Davanti alla tv Immagini di guerra, visi mesti e piangenti, ricordi freddi, pungenti, d'una epoca non remota, si riaffacciano a sciupare la mia cena serena. E come uno schiaffo a un Crocifisso, uno sputo blasfemo davanti a una Chiesa, un imprecare sulla bara di un defunto, mi sfilano davanti cadaveri allineati, nella incompostezza d'una morte violenta; visi assenti di bimbi, piangenti, coi capelli arruffati, coperti spesso di sangue; vecchie terrorizzate, incredule, vaganti in cerca di cibo tra case sventrate, per campi sconvolti; donne allibite, impaurite, violentate, con le pance gonfie del torto subito. Immagini pagate con un abbonamento di Stato, quindi dovute; immagini che assicurano un "primo posto" sempre, comunque, in ogni luogo, per ogni gusto e per ogni occasione; immagini che ormai non turbano più la nostra tranquillità serale davanti ad un piatto fumante.Il barbone Sai, fratello, t'ho visto l'altra sera! T'ho visto, appena giunto alla stazione, con un trancio di pizza e qualche pera, con le tue cianfrusaglie e col cartone. Ti ho osservato aggirarti lentamente in cerca d'un posto un po' al riparo dal gelo, un po' nascosto dalla gente, per mandar giù qualche boccone amaro. T'ho guardato in silenzio, con pietà, ed ho provato a entrare nei tuoi panni, cercando intorno un po' di umanità qualcuno che mi strappasse dagli affanni. Ho trovato l'indifferenza più assoluta di tanta gente, che non volea capire, gente che al mio patir restava muta, quasi annoiata, senza intervenire. Solo la strada avevo a fianco a me: la strada che talvolta è più accogliente e non ti lascia solo, anche perché abbraccia nel suo grembo tanta gente d'ogni razza e d'ogni condizione, non chiede mai a nessuno il passaporto non guarda il ceto sociale o la nazione, non ride se sei brutto o se sei corto. Forse domani ti troveran stecchito, disteso su una panca o sotto un ponte, oggi per te nessuno ha mosso un dito, e pur 'io che t'ho avuto di fronte seduto a terra, là nella stazione, non t'ho allungato neppure mille lire e son passato anch'io con distrazione, fingendo di non vedere e non sentire. Ceneri fredde Pigro, osservo le nubi che si rincorrono nel cielo. Come un bimbo scherzoso disegno con la mano visi di giganti minacciosi, maschere di streghe e di maghi, goffi elefanti che si sciolgono e si ricompongono come disegni di un carosello TV. Sempre uguale, sempre eterno fanciullo. E dentro il mio petto s’agitano i fantasmi di rivoluzioni incompiute, di libertà negate, di uguaglianze infrante sulle soglie degli egoismi che riaffiorano dalle ceneri di un fuoco antico, ormai spento. Invano urlo la mia rabbia al vento: le mie parole rimbalzano sulle porte chiuse di solidarietà ormai dimenticate, cancellate dal tempo, e l’unica finestra aperta emana solo una debole luce insufficiente a rischiarare la stanza buia delle nostre coscienze addormentate. IRAK: Dio cosa fai? Io ti prego Dio, ma cosa fai? Tu non ascolti il grido mio innocente, non so se con gli americani stai con quelli che bombardano la gente, che non guardano in faccia mai nessuno che fan la gioia di Satana all'inferno con l'odio che non risparmia alcuno proprio alla vigilia dell'inverno, a pochi giorni dalla nascita del Cristo in questa terra senza più calore dove ogni cuore è diventato tristo che vede solo l'odio e non l'amore. Fermali, mio Signore, ferma la guerra, infondi nei cuor la fratellanza, fai sì ch'ogni rancore cessi in terra, che trionfi nei cuori la speranza. Ch'ognun non veda nell'altro l'avversario, che si divida fra tutti questo pane, che finisca in fretta il gran calvario causato dalle incursioni americane a un popolo, che già vive di stenti, che ha bisogno almen d'un po' di pace per superare i mille patimenti causati da un popolo vorace che con la scusa di salvare il mondo dalle bombe pieni di battéri sta scatenando in terra il finimondo distraendoci dai problemi veri che son sempre gli stessi da una vita e significano solo che il più forte vuol tenersi tutto il potere tra le dita imponendo la sua pace con la morte. (18.12.1998) Mezzogiorno Attorno a te il silenzio, mentre una bolgia di rumori ti avvolge. Le tue piaghe sanguinano sempre più, mentre i monti si sfasciano, sprofondano a valle, e i tuoi villaggi si sgretolano per i terremoti. Rovine intorno a te e silenzio; silenzio rotto dal riso della gente e dall'indifferenza intorno alle tue valigie di cartone. Mentre le Casse non bastano mai, diventano "abissi per il Mezzogiorno", ed i villaggi si svuotano delle forze migliori, si trasformano in tombe di vecchi, nidi di bambini, uomini precocemente cresciuti, e pronti a spiccare il volo, sale d'attesa di vedove bianche senza sesso. Appare anche oziosa la visita d'un Presidente, attorniato da becchini di stato in livrea nera, dal viso mesto ma dal cuore d'avvoltoio, pronti a scarnare ogni nuovo cadavere d'investimento. Piango con Levi su questo mondo senza più storia e Stato, dove l'antica civiltà è un simulacro che onora solo la morte. 10 Agosto 1993 A oriente nulla di nuovo, scruto nel cielo una scia luminosa che non arriva; la mia speranza è tutta lì. Credo nei messaggi che i mass media diffondono: spero almeno che si avverino. Nel mio cuore una speranza lanciata attraverso gli spazi infiniti, affidati ad una stella cadente che non si vede. Ho espresso già il mio desiderio ed è quasi l'una, ma nessuna cometa traccia nel cielo quella scia di speranza alla quale ho affidato un amore impossibile. Sento quasi l'eco di una mitraglia che sfiora i sogni della gente assonnati sulla conca di Pila. Tutti sperano che i loro sogni si avverino. I soldi servono, si, ma che m'importa se all'improvviso i Gardini scoprono di essere poveri? Forse la mia pensione basta anche per altri, che vivono sotto i ponti e dormono, mentre io aspetto le stelle cadere. Anch'essi hanno in cuore la pace: sognano spezzatino e polenta. Ed io penso a quelli di Bosnia che rischian la pelle per una scodella di acqua. Che strano mondo è codesto, che già m'ha donato dieci lustri e cinque anni, una guerra vissuta e tante altre godute in TV, che se non arriva corrente non servirà più. Primo ottobre Quant'acqua è già passata sotto i ponti, quanta neve è caduta sopra i monti? Quante rondini son volate verso il mare, quante lacrime di bimbi e di scolare? Primo ottobre: il tempo come vola! Iniziava in questo dì la scuola una volta; e col pensiero stanco risento il primo pianto su quel banco ed il maestro, con quei suoi occhialetti che sulla guancia mi dava dei buffetti sussurrando parole per me strane che non ricordo tanto son lontane. Or mi rivedo ancora in un bambino che mi passa piangendo da vicino, col grembiulino nero e la cartella, tirato a peso da una sua sorella pestando i piedi come un disperato come se stesse andando carcerato. Lo guardo triste con il cuore in gola, come quel primo mio giorno di scuola. A mia madre Sentivo i tuoi passi colpire lieve l'asfalto e risuonare nella strada come i rintocchi lente delle ore ed il mio orecchio bambino abbandonava ogni altro interesse, il mio volto si illuminava in un sorriso di gioia serena, e ti correvo incontro. E tu, stanca e felice, mi aprivi tutto il tuo mondo tra le tue braccia tremanti e mi stringevi al cuore, che ancora oggi sento battere al mio. Dove mai siete, giorni spensierati di una felicità mai più conosciuta ? Dove vi nascondete, anni miei sereni fatti di sogni e piccole cose ? Oggi mi resta un mondo completo, completo di cose volute, di cose comprate, di cose che non rappresentano nulla nell'immensità dei desideri insoddisfatti che mi tormentano ed affliggono. Addio giovinezza Cos'è che ti scuote in fondo all'animo e ti fa sentire vuoto ed inutile? A che pensi così mesto ed assorto mentre gli anni ti riportano indietro nel tempo trascorso? Vedo gli occhi tuoi brillare