Racconti di Gus


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La Madonna del pittore

Capitolo Primo.
Nasceva proprio il giorno in cui Dio aveva chiamato a sè il grande Cosimo della famiglia De Medici. E sua madre, da buona contadina, per non far dispetto al padrone di Firenze, non sopravvisse al parto. Il padre era un solito soldato di ventura, che dopo aver ingravidato la madre del nascituro, non era più tornato da una delle campagne di guerra. Fu così che il povero Masetto venne preso in casa da una zia che vantava discendenze dai Rucellai, ma che viveva del suo lavoro in un opificio di albume, facendosi aiutare per le faccende domestiche da un'anziana parente, la Nina. Nè i Fiorentini si potevano interessare della sua nascita, sia perchè era uno sconosciuto, sia perchè accorsero tutti a San Lorenzo a vegliare la salma del grande Signore.
Gli anni passarono, la Nina se ne andò a raggiungere gli avi e la zia Ghismunda, chiamata così dal padre letterato che aveva letto il Decamerone, pensò che fosse ora che il nipote che aveva compiuto nove anni, andasse a bottega a guadagnar qualche fiorino.
Lo prese con sè mastro Chirico, un anziano artigiano, che si intendeva di pittura murale, cioè dipingeva i muri delle case, quello che oggi riduttivamente chiamiamo imbianchino, ma che invece allora doveva saper creare i colori, che lui stesso impastava da sè, macinando terre, triturando pietre e servendosi di materiali di cui manteneva il segreto ed era geloso custode.
Masetto, acuto osservatore, imparava l'arte, ma non ne faceva menzione a mastro Chirico, che di lui si serviva per portar secchielli, spostare scale, staccar carte di parati e far pulizia sui pavimenti delle stanze che intonacava.
Un giorno, però, Masetto, di nascita piuttosto maldestro come diceva il vecchio, finalmente combinò un guaio, perchè salito sulla scala per porgere al pittore il secchiello del colore, lo fece cadere a terra.
Fu così che dopo aver pulito e tirato a lustro il pavimento si ebbe il ben servito e si trovò a dodici anni per strada, perchè nel frattempo la zia Ghismunda, poichè allora si moriva presto, pensò di abbandonarlo.
 

Capitolo Secondo
Il piccolo Masetto appena dodicenne, fu anche costretto in malo modo dai padroni a lasciare la casa che la zia aveva in locazione, perciò d’un botto si trovò solo, per la strada e senza un centesimo di fiorino in tasca.
Pensò, e che altro poteva fare,di essere nato sotto una cattiva stella.
Ma il fato una ne fa e una ne pensa ed un ricco signorotto fiorentino di un ramo cadetto della famiglia dei Donati, che lo aveva visto darsi da fare ancora piccino nella bottega di mastro Chirico, saputolo in disgrazia da una delle sue serve, lo mandò a chiamare.
“Mi hanno detto che è morta tua zia, che sei rimasto solo e che ti hanno buttato fuori casa”, disse .
Masetto annuì.
“Perché non lavori più a bottega da mastro Chirico" ? gli chiese.
Il ragazzetto raccontò la sua storia infelice.
“Se tu la mattina alle cinque mi vai a prendere il pane e il latte che serve in casa, poi durante il giorno dai una mano alle domestiche e con gli stallieri impari a sbrogliare il crine e a strigliare i cavalli, qui lavoro da fare ne troverai e troverai anche un posto da dormire e un tozzo di pane per sfamarti”.
Il ragazzo fu ben lieto di accettare e ben presto, sistemato in un bugigattolo della barchessa, si fece ben volere dalla servitù, facendo con lena tutto quello che gli veniva comandato.
Se non che, un giorno, poichè diceva di essere pittore murale, fu messo alla prova e il padrone in persona lo introdusse in una cappelletta chiusa e abbandonata che doveva essere rinfrescata.
"Devi ridare colore a questi muri" disse il padrone "Vediamo che sai fare".
 

Capitolo Terzo
Masetto diede un occhiata ai muri della cappelletta ed all’altare e chiesti quattro spiccioli al signorotto si die’ da fare per approvvigionarsi del materiale idoneo a creare i colori necessari.
Andò in primo luogo in riva d’Arno, dove raccolse sabbia di fiume fine e alcune pietre arenarie.
Si fece dare, poi, da un marmoraro carrarese che aveva bottega a Firenze polveri di marmo e spese gli ultimi spiccioli che gli erano rimasti da un bottegaio da cui, come si ricordava, faceva i suoi acquisti mastro Chirico, e lì comprò un sacco di polvere di lapilli e della calce.
Stette due o tre giorni a macinare pietre, ad impastare terra e polveri e il signorotto, che in verità era il proprietario dell’opificio di allume dove aveva lavorato la povera zia Ghismunda e da lei aveva appreso la laboriosità del ragazzo, entrando nella cappelletta a spiare disse “Ehi giovinotto, ancora non combini nulla, che fai mangi pane a tradimento”? Il ragazzo arrossì, ma spiegò che per preparare l’intonachino era necessario un impasto ben preparato.
“Ma tu che vuoi fare, il Ghirlandaio, disse scherzando, manco dovessi stendere un affresco …devi solo rinfrescare i muri”, poi riprese, “ti do tempo sino a fine mese, mancano cinque giorni, ricordatelo”e se ne andò.
Masetto continuò alacremente a miscelare pietre e polveri picchiando nel mortaio e si ripromise di cominciare il lavoro sui muri all’indomani.
 

