Poesie di Angelo Michele Cozza


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Tu, di certo, più non ricordi
Tu, di certo, più non ricordi
-e chissà da quando!-
i lontani giorni d'allegria
festeggiati gironzolando per le vie
il nostro appartarci nel buio
gli angoli fuori mano
ove ebbre si ritrovavano
labbra infuocate e voraci
per donarsi baci di passione!
Felici per un giorno o un frangente
schermati e corazzati poco ci colpiva
non punti da tristezze acute
ignoravamo che la morte fosse la meta
a cui giunge la vita per un tempo
che tende al limite del destino.

Che siamo e chi siamo oggi
separati e indifferenti l'uno all'altro
abbattuti da solitudini e malinconie
confusi in una moltitudine umana
arricchita o impoverita di illusioni?

Quanto silente muta oscilla o si rafferma
tra riverberi e abbui di stagioni!
Oggi sappiamo che dolore e rinuncia
sono preludio e preannuncio
allo spalancarsi del vuoto e del nulla
che non lasciano spiragli di luce
quando a tutto spiano inesorabile
invecchia e involgarisce il cuore!
Baracconi zeppi di passato a rimorchio
per urti ripetuti e buche malcelate
ci sfasceremo quando di colpo
si spezzerà il filo che resiste e ci trae
in mille pezzi poi si disperderà
l'esile vita breve e mortale
e nessun prodigio mai lo scongiura.

Oh si! Sparisti senza lasciare un'orma!
Sento che il freddo sta per giungere
e il tutto essente si ritira ma conforto
oggi mi fa il ricordo in cui ti incarni
nel lieve tepore di un dì primaverile.

Non mi raccapezzo
Somaro, il tutto e il nulla
assiduo studio e non mi raccapezzo
la coscienza del limite è palese.
Pur io studio il tempo
che fiume tra anse e pozzi passa e rode
la vita che declina e muta
la pavone bellezza che sfiorisce
i moti pendolari del cuore
le eclissi di ideali e amori
le pozzanghere di malinconia
che mi schizzano addosso pene
l'orrore della morte invitta.
Oh la ragione che tutto vaglia
e indarno sempre indaga
ciò che è privo di senso!

Io studio i rami della solitudine
che si infittiscono di angosce
il futuro che più non mi impegna
lo spasimo dei colori che scolorano
la lucentezza brilla che si fa opaca
lo spessore della polvere che cresce
i feti e gli aborti di illusioni.
Studio e so più meno di prima:
ogni sunto o ripasso è vano
e l'ignoranza intatta mi ossessiona.
Incessante tutto si sconsacra!
Quanti cespi secchi e petali caduti
invasioni di pattume, realtà algide
sterpaglie di intendimenti!
Che intesi, che intendo vivendo?

Dove sono i passaggi segreti
per evadere dalla mia cella buia?
Bere mangiare dormire amare
e infine il dolce della morte!
Giaccio tra due poli ambigui:
abissi enormi e fiaccole illusorie!

Cosa vuoi che sappia del dopo
Cosa vuoi che sappia del dopo
se sono impegnato con l'oggi
e vano da tempo tento di riacciuffare
remote piume di imprendibili ieri!
Che posso dirti che valga e duri
più dell'attimo impercettibile
che nel possibile raccolgo
prima che non mi sia vietato
e silente rovini in ciò che è stato.
Un tic-tac uniforme si replica
ma l'attimo non si trasmette
non trasla né precede né segue
l'evanescente non si imprigiona
solo nell'attimo che non afferri
la corda emette note, poi è silenzio;
silenzio prima, silenzio dopo
e così è anche la vita che vivi.
Nulla prima, forse essere, nulla dopo:
nella sequela dell'accadere
non si intrattiene il pensiero in atto
che sorprende si accomiata e annichila.
Ai mortali, solo d'idiozia
della non durata è data
il prima e il dopo restano
punti di una traiettoria chiusa
che si percorre in un verso solo.
Siamo studiosi di cose svanite
e presuntuosi estensori di futuro
e intanto infingarda la terra
gira e cammina tra masse stellari:
necessità e fato imparentati
appena si accorgono di noi
nel pulviscolo di un'onda umana,
in loro balia sospinti dal caso
oscilliamo tra l'essere e l'esser nulla.
Messa in opera, messa in cantiere
sempre al varo nel mare della vita
l'essente in respiro poi salpa per l'assenza
si aprono falle, gotti invisibili
si svuotano sentine, poi più niente
al confine della coscienza incoscienza
nei gorghi del vuoto affondiamo per sempre..

Ecco l'attimo illusorio e breve
Ecco l'attimo illusorio e breve
che sospende il prima e il dopo
l'erba secca o lucente e umida
che lancia il suo gemito muto
al passaggio del cieco vento
le nuvole che fuggono sotto il sole
la vita che ci intontisce col suo mistero
la lugubre eruttazione del cannibale vuoto.

Siamo e non siamo nell'onda delle cose
fatui nell'estendersi o contrarsi
di un destino incomprensibile
nel fluire di ombre sotto dardi di luce
umani vaganti animati da chimere
che accompagnano da mane a sera.
Non ti voglio più bene vita
su, lasciami andare via!

Non senti come si alza
il ritmo dello scricchiolio
come il tempo ammala il cuore
e ogni smalto stempra effimero?
Più non zampillare illusione
polvere già, in oblio io anneghi!
Ieri amore, oggi morte! A sbafo
e ingordo di tanto mi cibo!

Verde e rosa, nero e grigio
questi i colori dei miei arcobaleni
quando si riflette o si rifrange
l'astro dorato dopo un temporale
infuriato nell'arco di cielo
sotto cui vana e fragile scorre la mia vita!
Ignoranza avvinghiami! Non sappia
di un mostruoso irreparabile svanire!

Ero sulla soglia dell'età verde
Ero sulla soglia dell'età verde
quando una sera ti vidi passare
e seguii la tua ombra fino ad un portone
serbando per giorni nella mente un viso
viso vagheggiato e tinteggiato da un albore
che spunta solo quando il cuore sogna
e al mattino ricorda intatto il suo dire.
Fu un inseguire furtivo e segreto
che tallonava una femminea figura
un affacciarmi continuo nella serra
ove cresceva prospero il tuo germoglio.

Trascorse del tempo, non so quanto
prima che ti rivolgessi la parola
e una vampa rosea abbagliasse i nostri occhi.
Eri leggiadra, le tue unghie avevano il colore della rosa
scarlatta, dardi scoccavi e infiacchivi il mio coraggio
che a te mi avvicinava con passi intimoriti.
Si accorciava poi la dolce lontananza
petali spuntavano dal grembo del sogno
il tuo respiro accelerato e ansante come il mio
rompeva il silenzio e dava fiato a parole mai udite.
Oh rosa come profumavi di soave e di speranza!

Ancella in divenire quali mondi spalancavi
come mi soggiogava la tua onda di tenerezza
in una avventurosa incertezza e illusione mi cullava
quante girandole multicolore esplodevano intorno:
era stagione di fiori e tu l'aura grazia dell'amore!
Cessati i preludi e tutti lontani
alitammo felici tra divini riflessi di luce
e vagammo tra le stelle nei pelaghi del cielo.
Perché precipitoso poi vanì
il nostro sogno tra i gorghi della sorte!
Dove sei ora, sarai viva, sarai sepolta ?

Te cercando va cuore immiserito di porta in porta
te rincorro nelle tenebre infinite colomba bianca!
Se cielo fiume mare monte o orizzonte affisso
nella triste ora te va cantando il cuore illanguidito
memore amore di mia prima giovinezza!

Al farsi del mattino nel parco
Al farsi del mattino nel parco
per refolo sparuto e stento
pur plana da ramaglie dorate
qualche fronda nei viali;
cani, in libera uscita,
ma al morso del guinzaglio
marcano domini altrui
o inquietano piccioni isolati;
vecchi su panche mezze sgangherate
spolverano memorie tristi o liete
di parlanti giorni passati.
Il sole sale, la terra scalda
corre il baio del tempo
fra pensieri non detti e non uditi
poi bruca tra istanti muti.
E ancora l'ortica si mostra
nell'aiuola di ghiaia
che al solleone brucerà all'afa.
Ecco ancor lì la gazza audace
spintasi fino al cassonetto
a cercare qualcosa da beccare
e precedere altri famelici.

Altrove e chissà dove
tante cose stanno accadendo
qualcuna tiene, altre schiantano
effonde il vano, gemono illusioni.
Ognuno per la sua strada
accerchia invisibile la morte la vita
che fa testamento del suo vuoto.
Beati i galli e le oche
già alle prese con i fosfori
smart tablet e cellullari
che tanto scomunicano e ignorano.
A sentire la voce dei giornali
ai più manca l'essenziale
e strano ancora fanno scalpore
i disonesti pizzicati
in fragranza di reato:
non passa più di un giorno
che o di qua o di là
nelle sue forme varie
la pazzia non esploda.
Dolora e abbatte il presente
non la vecchiaia ma la giovinezza
che non mi appartiene e all'oscuro
per tanti deve edificare un avvenire.

Occuperò anch'io una panca vuota?
Indugio, si..no, decido:
aspetterò che il primo che passi
mi lanci un saluto e un sorriso.

Senza più lacci e gravami
Senza più lacci e gravami
presto andremo via
ai fumi al vuoto e al pieno
al dolore e al grigio
malinconico che ci assorbono
allo spasmo di solitudine
che l'anima torce
le spalle volteremo
e cerea trionferà la morte.

Caduta ogni angoscia
in nessun luogo sarò più
pure al silenzio assoluto
sarò sordo e il cuore
affrancato del suo battito
troverà quiete e riposo.
Separiamoci senza rimpianti
e stupori mondo senza fine e scopo:
addio, ti lascio buio e luce!
Vano tutto declina e perisce
sai amore e fiore che profumi
sole tiepido che mi desti!
Su, vai oltre famelico vuoto
qui non puoi più ingozzare nulla!
Nessun giorno non tramonta
comune e uguale è il destino
così è e fatale deve essere
dopo spari o inesplosi
di sogni e di illusioni.
Continuerà senza nessi e dèi
a comparire e scomparire la vita
febbre che in altri si replica
e a futuri commiati già rinvia!
Incapace di traversamenti alati
marcirò come vecchio relitto
sulla stigia spiaggia
e se mai ritrovato un giorno
non si saprà neppure chi fui!

Se un verboso estro m'avviva
Se un verboso estro m'avviva
e ilare il cuore a te si volge
non farmi silente incavo
qual conchiglia arsa e inerte
che dopo sciabordii il maroso
sulla battima atterra e infossa
dolce prediletta amica!
Angelo dalle tenebre sbucato
nell'anima e nel pensiero
a me stesso non mi abbandonare
nel mondo che ci frulla
tra bolle fatue intrise
di sogni e di illusioni
ma tra baluginii e riverberi
acqua bagnami, sole scaldami
brezza accarezzami, respiro dona
e tienimi vivente!
Non apparenza di vacue essenze
ma sostanza reale, tangibile,
densa di trasalimenti e di sospiri
saldi le nostre disgiunte vite
all'accadere del serale incontro
quando un tardo frullo ci innalza
e trapunto di astri si fa il cielo.
Parole corali raggiungano
meta ambita prima che vaniscano
o in gorghi di silenzi affondino
nel farsi di un procelloso evento.
Munifica, la penna nella tua mano
racconti la favola che bramo udire
che mi rasserena e mi rischiara;
più affresca e abbella la tua figura!
Fosfora nella nebbia la riconosca
guardando in punta di piedi
oltre il suo alto spesso muro
pur quando il baluginio
repente avrà ritirato la sua luce
e l'etereo bagliore farà nero.
Abbracciami e sovrastami
strabilino occhi su te affissi
dammi confidenza se, intimorito
e mesto, in angolo buio m'apparto
e cuore non sazio più ti guarda.
Donna fatti fiore e profuma
e io farfalla su te mi posi!

Quann` hê campate pe` tant`anne
Quann` hê campate pe` tant`anne
e accumpare `o primmo capillo janco
senza ca `o chiammo
vene pure `o mumento ca t`addumande:
"Ma ched` è sta vita?"
Senza ca ce pienze rispunne sicuro:
"E` pe` chesto e pe` chell ` `o ccampà!"
Ma si te miette a ragiunà
nun te cunvince e, quaso a te fà nu rispietto,
'mpruvviso `a stessa dumanda
s`appresenta n`ata vota
e da saputiello...addiviente 'ngnurante!
Cu na santa pacienza, te miette
a cercà n`ata risposta, speranno
`e truvà chella bona e fernì
stu juoco ca t`accumencia a scuccià!
Ognuno `e nuje, a modo suoje
tene na filosofia pe` se spiegà
`a presenza soje 'ncopp` ` a sta terra
e, cu sta certezza, affronta sicuro
e cu fede `o destino ca l`aspetta!
Ched`è sta vita?.......
Vulesse risponnero cunvinto
sicuro `e nun sbaglià
sicuro `e sapè che sto facenno
mmiezz` `a tanta ggente, sicuro
`e sapè ched`è sta vita mia!

Sequestrami vento e portami via
Si è alzato chissà dove
un vento stasera, sbuffa
e fa udire inquieto la sua voce:
spasimano le poche foglie su rami
dondolano ombre e luci su viali
carte turbinano in erme strade;
passa, passò prima, passera dopo
così come pensiero per la mente.

Che è vento questo risuonar
interior lieve lento o acuto
di nostalgie e memorie?
Oh tu orchestral strumento
che il mio silenzio fendi
e vele ideali enfi
sei di ponente o di scirocco?

Come orienterai la mezzana
sulla cui tela è ricamato
in un cuore in nome del mio amore?
Su sirti gibbose o al largo
mi spingeranno i tuoi soffi
mi risparmierà la tempesta
che attacca il regno dei ricordi?

Oh dimmi, come fai tu inconsistente
ad avere tanta forza
e optare per tante direzioni?
Sussurro leno o urlante sibilo
che accarezzi o scompigli
animator di chiome veli e vessilli
al tuo ritmo batte il mio petto
se dimentica il passo delle parche
che mute incedono funeste
per condurmi all'abisso.

Sequestrami o vento che passi
prendimi nel tuo viaggio
più non sbadigli al mio destino
se ancor a solitudini cedo
o nei loro gorghi affondo:
una folata mi strappi
all'istante in cui languori
e un corpo senza vita sento!

Teatrante faceto e serioso
Teatrante faceto e serioso
su sveglia! Poltrone andiamo
il palcoscenico del giorno
è già pronto e allestito da ore
il ruolo e la parte la conosciamo
oltre la platea e il coro, sulla pedana
comparse reciteremo il tiritera
tra luci e ombre, fischi e battimani.
Sei stanco del palco? Ma dài!
Non puoi ritirarti o eclissarti
se non si chiude il sipario
e violare le regole del contratto
che stipulasti col Regista
all'iniziò della messinscena!
Nella trama della commedia
apparire, è la tua missione
illuderti di essere, il tuo alimento
domandare e non sapere, la tua pena
amare utopie e amori, il tuo sogno!
Respira le tue sceniche polveri
tra la vigile gente di teatro
e variegate illuminazioni filtrate
e ricorda che sulla locandina
pure in fondo e minuscolo
a volte figura inaspettato il tuo nome.
Dàì! La tournée è quasi alla fine.
Comica assurda tragica o grottesca
non puoi rifiutare la tua parte.
E se dimentichi battute?
Tranquillizzati:c'è sempre un suggeritore!

Ncielo s'è spase nu lenzuolo niro
Ncielo s'è spase nu lenzuolo niro
chiòve primma nu poco po' assaje
'a stanza s'è fatta scura 'e gelata.

I' vi sento penziere mieie
ca nun parlate, diciteme: addò iate?
Ah sta pucundria ca vene a ncuità
ca saglie stregne e affoca!

Miette vela e iammo luntano core
scappammo primma ca cchiù s'accoste
e st'anema ca tutto sente struje.

Addà passa st'ombra, addà passà
s'addà sbruglia stu velo niro!
Vattènne, vattènne aria d'autunno
nun te sta cu me abbracciata!

Non è ancora il momento di partire
Non è ancora il momento di partire
devi ancora aspettare
mi ripete una voce
se tardo non è per colpa mia
e così per digerire l'attesa
mi vedo costretto a chiacchierare
con i miei pensieri.
I più prolissi certo sono loro
io mi limito a poche domande:
da dove vengo, dove andrò
cosa ho fatto della mia vita
e così via dicendo.
Tra una pausa e l'altra
a volte mi addormento
o se non ci riesco
alla fine finisce
che miro una volta stellata
corro a un mare remoto
penso ad una donna
o mi assonno su un libro.
Bisogna pur far qualcosa
mentre la vita si svuota
del tutto e dissacrata
stinge i suoi colori così vari.
La noia e il vuoto
come altre cianfrusaglie
incursori del mal di vivere
poi sono sempre in agguato
pronte a sopraffarci
a metterci un braccio
attorno al collo e soffocarci:
i malandrini incorporei
nell'ombra appostati
non aspettano altro!
Senza compagne nostalgie
figlie di passato e futuro
vivo nella chiarezza frontale
del mio destino vago
tra sussulti di silenzi acuti;
per essere obliterato
un biglietto di sola andata
valido, stretto custodisco
nel palmo asciutto della mano.

"Alluvione"
Seguendo presagio meteo
rovinosa imperversa l'ira
autunnale dei Nembi
sulle ubertose Langhe.
Ininterrotta, ostinata,
copiosa e fitta pioggia
dall'alto inclemente
ciel riversa su invasi
rilievi terre e case!
Torme di rivoli brulicanti
sguizzati da monti e pendii,
insinuosi, giù inondanti
per crinali vanno.
Come liquido che rigurgiti
da colma coppa
su tovaglia tersa ,
alterandone artificial disegno,
così il padre Po
col tributario Tanaro
e la numerosa acquea famiglia
dirompendo, dilagano
sgualcendo la paudania piana.
Violento e furioso
il contatto con le cose:
cede l'argine,
rovina la muraglia;
affonda il campo;
s'accascia l'albero divelto,
ferito a morte il ponte;
annega l'arida pietraia
terrapieni si disgregano!
Vaganti, carcasse fluttuano,
masserie, fabbriche
impantanate stanno!
L'omicida marea melmosa
scompaginando corre
itinerari di morte
traccia avanzando!
Reo del suo insaziabile
potere di dominio sulle cose,
l'uomo riflette imprecando:
sulle guglie del dolore
disperazione muta sventola!

Che m'è succiesso!
Che m'è succiesso
da quanno mettennemo
na mazza 'e scopa sott' 'e cosce,
comme si fosse stato nu cavallo,
cu na scimitarra
fatt' 'e cartone rinfurzato
curreva a fà guerra
cu 'e nemico ca steva p'arrivà;
da quanno m'abbuscaje na preta
'ncapo, doppo na secutiata?
Che m'è succiesso
da quanno appuntunato
a l'angulo 'e nu vico
apettava tremmanno
ca passasse na figliola
e 'o core dicesse:
-Mò ca passa
lle facce 'o surdeglino,
m'accoste e lle dico :
Vuje, mme facito suspirà!-?
Che m'è succiesso
'a quanno na femmena
me mannaje a dì ca me vuleva
e i', gamme chïate,
appuiato restai nfacce 'a nu muro
c' 'o core ca sbatteva e tremmava
p' 'a nuvità? Che m'è succiesso
'a quanno addiventato n'ommo,
sturduto d' 'a speranza ca runzea,
mpapucchiato da mille sbarìe
'o tic-tac 'e nu rilorgio
accuminciaje a cuntà
juorne, anne e malincunie?
Che m'è succiesso?
M'è succiesso
ca me so' fatto viecchio!
St'uocchie senza chianto
e stu core tutto curaggio
hanno capito 'a verità!
Mò 'o saccio!
E chi se ne mporta
si me restano 'a sfuglià
sulo poco pagine
primm 'e nserrà
'o libbro d' 'o destino
c' 'a vita, passanno comm'o viento
arapette tàntu tiempo fà.

Nero oltre il nero
Luna piena luna nuova luna calante
vestite di bianco velo
fila Cloto misura Lachesi recide Atropo
destini decreta la Possente Moira!
Qui ancora io, in loro balia
a sopportare un trascinamento che non amo
a ricoprire illusioni interrate
madido di malinconie.
Si consumerà completamente il tizzone
che arse e fece fiamma
e sarà cenere muto
ancora i deserti saranno deserti
i fiumi correranno al mare
foglie vive si avvicenderanno
e foglie morte.
A che affanni guerre vanità
invidie contumelie e amore
se al nulla tutto soccombe
prima o poi miseramente.
Povera illusa umana vita
che in quelli che verranno
trasmigrazioni e aureole
cerchi fughe alla tua sorte!
Creare per distruggere:
quale perpetua stupidità divina
per l'universo viaggia e regna
e compie misfatti atroci!
Nasce perendo ogni cosa per fato;
drogati di vita, prede di passioni
per istinto dimentichiamo la morte
seguendo il sole e le sue ombre.

Di me non hai ancora un volto
Di me non hai ancora un volto
ma solo una voce e un po' di tepore
umano che un filo diffonde
eppure ad ogni riascoltarci
leggiadra ritorna un'antica gioia
e possiamo respirare tra le stelle
riamare i giorni, pur distanti
melate primizie interiori
assaporare tra polposi pensieri.
Più ne voglio, né posso
perderne neppure un poco
troppo prezioso è per la vita
che senza voltarsi sta andando via;
ancora, oggi e domani,
per te e per me voglio sognare
distendermi al sole,
andare per mare e cercare perle;
abbandonato sentieri deserti
di presenze vive a te compagno
ancora intonare canti di emozioni.
Avventizia non sia quest'epoca di ali:
in volo due sorrisi esplodano
nello spazio di dolcezze che sorvolano
e altre luminanze sull'orizzonte
allontanino le tenebre di ieri.
Su, librati
intendi questi spiriti aerei
che parlano di albe future
di preannunci di crociere
di frescure di altri mattini
di presenze di palpiti e tremori
di sciami di trasalimenti!
Acerbo e odioso un passato
sia solo un ricordo seppellito
nel camposanto del dolore.
Schiudi le tue labbra, vieni
dilatati a questa nuova era
che tra la nostra meraviglia
incede e odora di fiori.
Se acrobata cammino oscillando
sul filo teso tra principio e fine
tienimi in equilibrio sicuro
bilanciandomi con l'asta del tuo cuore
e parlami perché io non veda
gli aguzzi speroni che emergono
dai precipizi della vita:
un amore di essere e sentire ci risposi
e un motivo nuziale ci commuova
se ancor tempo scorre nella clessidra.

Tiritera settembrina
Ci sbarazzeremo per incanto
di quest'afa malandrina
che ancora ci toglie il respiro
ritorneranno brume fumanti
più fiato e forza avrà il vento
dalle vigne ad una ad una
si staccheranno foglie roggie
docenti ambulanti precari
nella "buona scuola" forse
avranno cattedre e banchi
ancora ci saranno scioperi
per rivendicazioni salariali.
E' già nell'aria, lo sento:
al cuore che batte più piano
nubi migrabonde infoltite
autunno annunzieranno meste.
Oh la pioggia, la pioggia
che tanto aspettammo
arsi dalla calura agostana
la frescura serale dimenticata!
Altre escare di speranza
spunteranno sui rami secchi
della vita che si accorcia
per noi pendolari tra stagioni.
Che scorgeremo tra le nebbie
oltre riconoscibili malinconie
qualche fungo, dei licheni e poi?
Oh elegie, elegie in fuga
che l'animo compone e scompone
al piovigginare di fronde brune
tra viali solitari di ippocastani!
Lento ma inesorabile il tempo fugge
l'animo cattivo di questo mostro
senza testa né coda ci divora
o ci spezza con la sua mole di eventi
poi più si accresce l'effluvio denso
dell'indicibile convinzione
che tutto muore e mai più risorge.
Lontana se ne sta la morte
catastrofe o apoteosi in prospettiva
quasi a temere di essere bene accolta.

E intanto andiamo
Tremoleranno qui a poco le fronde
ancor più veloce dietro ai monti
scivolerà il sole e sarà buio prima
brume e piogge piomberanno
su terre arse cedui boschi e case
altre fratture avrà la salute
che come cero si consuma.
E intanto andiamo,
forsennati o svogliati corriamo
ma dove andiamo: dove!
Forse verso il grande sonno
che di nero si colora o di eterno s'indora
nella povere che si alzerà col vento
o inanimati nel nulla a fiottare?
Nella probabilità di vivere o morire
-varia e volubile- ci sballotta
l'alta marea delle stagioni
or su punte di scogli or al largo
di pensieri dolci o atroci.
Chissà quando, ma ancor più lesi
crolleranno muri maestri
di speranze e di illusioni
dardi di angoscia centreranno
il cuore senza scudi di fede;
rapido, in sordina, rassegnata
seguirà la vita la scia del destino.

Camminammo verso l'amore un'estate
portando un anello e una fresca rosa
lo rammento nella folgore del ricordo
risento i tentacoli delle meduse
l'ammalio delle sirene adescatrici
prima che si giungesse a un attracco!
Altro tempo correva:
più giovane, lieto e meno pigro
era il cuore, schivo ero
alle strade del silenzio
che oggi mesto nell'assenza percorro.
Si, altro tempo! Fu appena ieri
e domani non so se più sarò vivo.
Ah come monta la squassata mente
pensieri che fanno ragne di schiuma
e poi nell'oblio si incanalano.
Vedi quelle nubi grigie sulle cimase
che, come messi cupi concitati,
in anticipo autunno annunciano
in quest'ultimo scorcio d'estate?

Sorte donami beata ignoranza
nutrimi di salutare indifferenza
paralizza i miei inquieti pensieri
se a strascico l'abisso scandaglio!

Forte su flavi campi picchia il sole
Forte su flavi campi picchia il sole
raro è qualche albero ombroso
nelle gole rapaci diurni roteano
rocce corruscano su declivi feraci.
Giorni ferventi forieri d'afa
per frescure in moratoria e lontane
invieranno tutti ai monti o al mare
si vuoteranno piazze e strade
più morderà l'arsura tra i greti.
Ciclico e uguale tutto si snoda
nelle sue forme e nei suoi modi
ripetibile scorre il nastro
del tempo con le sue stagioni
e nulla nel suo fluire lo muta.
Chi va altrove in cerca di ristoro
non fiuta il destino, miope poco vede:
i bessi sognano bronzature invidiabili
che diano nuova tonica all'eburneo corpo,
i frugoli, sull'arenile intasato,
(non contaminati da dolori e delusioni)
armeggiano con i loro attrezzi
friabili mure di cinta e torri erigono;
si raccolgono pinoli, si vola su bici
si bivacca tra boschi e si respira.
Verrà poi la brevità del giorno
consueta e in leggerezza
la malinconia dell'autunno
il freddo e l'uggia dell'inverno
e si aspetterà di nuovo
di partecipare a un'altra estate.
L'egro ermo pensare del vecchio solo
che non a garganella
ma a gocce di vita si disseta sa
e non ignora che non solo a scaglione
ma pure a caso immite la morte viene.
Sul contingente attuale e stagionale
ci imbarchiamo e sbarchiamo
acciuffando pezzi di vita che passano
con un cuore sempre più disabitato.

Se le parole sapessero dire
Se le parole sapessero dire
di una esistenza interiore
se non effimere si opponessero
al soffio che pagliuzze le porta via
o rafferme figurassero illustrate
la istanze pregnanti di chi le emise
saprei riproporle, sceglierle
in una gradazione di toni e di colori.
Poi che dopo estrema attesa
scalpitanti fremono
e in ressa sfuggono
a chi vorrebbe trattenerle segrete
per non vederle morire
e ad altri non dicono del cuore
del suo cantare a squarciagola
al venire di un emozione d'amore
come ancora liberarle e trasalire?

Oh l'indifferenza dell'uditore
che sordo inanimate le accoglie
oh insufficienza dell'abbondanza!
Che potere può avere la parola
se non svela retroscena
o non attraversa la cruna di un cuore!
Se non avessimo fiato
o intrappolata tacesse la voce
storie dolci idiote o mozzafiato
non farebbero il giro del mondo:
parlerebbero allora più veri gli occhi
l'incapsulato farebbe più strada
una lacrima sgrondata
proverebbe una tenerezza
un formicolio di sospiri
racconterebbe la trama
di un libro di batticuori.

Ah quanto abbiamo riferito
al mare ad una tomba o alla luna
quando soli nessuno ci ascoltava
e una solitudine ci strozzava!

Tu non venisti né mai ritornerai.
Amore che con cuore e respiro rimi
nel corteggiarti la vita consumai
slancio tenero del sogno
la mia forza indomita eri
poi le tue promesse disciolte
nel nulla e il mio andar solo!
Dimmi, in che sbagliai
se vano dappertutto ti cercai?
Un errore, un altro e poi ancora
oh me asino insistente
che dietro nuvole farneticando
con te lunghi discorsi allacciava
per reggere con ragione una vita
pesante di angosce e di tristezze!
Paradiso, purgatorio o inferno
pur tu a bada tenevi pensieri neri
quando una speranza si allentava.

Premio mai ricevuto, fiore impallidito
o mai spuntato dalla pietra
lava raffreddata, bugia ripetuta
sbatter d'ali impallinato!
Oh signore che cuori padroneggi
quanto ben poco mi sorridesti;
raggio di luce non fendesti
la muraglia di nebbie e a voce alta
non potei gridare:- Sta arrivando
mi acceca e per me splende amore!-
La vita abbastanza non dura
per attenderti negli anni
tutte le macchie una volta fiorite
or son distese desertiche
e anche tu albero della vita
non hai più radici né fioriture!

Zitte cornacchie cianciose
la morte è qui vicina, zitte
io vivo appena e non per sempre..

Vita amore e morte
Amore e morte, ermetici misteri
sovrani della vita, enigmi irrisolti!
Quanto vi ho studiato e approfondito
nel flusso di desideri e illusioni
nel viavai di nascite e di lutti!
Mille chiavi di lettura ho provato
per nei vostri recessi addentrarmi
ma nessuna serratura è mai scattata
e sempre fuori della porta son restato.

Più inconoscibili ancor vi indago
da reiterate inquietudini sobillato
ma come riconoscervi per quel che siete
se mai alla luce interi vi mostrate
e interrogazioni da millenni eludete!
Nell'avvicendarsi eterno voi fluite
portatori di gioia e di dolore
senza rivelarci mai scopo e fine.

Da orizzonti estremi apparite
or annuncio e sviluppo
or bufera e eclissi adducete.
Oltre la siepe il Recanatese
nell'immago forse vi diede dimora
molti con voi sul postremo limite
allacciano discorsi incompiuti
col vostro essere incompreso.

Catastrofi di reale o di non essente
nello spazio del divenire fluenti
qual estro poetico vi ignorò
allietato o contristato
dai moti del cuore; tra monti
o al mare o sotto luna,
chi non vi parlò, che animula
regale non vi affissò?

Tutto è nascita o morte
ogni vita o amore ha le sue ceneri
e non vi è, sul fatto, ritrattazione
o disaccordo nell'universo!
Ah l'opera ininterrotta delle Moire
oh alba al primo gemito o occaso muto!
-Provvisorio è ogni durare-
così non dice e significa l'oracolo.

Dicono previsioni attendibili
Dicono, previsioni attendibili,
che l'atra nube della notte della vita
già s'appressa e vagola sulla fossa buia
e cangiamenti e albe più non si agognano.
La tea rosata ingiallirà nel libro
le chimere partoriranno ancora chimere
la malinconia spumerà nel cuore
all'alzarsi di maree di tristezze
più bocca sdentata rilascerà sorrisi.

Cosi lo schermo dovrà essere pezzato
prima che varchi la soglia dello spettro?
Tutto trascolora e non ci meraviglieremo
se conforme poi concorda col previsto.
Senza rinvenire tracce che adducano
a sbocchi di domani
fatto ignavo da eco di parole vane
senza meta su l'orientato rettilineo
non andrò né avanti né indietro
e le ombre- ah le tetre ombre!-
che ermetiche si insinuano ovunque
con giuoco di fughe e di ritorni!

Un altro modo di vivere
mi sarei forse inventato
se ne avessi avuto voglia e occasione
e oggi che non si annunciano proroghe
se un movente pur avessi
non alzerei un dito per propiziarlo.
A che esigere oltre quel che voglio?
Oh essere e durare privo di futuro
che mi irriti e a dispetto ti imponi
che senso hai se pur devo andare
dove giunge la fronda pendula?
Crepuscolo, notte, buio.. e poi?

