mio nobile, Jean Paul, non ho chances,
anche se mi hai scritto che m'ami sempre
magari come una pianta di casa, dico io,
piu volte trapiantata ed innaffiata, curata.

Certo che anche quel drogato mica sarà contento
a sapere che scopi con lui ma continui ad amare me.
No, no, perdonami, non volevo. E sai che non lo penso.
Drogatoè offensivo, diminutivo per Nelson, lo so
e non potrebbe essere altrimenti, se tu ora sei con lui
ed io me ne sto qui, a Montparnasse, ad esistere lo stesso.

Torna , t'aspetto. Anche Albertè andato via
quello, sì,è anarchico di mente, mezzo africano,
eppure lo amavamo, ti ricordi? Ancora l'amo
quel filosofo scemo traballante, un genio.
Bhe ho scritto davvero troppo ed in sequenza.

Torno al nostro sito, quello di cui ancora non ho capito
se diverrà corrente letteraria o filosofica.
Maè presto per dirlo, bisognerà aspettare la fine della guerra
e qualche premio Nobel. Tanto il Nazismo ha torto.
E noi ragione. Anche Nelson lo dice, mentre passa
le carte al suo amico Doc. Un tisico famoso. Un eroe.

da Kerouac al Grande Fratello
io vissi insieme ad altri
tra orizzonti aperti
con sogni da sognare
con lotte da sperare

oggi si sta da soli
costretti in corridoi
ad occhi aperti
sulle pareti strette

muovi i tuoi passi
sull'unico orizzonte
che ancora t'han lasciato
forse per distrazione

Raggiungiti, se puoi!

d'ambra e di brina
d'ambra e di brina
sei,
bambina mia,
Diletta

fosti e sarai
quel battito di vita
disciolto una mattina
in una goccia.

brina di gioia,
ambra di dolore.

Residui d'anima
Vivrò l'istante più lucente
fidando nell'anima rimasta,
avorio striminzito d'una vita
chè schegge d'essa sparsi
ad ingemmare ebani riarsi.

Senza check in
I giochi, i lacrimoni ed i sorrisi
i visi puri con iridi ridenti
senza ricordi, senza pentimenti,
senza check-in, pur avendo ali.

Fummo bambini, speranze staminali.

Fegato marcio e tremito di mani

"fegato marcio
e tremito di mani
son gli unici orizzonti
del domani
"

in fondo a un vetro
spesso,
ritrovo le mie assenze
da me stesso,
io che fui presente
sempre,
in un passato astemio
di esperienze.

Forse... chissà... son matto!
Saranno i troppi SoCo,
sarà questo tepore
che lo stomaco spande
nella testa chinata
sull'orecchia destra
della Bergere rossa.....

Sarà che la tristezza
mi fa sentire già
col piede nella fossa
come un formaggio fresco
lasciato a stagionare
senza poter sognare.....

Sarà che sono stanco
di star disteso a letto
senza motivo alcuno
di mettermi su un fianco
perchè sull'altro lato
tanto non c'è nessuno.....

Sarà che chi mi ama
mi ama a modo suo
e anche se non chiama
deduco che mi pensa
deduco che le manco
deduco deduco deduco
deduco che son stanco....

Sarà forse poesia
questo languore al cuore
questa danza impazzita
d'una legna bruciata
che splende di carminio
nel fondo del camino....

Sarà forse poesia
questa amica fedele
che mi siede accanto
sussurandomi lieve
" mio tenero compagno
non puoi mandare via
la tua Malinconia".....

Sarà che sono stanco
saranno i troppi SoCo
sarà la mia tristezza
ma porto la mia mano
sul mio ventre piatto
e trovo tenerezza
sul dorso del mio gatto.

D'un tratto son contento
mi regalo un sorriso
mi faccio un altro SoCo.
e mi sento soddisfatto.

Bha!

Forse... chissà... son matto!

Erotico riflesso
Venir con te
nell'alito
d'un cielo
racchiuso
nel tuo mare.

Caldo del mio

Alla trebbia dei ricordi
Sono andato alla trebbia
dei ricordi
un campo immenso
sotto un cielo grigio
tutti chinati in terra
con le falci
coi sacchi
colle croci
coi sorrisi
con le rughe cascanti
sulle zolle degli anni
tutti silenti
tutti indifferenti
agli altri.

Ho cercato il mio orto
in mezzo a quelle croci
e l'ho trovato
ammantato
dei fiori dell'ortica,
di cardi
di cicoria
e piante di cicuta
mentre cicaleggiava
il vento dalle nubi.

Solo un istante
ho chinato il capo
poi ho avvertito
un dolore nella schiena
le ginocchia cigolare
e l'anima pesante
come un vomere
d'intagliata pietra.

Mi son guardato attorno
ho visto gli altri
ancora chini
e con le dita rosse
dal sangue preteso
dalle ortiche
e con lo sguardo vuoto
in mezzo a quelle zolle
secche.

Ho alzato il viso al cielo
e tra le nubi
ho scorto un sole che ghignava.
L'ho mandato affanculo*
ho girato le spalle
e mi son trascinato
davanti al mio avvenire.
* (licenza poetica)

Spiccioli di attesa
“Fumai un pacchetto di Chesterfield
sotto la luce gialla del lampione,
e inalavo col fumo la speranza
d’un trench rosso e di stivali neri”

**************************

E sto qui a contare
gli spiccioli rimasti
nella tasca,
col tuo profumo
ancora
nella testa.


Uno spazzino
con la sua saggina
graffia un selciato
che non ha più orme


Quell’angolo di strada
non regala resti
al mendicante chino
sul cartone liso

*****************************

“Piovve quella sera a intimidir l’attesa
a lucidare gli occhi fissi sul portone
a disegnare laghi dove un Narciso
non avrebbe riflesso il suo profilo.”   

Luccicano tessere di storia
Tramonto maculato
di ali nere
e vento pieno
del gracchiar di corvi,
tessere luccicanti
tra l’erba ancor virente
e salso aere
a carezzar le pietre.

Seduto sopra il resto
d’un mercato
vicino a un crocevia
pietroso di silenzi
avverto ombre Vestali
e tuniche ritorte,
eco di voci,
vite di guerrieri
ed avidi mercanti.

Vite risorte
storie rivissute
stesse ali nere
e stesso sole,
canto di mare
all’antico lido
e l’ombre
che annunciano la sera.

Nella mia mano chiusa
la sua croce
nei ruderi di Paestum
la sua voce.

S’aggiunge a Storia
un’altra storia
e i corvi
non distinguono più
le loro prede,
il cielo sé nettato
d’ali nere
e sulle spalle stanche
ho nidi di paura.  

L'albero che fu
Lasciami pure
a guardare il fuoco
del camino
e fa
che il solo suono
a celebrar l'addio
sia
il crepitar di legna.

Troppo secca
per ricordare
l'albero che fu.   

Labbra, piccole labbra
Racchiudi tra le labbra
piacer così sottile
"che lingua deven tremando muta"
vedere la tua bocca
così nuda.  

Ci vorrebbe una tisana
Questa notte ci vorrebbe una tisana
per accogliere il sonno fuori l'uscio,
non vale il vino rosso a sopir la veglia,
ne greggi di pecore o di amori,
stanotte c'è nell'aria la poesia,
quella desiderata e non espressa,
quella che rimane appesa sul soffitto
quando la scalaè priva dell'ultimo piolo.

Il gatto dorme sul divano e il frigo si lamenta
ma il ciboè scarso e non ho più fame.
Ho una camicia bianca ma non posseggo ponti.
Anche le stelle si sono addormentate
e la finestraè solo un vetro opaco.  

X Agosto di un anno che fu
Solo grilli e ranocchie
in questo stagno di notte
e il tuo fiato a rincorrere il mio,
a raccontarsi, tra loro,
d’ altre notti di Agosto.

E cadon le luci,
lievi e arroganti,
a graffiare leggere
quel buio infinito,
dove altri occhi e ranocchi
e altri grilli a cantare,
solitari, alle stelle.

La magia di una Volta
a rinchiudere mondi
e pensieri assonnati,
dove occhi sbarrati
son stelle lucenti
essi stessi, a mirar
altre stelle, altri occhi,
lontani, distanti l’eterno
accostati all’istante.

E l’umida brezza
a toccarci la pelle,
a donarci mantelle
di infanzie sopite,
calzari di guazza
per rincorrere, immoti,
desideri remoti
nell’anime illuse.

Anime stanche,
contuse e ferite,
da stagni di notte
senza grilli né stelle,
senza fiati mischiati
tra i baci e i sussurri
di illuse bugie,
donate all’argento
di magiche scie.

Ma questaè la notte
e questoè il momento
di fingere niente,
di fingere tutto,
sapendo che altri
non hanno più voglia
di guardare le stelle
di fingere ancora
e, ancora,
una volta di più.


Terrò con me...
Terrò con me un sorriso
d’un giorno appisolato all’orizzonte

Terrò con me il canto
dello stormir di fronde nell’Autunno

Terrò con me la terra
solcata da un vomere crudele

Terrò con me il pallido raso
sottratto con un bacio al freddo sonno.

Terrò per me, solo per me
tutto il dolore di quello che di me
ancor non muore.   

Una petunia e un pane
Deposi sulla soglia
pane fresco
e al davanzale
della tua finestra
una petunia.

Poi m’avviai
oltre il carminio,
sottile nulla
tra la pianura
e il cielo.

Fosti un punto
d’istante
in una vita,
ora distante
vita
e nulla più.

Che quel mio pane sia
tuo nutrimento
e la petunia
tuo sottil tormento.      

E le parole diventano
scaglie di pietra
che raccolgo e conservo
per leggere una follia.

E le parole diventano
orgasmi di pianto
di rabbia e disprezzo
per sanare ferite.

E le parole diventano
lame affilate
con cui taglierò
i legacci della tua camicia.

E le parole, le mie,
saranno alla fine
olio santo
per la tua unzione.

E le parole son lì
pronte a librarsi
nei fiati estivi
di un Agosto
tedioso.   

L'ultimo pezzo
Senza alcun peso
fluttuò
nel vuoto
e cadde.

All’improvviso
cadde
scotendo
terra e cielo
confondendo
l’imprescindibile memoria
e la caparbia speranza.

L’ultimo pezzo
cadde
con assordante
tuono
pieno dei suoni
di una vita
già arrangiati
nei crolli precedenti
dell’intero.

Solo il residuo
era sospeso
come scandaglio
d’un fondale amato
come flebile faro
su uno scoglio
incerto
nel mare tempestoso.

E quel residuo cadde
anch’esso
senza lasciare
schegge
senza
lasciare luce.

Ora
non ci saranno
colle
o magie
o caparbie parole
o tristi speranze

Ora
Non resta
Che
Attendere.  

Il tuo viso
Già sfuma il ricordo
del tuo viso,
già si confonde
in trecce e meandri
in vitrea geometria
di tessere eloquenti
di storia e di magia.

S’incastona il tuo viso
o almeno quel ricordo
dell’istante colto
nel buio della notte
disegnato al chiarore
dell’amico di sempre,
il mio visore.

In un istante breve
vendemmiai i tuoi frutti
e dunque colsi
il sorriso,
fatto d’avorio
e carne porporina,
l’ovale regolare
da regina,
l’arabescato crine
che ornava le tua schiena
come un trine.

e….gli occhi.

I tuoi occhi
orlati di tua storia,
i tuoi occhi
nella mia memoria,
ancora,
anche adesso,
il tuo sguardo spesso,
profondo
come viscere di terra
da cui traesti
quelle tue ametiste
scintillanti di notti
e di passato
con faville splendenti
di futuro.

Frammentate tessere
d’un volto di madonna
che sprizza desiderio
di viver come donna.

Il borgo
Magica sera di essenze e di colori,
cantilene armoniose sui pianciti antichi,
e gomene di barche coraggiose
abbracciate agli arroganti ulivi.
I ciottoli, che fan da eco al mare,
soverchiano le voci delle donne
intente a ricamar tovaglie
e raccontar di amori e di nipoti.
Tu, nel vestito chiaro come luna,
scivoli tra le casette bianche,
come fiocco di neve
su manto già innevato,
col profumo dei gelsi sulla pelle
e il sussurro sereno dei tuoi passi.
Non avemmo parole quella sera!
Solo sguardi discreti per quel borgo,
inebriati di un istante eterno,
uguale a ieri, gemello del domani,
quando le stesse donne
e barche
e ulivi
e stesso mare,
saranno sempre lì,
per altri amanti,
a perpetuar la pace di una vita
in quel borgo trovato
o inventato,
per un semplice caso
o pura distrazione.

La donna dei sogni
Avea postura dritta e fiera
la ragazza che, per mano,
conduceva ogni mia sera
per le pendici del mio colle silvano.

Mi recava colori già sfumati
e una brezza lieve, delicata,
che cullava i campi addormentati
ad un altro finire di giornata.
La sua voce era, in quel vento,
come suono, soave, di violino,
che accompagna un animo redento
alla fine del suo, lungo, cammino.
Il suo corpo era pace dentro al mio.
Il respiro odoroso della vita
alitava il risveglio del mio Io
scivolato, nel giorno, tra le dita
dalle cento voci della gente
e dagli sguardi, dai doveri
di quel mio greve niente
sottoposto a giudici severi.
Ora, di fronte a me, c’era la sera
e con essa, lei, la mia adorata
che mi donava, al fine, vita vera,
quella celata a tutti, perché amata.

Avea postura dritta e fiera
quella che avrei voluto
e, che però… non c’era.

Strada
Aveva studiato da medico chirurgo
ma la vita lo ha reso un drammaturgo.
Decise di partire, con la sua esperienza
per ricucire, in tenda, lembi di sofferenza.
"Un uomo con le idee non molto chiare"
lo definì chi la vita scambiava per affare.
Un Uomo, oppure, un Cristo del duemila,
lo pensavano, invece, gli storpi della fila.
Il suo nome indica la via, la Strada,
della sua iniziativa, la sua vita brada,
che combatte la guerra e il suo dolore
al di la della razza e del colore.
Per lui non c’è "Libertà Duratura",
ma solo una ferita che suppura,
sia essa d’una bomba o d’una mina
nelle carni d’un vecchio o una bambina.
Mentre altri parlano di pace e di giustizia
contro chi scambia forza per nequizia
ed altri scrivono parole di condanna,
in silenzio e nel sangue, lui si affanna
a ricucire le labbra delle piaghe,
sotto bombe che cadon a zighezaghe.
E il suo esempio ha luce d’acciarino
in questo osceno mondo
(che ha troppo pochi, Gino.)