d'una pena tremenda. Piangi, in silenzio piangi, su ciò che non ritorna, su ciò che se ne va tracciando un solco in più sulla tua fronte. A n n a Cosa fai, dove sei, cosa pensi ? Me lo chiedo ogni tanto, quando i ricordi mi riportano incontri furtivi, lontani da sguardi indiscreti, lungo le baracche del lido. Cosa fai, dove sei ? Ormai è tardi. Forse, marmocchi con l'argento vivo occupano le tue giornate, e le tue dita più non scorrono sul piano armonioso. Cosa pensi? mi chiedo ogni tanto quando la mente ti ricorda giuliva ad un appuntamento che rimane un sogno ormai lontano e, forse, dimenticato. L’amore Un giornale ha pubblicato per caso una mia poesia. Ho ricevuto una telefonata da una signora, vecchia conoscente, che non avevo più rivisto da anni. Era commossa, ed io ho creduto alle parole che diceva. Un amico incontrato per strada scherzosamente ha fatto una battuta piena di ironia e sarcasmo. Era invidioso. E, poi, certi pensieri nella sua testolina non sarebbero mai fioriti. Un altro mi ha sorriso, fermandosi a stringermi la mano. Ho visto la tua poesia, ha detto solamente, ed è fuggito via. Non gliene fregava niente. Solo la vecchia signora aveva il cuore pieno di poesia: non è facile comprendere l’amore. Ansietà Viviamo nella precarietà nell'ansia che un pazzo ci tolga d'un colpo il gusto di un'alba, che lenta dipinge di rosa le bianche montagne. Viviamo nell'ansia che un pazzo ci svegli al mattino col fuoco improvviso di morte, coi bagliori accecanti di un giorno di disperazione. Guardiamo, col cuore colmo di eterna speranza, il sole che sorge al mattino. Gustiamo i colori che i suoi raggi lieve risveglia tra le valli assonnate. Assaporiamo ogni giorno il gusto di una vita di pace ma non fingiamo indifferenza sulle brutture quotidiane. Asfalto perduto Un tratto d’asfalto davanti casa mia, sfreccia veloce il traffico a motore, avanti e indietro, con monotonia. Sfreccia veloce. Inseguo tenebroso immagini di morte: i miei pensieri che scorrono lontano. Cercano pace: un mondo di silenzio lassù tra i monti coperti dalla neve, giù nella valle tra l’acque limacciose d’un fiume Reno, apatico, che scorre verso il mare. Guardo dai vetri della mia prigione: immobile, con lo sguardo fisso. Volo coi falchi, volteggianti in cielo, guido in silenzio laggiù, verso il mio mare, guido la stanca mente. Cerco uno sguardo, una carezza pura, uno sfiorare di mano sulla guancia; cerco un borbottio lontano in una casa vuota, fredda, che più non mi appartiene. E mentre la nebbia mi soffoca i pensieri, sembra che il sole mi bruci sulla pelle; e sento una voce che mi parla al cuore, una voce che più non mi appartiene. 12 Gennaio 1999 (A Fabrizio De Andrè) Peccato che tu non mi veda, peccato che tu non mi senta, non avrei parole da dirti, potresti soltanto capirmi, scrutando in fondo al mio cuore, più in fretta vederlo vibrare, guardando il mio viso soffrire, e gli occhi, ... in silenzio, brillare. Bosnia Erzegovina Io non esito più, tu non lo sai, tu non vedi, non senti, non comprendi. Tu sei un'entità stramaledettamente assente perché non viva. Ma io non credo che nel duemila la mia libertà di essere uomo possa essere distrutta. Eppure, in un momento, una civiltà è morta. E sulle sue rovine non c'è Resurrezione ma campi di concentramento. Per questo ho detto basta! Ma dal silenzio, che circonda le mie ossa, il frastuono della mia protesta non deve lasciarti indifferente. Il canarino Il canarino nella sua voliera al mattino mi sveglia col suo canto e come recitando una preghiera al ciel rivolge un accorato pianto. Ma tu sei nato in gabbia piccolino e vivere non sai di libertà sei nato per cantare ogni mattino le tue dolcissime note di pietà. Io ti ho lasciato andare, ed hai volato alto nel cielo, giù per un vallone, ma dopo un poco tu sei ritornato triste e smarrito nella tua prigione. Catuzza (Caterina) Quando i pensieri mi opprimono la mente mi ricordo di te, appena come in un sogno, Catuzza! Cosa mai sei per me? Un attimo giulivo di una frazione di tempo che si è estinto; un lampo velocissimo che si è spento sopra un mare in tempesta; un correre spensierato a piedi scalzi, sopra un prato fiorito! Eppure tu esisti, in me; tu, sporca ed ingenua, coi tuoi capelli arruffati, le tue gote rosate, Catuzza! Quanto tempo è fuggito dietro di noi? Quanti arcobaleni iridati sono svaniti sopra di noi? Dietro di noi, sopra di noi, che non sappiamo più nulla di noi! Eppure tu sei qui, ora, in uno spazio irripetibile d'un tempo sconosciuto, prigioniero lontano. Siamo qui, tu ed io! E mentre i ricordi scorrono veloci, immagini sbiadite si rincorrono nel turbine dei pensieri che m'opprimono il cuore, intercalando affanni e gioia insieme. Malattia Scrivo sul muro bianco della mia cameretta parole stanche e sfuggenti che si disperdono come gocce d’olio sull’acqua. Debolezza, sconforto, impotenza: parole vinte che scivolano e s’adagiano, confuse, ai piedi del mio letto. Scrivo, allora: coraggio, risoluzione, volontà, e fisso le parole sul muro con la forza della mia ragione. Giro lo sguardo fuori dalla mia finestra: solitario un fiore rosso brilla, baciato dal sole, tra la neve. Sedici anni Dal mucchio informe, ogni tanto un’anima si eléva. Sedici anni, un vortice di tempo dietro le spalle, come un ramo solitario troppo alto per aggrapparmi. T’ascolto alla finestra, nel buio della notte: i nostri pensieri s’incrociano come due innamorati che hanno tante cose da dirsi. E sembriamo due bambini con le idee confuse in cerca d’una speranza che per me non arriverà mai più. Spero ardentemente che questa desolazione di pensieri sia spazzata dalla nuova alba che arriva. Lo spero, proprio, per te! E’ assurdo essere vecchi a sedici anni! Poesia Uno schermo bianco: ad ogni ticchettio dei tasti una parola si compone. Un pensiero nuovo scorre e costruisce un sentimento dettato dai palpiti del cuore. La mente spazia, cerca la frase giusta, la giusta sintonia di una emozione, di un pensiero recondito che acquista dimensione. Un dramma umano, una morte violenta, una bruttura, una felicità, un fiore, un aleggiare di farfalla, sono i mattoni. La penna, ha la funzione del cemento: stila e compatta la saldatura dei pensieri. La verità Se cerchi la verità non cercarne una che assomigli alla tua. Sforzati di immaginare anche quella vissuta e creduta dagli altri. Se cerchi Dio, ricordati che è sempre lo stesso anche per gli altri. Sforzati di vederlo come lo vedono gli altri. Anche se ti sembra diverso dal tuo, anche se è chiamato con un nome diverso, sicuramente assomiglia al tuo. Se pensi che i tuoi ideali siano migliori non cercare di imporli a chi ha idee diverse dalle tue; confrontati serenamente con gli altri: potrai imparare qualcosa. Anzi se ti accorgi di non cambiare mai idea, pensaci, può darsi che non sei disponibile ad accettare altre verità. La rosa e il vento Il vento piega i tuoi rami spinosi. Fino a terra lambisci gli steli, sfogli i tuoi petali rosati e ricami il verde del muschio. Invano! Ti ergi E scherzi con esso! Nell’aria ricami frivoli giochi! Ghermisci lo spazio, ancora ti pieghi, ma il capo, sempre, alto tu svetti più forte di prima. Corso Garibaldi (A Giuseppe) Lo ricordo così, com’era, allora, quando le primavere arrivavano puntuali all’appuntamento e l’estate trovava sempre l’attimo giusto per arrivare. S’andava noi quattro a fare il solito giro serale, sul Corso, tra la gente che andava su e giù come stanca marea e si salutava più volte. E tu ridevi, con quel sorriso sornione, tu, figlio di vecchi e già vecchio bambino. E si rideva di te, eri il nostro sollazzo, e tu ridevi, ridevi contento, contento di vederci felici con il volto sereno. Poi la bufera spazzò via le stagioni! Ed ognuno si sparse pel mondo, lontani, a pensare a se stessi. Ma ogni tanto ti penso perché