Racconti di Salvatore Cutrupi


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Come è possibile che un uomo ancora giovane come me, cresciuto in una sana famiglia, con un diploma di ragioniere ottenuto col massimo dei voti e pieno di interessi culturali e sportivi, si possa ridurre in questa situazione di degrado e di abbandono? Questo era il pensiero che assillava Antonio e che gli ritornava alla mente ogni giorno, puntuale come la sveglia del mattino. Tutto era cominciato un anno prima, nel giorno dell'inaugurazione dei nuovi locali della Banca Popolare dove lui lavorava. Per quella occasione di festa sua moglie Teresa aveva indossato un abito elegante di color fucsia con una scollatura a cuore che lasciava intravedere o quantomeno immaginare tutta la bellezza del suo seno. Il vestito e il corpo snello e slanciato (che nulla aveva da invidiare a quello di una modella) avevano attirato l'attenzione del direttore, dottor Ferroni, un uomo scapolo, dai modi gentili e di bello aspetto. Tra i due fu subito simpatia e la simpatia presto si trasformò in una relazione amorosa. Dopo solo tre mesi Teresa lasciò il marito e andò a vivere nella villa del direttore, alla periferia del paese, ai piedi della collina.


Sabato
Parlava da solo ma alzava spesso il tono della voce come se volesse far giungere le sue parole al di là dell'isola, in quel posto cioè da cui si era allontanato molti anni prima. Quando il vento soffiava forte, lui si fermava, taceva, restava in assoluto silenzio. Non voleva che il vento potesse spezzare le sue parole, che le frantumasse come aveva fatto con i suoi sogni, anzi col suo sogno perché il suo desiderio era stato sempre uno, uno solo. Dimenticava tutto soltanto quando stava sott'acqua, con la sua fiocina, là accanto ai coralli. Era uno dei pochi momenti in cui trovava la pace, era il luogo dove nessuno poteva avvicinarsi ai suoi pensieri. Le sue immersioni non erano soltanto un'abitudine, un modo per trascorrere il tempo in un ambiente magico. No! Le sue immersioni erano diventate una necessità di cui non poteva assolutamente più farne a meno. Era come se ogni volta una sirena lo chiamasse a sé e volesse imprigionarlo in un abbraccio, un abbraccio che prima o poi sarebbe potuto diventare un abbraccio mortale.


Andrea
Ad Andrea sembrò di avere già visto quella ragazza appena uscita dal bar che si muoveva e camminava con la scioltezza di una ballerina. Era sicuramente un volto che gli pareva di avere già incontrato anche se non riusciva a focalizzare il luogo e la circostanza in cui l'aveva notato. Il colore verde degli occhi, i capelli rossi, l'altezza superiore al metro e settanta, il corpo snello e soprattutto il neo, quella piccola macchia vicina all'angolo labiale sinistro erano delle caratteristiche che non era frequente vedere nella stessa persona e che gli erano sembrate subito famigliari. Un pensiero lo scosse all'improvviso. Le somiglia molto, pensò. Forse è Francesca, la figlia di Giovanna, la mia vecchia compagna d'Università e amica del cuore.


Monica
Era un giovedì di marzo e come accadeva già da qualche tempo anche quel giorno, all'ora del tramonto, Monica arrivò all'Università della Terza Età di Cormons per frequentare il corso di scrittura creativa. Era un'esperienza che aveva fortemente voluto provare. Suo nonno era stato un bravo scrittore e le aveva trasmesso la passione dello scrivere. Monica aveva da poco compiuto quarant'anni, era alta e bella, con due grandi occhi felini, la bocca voluttuosa e lunghi capelli neri che le accarezzavano le spalle. - Ciao Monica, benvenuta! Era questo il saluto con cui l'accoglieva la sua amica Fabiola che era sempre in anticipo sull'ora della lezione. Ciao a tutti rispondeva lei accomunando nel saluto quelli che erano lì vicino. Monica era una persona timida o almeno così sembrava. Non si sedeva mai in prima fila, si posizionava quasi sempre vicino ad una parete dell'aula forse perché, inconsciamente, in quel modo si sentiva più protetta. Prendeva appunti come gli altri compagni di corso e, quando scriveva, dai suoi occhi si sprigionava una luce speciale, una luce che esprimeva gioia, la gioia di partecipare ad un sogno collettivo di cui anche lei si sentiva protagonista.

I suoi scritti erano sempre fantasiosi e ricchi di ironia perché, quando scriveva, Monica era davvero un'altra persona; riceveva sempre i complimenti sia dei compagni che del professore, tutti consapevoli delle sue innate capacità. Riusciva, tramite i suoi racconti, a trasmettere un lato molto bello di sé che normalmente teneva nascosto. La sua solita timidezza la frenava molto nel rapporto con le altre persone ma non nella scrittura. Quello era il suo mondo e il suo modo di vivere. Quel corso le era stato consigliato dalla sua terapista convinta che l'avrebbe aiutata a sentirsi più a suo agio insieme agli altri, facendo tra l'altro la cosa che più le piaceva in assoluto. Seppure con qualche perplessità iniziale lei aveva deciso di mettersi in gioco e ora sentiva di non poterne più fare a meno. Adorava i versi, di qualunque tipo essi fossero. Adorava i racconti horror, le favole, le filastrocche in rima, le poesie. Imparava sempre qualcosa di nuovo da aggiungere al suo bagaglio.
Ogni lezione
parole in libertà
su fogli bianchi
Il suo sogno di diventare una scrittrice stava piano piano prendendo forma.

Man mano che andava avanti con la scuola aveva imparato sempre più ad aprirsi, a confrontarsi con gli altri e con l'insegnante. Aveva capito che in fondo le sue sensazioni e i nodi che aveva dentro appartenevano anche agli altri, almeno a qualcuno. Sentiva nelle parole o nei versi poetici dei compagni le sue stesse difficoltà e questo sentirsi alla pari la stava aiutando a superare la sua timidezza. Un giorno, il racconto di un viaggio che aveva scritto e presentato entusiasmò tutti e un largo sorriso si dipinse sul suo viso; si sentì felice ed emozionata come poche volte nella sua vita. Aveva conquistato gli altri e gli altri avevano conquistato lei. Con un gesto della timidezza pur sempre presente, si portò una mano davanti alla bocca e abbassò gli occhi. Al termine della lezione, per la prima volta Monica si unì al gruppo e si recò assieme agli altri al solito baretto per prendere l'aperitivo in compagnia e scambiare quattro chiacchiere. L'atmosfera del locale, luci basse e pareti dorate, invitava ad un'intimità di sguardi e parole del tutto nuovi per lei. Emozioni confuse ma prepotenti si mischiarono presto al profumo della sua pelle che cambiava chimica ad ogni istante; quella che era partita come prova di socialità con i compagni di corso e lotta alla solitudine fin poco prima autoimposta, si trasformò, fra i contorni sfumati di un vino rosso corposo e rotondo, in una esperienza dei sensi che la lascio senza fiato.

Inaspettatamente, improvvisamente, e in un modo che si rivelò del tutto inevitabile come una sciagura naturale e devastante, Monica si accorse, per la prima volta, di quegli occhi che la scrutavano con l'intensità del vetro fuso e incandescente nella sua forma primitiva. Scoppiò a ridere piangendo nel minuscolo bagnetto del locale che aveva ambizioni di metropoli ma stava ai confini della provincia, tra salviette di finto cotone e pot- pourri pretenziosi. Gli occhi la fissavano decisi ma indulgenti, non si incontravano dal secolo scorso, letteralmente. Erano altre latitudini, un altro continente. Si pulì la faccia, il trucco stava colando e incominciò a parlare. Non è qui che pensavamo di arrivare, vero?
Accarezzò l'immagine riflessa allo specchio e sorrise. Si fece più decisa, risoluta e aprì la porta del piccolo bagno. Non era la stesa porta che si era chiusa dietro di lei. Non era nemmeno la stessa lei. Aveva gli occhi diversi. Aveva gli occhi della ragazza che era stata 20 anni prima, quando il mondo era tutto una conquista e la vita un infinito mare di possibilità.
Alla fine
i miei passi
muovono
a mezza via
o in alto mare
del mio inizio.

Fine


Il colore nero
Quando si dice che un oggetto è nero lo si fa per indicare uno dei tanti colori del mondo. Può sembrare strano ma per me non è così. Per me la parola colore è sinonimo di vivacità, allegria, passione. Per me i colori veri sono il rosso, il verde, il giallo e tutti gli altri che si vedono nell'arcobaleno, quelli cioè che fanno brillare gli occhi, che fanno spaziare la mente, che vengono dopo un temporale e fanno sognare sorrisi. Non ho mai immaginato che possa esistere per esempio un orizzonte nero, un arcobaleno con dentro il nero, un cielo nero, un mare nero. Dovrei dire che anche il bianco non è un colore perché non è nell'arcobaleno, ma è una cosa diversa. Il bianco è come un foglio che prima o poi si riempie, è un'attesa, una speranza, un lenzuolo, un abito da sposa. Il nero no, il nero è già qualcosa che è avvenuto, è un arrivo, è una fine che non torna, è una porta chiusa, una saracinesca. Il bianco è l'inizio, il nero è la conclusione, il nero è "the end". Il nero è un corvo, il catrame, la cenere dopo un fuoco acceso, un pozzo senza fondo, è il carbone dei bambini cattivi nella notte della Befana, è il brutto anatroccolo; il nero è il buio, anzi è il buio ancora più buio; il nero è silenzio, l'ombra dell'ombra, un tunnel, una galleria lunga; certo, dovrei aggiungere che il nero è anche uno schizzo, la nota di uno spartito, un vestito a festa ma non riesco a farlo; per me il nero è soprattutto un accompagnamento, un lutto, una sconfitta.


6 parole iniziali + 50
Dal giardino Alessandro guarda sua madre seduta vicina al bassotto chiamato Infinito in omaggio a Leopardi, il suo poeta preferito. Guarda, mamma, grida Alessandro! E' sbocciata una rosa; ieri era ancora chiusa. Avevo immaginato risponde avvicinandosi a lui per guardare, stamattina c'era nell'aria un profumo di mirra, un profumo di rosa antica che già conosco.

Domande per Pericle Camuffo
Come si fa ad essere malinconici quando si ha il piacere e la gioia di andare a letto con decine di donne?
Nel modo crudo di descrivere le tue storie e i tuoi personaggi pensi di essere stato influenzato dai libri di Bukowski?


Marta si alza dalla sedia e guarda l'orologio. Ora devo andare dice rivolgendosi a Francesco che stava seduto nella poltrona accanto alla sua. Sarei rimasta ancora un poco ma devo proprio andare, la strada è lunga e presto arriva il buio. Fermati ancora un momento, sei stata tanto tempo senza venire a trovarmi, parliamo ancora un po' di noi. No, Francesco, ho paura di rimanere bloccata per strada, sento che si sta avvicinando un temporale. Strano, ribatte Francesco, le previsioni davano un tempo sereno almeno fino a domani. Non credo sia così, conosco bene l'odore della pioggia e i fischi di quando un vento si avvicina. Io e mio marito abbiamo vissuto diversi anni a Domodossola dove piove spesso e proprio lì ho imparato a sentire in anticipo, come gli animali, il rumore dei lampi e dei tuoni. Vieni a guardare disse poi avvicinandosi alla finestra, vedi quante nuvole basse? Non si vede più neppure il cielo. Si, è vero, ma fermarti almeno fino a quando cesserà il temporale. No, no, grazie Francesco, sarei rimasta ancora un poco ma devo proprio andare, mio marito e mia figlia mi aspettano per la cena e io torno sempre a casa quando è sera.


