Racconti di Giona Piretti


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La Collina degli Indiani
Ci sono cose che quando hai 16 anni non è che le capisci al volo,
ci sono cose che quando hai 16 anni ti risucchiano e basta.
Avevo 16 anni e in una notte sola imparai a conoscere la paura...

Il portatile Crown gracchiava nella notte, note umide dei Pink Floyd,
i riflessi delle fiamme del falò nelle varie bottiglie di ceres seminate
attorno rischiaravano i nostri volti. Quella sera, prima di partire per il
prato, sulla collina degli indiani, avevamo concluso di esser a corto di
fumo, così facemmo il pieno di alcol.
I sacchi a pelo erano un tripudio di forasacchi e resti di ginestre, stesi
su pezzi di erba alternati a buche di talpa.
Cominciava a salire la nebbiolina bassa e densa dal sottobosco quando
sentimmo per la prima volta l'urlo.
Quando hai 16 anni e senti un suono del genere poi te lo sogni per sempre.
Era surreale, quindi non scattò in noi il tasto pericolo, ma il tasto
curiosità.
Restammo fermi in piatti respiri, scrutando l'oscurità intorno a noi, per un
tempo che mi sembrò fermo e immobile.
La mia presunzione e il mio pensare mi portarono a generare nel buio mostri
di ogni sorta, e compresi che era proprio quello lo stato d'animo che poteva
ridurre un uomo a vittima di se stesso, quando con il cuore coperto
dall'ansia, si fissa il vuoto, si prova vertigine, orrore e attrazione nello
stesso momento. Per lo stesso motivo ogni tanto , ancora oggi, ho paura a
fissare troppo il buco del lavandino.
Ecco, era come essere seduti sul bordo del buco del lavandino, e potevamo
sentire il gorgoglio impossibile e amplificato per mille di qualcosa di vivo
che c'era finito dentro.
Fu un istante, mentre finiva l'eco del secondo urlo, eravamo già a metà
collina con le gambe che cercavano di superare le teste, in una carambola
grigia di felpe, sacchi a pelo, stereo, bottiglie e sigarette, una valanga
adolescenziale che rocambolava verso il boschetto e la stradina che portava
alla quercia del diavolo.
Avete mai avuto il fiatone indossando il casco gironzolando su due ruote?
Ricordo che il suono del respiro mi rimbombava dentro la testa, e la vista
si appannava, vuoi per il buio, vuoi per la nebbia.
All'ingresso del boschetto venimmo investiti dal terzo urlo, che stavolta
non era per niente surreale. L'impatto che ebbe sui miei timpani incise su
di loro, un suono che tutt' oggi, a sentir qualcosa che lo ricordi, mi crea
un dolore alle orecchie.
Avanzammo scarichi di tutto, con le sole sigarette accese nelle mani a darci
conforto, perplessi, incuriositi, impauriti, ma, come burattini incapaci di
fermarci, di girare le spalle e andarcene.
Camminammo per cinque interminabili minuti nel boschetto, non sentimmo altre
urla,
e ormai eravamo avvolti nella nebbia fino alla vita, cosa che non ci
permetteva di vedere dove mettevamo i piedi.
Ci capitano nella vita situazioni rare, in cui, per quanto ci sentiamo
fautori del nostro destino, ci rendiamo conto che recitiamo una parte ben
stabilita, come se fossimo un pezzo di un puzzle che mentre prende forma ci
indica l'unico punto dove ci possiamo perfettamente incastrare. E ci
rendiamo conto di questo con il senno di poi, dopo aver fatto i famosi due
più due.
Anni dopo, ripensando a quella notte, capii che tutto era stato perfetto,
che tutto era andato come dove andare.
Non ricordo chi di noi tre inciampò per primo nella carcassa, lo shock fu
grande per la mia testolina di sedicenne.
La povera bestiola sembrava una scultura, perfetta per quello che doveva
comunicare al mondo, e a noi, come se fosse stata fatta da un sensibilissimo
studioso della psiche umana che voleva rappresentare tutta la malvagità, la
perfidia, la cattiveria, l'odio, Il disprezzo, l'ira capace della nostra
razza.
Nei molti film fanta-horror prodotti negli ultimi 20 anni e nei libri di
storia avevo potuto vedere e conoscere una vasta gamma di psicosi umane,
mostri di ogni genere, deformazioni, alterazioni genetiche, trasformazioni
bestiali, ma trovarmi di fronte alla nuda e cruda realtà di un corpo
martoriato, di colpo ha reso, nella mia testa, eventi lontani e surreali
come guerre, torture, stermini di massa , reali come mai prima. Dentro di me
cercai quel lato oscuro a cui aggrapparmi, quella parte di noi che riesce a
renderci indifferenti e insensibili al dolore, alla morte, alla paura, come
quando capita di farci un taglio profondo nella pelle, e come se niente
fosse riusciamo a non sentir dolore e a fare quello che dobbiamo fare, come
la donna che partorisce, ma quella notte non ci riuscii, non ci riuscì
nessuno di noi, piangemmo avviliti tutti e tre , come bambini.
Non tornammo a casa, restammo là, in una sorta di veglia funebre, a cercare
di digerire il dolore, di accettare la realtà, e con le prime luci del
mattino, decidemmo di fare un fuoco e di bruciare i resti.
Il cane era di un nostro amico, era sparito quel pomeriggio.
Quando lo trovammo noi era un oggetto inanimato che aveva subito vari tipi
di sevizie,
qualcosa aveva sciolto il muso, qualcosa aveva inciso le caviglie, qualcosa
aveva tagliato via stomaco e altro, qualcosa aveva strappato ossa, qualcosa
aveva contorto il tutto come per strizzare uno straccio. Qualcosa..per mano
di Qualcuno.
Di colpo, la natura amica, i prati, i boschi, intorno le nostre case, non
erano più il paradisiaco parco giochi, ma posti di cui aver timore..e le
persone, cose di cui non fidarsi.
Nei giorni successivi maturò in noi una rabbia pericolosa, nasceva la voglia
di vendetta.
Nelle notti successive facemmo ronde e appostamenti, armati fino ai denti,
mazze, coltelli, sciabole, scudi, di tutto.
Ogni tanto vedevamo passare i fari della macchina di mio fratello, che
scosso dal nostro racconto, si faceva un giro anche lui quando non aveva
altro da fare.
Il quinto giorno da quella notte, sparì un altro cane. Il cane di uno di noi
tre.
