Racconti di Alessandra Piacentino


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Alessandra Piacentino

Nata a Novi Ligure il 5.11.1979.
Nonostante sia laureata in Economia e Commercio indirizzo aziendale, ha sempre nutrito un forte interesse per la letteratura antica e moderna. I tratti che caratterizzano il suo percorso formativo si estrinsecano principalmente:
1. nell’utilizzo di un vocabolario ampio e variegato che delinea una dimensione onirica parallela e al tempo stesso brutalmente realistica
2. in un forte sentimentalismo, non inteso come “stucchevolezza” ma come permeazione di contenuti emotivi ed emozionali trasmissibili al lettore
3. nell’utilizzo di latinismi che non limitano la comprensione ad un pubblico d’elite, ma sono corredati di traduzione a seguito
4. in un ermetismo denso di significati e ricco di musicalità, evocativo nella scelta delle figure retoriche
5. nell’utilizzo di un vocabolario poetico che trascina il cuore delle persone nel suo ritmo anacronistico e magico

Leggi le poesie di Alessandra

Racconti di Camilla Agata huge
Camilla era cresciuta. Si era scontrata con se stessa e con la vita. Aveva scoperto il sesso e la poesia, i rifiuti e la malattia. Che scavano ferite profonde, svuotano l'essenza per poi ricomporre una nuova identita'. Aveva rinnegato ciò in cui credeva, perso la magia, cercato l'amore lasciato negli occhi degli uomini, senza riuscire a comprenderne l'essenza. Era divenuta gesto incompiuto. Perso il rispetto per la natura, le persone, la sua stessa vita. Si accorse poi che il suo corpo iniziava a gonfiarsi di tondezze molliccie, e si fece ammaliare dalla pigrizia, rotolando in vecchi abiti consunti. Tempo e parole. Echi lontani. "Tu sei una ragazza speciale, purtroppo nn é il tempo giusto per noi. Amo un'altra. Storia malata da cui nn riesco a liberarmi. Sono ossessionato dalla mia ex. Non voglio impegni per ora". Doveva ricredere in se stessa, ricominciare a ricostruire. Il dilemma cresceva come un'albero di vite, tra scorci di montagne e fili di tramonti annuvolati. Il cuore scoppiava e lei nn riusciva a ricucirlo nell'anima. Voleva l'amore che aveva perso e con esso la vita. Non avrebbe più ingannato l'amore. Ingannato il suo corpo ed il suo credo. Aveva conosciuto la leggerezza del passato quando fluttuava come una foglia negli abbracci del dolce e saggio nonno, conosciuto la morte ed il decadimento negli ultimi suoi sospiri malati. E chissà dove sarebbe stato ora che lo pensava, non avvertiva la sua presenza, nemmeno il ricordo opaco del giorno in cui le disse: se Albert non ti vuole non hai bisogno di lui. Non hai bisogno di nessuno perché c'é il tuo nonno che pensa a te. Grumi di lacrime scesero sul volto scompigliato di ricci e cenere, nel ritratto di un mattino comune, abbandonato da un Dio carcerato.. E nonostante tante uomini le girassero attorno come ad una giostra x bambini, non vedeva la luce, non sentiva il richiamo. Li teneva indecisi come sardine, e si sentiva come loro, stretta per così dire, nelle morse dei loro destini. Albert sembrava come lei, in attesa. E continuava a vivere in attesa. Continuava a ripercorrere i suoi passi come per studiare uno spartito musicale.. E gli anni segnavano tracce indelebili sulle loro pelli. Tatuaggi ruvidi e consunti. Philip invece diceva di starle vicino ed occuparsi di lei, attendeva e resisteva.. Durante la sua guerra di sguardi tra sesso ed amore. Ross invece combatteva con lei e senza di lei, una battaglia senza fine, chiamata droga. La sua vita era paracadute e tuffo libero, insonnia ed alchimia di vuoti e silenzi. Era sempre lei Camilla, anche se si era persa nella strada del tempo.=

Camilla Agata Huge e la diffidenza che completa
Ripensava alle rose. A quante ne aveva ricevuto. A quanti significati
avevano trasmesso. A quanti, Lei, ne aveva colti e sigillati nell'anima. A
quelle rose non accettate. rifiutate. negate. Ai vasi illuminati dal sole
delle stagioni,ed alle ombre delle rose rosso fuoco riflesse nel pavimento.
Ai petali secchi sparsi a terra. Aspirati e gettati. Riposti tra le pagine
di qualche libro. Alle rose dell'amica Irene, quando fu costretta a
raccogliere i cocci di una vita, dopo 5 anni di convivenza, quando lui le
disse Ti amo con 3 rose, e dopo 3 giorni le confessò di tradirla. Raccolse
gli abiti ed il cuore, lasciando la casa costruita insieme, con le finestre
sul tetto, lo sguardo al cielo, l'anima sospesa tra un sussurro ed un
bacio. Le rose di Luca Fabio e Lorenzo. Lucide di pianto, calde di parole
sussurrate, ricche di desideri effimeri. Le rose di Licia, Sofia e Bruna.
Rose. Rose e vite, intrecciate e sospinte, riprese, sospese...Ricordi.
Fragili e vani. Galleggianti.
Camilla, si domandava se il piacere del suo pensiero fosse dolce e sublime
come quei petali morbidi e sinuosi, che danzavano nella mente come le note
di un minuetto.
Avevano suonato al campanello. Aveva esitato un attimo, l'attesa infinita
ed indefinita... tra pensieri e gesti dell'anima.. Albert di nuovo. Alla
porta. del suo cuore.
Non gli aprì. Si soffermò ad osservarlo. Sembrava una rosa, lei. Camilla,
una rosa appena sbocciata, nel miracolo dell'alba. Riusciva a spiccare.
Sempre. Non era mai fuori luogo, mai un gesto affrettato senza grazia: la
grazia si compiva nell'emanazione del suo stesso splendore.
Aprì ruotando la chiave nel nottolino. E si sedette sbadatamente sulla
poltrona, allungando le gambe lunghe e distendendo le braccia nude.
Sprofondando lo sguardo sottile fino all'uscio. Lui entrò e sospese lo
sguardo: " Pensavo -le disse- che non devi mai credere ad un uomo che
afferma la tua bellezza incontrastata sulle altre donne. Tu, sei una di
esse. A cui, poi, un uomo può dare più importanza perchè ne costruisce
attorno parte della sua esistenza. Tu, tra tutte le donne che ho
conosciuto, sei una di esse. Ti Amo." Rispose Camilla: "Tu, tra gli uomini
che conosco, sei l'unico. Colui che mi hai rubato l'anima. Dimentica ora le
mie parole ed esci subito" E rise a pieni polmoni, come per fagocitare
l'ira che stava ribollendo dentro. Come un fuoco rovente, come una piena
dirompente. Come tuono e folgore. Era una lotta all'impenetrabile, Non
capiva cosa pensasse realmente lui, e nemmeno se stessa. Lo voleva o
desiderava solo il suo desiderio? Non le importava, sapeva che lo aveva
conquistato comunque. Le loro vite non si sarebbero nuovamente allontanate
senza essersi riprese. La logica andava contro di loro, il mondo anche.
Albert ripeteva: "Non so. Forse." La prendeva e l'allontanava. Camilla
restava. Aveva deciso di provarci. Di prendere il treno. Non aspettare più
la fermata successiva. Lo prese tra le sue braccia e lo strinse. Come a
cercare il fondo del suo cuore per estrarlo e riporlo dentro a sè. Lui non
disse nulla, lapidario come il marmo sotto i piedi, la osservava, deviando
il pensiero. Camilla, lei che riusciva a capire tutto, penetrando nelle
viscere, restava come in bilico. Era testarda. Non avrebbe rinunciato ad
ammaliarlo. Ad innamorarlo. Ad amarlo. A vederlo pieno del suo sentire, del
suo profumo. Trabordare nel suo sudore. Rannicchiato attorno a Lei, con
l'umida pelle nella pelle, i seni suoi nel petto suo. L'anima nell'anima.
Non rinunciò. Nonostante fosse dura.Una strada in salita. Una salita nella
salita. Una salita da duri. Rovinosa come l'esperienza. Scivolosa come una
lingua di saliva. I libri contengono la vita e sono vita stessa, vissuta o
rubata. Anime interrotte dal silenzio di una pagina girata..
Camilla si domandava se tutte le donne amassero, o se fingessero
semplicemente. Se si accontentassero o restassero in attesa. Se fossero in
sospeso spesso. Se preferissero invece la routine delle banalità. Chi uno
chi l'altro. A Camilla piaceva soffermarsi ed attorcigliarsi in questi
pensieri. Voleva trovare una legge, un assioma che regolasse queste regole,
una funzione matematica che disegnasse i trend e delimitasse gli estremi.
Ma lei, per prima, era essa stessa eccezione. Bianco e nero.Termine ed
inizio. Albert lo sapeva. Perciò sapeva tenerla. Capirla. Amarla. A volte
nemmeno lui trovava una ragione al suo girare attorno a questa donna: il
suo istinto lo attirava, la ragione lo tratteneva. Si sentiva forte quando
lei lo stringeva, debole quando questa si ritraeva. Non poteva durare
questo gioco d'azzardo, pensava. Ma non erano capaci di una vita normale.
Chi li guardava coglieva solo lo splendido entusiasmo che li univa, la
bellezza delle loro forme che si scomponevano e si riunivano in abbracci
senza confini. Apprezzavano il loro essere unici e speciali.
Perchè questo era Camilla. Unica e speciale. Anche senza la presenza della
sua cornice, quale era per essa Albert.
Arrivò il giorno in cui l'incertezza di Camilla sfociò in un allontanamento
dall'Amore. Si sentì privata, sola. Per la prima volta. Anche a lei capitò.
Di essere interrotta. Era un coccio spezzato in mille miliardi di pezzi.
L'amore da una parte e poi l'odio, la vendetta, la rassegnazione, il
desiderio, l'orgoglio, l'incertezza...Solitudine. Sentirla crescere e
prendere possesso dell'anima. Non voleva lasciarsi all'indefinito.
La vita si esprime anche nella solitudine. La grazia si compie anche nella
commiserazione. Conta ciò che sei Camilla. Si ripeteva. Nessuno merita le
tue lacrime. Nessuno può farti piangere. Neanche l'Amore, con le sue
strette catene.
Passò qualche giorno e Camilla si fece prendere da mille impegni. Per
occupare la mente. Imparò a conoscere la diffidenza ed a prenderne le
distanze. Era forse diventata essa stessa diffidenza. Ed aveva preso le
distanze dalla sua stessa essenza, scoprendosi
A cosa serve imparare se poi l'errore ti entra dentro diventando parte
integrante della personalità? Serve per completarsi- diceva Camilla- Ciò
che non muore fortifica, ciò che uccide sigilla l'eternità.
Camilla era un vento sottile, che sfuggiva ad ogni vincolo, catena,
distruzione. S'infiltrava ovunque ed entrava nell'animo di chi le passava
vicino o provava a possederla. Ogni uomo, ogni donna, tratteneva in sè
parte di Lei. Aveva lasciato la sua traccia indelebile nel cuore del mondo,
nell'orizzonte del tempo.
da Racconti

Racconti di Camilla Agata Huge
Ci sono punti e punti.
I punti nodali

Chissà quante volte vi è capitato di mettere un punto.
Quanti punti avrete lasciato al tempo… Camilla ne metteva pochi. Ma li calcava per bene, lasciandoli in grassetto. Ripartendo poi dall’inizio. Non si lasciava scappare le opportunità, coglieva tutte le alternative, poi le sperimentava selezionandole per bene e poneva i punti. Quelli nodali. Che non avrebbe potuto cancellare, né con il pensiero, tantomeno con la vita. Antonio era uno di questi punti. Una storia finita, esausta. Esaurita. Dal tempo e dall’Amore. Almeno per lei. Avevano conosciuto le radici della loro esistenza insieme. Avevano calcato le prime strade della vita, condividendo spigoli e rettilinei.
Si erano distinti per tendenze caratteriali e attitudini.
Camilla aveva imparato ad apprezzare la sua semplicità, coerenza, umiltà e religioso rispetto. Erano i cardini del suo agire. Antonio era rimasto orfano, cresciuto nel silenzio e nelle rinunce. Ma la madre sua era in cielo, diceva. Si chiamava Maria, l’Assunta. Ed il suo vero padre diceva era Frà Franco, un frate francescano, il suo padre spirituale. Camilla invece lo aveva conosciuto da piccola, prendendolo per mano al parco pubblico. Che poi diventò il loro punto di incontro. Erano amici, da sempre. Diventarono amanti e innamorati. Felici.
Troppo distanti per gli uomini, ma vicini agli occhi di Dio.
La ricchezza materiale di lei veniva compensata dalla ricchezza d’animo di lui. Cosa porta l’oro se non sfarzo e ostentazione, vanità e vacuità? Qualcos’altro pensava Camilla. Lei poteva andare a teatro tutti i venerdì, trarre magnifiche ispirazioni per i suoi dipinti eterei, uscire a cena in abito da sera e permettersi il taxi ogni volta, senza consultare il suo conto on line, monitorando gli interessi passivi e suscitare sorrisi negli altri con piccoli grandi doni.
Cosa porta la nobiltà d’animo se non bontà e rispetto, amore vero e compassione?
Qualcos’altro pensava Antonio, quando scorgeva negli occhi di frà Franco, volti al cielo, un universo in evoluzione, un turbinio di immensità, una bellezza celestiale, una libertà indomita, il volto di Dio riflesso nel mondo.
Due mondi in contrasto? No, due universi in collisione.
Camilla era una meteora. Che viaggiava alla velocità della luce. Verso il mondo di luce ovattata di Antonio. Tentato dall’Amore di questa donna che diveniva di giorno in giorno più fatale. La chiamava Eva. Genitrice di creature sublimi. L’uomo dal suo scontro incontro non traeva che emozione, desiderio leggero e turbolento. Che diveniva contatto sempre più tangibile. Forte, denso, possente. Fino al momento in cui sentì scoppiare il suo corpo di desiderio per lei. Avrebbe voluto aspettarla prima di cedere. Sposarsi per sigillare quel sentimento di corpo e anima.
Ma a volte non si può fermare l’emozione. Bisognerebbe coltivare l’anima che innaffia l’amore, come un secchiello a grandi fori.
Quale il segreto per fermare il sentimento? Fermarsi e non andare avanti nella storia. Almeno per rispetto della fine. E’ possibile fermare, almeno, le parole. Mentre le gocce continuano a scendere e a nutrire la piena del fiume…

Racconti di Camilla Agata Huge
Camilla aveva deciso di soffermarsi un attimo... leggere le righe di una mail finita nel cestino..

"Dedicato a chi c’era...:
Noi che ci divertivamo anche facendo "Strega comanda color.".
Noi che le femmine ci obbligavano a giocare a "Regina reginella" e a
"Campana".
Noi che facevamo "Palla Avvelenata".
Noi che giocavamo regolare a "Ruba Bandiera".
Noi che non mancava neanche "dire fare baciare lettera testamento".
Noi che ci sentivamo ricchi se avevamo "Parco Della Vittoria e Viale Dei
Giardini".
Noi che i pattini avevano 4 ruote e si allungavano quando il piede
cresceva.
Noi che mettevamo le carte da gioco con le mollette sui raggi della
bicicletta.
Noi che chi lasciava la scia più lunga nella frenata con la bici era il
più figo.
Noi che "se ti faccio fare un giro con la bici nuova non devi cambiare le
marce".
Noi che passavamo ore a cercare i buchi sulle camere d'aria mettendole in
una bacinella.
Noi che ci sentivamo ingegneri quando riparavamo quei buchi col tip-top.
Noi che il Ciao si accendeva pedalando.
Noi che suonavamo al campanello per chiedere se c'era l'amico in casa.
Noi che facevamo a gara a chi masticava più big babol contemporaneamente.
Noi che avevamo adottato gatti e cani randagi che non ci hanno mai
attaccato nessuna malattia mortale anche se dopo averli accarezzati ci
mettevamo le dita in bocca.
Noi che quando starnutivi, nessuno chiamava l'ambulanza.
Noi che i termometri li rompevamo, e le palline di mercurio giravano per
tutta casa.
Noi che dopo la prima partita c'era la rivincita, e poi la bella, e poi la
bella della bella..
Noi che se passavamo la palla al portiere coi piedi e lui la prendeva Con
le mani non era fallo.
Noi che giocavamo a "Indovina Chi?" anche se conoscevi tutti i personaggi
a memoria.
Noi che giocavamo a Forza 4.
Noi che giocavamo a fiori frutta e città (e la città con la D era sempre
Domodossola).
Noi che con le 500 lire di carta ci venivano 10 pacchetti di figurine.
Noi che ci mancavano sempre quattro figurine per finire l'album Panini.
Noi che ci spaccavamo le dita per giocare a Subbuteo.
Noi che avevamo il "nascondiglio segreto" con il "passaggio segreto".
Noi che giocavamo per ore a "Merda" con le carte.
Noi che le cassette se le mangiava il mangianastri, e ci toccava
Riavvolgere il nastro con la penna.
Noi che in TV guardavamo solo i cartoni animati.
Noi che avevamo i cartoni animati belli.!!
Noi che litigavamo su chi fosse più forte tra Goldrake e Mazinga(Goldrake,
ovvio..)
Noi che guardavamo "La Casa Nella Prateria" anche se metteva tristezza.
Noi che abbiamo raccontato 1.500 volte la barzelletta del fantasma
formaggino.
Noi che alla messa ridevamo di continuo.
Noi che si andava a messa se no erano legnate.
Noi che si bigiava a messa.
Noi che ci emozionavamo per un bacio su una guancia.
Noi che non avevamo il cellulare per andare a parlare in privato sul
terrazzo.
Noi che i messaggini li scrivevamo su dei pezzetti di carta da passare al
compagno.
Noi che non avevamo nemmeno il telefono fisso in casa.
Noi che si andava in cabina a telefonare.
Noi che c'era la Polaroid e aspettavi che si vedesse la foto.
Noi che non era Natale se alla tv non vedevamo la pubblicità della Coca
Cola con l'albero.
Noi che le palline di natale erano di vetro e si rompevano.
Noi che al nostro compleanno invitavamo tutti, ma proprio tutti, i nostri
compagni di classe.
Noi che facevamo il gioco della bottiglia tutti seduti per terra.
Noi che alle feste stavamo sempre col manico di scopa in mano.
Noi che se guardavamo tutto il film delle 20:30 eravamo andati a Dormire
tardissimo.
Noi che guardavamo film dell'orrore anche se avevi paura.
Noi che giocavamo a calcio con le pigne.
Noi che le pigne ce le tiravamo pure.
Noi che suonavamo ai campanelli e poi scappavamo.
Noi che nelle foto delle gite facevamo le corna e eravamo sempre
sorridenti.
Noi che il bagno si poteva fare solo dopo le 4.
Noi che a scuola andavamo con cartelle da 2 quintali.
Noi che quando a scuola c'era l'ora di ginnastica partivamo da casa in
tuta.
Noi che a scuola ci andavamo da soli, e tornavamo da soli.
Noi che se a scuola la maestra ti dava un ceffone, la mamma te ne dava 2.
Noi che se a scuola la maestra ti metteva una nota sul diario, a casa Era
il terrore.
Noi che le ricerche le facevamo in biblioteca, mica su Google.
Noi che internet non esisteva.
Noi che però sappiamo a memoria "Zoff Gentile Cabrini Oriali Collovati
Scirea Conti Tardelli Rossi Antognoni Graziani (allenatore Bearzot)".
Noi che "Disastro di Cernobyl" vuol dire che non potevamo bere il latte
alla mattina.
Noi che compravamo le uova sfuse, e la pizza alta un dito, con la carta
del pane che si impregnava d'olio.
Noi che non sapevamo cos'era la morale, solo che era sempre quella..fai
merenda con Girella.
Noi che si poteva star fuori in bici il pomeriggio.
Noi che se andavi in strada non era così pericoloso.
Noi che però sapevamo che erano le 4 perchè stava per iniziare BIM BUM
BAM.
Noi che sapevamo che ormai era pronta la cena perchè c'era Happy Days.
Noi che il primo novembre era "Tutti i santi", mica Halloween“
..proprio vero.. quel tempo sembrava così lontano... aveva fatto tutto, o quasi. I pattini che si allungavano li aveva veramente, non era nata con la TT roadster e l’ipod.. Ritornava tutto alla mente tra una lacrimuccia e un sospeso.
Una volta per fare uno scherzo a 2 amiche, Camilla e suo cugino si erano vestiti in calzamaglia e avevano scalato grondaia e tetto...Morale avevano chiamato la polizia...e dovuto spiegare che era una bravata...
Quante storie, quanta vita.

Racconti di Camilla Agata Huge di Alessandra Piacentino. Rivivere sensazioni immortali.
Immortalità? “Cos’è?“-si domandava Camilla- “..Se non la naturale tendenza dell’uomo al desiderio di possederla interamente?” “Immortalità è un’essenza sottile, celata da uno sguardo complice, un prolungamento dei desideri, una percezione afferrata nel pieno della sua corsa, la sospensione di un silenzio, una notte ebbra d’oceano, un ricordo di una vita, un’immagine di cielo sparita nell’ombra di un bacio, un segnaposto indigesto, una passeggiata sulle ali della pioggia tra gomitoli di raggi di luce intrappolati in un flash, il fumo fuggitivo di una pipa, il galoppo del vento che muove i capelli, un’estasi eterna annotata in un blocco di fogli ..”
Quanti scritti lasciati al tempo ed a Camilla. Quanti desideri sospesi lasciati alle spalle.. tutti strizzati come acciughe in una scatoletta.. che invenzione il cellulare!
“IO e te.. un grande amore…niente più. Solitudine e malinconia, ritorna ancora un attimo accanto a me, cos’è un attimo in confronto alla vita? Un infinitesimo istante, una parte di un atomo di un secolo di vita, un piccolo frammento insignificante del tuo presente o futuro.. Ti sto scrivendo da un’atmosfera bellissima, ascoltando un vecchio disco in sottofondo, come sto bene stretto nel tuo ricordo consunto e logoro…lo porto a letto, sotto le coperte con me. Sembra una pazzia brindare da solo. Ma sono 4 anni che aspetto. Quel tuo “ Tornerò.. forse. ” tuona nel mio animo come un lampo insonne, uno spirito vagabondo”
E vagavano vagavano incompresi, persi nel silenzio delle loro parole, gli uomini di Camilla. Iniziavano a conoscersi. A riconoscersi in lei. In ciò che lei non diceva, in quello che il suo silenzio esprimeva e la sua mancanza ricreava.
“Hey cosa fai.. stasera mi piacerebbe vederti.. mi butti anche giù il telefono.. sigh -ma è possibile che tu non trovi mai tempo per me? Sei in giro o a letto? Chiama quando vuoi. Comunque nemmeno per sbaglio rispondi a telefono!..”
Camilla avrebbe continuato a non trovare tempo per lui. Quanto lo adorava… La sua mente era generosa di sospesi, ricreava condizioni di attesa, spazi, vuoti. In essi nascondeva parte di sé. Chi coglieva i suoi passi li avrebbe seguiti fino alla fine. Sarebbe salito in sella all’unicorno. Contro il tempo, il vento, il mare ed il cielo.
“Eri a secco di batteria o non avevi voglia di parlarmi?Mi ero ripromesso di non scriverti più ma visto che tu non lo fai mai…posso telefonarti per un saluto veloce?ti va di fare 4 chiacchiere?” Camilla avrebbe dovuto insegnare loro come affrontare la vita, quella che la aveva assalita, affascinata e poi si era lasciata addomesticare.. e coinvolgere.
“Lasciati guidare dal mondo dei sogni,abbandonati e fammi guardare.. il silenzio respira in me.. oltre la rotta del tempo. È del niente che temo di più.. oltre te non vedo nulla, oltre il limite non c’è nulla..” Iniziavano ad addentrarsi nel mondo del mistero, delle radici del sentimento, dell’Armonia.
“Sto facendo una cosa che in 4 anni non ho mai osato fare rischio licenziamento.. scusa se disturbo ma mai nessuna mi ha emozionato come te stasera.. dovevo dirlo altrimenti mi sarei sentito uno scemo a vita”
“Sei a nanna? Dove sei? Sei ancora sveglia?”
“Io ti cercherò negli occhi delle donne che nel mondo incontrerò e dentro quegli sguardi mi ricorderò di noi.. gioia e dolore hanno lo stesso sapore…amo te. Ma sei partita già? Mi sa che ti ho sognato stanotte. Come l’altra. E l’altra ancora.”
“ ..serata malinconica.. sto osservando una bottiglia di birra desperados interamente vuota con su scritto: ecco come mi sento senza te, la mia vita non ha senso, non dimenticarmi mai.. sarò sempre dentro di te perché ti amo. la tua bimba… sto bene ti penso e ci credo ancora. Chissà..” Quella bottiglia Camilla l’aveva riservata solo per lui. Ogni cosa che faceva era un’opera d’arte, non creava duplicati, ogni esperienza era il simbolo di un’intera esistenza dedicata all’Amore. Generato illuso ripreso sconfitto Vincitore. Presente. Sempre.
..Way back into love take two

I racconti di Camilla Agata Huge... Le piccole sensazioni che nascono dalle belle cose…ed anche dalle brutte.