oggi ricordo quel riso sereno, d’allora, che ho perso! Rosa canina Rosa canina, morbida come cotone, lieve come la neve che hai lasciato volare i tuoi petali tra il verde del sentiero. Il vento ti sferza, chini la testa e resisti alla furia che impietosa sferza la tua corolla spoglia. Cade leggera l’acqua e un pallido sole filtra tra i rami di cerro carezzando il tuo stelo e colorando a tratti i pistilli tuoi spogli. Offuschi la chioma ed il capo reclini mentre pallida la luna che sorge, t’accarezza le spine e ti regala un ultimo sorriso. Il naso E’ vero: gli occhi raccolgono le lordure del mondo. L’acqua scorre dagli idranti e le lava. Il giorno dopo si presentano nette le piazze che il giorno prima raccoglievano pozzanghere e sangue. Il cuore soffre, è anche vero, soffre in silenzio, impotente: emette giudizi sommari di condanna. Altro non vuole! Ma i cadaveri delle fosse comuni, poveri corpi in putrefazione, sembrano fagotti abbandonati dai barboni sotto i ponti dei fiumi. Il naso ne avverte il lezzo e lo colora con una smorfia del viso. Il fetido odore dei corpi decomposti ammorba l’aria ed il cuore si intrista. Ma il nauseante lezzo rimane avvolto nella memoria del tempo. E il naso lo memorizza e lo archivia come foto sbiadita che lascia traccia nella coscienza dei giusti. Vorrei ritrovare Vorrei poter ritrovare le parole che un tempo infiammavano i miei versi, schizzi di ceneri ardenti, melodie senza musica ardori senza fuoco. Solo visioni notturne, rigirandomi in un letto madido di sudore. Albe che tardavano ad arrivare in attesa su gradini coperti di stelle e di petali di fiordangelo profumati. E poi un mare terso che aspettava le nostre urla di gioia, e le carezze dei bagnanti per non sentirsi mai solo e giocare con noi. E ritrovare le ragazze sorridenti che lanciavano messaggi in silenzio all’innamorato indifferente sdraiato sulla spiaggia. Oasi perdute negli affanni della vita che travolge i sentimenti, che affoga i piaceri, ma che a momenti ti ricorda che tu esisti. Aspettando l’alba In certe occasioni si attende l’alba per vedere ancora una volta le montagne colorarsi di rosa e di turchino ed i sole lento affacciarsi dalle vette imbiancate. Albe che non arrivano mai inseguendo i pensieri più strani, meditando se da un acciacco si possa uscire o guarire o, forse, morire. Eppure spesso si irride alla morte, altre si disprezza, talvolta si vagheggia, ma nel momento in cui un male occulto ti assale mediti sulle tante cose da fare e sulle tue cartacce da mettere a posto, oppure su qualcosa di personale da distruggere. Pensi anche agli amici che non potrai più vedere oppure a dei contrasti familiari che vorresti appianare prima di addormentarti per sempre. Ed inseguendo queste tristezze vedi l’alba spuntare ed il sole colorare ogni cosa accarezzandoti il viso e regalandoti un po’ di calore. Ed allora t’aggrappi alla vita con disperazione, con risoluzione, e detesti la morte. San Valentino Ecco finalmente solo, a guardare nel giardino del tuo amore le orchidee nere che impallidiscono ai primi raggi della luna. Poterne cogliere una da regalarti oggi che è il giorno dell’amore. Dove è scritto che solo in un giorno dell’anno è possibile esprimere il proprio amore all’amata? E se quel giorno tu fossi arrabbiata o io non avessi voglia alcuna di parlarti d’amore? Ecco oggi, o domani, o forse dopodomani, è il giorno dell’amore mio per te. Non mi interessa il 14 di Febbraio! Forse interessa ai commercianti! A me, proprio non interessa! Il tuo amore per me Il tuo amore per me è come un corso d'un fiume. A volte è vorticoso, altre stagnante; a volte straripa, altre s'inaridisce. Il mio amore per te è simile all'opera d'una formica: con infinita pazienza ricostruisce tutto ciò che tu distruggi. Un prato fiorito Delicati voli di farfalle un mare di fiori di campo ed occhi azzurri di cicoria che veleggiano su un prato bianco di corolle di margherite ondeggianti al vento. Mi disperdo in mezzo ai profumi che la natura mi regala come doni della sua bontà. Ma là, in fondo, la pianura appare ammorbata dal fumo pestifero delle ciminiere, che invadono senza decoro i davanzali fioriti delle case. Soffio la mia rabbia per disperdere il mare di disperazione che m’opprime la mente. E sogno di sciogliermi e sparire in questo mare di tenerezza che per un attimo colora i miei pensieri. Quando muore un vecchio Quando un vecchio muore se ne va con lui un pezzo di storia. Ci si pente, poi, quando un vecchio muore, di non aver raccolto la memoria del tempo. Una vecchia strada di terra battuta; un prato oggi invaso dai palazzi; un insieme di vecchie case appiccicate e cadenti; un angolo di mare da un finestra poi chiusa dietro un muro di cemento; una vecchia rotonda sul mare scomparsa nel nulla. E poi le storie del passato, i giocattoli dei bimbi costruiti con le proprie mani, le corse a piedi scalzi e la caccia a coleotteri e farfalle secondo le stagioni. Quando muore un vecchio, rimane solo la stupidità se non è stata raccolta per tempo la memoria del passato. Giovanna la Pazza Chissà cosa ci frullava nel cervello quando da bimbi ti davamo noia, lanciando sassi contro il tuo cancello. Infantilmente si provava gioia a vederti poi urlare dal balcone dov’era appesa quella vecchia stuoia che usavi come zerbino nell’ingresso di quella casa, a fianco alla chiesetta, coi muri colme di scritte con il gesso che dispettosi schizzavamo in fretta con frasi oscene ed allusioni chiare al tuo mestiere, che da giovanetta, ti aveva poi costretto a esercitare quel caro amico, o meglio l’aguzzino, che dando amor ti seppe poi ingannare. Poi con il tempo divenni un ragazzino e l’esperienza aumentò con la ragione: mi rattristai per quando da bambino t’importunavo. Ma or la situazione t’appariva più grave ogni mattino, avanzando l’età, e per la colazione non possedevi il becco d’un quattrino. Solo una donna di fronte al tuo quartiere, (che abitava in un alloggio lì vicino e avea disapprovato il tuo mestiere), ogni giorno ti offriva una minestra che ti lasciava sull’uscio in un paniere. Quando andai via fioriva la ginestra, e dove andai c’era la neve e il ghiaccio. Tornai a Natale ma la tua finestra chiusa trovai. Solo quel liso straccio sventolava appeso al tuo balcone, e tu dormivi immobile, all’addiaccio, in pace e libera da ogni vessazione. Non recidete i fiori Non recidete i fiori per deporli un dì sulla mia tomba. Non fateli appassire su una bara lucente e piena, ormai, di nulla. Lasciate che essi mi sorridano dai balconi addobbati a festa, dai rosai arrampicati sui muri delle vecchie case, dalle siepi colorate dei giardini, mentre il feretro sfila in mezzo al loro splendore. Non disperdete il profumo delle rose sulla mia sepoltura, che sa di silenzio e di squallore. Regalatemi un ultimo saluto, un addio straripante d’amore, non col pianto di un fiore reciso ma con un gesto che inneggi alla vita. Pace Come puoi rotolarti su te stesso senza guardare fuori dalla tua finestra? Continui a fingere che tutto il mondo sia un mare tranquillo e lo solchi con la barca della tua noncuranza guardando solo il cielo e la luna spuntare. Fermati su una montagna, guarda la pianura e l’umanità che la anima ed osserva il patire della gente e le sue tribolazioni quotidiane. Ecco, adesso puoi guardare anche il cielo e se credi in un Dio liberatore, chiedi che una nuova manna piova nel deserto e digli di far sgorgare acqua viva dalla roccia. Fagli fermare la morte che nascosta sotto ali rombanti, che non sono di farfalla, vuol trasformare la vita in inferno. Arrivederci Alberto Son qui che assisto, muto e addolorato, con mia moglie dietro che smoccica parole, ce ne stiamo intristiti ad ascoltare dalla TV chi ti saluta, amico. Ché tu ci hai accompagnato da tant’anni e ridere ci hai fatto con passione