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Il poeta e se stesso

Indice dei temi

Il poeta si diverte

 
Antologia poetica
L'amore - La donna - Morte dei propri cari - Affetto per i propri cari - Tristezza e solitudine - Il dolore - La nostalgia - Racconto di un episodio - La natura - Gli animali - Gli oggetti - I desideri - I ricordi - Il poeta e se stesso - Il poeta e i luoghi - Il poeta si diverte - La poesia per i poeti -

IL POETA E I LUOGHI



Paene insularum, Sirmio, insularumque
Paene insularum, Sirmio, insularumque
ocelle, quascumque in liquentibus stagnis
marique vasto fert uterque Neptunus,
quam te libenter quamque laetus inviso,
vix mi ipse credens Thyniam atque Bithynos
liquisse campos et videre te in tuto.
O quid solutis est beatius curis,
cum mens onus reponit, ac peregrino
labore fessi venimus larem ad nostrum
desideratoque acquiescimus lecto?
Hoc est, quod unumst pro laboribus tantis.
Salve, o venusta Sirmio, atque ero gaude:
gaudete vosque, o Lydiae lacus undae:
ridete, quidquid est domi cachinnorum.
(Catullo, Carmina, XXXI)
O Sirmione, delle penisole e delle isole
O Sirmione, delle penisole e delle isole
pupilla, quante nei limpidi laghi
e nel vasto mare l'uno e l'altro Nettuno regge,
quanto volentieri e gioioso ti rivedo!
Stento a credere d'aver abbandonato la Tinia
e i campi bitini e sereno poterti rivedere.
O che c'è di più dolce se, liberi dagli affanni,
quando l'animo depone il suo peso, e stanchi
per il faticoso viaggio, giungiamo alla nostra casa
e possiamo riposare nel sospirato letto?
Questa è l'unica ricompensa dopo tante fatiche!
Salve, bella Sirmione, e fa' festa al tuo padrone;
e voi gioite, o lidie onde del lago:
ridete, quanti sorrisi siete in casa!
(Traduzione di Lorenzo De Ninis)

Mignon
Il paese conosci, ove fragranti
ardon tra cupe foglie arance d'oro?
Del ciel puro alle dolci aure vaganti
quieto il mirto verdeggia, alto l'alloro.
Non lo conosci tu?
Laggiù laggiù
con te, diletto, io vorrei andar laggiù!

Sai tu la casa? Alte colonne il tetto
reggono, splendon fulgide le sale.
Statue di marmo dall'umano aspetto
mi guardan: dicci, chi t'ha fatto male?
Non lo conosci tu?
Laggiù laggiù
con te, mia guida, io vorrei andar laggiù!

Sai il nome delle nubi erto? il sentiero
che il mulo cerca fra la nebbia algente?
Veglian negli antri antichi draghi. Fiero
precipita da rupi ardue il torrente.
Non lo conosci tu?
Laggiù laggiù
porta il sentiero; padre, andiam laggiù!
(Johann Wolfgang Goethe; trad. B. Arzeni)


                  

XCIX
Non ho dimenticato la nostra casa bianca,
piccola ma tranquilla, vicina alla città,
con la Pomona di gesso e l'antica Venere
dalle membra nude dentro un gramo boschetto
e il sole che superbo grondava nella sera
e dietro i vetri, ove il suo fascio si frangeva,
sembrava, grande occhio aperto nel cielo curioso,
contemplare i nostri lunghi e silenziosi pranzi,
diffondendo i bei riflessi di cero
sulla tovaglia e sulle tende grezze!
(Charles Baudelaire; trad. Claudio Rendina)

Prato
La terra
s'è velata
di tenera
leggerezza

Come una sposa
novella
offre
allibita
alla sua creatura
il pudore
sorridente
di madre
(Giuseppe Ungaretti)


  La casa dei doganieri
Tu non ricordi la casa dei doganieri
sul rialzo a strapiombo sulla scogliera:
desolata t'attende dalla sera
in cui v'entrò lo sciame dei tuoi pensieri
e vi sostò irrequieto.

Libeccio sferza da anni le vecchie mura
e il suono del tuo riso non è più lieto:
la bussola va impazzita all'avventura
e il calcolo dei dadi più non torna.
Tu non ricordi; altro tempo frastorna
la tua memoria; un filo s'addipana.

Ne tengo ancora un capo; ma s'allontana
la casa e in cima al tetto la banderuola
affumicata gira senza pietà.
Ne tengo un capo; ma tu resti sola
né qui respiri nell'oscurità.