“Forse sono all'antica.. ma quando tengo a una persona e di colpo non la sento più mi preoccupo. Se va tutto bene, sono contento per te. Se ci sono problemi mi spiace molto e spero si appianino. In qualsiasi modo reincontrarti mi ha fatto molto piacere. Riperderti meno. Se ti sei fatta un'idea negativa di me mi piacerebbe saperlo e poter al limite fornire il mio punto di vista. Sono molto meno pirla di quanto tu creda ..(almeno credo)” .. da quanto stava aspettando questo messaggio. Sapeva che sarebbe arrivato. Prima o poi. Era il segno. Se tanto si dà, tanto si riceve. Soprattutto nell’amicizia vera. E cosa avrebbe potuto accomunare un uomo fatto, maturo robusto vissuto accasato.., ad una donna così affascinante come Camilla? Ci sono molte cose che la gente non capisce, non sente, non subisce, non prova, non fa, non vede né tocca, non percepisce, non vuole sapere.
Bisogna andar oltre. Oltre il limite, oltre il senso. Oltre le distanze. Oltre la materia. Anche quella grigia. Ci sono attimi in cui si trova il significato, si sente l’armonia, ci si sente a casa, come al ritorno da un lungo viaggio. Si respira normalità come se si fosse vissuta da sempre allo stesso modo, in quella medesima situazione con quella medesima compagnia. Camilla avrebbe voluto spiegargli tutto, ma era sufficiente una piccola risposta. Bastava. Tra loro. Non le avrebbe chiesto nulla di più. Sarebbe rimasto in silenzio ad ascoltare l’eco delle sue parole.. Era sufficiente un “sì ci sono”, un “no non posso” oppure “sto bene”. Era meglio di tanti se ma forse sai perché sennò…quante inutili spiegazioni.. meglio passare ad altro.
Siamo esausti delle ferite della vita. Tutti. In fondo. Fino in fondo.
Come avrebbe fatto a spiegargli ciò che stava capitando in lei ed attorno a lei. Aveva abbandonato amici, parenti, nemici. Si era donata al silenzio.. Aveva scelto la solitudine per sé. Per capire. Ripartire da zero. Ma alcune cose non si cancellano. Non si possono cancellare. E riemergono al ricordo e si celano sottilmente sotto il primo strato di pelle. Sono quelle che chiamano piccole futili esperienze vissute in compagnia, disarmonie condivise, allontanamenti forzosi. Sono la vita. E Come cancellarla?
Camilla non poteva più farne a meno. E chi era Dio lassù che la sovrastava…cosa voleva da lei? E lei? Cosa vedeva in lui se non il compimento del suo stesso fine: l’immortalità dell’Amore. Del Bene supremo. Vero. Che non ha limiti, disarmonie. Non conosce sconfitte. Illusioni. Vanità. Compromessi. Forse piccoli compromessi sì.. Non idealizziamo il tutto -pensava Camilla- basta poco per sorprenderci e così poco per illuderci…a volte è sufficiente un piccolo sforzo contrario per ottenere comunque la vittoria. Ma sono le verità profonde che restano. E scavano come radici, l’essenza della vita.
Unica controindicazione: mancando il libretto di istruzioni maneggiare con cura le situazioni meno propizie e tenere sempre una buona dose di istinto ed amore con sé. Per non affogare nel troppo oppure nel poco.
Ripensava”Quanto bene mi fa l’amicizia”.. Nasceva nel suo cuore come una piantina, a poco a poco. Sentiva l’affetto che conduceva i rami fino ad abbracciare l’alba che si compiva di fronte al suo sguardo. Anche lui, forse in un altro paese o nazione, avrebbe osservato la stessa alba, compiersi così di fronte a loro.
Tra Amicizia pura e Amore vero esiste solo una leggera linea sottile-pensava Camilla, volgendo gli occhi alla memoria-.
Condivisione, rispetto, armonia. Diveniva tutto un cerchio rigenerante immanente. Un simbolo di perfezione. IL cerchio racchiude come un abbraccio, protegge come un padre, non ha inizio né fine, come dovrebbe essere il sentimento perfetto e compiuto.
Dell’Amicizia, L’Amore puro ne diveniva sublimazione, come in una seduta di benessere corpo e anima, ascoltando musica lirica, sospirando negli umori di una sauna, scivolando nell’acqua torbida di un idromassaggio, sentendo muovere la propria pelle da un massaggio rigenerante al sapore di menta piperita.
Quante vibrazioni diffondevano pensieri.. E Camilla continuava a tirare e rilasciare l’elastico della vita, dell’Amore, dell’Amicizia, con estremo rispetto, non dimenticandosi che la sua essenza era tale per l’esistenza di chi l’amava per ciò che Lei stessa emanava.. così dannatamente appagante e sublime.. era una cacciatrice di esperienze e desideri, Camilla Agata Huge. Lei avrebbe conquistato il mondo intero. Con un semplice gesto. Era il desiderio perfetto. Ed immortale. Era per ciò che donava. Per il modo con cui Si donava. Per quello che esprimeva ed avrebbe potuto esprimere. Per l’Amore puro, il Dolore puro, l’Essenza vera.
Quanto le stava donando quel silenzio immortale che li avvolgeva, nascosti da quell’Alba riflessa, unica come il Loro desiderio, d’incontrarsi ancora un giorno, per condividere la Vita.

Trattato sull’Amore Moderno da “Brevi racconti di Camilla Agata Huge...“
„Quanto tempo è passato dall’ultima volta..“ A Camilla non capitava spesso di soffermarsi a pensare all’amore. Di solito era lei che lo trascinava negli altri inconsapevolmente, o almeno sembrava le venisse naturale. Peraltro l’artificilità, sebbene potesse esistere e non fosse Carnevale, veniva degnamente mascherata. Si domandava se l’amore che suscitava negli altri fosse tale anche per lei. Se la luce scintillante che nasceva nello sguardo di chi colpiva al cuore, crescesse anche in lei. Se i brividi pesanti ed intermittenti alleggerissero anche la sua anima e generassero scompiglio. Oppure se fosse tutto pura illusione per lei. Normalità. Routine. Scendeva con la mente nelle sue radici intime più profonde e sentiva la sua sostanza come fosse lo specchio dell’immortalità, dell’eterno, dell’incompiuto in corso di completamento, del sospeso. Come qualcosa di innaturale, extraterrestre. Scendevano così in profondo i suoi tentacoli. Immobilizzavano. Ed in certi istanti terrorizzavano quasi, spaventavano. Ciò che non si conosce incuriosisce ma al tempo stesso si teme un poco. Ed anche lei si temeva. Temeva le sue reazioni, ma non le rigettava. Le percepiva e le nascondeva ingannandosi. Avrebbe voluto essere una donna normale. Non La Donna. Il punto. L’inizio e la fine. Viveva in un gioco, ma il suo nome era la Vita. Un suo sguardo sapeva scendere nell’intimo, generare brividi, malessere e conseguente massimo benessere, desiderio rotondo e compiuto, aspettativa e realizzazione. Quante cose sapeva, anche quelle che non credeva di conoscere. La sua gestualità avvolgeva la mente, l’anima, l’essenza, il corpo. Avrei voluto farla conoscere anche a voi, di persona. Le parole non rendono l’essenza, non sono capaci di perfezione. Vi avrebbe ammaliati. Affascinati come alla prima di una danza teatrale, di un concerto classico, seduti in prima fila, agghindati con l‘abito migliore, intarsiati di ori antichi, ricoperti di unguenti dolci sulla pelle, profumati con essenze d’incenso e mirra. Quanto vi avrebbe potuto far conoscere, solo con uno sguardo sottile... Forse l’immaginazione potrebbe trascinarvi al ricordo migliore di tutta la vostra vita, ma non ci sareste ancora arrivati. Camilla non conosceva tempo mal speso. Ogni suo gesto riportava echi sconosciuti e finemente percettibili ed allusivi. Esprimeva ciò che l’uomo avrebbe potuto immaginare, desiderare, compiere, conoscere. Era viaggio verso l’impenetrabile. La sensazione del tocco suo sulla pelle lasciava morbidi tatuaggi, sensazioni incerte di possesso carnale, di libertà incondizionata al desiderio, di penetrazione totale nell‘intimità, scambio continuo e ininterrotto, esplosione di significati e consensi, umidità pungente e scivolosa di baci e carezze inconsuete, percezioni irrefrenabili. Causava intorpidimento e benessere prorompente, come la sensazione di un evaso rilasciato prima del giudizio di colpevolezza e condannato alla realizzazione delle sue perversioni a vita. Il suo tocco percepiva le aspettative di chi lo riceveva e avverava ciò che era solamente in atto. Ogni aspetto di Camilla era parte di un puzzle infinito. Che si compieva e ridisegnava le sorti dell’uomo. Quando si fermava lo faceva poichè era scritto sul suo copione, nascosto al mondo. Alla natura, alla terra. Al cielo. Era il trattato dell’Amore sublime e sommo.

Brevi racconti di Camilla Agata Huge.
Come le cavallette.

„Ti dirò che la vita è veramente strana. Davvero. Quando pensi di conoscerla ti sorprende di nuovo. Nel bene e nel male.purtroppo anche nel male. Nella solitudine. Nel bisogno di stare soli. Di trovare un senso. Di vedere come altri non trovano quel senso e si nascondono in tante cose futili e prive di alcuno scopo.
Mi sembra a volte di vivere un film.lara croft direi possa essere il + azzeccato.
In questo periodo mi sono un pò isolata dal mondo e dalle mie consuete amicizie. Dai ragazzi, quelli che oggi chiamano uomini un pò troppo vicini-e la prossimità è sempre un rischio-...
Non cerco più un marito con cui creare una famiglia ma un uomo che mi rispetti, a prescindere. Ho trovato alcune nuove conoscenze che mi hanno rubato l’anima.
Non più ragazzine di classe con tacchi dorati di prada ed il fiato pesante-a cui peraltro sono ancora affezionata-ma sto provando a vivere una vita diversa..è un distacco duro feroce, che mi ha sorpreso ed imposto un cambiamento.
Nuovi incontri, gente umile con il cuore grande come gli occhi dei bimbi. E ti chiedi: ma come è possibile!??mentre la tua vita piano piano si riprende. Da quella condizione da infernal afterhour..verso un test di paradiso..sarà tutto vero? O tornerò alla mia croce che era divenuta così sublime..?“
Camilla la ascoltava e vedeva in lei il compiersi di tutti i suoi interrogativi, il prolungamento della sua esistenza, un possibile rischio di non completezza. Erano estremità che si combaciano e si completano. Drammaticamente. Inesorabilmente. Camilla era vezzo e ricercatezza, virtù e sublimazione. Ricchezza. Ridondanza. Angelica rassegnazione e rinnovamento forzato. Cambiamento. Desiderio di paradiso. Schiaffo alla vita troppo bella troppo cara troppo vuota. Carezza all’esistenza di chi si trova al mondo e deve sopravvivere. Perchè ne ha il diritto. Come un certificato di vita impresso sulla pelle. Un sigillo. Un attestato di conformità. In un mondo difforme da ogni aspettativa.
Quanti concetti accavallarsi. Come le formiche in un campo di briciole di pane.
Basterà una vita per comprendere a fondo quanto il pensiero POSSA?
Potere E‘.

Camilla Huge. Le brevi occhiate appannate e gli occhiolini stanchi. Forse il succo della vita è.
Era come se la luce avesse perso il suo splendore. Non per donarlo a lei.
Come se avessero spento qualcosa da qualche parte nel mondo. Forse il suo motore.
Un interruttore si fosse guastato. Un’occhiata brutta del destino fosse scesa su di lei.
Qualcosa era cambiato. Quel giorno non emanava nulla, solo indifferenza. Camilla non avvertiva alcun contatto. Alcun desiderio. Alcuna sensazione. Nemmeno osservando le nitide cime delle alpi che troneggiavano in uno scorcio sbiancato di cielo.. Muoveva il cucchiaino dentro la tazzina come se aspettasse una risposta dai residui rimasti..con gli occhi ammutoliti e il cuore perso. E l’anima in un pugno di ciabatte vecchie e stelle sotterrate. Ci sono giorni alterni. Altalenanti. E giorni in attesa di prendere un verso. Come poeti esausti. E coccinelle stanche. Eppure è tutto così semplice, si ripeteva... basterebbe solo accettare l’amore del cielo.. e se ci provi riesci a vederlo, se lo chiedi riesci a sentirlo…se lo ami…ti ama… ma siamo troppo affogati nel negativo, siamo nel limite, viaggiamo su di esso in equilibrio, uccidiamo per sentirci vivi, godiamo per la passione, ci compiacciamo del nostro egoismo, ci appesantiamo di grassi insaturi e poli-insaturi. Il suo messaggio alla vita voleva essere una ricerca d’amore per affinare quello che lei donava gratuitamente. Era desiderio di sessualità puro e terribile, non carezza e soffio delicato. Che qualcosa stesse cambiando in lei? Come il venticello primaverile che porta lo sbocciare dei fiori? Forse l’amore vero è solo pensiero sublime d’affetto e calore umano. Astrazione di paternità, rivendicazione di rispetto e giustizia, verità nella sua accezione greca (Kalos). Non sapeva ancora. Sarebbe passato un po’ di tempo, prima che riuscisse a sfogliare un’altra pagina della sua vita.. Intanto specchiava il volto nelle striscioline di pioggia che scorrevano sulla superficie liscia della finestra, come treni che attraversano binari. E pensava- “..guarda il mio viso.. pare che non lo si riconosca nemmeno” A volte basta poco. Diversi punti di vista. E rise un attimo.

Racconti di Camilla Huge. Tornare alla mente e ritrovare sé stessi
Camilla stava risalendo con il pensiero la salita che conduceva il viottolo fino alla cascina della nonna. Ricordava il tempo delle ciliegie raccolte a cavalcioni di un ramo, quale aroma tornava alla memoria, agrumato dolciastro e succoso. Sembrava di inghiottirne una manciata fresca.. Tornavano i profumi degli oleandri delle ginocchia sbucciate e del fumo della pizza nel camino. Le corse sui campi dentro il tempo e fuori dal tempo. Il teatrino delle marionette. Le merende all’aria aperta. Il senso di possedere tutto avendo nulla. La pioggia scrosciante sui vetri della serra.. il calore piatto e umido. Il senso di un abbraccio. Anche solo del palmo di una mano poggiato sulla spalla. Il vestitino bianco consunto e impolverato di fango e rugiada.
Corrono i bambini. Non sanno dove vanno. Ma trovano un senso per tutto. Girava intanto Camilla i fogli della sua storia, come volesse trovare una causa al suo bisogno di amore. Incessante come una pioggia fugace di primavera che torna e ritorna. Incalzante come un fiume in piena straripante. L’amore andava vissuto e bisognava farlo conoscere. Lo aveva imparato dalla natura che ogni giorno le regalava il miracolo del sorgere dell’alba e del morire del giorno in un tramonto. Le sue storie seguivano il corso della vita. Nascevano e morivano. Si reincarnavano. Appassivano come vasi di rose monche dentro un vaso.
Usava l’aspetto per far conoscere il suo cuore, l’essenza di questa natura selvatica e salvifica. Se l’uomo si innamora dell’aspetto vive solo per esso e al suo decadimento fisico perde attrazione. Se l’animo di una donna lo conquista, difficile che possa allontanarsi. Come può la luce esser catturata in un vasetto di marmellata e rinchiusa in esso? Va colta ogni giorno nella sua più profonda manifestazione e va ascoltata e rapita nel cuore.
Pulsava forte il suo battito dentro la cassa toracica, che ne faceva quasi da subwoofer. Si mosse, vide che Carlo stava per bussare. Gli aprì. Entrò. La vide strana. Il fondotinta si era appiccicato a qualche lacrima. Il sorriso stretto in un cewingum. Al dito portava l’anello della nonna. Che le aveva regalato tre giorni prima di lasciarla. Vi era scritto: “Il tempo è relativo, l’amore infinito” Era bella per il suo essere essenza complicata ed incomprensibile.
Rimosse questo leggero velo. Subito riprese sé stessa, la vera Camilla. Drizzò le spalle e riassettò il cuore.
Lui sorrise e le disse: “Sei davvero una donna… Vogliamo uscire a cena? “
Camilla amava del suo passato la libertà, del presente l’attesa della seduzione, del futuro la continuazione di sé nelle cose che solo toccava.. Il pensiero è forza e al contempo debolezza. Tutto sta nel cogliere il lato migliore. Camilla aveva colto Carlo.

Racconti di Camilla Huge
Le storie che finiscono e quelle che non finiscono ma tacciono.
“..Ogni tanto visito il tuo sito internet che e' rimasto ormai l'unico
dal quale poco alla volta posso estrapolare qualche informazione su di te
e cosi eccomi qua ad aver trovato finalmente un indirizzo e-mail al quale
scriverti (Cavolo non mi par vero!!) ma stai tranquilla non intendo
minimamente tartassarti con un e-mail dopo l'altro.
Ormai ho smesso di scriverti sms, preferisco provare a chiamarti di tanto in
tanto senza nascondere il numero nella speranza che tu un giorno abbia
davvero voglia di rispondermi...sapessi come mi farebbe piacere.
Io sto benone anzi Bene! Lavoro come un matto giro parecchio spesso all’estero e devo dire la verita' inizio davvero a prendermi qualche bella soddisfazione.
Da 3 anni frequento un nuovo giro di amici e facciamo un sacco
di feste e mangiate...tutti bravi ragazzi ti piacerebbero alla stragrande
Spesso passiamo i w-end fuori specialmente a Londra dove per fortuna ho un minibuco
Dell’azienda.
Il morale e' alto, certo non ho passato dei periodi strepitosi ultimamente, ma
ho reagito bene ......Fidanzate? Beh chiaramente nessuna ma ho ed ho avuto
molte storie forse alla ricerca di qualcosa che tarda ad arrivare...ma
chissa' perchè'''?!
Qualcosa di stupendo che ti travolge all’improvviso.. hai presente.....del
tipo che tu sei li che ti godi la vita ed un secondo dopo ti ritrovi a
chiederti come hai fatto a vivere fino a quel momento senza di lei...sai che sono un passionale e sai anche che quell’emozione io l'ho provata solo con te......mi sono inginocchiato in piazza ricordi? E ho gridato il mio amore per te.
Cosa vorrei ora?? Bhe' niente di speciale in realtà........forse non
sono neanche poi così cambiato e forse non mi sopporteresti ancora...
Il fatto e' che mi manchi di più ogni giorno che manda il buon Dio, ti
penso spesso ma con Gioia e continuo a chiedermi come sarebbe andata a
finire se non ci fossimo mai lasciati.....cioe' se non fossi stato cosi' coglione
da farmi lasciare! Cami sei la persona piu' speciale al mondo per me!
Mi piacerebbe tanto incontrarti per fare 2 chiacchere e farti sentire che su
di me potrai contare sempre!
Cami non sono ne geloso ne triste non so ormai neanche se sarebbe giusto
riprovarci...so solo che ti voglio un bene matto e che spero tanto che tu un
giorno lo possa capire...............
Chissa' magari mi risponderai o batterai un colpo...quanti anni passati nel silenzio”
Camilla non rispose. Stava male, avrebbe voluto abbracciarlo e dirgli che gli era vicina.
Ma non rispose. Lasciò che il tempo desse lui le risposte. Non voleva sbagliare, quante volte lo aveva fatto nella vita. Il suo cuore esisteva. Ma il silenzio negava risposte immediate. Quale variabile imprescindibile il tempo..
Si rifugge sempre da ciò che spaventa e inevitabilmente questo ci sommerge e ci contagia. Dovremmo forse preoccuparci di risolvere prima le nostre paure e far sì che queste ci rendano immortali. La forza è una condizione della debolezza. Il vero amore è il superamento di tutti i limiti e delle verità del mondo, è lo scoprirsi nudi ma felici.
La vita ti fa fare tanti passi, per alcuni non sai nemmeno il motivo che ti porta a compierli ma ti portano avanti.. per farti conoscere la tua strada e la tua missione. Fino all’ultimo giorno. Devi solo credere.

Racconti di Camilla Huge. Fare bisboccia con spiritelli. O ritrovarsi sveglia di fronte alla Verità incredibile?
Camilla osservava con attenzione ed un po’ di perplessità Elvira, ripiegata su sé stessa, con gli occhi all’indietro ed uno strano tremore nel corpo. Sarebbe stata rinchiusa in un manicomio se il suo viaggio non si fosse scontrato con quello di Eufrate, un prete vagabondo. Sarebbe impazzita in uno studio di psichiatri e psicologi. Lui aveva subito capito cosa le stava succedendo. Era posseduta. Camilla spalancò gli occhi: che il mondo non fosse più la sua realtà, quella che da sempre aveva conosciuto.. che davvero il soprannaturale si fosse calato nel reale? Era posseduta. Non da uno ma da un quarantotto di demoni veri. Non quelli che raccontano i libri di fiabe o del terrore. Demoni reali, ciascuno con il proprio nome specifico. Da combattere e scacciare sul monte sacro per imprigionarli nell’eternità. Esiste davvero l’inferno. Esistono davvero gli esorcisti. Ricorda, Dio oltre che esser amore è anche vera giustizia suprema e ciascuno dovrà giudicarsi secondo tale principio. “Devi perdonare e pregare, il rosario allontana ogni male e sana” La vita di Elvira era stata turbata da maledizioni fatture malocchi legami riti magici, da parte di conoscenti amici parenti. Operandola i medici le avrebbero trovato nel seno e nell’intestino mucchietti di chiodi capelli stringe cordini arruffati. E nel cuore un’infinita paura. Ma il destino la fece imbattere in questo vecchio signore dallo sguardo profondo duro e saggio. Buono. Si accostò a lei e le domandò se volesse una preghiera. Non le avrebbe cambiato la vita e per questo pensò di accettare. Ma la sua vita cambiò. Invece. Iniziò un lento cammino di guarigione. I demoni le parlavano dentro, insieme alle anime perse. “In nome di Dio ti ordino..” Si lasciò convertire ai 10 comandamenti. Libri sacri. Di DIO. E scoprì che molti ragazzi erano come lei. E alcuni non lo sapevano, sentivano insofferenza e cadevano nella depressione o si ammalavano. Droga o alcolismo. Famiglie divise. Spezzate. Devastate. Lei non stava impazzendo. Semplicemente la percezione della vera vita si stava impossessando di lei. Ed iniziò a sorridere davvero, con il cuore. guardando dall’ultima panca della chiesa, l’occhiolino della statua di Gesù, cuore misericordioso. Proprio come faceva Camilla, le poche volte in cui seguiva il Sacrificio, nel tempio di Dio. Lei le credeva. Il mondo è un incontro di bene e male, uno scambio di realtà, un passaggio per l’immortalità. Da guadagnare. E’ il denaro che ci allontana. Spezza la vera libertà. Che cosa strana la vita, in ogni momento Camilla aveva un motivo in più per pensarlo.
La avevano fatta precipitare, la piccola Elvira, le sedute di pranoterapia, i maghi, i falsi profeti veggenti, i libri sul buddismo, i cartomanti, i contatti con le sette, i chiropratichi, gli iridologi, strumenti con cui si serve Satana per impossessarsi della mente dell’uomo e del mondo intero: anche Lucifero conosce il passato il presente ed il futuro, ma il Male inganna. Le malattie sono opere sataniche. Il segreto è ringraziare Gesù, per ogni cosa. Che si ha, e si avrà. Tutti hanno passaggi difficili, sacrifici sofferenze e momenti da superare, per essere confermati nell’abbraccio infinito del Cielo in Spirito Santo. E saremo luce nella luce. Camilla non aveva paura ma singhiozzava come se una liberazione avesse compiuto il risveglio di tutti i suoi sensi...”Ricorda non è immaginazione. Sgrana la preghiera del cuore Camilla e chiedi..”le diceva. Ave Maria.. Maria… Maria.. Libera nos a Malo. E la sveglia suonò: un nuovo giorno. Camilla si svegliò sbadigliando e scese dal letto, accarezzata dalla luce tenue del mattino.