Da scaturigini del nulla assodato
non stento ma chiaro e risuonante
odo dirmi da una voce:
-Tu non ignoravi che la vita fugge
e nell'oblio cadono le sue fandonie
dunque, non vile, a imbarcarti
per l'altra ripa preparati
e prescritto un fatto si compia!-

Or che lo sfascio dell'insieme
Or che lo sfascio dell'insieme
è alle tue spalle e lontano
amico va là dove batte il sole
e gli alberi fioriscono
e le odalische danzano per noi;
ritmo profumi e luci ritrova
varca il limite e agogna
annunci di altri fragori,
fai urlare il cuore
e per incanto l'anima gioire
se nel cerchio in cui ti muovi
ancor ombre dominano e vi dimorano.
Insegui amore, fischia e balla
altri sogni sventaglia e componi:
più può accadere e vivere!
Inane non restare sul molo
con lo sguardo a immaginare fole
ma imbarcati prima che veliero
salpi e scompaia dall'orizzonte.
La vita è breve e il tempo brucia
la morte incalza e muta brama:
orario è il verso in cui girano
le lancette dell'orologio
e ahimè al bene e neppure al male
giammai indietro si ritorna!
Con tasche zeppe di speranze
va persuaso che la divina indifferenza
nell'odissea non ti tocchi:
non sempre il mare ci nega approdi
o mortale trionfi ammalio di Sirene
o antropofago ciclope al varco ci divori:
una Nausica ci sarà oltre le dune!
Va dunque, prosegui il cammino
da uno svolto ricominci il tuo destino
e in occhi stupiti ancora ricompaia
il sorriso di chi rientra nella vita.

Quando al di qua o al di là
Quando al di qua o al di là
di quel che diciamo vita
la mente volge e tra ambagi
il tutto sventra e discolora
e crudeli corrono i dettagli
di ricordi non più legati
al me estraneo che fui ieri
afono scoppia un urlo in gola
polvere fine di tristezze poi
da tomboli di solitudine s'alza
e un turbinio segue
mentre occhi e bocca sigillo.
Da incalzo di riesumare irritato
assente al domani ignoto
presente in un presente fatuo
pur qualche pensiero abuso
su lapidi di memorie e giorni
mentre per strapiombi vado
e greve dilegua e muore
l'attimo inutile vissuto.
Quanto tonfa e come s'abbuia
l'anima a visite di altri tempi:
nessun prodigio passato si ripete
nulla raggia da quel che avvenne
scampo non c'è ad ambascia di morte
che a tempo si accompagna
e concluso destino ammanta!
Ricompormi ridarmi forma e volto
nella mora dell'ombra
è poi il compito atroce
per rientrare in un'esistenza
che ancor a nulla riadduce.
Ah quando per viali solitari
andando non incontri
abbagli e adeschi di speranze
e un'angoscia come maglio
cala e ti schiaccia cuore!
Nullificata l'agnizione
venuta meno per anemia l'illusione
a che vale recluso opporsi al fato?
Ahimè merlo che chioccoli
tra cingolo di alberi frondosi
mai più, come te, tornerò a cantare!

Và, curro, jesce!
Jesce ogge e dimane, và fòre
và miezzo 'a via e cammina:
che ce faje dint'a l'ombra
'e sta prigione scura
ca te si fatto su misura?
'O campà sta là e t'aspetta:
guarda 'e stelle 'a luna e 'o mare
piglia sole e calore chiù ca può
fatto na corsa e nun te fermà
fino a che nun te manca 'o sciato!

Chi t'o ddice have ragione!
Và mmiez’a l'ato,
tuzzele struscele e parlace
di' chello ca maje dice
astrigno na mano, dà nu vaso
accattàte nu gelato: campa ovèro!
Lascia stà 'e suonno ca te faje
e 'a fantasia dille puro accussì:
-Si, amica mia, tu me faje cumpagnìa
ma sulo cu te nun se po' campà!-

Mo' vene primavera
và 'a truvà nu sciòre
e siento comme addòre!
Puro 'a vita toje
e' comm'a nu sciòre
nun 'a fà seccà e murì
dint'a nu carcere comme faje tu!
Nun saje c'acqua 'e sciùmmo
passa subbeto e po' scumpare
pe' nun turnà maje cchiù?

Spaiamenti
Pallido luminoso emerge
a tratti un sole
da nubi a metà cielo
scorre nella mente mia
il tuo volto lontano amore
si compie poi il giorno
in una densità d'assenza
e malinconie aggrumate.

Oh sciagura nell'attimo
che non ci sei e cedo:
gravosa prova di dolore
pianto di anima privata
cumulo di sospiri trattenuti
avariarsi di baci appassiti!
Vedi: spaiate, infelici allodole
nel plumbeo grigio vagano.

Tace il vento in questo
torbido lago di fumi:
nulla lenisce l'amaro
di te disgiunta. Oh assente!
Dal tangibile non spunti
o ti ricevo né eco odo
vano nell'invisibile poi
occhi adduco per ritrovarti...

Se da uno squarcio di tetro denso
Se da uno squarcio di tetro denso
di improvviso luminosa una cometa
attraversa il cielo del tuo cuore
adocchiane la scia filante
pregna di fluvido fulgore
docile e men greve altro
ti appaia il tuo e il mio domani.
Verso il nuovo giorno
sgombro di nubi balza
per l'aria tersa svolazza
qual colomba innamorata
attirata dal tenero tubare
adescatore della mia voce.
Oh fior d'amor vermiglio
nato da sverno di radici
che humus di cuore abbella
repleto di linfa, saldo ostenta
il tuo novello stelo
tangente e carezzevole ti sia
il respiro dei miei drudi sospiri
carichi di rinate brame!
Se esposta a disarmonie
o a guasta di tempi ancor
poi cangiassi ad altro volto
scompagna d'amor non divenire
prima dell'estremo silenzio
che sconfitta farà la nostra vita.
Là, nel rifugio che trovammo
giochiamo a cantar la vita
e pieghiamo la sorte dura
per restare non vinti vivi
convinti, che al tavolo di Eros,
se non si bara, le sole carte
che contino e diano punti
solo seme di cuore possono avere!

In copia conforme..
Chiuso è ognuno nella sua prigione
e il mondo lo ignora, in poca aria
dietro le sbarre invidia l'uccello
che vola libero ad ali distese
rari sono i palafreni senza briglie
o che non hanno finimenti e pastoie:
si vive in convenzioni, la farsa
ha burattini e burattinai
notte e giorno fanno da sfondo;
i reprobi in asfissia all'angolo
gli onesti maleodoranti esclusi!
Chi si avventura oltre la maschera
chi si tuffa in altre letture?
La doppiezza non può essere sconsacrata
l'ambiguità è difesa con le unghie:
rimuoverla attenterebbe il convenuto
vigili si sta in guardia
i reporter devono stare alla larga
ombre metterebbero a fuoco
risalterebbe il lucore di Lucifero!
Oggi l'oro è paglia a buon mercato
sui deschi abbonda brodaglia
la realtà occultata o stravolta
spenti i radar che la rivelino
franti e incrinati gli oculari!
Bisogna accontentarsi
di ciò che ad occhi nudi si vede
il contraffatto come autentico accettare.
I registi e gli attori
omologati in club
hanno il proprio albo
e festival chiacchiericci
privati o mediali a scadenze varie.
Ridiscenderà mai un messia
a rivelare la nuda identità del tutto
sarà mai scoperchiato il pentolone
per vedere cosa c'è nella brodaglia?
Resurrezioni all'orizzonte? Niente!

Si spezza e cade fuori del vaso
la rosa avvizzita, un vento
dal davanzale la spazza e la disperde
inutili e inservibili raggrumano parole
un silenzio tombale il cuore incalza.

Labbra
Labbra dai miei occhi appuntate
perché cosi siete di baci disabitate?
Vermiglie pieghe socchiuse parlatemi
una schiuma vi bagni, un tremore
per vicinanza sorriso vi dia
fatevi fuoco, madide e lucenti
carnose schiudetevi come fiore
e eccitate pronunciate il mio nome
lacerate i silenzi che portate in voi
fine siate di un desiderio di baciare
ardente tangibile e bramoso!
Ad un avvicinamento un compenso offrite,
non siate infedeli in una guerra di paure:
non vi è minaccia ma desiderio di fusione
in una sfera colma di mistero
nel tempo e nello spazio sospesa;
non isolatemi nella mia identità
non appassite come ultime foglie sul ramo.
Non so nulla di voi
non conosco le ricompense
che rilasciate a chi vi raggiunge
quando ostili non siete
e ad altre labbra vi attaccate!
E' in fondo al cuore che risiede
lo slancio che vi reclama:
slancio non passeggero e fugace
ma persistenza di sentimento
ragione ed esultanza piena
che concepibile vuole farsi
in un coronamento di essere.
Oh splendete, luccicate, addolcite
desiderate di appartenere a chi vi attende,
mutate i vostri orli vellutati,
senza rossetto non impallidite
ma rosseggiate e progredite di amore
per raggiungermi e farmi immortale:
vivente io sia vissuto su voi
in una vita che muore e scompare.
Senza contatto non vi è fonte vitale
ma lesioni di solitudini e malinconie
reiterazione di voglia di morire
trasloco nel nulla e nel vano!
Labbra non mi sfiorate appena
ma soffocatemi di vita!

Sospinto da soffi leni
Sospinto da soffi leni
sciame di nubi informe
come sovraccarica giunca
su fiume, lento si attarda
tra piane di cielo scurito
distante e immobile
un orizzonte plumbeo
sembra ad attenderlo quasi.
Tra lagune violacee e turchine,
or vivi, or stinti or patinati
pozze mobili cangiano colore
tra esili aureole che muoiono.
C’è un silenzio per l’aria
che raggela il cuore;
tace ogni cosa nell’ora
che passando s'abbruna.
Sonorità di mistero io odo
dal fondo variopinto
del groviglio di lanugini
che terra adombrano.
Languido un fermento ignoto
scrosciando, interior risuona,
filtrato, tutto l’anima l’assorbe.
Aprichi giorni di primavere
lontane, a voi penso e credo,
fate che ancora vivo vi incontri!
Che riveda questa roverella,
di foglie sguarnita, rinverdita
ad altra tappa del mio destino!
Arciere, da faretra di luce,
incocca un dardo e scaglialo
veemente al centro del cuore:
senta io un crepitar di fuoco
una fiamma mi avvampi
prima che in cono di silenzio,
spento carbone, io discenda!
Non spegnerti desiderio
sospira per la mia vita
che non abbrutisca
in amaro e noia per mancamento
e misero a malinconia ceda
o nella vanità del tutto si consumi..

Ina che ritorni oltre cortina
Ina, la mia mente è oggi confusa
pensieri in stormi vi sfrecciano
atterrano e si ingabbiano
e tutta, tu sola la possiedi!
Dimmi, chi sei tu
Ina dal volto radioso
e dagli occhi suadenti
che luce mi trapassano:
indelibato non nato amore
invito a novella ascesa
o ineffabile necessitata amica?
Ahimè, ho saputo, a breve
per città natia partirai
e di certo forse mai più
ancora ci ritroveremo
si spezzerà una corda
della mia vecchia cetra
e una bolla esplosa
invisibile resterà nell'aria
dietro di noi divisi.
Ma prima di allora, ascolta:
non è piacevole né dolce
che il tutto creduto
sia stato un'impostura atroce
una crudele beffa del caso
ai danni di due cuori illusi
la fiaba mai edita
durata pochi giri di sole.
Tu hai conosciuto
l'indirizzo del mio sogno
la strada e il numero
la porta da cui accedere
e il suo approccio intimidito,
l'hai stretto tra le tue braccia
e ne hai ascoltato la voce!
Codesto ci è vivo e presente
ma mai un tempo reale
nello svanire un sogno
fu così tanto veloce.
Ina, conquistati un domani
una felicità a Pleven ritrova
alla vita che fu ritorna
Varbinka riusa il tuo nome
molta percorsa strada
più non ritroverai ma cammina
va oltre, compagno il mio sogno
di là della cortina adduci,
non smemorarlo per lontananza
nell'assenza non infrangerlo!
Quando appunterà lo sguardo
familiari volte stellate
o borboglii ascolterai da una rivo
o all'unisono vibrerai
con stormir di solitarie selve
spiane il ritmo e il respiro
e ti tornerà in mente
quello del mio cuore
fatto mutilo solo e remoto.
Ancora una cittadinanza
tra le ore e i giorni
che vivrai in te là io trovi;
al mutar di una futura sorte
un tempo duro, addolcito sia
da una memoria enumerando
tutte le volte che di getto
ti ho baciato e mi hai sorriso.
Ina, il futuro che immaginavi
non è definitivamente chiuso:
mai rinunciare alla speranza!
Ricomincia! Tutto è possibile
e pur nell'impossibile la vita
meraviglia risorge e rifiorisce.

Sotto la pioggia
Diluvia!
Obliqua e selvaggia
scroscia la pioggia
da un cielo che tuona.
Dal cimitero, un uomo,
incupito stanco ritorna.
E’ il corpo del
vecchio che viene,
consumato e curvato dagli anni
come travatura di legno tarlato.
Un giorno, fu tronco
monolitico, avrebbe resistito
ad ogni colpo di vento
le sue mani robuste
torto un ferro tenace.
Richiama l’impatto
della goccia che gronda
sul viso emaciato
l’aspro e vicino ricordo
delle lacrime ingoiate
quando, morta la sua donna,
col cuore vuoto solo rimase.
Perdere il proprio vigore,
restare nelle notti d’inverno
nel letto senza compagna,
sentire ad ogni passo
le flaccide gambe piegarsi
e le malferme mani tremare
nel disperato gesto
di aggrapparsi a un corrimano
è tutto quanto gli resta
or che dal dolore e dagli anni,
sfigurato e scomposto,
lieto svanirebbe
ad occhi chiusi nel gorgo.
Inutile a se stesso e agli altri,
macero frutto avvizzito
pronto a staccarsi dal ramo,
nell’anima in pena
ove par nulla accade
e la vita ha disertato
assiduo spala tristezze
e seppellisce ricordi.
E’ lunga l’attesa
di chi vorrebbe
sotto una pietra dormire!
Fermo in un guazzo
sotto la pioggia,
l’uomo, appena si accorge
di chi con cuore pietoso
premuroso s’affretta
ad offrirgli un asciutto riparo.

Dolce sogno
Dolce sogno, meraviglioso sogno
effusione di sorrisi raggiati
che adorni e illumini chi incontri
se dai precordi del cuore sorgi
non infuturati, dileguati, fuggi via:
senile anima appestata sono io
da funeste malinconie.
Gustare non posso le tue dolcezze
non posso risvegliarmi alla vita!
Spodestato e negato da Amore
io non ho vita, non ho speranza
non risorto, vivo sepolto giaccio
tra reliquie di trapassati sogni!
Non transitare per la mia via,
non attardarti oltre
in questo regno di ombre:
ogni festa di amore è finita
e strapieno è il parcheggio dei silenzi
incanto soave, vai pure come scia rosata
in un'aria di vetro, attraversa albe,
aloni di luna rossa e sideree vedute
e separati dal mio destino chiuso.
Se indossi i colori della fanciullezza
e riappari alla finestra di chi sorride
sicuro vai tra le sue braccia
poi candido con un battito d’ali
sollevalo e congiungilo al cielo:
la concretezza delle stelle
lo nasconda all’estremo abisso.
Oh le tue incandescenze di amorevolezza
che pur commuovono questo cuore pravo
che irriconoscente per sentire
ciò che sente ti estranea e ti elude!
Nutrimento raro che dai colori
a chi non è mai sazio di illusioni
e iridi fiammeggi, occupa il mondo!
Altri hanno ansia del tuo arrivo:
poi che svetti e voli nel reame azzurro
trapassa cortine di nubi, riaffacciati
e purissimo ancora come spirito feconda!

Brumaio
Ascende e fitta avvolge
l'aquea fumea vie alberi e case
il pluvio giorno è stato breve
e io no so cosa ho provato
o inteso inseguendo le ore
che isolato ho vissuto
mentre il tempo le sfornava.

Oziosio nuvolo bigio mese
umido oh tu brumaio
pregno di odor di crisantemi
come il cuore incrini
e mesto il tutto rendi,
come di inquieti inquilini
pensieri la mente affolli
e le tapparelle chiudi
ad una vita interiore!

Vedi: piove; piove piove
tristemente piove. Straripa
inonda e infanga la fiumana,
al feroce smotto titano
che diroccia frana la casa,
molle crolla il ponte; lago
si fa il seminterrato e la piazza
alla falla dell'argine
abusato del naviglio intasato.
Vedi: scroscia sui lidi
sui binari, sulle lande,
sui borri, sui marmi
sui colli, sulla capitale
su croci vecchie e nuove.
Piove, piove sullo Stivale
ovunque, insistente, a dirotto
più e ancora inclemente
al fluire dei giorni!

Placatevi e assopitevi,
se irati, dèi della pioggia
dei fulmini e dei tuoni!
Andate via fiotti bruni
pregni di fanghiglia,
nebbie e nubi cinerine
sfollate da spazzi biavi:
all'alba lasciateci intascare
un po' di luce e di sole!
Non è più tempo di celebrare
morti e rovine! Solleticaci
illusione, facci vivere ancora
e riattacca al nostro cuore
la speranza che si stacca
prima che domani ingenerosa
prenda commiato e si allontani.

Infiorare avrei voluto i nostri giorni
Infiorare avrei voluto i nostri giorni
e il tuo capo infrondare con altri allori,
il denutrito cuore saziare
con bacche di gelso e more
ma solo arse foglie
e lazzi frutti di rinsecchito legno
oggi appena so darti in dono!
Viene il momento in cui tutto agonizza
e ogni cosa, esangue e vacua, si scompone,
da roghi morenti che più non si avvivano
crepitii più non ascolti e nell’anima
ammalata, che non sa più stare in piedi,
solo silenzio di ceneri odi e rimane.
Altro invaso fuor di me
non ha questo mio male
che fiotta con ardita foga
e che se tracima o esonda
nell’infinito vuoto sfocia.
Ma nella fedeltà che non muta,
dall’ ammutolito mio fagotto,
per uno stretto forame un filo
di speranze, fluendo a te conduce.
E’ da questa mia prigionia
che aspetto un gesto tuo,
che pane d’amore mastico adagio
e capriola qualche speranza;
è qui che qualche foglia
ancora riparo trova dal vento;
è in quest’ombra che un sasso
algido fonde fissato dal sole.
Pur se scialbo e ambiguo
appare il sorriso del domani
e specchio d’acqua
il volto sereno non rifrange,
ignora lo stesso il mugolio
che da quest’oggi in fuga tu odi;
sfollato da un tuo bacio
il lagno rauco del mio gemito,
inudibile, si allontani e si dissolva.

Fisionomie e inventive
Nell'etra vagabondi biocchi
di nubi transitano
lo sguardo sperso li figge
più pensieri germinano
or titani or nani
sbandati seguono e rincorrono
poi fisionomie di monti e laghi.
Altri mondi tra confini
cangianti, altre conche
e frange tra ragne
tangibili o intangibili
progenie del tutto nulla.
Quel reame di forme
vaghe che or si addensa
or si squarcia indago:
si rifà il nocciolo duro
dell'essere mutevole e vario
che cuore e mente intasa.
Esiste forse e vige
in quell'increspo grigio-nero,
il vuoto, il tempo, la morte;
vi è inizio e fine, stasi e moto;
vige l'intralcio al bene
all'amore e alla giustizia?
Vi è testimone che affermi
che dell'uno e del molteplice
sia fugace epifania?
Temporanea e mortale
si disfa ogni sostanza
altro atlante di morgane
e parvenze fatue disegna la mente
che svaria ma ancor si perde
difronte all'arcano e cede.
Spazzerà il vento quelle masse
nubiformi e destino chiameremo
il disgregarsi di aeree consistenze.
La chiarità del mistero
dell'essere sorgivo non trapela
l'inafferrabile luce rivelatrice
che fende la foschia
non è sulla terra né in cielo:
mai varcheremo il limite e l'ignoto!
A noi quaggiù bipedi spennati
suonati e ottusi da ignoranze
non è consentito
e così che allor per altre visioni
l'immaginazione prende ali
e con uno scarto fa ripicche
all'assentimento della ragione
sbizzarrendosi inedita
in suadenti pazze inventive!

Pure a voi che non intendete
Pure a voi che non intendete
e non udite giungono parole
quando nel folto dei pensieri
vi ritrovo o vi riperdo
similmente ad un sole
che tra veli aerei
s'affacci o si nasconda.
Dall'assenza vi rapisco
e vi riporto alla luce
ristringo una mano che non dona
bacio un volto che non sorride
sosto davanti a una rosa appassita
che langue in un giardino chiuso.
Da voi che foste amore
e passione un giorno
fatal al cuor venne la morte!
Come, come poté accadere?
Eppur ancor se dimentico
oltrecielo vi faccio vivente
luce fiammeggiate e mi accecate
eco di altri accordi risuonate
borbottii di acque termali
riaprono memorie amene
da una tormenta nevosa vi salvo
portandovi nel caldo di un'alcova.
Qual nulla pietroso resta
il tutto che volevamo afferrare
e altro tristemente non contiene!
Non indugiate e pur in ritardo
stracciate la silloge
che con amor vi destinai
trita buttatela in una fogna:
a voi folle e torbida
di gelo intrisa niente poteva dare!
Non rispondete se vi chiamo
se non mi amate e non vi amo
più non vaneggiamo ricordi abbuiati
voi e io distanti e murati!
Al fluir del tempo tutto
si discioglie in vuoto atroce,
all'ispessimento della lama
che ci trafigge più aumenta
il grido di dolore muto
che inutile dura e si ripete
nel turbine che destini stravolge.
Sol ancor vi chiedo appena:
non mi perseguitate pure nel sogno!

I balestrucci.
Da tempo hanno abbandonato
i piccoli dei balestrucci
i nidi sotto i cornicioni
e chissà dove saranno ora
vuota sarebbe l'eterea volta
oggi se non fosse per la frotta
di nubi ceree in marcia
dall'orizzonte cupo e rombante.
Come mutano assenze e presenze!

Nulla si sa dei balestrucci
quando al mattino o a l' imbrunire
in alto volteggiar più non li vedi
così come pur nulla si sa
dei voli dell'anima invisibile.
Planeranno a breve foglie nei viali
lascerà di certo la vita il corpo
che pur intende come si strugge
al martellio dell'orologio.

Ci veste e ci sveste l'aurea speme
funamboli tentiamo l'equilibrio
passando pié veloci sul filo esile
teso tra passato e futuro (ah le Moire!);
poi che tutto si disvela l'intrigo
della tortuosa trama dal tempo ordita
caduco e vano tutto prilla nel vuoto
ma lì nessun balestruccio mai sfreccia
ne trasvoli d'anima lasciano scie.

S'io odo e vedo il vero
S'io odo e vedo il vero
e raro incontro allegria
non posso poi tacere
e contuso l'animo
cadere non sentire.
Il corpo più s'inarca
è un ansito se salgo
ruzzolo se cado
a più nulla aderisce
il pensiero che divaga.
Svanito è l'ieri
come il passante frettoloso
all'angolo scomparso,
certezze più perdono
gli occhi all'alba
roventi scottano inganni;
immobilizzato, murato
nel domani futuro
anneriscono speranze
e non picchiano illusioni
in un angolo, sciagurato
si apparta il cuore
da tristezze assopito,
fosse buie riempie
con lento languire
fatuo e vulnerabile
tutto ben presto è colpito.

Aspetteremo, secchi
come foglie vizze,
le folate della bufera,
sotto il domo amico
forse più mai vedremo
passeri o gazze frullare
lo sfavillio dell'onda alta
che si abbatte sulla riva;
siamo oggi il moccolo fumoso
del cero dopo la fiamma.
Chi mi vende cosi' impoverito
un giorno di gioie e di follie!
Mi darò ragione
dolente o volente
dell'avvicinarsi a sorpresa
o improvviso della sorella morte:
oltre non mi stanchi l'attesa
e ancor aspro fermenti.

Non ho alzato il gomito
non ho febbre di malinconie
né assunto oppiacei:
ci siamo solo infilati e persi
nel dedalo del non essere
per obliare una vita
che non ci bacia e più niente dice.

A più riprese si rintuzzano
A più riprese si rintuzzano
i due monelli scalmanati
come diavolo e acquasanta
si spingono, si insultano
si rincorrono; le ramificazioni
appuntite dell'ego si affrontano
-Questo è mio, dammelo!
tu ne hai già uno!- si graffiano
e nei loro intenti persistono
schivato un morso, spunta uno sputo.
Ma questo è troppo!
Bisogna sedare e porre fine
alla disputa, disapprovare
essere imparziali e non schierarsi
a favore dell'uno o dell'altro.

L'egoismo è antico quando il mondo
e l'obiettivo sempre uguale:
sopraffare, acciuffare, depredare
afferrare oltre il necessario
massimizzare carpire escludere affermare!
E' nelle vene, è nel dna, è nel gene!
Le dispute infantili con altre forme
poi si protraggono per tutta la vita
tra individui gruppi o etnie
sono come esami di ammissione
all'esercizio del dominio pieno,
da non superarli segue:
l'appartenenza quasi definitiva
alla schiera dei vinti e sottomessi!

Delle bestie abbiamo molto
dell'umano, con qualche smentita, ben poco
e così sempre di più peggiora il mondo
esplode l'ottusità per una significativa
comprensione di un'equa condivisione
e ribolle la febbre di avere; nella savana
forse cambierà pure l'istinto un giorno.
Gli amerindi possedevano un continente
gli uomini bianchi cattolici civilizzati
se ne sono quasi del tutto
candidamente sbarazzati per derubarli!
Si vocifera che un sano egoismo
sia un toccasana, si elogia il vizio
capitale dell'io, si prende a pretesto
un principio di legittima difesa:
manca solo che venga santificato!

Scroscio di memorie
Discendevamo nel torrido del giorno
estivo la mulattiera ciottolosa
che al fiume inviolato portava
intorno chiazze di granturco già alto
frusciavano a brezze lievi
tra verdi rovi brillavano drupe di more;
abbarbicato sulla pietra
in alto, il maniero turrito
ove il padre di mia madre
nel secolo fuggito era stato custode.
Ancor, a metà sentiero
i resti di un mulino diroccato
da opunzie prosperose adornato
con allato un borro torrentizio
che musico borbottava; prima
della striscia di riva pietrosa,
snelli e flessuosi, giunchi e vimini
confusi a spunti di canne fronzute.
Oh meriggio al sole che picchiava
fresche dolci acque incontaminate
odor di ginestre a valle discesi
apparir e sparir di rospi paffuti!
Eravamo appena fanciulli allora:
cuori giovani, senza affanno,
in fioritura, con saccocce e menti vuote
e ancor senza nodi il filo della vita!
Come è strano e possibile che tanto tempo
a mia insaputa pur sia passato!
I ricordi, i ricordi in piena
che gai si srotolano controtempo
e riadducono a eventi andati
che sottovento echi soavi e dolci
riportano a un cuore che ride!
Che n'è stato dello smilzo ragazzo
sognante schivo e silenzioso
che si immergeva tra bolle e spume
svalutandone le insidie celate?
Non di quelle ma di ben altre
più mortali e inimmaginabili
fu vittima tuffandosi nel vivere.
Or congiunto a una speranza
or disciolto da terribili pensieri
con animo serrato
e una volontà d'essere che frana
attonito segue l'arco del sole
nell'ansia di un venire ignoto
che oltre imbruna e atterrisce
chi sosta su sprofondi ricordi.

Se l'essere mio mutabile infuturo
Il futuro non è già scritto
e così se l'essere mio mutabile infuturo
spore di un ipotetico accadere
tremando o rinfrancato incùbo
traversate per possibili prode immagino;
all'oggi, floridi dì remoti innesto
per un tempo che forse mi sarà dato.
Poi che in nuovi spazi mi immergo
ne cambio coordinate e metrica
invento evolute e auspico traiettorie
di eventi verosimili in nuce e all'atto
ne studio modi e forme avverabili.

Sarà nascita o sarà morte
fioritura o rinsecchire
cenere o fiamma di desideri e speranze
bonaccia o fortunale nel mare della vita
ampliamento o restringimento di vedute?
Parlami Sibilla, consultati con Pizia :
dell'oracolo riportatene il responso!
Qual divenire il fato imperscrutabile
scriverà per tutto ciò che oggi vive
o è inanimato o nel tempo sotteso si dispiega
e a noi lungimiranti resta ignoto?

Stupiti, lo sapremo forse il giorno x
è sarà già fatto obsoleto,
come un desiderato gelato a più gusti
in un baleno lo vedremo disciolto
prima ancora di averlo gustato,
sapremo quanto per il fanciullo
diverso dal vecchio sia il viaggio
a quali inserzioni del cuore il futuro
avrà avuto modo e tempo di rispondere!

Per raccontarsi al mondo pure
basterebbe la favella che abbiamo
ma resta il dilemma di sapere
se -tra centrifughe e decantazioni-
ancor vivi mezzo vivi o morti
nell'acuto vuoto ci distinguiamo
ma come intuì magistralmente
il Poeta delle folaghe e dei limoni
"il vuoto non produce né conduce".

Passeggeri della speranza
a bordo di zattere di illusioni
affondiamo in mari aperti
o andiamo alla deriva giorno per giorno.
Immersi nel tempo dell'essere
tra il prima e il dopo dimoriamo
e la presenza o l'assenza
nell'ora e qui è solo un fatto
dovuto agli accidenti del caso.

Rimuginare sulla vita
sui suoi scherzi e sgarri
inseguirne l'imprendibile perché
indagare su chi tutto muta
mentre cadono i petali del cuore
e il porta-fandonie si svuota
inseguendo velocissime stagioni
è la sola stenta facoltà
-se ancora intatta- che conserviamo.
Per tutti, asini saccenti o sapienti
nel sottoscala o all'ultimo piano
profezia ardua è distinguere
tra foschie vapori e ombre
se siamo fummo o saremo
e nessun punciotto spacca
l'antico granitico mistero:
l'indeterminato indefinito non si risolve
fosforescenze liliali il buio non mostra.

Poche falle ha l'imperscrutabile
e a un certo punto, a razzo,
l'orizzonte dell'intellegibile
fatalmente si restringe e si chiude.
Oh le fideistiche teste di cavolo
pregne di certezze gioviane e divine!
Nel subbuglio c'è evidenza?
C'è compagnia consolatoria
nella solitudine profonda?

Aquiloni in balia dei venti
manovrati dal filo del destino
svoliamo tra volubili correnti:
oltraggiati da un tempo funesto
attaccati dal rostro della rapace
ci sfracelleremo un dì al suolo
quando più non fischierà la vita.
Sederemo mai il terrore di picchiare
sospesi in solitari foschi pensieri?

Ci saremmo dovuti incontrare prima o poi
Ci saremmo dovuti incontrare
prima o poi da qualche parte,
era questo il nostro accordo.
Se saresti tu venuta da me
o io da te, non ricordo.
Creduli, a noi stessi l'avevamo promesso,
quasi a fugare il timore malamente celato
che forse ciò non sarebbe più potuto accadere.
Io lo pensavo e tu non lo dicevi
che se ogni falda è prosciugata
in pozza d'acqua morta
l'acqua non torna mai più chiara.
Estinta, or tu sei sotto una croce
io a temere per questa vita
che poco amo e a malincuore abbraccio:
vuoto ad altro vuoto si aggiunge
vero e duro è, ammetterlo!
Si cresce di dolore se si scurisce
la linea all'orizzonte a cui guardi
e così si ruzzola ad ogni oscuramento;
viene un soffio gelido in una corte
vi passa e strappa foglie morte,
tu guardi e con il cuore in lacrime
ripensi ad ogni affetto perduto.
Appena ieri, con un nodo alla gola,
ho dovuto prendere atto
che ci saremmo riabbracciati
solo nel ricordo.
Oggi festosa ad altra vita,
tra volte stellate, anima tu torni.
Si apre un solco nel cielo e vi passi;
il virgineo tuo candore impallidisce
quello alato della schiera che ti aspetta.
Lassù, già addolcia e conquista
il tuo sguardo casto l'infinito indifferente.
Per intero percorso il calvario dei giorni
distaccatasi da questo mondo
colomba t'aggiri per elisie sfere
sgombra di pena e di dolore
dimentica dell'immeritato male
che vita con accanimento ti addusse.
Ieri notte, sai, io che così di rado
sono visitato dal sogno, tua madre
ho rivisto come se fosse stata reale:
con un sorriso, più ampio e solare
di quelli che in cuore conservo
da quando era viva, mi ha detto
che tu già preghi per noi,
per noi che canne al vento
frali e ondulanti restiamo, qui,
sul ciglio romito di un presente
che scoscende e tra indifferenza e stagioni
al sole e all'ombra si consuma.
Oh povere stente strozzate parole,
balbuzie che dir vorrebbero e... non sanno!