Litorale
Sulla riva grigia del mattino,
gabbiani
a pascolar il nuovo giorno
mentre altri, d’intorno,
come dardi scoccati, dall’affamato cielo,
forano quell’appannato velo,
che confonde le trasparenti onde
con gli sparuti scogli rosati dall’aurora.
Altri volano quieti,
quasi a sfiorare il mare
e il loro andar contrasta
con le orbite oblique dei compagni
e il passeggiar curioso sulla sabbia.
E mentre il sole s’affaccia al meridiano,
ormai signore di quello più lontano,
guardo in silente attesa i miei gabbiani
pronti a volar per inseguire navi,
lasciando a noi, umani, quella spiaggia
dove disegneremo traiettorie pigre
comprese dalle sdraie alla battigia,
confuse in quei vocii tediosi della gente,
per cui rimpiango lo strider dei gabbiani
e l’aurora e la riva grigia e l’appannato velo,
che confonde le onde e la mia attesa.

Senza più piume
Strappa le ali al vento,
spiuma il suo manto
l’uccello della vita
che cade in un momento,
senza lamento e canto,
per l’aria ch’è sparita.

S’ abbissa nell’ignoto,
senza una sola stilla,
ad inseguir quel vuoto
mare della tua pupilla.

Cielo, schiantato in terra
con sudario lucente,
steso, a pietosa serra
d’un fiore già morente.
Tu, senza tuono al lampo
seguito a quello schianto,
adorni, adesso, il campo
come carezza, il pianto.

E non ci son più anni
a ricamar le rughe
dei tuoi compleanni.
Ora sei, quella
che eri
prima ch’io ti vedessi
al tuo nascer,
ieri!

Riposa ora
tra sassi
di bianchissima graniglia
amata mia.

Unica figlia.

Città
             Eccoli,
fermi come girasoli,
volti, allo sferragliar
        del tram.
Alla fermata, uomini soli,
in questo campo incolto
        di città.
Fiumi d’asfalto, anonimi lastroni,
con le orme confuse
d’ egocentrici abbandoni
di anime rinchiuse
dentro la città.
Incogniti saluti, inutili sorrisi
liquefatti da un angolo
di strada.
E pensieri, calpestati e uccisi
da quell’ingordo orco,
col nome di città.
Cieli, ormai spenti al sole
da filtri tecnologici
senz’anime e parole,
filamenti illogici
di tutta la città.
Cattedrali di vita evanescente,
con vapori d’incenso
ostentati dall’immenso niente
dei fiati, miseri al dissenso,
al liturgico spettro di città.

E poi,
anime sante, noi,
col sorriso sul viso,
col pianto come vanto,
della fede di chi crede,
malgrado il suo degrado,
        alla beltà
di questa nostra vita
        di città.

Le bianche dita dell’angoscia
Se solo tu...
guardassi la tua Angoscia
e, per mano, la conducessi in giro,
dentro al tuo mondo,
mostrandole le strade
e tutte le persone,
dialogando con essa ,
per distrarla
dal suo, di mondo,
opaco,
quandoè sopita
e tenebroso,
quando divien bramosa
d’averti per marito
e lei ,
tiranna sposa…
Allora sì,
potresti, finalmente,
vedere la tua angoscia che riposa.
E se tu
vegliassi questo suo riposo
con parole suadenti,
quelle stesse
che da bimbo
t’hanno taciuto tutti i tuoi parenti,
e la baciassi,
lievemente,
sulla fronte o sul ventre,
come amante bacia
il suo amor dormiente,
allora e solo allora,
la tua angoscia stillerebbe amore
con un silente pianto
che renderebbe lei
sensibile a quel canto
di vita e di speranza.
E forse muterebbe sua sembianza
nelle fattezze di tua stessa vita,
la stessa,
per la quale nacque come tua nemica
e che ora ,
solo ora
t’allevierebbe dalla sua fatica.
Se solo la prendessi per la mano,
la tua Angoscia...
forse... forse... però t’accorgeresti
che non possiede gambe
e, tanto meno, braccia,
ma solo e solamente...
...la tua faccia.

Origini
Da dove vieni, figlio mio?
Non solo dalla schiena mia,
giacché ossa e linfa
son troppo brevi
come via.
E poi…
confinano col nulla
presente oltre la pelle.
Da dove viene il pianto
del tuo primo respiro,
quel misterioso canto,
quel tuo primo zefiro?
E dove hai preso
quell’ atteggiarti, tuo,
al sorriso
o al broncio improvviso?
Perché ti guardo
e mi vedo,
finalmente
anch’io,
come mistero?
Dio?

Il prestito
Ti conosco soltanto per sentito dire,
e aspetto di incontrarTi,
al mio finire,
senza dover fare,
tante, troppe file,
per vedere, infine,
il risultato
di quel sentito dire.
A volte, disperato,
ho trovato nascosta,
forse, nella stessa mia,
disperazione,
un mucchietto di fede
e dunque Ti ho parlato,
con lembi del mio cuore
sulle labbra serrate
al mio dolore.
Forse il mucchietto
era troppo scarso
o forse
ero troppo disperato
per cogliere
il pur minimo sussulto
che fosse stato
un cenno di risposta
a quel mio implorare interessato.
Una volta ero in cerca di denaro
e il banchiere mi chiese garanzie
che non avevo,
giacché le avessi avute
nulla avrei chiesto
a quel cassiere.
E allora io mi chiedo,
sempre più disperato,
se Uno cheè salito sul Calvario,
per poterti aiutare
segua le stesse regole
d’un banco finanziario.

Intuizioni
Ti ho intuito
su una busta di pane,
tra le righe minute,
fragranti
come il grano maturo,
splendenti, come
riflessi virenti
di un’anima nuova
o in attesa, paziente,
di una piccola crepa
o d’una ruga inattesa.

Ti ho intuito
nel tuo pianto silente
stillato su quelle parole,
briciole, appena,
di mente e di cuore,
avanzate alle ore sprecate
nei troppi silenzi
dei tuoi sentimenti
ed a tutte le colpe
delle mie assenze.

Avrei potuto intuirti
nel fiato del sonno,
nel lamento del sogno,
nel risveglio angosciato,
nel sorriso forzato,
nel dolore latente.

Avrei potuto intuirti
nel tuo fingere niente.

Avrei potuto intuire
questo abbandono,
ben prima che il forno
lievitasse quel pane.

Gli orti... nella stanza
Al tenue chiaror
del mio visore
ho scoperto degli orti
e dei profumi.

I muti altoparlanti
irradiavano suoni
come soavi versi
di campagne e di fiumi
nel loro andare quieto
dei ricordi.

Non solo sguardi
alle rosse parole
dello schermo nero,
ma sensazioni
di toni e di colori,
e note tintinnanti
discrete, eppur virenti,
leggere come l’aria
e come gli anni acerbi,
troppo fulminei,
per gustar sapori.

Memorie d’altri mondi
altre sere e tramonti
afferrate per caso
ed ora sospirate
come cosa di ieri
o d’oggi,
come allora
oppur domani,
ancora.

Non un poeta
calpestò quegli orti,
né artista
di musica o pittura,
anche se Sua lettura
le tre Muse accomuna,
ma Anima di Uomo
a immagine divina,
riuscito meglio d’altri
a quel Fattor distratto
che di tanto in tanto
invia, come ritratto
di una parte di Sé,
a volte un Santo
o come questa volta,
una Persona colta
nell’anima e nel cuore,
dove amore e dolore
hanno identico colore
e stessa, identica, speranza.

La stessa ch’ ha portato
quegli orti profumati
nel buio della stanza.

Follia d’un’idea
Sottilmente s’insinua,
s’accovaccia
s’istalla, silente,
e sfilaccia
il più debole
angolo della residua mente.

Muta,
si muta in idea,
quella piccola stilla
sottile,
come raggio di stella
ormai spenta,
eppur viva
in sua luce tardiva,
che inganna il pensiero,
inerme al mistero
di quell’apparenza
di luminescenza.
Sembianza leggiadra
d’una stella sparita.

Ecco,
una goccia di idea,
che diviene torrente,
intermittente pensiero
che pian piano
s’affaccia,
sorride,
ti guarda,
e ti prende,
alla fine,
sovente.

E poi sempre
e poi sempre,
per sempre
dentro di te,
...inesorabilmente.

Fusa
Vorrei drizzare la mia coda
e strusciarmi
intorno al tuo polpaccio
così tu
sfioreresti la mia testa
ed io
con un allegro miagolio
mi lascerei prendere in braccio.

Farei le fusa solo con la gola,
sommessamente,
racchiuso in quella stola
del tuo morbido seno
unica culla
al mio dormir sereno.

Poi me ne andrei
saltando
sul divano
e se me lo impedissi
graffierei,
leggero,
senza farti male,
solo per affermare
il mio volerti amare
alle mie condizioni,
che tu potresti,
se solo lo volessi,
anche rifiutare.

Mi leccherei le zampe
e con le zampe
mi liscerei la testa
facendoti pensare
l’approssimarsi
d’una pioggia
oppure di tempesta.

Poi guarderei nel nulla
immobile
come statua, inanimata
e tu penseresti
che nella stanza
é presente
un’anima passata,
invisibile a te,
che sei umana,
ma non a me
razza felina.

Poi dormirei
nel mio solito cantuccio,
senza curarmi
del tuo pesante cruccio
o dell’ infinita pena
d’ essere donna sola
e nonè amata,
se non da me,
e solo a patto
che mi faccia trovare
la cena
nel mio piatto.

Magari, fossi davvero, un gatto!

Io farò...
Farò delle mie mani
un’urna,
per conservare il pianto,
prezioso
mare del dolore tuo.

Farò degli occhi miei
la rete,
che filtrerà lucente,
i raggi
del tuo irto sentiero.

Farò dei passi miei
tamburo,
per allertarti i sensi,
offesi
dagli oltraggi subiti.

Farò le mie ferite
candide,
come mappe amiche,
al salpar
di tue lacere vele.

Farò del mio sorriso
suadente,
sostegno a tua tristezza
antica
ad alleviar ricordi.

Farò dei tuoi ricordi
favole,
di spaventosa trama,
sciogliendo
al fine la memoria.

Farò di me e di te
Favola,
antica come vita,
vissuta
da sempre e mai finita.

Una voce
Se solo la tua voce fosse viva
nell’aria circostante alla mia vita
tale da udire il respiro d’essa,
mentre bisbiglia "Amore",
allor potrei donare, al suono,
il mio respiro, corto d’emozione.

Se solo la tua voce avesse labbra,
dolci, come il ricordo di quel bacio,
io bacerei, di nuovo, quella bocca
e quella voce canterebbe amore,
senza paura alcuna, senza timore
di non poter amar, chi, invece, adora.

Se solo la tua voce avesse fiato
che accarezzasse il volto mio,
come brezza di mare il marinaio,
allora salperei per quel richiamo,
spiegando le mie vele alla marea
anche se figlia di marosi, più paurosi.

Se solo la tua voce sussurrasse
il nome mio, come preghiera,
quella stessa che, ogni sera,
il mio cuore bisbiglia in nome tuo,
allora scenderebbe un angelo dal cielo
per donarci, nel sonno, stesso sogno.

E nel sogno saremmo più vicini
di quanto già non siamo, Amore mio.
Passeggeremo sulla ghiaia bianca
con la tua mano fredda nella mia,
con un lago lucente nella mente
che rispecchia l’abbraccio di noi due.

Se solo la tua voce non tacesse mai...

Amore amato quanto e come,
ancora... tu non sai.

Solo notte
Potessi solo avere delle stille
che dagli occhi cantassero il dolore
alla notte scintillante di faville
sul manto nero dell’immane orrore.

Potessi avere cento, mille braccia
per raccoglier l’intera sofferenza
di chi muore con la stessa faccia
volta a scontare uguale penitenza
per un boato o per baglior di lama
con il sangue che colora il suo lamento,
frutto d’altrui livore oppure brama,
stranieri, entrambi, a umano pentimento.

Cielo, spiegato in terra come sudario
d’umana razza segnata da una sorte,
che per storia ha le schegge d’un rosario
composto da collane troppo corte
per potere invocare un salvamento
o la pietà divina d’una croce,
la cui ombra s’intravede a stento,
tra i fumi delle guerre senza foce.

Cielo risorgi, infine, dalla terra
illumina di nuovo il firmamento
alterna ancora il giorno con la sera
e fa che la notte sia un momento
dove quiete ristori nella pace
il disperato grido che non tace.

Passo dopo passo
Come un sacco di iuta sfilacciato
compresso dal cocciame della vita
si lacera nel passo dopo passo
su una strada iniziata e mai finita,
così il nostro amore sfilacciato
ha sparso in tutti gli anni i filamenti
di quella tela intessuta da noi amanti.

E passo dopo passo e giorno dopo giorno
ci gravava la schiena la sua falla
per quel sentiero senza più ritorno
percorso uniti spalla contro spalla.

Cadde un sorriso e noi non ci accorgemmo,
perdemmo una carezza in un cespuglio,
una frase ondeggiò come una paglia
nel vento vespertino dell’autunno,
senza rumore, quasi senza suono.
Un buongiorno si perse, senza buonanotte
ci addormentammo sui lati del giaciglio.

E passo dopo passo e giorno dopo giorno,
con l’andare più mesto e distanziato
non percepimmo più stessi profumi
ne vedemmo mai più stessi colori.

Stanchi, senza fatica di noi stessi
e ciechi alla porta dell’inferno
finimmo quel sentiero ormai sfiorito
all’ impietoso gelo del tuo inverno,
Senza riparo e senza più speranza
varcammo quel confine disegnato
dalla sorte d’un amore trascurato.

E passo dopo passo e giorno dopo giorno
le nostre vite non fecero ritorno
avvolte dall’infamia dell’incuria
di quell’amore dentro a quella iuta.

Senza più occhi
Mi son rimasti solo gli occhi tuoi
nel cesto della mia malinconia,
lo sguardo di quel tempo immaginato
col rimpianto di chi non ha vissuto.

Screziati cristallini di tramonto,
faville calde d’isole deserte,
grani di lapis ridondanti il cielo,
ciotole di frescura per la sete.

Sapessi cosa ho visto nei tuoi occhi.
Sapessi quante linee d’orizzonti.
Sapessi quante vele e quanti fiocchi.
Sapessi quanti laghi e quante fonti.

Quanti approdi insperati alla tempesta.
Quanti fiori sbocciati su pietraie.
Quante pagine lette in quel biancore.
Quante gocce di pioggia dentro al mare.

Il vigore accaldato dell’estate.
Il turgido cristallo dell’inverno.
La molle ala della Primavera.
E poi …l’Autunno di quel nostro amore.

Con lo sguardo buttato sui miei piedi,
mi trascino il cesto di quegli anni
e mi dispero nel mio andare in tondo
rivedendo i tuoi occhi nelle fedi.

Anelli d’oro a circondare il vuoto,
promesse disattese d’una vita,
Occhi fissati nello sguardo immoto
di chi non sa accettare …ch’è finita.

Anatomia
Si vede che c’è fuori!
Ma quello che sta dentro?
Dunque...
ho il cuore al centro
(spostato un po’ a sinistra)
che a tutto il corpo
il sangue somministra.

A destra c’è qualch’etto
di fegato,
sempre più costretto,
a filtrare fiele,
anche se ingurgito
ettolitri di miele.