Camilla Huge. Scoprirsi in un abbraccio
Camilla gli chiese “chi sei dove vuoi andare e perchè?” Rispose: “Sono Luca voglio vedere casa tua e.. e perchè no?”
Lei adorava stupire. Lui lo aveva fatto per lei. Quante volte in passato.
Salirono lenti i gradini verso il terrazzo sopra la cupola della chiesa.
Non sapeva quali fossero le intenzioni di Camilla ma gli bastava osservare la sinuosità dei suoi movimenti, la bellezza che emanava da sempre, la luce che si confondeva nell’immagine del tramonto tra i glicini in fiore e la sua ombra. La sensibilità di Luca giocava a suo favore. Si sentiva come un bimbo affascinato dal primo videogioco regalatogli. Respirava ogni attimo come fosse salvifico. In lei vedeva l’immagine della donna, colei che libera l’uomo dalla pesantezza delle giornate, lo eleva ai piaceri della notte, lo tenta e si ritrae per poi riprenderlo e possederlo totalmente. La sua mente vagava e sfuggiva dalla razionalità quotidiana. Avrebbe voluto tornare un attimo a terra per non ingannare lo sguardo inquisitorio di Camilla. Ma non vi riuscì e le parole gli scivolarono fuori “ Quanto dista il mio pensiero oggi da questo mondo precario ed effimero.. Vedo in te ciò che prima era solo sogno per me” Guardando la chiesa con le dita si segnò la fronte, anche Dio avrebbe dovuto godere di tutto ciò che regalava loro.. Inserì la chiave nella toppa e rigirò con forza. Si aprì la porta e Rodolfo uscì fuori scodinzolante. Un cucciolo rosso di setter irlandese, che respirava annegando d’amore.. Quanto se ne respirava in quella casa. A pieni polmoni. L’odore fresco di panni lavati profumava della stessa pelle di Camilla. “Cosa ti offro?” Luca rispose”Il tuo cuore. IL viaggio in Giordania mi ha fatto venire voglia di stabilità.” Camilla sorrise, con paura. Gli porse un bicchiere di acqua. Nella credenza indigena è un augurio di prosperità e vita. Senza acqua l’esistenza non si rigenera. Nel linguaggio italiano sottintendeva:”bevi e deglutisci il mio rifiuto”. Sai io amo la vita. Non l’uomo. Che è strumento, mezzo. Mi sono sempre innamorata di uomini sbagliati che ho sempre dovuto lasciare ma poi non me ne sono pentita. Non ho rimorsi, né rimpianti. Né colpe. Nel bene e nel male. Tu sei un amico che mi riempie di gioia. Che conosce l’arte del gioco e della seduzione. Sembri cambiato ma nessuno cambia. Anche a te mi sono data e per te ho stretto il cuore.
“Sono cambiato”. I suoi occhi scesero lentamente verso il fondo. Ho trovato questo libro che mi regalasti 4 anni fa, durante il trasloco. E come dedica era scritto con matita spuntata: “Il semaforo è giallo per te, nn rosso. Sicuramente un giorno diventerà verde”. Lo sai che libro era. Il Profeta. Mi ha riportato qui. Ma tu ora sei donna. E sai cosa chiedo. Vorrei vedere negli occhi di mio figlio i tuoi. E sapere che la sua voce è il nostro eco, parte nostra.
Camilla si lasciò scivolare tra le sue braccia, senza risposte. Nella vita le sorprese sbocciano inaspettate come fiori. E gli uomini cambiano. Certo che sì. Anche le donne.
“ La morte respira nei passi del tempo e si nasconde nelle paure degli uomini mortali”
Ma l’unione di due corpi inganna la morte e la vita scorre viva e libera nel loro abbraccio infinito.

Camilla Huge. I tempi della vita. E della natura.
Camilla aveva perso l’orientamento con il mondo. Aveva plasmato una realtà fatta di inchini e di miti, di religione e carestia. Era il tempo delle rose. Marce. quello che stava vivendo. La sua delicatezza era sfinita, il suo carisma divenuto debole ed incerto. Incalzava passo dopo passo senza ragione né istinto. Era divenuta artefice e creatura stessa. Si compiva l’orgasmo della sua esasperazione.
Non potevano immaginare, le belle signore appesantite dai trucchi dal fumo di sigarette fini fini, dalla salsedine del vento di mare, quanto stesse mutando in Camilla. Nemmeno lei sapeva. Ma la saggezza recondita nelle cose che sfiorava emanava profumo che diceva “il vento sfugge e porta via una carezza ed uno schiaffo”.. sussurrava “và ancora più in là..” “più in là..”
Palingenesi. Prerequisito della crescita. Sottile confine tra la certezza e l’imprevisto. Siamo foglie caduche, che si riempiono di rugiada e si attorcigliano secche perdendosi nel terriccio. Condizioni di temporarietà. Pigri sbadigli che coprono i sorrisi muti delle persone. Nel silenzio si compiono i miracoli. Lo sbocciare sottile di un fiore, il volgere nudo del giorno nel tramonto, il disperdersi soffice dei pollini nel vento, la maturazione scivolosa dei frutti sui rami, lo sguardo smemorato dell’amore, piccoli dettagli che coprono di senso le cose del mondo. Camilla maturava, come un limone sull’albero, davanti al mare e al cielo della liguria, al palcoscenico della vita. E non conosceva i dettagli. Ma si fidava del cuore. del destino. Delle emozioni. Dei frutti marci caduti a terra. Che non sono stati colti ed il loro senso inquinato li ha gettati come rifiuti. Si sentiva appassire e crescere. Camilla restava incerta, come mai prima. Iniziavano ad emergere sensi di colpa. Per non aver preso definitivamente nessun treno, e non essere mai arrivata alla vera destinazione. Quanti si fermano ai raccordi ferroviari, perdendosi in uno scorcio di finestrino. Salgono e scendono. Poi risalgono. E la vita passa. Il tempo scorre inesorabile. E Sfoglia le pagine della storia del presente e del futuro. Ticchettava l’orologio al suo polso. Era il monito della resa allo scorrere delle ore. La vita ha i suoi tempi. Come la natura. Si guardano si sorpassano sbadigliano e confrontano i loro raccolti: la vita ci disperde, la natura rigenera. Camilla non aveva più lo stesso sguardo. Non racchiudeva più il tutto, non trasmetteva più l’essenza e la totalità. Iniziava a sentirsi una metà. Da completare. Quanti uomini avevano addensato la sua sostanza. Quanti varcato la soglia di casa. Quanti condiviso problemi. Quanti vissuto un suo dettaglio. Tutti insieme componevano l’altra metà. Quale verità indiscussa. E terribile. Non era l’uno ma solo una parte. Ora lo sentiva chiaramente. Bevve un intero bicchiere di rum alla goccia. Mentre la sua vita ancora una volta si trovava ferma ad un bivio. Come la tua, che stai leggendo alla ricerca di una verità. Che sfugge. E resta celata. Ma E’. Giace racchiusa tra queste pagine e quelle ancora da scrivere. Il tempo è una variabile a-dimensionale. Che racchiude le dimensioni umane. Ed in questo bacino si completa il senso delle cose.

Camilla Huge. Verità e desiderio
Camilla era anche apparenza. La sua imperfezione veniva accuratamente celata, come l’insoddisfazione e la scarsa stima di sé: mai avrebbe potuto rivelarlo a qualcuno. Riusciva a mostrare ciò che non era. A ingannare ed abbagliare. Era una stella, una nova in continua rigenerazione. Al punto tale che alla fine si convinse della sua perfezione, dell’immagine che lasciava agli altri, a chi la rincorreva, a chi la attendeva, a chi non ancora riusciva a conoscerla. Nutriva ogni suo gesto di significati profondi che scavavano, scavavano nel cuore della gente e riportavano alla luce messaggi antichi remoti di ciò che erano stati nelle loro vite passate. Questi si riscoprivano passato presente ed eterno, grazie a lei. Al suo profondo mistero, alla sua incalzante sensibilità, alla sua avvenente bellezza. Si sentivano parte di lei. Parte della continua palingenesi che scaturiva dai suoi movimenti, il prolungamento dei suoi gesti, l’illusione delle sue parole. Cuciva e ricuciva all’uncinetto le loro sensazioni e le intrappolava nel pensiero continuo, quello che lacera dentro e rende dannatamente pieni e dipendenti. Desiderava la felicità. Per sé e per gli altri. E cosa meglio dell’illusione vissuta la rende così puramente reale e dolce? Senza l’immaginazione le nostre parole sono anime spoglie, pensava Camilla. E consumava i suoi sguardi contro i vetri della finestra gocciolanti di salsedine asciutta. Era estate ed il manto mattutino di amaranto iniziava a lasciare i suoi riflessi nel giorno che si apriva. Siamo ciò che noi sveliamo alla vita, viviamo ciò che la vita rivela, riveliamo spesso ciò che muore perché effimero e precario è il vivere. Ma immortale è il pensiero e la sua potenza. In esso diveniamo eternità. E Camilla era eternità e lo regalava. Come spicchi di torta pastafrolla e cioccolato. Da mangiare a piene mani.

Camilla Huge: dove portano i bambini
La piccola Matilde aspettava sul divano la zia, attendeva le fiabe delle fate e degli elfi ed attendeva suo padre. I suoi occhietti blu tondi come la luna di quella sera scrutavano insistentemente attorno, cercando un oggetto che potesse ingannare l’attesa. Le ore del pendolo si rincorrevano e la dimensione diveniva surreale. “Zia qual è la forma del mondo? Quella del mio disegno?” La sua matita verde definiva un rettangolo nitidamente delimitato in cui c’era lei il padre e Camilla. “Devi mettere anche Marta”. “No zia la mamma è in cielo, va oltre tutto, anche il mio pensiero” La conoscenza è preacquisita, gira attorno l’universo.. e porta nei piccoli messaggi per i grandi. La risposta di Camilla si estrinsecò in una storia.
Camilla si nascondeva nei suoi racconti riscoprendosi bambina, rispolverando pagine strappate e polverose leggende e miti. Reale è ciò che dipingiamo come tale per poterlo vivere. Poesia è arte dell’interpretazione e del coinvolgimento. Leggenda è verità nascosta e proibita. In epoca moderna il filosofo inglese F. Bacone (XVII secolo) aveva avvalorato la tesi per la quale il mito nasconde in sé delle verità; il mito sarebbe perciò conoscenza, ma una conoscenza non della ragione bensì dell'intelletto e quindi costituirebbe il grado inferiore della verità razionale.
Camilla evolveva: da donna fatale incorruttibile e dannata a ragazza dolce pura incerta umile ed aggraziata. Era tutto e nessuno. Riusciva a metter a proprio agio chiunque indifferentemente. Era donna salvifica, nell’accezione dantesca.
La mitologia norvegese racconta che le larve che uscirono dal cadavere del gigante Ymir si trasformarono in elfi della luce ed elfi delle tenebre. Gli elfi della luce, vivono nell’aria e portano bontà e armonia, gli elfi delle tenebre, i cui domini sono sottoterra, sono scuri e hanno influssi malefici.
La versione islandese, invece, racconta le vicende di Eva, che stava lavando tutti i suoi figli in riva al fiume. Quando Dio le parlò chiedendole se erano tutti figli suoi, piena di paura e di sgomento, nascose i bambini che doveva ancora preparare.
Dio allora dichiarò che quelli che gli aveva nascosti, sarebbero stati nascosti anche agli uomini, diventando elfi e fate. In questo modo Camilla aveva portato al sonno la piccola principessina: si soffermava a guardarla e pensava quanto fosse puro e incantato il mondo velato dei bimbi.. e quanto fosse ingiusto il distacco con la realtà.. Avrebbe voluto che l’armonia continuasse a regnare nello sguardo della vita..
Il termine fata deriva dall’antico “faunoe o fatuoe” che nella mitologia pagana indicava le compagne dei fauni, creature dotate del potere di predire il futuro e di soprassedere agli eventi umani.
La denominazione fata deriva anche da “fatica”, parola che nel medioevo fu sinonimo di “donna selvatica” cioè di donna dei boschi, delle acque e, in genere, del mondo naturale.
Le fate sono esseri soprannaturali dotati di potere magico grazie al quale possono cambiare aspetto e farlo cambiare agli altri. Frequentano caverne, rocce, colline, boschi e sorgenti; sono pronte a correre in aiuto degli innocenti e dei perseguitati; riparano torti, vendicano offese, ma possono essere anche maligne e vendicative. Il regno delle fate a volte è appena sopra la linea dell’orizzonte, altre volte sotto i nostri piedi.
Avalon è probabilmente l’isola delle fate più famosa.
Il leggendario re Artù fu portato nella terra delle fate, ferito a morte, per essere curato da quattro regine delle fate. Si crede che Artù giaccia ancora, con i suoi cavalieri, nel cuore di una collina immaginaria, immerso in un sonno profondo da cui si sveglierà nell’ora del bisogno per governare di nuovo le sue terre.
Terrapieni, forti e colli antichi sono le dimore tradizionali delle fate. Di notte le colline abitate dalle fate si vedono spesso risplendere di miriadi di luci scintillanti.
Se le fate sono riluttanti ad uscire dalle loro colline, si può scoprire l’entrata camminando nove volte intorno alla collina con la luna piena. La via d’ingresso verrà allora rivelata. Chi non osa entrare nella dimora delle fate può appoggiare l’orecchio contro il terreno e forse sarà premiato dalle musiche e dai canti delle loro feste. Il sogno della piccola Matilde portava con sé quelle musiche, le danze e le giravolte di elfi e fatine. E Camilla si lasciava assalire da quella magica armonia e rigirava attorno a sé stessa ricalcando il movimento del pendolo pazzo, che sospendeva il tragitto del giorno. La visuale che si ha facendo una capovolta permette di vedere il lato nascosto delle cose.. mentre le piume del cuscino esausto di Camilla svolazzano ancora per la stanza..
*in parte tratto da: Fate, di Brian Froud e Alan Lee

Camilla Huge: i misteri dei poveri dei ricchi della natura.

Ho incontrato in strada
un giovane poverissimo
che era innamorato.
Aveva un vecchio cappello,
la giacca logora;
l'acqua gli passava attraverso la suola delle scarpe
e le stelle attraverso l'anima.

Victor Hugo

Le sensazioni che la vita regala sono svariate, in ogni momento è tempo per dirsi “io sono. Per ciò che possiedo in raffronto ad altri, per ciò che non ho in confronto ad altri, per la storia che porto, per ciò che manca a tutti e ciò che non manca a nessuno” E’ un modo semplice per sentirsi parte di tutto, parte della gioia che accomuna il mondo e della immensa sofferenza che esso sopporta. Una sorta di astrazione del dolore e internalizzazione della gioia. La sorgente nell’anima parlava in Camilla, mulinelli di spighe e cipressi chiari avvolti di luce opale si stiracchiavano nell’occhiata misteriosa dentro alle mattine che si aprivano al sole..
Quel giorno d’estate, le venne in mente Predislava. Mosca, il parco naturale di Kurshskaia Kosà, situato al confine tra l'enclave russa di Kaliningrad e la Lituania: là i pini crescono in forme strane e bizzarre, i tronchi girano a spirale, vanno su a zig-zag oppure strisciano come serpenti, altri assomigliano ad un antico strumento musicale, la lira. Il parco sorge tutt’ora sulla costa del Mar Baltico ed Aleksandr Fomiciov raccontava di aver scoperto per caso "il fenomeno" dove nemmeno gli uccelli osano cinguettare e regna un inquietante, assoluto silenzio. Camilla si era trovata in questa foresta in un viaggio intercontinentale con Albert, l’aveva scoperta per caso. L'enigmatica pineta dava l'impressione di essere stata modellata da una forza invisibile. Sembrava la materializzazione dei paesaggi delle fiabe, racchiudeva magia e forza, infantilismo e saggezza, regalava emozioni misteriose. Nella "foresta danzante" i fenomeni sembravano dovuti alla particolare composizione del sottosuolo ed alla violenza del vento. Nella zona di Kurshskaia Kosà viveva una comunità di vecchio-credenti, ortodossi russi rimasti fedeli alla liturgia esistente prima della riforma compiuta nel 1654 dal patriarca Nikon, che dopo la scoperta della misteriosa pineta avevano rispolverato una leggenda del loro folclore, quella di Predislava. Così si chiamava una ragazza che facendo ballare gli alberi di quel bosco avrebbe convinto un principe prussiano innamoratosi di lei, ad abbandonare il paganesimo ed abbracciare la fede cristiana. Camilla, nella foresta incantata di Kurshskaia Kosà, preferiva vedere una "zona di Forza" tra lo spazio infinito e gli esseri viventi della Terra, paragonabile a luoghi magici come il monumento megalitico di Stonehenge in Inghilterra o le Piramidi d'Egitto. Nella foresta correva un legame invisibile tra il cosmo e la Terra, una sorta di vortice energetico. Passando attraverso il pino con il tronco a cerchio si pensava che si aggiungesse un anno intero alla propria vita. Bisognava però stare attenti al modo in cui si passava: per vivere più a lungo un uomo "carico di energia positiva" doveva attraversare il cerchio andando in direzione del sole. Se la sua polarità fosse stata negativa avrebbe dovuto invece farlo in senso inverso. Al fine di spiegare il rebus il direttore del parco naturale aveva deciso di seminare nella zona del "fenomeno" un certo numero di pini "sani" per vedere se crescevano dritti o no. Ad oggi nessuna risposta: Camilla avrebbe voluto scoprirlo. Il mondo racchiude nella sua molteplicità molti misteri. Nel 1891 venne ritrovato nella regione di Jutland in Danimarca un Caldaio rituale del peso di nove chili e costituito da tredici piastre decorative che da subito destò non pochi quesiti.
La zona precisa del ritrovamento era la palude dell'Himmerland ma le fattezze del Calderone denotavano una provenienza diversa e le piastre con cui era stato decorato pur supportando questa tesi non chiarivano del tutto il luogo d'origine.
Vi si trovavano infatti caratteristiche tipiche di popolazioni diverse e nelle raffigurazioni delle piastre vi erano elementi appartenenti a più culture.
Le tipologie di lavorazione del calderone denotavanoprincipalmente due tipi di artigianato, uno quello dei Celti e l'altro quello dei Traci: si notavano anche altri dettagli che confondevano ulteriormente l'attribuizione di questo misterioso oggetto.
Gli studiosi tendono ad asserire che questa mescolanza di stili sia dovuta alla presenza della popolazione celtica degli Scordisci nella regione del basso Danubio, nel III sec. a.C. questa popolazione convisse in modo pacifico con i Triballoi traci. Soprattutto in Bulgaria, necropoli e documenti testimoniano i contatti e la compenetrazione delle due etnie, è possibile quindi che ciò abbia creato una mescolanza di culture che potrebbe stare alla base delle ambigue decorazioni del Calderone di Gundestrup.
Le piastre lavorate a sbalzo raffiguravano divinità e scene rituali, le più pregiate e discusse rappresentavano divinità dei Celti come Cernunnos dio dalle corna di alce simbolo di fecondità e virilità e il dio Taranis, il dio con la ruota.
Notevole anche la piastra che rappresentava quella che sembrerebbe essere una scena di sacrificio umano. Attualmente il calderone si trova al Nationalmuseet di Copenhagen e resta uno dei ritrovamenti più belli e ricchi di fascino appartenenti all'arte della protostoria europea. Camilla ne aveva una rappresentazione proprio in casa e quando si verificavano episodi inspiegabili pensava, osservando questo caldaio, alla perfezione umana tangibile, di millenni passati che sconfinava nell’evoluzione tecnologica del presente. Siamo veramente passato nel presente, presente nel passato. La nostra storia è ricchezza. In essa si compiace il povero ed il ricco ed entrambi trovano la loro realizzazione nell’evolvere della natura.

Camilla Huge: Presente e Storia.
Stava ferma, fissa a guardare lo scorcio di cielo che si apriva dalla finestra con le poche stelle di Cassiopea, site dalla parte opposta dell’orsa maggiore. Era inverno e questa aveva raggiunto la sua massima altezza in cielo. La storia di questa costellazione narra di Cassiopea, la splendida regina Etiope della città di Joppa in Fenicia, moglie del re Cefeo. Cassiopea era orgogliosa della sua lucente bellezza e ancora di più della perfezione della figlia Andromeda: un giorno la sua vanità la portò ad affermare la loro superiorità rispetto alle Nereidi, ninfe marine ed Era, moglie di Zeus, scatenando l'ira di Poseidone, il dio dei mari. Quest'ultimo inviò la terribile balena Ceto a distruggere l'intera città. Un oracolo, interpellato da Cefeo, disse che il paese sarebbe stato liberato dal flagello, se la figlia Andromeda fosse stata offerta in sacrificio quale capro espiatorio. Così Andromeda venne incatenata ad uno scoglio di una vicina isoletta pronta per essere divorata. La sua fine era ormai prossima quando arrivò su di un cavallo alato l'eroe Perseo e la liberò.. Cassiopea fu trasformata in costellazione.
E come Punizione aggiunta le venne inflitto di girare eternamente attorno al polo trovandosi spesso in una posizione poco dignitosa, sottosopra.
Camilla ascoltava la sua voce racchiusa nei millenni ed avvertiva la profondità del senso dell’equilibrio universale che domina storia e presente.
Il cielo racchiude molti segni, alcuni chiari, altri restano misteri da decifrare.
Un infinito riflesso di millenni, vite, orizzonti, eternità, rebirthing.
E lei cercava di interpretare questi segnali, nel rispetto della Forza Vitale della persona, costituita dall’insieme di tutte le forme energetiche, terrene e non, complementari nell’economia generale. Il maggiore o minore equilibrio dinamico che si realizza istante per istante tra tutte queste variabili determina lo status psicofisico. La medicina orientale, fonte di numerosi postulati vecchi di millenni ma attuali nella loro essenzialità, svelava come qualsiasi evento in natura sottostia ad una necessità primordiale di equilibrio, mantenuto e/o ricercato continuamente attraverso l’interazione tra due forze, di segno opposto ma parimenti potenti, che hanno il compito “elementare” di sovrintendere al mantenimento dell’omeostasi di un sistema. Camilla univa il mistero delle leggende alle verità scientifiche, credeva che in questo modo potesse contemplare la completezza del sapere. Dedicava attimi a sé stessa. Ed il pensiero fluiva in un lento divenire.
Tali forze opposte, denominate Ynn e Yang, si rigiravano dentro di lei, oltre a governare l’universo dal sistema più esteso alla forma vivente più microscopica, dai concetti più astratti alle realtà più concrete, dai pianeti agli atomi. Nella medicina tradizionale la neurobiofisiologia suddivise il sistema nervoso neurovegetativo tra simpatico -che accelera le reazioni di organi ed apparati- e parasimpatico che al contrario le frena. Il dualismo è condizione di esistenza. Meccanismo finalizzato all’ottenimento della migliore risposta adattativa del corpo alle esigenze contingenti ed in funzione della potenzialità presenti in quell’attimo.
Per Camilla ynn e yang rappresentavano i due motori che consentono all’intero universo la ricerca dell’equilibrio dinamico; sono due forze che, contrapponendosi, generano qualsiasi forma dell’esistente e la mantengono vitale ed in continua trasformazione. La flora e la fauna sono in continua evoluzione ogni attimo che passa: cambia non l’età – astrazione matematica di misura – ma l’essenza: ogni secondo milioni di cellule muoiono e vengono rimpiazzate, ogni frazione di secondo singole molecole si creano o vengono scisse, atomi si legano con altri atomi, singoli atomi si ionizzano, radicali liberi compaiono e si celano.
Dentro di noi qualcosa cambia in continuazione, anche i sentimenti, i pensieri, le emozioni: è il concetto del divenire, della trasformazione, della Vita, racchiuso nell’universo. Che scorre inesorabile, riportando alla luce il “panta rei” di antica memoria. Ed in questo Camilla assaporava il contatto con l’infinito e lo sconosciuto prolungamento del mondo reale. Si sentiva un po’ Cassiopea ed a tratti rivendicava l’opposto che si concretizzava nella legge scientifica dell’invecchiamento e della corruzione. Per esser perfetti bisogna vivere nell’imperfezione, lasciarsi schiacciare da essa e riemergere dai flutti del mare. Come in una leggenda, che riporta mistero nella storia.