Gracidano bufonidi..
Gracidano bufonidi
nelle palustri macchie ,
sul confine dei campi
boriose gore borbogliano,
scalettano gradoni
declivi al sole
bugne e merli lesi
spiccano sul poggio
prima della punta
del brullo monte,
ripieno di cibo e vino
una bugnola oscilla
sul capo della donna
che dirige al podere
ove sudando si falcia
grano maturo e dorato.

Così un quadro agreste
del giorno estivo
se fossi dove ebbi natali
e non qui ora prigioniero
in una voliera urbana
cinta da artefatti chiusi
di cemento e vetri
che limitano vista e cuore.

Dove trovar oggi
la cupola di fogliame
che rende ombre
quando forte picchia il sole?

Oh persa sciupata fortuna
di aprir le ali e volare
fuggir tra placidi boschi
e sorgenti rivi gelati
affondar vista e sensi
nell'infinità azzurra
che non ha porte chiuse
e tapparelle abbassate!

Insurrezioni
È da molto che spendo
i miei giorni tra ragne di buio
in fuga dal mio rinchiuso
come una volta, domani,
seguirò una rotta solare,
occhi schivi di donna
estranei mi fisseranno
trapassandomi il cuore.
Ossigenato dai giardini
dei cortili circostanti
invasivo mi giungerà l'olezzo
che si diffonde dai fioriti
tralci protesi oltre
le infocate ringhiere.
Su seccata redola
l'orma dei miei passi
dirà che di lì muto
un uomo randagio è passato
avvisterò qualche famelico
passero che al dispiegarsi
della mia ombra silente
prudente spiccherà in volo.
Grigioverde muraiola
immota in oziosa postazione
defilarsi vedrò poi spaventata
per il brullo muro crepato
alla ricerca di un latibolo
fidato che tutta l'accolga
riparandola dal rischio
di un accadimento temuto.
Domani, occhiate furtive
lancerò a cartelloni ingialliti
delle ultime elezioni comunali
sedotto dal fragrante richiamo
di una tazza di caffè spumoso
stanco mi fermerò in un bar
a contare i gelati che si sciolgono
tra le mani accaldate di bambini
avvampati accorsi in frotte
dal popoloso rione vicino.
Domani sarà un trasgredire!
L'innesco di un moto riottoso
avvierà una rivolta covata,
capovolgerò le mie malinconie
ad un'insurrezione aderirà
questo cuore orfano di sole
e di oscurità prigioniero.
In un mondo di piccole cose
travolto da un'ondata di vita
altro per un giorno sarò
meravigliando me stesso!

Almanacco estivo
Già su cafarnao
di albini bruni e ambrati
rovente picchia il sole:
chi cerca fuoco, chi ombre.
Oh i giochi edili dei fanciulli
intenti a mimetizzare buche
o a fortificare torri e mura
all'assalto del fiotto lieve!
Più traffico nel canale siculo:
barcacce o gommoni stipati
di afrofuggitivi speranzosi
approdano o sventurati affondano!
Là dove non c'è borboglio d'acqua
tra mandorli ulivi e querce
un iniziatico frinire di cicale
turba l'aria che tace;
fruscii ratti di serpi
tra sterpi e roggi rovi
in campestri silenzi
risuonano e mettono paura;
filari di vitigni ramati
infoltiti da trame di tralicci
fruttificano su colli e pendii;
da bica a bica un via vai
di frenetiche formiche
tra sottopassaggi e ponti si consuma;
gronda sudore nei campi l'uomo
in opra attardato tra secchi solchi.
Barbagliano vetri di case desolate
come gibigiane al dardeggio
di fasci di raggi di luce;
da asfalto di catrame e pece
alza i suoi fumi fatamorgana.
Sulla ripa, vicino al rio
quando più alto sarà il sole
all'ombra di pioppi e platini
si andrà a cercare vento
frescura e silvani effluvi.
S'imbrunirà prima della luna
sul mare azzurro e calmo
l'argenteo placido tramonto
nell'apoteosi del dì passato.
Chissà se morte,vacanziera,
soffrendo eccessi di caldo
a sorpresa non decida
di andarsene in ferie
o se avvistando spaventapasseri
atterrita non si dia alla fuga.
Nell'arrovento d'aria dei meriggi
madre forse ancor più fresca
starai accanto al tuo sposo
nell'ipogeo sotto i cipressi..

Fai pure da te, vieni..
Fai pure da te, vieni,
attingi tutto l'amore che vuoi
il mio cuore ne è pieno
disseta la tua vita
sguazza in questa fonte
e lasciati accarezzare
dai suoi mille zampilli,
sulle tue guance discenda
come lacrima un sorriso
sia come equoreo specchio
di un mare smerigliato
che ti inviti nella calura
al disperdersi dell'ombra.
Su calati e rinfrescati
non temere l'avvitamento
dei suoi gorghi ma godi
le sue schiume innocue
dense di affetto e di pensieri.
Non rigagnolo, non fiume
limaccioso ma lago di quiete
e di pace, lago incantato
conca di tepore e di fragranze
riparata dal vento ti accolga.
Vieni, vieni senza tremore
scongiura che evaporino
vano questi rivoli tersi
che affluiscono infiniti
e ne accrescono la vita,
bagnati sotto lo sguardo
degli astri e degli spiriti
la cui luce si infiltra
nei tuoi e nei miei recessi.
Su vieni nella densità
nuota tra la leggerezza
di queste acque non saline
immergiti in questa ultima
tardiva stagione della vita.

Tutto si smaschera da sé.
Poi che ancor nano fanciullo
una farfalla maculata vidi aliare
la ricorsi illuso di afferrarla
ignaro dello svariare del suo volo
su rovi poi stremato ruzzolai;
adolescente imberbe e implume
di amor sentii farfugliare
me ne invaghii, misi speranze ed ali
e mi lanciai in pazzi voli;
già uomo in divenire
infiammatomi di libertà e giustizia
giunsi al settimo cielo e le sposai.
Nessuno mi avvertì del troppo alto!
Oh cuore ingenuo e anima tersa
quanti e chi di voi abusarono
con quante delusioni e pene
pagaste menzogne sublimate!
Ah venditori di fole amori
e bolle di sapone da quattro soldi
dépliant spot e parole del diavolo
che propagandavano falsi campi elisi!
Qualche deità indispettita
partecipò, a mia insaputa,
giuda al disastro irreparabile
degli ideali sommi di un vivere?
Idiota mi affidai senza diffidare
mani vellutate che lame celavano
strinsi e afferrai ma me ne avvidi
se non quando il sangue già grondava!
Senza le sette chiavi le virtù
e l'amore non vanno da nessuna parte:
le barche di salvezza avveniristiche
tutte marce o che imbarcano acqua
non attraversano a lungo il mare,
il futuro resta una metafuga
che nudo e scalzo nella bufera
non puoi né raggiungere o varcare;
l'incompiuto è l'unica scelta
offerta dalla ruota della sorte!
Che speranza modulare al buio
se la fede si rifà a momenti
e si infrange come un vetro
al primo urto, se l'onestà
è sempre ferita e rifuggita
e or ai più fa quasi orrore?
Non si semina avvenire elettivo
nell'aridità dell'essere
o nella sabbia della coscienza,
nulla sopravvive alla Gorgone
o agli artigli del malaffare
che trapassa l'accadere puro.
Che aspettarsi se l'ingegno
è prezzolato e si allea al malfatto
per raggiungere titoli agi e onori?
Annotta ancor prima di venir luce
e il buio né dà barlumi né ti illumina!
A noi, già partenti e distaccati,
nulla più oramai ci sbalordisce
affissando oltre la scia dello sciame
un estraneo mondo ingabbiato
che il tempo invecchia stinge e corrode.
Il falso il vero e l'ambiguo
sono fili di una stessa matassa
che mai si sbrogliano tanto intrecciati.

Basta fissare un vaso di gerani
Basta fissare un vaso di gerani
sul davanzale di una finestra
raccogliere un tiepido fascio di sole
guardar un gemmeo cielo che sboccia tra le nubi
perché il nulla che non s'alluma si dissolva
e un limio di foschi pensieri taccia.
E' in questo ratto intendimento
che scovata volontà di vivere si dispiega
e ogni preteso falso bene si annulla!
Esulta solivo cuore al giorno che promette
spalancati alla ventata che ti invade
per sempre si disperda
il mucido sentire che ti opprime:
origlia il gorgoglio di una vita
che al ridestarsi dell'alba ti sorride!
Scerba e falcia dal prato inverdito
i secchi cespi di malinconia
con alacre passo incamminati
e raccogli dal verziere di letizie
spuntate fioriture di illusioni;
ma bada, l'oggi non infuturare:
vivi solo l'istante fugace
afferra e consuma tutto intero
l'avvenimento raro che ti è dato!

Non presenti al censimento dei soli
Ineffabile quintessenza
intatta leggera e diamantina
mi giungi e rallegri il mio cuore
instancabili pensieri poi
fanno il filo e ti sorridono
e festosi intorno ti ruotano,
tra spire ti avvolgono lievi:
cinta non puoi più fuggire
e uno sguardo innamorato
tra luci di stelle e di sole
si posa e ti accarezza,
stanco di baci su te si riposa.
Allo stesso ormeggio
e a una sola corda avvinti
restiamo quando il mare
rugge e si ingrossa
o se imperversa la tormenta
e il vortice della vita
l'un dall'altro tenta
di strapparci meschino.
Vita non abbiamo
che uniti mia diletta:
non armi la sorte la sua mano
contro di noi domani
non ci ributti infiacchiti
da solitudini in prigioni
senza luce ove mai vedremmo
l'ombra di noi stessi
e una mancanza d'aria
impedirebbe anche il respiro.
Non sai già tu il dolore
che l'asfissia diffonde?
Restiamo incorniciati
nel portafotografie dell'amore
non ci ingiallisca il tempo
non spappoli la nostra essenza
o si spacchi il vetro
che dalla polvere ci protegge!
Il tutto che nel nulla svanisce
non si avverta che qui siamo
e ci risparmi per altre primavere:
la fortuna del due ci arrida
e soli il rapace vuoto non ci ritrovi.

Ieri oggi domani: il triplice tempo!
Ore giorni anni lustri secoli millenni
minuti secondi nano-secondi:
eccoli alcuni multipli e sottomultipli
della durata e del fluire!
Che ritmo ininterrotto di ricorrenze
di nascite e di morti
periodici di passato e futuro
di albe e tramonti di istituzioni!
Nel viale del Tempo quanti passanti
che mai ritornano indietro
che mai hanno muscoli stanchi
per stare fermi, che instancabili
forsennati tra fracassi e silenzi
organizzati sfilano in mobile successione!
Ventunesimo secolo, uno dei tanti!
Quanti attimi fuggenti ha vissuto il mondo
quante guerre, quanti imperi
quale farsi disfarsi e mutare
di vicende umane e naturali,
quanti deliri costruttivi e distruttivi!
Da prima di una stirpe aurea di mortali
dall'archetipo delle caverne
all'uomo cibernetico e spaziale
ha solo dato un respiro appena il tempo!
In un punto del flusso ininterrotto
dell'apparire e scomparire
sorpreso mi son vecchio ritrovato:
i fanciulli spensierati di ieri
tramutati in uomini e donne maturi;
oh su giovinezza vien presto la ruggine!
Nonostante i vènti spazzini
la polvere pur seppellisce ogni collezione
di attimi tristi o allegri vissuti.
Che ho fatto di me, che ho concluso
sulla mia vita, dove sono andati
il mio destino, i miei sogni?
Aspetto l'ora del nocchiere
avverto il peso dell'ombra che sarò:
sono stato l'uccello che passa
e non lascia tracce in un cielo ordinario.
E' solo un caso che io qui pur sia
mentre ruotano gli ingranaggi di Crono
già più non mi allungo oltre l'istante
che vivo e ho smesso di toccare ferro
persuaso dal fatto che scaramanzia
l'ineluttabile non scongiura.
Ah come fanno presa le frottole
quanta realtà possono avere
ricoprendo la verità delle cose!
Scorre or come fiume in piena
or con passo di tartaruga
o come goccia d'acqua che scivoli
sul vetro dopo la pioggia la vita
ma l'essere sempre va verso l'ignoto
addottorato o oscuro della propria sorte.
Sento la forza dell'ariete che da tanto
mi schiaccia sul muro dell'orizzonte.

Oh mia primavera!
Dimmi lampeggio di pupilla bruna
da dove giunge la brezza sottile
che amorevole il cuore accarezza
e come scosso ramo lo fa tremare?
Congedatosi l’uggioso inverno piovoso
con nuovi tratteggi e sfumature
di verde si va ridisegnando la vita
con alacre passo riprende vigore.
Altra cromia di filigranate sensazioni
ravvivano l’errare dello sguardo rapito
or che animula attonita svaga
tra madreperlacei colori!
Oggi non iroso spumeggia il mare,
brilla l'infante verdello
tra prosperi pomari,
dilaga e ondeggia, tra risorti campi
il rosso dei papaveri nani
pacati parlottano enfi rivi nei botri
altre fratellanze ritrovo con le cose.
Oh attesi annunci di primavera
riscossa della povertà della terra
che ubertosa si arricchisce di fiori;
emozioni che accestite e rinverdite
rose e gerani alle finestre del cuore
spalancato, da cui lungimirante
una speranza ritrovata
non ancora ben salda festeggia
un divenire di pensieri con occhi
intrisi d’amore e di illusioni!
Riprendimi solare tepore, riscalda
e dilata i miei atri con dolcezza,
innalzami fino alla bellezza pura
tra fermenti di luce e di chiarori;
circondato da riverberi e riflessi
trepido e irraggiato, dello sbocciare
di un nontiscordardimé fammi testimone:
allietato dall’evento, poi lo raccolga
e sopra come suggello regale vi imprima
l’impronta di un casto bacio augurale
prima che in dono, lo offra al mio amore!
Ah questo apprendere del vivere non vano
forse senza fine, per me divenuto
più vecchio scolaro svogliato!
Ch'io senta ancora di essere finché sono
e mi sottragga all'orrore di esser solo!

Da te torno a tornare mare!
Ozia sullo scoglio l'uccello marino
un velo fosco l'orizzonte nasconde
un naviglio lento si distanzia;
sonnecchia il vento, l'onda è calma
diradate schiume si spengono
cala e imbruna il giorno cadente.
Mare, stanco di tutto e di niente
ancor a te mio soccorso torno
e una fratellanza ritrovo
se tutto addosso par mi crolli
e dall'impresa del vivere mi dimetto.

Che imperituro ti contamina cuore
che su te aderisce e morde
che ti scombina e l'ago
della bussola di essere dirige,
che oltre lo sguardo vuoto e fisso?
Sono come un suolo spaccato
in uno sverdito sepolcro:
nulla germina nell'arso!
Che mi dissangua e aggruma
in questo pestilenziale stagno
ove sostano impaludati pensieri?
Tramonta, dirupa la luce
cresce l'invaso del buio
si ritirano gesti e parole,
niente oltre l'acedia dirompe .
S'aprisse a rinsanguarmi
un cielo ai raggi della sera
vita in cui più non credo:
oh dimenticare le tariffazioni di pene
le sottrazioni di allegria
la mancanza di irenici abbandoni!

Ravviva e enfatizza me spento mare
di ottimismo empimi salsedine
fomenta e capovolgi il mio animo
che tocca il fondo del nulla
quando ogni luce mente o si spegne
e in me vecchio tutto si stinge,
rialzami da questa infelicità
in cui son disteso e non comprendo:
nei vortici flussi e riflussi
del mio essere solo io non anneghi!

Rivelazioni e crivelli cognitivi
Or che più non hai maschere
e la tua identità è palese
ora che posso intendere chi sei
e non devo più nulla chiederti
ora che ogni avere ho sepolto
nella tomba del vuoto, ora si
che posso da te staccarmi vita!
Passata è l'alba dell'inganno
tutto ho visto polverizzarsi
dall'osservatorio del tempo;
scricchi e tarlante parlante
abbiamo origliato,
il dilagare del male consueto
il rarefarsi del bene
il bastardume della menzogna
i truffatori e i truffati di speranza
le sopraffazioni del peggio sul meglio
i lamenti e lo schianto
del significato e del significante
tanto censimmo vivendo.
Le cose sono come sono
e ogni simbolica e eletta
magnificazione è inutile!
Alzeremo un drappo bianco
un giorno in segno di resa
e saremo lo stesso impallinati
da oscuro e invisibile nemico:
si compirà il disastro fatale
per noi giunti alla cognizione
che la vita sia la china
la decomposizione e la rovina
di un prodigio fallito, il rantolo
di una volontà di essere in agonia.
Ci infatuammo di amore e desideri
cercammo come forsennati speranze
l'ebrezza di esser liberi e sognare
combattemmo l'irruzione del dolore
addolcimmo aspre malinconie
ci assopimmo tra dogmi e fede fatui
ci sorressero immaginazione e sogni
ci lanciammo oltre la materia
verso l'infinito noi finiti
assetati di spirito e di essenza
e tutto ebbe zero come risultato!
Non rivelarti ad altri svelata vita
abbia il suo decorso l'illusione
affascina chi ancor le spalle
non ti volta e candido cammina
attirato dalle chimere del futuro
che tanto promettono sorridendo.

Sorvola e perlustra pure
Sorvola e perlustra pure
le creste i mari e le voragini
del paesaggio dell'anima mia
come in un libro aperto
tu legga il fondo dei miei occhi
sconosciuti, un sorriso si erga
poi dalle cime dei tuoi pensieri
se una dolcezza d'amor li ispira.
Ricreduta rinfrancata e intenerita
l'appartato tuo cuore porta via
dal ciglio della fossa del dubbio
su cui sospettosa quasi sosti
quando t'attardi e oscilli
tra opposte congetture,
la rosa di un petardo di magia
con il suo bagliore muti
il segreto ritmo del tuo petto
e lo confermi l'accento gioioso
di implose tue accoste parole.
E' nell'istante ripetibile
che ti illumini che io sono:
è in quel frangente la piena
che inonda languida e fluente
la deserta piana della speranza
arsa che vuole rifiorire.
Poiché la vita fugge veloce
e al tempo appassendo cede
tornami un caldo brivido
di salvezza prossima, presto;
presto, in quel frangente, in me
rincuorato, un canto si diffonda
come suono soave di campane
in un consacrato giorno di festa.
Esploderà, sai, una primavera
dopo l'inverno che rigoglio nega
aspetterò che al primo sole
la tua lontana mano esitante
forte e sicura si stringa alla mia:
al primo appuntamento di sole
come una farfalla tra fiori
alla mia corolla ospitale
acceso il tuo sguardo io senta
in cerca del suo bersaglio
fisso di nettare e di linfa.

Elegia

Quanti solleoni e rose settembrine
nevi nidi e fiori di ibisco
discendendo la vita potrò
ancora censire prima del nulla?
Chiuderò anch'io gli occhi
e sposerà pace e oblio
per sempre cuore intirizzito.

Oh addio giorni di stelle cadenti,
difesi ultimi sogni tardivi
ricordi di carezze e baci
di arrivi e partenze furtive
addio speranze e illusioni
disciolte in intrugli amari!
Chi vi poté credere e ubbidire
istigato dalla voglia di vivere
prima che abiezione funghisse
e rancura abbattesse amore!
Cuore incontri e t'accompagni
oggi a smanie di funebri brame
taciti voci e silenzi risali.
Ridato mai ci è quanto perduto:
la corda dell'innocenza prima
tesa si spezza e il suo carillon
nessuno poi più ode deluso.

Tu hai visto quanto ti ha amato
come ha gioito e tremato donna
quando per un poco lo hai toccato
e come dignitoso abbia poi pianto
espiando la pena di un inganno.
Che altro fluisce tra te e me
lamia con petto artigliato
mentre aspettiamo la fine
e il nulla cresce e si infiocca?
Che ti sazia mentre il tempo
sorpassa il passato e lo specchio
ti ricorda vespri di beltà
giunti con ciocche di capelli
bianchi oggi ancor più fitte?

Ognuno solo per conto suo
passante tra giorni di gramaglie
e ragne di ricordi viscosi
illuso, più illuso di prima,
illuso di padroneggiare il timone
di una vita che molle e floscia
delusa barcolla su un vascello
senza alberi e vele, che va
senza sestiere per un deserto mare
senza vento verso la boa
che segna il confine di ogni veduta
all'allungo della luce di un faro.
Che vedi nitido davanti a te
oltre il supplizio mio mesto che sbuca
e rischiarisce da questa lontananza
d'anima al venir della cava sera?

La guerra è finita e insieme siamo morti:
ognuno forse illumina la sua ombra
vagando tra campi di memorie:
all'altra amata, miserrimo chiede perdono.

Poetica penuria

Estro attingendo alla fonte
privilegiata di poeti illustri
poetare un poco oggi vorrei
ma la fantasia ha le ali tarpate
l’ispirazione è latitante,
la precettrice Musa,
il caso vuole, che assente sia,
per dovuto turno di riposo.
In questa interiore stasi
dove ogni moto è quiete,
il cuore, rappreso e autista,
tra buchi neri gravita
da declivi di silenzi aridi
parola o suono non sgorga!
Gettata la rete a strascico
dai fondali vuota ritorna;
non vi è freccia nell’arco
che a fisso bersaglio punti,
in un giorno senza luci
sfregato l’ultimo zolfanello
per accendere il lume
nell’attrito si è spezzato.
Ogni eco interiore tace
la lira per snervate corde
scoraggiata è rimasta muta,
non vi è terremoto tonale
scintilla che infiammi
attizzarsi di brace nel cuore,
controcorrente del ricordo.
Non uno scotimento, un varco
non una fibrillazione
mi oppone al ristagno
che al niente mi consegna
non altra gestazione
si compie nel grembo
di abortita ispirazione.
Ridotto a mero involucro,
prima che il respiro manchi
altro nutrimento che mi riempia
dovrò pur trovare!
Ricapitalizzerò questa perdita
secca domani; ricorderà
la mia dormiente sostanza
di essere stata oggi del vuoto
remissiva ostaggio.

Da Ravello
Sul belvedere di villa Cimbrone
ove marmorea Cerere sorride
veniva dal blu della costiera
un subacqueo effluvio
e dai nostri visi fluiva
fino ai profili degli uberi pendii,
riaffondava poi tra chiazze glauche
e vitree di lillipuziane marine;
illese ricordanze di solitudini
svanivano sfollate da soffi lievi
fremiti armonici e assonanze
accordi di felicità s'alzavano
invaghivano avvinte mani
esultava la Musa della vita.
Passasti mia brezza breve
per l'arco di cielo che ci univa
vagammo per la fiorita corte
e tra curate cinte di aiuole;
ebbri di baci e di passione
ci stringemmo innamorati.
Serpeggia, nel vuoto ereditato,
tra reduci accenni di bagliori
oggi un migrato sciame
di silenti dolcezze andate:
batte acuto e forte ribatte
il desiderio di abbracciarti
nell’attardarsi del ricordo
accasciato sulle mie rughe.
Quale acqua da pozzo fondo
dopo cigolii di attriti
al cuore spuma di sogni risali:
alla luce irrori labbra invecchiate
rese solchi inariditi
da siccità di anni infecondi.
Bontà e saggezza- non amore!-
ti perdonano per l'abbandono
quando poi patito cessa
la tortura di un rammentare atroce
e bagnate ciglia si baciano
per stanchezza di ricordare.
Quale diverso peso cuore disfatto
nel ricomporsi e disfarsi di memorie
può avere un tutto e un nulla:
quante foglie su foglie son cadute
nel viale deserto delle illusioni!

Da tempo un disboscamento è in atto

Da tanto un disboscamento è in atto
anche le rare erbe son disseccate
gli anni e i giorni al sole
e alle intemperie son passati.
Lo sforzo di prolungare
l'amore per la vita, ora sterpaglia,
più non è nelle mie forze
un mal di vivere mi tedia e mi scava.
Sono come un lichene di Sbarbaro
sopravvivo su rocce solitarie
e in condizioni estreme;
frantumi e polvere in un fluire
di apparenze estranee e staccate
da un sbuffi di vento son dispersi .
Le maghe, le sirene e le sibille
per altri mi hanno lasciato
grigio squallore sul cuore incombe.
Ci soffermeremo sulla battigia
a fissar nell'acqua bolle di schiuma
all'arbitrio divino tireremo un sasso
vedremo la pioggia battere insistente
su muri e vetrate; senza sogni,
fisseremo orizzonti sfumati e velati.
Il tempo di essere che fu
è scorso in un batter d'occhi
gesti parole atti amori decaduti
a spenti ricordi echeggeranno vano
oltre l'inganno che li contenne.
Oh cimeli di speranze e di illusioni
anneriti dal crepuscolo del tramonto
e sparsi in un invivibile silenzio,
mancamenti per insufficienza
di essere nella nullità del tutto!
Continuano a fissarmi fissi e gelidi
gli occhi di Thanatos ma l'ombra nera
non mi abbraccia né mi stringe ancora:
atterrito e senza appoggiarmi a qualcosa
all'autorità del Nulla mi sottometto .

Nel sogno che ti contiene
Nel sogno che ti contiene
la tua presenza disegni
come piuma che voli
su nivee nubi ti guardo
e forte il cuor mi batte;
dolciume sull'animo cola
labbra e sorrisi si schiudono
a frotte parole d'amore
svolazzano e si indorano.
Sei la stella radiosa
che illumina la rosa di notte
la bruna fanciulla bianco velata
che tra endenici spazi rincorro
fino all'affanno per sfiorare
le sue forme formose e procaci,
come trottola giri
e come lucciola brilli
sotto cieli trapunti di stelle.
Ecco, in un balzo ti afferro
ti stringo e ti bacio
e mi lascio cadere
sul tuo corpo arreso,
trepidi occhi barbagliano
sul tuo seno turgido respiro
come acqua in una pentola
bolle un sangue nelle vene.
Lasciami così morire
vittima del tuo amore
in un trionfo di carezze,
trapassami col tuo sguardo
spumante di languori e di lampi!
Oh splendida beltà fuggente
ondivaga nel mio stagno,
fragranza di biancospino
grido di gioia, binario
su cui scorre il mio cuore
fuoco che accechi più del sole
in questo delirio sublime
io resti e arda fino all'alba.
Al risveglio, ributtato nel mondo
prima del giorno acuminato e duro
intenerito amante accanto ti ritrovi.
e di te ancora il cuore si empia.

Casta infanzia
Casta infanzia
che mai più ritorni
tenerezza di ricordi
primo bagliore di vita
come meteora dileguasti
fanfara al cuore suonasti!
Per soma d'anni
oggi diverso ritorno
a quella galoppante
ansia di esser grande,
ai tremuli rossori
del viso imberbe
alle istintive paure
infantili affiorar nel buio,
a madre alla finestra
in attesa e in ansia
per figlio scalmanato
che in trastulli intento,
distratto indugiava
(dimentico del tempo
da padre assegnato)
sulla strada del ritorno,
ai compagni fanciulli
che i soffi della vita
chissà dove hanno disperso.

Peritura alba festosa spuntata
ai primi vagiti del sogno
chi scordar può
quei giorni di gaudio
e serena innocenza
quando in cuor vermiglio
gemme sbocciavano
di fole e desideri novelli.
Oh primo alto balzo
che l'anima spiccò
in vetta a precordi
con fremito d'ali
tra cieli indistinti
di promesse immortali,
infiammazioni di sangue
a scoppi di amor di vita!

Oh anni beati e leggeri
che come treno che passi
per città senza sostarvi
io vidi ridenti andar via
oh i ribaltamenti d'anima poi
tante volte mesti ricordati;
sospesi a 'dubbia dimane'
oggi ben altre raffiche
di squassi mi attraversano
percorrendo la corta strada
senza uscita dei morendi.

E si, il mastro
dei profitti e perdite
dei passanti per il mondo
non può non chiudersi
che con un insanabile passivo
al crepuscolo del destino!
Oh ozioso Dio impotente
dei credenti e dei gentili
oh folletti e gnomi della selva
o spirti dei prati del cielo
a che l'illusione dell'amore
e l'inganno della giovinezza
se così atroce e crudele
è rassegnarci al loro perire!

All'alta marea dello scòtos
scompariremo, nel Nulla
ci inabisserà il tempo:
deità ignave e accidiose
favoriranno nefasti voleri.

P.S.
Mio Piero Colonna Romano ecco gli effetti che hanno i tuoi generosi
complimenti a 'Lira e trombe equoree'. Grazie! Lo scugnizzo che
fui non poteva dare che questi umili bagliori d'anima, esulteranno
i miei nella tomba lontana quando un vento (l'avoria) arriverà
sui loro fiori di campo e sussurrerà il mio canto.

Lira e trombe equoree
Fino alle nane dune
e prima delle spente agavi
sospinto da impeti di vento
turbinoso di spume e bolle
brilla scava risucchia e rode
il frangente rabbioso,
più rigurgita e più attacca
senza posa barche in secca
o ancorate a fronti murati.
Ancor rimbomba, più in là,
il mugghio tra gli irti scogli
erti a difesa di lidi e case
a schiera sul litorale.
Ah fragore prossimo che stridi
con silenzi e quiete
di piane valli e cime sommerse!
Dal lungomare flagellato
dalla tua ira, oggi
con occhi vuoti ti fisso mare
lira e trombe equoree ascolto
e in segreto di me ti parlo;
oltre la vista che ti confina
sondo il mistero che mi infondi
e interpreto la sua voce.
Simili e dissimili forse
a volte le nostre vite:
sempre nuove masse acquee
da fiumi e cielo o cloache
a te convergono copiose;
per noi se evapora la speranza
e prosciuga l'illusione
possiamo solo incenerire
e sale mai daremo dopo il rogo
del sole che nasce e muore
sul tuo orizzonte mobile
al variare dell'altura
del belvedere da cui ti guardiamo.
L'attesa dell'amo che risale
speso ha successo per il pescatore
per noi privi di fede
qualunque sia l'esca usata
dall'insondabile mistero
dell'essere mai nulla pescheremo,
conchiglie o perle di sapienza
dalla battigia della vita
mai raccoglieremo.
Il tempo è veloce e il vivere
tra maree di stagioni
ci sbatte col suo moto
e come acqua che passi
tra le dite delle mani
in un niente fugge:
zavorrati da malinconie
annegheremo all'improvviso
o a poco a poco e negli occhi
ci resterà la speme delusa
di avvistare una riva
che noi naufraghi tra flutti
mettesse in salvo dalla morte.

Quando s'avviva un vento
Dispiuma il flabello roggio
che nel botro specchio riverbera
un veemente vento di ponente,
col suo fiato amplificato
spennacchia volatili appollaiati
chiome scuote e scrolla
nuvolaglie scardina e disgrega;
astuto, da spiragli o malchiuso
si intrufola per porte e scale
mulina tra piazze sagrati e vie;
traversale a pioppi e salici
di terrose fiumane lontane mugola
pareti rocce e muri come boomerang
colpisce e si allontana.
Se soffia tanto e alla valle
in cui ebbi natali un giorno
acceso va il ricordo
su, oltre i querceti e i pruni,
nel cimitero sotto il greppo
forse lo udirà nell'aldilà
mia madre da tempo seppellita
e si rispolvererà un pezzo di vita
passato e insieme consumato .
Cade questo ritaglio di tempo
ventilato che non mi allieta
nel risucchio di un greppo;
ora, tra mulinelli di solitudine
fa stragi di pensieri e sogni.
Atterrami, rovesciami e scalzami
pure vento ma non immalinconirmi.
Invidia, non vedi, da noi si alza
per te che anche se muori risorgi.