Disperati battemmo palmo a palmo tutto il consorzio privato, ci spingemmo
fuori dai suoi confini, arrivammo anche al borgo del Vivaro e perlustrammo
le pendici dei Colli delle Faete, ma non trovammo il cane, fino al giorno
dopo.
La telefonata fu strana, sentii una voce tremula che mi disse: è qui.
Capii subito e corsi dal mio amico, lo trovai ai bordi del suo giardino,
inginocchiato in modo strano, sembrava caduto da un albero, con le braccia
abbandonate dietro La schiena, mi ricordava la posa di un cavaliere
sconfitto in battaglia.
Piangeva, in silenzio, goccioloni salati che scorrevano sulle guance, e io
non potei fare a meno di imitarlo. Davanti a noi un nuovo e assurdo orrore.
Il cane era stato crocifisso. il rituale completo.

Una cosa che ci colpì nel profondo fu la reazione degli adulti in questa
vicenda, che di fronte a noi ragazzi trattarono l'evento come se fosse una
cosa che capita tutti i giorni e del tutto normale. Lo stesso atteggiamento
che ebbero le forze dell'ordine.
E la voglia di vendetta e il rancore dilagarano nelle nostre menti.
Quella notte girammo per i prati , vestiti come dei ninja, con il desiderio
e la speranza di scorgere "qualcuno" nell'oscurità.
Non incontrammo altro che i soliti rapaci notturni, i due splendidi
barbagianni abitanti della torretta dell'acea, e qualche gufetto.
Ricordo i risvegli assurdi di quelle mattine, era come emergere lentamente
dall'acqua melmosa di uno stagno putrescente, il lento riacquistare la
vista, il metter a fuoco la mia cameretta, il letto, me stesso. Facevo
fatica a guardare negli occhi i miei familiari, e non riuscivo a guardarmi
nello specchio, provavo un senso di vergogna e repulsione per quel che ero,
un uomo, un essere capace di "qualcosa" di orribile.

In quelle settimane smisi di mangiare carne, e passavo la giornata in
compagnia dei miei amici a quattro zampe, con il terrore che di lì a poco
qualcosa me li avrebbe portati via.
E attendevo con ansia la notte, per soddisfare la mia voglia di vendetta,
trasformarmi in giustiziere con i miei amici, andare a mia volta a caccia,
di uomini.
Nei giorni successivi si sparse la voce in tutto la zona del parco dei
castelli romani, effettivamente qualcosa di strano stava accadendo. Alla
caserma dei carabinieri di competenza arrivarono decine di denuncie di
sparizioni di animali domestici e di allevamento. Stessa situazione alla
Guardia Forestale.
Noi tre collezionavamo in una parte del bosco i resti animali che trovavamo
nelle ronde notturne. Qualsiasi cosa fosse, ora era diventata attenta a non
far rumore, a non far urlare.
Resti ridicoli,così li chiamavamo, avevamo maturato una sorta di
schizofrenia per cui i resti che trovavamo ci sembravano pezzi di effetti
speciali da cinema, trucchi ben congeniati, come la testa del cavallo, messa
sul prato, precisa come se il resto del corpo fosse sepolto sotto l'erba,
invece era solo la testa, recisa, o le mandibole delle pecore montate a
formare una sorta di madonnina, con tanto di bagioletto, ai piedi di una
delle fontane che mai avevano funzionato, o il costato della mucca
leggermente aperto e poggiato su quattro pietre, con due femori poggiati
sopra, a simulare una sorta di xilofono preistorico.
Facemmo foto a tutti i resti ritrovati, anche a tutte quelle povere bestiole
che trovavamo morte lungo i sentieri, di solito pecore, con i corpi gonfi a
dismisura come se fossero affogate, ma erano morte sulla terra ferma , per
mano di qualcosa di molto rapido e sconosciuto. Non c'erano segni di taglio
o di spari, tanto da farci pensare ad un veleno o ad un virus. Chiamammo il
veterinario del C.O.N.I., venne una mattina e lo aiutammo a caricare sulla
sua campagnola alcune carcasse avvolte con delle coperte. E restammo poi in
attesa di un suo responso.
Cosa che arrivò pochi giorni dopo, nel referto si leggeva anche:
...l'interno delle parti molli come lo stomaco, l'intestino, il fegato,
reni, cuore, polmone risultano stritolati in più punti, i tessuti esterni
risultano gonfi di liquidi, il sangue è pochissimo e quel che ne resta è
stato solidificato da una fonte di calore, dalla sua analisi non emerge
nessun tipo di intossicazione ne tracce di virus, nessuna traccia di veleno.
Il veterinario ha poi spedito tutto all' ufficio U.S.L.competente , che
avrebbe avviato ulteriori indagini.
A questo punto una sorta di sottile follia annebbio' la mia testa, avevamo
passato il confine, molto labile, tra quello che si può vedere e quello che
si può sostenere.
La mia immaginazione ormai aveva partorito epiloghi di ogni tipo.
Ma nessuno di questi si rivelò quello giusto.
Così mi trovai completamente impreparato a vivere gli eventi successivi.
Sulle pagine della cronaca locale dei quotidiani si leggevano notizie da
riviste di serie z, come avvistamenti di u.f.o., avvistamenti di animali
tipo yeti, il ritorno di un branco di lupi, e altre assurdità.
La notte di San Rocco, mentre eravamo di ronda, la nostra attenzione fu
catturata da un gioco di fuochi di artificio sparati da Rocca Priora, e
mentre guardavamo le esplosioni colorate nel cielo, vedemmo la sagoma di un
elicottero molto grande che si accingeva ad atterrare sulla cima di un monte
a sud, cima non molto alta e isolata affacciata sui Pratoni. Incuriositi ci
incamminammo verso il confine del consorzio per vedere meglio cosa stava
succedendo, e arrivati alla recinzione, a circa trecento metri dalla strada
principale che portava alla via sotto il monte in questione, venimmo
investiti per pochi secondi da fasci di luce di proiettori molto potenti,
che scrutavano tutta la zona a 360 gradi, e poi risalivano il fianco del
monte fino ad arrivare in cima. Grazie a questi potemmo vedere la sagoma
dell'elicottero ormai ferma sulla cima, e i molti automezzi dell'esercito
disseminati lungo tutta la base del monte e altri che avevano chiuso la
viabilità sulla strade. Scorgemmo un pullulare di soldati disseminati sui
prati, che si accingevano a risalire il monte. Noi ci accucciammo dietro i
cespugli di ginepro e ci chiedevamo cosa diavolo stessero facendo. Forse una
esercitazione, ma era la prima volta che succedeva. Comunque finì tutto nel
giro di mezz'ora, i soldati arrivarono in cima, si spensero i proiettori, e
come erano arrivati, altrettanto velocemente se ne andarono.
