Racconti di Rosa Giusti De Ruggiero


Home page  Lettura   Poeti del sito   Racconti   Narratori del sito   Antologia   Autori   Biografie  Guida   Metrica   Figure retoriche

Leggi le poesie di Rosa

Storielle vere

Un romanzo?
Mamma mia!
E quante pagine dovrò riempire per farlo?
Un romanzetto andrebbe meglio.
Diciamo di 150 pagine...
Devo fare soldi!
Ho bisogno di denaro e, come disse Charlot (Charlie Chaplin), tutto quello che creerò lo farò
pour l'argent.
Mmm, e sarà veramente ispirazione o avidità?
Ma di certo, non sarei la seconda, intendo dopo Charlot.
Anche Mark Twain e altri ammisero che lo scopo principale del loro duro lavoro per sfondare, fosse economico.
Bene, quante chiacchiere, quasi inutili.
Sapevate che all'etá di sette anni o, giù di lì, un giorno il socio in affari di mio padre, Gianni, di circa vent'anni e, il mio papà stesso, lavorando al bancone da sarti un po' più disperati del solito, mi chiesero cinque numeri da giocare al lotto?
"Dai, Rosetta forse grazie a te finalmente ci aggiustiamo, ci arricchiamo. Dacci dei numeri benedetti."
Ricordo che alla peripatetica che sono sempre stata, andando cioè avanti e indietro per la stanza, calai la testa in giù e dettai cinque numeri che mio padre scrisse sulla parete a destra del suo bancone di legno massiccio, quel bancone che per me era tanto lungo e grosso da non finire mai.
Il giorno dopo mio padre e il suo socio, puntarono insieme su tutti e cinque i numeri, giocarono la cinquina.
Mio padre: "O tutto o, niente!" disse.
Mandarono mamma al bancolotto e attesero il sabato successivo, più con curiosità che con speranza.
E lì ci fu l'errore.
Il non crederci del tutto.
I miei numeri uscirono tutte e cinque!
Sì, proprio come li avevo dettati io, come papà li aveva scritti sulla parete, ma non come li aveva trascritti sul pezzo di carta che giocò mammà.
Uno lo aveva scambiato per un altro e... non vincemmo un bel niente di niente.
Dovete sapere che mio padre, durante la seconda guerra mondiale, era stato prigioniero degli inglesi. Appena iniziato a fare il militare a soli 19 anni, fu catturato appunto dagli inglesi, fece con loro il giro dell'intera Africa e alla fine, fece rotta a Londra. 7 lunghi anni di gioventù. Così aveva imparato bene la lingua e anche quel benedetto -sette- senza la coda. Il giorno fatidico della cinquina, lui trascrisse un -uno- al posto del -sette- e... perdemmo tutto!
La nostra filosofia napoletana, oh mamma mia, quanto mi ha perseguitata, rovinata, distrutta e aiutata nella vita!
Quel: "Meglio così" del mio rassegnato, deluso, arrabbiato papà.
"Meglio così, che se avessimo vinto. Chissà che sarebbe successo con tanto denaro? Saremmo impazziti, si poteva sfasciare la nostra famiglia, sorgeva l'egoismo infame, tutti i parenti avrebbero preteso chissà che, tua madre ed io ci saremmo lasciati sopraffare dall'opulenza e dai vizi. Non ci pensiamo più. Meglio così."
Meglio così, pensai anch'io.
Ogni tanto i miei raccontavano, tra risate e sospiri, la storiella vera dei numeri al lotto datigli da Rosetta.
Ma negli anni dimenticai tutto. Solo da vecchietta mi è riaffiorato questo episodio.