Ad un’amica accorsa
Costellazione di vaghezze
che irrompi nel mio cielo
perdona se, terremotato
e in balia degli eventi,
il cuore denudato, a te,
svestito viene di speranza,
se ad assistere ti costringe
al crepitar di un rogo
e lapilli, fumi e ceneri
disturbano i tuoi occhi;
se per tristezza,
turbando tuo illibato amor di vita
con nerofumi transita
su candor di giovinezza!
Tu non sai! Tra luci e ombre
il tempo lo rimena,
spossato lo catapulta nel giorno,
cenciose prospettive
gli apre e stracci sbandiera,
con sogni in fuga lo deride
e tramando gli passa accanto.
Sballottato è sovente nell'ora
come l’osso di seppia tra le onde
ai cambiamenti di fronte del coraggio,
instabile oscilla se si sposta
il fulcro che ne equilibra il dubbio;
alla speranza, amo teso nell’ombra,
preda abbocca; detriti ruinati
da pendii di giorni ostruiscono
le condotte che amore
adducono ai suoi atri!
Come repentini franano i sogni,
amica mia, come s’annera
e si accorcia l’età delle illusioni!
Cupo passante pur vorrei sorridere,
concedermi, afferrarmi
a rigogliosi rami d’amore:
con altro passo farmi incontro
fiducioso a corteo di stagioni!
Per me che non ho più meta,
inseguito da malinconie,
bersaglio per dardi mortali
volge alla fine il viaggio.
Ah mio astro che triste favola
pur ti narro, i neri sprazzi
i ritagli di mala ventura,
il rovescio della tunica che ti mostro,
il rintronare di pensieri da cui sgorga
lo sconcerto che odi e ch’io inetto
e vile non so risparmiarti!
Ma orsù, fuggi, allontanati
da questo rimuginare cupo!
La tua vita è alba, orgasmo di gioia,
festoso rintocco di campana,
suono di cornamusa,
totale gaudio, euforia di dolcezze!
Azzurri i tuoi giorni,
ostri i tuoi tramonti,
freschi pistilli, petali
e gambi di rosa i tuoi anni;
non arso dumo, non vespero,
non tenebra, non singulto
non lamento ostinato la tua voce;
tripudio, non esacerbato
momento d’agonia!
Un fascio di felicità
dai tuoi cespi lasciami raccogliere
oggi bosco di felci e di viole!
Possa lo stormire delle tue fronde
far da sottofondo sonoro
all’omelia quando pietra ricordo
sarà deposta sulla mia tomba!
Vagando tra i solchi uberi
della tua pronta memoria,
all’affiorare del mio ricordo,
un mattino di primavera,
alle prime luci mi coglierai
fiore sbucato da invisibili radici:
al capo di reciso stelo,
tremulo, allora ti sorriderò corolla!

Il primo bacio
Ricondotto sempre in ceppi dalla memoria
turbante un ricordo ancora roseo ritorna.
Eccolo animarsi sul lenzuolo bianco
di un immaginario schermo
in quest'attimo che ameno si dilunga.
" Densità di lanugini bianco grigie
lento si dirada all'orizzonte
rapito lo sguardo aleggiando vi fugge;
non vento rabbioso sferza
il calcestruzzo dei frangiflutti
oltre cui il sussurro dell'onda,
che vi giunge e si annienta, si ode.
Ogni parola tra noi è già stata detta;
scivolano le tue mani cappio
sui miei giovani fianchi;tremulo il petto,
pressato dal turgido tuo seno, trepida;
la bocca corallo vermiglio si protende
e in estasi scocca un virgineo bacio:
il primo bacio! " - Il primiero assaggio
di un pasto più lauto a cui sarebbe
più tardi seguito l'interminabile digiuno
d'amor che nella mia vita oggi dura.
E' questo il sogno sofferente
che ricorre nelle notti stellate,
l'assenza che si fa presenza,
la folgore che mi sfiora e dilegua
lasciandomi senza luce; l'accordo
armonico che nel consumarsi dell'ora
mi commuove e lieto mi sciaborda
il batter d'ali che in alto mi invola.
Da tredici lustri e più, costante
un narcotico sedativo assumo
per lenire pene e lamenti
di graffiante rimembrar d'amore!
Non hai saputo imparare a vivere
senza ciò che ti manca, cuore!
Tutti i colori sulla tavolozza sparsi,
raggrumati sono, da tempo i tubetti
da cui son stati munti sono rinsecchiti,
fluido tu solo, nero mi resti:
il peggiore e più appiccicoso dei colori!

Il viaggio
Per il viaggio non sarà necessario
che prepari il trolley o la valigia
basterà un solo abito scuro
-non frusto, tassativamente nuovo!-
le scarpe siano pure di poco conto
ma obbligatoriamente lucide e nere
se saranno strette, non importa
tanto non dovrò camminare affatto
necro-stewards mi porteranno a spalle.
In previsione, certo avrei potuto cercare
l'agenzia che lo offrisse a minor prezzo
e con un pompa magna invidiabile
ma affaccendato in altre quisquilie
non ho avuto né tempo né interesse.
Il giorno della partenza, ancora
non convenuto, spalancata la porta,
scese le scale senza inciampare,
mi accompagnerà un odore di morte
qualche fiore fresco e forse dei berci.
Può darsi che all'accomiato
mi saluteranno in pochi o in molti
che taluni, chissà, piangeranno
ma non lo saprò mai e ne lo immagino.
All'uopo, un tempo, per tali viaggi
c'erano i cavalli, mi sembra morelli,
ma il progresso li ha resi desueti
e di certo ci voleva più tempo
e più soldi per arrivare alla meta.
Speriamo che alla partenza
non nevichi piova o ci sia afa:
i mugugni, pur se legittimi,
sarebbero troppo e inappropriati
e correrei il rischio di rivoltarmi.
Eh si, questi viaggi, unici ma comuni,
si fanno solo dormendo; nell'annuncio
anche le campane suonano dimesse
rispettose del sonno del fortunato!
Su non siate curiosi di conoscere
dove vado e perché:
tanto neanche a me è dato saperlo.
Rinviare il viaggio- voi dite?-
e a che varrebbe
se è già all'ordine del giorno..

Tristezza
Tristezza, fosforescenza nera
accompagnatrice dei troppo soli
quando fulmine a ciel sereno
inattesa ti riproduci nei giorni
e lama cruente nel petto affondi
foglia arsa in balia dei venti
poi mi riconosco
ai tuoi ripetuti assalti.
Sole atteso per il mio freddo
caparbia mi sottrai
rimenandomi nell'ombra,
pallente rendi l'ora
in cui ti appartengo!
In ribollii di calce viva mi immergi,
interito mi rotoli per scabre chine
difettivo di futuro e passato.
Non un guizzo mi consenti
per svincolarmi dalla tagliola
entro cui rappreso mi trattieni;
oscurata, snervata, per tua opera
funghisce l'esile speranza
dipartita da me smarrito!
Tu stronchi ogni pensiero che involi
arresti la corsa ad un diletto
dalla tua voce intimorita!
Vedi come anche l'ultima illusione
nata nell'istante che muore
incupita retrocede all'infinito?
Ammortato ogni vitale desiderio
per la tua irruenza,
ingrommate le mie ali,
mortale scherno raccolgo
da stormo di ideali in volo;
a palo di supplizio incatenato
senza sosta, metodica mi insulti;
strali alla cieca scocchi mirando
cuore senza riparo e non mi uccidi.
Ti fronteggio acerrima nemica
sopravvivo, attizzo paziente
il rovente desiderio di sopprimerti!

Io lo ricordo e come
Io lo ricordo e come
parvenza di amore perduto
lo ricordo il tuo balcone,
la tua casa natia spiata
rammento l'asciugamano disteso
visivo segnale amoroso
secondo un codice convenuto,
come, quel drappo colorato ,
segnalasse l'incontro sospirato
che sarebbe senza imprevisti
di lì a poco avvenuto.
Impaziente e tremulo ti aspettavo
come poi, oh, ti cospargevo di baci;
scoppiettava il sentimento
accaldato mi arrampicavo
alla verticale degli alti sogni!
Ancor più forte e vivo
se ci ripenso, pur ora,
forte mi ribatte il cuore!
Per una congiura segreta
ordita a mia insaputa
che avvenne poi …?
In un volger di eventi
al carcere duro condannata
fu la mia passione
dal voltafaccia del tuo amore!
Non fu allegra vicenda
né leggera perderti.
Il cuore in disgrazia
non si agitò mai più tanto
da quando toccato
fu dal gelo della lama
delle tue parole:
altra fiamma, mai più lo arse.
Perché tutto è caduco
e anche l'amore eterno
che giurasti a me prediletto
diffusa cenere divenne!
Malinconie in risveglio
ricordano quell'altra te
in questo giorno che transito
sotto al tuo balcone
che estraneo e in rovina,
a me invecchiato nulla più dice.

Assenza
Brilla e ridente in alto passa
una luna novembrina stasera
-la ricordi la nostra prima luna?-
Aria fredda, amore, spiffera
dalla feritoia del balcone
ritornelli lunghi e lenti
orchestrale l'orologio suona,
intenso supplizio è di te l'attesa
t'aspetto e non verrai mia stella.
Impigliato in un vischio
di ore ombrose, intorno,
fitto un vuoto cresce
e un cuore floscio tonfa.
Più tardi, solo sarò ancora;
privo del caldo del tuo corpo
mi assedierà dura un'insonnia.
Privo di sonno e sogni
da un condotto di pensieri
fluida fuoriuscirà una malinconia
e non potrò, di sicuro,
evitare che mi inondi;
nubi basse di solitudine
si gonfieranno di nero
e alluvionata faranno una vita.
Tu, assente, non mi allungherai
per mettermi in secco le mani
e atterrito non saprò che fare.
Insaccato in demenze cupe
mi accecherò senza luce,
un sospiro dilatato estremo
e respirerò poi essenze di morte!
Spargi la tua anima calda ora
e dal gelo che nevica mi salvi;
cantami, con passione,
in do maggiore amore
la canzone che vorrei udire
più prima che una notte mi congeli.

’ A malincunia
Nce stà na cosa c’abbrucia,
nera comm’a pece
cchiù azzeccosa d ’ ’a colla,
tosta comm’a na preta,
coce e luce nun fa, ’a vita,
’a parte ddò lustro nu’ ff ’avutà!
Quanno arriva pe’ sfizio se ntalléa,
s’abbotte e nun se sazia:
‘o core tutto, te siente arrusecà!
Nfame sta sempe appustata!
Zitto, senza te ne fa addunà,
s’accosta cu nu passo felpato:
pàffete, te zompe ncuollo
e sbattuto pe’ terra te fa truvà!
Tutte l’ombre passano:
essa, cucciuta là rimmane!
Comm’a l’acqua trase
pe’ tutt’ ’e pertuse ca trova
nfunno scenne, scava,
s’annasconno e, fetosa rimmano!
Sta cosa ca mette all’anima
lli ppene, sapite ched’è?
E’ ’a malincunia!
Avite voglie ’e nzerrà ’a porta!
Si addà trasì,
tuzzulea cchiù forte;
ustinata se fa sentì:
ve chiamma cu cierti strille!
Santo p’ ’a scuraggià
nun ce ne stanno..
se nun schiarisce, ll’avit’ arrapì!

Fado non udito
Se per incalzo di pensier d’amor
acerba insonnia in veglia mi costringe
e irrespirabile un miasma si innalza
da acqua stagna d’assenze
fammi compagnia chitarra mia.
Varchiamo il silenzio che ci accerchia
e il cuore assedia d’improvviso
da accordo di risonanze non più udite
rianimo e respiro riprenda quest’aria muta.
Non t’avvedi cordata dalle sette note
di come prossima si fa tristezza
lento e crudele il durare dell’ora inane
poi che anche il tuo conforto mi sottrae?
Non senti come sbreccia e piccona
l’Effusa con il suo suono senza voce
come a stilla a stilla,
poi incoercibile fiotto
fluente riempie l’invaso del cuore?
Scuoti le tue corde da tanto chetate:
strimpella, stridi pure
ma conforto dispensa all’anima mia
su questa nera oscurità distesa!
Ch’io intonando fado
vibri per amor perduto,
eco rioda dei palpiti appassionati
che sonorizzarono i miei giorni;
ancor riviva l’emozione andata
di cui nulla mi resta e che, sogno,
mai verrà nella notte che mi aspetta!
Tu certo non vuoi
ch’io anneghi nelle mie lacrime
recluso nell’antro ove Tempo mi consuma!
Ariosi i tuoi arpeggi mi accompagnino,
botti a spuntar d’alba
festa annuncino a cuore immiserito
da lutti ed abbandoni.
Voluttà conturbanti aprano danze,
la mente invitino ad altre sarabande
prima che stanco, fattomi in penombra,
a nèttare di morte labbra conduca.

Brunice
Svagando tra aiuole di memorie
assenzio ti riconosco e ti estirpo
svampito sogno!
Ieri, inganno assurto alla ribalta
oggi incarnata nel vero
insulto ad un cuore alla berlina
per aver alla luce del sole
fomentato senili e vaghe illusioni.
Implume bipede pur mi rammento
che truccata ad alata
lontana fuggisti via
senza posarti un attimo sul parapetto
di una dischiusa finestra amica!
Ah qual funesto senso si intende
levato lo sguardo ad un vuoto cielo
e se assente è ogni vocio di rosignolo
sullo sfrondato albero della vita!
Qual riparo, qual lieve conforto
è dato al viandante smarrito,
che sfibrato e disilluso dal tempo
percorra l'opaca strada
delle ore accidiose del suo vivere!
Sfatata effige, ambigua parvenza
sgorbio incolore, oggi io ti contemplo
qual visitatore attento
ad una affollata mostra di assenze!
Cuore e tempie, requie non trovano
epicedio è il venir di memorie
che si perpetua e lancinante irrita
i precordi di un corpo semivivo!
Resterai pure tu del tutto senza luce
e chiaro allora vedrai nel buio;
estranea e muta un'ombra inquieta
salirà furtiva per un frangente le scale
della casa del tuo cuore solingo:
sulla soglia, la fisserai orba di speranze
e ti balzeranno al cuore gesti parole
attacchi di trilli ma sarà vano e tardi.
Alle prime avvisaglie del nulla
fatta né oggetto né soggetto,
né alfa né omega, aspro saprai
che mai ci è ridato o si ripete
quanto non abbiamo superbi accolto.
Che ognuno allora si dibatta
nella sua cella e invochi
per amor di sé l'iddio del caso
perché bonario propizi o promuova
i favori di un possibile domani
e lo partecipi a una baldoria della vita!

Scatto apotropaico
Di che ti impicci cuore
perché lo sfondo del male
sondi tra le viste del mondo
e in un fremere d'orrore
ne fai rapporto scrupoloso?
Desisti e guarda oltre
estesi ne sono propaggini e forme:
cuore,ne trarresti solo pena e dolore!
Il male nasce scotta e vive
e terrifica ne è la teratologia!
Innumerabili i suoi figli
le variazioni e evoluzioni.
Desisti prima che ti avvisti
e riconosciutoti ribelle
o avverso al suo dominio
ti persegua e ti torturi:
insaziato ha sempre fame e sete.
Mal sopporta affronti e oppositori;
vanificata ogni protesta, vendette
insuffla e probi persegue,
pestifero emana i suoi odori
con mastice in ragne imprigiona.
Dalla notte dei tempi
da bene e virtù divorziato
tenace reclama il suo regno,
a Lucifero avvinto
paffuto succhia al suo seno,
scelleratezza si legge
sui suoi stendardi; mai arreso,
mai pago, arruola anime prave;
insano e stolto sani irride
pensieri e azioni intorbida
desideri e passioni impuri diffonde;
coscienze spoglia di bontà e d'amore,
a tenebra fonde e tempera ogni luce;
essente essere incarbonisce
e spazzacamino non c'è per i suoi fumi.
Da millenni una stirpe di demoni
impegni annota sui suoi taccuini;
se cammina, ai bivi, ai trivi
o ai quadrivi sempre sa dove andare,
se inciampa o sta per cadere
sul male inciso fa perno e si regge.
Angeli decaduti o umani lo perpetrano
per tenere alta la sua reputazione!

Non udite, non sopraggiunge ....
Che dimoriate qui o nell'aldilà
non udite, non sopraggiunge fino a voi
un'armonia di tremiti e di accordi,
non vi acceca, come luce d'astro
pulsata prima della notte dei tempi
lo sfavillio delle mie ansie pupille?
Un canto a voi noto si rifà vivo
e disperato risuona per erme vie,
memorie da voi spalancate riparlano
e una pena antica e acerba ravvivano!
Sfinito dall’esecuzione,
mille volte eseguita, del motivo
di uno spartito da voi composto
e poi senza ragione reso illeggibile,
si fermerà un giorno questo cuore
orchestrale che mai avete applaudito.
Ah il nulla ricorrente che raccolgo
il suo riso lieto venirmi incontro
e nel baratro precipitarmi stilla a stilla!
Il ridicolo che si mescola alla tortura,
lo star fermi e attendere altri colpi,
adorare il feticcio di un Invisibile
che non illumina l’angolo cieco
ove ci incatena un’oscurità aguzzina!
Voi, diffidaste in lontani giorni
dei miei slanci, affrettata fuggiste
ai primi balzi del cuore
come davanti a un figurato nemico!
Persuasa da un infondato timore
arretraste allo scoppio dei miei moti:
mai pensaste al di fuori di voi stessa.
Persuasa da altri che era d’obbligo
avere certezze, non accorreste
a grida d’amore, di ghiaccio
rimaneste davanti al mio fuoco!
Più volte, perdutavi per sempre,
tentai di ridisegnare la mia vita,
ma solo timide linee, scarabocchi
contorti e senza senso, tracciai
poi deluso sulla pagina bianca
ove in prospettiva usavo figurare
il mio destino, divinatore e vate
di un venire di giorni insopportabili!
Avreste dovuto saperlo che l’amore
non muore per i colpi inferti
dalla sferza di un diniego,
che non recede senza un’illusione
in una orrenda conca d’indifferenza
e che pur senza respiro, brama parlare!
So che non vi è magia umana o miracolo
divino che possa ridar vita a ciòè che morto
eppure rieccomi a bussare a una porta sprangata
dietro cui, affastellate
giacciono preziose cose perdute
per fantasticare di farle rivivere.
Mi fingerò in perpetuo che nulla
di irrimediabile sia accaduto,
che tutto ciò che non ho e reclamo
evanescente volato via non sia,
che una forbice ideale tuttora esiti
a recidere un filo fino su me annodato
e che, invisibile, a vostra insaputa
indissolubilmente ancor mi lega a voi.
Ah se un giorno, preda di oscura noia,
confusa e sedotta da un ricordo,
che vi trapassa e gioioso rifiorisce
vi accadesse poi,inspiegabilmente,
di sostanziare e abbracciare la mia ombra!

Come ali di albatro le braccia
Come ali di albatro
le braccia più non si alzano
davanti allo specchio
dove amor primo mi apparivi
e io, sbronzo di sogni,
come brace viva attizzata
con delicate movenze
-ubbidendo al caldo richiamo
della tua pelle- sorridente
le dune ambrate esploravo
del tuo petto cosparso di nei.
Dall'alto dei sensi condotto
quante volte precipitai
nel mare spumeggiante
del tuo corpo vibrante
vasto e pieno di gorghi!
Fili di paglia le mani
or più non intessono
pensando a corvini capelli
mossi dal vento e frugati
con una dolcezza protratta
che il cuore lieto assopiva.
Oh le carezze all'eburneo
tuo collo mentre lo sguardo
tradendo un segreto cercare
confessava di aver furtivo
rovistato tra le forme muliebri
che la veste ostinata celava.
Ho dovuto bendarmi,
negli anni pigri di luce,
per riprodurre nella memoria
l'abbaglio e i gesti di allora.
Nello strazio agrodolce
del ricordare che ritorna
poggiando la mano sul cuore
ho tremato dietro la porta
chiusa della mia prigione;
al fluire di una stilla,
caduta da occhi vuoti,
scosse di vita ho sentito
risalire dalle morte radici
del mio cuore stroncato.
E' da millenni, amore perduto,
un vuoto cammino il mio andare.
In un immoto accadere
di ore e anni duri da vivere
una voce dentro mi illude
di poter il tuo volto smarrito
confondere con altro mirato.
Come svanito, delirando,
baratri radendo io vado,
alla terra e al cielo sordi
demente ripeto la mia storia.
Lo scheletro di un sogno,
investito da raffiche di pena,
dondola all'albero penzolante
a cui vivo lo impiccò un addio;
a raffiche violente di ricordi
scricchiola tristezze senza fine
polverizzandosi tra le mani
dell'ombra che ne afferrò la vita.

‘O primmo ammore
Nun se scorda ‘o primmo ammore
dice na canzone e i’
uocchie perdute
ca cchiù nun me guardate,
chino ‘e giuventù nce aggio creduto!
'O primmo ammore
è comm’o paese addò si nato:
giro ‘o munno sano,
passano juorne, anno
ma ‘o penziero sempe là
torna ca capo, si a isso pienze
e ‘a nustalgia te piglia, nu treno
è sempre pronto là a te fa turnà!
Si tutto chesto è overo, si nunè
na buscia pecché o’ core vuoste
se l'è scordato ?
Ah tutte 'e vase ca ce simmo dato,
chillu fuoco ca primmo avito appicciato
e po’ capricciosa avito stutato!
‘E prumesse meje só restate
‘e voste addó l’avito mannato?
Vacante e senza sustanza
‘e giuramente vuoste,
sicco pecché senza lacrime,
comm’a fronne morte
nu suscio ‘e viento
luntano se l’è purtate!
diciteme: Pecché allora stu core
c’appriesso ve corre ntrupeccanno
nnanze a ogne zarro d’anno,
ca cade e se sose senza sciato,
ancora ve chiamma?
Viento a chella scellerata
ca puro ‘o nomme mio se scurdato
puortele sta mmasciata:
‘O primm’ammore nun se scorda
nun se scorda, pure si a n’ato
dint’ ‘o core te si pigliato!

E piti, piti, piti..
Sfilacciato e consunto
alla sorte resiste lo stame
riposano le divine Parche.

Nulla piùè rimasto vivo
in noi e tra di noi
oltre il cenere avvenuto
nulla se non la traccia
lignea di due sgorbi incisi
sbiaditi già da un tempo
infecondo e vorace.

Del sommerso passato
solo codesto emerge oggi,
velato ci riparla forse
di un amore andato in malora.
Ah come tutto va al niente
mentre un interno attrito
brucia e consuma le nostre vite!

Anche senz'acqua attorno
per mora greve di sogni
si può annegare e morire.

Perso direzione e meta
esuli per le tenute dell'ignoto
guadiamo un vuoto in piena.
Attaccati da una bufera
ci afferrerà il turbine
finiremo il nostro viaggio;
ci ghiaccerà la morte.

Sincerità
Sincerità
spazzabugie che non sottaci
ornamento del bell'essere deriso
ardita sentinella del vero
che schietta al falso
alto là intimi e metti in fuga,
ideale trasparenza d'acquamarina
che gratitudine e allori non ricevi
quante volte offesa e oltraggiata
senza plausi e coccarde
in acre ritirata ripieghi delusa!
Ricevuto da Impostura
strali al centro del cuore
chi il tuo vessillo sostiene
muto spesso fugge e alla macchia vive.
Ah, senza usbergo, quale pazzia
candido rivelare ciò che è!
Tu che non adombri e intorbidi
l'onestà del cuore e della mente
non sospettoso chi ti accoglie?
Acclamata è la menzogna
che acceca, non tu; inaudito
allori virtù e appannaggi
a doppiezza e inganno
solo si tributano sovente!
Oh tu, diamantina trasparenza
che dal grembo di spontaneità
nasci gridi e ti annunci
e non un bacio ricevi!
Apparsa, ignuda, timida rosseggi;
schiudendoti, confidente, amica
entusiasta ti espandi come essenza
leale ma nessuno ti ascolta
e ogni abbraccio ti si nega!.
-Ti amo- ad una donna confidasti
quando fischiettando la prima volta
con innocenza dall'animo mio sbalzasti
cercando un contatto ineffabile
all'emergere di prima giovinezza.
Fu quella la tua prima esperienza:
quanti arretramenti e dolore poi
per aver parlato ad alta voce!
Chi non intende poco t'attende
mia bistrattata compagna
messa alla berlina!
Tutto il bene e il male
che ti tributano ho scrutinato
per appurare dove ti collocavano
ma se hai vinto o perso
tutt'oggi ancora è irrisolto.

M'ange il cuore
M'ange il cuore per perpetuarsi
da giorni di inique cose
e poco mi oriento in baccani tanto diffusi.
Schiamazzano e cambiano livrea
sull'agorà pavoni e oche
basta una fola eristica per
mutare direzione e spingerli
in altra stia, tanti i galli
pomposi a presidiare mangimi,
pance gonfie fameliche
reclamano ingorde commerci
fette di agio e potere,
sempre pronte a beccare
stormi di colombe artigliate e falchi
volteggiano sul Transatlantico.
Se la trasmigrazione sia
a sinistra al centro
o a destra poco importa.
Che accade mai?
Nulla di nuovo oltre una nuova fila
di morti sulla battigia o nell'hangar!
Lo spettacolo è lo stesso
il colorato di ridicolo
il parlar bene e razzolare male
"invariante" in altra scienza si direbbe!
Replicante non varia lo scenario;
se guardo, sempre fari spietati poi
ipocrisie e disonestà denudate
fanno luccicare; i suggeritori
attivi e in penombra, non dormono mai
pronti a modellare discorsi
e sofismi per plasmare la massa.
Tra omissioni di fatti noti
e cancrene di indifferenza
si discorre senza conoscenza
si fabbricano verità posticce
si inculcano perversità morali:
è l'apoteosi degli escrementi!
La coscienza, l'amore per il vero
il bene comune, la bellezza cortese
il sublime dell'innocenza
e l'armonia nel fare e ideare
l'onestà e l'igiene mentale
soggiogati da oscuri fini
estromessi dal palco delle virtù
da tempo alla gogna giacciono sedati.
Raro verso l'etere qualcuno
solleva da solo le proprie ali:
per fortuna sognatori e disinteressati
a scanni e sedie vellutate,
eroi del pensiero, all'aria aperta
liberi dalla tirannia dell'avere
pur sfrecciano tra correnti ascensionali
come aquiloni verso volte stellate.
Ah i fuoriusciti dallo sciame
degli angeli in volo, i castigati
immeritevoli di pienezze di luce
e camminanti con le spalle al sole!
Che dirà mai lo specchio
quando i crestati vi si mireranno
saranno in estasi e scintillanti di boria
o apriranno il confessionale per raccontare
inganni e circuizioni messi in atto
dal loro pigmeo essere?
L'acqua torbida non si schiara
anche se mille filtri la decantano!
Poca presa ha il bene sul male
e insolita è la capitolazione dell'ego.
Un covo di ladri e raglianti pur forbiti
e travestiti da persone dabbene
sempre un covo di ladri e raglianti rimane.

La piazza
Di gente gremita
è nel giorno domenicale
la piazza del paese
tra rintocchi di campane
e stridii di freni di bici sfrenate
schiamazzo di voci indistinte si ode:
cicalii femminili, brusii di senescenti,
tengono chiacchiericcio concerto.
Festoso cafarnao animato
da passeggio di avvenenti
forme procaci, teste rapate
visi imbellettati e incipriati,
coppie austere e odoranti
uscite in vistose divise
nella domenicale parata.
Vale la pena incontrare
gente dai vivaci colori:
bisogna pure che ci si ritrovi
e, a qualcuno, sul trend delle proprie
tristezze si tenga un rapporto adeguato
che allacciando discorsi
si confrontino sopravvissute speranze.
Sulla piazza principale
può accadere di tutto:
ritrovare il respiro della giovinezza,
urtare un amico di cui si erano perse
le tracce, arrossire per la vampa
di uno sguardo che il cuore tocca,
appoggiarsi ad un muretto
e seguire il rocambolesco
trasloco di una pagliuzza
tra le prensili antenne tenaci
di una formica ostinata.
Rinchiusi nei box angusti
delle feriali occupazioni,
confinati fra orridi torrioni,
arruolati dalla sopravvivenza,
senza sbocchi o salti di sorte
in un vuoto di spiragli,
tra ombrose spirali di vuoto,
tacitando gemiti inascoltati
i nostri giorni consumiamo.
Bisogna riappropriarsi
eh sì, di un pezzo di vita!
Guardare altri tratteggi
oltre il cerchio del quotidiano
che ci confina con le sue nubi,
strapparsi di dosso quell'odore
di chiuso che si appiccica
addosso e si condensa nel cuore.
Si attende una settimana
un vitale squarcio di sole,
una manciata di raggi
che ci ricordi il volto
e i colori del cielo, un soffio
di vento per veder scompigliata
una pettinatura laccata, colloquiare
in un segreto linguaggio con la cima
irrequieta di un albero chiomato.
Nella piazza affollata
straripa il lamento del mondo,
si raccolgono le storie confessioni
di destini traditi e svuotati,
si sfiora l'abbrutimento
partorito dalla sterile monotonia
di una scondita esistenza,
sboccia la richiesta sempre umana
e mai esaudita di una speranza
che tra gli uomini e per gli uomini
tangibile vera giustizia avanzi.
Sarà deserta domani la piazza.
Attraversando il fumo che resta
dalle ceneri di combuste illusioni
abituali piccioni, numerosi
verranno a beccare sbriciolati
resti di chips e patatine scampati
alla bocca ingorda di bambini.
Nella piazza svuotata, un lapidario
silenzio, domani, disperderà
l'afono clamore delle nostre illusioni.

Non so cosa io sia o sembro
Non so cosa io sia o sembro
né mi congratulo con me stesso
o mi infirmo o mi confermo;
fuscello trasportato dal tempo
subisco le fole dei suoi attimi
e so che vivere
è un grattacapo da vertigini;
distinguere, se sei stato
fosti o diverrai so che è un azzardo
e riferirlo semmai potrà
forse solo il cielo.
Così senza orientamento ondeggio
subendo le maree del destino,
tra intrighi di supposizioni vago
tra altri me stessi mai compresi.
Imperfetti o perfetti
monchi ci si declina
a secondo del momento
e il distinguersi in chiaro
è solo ameno artificio
per raggirare un nulla cenere
che senza fisionomie ci ritrae.
Se talvolta trovi il verso
della tua vita svalutata
c'è sempre qualcuno
pronto a mostrarti il recto
e così tra conversioni e coni
per apprezzarti ti ingegni
ma il titolo non cambia
a seconda del contesto
e per la precarietà non ci sono cure
né le parole ancor dispongono
dell'obiettivo con cui scattare
le istantanee che in originale mostrino
le luci, le ombre e i colori
dei paesaggi attraversati dal cuore.

Amore, fiore che ti schiudi
Amore, fiore che ti schiudi e olezzi
ad albeggiare di prima giovinezza,
primo sogno che più non ritorna,
al tuo farti frutto colto, da labbri
assaporato, disceso al cuore
improvviso, miraggio, poi dileguasti!
Balaustro maturo a cui avida pupilla
protese nella corte degli anni
solo qualche chicco mi offristi
quando il cuore tremante ti raccolse;
per secchezza poi appassisti;
fatuo brulichio di luci ti oscurasti
fuoco per il mio freddo interiore
per poca legna, precoce peristi!
Tagliati i sommoli delle mie ali
da anni, secoli, in volo
in alto più non mi hai portato!
Sai, ancora arrossisce e ballonzola
il duro cuore vecchio e malandato
se talvolta adescato è dal sorriso
di una donna; un filo d’acqua
bevibile, nei sogni lo raggiunge
quando gronda dalle diaclasi aperte
nella cristallina illusione in cui vive!
Quanti grumi di nostalgia sono risaliti
alla gola da quando ti ho perduto!
Emaciate oggi sono le mie labbra
per fuga di baci, convogli di tremiti
più non sono partiti dal petto;
ferma in piazzola di ansia, la mia vita
melma e silenzio respira tutto intorno.
Se eterno tu fossi e imperituro il vivere
rimarrebbe la speranza di poterti ritrovare,
ma la mia partita con il domani, non durerà
molto; per la rivincita non ci sarà tempo:
acri sentori già avverto, di scacco matto!