A sinistra, certamente,
alloggia la mia milza
che come le tonsille
(e a volte la mia mente)
non serve poi a molto,
anzi, non serve a niente.

Ho due spugne ingabbiate
Tra ossa un po’ arcuate
(che spesso son crinate)
che servono ad assorbire
la poca aria
che non mi fa morire.

Dalla mia bocca
al mio foro anale,
corre tutto l’apparato
gastrointestinale.


Poi...
organi aritmetici
come la colecisti
o come i reni,
sempre pronti
a far calcoli
di cui,
quando son pieni,
ti strazian di dolori
al punto...
che tu svieni.


E poi...
c’è la capoccia,
questa dura coccia
del mistero mentale,
confine che separa
l’uomo dall’ animale.

Ma infine… sarà vero
quest’ultimo pensiero?

Il mio gatto ci ha tutto
di quello che ci ho io
e dunque io mi chiedo
perché il mio felino amore
non ha trovato un Dio
(magari un dio minore)
che gli abbia dato mente
in grado di pensare,
insomma un intelletto
come i tanti umani
che in più del mio micetto
vantano solamente... mani!

Spiccioli d'amore
Bianca, come schiuma d' onda,
ti spargi nel letto,
di questa mia voglia,
che, umida, affonda,
nel respiro affannoso
del tuo soffice petto.
Lieve carezza,
bacio sfiorato,
mi prendon la mano
e la bocca,
all'idea del tuo corpo
stuprato,
estraneo ad amor,
che mai lo rintocca.
La lama del sole,
taglia i tuoi occhi,
ormai ciechi,
ai tuoi sordidi amanti
e lasci la mente
che fiocchi
pensieri di bimba,
troppo distanti.
Col mio ventre
ormai esangue,
ti lascio
in quel triste giaciglio
il mio falso ritegno
che langue,
tra i petali vizzi
d'un giglio.
Poi,
guardo il poco denaro
pagato
per quella illusione,
e mi chiedo,
se sia meno amaro
il tuo corpo
senza emozione
o il mio desiderio,
impotente,
che questua
un falso piacere,
elargito,
senza dar niente
d'amore,
ma solo mestiere.
Come schiuma di onda
adorni il tuo triste giaciglio
e tutta la stanza ridonda
della stilla appesa al tuo ciglio.

Un lavoro come un altro
Eh dai,
spala il carbone,
non fermarti mai,
ché il fuoco aspetta un altro tocco di boccone
da bruciare in fretta, alla prima o all'ultima occasione.
Lo so, fa caldo di fronte alla caldaia,
ma quando il cane ha caldo, non abbaia,
respira con la lingua in fuori
e tu, lo stesso, spala il carbone o muori.
Che te ne frega cosa fa il motore,
dove spinge le ruote il propulsore,
devi spalare, tu, solo spalare,
e non ti venisse in mente di parlare,
diresti solo cose senza senso,
a cui nessun darebbe, mai, l'assenso.
Non girare la testa sul paesaggio,
per te è Febbraio e non è certo Maggio,
vedresti solo grigio e tutto uguale,
come l'uccello al nido, senza l'ale.
Invece guarda quanto è bello il fuoco,
che non sta mai fermo, brilla e t'ipnotizza,
in quella danza eterna senza stizza,
sempre allegra, giocosa ed affamata
di carbone o meglio di legna stagionata.
Senti le voci e le parole della gente?
Concentrati sul fuoco, non fa niente,
intanto pure gli altri stan spalando,
convinti come son di star cantando
e invece spalano, solo, non lo sanno,
e così è meglio, non posson far danno.
Le ruote intanto vanno, sempre vanno,
e stai certo che prima o poi arriveranno,
dove, non ha importanza, per te almeno,
che non sei pagato per manovrare il freno,
e non sperare poi di far carriera,
per spingere un pulsante o far girar una ghiera,
tu vai bene così, e poi ti fa un gran bene,
sudare tutto il giorno e senza pene,
di tossine assai gravose pel cervello
che invece tu non sai d'aver come fardello.
Eh dai, spala,
tu fortunato sei nel tuo lavoro,
conquisti, lo stesso, ogni mese il tuo decoro,
senza bisogno di rischiare bancarotta,
hai cibo tutti i giorni, la tua mollica cotta.
Poveraccio invece quello che ha pagato il treno,
la notte non può starsene sereno,
perché di treni non ha soltanto quello,
che tu , invece, vedi come tuo flagello,
di treni, lui, ne ha una carrettata
e ogni mese le banche gli presentano la rata,
e come, poi, se non bastasse,
oltre ai salari deve pagar pure le tasse.
Ma intanto tu devi spalar veloce
se no quello può divenir feroce,
e se non crede più a tua ubbidienza,
prende un altro spalatore e ti licenzia.

Questo è l'andar del mondo odierno
tutto racchiuso nel tuo caldo inferno,
il fuoco arde e non si spegne mai
e per quanto tu spali mai saprai,
dove arriverà il treno
in questo mondo osceno.

Coraggio andiamo avanti
Coraggio andiamo avanti!
corriamo in cerchio intorno a questo mondo.
senza sapere chi è il primo della fila e chi il secondo.
e in questo andar di corsa c’è un fatto positivo.
che io per esempio ultimo non so quando sarà il mio arrivo.
e dunque anche se arrivato vedendo gli altri correre.
continuo inconsapevole ad andar sempre più celere.
invano perché non avrò da quel percorso altro compenso.
di quello che già ho avuto senza capirne il senso!

Coraggio andiamo avanti
corriamo ancora in cerchio verso la meta.
in questa pista larga col nome di pianeta.
siamo tante squadre bene organizzate.
da chi invece passeggia con gambe atrofizzate.
dal peso delle tasche piene d’oro.
che fan ruotare la pista,
questo pianeta loro.
psichedeliche menti feconde nel delirio.
nel partorir per noi un ultimo martirio.
col nome di salario guadagnato.
ce lo vendono come fosse il nostro fato.

Coraggio andiamo avanti
corriamo a soddisfar nuovi bisogni.
in maniera che nessuno si vergogni.
di non avere quello che altri hanno.
e di non fare quello c’altri fanno.
siamo in gara e dunque gareggiamo .
e anche se a volte ci fermiamo.
per dire “t’amo” o “mi dispiace amico”.
non veniamo certo fuori dall’intrico.
di questa corsa coatta che calpesta.
tutto quel po' di buono che ci resta.
in attesa di qualcosa che ci desti.
dai nostri sogni umili e modesti.
di uomini da niente.
solo gente riempita con la gente!

Coraggio andiamo avanti
corriamo senza guardar la vera fame.
quella che spezza tutte quelle trame.
di vita partorite nella malattia.
con la stessa sorte del premio d’una lotteria.
eppure in TV ogni tanto li vediamo .
e magari a volte ci piangiamo .
e vorremo vegliar quel capezzale.
e tristi poi cambiamo di canale.
e se vediamo una merenda nuova.
ci domandiam se è fatta con le uova.
o con polvere di frutto di gallina.
e pensiamo di comprar la merendina.
con tutte quelle calorie infarcita.
che potrebbero allungar d’un giorno una vita.
a chi ha lo stomaco mezzo metro più vicino all’orizzonte.
della sua testa ornata da quell’enorme fronte.
ma intanto quello sta troppo lontano.
e dunque come si fa a tendergli la mano?

Coraggio andiamo avanti
corriamo dappertutto addirittura in guerra.
c’ogni tanto ci vuole in questa stanca terra.
non guerricciole circoscritte a oriente.
di quelle tanto non ci importa niente.
né guerre striminzite o un po' straccione .
a cui qualcuno ha dato potenza di cannone.
contro l’oro che riempie gli spazi in cassaforte.
ma non certo quelli lasciati dalla morte.
quella signora unica padrona,
della guerra giusta e buona,
esaltata dallo sventolio d’una bandiera.
e dagli eroi caduti e stesi a cremagliera.
ma non siamo vigliacchi.
rispondiamo agli attacchi.
e nel pieno delirio della corsa.
consumiamo la nostra ultima risorsa.
che la pubblicità non mette in evidenza.
perché nessuno ha tanto soldi da comprarsi l’ esistenza!

Annunciazione
Perdonami Bimba,
Se ti reco il fardello
Che molti ameranno
Come loro fratello.

Perdonami Bimba,
se non capirai
il perché del dolore
che Tu proverai.

Perdonami Bimba,
se respiro con te
questa brezza di vita
ch’io porto con me.

Perdonami Bimba,
Se ti rendo già madre
D’un figlio inatteso
che sarà anche Tuo Padre.

Perdonami Bimba,
Se nelle mie ali
Racchiudo quel seme
Che allevierà tutti i mali.

Perdonami Bimba,
Se ti dono il mio Amore
Senza darti il piacere
Nel concepire il Signore.

Perdonami Bimba
E nel sonno Tu sogna
Quel tuo Figlio celeste
Che metteranno alla gogna.

Perdonami Bimba
Se non puoi essere donna
Ma solo una madre
Che chiameranno Madonna.

Perdonami Bimba
Per questo destino
Che non ha niente d’umano
Perché è solo Divino.

Il party
Forse… chissà… può darsi… se…
s’ammassano festosi dentro me
come ad un party ben organizzato
dentro al mio corpo ormai troppo stressato.

Non so dove mi trovo, se qua oppure là,
Non so nemmeno la vera identità
E per saper il mio nome ogni momento…
A sinistra una foto e a destra un documento.

C’è ancora chi mi chiede
Se so quello che voglio,
Se ho un’idea o una fede
Con cui riempire un foglio.
Io dico, io balbetto,
Rispondo senza senso
Che voglio andare a letto
Dove, tra le coperte, penso.

Poi guardo nello specchio
Che mi rimanda un vecchio
Con i capelli bianchi
E con gli occhietti stanchi
E allora mi faccio una risata
E penso: “La vita… che cazzata!”

Allo specchio
E’ scritto tutto lì ma non lo leggo,
nascosto tra le pieghe d’espressione
d’un volto che riflette depressione
per quello che vorrei ma non posseggo.

Scruto lo sguardo acquoso del mio Io
E cerco un segno d’incoraggiamento
Che dia una traccia al mio ragionamento
Sulla mia brulla piana o sul lago mio.

Viaggio nel mare aperto all’avventura
O stabile soggiorno nel mio lido
Al suon della risacca in cui confido
Che oblia, come sirena, mia natura.

Piroclastica voglia di cambiare
E di tornar me stesso come sempre
Ritrovandomi contro mille tempre
Per quell’antica idea di nome “Amare”

Od ingannar me stesso ancora e ancora
Sulla battigia chiara di mia vita
Ove l’impronta mia è ormai sbiadita
E la parola non ha eco sonora.

E’ tutto scritto li , sopra lo specchio,
ma per quanti sforzi faccia, io non lo leggo..

Orme
Il tuo lieve sospiro
sullo specchio,
il mio viso
riflesso,
cornice di sguardi
sui ricordi ormai spenti
d’un rigido Aprile,
nelle sementi bruciate,
dei tuoi raggi dorati
eppure violenti.
Gli stessi,
implacabili raggi
lucenti,
che stanno sciogliendo
questo lieve vapore
di ricordo struggente
e mendicante ancora
la tua presenza,
in questo riflesso
grevemente fisso
nella memoria
della tua assenza
di te,
per la demenza
di me
per la scienza
di noi,
senza coscienza
ormai.

Desiderio blasfemo
Se avessi occhi acuti
come il mio dolore,
potrei espandere lo spazio
intorno a me
e vedere,
senza avanzare,
gli orizzonti
celati dietro al mio.
Se non avessi pieghe
e meandri
egoisti,
nella tessitura
della mente mia,
potrei allevare,
questo mio dolore
e farlo divenire
conforto disperante
per tutti quelli
che non hanno pieghe
e meandri,
ma solo stomaci
prossimi agli orizzonti,
più degli sguardi
spenti dalla vita.
Sol che potessi
stare su una croce,
con diadema
spinoso,
a gocciolar
me stesso
intero
……..
……..
……..

Terra promessa
Terra promessa,
terra contesa,
rammenta il pianto
di quella madre,
ancora vivo
per quell’offesa
fatta a quel figlio
ch’è nostro Padre.

Striscia di terra,
cuore del mondo,
uccidi ancora
quel moribondo
figlio di tutti ,
nostro figliolo,
non più sulla croce
ma in mezzo al tritolo.

E non c’è pane
e non c’è vino
per perdonare
questo assassinio.

Donna Tu sei….
(dedicata ad un’anima Cortese, anima Amorosa)
Donna, Tu sei,
nelle parole e nel tuo dolore,
l’anima più bella d’una donna,
o d’una madre,
che non so, se madre sia,
certo, sei madre e figlia della mia.
Come sei madre della tua stessa vita
e d’altre vite, sparse per il mondo,
che non sanno nemmeno che tu esisti,
ma, lo stesso, ti cercan nel profondo.
Come vorrei potermi illuminare
sol d’una parte delle tue parole,
una piccola parte, una vocale,
una nota che abbia medesimo Tuo spiro,
quello che non posseggo e che rimpiango
facendomi sognare il tuo profilo
che mi sorride, triste, mentre piango.
Donna tu sei
la voce e il sentimento e il cuore
di come vorrei cantare il mio dolore
o sentire rinascer la speranza
allo sbocciare del Tuo stesso fiore,
pietoso lenimento d’ogni rimembranza.
Potresti esser l’unica donna amata,
o la madre d’un ragazzo crocifisso,
o Poetessa divina degli Achei,
la goccia più brillante d’un abisso
o soltanto… la Donna che Tu sei.
Ma non donna soltanto. Vita!
Ecco, la vita che, da sempre, dura
nell’infinito, senza tempo e storia,
vaga dovunque come sua natura
partorendo se stessa,
nell’altrui memoria.
Non solo carne e linfa e ossa
perpetuano la specie miseranda
che trova albergo sempre in una fossa,
ma l’Amore e lo Spirto son vivanda
eterna e universale, prisma di Dio.
Donna, Tu sei
Amore doloroso,
eppure hai gaia sorte,
perché con Te,
nulla potrà,
la morte.

Angoscia
L’angoscia mia, s’ammanta di dolore
nell’ore solitarie
della vita sospesa nell’inconscio,
fardello misterioso
dell’anima gentile.
Non oso,
pensare di fuggire,
non spero
in un respiro piano,
ne un battito di core regolare,
ne pancia salda e membra lievi.
Non spero di vedermi nello specchio
come riflesso di immagine corporea,
ne voglio, punto, placar questo tormento
che m’accompagna, come guida oscura,
nel mio cammino incerto.
Giro a destra
o a sinistra?
Vado dritto, incontro a quella luce,
col fantasma di me
che preme dentro
ed io, meschino,
non lo lascio uscire.
Vorrei poterlo prendere per mano,
vederlo in volto,
maligno o sofferente,
e condurlo, accanto, per la strada
e mostrargli gli uomini,
la gente.
Conosce solo me!
Il mio fantasma,
respira coi miei bronchi,
usa il mio cuore,
per scandire il tempo della sua sofferenza,
del suo dolore.
E scalcia nella pancia,
vuole uscire da li,
il poveretto,
aggrappandosi alle membra
per risalir la via che io son per lui,
senza che io lo sappia.
A volte penso che, se io sto male
Lui, certo, starà peggio,
e allora,
non che stia meglio,
mi concentro su lui e, a gran voce, lo chiamo.
Colpa, seè donna
Timore seè uomo
Terrore seè fiera.
Ma ancora non risponde, il maledetto!