La mia piazza preferita
Forse per me sarebbe più semplice descrivere una piazza famosa vista nei miei viaggi del passato. Mi riferisco a Piazza S. Pietro, a Piazza della Città Vecchia a Praga, alla Gran Place di Bruxelles, alla Plaza Mayor di Madrid, a Piazza del Campo a Siena e a tante altre ancora, ma devo confessare che, pur nelle loro bellezza, sono luoghi che non sento miei. Sento invece più vicina a me la Piazza 24 Maggio di Cormons che negli ultimi quarantasei anni ho visto centinaia e centinaia di volte soprattutto perché ho abitato parecchio tempo da quelle parti svolgendo anche la mia attività professionale. Sulla piazza si affaccia il Palazzo Locatelli, di stile palladiano e costruito nel diciottesimo secolo da una nobile famiglia bergamasca. Qui hanno trovato degna dimora da molti anni il Municipio e l'Enoteca cittadina. In questa piazza, in verità, non ci sono bellezze architettoniche e, anche se si tratta di una copia, l'unica opera artistica di discreto valore è il "lanciatore di sassi" eseguita, all'inizio del Novecento, dallo scultore Alfonso Canciani, nato a Brazzano di Cormons. Il giovane lanciatore rivolge la mano col sasso contro il vicino campanile del Duomo e simpaticamente, quando lo guardo, mi pare di vedere in lui uno scugnizzo napoletano. La vicina fontana con i suoi zampilli è sicuramente moderna e i due bar che costeggiano la piazza, pur accoglienti, sono molto semplici. Anche i lampioni sono molto semplici ma di sera quando mi capita di passare vicino a loro ,la luce mi sembra diversa da quella degli altri lampioni, è più calda, quasi famigliare. La piazza in primavera ed in estate diventa il salotto della città e si respira un'aria mitteleuropea. Persone del luogo e turisti, in gran parte austriaci e tedeschi, all'ora dell'aperitivo e soprattutto al tramonto siedono all'aria aperta sorseggiando la bontà dei vini del Collio e gustando un piatto di buon prosciutto. In quei momenti la piazza diventa una piazza allegra, spensierata, direi felice. Le persone si scambiano sguardi, sorrisi, parole ma senza mai eccedere. Tutto è misurato. Non c'è confusione, non ci sono risate fragorose o schiamazzi come succede altrove. Anche io mi siedo ogni tanto fuori dal bar e quasi senza volere mi trovo spesso a guardare in alto e con mia sorpresa vedo il cielo che mi mostra sempre il suo colore migliore, il colore azzurro. Perciò forse io amo questa piazza. Mi affascina anche aspettare l'arrivo del vento, sentire la sua voce. Certe volte, dall'alto del Monte Quarin, la brezza giunge fino a me e mi sfiora, poi si allontana e poi ritorna. Nelle giornate afose mi provoca una sensazione gradevolissima. Sembra che porti con sé il profumo delle ciliegie, di quelle ciliegie che fino a cento anni fa, partendo dal famoso mercato di frutta della piazza, raggiungevano ogni parte del vecchio continente austroungarico. Arrivavano fino ai mercati di Vienna, di Varsavia, di San Pietroburgo. E allora immagino di vedere, come succede nei sogni, belle e giovani donne mentre, nei campi, spensierate e gioiose raccolgono le ciliegie dai rami più bassi e penso a quanto mi sarebbe piaciuto essere stato anche io un contadino e avere intonato un canto allegro insieme a loro.


Il mio animale preferito
Dicono che i nati come me sotto il segno dell'Acquario sono persone che hanno uno spirito indipendente; amano essere liberi, senza padroni, un po' come i gatti e quindi sarebbe stato per me quasi naturale avere come amico uno di questi felini o magari più di uno. Sfortunatamente mia moglie è allergica al loro pelo e quindi non li frequento molto. Ho avuto modo invece di conoscere più da vicino i cani e sono diventati i miei animali preferiti. Il mio primo cane è stato un cocker, regalato a me e a mia moglie moltissimi anni addietro. Eravamo in vacanza dai miei genitori e lo zio Giuseppe, grande cacciatore, ci regalò un cocker con cui facemmo il viaggio di ritorno da Reggio Calabria a Cormons in automobile, naturalmente con le dovute frequenti soste lungo la strada. Si chiamava Dick. Adesso c'è Camilla, un bassotto voluto da mia figlia e che ormai è diventato come la mia ombra, anzi di più perché sta con me anche quando non c'è il sole. Passo con lei tutto il tempo che non passo con l'anima e anche lei fa la stessa cosa perché dalla sensibilità che dimostra penso proprio che anche lei abbia un'anima o forse solo lei. Pur non avendo fatto io un corso per cani e lei un corso per uomini devo dire che ci capiamo molto. Io so per esempio quando lei ha fame e lei sa quando io ho sonno. Siamo in tale sintonia che in questi casi ci accontentiamo a vicenda. Io le do da mangiare e le faccio compagnia, magari con un dolce, e lei mi lascia dormire stando vicina, ai bordi del letto. Camilla ha qualcosa che io non ho e non mi riferisco solo alle sue quattro zampe rispetto alle mie due gambe, ma sto pensando soprattutto alla potenza del suo udito e del suo olfatto. Lei comincia ad abbaiare già quando qualcuno ha solo il pensiero di venire a casa mia e l'intensità del tono aumenta sempre di più man mano che la persona si avvicina. Con noi famigliari succede la stessa cosa con la differenza che il suo abbaiare non è mai molto deciso e insistente ma ha un qualcosa di tenero, di morbido, forse di affettuoso o almeno così a me pare. Per quanto poi riguarda l'olfatto Camilla è ancora più speciale. Quando la porto a passeggio lei si ferma spesso sul ciglio della strada ad annusare gli odori e si sofferma soprattutto sugli odori cattivi. Lei distingue facilmente gli odori cattivi da quelli buoni. Io invece non ho questo dono. Molte volte penso di essere accanto ad una persona buona e solo parecchio tempo dopo mi accorgo che mi ero sbagliato. Ogni tanto la porto a fare un giro in paese con la macchina. Lei si appoggia al finestrino laterale e guarda il paesaggio. Sembra una di quelle persone che dentro i pullman fanno i giri turistici delle grandi città. Ogni tanto si gira verso di me forse per chiedermi di spiegarle cosa c'è intorno a noi. Tornati a casa va a sistemarsi soddisfatta nella cuccia vicina al termosifone e attende che io le prepari qualcosa di buono da mangiare. Ci sono altre cose che avrei voluto scrivere che riguardano i cani, in particolare il mio, ma devo concludere perché devo uscire per un impegno improvviso. Avrei fatto bene a iniziare a scrivere questo breve racconto qualche giorno prima. Peccato! Oggi mi sta succedendo la stessa cosa che mi capita con le persone che mi stanno a cuore; ritardo di dire quello che provo per loro e quando poi decido di farlo è ormai troppo tardi, il tempo è finito.


Riflessione dopo la lettura della poesia "Possibilità" di Wislawa Szymborska
La prima cosa che ho fatto dopo aver letto la bellissima poesia dal titolo "Possibilità" di Wislawa Szymborska è stata quella di confrontare le preferenze della poetessa con le mie. Questo sì, questo no, questo forse e così via. Gli elenchi lunghi finiscono sempre per annoiarmi ma in questo caso non è successo. Ho cercato di capire come mai io sia rimasto incollato con curiosità quasi morbosa a leggere la poesia fino alla fine e credo di averlo capito. E' stato perché non si è trattato di leggere un mero elenco di possibilità ma nei lunghi versi mi è sembrato di vedere le storie della vita di ognuno di noi, con le nostre preferenze ,i nostri dubbi , i nostri interrogativi e i nostri desideri. Nella poesia non si parla solo di una cosa ma in tutta la poesia si percepisce sempre la stessa cosa. Un desiderio cioè di indipendenza, di libertà, di anticonformismo (preferisco le eccezioni) di amore per i deboli (preferisco i paesi conquistati a quelli dei conquistatori) di rifiuto per le regole "a prescindere" e spesso un'ironia (preferisco parlare con i medici d'altro) che rende meno pesante la profondità dei temi trattati. Questa poesia s'interroga anche sui problemi dell'esistenza ma le parole sono proposte con grande semplicità per cui non serve essere cattedratici per capire il senso e il significato del brano. In questa poesia il verso è libero come se si trattasse di uno scritto di prosa ma la musicalità delle parole scelte dà un ritmo dolce e nello stesso tempo deciso e direi quasi incalzante a tutta la poesia. Si ha l'impressione che i versi vogliano proporre qualcosa al lettore, dare messaggi da seguire, da fare propri, da provare a condividere o magari da lasciarli cadere nel nulla dopo una personale riflessione( preferisco non affermare che l'intelletto ha la colpa di tutto).In questa poesia vengono affrontati temi filosofici, enigmi esistenziali (preferisco prendere in considerazione perfino la possibilità che l'essere abbia una sua ragione) ma non ci sono momenti, per esempio, che rimandano al femminismo, come succede più volte con molti poeti donne e questo mi sembra un merito perché, secondo me, la poesia non deve essere scritta per i maschi o per le femmine ma è per tutti. Quello che mi ha molto gratificato dopo aver letto questa bellissima e originale poesia, è stato constatare che molte delle cose preferite da Wislawa Szymborska piacciono anche a me e quindi avere riscontrato che anche i piccoli poeti possono sentire dentro di loro quello che posseggono i grandi poeti. Anche questo fa parte delle "emozioni"?


Dalla finestra del castello
Era una mattina particolarmente ventosa. Era come se gli alberi, i fiori e le foglie si fossero svegliati all'improvviso da una tempesta fatta di vorticosi flussi d'aria. Intorno al castello si udivano i suoni prodotti dal vento e tutto sembrava concorrere a far nascere una sinfonia, una sinfonia ascoltata tante volte in quel luogo d'incanto.
La principessa, noncurante del vento e del freddo, anche quella mattina, assistita dallo scudiero, si avvicinò a Ribot, il suo cavallo prediletto e iniziò la sua solita cavalcata percorrendo a tutta velocità i mille e trecento metri quadrati del bosco intorno al castello, per poi rientrare piena di gioia.
Dall'alto della finestra della stanza da letto, il principe osservava ogni giorno quello che era ormai diventato quasi un rito, una piacevole visione. Seguiva con un cannocchiale la sua sposa fino a quando lei scompariva dietro una grande curva e poi rivolgeva la sua attenzione verso i giardinieri che intanto iniziavano a eseguire il loro lavoro quotidiano lungo i viali. Erano due giardinieri che rastrellavano i petali ormai in agonia delle camelie, irrigavano il giardino e controllavano, fra l'altro, con attenzione i muri tappezzati di rose e di limoni. Gli zampilli di una grande fontana davano un aspetto ancora più suggestivo alla bellezza di quel luogo e il principe, dopo colazione, trascorreva parecchio tempo ad ammirare dall'alto tutto ciò che considerava essere una sua creatura.
Verso le nove del mattino, dopo aver curato minuziosamente il suo aspetto, il principe scendeva dalla sua stanza e andava sempre a raggiungere la sua sposa ritornata dalla lunga cavalcata. Un bacio sulla guancia e poi la mano nella mano a raccontarsi, incuranti del freddo, le prime emozioni della giornata.

18/01/2017


Per uno che, come me, ha vissuto sempre in città leggere "Il Bestiario" dello scrittore messicano Juan José Arreola è stato come frequentare una serie di lezioni sul mondo degli animali, soprattutto di quelli che vivono nei boschi ,nelle paludi, nei luoghi lontani dalla quotidianità. E' stato come immergersi in una natura viva, vera ma nello stesso tempo anche fantastica, quasi surreale. Ciò che mi ha più emozionato non è stato tanto leggere la descrizione dettagliata delle caratteristiche anatomiche e delle condizioni di vita degli animali presi in esame ma è stato soprattutto scoprire quasi un po' della loro anima ed in certi casi è stato come accompagnare pagina dopo pagina il loro andare incontro ad un destino già segnato, già fatalmente deciso dalle leggi della loro natura. Mentre leggevo il libro mi sembrava di avere quegli animali di fronte a me e di percepire l'odore nauseante dei loro escrementi senza però provare repulsione o disgusto. Sentivo lo stesso effetto di quando si assume una medicina amara che però si sa essere utile per fornire all'organismo qualcosa di cui ha bisogno. Mi pareva che gli odori nauseabondi di quegli animali si attaccassero alla mia pelle senza però che sorgessero in me segni di rifiuto, di ribellione. Mi sembrava, in quei momenti, di essere anch'io un animale che vive nei boschi e nelle paludi, un ippopotamo o un orso con le sembianze di uomo e forse questo era anche l'intento dell'autore, descrivere cioè l'essere umano attraverso l'analisi del mondo degli animali. Bestiario è un libro che incuriosisce subito grazie anche allo stile dell'autore che mostra un approccio diretto, spontaneo, privo di fronzoli e di ammiccamenti. E' un libro che certamente tornerò a leggere in futuro proprio per riassaporare con la mente gli odori di quel mondo unico e affascinante, per rivedere le abitudini di quegli animali e i luoghi del loro vivere. Posso dire, con assoluta convinzione, dopo questa lettura, alleggerita e resa meno cruda dall'ironia dell'autore, di conoscere meglio il mondo di tanti animali come per esempio il carabao o l'axolotl, dei quali prima mi era noto soltanto il nome e forse neanche quello.