Sofia            01.01.2015 ore 22.05
Se ne tornava fiera e contenta dalla sua lezione di pianoforte.
Aveva solo diciannove anni ma era vestita con raffinata eleganza e da bella signorina, col suo passo leggero ma lesto, quasi da indossatrice.
E tale si sentiva.
Di questo andava fiera, forse più dello studio del pianoforte che aveva seguito con immenso interesse.
Andava matta per la musica!
Ma in quel momento di passeggiatina tra la scuola di musica e la sua abitazione, non faceva altro che pensare alla sua bella pelliccetta marrone, imitazione castoro, bordata in vilpelle sulla vita e sui fianchi, proprio all'ultimo grido.
I guanti rossi, gli stivaletti rossi e la borsetta rossa, davano un tocco un po' allegro e fresco in quel giorno invernale freddo e cupo.
E poi erano già le sei di sera.
Solo le luci dei lampioni illuminavano la via.
Ad un tratto le passa accanto una spilungona, in confronto a lei che era piccolina, e lei riconosce nella donna, anch'ella giovane e ben agghindata, una specie di rivale a cui mostrare la sua propria scelta di eleganza.
La donna indossava una giacca leopardata scura e seducente.
Borsetta e stivali lucidi, sciarpa nera attorno al collo a mò di coquette.
Ad Anna non piaceva molto quel guardaroba della sconosciuta, perciò voleva mostrarle il suo buon gusto, la sua raffinatezza senza paragoni.
Così si avvicendavano sorpassandosi, una volta l'una e una volta l'altra, per mostrarsi quasi spudoratamente a vicenda.
Nei pressi di casa, Anna si meravigliava di come la volgarona la seguisse ancora dopo il lungo tratto di strada fatto insieme.
Dove va costei attraversando la mia strada?
Poteva prendere una scorciatoia, girare a destra o a sinistra, lasciarmi un paio di vicoli prima.
No, continua imperterrita a starmi dietro.
Che voglia aggredirmi perchè l'ho io per prima provocata?
Non credo. La mia ragionevolezza, sempre positiva e niente affatto da intimorire, mi dice che si tratta di un caso fortuito.
Altro che caso fortuito!
Quella mi sorpassa e... entra nel mio palazzo, quello del famoso conte.
"Sofia" inizia a gridare la vasciaiola, non cè un termine più adatto a lei.
"Sofia" grida con tutto il fiato che ha in gola, ancora una volta.
La terza volta mi accingo a guardarla perchè tanto ha la testa rivolta in alto e vedo come la sua gola si squarcia per davvero nel chiamare nientepodimeno, chi?
La sua amica "Sofia" per l'appunto, che altri non è che un inquilino del palazzo diventato da un po' di tempo, un trasvestito.
Mamma mia!
Strilla dentro di sè la bella Anna!.
Cosa?
Mi son paragonata a un trasvestito?
Non puo' essere, non ci posso credere.
Per un look diverso, per il mio nuovo cappottino comprato con i risparmi delle lezioni di francese date durante tutto il mese di settembre ad un'altra ragazza della mia età, per gli stivaletti, la borsa e i guanti rossi regalatimi da mammà, mi son buttata tanto in basso?
Non che io voglia giudicare chi sceglie il suo modo di vivere diverso dal mio, ma perchè ero sicurissima si trattasse di una donna come me e perdippiù, mia coetanea.
A questo punto vorrei chiarire una cosa che mi sta a cuore, a voi lettori sbalorditi.
Spero abbiate letto anche il mio racconto su Renato, l'amico di papà e, che abbiate capito come la penso.
Io amo tutta l'umanità, bianchi, neri, gialli e paonazzi.
Di qualunque religione o ceto sociale e vi assicuro, specialmente parenti, amici e conoscenti.
E "Sofia", nome datogli in onore alla nostra bella Loren, era un vicino di casa da quando ero nata, proprio in quel palazzo lì.
Gli volevo anche bene o, meglio, provavo pietà per lui perchè non era nato come avrebbe voluto, da vera donna e si era dovuto operare in nord Africa per diventarlo.
Quanto aveva sofferto, il poverino!
Perchè la sorte a volte è così crudele verso di noi?
Come nel caso di Renato citato sopra, che addirittura si vide costretto a togliersi la vita per il suo dolore di non essere accettato com'era, anche lui da omosessuale.
Ebbene, "Sofia" aveva da sempre mostrato la sua tendenza femminea, già da piccolo.
Noi ridevamo insieme a lui quando si metteva sul balcone indossando i vestiti della mamma per sembrare una ragazzina, e in seguito, una signorina.
Suo fratello era un maschietto come tutti gli altri, ma lui, il futuro bella "Sofia", si sentiva una donna vera e propria che per fortuna, al contrario di Renato, era nato (gioco di parole che posso evitare), in un'altra generazione/ apparteneva ad un'altra generazione e aveva potuto affrontare tanti ostacoli perchè senza passato di moglie e figli alle spalle.
Così, da donna adulta, aveva alcuni anni più di me, adesso nel suo giro, con amici e amiche, tra cui l'affascinante spilungona, viveva la sua vita accettata o no dagli altri, come voleva lei.
Si puo' reagire in modi differenti dinanzi a queste evidenze dei fatti: riderci su, accettarle o criticarle.
Tanto, solo una cosa è certa.
Un giorno tutti noi non ci saremo più e avrai voglia di ridere, accettare o criticare!
Nessuno si salverà mai dalla morte.
Perciò concludo dicendo a tutti di tollerare il nostro prossimo e prendere tutto con leggerezza, come feci io quel giorno dei miei diciannove anni (a cui son tornata volentieri), perchè solo la morte non conosce la leggerezza.

