Poesie di Luigi Di Francesco


Home page  Lettura   Poeti del sito   Racconti   Narratori del sito   Antologia   Autori   Biografie  Guida   Metrica   Figure retoriche

 

Il mio volto non vedo
dietro i bianchi capelli
lo specchio rimanda il ragazzo di allora
cerco invano e non trovo
il tasto rewind.

Se morire per la tua terra,
è colpa più grande
che renderla allo straniero ,
allora, tu, mio biondo sire, peccasti !

Di un grave sudario di pietre,
dalle mani franche disteso,
neppure ti fecero degno .
Ed ora le tue ossa disperse,
fuori del sacro regno
dormono baciate dall’ acque di un fiume,
e pietose nascondono i sassi sulle rive del Verde,
laddove gettaro, chi sé chiamò legato di Dio.

Pur ora, di quella città, oltre le porte,
oltre quel ponte ove cercasti la morte,
il tuo nome perduto è nel vento,
più il tuo nome non sento,
così, pure si perse il paese che è mio.

Tu che moristi su una rupe.
Tu che venisti dalle brume
a fare liberi i cafoni,
tu che una volevi la terra che amavi,
tu speravi di non aver padroni,
più che quelli che di sé governa.

Tu non sapevi,
tu che ora dormi sotto le stelle,
che la tua vita breve
che il sangue tuo era il prezzo
di mille schiavi
sepolti nella neve
là, sopra i monti di Fenestrelle.

Era per questo, che dei Mulini traversasti il Ponte?
Era per questo, che tu moristi?

E, lì, sopra quel monte, dove, come Leonida, ora dormi,
è questa la terra che sognasti?

Per seguire speranza e impresa,
per sempre venisti da paese lontano,
ed ora la tua vita spesa,
forse onora la turba stolta,
dei figli di Giussano?

Voi che
già voci udiste di un pastore tonante
che molti condusse allo scannatoio
più non prestate orecchio a voci suadenti
che vi carezzano la gola.

Voi che
vent’anni udiste il suono del pifferaio calvo

voi che
vent’anni spense ogni ragione il sonno

ora che il suono stride
ora che ne vacilla il piede
ora che è nudo
ora che nessuna menzogna più lo ricopre,

venuta è forse l’ora
di destare il senno
d’uscire dalla morta gora
prima che vi sommerga di nuovo il fango.

Di fronte a cotanto profondi filosofemi,
non vi sembrino i mei pensier blasfemi,
a fronte di cotanti ingegni,
lasciatemi dire quattro parole indegne
all’emulo di Cesare, che nel gesto
ogni pensiero suo condensa,
ed alta alza la mano, che il medio è tratto.
E saluto, anco la turba che tali pensieri apprezza
e che Incitatus con lui non segga
ma tanti su tutti i banchi
che d’Apuleio emularono la storia
eppure mai furono Lucio.
Come l’aureo onagro
molti hanno padroni,
ma mai fame li affligge,
che di Buridano mai udiro il nome,
seppure di Erisittone siano al par voraci.

Tutta la mia terra è Pontelandolfo.
Figli dei viddani di Bronte,
figli dei cafoni di Casalduni,
figli di chi affogò nel suo sangue
davanti al feroce monarchico Bava,
lasciamo in silenzio che dormano,
che li riprenda nel grembo la terra.

Noi pure siamo sporchi del sangue,
noi ciechi,
che non vedemmo l’elsa di Bixio,
nascosta alle spalle di Pilade,
che aprimmo le finestre al vento del Nord
e lasciammo che dietro la camicia rossa,
le giacche azzurre di Cialdini
bruciassero i nostri fratelli nelle case Pontelandolfo,
che facemmo largo ai cavalli di Bava .

Ma, ora, non più lasciamo le nostre case diventare un termitaio
di formiche fameliche,
pur se alla fine don Liborio ha vinto Garibaldi
e dall’Adige al Simeto, ormai, son tutti suoi figli,
fatti non fummo per lasciare la nostra carne ad un branco di lupi.

Quando l’ultimo figlio di Brenno avrà ripreso la via,
chiudiamo le porte, e rialziamo le mura,
non lasciamo più varcare le porte,
a chi venne per l’oro.

Null'altro chiedevi
che di amare,
volevi un amore grande,
che ti travolgesse
come un'onda di burrasca,
che ti prendesse nell'abisso azzurro.
Ed ora che è appassito il tuo fiore,
null'altro chiedi
che amare,
vuoi solo un amore,
un amore purchè sia.

Libertà
             è un abito su misura
di quelli che non hanno
                                         stoffa
nelle pieghe,
perciò,
             amico mio danza
                                            e salta
come ti è chiesto
chè se dovessi diventare grasso,
allora,
            resteresti nudo .....

Come fiori
Chiusi gli occhi alla luce
come fiori
appassiti sullo stelo
reclinando il capo
alla notte.