Ho un bassotto di nome Camilla

29/04/16
Mi guarda con occhi languidi come solo lei sa fare quando mi chiede di uscire. E' Camilla, il mio bassotto. Lei sa che a quell'ora, alle 9 di mattina, la porto con me a fare un giro in paese, ma oggi piove e non è prudente farla uscire. Quando lei cammina, il suo ventre, come quello di tutti i bassotti, tocca quasi per terra e giornate di pioggia come questa potrebbero procurarle qualche malanno. Ma lei insiste, inizia a gemere, sembra non capire perché stiamo rimanendo a casa. Mi intenerisco, la metto sul sedile della macchina ed esco con lei. Dal finestrino vicino al sedile lei guarda fuori con molto interesse. Sembra una di quelle persone che, sedute sui pullman, fanno i giri turistici delle grandi città. Questo è il parco dove prima c'era la caserma, le dico, e adesso ti porto sul viale Roma dove i ragazzi vanno a scuola. Lei non si gira, non vuole interrompere le mie spiegazioni. Poi, arrivati nella piazza del mercato, mi guarda come se volesse chiedermi cosa fa lì tutta quella gente. E' venerdì rispondo e tutti i venerdì è giorno di mercato. L'accarezzo sul collo e mi avvio senza accelerare verso casa.

30/04/16
Camilla abbaia. Guardo l'orologio. Sono le sette di mattina. Come mai è agitata così presto? E' il contadino, spiega mia moglie alzandosi velocemente dal letto. L'ho fatto venire per mettere a posto il giardino. Bene, bene le rispondo anche se avrei certamente preferito vederlo arrivare un'ora dopo. Camilla non abbaia più. In passato ha già visto quell'uomo e perciò, dopo averlo riconosciuto, si tranquillizza immediatamente. Camilla è molto curiosa e si avvicina alla porta che dà sul giardino. Vorrebbe uscire per vedere cosa fa Michele, il giardiniere. Mi assicuro che i cancelli di casa siano ben chiusi e poi la lascio andare. Per fortuna oggi non piove, il terreno è abbastanza asciutto e lei saltella felice fermandosi ogni tanto ad annusare l'erba, soprattutto quella dove sono più intensi gli odori.
01/05/2016

E' incredibile. Quando mi vesto il mio cane capisce subito, in base alla lentezza o velocità dei miei movimenti, se posso farlo uscire con me oppure se ho fretta e dovrò lasciarlo a casa. Oggi è proprio uno di quei giorni in cui non potrò portarlo con me. Per fortuna ci sono mia moglie e mia figlia che possono accudirlo. Fra l'altro sta anche piovendo e sarebbe stato complicato portarlo a fare il nostro solito giro in paese. Mia figlia è molto affettuosa con Camilla, più di me. La fa giocare nel corridoio di casa lanciandole giocattoli di pezza e quando poi è stanca la prende in braccio e l'accarezza. Giuro che non saprei dire chi è più felice tra il cane e mia figlia, forse lo sono in egual misura. Sono rientrato a casa all'ora di pranzo. Lei ha cominciato ad abbaiare prima che io aprissi il cancello. Ha un udito formidabile, come tutti i cani. L'accarezzo ed è contenta. Capisce che passeremo il pomeriggio insieme.

02/05/2016
Stamattina il cielo è grigio ma non piove. Il mio cane è già pronto per andare fuori. L'automobile però non vuole partire. La batteria è scarica e dobbiamo per forza uscire a piedi. Niente male. Ci avviamo per le strade vicino casa come abbiamo fatto tante altre volte in passato. Camilla ha delle preferenze. Fa resistenza quando voglio portarla nelle strade dove ci sono grossi cani che abbaiano e si lascia invece condurre senza problemi se mi avvio verso luoghi tranquilli specialmente se gli odori dell'erba sul ciglio della strada sono forti o addirittura maleodoranti. Grazie alla potenza del suo olfatto lei distingue facilmente se un odore è buono o se invece è cattivo. Io, al contrario, non distinguo sempre; tante volte penso di trovarmi accanto a una persona che profuma di buono ma dopo mi accorgo che avevo sbagliato completamente. Non ho purtroppo l'olfatto del mio cane. Alle 11.00 è arrivato il mio meccanico di fiducia per sostituire la batteria scarica con una nuova. Camilla ha abbaiato piano e solamente due volte. Aveva capito subito che quel signore era venuto per aiutarci.

03/05/16
Sono le otto e mezza e il sole splende come non ha mai fatto in questi ultimi tempi. Camilla si avvicina al posto dove si trova il guinzaglio per farmi capire che non vede l'ora di uscire. La prima tappa è verso il panificio per comprare il pane e la seconda alla Scuola Media di viale Roma. Devo concordare con la Dirigente Scolastica una data per consegnare, da parte del mio Lions Club, un premio alla studentessa che ha eseguito il miglior poster sul tema della pace. Camilla resta in macchina. Lascio leggermente aperto un finestrino per farla respirare bene e mi avvio verso la segreteria della scuola. Lei non abbaia. Sa che non posso portarla con me. La stessa situazione si è verificata negli ultimi anni e lei ricorda tutto. Incredibile! E' come se avesse in testa un diario dove annota tutto quello che succede e che rilegge al momento opportuno. Mi sorprende sempre di più. Lei conosce alla perfezione le mie necessità e si adatta subito. Ha aspettato in macchina circa 10 minuti. Al ritorno siamo andati a fare una breve passeggiata nella strada di campagna adiacente alla scuola. Il sole era sempre alto nel cielo, un cielo limpido e azzurro come nei migliori giorni di primavera. Tutto intorno regnava il silenzio. Si sentiva soltanto in lontananza il rumore di un trattore e vicino a noi il canto di due pettirossi che, sui rami di un ciliegio, cinguettano tra di loro. A mezzogiorno il postino ha suonato il campanello di casa per consegnarmi una raccomandata. Camilla ha cominciato ad abbaiare ed ha finito solo quando lui è andato via. Lei sa da tempo quali sono i suoi due compiti principali. Il primo è quello di fare la guardia ed il secondo quello di farmi compagnia quando non sto bene e ho voglia di riposare senza vedere nessuno.

04/05/2016
Stamattina, come spesso succede, sono andato con il mio cane a salutare i miei vicini di casa. Loro sono sempre molto gentili con me e ogni volta mi offrono il caffè con dei biscottini. I loro sguardi sono tutti per Camilla a cui sono molto affezionati. Anni addietro loro avevano un cane di nome Benny che poi è morto. Quando accarezzano il mio mi accorgo che nei loro occhi sta per spuntare una lacrima e allora racconto subito qualcosa di allegro per distrarli, per non farli soffrire. Loro hanno un giardino ben curato e non si arrabbiano se Camilla, con le sue scorribande, provoca qualche piccolo guaio nell'orto. La perdonano, le vogliono tanto bene. Oggi avrei voluto parlare un po' di più del mio cane, dire di lui cose che in questi giorni non avevo ancora detto ma nel pomeriggio ho un impegno a Udine e perciò non potrò farlo, dovrò tenere tutto per me. Peccato! La stessa cosa mi succede ogni tanto con certe persone; rimando di raccontare le cose che ho intenzione di dire loro e quando poi decido di farlo è ormai troppo tardi, il tempo è finito.

L'orologio
E' sempre stato appeso a una parete della cucina di casa fin dal momento in cui l'ho ricevuto in regalo dalla signora Brandolin, una mia vecchia paziente ed amica della famiglia di mia moglie. E' successo in occasione del mio matrimonio, nell'aprile del 1977. Si tratta di un piatto di porcellana bianca con orologio incorporato. Il piatto ha dodici centimetri di diametro ed ha i numeri romani. L'orologio è alimentato da una pila ed il quadrante è decorato con fiori gialli, verdi e rosa. Questi ornamenti sono distribuiti lungo tutto il perimetro del quadrante e i loro colori sono tenui, delicati, sfumati. Guardando i fiori da lontano si ha l'impressione di vedere dei piccoli serpenti ma poi avvicinandosi si capisce subito che si tratta solamente di fiori, fiori esotici di cui purtroppo non conosco il nome. La lancetta dell'orologio che segna i secondi è stretta e lunga ed ha un colore rosso amaranto mentre le lancette che segnano i minuti sono più corte, più spesse e di colore nero. Sul retro del piatto sono contrassegnate le parole "Le trefle Limoges Francia Noblesse Qualite tradizione Porcelaine de Limoges". Scandisce il tempo in modo preciso e si mantiene ancora in ottime condizioni nonostante abbia quarant'anni di vita o addirittura di più se si considera l'anno di produzione. Il movimento delle lancette è impercettibile e non si sente alcun ticchettio neppure nel silenzio della notte. Il gancio è costituito da un sottile ma resistente piccolo triangolo metallico. Il piatto si toglie facilmente dal chiodo attaccato al muro e si riappende altrettanto facilmente. Dire che sono molto affezionato a questo oggetto forse è dire troppo, ma affermare che lo considero alla stregua di un grande amico è sicuramente una cosa vera. L'ultima domenica di marzo quando ogni anno viene introdotta l'ora legale sono io che lo stacco dalla parete e sposto le lancette dell'orologio sessanta minuti in avanti. La stessa cosa succede nell'ultima domenica di ottobre quando viene reintrodotta l'ora solare e io riporto le lancette indietro di un'ora. Sono queste le occasioni in cui mi sento molto legato a lui. Mi viene quasi la voglia di accarezzarlo e quando muovo le lancette cerco sempre di essere cauto, di avere la leggerezza di una piuma quasi avessi paura di fargli male. Tante volte l'orologio si è fermato perché si era esaurita la batteria ma, dopo la sostituzione della pila, ha sempre ripreso normalmente la sua funzione. In quei momenti ho sempre tenuto il fiato sospeso per paura che potesse essersi fermato per sempre.