Capitolo quarto
Masetto, di buon' ora, approvvigionata la casa di latte e pane secondo gli ordini del suo padrone, si rintanò nella cappelletta, che prendeva a stento la luce del mattino da un malandato rosone aperto sulla fronte del piccolo fabbricato.
Era quell'opera talmente trascurata nel tempo che appariva un cerchio nero quasi uniforme.
Ma il giovane imbianchino lavorando di gomito e servendosi di piccoli stracci e di un solvente creato da lui stesso con ogli essenziali tratti da bucce di agrumi e moccoli di cera stagionati trovati su candelabri arruginiti, si mise a rimuovere le incrostazioni terrose e calcaree della vetrata.
A poco a poco, con l'avanzare della pulitura, la luce, grazie anche alla bella stagione marzolina, inondava la piccola cappella, mettendo a nudo le macchie sporche delle pareti e le magagne dell'altare che il semibuio aveva pietosamente nascoste.
Ma, intanto, ritornava ad antico splendore quel rotondo luminoso composto da linee radiali e istoriato qualche secolo prima da mastri vetrai con mirabili miniature di passi del vangelo.
Coperto il risone all'interno ed all'esterno della facciata con carta chiara che non diminuiva il penetrare della luce solare, il giovane cominciò a pulire i quattro vecchi candelabri che posavano a due a due sui lati opposti dell'altare, servendosi di acqua, sale e polvere di sodio, curando di togliere la patina che si era formata e così fece per le altre icone in argento che addobbavano l'altere di marmo.
Il primo giorno di lavoro fu così dedicato alla ripulitura di cose che il tempo aveva umiliato.
Il ragazzo ricoprì tutto con stracci di tela e sfamatosi con un pezzo di focaccia di farro datogli in cucina, restò a dormire su di un giaciglio di paglia adagiato nella piccola cappella, quasi a voler custodire il suo lavoro.
 

Capitolo Quinto
Levatosi sul far del giorno dal suo giaciglio, il ragazzo, sbrigate le commesse e bevuta una scodella di latte dopo avervi inzuppato un tozzo di pane raffermo, tornò lestamente al suo lavoro.
Scrostò meticolosamente con acqua e raschietto quel che rimaneva del vecchio disomogeneo intonaco sino a trovare la pietra murale delle pareti, salvando , lunghe linee di disegni geometrici correnti sovente lungo il muro, che man mano affioravano dalla pulitura.e ripromettendosi di risuscitare i colori di quei fregi che gli apparivano preziosi.
Fu così che fino a sera , dimenticandosi di mangiare e sorseggiando qualche goccio d'acqua, denudò le pareti ed il soffitto, scoprendo, per ricomparse segnature, che erano state murate due feritoie, il transetto, la cupola a catino, due piccole navate laterali e l'abside dietro l'altare.
Non che il nostro giovane imbianchino avesse cultura d'arte architettonica, ma capì la somiglianza della struttura del fabbricato con la pianta di San Miniato, dove quella pia donna di sua zia, recandolo fuori delle mura, lo aveva portato sul colle a servir messa.
Per costruire il grande palazzo il padre di ser Lodovico, che non voleva essere da meno dei suoi cugini Donati, aveva dato ordine all'architetto dell'opera di guadagnar spazio, così costoso fra le mura fiorentine. La piccola chiesa di stile romanico fu così ridotta in quella misera cappelletta rettangolare, con soffitto appiattito, incastrata negli elementi architettonici della magione.
Finito e rimirato il lavoro fatto, Masetto si mise a riposare prima che venisse buio.
L'indomani lo aspettava il grande giorno del primo strato, il dopodomani dell'arriccio e il terzo giorno avrebbe potuto spalmare i colori.
 

Capitolo sesto
Il primo giorno Masetto dopo aver passato un panno per meglio asciugarla, segnò col gesso i punti in cui le pietre della muratura si muovevano e li andò a rincalzare uno per uno con calce e cemento.
Il secondo giorno, bagnato il sottofondo schizzò sulle pareti sabbia mista a calce per aggrappare poi con cura la malta bastarda che aveva preparato con tre secchi di sabbia fine, uno di cemento pieno ed uno di calce quasi pieno.
Infine passò a pennello e spatola il terzo strato leggermente granuloso formato con sabbia finissima, acqua e calce.
Si mise, poi a impastare i colori dividendoli in cinque secchi, quanti erano i veli che avrebbe voluto passare sopra i due strati.
A sera, quando scendeva il buio, accese alcune candele che aveva trovato in una vecchia cassapanca posta in un lato della cappelletta.
Lavorò finchè non lo sorprese il sonno, ma non si mise a dormire prima di aver tracciato dietro all’altare una grande raggiera, aver disegnato i rettangoli delle feritoie murate e grandi quadrangoli dove era stato murato il transetto, andando poi con la scala fin sotto il soffitto, tracciò rettangoli con basi minime, lunghi come travi.
Compiuta quest’opera si addormentò , alla luce di fiammella di una candela che aveva lasciato accesa, perchè si spegnesse per consunzione.