tutti attorno a una radio ancor piccini e poi al cinema tra fumo, spinte, esclamazioni. Non ci guardiamo: ognuno si commuove a modo suo. Ce ne stiamo in silenzio, col magone, a guardare ‘sta folla che t’è venuta a salutare. Ed anche noi, ti salutiamo, Alberto, e ti stringiamo forte, forte, al petto. Ci mancherai, lo so, ma è anche vero che in terra ci hai lasciato il cuore e lo sentiamo battere e vibrare come se fosse vivo e sempre carico d’amore. Ricordi d'infanzia Ma cosa ormai rimane nel mio cuore? Un calpestio di erba, un recidere lieve di ginestra, il profumo del tiglio d'un viale. Un pestare di foglie, tutte cadute dopo un temporale di fine estate. Un fragore di pannocchie scartocciate, un padella di castagne abbruciacchiate. R o m a Roma dei vecchi palazzi, dei grandi portoni, dei cortili immensi. Roma dei vecchi rioni, dei grandi ponti tesi sul suo fiume. Roma di Villa Borghese, della famiglie che fan le scampagnate. Roma scanzonata, dai mille colori, di Trinità dei Monti e dei suoi barboni. Roma delle invasioni, delle devastazioni. Roma della corruzione, delle bustarelle, del campagnolo in cerca d'una occupazione, dell'operaio con le sue preoccupazioni. Roma del Campidoglio, delle sfilate dei cavalleggeri. Roma della confusione, del suo traffico intenso, del suono dei clacson impazziti. Roma multirazziale, un mondo davanti alla stazione. Roma del Papa buono, del Presidente onesto. Roma dei nuvoloni, degli acquazzoni, Roma... Una carezza Stamane m’è arrivato un “grazie” da un’opera benefica per un piccolo pensiero avuto nel passato per le tante persone che ci stanno attorno e che spesso non hanno neppure da mangiare. “Grazie per tutto, grazie per il bene che sei” mi si diceva nel biglietto allegato, che può servire anche da segnalibro. Ma cosa ho fatto, mi sono chiesto guardandomi nel cuore? Quanto potrei di più fare e non faccio? Quanto io spreco in futili gingilli, quanto tempo trascorro a deplorare e quante risorse spreco a non agire? Mi son sentito un nulla! E la carezza che la lettera chiudeva s’è trasformata in un ceffone che m’ha solo intontito e ancor non mi ha svegliato. A Daniela Ciao sconosciuta, salute a te che metti in rete da una città del nord i tuoi messaggi e gridi il tuo amore immenso per la tua terra lontana, abbracciata dal mare, accarezzata dalle onde, e saluti con slancio tutti i compaesani sparsi pel mondo. Ti rispondono anch’essi, con il petto e il cuor colmi di gioia, traboccanti di rimpianti, soffocati da sincera emozione. Ciao Daniela, chiunque tu sia, strillo con te il mio tifo per le squadre di calcio, tutte, della mia regione, tumulando per sempre rancori stupidi e campanilismi assurdi, e con te urlo, al vento, semino nel mare, disperdo in cielo, il mio amore sincero per la mia terra lontana e mai dimenticata. Anche una penna ha un peso Non farti tesori in terra che la ruggine e le tignole distruggono, diceva il Cristo! Non pensare al domani che non sai se arriva davvero! Non ti far cruccio dei beni altrui che un dì scorderanno d'aver posseduto. Non ti curar di nulla, anche gli affanni passano e, se il cuor tuo è tranquillo, anche gli affanni tu sopporterai. Non accumular nulla, al tuo doman non serve. Basta il tranquillo tran tran guardando con distanza le felicità altrui. Riempi il tuo cuore del verde dei prati e dei fiori della primavera. Accarezza la neve che incappuccia i monti ed il cielo colorato d'azzurro. Assapora un giorno di sole ed il vento che porta gli odori più strani. Guarda il giorno che muore con dolcezza interiore come se fosse l'ultima volta che lo vedi finire. Non pensare a quello che lasci se il pensier della morte ti sfiora: neppure un ricordo conservi, neppure una penna ti porterai dietro. A mia moglie (per la morte della mamma) Io penso a te, mia disgraziata compagna, ti penso nella tua prima solitaria nottata. So che il tuo cuore è pieno d'ansia e di disperazione. Provo gli stessi sentimenti di pietà ed il mio animo è invaso da una profonda tristezza. Non so se tu vegli o riposi! Penso che i tuoi sogni, comunque agitati, saranno pieni di ombre e di paure. Ed io ti sono vicino, con il cuore e l'animo gonfi di pianto; ti sono vicino e la tua pena mi invade fino alla disperazione. Ma la mia compassione, la mia inutile tenerezza, a cosa serviranno? La morte continua a falciare, incurante del dolore dei vivi. L’Americano Accarezzami, o vento, baciami, o sole, oggi è l’alba della liberazione, tradisco me stesso e le mie emozioni, mi tuffo nel nulla e chiudo gli occhi alla vita. Ecco, ora ho ingannato me stesso, ho oscurato la mia coscienza. Ora mi sento pronto a navigare in un mondo diverso dove le miserie umane opprimono, dove i deboli sono “perdenti” e la gente senz’anima e senza scrupoli è considerata “vincente”. Un mondo siffatto lascia i barboni morire per strada ed i negri marcire nei ghetti. Io ora sono adulato da una folla di indifferenti e di gente senz’anima. Le mie emozioni si riducono ad inseguire l’edonismo più becero camuffato da amore. Scava, scava! Scava, scava che qualcosa troverai. Vedrai che non potrai sfuggire all’occhio profondo della tua coscienza. Diamine, è mai possibile che non riesci a tagliare i ponti e lasciare tutti gli egoismi al di là del burrone? Falli urlare coloro che ti stanno vicino ma non ascoltare più le loro voci stridule che sprecano lacrime sulle finzioni degli schermi TV e poi tengono la mano chiusa e non vogliono regalare neppure una carezza. Ma che ti importa di conservare per gli altri? Per chi poi? Per qualcuno che esclama: “se avessi i tuoi soldi sarei sempre in giro”. Ma perché non ci pensi quando vedi i servizi in TV con bimbi pieni di mosche e di ossa scomposte? Cosa conservi, cosa metti da parte? Quando il tempo sarà solo una data sul calendario, che tu non potrai leggere più, il tuo egoismo ti farà sussultare nella tomba. Anniversario Tu pensavi mamma, lo pensavi, che t'avrei scordata dopo morta e sul quel treno forse ancor sognavi di rivedermi un giorno alla tua porta. E ti rividi, mamma, su quel letto vestita con un abito di nero, che ti fu messo quasi per dispetto, ché quel colore odiavi nel pensiero. Non piangevo, ma l'anima era nera. Il pianto arrivò quando pensai che avresti dormito al buio quella sera, che il sole non avresti visto mai. Tu credevi alla luce del Signore, ci parlavi delle gioie del Paradiso, mi consolava, in quelle prime ore, che avresti visto il Creatore in viso. E corsi via, lontan dal Camposanto: volevo pensarti ancora in vita, ma mi colse quel mio primo pianto la convinzione che ormai eri finita. Mamma, tu m'hai donato la tua Fede ma son cresciuto troppo razionale, beato il semplice, colui che crede, che vive le sue giornate nel banale. Fortunato è costui: ha la speranza di rivedere un giorno i propri morti. Io invece chiuso in questa stanza penso a tutti gli affetti ormai finiti in una tomba eternamente spoglia, ornata da quattro gladioli sfioriti. Previsioni del tempo Una depressione a carattere statunitense si sta abbattendo su tutto il mondo preannunciando burrasche e tifoni di intensità non controllabili. Bombardieri e portaerei causeranno annuvolamenti con precipitazioni a carattere esplosivo soprattutto sulle regioni del medio oriente. Si prevedono burrasche e tifoni con caduta di missili che potrebbero arrecare gravi danni, anche psicologici, tra la popolazione terrestre e disastri non quantificabili su alcune popolazioni civili nelle zone interessate dalla depressione. Tale situazione comporterà un aumento incontrollato della temperatura del mondo e possibili contraccolpi che potrebbero scatenare reazioni chimiche ed acide con danni incontrollabili ed incalcolabili nell’ecosistema mondiale. Nei prossimi giorni la situazione non sembra destinata a migliorare. E’ probabile che tale depressione potrà