L'aereo decollò puntualmente alle ore 19.00 da Ronchi dei Legionari e insieme a mia moglie arrivai all'Aeroporto di Roma Fiumicino un'ora dopo. Alle 22,00 la coincidenza per Reggio Calabria e dopo un tranquillo viaggio l'arrivo puntuale nella mia città natale. Qualche minuto prima di atterrare, dal finestrino dell'aereo, avevo potevo ammirare lo Stretto di Messina, cioè quel braccio di mare che separa la Calabria dalla Sicilia, e anche un tratto della costa calabra e la città illuminata che si specchiava nel mare. Cominciavano in quel momento a nascere dentro di me tempeste di emozioni. Scendendo dalla scaletta dell'aereo iniziavo già a sentire addosso l'odore della mia terra, quel profumo di fiori e di limoni che avevo da tempo dimenticato. Erano passati cinque anni da quando avevo visto per l'ultima volta la mia città ma mi sembravano dieci, venti o forse più. Natale, il mio fratello maggiore, ci attendeva nella sala d'aspetto dell'aeroporto e ci accolse con un grande sorriso anche se i suoi occhi erano visibilmente stanchi per l'ora tarda. Il matrimonio del mio pronipote Davide, principale motivo del nostro viaggio, ebbe luogo il giorno dopo. La cerimonia in chiesa si svolge a Messina, città della sposa, e il pranzo di nozze in un ristorante vicino a Taormina. Quando al mattino salii sulla nave traghetto che ci portava in Sicilia un accavallarsi di immagini e di ricordi mi tornarono alla mente. Tanti momenti e situazioni che riguardavano i miei viaggi sul mare negli anni degli studi universitari proprio a Messina. Vidi scorrere, come in un film, i miei ritorni a casa dopo un esame superato e l'abbraccio dei miei genitori, le cene frugali alla casa dello studente, gli scherzi con gli amici, le ore piccole in compagnia dei libri, gli innamoramenti, le prime confidenze con l'amore. Nonostante fosse il 23 dicembre quel giorno non pioveva, non c'era vento e la temperatura era abbastanza mite. Il matrimonio fu una buona occasione per rivedere tante persone care. Oltre ai miei due fratelli e a mia sorella incontrai i cognati e poi tanti nipoti e pronipoti. Scambio di baci, di sorrisi, di gesti affettuosi. C'erano persone di tutte le età, da mio cognato Francesco di novant'anni a una mia cugina al sesto mese di gravidanza, in pratica il passato e il futuro di una piccolissima fetta di quella città. I parenti e gli amici mi parlavano spesso in italiano, per delicatezza, pensando che io avessi dimenticato il nostro dialetto. Non immaginavano che ricordavo perfettamente tutto e restavano piacevolmente sorpresi nel constatare che lo parlavo ancora come loro, come se non fossi andato mai via da quel luogo, o come se fossi stato via solo qualche mese o poco più. Il pranzo nuziale si protrasse fino a sera. Dopo il brindisi con gli sposi abbiamo potuto gustare una lunga varietà di specialità siciliane. Fra tutte, gli involtini di pesce spada alla messinese, il cartoccio di cernia con le olive, la parmigiana di melenzane e infine la torta fatta con pasta di mandorle, crema di ricotta e pan di spagna. Durante il viaggio di ritorno per Reggio Calabria sono andato per un momento sul pontile della nave a guardare il mare. Soffi di vento mi arrivavano dritti sul viso e mi scompaginavano i capelli ma io non sentivo alcun fastidio, era come se stessi sognando, la stessa sensazione di quando qualcuno ti accarezza e ti prende per mano. L'aereo per il ritorno a Cormons era nel pomeriggio del giorno dopo. Prima di ripartire avrei dovuto esaudire alcuni miei desideri e così di primo mattino mi recai in cimitero a dare un saluto ai miei genitori, poi una piccola sosta nella casa e nel giardino della mia infanzia, un sorso d'acqua nella fontana dove nella mia giovinezza, seduto nel muro a semicerchio vicino, avevo trascorso ore ed ore con i miei coetanei a parlare di calcio, di ragazze e di progetti futuri. Prima del pranzo, seduto con mia moglie in un bar del lungomare, una granita alle more con una brioche, come ai miei vecchi tempi di scuola. L'aereo arrivo puntale la sera del 24 dicembre a Ronchi dei Legionari,giusto in tempo per trascorrere la notte di Natale con nostra figlia Elena e con Camilla, il mio bassotto.
 

L'uomo saliva a fatica la strada che si inerpicava erta. Era vestito con indumenti di tela molto leggeri, portava un cappello di paglia. Sotto braccio un cavalletto e una cassettina custodia. Col caldo sudava al sole del mezzogiorno ma lui non si faceva cura. Gli occhi chiari cercavano la fine della salita dove si sarebbe fermato a pigliare fiato. Si strofinò con la manica il naso aquilino e mise a posto i suoi capelli scuri mossi dal vento. Giorgio non vedeva l'ora di mettere su tela il progetto che aveva in mente. Per questa sua passione aveva lasciato il lavoro qualche anno prima di andare in pensione. La mostra si sarebbe tenuta tra due mesi ed era quasi tutto pronto. Era la sua terza mostra perché la passione per la pittura l'aveva rapito già da molti anni. Lui amava i paesaggi e la natura viva. Aprì il cavalletto, fissò la tela e cominciò a strizzare i colori sulla tavolozza. Era entrato nel suo mondo.Giorgio conosceva i lavori di Claud Monet, di Pissaro, di Cézane e di altri famosi pittori impressionisti ma non si ispirava a nessuno di loro. Questo apparente difetto le dava però il vantaggio di guardare alla natura senza precostituite impalcature mentali. Lui fissava le immagini nella loro immediatezza, nel loro primo apparire alla retina e alla coscienza e le trasferiva tutte, come per incanto, alle sue tele. Era particolarmente attratto dagli alberi, forse perché nell'albero vedeva la sua stessa immagine. Anche quel giorno ne dipinse uno, un castagno. Del castagno amava rappresentare soprattutto la corteccia rugosa ricca di lenticelle trasversali allungate e la chioma espansa e ben ramificata. Anche quel giorno, come al solito, prima schematizzò in maniera accurata le parti dell'albero con la matita e poi aggiunse i colori realistici. Dopo tre ore, soddisfatto del proprio lavoro, rimise la tela nella custodia e prese la via del ritorno. Aveva appena superato la prima curva quando, sul lato destro della strada, notò la presenza di un cane, un cane dall'atteggiamento spaesato tanto da fargli supporre che si fosse smarrito o che fosse impaurito per qualche rumore particolarmente strano che aveva sentito in anticipo e che stava per arrivare. Giorgio non sapeva come comportarsi. L'istinto gli suggeriva di avvicinarsi subito per aiutarlo, la mente invece gli consigliava di essere prudente. Pensò come sarebbe stato più facile se anche lui avesse avuto una coda da scodinzolare per farsi capire. Sorrise. Poi decise di avvicinarsi senza fare gesti affrettati ma nello stesso tempo neanche troppo lentamente per non allarmare il cane e fargli magari pensare che volesse tendergli un agguato. Aprì la borsa dove solitamente portava la merenda quando andava a dipingere e allungò all'animale un po' di pane e prosciutto che fortunatamente non aveva consumato. Il cane sembrò tranquillizzarsi. Giorgio, per un momento, pensò di portarselo a casa e accudirlo. Era un bel cocker di colore marrone, gli occhi scuri, le orecchie penzolanti fino al garrese e un mantello folto e setoso. Subito però scartò quell'idea. Pensò al dolore che avrebbe avuto il padrone non vedendolo tornare a casa e al dolore che anche il cane avrebbe avuto non vedendo il suo padrone. Senza indugiare troppo, telefonò ai carabinieri del paese e li mise al corrente di quanto stava succedendo. Al loro arrivo, riprese velocemente il cammino verso casa con dentro di sé un forte desiderio di rivedere il suo dipinto prima che tramontasse il sole.
 

Desiderio
Una parola che mi ha sempre attratto è la parola " desiderio". E' una parola che interessa tutti perché tutti abbiamo dei desideri. Qualcuno desidera essere ricco, qualche altro desidera stare bene in salute e qualche altro ancora essere corrisposto dalla persona che ama. Tutti desideriamo essere felici e ci adoperiamo perché ciò si avveri. La cosa strana del desiderio è che appena l'abbiamo soddisfatto siamo quasi più scontenti di prima e spesso troviamo più esaltante il momento del desiderio che il momento stesso in cui esso si realizza. Ho notato nei miei lunghi anni che quando manca il desiderio si è più tristi, più malinconici. Il desiderio fa fiorire ogni cosa, il possesso dell'oggetto desiderato a volte rende invece tutto logoro e sbiadito. Ci sono in verità situazioni in cui il desiderio può diventare morbosità, disperazione, ossessione, pazzia soprattutto quando entrano in gioco i tormenti e le tempeste dell'Eros , ma è anche vero che senza desiderio ci si avvicina più precocemente e mestamente alla fine dei propri giorni. Il desiderio racchiude dentro di sé emozioni, sentimenti, passione e questo mi basta per decidere di stare sempre al suo fianco. Non voglio rischiare di diventare e vivere come un essere vegetale. Non voglio confinarmi in quell'isola piatta dove nessuno potrebbe venirmi a cercare.
 

Vento
Una parola che amo molto è la parola "vento". Al solo pensarla sento subito dentro di me un senso di libertà che mi rapisce. Il vento mi piace in tutte le sue sfaccettature. Mi piace quando d'estate soffia leggero sulle vele delle barche, mi piace quando sbatte le imposte delle finestre di palazzi antichi o fa cigolare vecchie porte facendomi tornare bambino a fantasticare la presenza di fantasmi e mi piace quando, impetuoso, trascina foglie secche e vecchi rami verso le sponde dei fiumi. Questo suo diverso modo di manifestarsi assomiglia un po' al mio temperamento e forse perciò mi attrae. Infatti anche io a volte sono paziente, mite e buono, altre volte irrequieto nell'animo, turbolento, impulsivo. Mi piace il vento perché lo sento vicino anche quando non c'è. Diventa mio complice quando soffia sui capelli di una bella donna per mostrarmi interamente la sua bellezza, diventa compagno quando sono stanco e acciaccato e lui appiccica le foglie sui vetri della finestra per donarmi un suo pensiero, diventa infine amico quando mi asciuga le lacrime se non voglio farle vedere e quando nella salita verso casa mi alleggerisce la fatica spingendo il corpo stanco fino alla meta.
 

Cielo
Una delle mie parole preferite è "cielo". Mi ha sempre affascinato il cielo, fin da bambino. Ha sempre affascinato soprattutto il mio pensiero facendolo spaziare lungo i confini infiniti dell'immaginazione. Ho parlato e scritto di lui anche senza guardarlo. L'ho immaginato coperto dalle nuvole anche quando c'era tanto sole, perché in quel momento le nuvole erano dentro di me; ho scritto che era d'un azzurro infinito anche nei giorni di pioggia o di nebbia se però il mio cuore, in quei momenti, era sereno, limpido, luminoso. Di notte vedevo e vedo ancora stelle anche quando non ci sono e la luna mi sembra a volte più vicina. Succede quando sono felice e l'attesa del domani è piacevole. Nonostante le conoscenze scientifiche degli ultimi decenni che hanno "materializzato" gli astri e la luna, per me essi non sono cambiati. Sono gli stessi di quando ero piccolo e li vedevo dall'abbaino della soffitta o di quando più grandicello, passeggiando in riva al mare, alzavo lo sguardo verso l'alto e sognavo di realizzare i miei sogni piccoli o grandi. Mi confidavo con le stelle e con la luna parlando da solo a voce alta e mi sembrava che loro ascoltassero i miei desideri e i miei sospiri. Ancora oggi, seduto accanto alla vecchiaia, faccio tante fotografie del cielo e le conservo nella mia mente. Se un giorno lontano mi capiterà di non vederlo più, potrò almeno sfogliare ancora i suoi colori.
 

La fisarmonica era poggiata a terra e l'uomo era sdraiato sulla panchina, con gli occhi chiusi. Da lontano non riuscivo a capire se dormiva o se aveva qualche malanno. Mi sono avvicinato, gli ho mosso più volte il braccio e gli ho chiesto se aveva bisogno di aiuto. Lui ha aperto gli occhi, ha abbozzato un sorriso e mi ha ringraziato. Poi mi ha detto che non stava male ma che era soltanto molto stanco. Aveva risposto in italiano ma dall'accento avevo capito che si trattava di uno straniero. Mi spiegò, infatti, che era nato a Tarnow, in Polonia, e che viveva in Italia da circa due anni. Sperava di trovare un lavoro, un lavoro qualunque, e nel frattempo andava di sera a suonare nei ristoranti della città. Cercava di raccogliere, con le offerte, i soldi necessari per sé e per la sua famiglia, rimasta in Polonia. Mi raccontò che nella sua città natale da qualche tempo non si trovava più lavoro. Io gli credetti. Mi disse che suonava la fisarmonica da molti anni e che aveva frequentato la Scuola Superiore di Musica di Cracovia. Aggiunse che, oltre alla fisarmonica, aveva imparato a suonare anche il clarinetto, strumento che poi aveva abbandonato a causa di una grave malattia alle corde vocali. Io gli credetti. Mi parlò dei suoi quattro figli che avrebbero voluto studiare musica, come lui, e che non l'avevano fatto perché nessuno in famiglia poteva pagare le loro quote d'iscrizione al Conservatorio. Io gli credetti. Mi disse che non mangiava dal pomeriggio del giorno prima e che di notte, per stare al caldo, dormiva nella sala d'attesa della stazione centrale. Io gli credetti ancora.
D'altronde, come facevo a non credere a un uomo venuto da un'altra nazione, avanti con gli anni, amante della musica, sdraiato su una panchina in una grigia giornata d'inverno, senza nessuno vicino, con gli occhi gonfi e lo sguardo rivolto verso il cielo? E se anche avesse esagerato cosa cambiava? Gli regalai venti euro e lo salutai augurandogli un futuro migliore. Dall'altro lato della strada intanto dei ragazzi e delle ragazze, seduti al bar, chiacchieravano allegramente ad alta voce davanti a delle brioches, sorseggiando caffè e succhi di frutta. Avevano in mano biglietti di treno e mi era sembrato di sentire che avevano programmato per il giorno dopo una gita a Venezia, per il Carnevale. Tante maschere, oggi, ho pensato fra me e me. Iniziava intanto a fare freddo. Abbottonai il soprabito, girai con cura la sciarpa di lana intorno al collo e mi avviai a passo svelto verso casa. Erano quasi le dodici e anch'io cominciavo a sentire un po' di fame.
 