Capitolo settimo
Il giovincello nulla poteva sapere di teorie sulla tecnica prospettica, in quell'epoca ancora non diffuse . Fatto sta, però, che in pratica un abile gioco di linee geometriche, di congiunzioni di punti, di intersezione di segmenti e incurvature, gli permise a lavoro ripreso il terzo giorno, di raffigurare spazi illusori, con mezzi modesti come spaghi e carboncini accuninati. Terminati disegni sulle murature, la cappelletta sembrava all'occhio umano avere un'abside, una cupola a catino un transetto ed ai lati del corpo centrale due piccole navate. Dopo aver verniciato il soffitto simulando travi a cassettone, ed aver spalmato tenui colori alle pareti ripassandovi con fedele ricalco le trame geometriche presistenti che le dividevano in due parti in senso orizzontale e aver decorato le linee prospettiche, Masetto si era riservata un'ultima finitura.
Sul muro laterale, alla sinistra dell'altare, ritornato a brillare con la ripulitura degli argenti, c'erauna piccola loggia che ospitava una Madonnina di gesso, raffigurata con le mani congiunte in preghiera.
Il ragazzo, iniziato al culto della Vergine dalla pia Ghismunda, aveva lasciato per ultima l'opera di acconcio della loggia, cui voleva dedicare particolare e devota cura.
Certo sbagliava mastro Chirico quando, non avendo sperimentato le capacità del suo garzone, lo definiva maldestro.
In quel frangente, però, l'improvvisato pittore murale manifestò la sua inesperienza.
Accostatosi con la scala alla loggia, credendo che la Madonnina fosse fermata e non solamente posata sulla base, vi posò sopra un mano per tastare con l'altra lo sfondo. Mentre lui perdeva l'equilibrio per l'icstabilità dell'appoggio, ma riusciva a reggersi appoggiandosi al muro, la statuetta leggera e non più alta di quaranta centimetri scivolò sulla base e finì sul pavimento frantumandosi.


Capitolo ottavo
Masetto scese dalla scala, mettendosi le mani nei folti capelli neri e ricci. "E chissà di quale grande artista era questa Madonnina, si chiedeva in lacrime, ser Ludovico mi caccerà, sarò ancora un disgraziato senza lavoro nè dimora, solo e per la strada come un cane randagio". Mentre piangeva, imprecava e malediva la sfortuna che aveva ripreso a perseguitarlo.
L'indomani il padrone sarebbe passato a controllare il lavoro, si sarebbe accorto del misfatto e forse, prima di mandarlo via, gli avrebbe anche fatto affibbiare una caterva di nerbate.
In quel tempo, pur se Firenze fosse una città di trafficanti, ricchi mercanti e di banchieri, gli artisti erano tenuti in grande considerazione. Le famiglie nobili e possidenti facevano a gara ad accaparrarsi opere dei grandi maestri che illustravano la città, rendendola la culla dell'arte nel mondo conosciuto. "E se la statuetta fosse un gesso di Donatello o di Verrocchio, si chiedeva tremante, facendosi venire a mente i nomi dei due grandi scultori di cui aveva molto sentito parlare, come potrò risarcire i danni, sarò messo in catene tutta la vita". E più pensava, peggiore era la sorte che si rappresentava.
Dire che fosse disperato il ragazzo, era poco. Con tutta la forza che gli era rimasta, prese pennelli e colori impastandoli in modo del tutto inconsueto e in preda al panico, si mise a dipingere la piccola loggia, come solo in quello stato d'animo di dolore e furia avrebbe potuto fare, cercando freneticamente di effigiare un viso di Madonna. "Vergine mia, Vergine mia, continuava a ripetere " e mano mano prima acconciò la loggia, poi venne fuori la figura di Maria.
Finita l'opera non ebbe nemmeno il coraggio di guardarla. Povero me, povero me" ripeteva.
"Sconsolato non pensò nemmeno a mangiare quella sera e dopo aver nascosto dietro l'altare il materiale rimasto insieme ai cocci della Madonnina di gesso, spostò in un angolo il suo giaciglio e vi si rannicchiò cercando invano di prendere sonno mentre calava il buio.


Capitolo nono
La luce dell’alba colse lo sfortunato imbianchino mentre, dopo una notte di dormiveglia in preda ad incubi, si era appena appisolato.
Lo svegliò qualcuno che stava picchiando alla porta.
Era un domestico che lo apostrofò con tono di scherno “Ehi dormiglione, è un bel po’ che batto l’uscio …”.
Il ragazzo si stropicciò gli occhi, corse a rinfrescarsi alla fontanella del cortile e andò a prendere il latte e il pane.
Al suo ritorno in cucina, afferrò un pezzo di pane raffermo e sgranocchiandolo tornò a rannicchiarsi nella cappelletta, dopo aver tolto le carte imposte per proteggere le ripuliture.
Il sole si alzò e inondò il piccolo luogo sacro di una luce che filtrando dal rosone esaltò i colori e gli effetti spaziali impressi da Masetto.
Fu allora che ricomparve il padrone.
Ser Ludovico si guardò attorno con stupore, quasi non riconoscendo più il luogo, mentre il ragazzo scattato in piedi se ne stava zitto ad aspettare la sentenza.
“Un bel lavoro, disse il padrone, un gran bel lavoro ragazzo …” . Si approssimo ai muri, andò a rimirare il rosone e tutto quanto il giovincello aveva abilmente ritoccato.
Finalmente, come temeva il pittore murale, lo sguardo di ser Ludovico si soffermò sulla piccola loggia, alla quale si avvicinò “Ma, disse, qui …toh, e questa chi l’ha dipinta …” . Il suo tono era fra il meravigliato e l’interrogativo..”Questa Madonna non c’era qui, chi l’ha dipinta” …Il ragazzo col cuore in gola rispose “io … signore,” .
Dopo aver guardato per un bel po’ il piccolo affresco, il padrone riprese “Tu … da solo …” .
Il ragazzo annuì.
Ser Ludovico senza profferire altra parola scomparve dietro l'uscio della piccola cappella..