Abbandono
Come eco di mare
in valva
sterile di perla,
mi ritorna il ricordo
di quei giorni
miei.
Foglie accartocciate
già da fine estate,
ricci spinosi
di castagni
troppo farinosi,
legna verde,
ignifuga
al camino,
notte di cielo
senza lacrime
lucenti
e senza luna.
Soffitto
sempre uguale
col peso delle braccia
sulla fronte,
ogni giorno
più greve.
E d’un tratto,
Dicembre,
argentato,
sfavillante
di rosso,
col pungitopo
ornato al suo finire
e, finalmente,
l’immagine di te
che, caparbia
al mio dolore,
m’indicavi
gioiosa,
il mio avvenire.

Il vecchio e il giardino
Stanco, riposa il vecchio nel giardino,
s’una panca sbilenca e logorata,
unico ristoro del mite suo cammino,
c’ogni volta, teme, sia di sola andata.

Vecchioè il giardino, al pari dei suoi anni,
uno spiazzo giallastro, tra il grigio del cemento,
senza arbusti, ne ombre a riparar gli affanni
di vite che appaiono vissute in un momento.

Quanti ricordi sparsi su quell’erba,
emozioni antiche, parole appena udite,
chimere disegnate nella mente acerba
e subito la vita, uguale all’altre vite.

Forse una guerra, in quegli sterpi adunchi
O un figlio morto, sul sasso polveroso,
brandelli di memoria come scissi giunchi,
una volta annodati nel silenzio orgoglioso
di chi tutto sopporta e tace con se stesso,
tanto preso com’è d’andar pel suo cammino
a costruir ogni giorno, il proprio adesso,
ignaro che alla fine c’è …il giardino.

La fuga
Il vento sulle braccia,
il capo chino,
le ginocchia serrate
sul motore
e l’ansia di volare
sull’asfalto,
senza tema di fare
il grande salto.

Il profumo dei campi
tutt’intorno,
una lama di cielo
come giorno
la mia vita che scorre
nelle tempie,
e nel garage
il mondo che mi attende.

E conto i giri
di questo mio vagare
con le note ossessive
del grido del motore,
che al mio fuggire,
senza un sol lamento,
docile oppone
l’eco dello scappamento.

La mente vuota
e tutti i nervi tesi
s’iniettano nel sangue
delle vene
come un cerino
odiosamente acceso
sotto il metallo
d’un liso cucchiaino

E con le dita serrate
contraggo l’orizzonte
nel breve tratto
d’un solco della fronte
che come effigie
ha una sola ruga,
l’esile mappa
della codarda fuga.

Il vento sulle braccia,
il capo chino,
le ginocchia serrate
sul motore
e l’ansia di volare
sull’asfalto,
sperando, forse,
di fare il grande salto.

Frammento
Un vigore accaldato riempiva la sua voce,
a giorni alterni,
nei meriggi estivi,
quando, bambino,
con un soldo in mano,
correvo verso lui,
tendendo la mia mano
al suo fardello,
che scintillava al sole
con bagliori azzurrini.

Altri, con me, s'affrottavano a lui,
a chiedere un pezzo
di quel lucente peso.

Lo avvoltolavo nel panno dedicato
e correvo su a casa,
tutto emozionato.

Ogni volta,
come fosse la prima,
a stringere quel sole sgocciolato.

Quanti baffi ha il mio gatto!
Quanti baffi
ha il mio gatto? Quante stelle
dalla mia finestra?
Quante mattonelle
nel mio anfratto?
Quante lenticchie
nella mia minestra?

Non conosco niente
dei miei giorni,
tanto preso io son
che il conto torni
a pareggiare
quel bilancio incerto
dei granelli di vita,il mio deserto.

Però so tutto quanto
del mio ufficio,
anche se ignoro
i baffi del mio micio.
So che il dirigente
vota per la destra
e ha centodue lenticchie
nella sua minestra.
Il capoufficio,invece,
é uomo di sinistra
e a lui solo tre lenticchie
la mensa somministra.
Conosco tutti i nomi dei clienti
e memorizzo quei ragionamenti
da fare a quello nuovo
o a quello affezionato,
per far crescere sempre
il nostro fatturato.
A domanda
sempre risponde
il mio cervello
e poi...
varco sempre per primo
quel tornello
e zelante
mi rapporto ai superiori,
anche perché
non ho altri inferiori!

Insomma
una vituncola senza fantasia.
E invece...
quante stelle dalla finestra mia!

Il viaggio
Senza biglietto,
come un clandestino
ho viaggiato
in un solo sguardo tuo.
Ho traslocato
il cuore
in un vagone
merci sigillato
e ho visto
onde cerebrali
rimbalzare,
con elettrici bagliori,
in quel vagone.
Il tempo di salire
e ho stramazzato
il mio futuro
in un capolinea ferroviario
senza orologi
e scambi
e tabellini.
- Da "Riflesso di bambina"-

Il dolore degli altri
Tu, fortunato sei a rimembrar la luce,
mentre il destino mio, cotanto truce
m'ha dato il buio dal giorno che son nato
e quindi non annodo immagini al passato."

"Tu, fortunato sei ad esser nato cieco
ché se truceè il tuo fato, il mioè bieco,
per sua malignità che m'ha privato
della luce che m'ha sempre illuminato"

"Tu bestemmi fratello, tu non sai
cosa vuol dire non aver visto mai
e non poter ricordare un viso o un fiore,
non immaginar il sole, sentendone il calore.
Lo sai che non posso mai sognare?
Non ho niente da potere immaginare
se non la macchia scura della mente,
sovrana del mio immenso niente."
Parimente, in altro tempo e altro luogo,
ragionavan d'amore e di quel fuoco
che uno avea bruciato e uno risparmiato.
Due anime diverse nell'amoroso fato!

"Tu fortunato sei a rimembrar l'amore,
mentre l'anima mia non ebbe mai colore,
se non quello grigiastro e disperato
di chi, in vita sua, non ha mai amato."

"Tu, fortunato ad aver, sempre, schivato
lusinga generosa che nulla ha poi lasciato,
se non sottil affanno, d'un vuoto divorante
il corpo tuo, lasciandoti la mente latitante."

"Ma tu hai avuto, almen, baci e carezze,
migliore rimembranza di dolci e lievi brezze
ch'io non sogno, in quanto mai provate
e, per mia misera sorte, solo immaginate"

"Per questo, infatti, sei meno sofferente
di me, che avendo avuto tutto, non posseggo niente,
soltanto la condanna a ricordar l'amore
che una volta nato, mille volte muore"

E tant'altra gente parlava in quel momento,
lamentando il fardello suo, come più greve,
perché sol di quello possiede sentimento,
e non intende che altri lo vedano più lieve.

L'angolo
Quell’angolo gelato della strada
Segna il confine del destino eletto
Che carcerato in tua vita brada,
preconizzavi in un muto detto,
racchiuso nelle labbra screpolate
troppo tese per liberar parole
serrate ai denti, tanto avvelenate.
Ora, disteso sul lucido piancito,
con la pioggia che batte sul tuo viso
e l’anima lisa come il tuo vestito,
rievochi quel tempo nella mente inciso,
quando il sole della terra nera
bruciava la tua ansia di riscatto,
umiliata al ricordo della razza fiera,
che strinse nei secoli quel patto
con la foresta , il monte e la savana,
dove regnava libera e sovrana.
Sradicato come bocciolo di fiore,
in un tempo straniero al viver tuo,
hai negli occhi il vuoto di chi muore
già morto prima del destino suo.
Non i profumi della terra erbosa,
né colori tremolanti di calura
veglieranno il tuo corpo che riposa
con falso nome, dentro quelle mura,
omaggio di lusinga maledetta,
che t’ha imbarcato come un animale,
verso una vita che va troppo in fretta
e che non sei riuscito a viver come tale.

I gatti dappertutto nel mio borgo.
(dedicata a Michelle, micia mia adorata)

I gatti dappertutto, i gatti sopra i tetti,
sui pianciti delle antiche calli,
sopra i davanzali delle finestrelle,
sulle piastrelle antistanti gli usci ,
tra i gusci di tegole arancioni,
tra i vasi di fiori sui balconi,
sulle pietre dei ruderi marmorei,
tra le tepide lapidi di vecchi cimiteri,
nei chiostri di conventi secolari,
sui sagrati di chiesette senza storia,
sui gradini sconnessi dell’antico borgo,
sdraiati tra l’erbe sparute sui muretti,
negli orti marzolini al primo sole,
dietro i vetri rigati dalla pioggia,
sotto le gronde a graffiar le gocce,
sotto i lampioni ad inseguir falene,
nell’ombra d’uno speco di cantina,
tra le travi marcite d’una stalla vuota,
tra i raggi di legno d’una vecchia ruota.

I gatti dappertutto, nel mio borgo

A miagolar di notte, a fare a botte
per la coda d’una micia calda
che si consente d’essere spavalda
perché sa d’essere causa del raduno
di quei gatti che conosce ad uno ad uno.

E nella notte del mio borgo antico
s’ode, stridulo, un suono ch’è un intrico
di soffi, di lamenti, lotte di felini
che porteranno a breve………….
……………………….. altri gattini.

Risveglio
Due impiccati
ciondolano
da un traliccio
della corrente.
Ma la corrente
corre lo stesso
sui cavi,
fin dentro le case.

Io accendo la luce
apro il frigo
e controllo
quello che scarseggia.
Uova, prosciutto
carne, formaggio
birra, soprattutto la birra
e il vino.

Accendo la tele
per sapere
quanti morti
stamattina in Iraq
quanti Palestinesi
quanti Israeliani.
Medio Oriente!
Rifletto che ormai
non ha più niente
di medio.
E’ tutto eccessivo.

Scorrono immagini
desuete.
Due corpi di neri
addosso
a un traliccio
di corrente.
Una madre
ed una ragazza.
Senegalesi, forse.

Squilla il telefono.
è mia moglie.
Stasera farà tardi
dal parrucchiere.
Pazienza!
Andrò io
da solo
a fare la spesa.

Veniva a miagolare alla sua porta
quel micio grigio con la coda storta,
lui gli dava gli avanzi del suo pranzo
quattro fili di pasta e un po' di manzo.
Allora il piccolo felino si strusciava
e una gamba dell’uomo si piegava
sullo zerbino dell’accogliente uscio
per mostrar di gradire quello struscio.

Il gatto lo guardava dritto agli occhi
e poi correva verso quei rintocchi
che il campanaro della chiesa accanto,
spargeva nell’aria, a mezzogiorno in punto.
L’uomo seguiva col suo sguardo
quel correre sinuoso da leopardo
certo che appena all’imbrunire
lo avrebbe risentito miagolare.

Un Italiano muore
Starsene lì, a lasciare
quattro decenni,
ancora, da campare,
racchiusi, tutti,
in un cappuccio nero,
in un istante
prima d’uno sparo.

Starsene lì, per caso,
con la testa bassa
ad aspettare
d’ esser sacrificato
tra i fumi d’uno spalto
di una ingiusta guerra
fatta per un appalto
e dove distruzione
rima con ricostruzione.

Starsene lì, senz’esser
militare di carriera,
ma solo volontario
d’un suo miglior futuro.
“Nessuno t’ha costretto”
qualcuno potrà dire,
ma certo il tuo diritto
di vivere e morire
lo stavi ad esercitare
dove si sta a sparare.

Ma intanto……
la coscienza tace
perché la nostra
è missione di pace.
i nostri militari
son lì, solo,
a curar ferite
sotto il comando
(e a fianco)
di chi
le ha impartite.

E se per caso
un Italiano muore
su una terra,
dove la pace
è scusa
d’una guerra….
Orrore
Orrore
Orrore
Un Italiano muore!

(Una cosaè parlar di morte
altraè viverne la sorte)

Il silenzio
Io sento
l’ansimar del suo silenzio,
lo stesso
ch’io invocavo
e pretendevo
e che, ora,
mi logora,
momento per momento.

Mi germina
nel cuore il mio tormento,
come fiore
spinoso senza chioma,
come spina
tagliente di corona.

Neè lieve
il ricordo di quei giorni,
privo ormai
dell’illusoria
attesa che lei torni.

Altri sospiri,
con effluvi d’oblio,
respirerò
nell’inganno mio.

Altri sguardi
doneranno luce
ai giorni miei, codardi.

Altro tormento
quell’ansimare lento.

Altre ore senza più parole.

Le tue labbra
sono le rive rosse
del mio amore.

Riposerò su esse
l’affanno
di un mare senza sponde.

Doni
Sparsi ghirlande
dove tu passasti,
scegliendo,
ad uno ad uno,
i petali dei fiori
più selvaggi.

Ora che il vomere
è passato
solo spinosi steli
mi son rimasti
da stendere
ai tuoi piedi.

Dialogo
“Mettiamo un punto”
Andavi ripetendo
parlando
del rapporto
che chiamavi
“Il nostro Amor scontento”.

Mettiamo un altro punto
sul segmento
che io ancora tento
d’individuare
sulla nostra retta
che corre all’infinito.

E a forza di disegnare
punti a non finire
ci si ritrova
a dialogare
sempre di quelle cose
misteriose

che tengono sospese
galassie e buchi neri
brandelli di pensieri
e teoremi di vita
estremi come
il nostro
amor bucato
da quei punti
coi quali
lo abbiamo
sviscerato.

Mettiamo un altro punto.
E’ Sabato mattina.

E a proposito di punti…
Ci ritroviamo ancor
al punto di prima….
di mettere quel punto.

Mi dici che ci sei (o ci fai?)
Amore mio,
sei acqua
che sfugge
tra le dita
per chi
non ha
una coppa
per placar
la sua sete.

Amore mio
sei un turbine
di vento
su un banco
di mercato
che espone
collezioni
dell’arte
di Ikebana.

Amore mio
sei un sale
profumato
a forma
di sapone
in un mare
d’acqua
costretto
in un vascone.

Amore mio
stai dentro
una boccetta
di liquido
rosato
di dimensione
magnum
con etichetta
Valium.

Amore mio
tu sei la sfera
che gira
all’incontrario
nella ruota
rossa e nera
in perenne
gara
con la casualità.

Amore mio
amato
e poi riamato
e riamato
per la terza volta,
ti amo
con pazienza…
credimi….molta.

Uguaglianza
M’ero lavato tutto
e ben vestito
avevo anche comprato
un profumo muschiato
non arrogante
ma discreto
che potesse
far pensare
che ci tenevo
ad odorare
e comunque
non puzzare.