Dalla finestra
Oggi è stata per me una giornata speciale. Dopo una notte tranquilla trascorsa in riviera, ospite di un amico d'infanzia, all'alba mi sono affacciato alla finestra per guardare il mare. A me piace guardare il mare, anche d'inverno, anche quando diventa più grigio e l'orizzonte, a tratti, sembra scomparire. Mentre lo guardavo, improvvisamente, mi è venuto un forte desiderio di andare a vederlo da vicino. Non ho saputo resistere. E' stato un forte richiamo simile a quello che si sente quando chiama l'amore. Sono uscito subito e gli sono andato vicino. Intorno non c'era nessuno. Le onde planavano sulla sabbia una dopo l'altra, qualche flutto di ritorno, un po' di risacca. Quel lieve rumore mi affascinava, mi rapiva. Mi è sembrato, ad un tratto, che il mare volesse parlarmi. Mi sono seduto sulla sabbia accanto a una barca, per ripararmi dal vento, e ho cominciato ad ascoltare. Lui ha iniziato a parlarmi dei vecchi pescatori, dei marinai, delle tempeste, dei pirati d'un tempo, dei coralli e dei tesori che sono nascosti nelle profondità degli oceani. Mi ha parlato dello spettacolo che mostrano i delfini quando giocano con le bolle d'aria e dei soffi a fontana delle balene. Ogni tanto spruzzi di acqua salata mi bagnavano il viso ma io rimanevo fermo ad ascoltarlo, come fa un bambino quando sente i racconti e le fiabe dei nonni. Le sue parole erano note musicali, somigliavano ad un canto, era il canto del mare. Mi ha parlato poi di quei navigatori che prendono il largo nelle giornate di sole, mi ha parlato dei guardiani del faro, della bellezza delle luci e dei porti delle grandi città. Non mi ha parlato di lei, forse non la conosce, forse non l'ha mai vista. Lei abita molto lontano. Il tempo è trascorso velocemente e senza neanche accorgermi si era fatto già pomeriggio. Ho lasciato la casa del mio amico e all'imbrunire sono ritornato in campagna, a casa mia. Mi sono affacciato alla finestra e da lì ho continuato a guardare il mare anche se il mare non c'era. Vedevo barche a vela che, spinte dal vento, accarezzavano le onde, vedevo gabbiani che seguivano le navi delle grandi crociere. Volavano quei gabbiani e io volavo assieme a loro.
 

Solitudine
Sono stata tutta la notte seduta su questa sedia di paglia a pensare, a riflettere e ho deciso, mia SOLITUDINE, che dobbiamo separarci. Sei stata una compagna leale, disponibile, sempre presente ma adesso devi lasciare questa casa. Ho preso questa decisione difficile, forse la più importante della mia vita, ma non tornerò sui miei passi. Mi hai spinto a vedere solo cose brutte dentro questa stanza ,attaccata con me a guardare la televisione. Una televisione ormai macchiata di rosso, di quel sangue che ci ha fatto spesso vedere. Ore ed ore a guardare omicidi, torture, vite di bambini dilaniati dalle bombe delle guerre, donne stuprate ,uomini vecchi coperti dalla terra che li aveva generati. Basta! Vai via e porta con te questa televisione con tutti i suoi orrori. Molte volte ,quando ero sul punto di uscire a guardare gli angoli del mondo, tu mi hai trattenuto con la scusa di stare insieme a meditare, a nutrire la nostra anima bisognosa, a irrobustire i nostri pensieri. Ho perso il sole del mattino, i tramonti della sera. Mi hai affascinato parlandomi dei tuoi amici poeti che hai conosciuto nella tua lunga vita come Leopardi, Pascoli, Montale, Pasolini ma per colpa tua ho dimenticato i colori dei fiori ,non capisco se ci sono ancora gli arcobaleni. Non so se gli orizzonti si sono inclinati ,se vacillano come me, piegato su questo mio corpo arrugginito dall'inattività. Forse, SOLITUDINE, ti sto offendendo troppo ma voglio essere sincero, come mi hai insegnato tu. Non voglio che tu possa pensare che questa mia decisione sia solo temporanea e per questo continuerò a dirti che non ti riconosco più, non voglio immaginare un futuro assieme a te. Il mio futuro, per quel che mi resta, deve essere nella strada, fra la gente; voglio sentire gli odori delle piazze, i profumi delle vecchie case, il respiro degli alberi nei viali. Voglio vedere i sorrisi che tu, SOLITUDINE, non mi ha mai mostrato; voglio sentire gli schiamazzi dei bambini mentre fanno i girotondi nei giardini e vedere la gioia delle loro mamme mentre, sedute sulle panchine, li osservano da vicino .Mi hai ingannato facendomi capire che l'intimità della propria casa è un dono che non hanno tutti ,che fuori ci sono pericoli continui , furti di borse, di orologi, di collane. Ma cosa me ne faccio io, SOLITUDINE, delle mie borse se sono piene di vuoto, delle collane che sono diventate scure come il colore del mio viso ? Cosa m'importa di avere l'orologio se tutte le mie ore con te sono uguali? Mi avevi promesso che dopo qualche settimana di vita in comune sarei diventata una donna più forte, sarei stata meglio, ma erano solo bugie. E' forse miglioramento non avere più amici, non ricevere telefonate d'auguri per i compleanni o per il Natale? Vuol dire stare meglio se devo aspettare la pioggia per sentirmi in compagnia , se devo ascoltare l'ululato del vento per pensare a una canzone? Basta, SOLITUDINE, vattene via! Voglio uscire sulla strada, voglio di nuovo sentire la melodia dei rumori e dei frastuoni.
 

Nessuna penitenza
Domenica di Pasqua, come ogni anno ,andrò a confessarmi nella chiesa del duomo.
Il prete mi chiederà che peccati ho commesso e io gli risponderò che ho "perso" molto tempo a scrivere poesie. All'interno della piccola grata del confessionale lui farà un sorriso (che io non potrò vedere) e
sono sicuro che poi mi assolverà senza darmi alcuna penitenza. Mi spiegherà che scrivere poesie non è peccato anzi è una cosa buona perché le poesie, aggiungerà, sono simili alle preghiere, sono preghiere laiche che scrivono la vita e cantano l'amore.
BUONA PASQUA A TUTTI !
 

San Francisco
L'occasione mi è stata data dall'invito a partecipare a un Congresso che si svolgeva in quella città. Partito da Roma assieme ad altri colleghi e ad una guida dell'Agenzia, dopo un cambio di aereo a Chicago,sono giunto nella notte a San Francisco, in California. Ero un po' frastornato a causa del diverso fuso orario ma avevo un forte desiderio di vivere quella nuova avventura.
In quei cinque giorni trascorsi in America ho seguito solo in parte il Congresso mentre ho dedicato molte ore alla visita della città.
Sarà per la suggestiva nebbia che crea giochi di luci magici e indimenticabili o per la splendida baia che la circonda ,sarà per il fascino che emana il ponte Golden Gate, saranno i multietnici quartieri o le ripidissime strade , certo è che San Francisco mi è sembrata una città entusiasmante, suggestiva, molto particolare, direi unica.
Il Golden Gate è il monumento di questa città più famoso al mondo. Si tratta di un ponte costruito nel 1937. E' di color rosso-arancione e sembra sospeso nel vuoto. Attraversa la baia di San Francisco e collega la città con il delizioso paesino di Sausalito detto "la Portofino d'America".
Il Golden Gate è stato oggetto in passato di numerosi film di successo fra cui "La donna che visse due volte" di Alfred Hitchcock, un film che ho visto più volte, interpretato dai bravissimi attori Kim Novak e James Stewart.
Una mattina, con alcuni miei colleghi, avevamo programmato di attraversare a piedi il ponte ma presto abbiamo dovuto desistere perché spirava un vento gelido con raffiche così violente che sembravano arrivare dritte al cuore. Abbiamo perciò attraversato il ponte con un autobus di linea che ci ha riportato al centro della città , precisamente alla Union Square, sede,fra l'altro, dei grandi magazzini Macy's . Siamo poi saliti su un Cable Care per un viaggio giù fino alla baia tra strade ripide e discese mozzafiato. Questi mezzi si agganciano ad una rete sotterranea di cavi che scorrono ad una velocità costante e permettono in questo modo di superare le pendenze estreme delle colline della città.
Dalla baia di San Francisco si vede la mitica Alcatraz. Sembra vicinissima eppure compare e scompare nella nebbia quasi fosse stregata. Con un tour di mezza giornata si possono visitare le celle che hanno ospitato i banditi più famosi d'America come Al Capone e Frank Morris. Interessante è stata anche la visita al quartiere più pittoresco di San Francisco,ossia China Town. Varcato il portale d'ingresso ,il celebre Dragon's Gate decorato con lanterne ,dragoni e animali propiziatori, ci si immerge subito nel cuore del continente asiatico. Al Chinetown vive la più grande comunità cinese al di fuori dall'Asia che in passato si chiuse al mondo esterno come una città nella città ,con usi e costumi che si sono tramandati nel tempo e gelosamente custoditi. Vi sono negozietti turistici con ogni tipo di souvenir ,antiche erboristerie con ogni sorta di medicine ed unguenti e nelle piazze gente che si esercita nelle antiche arti guerriere, sotto la costante benedizione delle divinità cinesi.
Oltre alla bellezza dei luoghi, mi ha colpito di questa città anche l'ospitalità dei suoi abitanti, la cordialità innata della gente del posto sempre disposta ad aiutare gli altri per qualsiasi problema. L'ultima sera, rapito dalla sua bellezza, seduto sul terrazzo dell'hotel, guardavo il cielo e pensavo.
Mi trovavo lontano diecimila e settecento chilometri da casa mia eppure mi sembrava di respirare l'aria del mio giardino, sentivo parlare una lingua straniera e mi pareva di ascoltare il dialetto della mia città, dalla baia arrivava un profumo di mare che mi ricordava …., poi la nostra guida ci chiamò, dovevamo riprendere il volo.
 

Un pezzo di pane sul tavolo
Da molto tempo ogni sera, quando sto finendo di cenare, lascio da parte sul tavolo un pezzo di pane per metterlo all'indomani , di prima mattina, sul davanzale della finestra . Un pettirosso viene puntualmente a nutrirsi e io compiaciuto lo guardo da dietro il vetro della cucina, senza farmi vedere, per non impaurirlo. L'altro giorno ho visto che quel pettirosso, invece di mangiare, ha messo il pezzo di pane nel becco ed è volato subito via. Ho pensato che lo stesse portando alla sua mamma vecchia e malata e così da quella volta metto sempre sul davanzale due pezzetti di pane, uno per lui e uno per la sua mamma.
 

Un uomo che passa in bicicletta
-Carlo, chi è quell'uomo?
Quale?
-Quello che sta passando in bicicletta.
E' un signore che ogni giorno, all'ora del pranzo, va a trovare la sua mamma che vive in Casa di Riposo.
-Ogni giorno?
Si, anche con il vento e con la pioggia. Percorre 7 chilometri all'andata e 7 chilometri al ritorno.
-Ma non ha la macchina?
Non credo; penso che non abbia le possibilità economiche per comprarla.
-Poverino, è più sfortunato di noi .
Non direi, caro fratello. E' vero che lui non ha l'automobile per ripararsi dalle intemperie ma la sua mamma è viva e lui può ancora coccolarla, mentre noi abbiamo la macchina ma non abbiamo più la nostra mamma.
 