Lasciammo passare una altra mezz'ora, e poi partimmo anche noi per la
conquista della cima del monte. Arrivati alla sua base notammo i vari nastri
gialli e rossi che avevano teso i militari per delimitare la zona, e su di
essi a circa ogni dieci metri, c'era una scritta DANGER-PERICOLO-NON
OLTREPASSARE, e così facemmo.
Tornammo al consorzio congetturando sull'accaduto, e nessuno di noi riuscì a
dormire neanche quella notte.
La mattina dopo andammo all'osservatorio del Vivaro, a chiedere se avevano
registrato eventi particolari, ma la vicedirettrice ci disse che era tutto
normale, comprese le piccole scosse telluriche caratteristiche della zona.
In giornata sarebbero arrivati altri nostri coetanei da Roma, a riempire le
seconde case di villeggiature del consorzio, e una di loro avrebbe dato una
festa di compleanno, cosa che da una parte ci infastidiva perché avrebbe
distolto dalle ronde, ma dall'altra parte avevamo proprio bisogno di evadere
da tutta questa asurda situazione.
La festa non andò proprio come previsto, molti dei nostri pseudo amici
avevano notato qualcosa di strano in noi tre, una di loro ci disse che
avevamo gli occhi tristi, persi.
Provammo ad anestetizzarci con l'alcol, a stordirci con l'hascis, ma non ci
riuscimmo, nelle nostre menti rivivevamo gli eventi dei giorni scorsi, e non
avevamo intenzione di parlarne con gli altri, per paura di esser presi per
matti.
Così, a festa quasi finita, ci congedammo e andammo ad indossare l'ormai
tenuta tattica , e sparimmo come ombre nel buio della notte.
Ormai era come una droga per noi, non potevamo farne a meno, fiumi di
adrenalina ci scorrevano nelle vene, ad ogni rumore sobbalzavamo pronti a
tutto, i nervi tesi, gli occhi sgranati, i denti serrati.
Avevamo anche smesso di fumare durante le ronde, per renderci meno visibili,
e questo faceva aumentare il nostro nervosismo.
Camminavamo affiancati, i nostri aliti a precederci, lentamente, avvolti nel
buio umido, lasciandoci alle spalle l'eco del falò. Era come entrare in
un'altra dimensione, scoprii anni dopo che la sensazione era simile a quella
che provava un attore al momento di salire sul palco del teatro. Di nuovo
quella similitudine con un burattino. Mi sono spesso chiesto chi o cosa
quella notte mosse tutti i fili.
Avanti a noi si stagliava la collina degli indiani e mentre l'aggiravamo,
uno di noi fece cenno agli altri di fermarsi, restai fermo e teso a scrutare
l'oscurità, e quando ripresi a respirare sentii qualcosa muoversi alle
nostre spalle. L'inseguimento fu l'inizio del mio distacco mentale, del mio
dissociarmi tra coscienza e realtà vissuta, tra pensiero e atto fisico. Il
mio corpo fece cose che non credevo possibili, mai più mi è capitato nella
vita di correre a quella velocità, con il controllo totale di ogni muscolo,
e di tutto quello che scorreva intorno.
Non sentivo i rovi strapparmi la pelle, i rami graffiarmi il viso, non
sentivo l'aria entrare e uscire dai polmoni, il cuore sbattere nel costato.
Le due figure che mi correvano vicino sembravano sfumature del paesaggio, le
uniche cose vere erano il rumore, tutto quel rumore che esplodeva nel
silenzio notturno del bosco, rumore di foglie e rami secchi schiacciati,
fruscii di foglie e rami spazzati avanti e indietro, battiti di ali di
uccelli notturni e l'odore, l'odore dell'erba umida, dei mucchi di aghi di
pino che maceravano a terra, del muschio, dei funghi marci, degli alberi,
delle ginestre, che risvegliano il senso atavico della caccia primitiva, e
quel lamento, quel lamento improbabile, che ci faceva da bussola. Era
iniziato subito, insieme alla corsa, lo seguivamo disperatamente, come
fosse l'ultima cosa che avremmo fatto.
Ormai volavamo attraverso il bosco, il rumore creato dal nostro passaggio
aveva svegliato tutti i cani del consorzio, che latravano a più non posso.
Una forma, finalmente vedevo qualcosa , percepivo una sagoma, una decina di
metri davanti a me, che zigzagava tra gli alberi e i cespugli. Un rovo più
tenace aggrappato ad una gamba mi fermò per pochi attimi, e credo che tutto
poi sia dipeso da questi. I miei amici erano ormai arrivati a pochi passi
dalla sagoma, e li vidi spinti indietro per parecchi metri dalla stessa ,
dopo che essa si era fermata di botto ad attenderli. Non avevo mai giocato a
guardie e ladri, e non avevo mai partecipato ad una battuta di caccia,
eppure mi trovai a fare la manovra adatta alla situazione, avevo aggirato le
tre figure, e dal lato destro mi ero scagliato sulla sagoma un istante dopo
il suo attacco ai miei amici.
Non potrei raccontarvi quello che successe dopo, se non me lo avessero prima
raccontato a me, perché di quei minuti io non avevo memoria, e a dirla
tutta, non credo di esserci stato, nel mio corpo. Penso che ci sia un
confine oltre il quale la nostra anima,il nostro spirito, o la nostra
coscienza vada a rifugiarsi, per non vivere un evento così sconvolgente, che
probabilmente renderebbe folli. O forse folli lo siamo tutti e la normalità
è il puro istinto. Ancora me lo sto chiedendo. E' l'enigma della mia vita,
che mi ha portato a studiare i comportamenti dei serial killer, a
interessarmi di tutti i casi di schizofrenia violenta, i casi di personalità
multipla, di personalità borderline ect.ect.
E lo sto ancora studiando.
La sagoma mi venne tolta da sotto le mani, ridotta ne più ne meno come i
resti che avevamo collezionato nel bosco in quei giorni.
Avevo inciso, torto, strappato, rotto, spezzato, scavato..le dita e le mani
mi fecero male per mesi.
Nello stesso tempo avevo tenuto lontani i miei amici.. ...avevo perso i miei
amici.