M’ero guardato
e ciò ch’era specchiato
mi dava sicurezza
non molta in verità
ma quella sufficiente
ad essere presente
(almeno presentabile)
in mezzo all’altra gente
abbigliata con la stessa
nazionalità.

Mi sorrise l’impiegata
mentre mi porgeva
il modulo prestampato.
Mi sentivo eccitato
all’idea
che essermi sbarbato
mi stava conducendo
ad un buon risultato.

Ma fu questione d’un momento
vidi il suo sorriso spento
mentre leggeva il nome
sul mio documento.

Il chiavistello
Ho messo il chiavistello
al mio cervello,
ho sepolto la chiave
nel terreno
e finalmente
mi sento più sereno.

Il vecchio e il giardino
Stanco, riposa il vecchio nel giardino,
s’una panca sbilenca e logorata,
unico ristoro del mite suo cammino,
c’ogni volta, teme, sia di sola andata.

Vecchioè il giardino, al pari dei suoi anni,
uno spiazzo giallastro, tra il grigio del cemento,
senza arbusti, ne ombre a riparar gli affanni
di vite che appaiono vissute in un momento.

Quanti ricordi sparsi su quell’erba,
emozioni antiche, parole appena udite,
chimere disegnate nella mente acerba
e subito la vita, uguale all’altre vite.

Forse una guerra, in quegli sterpi adunchi
O un figlio morto, sul sasso polveroso,
brandelli di memoria come scissi giunchi,
una volta annodati nel silenzio orgoglioso
di chi tutto sopporta e tace con se stesso,
tanto preso com’è d’andar pel suo cammino
a costruir ogni giorno, il proprio adesso,
ignaro che alla fine c’è …il giardino.

Il rogo
Un ciocco, una castagna ed un cerino
Due occhi per guardare
E briciole di tempo per sognare.

Una favilla sale all’improvviso
Nel buio della canna scura
Scavata in un anfratto delle mura..

Un attimo di luce e poi più niente
Se non il ricordo d’un momento
Regalato dal rogo alla mia mente.

La fuga
Il vento sulle braccia,
il capo chino,
le ginocchia serrate
sul motore
e l’ansia di volare
sull’asfalto,
senza tema di fare
il grande salto.

Il profumo dei campi
tutt’intorno,
una lama di cielo
come giorno
la mia vita che scorre
nelle tempie,
e nel garage
il mondo che mi attende.

E conto i giri
di questo mio vagare
con le note ossessive
del grido del motore,
che al mio fuggire,
senza un sol lamento,
docile oppone
l’eco dello scappamento.

La mente vuota
e tutti i nervi tesi
s’iniettano nel sangue
delle vene
come un cerino
odiosamente acceso
sotto il metallo
d’un liso cucchiaino

E con le dita serrate
contraggo l’orizzonte
nel breve tratto
d’un solco della fronte
che come effigie
ha una sola ruga,
l’esile mappa
della codarda fuga.

Il vento sulle braccia,
il capo chino,
le ginocchia serrate
sul motore
e l’ansia di volare
sull’asfalto,
sperando, forse,
di fare il grande salto.

Mausoleo d'amore
Ecco il giaciglio
ove riposai
nell'ore
precedenti
quell'addio.

Scomposto ancora
già ricordi
profondeva
al rumore
dei suoi passi,
che vigorosi
battevano gli istanti
d'abbandono.

Serrerò la stanza
al mondo che verrà
e il giaciglio
rimarrà col suo profumo
a rinverdir parole
senza più eco alcuna
se non nella follia
d'una speranza
vuota.

Ecco che si disegna
all'ombra del tramonto
quella più arcigna
della mia compagna
dei giorni che verranno
senza lui.   

10 Agosto
Solo grilli e ranocchie
in questo stagno di notte
e il tuo fiato a rincorrere il mio
a raccontarsi tra loro
d’ altre notti di Agosto.

E cadon le luci,
lievi e arroganti,
a graffiare leggere
quel buio infinito,
dove altri occhi e ranocchi
e altri grilli a cantare,
solitari, alle stelle.

La magia di una Volta
a rinchiudere mondi
e pensieri assonnati,
dove occhi sbarrati
son stelle lucenti
essi stessi, a mirar
altre stelle, altri occhi,
lontani, distanti l’eterno
o accostati all’istante.

E l’umida brezza
a toccarci la pelle,
a donarci mantelle
di infanzie sopite,
calzari di guazza
per rincorrere, immoti,
desideri remoti
nell’anime illuse.

Anime stanche,
contuse e ferite,
da stagni di notte
senza grilli ne stelle,
senza fiati mischiati
tra i baci e i sussurri
di illuse bugie,
donate all’argento
di magiche scie.

Ma questaè la notte
e questoè il momento
di fingere niente
di fingere tutto
sapendo che altri
non hanno più voglia
di guardare le stelle
di fingere ancora
e ancora
una volta di più.   

Stelle cadenti
Stelle cadenti
a impolverare il cielo
di gemme colorate
mai gemmate,
di luci spente
ancora risplendenti
nella visione
di chi
troppo distante
ancora prova
calda emozione
per quella ch’è
un’ ottica illusione.

Polvere di fata
Mille puntini
Fili argentati
Canti di bambini
Fiocchi neve
Fiori profumati
Sere d’estate
Fiabe raccontate

Deserto polveroso
Mille miraggi
Fili spinati
Sordi lamenti
Fiotti di sangue
Petali d’acciaio
Notti d’allarmi
Crepitar di armi.

Altre stelle cadenti
Nello stesso cielo.  

Paestum
Tramonto maculato
di ali nere
e vento pieno
del gracchiar di corvi,
tessere luccicanti
tra l’erba ancor virente
e salso aere
a carezzar le pietre.

Seduto sopra il resto
d’un mercato
vicino a un crocevia
pietroso di silenzi
avverto ombre Vestali
e tuniche ritorte,
eco di voci,
vite di guerrieri
ed avidi mercanti.

Vite risorte
storie rivissute
stesse ali nere
e stesso sole,
canto di mare
all’antico lido
e l’ombre
che annunciano la sera.

Nella mia mano chiusa
la sua croce
nei ruderi di Paestum
la sua voce.

S’aggiunge a Storia
un’altra storia
e i corvi
non distinguono più
le loro prede,
il cielo sé nettato
d’ali nere
e sulle spalle stanche
ho nidi di paura.  

Enunciato contratto
Hai consegnato il tuo enunciato
“E’ finita!”
Hai sottinteso il soggetto
e il complemento oggetto.
Ma io non capisco
questa frase contratta
dove manca
il soggetto
e il complemento oggetto.
Ti aspetterò
lo stesso
questa sera
e se tu non verrai
allora saprò
qual era
il soggetto
e il complemento oggetto.

Vana l’attesa
in questa stanza
piena di noi
dei tuoi figli
di mia moglie
del ricordo di tuo marito.
Tutti mi hanno parlato
mentre attendevo
che apparissi dalla porta,
un po' assorta, come sempre
e maggiormente
le ultime sere.
Anche io
ho parlato con loro.
Ho spiegato,almeno ho tentato.
Ma loro non hanno compreso
come un cuore possa essere
così separato, diviso.
Ho un cuore che basta per tutti
ma a quei tutti non basta
un pezzo di cuore.
Lo vogliono tutto
il mio cuore,
ciascuno
per proprio conto
ogni battito,
ogni scompenso.
Ma il mio cuore nonè un oggetto.
Néè un complemento.
E nemmeno un soggetto.

Il mio cuore
è un uscio che non siè aperto.

Ecco la sera
Ecco la sera,
che scivola e scolora,
che non profila più
il giorno né la notte,
che non afferra mai
istante uguale,
in quel suo sguardo,
attento e riverente
al mutar dei riflessi,
senza mnemonico confine
per un colore acceso
o più sfumato.

E’ la sera,
che avanza sulla terra
e sul mare,
pei campi già sognanti
e per le cime attente
ai tenui filamenti
degli ultimi bagliori,
migrati dalla valle,
che si ristora, ormai,
dalla feconda serra,
dei raggi mattutini e meridiani. 

Preziosa sera ,
madrina d’altri mondi
e soli iridescenti,
ancor dormienti
sotto il dorato manto
dell’arrogante giorno
del pianeta,
in attesa che tu,
provvida ancella,
destandoli, li agghindi
come corte amorosa
della più oscura stella.

Languida sera,
che sussurri lieve:
"ecco, son qui per voi,
uomini stanchi,
mondi nei mondi,
luci spente del giorno,
tenui fiammelle
nel mio dolce seno.
Son qui anime sante ,
anche per voi."
Io… sera,
finalmente."

Getzemani
In mezzo all’ombre ricurve degli ulivi
S’affacciava silente il mio destino,
Mentr’io, ancor desto,
Sfioravo il mio bambino,
Che piangeva spavento
Che ancor non intendevo.

Venne il ragazzo col suo sorriso mesto
A giocare quel gioco della vita
Mentr’io ancor desto,
Puntavo la mia posta
Per giocare da uomo,
Con lui, quella partita.

Già scolorano le chiome degli ulivi
Tra i richiami lucenti delle stelle
Mentr’io ancor desto,
sereno, ormai, m’appresso
a sostener quell’uomo
che ha gli occhi di me stesso.


Volge, la notte, le braccia alla sua aurora,
S’inargentan gli ulivi al nuovo giorno,
Mentr’io già dormo,
Inerme dalla vita
Col sorriso sereno.
L’attesaè già finita!

Cala di mare
Troverai una riva
con i gigli bianchi
e adornerai le membra
con la sabbia d’oro
di quella spiaggia tua,
piccola Cala,
riparata dai venti della vita.

E quando il cielo
oscurerà le stelle
e vento e mare
diverran tua pelle,
domerai la Furia d’un momento
col tuo giovane canto
più suadente.

Vedrai crescere
steli colorati
e verbene screziate dalla luna,
nastri di stelle
per i tuoi capelli
e avrai petali di gelso
sui sentieri.

La tua vita sarà
come una spora,
che lieve
ondeggia nella primavera
e si posa soltanto a germogliare
altri fiori ed altri sentimenti.

Piccola Cala, rilucente il sole,
lambita dal quel turchese mare,
lasciati andare e ascolta la risacca
che lieve ti sospira gentilmente :
………………………………..
"Piccola Cala, cantami ancora
ma soprattutto… lasciati ascoltare"

Dopo l’amore, tu
Le velette che celano i tuoi occhi.
Il trine delicato del tuo pube.
Il roseo ricamo dei tuoi seni.
Le sfere disegnate dai ginocchi.
Il soffice respiro, bianca nube
che avvolge tutti i sogni tuoi sereni.

T’ammiro nel ristoro del dormire,
ora, che paga sei del nostro amplesso,
ora, che hai volato sulla fantasia
d’una passione che ci fa stordire
nel goder dell’amor, fine a se stesso.
Ora, che quiete culla bramosia.

Riposa, amata dolce, amata mia.
Sciogli la brina sul petalo setoso,
sfiamma il rubino dalle accese gote,
distendi il ventre e fa che esso sia
capezzale accogliente al mio riposo,
che donerà a te, mia nuova dote.

Ora l’aurora la tua chioma indora,
l’eburneo corpo si tinge d’albicocca,
il primo raggio bacia la tua bocca
e, con esso, il labbro mio ti sfiora.

Destati amata, il nuovo dì s’ avanza
E il mondo si sveglia, in lontananza.

Goccia di mare
Al sole incerto della Primavera,
la prima della breve sua stagione,
stavo mirando il lido solitario,
giaciglio amato d’ogni mia emozione.
Nuvole bianche giocavano nel vento,
spume d’onde danzavano nel mare
dialogando tra loro nell’istante
che scandiva il ritrarsi e l’avanzare.
Sulla riva sabbiosa… alcuna impronta,
se non quella lasciata da un ricordo
d’un bimbo solitario al suo iniziare
quell’avventura che lo vedeva, ora,
ancora solo con la sua emozione,
perennemente in lotta alla ragione.
Assorto da quell’ombra abbacinante,
che su quel lido sempre era presente,
fui riscosso dal richiamo prepotente
d’una stilla salata del mio mare.
"Mi hai voluto destare, finalmente,
da quel sogno assopito nella mente,
hai viaggiato nel mare e poi nel vento
goccia di mare, per baciarmi il mento"
Il mento, che del visoè il solo punto
che tradisce col tremore il mio lamento,
mascherato negli occhi e nella bocca,
a celare intimità che non si tocca.
E tu, goccia di mare l’hai capito
e lieve e allegramente m’hai baciato,
abbandonando la tua spuma d’onda
per ristorar mia mente vagabonda.
Grazie mia dolce stilla, grazie scintilla,
grazie mio mare, mio compagno e amico,
antico confidente di mia vita,
che hai reso adesso amica, mia nemica.

Guardo la riva ancora senza impronte
col solo luccichio del sole d’un momento,
che a tratti sfiora il lido e la mia fronte,
dissolvendo la stilla dal mio mento.

L’Ampolla
Vorrei conservare tutte l’emozioni,
in un’ampolla, sottile come la memoria,
immersa in acqua di gocce di rugiada
per raffrescarle, alla bisogna, tutte.
Ora ch’ esse m’hanno abbandonato,
data l’età, che non dà spazio al cuore,
ma solo alla ragione, mia cinica padrona,
mi piacerebbe rimirare quelle,
c’hanno avuto sapore di divino
lievitandomi l’alma,
come bolla, verso il cuore.
Non posso ricordarne molte
e poche, dunque, ne conserverei
in quell’ampolla, custodita nei ricordi miei.
Gocce d’ansia sparse sulla bocca mia
al contatto inatteso della sua,
per quel bacio estirpato
alla mia celata voglia
svelata, con malizia, dalla sua.
O lacrime di vita
per quella vita nuova
con le stesse fattezze
del mio viso.
Cristalli trasparenti
come prismi rifrangenti
raggi colorati, nel giorno
che ci siamo maritati.
Stille d’orgoglio
per esser stato il primo
a raggiunger una meta,
piccola o grande,
nella sua esistenziale
nullità immortale.
E poi.
Qualche sorriso.
Qualche viso.
Qualche sofferenza.
Qualche dissolvenza.

E poi più nulla
Nemmeno più l’ampolla!

La bianca vita
Il tuo sguardo ansioso
al flebile guizzar dell’accendino,
sotto a quel mondo odioso,
sparso nel cucchiaino.
Il tuo volto tirato nel pallore,
indifferente alla vita circostante,
attratto solo dal diafano colore
d’una vita racchiusa in un istante.
E poi diventi, tu, tutto il tuo mondo
con il corpo accasciato nel delirio
in quel tormento estatico e profondo
che al tuo risveglioè il solito martirio.
Non t’importa d’amore oppur di morte
né rammenti quella tua promessa
a chi teneva tanto alla tua sorte
e, con pietà, ingannò tutti e se stessa.
Ora giaci convulsa nella schiuma,
tremante, come foglia alla tempesta
e cedi, infine, al vizio,
l’ultima piuma,
che s’invola nel sogno
da cui non ci si desta.