Quattro passi
Mi capita spesso di uscire, prima di sera, per fare quattro passi nel paese. Da quando c'è il divieto di fumare nel chiuso dei locali ,vedo fuori dai bar diversi uomini che bevono tranquillamente i loro buoni boccali di birra. Molte volte li vedo sorridere e immagino che si divertano a raccontare qualcosa di buffo che è successo loro durante la giornata di lavoro o che stiano facendo qualche commento su storie di donne e di motori. In genere li guardo quasi furtivamente, entro nel bar, prendo un caffè e poi esco riprendendo il mio solito cammino. Più di una volta mi è venuta la voglia di avvicinarmi, di unirmi a loro ma non ho finora avuto il coraggio o meglio la determinazione di farlo. Sono certo però che presto accadrà. Mi interessa molto capire, infatti, cosa si nasconde veramente dietro quelle risate e sono anche curioso di sapere se prima di uscire loro aprono, come me, le finestre di casa per lasciare che il vento porti via tutte le preoccupazioni e i tristi pensieri .
 

La finestra rotta
La finestra rotta e tutti quei pezzi di vetro sul pavimento facevano pensare a qualcosa di violento, forse a un'aggressione, un tentativo di furto, non certamente alla furia del vento visto che quel giorno non c'era stato alcun temporale. La conferma venne proprio dalla padrona di casa, una signora piuttosto anziana che, seduta sul divano del salotto, stava raccontando ai carabinieri cosa le era successo. <<Ha visto in faccia l'aggressore >>? chiese l'appuntato rivolgendosi alla donna ancora visibilmente scossa. Non bene, rispose; quell'uomo aveva il volto coperto da una calza di nylon. Era comunque un giovane, sui 30 anni, non troppo alto.<< Ha sentito la sua voce>>? << Le ha detto qualcosa >> ? continuò a domandare il carabiniere. Mi ha chiesto di aprire il cassetto dei gioielli e di consegnare il denaro che avevo, minacciandomi con un coltello. La sua voce non era chiara, continuò. Mi si è sembrato comunque che fosse la voce di qualcuno venuto da lontano. Va bene, signora, conclusero i due carabinieri dopo aver riempito il verbale; faremo le nostre indagini e vedrà che troveremo il colpevole. Dopo averli accompagnati alla porta e ringraziati ,la signora si mise nuovamente a sedere sul divano .Poi, come nelle scene di un film, ripercorse tutti i terribili momenti passati poco prima. Un'immagine, più delle altre, le balzò davanti agli occhi. Era il tatuaggio sul polso interno della mano destra di quel giovane che l'aveva derubata. Raffigurava una semiluna a forma di C. Era lo stesso disegno che aveva già visto sul polso di Carlo, un tossicodipendente, figlio di Marianna, la sua migliore amica. Probabilmente, pensò, era stato lui a rubarle soldi e gioielli per potersi comprare la droga. Cominciò a piangere e mentre le sue lacrime bagnavano un viso sempre più scarno e pallido, dalla finestra senza vetri cominciò a entrare un'aria gelida e pungente. Avvolse allora le sue spalle con un pesante scialle di lana e si avviò verso il letto. Capiva facilmente che sarebbe stata una notte molto fredda. Ma poi improvvisamente cambiò idea e decise di uscire di casa. Non se la sentiva di restare seduta più a lungo in quel salotto, teatro di un'avventura che difficilmente avrebbe dimenticato. Impulsivamente, senza sapere ancora cosa avrebbe fatto o detto, decise di andare dalla sua amica Marianna, anche lei vedova e che abitava nella stessa via .Suonò il campanello ma stranamente nessuno rispose. In genere, a quell'ora, la sua amica stava sempre a casa a guardare la televisione. Suonò più volte ma sempre senza esito. Ritornò così mal volentieri verso casa. Aveva appena varcato la porta d'ingresso, quando sentì squillare il telefono. Sollevò subito la cornetta. Qualcuno la stava avvisando che in un incidente stradale era morto Carlo, proprio il figlio della sua cara amica. Non riuscì a piangere, ma giurò a se stessa che non avrebbe mai raccontato a Marianna quello che era accaduto in quella terribile giornata.
 

Camminare
Avevo percorso solamente una decina di metri del viale alberato che poi conduce in campagna quando, senza minimamente aspettarmelo, mi sentii salutare. Era una voce che mi sembrava di conoscere. Mi girai e vidi infatti che si trattava di un mio vecchio amico. Ciao Michele, risposi, abbozzando un sorriso. E' da un po' di tempo che non ti vedo. <<Vai anche tu a camminare>>? continuai. <<Si>> disse, con un viso gioioso che si intonava perfettamente con la sua bella tuta colorata. Il riposo, la tranquillità e i tanti gelati delle vacanze ,aggiunse, mi hanno fatto mettere su parecchi chili e per eliminarli ho pensato di fare un po' di attività fisica.<<Che ne dici>>? Fai benissimo, mio caro. Anch'io ho lo stesso problema .Andiamo!
Cominciammo così a camminare lungo il viale, l'uno vicino all'altro, con naturalezza, con semplicità, spalla a spalla, come se quell'andare insieme fosse una nostra abitudine consolidata già da tempo. <<Vedi sempre le partite di calcio>>? mi chiese ,senza ridurre l'andatura che per la verità non era molto veloce. <<Si>> risposi, ma solo in televisione .Guardo soprattutto le partite più importanti o quelle più piacevoli dei campionati stranieri.<< E tu giochi sempre a bocce>>? chiesi .Meno, molto meno, rispose, con un timbro di voce languido che sembrava nascondere un po' di malinconia. Il proprietario dei campi è ammalato e dovrò aspettare la sua guarigione prima di poter riprendere a giocare.
Senza farci caso, avevamo ormai lasciato alle spalle il viale ed eravamo giunti in aperta campagna. Alla fine della salita ci fermammo brevemente per prendere fiato come fanno i ciclisti quando arrivano sulla cima di una montagna e rallentano la corsa per respirare un attimo a pieni polmoni. Imboccammo poi ,con passo più sciolto, quella discesa che ci avrebbe ricondotto al punto di partenza. Domani comincia il festival di Sanremo continuai, con voce potente, come a voler dimostrare che non ero affatto stanco. Si, lo so, mi ha informato mia moglie. Lo vedrò anch'io continuò Michele, senza tuttavia mostrare eccessivo entusiasmo. Piano piano raggiungemmo il punto da dove eravamo partiti e dopo ancora qualche minuto di conversazione ci salutammo affettuosamente, augurandoci l'un l'altro buona giornata.
Quando rimasi solo ,però ,mi accadde una cosa molto strana. Fui assalito ,improvvisamente, da un senso di tristezza, di delusione ,di angoscia, un qualcosa che non avevo mai provato nei giorni precedenti dopo le camminate fatte da solo . Ripensai velocemente ai discorsi fatti poco prima col mio amico, ma mi resi subito conto che nulla di quanto avevamo detto poteva essere la causa di quel mio stato d'animo così malinconico, inquieto, quasi turbato. Percorsi a passo sostenuto l'ultimo breve tratto di strada che mi separava da casa e dopo aver lasciato sull'uscio le scarpe da ginnastica, piene di terra, entrai salutando dolcemente mia moglie.
<<Com'era oggi la campagna>> ? mi chiese lei quasi a bruciapelo.
All'improvviso, come per incanto, capii quale era il motivo di quel disagio, di quel fastidio, di quella insoddisfazione che ancora mi possedeva. Avevo passato tutto il tempo a camminare con Michele parlando di calcio, di bocce, di festival di Sanremo ma avevo ignorato, dimenticato, trascurato la natura che stava ai lati della strada. Mi ero completamente disinteressato di lei. Non avevo ascoltato i suoni, non avevo osservato i suoi colori . Non avevo guardato il cielo, non avevo notato che le pesche sugli alberi avevano assunto quel color porpora di quando diventate mature, che molte rose erano sbocciate e che uccelli festosi allietavano i rami e le foglie coi loro cinguettii. Non mi ero accorto che tanti chicchi verdi si erano già tinti di blu ,come accade nei giorni che precedono l'autunno, e che su una pietra assolata una lucertola sveglia stava assaporando felice i teneri raggi di quell'ultima fetta d'estate.
 

Dicembre
Era stata una buona idea, ho pensato, quella di andare ad ascoltare il Coro di voci della chiesa del paese. Da molto tempo, infatti, non ricordavo un'emozione così forte, una sensazione piacevole come quella che si prova quando si sta accanto al focolare e fuori è molto freddo o quando si incontra un amico che non si vedeva da anni .Il concerto era durato un'ora, volata via come un soffio di vento. Forse era stata la vicinanza del Natale a rendere l'atmosfera ancora più mistica, magica, quasi surreale; un'atmosfera che aveva avvolto, come un mantello, il mio corpo e forse anche l'anima. Se non ci fosse la musica continuavo a pensare tornando verso casa, il mondo sarebbe certamente meno bello e tra me e me già pregustavo il prossimo concerto a cui avevo deciso di partecipare per l'inizio del nuovo anno. Le giornate festive del Natale mi avevano fatto quasi dimenticare il mio successivo importante appuntamento ma l'ultimo giorno dell'anno avevo cominciato ad entrare in agitazione e ad immaginare quello che sarebbe potuto succedere il giorno dopo nel Teatro Comunale dove era in programma il Concerto di Capodanno. Il depliant che mi avevano consegnato assieme al biglietto d'ingresso illustrava dettagliatamente il programma, molto nutrito, fatto di musiche di Ludwig van Beethoven, Giacomo Puccini, Gaetano Donizetti e Giuseppe Verdi. I musicisti venivano da Praga e il direttore d'orchestra era indiano.
Come era facile prevedere, fu una mattinata incantevole non soltanto per me, ma naturalmente per tutto il pubblico presente. Ovazioni ed applausi scroscianti che raggiunsero il culmine dopo l'esecuzione della Bohème di Puccini e della Traviata di Giuseppe Verdi. L'emozione da me provata era stata molto più forte e coinvolgente rispetto a quella provata pochi giorni prima nella chiesetta del paese ma la gioia era stata uguale, grande, quasi incontenibile, simile a quella che si prova negli anniversari e nelle feste di famiglia.
La capacità dell'uomo di produrre musica, poesia, pittura e di gioire delle cose, anche quando non portano vantaggi o utilità economici, la partecipazione dell'anima alle bellezze del creato sono, ho pensato, alzandomi dalla poltrona e continuando ad applaudire, uno di quei motivi che danno un significato e un senso al nostro esistere e che mettono l'essere umano al centro dell'armonia del mondo.
 