Capitolo decimo
Impressionato dalla bellezza della piccola Madonna affrescata da Masetto assai di più che dai suoi disegni geometrici pur notevoli, ma che qualsiasi mano ferma avrebbe potuto vergare, ser Ludovico aveva abbandonato di fretta la piccola cappella, per cercare qualcuno che, da intenditore d’arte, avrebbe potuto dare conforto alla sua meraviglia.
Si parlava molto a Firenze di un giovane non ancora venticinquenne, figlio di un ricco notaio, ser Piero, venuto da un piccolo borgo.
Il giovane in breve s’era acquistato molto credito presso la bottega di Andrea del Verrocchio, dove lavorava insieme ad altri giovani promettenti, ed era apprezzato non solo per la qualità dei suoi disegni, per il suo fare ottimi rilievi, per l’operare nella scultura realizzando pregevoli gessi di giovani donne e di putti e per suoi primi dipinti, ma anche per la sua vasta applicazione alla scienze, che spaziavano, nel suo dedicarvisi, dalla critica dell’arte, alla matematica, alla anatomia, alle leggi fisiche.
Era costui, quello che poi passerà alla storia come il grande Leonardo da Vinci, già allora grande amico di Lorenzo de Medici, che che in età lo superava solo di tre anni.
Ser Ludovico, che a Firenze egli pure era considerato, ma per altre ragioni, cioè per la ricchezza derivante dai suoi opifici e dalla la sua grande abilità di mercante, aveva conosciuto il giovane borgataro in casa di amici possidenti e ne aveva apprezzato la squisitezza dei gusti proprio nel parlare di arte pittorica e nel commentare alcuni dipinti dei suoi anfitrioni.
Volendo che fosse quello il primo, dopo di lui, a giudicare il dipinto di Masetto, mandò un servo a chiamarlo.
Giunto sul luogo, alla presenza del ragazzo che era stato richiamato dalle stalle dove stava strigliando un puledro, Leonardo, dopo aver rimirato il piccolo affresco ed essersi assicurato che era stato steso da poco e senza ricalchi, così si espresse: “Questo giovine deve essere stato in Paradiso … la sua opera è tanto bella che solo chi ha visto in viso la Vergine Maria può averla ritratta in cotesto modo”.
Si disse, il che non è affatto provato, che la sua “Madonna del Garofano”, Leonardo l'avesse ridisegnata dopo quell’incontro.
 

Capitolo undicesimo
Le parole del giovane Leonardo suonarono oro all’orecchio di ser Ludovico, uomo d’affari e intontirono l’imbianchino.
Sentiti altri artisti, tanto che pare , che lo stesso Andrea del Verrocchio e il suo allievo Sandro Botticelli avessero visto e fossero rimasti estasiati dall’affresco di Masetto, la sua vita cambiò di colpo.
Gli venne assegnata una bella camera nella magione, lo stesso sarto di ser Ludovico gli cucì un abito da gentiluomo e gli fu attribuita una serva personale di nome Moretta, quatto anni più grande di lui.
Con una certa apprensione il giovane affrescò l’immagine di una Madonna nella stanza degli sposi, tanto che ser Ludovico e sua moglie donna Isabella traslocarono in altra stanza durante l’esecuzione dell’opera.
Finito l’affresco d’una Madonna in estatica contemplazione del bambino Gesù, questo agli occhi di ser Ludovico apparve addirittura opera più che d’un mortale di una creatura divina.
Fu allora che ser Ludovico tenne un grande ricevimento nel suo sontuoso palazzo.
Vi convenirono invitati, rappresentanti di tutte la maggiori famiglie fiorentine, fra cui i Lapi, i Soderini, persino i Medici i Pitti, i Rucellai gli Aldobrandini i Benci, gli Strozzi e tante altre.
Gli ospiti, già soddisfatti per il banchetto, le libagioni, le belle dame, la musica dei migliori maestri fiorentini, furono uno per uno dirottati da ser Ludovico, per una visita prima nella piccola cappella e poi nella camera degli sposi.
Il giovincello timido e timoroso, se ne stava nell’angolo del grande salone e ogni ospite che tornava dopo aver visitato i luoghi dei suoi due affreschi, volle conoscerlo e magnificarne le sorprendenti doti pittoriche.
Un Alberti apprezzò molto anche le prospettive geometriche e un Rucellai volle prendere in considerazione addirittura l’albero genealogico del ragazzo.
La serata fu un grande successo, tanto che i cugini Donati promisero di ricambiare la serata a ser Ludovico, che sino ad allora non aveva mai messo piede nella loro magione.
 