Come muore l’amore
Amore mio,
da sempre amato
e poi,
senza apparente avviso,
converso
in quell’amore odiato,
che pure dava vita
al nostro amor,
così mutato.
E poi,
nonè rimasto niente!
Niente nel cuore,
niente nella mente
ritornata
a specchiarsi
con un’anima sola,
quella mia.
Perché la tua
se n’era andata via.
Come muore l’amore
e come quel livore,
pur sempre amore,
che vola però per altre traiettorie
piene di volti senza storie
o, solitario,
si ripiega nel suo cuore?
Forse una carezza attesa
e non goduta,
forse uno sguardo comprensivo
negato
e compensato
da un distratto cenno,
ormai tardivo.

Forse malinconia
non condivisa
e oppressa
da intempestive risa
da chi non vive
quella malattia.
Oppure, improvvisa,
un’ allegria,
che offende
la malinconia
di chi ha esaurito
la sua dose d’allegria.
Sensazioni
mutate poi in parole,
che questuano
l’amore di una volta
senza capire
che la richiesta
è stolta
perché l’amore
appare e poi scompare
ad un unico comando:
il suo stesso amare.

Il corridoio
Mi si aggrappano agli occhi
e, se li chiudo,
mi battono l’udito
come vento furioso
lascia tramortito.

Avanzo per la strada
e guaiti silenti
e mani prepotenti
e spade fiammeggianti
e grida sovrastanti
mi ricacciano indietro

Fuggo nel corridoio
buio e silenzioso,
ma la fuga
affanna il mio respiro,
bagna la pelle
e rimbomba il tamburo
nelle vene tremanti
del mio corpo ammassato
sopra la mia mente.

Non c’è più vita
né morte, ancora.
in quel momento
impastato
di tutto il mio passato
e d’un presente,
labile un istante,
che come suo estuario
non ha niente.

Solo quel corridoio
buio e silenzioso
in quel lembo di mente
ribelle
alla realtà presente.

Come potresti andar......
Come potresti andar per i sentieri
senza calzari atti a camminare
senza pane sufficiente per sfamare
il corpo stanco da quel lungo andare.

Come potresti navigare il mare
con un legno d’ulivo senza vela
che non dia, al tuo sguardo, prora
e salda poppa, dietro la tua schiena.

Come potresti rimirare il cielo
con gli assopiti occhi dell’oscurità
se non avessi le rosate aurore
ed i tramonti teneri o arroganti.

Come potresti vivere il tuo sogno
senza il mistero della tua paura
pavido Atlante d’ogni desiderio
converso nelle spire del dormire.

E dunque come puoi, solo, pensare
di partire impavido dal mondo
per raggiungere il nastro d’orizzonte
alla ricerca dell’arcobaleno.

Apri il tuo sguardo sopra il tuo terreno,
tocca la terra ed alza braccia al cielo,
ascolta il vento delle tue emozioni
e scopri, con la gioia, il tuo vangelo.

Dopo, potrai seguire il tuo sentiero
nell’avventura tua di quel cercare
un altro mondo, o te stesso intero,
che potresti, alla fine, non trovare.

Sogno di vita
Stammi vicino e respira piano,
per non svegliare il sogno del bambino,
quello che dorme, appena, nei pensieri
e piange ed urla nei nostri desideri.

Stammi vicino e tendimi la mano,
per coltivare insieme il nostro grano
che, tenero, s’affaccia dal terreno
senza spigare, mai, verso il suo cielo.

Stammi vicino e parlami di noi,
sussurra piano tutto ciò che vuoi
purché nel tuo parlare ci sia lui,
non comeè adesso, ma come sarà poi.

Stammi vicino e dimmi del domani,
che sorgerà su occhi come i tuoi
illuminando sorrisi come i miei,
unendo i nostri sguardi su altre mani.

Stammi vicino e dimmi che sarà,
mentimi pure, io, intanto fingerò
di credere d’averlo già vicino
quel sogno col nome di bambino.

Stelle
Lucente raggio
nella mia pupilla
deformata da un laser,
che ancor sfavilla
nel buio del mio sonno
senza sogni,
ne visioni di me
o desideri,
che ancora non conosco
ne tali, come sono,
ne conversi
in dolori devastanti
o lievi,
a seconda
come sono i desideri.

Solo quel raggio
lucente
nella mente
che sempre mi rammenta
la mia pupilla
monca,
gli spazi vuoti
della mia visione.

Piccoli fori,
dettagli incongruenti
d’un insieme
spesso assente.

Piccole stelle,
solo mie,
che brillano
nel cielo
della mia cieca mente.

Passeggiata
Li vedo,
inquieti in manti di velluto nero,
li vedo
tesi a strappare ogni mio pensiero.

Hanno viso di cera
e brumoso corpo evanescente
come nebbiosa sera
che ti tende le braccia del suo niente.

Immoto
di terrore e privo di memoria
li scruto
seguendo la loro traiettoria.

Volano bassi sopra la mia testa
o quel che d’essa resta.
Mi scavano le ossa parietali
cogli affilati artigli d’animali.
Mi suggono la mente
con l’osceno becco, curvo e tagliente. 

Un ricordo.
Un’ idea.
Una speme.
Un amore.
Un brandello.
Il futuro.

Tutto me stesso nelle mie volute
divorate
da quelle brume grigie e vellutate.

Uno schianto.
Un ragazzo.
Un motorino sull’asfalto nero.

La mente mia che torna al suo pensiero.

E di nuovo
me stesso tutto intero.

Sogno e ...son io
Cinque lettere e ...S O G N O!
E nel sognar son io
quello vero,
quello nascosto il giorno
nel pensiero
e che, di notte,
tramuta in sogno il proprio desiderio,
pur censurato dal solito tiranno
che ha nome Super Io,
quello che rende oscuro
il più bel sogno mio.

L’ho sempre combattuto come un mostro
Il Super Ego,
immane Onda nera come inchiostro,
che silente, eppur, sempre presente,
incombe sul mio Io, che a lei soccombe.

Misero Io,
piccola vela bianca
nello stagno della mia mente stanca,
schiacciata tra l’Inconscio e quella Cappa.
Piccola vela ,
che a volte insegue
e troppe volte scappa.

Ma nel sogno si muta in un veliero
Che, fiero, dirige la sua prora
a squarciare gli abissi della sua natura.
Senza legacci e senza impedimenti
al fine solca il mare
dei propri sentimenti.

Ed il mio sognoè:
"sognar senza dormire,
sognare nella veglia
senza sapere di sognare"
Giacché se sognoè:
"reale essenza del mio Io,"
vittorioso sarebbe il giorno mio,
privo di gesti e di pensieri artati,
che ritengo spontanei
e invece
sono sempre comandati.

Canzone per un’ amica
Dammi la mano, amica mia lontana,
che leggerò le righe dei tuoi anni,
respirerò fragranze di pudore
nei solchi delicati delle dita,
carezzerò le foglie dei ricordi
e brucerò radici senza fumo.
Prolungherò i confini della pelle
con linee d’albe a riempir quel nulla
che ti tormenta nel tuo nuovo andare
oltre i ricordi, oltre il tuo dolore,
oltre l’ugual confine della vita,
ch’io stesso ebbi, nel mio peregrinare.

Dammi la mano, amica mia lontana,
ti narrerò di come diverrai,
di come saprai amar senza timore
un altro uomo che non sia più Signore,
di come ti porrai con l’altra gente
a cui saprai di non dovere niente,
di come saprai esser, Tu, unica donna
non più figlia , ne madre e non più sposa,
ma solo donna, libera e pensante
che può sbagliare, senza chieder scusa,
ed esser figlia ,madre, sposa e amante
e rimanere donna in ogni istante.

Dammi la mano, amica mia lontana,
che ti trasmetta questo mio coraggio
pieno dei bianchi segni di ferite
che mi legano a te, mia dolce amica,
come un legno, ad un Cristo sofferente,
come l’aria, ad un suono ancor vibrante,
come il pensiero, alla vita intelligente,
come l’amore, a fame dell’amore,
come carezza lieve, a tenerezza
come lacrima, al sale del dolore
come sorriso, a raggio di speranza
come visore, al buio di tua stanza.

Dammi dunque la mano amica mia
che scioglierò quel mare che ti annega,
quell’onda lunga di malinconia,
il nodo doloroso che ci lega.

La bianca ala
Vola perlata ala,
naufraga nel cielo,
vola sul tuo pensiero antico
di trasmigrar tua vita,
in ospitale lido.

Volteggia su correnti,
inabissati in terra
e riprendi i venti
che ascendono in aria più serena.

Scruta in lucente meta
un altro addio del giorno
e vola, vola nel cinereo
manto, della più quieta sera.

Librati argentea ad inseguire stelle,
oblia la scia del tuo lungo andare
e non volger la testa
sulla scia faticosa
della tua avventura.

Coraggio solitario
muove le ali stanche
al nuovo dì che avanza
in altra terra o mare.

Vola perlata ala
verso tua nuova sorte,
verso acque più chiare,
verso un’altra ala amica

Sarò per te...
Intesserò i nodi più serrati
Per farne manto alle minute spalle
Per coprire il groviglio dei dolori
Per raccoglier la brina dei tuoi sogni.

Stenderò sul tuo corpo da bambina
Una seta preziosa tutta d’oro
Come sabbia del Teide veglia il vulcano
Io veglierò le membra del mio amore.

Sfiorerò le tue labbra mentre dormi
Per afferrar il respiro della quiete
O per sopire le residue angosce
Del tuo tempo che fu senza di noi.

Parlerò con la voce del mio amore
E sentirai parole come note
D’una musica dolce, ninna nanna
Al tuo nascer con me la nuova vita.

Ti prenderò per mano amore mio
E andremo nei sentieri più lucenti
Senza tracce di orme dolorose
Senza più rami a lacerar le vesti.

Sarò per te il pianto della gioia
Il profumo d’incenso nel tuo tempio
La fiamma più lucente della sera
Linea sottile tra la veglia e il sonno.

Sarò per te amore mio, il sogno,
Il tuo riposo lieve da stanchezza
Il tuo amore sperato e mai trovato
La mano dolce che spande tenerezza.

Sarò me stesso, sempre, come sono,
Innamorato di noi, lontani amori,
Di noi, vicini cuori in abbandono,
Di te e di me come saremo, noi.

Vani tentativi
Io,
poeta dello scontato,
del tutto quanto scritto
o appena raccontato
o cantato da aedi
con animo ritmato.
Io,
analista d'emozioni,
in rima,
del 'dopo' che intravedo,
cercando di intuire
il 'prima',
nascosto e mascherato
in un Io monco o castrato.
Io,
consapevole qualunquista,
perché il silenzio
è la vera conquista
d'una verità abbigliata
da stilisti carpentieri
con mano emancipata
dai dogmi manifatturieri
e descritta con la fantasia
delle astute pieghe,
ognuna
con la solita bugia.
Io
lettore d'incenso
e di letame
con gli occhi appannati
dal liquame
degli avanzi di cinismo
di scrittori
privi d'olfatto
ai loro stessi
afrori.
Io,
illuso da me stesso
e deluso dal riflesso
di me stesso
in uno specchio
denso di opinioni
e troppo vecchio
per illuder le illusioni.

Io,
patetico pastore
del gregge dei miei anni
e cane maremmano
di tutti i disinganni
inanellati in un'intera vita
e impressi, come impronte,
nelle mie dieci dita
che calcano
sempre più sovente,
la mia fronte.
Io,
con la testa china
sul mio pensier che duole
per le troppe parole
sussurrate o gridate
per sorregger la mente
da quel maestoso niente
che le ha sempre umiliate
con parole declinate spesso
in verbi o in aggettivi
per render fatiscente,
sempre, me stesso.

Io,
somma di vani tentativi.

Creazione
Avea finito appena di creare
In uno spazio vuoto tra le stelle
Un sistema più nuovo del solare
Abitato da un lembo di Sua pelle.

Non voleva abitarlo quel pianeta
Ma si distrasse un attimo infinito
E combinò un guaio, il Grande Esteta.
A Terra già finita si sbucciò il Suo dito!

Così un lembo di Sua pelle sacra
Cadde nel mare azzurro ancora caldo
Dando inizio a quella vita magra
Dell'uomo, Suo involontario araldo.

Se ne stava tanto bene solo solo
A creare universi paralleli
Senza distribuir anime a nolo
E ritrovarsi una turba di fedeli.

Ma tant'è! Ormai, a guaio combinato,
Pensò che sarebbe stato divertente
Avere compagnia nel Suo creato
Da parte di qualche piccolo vivente.

Riprese il Suo lavoro di Creatore
Disegnando galassie sconfinate
Mettendo tanto impegno e tanto amore
In tutte quelle cose ben create.

Ma un giorno buttò un occhio sulla terra
E vide la creatura involontaria
Che faceva una cosa detta guerra
In terra in cielo e perfino in aria.

"Poca puttana, cosa ho combinato"
esclamò inquieto il Signor Divino
vedendo il sangue a fiumi riversato
dall'uomo, nato da quel suo ditino.

Le strade senza nome
Non si snodano mai
le strade senza nome,
che tu sai.
Non hanno mura
dipinte di murales,
le strade senza nome
dei rurales.
Non hanno storia,
gli asfalti calpestati
da chi non ha memoria
per i perseguitati.
Le strade senza nome
echeggiano dolore
col pianto dentro al cuore
e rabbia nell'addome.
Non hanno crocevia,
quelle strade blasfeme
che non leniscon pene
con solo un "Così sia"
Son strade solitarie,
e qualche volta ingiuste,
ma sempre son piagate
dai segni delle fruste.
Non han patria e colore
le strade innominate,
come fosse scavate
per chi, ignoto, muore.
Eppure sono tante,
con diverse stazioni,
dove anime sante
imprimono emozioni.
Sono tanti calvari
di uomini indifesi
che non si sono arresi
al tuono degli spari.
Sono storie vissute
in epoche diverse
ma tutte son converse
in strade ormai scomparse.
E resta solo il nome
….chiamato……..
"Le strade senza nome"

Ti ricordi...
Ti ricordi...
quella riva di quel mare,
che fu giaciglio al nostro amore estivo,
mentre tu sussurravi già il futuro
adornato di foglie accartocciate
e brina mattutina, delicato mare,
di cui noi saremmo stati sponda
a scambiarci regali di natale.

Ti ricordi...
quella notte amica
che rischiarava i nostri corpi nudi
e gli scogli scolpiti da altri amori
e il rumore dei ciottoli addossati al mare,
come fiato affannoso d'un orgasmo antico.

Ti ricordi...
quella stella all'orizzonte,
grande come quelle stelle vere,
ma che stella non era, ma lampara,
e tu dicesti che nemmen le stelle
son tali, ma lucenti fori, che sprigionan
la luce d'un mondo, grande come l'infinito
e misterioso nel suo baglior divino.