Oh l'orizzonte in fuga, dove s'accende
rara la luce della petroliera!
Il varco è qui? (Ripullula il frangente
ancora sulla balza che scoscende...)
Tu non ricordi la casa di questa
mia sera. Ed io non so chi va e chi resta.
(Eugenio Montale)

Trieste
Ho attraversata tutta la città.
Poi ho salita un'erta,
popolosa in principio, in là deserta,
chiusa da un muricciolo:
un cantuccio in cui solo
siedo; e mi pare che dove esso termina
termini la città.

Trieste ha una scontrosa
grazia. Se piace,
è come un ragazzaccio aspro e vorace,
con gli occhi azzurri e mani troppo grandi
per regalare un fiore;
come un amore
con gelosia.
Da quest'erta ogni chiesa, ogni sua via
scopro, se mena all'ingombrata spiaggia,
o alla collina cui, sulla sassosa
cima, una casa, l'ultima, s'aggrappa.
Intorno
circola ad ogni cosa
un'aria strana, un'aria tormentosa,
l'aria natia.
La mia città che in ogni parte è viva,
ha il cantuccio a me fatto, alla mia vita
pensosa e schiva.
(Umberto Saba)

  Villa chiusa
           nella campagna romana

So d'una villa chiusa e abbandonata
da tempo immemorabile, segreta
e chiusa come il cuore d'un poeta
che viva in solitudine forzata.

La circonda una siepe, e par murata,
di amaro bosso, e l'ombra alla pineta
da tanto più non rompe né più inquieta
la ciarliera fontana disseccata.

Tanta è la pace in questa intisichita
villa che sembra quasi che ogni cosa
sia veduta a traverso d'una lente.

Solo una ventarola arrugginita
in alto, su la torre silenziosa,
che gira, gira interminatamente.
(Corrado Govoni)

Settembre a Venezia
Già di settembre imbrunano
a Venezia i crepuscoli precoci
e di gramaglie vestono le pietre.
Dardeggia il sole l'ultimo suo raggio
sugli ori dei mosaici ed accende
fuochi di paglia, effimera bellezza.
E cheta, dietro le Procuratìe,
sorge intanto la luna.
Luci festive ed argentate ridono,
van discorrendo trepide e lontane
nell'aria fredda e bruna.
Io le guardo ammaliato.
Forse più tardi mi ricorderò
di queste grandi sere
che son leste a venire,
e più belle, più vive le lor luci,
che ora un po' mi disperano
(sempre da me così fuori e distanti!)
torneranno a brillare
nella mia fantasia.
E sarà vera e calma
felicità la mia.
(Vincenzo Cardarelli)

  Litania
Genova mia città intera.
Geranio. Polveriera.
Genova di ferro e aria,
mia lavagna, arenaria.

Genova città pulita.
Brezza e luce in salita.
Genova verticale,
vertigine, aria, scale.

Genova nera e bianca.
Cacumine. Distanza.
Genova dove non vivo,
mio nome, sostantivo.

Genova mio rimario.
Puerizia. Sillabario.
Genova mia tradita,
rimorso di tutta la vita.

Genova in comitiva.
Giubilo. Anima viva.
Genova di solitudine,
straducole, ebrietudine.

Genova di limone.
Di specchio. Di cannone.
(Giorgio Caproni)

Venezia
Venezia. Silenzio. Il passo
di un bimbo scalzo
sulle fondamenta
empie d'echi
il canale.

Venezia. Lentezza. Agli angoli
dei muri sbocciano
alberi e fiori:
come se durasse
un'intera stagione il viaggio,
come se maggio
ora
li sdipanasse
per me.

Al pozzo di un campiello
il tempo
trova un filo d'erba tra i sassi:
lega con quello
il suo battito all'ala
di un colombo, al tonfo
dei remi.
(Antonia Pozzi)
 



 
Il poeta e la sua città
Se dai ponti di Parma il bel mattino
scopre campagne azzurre e colli lievi
nel mistero delle case distanti,
se un giorno d'ombre lunghe e di tremanti
pioppi promette il quieto fuoriporta,

anche tu che da una giornata morta
mi chiami del tuo secolo, deluso,
accompagna i miei passi nella lieta
vacanza, malinconico poeta
della città che chiude la mia vita.

Così chiuse la tua nella sopita
dolcezza degli intonachi dorati,
sotto le altane aperte alle nevose
invernate, al brio di nuvolose
sere d'autunno ormai rosse di fuochi.

è questa la pianura poi che i rochi
venditori si sono affievoliti
alle spalle nei borghi suburbani
in cadenze e richiami più lontani
sempre e perduti,
e questa la stradetta

dove la primavera già ci aspetta.
Qui a una svolta di magre gaggìe
un ponticello offre il suo corroso
muretto, il suo riposo
alla prima spossatezza dell'anno.