Camilla Huge: ballare sotto le note della pioggia.
Lead the way. Cross the fire. Turn your eyes. Feel. Pray.
E’ la continuazione della continuità. Discontinuità nella continuità.
Era seduta di fronte a lui. La cena sembrava essere un lento preambolo, fatto di specchi di interiorità, piatti raffinati e leggeri, poche parole. Lui la guardava e trasaliva: amo la luce fioca, il silenzio, il calore del camino, la tua compagnia, il vino barricato d’annata sorseggiato con dedizione. Le poche cose che ci piacciono vanno fatte bene. I loro passi fermi si facevano sempre più vicini, e si ritrovarono a gustare la crescente armonia. Sotto il lenzuolo candido del letto rotondo ad acqua, nel salone regale. Con una grande vista sul parco e sul mare. Infiniti a confronto. Mentre la pioggia scivolava giù dai vetri come frecce scoccate da Eros nel mistero di una notte qualunque. E’ difficile innamorarsi. Ma la passione tra loro era nata come d’incanto. Una pozione miscelata sapientemente da Circe che aveva misteriosamente unito e legato i destini di due sconosciuti. Non facevano l’amore. Si baciavano. E intrecciavano i corpi semi vestiti. Sfiorandosi la pelle. E ascoltavano il vento contro le finestre, il rumore dei loro battiti. Il colore della notte. Camilla non voleva amare l’uno. Era un atto singolo che non conteneva la pienezza della generalità e dell’universalità. Amiamo intensamente e totalmente. Non esistono mezze misure e abnegazioni.
In quell’istante era calato nuovamente il silenzio dei loro respiri intrecciati, che disegnavano immagini in movimento come fumo di sigarette.. Camilla aveva incontrato questo sconosciuto. Una sera, due anni prima, era un amico, era salito in casa all’una di notte. Portandole dei campioni di teak da visionare, per il parquet di casa. Si erano conosciuti. Uomini di tutti i giorni. Accomunati da problemi comuni: avevano vissuto troppo. Troppo intensamente. Paul viveva a Parigi, coabitava, saliva tutti i week end. Tornava tutti i lunedì in paese e quasi non viveva, assorto dal lavoro, le cene con gli organizzatori delle sue sfilate, i problemi con la sua famiglia, i problemi con sé stesso. Che sfumavano dal suo sguardo terso e trasparente. Camilla leggeva interessata i movimenti del suo osservarla, le sensazioni che emanava. E interiorizzava il suo sentirsi donna realizzata, in contrapposizione a quest’uomo, troppo vissuto da esser spaesato. Era diventato bisessuale, dopo anni di meditazione buddista e analisi introspettive. La psicologia era un’opinione, un punto di vista ingombrante ma utile, per riscoprirsi in un significato concreto. Il suo psichiatra era un convinto fautore delle teorie di Nice. Lui era divenuto sibolo della mascolinità e dell’effeminatezza, della perfezione come le statue di Canova. E Camilla contemplava il confine del suo corpo, che combaciava con la sua prosecuzione, compiacendosi dell’ennesima conquista. Che sarebbe restata storia e presente. Ogni conoscenza restava per sempre. Era un privilegio per tutti. La vita sua era la bilancia tra molti incontri, un connubio di gusti in contrasto, perle e cemento. La bellezza della perla per esser risaltata deve procedere di pari passo con la robustezza e l’assenza di tonalità cangianti del colore grigio cemento. E’un contrasto che viene esaltato nella sua stessa forma dalla contrapposizione di opposti. Dopo un attimo Paul si era alzato e diretto verso la finestra: osservava il divenire del cielo e il conturbarsi delle nuvole dense e scure. Come il suo animo che macinava il senso di privilegio che lo aveva pervaso qualche attimo prima. Riviveva i gesti di Camilla che scivolavano sulla sua pelle, e svenivano a tratti. Assaporava l’inconsistenza della sublime sensazione di possesso totale e completo, e l’assenza di tutto. Il desiderio perfetto. Che prendeva forma in Camilla Agata Huge. Si sentiva anche perso. Perché avvertiva di essersi impigliato in quella rete maledetta. Camilla sentiva il senso del suo pensare e fredda attendeva sul letto il suo ritorno. Ciascuna cosa segue il giusto corso, che porta tra le braccia della donna il suo uomo.

Introduzione.
Camilla Agata Huge : L’inizio.

Se la vostra giornata vi sembra povera
non accusatela.
Accusate voi stessi
di non essere abbastanza poeti
per chiamare a voi le sue ricchezze.
Rainer Maria Rilke

Questa lettura vuole essere esplicitazione di pensieri, stati d’animo, stili di vita, semplificazione e chiarificazione di quelli che si dicono incontri casuali, cozzaglia di stili comuni e anche ricercati, sospensioni del malessere quotidiano, arte pratica dell’inconsistenza, discontinuità nella continuità. Nelle piccole cose si racchiude il senso della grandezza, che dal nulla nasce e per nulla svanisce. Resta puro ricordo.. Percezione.
Camilla è l’immagine del peccato esasperato e redento. Del mistero nascosto dalla seduzione. Del cedere alle tentazioni e del donare la mano. Annegare nell’insofferenza e respirare gli abbracci degli altri. In questo tempo siamo assaliti da istinti che Camilla definisce “bestiali”, che non ci concedono spazio tempo respiro pensiero, ci affogano e si prendono l’anima. Il libro rispecchia il vivere umano tarlato da desideri e realtà, effimertà, debolezze e sogni. Solo Camilla prendendoci a poco a poco svelerà la sua arte del ben vivere, delle piccole sensazioni che rendono l’Uomo grande. E dell’Amore.. Amor superat mortem. Ne abbiamo tutti bisogno. Anche tu che sfuggi. Il silenzio dei vivi è la chiave che conduce all’immortalità. Il libro ci condurrà a poco a poco alla percezione del gusto, del sapore dell’esistere. I cui tentacoli ci fanno girare in un universo di specchi che riproducono all’infinito le nostre sfaccettature.. Come Arlecchini e Pulcinelle.. Una lacrima e un sorriso.

I perché di Camilla Huge
“Ciao Cami, tutto ok? Noi mica tanto, nel fine settimana scorso ci siamo beccati l’influenza infida e bastarda e ancora adesso siamo mezzi andati… Albert l’ha presa più secca ed è stato a casa quasi una settimana intera, io, invece, visto che riesco sempre ad ammalarmi nel fine settimana alla fine non ho preso ferie. Pensa che la settimana prossima ricominciamo anche il corso di latino-americano e questa volta siamo anche al terzo livello, roba da matti, non si scherza più! Ormai sono 11 mesi che siamo insieme.
Hai comprato qualcosa nei saldi? Io ho preso un paio di scarpe per l'ufficio, basse ma molto eleganti proprio da MADAMIN come direbbe mia nonna, una cappotto sisley, una tuta, un completo nero da versace all'outlet, un paio di pantaloni da H&M e uno da zara, qualche perizoma da intimissimi, una cintura di pitone (veramente l'ha presa mia mamma ma poi gliel'ho rubata) e tre maglie al mercato...forse ho esagerato ma ne avevo bisogno.... Domenica Albert ha detto che se faccio la brava mi ci porta ancora un po' all'outlet… Comunque non ho saputo proprio trattenermi….e ho speso un sacco di palanche ma almeno sono felice!
Hai visto che belle le foto? Sono della ns vacanza in Thailandia…” e continuava ancora.. Camilla leggeva divertita la lettera e meditava: “Certamente i commenti di Sabi e le sue descrizioni di stralci di vita potrebbero esser assimilati a quelle del mondo femminile, riflettono esattamente il modo di pensare e rapportarsi alla quotidianità”. Ma quante figure e immagini, equivoche, accavallate e ridondanti, gettate a matasse, immediate, a volte superficiali, da approfondire e interiorizzare nel senso complesso. Quanti collegamenti, riferimenti, allusioni, frasi aperte.
Il concetto della felicità appare altalenante e dubbio. Che consista nell’arte del ben spendere? O forse nel concetto del ben accumulare? In senso machiavellico o puramente immediato e diretto? Concetto relativo o assoluto?
Per Camilla felicità era il ben vivere e la sua consapevolezza. Bisogna conoscere i propri limiti e a volte tentare di superarli fissandone dei nuovi, apprezzare le piccole cose. Seguire l’istinto razionale. Vedeva la vita come una corsa verso l’impossibile reso raggiungibile. Affinché gli altri vedessero il suo sentiero. Lo valutassero. E seguissero il tracciato del fiume che si apre ad estuario e conduce al mare, del rumore delle onde nelle conchiglie che porta il vento delle bufere e le parole delle sirene, il plenilunio riflesso nell’oceano infinito, le 365 lune di ogni anno coronate di stelle e di costellazioni, le 120 notti che contengono i sogni del mondo ed il freddo dei gelidi inverni. Gli uomini non sognano quasi più. I desideri restano avvinghiati nell’aldilà. Le poche certezze che ancora ci rimangono vivono la quotidianità. Abbiamo perso la bussola e giriamo attorno agli altri cercando noi stessi per comunanze e similarità.
Una vita normale. Quanto si nasconde dietro a un nome ed un aggettivo.. Uno stile di vita. Un semplice pensiero. Un interrogativo. Una certezza. Serenello, lo avevano chiamato così. Albert. Non si poneva problemi. Accettava lo scorrere della vita. Su di lui. Era un po’ superficiale e remissivo. Anche pigro. Fissava con largo anticipo le sue vacanze e restava in attesa di una donna. Vera. Che lo smuovesse dall’indifferenza. Accettava intanto ciò che la vita poteva concedergli e diceva di esser felice. E Sabi lo accettava, sopportava, credeva di amarlo. E si convinceva di esser amata. Scriveva a Camilla e nelle parole cercava il senso di un suo sorriso vero. Con il cuore e l’anima.
E Camilla sorrideva anche per lei, come per tutte le donne sole, senza felicità, sole con gli sbadigli ed i problemi, con le borse sotto gli occhi ed i portafogli vuoti o bucati. Forse il senso di tutto era riposto in lei. Nelle sue parole, nel modo in cui queste fuoriuscivano modulari ed aggraziate e scorrevano come miele sanatorio su chi poteva averne bisogno. E si risvegliava più vero, si sentiva parte del tutto. Una perla dell’oceano.

Camilla Huge: esperienze e muri a confronto. Diverse le intensità. Diverse emozioni.
“Eroi sono quelli che vivono ogni giorno come se dovesse essere il primo di un nuovo viaggio e l’ultimo della vita, massimizzano le emozioni, amano intensamente, piangono intensamente, abbracciano in silenzio, apprezzano gli attimi, si commuovono, tacciono, sanno quando parlare, comunicano la vita, meditano pregando, ammettono i propri errori e a volte imparano da questi, portano negli altri il senso del tutto, la gioia dove c’è desolazione, l’esperienza dove non c’è possibilità, i valori dove mancano, conducono e vincono le battaglie dell’infinito vivere per sé e per gli altri…ogni giorno”. Camilla si sentiva come l’ombra di un eroe, che scivolava fra persone valetudinarie e stati d’animo atavici.. Compativa chi si ubriacava della vita ogni sabato sera, e la domenica si alzava alle 13 ondeggiando come il mare, tra uno spigolo e un muro.. Compativa chi non amava i vecchi e non donava loro sorrisi, costano così poco.. Apprezzava un risveglio sano fatto di arte, scorci, natura, musica e amore. Assaporava la fragranza del pane d’avena e cereali riscaldato, ed il fluire del miele su di esso. L’essenza delle cose va assaporata nella sua pura intensità. L’equilibrio è un gesto, piccolo ma delicatamente perfetto nella sua piccola flessibilità. Il tempo diveniva una variabile irriverente ma quasi inconsistente. E lei guardava dalla parte opposta, ignorandolo. Fino al rumore della sveglia cinguettante tra musiche di verdi e notizie di tg. Prendeva allora coscienza di sé e la donna dalle gambe lunghe e sinuose iniziava a muovere passi.. incantatori, altisonanti. Signorili, di classe. Sebbene avesse rimosso il trucco dalla sera prima. E tremasse di perfetta nudità. Era inverno. Aveva cominciato a nevicare e avvertiva qualcosa nell’aria.
“..il mio gatto sarà un gatto comune, ne adotto uno per farlo stare bene” qualcuno diceva fuori, sulla strada. E lei pensò: Non lo farei mai. O di razza o nulla. Come gli uomini. Purosangue, intensamente carnali, istintivi e profondamente cagionevoli. Nella nascita sta il seme della vita. In questo consisteva la vanità di Camilla, nella diversità. Il valore supremo è il concetto di bene. Fare star bene un gatto comune piuttosto che uno di razza non cambia molto: un gatto comunque, starebbe bene. Le sue convinzioni erano forti e l’intensità con cui le sosteneva le rendeva ancora più vere e inconfutabili. E la neve scendeva sopra il paesaggio triste e copriva le brutture della terra e quelle nascoste nel suo cuore. Bianco accecante dirompente illuminante. Mentre il camino acceso terminava di bruciare legna e ardere cenere e fogli di carta.. che vento e musica avevano spinto Camilla a scrivere su di essi.. Sfumavano come i sogni. Come il senso di incorruttibilità e di infinito. Come la neve sciogliersi. E gli occhi piangere. Attimi di polvere bucata.. da scopare via. In un orgasmo brutale e improvviso, quasi a cogliere il senso del carpe diem. Buttandosi un poco via, regalando parte di sé ad un qualsiasi sconosciuto che l’avrebbe presa e gettata sul pavimento, soffocata in un abbraccio profondo, penetrata con un atto violento, sorpresa e sconvolta: è un desiderio di molte donne. Che Camilla avrebbe potuto avverare senza rimorsi. Né rimpianti. Ma non lo fece. Restò lì ad osservare fuoco dentro e neve fuori. Raffrontando il caldo ed il freddo miscelarsi in sé. In un abbraccio intenso. In un’estasi sublime. Mentre fuori neve e pioggia si univano in un arcobaleno di colori ed emozioni. Che il futuro avrebbe presto sprigionato in lei.

Camilla Huge. A volte ci si domanda
A volte ci si domanda perchè le auto si rompano. E ti lascino proprio nel momento in cui se ne ha maggiormente bisogno.. Si stava dirigendo in palestra, aveva la sua trainer privata che la stava aspettando e al rientro, le onde artificiali della piscina di casa per potersi rilassare. L’usura dell’auto non conosce né ricchi né poveri. Sono tutti sullo stesso piano e quando il caso li fa trovare in una di queste situazioni, alcuni si scorano, altri si mettono a gridare, altri spengono l’auto e si mettono a piangere, altri chiamano il fidanzato, l’amico o il padre. Certamente l’uomo è l’essere più indicato, lui sa sbrogliare certe eventualità meccaniche nel minor tempo possibile. E’una mente puramente pratica, istintiva, meccanica ed elettrica, va a spinta, a stimoli. E poi si lascia ammaliare da un solo sguardo, fatto nella sua direzione, si lascia intontire da un abbraccio, si fa appiattire da una donna. Che stranezze gli umani… Sanno ferire profondamente, deprimersi totalmente, e dopo poco sorridere alle cose belle che la vita regala loro.. come se niente fosse. In questo forse consiste un po’ l’immortalità. Siamo passi nel vento della sorte, orme bagnate di chi è già transitato, capelli al vento e cappelli volare… siamo terra e cielo, luce rubata e riflessa.
Ora, l’auto si era fermata, Camilla era in ritardo, sul piede di guerra. Le mancava solo l’ascia in mano.. Anche innervosita dalle beffe della sorte restava bella e gelidamente dirompente. La grinta le dava tono: sembrava un avvocato difensore in tribunale, stretta nei suoi vestiti scivolosi ed aderenti, i capelli lunghi e raccolti, leggermente scompigliati dal vento ribelle. Come lei. L’attorno carpiva il senso della sua perfezione e stazionava in attesa del suo muovere. Aveva lasciato le chiavi a Leonardo, l’avrebbe accompagnata in palestra. Non dipendeva dagli altri, era l’opposto. La sua vicinanza donava tranquillità e benessere agli altri che l’adoravano e l’odiavano insieme, ma non potevano farne a meno. “Pensavo ti fossi dimenticata di me, avessi cambiato numero.. Sei sempre sublime“ Che bellezza l’eco delle sue parole che penetravano in lei. Non si scompose. Indossò gli occhiali neri, il sole aveva iniziato ad aprirsi la via tra le nuvole. Si toccò leggermente il nastro dei capelli ed il bracciale di liscio argento scorrette sul polso, fino a sovrapporsi al rolex. Classe in movimento…Estasi. Giunta in palestra, il portinaio la salutò: “Signora Huge, il suo splendore lascia senza fiato come sempre.. Le auguro una buona serata”. “Ciao Gregorio. Alle 20 chiamami un taxi”. Indossò la tuta di fibra nera: era una pantera dalla criniera d’oro. Quanto valeva. Il suo sospiro. Il suo respiro. La voce del senso che emanava. Dopo la durezza dello sforzo al quale si era sottoposta si sentiva meglio. Ritornata a casa si sciolse dall’abbraccio dei vestiti, e scivolò il suo corpo dentro l’acqua della piscina. Vibrava e scorreva tra acqua e sudore. Solo il suo.. E l‘arco delle sue braccia entrava e fuoriusciva dalla superficie.. e ricreava effetti d’arcobaleno artificiale. Fece un po’ di dorso, osservò il soffitto di legno, le colonne corinzie, i faretti a luce fioca, le poltroncine di pelle e acciaio. Pensò. A tratti. Si mosse fuori dalla piscina, salì i gradini, lasciò le orme dei piedi bagnati sul parquet e si coprì con un velo di seta. Amava la sensazione del bagnato e umido su di sé. Il velo che scendeva su di lei si era appiccicato alle sue forme e traspariva il colore più scuro delle sue parti intime. Nessuno la avrebbe vista in quel momento. Era sola con sé stessa, la sua perfezione vibrante e la sua nudità. Regalava all’attimo una parte di sé. In silenzio e armoniosa religiosità.

Camilla Huge: Un balzo indietro nel tempo
Gli attimi scorrevano con la solita consuetudine, il fumo della sigaretta accecava l’aroma del caffè che trasaliva fino alle narici.. Camilla si lasciava andare alla pigrizia delle nove scoccate dal pendolo della saletta. Sfogliava noncurante le pagine della sera davanti ai pensieri della giornata e si sentiva sfiorare appena dalla solitudine.. Avrebbe voluto sentirsi parte di essa, condividere il senso del tutto per sentirsi parte dell’infelicità del mondo. Bisogna conoscerla, accettarla come uno status comune, solo in questo modo non si cronicizzerà o personalizzerà fino a diventare causa di depressione e convinzione di disagio individuale. Infatti Camilla non conosceva sofferenza eccessiva o forme di solitudine forzosa ed ingiusta, si lasciava scorrere tutto, non tratteneva rancore ed odio. La morte delle persone care la vedeva come un modo per vincere il loro destino realizzando ciò che in loro era restato in potenza.. Conquistava i desideri ed i sogni loro “Il sogno è destino”, li faceva rivivere negli sforzi e nelle gioie della realizzazione. Diveniva l’atto di condizioni ormai morte. La rinascita e la rivincita. La sofferenza doveva essere costruttiva, un mezzo macchiavellico per ottenere un fine buono. E giusto. La giustizia costruisce le ali del ben vivere. Da’ senso alla libertà. Camilla infatti gestiva la sua libertà nel rispetto del concetto di giustizia morale e globale. In certi momenti meditava e si vedeva ricoprire la testa di una bianca parrucca, una nera toga addosso, un alto cappello con scritto “diritti antichissimi” e martelletto alla mano: la seduta è aperta - l’udienza è sospesa.. il tiranno sarà custodito nelle prigioni del vecchio municipio del paese in attesa del processo. Testimoni, cancelliere, pubblico ministero, avvocato difensore.. arringhe e citazioni latine.. un crescendo liberatorio.. Quale il verdetto secondo il concetto di equità.. Rigorosa solennità. Tutti danno giudizi, troppi. “no no…ah si forse si” Concetto di relatività. “Io mi chiamo Nadia”.. Che grande veritàà… Non me lo aspettavo-pensava- alcuni esseri umani sono proprio vivi.. "Noi Supremi Giudici Popolari Inappellabili, in piena nostra scienza, sulla scorta dei paragrafi due e cinque del nostro Statuto, Vi condanniamo alla minima pena, che viene stabilita nella morte mediante impiccagione". Il boia inizia a rumoreggiare. Momento di coscienza. “Che miseri i tempi in cui ogni paesello aveva il suo tiranno e ogni tiranno per suo diletto, faceva ammazzare fra di loro i soggetti che parlavano la stessa lingua e bevevano l’acqua dello stesso torrente.. trombe, corni, tamburi, secchi e, padelle, casse di latta..” Meditava Camilla, affogato lo sguardo nella notte del tempo.. Ogni epoca ha il suo contorno, ogni piatto senza accompagnamento resta sciatto. Ogni parola senza la sua giusta origine non acquista il suo senso profondo. Timbri ed essenze diversi muovono gli scacchi del mondo. Scacco matto –disse lei- l’ora s’è fatta, come la consapevolezza del giusto mezzo. Gestire l’oggi con l’umiltà, la storia di ieri e il buon sperare a braccetto..

Camilla Huge. I pezzi di una metamorfosi ricomposta.
"I don’t like intellectuals They are from the top down, not from the ground up. I’ve always thought of myself—of what I represented—as from the ground up". Frank Lloyd Wright
Camilla rifletteva, è come la costruzione di una casa: si parte sempre dalle fondamenta per salire fino al cielo, all’intangibilità del pensiero. I muri divengono le aperture, e gli spazi divengono la dimora, il riparo una relazione tra terra e cielo, la luce il riflesso plasmato dello spazio. Esiste una mappa cosmica, definita come "destino" ed un progetto che si estrinseca nell’evolversi del futuro. Si definiscono dogmi da interpretare. Camilla amava l’architettura antropica che trae la sua forza dall'architettura organica, si basa su un sentiero pre-cognitivo, unisce interiorità umana all’esteriorità architettonica.
L'espansione della coscienza passa attraverso alcuni sentieri, di interpetazione della natura; se si cedono risorse si espande la coscienza e queste tornano poi indietro. Camilla dipingeva ascoltando questi rumori, quelli che definiva i “passi della natura” ed il suo pennello ritraeva le forme di scivolosa perfezione che si componevano di fronte al suo sguardo. In quei momenti l’universo veniva immortalato in un attimo effimero, ed era lei che lo plasmava. Il divino cadeva ai suoi piedi ed entrava nelle emozioni delle sue giornate. Non fu il caso dell’ultima sua opera dell’anno. Delineata durante l’ultimo minuetto invernale. Le era arrivata una lettera da Adam: “Vedila come vuoi, potrò anche aver torto ma io non ne ho più voglia. Questo è quello che conta.” I veri uomini usano gli eccessi per sortire effetti immediati nella controparte. Ma Camilla non era come tutte le donne. Abbozzò sul quadro una profonda linea orizzontale e nera che ne disperse l’armonia. Pensò che quello fosse l’inizio: la divisione è il sottile confine della linea di pace. Non aveva voglia di farsi girare, le trottole le usava da bambina. Certo l’affetto la legava a lui ma non le interessava stringersi ad una persona altalenante, e nemmeno la compassione. Se la vita avesse scelto per lei, le sarebbe andata bene ugualmente. Non era pigrizia, semplicemente credeva che una pausa avrebbe sicuramente riacceso la passione, se il sentimento fosse stato vero ne sarebbe valsa la pena ritornarci nuovamente. Qualcosa era cambiato. Come nei films anche nella realtà. Questa scelta non l’avrebbe mai presa lei, amava che la vita, scorrendo nelle vene degli altri, toccasse anche lei. I progetti più sono forti e dirompenti più portano in alto, più rischiano, cadendo, di sfracellarsi. Sta poi a noi ricostruire i frammenti e renderli immortali in qualche museo. La vita va sempre avanti anche se sembra portarti indietro.. Camilla ambiva a molto, non stringeva nulla, né incatenava nulla, apprezzava il poco. Amava tenere le briglie della libertà per sé e per gli altri. Nulla sfuggiva alla sua presa. Era il capitano. Ed il suo battello seguiva la forma e la foga del vento..