E ti ricordi
Dio, sdraiato accanto a noi
che ci vegliava senza alcun pudore,
sorridendo al tuo convincimento
del nostro eterno amore
e al mio sentimento
più lieve dell'istante,
fissato in quella riva del presente.

E mi ricordo
che in quella notte chiara
fummo noi soli a respirar quell'aria,
ad ascoltar il mare sulla riva,
a consumar il nostro primo amore
che ancora m'accompagna
solitario,
senza alcun viso e nome,
seppur scolpito,
come marmo,
nella testa
e, come fuoco,
nel mio addome.

Al mercato dei sogni e dei ricordi
Vado al mercato dei ricordi una volta al giorno
e con la memoria scruto tutto intorno
per ritrovare qualche viso o qualche avvenimento
che possa illuminarmi un giorno spento.
Sdraiato sul divano di ciniglia
a volte mi si chiudono le ciglia
e svaniscono ad un tratto tutti i miei bisogni
e mi ritrovo in un altro mercato, quello dei sogni.
Posso comprare quello che mi pare
e a poco prezzo senza contrattare,
posso comprarmi un giorno illuminato,
senza bisogno d’un viso ricordato,
posso anche sconfigger la paura,
consegnando il mio inconscio alla censura,
posso dire alla persona amata,
che l’amo non solo quando l’ho sognata,
ma l’amo anche quando sto di veglia,
a seguire le lancette della sveglia.
Posso avere lo stretto necessario
e partire per fare il missionario,
aiutare i bambini a spegnersi contenti
ed afferrargli, poi, l’anima tra i denti
e conservarla in un antica ceramica orientale
per consegnarle tutte insieme, al mondo occidentale.
A volte per paura dell’inferno
sento un peso gravarmi sullo sterno,
saranno i miei peccati di mortale
a trafiggermi il petto con lo strale
e allora invento d’esser come cardinale,
sicuro di difendermi dal Male.
Ma mentre sogno, così abbigliato in rosso,
comincio a sentirmi , tutto addosso,
una smania estranea, mai provata prima,
come se fossi posto, proprio in cima
a una montagna, dove sto a sedere
su un trono tutto d’oro: il mio potere.
Guardo le persone da lassù
e non intendo più tornare giù.
Effetto strano quest’abito talare
che non m’ha fatto passare,
nemmeno, la voglia di scopare:
anzi da quando me lo sento addosso,
vorrei scopare sempre, a più non posso.
E poi vorrei mangiare anatra all’arancia,
pagando il conto , ma senza dar la mancia,
perché i talenti non vanno regalati,
ma vanno con sudore guadagnati.
Assaggio pure lo champagne con le bollicine
e dopo il ruttino recito ispirato preghierine,
però mentre lo sto facendo
poi m’accorgo che non mi sto affatto redimendo.
Allora, visto che l’abito vermiglio
mi dà un ritratto di me stesso al quale non somiglio,
decido per un sogno proletario
e muto quel rosso mio sudario,
in una tuta da metalmeccanico,
ma non quello anni settanta, un po' fanatico,
ch’era sempre pronto a scioperare,
disposto, magari, a farsi anche sparare,
no, non quello d’allora,
ignorante e rozzo,
ma quello d’oggi,
che invece di sentirsi pane,
si sente maritozzo.
Non più quello che in tasca tiene la tessera del partito,
ma quello ormai troppo spaesato
per ricordarsi dopo un paio di giorni chi ha votato.
Ma tutto ‘sto sociale m’ha stancato
e mi metto a sognare l’amore mio amato
e la vedo candida fanciulla
e tutt’attorno non c’è nulla,
solo lei, tutto il mio mondo,
col suo culetto tutto tondo.
Sogno d’amarla come fossi Platone
e le parlo di spirito, sentendomi un coglione,
allora provo a metterle una mano tra le cosce
e, allora sì, che lei mi riconosce!
Sospira innamorata più che mai,
mentre sussurra piano “ma che fai?”
“Tranquilla cara mia, non t’agitare,
che adesso cominciamo, tutt’e due, a scopare.
Ma il sogno cambia all’improvviso
e, da sotto la mia pancia, scompare il suo bel viso,
rimango come dardo ritto
e l’occhio mi cade su uno scritto.
“Tanto gentile e tanto onesta pare...”
Il nostro padre Dante mi compare.
“Cosa sogni tu uomo moderno?”
Mi chiede, mentre sceglie un girone dell’inferno.
“Sogno un po' tutto quello che sovviene,
sommo poeta dell’eterne pene!
A volte mi sento un po' poeta
anche se oggiè cosa desueta,
a volte invece mi sento un po' pirata
e allora mi sogno una scopata.”
“Male figliolo questo non si fa”
Mi risponde severo e se ne va.
Sento, bramoso, voglia di candore
e, allora, mi sovviene, bianca, l’immagine d’un fiore.
Voglio seguire quell’onirico consiglio
e mi metto a sognare quanto sarebbe bello un giglio.
Ma la mente mia malata
per tutte le ingiustizie siè politicizzata
e la purezza di quel fiore, m’evidenzia, maligna, l’eccezione
di quel simbolo visto all’elezione
del partito più ladro che c’è stato
e che adessoè stato degnamente rimpiazzato.
M’accorgo che il mio sogno non mi porta a niente,
allora mi rigiro e scuoto la mia mente,
e vado alla ricerca d’un mercato
che offra tutto ciò che ho desiderato.
Lo vedo in lontananza,
in fondo alla mia stanza,
quel mercato.
M’avvicino tutto speranzoso
per trovare qualcosa che non appaia troppo dispendioso
e vedo sopra ad un vecchio banco liso,
un uomo che dorme con le labbra disegnate in un sorriso.
Sento salirmi dentro una emozione
e osservo meglio quello che sta sopra al bancone.
C’è un comodo divano di ciniglia,
vedo i miei occhi chiusi dalle ciglia
e vedo la mia gatta accoccolata in grembo
e solo allora riconosco il mio inconscio sghembo.
Sogno nel sogno la mia stessa vita
e questo mi dà pena infinita,
perché se non riesco nemmeno più a sognare,
mi dite come posso ancor sperare?

Voi, che avete ancora il cuore
Mi torse il cuore
e lo strappò via
una sera d’estate
che non ebbe notte.

Fu il rosso del tramonto
a tingere il mio tempo
che defluì improvviso
proprio da quello squarcio.

Non chiedetemi come
né se potevo io
evitar quello strappo
che fermò il mio tempo.

Non chiedetemi ancora!
Se l’amo, nonostante.
Se l’amo ,senza cuore.
Se l’amo, ingiustamente.

Una cosa vi chiedo,
a voi che avete ancora il cuore,
se l’incontraste nella via
guardate la sua mano.

Sarei felice di sapere
che ella stringe ancora
quello che fu il mio cuore.
Solo questo, nient’altro.

Il ritardo
M’avvicino,
incurante del ritardo.

Il tuo viso abbrunato
mi allieta
nel vederlo sostare
nel solito posto,
quello nostro.

Mi vedi e ti volti,
tendi la mano
ad un altro.

Non ti chiamo
nemmeno.
Ho già capito.
E lo stesso,
mi ritrovo stupito.

Salgo sul treno
senza il mio biglietto.

Ciao, Alberto
(ROMA - 25 Febbraio 2003)

Che se ne fa del sole,
Oggi,
Roma nostra,
se tutti van dicendo
che sei scomparso,
Alberto,
amico nostro,
che ci hai fatto ‘sto scherzo
a Carnevale,
che però ci ha fatto
tanto male.

Che se ne fa dei monumenti,
Oggi,
Roma nostra,
se stasera alle 5
al Campidoglio
tutti saran da te
con grande orgoglio,
a darti quel saluto
e quell’abbraccio
che si da all’amico più caro,
per quel famoso viaggio.

Che se ne fa dell’allegria,
Oggi,
Roma nostra,
se negli occhi di tutti
c’è il pensiero
d’avere certamente in meno
un pezzetto di se,
lo stesso
che tu porti dentro te,
Alberto,
Amico vicino al nostro cuore
e solo in fondo, fondo
grande Attore.

Insomma….
t’eri già stufato
de sta qui co noi
a piagne ‘n greco
sui dolori der monno
e quelli tua
che nell’urtimi mesi
te dava la tua bua,
e allora avrai pensato
certamente:

“Ammazza er dumilaettrè
che bell’acquisto!

Lo sai che te dico….?

Mo me ne vado
E chi s’e visto s’e visto”

Ma intanto caro Alberto
Che t’o dico a fa,
“Va, va…si… va !
Ma statte puro certo,
che ‘ntanto dentro noi
nun te ne potrai mai annà ! ”

Astralità
Si era giunti alla Stella più lontana,
dopo galassie senza interruzioni
e come guida l’accecante luce
degli anni luce di quel nostro Amore.

Bruciammo l’Universo in un istante.
Brillammo come Rigel dentro Orionis.
Sfidammo Regulus dentro il suo Leonis.
In quella nostra scia mirabolante.

Confondemmo il Momento con l’Eterno,
unimmo gli equinozi coi solstizi,
fummo lo Zenit del sidereo inverno,
dai più sommi confini, ai più profondi abissi.

Fummo che giunti dentro a un buco nero,
la materia scompose gli elettroni
della nostra memoria e del pensiero,
rifratti in un Universo parallelo.

Fummo un Istante, eppoi… non fummo più!
Se non nella galassia più distante
come riflesso di quel viaggio amante
che brillerà per sempre di lassù.


E quando il cielo sarà più scintillante,
nelle notti in cui Luna è già chimera,
volgendo gli occhi alla celeste sfera,
risentiremo, nostro, quell’Istante.

Se potessi essere, sarei…
Se potessi essere, sarei….
Un fiume quieto tra le verdi sponde
Un’eco saggia che ascolta e non risponde
Un amore sincero, che non muore mai
Il tuo futuro certo, quello che non sai
Un sorriso che scoraggia il pianto
Una carezza sul tuo cuore stanco
Un’isola felice nelle Antille
Un dieci agosto con le sue scintille
Un nettare che inebria chi lo beve
Un trentuno dicembre con la neve

Se potessi essere, sarei…
Un operaio con il dottorato in legge
Un reggicalze scucito che non regge
Un cavallo satollo sul suo strame
Un salame norcino per chi ha fame
Un bel fiasco di vino con la paglia
Un latte sempre fresco, che non caglia
Uno yogurt alla frutta tropicale
La medicina dolce del tuo male
Un orsacchiotto di pezza per bambini
Un prospero in un mucchio di cerini

Se potessi essere, sarei…
Un’onda gaia, orfana di mare
Un mare senza riva ove approdare
Un vecchio che orgoglioso non si lagna
Un bicchiere di vino e una castagna
Un giovanotto pieno di se stesso
Uno scienziato che si crede un fesso
Un principe pirata con la benda
Un palo d’acero per reggere una tenda
Un’ala d’angelo o uccello migratore
Uno snack per lenire il tuo languore
Una bugia detta a fin di bene
Il cestino per buttare le tue pene

Se potessi essere, sarei…
Un correttore di bozze di poesie
Un abbozzo di poeta con manie
Un maniaco saggio e senza tic
Un tizio senza nome e senza nick
Un ricco mecenate o un povero accattone
Un cardinale ateo senza religione
Un bombarolo che fa saltate i treni
Un pescatore con la barca a remi
Un medico chirurgo che ricuce
Un interprete che ascolta e non traduce
……………………………………                       
…………………………………….
E tante cose ancora, io sarei
Se…
Vivessi da solo e non ci fosse Lei.

Canzone di Pentecoste
Camminando con passi distratti
sulla riva, in un grigio mattino,
vai a snidare domande, da anfratti
inquietanti, del tuo “Io” di bambino.

Vorrei avere risposte esaurienti,
ma non sempre posseggo risposte
per misteri che ardon latenti,
come lingue di Pentecoste.

Se mi chiedi… perché brilla il sole
o il giorno avvicenda la notte,
ho risposte che son solo parole
di concetti che si spargono a frotte.

Ma quando il tuo sguardo di figlio,
muto, indica un gattino schiacciato,
con l’ansia che strozza un bisbiglio,
non so dirti nulla di più… del selciato.

E quel nulla ci unisce nel tempo,
come io fossi ancora bambino
e tu, come me ,nel contempo,
avessi percorso il mio stesso cammino.

E in questa riva segnata da orme
la mia mano di padre ti stringe
e ti parla di un mondo deforme
dove il nulla con fede dipinge
spiegazioni, che non hanno parole,
ma solo speranze o ,forse ,emozioni,
cui può credere solo chi vuole
accettare le sue religioni.

Non volermene, dolcissimo bimbo,
se ti lascio grevemente pensare
a risposte sospese in un limbo
che tu solo, da uomo, potrai colorare.

Destino Divino
(in occasione della scomparsa di Fabrizio de Andrè)

Giovani mani a stringer quel pane
e labbra tremanti
baciate dal vino,
nell’ora serale
del Suo nuovo Destino.
Dolci parole,
come lieve canzone,
mormorò ai compagni,
in comunione.

Era chiara la sera
e, nel cielo, le stelle
intonavano in terra,
le Sue Buone Novelle,
schiarendo la mente,
con fede pura,
A Chi, in quel momento,
aveva paura.

In fondo,era un uomo
in carne ed ossa
e, come tutti,
temeva la fossa,
anche sapendo
che dopo morto,
dopo tre giorni,
sarebbe risorto.

Accettò dunque
che la Sua guancia
giustificasse
l’infame mancia,
pagata in cambio
della Sua morte
a chi destinata
avea già propria sorte.

Con gli occhi tristi
di un ultimo sguardo,
lasciò i compagni
e andò incontro
a quel dardo
che avrebbe spento
la Sua ultima voce
facendolo, infine,
schiodar dalla croce.

Così donò a tutti, tutto il Suo Amore,
quel giovane uomo, quasi un ragazzo,
che fu battezzato, per quello strazio,
col nome eterno di Nostro Signore.

Grandezze
Eterno vagolar di mondi
spenti,
astri dal grande nulla
sorti
e incandescenti,
nelle cineree volte
delle menti.
Umani lembi artificiali
di laceri infiniti
e spazi siderali.
Ogni voluta,
un mondo cerebrale
che straripa
il suo magma
di cuore e d’emozione,
sulla fallace riva,
della sua ragione.
Ogni pensiero,
che s’accende e brilla
in un’ alba gioiosa,
che, troppo presto,
sbianca il suo rosa
nell’accecante luce
d’un giorno abbacinante,
che conduce
sempre alla stesa foce,
sempre in un solo istante.
Stessa vita
e bagliore opalescente
in questa terra virente
di illusioni,
ove il tempoè segnato
da stagioni
e lo spazio
da ludiche attrazioni.
Estesi mari,
che sono solo gocce
e terre vaste,
come infanti rocce.
Storie impresse
in umili memorie
senza esperienza
e storia di se stesse.
Creati provvisori
per umane genti
o per galassie
dilatanti momenti
che sono, anch’essi,
solamente, istanti.