Non disperdere o spezzare
Non disperdere o spezzare
ciò che salendo alla luce si dipana
non rintombi nel'atro fondo
dopo atroce dibattersi in sé
un fiorire d'amore che evolve!
Nel raffronto d'essere
a cui timori ti trascinano
per distaccarti da chi ti scalda
ravveduta, riverberi e bellezza
di più scorgi: vita d'altri
mai simile è alla nostra
la tua non è un'altra ma se stessa
e a te solo il privilegio di addurla
verso altri bagliori sia accordato.
Nulla più di nulla, oltre l'amore
che rompe il respiro,
fuor da me fluisce nel giorno
se mi levo e attraverso il tuo cuore;
a te estraneo diviso non mi ritrovi
senza aver lasciato orme durevoli
quando affranto su me stesso ripiego
stanco di mille sforzi tangibili
per lasciare sul tuo volto un sorriso.
Ho pensato per noi, oleati i cardini
delle celle delle nostre vite,
spalancato le pesanti porte
ti ho preso per mano e pur senz'ali
abbiamo non irreali un pò volato.
Svigorita e ritornata al buio
ostile a fecondazioni d'essere
allo sbaraglio nel vuoto
io non debba riconoscerti ineguale
a colei che sobbalzare mi fece il cuore.
Dispiegati essente e non stravolgerti:
sii agnizione, fuoco mai spento
tizzo ardente senza fumi,
scoppiettio multiforme, calore
che infervora una vita e la incanta.
Se miope, non ti vedi fiamma
o smemore non ti ricordi donna
con chi dividerò il mio riconoscerti
che alimenterà la brace e i sogni
che in me lasci quando ti afferro
e si riunisce ciò che non è disunito?
Un avvenuto rinvenire che è tutto
fra sfioriti noi è accaduto:
non sia improbabile l'avvenibile essere!
Io e te, non siamo che una sola cosa
unico e abitato non può che restare
l'alloggio dei nostri cuori
se tu fosti colei che luminosità riconobbi:
codesta sia la certezza presente e futura
su cui adagiarci e riposarci.
Se mi ami,snoda e non stringere
il nodo scorsoio delle tue paure:
innalziamoci più che precipitare
salutare e salubre sia il vivere
vivere tanto bramato che ognuno
affabula e impegna a suo modo.

La città del sole
Il disco del tempo
ne ha fatto di giri
da quando lasciai
la città della pizza
del sole e delle canzoni.
Il clamore delle voci
nel budello dei vicoli
che ti soffocano,
la miseria che vi ha fissa dimora,
i bassi angusti affollati da nugoli
di fanciulli senza avvenire,
una gioventù che sfiorisce
per orditi di strade sconnesse
lastricate di sogni stroncati,
la tristezza che scolorisce
il volto di chi non trova
la mano tesa della speranza,
dalla memoria, da allora
che via me ne andai,
più non si invola.
Là, una canzone zittisce
ogni dolore, una 'margherita' sazia
un pinzare di fame,
un mandolino in dolcezze
scioglie il cuore come un cero
se esposto a calura eccessiva.
Sotto il Parco delle rimembranze,
il progresso e il tornaconto di pochi
da tempo hanno dato un colpo
di spugna all'altoforno e alle ciminiere!
Effeminati ed esotiche clacson girls
come cavallette, in una nuova apocalisse
la notte hanno invaso; la polvere
bianca con i suoi annessi dilaga:
a venti anni la vita già si perde
in un pronto soccorso finale!
Neanche il mare
è lo stesso dall'ultima volta
che azzurro lo vidi,
da quei moli, quante navi
sono salpate negli anni
trasportando riaperti destini!
I distacchi, le partenze forzate
la malinconia di chi rimane,
la nostalgia che addentella il cuore
di chi va lontano, per ressa di ricordi,
addosso mi ripiombano
come una grandinata improvvisa!
E' vero, sulla collina,
tra i quartieri buoni,
là dove affacciandoti a un balcone
il pino ripiantato, i panfili
e uno scenario disegnato
su un lenzuolo di mare
si mostrano, tutto diverso
e trasformato t'appare.
Ma ciò appaga l'occhio e non il cuore:
la bassura dove si affonda conosce
l'indifferenza che viene dall'alto!
Vorresti le cose diverse, una chiarìa
che non fosse mero vaneggio;
vorresti la gente tutta felice
e che sotto il bistro e il belletto,
sotto il sudore e nello sconforto
tutti i sogni fossero uguali.
Oh i guasti antichi del mondo,
la pena che il cuore distilla
e amara s'affolta nel tempo
che fugge senza rinascimenti!

Intelligibile trama non si profila
Ara il naviglio il flutto
scie e schiume si disegnano
lontano sfuma l'orizzonte
cime di palmizi scuote un vento
in alto corruschi e nubi.
Che faccio qui oggi
oltre i clamori estivi
solo a guardare il mare
e ieri che fu dove ero.
Quante volte ho visto
tornare l'alba
e quante volte accadrà ancora;
del vivere che ho inteso
qualè l'opera del tempo
a che le irritazioni di vanità
le morti, le guerre?
Si distacca già il presente
ciò che univa si discioglie
garbugli di pensieri bruciano
più fitta la selva di memorie,
dalla mente tessitrice
intelligibile trama non si profila.
Dov'è la rotta umana
che non t'affondi cuore
dove può apparire un faro
un porto sicuro e ospitale:
oh quando nel soliloquio
esprimi i tuoi malanni!
Avesse un nome pronunciabile
e un indirizzo la speranza
raggiungibile la pace del mondo
indite non resterebbero
le mie domande dissennate
quando spiccano un volo
ma perdendo giri e portata
in un vuoto picchiano a spirale!
Insondabili vita mare e cielo
e di scie e corpi nulla resta
lieve o grave tutto decade.
Come avvinci defunta giovinezza
di illusioni venditrice
quando si ripassa davanti
ai tuoi specchi e alle tue vetrine
allo scoppio di una malinconia!

Autoritratto
Disappetente di vita per indigesti anni
da tempo tossici vaneggiamenti respiro,
di ideali asperso e illuso,
romantico, di donne e amori
a vanvera ciancio e ne sconto inganno,
luce e tenebra già non mi riguardano
assaggio di tripudi non corteggio;
per i seri mali dell'anima
a rimedi straordinari più non credo.
Perduti volti e cuori amici, ricordi
d'oro, talvolta passeggia la memoria
e, per un po', li persuade
a tenermi compagnia e in vita.
Fasci di pensieri malformati
dal giorno rastrellati
devitalizzano pressurizzati; nell'ombra,
sprovvisto di attributi, non visto esisto.
Ah! E rammentare che una volta
tra fervori giovanili scoppiettavo
e su una pila di illusioni sfioravo il cielo!
Pregno di pestilenze surgelanti
in recinto di solitudine tristezze svago
e ivi mai vi transita anima viva.
E se pur d'incanto rimosse fossero
le transenne del mio chiuso
che mai potrei rispondere
al passante che chiedesse
i connotati del mio esistere.
Come mi riconoscerebbe vivente attivo?
Deforme per carico di malinconie
quale stampo potrebbe contenermi,
ridarmi forma: tanto sfigurato
come potrei somigliare a un uomo!
Al meglio, nel tratteggiarmi
mi raffigurerei goccia d'olio combusto
sospesa su uno specchio d'acqua pura
che sasso o piombo aspira divenire
per non vanificare un raggio di sole
e offenderne luce e tepore.
Senza contravviso, penso e mi convinco,
sconfessando cattedratici opinionisti
che di eternità si sostentano,
che non si duri più di un frangente:
il buio il vuoto e il niente
terrifichi sigilli apposti saranno
sulla bara del mio destino
e non vi è sortilegio
o rispolverata teologia
che un giorno possa rimuoverli.
Si, smantellato il catafalco,
riaperta la bara pace
per quanto abile e onnipotente
pur resuscitarmi volesse un artefice
come così poi ripetermi potrebbe!

Era quasi oltre primavera
Era quasi oltre primavera
quel tardo mattino
ancora sopravvissuto all’oblio.
Tu eri dietro i vetri
io con uno sguardo fisso
in una strada a fissare
il tuo balcone chiuso
in attesa solo di vederti
dimentico di dignità e pace.
Forse un incantesimo
una fattura o una droga
d'amore operava segreta
a nostra insaputa
per riannodare i due capi
di un filo dal caso reciso.
-Perché mai sono qui-mi chiedevo
-se la questione è chiusa?-
Ridicolo quello stare
lì immobile per ore
a spiarti sotto un sole ostinato .
Ah l'opprimente arsura di te
quella sostanza senza senso
che masticavo e dovevo gustare!
Sapevo che il tempo reale
mai è reversibile
e che quello che era accaduto
era accaduto ma speravo
che, non più altera,
dopo un'assenza prolungata
alla voglia di rivedermi
forse lusingata avresti ceduto.
Alla certezza che saresti venuta
a un appuntamento che non ti avevo dato
mi aggrappai disperato. E così fu.
Se esitasti non lo saprò mai
ma fu un fatto che mi raggiungesti;
rimescolammo le carte
per un altra mano
nel torneo dell'amore
e fu un disastro ancora:
un successo apocalittico!
Non potevi crescere oltre
né buttare potevi la tua pelle
nulla di alato e rosato
vi era nel tuo midollo.
Stralciata una possibilità
di essere insieme, chinai il capo:
più non apparisti o essenze
d'amore spruzzasti sul mio destino.
Il meglio che potevo ti avevo dato
fantasticando un futuro lontano
prima che in lutto cadesse l’avvenire.
Qual scheletro di ricordo
ti mostri, oggi, nota di follia
in una volubile e provvisoria vita
fatta di niente e vuoto
tra tristi defilés di giorni muti..

Se si attorciglia e ti domina uno spirito maligno
Se si attorciglia e ti domina uno spirito maligno
se con bizzarrie e stravaganze la mente ti pressa
se genera avidità di pensieri esacerbi e malevoli
o umore ti cangia e commetti misfatti affettivi
se buon senso e amore prendi a schioppettate
come caldamente puoi amare e sorriderti?
Durezza rappresaglia e discordia
con incostanza e collera si imparentano
nell'incubo morboso d'amore che t’attosica.
Perché mi fai blasfemo verso il tuo Dio
perché non interviene per ricondurti
a discernimenti e intendimenti ancestrali
e difettiva di senno e verità poi ti atterrisce?
Ah come mi privi della speranza prossima di vederti
un giorno arrestare il mantice che fa vuota
la tua mente che di assurde congetture tracima
come ti opponi a spezzare la lunga catena
di omicidi con cui sopprimi l'innocenza
di atti presenti e passati, come nascondi
le chiavi del carcere in cui ti recludi!
Compromesso il lucido senno
come distinguere serena l'attendibile dal falso
e scorgere il confine tra l'assurdo e il reale!
Devo elogiarti per il malessere che per noi due produci?
Se termiti si impossessano di una trave
pur essa appare intera ma se vi si poggia un piede
poi tutta fria e frana e chi sopra vi passa precipita
nella voragine di sciocchezze che al disotto si rivela.
Se non si placa la tormenta che in te sfronda
o ghiaccia gemme di logica che frutti potrà dare
l'albero che si infiora di amore
all'abbrivio di una stagione di vita?
Perché fecondi in te mostri che addentano
il mio e il tuo cuore e avviano sanguinamenti
sul nostro toccarci e desideraci e macchiano
di incertezze sguardi d'amore e di passione!
Nascite e non morti io ti cerco
non terrori ma coraggio e conforti donami;
se il mio sogno di te vuoi lasciare intatto
fondimi e confondimi nella tua vita
che può essere racchiusa come tutte le vite
solo in una sfera di tempo dal raggio finito.
Assurgi al cielo del puro vedere
e di grazia e desiderio datti nervature
contrapponiti come magica luce al buio
e ascolta voci di umano sopra il disumano
abbandona il peggio e imbarcati per il meglio:
senza soffi che diano vita non può esserci avvenire.

Crepuscolo
Di pochi tratti cambiano giorni e anni
si stinge e si scurisce il tempo
che fluisce e sfiocca speranze e sogni
non abbaglio oggi balena all'orizzonte
così lontano e intriso di inganni;
l'avvenire è un moribondo
e dell'accadere poco più gli riguarda.
In un lampo, breve, tutto è passato:
il verde è bruciato, i castelli di sabbia
son crollati, ali da urti stroncate
giacciono inerte al volo,
nel buio o nelle ceneri del fuoco
che ci bruciò nulla più brilla
il cuor per evitare addii e nostalgie
oltre un no o un si non si sgola.
Il prodigio di non sapere,
che si materializza
nell'ignoranza o nel culto di vanità,
per tanti avverato, resta tuttora
la nostra invidia insoddisfatta.
Un fiocco rosa o celeste..un necrologio
affisso al muro e infine la vita si sfascia:
l'estinzione, il peggio visibile
o intuito è la conclusione del vivente!
Basta fissare un vecchio o un morto
per capire l'ineluttabile verità
che alla quiete dell'abisso ci consegna.
Nuovo tempo acre per un sentire acerbo
scandisce l'attesa -lunga o breve che sia-
di vedere il tutto compiuto;
senza sonnifero e ad occhi aperti
perscrutiamo il nulla che sta incubando:
pensiamo alle fandonie in cui abbiamo creduto
all'illusione di altri mondi mai veduti
alla marea perenne di morti e vivi
alla folla né allegra né triste delle vie
alla sostanza che si scompone e cade al vento.
Nel sopire dei ricordi, un nonnulla
di cui non siamo né autori né arbitri,
si compone e ci inquieta;
prossimi a una tappa senza seguito,
indisposti al riso, restiamo a fumare
il resto di vita che ci è dato.
Oh bellezza e amore
perituri conforti fugaci ai lutti umani
propiziati dall'opera insensata
di un materia canaglia e immortale
così banalmente vulnerabile
nei suoi aggregati e nelle sue forme!

Oh Poesia!
Oh poesia, di me piagato conforto
mio canto di amore e di morte, esistendo
come feroce ho dissacrato il tempo e la vita.
Ti contemplo e mi rapisci quando tutto fugge
nel sereno o nella burrasca restami accanto.
Oh depositaria segreta delle mie confidenze
se mi sfiori, in me ti effondi!

Vivendoti, alata eccelsa e sublime
come e quanto l'anima ti ha cercato
fissando un cielo infinito!

La tua identità del tutto mai mi rivelasti
eppure il cuore sempre ti riconobbe
nella gioia e nell'indomito dolore
nel respiro furioso o sereno del mare,
nell'ondeggiare di una speranza attesa
in un volto perduto e mai più ritrovato
nello stelo che cresceva o nella rosa che moriva!

Miracolosa palpitante, trabocco di vampa
che infuochi, il tuo calore diventa il mio
quando incandescente me solo accompagni!

Discendi come puoi nei miei giorni
addolcisci la mia sorte
l'anchilosi del sentire mai senta.
Che ti veda e ti crei e ti tocchi
e ti suoni se intorno un nulla si spalanca;
alla fine di un deludente vissuto
formicoli un raptus per altro respiro.

Poesia, dentro o fuori di me che tu sia
non posso non corteggiarti e amarti!
Dài sollevami allettami e distraimi
se stemprato mi accovaccio ai tuoi piedi
risparmiami un'ansima se al buio
mi abbatte un amor di vivere perduto
e nulla più intorno vedo rifiorire!

Una lettera non recapitata
Vaneggiando spirati tempi
da voi, maritata e madre di più figli,
io folle evaso, dalla mia cella di sogni
invecchiato infelice ritorno!
Orsù non me ne vogliate, se irriconoscibile,
improvviso sbucato da una fumea d’anni,
per una volta infrangerò la ferrea legge
che disciplina le nostre separate esistenze,
se inquirente estorcerò notizie sui vostri giorni,
la confessione con cui, compunta
e a malincuore, ammetterete arrossendo
che qualcosa di me, in voi, pur sia rimasto;
che talvolta, al riemergere di un ricordo,
il cuore in segreto riattizzato
a mia insaputa, poi abbia tremato.
Il sentiero del silenzio che percorro
è troppo lungo per arrivare fino in fondo
senza tentare la fortuna di renderlo sonoro!
Lasciate che ora qualche facella, un lustro
io strappi al buio che mi accompagna
in queste orripilanti lande, disseminate
di carcasse interiori e spenti accadimenti!
Sulla tastiera del cuore orchestrale, sapete..
le note d’amor che da giovane mi insegnaste
riecheggiano; fughe di attimi felici ritornano
a ripercorrermi come nel possidente
che alle sue terre ubere poi abbandonate ritorni
Pur se amor continuerà, chissà per quale prodigio,
a fruttificare tra sabbie e pietraie
e l’arsura di voi non troverà
il dolce di un otre che la calmi,
non temete: remissivo obbedirò
come predestinato alla mia sorte,
ma non privatemi di una vostra addolcita parola,
dell’illusione di aver rubato
un luccichio dai vostri occhi.
Incurabile, mi riprenderà
la nostalgia tra le sue braccia;
baccello vuoto ritornerò
ad essiccare al sole;
verrà da lontano, noncurante,
una alito d’infinito a disperdermi
tra le plaghe delle ammortate presenze:
un’onda di polvere amante,
si infrangerà sul nulla!
Dalle strade da voi percorse,
caduti fiocchi d’oblio si cancellerà
il tangibile rilievo di ogni mia traccia;
acquietata, per altri abbrivi
riprenderete il cammin vostro
archiviando l’infausto verdetto
emesso dal tribunale del cuore
per un errore d’amore, un tempo
da voi perpetrato e da me,
nell’ombra sofferto.
Forse un giorno,
sulla collina dove ci avvampò un bacio
o in un bosco, sotto un pino seduto,
tra pause di vento, guardando aghi cadere,
ancora, a voi perduta,
come flutto alla riva, andrà il pensiero:
un nome, che per apocope diventa rosa,
il vostro nome, mi ricorderà il dolore
alla sepoltura di un respirato sogno!

Così avrei avrei voluto dirti un giorno
E ora che nell'assenza ti ho ritrovata
senza colpi di scena o pianti
accoglimi nella casa del tuo cuore:
sono stanco di vagabondare solo
senza sapere perché e dove andare.
Anche nel ripostiglio starò bene
e allorché sospinta da un ricordo
-forse eccitata dall'impalpabile-
rincarnata verrai ad aprirlo
d'incanto prenderò colore luce e aria,
per un frangente igneo indugeranno
i tuoi occhi reconditi sui miei
e mi attraverserà un fremito d’eterno;
con un sobbalzo, dall'anima, un sorriso
fiorito si appunterà sui nostri volti.
Allo svanire poi del sovrappiù concessomi
pur nel buio ancora ritornando
accanto vivente mi resterà per sempre
la felicità di un germinato sogno.
Accoglimi: molto tempo non ti rimane!
Su di me già volteggia la rapace morte
rostro e artigli del nulla già distinguo
impazienti di avventarsi su un'arresa vita.
Accoglimi nel nuovo nido d’essere
come fa alato per nidiata d’altro alato
covami col tuo calore e cinguetti d’amore,
sui contrafforti del mal di vivere
non mi schianti poi al primo volo:
arso e raggiunto da geli sbuffi e colpi
di me stramazzato non resterebbe niente.
Prima che il tempo una fiaba incenerisca
lasciami giacere con te impazzito d'amore:
nel tuo donato asilo folle mi batta il cuore
come nei decorsi dì che avvinti ci videro
quando, per noi appassita o dimidiata
una speranza tutta intera rifioriva.

Tuttora il mio cuore malmesso
Tuttora il mio cuore malmesso
tra andane di ricordi, somaro
va avanti e in dietro e si stanca
vivide troppe malinconie
tra pendii temporali sconnessi
gli parlano di irrintracciabili ieri.

Come bellimbusti, vecchi moti nell'animo
vano sospirano per miracolo e vanno via
nel corso delle cose avvenute
irrequieto mi sono perso e invecchiato
fallito in tutto, ancora devo pensare
senza aver mirato e raggiunto una meta.

Da tempo giornate silenziose
passano fredde e piovose
nubi basse coprono il cielo
di cose che mai furono vaneggio
stremato, cimentarmi più non so
a inutile fantasticare domani.

Sbronza attraversa il mondo la vita,
senza pause, inciampa si rialza e ricade
in un illuso e colmo andare insensato;
in sé già porta il distacco l'atto creativo:
nell'attimo in cui sono concepiti
per le metropoli del nulla, scarnati
muoiono i sogni il piacere e l'amore.

Eh!.. nasce e vola l'uomo per l'esistere
e incredibile ben presto scompare
come l'uccello che abbandonato il nido
poi più traccia visibile lascia oltre la scia!
Fossi matto divenuto del tutto
ora non saprei lucido chi sono.

Oh potessi cadere con il cuore
e la mente in un lungo letargo
resterei incosciente e in quiete:
prenditi tutto per sempre possente oblio
posso fare a meno dell'ombra che sono
e più non è tempo di implorare fughe e ripari..

Fecondo spira il tempo
Non narciso nello specchio a volte mi miro
lo spessore delle rughe alla luce misuro
del ciuffo giovanile sulla fronte
grigio ne è oggi quel poco che resta.
Per il nostro essere oggetti
precari sociali e biologici
niente è in controtendenza;
sì, fecondo spira cova
e trama il tempo e mai riposa
l'acqua del fiume come l'età che avanza
sempre scorre nello stesso verso
tutto sta dietro e forse nulla è davanti
all'infuori di una verità che ci aspetta
silenziosa e chissà da quanto eterna.
Ah goduria di chi si crede immortale
e ripudia le rivelazioni dello specchio
di chi non conosce la stanchezza
di un passo, di chi annunci
di scricchiolii ignora o non ode!
La si conquista la vita, euforici
con essa si fa baccano e baldoria
ma per non guastare la festa
non bisogna comprendere ciò che dice
quando per un attimo diventa lucida:
è come quando il giorno
che perde il lucore e va incontro al tramonto
non tace sulla menzogna sottaciuta
che a mezzogiorno ci ha illusi.
Non vedere né ricordare
smettere di interessarsi di sé stessi
assentarsi del tutto e non fantasticare
su cosa ci sia oltre l'orizzonte e ci aspetti.
Solo l'universo pur tra polveri
buchi neri e buio produce nel suo nucleo
le sue stelle e i suoi mondi:
per noi è e sarà sempre tenebra
prima e dopo il poco che siamo.
Allo stato attuale, salvo aggiornamenti,
la scienza dei materiali
non ci ha ancora svelato
perché la proprietà del durare
a ciò che è mortale non sia data.
Si specchio luminoso non mi sorprendi
inaggirabile è l'immagine che mi mostri
e non ci rivedremo mai identici:
sai, la sala dove si proiettò il futuro
da tanto è chiusa, lì
in un battibaleno fumai la vita
e sul suo schermo bruciò ogni luce.

Assortito di immedicato.
Cos'è questo sentore di cipressi
così forte e vicino che si effonde
questo atterrare di ombre svelanti
che grevi sul cuore si appoggiano?
Bloccate le allegre risonanze immaginarie
se penso ai metadati di un deceduto passato
intendo il vero nella sua chiarezza ultima
o in un'illusione perfetta ancora stravedo?
Appunto e contemplo le fisionomie
delle entità a cui appartengo,
senza depistaggi le affronto;
con scorciatoie percettive
puntuali si adunano e sfilano in parata
eccole: il sé il tempo la morte e la vita
le compresenze ambigue fuse e affratellate!
Al loro avvento mi chiedo per cosa e perché vivo
e cerco una chiave per decifrare chi sono.
Che rispondere, chi sa rispondere
nell'imminenza di un decadere in atto?
Se la pregnanza di un fine
tace o si assenta nulla ci soccorre,
se in una fossa buia tombiamo
ogni zolfanello acceso si spegne
mentre cocciuto scorribanda tra le vene
il fervore di ancora percepire chi siamo.
Vi sarà mai una fluida luce verace,
non disturbata, trasparente come acqua alla fonte
non contaminata che in un censimento di consistenze
rivelatrice sia di un ritaglio umano preciso
che non surreale infondi una risposta leale?
Resta in mano di demiurghi il logos della vita!
Oh non so chi siano questi dòmini invisibili
che dietro all'inconoscibile
despoti ci lasciano abitanti isolati
di solitudini infinite!
Se non si allontana l'oscurità
non vedrò mai il sole né mi abbraccerà una lucore.
Non lavorarmi ai fianchi terrore intuitivo
se il ghigno torvo dell'intelligibile incontro!
Non voglio morire pestato e soffocato
dalle mani di un'ignoranza sovrana:
un lampo cognitivo mi incida la serenità
definitiva di un esosapere appreso
senza lacune di: “ma, può darsi,forse, chissà..”
Alzarsi sulle punte dei piedi per scorgere oltre
non serve mio amato Poeta delle cinque terre!

Illustrazioni poco illustrate
Il volto del cielo è mutato,
virato è ad altri colori
sull'inquadratura di limatura di vita
che il tempo abrasivo ha prodotto
or vispo soffia un vento
ridestatosi da un lungo sonno.
Sarò stato nel frattempo
come frastornato da qualche parte?
Avrò nostalgia di calura
appena arriverà il freddo
penserò al mare che ho disertato
per tutti questi mesi passati
e prima o poi tornerà il pensiero
che forse una porta sarà abbattuta
quando di me, né sale né pepe,
altri non avranno più notizia
e preoccupati penseranno
che qualcosa di grave mi sia accaduto.
Di che mi sono riempito respirando
quasi appartato, di che sono stato
muto spettatore, cosa ho atteso
e a quali appuntamenti ho mancato?
Mi rispondo su tante cose
ma senza attenzione, lo sguardo fisso
sulle cose trascurate che mi circondano
passa da punto a punto a caso.
La clessidra sempre là a misurare
crolli assenze e presenze:
sulla mensola altri fiori mummificati,
il velo di polvere sulle scarpe
dismesse da tanto si è ispessito.
Poco si dischiude e tanto si chiude
sui greppi dell'incolta speranza
ininterrotte le sparizioni e i decessi;
a dismisura si dilata il vuoto
e nessun successo riporta il cuore
se aligero nulla acciuffa svolando
su arsi sogni e aduste illusioni;
a promozioni di spegnimenti aderisco
di innamoramenti fiabe, nessun ricordo.

Senza chiavi nessuna porta si apre
in una oziosa eternità infingarda sosto.

Sopporto appena il respiro edè un fatto
e così ancora vivo ingannando la morte.

Or tu lo vedi mia compagna
come un battagliare cruente
con la maligna sorte è in atto
come i suoi assalti ininterrotti
nel tempo senza tregua ripete;
forse né tu né io ne usciremo indenni
o un dopo l'altro resteremo sconfitti
ma non possiamo abbandonare
il campo di battaglia
a meno di non volutamente rinunciare
al tutto che è poi il niente
se non siamo insieme.
Nessuna polemica col cielo
se poi stanno così le cose.
Bisogna restare in piedi
se non per noi stessi
almeno per chi ancor ci ama
e innalzare i nostri vessilli
per annunciare di essere sopravvissuti
sbandierare che in tutto o in parte
ancora possiamo disporre di noi.
Il desiderio di fuga
o l'idea di rinuncia a essere
corrompitori del coraggio e del vigore
tante volte minare la speranza hanno tentato
e bisogna avere tanta forza nel cuore
per respingerne le argute ma vili argomentazioni:
compulsata la vita, corrucciosa
pur sempre, ci ha dato un'eccezione elettiva.
La cattiva salute, all'apice,
a furia di insidiare quella buona
spesso la sopravanza e poi affolla le corsie
dei pronto soccorsi ove ci si batte per durare.
Alcuni dicono che dopo il purgatorio
debba esserci il paradiso
ma chi può giurarlo
e correre il rischio di essere spergiuro.
Tuffiamoci a occhi chiusi
in questo fiume dalle acque torbide
e tentiamo di nuotare verso il mare
e poco importa se più non emergeremo:
anche nell'abisso può esserci una luce
abbracciati da un raggio
possibile forse resteremo uniti.

Caducità
Caducità, precorritrice dello svanire,
poi che demolisci smantelli e distacchi
quanta tristezza dài al cuore mio!
Paurosamente quanto ho perduto
quante erbe dai prati dei giorni vissuti
strappate o rinsecchite,
quanti i flosci lacerti di sogni sfiancati
le degenze senza speranza
dell'effimero sfinito nelle corsie,
oh l'infertile perire di decorazioni illusorie!
L'acqua leviga i ciottoli e i pendii
la tormenta abbatte strappa e deforma
mentre l'insaziabile tempo
nel suo incedere spietato
tutto divora col suo appetito!
Il pensiero, come amore bellezza e vita,
sgorga si disfa e scompare;
dissipa l'oscurità il luccicante
si distende il telo nero del nulla
e tutto ricopre come una fitta chioma
rendendo la vista cieca.
Dopo anni, che resta o ricorda la casa
lesionata dell'impalcatura erosa e arrugginita
un tempo eretta per costruirla?
Il movimento degli istanti vissuti
col suo incontrastato fluire
ogni realtà trascorsa cancella:
solo se vi è uno stelo esiste un fiore!
Senza fini attacca e sfiocca
il vento la nube, la scompiglia
e ne soffia i resti chissà dove:
poi deserto azzurro nel campo visivo.
Ciò che va all'indietro
mai ritorna lì dove era e viveva,
niente nell'irreversibile si ricompone
e troppa fretta ha l'accadere
per fermarsi e attardarne il destino;
l'intrattenibile, che percuote e fugge,
mai colore verso o direzione muta.
Caducità, solo fanciullezza sognante
e sventolante giovinezza ti ignorano!
Apprenderemo oggi la rinuncia all'imperituro
l'Io e il cuore perdoneranno il caduco
che mai ferma il suo volano muto.

Sfarinando sfarinando
Svaporata ogni egolatria fumosa
sfarinando sfarinando
tutto nell'inconsistente si completa
più nulla si salva di una trama
tarmata che consunta si sfilaccia
col tempo ogni centro opulento
si fa misera radura isolata
e nell'incolonnamento verso la fine
chissà mai dove si andrà a finire.
Non vi è germoglio che non divenga
foglia secca o sogno monumentale
che sgranulato dalle grinfie del tempo
in pulviscolo il vento non disperda
o stipata speme che per difetto d’aria
non ammuffì acidificata.
Come quando e perché tutto si degradi
poco importa, bruciamo da che nasciamo
e non ce ne accorgiamo
e finché ci infinocchiano illusioni
mancherà tempo per pensarlo.
Accorgersene e impetrare a nulla vale
ma consapevole il poco di noi
che resiste e sopravvive
ami il sovrappiù del respiro
quando ancor uno sguardo
si accende e un raggio di luce giunge
anche se più non sfoltisce il vivere
le sue ciglia o di rossetto imbelletti le sue labbra.
Pensare in positivo o in negativo
non cambia la verità dell'accadere,
se non possiamo sbaraccarla la malinconia
quando la realtà piena è svelata conviviamoci!
Che altro può più sorprenderci
che altro non noto da acquisire!
Inutile sarebbe ostinarsi a venerare
una collassata identità in estremo delirio.
il dispiegamento dell'esistere
segue i suoi piani e le sue evolute
e ogni singolarità ha la sua catastrofe:
la morte sta sul ramo discendente orientato
della cuspide in cui cambia direzione la vita.
Modellati dalla natura e orientati al nulla
senza più propulsione a eliche o a turbina
senza possibilità di fughe o alternative
nella trappola della gravità cadiamo:
non un lagno al suo scatto ci sfugga.
Oh la fortuna dell’albero
che stramazza alla bòtta di vento!

Anime del fiume che stanche andate
Anime del fiume che stanche andate
come cupe nuvole in un cenerino cielo
acque non più chiare offese da scorie umane
che tra giunchi e vimini al lontano mare puntate,
a voi, pure e incontaminate
in un caro tempo d'innocenze e svaghi
le mie barche fatte
di carta di giornale affidai;
dalla sponda brulla, spiando
trepidante, ne seguii attento
l'incerto periglioso viaggio.
Ancor seguo il lento fluire
che vi porta e che mi porta
rivivo oggi perduta ebbrezza
per protratti trastulli equorei.
Ripenso a quando fanciullo
a pied nudi da sorgiva polla
a colme giumelle vi attinsi
placando l'arsura del giorno;
di pietra in pietra a saltellare
birbantello ritorno per ritrovar
l'inavveduto spinarello
catturato nella angusta secca
e subito poi scaltro
dalle mani via sgusciato!
Gli empi insulti degli uomini
a morte hanno ferito
le sacre fonti che vita vi danno.
Ammortate trasparenze
a liquami e fecali insidie
hanno ceduto il passo,
in singulto tramutato
è il sorriso delle argentee
e cristalline spume
delle antiche correnti,
draghe sempre più in basso
hanno raschiato il fondo,
cosparsi cocci di bottiglie
or spesso adornano feriti
sinuosi adusti fianchi!
è duro questo nostro tempo:
in fetidi pantani spesso
agonizziamo aspettando
ansanti un destino sovversivo
che rischiari i nostri giorni.
O potessimo rinascere
e dimenticare, ritrovare
le speranze seppellite
negli anni e dalla spirale
del gorgo per sempre
trascinate e affondate!