Come un volto tra la folla
mi passi accanto
e scompari

Per te che muori
nulla resterà
neppure il nome
nella polvere dei ricordi.

Nerone è un esteta
Se domani
verranno a portarti via,
non gridare amico mio,
bisogna morire in silenzio.
Nerone ha un animo sensibile,
odia le grida,
egli è un esteta.

Non vorrai, amico mio,
disturbare lo spettacolo,
di chi grida agli spalti?

.... ma tutto è sabbia,
nelle mani del tempo........

Cosa.
oltre la soglia del silenzio,
se la certezza è il barbaglio di un sole,
che riluce sui frantumi di uno specchio?

Quante volte Signore,
t'amerò,
  negandoti.
Quando quando lo stomaco
si contrarrà
al fetore dei dogmi,
  delle prove ontologiche,
delle verità autoevidenti,
delle certezze assolute.

Quante volte ti violerò Signore
davanti
               a chi non conobbe mai dubbi!

 

E ragionando intorno ad un coltello
e una forchetta, di battaglie strutturali
e sovrastrutturali,
tra un cucchiaio e l'altro di minestra
la testa piena di pensieri presi a prestito
guardiamo il mondo alla finestra,
io che stancamente e senza convinzione
costruisco il mio avvenire borghese
sperando nel socialismo dell'autogestione,
tu che pensi a Malatesta
ed il nostro amico gauchista
che già baratta soviet e rivoluzione
per un seggio al parlamento.

Tutti guardiamo le lotte
della sinistra rivoluzionaria,
all'ombra di questa città reazionaria,
che sempre preferisce democristiani e fascisti.

Ma siamo tutti cattolici lassisti,
figli della Rai e dei falsi telegiornali,
bisognosi di una madre, un fratello,
una chiesa o un comitato centrale;
intanto affondiamo il coltello
nell'arrosto di maiale,
domani la morte intellettuale.

Isacco
Di una strana era Isacco
misfortuna in iscacco
massi, tegole e lampioni
calcinacci e poi mattoni
travi, gronde e cornicioni
vetri, infissi e parapetti,
sassi e tegole dai tetti
di mazzate, insomma un fracco,

sulla testa finian d'Isacco.

Tutti il sanno,
che se usciva a capodanno
ritornava con gran danno:
piatti, pentole e padelle
coperchi, tavole e scodelle
assi, mazze e salamelle,
senza scampo inver niuno
li prendeva tutti uno;
manco a dirlo erano un sacco
e sulla testa finian d'Isacco.

Una volta che copertosi d'un telo,
s' addormenta sotto a un melo,
da un ramo casca un frutto
che il cranio ammacca tutto:
lui perplesso e amareggiato,
chiede da che oscuro amaro fato,
sia cosi perseguitato,
quale oscura trista legge
un tal destino regge,
ed immerso nel suo studio,
senza gioia ne tripudio,
scopre la fonte del suo male,
ne la gravitazione universale.

Archimede
D'Archimede la sfortuna era una donna, soltanto una,
bassa, gonfia e grassa, d'adipe ripiena,
zoppa, pingue e piena,
paffuta tonda e polputa butirrosa e bitorzoluta.

Da che s’era sposato,
da costei perseguitato,
non trovava pace alcuna,
una gioia, inver niuna,
sol per colpa di quell'una.

Niente cenere per terra,
il falerno gli rinserra,
niente piedi sul triclinio,
niente cene insieme a Plinio:
“ con la scusa dei congressi,
tutto quanto tu mi ingrassi”.

“Ogni sera a casa presto”,
pensava il genio mesto :
“con gli amici mai non resto".

Una sera che ti affoga
nel falerno le sue pene,
mezzo sbronzo, grida eureka
che un'idea in testa viene:
"vado e ammazzo la mia strega".

Verso casa corre in fretta
e a la megera abietta,
afferrata in una stretta,
torce forte il collo
e nel mar la getta a mollo.

Ma con grande sua disdetta,
ei solo allor s'avvede,
che per quanta cura metta,
la chiatta non affonda,
che per esser essa tonda,
verso l’alto ha giù dal basso
una spinta proporzionale al grasso!.

PROCI maledetti
Date fondo agli orci
e vuotate gli otri
l'ora si appressa,
Penelope smessa la tela
scambia la spola con la spada.

Così disse Eumeo:
"Tu vestito di lino,
tu coperto di ori,
tu che mi insulti,non sai,
anche vestito di stracci
anche lordo di sterco,
figlio rimango di Ormenìde"

"Se torna il mio re,
anche un vecchio
anche un servo
può Antinoo,arrossarti gola
sui gradini del trono!"

Io non li capisco
i poeti con la barba
che stanno dietro i tavoli
a scrivere rime immortali
che costruiscono
                                i versi con il piedistallo.
Io non li capisco.