 Golden Gate
Ero già mentalmente pronto a gustarmi la partita in TV, seduto sulla mia comoda poltrona, quando squillò il mio cellulare e sul display apparve il nome di Carlo.
Sei libero stasera? Vuoi venire al cinema con me ? Anche se quella telefonata
aveva scombussolato il mio programma, risposi subito di si. Carlo era ed è un mio caro amico e non volevo rifiutare l'invito. Non potevo dire di no. Per giunta lui era in momento difficile e non volevo procurargli un dispiacere. Da poco più di una settimana si era lasciato con Donatella, la ragazza che aveva frequentato per quasi un anno. Lei non è una ragazza bellissima ma è simpatica,allegra, intelligente, dolce. Erano state proprio queste qualità che lo avevano attratto durante i loro incontri al corso di scrittura creativa. Ma poi gelosia ed incomprensioni,come talvolta accade, avevano fatto concludere il loro rapporto d'amore. Avevo accettato l'invito di Carlo senza neanche chiedere il titolo del film. Ci sarei andato anche se si fosse
trattato di un film per bambini o fosse stato sconsigliato agli ultrasessantenni. L'importante, in quel momento, era stare vicino al mio amico. Non mi ero mai propriamente trovato in una situazione simile alla sua ma riuscivo ugualmente a immaginare il turbamento che gli aveva procurato quell' esperienza andata male. Come concordato passò a prendermi dopo mezz'ora e con la sua macchina raggiungemmo in breve il cinema Ariston.
Durante il tragitto non parlai di Donatella per non turbarlo prima di un momento che voleva e doveva essere un momento di tranquillità e di svago. Anche lui fece la stessa cosa e parlò soltanto dell'ultimo libro che aveva letto. C'era abbastanza gente in sala ma non il pienone dei sabato sera per cui scegliemmo senza difficoltà il posto da noi preferito. Il film si svolgeva nella città di S. Francisco, in California. Si trattava per fortuna di un film giallo, il genere che più mi piace. Rimasi attento tutto il tempo e la trama era così avvincente che, per non perdere nulla, rimandai all'intervallo la mia breve visita alla toilette. Carlo era rilassato ,sembrava contento. In sala regnava un religioso silenzio. Ti piace? gli chiesi. Molto, rispose abbozzando un sorriso. Alla fine, soddisfatti e contenti, riprendemmo la strada di casa. In macchina convenimmo che la scena più bella era stata quella in cui l'attrice principale si era tuffata, come per suicidarsi, nella Baia di S. Francisco, nel tratto di mare situato vicino al Golden Gate Bridge, il ponte che sovrasta lo stretto che collega la stessa Baia con l'Oceano Pacifico. Il tentativo della donna non era riuscito per il pronto intervento di un uomo innamorato che l'aveva seguita di nascosto. Un gesto simile,in genere, provoca tristezza e malinconia nello spettatore ma la fine nebbia che aleggiava sul ponte della Baia aveva qualcosa di misterioso e di surreale che rendeva la scena
non solo affascinante ma anche molto gradevole. Grazie , mi disse mentre scendevo dall'auto. Figurati risposi. Grazie a te per avermi preso e riportato a casa con la tua macchina. Ci sentiamo domani continuò. Buona notte.
Entrato a casa, andai subito a vedere come si era conclusa la partita di calcio che non avevo potuto vedere. Era finita in pareggio, zero a zero. Nessuno sconfitto, almeno lì.
 

Ciao Toto', come stai? Antonio si voltò di scatto ma non vide nessuno .Chi lo aveva chiamato Totò? Da dove era venuta quella voce e soprattutto perchè , dopo 40 anni che tutti lo chiamavano Antonio , qualcuno adesso lo aveva chiamato Totò, cio è col vezzeggiativo che gli veniva dato da bambino? Si guardò nuovamente intorno ma era solo. Gli balenò allora nella mente l'idea che quella voce potesse essere giunta dall'aldilà. Forse era suo padre che voleva ricordargli un anniversario di morte e sollecitarlo a portargli un mazzo di fiori . Forse era lo zio Giuseppe che voleva ringraziarlo per la partecipazione al suo recente funerale . Non sapeva darsi una spiegazione. Quell' improvviso e imprevisto saluto lo aveva scosso abbastanza . In cuor suo sperava che tutto fosse solamente frutto dell' immaginazione ma si rendeva conto che era una possibilità molto remota. La voce era stata abbastanza forte e chiara. Erano appena le 10 di un dolce sabato mattina. Nonostante fosse una giornata bellissima Antonio, a quel punto, confuso e nervoso, voleva tornare a casa. Non voleva più recarsi nel vicino Supermercato per comprare un nuovo cellulare, come aveva programmato già da qualche settimana.
Si fece però coraggio e ricominciò a camminare dirigendosi verso il negozio prescelto girando spesso la testa indietro col rischio di farsi venire un brutto torcicollo. Sperava di vedere qualche persona a lui conosciuta che potesse fargli risolvere l'enigma e nello stesso tempo intendeva anche controllare di non essere seguito da qualche malintenzionato. Dopo circa 5 minuti giunse Supermercato e , superata velocemente l'entrata, si diresse a passo svelto verso il reparto di elettronica. L'idea di entrare presto in possesso di un nuovo telefonino sicuramente più moderno e più completo , munito di numerosi giochi,di radio,funzione tv, fotocamera digitale, suoneria polifonica con lettore multimediale e in grado di inviare e ricevere E-mail , lo aveva per cosi dire rapito e distolto da quanto era accaduto poco prima. Parlava con l'addetto del negozio chiedendo delucidazioni e ascoltava attentamente le risposte tecniche dello stesso impiegato chinando la testa in segno di assenso ogni qualvolta comprendeva perfettamente ciò che gli veniva detto. Dopo aver deciso quale cellulare comprare , Antonio si avviò verso la cassa. Teneva il cellulare ultrasottile sul palmo della mano come fosse un pulcino bagnato e lo trattava con molta attenzione e cura ,con quella dolcezza che si presta ad un oggetto appena acquistato o ad un regalo appena ricevuto. Il sorriso sulle labbra era lo specchio della sua contentezza e questa sensazione le rimase anche dopo aver pagato un conto leggermente superiore alle sue intenzioni . Ritirato lo scontrino comprensivo di garanzia uscì dal negozio con la stessa fretta con cui era entrato senza guardare neanche di sfuggita gli oggetti degli altri reparti , soddisfatto e quasi orgoglioso dell'ottimo acquisto .
Varcata la soglia, improvvisamente , gli tornò alla mente quel "Ciao Totò, come stai?" Cominciò a passare in rassegna nella mente le figure delle persone, più vicine a lui , che lo chiamavano ancora Totò con l'intenzione , se mai fossero state poche, di mettersi eventualmente in contatto con loro per tentare di esorcizzare in qualche maniera quanto le era capitato.
Antonio era un tipo pragmatico, legato alla realtà. credeva solo a ciò che toccava o vedeva. Era come San Tommaso. Non aveva mai creduto agli Ufo, al Paranormale,ai numeri del lotto dati e ricevuti nei sogni,agli oroscopi in cui Venere entra in Sagittario o i Gemelli nel Cancro. Credeva nei prestigiatori solo perché sapeva che nei loro giochi c'è si il trucco ma,in fondo, tutto è dimostrabile. Quel saluto ascoltato prima non solo lo aveva turbato ma le aveva dato anche enormemente fastidio. Lo considerava un' indebita intromissione nella sua sfera personale, un' ingerenza nel suo intimo passato , l'invadente intrusione di una persona o di qualcosa che non sapeva ancora decifrare e che involontariamente stava imprigionando la sua mente. Accompagnato da questo ginepraio di pensieri si avviava verso casa. Un abbaiare di cani attirò la sua attenzione. Nel grande parco di fronte a lui c'era un raduno cinofilo. Si avvicinò curiosamente e fu attratto piacevolmente dalla moltitudine di cani che partecipa all'evento. C'erano bassotti a pelo corto,volpini,levrieri a pelo lungo, terrier di varie taglie ,pechinesi, insomma cani di tantissime razze .Fra gli spettatori,accompagnato dal suo padrone,anche un meticcio che protestava abbaiando, per non essere stato ammesso alla gara .
Antonio guardò l'orologio. Mancavano 10 minuti alle 12. Pensò di fermarsi ancora un momento per assistere alla dimostrazione tecnica dei cani del Nucleo Carabinieri. Improvvisamente fu attratto dalla presenza di un robusto cane nero, abbastanza alto e con la coda corta. Anche se non era un esperto di cani, ne sapeva tuttavia abbastanza per capire che si trattava di un Rottweiler . Il cane si avvicinava con un'andatura dapprima dinoccolata ma poi sempre più lesta e con la chiara intenzione di azzannarlo. Era arrivato a pochi centimetri da lui quando si senti un forte urlo. Antonio ,spaventatissimo, si era svegliato dal brutto sogno. In un solo momento era terminato l'incubo.
Tirò un grossissimo respiro di sollievo e fu immensamente felice di ritrovarsi ancora sano e vegeto e per giunta, cosa per lui non da poco, senza la necessità di dover risolvere il mistero di quel saluto che l'aveva tormentato per tutta la durata del sogno. Di una sola cosa Antonio era dispiaciuto. Non aveva con se il nuovo fantastico cellulare
 

E' tornata la pioggia
La pioggia è finita, Stefano guarda il cielo. Ancora non sa che oggi incontrerà Giulia. Si apre il giaccone e prende il cellulare dalla tasca interna sinistra. Chiama il suo amico Francesco per avere notizia della mamma malata . Sì Stefano, mia mamma è ricoverata all'ospedale. Cosa le è
successo ? Ha una broncopolmonite e si trova nel reparto di Medicina ,al terzo piano. Posso andare a trovarla? Senz'altro risponde Francesco. Ci vediamo pomeriggio alle cinque davanti all'ingresso principale dell'Ospedale Civile. Stefano ,come tante persone, frequenta mal volentieri i luoghi dove la gente soffre ma in questo caso ha piacere di andare a trovare la cara signora Maria.
E' molto affezionato a lei .Quando studiava a casa loro, ai tempi del liceo, la mamma di Francesco spesso interrompeva momentaneamente i loro studi portando delle tazzine di caffè con fette di dolci che preparava lei stessa in cucina e che lasciavano nell'aria per diverse ore un gradevole profumo di vaniglia . Ancora adesso, nonostante siano passati molti anni, va ogni tanto a salutarla e a fare volentieri due chiacchiere con lei. Alle 5 di quel pomeriggio ,dopo aver posteggiato l'auto nel parcheggio esterno dell'ospedale, Stefano s'incammina verso l'ingresso principale .
Con grande sorpresa s'accorge,già da lontano, che vicino a Francesco c'e una donna . Gli sembra di conoscerla . Si stropiccia gli occhi e fa ancora qualche passo in avanti per vedere meglio e per essere sicuro di non sbagliarsi . No, non si sbaglia. E' Giulia , la ragazza con cui anni prima aveva condiviso sorrisi e carezze e che lui pensava fosse in quel momento a Londra. Grazie alla laurea in psicologia ottenuta col massimo dei voti e alla buona conoscenza della lingua inglese , lei aveva trovato lavoro in quella città come Direttrice di una Casa di Riposo. Proprio il suo trasferimento in Inghilterra era stata la causa della rottura del loro rapporto. Sapeva che Francesco era un amico di Giulia ma non avrebbe mai immaginato di trovarla li, con lui.
Due dolori in un solo momento; la grave malattia della signora Maria e il triste ricordo della fine dell'amore con Giulia.
Le sue mani cominciarono a tremare e gocce di sudore bagnarono la sua fronte. Anche l'anno prima, in occasione della morte del padre, aveva avuto lo stesso tipo di malessere. Pensò che non sarebbe stato in grado di affrontare due situazioni emotive così stressanti. Girò le spalle e come un ladro che teme di essere scoperto si allontanò senza mai voltarsi. Dopo aver percorso un centinaio di metri verso l'uscita aprì il giaccone, afferrò il cellulare con la mano ancora un po' tremante e chiamò Francesco . Andrò domani dalla tua mamma,disse. Non aspettarmi,scusami; mi hanno chiamato d'urgenza in ufficio. Hanno dimenticato di chiudere una finestra . E' tutto allagato …è tornata la pioggia.
 