Racconti di Camilla Huge. L’eco lontano
“Stavo ripensando alla tua affermazione di ieri: “Non capisco la mia preoccupazione per lei. che sia innamorato e non me ne renda conto?”.. rimbomba nella mia mente come un anima solitaria dannata nell’aldilà dantesco.
Sinceramente, mi ha fatto male ma l’ho apprezzato. La vita mi ha reso forte, la verità non può far tanto male, sento la pelle staccarsi dalle ossa, la consistenza del ventre ingombro.. Credo che la felicità sia un diritto dettato dalla volontà. E bisogna lottare per ottenerla.
Non mi piace dividere il tuo cuore con nessuno. Le poche cose che ho, voglio siano solo mie, appartengano solo a me. A volte passiamo periodi sotto tono e non capiamo dove andiamo, cosa siamo o facciamo, il concetto di giustizia personale e quello di giustizia collettiva..
Ieri ti ho detto che non vorrei essere così sensibile per capire le cose prima che tu le pensi o le dica. Avrei voluto stringerti più forte per far scomparire tutti i dubbi che hai e la morte mia.
Comunque ti vorrei vicino. Credo in te, in ciò che rappresenti per me. Hai molte cose per cui vale la pena anche solo conoscerti. E scoprirsi nella propria nudità.
Non so la vita dove ci porterà. Tu devi capirti bene, per te stesso prima di tutto. Sebbene, nella vita, la dimensione temporale sia una variabile molto determinante, ho tempo.. non so quanto possa averne tu per esser felice. Non mi è mai piaciuto vivere alla giornata, ma è il massimo che riesca a fare ora ed oggi..”
Era la lettera che Camilla stava scrivendo ad un ipotetico, lontano, perso, amore: la sua penna scorreva sul foglio bianco e pareva sapesse già la continuazione tutta e l’epilogo finale. Riusciva a segnare le persone con la sola immaginazione..
L’eleganza non è farsi notare ma ricordare con parole e piccoli dettagli, la classe è l’arte del gesto che commuove ed emoziona, lo stile è la segmentazione del tempo in variazioni di colore.
La vita è una partita a carte: c’è chi vince perde e poi perde e rivince, c’è chi gioca in squadra e condivide malessere e benessere, chi passa il turno… Tocca tutti, prima o poi, bisogna saper giocare e non passare mano.. Mi piace vederla così. C’è poi chi ha rispetto per le cose e chi invece non si accontenta e le calpesta. Chi ha avuto troppo e chi nulla stringe, chi solo desidera e chi invidia. Chi ha la fortuna dalla sua, la tiene stretta e chi scorge solo l’eco lontano.. e lo confonde.
Siamo pensieri sfiniti dalla loro stessa effimertà.

Camilla Huge. Il senso delle cose e degli uomini
Ma perchè in questa vita amano tutti dare consigli e dire “Te lo avevo detto?“.
E‘ già difficile sistemare tutte le cose al meglio, figuriamoci adattare le soluzioni comuni secondo il proprio punto di vista...si rischia così di perdere la concretezza e viaggiare tra nuvoloni densi e neri.. Camilla, mentre ascoltava le emozioni di Carla, sua sorella, deragliare e inabissarsi, pensava di essere fortunata. Carla era il suo negativo, una controfigura opposta e disarmante nel suo splendore pessimista. Capelli neri, carnagione bianca e candida, occhi del colore del cielo estivo, labbra morbide e sbiancate. Era la fidanzata perfetta. La spalla su cui appoggiarsi, l’ideale su cui aggrapparsi, il consiglio sincero. L’appiglio sicuro. Era ingenua. Credeva nella gente. Credeva nel buon cuore e nella bontà. Per questo molte volte restava sospesa, non sapeva come gestire i cumuli di fumo degli altri, che la circondavano. E parlava con Camilla. La stringeva, cercava in lei la durezza e la brutalità del fascino intrigante ed immortale. Gli opposti si compensano. A lei piaceva vederla così. Dipende dai punti di vista e questo era il suo. Non era attraente, solo candida e semplice. A volte così trasparente che quasi scompariva.. E Camilla si dimenticava persino di avere una sorella. Quando camminavano insieme, sembravano il giorno e la notte, la solarità ed il candore della luna, l’abbraccio dell’alba con il tramonto, l’intreccio della pioggia con l’arcobaleno, la voce e l’eco profondo. Camilla emozionava, Carla interiorizzava, e nel silenzio dei suoi passi accendeva interrogativi.. Ogni persona ha un piccolo lumino dentro che si accende e si spegne, pulsa e resta sospeso.. sono gli attimi che lo inondano o lo sfiorano sfumandolo.. Sono fiaccole che si incendiano e si bagnano, si gonfiano e si proiettano di sfumature.
Camilla preferiva affiancare l’immagine degli uomini a quella di calici. Di vino, vodka od acqua. Alcuni, certo, sono astemmi. Non conoscono amore di donna e mai lo interiorizzeranno. Certe donne li riempiono di vino e li inebriano, altre li intorbidiscono e li gonfiano di bollicine, altre non fanno nulla, entrano ed escono come l’acqua dal corpo, non le senti, le vedi solo quando sono passate nella tazza della tua vita. Altre ancora hanno effetto immediato devastante e poi scompaiono come il vento d’estate.
Quindi, sia vodka, vino od acqua, non cambia nulla. Dopo un pò non resta traccia. Questione di tempo, di tempi. Cambia poco. A meno che la dose non aumenti piano piano fino a creare dipendenza...e Camilla conosceva bene la giusta dose, era la musa ispiratrice delle donne fatali. Una vampira. Carla non capiva il gusto dell’attrazione, della provocazione, del desiderio. Lo accettava ma non lo sentiva. Gli uomini..mah..basta averne uno, spogliarlo, spogliarsi, togliersi le mutandine.guardarlo venire. Godere con lui. Pochi gesti. Molto amore, un pò di sesso. E poi cambiarlo. Se avesse trovato di meglio. Ma è già difficile tenersene uno... Era la ragazza della porta accanto. Le bussavi ma non rispondeva..era occupata.
Ed in quel periodo fin troppo...stava riflettendo sul senso dell’amore: la persona giusta da sposare. A 27 anni si deve sapere in che direzione si va e saper invertire la rotta. Avrebbe voluto cambiare uomo. Ma lui era lì. Presente. E lei lo conosceva, sapeva i suoi punti deboli, ammirava la sua famiglia, sapeva accettarlo e compatirlo, si sentiva grande con lui. Lo vedeva piccolo, a volte troppo, ed anche scontato. Se lo avesse sposato sua madre le avrebbe detto: „Te lo avevo detto, è lineare, non ha picchi di intelligenza ed astuzia, attimi di carismatica allegria, è piatto. Non ti sprona alla vita. Muore nei tuoi passi.“
..”Ognuno di noi possiede innovato talento, pochi possiedono la giusta misura di tenacia forza ed energia innate ed acquisite necessarie per divenire un talentuoso,.. questo equivale a dire che si diviene ciò che si è, si sfoga e si esternalizza il proprio talento in opere ed azioni.“ (Nietzsche).
Se lo avesse lasciato: „Te lo avevo detto, restare soli alla tua età è indice di chi non sa accettare i compromessi, le mezze misure, chi non lotta nella vita, chi accetta la sconfitta..“
Avrebbe voluto scegliere il miglior compromesso. Avrebbe voluto fare come Camilla, amare l’amore e la libertà , tenere tutti e non avere nessuno.
Chissà se la vita accetta i nostri compromessi o distrugge il senso dei sacrifici e delle sconfitte?

Tra le lucciole che sfumano la notte
….
Passi d'angeli
Il cielo disegna i suoi archi nel vento E lascia i colori dell'autunno Impressi in uno scatto fotografico
Che ritrae l'inizio del mio sorriso Che congiunge l'alba al tramonto..
-Da "Quello che raccontano le storie"-

“..Non ti capisco. TI richiamo e scompari. Nulla silenzio e vuoto. Mi dispiace che tu sia fatto così. Male. E non abbia rispetto per chi ti vuole bene. Buon Natale.”
Capire, questione di punti di vista. Camilla aveva forse esagerato, ma le piaceva essere di impatto. Amare di impatto e marcare il territorio come una belva in calore. Chi la teneva in sospeso non doveva esser redento, avrebbe dovuto render conto a sé stesso. E a lei. Sorrideva alle cose avverse, sorrideva al destino.
La vita è una parentesi stretta tra onde e rocce, a lei piaceva vederla così. A volte scivolava via, era tutto troppo semplice, altre invece doveva arrampicarsi, agguantare il gusto dell’adrenalina, rischiare e vivere pienamente. Era l’immensità del mare, il confine irraggiungibile ed invalicabile, il limite all’orizzonte, il ghiaccio diventato acqua, l’igloo scontratosi fra le rocce, la luce riflessa, la cascata assordante, il rumore del sangue, il senso delle possibilità, il vento e la bufera, la vita e la morte, la contraddizione e la linearità, la percezione sensoriale e l’idea, la fisicità e la metafora, l’uno e lo zero, l’incastro perfetto, la forma e l’ombra dell’essenza, la grazia del movimento e la pace del silenzio, la superficie del corpo e l’intensità dell’anima, lo stato transitorio, l’equilibrio e l’armonia perfetta. Il suo nome era Camilla. Camilla Agata Huge. Aurora e desiderio. Tramonto e illusioni. Stupore sospeso e inganno sottile. Rideva. E la luce che emanava nel volto sapeva di eternità. Aspettava il Natale, era la festività che preferiva. Decorava l’albero come da tradizione luterana (Lutero) e scriveva nei fiocchi di seta rossa le parole delle sue poesie…
Le ombre riflesse nell’anima
Soffi di sole albeggiare all’aria mesta
Mentre tu ridèsti
Di me
Nel ricordo del vento
Ito e tornato…di questa stagione
Che pare
Trasudare l’ingombro del cuore
..
Poesie spoglie
Come i rami spenti
Del faro in lontananza
Quando s’apre la sera
E ridesta
ancora
Lente
Le lucciole incespicare in segmenti di vite
Disperse
Oscurate
Divise
Riprese
Sospese
Della vita che parte e si ferma
Quando le ombre
Riflesse nell’anima
Iniziano a parlare..
Ascolto.
Attimi di goccia
Amarsinudi
sinusoidi
iperboli
incastonare
cornici divite
di noi di chi
nudiceneri soffiate..
miriadivolti
comunicare
sensi
sfilano sotto i riflettori
SOTTOBOSCO
balzano luciombre
..
Dipingere
VOLI
ascoltare
dèi e artisti
scrittori
VOLARE
Spiccare
IN CIELIeterodossi
come geni vagabondi
amarsinudi
in foreste D'ARTE
..Lustro sculture sensazioniantropomorfe.
Amo parlare parole al mare
amo parlare parole al mare
nulla risponde
oscilla
parole ite e tornate
maree dispergere sensi..
attimi di pioggia
- Da Attimi di pioggia -

Letture e parole di rugiada
“Inseguo il fiato sottile che l’inverno materializza di fronte a me.. Una vista incorrotta di cielo cristallino e luce divina che si apre agli occhi del tempo rendendo anacronistica e magica questa dimensione parallela…”
Camilla cercava con la mano le chiavi di casa nascoste in tasca..
..”..nello spazio resta impresso l’attimo del silenzio e del sospeso.
E nel candore di questo vuoto desidero e vivo”
Camilla sapeva cogliere il senso, anche degli attimi di passaggio. Viveva d’istanti e stava anche distante, assaporava la prospettiva, ma era come ci fosse il suo riflesso vicino, come se vivesse nelle cose che solo sfiorava, nei corpi che toccava, negli attimi che la sua voce scandiva, lenta e profondamente roca e femminile.
Era appena uscita, in un giorno di uggioso inverno. E il suo cappotto con il collo di pelo di volpe spumeggiava di pioggia e lacrime.
I suoi occhi tremavano di un leggero strabismo di venere e brillavano di riflessi di luce. Il suo incedere sottile deciso morbido e delicato rapiva gli sguardi dei pochi passanti che estasiati restavano a minuti in sospeso nella nebbia, come maschere e statue di cera. Solo un incantesimo avrebbe potuto liberarli dal loro stato di intorbidimento. E lei lo sapeva, godeva, godeva.
Si bagnava. L’ombrello l’aveva dimenticato. Che bello fare a meno delle cose. Muoversi nel mondo con i nomi della bellezza che varcano continuamente i confini…bellezza filtrata nel vissuto dell’esistenza. Bellezza appartata nel corpo compenetrato di allusioni e degenerazioni. E’ una pagina scritta che diviene poi scrostata e decadente. Immortale resta solo nella prigione della memoria. Con graffi e scorci della natura, mutevole totalizzante eterogenea e rivoluzionaria. Stessa barca che varca i confini del tempo, e devia rotte di altre navi, si scontra con tragitti di igloo e maremoti, si perde fra rughe del tempo e passi di luci nel cielo.
Le immagini fastidiose invece stanno accavallate nei corpi immemori, come sardine. E si coprono di ridicolo nell’attimo in cui vengono percepite o svelate. Siamo il rovescio dell’anima, mediazioni compromessi e battaglie infinite, copertine e contenuti, contributi. Inscindibile abbraccio cromatico e compenetrazione di corpi.
Questo Camilla credeva. Insieme ad altri piccoli dettagli e cose. “La psiche è appena sotto la pelle, dove emana il desiderio sacro dei moderni che è la corporalità, il contatto, l’appartenenza ad una dimensione saldamente tattile e penetrabile.”
Entrava Camilla nel piccolo cortiletto di casa, e sospendeva passi e fiati, come un minuetto. Sembrava spogliasse la natura del suo stesso splendore e se ne rivestisse. E accecante la sua essenza vibrava di sottili tremori immortali nel prolungamento dell’aura di chi la guardava. Era Camilla. Emozione di sensi e passione. Come la rugiada che lei assorbiva, come il cielo che rifletteva e la pioggia che la bagnava.

Gli interruttori che non si accendono
Non so se vi capita nella vita, ma a Camilla succedeva spesso di intestardirsi in una conquista. Un libro, un quadro. Un uomo. Doveva scontrarsi con la disponibilità economica e con quella personale, come per la maggior parte di persone.
Nell’anima le ferite scorrono libere si rimargino si ridestano gridano si placano si affievoliscono. Nella vita concreta, se le hai, gridano forte si fanno sentire tremano fuori e dentro. Se non le avverti non ci sono, oppure sei stato troppo duro con te stesso in passato che non le senti e non le vedi quasi più.
Camilla leggeva” Le petit prince” e altri libri di Guy De Maupassant prima di addormentarsi. Per accarezzare il sonno con dolci parole. E se le anime nella notte gridavano per distrarla, qualcuno le avrebbe ascoltate con qualche preghiera, avrebbe sanato e placato le loro ferite con cerotti e silenzi. Non lei. Lei adorava leggere a bassa voce per tutta la notte. Ridere a bassa voce. Parlare. Sognare un poco. Alcuni vivono male. Altri sono insensibili e a malapena sanno di esistere. Altri pregano. Certi rubano. Certi non curanti delle cose, non pensano affatto. Camilla credeva. E lasciava spazio al destino. O almeno così gli faceva credere. Non si può lottare contro di esso ma semplicemente un poco trasformarlo, ingannarlo con l’astuzia, la determinazione, l’assiduità, la compassione (nell’accezione buddista o latina che si voglia) l’istinto. Erano queste le caratteristiche che le permettevano di vincere sempre, o quasi.
Peter beveva mojhiti. Affogava nell’alcool le gradazioni alcoliche della giornata.. Lei lo ascoltava, lui ripeteva “l’architettura è l’arte dello spirito che si concretizza nei materiali e nelle forme”… Quante parole potrebbero dipartire dal significato recondito di questa frase, pensava Camilla… E lasciava che l’arte entrasse in lei.. e la plasmasse. Come fosse una ventata di coca.. assorbita in un sol fiato con un bel verdone.
“La superficie è la linearità dello spirito acuto. Voglio sorprendere le nuvole arrotolarsi e risalire la bisaccia. Raccogliere gli spruzzi del mare in un intreccio di tratti selvatici elettrici ed irrazionali. Gonfiarsi. Svuotarsi. Annegare fra gli spruzzi del mio animo che risale il corpo. Vivere lo spirito della natura nel mondo”. L’ubriaco porta le forme alla circolarità, al movimento ondulatorio instabile ed alla rotondità, come plasmatore della sfera terrestre.. e lei voleva rapire dalle sue parole il senso che la vita svela: per ritornare all’origine.
Peter, immerso nella sacralità assordante della basilica, lasciava spazio alla voce dissacrante che sbiadiva l’aura magica e incorruttibile del tempio. Camilla lo ascoltava, ascoltava il destino compiersi in lui, lo ascoltava parlare con se stesso della vita, raccontare “Non siamo noi, solo riflessi che regaliamo agli altri.. Li abbiamo ingannati con il nostro corpo.. L’anima si eleva libera e vibra della sua stessa inconsistenza ascetica.. Le metamorfosi di forme liberano fantasie ed orizzonti che schiudono i limiti e compiono il fato”.
“L’angelo della morte rovescia il calice di fuoco e protende il corpo verso la mia inconsistenza, sono la pelle di una copertina, il corpo morto e violato di un dannato.. Siamo bagni di luci e prigioni di buio, dipinti del 500 che sfumano di dimensioni in contrasto, dense nella loro musicalità”. Quanta conoscenza in tutto quel monologo.. pezzi di cioccolata da divorare..

Ammissione di colpa: scorci ed istantanee.
Era entrata ripetendo “Sto male. La cosa che mi dà più fastidio è che mia madre non mi ha mai creduto. Certo qualche piccola bugia si dice.. Ma il problema è che pretende una figlia perfetta: non l’avrà mai. Purtroppo. Mi ha afflitto e accusato quando ero innocente. Dopo 7 anni si è scusata: avevi ragione, non lo sapevo. Sette anni. Non, mesi. Una vita. Di pianti e incomprensioni. Nessuno saprà mai la viva voragine nera e scura in cui ero piombata. E che, a volte, mi ricorda la sua profondità. Ho vissuto di sofferenze schiacciate e immemori, sensibilità. Battaglie mentali tra bene e male. Era l’invidia, sempre lei con la gelosia, che muoveva un'altra donna a metter i trucchi di mia madre nelle mie borse e poi dopo averli fatti vedere a lei, accusandomi, li toglieva prendendoli. Mi tenevano nascosto tutto: mia madre per amore mio, l’altra per odio verso di me. Mi guardavano male. Soffrivo e non sapevo neanche per cosa. Mi sono ammalata di anoressia. A volte avrei voluto morire così. Innocente. Ed invece mi attorciglio nella morte e chiedo venia, pietà. E dimentico quando mi sorge qualche dubbio sulla mia innocenza.
Che bluff la vita. A volte ti rapisce, non sei tu, e ti dice, tua madre, reagisci. Medita. Ma come si fa se manca la forza e a malapena si riesce a sopravvivere?
Sono nata e cresciuta con le piccole bugie ed ora si pretende che sia candida come la neve. Mia madre crede mi butti via. Pensa mi regali a tutti. Ma come si fa ad avere da una persona che ti ha donato la vita una reputazione di tal genere? Se ne convince e ogni volta diviene più risoluta. E come si fa a dirle: ceno fuori e arrivo a casa alle 3, se questa pensa che tu faccia altro.. Non è meglio tranquillizzarla dicendole sono in casa, così non vi sono ulteriori problemi..?” Luisa si sfogava con Camilla: il suo cuore batteva caldo di lacrime. I nervi sono fulmini che spezzano il respiro: piangeva. Tremava. Carne e sangue che respirava nell’abbraccio dell’amica.
Solita razza le madri. Troppo amore, troppa morte nel cuore. Il troppo stroppia. Si deve lottare contro l’estraneità, abisso vuoto privo di gravità. Il corpo di Luisa stava perdendo la sua banalità, riscoprendosi illuminato. mortale. profondamente umano. Si vergognava. Della pluralità dei suoi significati contrastanti. E Camilla in lei vedeva ciò che non avrebbe mai voluto sapere e conoscere. Vedeva la vita. lacerata. Avrebbe dovuto ritrovare se stessa. Aveva spinto il suo corpo nel mondo ma non voleva prendersi responsabilità per esso, era solo fonte di rischi. Ciò che ci è stato dato è uno strumento, le diceva Camilla. Quel giorno la portò al parco: dipinsero lo sbocciare del giorno nei tulipani, il tramonto dei fiori riflesso nel cielo e nel lago. Solo la natura con le sue meraviglie poteva sanare e placare l’animo di Luisa, pensava Camilla. Quale surreale architetto avrebbe mai potuto ideare una meraviglia così accecante? La nuca porta il sorgere del sole nelle sfaccettature degli sguardi che avanzano e si aprono d’immensità di vedute e scorci. L’arte ritorna così all’origine. E dipinge il quadro dell’esistenza. In una maschera veneziana un po’ goliardica. Luisa sembrava immergersi in questa condizione di parte del tutto. La vita accoglie riflessi di morte ed immortalità, sopravvivenza riproduzione, coabitazione divisione, rigenerazione. “Non voglio colpevolizzare, solo credere e compatire” sussurrava Camilla con amino di bimbo.

Il senso delle cose racchiuso in certi momenti di passaggio
A volte ci si chiede perché si fanno certe cose. Che a posteriori non si vorrebbe aver fatto. Poi ci si passa sopra. E poi di nuovo ritornano, si ripresentano come certi pasti troppo pesanti. I bimbi rigurgitano, gli adulti no. Ormai i grandi ci hanno fatto l’abitudine. Se si pensa al concetto di peccato divino siamo ahimè cumuli di sbagli ed errori, ricettacolo di polvere e scheletri, abonimio e reincarnazione.”Lo ho fatto perché sono debole. non potevo farne a meno. mi sono trovato nella situazione sbagliata. Non potevo fuggire. Il no costa più del sì al momento.” A posteriori invece ci si accorge che era il contrario. In questo mondo di regole distorte dove tutto gira al contrario e poi inverte la rotta bisogna crearsi un limite, un confine per non sbandare. Perciò hanno inventato i timoni nelle barche. Le confessioni e la coscienza. –nonostante per alcuni il grillo parlante sia stato chiuso in un cassetto e sigillato-. A volte ci tradiamo con piccoli gesti, altre volte mentiamo a noi stessi. E guardandoci allo specchio: un po’ ci compiacciamo del bel risultato raggiunto, altre volte dimentichiamo il senso della nostra vita e ci crogioliamo nella malinconia di rimorsi e rimpianti. La malattia è causa del male che generiamo, questa lo placa e suscita in noi sentimenti di compassione buddista. La nostra mente nel suo limite percettibile avverte la forma della bellezza solo dopo aver sperimentato scaglie di imperfezioni, malessere, tristezza, debolezza. Attimi di passaggio che si accavallano nella vita mortale verso l’intangibilità dell’universo immortale. La psicologia umana comporta passi in avanti ed indietro. E’ inafferrabile, per quanto si creda di riuscire a definire certi suoi range potenziali ed ogni passo della scienza stravolge i risultati precedenti.
Camilla Cercava l’amore. Nella testa e nell’anima. Donava amore. Come nelle canzoni di De Andrè. Regalava doni di amore, movimenti divini, sorrisi abbracci e disinteresse. Nel bene risiede un po’ di male. Anche. E il cerchio della vita rinasce dalle ceneri come la fenice.
Camilla pensava che gli uomini non fossero in grado di reagire all’amore, se non subendo o scappando. Si sarebbero dovuti trovare nella situazione solo gradualmente. E ad un certo punto si sarebbero auto-responsabilizzati, realizzando che la loro dipendenza da sé stessi stava mutando verso quella di Camilla e la loro età non poteva che farli pensare che fosse giunto il momento di prendere una decisione da persone mature: la convivenza. Altro caso: avendo una scarsa stima di sé stessi avrebbero cercato subito una donna con cui accompagnarsi nella vita per non restare scapoli e –perché no- destare fascino ed attrazione nelle ragazzette giovani. L’uomo non ha più voglia di reagire. Assorbe tutto e passivamente accetta che la scia del destino lo plasmi. Camilla diceva: devi conquistarmi. Per loro –gli uomini- significava tutto e nulla. Un mazzo di fiori, una cena, uno sforzo per 1 weekend al mare, in montagna o in città, un completo intimo od un paio di scarpe, un soprammobile ikea. Cos’altro?... Siamo attimi sciatti, spenti insignificanti vuoti. In questa vita Aspettiamo Corriamo e Godiamo -ogni tanto-.
“Fare l’amore vuol dire godersi un po’ la vita e ti fa stare meglio mille volte mille. Bisogna fare l’amore sempre e ovunque. Hai cambiato macchina? La jeep stufa vai di ML mi piace un sacco quella nuova, si nota meno delle altre ma è una figata. Deciso?” era la mail di un uomo. Amico. Sarebbe restato tale. Gli uomini hanno una tale propensione a scrivere i punti focali della vita… Si dopano brutalmente.
Lavoriamo. Nulla di più. Bisogna dare valore aggiunto.
“Possibilità che tu venga a cena stasera?.. Vabbè lo immaginavo” un altro uomo. Stesso fine, modi diversi, risultati uguali. Qui la matematica non conta per fortuna.