Ancor in me si effonde amore
All'avida morte ghermitrice
che non risparmia uomini affetti e cose
Amore perituro ti ho strappato
nella serra degli ideali ti ho preservato
in un verso o in una lettera ti ho reso immortale.
Ah il tuo esordio nell'innocenza dell'età
quando l'animo la soglia dei sogni varcava:
altro diceva la vita, altro ci sostentava
mia confusione di indistinte emozioni!

Sola uscita di una caverna cieca
ombra d'ali sulla terra, gonfiore d'anima
arco di volta celeste su te sostenni il cuore.
A prima vista dopo un incrociarsi di sguardi
o appostato e in attesa di maturare di eventi
dietro una cornetta o accompagnato da un fiore
tra scocchi di rossore con te declamai
or come uno scolaretto alla prima recita
or come un vecchio serioso adulatore.

Magico sublime, in cerca di un posto sicuro
che sfamasse il cuore a crampi di affetto,
compagno mi restavi se all'alba di una speranza
tradita e offesa solo mi trovavi.
Quanto mi desti e quanto per te donai
quanti gli echi e i timbri della tua gamma:
mai parvenza ingannevole in me regnasti.

Tu perdoni, capisci, sollevi, soccorri
bagliore o fuoco dai luce e riscaldi
dove gli altri due falliscono
terzo occhio affondi e penetri
con sorriso corteggi cuori ritrosi
spaventati indecisi rassicuri.
Solo tu splendi nella notte nera
quando un buio grasso sovrasta
rovine di anni e di illusioni
sempre te fischio se annuso il nulla
o trabocca nera malinconia e si sparge .

Corrimano rassicurante
pur incanutito a te mi aggrappo a volo
per vincere il terrore di sfracellarmi
percorrendo stanco e deluso
il teso filo sospeso della vita.

In sosta sul vecchio ponte
In sosta sul vecchio ponte
dal parapetto malmesso e muscoso
tu spii segui e ascolti
l’acqua viva che sotto vi passa.
Origlia attenta la mente
lo strepitare di quelle acque.
Sullo sfondo vaga e tremula
una immagine muta:
si sfrangia , si riforma,
la scompone un gorgoglio
l’annega un risucchio.
Giunchi intirizziti e canne
mezze rinsecchite sorvegliano
dagli argini l’indome flutto
che il pensiero riporta
a quello invisibile della nostra vita
che con cadenza frettolosa avanza
e senz’orma durevole lasciare di ieri
mai ci dice dove corra.
Quel brioso mormorio del rivo gonfio
pare ronzio d’orecchio illuso,
quelle guizzanti e nivee spume
ricordano vanesie speranze
andate in fumo o in malora
in un caduto arco di vita.
Su crespo mobile specchio
a tratti riflesso ti miri,
tremulo pensi a come sei oggi
e dubiti di essere ieri stato un altro.
Proteso al passato cenere
spali memorie seppellite:
giovinezza e sogni lustri,
amori dolci cari e superbi
che per un’ora ti addolcirono il petto.
Ma sai pure che il tempo pieveloce
come l'acqua o un dardo
procede in avanti e non si volta
e così ti inoltri oltre il frangente,
temi il futuro vago che non conosci
fragile rifuggi da ogni attimo che crolla.
Ah l’orizzonte remoto oltre la foce
ove una luce va morendo
e il cuore ancor vi guarda.
inseguendo un indomani
che non indugia e non ci aspetta!

Sapremo mai un altro modo di essere?
Vinceremo l’indifferenza
del cielo che ci riabbatte,
meno dolente si farà l’oscurità
che ci viene incontro a gran passo.
In primavera scenderemo al torrente
a bagnarci la faccia; una freschezza
speranza, forse verrà ancora
a rivisitare il nostro volto.

Perché -ti amo- mi dici se più non mi ami!
Perché -ti amo- mi dici
se più non mi ami!
Sfacciata, non ha vergogna
il tuo cuore mutato
di ripetere lampanti bugie?
Non sai che falsificare conio è reato?
E' pietoso ufficio della tua voce
consolarmi con menzogne palesi?
La nuova non lieta che brilla
dietro una maschera non nascondere
ciance scusanti eloquenti
non infinga la tua mente!
Se in te più non scorre
il sangue dell'amore
non vi è magia che possa riportare
le tue labbra sulle mie:
se prosciuga e si fa pietraia il fiume
o vi è siccità o vene d'acqua
sorgive permeabilità più non incontrano.
L'allucinata fantasia ancora non mi illude:
intendo la sciagura, la candela è spenta
la cera è finita, risparmiati attenuanti
e preziosismi verbali. Vedi
non piango, non gemo,
capisco e son sveglio e fingo
che sia tutto solo un malinteso.
Come la rosa pure l'amore
sfiorisce e appassisce,
nel traffico di nubi va e viene la luce
ma al tramonto piomba il buio dal cielo
l'acqua limpida che sgorga alla fonte
intorbida poi fluendo verso la foce;
dissipata la dote di illusioni
prepara in silenzio le sue valige la vita.
Nel cortile del bene perduto
all'alba del giorno condotto
senza occhi bendarmi e confessore
spara pure la verità in canne
e fammi secco: mira bene,
non mancarmi per insorto rimorso
non ferirmi di striscio per errore!
Dopo il boato si silenzi il cielo
quieta sia l'aria che più non respiro.

E' legge antica: nascono e spirano
avvenimenti d'amore e di vita,
tutto si perde tra i fumi fischi
e sferragli di un tempo che sfuma.

Lettera per mia madre nell'aldilà
L'ora che a te mi congiungerà
lo sento si fa’ più vicina madre
l'attesa della buona ventura
speranzosa si erge tra il consumarsi
di atri sostanziosi contorni di vuoto.
Da quando, ci separammo
tu muta e io in lacrime,
quante cose sono accadute:
molte non le avresti approvate
se fossi stata ancora qui
e ti stupiresti sapendo
che fatti impensabili
a mitraglia pur mi hanno colpito
e -impossibile!Come..!?-
certo mi diresti che sia.
E' da tanto sai che non so più
dove mettere i piedi per restare
in equilibrio con la mente
e non strisciare tra confusioni
di vita e di morte, se andare
a destra o a sinistra
ai mille bivi che incontro vivendo.
Mi grava la memoria il passato
vedo i dettagli del mio fluttuare
vacillo, cerco appoggi, scivolo
fin nel fondo, atterrisco smarrito;
alla ragione e al cuore cerco aiuto
mentre il sangue impugna e abnega
l'abitudine di scorrere tra le vene;
non sto più attento alla salute
non curo acciacchi, mi rassegno
rimedi a morbi fisici e morali trascuro.
Senza rifluire di volontà persa è ogni guida,
né prudente né coraggioso non so dove andare
disfatto più non mi allungo e mi contraggo
se da una fessura giungono raggi di domani.
Vorrei essere cieco e non vedere
non fare testimonianza del vuoto
che mi beffeggia e mi insulta
non scambiare fandonie con altri vivi
cercare e inseguire fughe d'infimo grado
o trovare le mani piene di niente
se tento di afferrare ancora frutti
da questi giorni che si intestardiscono
a tenermi secco in vita;
sempre ancor più disubbidisco
agli imperativi di desiderio e di possesso
di bene e di sostanze apparenti.
Madre, non litania è la mia
per questo malessere che non si appiana
ma elegia di stanchezze,
stillicidio di astenia,disegno
di aspirazione incalzante di pace,
di quella pace diffusa che regna
oltre i fracassi e le idiozie del mondo
di quella pace che tu anima semplice
nel silenzio dell'aldilà
certo da tempo hai trovato.
Ho percorso rive rigogliose
mi sono immerso nell'acqua
poi nella palude tra sabbie mobili
ho sentito il gorgo funereo di ogni senso
di stare in vita dopo i suoi inganni
or attendo una tua mano soccorritrice
che fuori mi tragga e mi salvi.
Dove sei tu trovami uno spazio
si riannodi un filo da tanto spezzato
senza peso nelle acque del tuo ventre
ritorni quanto prima
per non lasciarle mai più.

Musicomania
Lo spartito degli anni
per il concerto di controluce
che impaura il mio tempo
è quasi ultimato
A parte l'ouverture,
un granché finora l'esecuzione non è stata
fughe malinconiche e pazze dissonanze
poche volte applausi hanno potuto strappare
alla platea o al loggione
di giorni in ombra molto affollati.
La partitura l'abbiamo a lungo sfogliata e riveduta
molti al vaglio i ritornelli ripetuti e stonati;
le altezze e gli acuti di tristezze sinfoniche
il consumarsi di desideri nel cuore mutato
più strappalacrime erano di quelle di un fado,
struggenti gli accordi a volte intervallati
da armonie gioiose e rallegri mai più replicati.
Oh quante varietà ha la musica orchestrale
quanti musicografi interpretano il valore
dell'esecuzione del tema dell'essere!
L'avvicina e l'allontana
il vivere che si protrae e ci sorvola
il canto flautato della speranza romanzata
così come fanno le trombe e gli archi del mare
tra una salsedine che si alza e ci investe.
Oh il vento che ascolti a distanza
quando suona nel canneto solitario sul lago
l'animo che per arpeggi languenti si assonna
mentre tutto passa e niente si ferma
nell'immobilità del pantano dei sogni!

Registrazioni rinfuse a passeggio per la mente..
Sarà per disputa di briciole
o per istintivo rituale di amore
che sul balcone soleggiato
si affrontano due passeracei
striati sbucati da chissà dove.
Ecco che si rimbeccano come ostili.
Tregua: rinunciatario va via uno,
pago poi l'altro trionfo lo segue.
Sollevo lo sguardo oltre gli abbaini
un esercito di nivee nubi semidorate
in ordine sparso attraversa il cielo
ai sospiri di un vento quasi impigrito.
Che ancora si concluderà o inizierà
oggi nella mia vita e nel mondo,
vi sarà un annuncio luminoso
riceverà segnali l'antenna
dei sensi sintonizzata sul nulla,
sciopereranno i soccorritori sogni
quando per uno sbalzo d'umore
il barometro di fiacchezze
raggiungerà sull’indice l'ultima linea?
Oh se mi addentano tutte le malinconie
con la loro libidine come curerò
gli spasimi che danno al cuore!
Se non penso non vivo, se vivo penso
e così non posso disertare ciò che mi duole
devo consumare il mio pasto giornaliero
di intrugli che acidulano l'animo
e nessuna pozione di dolcificato dissolve.
La si fuma e va in fumo la vita
ad ogni spira si stacca cenere
e mentre si fa mozzicone estinguente
guardi il prima e il dopo negato.
Meglio non pensare: sia l'apoteosi del sonno!
Bisogna per necessità sorridere come ebete
anche per nulla autoimporsi di arridere,
anche se inutile, bisogna parlare e vivere.
Continui pure l'incoercibile sorte
i suoi intrecci di bene e di male
di gioia e di dolore, di vincite e di perdite
di assalti e ritirate di illusioni
stringa i suoi nodi senza scopo e fine
e celebriamo l'insignificanza del tutto
addottorati in ignoranza e non senso.
Non coltivo conoscenze o speranze
possibili, né più faccio ipotesi evolventi
ma se ne avete, viventi tenetevele!

Vieni fuori, esci dall'ombra..
Può il vento delle parole amorevoli
incidere o scalfire muri di granito?
Eppure col suo mantice soffia
e nel tempo con carezze modella
il crinale selvaggio che lo respinge,
da sporgenze informi e senza volto
vi ritaglia, a volte, fisionomie divine.
Io non so che essere vento
vento che parla all'unisono umano
che scava dentro chi non intende
onda d'aria che increspa e infrange
lo specchio trasparente ove vanità
in sosta narcise si mirano, onda
che cancella immagini che niente
di chi vi si specchia riflettono conforme.
Soffierà stanotte il vento alla tua finestra
ma non aprirla, il respiro
registrane in silenzio.
Fiuu..... fiuu...... Lo senti
che parla con la mia voce?
-È tutto nero,è tutto buio
nulla si rischiara in me
voglio restare dove sono!-
Così incomprensibile amica
mi sembrò di udire l'ultima volta
che sognai i tuoi occhi sui miei..
Or prima che mi avvii oltre la linea
che ci separerà all'infinito, ascolta:
vieni fuori, esci dall'ombra
non ti fermare interita sul nulla
se riflessi di luce ti trapassano
e in una scia luminosa resti impigliata.
Sollevati sopra l'opaco e il nero
e spicca un volo, rompi l' indugio
e guarda oltre. Vi sono tempi
e luoghi d'amore, piane di speranze
navi in partenza, giovani sogni in attesa.
Varca il limite del limite
e cambia possesso di ciò che non hai
cedi ad un'altra fede e fanne polo
luminoso ovunque visibile
quando il cuore si smarrisce
e all'impazzita vaga senza meta
girovago tra paesaggi di giorni orripilanti
tra vociferare di echi di bubbole
o strazi di memorie di un'età passata.
La luce si cerca dentro e fuori di noi
senza abiura o pentimento per quello
che avemmo cercammo e fummo,
affrontando il possibile e l'impossibile
che come acqua che fruscia nella gora
si può udire fluire tra le anse
i gorghi e le curve del fiume della vita.
Non vili duelliamo, battiamoci
difendendo il regno della luce:
meglio perire in combattimento
che essere umiliati e iloti in marcimento
incatenati ai ceppi della rassegnazione
arresi e remissivi a ciò che accade
senza scatti alteri, vinti tra i vinti.
Raggiungi te stessa prima di altro cedimento
cessi una inanità interiore, fatti sovversiva
nell'attimo non ambiguo che ci unisce
in questo soffio che ci trapassa e va oltre.

Quando eterea dirompi
Quando eterea dirompi
nell'aria che respiro
dentro di me ti scrivo
dentro di me ti parlo
e son calde parole d'amore
brani dettati dal cuore.
Narrano di luci fruscianti
in un'atmosfera senza tempo
e senza spazio, di tremiti
di brillii, di fosfori sfrecci
di inseguimenti e di fughe
tra passar di notti di giorni
tra cortei di sogni e visioni;
raccontano di venti e di sospiri
tra incanti e disincanti
di carezze a volti di illusioni.
E così nel mio profondo
mi afferri o fuggi via
vano poi ti inseguo; svanisci
e non so più dove mi trovo
dove vado o cosa fare
se curare o lasciare
la stanca vita disfarsi
se all'alba cercarti ancora
o assopirmi nell'ultra buio.
Come polla dai miei anfratti
sgorghi acqua dolce e limpida
e nelle arsure di solitudini
ti offri per umidire labbra arse
quanto ti attingo a piene mani
se mi chino sull'argine pietroso
mentre rapida vai verso il mare!


"mi si perdoni se di nero macchierò una pagina azzurra.."

Poiché la vita dataci in prestito..
Poiché la vita dataci in prestito
alla scadenza bisogna restituire
se tanto deve essere, bene
avvenga pure quanto prima
ma accada in un batter d’occhi
e mai aggravio per ritardi
o ritrosie si debba poi scontare.

Ente creditorio, se proscritto,
subito allora scancellami dalla lista!
Voglio andarmene via di botto
e all'improvviso, pure senza preavvisi:
non bramo proroghe o sconti di agonia;
scoccata l'ora nulla chiedo a chicchessia
in alto o in basso che possa imperare.

Non voglio fare code, spazientirmi
brontolare per estenuanti attese:
svanire sia di gitto, all'istante
così come fa’ un riverbero dorato
su acqua ferma di stagno
quando più non fende il sole
intrighi inquieti di rame frondose.

Evitatemi di udire, come in un delirio,
una voce da oracolo che sentenzi funerea -
Non c'è più niente da fare.. portatevelo via:
l'obitorio è squallido pur se pieno è di fiori!-
Si, andarsene senza saluti e commiati penosi
persuasi dal fatto che tutto è perduto,
sparire come un bianco capello caduto
che un respiro di vento svola chissà dove.

Evitato ci sia di guardare predittivi
la scia confusa di passato e spirato futuro
che come quella di una nave nella notte
nel buio poi scompaia senza tracce o rumori.
Un semivivi marcire o uno sprofondare pernicioso
ci risparmi la sorte e non ci si rammarichi
che in un nulla il vivere finisca e si risolva.

Se nel supplizio di un rimando, impostoci
per sovraffollamento di salpanti sul molo,
agli abitanti del cielo imprecassimo,
se muscoli già flaccidi restassero fermi
e passivi ruotassero ebeti occhi,
se la volontà di essere ottusa resistesse
e disperati nel vuoto affondassimo,
se fossimo smorti di sensi e storditi
allora ancora più festeggiante
la morte baccante farebbe sbornia di noi!

Ah potessimo eluderla nei suoi preparativi
privarla dei suoi lussuriosi baci di congedo
quando su ossa e carni arrese, dopo scavi di anni,
trionfante, atri ponteggi eleva!

Lontana, non più di un tiro di arco
Lontana, non più di un tiro di arco
in linea d’aria, sola nella tua stanza sei,
io qui, tra sbornie di silenzi consumanti,
a una invisibile catena legato
poco rassegnato, ad aspettarti resto confinato.
Un pensiero, dolce, tra le vene in brontolio
gentile e tenero accaldato ti parla
mentre seguo la rotta pazza del fumo
di una sigaretta ancora accesa.
Fossi maschio di allodola
di istinto allora spiccherei un volo:
atterrato sul tuo balcone,
l’apriresti e tuberemmo tra baci;
dopo un rapido calore di sensi
esulteremmo di ciò che sentiamo.
E’ dura ahimè la verità
di questa sopraggiunta lontananza!
La giornata è fredda e scolorita
e ha luce fosca e appannata:
Il flusso e riflusso non illumina il cuore.
Che mi dirai dopodomani, mi chiedo
come racconterai la mia mancanza
la nostalgia di ora che non ti sono accanto?
Stare insieme avvinti è da tempo un fatto
l’unico dato del vivere che conosciamo amore!
Oggi sarebbe anche il solo unico riparo
al tempo inclemente di questo acuto inverno
a questo brutto scherzo di variabile giornata.
Un pezzo di te e uno di me, fanno noi!
Tu lo vedi che la vita, appoggiati l’uno all’altro,
uniti sorreggiamo mentre invisibile
sotto il peso degli anni scricchiola muta!
Se è notte prima e dopo nel breve che duriamo
tu sei il giorno chiaro che ovunque rischiara
il sole radiante, il raggio che non brucia
che, a piombo, su di me come tepore cade .
Per te unica, all’avanzare delle ore
gemebondo nel cuore un canto s’intona
e parte verso le vie del cielo:
ovunque si senta, molle e bagnata
si fa la pietra o il monte su cui passa.

Cola bianco dal cielo
Inasprito e mordace come valanga
di stagione l'inverno si fa sentire
ovunque si attizzano tormente,
imperversano nivee bufere,
sinibbio gonfio spira e cammina.

Copiosi muri bianchi robusti si ergono
solitudini e isolamenti crescono
fiocchi senza tregua nubi sgravano
di algido si inturgida la tramontana.
Non vi è ciminiera o casa che non fumi
banderuola da ostacolo non inceppata
finestra o porta non sigillata;
tra brividi ghiacciano canali e fiumi
imbiancano tratturi e prati
scompaiono laghi erbe e pruni.

Cola bianco dal cielo
colpito intero è lo Stivale:
nevica sulla Marsica, sui Sibillini
nevica sulla Romagna, sul Potentino
nevica sul Giglio, sulla Costa Concordia
nevica sulla Capitolina, su Avellino
nevica sul mio paese natio lontano.

Siamo nel cuore del picco denso
mobilitato è ogni centro di soccorso
o uomo di buona volontà e coraggio:
inusuale si varca la soglia dello zero!

Nel pieno della sorpresa
agghiacciati e intirizziti
all'onda polare invadente adattati
annunci di sole e clemenze aspettiamo.

Nell’anticamera del cuore vuoto
Nell’anticamera del cuore vuoto,
immobile una vetusta signora
silenziosa ho visto aspettare.
Strano,è incomprensibile
non ha fretta di entrare!
Uno sbirciare dalla toppa
di tanto in tanto,
poi quella assenza di impazienza,
che tanto stride
con il concitato correre
della gente per la vita,
va convincendomi
che l' incartapecorita nera velata,
che fuori imperterrita sosta,
attender più non debba.
Apro la porta e gentile
con un mezzo inchino
nella stanza dei miei silenzi l’accolgo.

-Venga Signora, dica pure...-

-Guardi, mi invia Necessità
ho tre nomi e non so mai
quale dei tre sia più gradito
mi chiami pure come vuole
dunque. allora..ma se ha da fare
non importa passerò altro giorno,
sa, ho tanti impegni!-
Lei,è stato molto gentile,
non tutti,è vero, come lei,
sono ben disposti a darmi udienza
ed io ben so apprezzare il gesto suo!
Molti vedendomi orribile
e disadorna, fuggir vorrebbero,
intimoriti e pavidi, inventano
mille scuse per mandarmi via!
I suoi occhi non vedo
in fuga o rabbrividire,
né pugno minaccioso a me rivolto
dà spavento a questa Falciatrice
sempre in pena per compito ingrato
che il Fato le ha assegnato.
Si lo so, son buia e cupa, cieca,
di mezze parole, nessuno mi parla
se non con voce roca , solo cuori
già impietriti io trovo; qualcuno,
una volta...., ora ricordo, mi disse
che ben più accetta sarei stata
se depliant avessi distribuito
pubblicizzando crociere eterne per paesi
dove le notti hanno sapore di risveglio
e da mattina a sera sulle nuvole si vola.
Io, in quei paradisi non sono mai stata
e, se qualcuno, mi avesse chiesto
garanzie sulla veridicità dell’offerta,
onesta, non avrei saputo che dire.
Ma non mi faccia essere prolissa,
io non sono avvezza a sproloqui,
più trattenermi non posso,
a malincuore..... devo andare!
Quando pur dovrò tornare
ricorderò della sua accoglienza;
le confesso: lei è uno dei pochi
che nel vedermi e pur non invitata
disumanamente non mi ha
sul grugno la porta sprangata!
Arrivederci, arrivederci....-

Incredulo e stupito da un siffatto
personaggio, richiusa l’atra porta
ritorno con un sorriso alla vita.

Eccidi e stermini
Da nove bocche fluisce acqua sulfurea
né cola né sbava su pietre ingrommate
dal fogliame che quasi la nasconde
trapela qualche raggio dorato.
Ne son passati di anni
da che quest'acqua su compagni spruzzai
e a crepapelle divertito sorrisi.
Dove sono stato tutto questo tempo
che ne ho fatto della mia vita
che ne sarà stato
di tutti quelli che ho conosciuto
e mai più ho rivisto vivendo?
Quanti nomi, quante fisionomie
quanti giorni neanche seppelliti
nella memoria o rinvenibili
sotto una croce che li ricordi!
Non c'è magia che rinverdisca
arborescenze o ceppi disseccati .
Quanti eccidi sterminatrice Morte!
Fumi, espiri e respiri
ceneri, poi un colpo di vento
porta via e tu più non sai
di aver ieri fumato.
Si oscilla semivegli e intontiti
tra il tutto e il nulla.
Chiudi gli occhi talvolta
cacciando pi è veloci reminiscenze,
nell'oscurità attendi
il brillio di un attimo perduto
ma da sgombri ripetuti poco si salva:
dall'invisibile e dall'inessente
nulla mai può sbucare e accecarci.
Scompaiono dentro di sé le cose
non vi è preservazione o salvazione
in ciò che inevitabile si disfa,
nessun lagno ci ridona ciò che è morto.
Ogni traccia cancella il cumulo di polvere
il demone tempo tutto brucia,
con una vampa o a fuoco lento
anche le impronte digitali si cancellano,
il vuoto non si riempie mai
come la vasca di questa fontana
che mai tracima nel variare delle stagioni.

Ancora un compleanno...
Sessantacinque primavere
sessantacinquesima estate
sessantacinque autunni
sessantacinquesimo inverno:
quanto tempo è scorso!

Oh mia vita chiusa e corrosa
incuneata tra inizio e fine
ancora scorri nello spartiacque
che nascita e morte divide !

Costretto tra illusioni e sogni
Vita qui sono ancora a brindare
in codesta celebrarzione di età
che mi fotografa stanco e invecchiato.
Claustrofobo nel resiliente accadere
vivo impotente di mutare il mio corso
potando più che posso il troppo e il vano.

Risucchiato da eventi e silenzi
immobilizzato da un catrame di attese
senza brulichii di fermentazioni
sento che nella pietra radici l’anima affonda
e allora, mi chiedo che più mai oggi mi orienti.

Nell'atonia dello scialo
così posizionato e veglio
più che mi squarcia?
L'oscurità aumenta ,
l’ottimismo agonizza..
Da questa messa a fuoco del nulla vortice

nell'abbandono a un delirio, più spesso
incredibile è immaginare una fuga.

Non sospeso e infugibile
è dare un senso al tutto che si disanima
ma- impossibile- dice la Messagera!
Da incima alle scale se giù guardi
vengono le vertigini visionarie:
imminente si teme una caduta!

"I colpi di calore, i ribollii
le eruzioni strepeanti
li ricordo appena; bruciacchiato
graffiato e sfreggiato da gli anni
di nulla più mi avveno
non cambio di registro al mio vivere
né risale più voglia e ardore".

Ah amaro e ripetuto ritornello
tiritera che echeggi ogni mattino
nell'amputazione di giorni!

Fossi il bambino che gioca
e vergineo non sa nulla
di presente passato e futuro
vincerei ancora una speranza.

Se scocca l’ombra, per quante geometrie
vi siano, nessuna prospettiva la fa lucore!

Nubifragio
Chi si schianta e urla furioso
e sbrigliato tracima oltre la proda?

Equoree masse mareggia il vento:
s'azzuffano creste, scoppiano brille spume;
dallo specchio urti tremendi d'onde alte
a frangiflutti attentano feroci.

Oh il mare, il mare adirato e tempestoso!

L'assidua furia glauca che si sprigiona
irrompe e spettina arenili e dune!

Smania, scoperchia, squassa, tumula:
con destrezza, predone infame,
ruba qualcosa e pur murmure si ritira.

In alto, sode nubi passano
in corteo reboanti intronano
il loro ventre gonfio svuotano
e ancora d'acqua si ubriaca il mare.

Or tu lo vedi anima mia
Or tu lo vedi anima mia
come veloci si schiudono
e avvizziscono tra rovi
i petali della vita
come flutto alla riva
va e viene il respiro
come fra il tutto e il niente
faccia spola la morte.
Tu sai cosa è
che si insinua
tra la carne e le costole
e si fa strada
fino al cuore
edè più forte del dolore
che sonda il vuoto delle cose!
Su, vieni alla sagra
del bene e della luce
adornati e adduci il cuore
non fingerti stanca
esulta danza e canta:
il biglietto di ingresso
non è poi così caro
costa solo un volo d'ali
e pur senza alba domani
ci allumerà un chiarore.
Accompagnatrice del corpo
batti le tue piume nell'aria
eterea allietati e vibra d'amore
discendi nell'essenza
di un vissuto e vivi
squarta brune e silenzi
caricati di sorrisi e di sole!
Pure la cicala all'imbrunire,
al chiudersi di una stagione
sai tra erbe secche canta.

Senza neanche accorgercene
Senza neanche accorgercene
tra una sigaretta e l'altra
pur un anno ancora se ne è andato
un nuovo calendario al muro domani
rughe più visibili saranno sul viso.
Impinguisce a vista il passato
s'assottiglia il futuro ipotizzabile
l'avvenire non preconizzabile
attualizzato e raccolto per immagini
in un attimo sarà già retrocesso a ricordo.
Non si può ignorare che altra polvere
come coltre si è posata sul già opaco
e che un capello nero
sempre più raro si spia sul capo.
Fui, sono, sarò. Ah che mormorio!
A che focalizzare i dettagli?
Il tempo corre col suo passo
il fluente ritmo è inesorabile:
tempus fugitivum sul campo visivo!
E' un ritornello vizioso, per tutti
il viaggio è di sola andata
per una nota meta a senso unico si cammina
su un assegnato segmento da chissà tracciato.
E' noto, che ad un certo punto, il corpo
persa tracotanza si faccia sempre più lagnoso
edè allora che anche lo spirito perda parola.
Malgrado le attraenti lusinghe
abbracci e moine della vita
ha un'aria familiare la morte;
pur quando abbiamo buone possibilità
di non incontrarla o ragionarci
la si avverte nell'aria:
è nell'essenza delle cose incontrando il vuoto.
Nella gerarchia delle nutrienti menzogne
l'eternità occupa il sommo vertice
una millantatrice deità la promette:
ad ogni latitudine e in ogni epoca
i suoi fanatici venditori la pubblicizzano.
Come si infatuano gli esacerbati di paura
congetturando la propria eclissi!
La verità sempre si stacca e viene a galla
ci agghiaccia e non abbiamo più bisogno di essa
a inutili domande siamo stanchi di rispondere
se il nulla si rovescia sul tutto e lo ricopre.

Rotola l'onda, si infrange...
Rotola l'onda, si infrange,
una musica gorgoglia
vivace una bava si espande
nel silenzio stanca si spegne:
è il mare che vive e respira.

Quali mari, quali maree
quali flutti echeggiano in noi
chi passeggia o corre
per i nostri deserti lidi?

Oh quante scie si alzano
si disperdono lontane
quanti approdi e partenze
alla banchina del vuoto
estremo delle cose!

Che ci rivelano le solitudini
delle immense distese azzurre
e del cielo in alto muto:
muri conoscitivi inespugnabili
eretti nello scorrere del tempo
oltre il fascino e il terrore
che si incidono nel cuore!

Si ritireranno il sole e la vita
e ancora non sapremo niente
lanceremo come un sasso in aria
le nostre domande e non udremo
mai il tonfo di una risposta
appiattiti vivremo ancora
schiacciati e umiliati
dalla nostra insignificanza
ossidati dalla nostra ignoranza.

Brume autunnali
Di fogliame denudata
brulla la villa si mostra
tra le fumanti brume
di quest'alba novembrina.
Un passero intirizzito
sul ramo del cinereo fico
immobile sosta aspettando
i primi languidi raggi
di un sole tardivo
che pigro indugia
dietro plumbee colline.
Oltre la siepaia e i confini
di pietra in collasso
tra solchi arati e inumiditi
un uomo, di ascia armato,
dirigendo va i suoi passi
alla cedua macchia.
Da silvestri accordi
netto, focoso eco si ode
del rauco torrente
che nascosto scorre
tra filari remoti
di pioppi argentati,
folate passano veloci
senza lasciare immobile l'aria.
Del nuovo giorno che non abbaglia
nulla si sa di certo
così come degli abissi del mare
o della fuggente vita che crolla.
Che vi sia una primavera
o che nelle notti d'estate
le cicale tengano concerti
assordanti e il tedio
nei meriggi assolati
al vigore dia scacco
questo è sì certo!
L'agreste calma
che il paesaggio effonde
e riparo offre ai clamori urbani
può solo dirci che il tempo
indifferente non passa
che nella radura delle ombre
ritroveremo i rami secchi
che labili pur sostennero
il fogliame dei nostri giorni.
Oh se tutto avesse un senso,
se lo stelo del filo d'erba
non si piegasse al respiro del vento
che anche la speranza via porta.