La sagoma si chiamava Ptior Rumghiv, aveva 43 anni, aiutava un pastore con
le pecore di una allevamento in fondo al Parco dei Castelli, era arrivato a
Roma da Sarajevo, da dove era scappato perché accusato di crimini di guerra,
aveva sterminato sua moglie e le sue figlie, e tutta la famiglia di lei. Li
aveva invitati con la scusa di aiutarli a fuggire, una sera, a casa sua, e
con le sue mani fece a pezzi tutti.
La stessa fine che fece lui sotto le mie mani, guidate da Qualcosa, chissà
cosa.
Ho tutto il tempo per riuscire a scoprirlo, ho una vasta biblioteca e un
accesso ad internet, con cui continuare la mia ricerca, qui , in galera, per
tutta la vita.

La donna per me
A sei anni mi innamorai di Carla,
Bambina compagna di classe all'inizio, poi compagna di banco.
Il primo giorno di scuola, mi si mise a sedere in un banco di mezza fila,
accanto ad un bambino cicciottello e simpatico, Michele, che aveva le gambe
tanto storte.
La classe era numerosa, ma ben mista, eravamo 12 maschietti e 10 femminucce.
Tra queste, la prima che mi rivolse la parole, fu proprio Carla.
Tra le parole enfatiche e i gesti plateali della bella maestra Margherita e
i sguardi
Di Carla, si confondono i miei ricordi.
Nei giorni successivi la mia attenzione venne catturata totalmente
dall'apprendimento e nei momenti liberi, elaboravo sistemi di
corteggiamento.
La mattina, prima di andare a scuola, non mancavo mai di lavarmi i denti e
di profumarmi, insistevo tenacemente con mia madre per farmi stirare il
grembiule,
E prima di entrare a scuola, la obbligavo alla sosta dal fornaio, dove,
oltre a farmi comprare la pizzetta rossa, trafugavo di nascosto un
cioccolatino vicino alla cassa.
Cioccolatino-arma, che Carla trovava tutte le mattine sotto il suo banco,
con un piccolo pensiero scritto o un disegno a lei dedicato.
Durante le prime ricreazioni, studiavo cosa facevano le bambine, di
nascosto, mentre giocavo a "un due tre stella" o a pallone con i maschi.
Inconsapevolmente venni in possesso di un grande segreto: alle bambine
piaceva parlare, e quanto! Di tutto!
Così, ben presto, abbandonai i giochi prettamente maschili, e mi intromisi
nei discorsi delle bambine, e presto venni in possesso di una altro enorme
segreto:
Alle bambine piaceva essere ascoltate! E quanto!
Ed io prestai il mio orecchio ad ogni singola parole che usciva dalla bocca
di Carla,
Con occhi fissi nei suoi.
E per magia, dopo neanche un mese dall'inizio dalla mia avventura
scolastica, in una fresca mattina di Ottobre, l'ascoltavo mentre scartava
di gusto il suo cioccolatino, mi guardò in modo diverso, con un luccichio
negli occhi che non dimenticherò mai, e all'improvviso, di slancio , mi
baciò!
Ahhhhh!! Che sensazione sublime! Che soddisfazione!
Il giorno dopo eravamo compagni di banco, gli altri ci guardavano strano, ma
noi
Non facevamo loro caso.
La maestra, invece, notò tutto, e il suo viso sorrideva, senza farlo vedere.
Da quel giorno cambiai molto; con lei accanto mi sentivo come un dio, come
quando giocavo da solo nel mio giardino, padrone e signore di ogni cosa, con
indosso l'armatura invisibile che mi rendeva invincibile ed indistruttibile
a tutto.
Mai avevo provato questo in compagnia di altri bambini.
Seguivo le lezioni con ardore; ogni nuova espressione, ogni nuova nozione,
si incidevano indelebili nella mia memoria.
La maestra portava in classe, due volte a settimana, il mangiadischi, e
durante le ricreazioni di quei giorni, io e Carla ci lanciavamo a ballare, e
a me sembrava di volare. Gli altri bambini ci continuavano a guardare in
modo strano, ma divertito.
Venne il tempo delle recite, e la maestra non mancava mai di dare a noi due
il ruolo degli protagonisti delle tante storie d'amore di quelle con il
principe azzurro: Romeo e Giulietta, la bella addormentata, Biancaneve..
A natale addirittura Giuseppe e Maria..
Poi venne Carnevale, e lei arrivò vestita da Maria Antonietta, io da
Moschettiere.
Ci premiarono come la coppia più bella.
Nel momento di massima euforia, Carla mi baciò ancora, ed io l'abbracciai
stretta.
Ma lei si ritrasse, dolorante.
Le chiesi scusa, che non era stata mia intenzione farle male, lei rispose
che non ero stato io, che le faceva male la schiena.
Le chiesi cosa avesse, ma lei si rabbuiò, il suo splendido viso bianco latte
puntinato di lentiggini divenne prima rosso, poi si contrasse in una smorfia
che non avevo mai visto, si girò e si allontanò da me, per dirigersi verso
il bagno delle femmine, luogo a me interdetto.
Le corsi dietro chiamandola- Carla! Carla!- ma lei non si voltò e scomparve
dietro la porta.
Minuti interminabili ad aspettarla, poi, sconsolato , mi avvia verso la
nostra aula.
Non capivo.
A festa terminata, a scuola ormai quasi chiusa, con bidelli che ripulivano
l'atrio da festoni e coriandoli, ero sulla porta della classe, che la vidi
finalmente arrivare.
Aveva i segni sulle guance, di un pianto incessante.
Qualcosa dentro me fece un rumore strano, e un dolore mai provato prima mi
invase
Il petto. Grosse lacrime tentavano di uscire dai miei occhi, ma le repressi,
strinsi i denti, e cercai di sembrarle forte.
Mi passò accanto, e con gli occhi bassi, mi sussurrò - ciao.
La accompagnai al banco, dove si sedette sfinita, e io mi sedetti accanto a
lei, le presi la mano, ma lei non mi guardava.
Restai in silenzio, accanto a lei, aspettando che facesse o dicesse
qualcosa.
Passarono altri minuti, poi si scosse, mosse la testa, con la mano libera si
tirò indietro i capelli, e sbuffò con un soffio la frangetta. Tutto passato.
Si alzò, senza lasciare la mia mano, e ci diresse verso la finestra.
- sai, scusa, per prima, è che non posso parlartene, e mi fa tanto male..-
Carla! Stai male? Sei malata?
- no, non devi stare preoccupato per me, è una cosa di famiglia.ma passerà-
Carla! Ti prego dimmi cosa non và. Non posso vederti così.