I passi degli angeli
Camilla adorava scrivere poesie ed ascoltare la sua voce sciogliersi in esse. Sinuosa si estrinsecava in parole ed allusioni sottili incaute spinose dirompenti evasive, nell’attimo persistenti poi effimere. Leggeva con fiato sottile sussurrando: all’orecchio una percezione di musicalità intonava i passi della lettura. Si soffermava poi riprendeva. Ogni parola era breve e densa, pregna di significato ed intensità. Attendeva continuava restava sfuggiva. Proprio come la sua essenza, tali le poesie. Connubio di morbidezza e scivolosità. Parole sdrucciole e piane, versi alternati. Versi giocondi. Versi opachi. Giochi di versi.
Intonava con arie diverse ogni breve passo ricreando un paesaggio di sensazioni intangibili. L’astrattezza emanava impercettibilità e grandezza. Il tono altisonante poi si faceva piccolo piccolo mite sonnolente. E scivolava via… come la notte aprirsi al giorno.
Mentre lei volgeva lo sguardo al mattino e si aprivano gli occhi di fili sottili di luci tenui trattenute lievemente dalle persiane. Era capace di fermare il tempo. Tutto tace nell’istante. Poi un movimento e tutto ritorna ricomincia la vita e prende con tutta la sua intensità. Travolge. E se ne compiace. Proprio come Camilla. Adorava cadere dalla luce al buio e viceversa. Le sensazioni forti la bruciavano. Chi ascoltava il suo fiato distorcersi come fumo nelle parole restava estasiato. Diventava dipendente e cessava di percepire sé stesso come singolo homo, si sentiva parte del tutto, homo hominis, diventava aria tra le parole, atomo di un corpo smaterializzato, destino fra tanti destini. Le mani si Camilla scorrevano tra le pagine scroscianti come l’onde del mare, impetuose come temporali e sopraffine come goccie di rugiada. Era la reincarnazione della natura. Il denudarsi del settimo sigillo.
Vi ripeterò con le parole dell’immaginazione –diceva- il passo dell’ultima poesia..
..
Si compie nel tutto
Il destino di un uomo
La follia è sua madre
Figlia della perdizione
Si compie nello sguardo
Che riflette una donna
LA Donna

..
Siamo figlie dello stesso destino -diceva Camilla- solo che lo guardiamo da scorci e prospettive differenti. Qui risiedeva la sua imperturbabile vanità: la differenza tra le varie vedute stava nella sua prospettiva, era quella che rendeva merito alla miglior alternativa possibile, presa dalle ali della libertà.

Fase finale Brevi racconti di Camilla Huge
Camilla sono io ed ora la mia luce è riflessa in te che hai letto vissuto sentito provato parte di me. Che la mia essenza ti bruci l’anima e conduca il tuo corpo alla percezione dell’immortalità. Erano piccoli passi per svelarci nudi e dannatamente vivi. Preziosi raffinati e volgari, complessi lineari. Contraddittori. Dannati. Che ora la pace sia con voi. Tenete stretta la conoscenza. Che è arte pura, assoluta e perfettamente rotonda. Coltivate del cuore l’amore. Che resta impresso come sigillo nella profondità dell’essere.
Camilla si spegne in queste ultime parole e lascia in voi la sua continuazione.
Datemi la vostra mano…

Le sensazioni non tradiscono mai, l’istinto segna la strada del successo, verso il sapore dell’immortalità.
Camilla. Era un nome ereditato dalla bisnonna. Come anche il colore degli occhi e la rotondità del viso. Alcune cose si tramandano, altre si acquisiscono, altre ancora si dimenticano ma non cessano di sussistere. La vita scorre, panta rei, tutto scorre. Camilla tratteneva nelle mani un piccolo fazzolettino rosso, con le sue iniziali C.A.H. –Camilla Agata Huge- e si lasciava assalire da tanti ricordi. Cercava di districarsi tra le serate antiche di giochi fumo sigarette parole armonia amici rubati e ritrovati. Piccole cose, grandi significati. Dado. Da piccoli erano inseparabili. Camilla lo rincorreva e poi scappava. Saliva in bicicletta e pedalava all’infinito, rideva e sospirava, si girava per osservarlo e lui con lo sguardo la seguiva, contava i metri, i chilometri, la distanza che li separava. Ma sapeva che sarebbe ritornata. Si sarebbero abbracciati sotto le stelle nella notte della loro vita. I piccoli sanno forse più dei grandi, sono puri e illimitati nel bene e nel male. Di mente e di cuore. Come Socrate sanno di non sapere ed in ciò risiede la loro incommensurabile forza. La vita esprime ciò che nascondiamo dentro, gli incontri e gli scontri ci stimolano. Cresciamo e ci spaventiamo. Mutiamo. Palingenesi e reincarnazioni. Ora Edoardo era un uomo. Fidanzato. Drogato di fumo ed alcool. Perso. Tra ricordi palco e realtà. Non bastava più uno sguardo per redimerlo. Camilla lo sapeva e perciò lo aveva lasciato sfumare via, come la polvere su un quadro. Ed era ritornata alla realtà.
Tra una settimana sarebbe dovuta partire per Saint Tropez. Un’oasi di pace e ricchezza. Avrebbe conosciuto un riccone, distesa su un letto a baldacchino coperta di veli, in spiaggia a NIKKI beach, le avrebbe aperto una bottiglia di Cristal con l’ascia, e tra le bollicine ed il vento della notte la avrebbe rapita sulla sua barca. Mah.. lei preferiva sicuramente una crèpes alla crema di acacia e panna in piazzetta a Porto Rotondo. Sola. Dannatamente bella ed irraggiungibile. Nessuno si sarebbe avvicinato per paura di turbare lo stato di estasi che emanava il suo corpo. Quanta bellezza ed armonia solo per una donna. In lei si compiva l’assoluta perfezione. Era innamorata della sua anima e la forza del desiderio e della magia avrebbe accecato qualsiasi uomo. Nei suoi occhi racchiudeva l’universo. L’anima trascende l’essere. L’armonia acceca l’imperfezione. I desideri celati completano l’essenza. Era un tutto. Nella vacuità del mondo. E si compiaceva del suo lasciare l’uomo stravolto ed inebetito, ridurlo cenere. E anima. Sublimava l’attrazione carnale e lo faceva con estrema naturalezza e femminilità. Cadeva nell’amore solo con alcuni. Che si portava passo a passo dentro la sua vita. Era oggetto e pensiero. La sinuosità delle sue gambe muoversi vibrava dentro chi la osservava.. Era aggraziata come una pantera nera. Anche se il candore dei suoi boccoli dorati e soffici la rendeva simile ad un angelo. Ingannava bene. Lo faceva bene. Ma per amore. Amava dannatamente. Come la passione di Paolo e Francesca che li condusse all’inferno dantesco. Anche questo lo faceva bene. Sapeva mentire quando l’uomo lo voleva, un attimo prima dell’orgasmo, si sentiva di appartenergli in toto. E il suo pensiero si materializzava nelle sue gambe lunghe snelle preziosamente aperte. Era classe e stile. Poesia e riflesso. Emanava profumo di neonato misto a fragranze di fiori rossi e gialli. Tenui delicati e persistenti. Piaceva a tutti. Era arte immortale. Dipinta e trattenuta.
La sua esperienza nascondeva anche passi spenti, come tutti, piccoli scheletri nell’armadio, ma socchiusi appena: i piccoli dettagli imperfetti rendono più forte l’egocentrismo e la percezione di sintonia. Siamo complicati ma dignitosamente sempre all’altezza. Ricordava Camilla, ogni uomo dovrebbe avere il gusto dell’albero secolare della savana, selvaggio e grezzo; e dell’erba del giardino di città, artificiale e preziosamente curata. In questo si compie l’immortalità: opposti che si scoprono simili e siglano la loro esistenza nel riflesso profuso negli altri.

I discorsi di una sera
A volte i discorsi di una sera degenerano davanti a un piccolo drink alcool e ghiaccio. Fu il caso di Camilla e Parker. Aggomitolati in un plaid bianco, bianco come la pelle nuda di lei, bianco come i soffici fiocchi di neve fuori, freddo come il cuore di lui, un uomo perso nel suo desiderio di impossibilità.
Aveva deciso di chiudere con le donne. Ingannava il suo tempo con la compagnia di un’amica, qualche cocktail da solo, molti con i pochi amici veri rimasti. Scriveva il diario giornaliero della sua vita con i carboncini dei suoi disegni. Ritraeva la perfezione che l’immagine di Camilla emanava. Il successo sarebbe arrivato. Lo sentiva. Così come sapeva che l’amore sarebbe rimasto imprigionato. Impigliato nella bellezza irraggiungibile di lei, che coccolava il suo bisogno di affetto, e poi scompariva nel freddo dell’alba mattutina lasciandolo di nuovo spento. Appariva scompariva, come le magie di Silvan, nulla di troppo complicato..
Quella sera scivolavano le ore con la lentezza dello scorrere della notte, che rapiva momenti di sonno e alternava parole a silenzi a luci fioche del proiettore. Scorrevano gelidi i pensieri di entrambi, si scaldavano un poco fra loro, in attesa di esser rigettati e rapiti per sempre da un dipinto di Parker. La tavolozza di colori ad olio, poggiata sul tavolo di noce, emanava calore e sostanza, rammentava tempi in cui pennelli scorrevano su tele d’alabastro.
Olivia lo aveva lasciato. La colpa si divide, non si moltiplica come l’amore. Storia di tradimenti, sconfitte, rammarico, delusioni, ritorni, abbracci, stelle cadenti, illusioni, sprechi, fughe, memorie. Ricordi. Era per tutti la stessa scena, lo stesso spettacolo, attori diversi ma sempre reali, dannatamente veri. Il finale era simile per alcuni tardava solo a venire, per altri era anticipato. Poco cambiava. Stessi passi nella stessa direzione.
“I divorziati devono stare con i divorziati, dai 25 anni in poi tutti gli uomini nascondono almeno qualche scheletro”. Ricorda. Parker aveva poche ma chiare idee. E nella sua stravaganza un fondo di verità c’era sempre. Dipende da che profilo la osservi.
Dipende dall’angolatura e dalla quantità di luce, dalla prospettiva e dall’inclinazione. E dalla voglia dell’altro di trovare lo stesso profilo, la stessa luce, per scoprire la sintonia di vedute. Similis gnoscit similem. E’ il segreto dei quadri, che si compongono e sommano il valore di più persone se queste riscoprono qualcosa di simile a loro. Che rende immortali le loro sensazioni.
Era immortale il loro sentirsi condivisi. Il loro scappare. Lei lo faceva per non morire, lui per sopravvivere. Esperienze dissimili possono condurre a sentimenti simili. Possono, Non necessariamente lo fanno. Era questo il caso, la fatalità che li condusse a condividere i passaggi della vita, le loro esperienze, delusioni, paure. E si confrontavano spesso di fronte ad alcool e ghiaccio. Era più semplice. Camilla era sensibile, sentiva il profumo degli uomini che la pensavano, la loro intensità. Mentre prima la spaventava ora se ne compiaceva. Era l’incontro tra soprannaturale e naturale. Sua madre sognava verità, lei scopriva verità. Sono passi difficili quelli che mi appresto a descrivere. Sottili verità buddiste e cattoliche. Compresse come le medicine, che possono fare bene ma anche male, a seconda di dosaggio e necessità. Passava da un uomo all’altro perché nessuno gli dava tutto, e lei voleva tutto, ne avvertiva un bisogno crescente. Allora aveva deciso di non farsi più del male. Dio è amore, ebbene, lei donava amore, felicità, perfezione purezza. Sarete giudicati per l’amore che avete donato. Camilla poi scappava perché solo l’allontanamento –pensava- crea la consapevolezza del desiderio e provoca delirio sfrenato. Ma questo deve esser misurato. Altrimenti l’uomo fugge spaventato oppure resta solo e si sente avvolto e disarmato dalla solitudine. Il mondo non è perfetto. Camilla era un’artista, della mente e del movimento. Leggeva i passi della bibbia ed i moniti del budda. L’illuminazione. La sola parola la affascinava. La verità suprema da scoprire e poi celare. Facendone trasparire solo un poco, con lo sguardo. La sua biblioteca era gonfia di libri arte poesia, esplodeva di luci tremule e fioche: erano i passi antichi che dipingevano la penombra e coloravano l’aroma di note vecchie e polverose. La saggezza antica trasudava: parole aggomitolate come lei e Parker, strette in attesa di esser liberate.

I punti deboli, li hanno tutti. E’ lampante. C’è solo chi li nasconde meglio.
Camilla era una donna molto sensibile e a volte anche crudele nella sua durezza. Era fiato e pesantezza, vento libero e prigione di scheletri. La sua esperienza l’aveva cresciuta tradita lasciata e ripresa. Aveva imparato a combattere ed a conoscere la disperazione delle sconfitte. Perciò vinceva sempre. Sapeva come aggiustare ogni situazione, esasperare ogni momento avverso. Che si ritraeva e scompariva nel suo nulla.
Aveva appena finito di comporre un sms: “Non ti preoccupare-scriveva- Hai già una cosa in meno da incastrare nella tua vita. Mi conosci. Sai cosa perdi.” Tirò un sospiro, chiuse il telefono. Chiuse la mente. Ed il cuore. Ma chi se ne frega-esclamò. Non era suo solito utilizzare espressioni colorite come questa, ma forse era la prima volta che si stava innamorando davvero, e la prima che stava perdendo tutto. Si era data tutta. Aveva perso tutto. La legge della vita. Adam si era spaventato. Era abituato a desiderare, sperare, provare. Ed ora che aveva capito di possedere Camilla, aveva anche realizzato di averne anche una terribile spaventosa paura. Di perdere la sua libertà. Di doversi condividere. Ora che poteva soddisfare tutti i suoi desideri d’amore, realizzare il suo bisogno di felicità, si sentiva spento e incapace di restare. L’egoismo gli scoppiava dentro e lo affogava pian piano. Questo errore non se lo sarebbe mai perdonato. Nè lui, nemmeno Camilla. Era lei la regina dell’amore. Del mistero. Del desiderio. Ed ora ricercava il senso della crudeltà di questa vita, di questo suo destino. Hai tutto poi niente. Vive solo il nulla che trascina via tutto il poco che residua. E ti sembra di non esserti goduto l’attimo abbastanza. E avverti il senso della vacuità che si materializza negli sguardi della gente, nel tuo sguardo, nel tuo dentro.
Ma lei rigettava questi momenti. Usciva, via a teatro. Con amici, i 4 soliti mascalzoni che speravano in un suo sorriso, o forse qualcosa in più. Ma si sarebbero accontentati come sempre, solo della sua compagnia. Quel giorno aveva trovato un biglietto in prima fila, sempre come 1 abbonata rai. Il lago dei cigni poteva ricaricarla. E sfiorare il suo animo. Il suo cuore. La sua mente. Si sentiva sprofondare nelle pieghe della poltroncina e avvertiva un senso di protezione materna.. Le luci fioche musicavano la penombra e fili sottili di luce le entravano dentro. Era uno smaterializzarsi ed un rimaterializzarsi. Sensazione di brividi e fiati. Condivisione passeggera e fruizione. Affidamento e disagio. Le emozioni dividono ed uniscono. Dipende come si prendono. Ripensava infatti all’ultima storia più o meno importante, una fra tante. Lo aveva di nuovo lasciato. E lui non perdeva occasione per criticarla: sei proprio una velina, non per il fisico, tra l’altro troppo tondeggiante, ma per la testa, quasi assente e l’autonomia lessicale inesistente. Con te fiato sprecato. Sei banale. Sei una disgraziata però mi manca quella sensazione di pacificazione dei sensi di quando dormo con te. Lei non reagiva, Poveretto diceva. E rispondeva: sei nel mio passato, io sono nel tuo. Fuggi fuggi, ma da questo destino non puoi, una parte di me resterà per sempre impressa in te. Una sera lo chiamò, senza neanche leggere l’ultimo sms. Si aspettava nuove critiche, gli disse che voleva rivederlo.. La sua risposta fu: Il figliol prodigo…torna torna Camilla, torna. Ma che strana la vita. Nel bene e nel male. Opposti che si scontrano si allontanano e poi funzionano. Amicizie negate e poi riconquistate. Gli uomini vanno e vengono pensava Camilla.
Prima o poi qualcuno resterà. Intanto fuggo. E lascio che il tempo trasporti la mia essenza negli altri.

Dimensione ascetica e dimensione naturale
Scivolano i giorni e bruciano di intensità diverse. Camilla era solita accendere le candeline e riempire d’aroma le sue stanze. Viveva in una mansardina condivisa, con finestroni sul cielo e tanta fantasia; non in una reggia. Come quella di Carlos, uno dei suoi più cari amici. Lui viveva in un parco di paese, circondato da mura di sua proprietà una piscina uno stagno ed un piccolo ruscello. Una casa simile a quelle in Normandia con le torrette gli specchi e gli ascensori, ed un fienile restaurato dove viveva solo, arredato con scale di cristallo e mosaici antichi, finestroni aperti sul tempo della natura, una palestra attrezzata ancora nuova, un rotwailer assassino ed un lcd 72 pollici con la solita playstation. Organizzava spesso feste in piscina e party natalizi. L’ultimo era stato organizzato divinamente: la festa hawaiana. Distribuiva collane floreali e cocktail mango maracuja e ciupiti. Aveva fatto portare 2 camion di sabbia con cui aveva ricoperto casa e giardino. Le palme lasciavano spazio all’immaginazione. Ed il tramonto in lontananza riportava il pensiero ai climi tropicali e alle albe boreali. L’inizio congiunto alla fine..
“Sandy alza la radio, dammi la mano, come corre il tempo bella senza rimedio, curve vicino, amore controvento dammi mille sorrisi, i tuoi paradisi..” cantava la musica nella notte e lasciava il sigillo nel vento e nell’aria. Camilla restava distesa fra sabbia e cielo, a contemplare lo scontro tra civiltà ed armonia. Ogni tanto gettava lo sguardo su..in cielo qualche stella cadente, Camilla desiderava coprirsi di splendore come loro. Anche solo per poco per imprimere l’attimo passeggero nell’immortalità del tempo umano.
Camilla andava spesso a trovarlo. Era un gigante buono. Assomigliava molto al suo cane. Lei lo adorava. Parlava poco ma con buon cuore. Cambiava donna, accettava passivo il compiersi del fato su di lui. Ce ne sarebbe stata un'altra, dopo l’ultima. Anche se Camilla restava il suo punto fermo. Era stata con lui. Come la sua ossessione. Ma non osava dinuovo. Lui le preparava pasta in busta dal profumo di forno e blanchè fresco di fritzer. Ma quanto gli riusciva buona… Il solo pensiero emanava la fragranza del piatto e l’aroma tondo ed avvolgente del vino. Camilla si sentiva coccolata, le sembrava di mangiare cioccolato fondente in pezzi. Ma non faceva le fusa, come con gli altri. Era uno degli eletti, che sarebbe restato puro e candido al ricordo. Lui non la chiamava, aspettava che lei si facesse sentire. Quando aveva bisogno di confidarsi, di piangere, di farsi vedere nuda con i suoi silenzi, parole che mai avrebbe potuto confessare. Carlos giocava sul pc con le avventure di Laura Croft, mentre lei lo guardava. Come li appassionava... Era l’eterno bambino. Un giorno,
sapendo della sua passione per i dipinti moderni -Camilla passava le ore sulla passeggiata di Cannes ad osservare i quadri con le bombolette- le aveva fatto trovare tutto il kit. Sono le piccole cose che danno il senso alle grandi.
Tutti conoscono il prezzo delle cose ma solo alcuni il loro valore. Diceva bene Oscar Wilde, pensò. E lei si sentiva bene, Non desiderava ammaliarlo. Lo aveva già. E le bastava confidarsi con lui. Era la classica pietra di ruscello, quella sulla quale poi Dio avrebbe costruito la sua chiesa, dura resistente muta. Pensare che anni prima era lui ad esser stato debole, non dormiva la notte. Vedeva spiriti con i quali doveva lottare, spingersi oltre il confine tra noto ed ignoto, capire la differenza tra la materia e l’inconsistente spiritualità. Lei gli regalò un piccolo crocefisso e vi incise il suo nome con la frase: “Vita superat mortem, amor vincit”. Se lo mise sotto il cuscino ripetendo.. la vita supera la morte, l’amore tocca la vittoria.. e si trovò a dormire. Strana la vita, strano avvertire la dimensione dell’immortalità e volerne al contempo rifuggire.

Racconti di Camilla Huge: Trovare il tempo per essere sè stessi
A volte la vita ti stupisce, inizia a prendere un corso diverso da quello abituale, ti trascina in un turbinio di emozioni che ti travolge. Poi ti sospende e ti ricarica di nuovo. E’ lunatica come alcune persone, dipende dalla sveglia di ogni mattina. Dipende dal tempo, dai desideri, dagli incontri astrali. Dalle nebbie mentali.
Camilla pensava spesso: chissà domani mi troverò seduta al tavolo con un marito di fronte, uno sconosciuto con cui dovrò condividere la mia esistenza, le aspirazioni, le mie esperienze, passato presente e futuro. Valuterò anche di avere dei figli, una casa affrescata con il camino. Una piscina. Un cane ed un gatto, di razza naturalmente. Che abbai a comando e ruggisca come un leone. Un’estate al mare, inverni in montagna. Una vita comune fatta di attimi incendiati ed attimi spenti, naturalmente.
Intanto, le esperienze si accavallavano nella sua vita. Ed Adam le restava a fianco. Inaspettatamente, scrivendo a caratteri d’argento il suo libro della vita. Le parlava per ore a telefono. Diventava da puntino insignificante ad un punto di luce nel cielo, una stella che si imprimeva nel suo cuore.. e lo abbagliava. A lei non piaceva questa cosa, da sempre era stata abituata a stare da sola ma con tutti, a vivere di attimi regalati e sorridere per la gioia degli altri, avere contatto e lasciare spazio alla distanza. Desiderava un mondo pulito fatto di amore e sincerità. Utopico, surreale ma intensamente vero.
Sognava con gli occhi aperti e con il cuore. Viveva ancora con le compagne dell’università, pur avendola finita da alcuni anni.
Queste la rincorrevano per la casa per aver l’approvazione sugli ultimi vestiti acquistati, nutrivano una sorta di ammirazione per lei, quasi maniacale, al punto tale da intromettersi nella sua vita, criticarla, esserne gelose fino ad invidiarla. La troppa vicinanza fa schiuma. Come diceva la nonna. Per questo Camilla aveva deciso di trovarsi una casetta tutta sua.
Certo aveva i suoi punti deboli e la cattiveria gratuita affliggeva la sua sensibilità estrema: Dio affligge ma non abbandona. La soluzione era quella di non pensarci, come faceva spesso. E rigettava questi pensieri. Si scopriva a poco a poco umana, normale. Ma lei era l’oggetto del desiderio dell’uomo e si manifestava in ogni sua forma e sapeva di vaniglia incenso aromatico e riflessi di luce. Era la manifestazione dell’arte, il risveglio dei sensi, aveva un gusto sublime e movenze divine. Ecco, bastava pensare a ciò, che la sua autostima esplodeva in mille primavere e moltiplicava il suo volto nell’essenze del tempo. Tutti ne restavano abbagliati. Adam ne era felice. Lui era riuscito a conquistarla. Era sua quell’immagine divina, gli apparteneva. Anche se a volte pensava che fosse difficile esserne sempre all’altezza ed altre volte invece la trovava scontata.
Tanti si accontentano e, come la canzone di Ligabue, godono. Altri no, ma godono ancora di più. Era questo il suo caso. Lui faceva l’occhiolino alla sorte e si isolava tra il fumo di una o un’altra sigaretta. E scriveva pensava parlava senza sosta, correva camminava lavorava. Erano 2 anime distinte accomunate dalla voglia di stare insieme. Lui costruiva certezze, era un dirigente commerciale. Lo faceva anche per lavoro, gli riusciva così bene. Anche se aveva le impalcature, la gente osservava il suo progetto e restava ammaliata, si fidelizzava ed ecco, missione riuscita. Bonus di fine anno e la portava in beauty farm. Lei tornava a casa, nella sua giornata libera, dopo aver dipinto degnamente un Van Gogh, ancora con il colore tra le mani, sembrava assorbirne l’intensità e la potenza. Lui apriva con le chiavi la porta e si trovava tra le sue braccia, a respirare attimi del tutto, a contemplare l’opera d’arte troneggiare sulla parete, un po’ si confondeva, tra queste 2 divinità. Che segreto misterioso, la vita passa sotto gli occhi e poi fugge via.. Resta solo ricordo sbiadito che ritorna.