Renato
Renato si chiamava l'amico di papà che mi è tornato in mente passeggiando stamani mentre mettevo a posto dei pensieri confusi. Era padre a Melina, una bella ragazzina con la quale io giocavo davvero volentieri. C'era un feeling tra di noi che ancor oggi sento in cuore nel pensare un poco a lei. Il suo nome tanto bello suona qui nel mio cervello. Non l'ho mai dimenticato. Una volta lo volevo quasi scegliere per me come nome di battaglia, pseudonimo grazioso con cui diventar famosa. Abitavano in un luogo che mi piace ancora adesso. Forse a me ancor più simpatico perchè porta indietro, a loro. Quel Renao era carino, proprio tipico italiano. Era un napoletano di dolcezza femminile, che ricordo assai umano, signorile, pur gentile ed elegante. Mi trattava come fossi di famiglia, anche io una sua figlia. Eran due le sue bambine, più un figliolo piccolino. Il vocio che scroscia ancora delle voci che pietose lo scusavan, perdonavan, dopo il folle gesto amaro che lo tolse dai suoi cari. La mia mamma era anche lei come un angelo, una santa, così che per molto tempo ne dicea con commozion. Ecco il dramma è raffiorato, or che ho più di sessant'anni mentre provo mestamente quegli stessi sentimenti. Giorni calmi, spensierati, fuor di casa con papà quando mi portava là da Renato e da Melina. Bene, o forse proprio male per quei tempi sì arretarti, circa cinquant'anni fa, quel Renato fu costretto a sparire dalla scena, a levarsi quel che abbiamo, come pensan quasi tutti, il gran dono della vita... La ragione? Era un gay. E per questo lui viveva già diviso dalla moglie, come detto, con tre figli e tra loro la Melina. Questo nome stamattina rimbombato nelle orecchie, sceso al cuore, è riuscito a riaffiorare quella triste verità, che ritornerò a ripeter come vivida realtà. A quei tempi di altro peso, altro calibro e misura. Il dolore, lo stupore, non capivo fin in fondo cosa ci volesse dire quella morte disumana. Fu trovato appeso a un cappio nella camera affittata. "Oh, perchè Saturno infame per il mio Renato caro, questo dì non hai aspettato in cui è lecito il bel tutto e compreso avrebber tutti?"

Casi fortuiti?
Mia nonna Rosa, di cui porto il nome, era nata il 21 febbraio, così come mia mamma il 21 febbraio.
Io sono nata il 22 febbraio.
Mia nonna Nunzia, di cui ho il secondo nome, era nata il 23 marzo, mio padre il 29 marzo, mio fratello il 22 marzo.
Il mio ex marito è nato il 3 aprile, la nostra prima nipotina, il 16 aprile, la sorella più giovane di mio padre, l'8 aprile e portano lo stesso nome, sebbene in due lingue diverse.
Il mio ex compagno si chiama Charli, il mio ultimo amore, Carli di cognome. Charli è nato il 21 maggio, l'ex amica di Carli, è nata anche il 21 maggio.
Mia suocera, a cui sono molto affezionata perchè ci siamo sempre ben capite e rispettate, è nata il 9 gennaio. Un mio carissimo amico innamorato di me, ma 12 anni più giovane, è nato anche il 9 gennaio. L'uomo dei miei sogni che ho dovuto anche rifiutare perchè 12 anni più giovane di me, che porta il nome del mio ex marito pur essendo di due nazionalità diverse, è nato il 12 gennaio, come la mia amica del cuore, Idina.
Mia mamma era nata nel 1912.
I miei due meravigliosi figlioli sono nati, l'uno, il 26 settembre, come zia Ersilia, sorella di mia mamma con la quale andavo assai d'accorso e ho passato la mia fanciullezza. Il mio secondo figliolo è nato il 15 ottobre.
E questo solo per citare alcune coencidenze riguardanti la mia vita...