-No! Ti ho detto che non posso e non scocciarmi più con questa storia!
Carla, va bene, se lo vuoi tu, ma ti prego, non allontanarmi..più.
-basta che mi lasci in pace e che non mi stringi..
Va bene, tutto quello che vuoi.
I giorni successivi, Carla smise di mangiare i cioccolatini, li metteva
nella cartella - per dopo - diceva, ma io non le credevo, non fidavo più di
lei, aveva messo un segreto tra noi. Smise poi di mangiare a pranzo, e anche
a merenda.
Carla, cosa hai? Perché non mangi più?
I suoi occhi erano diventati profondi e bui, il viso smagrito
- non ho fame, e lasciami un po' in pace.
Carla, perché non mi parli più come prima? Io ti ascolto, ti voglio bene,
posso aiutarti?
-No! Non puoi! E smettila di impicciarti!
Se andava sempre più spesso con le altre bambine, ed io cominciavo a sentire
i segni dell'abbandono.
Una mattina, mentre si toglieva il maglione di lana, le vidi un grosso
livido sul braccio.
Carla, che hai fatto là? Sei caduta?
A come vorrei non averglielo mai chiesto! Si girò verso di me con gli occhi
incendiati di rabbia, il viso viola, e dalla sua bocca uscirono tante parole
che non avevo neanche mai sentito. Mi ferì, mi ferì in tutti i modi
possibili, poi , come una furia, prese le mie cose e le sbatte sul banco più
lontano da lei.
Mi feci forza, uscii di classe, e andai in bagno, dove aprii i rubinetti
dell'acqua, per coprire il rumore del pianto disperato che feci.
Non capivo.
Durante le settimane successive, i compagni di classe mi guardavano strano,
e sentivo dire che forse avevo fatto qualcosa a Carla.
Questo mi fece smuovere dal dolore.
Decisi che avrei scoperto il suo segreto, e il perché del mio
allontanamento.
Nei pomeriggi, dopo la scuola, andavo di nascosto dietro la sua casa, a
spiare.

Il secondo anno di scuola iniziò, ed io non avevo cavato un ragno dal buco.
In apparenza ero un bambino comune, seguivo le lezioni, prendevo buoni voti,
m'impegnavo nel pallone, ma dentro, dentro di me era successo qualcosa, mi
ero scisso, recitavo una parte e al contempo ne vivevo un'altra.
C'avessi messo la vita intera, dovevo scoprire quel segreto.
Annotavo tutto, e ogni occasione era buona, per ascoltarla di nascosto.
Notai che nei discorsi che faceva con le altre, quando parlavano di
genitori, in particolare di padri, lei prima si intristiva e poi inventata
storie sul suo, e sapevo che erano storie, perché non era vero che l'avesse
mai portata al parco, o al circo, o a comprare le scarpe nuove, era stata
sempre la madre. In effetti la madre la portava fuori in ogni momento libero
che aveva.
Il padre , ferroviere, e non pilota d'aerei come lei diceva, tornava alle 17
dal lavoro e non usciva mai, neanche nel suo giardino, anzi , in giardino
andava, ma si chiudeva nel capanno degli attrezzi.

Iniziò il terzo anno, e io a Carla cominciavo ad amarla davvero.
Sapevo di ogni suo gesto, conoscevo il ritmo del suo cuore e del suo corpo.
E le leggevo nella mente ogni suo bisogno.
Ogni tanto si lasciava avvicinare, in tutto questo tempo, la scoprivo
qualche volta a guardarmi di nascosto, e accettava, di rado, i miei favori,
come un bicchiere di acqua in mensa, un dolcetto per merenda, il
raccoglierle la penna.
Non mi dilungherò a narrarvi delle mie notti insonni, degli incubi, delle
preoccupazioni, e di tutto il trascorso emotivo e drammatico che ho vissuto
cercando si scoprire cosa affliggesse Carla, perché questa è la sua storia ,
non la mia.
Ma, se non avete ucciso e sepolto il bambino che siete stati, dentro di voi,
sicuramente potete capire quel che in quegli anni io abbia vissuto.
Arrivò il quinto anno, e una notizia inaspettata stravolse tutti i miei
piani:
Mia madre mi comunicò che avremo cambiato casa, e purtroppo per me, anche
quartiere.
Il tempo mi era diventato prezioso, ne avevo fin troppo poco, per potermi
permettere il lusso di girovagare in bicicletta o di giocare a pallone o
altro.
Carla, Carla era il mio obiettivo, dovevo salvare Carla!
Il suo stato fisico era degenerato, come anche il suo carattere, ormai
rispondeva male a tutta la classe, era sempre disattenta , con lo sguardo
spesso perso in chissà cosa.
Avrei non so cosa dato per essere nella sua testa in quei momenti.
Giunsero gli esami, ed io, frustrato, dovetti comunque dedicare del tempo
allo studio.
Carla sembrava il fantasma di se stessa. Ed io avrei voluto tanto starle
accanto.
A due giorni dagli esami, mio padre iniziò il trasloco, di sorpresa -per
necessità - mi fu detto da lui.
Non ebbi nè tempo nè voglia di elaborare questo dramma in me.
Pensavo solo a Lei. L'ultimo giorno di scuola, la pregai di passare un po'
di tempo con me, nel pomeriggio. Lei accettò.
Andai a trovarla a casa sua, salutai la madre, e ci sistemammo nel giardino,
vicino la cuccia del suo cane.
Tante cose le dissi, le raccontai di tutto quello che avevo fatto, di come
avevo vissuto
questi ultimi anni la sua lontananza, di come si era trasformata.
All'inizio non voleva che continuassi, ma si sa, la curiosità è donna, è
questa è una altra cosa che imparai. L'espressione assurda che prese il suo
volto, un misto tra piacevole imbarazzo e amorevole rabbia, quando seppe del
mio spiarla, me la porto incisa nel cuore.
Infine scoppiò a piangere , silenziosamente, e mi carezzò il viso, con mani
mai state così gelide. Le presi la mano, e le dissi: Carla, il destino mi
allontana da te, dopo che anche tu lo hai fatto, il tempo è mio nemico, e
tutto è contro di me, ma non mollo, combatterò te, il destino il tempo e la
vita stessa, e cascasse il mondo, scoprirò chi o cosa ti ha fatto tutto
questo! Non ti lascerò mai sola, e un giorno ti porterò via da tutto questo,
da questo buio passato. Perché ti amo, ti ho sempre amato e sempre ti amerò!