coinvolgere molte altre nazioni a livello mondiale. Il Papa ha invitato i fedeli a raccogliersi nella preghiera, ma tale invito sembra non sia servito a riportare il sereno perché la situazione meteorologica si sta evolvendo in maniera problematica e sembra destinata a peggiorare. Gli esperti invitano la popolazione alla massima vigilanza ed hanno allertato la protezione civile a raccogliere nelle piazze il maggior numero possibile di cittadini per cercare di contenere gli avvenimenti. Si consiglia di non chiudere le finestre e di non restare in casa, ma di seguire con la massima attenzione lo sviluppo di tale depressione che potrebbe rivelarsi disastrosa anche per coloro che stanno tenendo un atteggiamento di indifferenza o di noncuranza. Pubblicità, Pubblicità Non c’è più rispetto per alcuno, non si prova neppure commozione se qualche istante prima han fatto vedere distruzioni e morti ammucchiati nella strada e i prigionieri con i visi mesti. Nessuno pensa alle madri americane, che han visto da poco i loro figli in mano ad un esercito nemico e stan soffrendo in cuore mille pene per la sorte che potrebbe ancor toccare ai loro figli in mano agl’irakeni. “Scusate”, sento dir dal conduttore, “abbiam bisogno un attimo di sosta c’è da mandare in onda qualche minuto di pubblicità”. E sullo schermo con indifferenza, senza rispetto alcuno per la morte, per la disperazion di tanta gente, sfilano immagini colme d’euforia, di cani che mordicchiano le “mele”, di carta igienica, di detersivi vari, di paste adesive per dentiere e merendine con la marmellata, di gente allegra, che brinda con del vino o che banchetta al fuoco del camino. Vergogna, urlo nel cuore, vergogna a questo mondo occidentale che vive di surplus e di banale, vergogna a questa bassa informazione che sfrutta l’ascolto addolorato di tanta gente che si strazia il cuore, mortificata per l’ingiusta guerra e costretta a subir la prepotenza di squallidi messaggi commerciali legati a bassi profili di profitto, che offendono la coscienza e il cuore ed opprimono ancor di più la mente. Il dolore Il dolore non conosce frontiere! Non ha diversità di razza, opprime il corpo e la mente al di là del colore della pelle e del continente dove nasce e cresce. Il pianto di una mamma musulmana, che piange i propri figli periti nei bombardamenti, non è diverso da quello di una mamma americana che si dispera per i propri figli morti in battaglia in una terra lontana e inospitale. Il dolore non conosce barriere, si rassomiglia ovunque, anche nel mondo che è degli animali. Un corvo appollaiato su una barriera d’una corsia dell’autostrada, osserva mesto e soffre: invano attende che la compagna morta spicchi il volo. Una pecora disperata bela in cerca del piccolo che non trova più. Una gatta al cielo alza il pianto per un piccolo che il padrone ha dato via. Il dolore non conosce frontiere! Colpisce con pari intensità uomini e bestie. Il dolore unisce i popoli, ma anche li divide, e merita rispetto. Ad un camoscio Dal picco nevoso, giù, fino in fondo alla vallata, vedevi il mondo sparir sotto tuoi zoccoli veloci. Ma un colpo secco, tra una costola e il cuore, mentre brucavi tranquillo, t’ha ferito a morte e sei crollato di schianto. Forse avevi avvertito, col tuo fiuto sottile, la presenza del cacciatore al di là del burrone, ma eri sicuro, coi tuoi balzi veloci, di seminarlo. Ma il suo fucile ha fermato la tua corsa, prima ancor che tu udissi il fragore del colpo. E sei rimasto lì, senza capire, con la bocca ancor piena di fresca erba di montagna. Ora il trofeo della testa tua fiera è lì, appeso a una parete, immobile senza più vita, coi tuoi occhi di vetro che sembra vedano ancora per domandare il senso di questa inutile ferocia. Carità Vedere noi stessi nei panni di chi soffre e trovare uno sconosciuto che ci tenda una mano. E' come ritrovare il sorriso di un bimbo in un giorno di festa. Castagne Il tardo ottobre, con la brina che già ghiaccia la foglia e la pagliuzza spezza, regala sorrisi dagli spicchi aperti dei prunosi ricci, e tra sordi rumori, un crepitio di tonfi tra le foglie e sulle lastre di pietra ci regala. Empie il corbello la vecchia contadina scartando con un ramo forcuto tra le foglie cadute che il vento ha accumulato nelle cune. Batte i ricci e attorno sparge i marroni lucenti che riflettono al sole gli ultimi raggi privi ormai di calore. Lontano un gallo canta: e gli risponde un coccodè d'una gallina ch'ha deposto l'uovo. Il dono Oggi potrei regalarti tutte le gioie del mondo. Le mie mani e la mia mente costruiscono pensieri dolcissimi che tuttavia non riescono a diradare le ombre che circondano questa dimora assediata dal gelo. Vorrei poter volare, libero dai pensieri che affliggono questo angusto angolo di mondo, e distribuire i miei doni ad una umanità stanca d’aspettare la pace. La fuga Fischia un treno, mi volto per guardare, mi sembra di sentir stridere un cancello ascolto lontano il brontolio del mare attendo ancora un suon di campanello. Il sogno s’è spezzato all’improvviso, cosa è successo non l’ho ancor capito, scende lenta una lacrima sul viso non credo ancor che sia tutto finito. Forse ho peccato per il grande amore, ho idolizzato troppo la famiglia? Un falso senso dell’antico onore, la troppa ansia per la propria figlia? Un padre cresce con la sua coscienza, vive nell’ombra della sua cultura, pensa di agire con senno e con prudenza, segue l’istinto della sua natura. Sbaglia, sì, forse sbaglia per amore, lo fa senz’altro non a fin di male, si fa travolgere dai battiti del cuore vuole rendere la vita senza scale a chi ama ancor più della sua vita, e costruisce l’avvenire a sua misura affinché tutta la strada sia spedita libera da intralci e meno dura. Ma quanto questo amore è poi capito? Colui che lo riceve lo gradisce? O lo legge come un dono non gradito perché col suo cuor nulla costruisce? Ecco allora la fuga inaspettata, con i sensi di colpa più opprimenti, rischiare forse una vita travagliata ma libera da schemi e da tormenti, da regole da dovere rispettare, mentre dentro nel cuore si vorrebbe essere liberi in cielo di volare là dove a fin di ben non si dovrebbe. Poi soli, d’un colpo, in capo al mondo, dondolanti su un fiume sconosciuto e guardar l’acqua, scrutare fino in fondo, buttarci dentro la vita in un minuto, per non dover indietro ritornare ed ammettere il proprio fallimento sentirsi dire di non saper lottare per costruirsi un proprio firmamento a misura dei propri sentimenti, e dover dire: “è vero hai tu ragione” e dirlo col cuore e gli occhi spenti mentre ritorni nella tua prigione. Pensieri al cimitero
Ecco, lo vedi? Tu, tronfio del tuo saper, solo polvere sei. (Campo Tizzoro 24.1.99 h. 23,30) Ora lo sai, del tuo poter sotto la terra fredda cosa te ne fai? (h. 23,31) Quando passavi tu tremava il mondo, ora il mondo ti trema sotto un freddo marmo. (H.23,33) Hai mandato al macello tanta gente, pensavi d'essere di ferro, ma pure tu, come il più offeso dei tuoi oppressi, ti sciogli nel liquame e in mezzo ai vermi. (H. 23,34) Anche se scaldi con la stufa la tomba tua, sempre freddo sarai. (H.23,46) (Ad un politico) Sotto una lastra te ne stai a pensare come il prossimo poter ancor fregare? (25.1.1999) (A Diana) Anche da morta sei oggetto di consumo ma la tua vita per me è stata solo fumo. (25.1.1999) Il prezzo della libertà Il Tempo È una trappola Che imprigiona Gli attimi di libertà Che l’adolescenza ti regala. Fingo d’essere rimasto fanciullo Per non perdere Certi privilegi Che molti opulenti personaggi, Ingessati e incravattati, Non potranno mai comprarsi. Questo è amore Se riesci a mantenere immutati nel tempo le emozioni del primo incontro: questo è amore. Non provare a camuffarlo con un dono o un fiore: l’amore non si trova per strada, e neppure si compra sulle