I giorni che si vestono di nubi
Quel giorno Camilla era triste. Aveva concentrato tutti i suoi desideri su un'unica persona. Per la prima vera volta. Si era basata sulla sensazione, aveva creduto in essa ed in lui. Voleva che Adam le dimostrasse quanto tenesse a lei. Lui aveva iniziato a chiamarla Camilla, non più Cami come tutti gli amici intimi. Forse per errore. Per sbaglio. E lei aveva iniziato a sospettare qualcosa. Le piccole cose sono accenni di grandi parole. Chi dà troppo non stringe nulla. Chi ama veramente, si ritrova con niente. Che nervi, ripeteva. Una volta che credo nell’amore, mi trovo a rifuggirne. Si era legata a quell’uomo da subito, se lo era sentito dentro, ed ora non riusciva a farlo passare: nè avanti né indietro. L’istinto non l’aveva mai tradita ed ora una piccola torbida sensazione si stava delineando nella sua mente, che tutto si stesse velocemente disfacendo? Non voleva crederci. E se la avesse tradita, anche solo lo avesse pensato, quanti dubbi – lei ripensava alle sue presentazioni-.. Camilla, nonchè mia fidanzata.. –e poi si gettava in ansiose meditazioni da corridoio (appoggiata al fumo di un’umida sigaretta). Se lo sentiva sì, il pensiero almeno lo aveva avuto il suo Adam. Ma non l’avrebbe mai confessato. Mai a lei. E si era promessa, avrebbe atteso un altro mese, quante cose cambiano.. Si fanno delle scelte, si prendono decisioni. Ci si lascia prendere. Scegliere, accompagnare, adagiare sotto le coperte. Baciare lungamente. Chissà, forse stavolta, non sarebbe stata più lei a ridere di gioia luminosa ma il sole a sorriderle dinuovo.
Camilla sentiva Adam, lo sentiva parte di sé, dannatamente. Glielo scrisse. Lui rispose” Bene”. Lei si carezzò le gote con una calda lacrima. Vedi, la vita ti sfugge la riprendi e la ritrovi più marcia di prima. Non si tocca mai il fondo questo ti porta in un altro fondo, e così via.. fino alla depressione più tetra e cupa, fino alla perdita del senso della propria utilità. Ci sono parecchie persone che soffrono d’amore e parecchie persone che muoiono di fame. Molti che sorridono, tanti che fingono. Ma tutti vivono, di intensità diverse.
Adam poi, la chiamò le scrisse si fece avanti per amore e per vita. Con grosso mazzo di rose. Era una scusa per iniziare da zero.
Il mazzo più bello che avesse mai visto, sapeva di Amore. Vita, Luce. Strano, come la vita specchi un‘immagine cupa ed un attimo dopo rifletta un sorriso. E’ il mistero del Natale. Che si stava compiendo di fronte ai loro occhi. Avevano deciso di iniziare a condividere le piccole cose. Quando una donna ha un uomo, per affermare la sua presenza cerca di cambiarlo. Lei invece lo lasciava libero. Come era lei nel suo sentimento di unicità che li ricolmava di passione. Negli altri non vedevano amore ma solo routine. Che scomoda la vita senza un legame vero. Si erano ritrovati a fare l’amore rapiti dal loro stesso destino. E ogni attimo sembrava infinito e caldo. Le aveva chiesto cosa volesse per cena, ed era sceso alla bottega per farne scorta. Era delizioso. Cosa fosse cambiato non si sapeva. Forse le radici iniziavano a irrobustirsi. E l’amore cresceva. A dismisura. Ci sarebbe stato un momento in cui questo sarebbe stato incontenibile. Camilla voleva lui veramente. Lo desiderava dentro e fuori. Il suo sguardo era diventato ammaliatore e seduttore ma solo per l’uno. Prescelto. Con tanti difetti impegni vizi ma un cuore grande e pieno come il mare. Poi il giorno si vestì di nubi. La vita lascia il suo sigillo nel tempo. Nel ricordo. Nell’immaginazione.

Incontri casuali nei grigi mattini d’inverno che si colorano di musica e fioca luce
Aveva appena aperto gli occhi, un raggio di sole aveva baciato il suo risveglio, infiltrandosi dalle persiane semichiuse. Era solita lasciare uno spiraglio in modo tale che si sarebbe svegliata senza il rumore assordante della sveglia, con il tocco sublime ed intangibile della natura.. I suoi sensi si sarebbero destati piano piano e l’avrebbero accompagnata fino al bordo del letto, dove avrebbe indossato la vestaglietta di seta morbida, scivolata sul suo corpo freddo. Era una sensazione piacevole, che riviveva ogni mattina: il bacio caldo della sua anima veniva rapito dai colori del nuovo giorno e penetrava nello spirito del tempo, per vivere della stessa intensità, nella stessa armonia.
Dal momento in cui aveva aperto lo sguardo, Adam si era materializzato, di fronte a lei. Di nuovo. Un immagine che si ripeteva da qualche settimana… Non avrebbe mai pensato di potersi innamorare di lui, neanche solo per un attimo. Invece, da quando lo conobbe, il suo sentimento si era impigliato, non era più libero di volare tra altri uomini. Si era ancorato. Per morire. In lei. Pensava a lui spesso, con il trascorrere dei giorni se ne rendeva conto sempre più frequentemente. Era diventato un tormento. Lei era molto desiderata, a volte si domandava quale fosse il motivo, poi ricadeva con il pensiero nelle donne fatali della vita di Adam, che ingombravano la sua esistenza. Lei gli aveva dato tutta se stessa, da subito. Per averlo tutto. Dentro, fuori, nell’anima, nella mente. E si era ritrovata impigliata, rapita dalla sua stessa intensità e sempre più boccheggiante. In alcuni momenti desiderava tagliare il filo sottile che li teneva uniti, ricercando tutti i suoi difetti, in altri realizzava quanto fosse unico. Non era un uomo bello ma piacente, desiderabile, con vivo carisma, iniziativa, buongusto, bontà, amici, molto amato ma anche lasciato. Dal suo ultimo amore. Corinna, una donna con la quale aveva trascorso 5 anni molto intensi. Avrebbe dato la sua vita per lei, e si era ritrovato senza la sua stessa vita: l’aveva appesa ad un cappio, aveva legato la sua esistenza a psichiatri e medicinali antidepressivi. Proprio vero, pensava Camilla, com’è strana la vita. Io non avrei mai voluto accanto un uomo con questi problemi.
Una notte Adam si alzò e ripetè:
“Ho capito perché.”
La sua voce rimbombò nel timpano di Camilla.
“A 35 anni pensi di sapere già tutto ed invece ti rendi conto di quanto possa cambiare velocemente la tua vita, realizzi che proprio non avevi capito nulla, che non sapevi quanto ancora ci fosse da scoprire.”
Queste sue parole restarono come un ombra lungo tutta l’esistenza di Camilla. Le portava a braccetto in ogni momento, si riscopriva in ogni sillaba.
“Lei non amava, faceva sesso così, senza voler ricevere nulla. L’amore è altro. Non ho mai goduto così Camilla.”
E poi si riaddormentò.
Quella notte fu lunga. Per entrambi. Ed il mattino si ritrovarono stretti in un abbraccio. Restarono a lungo sospesi, con una canzone di Battisti che lenta tracciava il loro destino.
Lei sognò il primo incontro, quando la prese per mano e le dedicò un lento. E le parlò all’orecchio, di dune e corse di auto e moto. La sua passione. E le parlò di donne e uomini. Della sua vita. Sapeva che, se se ne fosse invaghita avrebbe dovuto accettare i piccoli spazi, di un grande uomo.
Lui sapeva i punti deboli delle donne. Li conosceva alla perfezione. Diceva: “se mi fai questo effetto Camilla, dovremmo iniziare a pensare di vivere insieme”. E poi:” ho sentito alcune amiche, sono passato a trovarle e mi sono sentito in colpa per te”. Carlotta era una di queste. Segretaria dell’amministratore delegato. Scriveva libri e parlava molto. Amava il reiki, la rigenerazione, la cristallo terapia. Era una donna eclettica, con profondi disagi esistenziali scaturiti dall’enorme benessere economico della sua famiglia. Era caduta molte volte tra le braccia di più uomini alla ricerca di amore. E alla fine aveva deciso di darsi ad uno solo, l’alcool. Ed Adam voleva aiutarla a sfuggire da questo fantasma, cercava nelle parole di autocommiserazione di lei il senso della sua libertà. Si sentiva sospeso tra i suoi sentimenti. Era padre, ex, preda e amico. Lei si accendeva quando lui la guardava, ma non perché avrebbe voluto sentirlo suo per sempre. Ma solo per averlo per un attimo, per non sentirsi rifiutata, per esser accettata. Compatita. Abbracciata. Salvata dal suo bisogno di esistenza.
Camilla pensava, mentre penso, scrivo, la vita ha il suo corso. Ed io la sto raccontando con le mie parole, i miei pensieri, la mia vita.
Ebbene, lei rimbalzava tra sentimenti in contrasto, viveva di mezze misure. Forse Camilla lo amava. Ma ne aveva paura. Temeva il senso di abbandono, la distanza, l’incertezza dovuta alla sua evanescenza onirica. Nel sonno sussurrava e il suo fiato si distorceva in parole roche ed esauste.. Raccontava le fiabe del tempo: regine principi e castelli. E l’amore di chi aspetta il compiersi del fato. Mentre la abbracciava, lei pensava forte quasi come parlasse, l’intensità del suo sospiro generava parole:
Vorrei che il senso della mia attesa potesse stravolgere il mio destino. Vorrei tornare sola e femme fatale. Ma Dio le riservò la storia di un vero amore.

Camilla impegnata a distorcersi nel pensiero della gente
Spesso ci si domanda e ci si arrovella attorno al perchè delle cose. Quale sia la ragione di certe coincidenze, affinità elettive, sensazioni profonde che si confrontano con quelle degli altri. Siamo passaggi del mondo. Passeggeri di un treno in corsa.. Noncuranti affrontiamo più cammini e ci perdiamo nel senso del tutto. Ci scontriamo con anime vagabonde e rispondiamo a voci confuse.
Camilla si sentiva penetrare queste sue sfaccettature solo qualche rara volta.. quando lasciava che il tramonto le entrasse dentro e facesse sfuggire dal suo sguardo i profondi pensieri della giornata. Amava molto soffermarsi sull’uscio sola, appoggiata ad un gradino ed osservare il paesaggio scorrerle di fronte: le suggeriva tutto ciò che di bello può stupire.. cercava di cogliere ogni piccolo frammento di luce per imprimerlo dentro sé. Era l’anima del tutto, il contenitore delle voci dell’universo. Il senso delle sue domande, la sensazione alle sue risposte. L’istinto la guidava, la meditazione era indispensabile per raccogliere, imprimere, plasmare ogni sua giornata. Si ricaricava, entrava si spogliava e restava commossa ancora qualche istante. Poi, aspettava che qualche uomo del mondo si presentasse alla sua porta con un mazzo di rose rosse. Rosse di passione. Rosse del perché della vita. Adorava questo colore. Si lucidava le labbra e riassettava il suo cuore. Si sistemava la scollatura, brillava di riflessi, che avvolgevano l’uomo in un caldo abbraccio.
Le piaceva sconvolgere, rapire, ubriacare di curve e messaggi subliminali. Li ripeteva con piccoli sospiri e si toccava leggermente i capelli. Quel giorno ripetè la sua parte. Come un giorno qualsiasi, con la solita noncuranza da attrice. Era bella e tale bellezza si esprimeva in un turbinio di emozioni colorate e dirompenti. Il suo fare la faceva apparire ancora più attraente: ogni gesto racchiudeva il senso del tutto, la perfezione delle cose, il senso del sesso e dell’amore. Che rapivano ogni uomo, ogni uomo cedeva per sé stesso e per lei.. per l’effetto che Camilla ricreava su di lui, quando lo guardava, sospirava leggermente, rideva piano e distoglieva lo sguardo. Come poteva rigettare un dono proibito così caldo e morbido?
Qualche volta Camilla parlava di sé, suggeriva qualcosa della sua profondità, che loro coglievano come radici: queste si piantavano e portavano negli uomini i suoi semi e questi germogliavano di luce riflessa. Come si poteva dimenticare? Era troppa per uno solo.. Li curava con passione e diletto. Guardava intensamente, amava intensamente, batteva il suo cuore, forte ad ogni istante, batteva per la vita e per gli uomini. Voleva tutto ed amava restare con nulla. Assaporare il senso dell’arte vissuta nei suoi movimenti dannati e ribelli. Era luce e passione. Nebbia e ricordo. Sogno e illusione.

Racconti di Camilla Huge, alter ego di una personalità intrisa di contraddizioni ed istinti bestiali.

La vacanza di un’estate
Aveva deciso di ripartire da sè. Fondamentalmente non si conosceva. Non Ancora del tutto. A volte aveva vuoti, a volte troppo pieni. Si sentiva come quando fuori traspare l’arcobaleno, una situazione di instabilità passeggera. Un desiderio di esplodere degli stessi vuoti e pieni, di luci ed ombre. Aveva in sé la notte ed il giorno. L’acquazzone e la tempesta, l’afa e l’aurora. Viveva di contrasti, come ho già detto. Camilla lo ripeteva e ci teneva a sottolinearlo. E cresceva nella totale abnegazione della linearità. Era una palingenesi continua che si autorigenerava. Inebetiva gli uomini e si lasciava stupire, si lasciava affascinare e sembrava cadere nel loro mondo..
L’estate dei suoi 27 anni l’aveva vista crescere. Nei dubbi e nelle fragilità. Per diventare donna sono i giusti passaggi, si era detta.
Aveva deciso di partire, con Ernest -condivideva con l’Autore l’importanza di chiamarsi Ernest- (l’onestà negli altri era un attributo che la completava. Per questo vi dava così importanza)- l’amico di un’intera esistenza, come diceva lei, un piccolo lord inglese conosciuto in un viaggio in Libano, lui era solo con la sua moto, in cerca di un fine che potesse completare la sua vita. Anche lei sola, in cerca di nuove ispirazioni che potessero distrarre il suo animo in pena. E la conobbe. E si trasferì nella sua stessa città. Casualità. Era uno stilista, un giovane in gamba dotato di forte carisma. Oltre ad essere un talento dell’art scouting. Disegnava abiti morbidi che riproducevano il senso della perfezione imperfetta. E si lasciava ispirare dai quadri di Camilla, così densi e pregni di significati ed emozioni. In lei rivedeva l’inizio e la fine delle sue opere, il senso del tutto e l’eco del nulla. Lei li indossava, le piacevano, si sentiva donna, ricalcavano ogni sua curva e morivano dentro l’anima di chi la osservava. Non era volgare ma dannatamente donna. Suscitava sentimenti perfetti che sfociavano in un sovrapporsi di dettagli amplessi peccati riflessi illusioni certezze sbagli evocazioni.
Amava suscitare, scovare la forma dell’Amore compiersi in lei.
Avevano deciso, lei ed Ernest, di partire per Fuerteventura. Una decisione nata da un tea, nel solito Caffè Pasticceria. Il volo, in orario, li portò nel paese delle dune e delle spiagge di vento e sabbia. Lo scorcio che si definiva piano piano dall’oblò dell’aereo ricalcava una di quelle vedute all’argentile, una sfocata istantanea di una diapositiva satellitare..che colse con uno scatto della digitale.
L’albergo era racchiuso da palme ed arbusti, la prima cosa che Camilla fece, chiese: Ernest, sorseggiamo per un attimo il senso di questa giornata per trarne ispirazione? Il mondo è fatto di dettagli e bisogna saperli cogliere. Avvicinò il volto alla corteccia di un albero e ascoltò l’aroma profondo di resina e di antico, e scorse inciso, il suo nome: Libertà. Com’era facile ora poterlo acchiappare…! Ad Ernest piaceva la loro complicità e la sua stranezza. Era unica, piaceva unica. Ogni suo gesto aggraziato e sublime, destava ammirazione e deferenza.
Camilla prese la chiave della stanza poi e si gettò nel letto, aspettando l’Amore. Non ne aveva mai abbastanza. Ernest si domandava come fosse possibile e sorrideva fra sé e sé. Voleva scoprirla, conoscerla imprimerla in sé per accecare l’attrazione forte che lui aveva anche verso gli uomini. Poteva esser una medicina. Un calmante. Un diversivo. E lei scoprì che il gioco aveva contagiato anche lui. Non ne era una parte come tutti gli altri, ma era divenuto un coautore, un regista come lei. Si sentì persa. Doveva costruirsi più in profondità, non poteva crollare così il suo muro. Si spogliò. E si gettò sotto la doccia. Sensazione già provata, ma piacevole. Ascoltò sulla sua pelle scivolare le gocce una ad una come lo sguardo. Era bagnata, gocciolava di sapone ed acqua e le sue mani scivolavano sul suo stesso corpo. Ernest la guardava e sorprendeva nel suo sguardo il suo diventare donna. Restò fermo e si sorprese ad amarla un poco. Anche lui.

Racconti di Camilla Huge, alter ego di una personalità intrisa di contraddizioni ed istinti bestiali.

Dipingere la casa della vita.
La ricerca della casa stava iniziando a portare le sue soddisfazioni. Camilla desiderava un rifugio, dove nascondere tutti i suoi desideri, riporre tutti gli oggetti che il tempo aveva raccolto per lei. Adorava gli amuleti. Erano il simbolo della sua fragilità di donna, un piccolo dettaglio per sviare le menti lucide, che credevano che lei fosse così semplice da interpretare… Era semplice, solo perché ciascuno la vedeva a modo suo, lei gli mostrava sempre la stessa sfaccettatura e lui si affogava nella convinzione di assaggiare sempre lo stesso pasticcino, che poi sarebbe diventato avariato, solo a causa del tempo, ma come avrebbe fatto a disfarsene dopo così tanta intensità di desiderio e affezione? Era questa la forza della sua convinzione: Camilla credeva che l’abitudine dell’uomo divenisse con il tempo più forte della passione e quella che chiamano routine sarebbe diventata un pilastro della loro esistenza fatto di piccole certezze e di tante piccole fragili delusioni… Infatti, Camilla con l’attrazione li ammaliava e poi li tratteneva fra alti e bassi fino a farli diventare dipendenti. E questi realizzavano di esser finiti nella rete solo quando lei li abbandonava. Lo faceva spesso. Era il suo punto di forza, adorava gettarli nell’isolamento e farli annegare nelle certezze che lei stessa aveva plasmato.
Ebbene, l’appartamento che aveva individuato dava una vista impagabile proprio sul cupolone del duomo, un paesaggio scelto che si colorava di gradazioni sfumate ad ogni minuto e mutava l’animo, mutava sensazioni, donava emozioni, proprio così come faceva lei… ad ogni attimo contrasti sovrapponevano nuvole e cirri densi e poi il vento trascinava e disgregava le immagini sulla velina del cielo. La sua mente ricreava le scene tessute nel tempo. E sovrapponeva uomini su uomini, orge di immagini contrapposte che nell’attimo di un respiro scomparivano tutte.
Il balcone si apriva di luce e di spiragli di vedute, da ogni angolo si poteva scorgere una piccola aperçue caratteristica, lei prediligeva quella che apriva lo scorcio del cupolone che troneggiava fra le piante verdi ed il cielo plumbeo.
Si sedeva spesso di fronte a quell’immenso panorama, le sembrava di toccare l’infinito. Era in prima fila, come un’abbonata. E non pagava il canone, era gratuito, ed era ancora più bello. Si sentiva libera proibita mutevole incontrastata, si lasciava ad un continuo divenire.. questo la ricaricava, la riempiva più di un orgasmo.
Aveva scelto un tappeto di erba finta ed un tavolino di cristallo che si colorava dei riflessi delle giornate. Il balcone era un contatto continuo con la natura e lei ascoltava protendersi fra i rami le voci che il tempo le regalava. Era meglio di quanto mai avrebbe potuto immaginare, se ne compiaceva e pensava: Bello, rifugiarsi qui dopo aver catturato l’anima degli uomini. Per lei erano tutti uguali. Certo qualcuno la stuzzicava di più e, quando capitava, svaniva più a lungo. Adorava dipingere il sesso sulle parole e nelle emozioni. Avvertiva lo sciogliersi di tutti i pregiudizi ed esplodere l’uomo. Tanti burattini pitturati in modo diverso ma accomunati da un’unica essenza: la fragilità e la ricerca, la sensazione di cambiamento appagata. Passava le sue giornate a scoprire i punti deboli e quando li scorgeva penetrava in essi e li faceva esplodere. Quanto godimento, troppo per una sola persona. Si dava all’amore. Si lasciava all’amore.
E poi come un’anima dannata ne dipingeva la linfa. Era uno svago. I suoi quadri racchiudevano l’essenza del tutto, emozionavano, scivolavano in fondo all’anima. Ne avrebbe riempito la casa. Gli autoritratti li lasciava inespressi e incompleti. Misteriosa e sfuggente, come la notte che racchiude i sogni e si apre all’albe del mondo. Era scontro ed incontro. Contraddizione e liberazione. Disprezzava l’incoerenza e viveva dei suoi riflessi.
Lo stabile d’epoca aggiustava le arcate di mattoni e le volte del 500 con contrasti di edera e rose spinate. Era un paesaggio nel tempo. Oltre la morte dei sensi, un continuo rigenerarsi.
Avrebbe sempre lasciato scorrere note di verdi e rossini, pensava, versi di Allan Poe ed Harry Potter. Amava l’arte, in ogni sua manifestazione.

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Il giorno dei compleanni della vita
Sbucciava un mandarino ed il profumo agrumato esplodeva di contrasti acidi e dolci nella sala da the. Adorava farsi osservare al di là del vetro umido di pioggia ed inverno e nessun gesto era più sublime per lei del tocco di un piccolo frutto tondeggiante. Quel giorno era sola, in vetrina, stretta in un tailleur di paillettes e cachemire morbido aderente, indossava un paio di scarpe dal tacco alto e nero e portava i capelli raccolti nel morbido abbraccio di un pettinino avorio.. Teneva la borsa per terra, un bauletto hermes color bruno, in mezzo alle gambe lunghe, lunghe, che parlavano da sole e si intravvedevano sotto, forse, autoreggenti nere. Le avrebbe scoperte, se le avesse avute. I contrasti del profumo chanel e della frutta di stagione sbocciavano di unicità. E lei si muoveva lentamente sembrava ripetere e cadenziare un ballo sinuoso di movimenti. Ogni gesto parlava e diceva “vieni, avvicinati a me, ascolta le note che sfumano e t’inebriano, lasciati cogliere”… E gli uomini la guardavano, si accalcavano di fronte al Caffè Pasticceria con non curanza, lei era il simbolo della passione segreta nascosta pubblicata irrefrenabile sregolata e contorta. Ogni uomo in segreto la ammirava e avrebbe voluto possederla anche solo per una sera. E lei li sceglieva, facendosi scegliere. Era sempre Camilla, il desiderio proibito. Chiunque si fosse innamorato, sarebbe morto del suo stesso amore. Si alzò, abbandonò la tazzina calda di amaro caffè con il sigillo suo rosso e le bucce umide del mandarino. Le piacevano i contrasti. Adorava impigliarsi in essi.. Ed ascoltare la fatica degli altri per liberarla.. Loro la salvavano, lei li imprigionava ammaliandoli. Camminò fino alla cassa: “signorina per lei tutto offerto, è un onore..”Accennò un sorriso. Il suo volto si illuminava come fosse il sole e i riflessi accennavano sorrisi nei volti di chi la osservava. E il suo corpo fluttuò fino all’uscita come un’opera d’arte in movimento. Amava spesso tornare in quella caffetteria, aveva molti ricordi legati ad essa: una sera, non una sera qualunque, ma quella del suo compleanno, si recò là, per rifugiarsi solo un attimo nella vetrina della sua vita. Non passò nessuno e per un attimo si sentì persa. Era inopportuno e di cattivo gusto che il giorno del suo compleanno non passasse proprio nessuno. La vita è così, oggi ti dà tutto domani nulla e poi si riprende tutto. Ebbene si mise a pensare, non era stupida, e vide le immagini al rallentatore che avevano scandito il suo passato. Tutto ad un tratto, entrò un uomo. Lo colpì il suo procedere. Contrastava con quella fredda giornata di dicembre. Era caldo. Era ebreo. Lo capì dal cappello nero calcato sul capo. Lei non era religiosa. Qualche brivido sfiorava la sua pelle. Pensò al freddo. Di una vita gelida, di un cuore libero, non interamente posseduto. Lui la osservò con uno sguardo. Era attrazione, corrisposta finalmente. Era il regalo che Camilla attendeva da Dio. Ma non era credente, non lo era più. Da quando un sacerdote le aveva spiegato che l’amore non andava regalato come faceva lei. Che si donava agli uomini nuda indifesa e fragile. In cambio dell’appagamento del suo bisogno di sentirsi desiderata e trattenuta. Non aveva colpe. L’amore non gliele dava. Se le prendeva da sole, quando ascoltava di notte il vuoto che le entrava dentro. Comunque, sembrava che si potesse innamorare. Ripeteva, Troppo presto, devo ancora far provare l’infinito al tocco degli uomini che accarezzano il prolungamento dei miei desideri e delle mie illusioni. E fu allora che si girò. E non lo vide più. Meglio aver rimpianti o rimorsi?