Ncrucianno 'a morte
Mmiezz'a via cammenanno
quanta vote, senza vulerlo,
l'uocchie ncopp'a chilli manifeste
burdate'a lutto sò cadute:
dèceduto e sbiadito
nun nomme scunusciuto
appena se leggeva.
Cu'o core,
senza dicere niente a nusciuno,
spisso po' aggio pensato:
- Comm'a n'amico fedele,
d''a matina â sera, annascosta,
aspettanno dint'a l'ombra,
pronta pè ce abbraccià,
senza parlà, da che munno
è munno, 'a morte ce accunpagna!
Sempe a ll'erta, maje stanca,
comm'a na sentinella essa ce spia
e vede chello ca facimmo!
Na distrazione, na malatia
so tutto occasione bone
pè ce correre ncuntro
e ce carrià a ll'ato munno!
Quanno a ll'appuntamento
puntuale s'appresenta
e avvellutata comm'a na sposa
ce piglia sott'o vraccio
vestute'e niro, festa le facimmo:
sciure, musica, curteo, cerròggene,
lacreme e marmo d'ata qualità
pe' essa sò sempe pronte.
Nu juorno addò uno,
nu juorno addò n'ato
sempe trova che ffà,
e maje'a spasso stà!
Àneme senza sciato,
trasporta in quantità!
 mità autunno,
quann'a malincunia,
piglia pure à lu tiempo,
pè st'impegno custanto
ca essa teno pè tutto l'anno,
ggente'e tutto specie,
buone e malamente,
addulurata ma dèvota
â casa soje và a visità!
'A casa soje?
E chi nun'a cunosce!
'A casa soje
è addò stanno chillo
ca cchiù nun ce stanno,
là, addò'a poco,
mpruvvisamento
nu juorno scarugnato
pure papà mio se ne juto!
Parlà d''a morte pè chi è vivo,
arricurdarse 'e tutto chillo
c'avimmo perduto,
na bella cosa nunè,
e, si a Essa ce penzammo buono
'a pella s'arriccia
e dint'a nu mumento
a vita se fa scura!
Siente all'ora,
ch'hai abbisogno'e luce
e accussì a lu surriso
e a' carezza 'e na speranza
'o core corre e se cunsegna
pè putè cu ànemo e curaggio
affruntà chello ca primmo
o doppo puro l'aspetta!
Ah! 'a ggente, 'a ggente
ca smania e se ammuïna,
e fa finta 'e nun sapè
ca nterra o dint'a cappella mortuaria,
cunsignato a nu scunusciuto,
comme si non fossemo maje stato
abbandunato d''a vita
lasciate po' venimmo!
Doppe tantu tiempo
chi maje cercarrà nutizie'e nuje,
che remarrà maje
d''a superbia e d''a mmiria nosta
quanno passata'a chianozza
d'ô tiempo, metuto d''a fauce
affilata d''a morte, polvere tutt'aguale
'a limma 'e l'Eterno ce arriduce!
(ott-2002)

Quante volte partorito dal cuore
Quante volte partorito dal cuore
Amore al primo vagito peristi
o infante persa la tua invadenza
acerbo soppiantato fosti da malinconie!
Ad accaduto tuo lacerante tramonto
non più rinvenne sogno spossato:
d’efficacia fallirono l’un dopo l’altro
palliativi, vani per radicali cure.
Poi per un naturale imporsi
della vita che non rinneghi
e nel suo vortice ti riprende
alla tua cerca ritornai più volte
se all’orecchio dell’animo voce o eco
vi giungeva che t’aggirassi vicino.
A cercarti allora mi volgevo
con occhi spalancati da desio,
a festeggiarti cocente correvo
con corali pensieri in gran gala;
avvistata la tua sagoma evanescente
scopristi come affrettavo e incitavo
il passo dei miei sospiri!
Chetato non mi senti mai
sempre più ti chiesi:
la felicità delle parole
la gioia che sale in gola
l’ansia luce dello sguardo
che indugia sullo scollo di una
speranza avvenente e procace.
Ah il suo sorrisetto nell’attraversarmi
al dispiegarsi dell’ora briosa
che a te mi approssimava!
Oh quante volte meraviglia celeste
miscellania di tripudii e di illusioni
sbracciato o incappottato
sedotto ti corsi incontro
a occhi bendati, di getto,
avendo ripulsa, di me..solo.

Dimmi amore chi sei
Dimmi amore chi sei, da dove vieni
sei tu la delirante bramosia della carne
l’afflato divino che l'anima inturgida
l’ebbrezza suadente di carezze di infinito?
Rassomigli all’angelo o al demone
che invisibile, muto ci cammina accanto
e insuffla confuse sensazioni misteriose?
Che importa chi sei se all’unisono vibro
e il cuore avido di effusioni esulta
all'intonare le canzoni della vita!
Amore, tu sei assalto tenero di baci
lo stallone sfrenato su cui galoppa il desiderio
l’espandersi incontenibile della gioia
che si allontana da fiordi di tristezza,
la fonte dei rivoli entro cui scorrono
le spume delle emozioni, l’alta marea
che sommerge e da cui rinato emergo,
la mano dell’istinto che mi tocca,
l’ala di tenerezza che mi invola,
l’ordito e la trama di sensitivi pensieri,
la rupe che dà vertigini di lusinghe
il sapore mielato che impregna labbra,
l’attesa di colui che attende mai stanco
di arricchire una dinastia di sogni!
Come vento animato ti ricevo
abbrivio prende la mia vela e fa rotta
verso la terraferma su cui mi attendi;
seme, cado e germino nel tuo umido solco
radici radiali affondo tra le tue zolle,
nel regno del fuoco che brucia
e non consuma mi accogli
la mia sete d'affetto plachi.
Luce d’acciaio che brilli più di una stella
abbagliami pure, illumina il mio andare
se da una finestra di tristi giorni
improvviso, ad un futuro mi riaffaccio!

Già annotta, impugno pensieri..
Il lume del giorno giunto al capolinea
consegnatosi al crepuscolo dispare:
già annotta, impugno pensieri.
Tra non molto, sopraggiunto il buio
inizierà la stesura delle prime bozze
sulla cronaca della giornata perduta.
Accortacciato e molle per scoramenti
e l’asse portante del mio tronco
torto da vespertini cedimenti
testimone sarò dell’apparire delle prime stelle
del resuscitare puntuale di un pallore lunare.
Qualcosa, di quanto vissuto, scampato al nulla,
purificato da riflessioni consegnerò al cuore,
fagocitato sarà ogni avanzo insapore
dalle fauci affamate delle prime ombre.
Dall’allumata finestra, simile a astro isolato,
attratta e impazzita di luce, come in un rituale,
qualche falena verrà a suicidarsi in questa stanza
dove, insonne ostaggio, raccolto in fantasticherie
ascolto gli scricchiolii delle mie incrinature.
Prelevando dal caveaux del cuore
svalutate speranze, più impoverito
pagherò l’ultima rata di debito al giorno;
alla notte, in prestito chiederò altri sogni.
Se all’alba poi ancora sarò, pur squattrinato,
in qualche modo riscatterò
i solitari esosi istanti della mia vita,
un’altra imperscrutabile riga
interpreterò malamente del mio destino.

Amore amore amore
Amore amore amore
pilastro o maceria
dominator possente
consolatore soave
antidoto o veleno
macigno o piuma
adagiata sul cuore
voluttà e perdizione
incrocio di desideri
rotta per quieta ansa
sei vita e sei morte!
Sbocci e rinsecchisci
tra edaci stagioni
l'animo affossi o risorgi
umani illudi o deludi.
Mai pago, esigente
prendi dai e fuggi via
clamori e silenzi
nelle ore edaci fecondi.
Limpido un giorno
tempesta un altro
tra ameni e assidui flussi
aduli e rinfranchi
impaurite speranze.
Candore, impurità
mano aperta, pugno teso
stupore candisci e adorni
promessa ti accompagni
ai passeggeri del mondo.
Mai voce morta, anche balbuzia
sveglio sempre ti ascolto
e pur nel sonno ti ritrovo!
Resta quanto puoi
sulla scena di questa vita
mia non immortale
altri palpiti scrivi
in una compiuta storia:
su un seccato legno
un po' di fresco verde
ancor resti odoroso.

Travedendo e ripensando
Dai piedi delle dirute mura
del vetusto maniero orbo di torri
che il sussultar della terra
in un lontano novembre
ancor grave ferì
erra l’occhio per la cara valle
che accolse i miei primi vagiti.
Asola tra le fratte il vento
tremano gli irti rami di rovo
brontolano querce e ulivi.
Querulo, ad ogni soffio
languido scroscio giunge
dalle chiome flave
dei vicini pioppi del fiume;
per l’aria, mute foglie esangui
rogge e accartocciate cadono:
atterrate su correntia vorace
annegano prede del gorgo.
Oh, laggiù perché più non vedo
i campi di tabacco e di pannocchie,
i solchi bruni dei pomodoro,
il riflesso verderame dei pampini
tra i filari di rigogliose vigne?
Tutto è cambiato negli anni
come la mia rapida vita!
Lo scempio imperante
del cemento che avanza e domina
stride all’aprirsi del ventaglio
di memorie, intatte nel tempo,
dei lussureggianti e or spogli clivi!
Ancora viene da superstiti masserie,
di tanto in tanto, un latrar di cani,
il muggito mi giunge delle giovenche
sparse nella macchia oltre la terra
che fu di mia madre: eccole laggiù
vagare inquiete sognando erbe
novelle di fantasmi maggesi!
Declina il sole verso il suo letto.....
E’ il tramonto: rada si fa la luce.
Le prime ombre già vigilano
sui filari di croce dei parenti
nel vecchio cimitero diroccato;
figurandomi chi mi ha lasciato
commosso ondeggia il cuore
come i ciuffi di canne abbarbicate
sull’ubere ciglio delle gore
da tempo prosciugate.
Al consumarsi del giorno breve,
frastornato dagli intimi richiami
dei ricordi dell’età mia verde,
nel diario segreto del cuore
sussurri di tristezze trascrivo
malinconico fanciullo invecchiato.

Sentori autunnali
All’esordio di un primo tempo autunnale
ancor tiepidi da flottiglia di nubi
trapelano indeboliti raggi di sole
rutili fronde perseguita un vento
scorazzando tra viottoli avvinati e fumosi.
Ogni pigna è già mosto; pronti ad essere colti
brillano melograni prunosi
scoppiettano le prime caldarroste odorose
inizierà a breve il giro dei frantoi.
Si dipana ancora il filo che corre
tra l’ieri l’oggi e il domani:
cambia modo e tempo la vita
si avvicendano scenari di natura.
Tutto si aggiorna e muta, nel cuore
qualcosa si perde, qualcosa si aggiunge
segue imperterrito il tempo Il suo istinto
che innato e maligno, senza posa,
demolisce spiuma e polverizza.
Nell’oltre vuoto o nel supervuoto
ci saranno cambi di stagione?
Chissà come stanno le cose:
non deve esserci molta differenza
per chi neppure impenetrabili ombre
di accadimenti vede passare.
E’ nell’annuncio che nasce un fremito
poi in più nulla ci si attuffa, dopo la vampa
vissuto l’acceco tutto rattrappisce
come in ogni vita ignota e impallidita.

Prigioniero di questa sera..
Prigioniero di questa sera
distratte le vigili ombre
tiro le somme del giorno
stappato ad una vita infeconda.
Quanto ho perso, quanto ho guadagnato
quanto sudore di pena è grondato
da questa sterilità straripante!
Qui il corpo, fermo e pesante,
l'anima che all'alto aspira
bipede non si è staccata in volo:
la gravità si fa sentire
le esili ali sono fragili e deboli
per vincerne spinta e resistenza.
Si spoeta la vita tra stupori.
Mentre ne rileggo il peggio
una solitudine mi riabbraccia
nessun fumo di morgana
resta nella mano se tenta di afferrarlo
l'informe sostituisce ogni forma
che si delinei col suo contorno
i cristalli pure opacizzano
se incolumi superano urti mortali,
poco o nulla da franamenti e smottamenti
si recupera e resta utile
e sempre è raro che da'incidenti
sortiscano benefici venturi.
Se si svuota nel tempo
la cassaforte delle illusioni
la miseria si diffonde
e un'angoscia resta nel cuore.
La vita desiderata è appena
una finta proiezione di sogni.
Pusillanimi si sosta davanti alla porta
della verità senza mai entrarvi
sbirciando dalla toppa
vedi chiuse le finestre
del passato e del futuro
da qualche oblò forse appena giunge
un timido raggio di presente.
Non vi è salto che ci sbalzi nell'aldilà
alla deriva, in un mare di interrogativi,
tra maree di oscurità e sprazzi di luce
naufraghi galleggiamo inzuppati di paura.
Non c'è transumanza o traslazione
che ci adduca nei cambi di stagione
del cuore a prati di serenità e quiete interiore.

'A vita
Mpapucchiato d''a speranza
'e dimane l'òmmo parla,
senza arricietto, cu mille smanie
scetanneso ogni matina
fa discorse pe' tutt' 'a vita;
appriesso a llì stagione
cu'o core 'ncantato
se ne va annamurato
a spasso p' 'o munno,
si mentre corre o passéa
pe' suspirà se ferma,
nfilato'o filo d' 'a fantasia,
si nun arricama suonne
cóse o arrepezza pruggetto.
Maje cuntento, maje sazio,
si spenne 'a putega d''a vanità,
'e còse s'arrobbe cu l'uocchie:
'a meglia rrobba 'a vò p'isso!
Si s'affiata cu na femmena,
s'accatta figlie ca danno penziere.
Saglie, scenno, zompa
corre mmiezzo all'anne
ca passano fujenno;
cu na smania d'alleria
pe 'luntano part''e pressa
affruntann'o destino;
cu curaggio aspetta,
ca chissà, si pe' na vota
nu suonno suoje s'avvera!
Nu bello juorno,
a ntrasatto, senza sciato
annanz'' a na sagliuta,
a quatt'uocchie, po' c'appura?
Appura ca na frònna secca
è addeventato! Nu filo'e vita
appena le rìmmane!
Senza parlà, appucundruto
ma senza làgno o làcreme
s'arritira dint'a n'angulo scuro;
pigliannes'a vita comme vèno,
là, aspetta ca nu colpo'e viento,
senza scrupulo e pietà,
luntano s' 'o porta
dint'a nu fuosse cupo!
Comm'a tutto chesto
'e vvote aggio pensato!
M''o saccio, 'o veco, 'o sento
ca tutt'o rummore d' 'a vita,
mo pe' uno, mo pe' n'ato,
sulo silenzio po' addiventa;
sciuè sciuè, 'a vita s'accucciuleja
comm'a nu cane ca s'arretira
doppo tanta abbajo,
tale e quale a' o' rummore
e' na banda ca scassea
dint'a strada 'e nu paese,
ca quann'a sunat''o gran finale,
moggia moggia, zitto zitto,
s'alluntana e cchiù nun sona!

Più volte comunque fosse
Più volte comunque fosse
pur gli anni festeggiammo
ai funerali o ad altre cerimonie
regolari prendemmo parte
ciò che ci doveva accadere accadde.
Al rullio di un tempo edace
abbiamo sofferto pianto o riso
spaccamonti o guasconi saputo
ciò che di verosimile v'era nel filmico
che raccontava la nostra vita.
Ancora oggi, sdentati, stanchi
e introversi guardiamo l'intruglio
la mistura di fatti nauseanti o gustosi
che ci passa davanti in un imputridimento
di sogni di illusioni e di speranze.
Nauti che fummo, che diventammo
quando la regata dei desideri
suscitò in noi passioni
volontà e amor nel mar di essere?
Ricchi di nulla, poveri di tutto
ci sedusse un divenire piccante
dove forse tutto era possibile
senza briglie ci spingemmo lontano
arditi e impazienti in una marcia
forsennata senza sbocchi di eterno.
Sublimati, all’effimero credemmo
nello svolgimento di un racconto umano
convinti di possedere e detenere
quanto nell'attimo si distruggeva;
alati e leggeri o corti di vista
spesso perdemmo il contatto con il reale.
Restò il senso della vita una sciarada
un enigma un mistero o la voragine
verso cui ancora camminiamo
ignoranti di noi e del mondo
intontiti dalla visione di un cielo cavo
che solo nuvole o astri può mostrare .

Eccola adagio sopraggiungere
Eccola adagio sopraggiungere
oltre le propaggine dell'occaso
la lenta camminante sera:
il suo manto cala sul cadente giorno;
ove non giunge ancor scalpita
qualche morente scaglia di luce.
Tra poco verranno le tremule stelle,
la luna, l'immoto insondabile buio.
Oltre le cimase, troverà un varco
il cuore per una scorreria nel cielo:
lì, solitario, valicherà fiumi immaginari
tra valli immerse in arcani silenzi.
Dal margine di un lembo di infinito
frugherà il cuore nel luccichio turchino
alla ricerca di figurati affetti perduti.
L'armonia silente di celeste sfere
riporterà l'eco di voci tacitate
voci più non udite, voci nientificate.
Eh.. molti sono stati i partenti forzati;
e indietro nessuno è mai tornato!
Anch'io, pure dovrò salutare un giorno
salpare per mete mai esplorate.
L'oltrevita, l'assurdo eterno inganno,
ciascuno se lo inventa come vuole
e a piacimento lo colloca dove crede
popolandolo di accreditati fantasmi.
Ma nessuna allucinazione vissuta
integro riprodurrà miracolosa
i lineamenti le fattezze e i visi
dei vivi da tanto spariti.
Ah quale fatiscente bolla il vivere:
un'insufflazione la esplode e nessuno saprà
mai chi, volubile, quel mortale soffio emise.

Albeggia:è un nuovo giorno.
Albeggia:è un nuovo giorno.
Strisce di luci tenui emerse dall'orizzonte
annunciano e dischiudono boccioli di ore.
Adagio, da pendii, migrano nebbie mattutine
perpetua i suoi giri la ruota degli eventi
senza posa. Su erbe, da brine intirizzite
calano e poi d'improvviso s'involano
gazze e passeracei solinghi;
di tanto in tanto, chissà da dove,
giunge un impeto di vento e si allontana
si tinge l'azzurro di colori prediletti e rari.
Lontano dai ritmi imposti dalla città operosa,
con occhio gaio, in una radura di molli zolle,
già bivacco con i miei pensieri.
Non un blando brusio, non un fruscìo se non del vento
corrompe la solennità del silenzio che dilaga.
spettatore resto di una quiete inusitata.
Ah il ricomporsi della semplicità delle cose
il sollievo dell'orecchio dagli insulti rumorosi
le fragranze dei profumi campestri, la quiete
dell'aria pura che altro respiro al petto dona!
Lieto sono di essere presto fuggito
dall'insolente erompere dell'aspro rullare
di umani strombettii scordati,
dall'invivibilità dei chiusi recinti di case,
dal timore di essere pressato
malamente da calca umana.
Starsene soli ogni tanto,
riscoprire un senso di vita smarrito,
affrancarsi da un sottile e celato affanno
che opprime il cuore,
udire chiaro e secco
il richiamo misterioso dI un'immanenza,
fermarsi anche per poco su una piazzola
del ripido pendio della vita e ammirare
la terra e il cielo prima che un moto
ineluttabile in una tomba mi precipiti
senza avviso, esprimere ancora un sogno!
Codesta immagine tante volte
è baluginata tra le mie brame..
È solo nei brevi edaci momenti
in cui ci riappropriamo di noi stessi
che avvertiamo camminare per il sangue
l'infinito perdurare di un attimo,
che spezziamo i reticolati
dei nostri confinamenti e corriamo,
corriamo tra distese di emozioni
con una dolcezza e un tepore nel petto
dimentichi di essere appena
insignificanti atomi volatili viventi!

Mare
Quando vetrina di cristallo puro
incontaminato mi mostri, Mare
un cosmo di sconosciute creature,
quando lampeggiano riflessi
di vitree scaglie o spume
o in un video immaginato
zampilli i tuoi giganti esplodono,
quando percorro l'offesa piaggia
al morir di un mareggio
e mi imbatto in carcasse
di conchiglie o stracci di fondali
o in uno sparuto osso di seppia
stupito allor mi sovvien
che nella notte dei tempi
da te, principio equoreo,
un giorno emersi uomo.
Ah quante volte rapito
familiare il tuo palpito riascolto
come ai tuoi ritmi
che di improvviso mutano
altezza e tono mi abbandono!
Come seguo il lacerarsi
dello smisurato telo di nubi
che minaccioso ti sovrasta
ad ogni strappo di vento;
come ti sciorina l'insulto dei nembi
al sopravvenire di una bufera.
E il tuo viso che si corruga
all'insorgere di un delirio lontano,
le nivee frange che attaccano
e devastano lidi, i getti
di pulviscoli cristallini che spezzano
lo sguardo all'orizzonte levato,
il risucchio rabbioso di bocche
ebbre al dilatarsi dei tuoi polmoni,
gli scompigli di ectoplasma,
i bollori di salsedine che si scagliano
su venati ciottoli di riviere:
cancellazione di battigie,
rovesciar di scafi, affondar di navigli!
Oh calma divina
quando stremato in bonaccia
ti assopisci in un accadere nullo!
Incessante viver il tuo che ti rinnova
sotto lo sguardo di un sole passante
che si specchia e dilegua al passo dell'ora.
E' in questa immensa tua statura
che un piccolo me accresciuto si ritrova
che più gagliardo un sangue ritorna
e mi ricaccia nel giogo della vita
persuaso da richiami ineludibili
giunti da fraseggi di altri sogni...

Nulla cambia or grido
Nulla cambia or grido
ubriaco che non intende.
Nulla cambia o snatura
in questo giorno che cammina:
il mare è quello di prima
ancor esteso deserto l'anima sola
landa silente il cuore indurito.
Qual scultura immobile
che carezzevole o furioso
un vento passante tange
così statuario vivo
attaccato e colpito
dallo scudiscio dei miei pensieri;
da tanto sconfitta e effimera
scorre la vita disillusa
più non mi sfrego le mani
o una lettera d'amore scrivo.
Attento guardo avvenire
una serratura si apre
una porta si spalanca:
entro nel vano del silenzio
rincupisce il tonfo sordo
di un me fantoccio abbattuto!
Una vacuità definitiva si afferma
nello sgomento, tutto si svela
eloquente chiaro e senza parole;
come paurose oscillano
le consunte corde tese
sul ponte dell'abisso
a passi di pesanti certezze.
E il mare è quello di prima
le rocce sono rocce
i viali deserti son viali deserti
immobile è l'altalena della vita.
Pur nella stasi cammina il giorno
cammina sulla linea indefinita
della terra e del cielo!
Avanza o retrocede l'attimo che muore?
Chi sa dirlo senza assegnare un verso.
Dall'oscurità dalla luce e dal tempo
si entra e si esce senza fine
nulla è mai più come prima
eppure il tutto, resta sempre uguale
anche questa finta immobilità muta:
eccola 'panta rei ' loquace!

Sbaluginio
Me ne sto quì in solitudine
ingabbiato nei miei silenzi
cheto tra pause di pensieri distratto
scruto qualche stella che si mostra.
Mi è tutto lontano, distante;
indeterminato e vago
mi simulo estraneo e mi interrogo
e non so rispondermi.
Chi sono, chi fui, vissi?
Dove posso ritrovarmi,
mi riconoscerei tanto cambiato
dagli anni imbianchito e sdentato?
Ero ritto e non avevo rughe
lesto infilavo se occorreva l'ago sottile
il fiato non mi mancava, se amavo
sempre il cuore forte mi batteva.
Che sarà successo
in questi pochi istanti di vita
e i sogni dove più dimorano
e le donne che amai
e non mi amarono saranno morte?
Come scherza il tempo e deride!
L'effemeride ha pochi fogli ancora.
Se l'effabile senso del vuoto acuisce
che vi annoterò? L'acume si acumina
mi graffia e dissanguo: orrendo
della vita ho perso il filo del discorso.
Le labbra del tempo sordomuto
in uno sbaluginio si son mosse,
nella labiolettura ne apprendo
impassibile il significo profondo.

Un giorno senza di te
Interminabile e vuoto questo giorno
di calura d'agosto infernale
tu sei a Procida, dai tuoi
e io tra quattro mura
solo, a non sapere che fare
a perdermi tra divagazioni e noia
a estimare quanto mi manchi
ad appurare se so vivere senza di te
e scoprire ancora quanto più ti amo.
Ho aspettato, dopo che ti sei imbarcata,
che la motonave aggirasse il faro
prima di lasciare il molo.
Non bastava qualche miglio di mare
a separarci. ci si è aggiunto
anche l'impossibilità inconsueta
di raggiungere il tuo cellulare.
È dunque in questa mancanza
in questa impossibilità comunicativa
che si misura reale il nostro amore?
E con che numero dovrei esprimere
questa mancanza, questo bisogno di te?
Infinitamente grande con miliardi di cifre
ma neppure così esprimerebbe quanto mi manchi.
Oh quante cose apprendiamo
quanto nuovo bisogno di te sorge impensato
quanta potenza d'affetto si cela
nel cuore e a noi stessi ignari!
Nell'immaginario mi son preso una vela
ho atteso che un vento benevole s'alzasse
per raggiungerti dove non t'avrei trovata
che squillasse di colpo il cellulare
e che ancora di più non si allargasse
il fosso che ad ogni minuto
senza di te vissuto più si spalancava.
Sono come un pesce fuor d'acqua
e tu sei il mio mare,
del resto non so più nulla:
se tutto viva o muoia
solo tu puoi dirmelo
e tu ora non ci sei.
Se ti manco accorcia il giorno
e vieni a fermare quanto prima puoi
il frullino che agita
e monta i miei pensieri
si spenga il bruciore di tanta attesa.

Si avvicina il congedo....
Si avvicina il congedo-
mormorano ahimè gli anni!
-Come tante altre, prima o poi,
partirà per l’Ade questa massa
nel vuoto la perderai questa vita!-
Stanno proprio così le cose
edè inutile che impallidisca.
Il tempo, che parli o meno,
passa estenua e stanca
appesantisce le palpebre un’oscura forza,
ci si addormenta all’improvviso
o tra veglia e sonno a poco a poco:
non è un segreto e può accadere
da un momento all’altro.
-Finirà tutto?- tu chiedi.
Se me lo domandi devo risponderti
non posso farne a meno:
sì finirà ogni cosa che mi riguardi..
E’ una legge eterna e terrena
non vi sono eccezioni
senza riservatezza chi nasce muore
ma non vi sono soprattasse
se accada prima o dopo.
Non importa, non mi lamento
basta che arrivi il momento
e poi non debba più percorrere
avanti e indietro il filo sospeso
tra il buio e la luce.
E la Moira? Non mi seduce
né le butto le braccia al collo
né mi repulsa; fischi tre volte o no
stabilisca pure (se umana crede)
il come, il quando e il luogo.

Calura agostana
Indugia ancora il giorno infernale
agostano arde il tramonto sul mare.
Al largo, in spola tra opposte rive
si incrociano navi e motonavi.
Vicino, ovunque, nulla oscilla
impercettibile è ogni sciacquio
il Libeccio non ha respiro
non un alito si sfiora.
Non soliloquio, dalla mente
nessun pensiero si dipana
tace il desiderio di parole
nessun discorso si inalvea
niente sfarfalla e tutto cade.
In lenta macera mi impregno
di calura soffocante
diserta ogni vigore umano.
Tra le acque, oltre gli scogli
distorce una piccola maretta
riflessi di ultimi bagliori
gommoni sciaborda lieve
flusso e riflusso non borbottano.
Quasi uno stampo di natura
su uno sfondo azzurro
illuminato da una luce rosea.
Un vecchio in pesca assorto
sorveglia una lenza immobile.
Tace ogni conflitto nell'aerea stasi
un vespero tra fumi d'umido scopre
serali equoree fate morgane.

Meriggio
Spopolata e deserta è la strada
in questo meriggio assolato.
battuti da un sole infocato
infuocano muri martellati;
di rado,lembi o strie
di torrida ombra
rari si incontrano
rasentando facciate.
Sopra le finestre chiuse
tra rettangoli
di cielo, arroventano raggi
grondaie e cimase;
in lontananza, tediato,
pigro vagabonda un cane.
Debole e corto
annaspa il respiro:
per l'aria, arsa e ferma,
non refolo, né brezza.
A lauto pasto convenuto,
un nugolo di mosche,
ostinato in un angolo
saccheggia resti di raspo consumato
intrusa e non invitata
una midollare tristezza
nel cuore si infitta e straripa;
una quiete immilla e computa
un durare di svuotato accadere..
E' in questo frammento del giorno
che il vigore affioca e declina,
è in quest'ora che non spunta
frescura sulla soglia del cuore
e che la vita, come stilla resinosa
che grondi e si aggrumi,
immota e rappresa si guarda
inebetiti nel silenzio che dilaga.
Da funerea calma  che dirama
mesti rintocchi, traversando
filtri di silenzio, giungono
da campanile distante;
un tremito corre per la pelle
poi che quel suono mesto
mi tocca e intendo.
Una vita, la calura ha stroncato!
Non l'afa , ma un freddo
opprime e mi soffoca
in questo meriggio
che si infiamma e sfianca.

Scialbature in divenire
E' da anni che da più parti,
esortazioni mi giungono
perché in fiori muti le mie spine,
che la mia corteccia disseccata
alimentata venga da altre radici.
A molti preme sapere
perché tristezza mi accompagni
e i colori dei miei giorni
sovente virino all’oscuro.
Oh un cielo biavo sopra le verzure
e le giovani corolle affissate dal sole,
i petali accarezzati dal vento,
la tenerezza di uno sguardo
che ama, l’elefantiaco respiro
del cuore allo scocco
di un gaudio sbocciato!
Io conobbi codesti tratteggi,
ricordo i fragori interiori
per piccoli e grandi tripudi ,
gli effluvi della primavera,
la salsedine del mare,
i dolci rimescolamenti del sangue,
il luccichio di una pupilla
che arde per un figlio,
una madre una compagna,
i palpiti e il crepitio dei baci
ad ogni festa del cuore!
Ma rilento ogni fuoco si ammorta:
il freddo s’infinita e solo
e intirizzito poi l’anima sfibra.
Non invernale è il mio tempo,
non di nero si tinge lo sfondo
dei miei giorni,
ma di impallidito giallo!
E’ nel progressivo svilire
che incartapecorisce la vita
e si sviluppa la pustola aperta
che brucia e, il cuore , eterno
convalescente, dalle fitte non sana!
E’ questo scorrere vano
e assiduo che non tollera soste,
è la scialba successione pianificata
di giorni e di notti sempre uguali,
è l’istante che mutandoci muore
nell’indifferenza del tempo,
è il salto dalla cascata dello svanire,
è l’ombra sdentata delle cose perdute,
è la cicatrice che indelebile resta
dopo aver visto il mondo
e attraversato i reticolati
della recinta sofferenza,
che mi mostrano il volto del nulla,
dopo il finale schiantarsi
di ogni sogno sfiancato
di ogni sfiaccolata speranza!
Tra cespi di ortiche accestisce
il mio male; alla raffica
che spezza il ramo rinsecchito
al perduto raccolto di baci attesi
al passaggio del mutilo uomo
sulla carrozzella relegato,
al vetro rotto
del vano deturpato
nella casa di periferia abbandonata,
all’impossibilità
della vetusta locomotiva
di sbuffare tra i prati,
alla vista della melagrana
dalle intemperie ferita,
che divelta dal ramo
esanime agonizza tra le zolle.
Di granito è forse l’animo degli altri
e d’inconsistente argilla il mio?
Io non so... Io non so..
Io non posso ringhiottire il rivo
di pene che discende dal cuore,
infingermi che nulla accade
o che il frangente della vita
disperati non ci adduca
esamini all’ultima proda!
Ho visto più in là
di quanto avrei voluto!
Lasciatemi rimanere
nella mia fossa di giorni,
accontentarmi
di qualche fiore spontaneo;
lasciate che ignori
e non invidi altrui illusioni
puntualmente sbandierate
come vessilli ad ogni ricorrenza!
Tenetevi pure quanto vi rende felici,
bendati da inganno eterno
che fallace luce simula, restate.
Imparentato con tristezza dal fato,
altro io non ebbi in dote
se non acerbo sentire!

Ho scritto per te una poesia d'amore
Ho scritto per te una poesia d'amore
e l'hanno applaudita tutta la giornata

ho scritto per te una poesia d'amore
e sconosciuti mi hanno inviato fiori

ho scritto per te una poesia d'amore
e mi hanno tributato lusinghe sincere

ho scritto per te una poesia d'amore
e dei poeti l'hanno recitata o segnalata

ho scritto per te una poesia d'amore
e tanti ne hanno degustato il romantico sapore

ho scritto per te una poesia d'amore
e cuori hanno esultato emozionati

ho scritto per te una poesia d'amore
e il sole e la luna nel cielo hanno sorriso

ho scritto per te una poesia d'amore
e ladri di parole ne hanno fatto bottino

ho scritto per te una poesia d'amore
e ne ignori versi e data di stesura

ho scritto per te una poesia d'amore
e qualcosa nell'universo è accaduto

ho scritto per te una poesia d'amore
e quando sarò morto non sarà immortale

ho scritto per te una poesia d'amore
e il tempo per ascoltarla ti è mancato

ho scritto per te una poesia d'amore
ero al settimo cielo e sto precipitando

ho scritto per te una poesia d'amore
e ancora non mi hai dato neppure un bacio!