Ali
Dall’amica terra,
timido scruta
e poi, lieve,
s’alza,
s’invola volteggiando
sempre mirando il cielo
nelle traiettorie
disegnate
su quel velo
che ancora sta graffiando,
convinto vanamente
ch’egli stia arrivando.
D’un trattoè stanco,
si riposa
e ristora lo sguardo
volgendolo da basso,
verso
l’annosa terra,
da cui
s’è appena alzato.
Volge la testa al cielo
e non capisce ancora
quale cielo
sia quello,
sempre azzurro
che per quanto
s’innalzi
non raggiunge
ancora.
Di nuovo,
libra il suo volo
nell’aria rarefatta
che ancor
non ha colore
intorno.
Solo il silenzio
di quel viaggio
designato
da un tremulo miraggio.
L’aria diventa scura,
improvvisa la notte
e sorge la paura
e sbianca l’ala
nel ricordo turchese
d’un cielo
senza arrivo
e senza più
pretese.

Senza mai approdare
Col tuo corpo
forgiato nel mio addome
e la mente
alla prora dei tuoi anni,
bisbigliavo, come mantra,
il tuo bel nome,
inciso nei ricami,
dei tuoi minuti panni.
E quel velo,
ch’era stato acciaio puro,
nel sostener
l’anelato tuo salpare,
divenne,poi,
metallo meno duro,
quando fosti padrone
del tuo mare.
Con l’approdo,
previsto nel mattino,
s’era mutato
in trasparente imene
pronto a sciogliersi
allo sguardo tuo,bambino,
oblio gioioso
di tutte quelle pene.

Ma giungesti sfinito da quel viaggio,
senza pianto a rompere il respiro,
senza luce di vita, non un solo raggio
per sperare che un ultimo zefiro
ti donasse un altro po' di mare
poche gocce, non più,
per quel tragitto fatto
(senza mai approdare.)

Andiamo Gente…
Andiamo gente, vi voglio ammazzare,
così mi distraggo da questa mia noia
che tutte le notti mi lascia a latrare
nel fondo del vetro, dov’è la mia voglia.
Dovete capirmi se adesso vi sparo,
ormai lo stadio non mi dice più niente
e trent’anni son tanti, senza un riparo,
e uno straccio di lavoro fetente.
Volevo vivere in modo diverso,
non dico felice, ma almeno contento,
in un mondo che non stia di traverso
dove il vero sia uno. E non cento.
Ho pure una donna che m’ama
e per lei non volevo cambiare,
non volevo rincorrer la fama
di quello che ha osato sparare.
Ma adesso non voglio parlare
c’è la televisione che aspetta
per questo vi voglio ammazzare.
E’ lo share dell’ascolto che detta
un’impresa di un uomo qualunque
senza lavoro, né casa e futuro
che potrebbe vivere ovunque,
perfino, sepolto in un muro.

Quando giungerai
Non so dirti quando giungerai
né se il percorso avrà mai fine
e nemmeno se quel tuo andare
solcherà terra oppure mare.

Non so nemmeno dirti le ferite,
né le assenze e le incertezze
o quanti amori illuderanno
la solitudine del tuo affanno.

Non conosco le miglia
o il tempo del tuo universo,
ma so che tuoè l’istante,
insignificante od esuberante.

Non so se giungerai le mani
sotto un legno marcito dal dolore
o tenderai le braccia al cielo
Per cercare, nell’azzurro, il tuo vangelo.

Non so dirti la tua disperazione
quanto coraggio infonderà
quando, senza più pianto al ciglio
saldo, afferrerai l’ultimo tuo appiglio.

Non conosco i profumi ed i colori
né l’alito carezzevole del vento
né il chiarore delle sere d’estate,
ne altre sere, sognate o sperate.

Tutto ciò e tant’altro, ancora non so,
ma lo stesso, ti inizio al tuo tragitto
col mio seme di padre impaurito,
sparso nel mio irto percorso
                             (non ancora finito)

L’incontro
E se
una sera d’estate
t’incontrassi
di nuovo,
come mai
t’ho incontrato.
E se
tu mi guardassi
con gli stessi
miei occhi,
solo più innocenti
E se
mi riconoscessi
tu,
senza che io potessi
disconoscerti,
per la tua età
passata,
celata in quella mia,
presente,
come coltre gravosa
ai miei ricordi.

Se questo incontro
potesse essere,
…solo allora
riconoscerei
le mie radici
e l’amerei.

Il rogo
Un ciocco, una castagna ed un cerino
Due occhi per guardare
E briciole di tempo per sognare.

Una favilla sale all’improvviso
Nel buio della canna scura
Scavata in un anfratto delle mura..

Un attimo di luce e poi più niente
Se non il ricordo d’un momento
Regalato dal rogo alla mia mente.

Il porto perduto
Mi porto dentro al petto
un cuore come il mare
sul quale navigare
con solo un fazzoletto
spiegato come vela
su un albero maestro
che sia esso candela,
che sia esso capestro.

Ciurme
Lamiere che solcano
asfalti ingrigiti
o lucenti
di sterile pioggia.
Timonieri distratti,
nocchieri senz'occhi
per orizzonti graffiati
da intermittenti
bagliori meccanici.
Rotte ancorate
in rituali
senza memoria,
perché
sempre uguali.
Ciurme di mozzi
che lustrano
vite avvilite,
con giacche e cravatte
o con tute gualcite.

E poi
le rotte deserte.

Ancoraggi
in anfratti
tutti uguali
come le rotte
percorse.
Notti di mostri
che affiorano
e divorano
menti
e se stessi,
in unico pasto.

Abissi dispersi
nell'alba,
mostri acchetati
pei prossimi agguati,
in quegli antri,
rade indifese
di anime tese.

Partenze
Dopo esser partito
sempre riarrivo.

Senza bagaglio mai
e con sottobraccio
il niente che tu sai.

E non tiene speranza
la mia lontananza,
ma guai se restassi,
semmai rinunciassi
a viaggiare lontano
seduto, magari, al divano.

La mia vicinanza
non darebbe speranza!

All'improvviso sparisco
e ancora non capisco
dove l'andar mi porta.

La mia memoria corta
non mi consente niente,
non riconosco posti e gente,
solo qualche rumore
mi smuove l'umore
ma poco, quasi nulla,
e il mio IO si trastulla
con domande irrisolte,
su paure non colte
che han sedimentato
un inconscio smodato.

E allora ,ogni tanto ,io parto!

In verità m'apparto,
maè come se partissi
diretto in una eclissi.

Col corpo son presente
...ma valla a ricercare
la mia mente.

Parole
Son portato a scriver senza posa,
eredità d'un Io,
che tenta di cercare
emozioni rimosse
e colpe mai commesse.
E dunque, passo l'ore, a metter su parole
che, in fila, una per una,
son come umani solitari,
ma tutte insieme,
nella mia lettura,
si rivelano quasi
umanità ancestrale.
E dopo averle scritte,
le vado a ricercare
e le conto
e le scruto.
Una parola tonda
e una spigolosa,
una scarna
e un'altra più corposa,
un verso silenzioso
un altro rumoroso,
un avverbio sanguigno
un aggettivo maligno,
una frase sentita
un'altra costruita,
un concetto piano
un altro un po' più arcano.
Le leggo e le rileggo
e loro stanno li,
su quell'unico foglio
che per loroè il Creato,
convinte di pesare,
ciascuna, per suo conto
a seconda di sillabe e vocali,
ognuna nel suo mondo.
Alcune, con l'accento,
si credono migliori
e si cercano, lo sento,
e scambiano parole.
Parole che figliano parole!
E a me va bene,
perché l'amo tutte, le parole,
purché poi non cambino il concetto
che aveva partorito il mio intelletto.
E loro son contente, le parole,
di stare li, sopra a quel foglio
anche se sanno che rimarranno
li, finché io voglio.

Un amore da lontano
Da lontano ella giunge,
a piedi scalzi,
nudo il suo petto,
triste il suo sorriso.
Si trascina nel cuore
e sulle spalle,
una storia di madre
e di compagna,
più spinosa e crudele
d’un calvario.

Parla con voce bassa,
alita il fiato
verso il suo passato,
racconta la sua storia
sgranando, ad una ad una,
le pietre aguzze
della sua memoria.
E par che non avverta
mia presenza,
mentre flagella ancor
la sua coscienza.

Fragile e minuta
la figura,
molto simile a quella
di bambina,
si muove lentamente,
come foglia
cullata dalla brezza
delicata,
in quella traiettoria
di memoria.

L’effigie d’un bambino
mai amato
mi rimandava il suo volto
sconsolato,
e lo stesso timore
d’abbandono
nelle parole dette
senza suono.
Alitava con tremore
la sua voce
a raccontarmi
la mia stessa croce.

Un’onda sovrastante
s’inarcò nel cielo.
Morì
in quell’istante
la ragione
ed io fui goccia
d’un mare d’emozione.

Mancanza di ispirazione
E’ inutile che insisto, non riesco
a scrivere poesie, meglio che esco
potrò incontrare un paio di persone
che mi daranno un po' di ispirazione.

Il sole sta cambiando la sua luce
un arancione caldo, che conduce
all’azzurrina cenere serale
che fa sembrare ogni cosa uguale.

Avverto nella brezza del tramonto
un refolo diverso cheè un acconto
della dolce stagione, Primavera,
una carezza su un’anima leggera.

Vedrò i prati ingemmarsi di colori
Pettirossi divenire rubacuori
Giovani donne in abiti fruscianti
Boschi radi divenir virenti.

Sono arrivato al corso del paese
Dove la gente fa l’ultime spese
Un po' di pane o forse solo latte
Con la fretta di mettersi in ciabatte.

Capisco al volo che nonè il momento
Per cercar la trama d’un componimento
Nonè l’ora che la gente ti da retta
Almeno a giudicare dalla fretta.

Rassegnato ritorno sui miei passi
Cercando ispirazione in mezzo ai sassi
Che nel frattempo son divenuti scuri
Perché il buio l’ha confusi con i muri.

Alla fine rinuncio nel mio intento
Ma son tranquillo, anzi son contento
D’essere uscito a sentir la sera
Che m’ha donato un po' di Primavera.

L’unico cruccio é che ancor non so
Se dopo tutto… qualcosa scriverò!

Anche alla lontana
Se solo qualche volta
si potesse trovare
tra la gente
un pensiero
parente
della mente!

Il davanzale
Un dì prendesti
il tuo sottile male
e lo adagiasti
sopra un davanzale,
e all’aria dolce
della Primavera,
affidasti il sussurro
d’un ultima preghiera.

Poi raccogliesti
gli aghi
della tua matassa,
ricordi arroventati
del tuo inferno,
e li gettasti,
tutti quanti in massa,
sul piancito
del tuo cortile interno.

Punsero ancora
durante
il tuo volare,
strappando l’ale
d’un angelo ribelle,
senza più piume,
ma solamente pelle.
E nella tua memoria
e sul tuo viso,
non avevi la gloria
del santo Paradiso,
ma solo le macerie
d’un tempio di miserie.

E l’ultima maceria
di te stesso
fu avvolta
in un lenzuolo bianco
che presto si macchiò
del rosso dello schianto.
E quel tuo corpo sghembo
venne poi sigillato
coi denti di una lampo
in uno scuro grembo,
su gelide piastrelle
le stesse
che scegliesti
per viver tra le stelle.
…………………………………….
…………………………………….
E ieri son tornato in quel cortile
insieme ai miei pensieri
sul vivere e morire,
ma non ho visto stelle
oltre quelle piastrelle
ed ho pensato, allora,
se durante il tuo volare,
lungo quei sette piani,
desiderasti invece
di star sul davanzale
aggrappato, magari,
con l’unghie delle mani.

Assenza
La sua assenza
mi ingombra
come, in un prato,
una possente
quercia
che limita
lo sguardo
all’orizzonte.

Eppur trovo riparo
dall’accecante luce
del mio giorno,
proprio li intorno,

Intorno a quella quercia

Intorno alla sua assenza.

Inferno
(Sfogo di un povero diavolo)

I mostri più crudeli
degli abissi
son teneri folletti
al paragone
di ciò che fu creato
a immagine divina
su questa terra verde
una mattina,
agli albori del tempo
per capriccio
d’un Fattore vanesio
che stanco
del Creato
alitò sul fango
per essere adorato.

Non pago
di pesci ed animali
mise in cantiere
il re di tutti i mali
e dopo un po' di tempo,
forse pentito,
inviò Suo Figlio
sul verde Suo pianeta
per rimediar all’abbaglio
preso dal grande Esteta.


Ma intanto non cambiò quello scenario
neanche col martirio sul Calvario
e allora con la lancia nel suo sterno
trasferì sulla terra tutto l’ inferno

E per mostrare a tutti la visione
fece inventare la televisione
che ogni sera alle otto in punto
ci fa vedere dove l’uomoè giunto.

S’inizia con la guerra del momento,
tanto per darci un poco di sgomento,
e poi, per mantenerci spaventati,
ecco i bimbi stuprati e poi ammazzati.

E per chi non va in guerra e non ha prole
e di queste notizie non si duole
si tenta di scardinarne l’egoismo
ricorrendo al noto terrorismo.

Cavolo, quello deve impressionare
perché a tutti quanti può toccare
di star su un treno o un cinema affollato
e di trovarsi all’improvviso spappolato.

Poi tanto per finire, a voce roca
ci si racconta dei cuccioli di foca
che con gli occhioni pieni d’innocenza
subiscono l’ignobile mattanza.

E infine per addolcir l’inferno
mandatoci da Dio su questo mondo
ecco apparire il bel faccione tondo
del nostro illustre capo di Governo.


Stretta la foglia larga la via
Se c’è l’inferno e ovunque sia
Non c’è alcun rischio che lo si perda
Vivendo noi in questa merda.

Quando giungerai
Non so dirti quando giungerai
né se il percorso avrà mai fine
e nemmeno se quel tuo andare
solcherà terra oppure mare.

Non so nemmeno dirti le ferite,
né le assenze e le incertezze
o quanti amori illuderanno
la solitudine del tuo affanno.

Non conosco le miglia
o il tempo del tuo universo,
ma so che tuoè l’istante,
insignificante od esuberante.

Non so se giungerai le mani
sotto un legno marcito dal dolore
o tenderai le braccia al cielo
per cercare, nell’azzurro, il tuo vangelo.

Non so dirti la tua disperazione
quanto coraggio infonderà
quando, senza più pianto al ciglio
saldo, afferrerai l’ultimo tuo appiglio.

Non conosco i profumi ed i colori
né l’alito carezzevole del vento
né il chiarore delle sere d’estate,
né altre sere, sognate o sperate.

Tutto ciò e tant’altro, ancora non so,
ma lo stesso, ti inizio al tuo tragitto
col mio seme di padre impaurito,
sparso nel mio irto percorso
                     (non ancora finito)


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