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I passi della vita
Le chiesero se sapesse amare. Mentre si sistemava i capelli accarezzandoli con la spazzola e le dita.
Camilla rispose: Non so se il tuo concetto di amore è identico al mio.. Io so amare, il problema è che non si riesce ad amare tutti. In passato ho amato Herbert intensamente, avrei dato la mia vita per la sua, la mia gioia per la sua, mi sono sacrificata per lui, ho accettato compromessi per crescere insieme. Ho amato forse troppo senza equilibrio misura e ragione. E ancora oggi vorrei la sua felicità. Era amore. Lo so. E spero di tornare a riamare, un giorno. La difficoltà sta purtroppo nell’esser corrisposti: l’amore si svela solo in questo, e sta nascosto se è singolo. Tu magari mi ami, ami il mio sapore, il gusto dei miei baci sospesi, la rotondità del mio corpo morbido che ti avvolge e ti riempie, i pensieri, quelli che la mia voce suscita e le mie parole provocano, i desideri che il mio corpo eccita. Ma non è amore, è stimolo, libidine, attrazione, passione, droga. Io ci sto perché mi piace vederti sfinito, sfinito di me Frank”.
Sembrava esser cambiata. Il suo sguardo si era trasformato in quello di una donna consapevole dei suoi limiti, delle sue potenzialità e, soprattutto, della sua esperienza. Esperienza che ancora le consentiva di prendersi in giro, tenere gli uomini al guinzaglio e scappare dalle catene di una vita piatta e monotona con una famiglia di tradimenti e finzioni. Sebbene, a volte, la curiosità la riportasse a Frank. Era un uomo, di personalità forte e decisa, purtroppo tirchio, testardo e volutamente credulone. La accettava così. La amava così. E lei ci stava un pò, e poi scappava. Lo sentiva dentro che lui non la resisteva e nemmeno lei, lui era pesante e un po’ goffo, lei era una fabbricante di cuori infranti, una plasmatrice di complicità. Frank le dava tranquillità e sicurezza, non lo amava ripeto ma le piaceva il pensiero di potere e stabilità. Era perversa. E donava sensazioni. Non le curava, ma esse crescevano selvagge sempre più rigogliose e imperversanti.
Tutti i suoi uomini sapevano di esser in buona compagnia, ad eccezione di lui, Frank, che la sera le sistemava il cuscino e piombava in un sonno letargico. Lei dormiva spesso nel suo letto, a casa sua, resisteva perché non lo amava. E sognava tutti i suoi amanti, ognuno aveva la sua piccola parte nella tragicommedia della sua vita. C’era Albert. Adorava esser rifiutato e poi rapito in evasioni mensili di esagerazione e attrazione dirompente. Lui si eccitava al solo vederla, si sentiva a disagio per la sua bellezza viva e carismatica. Le spediva mms con le sue foto, l’ultima con la fede al dito: la voleva per sé ma non vi riuscì. E predilesse una moglie, eterna fidanzata, per amore del golf e delle regate. Poteva esser una buona madre amica confidente, ma come moglie proprio non ci azzeccava, ripeteva. Camilla gli sfuggiva, avvertiva un filo molto sottile che li legava ma sorrideva tagliuzzandone il filo. Lei si sentiva attratta particolarmente dal suo fascino maschile signorile e carismatico. Lui aveva deciso. E lei era fuggita, per non tornare. Uno in meno. Si vince e si perde. Come al casinò. Lui sì.. Forse lei avrebbe potuto iniziare ad amare Albert, ma era tardi. Per l’amore… Nel mondo vince il soldo. Nel suo cuore scemavano lacrime di brina. Perché si accorse che Amore, colse la sua vendetta.

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La nuova vita di Frank
Frank aveva reciso tutto, ogni piccolo collegamento che poteva condurlo anche solo con il pensiero a lei. Si era imbottito di preservativi per evitare ogni possibile contatto con altre donne. Aveva iniziato a togliersi gli occhiali: era miope ma voleva evitare di riconoscere Camilla incrociandone lo sguardo.. Prima la sua vita dipendeva da lei, ora continuava a dipendere da lei, ma aveva prerogative del tutto in contrasto. Era accecato dal suo pensiero, vedeva le mani di lei che toccavano altri uomini, i suoi occhi che spogliavano altri uomini, il suo mondo che andava in delirio. Lei non lo aveva mai amato profondamente come nemmeno lo aveva fatto con altri. Più non pensava, più la vedeva sul divano, dopo la doccia, la sorprendeva leccare il gelato davanti alla tv, con i pop-corn in mezzo alle gambe, la solita tutina attillata e il top di seta scivoloso e trasparente, mentre parlava fra sè e sè e gustava il sapore della libertà. Con le mani lunghe lunghe ed affilate sospendeva i pop-corn tra le labbra ed il cuore…li rigirava come faceva con gli uomini e li inghiottiva interi leccandoli prima attorno. E lui si lasciava morire ancora un poco. Poi si girava. Sarebbe stata una questione di giorni. Avrebbe ripreso a viaggiare per lavoro, pranzare a casa per tirchieria, usare le scarpe vecchie e le camicie da pensionare. Avrebbe ripreso la vecchia routine fatta di umidità e mezzi pieni. Avrebbe vissuto la vita del fratello sposato e fatto da padre ai suoi figli. Sarebbe annegato nella totale indifferenza e ottusaggine del suo silenzio. Ma volle cambiare. Camilla ormai aveva troppo o forse le mancava troppo. Non lo ascoltò. Ormai odiava la sua sopportazione per FranK, gelidamente lo aveva escluso dai passaggi della sua vita, gli avrebbe fatto male e sarebbe divenuta un’ulteriore parentesi dolorosa. Era anoressica. E adorava esserlo. Vedeva il suo corpo divenire sempre più minuto e lo contemplava come fosse un oracolo. E godeva nel vedere le sue forme perfette che racchiudevano gli uomini in orgasmo. E più ne aveva e più godeva, più sentiva amore concretizzarsi. Più la malattia la lacerava. E tutto attorno bruciava del suo stesso amore. Frank impotente, di amore e di fatto, aveva deciso di partire, non come di consueto per viaggio, ma per svago. per sesso. Vedeva disfarsi tutto. E voleva contribuire anche lui. Lei lo aveva ferito. Profondamente. E lei era fuggita come una ladra di notte. E lui non riusciva a perdonarla. Ma se lo avesse fatto non sarebbe ahimè mutato nulla. Le pagine del fato si erano girate. Un nuovo inizio. Nato da una sconfitta.
Amore e dolore sono figli dello stesso destino.

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E ti ritrovi con i rami, senza più foglie
..E lui sorseggiava un tea, pensava al senso dell’esistenza. Fino al giorno precedente condivideva una famiglia, una casa, un progetto di vita comune.
Poi la vita ti cambia, tutto passa, ti trovi con i rami, senza foglie.. la vita ti coglie arido e triste. Ti suggerisce una ragione, e poi ti conforta.
Sembrava uno dei primi film di Ligabue, Radio Freccia: primo posto, prima fila, cinema Lara. Pop corn in mano, sguardo fisso. Voce in sottofondo che s’avverte, lungo il corridoio della mente, profonda e roca e scandisce i dettagli del senso delle cose..
Era tornato libero, libero di farsi amare, di lasciarsi amare. Di ripartire con il suo destino, fogli bianchi da scrivere e matite spuntate per nuovi temperini. Camilla lo aveva deluso, lasciato, tradito, sfinito, sospeso.
Lei voleva lasciarsi conquistare dai suoi uomini, vecchi e nuovi, mille volti capaci di farsi sorprendere, alternarsi, dividersi, farsi inebetire ed ammutolire. Era affascinante come le mattine miste di luce ed alba che ti prolungano lo sguardo fino al tramonto, si copriva il volto con bianca cipria ed ombretti oro, riempiva le gonfie labbra di lucido, sorrideva alla sorte e le faceva l’occhiolino. Amava prendersi in giro e farsi dannare. Stimolare la mente, suscitare ammirazione e godimento. Raccogliere consensi e un po’ anche eccedere, ma tutto fatto bene, con perfezione e gusto.
Con lui non lo sapeva fare. Frank non lo sentiva dentro. Non le parlava, non la scuoteva e lei ascoltava la propria voce che rifletteva l’eco nel suo animo, si eccitava, si conquistava da sola e il suo tono pastoso e dimesso arruffava i capelli e le sue unghie penetravano nella sua nudità. Era una bambola, dolce e delicata ed il suo profumo inebriava gli uomini.. erano ubriachi di lei, la cercavano, non rispondeva, aumentava il desiderio di possesso in chi la sorprendeva ritoccarsi il colletto della camicia o la sottoveste sotto la gonna. Lo aveva lasciato, il povero Frank. E si lasciava libera, di amare, di fare l’amore, di darsi all’amore. Lui si era spento. Aveva provato desiderio passione godimento furore istinto ed ora si sentiva come un ramo secco, libero di attendere il compiersi dell’inverno.. E lei si dava all’amore libero di sorprendere e rapire. Era sola, solo la puttana di se stessa.
“La costruzione di un amore non ripaga del dolore che te ne rimane”

Tanti io come il mio ego, pensieri sciolti nell’aria tutti da raccogliere
A volte la malinconia non ti tocca per mesi e poi ti sorprende. Tutto ad un tratto. E sei impreparata, non sai cosa dire, senti solo che ti appartiene, non puoi reagire, non hai difese..non capisci il motivo ma vedi un bicchiere mezzo vuoto.
Dovrebbero inventare un vaccino, che annulli l’effetto dell’insofferenza. E scongeli l’allegria passeggera in tanti grappoli di effimera durata.
Devi chiederti: c’è motivo? Forse il cane che non vuole uscire, il lavoro ripetitivo, l’amico sposato che ti vuole, la famiglia che sospetta, il cuore in stand by, le ferite accese e riaperte. Non ti devi preoccupare, basta sospendere tutto, staccare la spina, andare avanti. Credere in qualcosa. Perciò mi sono trasferita, ho accettato il compromesso di una lavastoviglie mancante, di un frigo vuoto, di un vuoto d‘amore. Il prezzo è lo stesso, questione di togliere e mettere. nel posto giusto.
Sono uno spirito legato all’arte e sto morendo. Forse in queste poche parole risiede l’essenza di tutta la mia materialità. Non amo il cinguettio degli uccelli la mattina come gli spiriti liberi, non amo riporre le mie membra in meditazione nella foresta. Voglio esprimere sensazioni, regalare emozioni, coinvolgere, assillare, toccare conquistare. Rivendicare l’arte del sonno della meditazione della sensazione della contemplazione della creazione.
Sta di fatto che sono malinconica. Mi mancano punti di riferimento. Capita forse quando se ne hanno troppi accessori e sono deboli, fragili e talvolta assenti. Certi giorni li allontani volutamente, altri giorni li dimentichi, spesso li trattieni.
Vorrei trovare il tempo per vedere un dipinto del 500 concretizzarsi a nuovo sotto i miei occhi, sbocciare come la primavera, sfumare i caldi colori che trasportano il senso dell’antichità, una sorta di Kalos disciolto in sapienti essenze trascinate dai pennelli, tinte avorio, rosso rubino, giallo ocra speziato, blu cupo tramontanino.
L’arte emana il suo senso nella profondità del sentimento e nell’accuratezza del particolare in movimento. Basterebbe solo imprimere con un carboncino le note scure di questa malinconia per dissolvere la sua profondità anacronistica ed imprimerla in un istante del tempo per imprigionarla e disgiungerla dalla mio io di calamita. In modo che sia riconoscibile ad altri la sua natura e simile conosca simile riconoscendosi fratello amico compagno. Non vi è tempo per pensare creare sorprendere. Ora solo per correre e morire. Nella vacquità delle nostre creazioni. Passaggi intermedi verso il contatto con l’infinito.
Stavo dunque percorrendo questi sentieri, intensamente raffrontavo la mia vita alle scure macchie degli innumerevoli residui lasciati sulle tazzine di caffè..sorseggiate in tutte quelle mattine in cui il tempo confonde la tua voce nell’eco del silenzio...e pensi.pensi.pensi. Capita spesso.
Sono spesso malinconica. Per questo scrivo suggerendo al mio animo un calmante al mandarino intarsiato di note architettoniche sfocate..Ahimè a volte la memoria ti abbandona e resta forte il gusto del ricordo, sopravvivere nel tempo.
Lasciamoci vincere dall’arte e combattiamo per essa. E‘ il prolungamento dell’immagine immortale che l’esistenza tramanda..

Autobiografia di sogni nascosti dentro i bicchieri di vodka
Il giorno trascinava lento il passo ed io portavo impressa in me l’immagine dell’alba che aveva sorpreso il mio risveglio. Strisciava nella memoria accendendo i suoi colori pastello e fuoco e collegando le sue forme agli arcobaleni della vita.
Mi piace regalare queste emozioni pensavo, adoro aver aggiunto sorrisi della gente al mio.
Avevo ricevuto una mail di un amico, che mi ricordava come il mio bicchiere mezzo vuoto fosse anche mezzo pieno. Ludovico era entrato nella mia vita da qualche settimana. Era stata un’immagine ingombrante che si era imposta con tutto il suo passato, una sera in discoteca come tante. Era insofferente, instabile, eccessivo, egocentrico. Quanti aggettivi servirebbero per descrivere una personalità così complessa.. Mi aveva gettato addosso in un colpo solo tutto lo stress della sua vita, le avventure gli amori le lotte l’onore.
Poco prima avrei voluto esser in lui, poco dopo mi ritrovavo a compatirlo ed oggi, intravvedono in me, in noi, in tutto ciò, uno spiraglio di vero lucido coerente scontato Amore. Così dicono, così credo sia.
Tossisco e svuoto anche io l’insofferenza che mi perseguita. Ricaccio i vuoti. I bicchieri del bancone affiancati riflettono i sogni affogati dall’alcool. Vorrei riprenderli mentre volano, acchiappare emozioni passeggere, scoprire pieni nascosti e vuoti evidenti.. Ma tutto passa.
Ebbene dicevo, stavo messaggiando con Ludovico ed il cuore mi batteva, era un giorno speciale. Aveva deciso di smettere di prendere tranquillanti: era un’ossessione, un obbligo, un vanto, un quid passeggero, insistente, ripetitivo, assillante. Era simbolo del suo amore per me, un sigillo del mio amore per lui. Stavamo in silenzio, occhi negli occhi. Andavamo abbracciati per le strade di notte, non riusciva a dormire ed io, io avrei dormito volentieri anche per lui ma stavo sveglia e mi stringevo al mio senso di appartenenza a lui. Avevo le palpebre rigonfie, avrei potuto appoggiarvi sopra una vasetto di fiori, rose rosa come quelle che ricevetti accompagnate dal biglietto “La classe è racchiusa nel pensiero che t’avvolge, nei gesti, nel sapore che emani, nell’emozione che mi suscita il guardarti. Perciò ti amo. E sono rinato, come un fiore per te”.
Ripensavo a tutti i bicchieri vuoti che aveva lasciato nella sua vita, al vuoto di una moglie, di una famiglia, di un cuore solitario, di un bimbo abortito. E ripetevo chiedendogli.. “Scusa, il bicchiere mezzo vuoto di vodka e sogni infranti perché ora riflette il mio viso?”
Oggi scrive: il tuo amore mi ha salvato, si è preso le mie catene, ha avvolto la mia prigione, diventando silenzio meditazione pienezza vita vera. IO oggi Amo.
Anche se ora. I bicchieri imperversano troppo nella mia vita e c’è posto solo per un silenzio. quello di un bacio rubato all’infinito mistero…

Comporre i passi dell’inutilità
“Poeta ipse in vincola coniectum et reiectum
Semper sperat “

A volte mi piacerebbe comunicare a tutti che l’amore vince sempre, scriverlo a caratteri cubitali e sigillarlo nel cuore di tutti come un assioma.
Non fu il caso di questa storia; non ancora terminata, ma troppo lunga per condurre a qualcosa di positivo.. Dicono che la speranza sia l’ultima a morire.. Il mio cuore non è già morto; però, ansima. Da mesi. Da quando sono tornata dall’Isola Mauritius si è riempito di parole di silicone e gonfiori da gel fish.. Ho vissuto fino a ieri imbottita di ingenuità e colori, sorrisi e delusioni. Ho accettato un lavoro normale e faticato per mantenerlo, creduto in una vita di sacrifici, sperato di morire prestissimo per evitare di vivere oppure il più tardi possibile per poter finire di vivere.
Ebbene, quella vacanza mi ha lasciato un’immagine di albe annuvolate con strascichi infiniti.. campi da golf verdeggianti e pianure rigogliose, anfratti segreti ed incontri improvvisati. Sono stata come un evaso rilasciato per riduzione della pena… Se la pena è amore…sarei dovuta restare tra le sbarre all’infinito, perché eterno è il mio desiderio di amare, riempirmi di pieni, aver la sensazione di perdere tutti i vuoti o di riempirli.
Osservavo le punte dei windsurf tra le onde frastagliate del reef..sprezzanti del pericolo condotte da crociati in cerca di vittorie e pensavo, questo sport è come l’amore…se c’è vento spira e porta lontano, cresce dentro e soddisfa interamente. Da grande lo farò oppure, al massimo, sposerò un windsurfer.
Poi si cresce e si muore un poco, la verità che si svela poi si rivela e ci lascia persi e più adulti.
Mentre ascolto il ritmo del lavoro che assale ed imperversa questo ufficio, dirompe il mio annusare attimi di silenzi stranieri che reimpastano l’esperienza mauriziana.. Stavo, assorta di fronte all’ondeggiare dell’acqua nella piscina…uragani all’orizzonte e temporali sopra il cielo.. rieccheggiava con il ricordo la tua sagoma fra il confine di cielo e terra. Ti avevo idealizzato ed avevo scritto il tuo nome nel mio cuore. Certe sensazioni Dio le scrive nel libro della nostra vita. E da lì non cessano di vivere e tessono in noi il prolungamento dei desideri..
Restavo a contemplare i riflessi tondeggianti di queste sensazioni mentre scie di aerei pennellavano le stagioni del cielo. Due anni prima ero con te. Ed ora mi trovavo a cercare di dimenticarti e di chiudere con il lucchetto per sempre Amore. Amor ci sorprese, Amore che fu.
…………..Le belle storie se finiscono male, è meglio lasciarle sospese. Ai posteri l’ardua sentenza.

I passi segreti
Herbert continuava a lamentarsi della sua compagna, a lasciarla sola il giorno di Natale mentre fuori dalla finestra scorrevano immagini di luci, abbracci e regali. Continuava a preferire gli amici e lo svago individuale, a rigettare le sue mail, a credere nel proprio infantilismo e ad autocommiserarsi. E passavano gli anni. E continuava con lei, a farsi morire.
Natale 2003: leggeva Il lupo della steppa e Il ritratto di Oscar Wilde. Credeva nei segreti tramandati sui libri e nelle parole suggerite dai vecchi saggi. Poteva redimersi e liberarsi. Bastava ripartire da se stesso, capirsi, cercare nel suo desiderio di libertà la chiave del rispetto. La gente oggi noncurante dell’amore, crede nell’ostentazione e nell’apparenza, vuole accasarsi e far crescere i propri figli da altri sconosciuti, proprio come loro. Ipse gnoscit se ipse semel facta est voluptas existentiae. Suo nonno ripeteva, una volta si ascoltava prima di parlare, si credeva nelle piccole cose, si lottava per la famiglia. Ci si alzava presto e si sperava di aver tempo per riscattare la giornata con un attimo di silenzio, un’offerta a dio, un cero in chiesa, una carezza, un pezzo di pane condiviso. Una volta si conosceva la povertà materiale, ora si possiede quella morale.
Herbert si lavava il viso al mattino, sperando di cancellare con un gesto le macchiette del giorno precedente: ma ogni volta ricadeva dentro, sprofondava in un'altra voragine identica e forse più grossa ed era come la continuazione del primitivo brutto sogno.
Sorprendeva Merlina ad aspettarlo sul sagrato ed a gridare “ciò che dio unisce nessuno divida” ma era un ombra, in una splendida giornata che colorava gli occhi del tempo tra il rosa di una tenue alba ed il rosso di un canuto tramonto.
E scorgeva le parole sagge di chi ripeteva come un eco lontano “credere è anche un poco morire nella convinzione che tutto sia predefinito, devi ascoltare il tuo inconscio e capire cosa ti suggerisce”
Natale 2003: lo passo’ con le mani fredde in quelle della sua donna, allungando lo sguardo oltre il limite immediato della sua aura ed immaginando prolungamenti che lo congiungessero ad una sorta di palingenesi continua. Era troppo debole ed indifferente per liberarsi dalle sue certezze e dai suoi riferimenti. Li cercò e si annullò in essi. Due mesi e si sposò, con l’eco del nonno che lo perseguitava come un’animo in catene e ripeteva l’immagine delle notti calcate nell’alito forte della consorte, il suo abbraccio che cercava di racchiuderlo, l’animo soffocato dal senso forte di appartenenza alla piccola media borghesia. Ora che aveva una nuova famiglia, sognava di acquistare un auto comoda e lussuosa, di cospargersi di oli ed unguenti, rilassarsi per intere giornate in sauna e bagno turco, cercava di non pensare e vivere. Era un odontotecnico che esercitava la professione del dentista, vantava consigli e ostentava inutili ricchezze. E ripeteva citando Pascal “L’uomo è una canna che pensa inesorabile” e si specchiava, raffrontava la sua inutilità fatta di gesti e parole ripetute, si scopriva simile nella sua similarità. E si accecava di parole, mentre Merlina si stringeva nel suo senso di tutto, e pensava all’amore, che in sé cresceva di dolore nelle privazioni. Voleva un bacio, una carezza, una confidenza. Riceveva Natali rubati con le fredde mani di Herbert rannicchiate nelle sue tasche.
Pensava: Io amo per due e l’unità vive della sua stessa essenza ed intensità, ma si sentiva morire. Lei sì, doveva credere nella loro storia e così continuava, intrecciava uncinetti per riunire tutti i pezzi rammendati della loro vita.
Le cadde un giorno dalle mani quel centrino.. e scoprì che una parte si era dissolta.. Chiese ad Herbert come avesse fatto a sciogliersi così velocemente e lui giratosi, per la prima volta veramente, la guardò e colse in lei il senso dell’amore eterno che vive del suo stesso amore, che da sempre cercava per possederlo e rispose “il tuo sguardo puro e immortale cela l’inutilità che ti ho donato. Chiudimi nelle porte del tuo cuore e soffoca il mio desiderio di libertà.e vita. Affinché scelga amore e non commiserazione ed inganno”..

Racconti di Camilla Huge, alter ego di una personalità intrisa di contraddizioni ed istinti bestiali
Rannicchiata, in un angolo del letto, desiderava riporre i pensieri per un attimo, sperando di dimenticarsene. Riaprendo gli occhi, drammaticamente tutto ritornava alla memoria, come in un telefilm di Hally MC Beal, si sentiva sollevare e gettare nel cassone dei rifiuti.
Mai avuto stima di me stessa, ripeteva, sollevando lo sguardo verso la parete bianca; un destino ancora da definire ed un eterno silenzio fatto di passi da interpretare. La sua risposta è sempre stata la stessa, conoscere l’arte della felicità. Pur avendo identificato lo scopo della sua esistenza, mancavano al puzzle ancora molti incontri, molte sconfitte, una gran rassegnazione ed infine un profondo desiderio di sopravvivenza e amore.
Il maestro di tennis, un tale Juglescowich, materializzatosi in una di quelle avventure estive, improvvisate dopo un licenziamento repentino, sarebbe diventato un solido punto di riferimento. Aveva 60 anni lui, era giovane lei.
Era estate e Camilla Huge cercava di chiudere con l’anoressia. Partì per Londra.
Ogni giorno, la sveglia mattutina diventava il monito di una nuova battaglia contro il cibo e la compagnia del maestro che si allenava era un segno immortale e le sue parole scorrevano come manna su di lei.
Quel giorno il cielo inglese si era tinto di tonalità grigie avorio e le distese dei prati verdi sfumavano l’orizzonte.
A volte non sai in che direzione ti stai muovendo, ti basta spingere e seguire l’onda. Ed è quello che Camilla sperava, per non annegare. nell’indifferenza e nel pattume.
La resistenza, era una lotta contro le sensazioni del mondo, una rivendicazione del suo desiderio di vivere, di volersi bene. Sebbene il ragazzo l’avesse lasciata e la famiglia vivesse attimi di sfiducia e lotta congenita.
Ripeteva Camilla, Grazie maestro, con te scopro il colore profondo della giornate, il calore vero dei rapporti umani. Imparerò l’inglese, lo farò per te.
E scriverò una lettera, lunga come la distanza che separa l’America dall’Italia. Prima di morire. Mi ricorderò di chi ha pianto per me.
Furono le ultime parole che ascoltai. Prima che ripartisse per tornare nella sua patria, L’Italia.
Il maestro non si scompose e le ripetè “Ho fatto molti sacrifici nella mia vita, prima combattevo contro la fame in Romania, oggi contro la mafia a New York. Prima sognavo il successo, ora un tuo sorriso.


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