Dall'alberato già si staccano foglie
Dall'alberato già si staccano foglie
rivivrà tra poco per le vie
la calca e il frastuono del gregge umano
lontanissimo men calmo sarà il mare
deserti i lidi offesi e i litorali
più breve volgerà il giorno e meno sarà la luce.
L'ambra svilendo poco resisterà
su braccia nude e petti scollati.
Con cadenze stagionali tutto si ripete
al teatro per seguire il canovaccio
cambia sceneggiatura la vita.
Siamo i testimoni di un sornione accadere
che nella sua essenza ultima mai muta
e mai sorpassa ogni congettura
di cambiamento inevitabilmente
illuso breve e fugace.
Son sessant'anni e passa
che vedo fiori nascere e morire
che mangio castagne uva e arance
che le cose volgono al meglio o al peggio
e non cambiano mai, aspetto mirabilia
immagino sorpasso di vedute
spio venture sventure di destini.
Il giradischi, il mangianastro l'aifai
ma la musica che pur s'annuncia diversa
è sempre la stessa,è inganno se sembra altra.
Cenere-rinascita rinascita-cenere
e così si va avanti all'infinito.
Ci imbottiamo di prosopopea
noi sedicenti dotti di nulla
che non sappiamo un'acca
di noi stessi e del mondo
disubbidienti espulsi dal cielo
pregni di fandonie esistenziali:
parliamo di tutto senza comprendere niente!
Facciamo silenzio e risparmiamo il fiato
ascoltiamo la voce e le inflessioni della vita
e rubiamo qualche scaglia di saggezza
per ancora credere al miracolo che viviamo.

Borbotta e tace la mente
L'artificiere che è nella mente fa brillare
le sue mine, una marea di scintille fluisce:
sono pensieri in agnizione,
occupano circonvoluzioni, fanno calca.
Non si sfollano, mi provocano,
fanno groviglio, perforano;
come una ciurmaglia allo sbaraglio
saccheggiano la stiva della mia coscienza
all'alba di un suo stanco risveglio.
C'è chi va, chi resta: un traffico mai visto
con un frastuono mi intontiscono.
Più li appallottolo e li butto nel cestino
più si riproducono copiosi.
Vorrei svigliarmela depistarli
dissuaderli dai loro intenti imperscrutabili
ma mi circondano, si accampano
e assediano ogni mia volontà ostile.
Che vorranno mai poi
perché si impicciano della mia vita
e interrogano il cuore all'esame
del suo contenente e contenuto?
Son leggeri più dell'aria,è vero
ma perché allora pesano tanto
e pressano emisferi cerebrali!
Alcuni scherzano e mi frullano
come fa un bizzarro vento con i fuscelli
altri vogliono inculcarmi assurdità
affascinarmi di nulla
ingannarmi di poter raggiungere il tutto
convincermi che esista l'eterno
o spaventarmi mostrando spietati
l'effimero tempo che pestifero
tutto svanisce e cancella.
Ecco che si staccano ancora
dalle visceri della mia mente
or balordi or sagaci
pungenti e senza lasciarmi intendere
la trama o il fine o il senso
così come talvolta accade
dopo aver letto un libro intero.
Che filo li lega, luce o buio li proietta,
perché mi trivellano l'anima,
che riportano in superficie, saggiano
il mio coraggio o il mio terrore affiorante?
Mi curano, mi guariscono
o mi ammalano e mi aggravano di un male oscuro
sono allodole o spaventapasseri
tarlano o insufflano amore di essere?
Quanto suggeriscono per predare il meglio
o il peggio del vivere;
mi abbagliano o mi spengono
ascoltando la cantafavola della vita?
Ecco, la folla smembra, qualcuno ancora
già assonnato si trattiene, tardivo svanisce
poi discende e si propaga un silenzio.
All'esplosione succede la stagnazione:
è sempre un capovolgimento,
un repentino alternarsi passando
tra l'alfa e l'omega dell'essere
quasi sempre nulla più poi resta in piedi;
nel sub-errante vive o muore il pensiero
ma mai, se vivi, ci dispensa dalla sua presenza.

Già annotta, impugno pensieri
Il lume del giorno giunto al capolinea
consegnatosi al crepuscolo dispare:
già annotta, impugno pensieri.
Tra non molto sopraggiunto il buio,
inizierà la stesura delle prime bozze
sulla cronaca della giornata perduta.
Accortacciato per scoramenti,
e l’asse portante del mio tronco
torto da vespertini cedimenti
sarò testimone dell’apparire delle prime stelle
del resuscitare puntuale di un pallore lunare.
Qualcosa, di quanto vissuto, scampato al nulla,
purificato consegnerò al cuore,
fagocitato sarà ogni avanzo insapore
dalle fauci affamate delle prime ombre.
Dall’allumata finestra, simile ad astro isolato,
attratta e impazzita di luce, come in un rituale,
una falena verrà a suicidarsi in questa stanza
dove, insonne ostaggio, raccolto in fantasticherie
ascolto gli scricchiolii delle mie incrinature.
Prelevando dal caveaux del cuore
svalutate speranze, più impoverito
pagherò l’ultima rata di debito al giorno;
alla notte, chiederò in prestito altri sogni.
Se all’alba poi ancora sarò, pur squattrinato,
in qualche modo riscatterò
i solitari esosi istanti della mia vita,
un’altra imperscrutabile riga
interpreterò malamente del mio destino.

Se navigai o naufragai chi lo sa..
Se navigai o naufragai chi lo sa..
Dalle sorgenti della vita ardente
quanti imbarchi per approdi inesistenti
poi, ricordi di calori d’anima delusi
di incarnazioni mai avvenute
di sogni in nulla mutati !
Un autoironia ne dà un senso oggi
s’alza un’indicibile tristezza
si candida a primeggiare
e parla fervente e mordace.
Oh seduzioni d’orizzonti
fascino di mete rilucenti
procedere oltre linee d’ombre
Istintivi abbandoni fuori bordo
cieca fedeltà a vapori, rotte
verso glauchi mari spumanti!
Si affoltano visioni
di propulsioni interiori
di remoti arcipelaghi mai raggiunti
di bagagli di letizie perdute
di morbosità ideali mai guarite!
Troppo passato nessun avvenire.
Scorre il flusso di un Tutto svanente
che si orienta alla morte
sotto volte scure e immobili;
da cuffie interiori si ascoltano
sfinenti malinconie languenti.
Se qualcosa nel pentolone
ancora potrà bollire chi può dirlo.
Va la vita come va una zattera
senza beccheggi e rollii
ignorando ogni direzione:
a qualche latitudine affonderà;
su un papiro, decifrati geroglifici
racconteranno di come sia finita nel gorgo

Per non perderti e tenerti con me
Per non perderti e tenerti con me
-quando nuvolaglie o tenebre si addensano-
l'anima tua e il tuo amore
nascondo in uno scrigno segreto
che solo il mio cuore può trovare;
per preservare le tue forme, un'imago
sulla pagina dell'infinito la mia mano
con passione amante disegna.

Ti appartengo nel bene e nel male
nell'istante, sempre e ovunque ti amo.
Su scopri come ti ho scelto e bramata
e che a tutti ti ho rubata per averti solo io!

Interrogato dall'aria, dal mare e dal cielo
sobrio o ebbro sorridendo ho confessato il mio amore:
le stelle, il sole e la luna nel massimo splendore
invidiosi hanno tremato per la luce sincera
che in pupille si accende se t'accarezzo o ti penso.

Spargiti su di me, cura la mia vita:
lontana, ascolta come canto il tuo nome
e da un immenso silenzio
soave una voce ti dirà che t'amo solo io.
Che fai Eco mentre chiamo Carmela amore?

Poi che ti sfioro o ti guardo o ti bacio
batta il tuo petto per la differenza
palese tra un'oscurità e un pieno chiarore!
Ah come non mi ami quando non ragioni
e dal centro del cielo ti allontani!
Nella bacheca delle nostre vite avvinte
eccelso sai leggeranno domani
tutto quello che vero solo tu mi hai ispirato.

Tra sfibrati rami e fulve chiome
Tra sfibrati rami e fulve chiome
turbina e ruglia il vento
tombano fronde e ramaglie
in alto grigie lanugini sfilano veloci
dà il cambio l'autunno a l'estate.
Di quanto sono più invecchiato
quanta ruggine ancora su giorni passati
e i sogni e i cerei pazzi voli
da quando non mi hanno più contattato!
Scorre il flutto, borbottando
sotto i ponti dirige a rogge o al mare;
in me, acquitrinoso, schiume non vi sono
senza creste, stagno;
il meglio delle mie forze
si è presa nel tempo la vita.
Dove potrò più andare io senza gorgoglio!
Ogni lampo che abbaglia è pura anamnesi
nulla o il vuoto figge lo sguardo.
Non chiedo quasi più niente
l'arco che scaglia desideri si è snervato
e la faretra è vuota;
più non mi affretto, evito gli ingorghi,
non mi accaldo né mi raffreddo
poco acciuffo di qualche soffio
tutti spirati sono i colpi di scena;
l'età, parlante o muta, tutto dice:
quel che ci è toccato è noto
resta solo l'incognita del domani
che dista appena qualche vispa frazione
di milionesimo di tempo dalla fine.
Fu forse tutto un imbroglio orchestrato
tra aureole di mendaci apparenze
emerse per caso e per cause ignote.
Che ancora da evanescenze affiora
che tra sprazzi di sole o di luna
che a pugni o a manate di vento resiste
a rapprese illusioni abbarbicato?
Non il colpo secco che ci spezza
ci strappa e ci stacca dalla vita
ci impaura ma solo gli scricchiolii
e le agonie della carne ci fanno orrore!

Usure
Il tachimetro dei lustri
già segna sul quadrante
dodici giri da quando iniziò
l’abrasione per rotolamento
sulle ruvide pietre
della strada della vita.
L’accumulo dei transiti,
le accelerazioni e le frenate
tra notti tramonti ed albe
sconquassato hanno lo châssis
che, pur al peggio,
ancor mi scarrozza per il mondo.
tra brusche sterzate e stridii.
Consumato il battistrada,
il volante quasi paralizzato,
malridotto l’avantreno e perduta
la necessaria convergenza,
faticose manovre da lunga fiata
il cuore irrigidito logorano
e sollecitano senza risparmio!
Quante volte, in avaria
per eccesso di attrito,
la cinghia di trasmissione
di una illusione mi ha parcheggiato
avvilito sul ciglio cupo di una via!
Per polvere di giorni
ridotta la trasparenza
della superficie dei vetri
vana appare l’alta luce dei fari;
solo lo specchietto retrovisore
sempre terso ed efficiente riflette
il cammino serpeggiante dei ricordi!
Trabiccolo, spesso in panne,
tra scarrucolio di pulegge
e scricchiolii, con tremuli assi
traballante ancor mi trascino
rimorchiato da motrici speranze.
Oh l’inclemente usura del tempo
che precoce dissangua la vita!
Un giorno, negatami
la licenza di circolazione,
un atro carro traslocherà
in una non lontana fonderia
un’ arrugginita carcassa di ferraglie
per farne materia per altri stampi!

Come bimba vispa e curiosa
che non sappia a freno tenere
morboso istinto di sapere
tu chiedi della mia vita
e se a una meta il cuore vada.
Ebbene fattati insistente
dissetati pure alla mia fonte
ma se di acre essenza
sarà ripiena la coppa
bada tutta tua verrà la colpa
se le labbra vi hai voluto portare!
Resa scabra dal calpestio degli anni
è la mia vita e spianata non potrà tornare.
Raggiunto da ceneri d’astri
un tempo lustri di ideali
or di tristezza vedo colorarsi
i miei cieli di silenzi;
appena un avanzo di speranza
mi rimane e questo già mi basta.
Sbucherà un mattino senza nubi
scoprirò il fondo soleggiato di un bosco
dalle cui foglie avanzerà
un effuso stormire che al petto darà pace;
per un attimo dimenticherò
il distacco che mi aspetta, il buffo destino
che fardello resta alle mie spalle.
Vivrò attese di tremori umani
martelleranno flutti la marina
e nelle solitudini che ci afferrano
ne udrò il rimbombo grandioso;
fisserò sull’orizzonte il sole
che nasce e muore come l’amore;
mi carezzeranno fiocchi
e petali erranti al respirare del vento.
Un raddolcito indugio,
non so se dalla sorte mi sarà concesso:
gioco forza, impietrito un dì
dovrò poi… mettermi in viaggio.
In sordina, oggi o domani,
me ne andrò senza voltarmi
come chi persuaso dagli accadimenti
sa, da tempo immemorabile,
che indietro giammai si torna;
fronda di ramo secco su cresta d’onda
mi lascerò condurre alla foce.
Verranno tempi di memorie,
in una certezza di luce ch’io
da poco affetto oscurato non ebbi mai
da te sarò ricordato,
per essere stato solo me stesso
e non blabla da altri… inventato.

Perduta e ripensata amica
Perduta e ripensata amica
un anno di assenza piena
non cancella l’inciso ricordo
che come cicatrice resta .
Il calore di un sogno, sai
di me prese possesso
quando dal nulla emersa
in incognito ti incrociai
nell'attimo che brucia
Se almeno un giorno,
mi adducesse lauto un sorriso
respirando
ancora mi illuderei
che da te fuggito
poi mi abbia raggiunto
con la tenacia e il passo
di colui che, stanco di miserie
in cerca di fortuna salpa
per dove qualcuno l’aspetta.
Ma nulla esplode né vira
tutto trascorre svogliato
da tempo quasi infinito!
Inesorabile e crudo
un divenire affievolisce ogni luce
il cuore ombre sposa
e nell’oggi uguali all’ieri
si perdono sogni e colori.
Verrà domani e nulla accadrà;
come sempre, svanirai di nuovo.
Raccolte negli occhi
disseccheranno al sole
le speranze che hanno
guidato uno sguardo
e illuso una mente
nutritasi di sale greco.
Ah, come rabbrividisce
questa mia vita romita
a cui nessuno parla
e neanche tu ascolti!
Se imprudente affiorassi
dallo spesso fondo che ti serra
riposerebbero gli occhi!
Nel cielo me ne andrei
cavalcando nuvole rosate
addolcito dal solo pensarti

T’avrei creduta sulla parola
se solo mi avessi detto:
- Non voglio che tu vada via!-
E’ da inenarrabile tempo
che, esiliato dal tuo cuore,
di te più non ho cercato notizie.
Nel vuoto che mi lasciasti
come avrei potuto?
Al di là dello squarcio
raro di un ricordo,
affiorò, di tanto in tanto,
il periscopio della nostalgia
per scrutare sull’orizzonte
delle cose perdute
una labile scia da te lasciata.
Quante volte nel silenzio
l’orecchio tesi all’eco
del frangente della tua vita!
Scancellata, in modo
definitivo dal mio taccuino
ogni antica annotazione
che ti riguardasse,
a chi chiedeva dove tu fossi,
o se per doloroso rammentare
correvo a te remota,
io non seppi dire se oltre la fitta
cortina dietro cui eri scomparsa
probabilmente ancora ti aggiravi.
Per affermare che
tu sia di certo svanita
non ho prove adeguate,
in un impensato angolo
del mondo, tu sarai!
Talvolta avrai pensato
al ragazzo con la motoretta
che tremante arretrò
al suo primo bacio,
ti sarai chiesta
se questo rinsecchito
flabello di canna,
agli assalti delle folate
oggi ancora resista.
Si, sono qui,
risparmiato dal turbine,
a vangare nella memoria
le ignite zolle di un amore
che apparso alato ratto fuggì
privando le mie pupille
di esistenziali guizzi di luce.

Metamorfosi
Fu in una sera di acre tristezze
quando all'animo
in cerca di uno spazio vitale
un vano punto appare il mondo
che straordinaria una cosa avvenne.
Fu come ritrovare il respiro,
imperversò la voglia di svincolarsi
da una sbirra vita che in ceppi
mi conduceva tra giorni vuoti.
Repente sbucò forte, chissà come,
di nuovo la volontà di essere uomo;
dirompente affiorò l'ansia di guarire
dalle zannate ripetute sferrate
dalle fauci di ingorde malinconie.
A battere e scalpitare ritornò il cuore
come non mai, con animo fanciullo
ripresi a conversare con le illusioni
ammutolì tutto il desiderio di morire
più non mi piegai al mio destino.
Mi innamorò e mi trapassò un viso
sulla bocca morta mi baciò amore
da una accaldata voce udii un invito.
Quante volte mentitrice e rea
una speranza mi aveva contattato
subdola illusa con le sue lusinghe!
Oh ritardatario sogno avverato
che geloso stringo al mio cuore!
Se mi guardo allo specchio
or che ancora mi afferro alla vita
più non mi riconosco infelice
con meraviglia mi ascolto sorpreso.
Tutto, se chiedo, mi dai amore:
digiuno, svestito e senza terra ieri
miei, a perdita d'occhio, oggi
prosperano latifondi di grano
sull'orizzonte che tu dispieghi.

Varcata la notte, striato e nubiloso,
si profila il sorgente giorno
svogliato di luce e di colori
ancora non ingioiella e tinteggia
il volto di un appannato orizzonte.
Circumnavigano di buon mattino
flotte di pensieri l'isola della mia mente
con bradipo incedere s'ammassano,
negletti navigano e colano a picco
veloci nel gran mar del nulla;
per la terra ferma che percorro
se campi e bassi rilievi affisso
la loro fisionomia imbruttita
scolora poi il cuore che già ti cerca.
Andrò senza di te al mio fianco
e mi sarai lontana mille volte amore
porterò in me in segreto
l 'oscura angoscia di sentirmi solo.
Ma prima di soccombere al silenzio
che la lontananza come ragna intesse
prima dell'attimo in cui mi sentirò perso
-di gitto mi raggiungerai- mi ripeto
e tutto il nero scuro che mi attacca
per incanto si dissolverà in un nulla:
sarà allora come disincagliarsi
da un vischioso intrigo, come ritrovare
inalterata nella sua essenza vitale
una fragranza, a torto, pensata svaporata.

Si dispera e pesticcia il bambino
il palloncino appena ricevuto in dono
sfuggitogli dalle dita è volato via
-di che colore era?- ancora si chiede.
Attaccate ad un filo, transienti
quante cose in un niente
la vita con uno strappo ci sottrae.
Pulsa il tempo e complotta sparizioni,
del pensiero dell'attimo prima
nulla ci resta, non una minima traccia
persiste sui sedimenti del ricordo,
molti estinti annovera la memoria
allo scroscio dei giorni e delle ore,
silenzi di sincope s'immillano
al muto distaccarti da ombre.
Si buccina che nessun possesso
sia sicuro, che ogni certezza sia momentanea
che la speranza fugga prima di essere degustata
che l'illusione sia piuma al vento.
Finché si può, tra fiotti si galleggia
un vortice, poi, inesorabile, nient'altro.

Disvela gli umori del tuo cuore
e sulle labbra umettati li sparge
il bacio improvviso che mi dai.
E' in quell'atto, nella frescura
che giunge, che si disincaglia
la mia vita, chiglia in avaria
arenata tra sirti di malinconie.
E' la tua bocca: ampia, sensuale,
ineffabile dolcezza colta
nel protrarsi di un abbandono,
che mi sospinge fuor dalla secca
e per il petto diffonde aromi
e tintinnio di emozioni,
che l'anima insuffla all'esaurirsi
di ansanti frammenti di respiro.
Non più vago sfuggente precario
un amor di essere ritrovo,
al suo braccio forte mi avvinghio
per lasciarmi condurre festoso
nel piazzale della meraviglia
alla sagra di nuovi sapori di vita.
Insaturo di te, non potrò mai dirti:
arresta i tuoi baci. Bagnami di essi!
Rovescia il mare del tuo amore
sulla secchezza delle mie pieghe
allegra conduttrice del mio destino.
Trasvoliamo, cogliamo sogni per noi
allo sfiorare soave di labbra
che anelano albe di focosi baci.

Cuore fermati un attimo
Cuore fermati un attimo
affratellati parliamo io e te
senza falsità diciamoci tutto
con zelo non recitiamo copioni
smettiamo di far la spola
tra mille pensieri contraddittori.
E si, son passati i giorni luminosi
della nostra vita, si assottiglia
l'esile futuro possibile, il propellente
a cui pure credemmo fiduciosi;
or le vene e le arterie sono sfiancate
i reduci sogni agonizzano
e ben poco abbiamo appreso
del nostro vivere e del suo perchè.
Dimmi: che sarà di noi domani
smascherato l'inganno dell'abbaglio?
Vecchi miracolati potremo
atteggiarci a giovani incoscienti
e ancora avere altri exploit di vita?
Quanti altre illusioni strappate
dovremo addolorati buttare nel cestino?
Pochi round restano da disputare
sai, il match col destino
ben presto sarà concluso
e nulla ci anticipa il pronostico
su quanti punti a nostro favore
potremo pur forse accumulare.
Riusciremo a rimanere in piedi
fino alla fine o semitramortiti
supini dovremo udire l'ultimo gong?
Ah quanti strappi e colpi contemporanei
sopportiamo ogni giorno rassegnati!
Si dispiega già il silenzio del vuoto
e più nulla sappiamo di noi
un buio si addensa e si condensa
il nero di pece non si discioglie.
Senza visuale che ci consoli
e sparito un dove guardare
sostanza stagionale dissolverci
sarà il nostro ultimo impegno.  

Or che digradano i colori della vita
Or che digradano i colori della vita
e il tempo a un perenne silenzio mi avvicina
fai del resto dei miei giorni quel che vuoi:
col futuro altri impegni non ho amore.
Oh sprizzante fonte di emozioni
acqua chiara tracimi e idrati i miei solchi
impregni le zolle dei giardini arsi
del cuore, vano non mi sia
il sorgere del sole ogni mattina!
Non senti come pulsa il sentimento
che ci accoppia al top di un'illusione
come si scancellino orme di solitudine
quanto soffia il vento dell'amore
e generose boccate d'aria ci giungono?
Compiaciuto delle tue forme
avido del calore dei tuoi baci
appassionato a te mi accosto:
s'infocano le ali dei miei sensi
un sogno si materializza solare
al concludersi di un vivere deluso.
Sottrattomi da un despota destino
sgomitando tra resse di pensieri
verso di te mi incammino sicuro:
al venirti incontro, tutte squillano
le trombe del mio cuore, sbocciano
parole care e tocco il firmamento
qual fedele pregante che affissi il cielo.
Soggiogami col fascino dei tuoi sguardi
allontanami dal disturbo di ogni ombra
la fiaccola dei tuoi occhi mi ridoni
altri bagliori: leggero mi adagerò
sul tuo petto poi che stemperata
avvertirò la fatica di stare al mondo.
Fammi coraggio con insistenza
se la vita mi sembra talvolta
come uno filo spinato di tenebre
che intorno a noi, fragili,
robusto a spire si avvolga.
Se ad anni buttati via, irrecuperabili, penso
tienimi a te in un abbraccio congiunto:
si silenzi la tristezza che forte mi parla
nel buio io non discenda già morto
tramuta i miei smarrimenti in entusiasmi
sii la primavera che sconfessa l'inverno
e rami spogli adorna di nuove foglie.  

Asseconda i capricci del vento
Asseconda i capricci del vento
la foglia superstite sul ramo brullo
nessun fiore riceve raggi di sole
da un cielo azzurro e trasparente.
Mite letargo di natura:
un nulla par avvenire in gelido deserto
spoglia la vita nega i suoi sorrisi
e l'animo triste fatto reclina il capo.
S'aprirà un valico alla floridezza
e tornerà il colore delle selve
irromperà a getti una linfa ansia
di verdeggiare siepi e alberi domani!
Oh quante volte si muore e si risorge
secca e straripa amore
tacciono e borbottano le voci dei fiumi!
Aspettiamo senza impazienza un sortilegio
diamo più credito alla speranza
accoriamoci alla persuasiva voce
che ci intima di attendere e scaccia
dal sangue la precognizione della morte!
Cuore strepita! Dubbioso non attendere
per risalire un palpito, abbozza spiragli:
un giorno, nell'euforia di un cambiamento,
sorpresi, risorgeremo senza dolore
tra urli di vita e arricchiti di nuovi ardori.  

Stracca di riprodursi fugge
Stracca di riprodursi
fugge l'alcova dell'immaginario
la puttana illusione; ora
più nulla abbiamo da inventarci
e attendibile si annuncia
un futuro in caduta libera
divinato da una sfera di cristallo.
Ne abbiamo abbastanza
di raccogliere inganni
farci adescare da lusinghe
sfogliare cataloghi di sogni
sostenere che valga la pena
di vivere o di morire.
Nessuna elefantiaca dipendenza
dura oltre il necessario:
presto o tardi si scopre
che quanto si estende e vibra
nella mente e nel cuore
non avvantaggia che un istante
l'impresa di un respiro affannoso.
Un batter d'occhio appena
poi, non creduto, si allontana
più fugace dell'ombra
giunta dalle ali di un gabbiano
su un fazzoletto di sabbia
nel tedio di un meriggio assolato.
Non ritratto l'esperienza
non perpetuo l'errore
e posso fare a meno di tutto
anche di quel poco di buono
che ancora mi resta fra le mani
e sospetto di concreto.
Ora vedo chiaro più nulla mi acceca;
ora vedo chiaro pure i colori
sono già tutti uguali
sulla tela intima che imbratto
per fissarvi un effimero durare.   Aveva accorto scandagliata
Aveva accorto scandagliata
tutta la sfera cupa
il tuo cuore impietrito
cercando pertugi e fessure
da cui traspirasse una luce.
Or sguscia e riappare il sereno
dallo squarcio inatteso dietro
fioccose trame di ragnatele.
Disgregati, diffusi nembi
si sfilacciano, già lontani
si disperdono senza tracce:
al chiaro si converte lo scuro
neonate immagini ti ridono.
Camminante, pur solo
ricolmo sei d'infinito!
Alacre ti si spiana l'illusione
fermenti risalgono dal cuore;
ti racconti, fatto diverso.
Vivere vuoi e ti ritempri,
come posseduto ti scagli
sulla vita, ne spii gli atti
per impedirle di rimordere
di sciabordarti ancora!
Ai polsi alacre preme
la volontà primordiale
che accalda e avvampa;
il tuo volto, disteso è or
al par di quello arrossato
di divertito invitato
che goda una festa in atto.
E quando pur l'ombra fluisce
e ritorna allo sgranar
di mesti ricordi
ancor barlumi scoccanti scorgi
dalla radura ove bivacchi
se scruti la sorella notte
che sentinella del cielo
fiduciosa come or tu
fraterno cambio aspetta
dal puntuale giorno.    Madre
Madre, se trascinato
da flutti di ansie
smarrito ho la proda
da cui lontano mi guardi
e zavorra di tristezze
appesantisce l'anima mia,
riportami sulla rotta
che a te conduce
or che speranza fugge
e oscuri nembi minacciano
i miei tremuli orizzonti!
Tu che alla sfilata
di labbra da minio
arrossate e visi imbellettati
mai parte prendesti,
tu che all'avara sorte
e al bisogno che incalza
impavida ti opponesti
e la tortura degli anni
aspri della tarda età
accetti senza protesta,
soccorrimi or che vagante
in malinconie, come caduca
foglia al turbine cedo
e nello spirito snerbato
sostegno non ti offro!
Tempra di altri tempi
la tua ! Madre,
tu mai ceduto hai
alle incursioni del doloroso
essere e solo un blando
lamento talvolta fugge
dal rassegnato silenzio
che mascherato cela
la tua pena immensa!
Sorridi, non piangere
quando a me pensi,
augurami un dolce sonno
perché domani, al risveglio,
venendoti incontro
rinfrancato, abbracciarti possa!   Si dimentica presto
Si dimentica presto
l'idioma d'amor dei vent'anni
dopo che a frotte son fuggiti i sogni
e gli anni ad uno ad uno
passati sono al par di un lampo;
all'inasprirsi degli eventi
semintontiti altro linguaggio
più duro si apprende senza spiragli.
Non v'è alchimia esoterica
o sortilegio che ci ricarichi
che ricrei le voglie e i desideri
di quando ragazzi e davvero vivi
come fiori in divenire
sbocciavano illusioni
e con sorriso si sospirava d'amore.
Indietro, il fiume giammai ritorna
con sé ogni cosa trascina alla foce
replica non vi è di giorni declamati
recupero di speranze alla deriva:
solo sciame di ricordi, collezione
di immagini tarmate restano
a chi più non è attaccato al possesso
e non ha altro appetito di inganni..
Torcersi a che serve?
Non ci si strappa al morso della vita
non si scansano i suoi schiaffi
si portano a lungo i suoi graffi,
bisogna ingoiare e digerire
il vano delle lunghe parole,
subire la ferocìa dei suoi silenzi.
Per abitudine poi si resta
e incompiuti senza protesta
si aspetta che ci portino sotto una zolla
fatti secchi un giorno dal tempo
che con preannunci e in sordina
molto prima ebbe a dirci addio.   

Se in un giorno di quelli che ci son dati
di irreparabile qualcosa accadesse
al filo consunto della mia vita
prometti di fare ciò che ora
sereno il mio cuore ti ordina Amore.
Voglio che tu viva mentr'io
addormentato t'attendo,
così come dalla notte dei tempi
fa la proda col mare.
Sull'arenile che, mano nella mano,
calpestammo una sera di luna piena
di tanto in tanto, ritorna :
fiuta l'aroma della maretta
che entrambi amiamo;
lasciami salsedine sul tuo volto
parlami con le tue rassicuranti
parole così come quando per incanto
una sera, il mio destino tramutasti
da scuro a chiaro; con i bagliori
del tuo cuore in tempesta
per la mia assenza, rischiara
la solitudine della mia ombra;
soave sussurra il mio nome
poiché anche nel vuoto più vuoto
un fremito eterno vivrò
ascoltando nell'infinito la tua voce;
il calore delle tue mani passa
sulla pietra da quattro soldi
che serrerà le mie spoglie:
mai senta, poi, il freddo della morte.
Se sola, cavalca l'onda sull'onda alta
del ricordo, fatti carezzevole vento:
sull'animo ti senta passare e ti ascolti
come un canto naturale di vita
che risuoni per un perpetuo silenzio.
Ancora ti vedrò, donna e amante
e ti farò la corte offrendoti un fiore;
in un letto, mi bagnerò del tuo sudore
conterò fra le mie dita i tuoi capelli.
Qual mattutina rugiada su corolla
nell'arsura di giorni di canicola
mi aspetterai e sulle tue labbra
fedele giungerò con un umido bacio.
Ah come li reclami allo svettare
della tua passione raggiante
quando il desiderio solleticato corre
per il corpo all'impazzita e si sfrena!
Mai debba accadere nel mio sonno
senza risveglio di sognarti infelice:
se venisse la tristezza che odio
a insidiare di gitto la tua vita futura
desolato vedrei comparire il dolore
e io non ti voglio lasciarti che
memoria e eredità di felicità e di gioia.
Se mi hai amato, mia diletto ardore
non ho fine né morte: rassicurati!
Sopravvissutami per augurata sorte
per ritrovarmi ti basterà respirare
perché mai da te mi separai amore.   Finiranno le scorte di polvere da sparo
Finiranno le scorte
di polvere da sparo
con cui fabbrico i petardi
e le girandole parlanti
che vedi esplodere di lontano.
Nelle solitudini che afferrano
attristata fisserai la luna
luce che scorre sulle case
poi che la festa del cuore
inghiottito sarà dall'ora imbrunita
e svanita l' eco dell'evento vissuto
ma la memoria non tradisca
il ricordo del brulichio
di bagliori che oggi tu miri.
Sparito di essi ogni traccia
verrà tempo insostenibile
che nessuno altro parlerà
a cuore che vuole ascoltare.
Allora, sola piangerai
come l'incredulo fanciullo,
che inzeppate le monete
entro tasche bucate,
affondandovi avido le mani
disperato più non le ritrova.
Domani o altro giorno che sia
brama ancora ti cercherò
come acqua chiara
con desiderio di annegarmi
ma ad aspettarmi tu non ci sarai
perdizione di un cuore soffocato.

Se è in bianco e nero
e non a colori che ti ho ritratta
sul frontespizio da quattro soldi
della silloge che ti ho dedicato
che importa: acceso e smagliante
il tuo sorriso per me mai muta:
mirando la donna amata,
rapido giunge e riparte
fischiettando e svaporando
sempre un treno
strapieno di emozioni!
Magnificata dal cuore,
solare e bella più che mai
incessante in me amor t'effonde
nessun spessore ci separa:
la tua pelle è la mia. Anime fuse
in uno stesso corpo chi può disunirle!
Lievitate e alate, in volo
su nel cielo azzurro
se abbiano insieme un peso
poi è ancora da vedersi!
Amore, ultima corda della mia cetra
bisogna pure che ti persuada del tutto
che non nel sonniloquio
ma è nel giorno che sei il mio pensiero,
il mio necessario, il fuso su cui avvolgo
la speranza, la mano che allontana
le forbici di Atropo dall'invisibile filo
a cui tremante è sospesa ogni vita
la gattona senza unghie con occhi dolci
che accarezzo e invispita mi fa le fusa.


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