Quella volta
Quella volta ci stava rimettendo la pelle la mia mamma e,
"Vi assicuro - raccontava - è una sensazione estremamente terrificante!".
C'era ancora la guerra anche se ormai agli sgoccioli.
I tedeschi a Via Roma e a piazza Municipio stavano arraffando quanti più uomini possibile per deportarli come prigionieri senza che potessero difendersi.
Quelli che cercavano di fuggire, li giustiziavano al momento come traditori del loro diavolo in corpo.
Elena passava per una delle stradine dei quartieri spagnoli parallela al luogo della strage.
All'improvviso un giovanotto tutto affannato e stralunato le sussurra con voce ansimante:
"Signurì, salvatemi! Fatemi da scudo. Se mi vedono, mi ammazzano".
Elena, senza pensarci due volte, lo protegge nel percorrere l'intero vicolo.
Lei pensa:
"Tanto un bel giorno dobbiamo tutti morire, almeno io cerco di salvare un'altra vittima come me di questo maledetto massacro".
Gli spari sembravano non finissero mai, anche se adesso i due si erano allontanati abbastanza dalla zona del grande pericolo.
Ed ecco che con sua meraviglia Elena s'accorge che il giovane non c'è più.
"Dio ve lo renda", una voce smorzata dall'emozione, le dice all'orecchio.
Ma lei non vede nessuno.
"Ce l'ha fatta!", gioisce Elena emanando un sospiro di sollievo quasi simile a quello del rantolo della morte.
Ma vive lei, e vive anche il ragazzo salvato quasi per miracolo e per la fortuna di aver incontrato sul suo cammino, al momento giusto, una donna coraggiosa e buona come la mia mamma.
"Non mi sono mai pentita di quel gesto.
Se dovessi di nuovo mettere a repentaglio la mia vita per salvare qualcuno nel bisogno, lo rifarei proprio come feci quel giorno".
9/10/2011

Bollenti spiriti
Aveva preparato tutto con meticolosità e predeterminazione. Aveva convinto
anche sua sorella più piccola a seguirla nel trapasso. Poi le si era poggiata
accanto nel letto, apettando...
Ad un tratto: "No, non puo' essere questa la fine!
Non è giusto andar contro natura e non dobbiamo dimenticarci di Dio"
Proprio lui ci aiuterà, dobbiamo crederci".
Così si alza, corre alla finestra, al balcone , spalanca tutto, dà un sospiro di
sollievo, "Alzati Rita mia, non possiamo morire da giovani, siamo ancora
fresche e belle e anche se la vita ci ha regalato questa schifosa e orripilante
guerra, dobbiamo reagire, sperare, sopportare i crampi allo
stomaco, la fame che ci affligge da mesi e guardare avanti".
Mia mamma: una donna eccezionale coraggiosa e normale come noi altre.
Voleva finirla del tutto con il dolore e le delusioni patite fin allora dal 1941.
Era il 1944.
Sua sorella a spasso, lei a spasso , il fratello di due anni più giovane, sotto le
armi, la sorella maggiore che soffriva con la famiglia, 3 bambini e il marito in
marina.
Quanti problemi, ma ancora tutti vivi. E quelli del palazzo accanto?
Ne erano periti tanti alla caduta di una bomba e l'edificio non esisteva più.
Loro invece avevano avuto fortuna, non gli era successo niente,
avevano vissuto solamente momenti atroci là sotto nel ricovero.
Terrore indefinibile, passato ma mai digerito.
Ne parlava spesso. Era stata una delle ragioni per cui quella volta di cui sopra,
aveva preso la decisione di farla finita una per tutte.
Eppure non era giusto e vi aveva con coraggio rinunciato.
Indossare il vestito più nuovo, lasciare tutto pulito e in ordine,
chiudersi dentro, tappare finestre e balconi, la porta, accendere il gas e
mettersi a letto...
Azioni che aveva calcolato quasi con freddezza, senza pensarci troppo. Nel suo
capo e nel suo cuore c'erano ben altri pensieri che l'affliggevano. Vedeva tante
donne come lei che si prostituivano per un piatto di pasta, o di lenticchie,
quelle di Esaù.
Quando raccontava questa macabra esperienza, reagiva con una risata
parlando dei bollenti spiriti della gioventù ma lo faceva solo per distrarci
e non farci soffrire.
Noi l'ascoltavamo incantati.
Era proprio una donna squisita.


Home page  Lettura   Poeti del sito   Racconti   Narratori del sito   Antologia   Autori   Biografie  Guida   Metrica   Figure retoriche