Capitolo dodicesimo
Il suo vero nome era Giuseppina, ma tutti la chiamavano la Moretta.
La giovane faceva parte della servitù della casa dalla nascita, dove l’aveva partorita un’altra serva poi scappata via con un uomo senza lasciar traccia di sè.
Ora sfiorava ormai i diciotto anni ed era dotata di tutto il bendiddio di cui la natura spesso privilegia giovanette in quella primaverile età.
Slanciata, con lunghi capelli neri sempre curati, grandi occhi verdi in risalto sulla carnagione bruna del viso reso tenero dai lineamenti delicati, era amata da tutti i componenti della servitù che dopo la fuga della madre l’avevano adottata ed educata come figlia.
Lei sapeva svolgere con diligenza le mansioni che le affidavano ed ora in particolar modo quelle che le erano state attribuite per Masetto.
Il ragazzo, che da allora in poi per ordine di ser Ludovico la servitù dovette chiamare "signore", fu ben presto avvinto dalla grazia della Moretta.
Questa lo chiamava “signor mio” e non perdeva occasione nei movimenti sinuosi e nei modi per mettere in mostra le sue grazie femminili, pur non perdendo la sua apparente pudicizia.
Il ragazzetto, ormai quattordicenne, che sino ad allora non aveva mai osato fermare più di tanto lo sguardo su di una giovine donna, quando la vedeva muoversi sotto la veste sempre candida e leggera, sentiva quell’irrefrenabile attrazione che alla sua età comincia a crescere impetuosa nei maschi.
Signor mio, disse la Moretta una volta, mentre portava a. Masetto un canestro di frutta fresca, forse un giorno mi farai un ritratto.
Il ragazzo non rispose, ma una sera ritiratosi nella sua stanza, tentò più volte di disegnare su carta con un carboncino il viso della giovane donna, ma non gli veniva nemmeno di abbozzarne i capelli.
Solo quando nell'effige coprì il capo con il velo, riuscì a disegnare una bellissima madonnina con il viso e le sembianze della Moretta, ma dopo averla mostrata solo lei, ritenuta la cosa blasfema per la sua grande devozione alla Vergine, distrusse l’opera provocando le lacrime della giovane donna.
Fu allora che il ragazzo per consolarla la strinse a sè.
 

Capitolo tredicesimo
Presto tutta Firenze venne a conoscenza dell’esistenza del ragazzo prodigio e dei suoi stupefacenti affreschi. Nessuno voleva essere da meno e cominciarono, così, le contese. Potenti signori chi più nobile o chi più ricco, ordini religiosi, chiese e confraternite, si fronteggiavano facendo a gara perché fosse privilegiata la loro commessa. Le opere d’arte più prestigiose, così come i diritti di patronato delle cappelle da far affrescare, costituivano quello che oggi si chiamerebbe lo status symbol e che anche allora era indice di benessere, di posizione elevata e quindi di potere non meno ambìto dai prelati di quanto lo fosse dalle famiglie potenti.
Ser Ludovico, che s'era nominato cassiere e procuratore per le committenze e aveva riservato all’ex garzone e imbianchino un decimo degli introiti, da scaltro mercante qual era, fece di quegli affari un gioco di grande sua ascesa sociale, ammettendo i pretendenti alla stipula dei contratti secondo una vera e propria gerarchia per laici o religiosi che fossero.
Per far sì che il prezzo d’acquisto salisse, si faceva pregare e decise che le opere non fossero in numero maggiore di quattro o cinque all'anno.
Non ci si meraviglia se il primo lavoro esterno di Masetto fu eseguito a Palazzo Medici nella camera di Lorenzo, quel signore già noto per il suo amore per l’arte che la storia ricorderà come il Magnifico.
La notizia fece molto scalpore e destò non poche invidie, ma assai più grande fu la crescita della fama del pittore e la generale frustrazione e meraviglia quando in pubblica conversazione Lorenzo disse che il “giovin pittore”, come per lungo tempo Masetto venne poi chiamato, aveva dipinto una Madonna inimitabile per la sua virginea sacra bellezza che di certo superava quelle, pur fra le più belle mai viste, di casa di ser Ludovico.
Aggiungeva poi che nessun altro aveva mai effigiato con tanta bellezza il viso di Maria.
Né Lorenzo fece segreto del compenso di cento fiorini corrisposti per l’opera.
Ma la voce delle Vergini dipinte a Firenze da un ragazzetto, arrivarono sino a Roma dove Francesco della Rovere pontificava sotto il nome di Sisto IV.
 