Qui dove non dura gioia o affanno
al silenzio delle acque e delle foglie
stormenti di continuo sulla via,
ombre tenere che si porta via
il meriggio arrivato all'improvviso

sulla città sospesa nel sorriso
del tempo e della gente incamminata.
Felice gente di oggi e di ieri
che ti porti col passo dove speri
di godere più a lungo il fresco sole,

gente ignara di mie e sue parole.
(Attilio Bertolucci)

Cimitero di paese
Cimitero di paese,
che lontani monti
col pensoso sorriso della prima neve
guardano; dove entrano i vivi
nel pallido meriggio come
in un amato giardino.

Portano i bimbi chiari crisantemi
colti alle siepi
degli orti: incespicano
nei lunghi steli, salendo
pei gradini di pietra
al cancello.

Portano le mamme
altri bimbi sul petto, quieti
nel sonno, rosei
come crisantemi
più grandi.

Sui tumuli, con le corolle
più belle, disegnano croci
e parole di pace
le mani degli uomini: pure
nell'amorosa opera come
le mani dei fanciulli
alle quali s'intrecciano.

Vola dai boschi, a brevi
intervalli, un trillo d'uccello
e s'ode
sopra il fruscio dei passi
nel viale bianco.
(Antonia Pozzi)
 

  Liguria
È la Liguria una terra leggiadra.
Il sasso ardente, l'argilla pulita,
s'avvivano di pampini al sole.
E' gigante l'ulivo. A primavera
appar dovunque la mimosa effimera.
Ombra e sole s'alternano
per quelle fondi valli
che si celano al mare,
per le vie lastricate
che vanno in su, fra i campi di rose,
pozzi e terre spaccate,
costeggiando poderi e vigne chiuse.
In quell'arida terra il sole striscia
sulle pietre come un serpe.
Il mare in certi giorni
è un giardino fiorito.
reca messaggi il vento.
Venere torna a nascere
ai soffi del maestrale.
O chiese di Liguria, come navi
disposte a esser varate!
O aperti ai venti e all'onde
liguri cimiteri!
Una rosea tristezza vi colora
quando di sera, simile ad un fiore
che marcisce, la grande luce
si va sfacendo e muore.
(Vincenzo Cardarelli)

Sardegna
Sul languido cielo s'incidono,
Sardegna, i tuoi monti di ferro.
Cielo velato
come da un polline
malsano, che a guardarlo ci si strugge.
Malinconica Circe,
è con questo richiamo
che trattieni il partente,
presso il Limbara nostalgico.
Ed è così che il sardo
mai tradirà la sua terra fedele.

Quando il cisto più odora
e per le vie marine,
messaggio della vita misteriosa
che in te si cela,
s'avvicina fidente la pernice,
io percorsi, o Sardegna, le tue strade
saline di Gallura,
la terra d'Orosei, bianca, africana,
la Barbagia granitica e selvosa,
l'Ogliastra rossa,
ed oltre il campidano, le cui donne
hanno seni di pietra,
mi spinsi a Teulada
ove il daino saltellava
sui gradini della casa ospitale.
Sostai fra gli ombrosi
aranceti di Milis. Risalii
l'altipiano ventoso, verso Mandas,
in compagnia d'un canto di soldato,
unica medicina
a tanta malinconia.
E sul corso d'un fiume assiduo e lieto
mi ritrovai fra la tua fiera gente
barbaricina,
che giù dal Gennargentu,
dove fra il bianco granito frondeggiano
le querce e l'elce nera,
calava un tempo
alla pianura fertile e fangosa.
Così dal monte al piano
m'avventurai, per folti paradisi
di selvaggina
e terre così sole che a percorrerle
qualunque cavalcante è paladino.
Ti conobbi dovunque,
isola ardente e varia,
coi tuoi costumi, i tuoi canti ieratici.
E già l'estate lungo gli arsi greti
sbiancava l'oleandro,
persistendo sui monti
un colore indicibile
di primavera isolana.
E sul tuo suolo vergine affioravano
qua e là, sollecite,
le prime, rudi reliquie dell'uomo
che ti fan grave e cupa in tanta luce.
Favoloso viaggio
ch'io rifeci in un attimo,
allontanandomi nella sera,
mentre ormai più non eri
che un cielo sognante
all'orlo d'una montagna.
Terra di vini forti,
patria di antichi pastori
e di donne calde,
fior del Mediterraneo,
fiorito al tempo che tutto era chiuso
nel nostro mare,
tu porti in te il profumo
d'un secolo cortese e venturoso.
Lo sentii nella grazia
del tuo linguaggio,
nei venti che respiri.
E vidi Pisa,
là dove a un tratto sull'alpestre cima
due vecchie mura castellane, orrende,
rammentano il conte Ugolino.
Ma dimmi tu qual nome, se non Roma,
fa lampeggiare l'occhio
del tuo pastore.
(Vincenzo Cardarelli)
 

  Momento epico
Addio, grassa Bologna! e voi di nera
Canape nel gran piano ondeggiamenti,
E voi pallidi in lunghe file a' venti
Pioppi animati da l'estiva sera!

