La rivolta della coscienza
Sul mio corpo assaporo il lento scorrere
Di un acqua infetta, di una truce verità,
scoperta nel corso di una realtà sola,
così intensa nella sua brevità da lasciare
stupefatti o perplessi se credere o meno
ai racconti narrati nella veglia o tra una
sbronza e l’altra, incurante se suscitano
sorrisi o scandalo o pianti, nel mio mondo
m’arrendo a sentire, vedere, succhiare
dai capezzoli dell’esistenza il mio compatimento.
Mi persi, una volta, in un luogo fuori dalle mappe,
in un posto incantato, dov’era seduto un vecchio
con due occhi così profondi e solcati dal tempo
che quasi per istinto, mi sedetti ad ascoltare
il suo silenzio, tagliente più di ogni altra parola,
nei suoi pensieri m’immersi e fui come sommerso
da visioni crudeli, dalla stanchezza per aver troppo
percorso strade lavate col sangue, dall’incoscienza
che manda alla morte nuove generazioni per i capricci
di quelle precedenti, dal dolore dei padri sopravvissuti
ai propri figli e nel seppellirli tutta l’angoscia delle madri
derubate del loro amore, delle loro stesse viscere,
vidi una lacrima scorrere lungo il suo viso scolpito
dalle intemperie, di tutto quell’odio che non avrebbe
mai voluto provare, per quanto ancora, pensava
il vecchio, si prenderanno gioco di noi,
pedine di uno scacchiere senza più caselle
ma piena di croci e dei lamenti che non avrebbe
mai voluto sognare nei suoi sonni tormentati.
Mi prese un capogiro e sostenendomi
A malapena sulle mie costole, ripresi
La via del ritorno, avendo imparato
Da questo, che è inutile abbattere
L’idea quando è costruita sul nulla,
anche se è ancora concesso sperare
nell’accezione di un futuro migliore.… verso collettivo …
E fu così che il nostro mondo prese vita, ancor prima
che l'uomo ne acquisisse memoria, prima che un vagito
e un inno venisse rivolto agli dei del cielo e della terra,
che dai fulmini rei imparassimo il segreto del fuoco e
dalle acque il mistero del tempo che scorre, fu così che
piano a piano la diaspora umana colonizzò i continenti,
su di essi eresse le nazioni, le culture ed i riti per i morti,
dopo devastazioni e pestilenze, carestie e guerre senza
più fine ancora siamo qui che stringiamo mani e sogniamo
ad occhi aperti non luoghi e odissee su mari sconosciuti,
protetti, riscaldati, dal nostro benessere, eppure ciechi
alle grida e sordi ai corpi abbandonati, respiriamo a pieni
polmoni scarichi oleosi e vomitiamo parole, suoni e immagini,
come uragani estivi, tanto presi dal nostro essere ora, firmiamo
amare esecuzioni distratti dalla pioggia che batte sui vetri
oscurati dei nostri cervelli, imbottiti di cianfrusaglie e beni
di largo e poco consumo, aprire le porte di se stessi
ed accogliere il viaggiatore stanco o anche meno, fare
silenzio per udire ancora i sussurri della notte, ancora
ed ancora, non sono e mai saranno invano le nascite
ed i trapassi degli umani, anche se divisi per specie
e categorie c'è tanto che ci accomuna ed in questo
regno svuotato dall'interno non resta che rimboccarsi
le maniche, per pensare a come porre un rimedio
all'incoscienza e alla voluttà delle azioni e dei danni
che da queste si sono succeduti, il collasso della rete
è imminente, almeno reticente a fare incetta di tutto
per lasciare in eredità ai nostri figli proprio un bel niente.
Chiesi una volta quale fosse lo scopo tra di noi,
lo chiesi con gentilezza, quasi stesse la lingua
tremando, chiesi quale fosse la ragione per la
quale battevi i pugni contro il mio petto, lo feci
illudendomi che nel frattempo l'inferno si fosse
raggelato, chiesi, quando ormai eri girata di spalle,
il motivo del tuo sorridere, una canzone d'amore
indiana,mi dicesti, danzandomi attorno, piena
di colori, piena di vita, quello che può risollevare
le nostre sorti, il destino legato ad un passo,
e poi ad un altro, fin tanto che ti resse l'equilibrio
e quando poi cadesti a terra con il naso sporco
di polvere bianca, mi guardasti dritto in faccia,
dicendomi, ora tocca a te fare la parte del mimo,
nelle città popolate da spiriti ribelli palpitasti,
ed in quel frangente, tra la folla ti smarristi,
tornando dopo un poco, dopo quello schianto
tremendo con la testa sanguinante ed un bimbo
moribondo tra le braccia tue, madre, senza più fiato,
ed in quell'istante, s'arrestarono tutti per permettere
il tuo passaggio, chiesi, non ricordo oramai quando,
cosa volevi che facessi, non mi rispose nessuno,
ma da dentro avevo già riflettuto fin troppo,
un oceano o l'intero universo non sarebbero
stati abbastanza per contenere tutto quel dolore,
profondo e pesante nel suo incessante battere.
E fu così che dalle tenebre si ebbe la luce, le metafore
più belle della nostra esistenza, un affetto illimitato
e senza contrasto, il sapore di una ciliegia ed il profumo
del tamarindo, tutto lindo e pinto, il mantello che ci
avvolge in attesa di quella catarsi che ci riporti dal sonno
alla veglia tutt'altro che lucida, eppure splendida
è la speranza racchiusa nelle albe e nei tramonti,
nella concretezza di un sacrificio che è per sempre
che è fuggevole consapevolezza del passare
di uccelli migratori, di stagioni sempre verdi e in fiore,
come il salutare abbraccio di chi ti vuole bene
o nella solitudine che come un morbo ci tormenta,
e fu così che rapimmo anche i raggi al sole e ad alle stelle
tremanti il brivido di un sospiro, tra le nuvole in festa,
un vento nuovo si aspetta, che si alzi di nuovo la voce
e che ad un strepito d'aiuto non ci sia un chicchessia che tace.
Concesso e non ammesso
Concesso il beneficio del dubbio,
quando i disillusi già si sono arresi
alle esigenze del destino, ed i relitti
di questo mondo ardono al sole
del deserto, quando le parabole
e le false dottrine incantano ancora
i figli di madri ignote, si perdona
troppo poco e troppo s’accusa,
cingere allori sui capi chini, sudditi
di regnanti appisolati, svenuti
su letti di chiodi spuntati, la calma
che si scruta all’orizzonte è solo
un effimera visione di una notte
bruciata nella veglia, consumato
da un morbo invisibile, da un vuoto
accecante, in questa distanza siderale,
nel silenzio di tomba, che purtroppo
obbliga a sentire la goccia, nel suo
lento cadere, scava la roccia fin dentro
la sua anima di freddo cristallo, un balzo
un po’ più in là e sorge chiarezza
dalla coltre dissipata di miserabile grandezza.
Roma, 26 luglio 2008 |