bancarelle. Se soffri per l’assenza della tua donna quando ne stai lontano, se desideri ardentemente averla vicina e soffri per questa lontananza: questo è amore. Non vi è altra possibilità per surrogare questo sentimento. Solo un abbraccio affettuoso ed un bacio ardente potranno farti perdonare di aver smesso d’amarla solo un momento. Dal monte Sant'Elia Un nome, un soffio, una pena ! Il vento che rugge tra i rami ! Il mare che bagna la rena ! E voci, canti, richiami. Io solo: lo sguardo sperduto che miro i lidi lontani; il sole che sembra intessuto di fili lucenti, diafani. Un nome portato dal vento, che vien dalla sicula terra, e' un dolce richiamo che lento nel cuor, come spina, si serra. Un nome che allieta, che affanna, un nome che a me da allegria, un nome, mia piccola Anna, io sento sul col Sant'Elia. E un passer loquace mi dice: - Ma Salvi che pensi? Che hai? Non sei forse pago, non sei tu felice? perché ognor pensi che futili guai ? -Non sono io pago, non sono felice, oh! come vorrei averla vicina, sentir tutto ciò ch'ella dice udir quella dolce vocina. Oh! incanto, oh! sogno mio vano, fuggito è il bel tempo d'un dì! E' un sogno svanito lontano, un sogno ch'io ricordo così... Così... come se mai fosse stato, così... come un sogno vissuto, così... come un cuor tormentato che piange il bel tempo perduto. Mai, mai, mai più tornerà quel tempo di baci e promesse, più lento il dì passerà più dura la vita s'intesse. Laggiù il mar rumoreggia battendo sull'irta scogliera ma il mio cuore pare che chieggia una Grazia al Signore stasera. Vedo il sole che lento reclina lambendo co' i raggi le onde, mentre il Vespro, che già s'avvicina, ogni cosa di tetro nasconde. E nel tetro, tra l'irta scogliera, va un canto, che par di sirena, mentre è solo una dolce Preghiera che dal petto fuggir fa ogni pena. Sentimenti Invano attendi che un mio sorriso ti raggiunga lì sul divano. Detesto questa mia immobilità che non sa di nulla, che insegue sogni astratti e si crogiola nel piacere inutile di esprimere sentimenti che neppure conosci. Tengo per me questa gioia inutile che ti farebbe felice se avessi l’idea di urlartela in viso. Sud amaro Odiare le pietre che giacciono all’angolo delle strade immobili, da una eternità. Nessuno le ha tolte! Se ne stanno a testimoniare che quaggiù nulla si rinnova. Anche la coscienza dei nuovi governanti, dopo le inutili promesse, resta immutabilmente identica a quella dei vecchi governanti, irrimediabilmente. Sudore al Sud Pazienza, rassegnazione, provvederà Provvidenza. Quattro legni in croce, un mucchio di stracci, un pane amaro e tanto sudore. Questo il rovescio di una medaglia vecchia più di cent'anni. Ogni anno un urlo di speranza che é poi una frode, un inganno di una classe dominante che opprime e violenta. Un punto nero Un piccolissimo insetto, simile ad un neo spuntato dal nulla, attraversa d'un tratto la mia mano. Per essere piccol così viaggia come un treno e lo seguo in silenzio inerpicarsi sulle mie rughe come scalatore solitario. L'osservo, e una tentazione m'assale di spargere quel nero sulla mia pelle insensibile. Penso alla sua paura all'avvicinarsi del mio dito, al dolore improvviso del suo corpo che si scioglie, al terrore per la morte vicina e lo lascio libero di frugare tra la mia peluria e percorrere un tratto in salita sulle vene gonfie che coprono il dorso della mano. Poi spicca il volo: piccolo punto nero, e scompare nello spazio infinito che lo circonda. Una nuova dimora Un sole sbiadito s'affaccia a illuminare per un attimo questa nuova dimora in questa valle gelata. Cerco con nostalgia il bianco candore dei ghiacciai e della Becca di Nona, che quest'anno non mi ha neppure sorriso. E' difficile per chi ama il sole vederlo soltanto lontano illuminare le cime che mai scalerò. Aosta ho nel cuore, con il suo scenario bellissimo, con i suoi monti che l'abbracciano e scaldano, con la sua vista infinita e con il suono delle campane di Sant'Orso che non sentirò più al mattino, ma che mi rintoccano dentro. Due Novembre E' già l'ora della resurrezione della carne. Brividi intensi percorrono la schiena dei morti. Giro tra le tombe, cosparsi di fiori rossi e di crisantemi. Brulicano i vermi sotto le mie scarpe di gomma, e l'aria è pervasa da un lezzo pesante di ceri che si consumano. Sommesse preghiere infastidiscono ed opprimono: orazioni inutili per orecchie che non ascoltano, a cui non interessano più i bisbigli dei venditori di torroni e caldarroste, che pur offrono a squarciagola una mercanzia che non attira neppure il cuore commosso del visitatore frettoloso tutto immerso nei suoi pensieri tenebrosi. In quel momento a Lerici (Agosto 2001) In quel preciso momento ho colto il tremore dell’onda, il luccichio del sole sull’acqua, il volo d’un gabbiano, il saltellare d’un passero sul muretto che s’affaccia sul mare, lo sciacquettio dell’acqua contro la fiancata d’una barca, l’ondeggiar delle vele ferme in porto, il soffio del vento tra i capelli, le grida d’un bambino, l’abbaiar d’un cane, il pigro movimento d’un ramo ed il lieve ondeggiar dell’erba. Ho colto le tue parole, e il suono della tua voce, in una giornata tranquilla di mezza estate. Mi lascio cullare A volte mi lascio cullare dal vento che frusciando tra i capelli mi riporta carezze che ormai sono spente. Angoli solitari, cascine desolate, lenzuola bianchissime stese al sole sulle siepi ad asciugare e profumo di pane appena sfornato. Odori lontani, che vorrei poter gustare un momento per rivivere storie antiche e sofferenze finite, lotte impari contro lo sfruttamento dei baroni e l’ostilità dei potenti, battaglie giornaliere per la sopravvivenza e per imporre il proprio bisogno di esistere. Abbraccia i ricordi Un amico mi ha detto, di lasciar perdere, di non inseguire i ricordi lontani: “essi ti portano tanta tristezza”, mi ha sussurrato. Ho provato per un giorno a seguire il suo consiglio ed a cancellare tutto ciò che di bello avevo rinchiuso nel cuore e guardare non il mio prato fiorito ma il condominio che aveva preso il suo posto. Neppure il muretto sconnesso vi era rimasto perché un strada asfaltata era sorta al suo posto. Provai una grande tristezza a veder cancellati i miei sogni e odiai immensamente il mio amico che mi aveva distrutto i ricordi. L’agonia della Poesia Quando l’animo è cupo, pervaso da rancore, quando non c’è più amore, invano cerchi di comporre un verso. Mancano le parole, la fantasia ha perso ogni colore! La tua mente balbetta, stenta a comporre qualcosa di decente. Lo sguardo vaga pensoso, si sperde tra le nebbie che nascondono i monti e cancellano i laghi ed i torrenti. I pensieri si rincorrono come i passeggeri in corsa in una metropolitana affollata, dove il rumore affoga ogni pensiero ed annega la voce della gente. Avverti l’inutilità della tua vita: e sogni un mare di tranquillità ed isole assolate e sperse tra l’onde d’un Egeo turchino. E rivedi i tuoi padri, addormentati all’ombra d’un contorto fico o di acacie fiorite e profumate, tornati a ristorar le stanche membra dopo che il fato via li sospinse dall’Eubea ventosa per lidi sconosciuti a soffrire in cuor di nostalgia. Autocritica I miei sono geni perversi ! Nell'antichità dei tempi sono stati plagiati da esseri ribelli e vendicativi. Potessi lasciarli scorrere in libertà compirebbero strane giustizie, eseguirebbero empi progetti e nefandezze. Io li ho incatenati nel mio inconscio profondo. Ma i loro gemiti spesso vincono la resistenza della mia ragione e mi strappano attimi di libertà. Aurora Canta un gallo già spunta l’aurora: sale il sole oltre il monte tra cime e speroni. annuncia cantando un nuovo giorno che arriva pian piano, e poi muore. Sale Come acqua di mare, sospinta da marosi agitati, le mie invocazioni di pace sbattono sulla scogliera con veemenza e