Si alzò, e guardandomi fisso negli occhi, mi disse: ti odio!! Vattene!!
Vattene via e non tornare mai più!!!!
E mi cacciò dal suo giardino.

L'altra parte di me trovò non poche difficoltà ad inserirsi nel nuovo
contesto, ma l'altra aveva una missione da compiere, cosa che in qualche
modo mi ha dato la forza necessaria per affrontare ogni singolo giorno
davanti a me.
Alle medie Carla maturò, divenne bella come un cigno, io la potevo guardare
solo da lontano, ma notavo la snellezza, lo slancio del suo corpo, che si
andava tondeggiando nei fianchi e nel seno. Il suo viso lentamente
riacquisiva luminosità e pienezza, ma ancora ben lontano dalla sua passata
bellezza.
La seguii, nei sporadici appuntamenti con i ragazzi in giro per la zona e al
parco.
Ogni volta la vedevo sfuriare per un niente, la vedevo rovinare l'incanto, e
ferire il malcapitato di turno con mille improperi, per poi tornarne da sola
e di corsa a casa, beh, proprio sola no, c'ero io, a debita distanza.
Carla superò gli esami di 3à media, e durante l'estate che venne, la potei
seguire con molta attenzione.
Ero diventato un segugio, e mi ero attrezzato.
Una sera , come tante, di normale quotidianità, sentii una animata
discussione provenire dalla finestra aperta della cucina, il tutto era
iniziato per il gelato.
Mi avvicinai il più possibile al muro, e sentii il padre rimproverarla
brutalmente per come mangiava il suo gelato.
Carla piangeva e strillava di essere stanca.
La madre provò a prendere le sue difese, e la situazione precipitò, volarono
oggetti, che s'infransero nella cucina, mobili si spostarono, e le grida
divennero urla.
Poi, non so come, il mio cervello registrò una parola: fratello.
Fratello? Fratello? E da dove mai è spuntata questa parola? In tanti anni di
appostamenti mai sentito dire : tuo fratello. E neanche mai visto.
Fratello?
Fratello.
Il pianto disperato di Carla mi distolse da quel pensiero, avevo una voglia
enorme di entrare in casa fracassando la sua porta e poi tutto ciò che si
fosse opposto tra me e lei, il corpo vibrava e mi chiedeva azione in
continuo.
Finalmente qualcosa si spense dentro di me, non so di preciso cosa, resta il
fatto che questo permise al mio corpo di agire.
Mentre le acque si calmavano all'interno della casa, io passai lentamente
dal giardino, restai per una decina di minuti a calmare il cane, che ormai
mi conosceva più di Carla stessa, ed entrai poi, per la prima volta nel
portone.
Avevo notato una minuscola finestra di 20 centimetri all'altezza del suolo,
da fuori, avevo anche sbirciato ma il vetro, spesso e scuro, non lasciava
vedere nulla, e questo tanto tempo prima. Cosi , quando vidi la piccola
porta socchiusa, infondo a una scaletta, di 15-16 gradini, nascosta nel
sottoscala stesso, restai molto sorpreso.
E a sentire lo strano lamento che ne proveniva, mi si gelò il sangue nelle
vene.
Poi Carla venne in mio aiuto, il pensiero stesso di lei in pericolo, mi
smosse.
Avanzai di soppiatto, cautamente, scesi un gradino alla volta,
silenziosamente, e scivolai delicatamente dietro la porta.
Ora, io so già quel che sto per raccontarvi, e in poche righe l'epilogo di
questa storia si svolgerà ai vostri occhi. Il problema per me, adesso, non
sono le parole o il loro senso, ma tutto quello che sottendono, il loro
trascorso e il trascorso di Carla.
Tralasciando ciò che sento e quel che ho vissuto, qui si narra di qualcosa
che è accaduto, e che purtroppo spesso accade, anche nelle migliori delle
case.
Case di cui si conoscon le facciate, abitate da persone dall'apparenza
oneste, che hanno fede e frequentan chiese, che prendon voti e generano
figli.
Confido nelle vostre menti e spero che dopo questo, la mia amata Carla entri
nei vostri cuori.

Dietro la porta, un locale umido, illuminato da una piccola about-jour, la
flebile luce emessa illuminava pareti di verde ammuffito, il riflesso di un
rubinetto nel muro, con un secchio blu sotto, una sedia di legno marrone
malmessa, nella poca aria l'odore di sapone allo zolfo e varecchina, dalla
parete destra emergeva a metà altezza un grosso anello di metallo, da cui
pendeva una lunga catena, che finiva al braccio di qualcosa che di umano
aveva ben poco, steso su di un lurido materasso. Sopra di questo abominio
della natura, singhiozzando e piangendo in silenzio, c'era Carla, che con
delicatezza tentava di pulire quell'essere immondo che era suo fratello.
-Dedicato a tutte le Carla del mondo-

Incessante....Impassibile....
.........Sogno
.....e il risveglio è sempre fittizio......
credo di aver aperto gli occhi... mi sublimo a pensare...
di aver trovato nuove chiavi di lettura....
invece sono ancora dentro... e il GIOCO instabile continua...
-ehi! sei borderline...... ehi! sei un tipo speciale! .... ehi! sei
arteficie del tuo fascino...
EHI???? quello che vedi... non sono io.... io sono come te........
terapia di gruppo nella rete..... leggendo blog ... attento! quel che è vero
non è scritto..... osserva tra i pixel.....
legami di sterili convenzioni tentano di ancorarmi a questa realtà...
coerenza e doveri imbrigliano il mio spirito.... che scalpita!
-No!.... non te lo do...l'anello, no!
Architetto di me stesso, spigolo la mia anima, perchè non sono perfetto....
e nel mio sogno mi risveglio.... alato e leggero.... con un dono tra le mani
per l'umanità..
me stesso.....
Sarebbe facile vivere da Elfo... fin troppo.... ma la guerra è qua, ora. E'
dentro e fuori di me... sto affilando le armi....e taglio vetri.
Il mio antico maniero cade a pezzi... solo raggi di Luna a tenerlo
insieme.... e la bellezza decadente pervade ogni pezzo...di effimera realtà.
Il mio cuore è fermo, la mia mano calda, il mio sguardo infinito.....
Mi risveglio nel sogno..... quattro Lune in cielo a ricordare....giocano a
carte... e il paesaggio è una texture di lampi... di fondo rumori.....
-Ehi! Pierrot!! sveglia! basta sognare la Luna!!