Capitolo quattordicesimo.
Nella Firenze fine quattrocento di grandi artisti che avevano lavorato d’affresco nella cappella Vespucci in Ognissanti, nella cappella del Cardinale del Portogallo in San Miniato, nella cappella Cavalcanti in Santacroce, nella cappella di palazzo Medici, solo per citarne alcune, noti come Tommaso Bigordi detto il Ghirlandaio, Andrea del Castagno, Benozzo Gozzoli, per tacere di molti altri, fece scalpore la notizia che messi papali si fossero interessati del giovin pittore di Madonne.
Ser Ludovico propagandò la notizia e le commesse piovvero, sicchè per la semplice legge della domanda e dell’offerta i prezzi delle opere di Masetto salirono vorticosamente.
Il giovane non andò mai a Roma, ma in pochi anni non vi fu grande famiglia fiorentina e cappella di chiesa o di convento che non fosse effigiata dalle Madonne del giovane.
Quando giunse ai vent’anni, sempre sotto l’egida di ser Ludovico, il cui casato de’Donati fu ormai pari a quello dei cugini, l’ex imbianchino era ormai un ricco corteggiatissimo signore.
I Rucellai riuscirono finalmente ad affibbiargli un nome altisonante avendo trovato fra i suoi avi un operaio addetto al trattamento del lichene con ammoniaca urinaria detta “oricella”, lavorazione alla base del nominativo del casato e della loro fortuna .
Fu così che il giovin pittore venne chiamato Maso dell’Oricella.
Ma per essere sicuri dalle altrui invidie in quel tempo, solo all’apparenza illuminato anche nei diritti civili, non bastava la protezione di questa o di quella famiglia, si doveva disporre anche di armati, cioè di vere e proprie milizie famigliari .
Ai de Medici, non era affatto passato inosservato che nonostante la loro primogenitura nella scelta del pittore di ser Ludovico, questi avesse permesso a tutte la famiglie fiorentine, persino ai Pazzi, di possedere opere del giovin pittore.
Fu così che il pittore Maso dell’Oricella fu chiamato a palazzo Medici dal vero padrone di Firenze, il Magnifico Lorenzo.
 

Capitolo Quindicesimo
A Palazzo Medici lo aspettava un figuro che aveva tutto fuorché l’aspetto di gentiluomo, il quale lo ricevette in una specie di tetro scantinato .
“Maso dell’Oricella, lo apostrofò, tu, Ludovico de Donati e quella puttanella Moretta, Giuseppina, come si chiama …, ve la siete fatta impunemente con i peggiori nemici di Firenze, loschi intriganti e traditori che fossero ”.
Il giovane, che già era spaventato per il luogo tetro che lo aveva accolto e per il tono poco amichevole cercò di interloquire garbatamente : “Signore, io …”.
“Io, io, fece l’altro, non faccia il santerello … voi pur di far denaro … e poi anche gli amici dell’assassino di Giuliano avete servito … sapevate bene, sapevate bene …”.
Dopo un attimo di pausa, l’arcigno accusatore riprese con tono più minaccioso “te lo facemmo capire quando s’interessò di te il Della Rovere … quel Sisto, ma voi niente … il trio continuava ad abbellire cappelle e magioni e di cani e porci, cardinali o prepotenti … sua signoria è inquieto”
Dopo l’ accenno a “sua signoria”, il giovane pittore impietrì.
Avrebbe voluto dire che lui di quegli affari era solo esecutore, che non aveva avuto contatto con alcuno dei personaggi perché della cosa si occupavano ser Ludovico e la Moretta, che lui quelle Madonne non sapeva nemmeno come faceva a dipingerle, ma il terrore in cui era piombato non gli permise di profferire verbo.
Che sapeva, pover’uomo degli intrighi, delle congiure, a mala pena sapeva che sua signoria si era salvato da un agguato e come la grande maggioranza dei fiorentini esultò quando lo seppe vivo per sua destrezza nell’uso delle armi, come gliela avevano condita.
“Facciamola finita, disse il losco individuo, gli ordini sono questi : per il trentacinquesimo anno di “sua signoria” su tela di quattro metri per tre, tu dipingerai un ritratto di ser Lorenzo … il termine è il primo gennaio dell’anno che viene … hai quattro mesi pieni … così ristabiliamo chi è il signore di Firenze”
“Ma io …” cercò di dire il pittore ex imbianchino. “Basta …, lo minacciò il losco messo, se rifiuti non hai scampo".