Autobus
Paolo quella mattina lasciò l'auto dal suo meccanico di fiducia per un tagliando di controllo già programmato e prese l'autobus. Non gli era sembrato il caso di chiamare un taxi e spendere almeno 30 Euro dal momento che l'autobus n° 6 aveva una fermata proprio vicino l'officina e un'altra nei pressi dell'Agenzia di Viaggi "Globe" dove lui lavorava come vicedirettore.
Erano le 8 e mezzo di mattina e l'autobus era abbastanza pieno.
Come in tutti gli autobus delle grandi città c'erano uomini e donne di tutte le età , di ogni ceto sociale e anche di nazionalità diverse. Quello che attirò subito l'attenzione di Paolo fu la figura di
una giovane donna .La notò facilmente perché si era trovato per caso a reggersi in uno dei sostegni situato di fronte a lei. Non era molto alta ma sicuramente superava il metro e settanta .Era piuttosto magra ,aveva gli zigomi alti e sporgenti,il naso sottile, gli occhi grandi di colore celeste e i capelli scuri, scuri come la notte. Indossava un vestito semplice ma nello stesso tempo raffinato, leggermente scollato, di colore blu. Paolo calcolò che avrebbe potuto avere tra i 25 e i 30 anni, certamente qualcuno meno di lui .
Gli era venuta subito una gran voglia di attaccare discorso ma capiva che non era il caso.
C'erano diverse persone vicino a loro e avrebbero potuto giustamente pensare che lui fosse uno scocciatore,un maleducato,insomma un villano se non addirittura il complice di qualche borseggiatore. Mentre faceva mentalmente queste considerazioni s'accorse con grande stupore e altrettanto piacere che la ragazza gli sorrise. Poteva essere un sorriso di circostanza, un segno di timidezza, ma era pur sempre un sorriso. Avrebbe potuto farne a meno pensò, magari girarsi da un'altra parte facendo finta di guardare la strada e invece no, gli aveva sorriso e anche chiaramente. Forse la ragazza voleva giocare , voleva divertirsi a vedere la sua reazione . Per capire meglio che significato dare a quel sorriso pensò di attendere qualche secondo e mentre si compiaceva con se stesso per quella decisione , in verità anche per lui abbastanza normale,l'autobus si fermò. Non era stata una fermata come le solite ,era stata una fermata brusca, improvvisa che aveva fatto oscillare i passeggeri in avanti , poi indietro. Era stata una fermata obbligata. In quel momento, in via dell'Appennino dove l'autobus era giunto , decine di persone manifestavano con bandiere e altoparlanti per qualcosa che si capì poco dopo. Erano maschi e femmine, operai di una fabbrica di cappelli, che protestavano per la chiusura dello stabilimento e per aver perso il posto di lavoro.
Tutti i passeggeri avevano portato lo sguardo oltre i finestrini per vedere meglio cosa stesse succedendo . Anche la ragazza si era girata e proprio in quel momento Paolo si accorse che sul collo di lei, proprio sotto l'orecchio sinistro, c'era un piccolo tatuaggio. Era il disegno di una nota musicale,forse un sol in chiave di violino, che lui prima non aveva notato. Il disegno di una nota musicale non aveva per lui significati particolari anche se amava molto la musica ma ,a quella vista, il suo corpo fu istantaneamente percorso da un forte brivido. Era una cantante,una corista,una musicista ? Fu travolto dalla curiosità e decise in quel momento che avrebbe cercato in ogni modo di conoscere quella ragazza. L'autista ,dopo qualche minuto di sosta forzata, avvertì i viaggiatori che era stato bloccato il traffico e non poteva prevedere quanto ritardo si sarebbe accumulato per quella situazione. Continuò a maneggiare il microfono dicendo che per questo motivo,eccezionalmente, si sarebbe accostato vicino al marciapiede di destra e avrebbe permesso di scendere a chi lo avesse voluto.
Paolo seguì con lo sguardo la ragazza cercando di essere indifferente. In cuor suo sperava ardentemente che scendesse per poterle parlare, cosa che però fece subito. Dispiace disse, rivolgendosi a lei, assistere a queste scene; è molto triste vedere persone che perdono il posto di lavoro e che non hanno sicurezze per il loro futuro. E' vero , è vero rispose lei in tono quasi amichevole avviandosi verso la porta di uscita dell'autobus. Paolo la seguì subito. Era quello che stava aspettando e che desiderava. Scesero stando vicini e accodandosi alla piccola fila di persone che voleva uscire. Da che parte va ,chiese lei incrociando il suo sguardo ? Dalla stessa parte sua rispose lui sempre meno sorpreso. Mi chiamo Paolo aggiunse allungando la mano. Io Alena , Alena Petrova rispose lei e tra i rumori assordanti della folla s'incamminarono verso…
 

Ragazza che esce dal bar
Mi sembrava di avere già visto quella ragazza appena uscita dal "Caffè Massimiliano" che si muoveva con naturale scioltezza camminando con le cadenze di una ballerina. Era sicuramente un volto che avevo già incontrato anche se non riuscivo a focalizzare il momento,il luogo o la circostanza in cui l'avevo notato.
I lineamenti perfetti del viso,il colore verde degli occhi,i capelli biondissimi ,un'altezza superiore al metro e settanta e il corpo snello erano delle caratteristiche che non capita facilmente di vedere nella stessa persona. Osservandola da vicino mi sembrava di entrare e di essere rapito in un mondo fatto di fiabe e di fate a dispetto della polvere e dei sassi presenti nel marciapiede e dei rumori che provenivano dalla piazza vicina .Mentre ripercorrevo velocemente nella mente gli anni della mia gioventù per cercare di immaginare,come per gioco, a quale delle ragazze che avevo conosciuto potesse assomigliare, il mio cagnolino cominciò a tirare il guinzaglio. Era stufo di continuare a stare fermo lì senza che ci fosse per giunta un albero vicino per soddisfare le sue necessità fisiologiche . Improvvisamente ecco arrivare e fermarsi accanto a me un' automobile sportiva. Era Francesco , il mio vecchio barbiere che non vedevo da qualche anno e precisamente da quando con la famiglia era andato ad abitare nel paese vicino. Dopo avermi salutato affettuosamente mi chiese se avessi visto uscire sua figlia dal bar dove, aggiunse, lavorava come cameriera. Con la velocità di un fulmine ricordai allora di aver visto quella ragazza proprio la settimana prima quando insieme al mio amico Giacomo ero entrato in quel bar a prendere un caffè. Lei era la cameriera che ci aveva servito al tavolino. Risposi che avevo visto uscire sua figlia proprio un minuto prima e che mi pareva (ma io naturalmente ne ero sicuro) di averla vista girare l'angolo a destra.
Mi ringraziò e prosegui velocemente con la sua Alfa Romeo ed io, abbracciato al guinzaglio del mio amico fedele , ripresi il cammino lungo la strada di casa.
 

Sala d'attesa
C'erano diverse persone sedute nella sala d'attesa del pronto soccorso dell'Ospedale quando arrivai quella domenica mattina dello scorso dicembre per accompagnare ed assistere un'anziana amica di famiglia. Mentre assieme a mia moglie aspettavo che il personale sanitario mi chiamasse per darmi notizie di lei , un signore anziano attirò la mia attenzione . Mentre infatti nella sala d'attesa tutti avevano un atteggiamento pacato ,silenzioso, quasi religioso, quel signore anziano o per meglio dire vecchio, era invece molto vivace. Forse perché affetto da demenza senile , forse perché cercava di farsi coraggio o magari perché voleva intrattenere a modo suo i pazienti e i loro famigliari , certo è che il suo parlare a voce alta alternato a risate, a volte anche fragorose, aveva catturato l'attenzione di noi presenti , sempre più perplessi e increduli. In altre occasioni mi sarei alzato e avrei chiesto a quel signore di smetterla ,almeno con le risate, ma quella mattina rimasi zitto di fronte a quanto osservavo. In fondo, forse inconsciamente , capivo che quella scena aveva il potere di distrarmi dai miei pensieri cupi sulla salute della nostra amica e di allontanare , almeno per un po', il mio dolore per quello che temevo potesse presto succederle.
 

Il tempo stava finendo
Il tempo stava finendo e c'era una sola macchina parcheggiata. Era la sua .L'ispettore e gli altri due
poliziotti erano andati via . Era rimasto solo. Mancava un'ora all'ultimatum fissato dai rapitori per
pagare il riscatto di sua moglie. Doveva decidere in fretta. Sapeva che non poteva contattare i
sequestratori perché il suo telefono era sotto controllo ma la cosa più grave era non avere in
casa l'ingente somma di denaro che gli era stata richiesta . Era frastornato. Aveva trascorso una
giornata infernale tra telefonate dei rapitori e le visite frequenti del commissario di polizia.
La sua mente era confusa . Le ore della notte intanto correvano. Era sempre più buio.
Sperava in cuor suo che la moglie riuscisse a convincere i sequestratori a lasciarla
andare oppure che in qualche modo potesse scappare da dove era rinchiusa. Una
speranza vana , un'illusione. Vinto dalla stanchezza ,seduto sul divano, chiudeva momentaneamente
le palpebre sempre più gonfie e pesanti. Riuscì a dormire per quasi un'ora. Al mattino
l'ispettore venne a portargli la cattiva notizia. Prese allora dalla scrivania la foto della moglie
e la guardò a lungo. Accompagnò alla porta il poliziotto. Nella strada c'era il solito via vai. Apri
una bottiglia. Poi tutto si chiuse dietro le imposte di una finestra.
 

Sincerità
Sinceramente, con tutta sincerità, voglio essere sincero, vi parlo con assoluta sincerità ,vi garantisco la sincerità di questo vino, apprezzo la tua sincerità, non dubito della tua sincerità, ti rispondo con sincerità …e cosi via. Questa parola viene da sempre usata senza pensare alla grandezza e alla purezza del suo significato.
Sembra una parola frivola, leggera, creata apposta per il titolo di una canzonetta o per il saggio delle bambine di una scuola di danza. Quell'accento finale sulla a permette di fare rime con facilità, felicità, semplicità, serenità o, se si vuole, anche con banalità, golosità ,rapidità . Questo forse è uno dei motivi per cui si usa con disinvoltura, quasi con noncuranza.
Per me non è cosi. Preferisco fare la rima con parole come onestà, maternità, serietà e anche fedeltà.
Sincerità è una di quelle parole che racchiude dentro di sè valori inestimabili. La sincerità è la base di tutto, di ogni rapporto .Essere sinceri vuol dire in un certo senso essere limpidi, puri, vuol dire rispettare il prossimo, i più deboli, le persone indifese che credono in te. Essere sinceri vuol dire non ingannare nessuno, vuole anche dire essere fedeli a un giuramento , a una promessa, a un ideale.
La sincerità ha lo stesso valore dell'amicizia, dell' affetto, del perdono o dell'amore. Sono parole
di grande potenza che racchiudono mondi vastissimi e speranze e sono le strutture portanti della nostra stessa vita. Spesso si fanno corsi per imparare ad usare il computer ,per studiare una nuova lingua, per cucinare meglio. Accanto a questi corsi io credo che bisognerebbe anche organizzarne altri per imparare a conoscere il vero significato delle parole, per poterle usare meglio, per evitare così di giocare coi sentimenti propri e del prossimo e per non tradire la fiducia degli altri verso noi stessi .
Immagino che qualcuno potrà pensare che io sia un romantico idealista ma, in questa occasione, CON TUTTA SINCERITA', mi è piaciuto esporre un modesto punto di vista.

Io penso che prima di utilizzare questa parola bisognerebbe fermarsi un momento e rendersi conto di quanto sia grave usarla in malafede. Bisognerebbe trattarla come un bambino appena nato ,come un uccello che ha fame, come un vecchio che stenta a camminare.
 

Le mie estati a Stromboli
Arrivavamo partendo da Milazzo, paese dove abitava Vito. C'era un traghetto con linea diretta e un altro, per così dire accelerato, come i treni di una volta, che si fermava in quasi tutte le isole. Noi prendevamo quest'ultimo. Una volta sbarcati andavamo a montare la tenda che diventava cosi la nostra casa per tutto il periodo della vacanza.
La prima emozione era guardare il mare, un mare con la M maiuscola,un mare cristallino che difficilmente si vede in altri luoghi. La caratteristica principale dell'isola era "iddu", il vulcano perennemente attivo e meta di visitatori che si avventuravano per osservarlo da vicino accompagnati da guide esperte.
Godevo di una tranquillità assoluta passeggiando su distese di sabbia nera fiancheggiata dal mare trasparente. Dimenticavo l'esistenza dei partiti politici,della televisione ,delle squadre di calcio e persino della pioggia. Aspettavo l'ora del pranzo per mangiare un piatto di pesce fresco e bere un buon bicchiere di Malvasia ma il mio principale desiderio e quello di Vito e Renzo era di fare amicizia con una delle tante ragazze del Nord presenti nell'isola con cui andare a ballare la sera fino a tarda notte nel Dancing "la Nassa". Era situato sulla spiaggia e si poteva arrivare semplicemente seguendo il suono della musica ad alto volume. Dieci giorni di vacanza e di gioia in un luogo che sembrava appartenere ad un altro tempo e poi il ritorno allo studio per gli ultimissimi esami. Ci rivedremo il prossimo ferragosto mi disse ad alta voce Vittoria, una delle ragazze napoletane che avevano la tenda vicino alla nostra quando vide che stavo per lasciare l'isola. Ci puoi contare, risposi sorridendo.


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