Incessante sogno....mi sveglio in esso.... sono di piombo e argento...
cavaliere in battaglia...odore di ferro e sangue ....sapore di ruggine in
gola... le ferite aperte...gocciano in terra...dove formano macchie che si
animano.....
-Ehi! hai spento la luce! questo è il lato scuro della Luna! Sveglia!!!
Accanto a me mia sorella.... fredda...IMPASSIBILE......con artri putridi mi
cinge le spalle... di roccia la sua pelle.... gelo è il nome del suo
corpo... in ogni atomo... nel sogno ti amo.... senza te, lo sai, non avrebbe
senso.... il conflitto eterno tra me e te è lava incandescente che mi fonde
la mente.....il tuo apparire così fredda... di vetro...
e il calore immenso che mi infondi ogni attimo.... contrasto universale...
nel sogno ti ritrovo....sorella morte......nel sogno sono destino....tuo
fratello.
E continua il mio incedere...incessante.... impassibile.... nel deserto
siderale ... leggendo il libro che ad ogni mio passo si scrive....
...mai sveglio dal sogno.

Sedici Anni
Hai 16 anni,
ore 6,45
ti svegli prima del suono della sveglia,
fremi nei vestiti, sei emozionato!
Prendi lo zaino, i guanti, il casco
E ti scapicolli per le scale salutando i tuoi cani,
fuori il sole tenta di attraversare le nuvole,
apri il garage, e lei e' la'!!
la tua splendida Mito125!!!
Silver l'hai chiamata! E' tutta nera
Con tanti disegni ad uniposka
che nelle giornate di freddo e pioggia..
Ti sei divertito a decorare.
Esci dal viale di casa con un fare da cavaliere medievale
E imbocchi lo stradone alberato del consorzio privato,
intorno quercie secolari e mucche e pecore...
hai scaldato il motore ed ora esci sulla strada vera.
la strada dei pratoni, freddissima e umida, con la nebbiolina bassa
che a stento lascia intravederne i limiti.
procedi fiero e felice sul tuo destriero.
alla fine della strada la solita luce gialla dell'insegna della baita dei 2
ladroni,
dove ti fermi a fare colazione, e corroborato da essa te ne risali in sella
direzione Roma, per andare a scuola!!
Sai a memoria ogni piu' piccola imperfezione di quei 28 km di tragitto,
l'hai fatto per anni in macchina con tuo padre, poi in bici, poi in
motorino,
infine con Silver! La potresti descrivere ad occhi chiusi.
Procedi a 100-110km/h e ti godi le prime luci del sole che alle tue spalle
sale sopra i monti
E intanto pensi a quella ragazzina del 2°B, che ti piace tanto ma che non
hai mai avuto il coraggio
Di importunare.
Il tuo piede scala automaticamente nelle marce giuste per ogni curva..
Sei arrivato ai Piani di Caiano ormai, e per uno strano fenomeno,
in quel tratto di strada, ti si appanna sempre la visiera, e un piccolo
brivido ti
attraversa le ossa.brrr brr.e con te trema anche Silver, scarbura, scoof..
scoff.
come tutte le mattine ripeti quel gesto, stacchi la mano dal manubrio e alzi
la visiera.
solo che oggi c e' qualcosa che non va'.. La visiera non si alza.
ormai e' completamente appannata.. Per fortuna conosci la strada e sai che
ti trovi su
un lungo rettilineo, quindi niente panico.
percepisci che ti stai accostando troppo a destra mentre rallenti un po'..
poi noti un riflesso particolare.due puntini gialli..prima a destra ..poi
davanti..
freni leggermente e..
.SBAAMMMMMM!!! BADABAAAMMM!!!
Il manubrio oscilla furioso, dai un colpo di gas, il sedere oscilla,, ma la
moto resta in piedi.
Il cuore a 15000giri... ti fermi.. con pochi gesti sfili il casco e cerchi
di capire che diavolo e' successo..
Scendi dalla moto, la strada e' deserta..giusto un camioncino che sale in
senso opposto.
guardi attorno .. niente. guardi la moto.niente. ti guardi tu.niente.
Accendi una sigaretta. te la fumi con tre tiri. prendi il respiro e
pensi...che e' meglio non pensarci!
Risali in sella e riprendi la via per la scuola.

Ore7.30
Arrivi davanti scuola, c'e' il solito carosello di Ciaetti, Sietti chittati
proma, Honda Gp, Metropolis col 75, Fifty Top col Malossi . tutti a
sgomitare per trovare un posto nel cortile. stranamente nessuno vede quel
posto libero e tranquillo vicino la palestra. e' tuo!
Lucchetti e catene e poi su in classe.passando davanti la 2àB.
le solite ore passano insulse, tranne le ultime due ore di disegno tecnico,
in cui dai il meglio di te stesso con una assonometria isometrica dell'Honda
di Doohan in piega ad Assen!! Come al solito nessuno ti ha rivolto la
parola,
come al solito il prof di chimica ti rinfaccia il non aver studiato, come al
solito la ragazzina del 2B ti e' passata accanto ma tu niente..come al
solito tuo fratello che sta in 5° è venuto con i suoi compagni a darti una
ripassata.
ma tanto giu' c'e' Silver che ti aspetta!!!
E all' uscita scatta sempre il miniGp della Tuscolana: da Arco di Travertino
al Tex all' Anagnina, chi arriva ultimo paga la birra!! Strano, gli unici
coetanei con cui ti trovi a tuo agio sono folgorati delle due ruote come te.
0re 13.30
sei al semaforo della Tuscolana con Arco di Travertino, alla tua destra c
'e' Lupo col TZR125 Lucky Strike, che sgassa tutto nervoso, a sinistra c'e'
Dennis con la NSR Rothmans, serafico come sempre, piu' a sinistra c'e
Alessandro con la RSsport pro gialla e nera, dietro ce' Gargamella col CRF,
accanto a lui il Faina con la NSR bianca-rossa..scatta il verde!!!
Partite tutti in monoruota lasciando i scooterini e le macchine ferme,
aprite tutti il gas fino alla 5a tranne Gargamella che scarica la 6a, vi
tuffate in piega sotto gli archi di Porta Furba, e poi a scapicollo per la
discesa, che all'epoca non c'era il semaforo, (sigh!) e vi defilate nel
traffico chi a destra chi a sinistra, senza regole, chi arriva ultimo paga!
Non noti i movimenti degli altri , ti concentri sull' evitare gli ostacoli
davanti a te.. il cuore ti gira basso, il cervello a limitatore!!