Io non capisco
quelli che costruiscono
                            le parole incise sui libri della Storia.
Io non capisco

Io,
solo gioco con le parole.

Il figlio di Marte
E' scoppiato un fiore
rosso di fuoco
e nero di polvere
scava un solco nella terra
concimata di sangue.

La morte è un fiore di serra
un giardino è la Terra
per i signori della guerra.

L'inferno ha larghe porte,
Marte ha tanti figli
e come bimbi che giocano alla palla,
giocano il gioco della morte.

Una pistola mi porta
con fini intarsi e studiati ingegni
a lui non importa
che io muoia o dia morte.

Intanto,
in moneta sonante
egli cambia una pila di morti.

Che vale se alcuno diparte,
è un gioco,
e giocare piace al figlio di Marte.

Dottor Dulcamara
Udite, udite o villici
Voi, che di bubbole già ne sentiste a iosa
Prestate orecchio a questa,
che vi racconto amici!

Al nunzio, non fate ressa:
di tutti mali il medico
ecco, che a voi s'appressa.
Udite ciò che sua voce sona:
benefattor degli uomini
e difensor degli umili.
Infiniti portenti dona ,
degno di Dulcamara,
per niente ei ve li dà.

Di tutti i mali vi guarisce presto,
per quei che non avete, subito!
per quei ch'avete, appresso!

In sua favella ,
il bello e divino Tenno,
i mali tutti cancella,
e più non soffrirete
di tutti quei malanni, che vi comporta
il posseder memoria e senno.

La mente vi terrà sgombra,
e siccome Wudi,
di quanto perderete,
vi consolerà di un'ombra.

Fratello senza gloria
Fratello
che sei morto senza gloria
dietro le sbarre
o davanti ad una fila
in bell'ordine schierata,
non hai capito la storia.

Bisogna andare a morire
senza una ragione
lasciando le ossa a marcire
sotto un altro sole
per avere un ritaglio di latta,
un segno sopra un cippo.

Se cerchi per te
un respiro più libero
una goccia di piombo ti stende,
non gridare,
dietro l'angola
la garrota
ti attende.

Ora che basta un berretto a sonagli
perchè un imbecille
si creda Duchamp,
voglio sputare in faccia ai nobili
ora che non vi son più nobili,
voglio fumare l'hashish
come già fan tutti,
e voglio cantare un ode
a quanti rompono
                                  le regole,
prendendo il mondo per ifondelli,
a quanti tra quei ribelli
sanno che violare è norma
e intendono oramai
che la rivolta è univerale,
comprarono il galateo della rivoluzione:
"Anticonformismo e trasgressione
come dovere sociale".

Filastrocca
Basta – disse-
con le idee fisse!
Non è possibile
di questi tempi avere alberi verdi.
Non è poi tanto orribile
durano in eterno
gli alberi di plastica
e hanno fiori anche d’inverno.

Ma quali fantasie!
Che sciocchezze, insomma!
Guardiamoci intorno,
alberi, sì,
ma alberi di gomma.
Prodotti dalla Grande Ditta,
nelle piantagioni dell’Indonesia
a un dollaro al giorno,
nelle terre della Malesia,
a un dollaro al giorno,
sulle coste della Nigeria
e, ancora, intorno
sulle rive della Liberia,
nelle foreste di mangrovia,
dove i servi degli schiavi
hanno conosciuto la libertà
dell’associazione filantropica di Monrovia,
e vengono venduti a un dollaro al giorno.

Che dici?
Ho bestemmiato!
Che la Grande Ditta mi perdoni!
Malvagia è la legge del mercato!
Critiche non ne merita,
La Grande Ditta produce,
Sia sempre la benemerita!

Produce impiegati
dietro i tavoli,
addetti ai carrelli,
addetti alle macchine,
che stampano a messe
articoli dalle presse,
addetti ai depositi
di materiali compositi,impiegati giulivi
addetti agli archivi,
addetti ai cassetti.
Vanno, vengono,
scendono salgono, riempiono moduli,
riempiono carte, in tutto o in parte;
gente fida e onesta,
che vive, perfino, a volte,
su richiesta.

La Ditta Produce!
Il meglio della terra!
Produce fumo,
produce smog
produce guerra;
materiali forti!
Produce morti,
(la maggior produzione,
in incremento incessante,
una marea montante,
un folto gruppo
in continuo sviluppo).

Non c’è scampo,
in ogni campo,
per tutta la Terra;
che sia la guerra,
che sia un colpo di stato,
e la voce roca
di un imbecille gallonato
al passo dell’oca,
ragioni non intende,
la Grande Ditta si difende.

Libertà?
Fiato sprecato
È la legge del mercato!


Home page  Lettura   Poeti del sito   Racconti   Narratori del sito   Antologia   Autori   Biografie  Guida   Metrica   Figure retoriche