Capitolo sedicesimo
Il pittore uscito dal palazzo della più potente famiglia di Firenze, rimasto sconcertato e avvilito continuava a chiedersi che male avesse fatto.
“E poi, diceva fra sé e sé, chi lo sa fare un ritratto di sua signoria, io non so nemmeno come dipingo le mie madonnine, qualcosa mi prende la mano, no, no, non riuscirei mai a fare altro, sono perduto, sono morto”.
Intanto rigò dritto verso casa perché aveva la sensazione di essere pedonato.
L’unica persona con la quale sentì di confidarsi fu la Moretta, la sua monna Giuseppina, mentre tutto venne tenuto nascosto a ser Ludovico e ad altri .
La giovane donna, fatta chiamare, lo raggiunse immediatamente.
L’ex imbianchino le rivelò tutto e terminò il suo accorato racconto con le parole “capisci, sono un uomo finito, morto, ricordi nemmeno il tuo ritratto ho potuto fare se non quando gli diedi la parvenza della Vergine ”.
Monna Giuseppina lo prese per mano e dopo averlo consolato come solo le donne sanno fare, cominciò a dire “Tu chiedi una somma spropositata, disse, tanti fiorini quanti ti basterebbero per tutta la vita, così sua signoria si rifiuterà … chiedi diecimila fiorini”.
La proposta venne trasmessa a Palazzo de Medici, e quanto prima uno se lo potesse aspettare alla porta di casa de Donati due armigeri chiesero di ser Maso.
Il giovane si sentì nuovamente perduto, ma con sua massima sorpresa si vide recapitare una cassa contenente diecimila fiorini d’oro, una immensa fortuna.
“Ora dai la notizia che vorresti istoriare sua signoria con monna Clarice e che intanto ti mandino per la copiatura i due abiti più sfarzosi che possiedono, prendendo tempo col fatto che stai definendo lo sfondo”.
Il pittore non capiva, ma in quelle condizioni non potè far altro che affidarsi alla Moretta.
Fu così che pochi giorni dopo, ben imballati, vennero consegnati al pittore i due piu begli abiti di ser Lorenzo e monna Clarice.
"Adesso, poichè vorrai fare le signorie a cavallo, disse la Moretta, fatti mandare per la copiatura i due cavalli più belli dei due sposi".
Fu così che qualche giorno dopo furono consegnati al pittore un magnifico cavallo nero di ser Lorenzo e un magnifico cavallo bianco di monna Clarice.
 

Ultimo capitolo
I cavalli vennero condotti nelle scuderie di casa de Donati e agli stallieri fu detto che servivano per un grande quadro .
I vestiti furono conservati nella stanza di ser Maso.
La cassa coi fiorini finì sotto il letto della Moretta.
Passò il primo mese e su richiesta del giovin pittore venne fatta scegliere la parte più ubertosa del grande parco a nord di palazzo Medici quale teatro di posa degli sposi i quali vi si sarebbero soffermati a cavallo per essere ritratti.
Il secondo mese si avvisarono le due signorie che il primo incontro per ritrarli sarebbe avvenuto all’ora terza del mattino del primo giorno d’autunno.
A palazzo furono impartiti gli ordini e fervevano i preparativi per l'evento cui venne dato in città massimo risalto.
In una incantevole notte di mezzo settembre, da casa de Donati uscirono due grandi giovani signori in lussuosi abiti .
Lui, il giovin pittore vestito con l’abito sfarzoso di ser Lorenzo montava il cavallo nero e lei la bella monna Giuseppina che indossava le sontuose vesti di monna Clarice montava il cavallo bianco.
Dietro di loro seguiva un ciuco che portava la cassa con i diecimila fiorini.
Si diressero a sud e gli armigeri di guardia non solo aprirono la Porta Romana ai due grandi signori che passando gettarono loro un bel pugno di monetine, ma s’inginocchiarono in segno di sottomissione al bel cavaliere ed alla bella dama.
Fu così che i due eleganti giovani si dileguarono nella notte e di loro non si seppe mai più nulla.
Ben presto tutta Firenze seppe della fuga e della scomparsa del giovin pittore e della sua bella amante.
Chi conosce i fiorentini immagina bene che poveri e ricchi, potenti e meschini tutti si divertirono alle spalle dei de Medici e del de Donati.
Ser Lorenzo e ser Ludovico, ciascuno per ragioni proprie montarono su tutte le furie, ma quel che fu la più grande delle meraviglie è il fatto che tutte le opere di Maso dell’Oricella, dalla prima all’ultima effige di Madonna si sciolsero come neve al sole.
Fine.
 

Raccontiamoci. Sunto del racconto "Il tranviere".
Era una sera di qualche anno fa, poco prima di Natale. Milano era ovattata dalla neve scesa tanto copiosa che non pochi alberi erano caduti sotto il peso del cumulo dei fiocchi e le macchine non potevano circolare agevolmente.In quella atmosfera fiabesca, resa magica dal biancore del manto di neve, dalle luci esterne particolarmente vivaci e dal via vai frettoloso della gente alla ricerca di strenne, mi trovavo sul tram di ritorno a casa.
Le vetrate del vagone, che scivolava silenzioso sulle rotaie bagnate, erano percorse da veloci riflessi dei festosi colori delle vetrine e delle luminarie, resi irreali dal riverbero della coltre bianca. C'erano pochi passeggeri sul tram, l'ora era di poco oltre le otto di sera. Stavo in piedi tenendomi ad una maniglia e poco discosto da me sedeva un omaccione con un pastrano sdrucito di lana grossa e due occhi buoni come quelli di un mansueto bove. Dietro di lui una giovane donna con viso intellettuale, leggeva un libro e qualche posto più dietro una bella signora elegante, d’età non facilmente decifrabile, teneva in braccio un barboncino bianco semi assopito. Da una rapida occhiata intorno, vidi in fondo al tram due bei ragazzi, un lui e una lei, che discorrevano complici e ogni tanto si sentiva la risatina della ragazza.
Ad una fermata salì un tranviere fuori servizio, sulla quarantina, che si fermò nella piattaforma posteriore. Accennava un motivo in voga soffiandolo silenziosamente fra i denti e teneva con l’anulare e il medio della mano destra una funicella da cui pendeva un involucro di carta oleata. Dall’odore buono che si diffondeva, particolarmente gradevole a quell'ora di cena, era facilmente desumibile che all’interno del pacco c’erano pizze napoletane appena sfornate.
D'un tratto venne a mancare la luce e il tram dopo aver scivolato sulle rotaie per breve tragitto si fermò.
Di lì a poco, persistendo il buio, nella vettura lievemente illuminata dalle luci esterne, da cui trasparivano le sagome dei passeggeri, si sentì la voce del tranviere fuori servizio che disse "Propri adess ... che go i pizz per la miè"*. Seguì un silenzio. Insieme al buon odore dell'impasto, si diffuse nell'aria un senso di ansia che credo accomunasse tutti i passeggeri. Le pizze si raffreddavano... Io ero il primo a preoccuparmi, stranezza degli esseri umani, che fanno le guerre, che ascoltano quasi indifferenti il verificarsi di catastrofi , ma in quel momento era il raffreddamento delle pizze che ci teneva in apprensione.
Dopo qualche interminabile minuto tornò la luce. La vettura riprese a correre. Il tranviere fuori servizio, ormai sotto lo sguardo intento di tutti i presenti, guadagnò la portiera centrale e si pose in atteggiamento di chi deve scendere.
Quando la portiera si spalancò l’omaccione dall’improbabile pastrano, facendosi interprete di tutti e cercando il comune assenso con lo sguardo, disse “vedarà che in amò cald”**. Il tranviere guadagnò la predella, scendendo allargò il braccio libero e in segno di ringraziamento rispose annuendo “Sperem... ”