E' tutto un 3a - 4a - 3a -4a fino a Subaugusta. i primi arrivati la' se la
giocano sulla lunga!!
Ci sei tu, il TZR, e la RS.. Scatta il verde! Qua si vedra' chi glielo sa'
dare prima e meglio!! Ti spiatteli sul serbatoio e chiudi i gomiti, e vai
fiducioso della tua Cagiva!! Quando metti la 7a e' come entrare in una altra
dimensione.il contachilometri segna 170. dietro di te senti lo strillo della
RS, ma sei tranquillo, Alessandro pesa 80chili ed e' alto 1mt e 80, non ti
puo' riprendere.infine entri nel parcheggio del Tex inchiodando col
posteriore e girando la moto gia' pronta per riuscire.. e ti godi la tua
birra in compagnia di quei folgorati come te.
Ore 14.10
Saluti tutti e riparti verso casa,
sei tutto gasato per essere arrivato primo e non piu' secondo dietro il
Faina, l'esperto del minigp.
sei a meta' strada e mentre rivivi i "schiva e schiaccia" della Tuscolana,
all'improvviso ripensi a questa mattina.
la visiera appannata. i due riflessi gialli. il botto..la caduta evitata per
culo...
e proprio in quel momento stai ripassando dove questo ti e' successo..
Non e' mattina.
ma la visiera ti si riappanna .
non e' mattina.
ma il brivido ti ripassa nelle ossa e nella moto.
Non e' mattina.
e la visiera si alza .fiuuuu!!!!!
Arrivi a casa un po' stralunato.. ma. "e' meglio non pensarci".
apri il garage.. metti Silver sul cavalleto.
apri il cancello e chiami i tuoi cani, due coccole, due feste, poi gli dai
da mangiare. ma uno di loro, il piu' paraculo, continua a fissare il garage
e a ringhiare. non vuole mangiare. Allora dici: Noè! E dai su! Mangia ! non
c'e' nessuno in garage! Dai!!. ma niente,.. lui continua. cosi' vai in
garage , accendi le luci, ti guardi intorno pensando di vedere qualche
donnola o simile. ma niente. allora accosti la porta e lasci i cani alle
loro ciotole.e rivolgi finalmente le tue attenzioni a Silver!
Prendi il secchio, il sapone, la spugna, acqua tiepida, sgrassatore, e ti
avvicini. cominci dall'alto
E la carezzi fino alla pancia e.. ce' qualcosa che non va'!
uno strappo nella carena! Come e' possibile???
ti inginocchi di fronte la ruota anteriore, la giri da una parte e..
nel centro del radiatore vedi ..
due occhi gialli.
sotto di essi una piccola bocca di gatto
che si apre e ti dice.
ancora non lo hai capito?
sei morto.come me

Notizie dal G.R.A. 11/2006
Sono le 9..00, per l’uscita dell’Appia al solito mancano 20 minuti per 500 metri, l’abitacolo è umido, la radio starnazza notizie assurde….. Tipo alluvioni in Liguria, nevi sulle Alpi…. Boh!
Me sorge un dubbio: ma qua allora ‘ndò cavolo stamo?
No, perché er prato è verde, acido ma verde, i fiori ce stanno, non profumano ma ce stanno, però quello che veramente me preoccupa so’ gli uccelli! Non fraintendete, non quelli che ognuno c’ha i sua, ma quelli con le ali, che di solito ‘sto periodo ne vedi due pe’ puzza , a parte li cornacchioni de Roma, che quelli nun se schiodano manco a doppiettate!
Mentre sfilamo col furgone a passo de cammello sulla corsia de destra, col finestrino abbassato, tra una motozappa e uno scooterone, stamattina li potevo senti’, ‘sti poveri pennuti, tutti in fila appollaiati sul paracarro, disquisivano proprio sul clima:
-A Merlo! Ma l’hai fatto er nido? O te ne stai pe’ migra’?-
-No, no, a Pettiro’, nun poi capi’… ho lasciato mi’ moje ar mare, con le uova, ma so’ tornato qua a cerca’ quarcosa da magna’, che llà nun ce sta manco ‘n verme!!
-E c’hai ragione, co’ quer cardo!
-E tu, Piccio’, che fai? Nun te la dai ‘na smossa?
-E mica so’ Tordo! E’ che de ‘sti periodi li romani butteno ‘n sacco de robba da magna’? Dopo er 26 te ne potressi sta’ a dormi’ quanto te pare, tanto er cibo lo trovi dappertutto! Te piove fino a sopra er becco!-
-Evvero! Me lo stavano a di’ pure quei paraculi de li gabbiani der Tevere! Nun se magna mai tanto come a Natale!-
-Infatti quelli so’ un caso a parte, nun se ne vanno perché je pesa troppo er culo! Più che gabbiani sembrano boe der fiume!
-Si, però a Pasqua me tocca schizza’ via , che de colombe qua manco l’ombra, caldo o freddo che ssia!-
-Certo eh? Ma li vedi tutti quei rondoni che je pare primavera e se stanno a diverti’ a fa’ le figure in aria?-
Er Gazza pensa: e se je famo paga’ er biglietto pe vede’sto show?!
-‘cci sua! Ma nun era partito? Diceva che ‘st’anno non se voleva becca’ er raffreddore…
-Infatti su’ cognato sta a fini’ de costrui’ er condominio a Campo Staffi, tanto nun nevica e li caminetti so’ spenti…e nun ce stanno manco tutti quelli scemi de la domenica!
-Però che razza di inverno. Quando ero pulcino nun se poteva mette’ er becco fuori dar nido fino a marzo, mo’ vedi tutti ‘sti cacazziretti co’ du piume che se fiottano giù dar nido pure a dicembre, e so’ ‘na cifra, senza controllo, che svolazzano a cacchio matto de qua e de là…
E li romani tutti col naso per aria a cercà de capì che cacchio stanno a dì!
-Bhuaaahahaha!!! E’ vvero, guarda ‘sti porelli disgraziati dentro ‘ste sardomobili! Nun ce stanno a capi’ più un cacchio manco loro!!!Ariacondizionata accesa, finestrini abbassati….la camicia o la felpa, se spogliano , se vestono…..
-E noi almeno c’avemo la fortuna de ave’du’ ali….
-E de poteje cacà in testa quanno ce pare!!!
-Bella, Merlo, nun te la canta’…..se “beccamo”
-Bella, Pettiro’, e nun fa’ troppo er Faggiano in giro, che de ‘sto periodo finiscono ar forno!...


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