Ecco Ferrara l'epica. Leggera
La mole estense i merli alza ridenti,
E specchiando le nubi auree fuggenti
Canta del Po l'ondisona riviera.

O terre intorno a gli alti argini sole,
Ove pianser l'Eliadi; a voi discende
La tenebra odïata, e a me non duole.

A me ne l'ombre l'epopea distende
Le sue rosse ali, e su 'l mio cuore il sole
De le immortali fantasie raccende.
(Giosuè Carducci)

Tardo autunno a Venezia
La città più non fluttua come un'esca
a captare ogni giorno che s'affacci;
ora al tuo sguardo i vitrei palazzi
dànno un suono più crudo. E dai giardini penzola

l'estate come marionette in mucchio,
a testa in giù, estenuate, uccise.
Ma dal fondo, da antichi scheletri di foreste,
una volontà sale, come se l'Ammiraglio

dovesse in una notte raddoppiare le galere
nell'Arsenale in veglia a incatramare
già la prossima brezza mattutina

con una flotta che a forza di remi
avanza e empiendo il giorno di pavesi
prende il gran vento, raggiante e fatale.
(Rainer Maria Rilke, trad. Giacomo Cacciapaglia)
 

  Addio a Napoli
A molti ho stretto la mano, ieri ed oggi, ora a te
volgo l'ultimo cenno di saluto, o mia Napoli.
- Addio! - felicissima sponda...
Nella luce purpurea, che ad oriente risplende,
sta il mare fremente, e come uno sposo ti abbraccia,
stanno le cupole d'oro
delle tue chiese: addio, o Napoli.
Ed addio anche a voi, Capri ed Ischia, per sempre.
Sui vostri lidi andavo solitario, sognando,
quando la tremula acqua
cullava il riflesso lunare...
Addio, Sorrento! Ecco, sulla tua roccia scintilla
la dimora di Tasso: aleggia sul flutto il suo spirito,
e mormora, simile a un canto,
quando l'onda si eleva e si abbassa.
E ti saluto, o montagna dalla duplice cima,
nel cui grembo di fuoco brucia eterna la lava.
Ahi! io vedo ancora
mentre già tutto scomparve, per l'ultima volta il tuo capo.
Quando il tempo futuro giorni più oscuri mi porti
(presto nell'aere chiaro si formano nere le nuvole),
io, a voi ripensando,
mi rasserenerò nel ricordo.
Come un uomo gioisce, se alla stagione ripensa
del suo primo amore, quando per la prima volta
strinse nelle sue braccia,
tremanti d'amore, l'amata.
(C. A. Mayer)
- Segnalata da Ida Guarracino -

Gondola a Santa Lucia
Non più le silenti
acque della Laguna
cullano
il tuo fragile scafo;
ma le onde canore
del mare
di Santa Lucia.
Ti senti spaesata
come un raro gingillo.

Non più gli austeri
palagi antichi
di antichi signori veneziani,
tu vedi riflessi
sotto la tua chiglia;
ma l'alta mole del Vesuvio,
la splendida Riviera
ove perenne echeggia
il canto di Partenope.
(Licia Chiarelli)
- Segnalata da Ida Guarracino -
 

  Campane a sera
Le campane di Oria
Ad occidente il sol si discolora,
vien l’ora — de le tenebre.
Da gli spiriti mali
Signor, guarda i mortali!
Oriamo.
Le campane di Òsteno
Pur noi, pur noi su l’onde
moviam da queste solitarie sponde
voci profonde.
Da gli spiriti mali
Signor, guarda i mortali!
Le campane di Pùria
Pur noi remote ed alte
tra le buie montagne
odi, Signore.
Da gli spiriti mali
guarda i mortali!
Echi delle valli
Oriamo.
Tutte le campane
Il lume nasce e muore;
che riman dei tramonti e de le aurore?
Tutto, Signore,
tranne l’eterno, al mondo
è vano.
Echi delle valli
è vano. [...]
(Antonio Fogazzaro)
-Segnalata da Rosalba Anzalone-


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