furore. Inutilmente s’aggrappano ai massi spigolosi e spugnosi, invano cercano un consenso! Tra un gorgoglio confuso di parole inutili e vuote, che nessuno sembra più ascolti, scivolano nell’indifferenza. Ma poche gocce di mare rimangono tra le cavità delle rocce e si lasciano cullare ed accarezzare dai raggi del sole. E questa piccola, esile, traccia si trasformerà nel tempo in cristalli di sale per l’umanità. S’io potessi S’io potessi tornare al tempo perduto, quando l’anima inseguiva gioiose distese di verde ed i fiori mi baciavano il viso mentre disteso ammiravo le nuvole in cielo. Il vento gioiva a farmi i dispetti: sugli occhi piegava gli steli dell’erba. E la ginestra inondava di dolci profumi I fianchi del monte. Sognavo! Sognavo di volare lontano alla ricerca di gloria e di fama, di piazze inondate di sole e di folle plaudenti. E vidi le masse urlare incomposte di gioia e furore ed anche il sangue sgorgare e tanti innocenti morire. Dei sogni lontani restarono solo le tracce di fiori e corone appoggiati sui muri, ammucchiati sui carri, e il dolore della folla indignata a piangere la gente scomparsa, quella mai più vendicata. Lupo Il giorno che anch'io sarò morto e l'anima andrà in giro vagando, ritornerà tra i sassi dell'orto, di fronte all'antica chiesetta e tra i rovi, ai muri abbracciati, troverà Lupo disteso ch'aspetta. Salterà dalla fossa abbaiando, scuotendo la terra di bocca, dolcemente le mani azzannando. Povero Lupo, di gioia è distrutto, più non ricorda il fucil che l'uccise, scodinzola sempre, dimentica tutto. Fedele mi ha atteso tanti anni, come quando tornavo da scuola, d’un colpo ha rimosso gli affanni. Nuovamente tra i rovi annusare, rotolar con la schiena sull'erba e le buche nel prato scavare; sgambettare in mezzo alle foglie, abbaiando scherzoso ai passanti, ai vecchietti al sol sulle soglie; sbatacchiare con forza il guinzaglio ringhiando perch'io molli la presa, che io lascio, quasi per sbaglio, ché lui possa contento scappare; ritornare con scatti improvvisi, far le finte per farsi acchiappare. Allungarsi, poi, sfinito sull'erba con la lingua ansante tra i denti, gli occhi dolci e la testa superba, vigilando ch'io non abbia a sparire come un tempo, e dover ritornare sotto un mucchio di sassi a patire. (Segnalata alla IX Edizione 2003 del Concorso Nazionale di Poesia “Fazio degli Uberti” – Pisa) Mamma Mamma, nome adorato, nome che dire vuole mille cose: tormento, lotte strenue, sofferenze, dolori accumulati insieme agli anni, gioia che porta al cuore nuova gioia, luce splendente, chiarore al mio cammino, tutto tu dai e mai ricevi niente. Mamma, nome agognato, da un milite passato per le armi, da un bimbo sofferente in ospedale, da un vecchio nel delirio della morte, da un uomo che mai ha avuto madre. Mamma, nome invocato, da un giovane lontano dalla patria, sperduto nel fondo di un abisso d'un mare ch'é una bara senza vita. Mamma, nome avvizzito, fiore che ognor reclina l'estro capo negli ultimi bagliori d'una vita, lottata strenuamente, col peso d'un pensiero ormai morente. Mamma, che hai vegliato, sul volto tenero d'un bimbo, che lottava con l'iniqua Parca, che hai raccolto ogni suo sospiro, che hai pianto se piangeva, che hai riso se rideva. Mamma, sempre più amata, da un figlio che credevi ormai perduto: ora é con te, l'hai alfine riveduto e sei felice e paga. Mamma, agonizzante, che noti del tremor del figlio tuo, che piangi perché... non sai... non potrai... più guidare... il bimbo tuo... Per te é sempre un bimbo, è sempre ignaro e non conosce il mondo; pensi che il suo pianto non tergerà nessuno e soffri e piangi... e ancora guardi il tuo piccino... ... e non lo vedi più. Dove siete finiti Dove siete finiti, amici miei, dove il vostro destino v'ha portato? Chissà dove saranno quei quaderni dove un tempo abbiamo più volte riportato quelle frasi contorte di latino che ognuno scopiazzava dal vicino. A volte vi riguardo, quando la nostalgia mi spinge il cuore, in quella vecchia foto ch’uno di voi scattò quella mattina stretti e abbracciati sulla Via Marina. Mi piace rivedervi sbarbatelli, con quei visi puliti dai pensieri e quei sorrisi limpidi e sinceri che non so se la vita ha cancellato. E soffro se vi penso tra gli affanni, vorrei tener per me ogni dolore sapervi sorridenti da tant’anni e che la vita vostra sia migliore. Avversità Io non so quale male commisi a questo mondo: non uccisi nessuno, né imprecai sull'avverso destino. Amai il prossimo mio con tutto il cuore, tutta l'anima mia. Che peccato commisi per ricevere ognora una scarna mercede? Forse é una colpa sciupare gli anni miei per amor verso gli altri ? Povero Cristo quale error facesti di morire per noi su quella Croce! Ho baciato Ho baciato le tue labbra sotto l'azzurro infinito, d'un cielo terso, mentre il vento accarezzava leggero l'erba, i fiori ed i nostri sorrisi. Il profumo dei fieni appena tagliati si confondeva col sapore della tua pelle calda e languida. Ed io ti guardavo, in silenzio, ti scrutavo nel profondo i pensieri quasi a leggere nei tuoi occhi il senso del tuo amore per me. I fiumi della Lucania Vorrei per una volta ritornare con gli occhi curiosi d'un bambino appiccicato fisso al finestrino i fiumi della Lucania riguardare. Vorrei, dal treno sbuffeggiante, osservare i pescatori tra i canneti lungo i fiumi attorniati da pescheti riprovar quella gioia un solo istante. Le scritte sopra i ponti ritrovare: Crati, Sinni, Angri, Basento, Cavone, e, poi, il Bradano e col magone i miei sogni interrotti rievocare di poter abitare lungo un fiume, e di pescare dall'alto d'un balcone o scivolar sull'acqua col barcone al chiaror d'un tremolante lume. Pensieri che scorrono, più atroci, come l'acqua che fila verso il mare, come gli alberi che sembrano girare per la campagna sempre più veloci. E mentre vago col pensier lontano guardo dalla finestra un ruscelletto che scorre lentamente dirimpetto e un bimbo che mi saluta con la mano. Brutium Hai gli occhi stanchi di chi piange da secoli le miserie di sempre. Cerchi con affanno di risalire una china che ti frana tra i piedi e ti ributta sempre più in basso. Lotti con rabbia, da un'eternità contro un mondo che in silenzio ti guarda Conchiglie Raccoglierò tutte le conchiglie che da bimbo ho buttato sui fondali del mio mare. Leggerò sulle vulve calcificate con la sabbia la mia storia interrotta quando le aurore mattutine erano tutte impregnate dal profumo delle alghe sparse sull'arenile pietroso e dai pesci guizzanti nelle ceste di vimini dei pescatori anneriti dal sole. Gusterò il sapore antico delle mie infantili illusioni e dei miei sogni ancora vaganti su una spiaggia, che non riesco più neppure a sognare. Proverò per l'ultima volta la sensazione di soffuso piacere della rena frusciante tra i piedi che accarezza ancora le mie albe senza tramonto. Conosci te stesso Berrei tutto il sale del mondo se questo bastasse a farmi conoscere me stesso. Cosa ti porti dietro Cosa ti porti dietro, ma che fai? Vedo dei soldi, dei monili d'oro, guarda che dove adesso andrai Non ti serve portare alcun tesoro. Tu continui a pensare ai tuoi bisogni, vorresti gioire anche all'inferno. Scrollati dal cervello certi sogni dove si va non patirai l'inverno. Non stai vedendo cosa porto io? Nulla, nulla mi sto portando dietro. Quello che ho è in fondo al petto mio: son le ricchezze che donerò a San Pietro. Tu adesso soffri di lasciare tutto ti preoccupi dei beni che tu hai delle tue ville, degli alberi da frutto, delle tue aziende con tutti gli operai; della tua servitù, che ti blandiva, del tuo Consiglio di Amministrazione, della tua bramosia, che mai finiva, di tutto accaparrare all'occasione. Anch'io per anni ho colto la ricchezza, fatta di solidarietà, frutto d'amore, ho rubato dal mondo ogni bellezza e l'ho custodita