* “Proprio adesso che ho le pizze per la moglie”
** “Vedrà che sono ancora calde”
*** “Speriamo”

Raccontiamoci
Sunto del mio racconto: Illusione pascoliana. Andai a Castelvecchio  a ritirare il premio internazionale di poesia "Giovanni Pascoli" per una mia raccolta edita intitolata "L'uomo bianco". Mi accompagnò Alberto Gabrielli, poeta e saggista, con due lauree umanistiche, che aveva fra le sue pubblicazioni commenti sulla vita e sulle opere  dell'autore di "Mirycae", la versione in poesia nella nostra lingua di sedicimila versi di Marziale per la Utet e dell' "Ars Amandi" di Ovidio per la Bur. Alberto era il vero genio di famiglia ed al fratello Aldo, di lui più noto, autore tra l'altro del famoso "Dizionario dei Sinonimi", edito da Loescher, il quale gli aveva chiesto per una villa un motto latino, scrisse "Verbis facta ad verba effugienda". Durante il viaggio in macchina, provenivamo da Milano, Alberto mi descrisse tutti i maggiori eventi letterari, pittorici ed architettonici del periodo fascista. Capii che mi aveva preso in simpatia per alcuni versi da me dedicati a Pound, ma era refrattario a rispondere a qualsiasi domanda che gli rivolgessi in relazione all'alleanza  Mussolini - Hitler, per cui non ne feci più altre. Giunti ad un area di servizio presso Parma, vidi che, sceso dalla macchina stava litigando col giornalaio che gli negava il "Secolo d'Italia" apostrofandolo con parole quali "lo so, lei lo nasconde, si vergogni".
A Barga ci fu la cerimonia del premio, raffigurato dal solito diploma e da una simpatica statuetta, che ancora conservo, di uno scultore toscano che su di una pietra arenaria aveva raffigurato la musa.
Conobbi allora uno dei giurati, il quale volle a tutti i costi dirmi di essere stato l'unico sui cinque componenti la giuria a votarmi contro. Si chiamava Ruggio. Alberto esclamò "Ma il suo nome è un errore di grammatica". Il mio "voto contrario" era un esperto in igronometria e ci spiegò che era a Barga, mandato dallo Stato, perchè la cittadina è la più piovosa d'Italia. Fu lui, "l'errore di grammatica", che, nonostante quella splendida giornata di sole in primavera, ebbe il compito di accompagnarci nella casa di Pascoli, semplice ed eguale a quella descritta da lui, con i rami appesi in cucina, lo studiolo del poeta, il piccolo orto con il pozzo e a pano terra l'urna con le spoglie del poeta e della amata sorella Mariù. L'urna era posta nel lato ad angolo retto rispetto allo studio e Alberto, dopo avermi raccontato tre o quattro aneddoti sulla vita di Pascoli fra i quali quello che una volta invitato ad un galà da D'Annunzio aveva detto alla sorella"Non possiamo andare ... siamo troppo brutti", mi svelò una cosa molto suggestiva.
"Vedi, mi disse, le rondini ora fanno il nido da questa parte, dove è sepolto Pascoli, lo hanno inseguito, perchè prima, quando era in vita nidificavano dal lato dello studiolo". Non feci a tempo a godermi questo fenomeno e già pensavo alla cavallina storna, alla rondine che tornava al nido,  alla capinera della quercia caduta, quando intervenne il Ruggio. "Vedete, sproloquiò, facendoci osservare una montagna sventrata che stava lontana e prospiciente al lato dello studiolo del poeta, la continua estrazione del marmo da quel monte ha cambiato la direzione del vento, per cui le rondini che prima nidificavano sotto la tettoia del lato sinistro della casa, dove era lo studio del poeta, ora per via della mutata direzione del vento nidificano qui di fronte".


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