in fondo al cuore. Anche se or son nudo, amico mio, di questi tesori nessuno può privarmi, li può soltanto recuperare Iddio e per questo non ho da disperarmi. Dietro una dolina Ho sparato un colpo, giù dalla dolina, dove accovacciato e sudicio, mi sembra da una vita, me ne stavo col moschetto impugnato a guardia d'un confine segnato su una carta, ma ch'appartiene al mondo. Non ho mai saputo se ho colpito il bersaglio, ma l'eco di quel colpo, a distanza di tanti lunghi anni, continua a rintuonarmi nel cervello, e soffro. Soffro perché non so se il mio nemico è morto oppure è rimasto solo mutilato, non so. Il mio nemico... così m'hanno insegnato a giudicare quel povero Cristo che se ne stava impantanato dietro una dolina sul versante opposto ai nostri appostamenti in difesa d'un confine segnato su una carta ma ch'appartiene al mondo. L’ubriaco Un bicchiere di vino, un calice amaro, droga mattutina. Poi un giro per le piole fino a sera. Fitte alla milza, dondola per la strada, vomita sui marciapiedi, all'angolo delle sue rovine. Poi canta, libero, a squarciagola, urla alla vita, deride la vita, folle. Un urlo che si perde nei vicoli ciechi, tra l'indifferenza dei passanti, e la preoccupazione di qualche cane randagio che lo scruta. Quando al mattino... Quando al mattino m'avvio all'opra quotidiana, davanti a me lo spazio mi abbraccia all'improvviso e mi trascina. Dai casolari s'alza il primo fumo; la luce filtra ancora dalle finestre socchiuse e il contadin s'affaccia dalla nebbiosa stalla col suo secchio di latte. Quattro pioppi scheletriti si stagliano d'un colpo contro un cielo sereno: sembran pennelli d'un gigante intento a colorir di rosa il bigio cielo, che le montagne ricamano con l'ombra scura delle cime aguzze. In questa immensità, d'un paesaggio che scorre al girar del tachimetro della mia vettura in corsa, ogni giorno rinnovo la gioia di vivere e la pazienza di sopportare le avversità e gli affanni. E, pur coi suoi problemi, con le ingiustizie e gli egoismi (istinti atavici lenti a morire), si replica ogni mattino lo spettacolo, immenso e misterioso, di questa vita che sempre si consuma ...e si rinnova. Tornare nel nulla Tornare dal nulla nel nulla dei miei sogni, interrotti tanti anni fa su una spiaggia sepolta da ricordi incredibili di felicità mai più conosciuta. Farmi lambire i piedi, ancora, dall'onda scherzosa, che sa di gioie finite, di luci tremule, che accarezzano ancora le sere tra Reggio e Messina. Canti argentini nel buio di Chiesa Pepe, brusio di comari sedute nell'ombra a contare le cose del rione. Quel pettegolare sommesso, seduti sui gradini, sconnessi, ballerini, e le bimbe assonnate, con le teste appoggiate sui grembi neri delle madri, ormai sepolte in camposanto. Voci ancora vicine, conosciute una ad una, che mi scavano dentro, nel cuore, come un dolore, lento, di un dente cariato. Che strano calvario mi passa negli occhi, mi preme sul cuore: come un dolce languore che sale, sale dal nulla e si perde nel nulla, come un sogno mai fatto; come un'acqua caduta, d'un colpo, in un giorno d'estate, uno di tanti, passati, sognati, pigiati nel cuore, messi a tacere per sempre; come un libro invecchiato, scoperto per caso, e con tenerezza riaperto per ritrovar dentro emozioni d'un tempo passato, d'un tempo trascorso in silenzio, curato come un vecchio vestito da sposo, ancora incartato, ancora buono ad essere usato; come un giorno di festa, che passa veloce, che lascia un sapore d'amaro e di dolce, un sapore d'attesa..... un sapore di morte, che arriva d'un colpo: inattesa! Vivisezione Sguardi pietosi, invano! Oltre le sbarre d’una gabbia infame fedele, come sempre, tu l’osservi e non capisci. Egli ti porta i pasti e una carezza, a tratti, t’addolcisce la vita. Pensi che lui ricambi pari affetto e un lieve sussulto, un vano tentativo d’un leggero scodinzolar di coda, apre il tuo cuore quando al mattino appare nella tua stanzetta, che emana odori d’etere e di urine incontenute. Tu, ignaro strumento di sperimentazioni, guaisci lievemente mentre il capo ti penzola impotente. T’accorgi di soffrire e forse pensi che il tuo padrone possa alleviare le tue pene e ti senti al sicuro quando dalla gabbia t’estrae e sopra un letto di laboratorio, senza rimorso alcuno e senza amore, ti depone. La fotografia Tic, tic! Uno scatto, due scatti! Dall’inquadratura Il mare dietro: davanti dune e cabine abbandonate. Onde ghermiscono la spiaggia: pennellate spumose e alghe morte abbracciate alla rena. L’attracco dei battelli estivi è vuoto; deserta é la spiaggia. Poi il silenzio imprigionato dentro una foto in bianco e nero e i ricordi che sfumano con le nebbie dense all’orizzonte. Ideologia? L’hai vista tu mai la morte? hai mai avvertito il suo odore passarti da vicino? Hai mai sentito l’urlo disperato dei torturati a morte? Hai mai sentito sotto le tue suole il friar delle ossa abbandonate tra le zolle, sparse pei campi? Hai mai visto i corpi denudati delle donne abbandonate ai bordi dei sentieri con le vulve rigonfie vomitanti sangue? Che ne sai della tua dignità spogliata d’ogni traccia umana, della disperazione davanti ad una scodella colma d’avanzi d’un pasto formicolante vermi? Eppure tu continui a credere nei valori di una ideologia che spaccia la sua lotta come difesa dei valori d’una democrazia che semina guerra e disperazione là dove pianta le sue stellate bandiere. Il diverso La mia diversità, ieri normalità, mi far star male, non posso accettare questa novità che tutto si può fare senza più pudore, senza dover tremare. Capisco che il modello, quello mio s’intende, non è originale che è stato costruito seduti a tavolino da borghesi giansenisti e clerico fascisti. Ma che tutto si può fare, mamme artificiali o maschi partorienti, coppie libertarie famiglie omosessuali, sconvolge nel mio petto le mie regole ancestrali. Maschi impupettati, che profuman di mughetto, capelli colorati, fondo tinta in viso, rossetto sulle gote , vestiti variopinti con i tacchi a spillo. Scusate il mio disagio se rifiuto il modello se mi sento additato perché schivo l’estetista e indosso i pantaloni, se porto ancora i baffi e puzzo un po’ di maschio. Lo so, devo evitare la gioventù che avanza, che ride nel vedermi col mio vestito scuro e la cravatta antica. Lo so, devo evitare il giorno e le sue piazze, mi tocca andar di notte sfilando lungo i muri per non farmi vedere. Lo so, e già tutti lo sanno, ormai sono un diverso. La forgia L'acre odor dello zoccolo bruciato sparge attorno un odor dissacratore che affoga l'aria odorosa dei gelsomini in fiore. Batte col maglio il fabbro, batte l'incandescente ferro e sull'incudine lo sagoma a misura dell'ungula del mulo. Soffia, nel tetro antro, l'enorme mantice a pedale, spinto dal garzone solerte, e le scintille solleva dalla forgia e le sparge per l'intera bottega. Tenui bagliori a tempo illuminano i ferri abbandonati negli angoli e sui muri. Ombre d'antiche cose, come sogni interrotti e poi ripresi; come soffi di vento che a momenti disperdono la nebbia dei ricordi, accarezzano i sogni ormai sopiti. Fine Ali plananti sui mari della disperazione, là dove i delfini non guazzano più e le balene perdono l’orientamento arenandosi sulle spiagge cosparse di catrame. Sull’acqua galleggiano pesci boccheggianti che i gabbiani rigettano asciugandosi le piume nere di petrolio. Invano spiccano il volo: mentre sulle rocce agonizzano uccelli neri a cui neppure i gatti danno più la caccia. La nostra civiltà si consuma lentamente tra l’indifferenza dei potenti che lanciano anche nello spazio i resti della loro spazzatura. 25 Aprile 1977: Ore zero Cosciente come non mai vivo per la prima volta un rapporto tra pari. Ogni parola ha un senso ogni movimento un preciso significato politico. Si, l'oppressione e' finita! Mi sento uomo solo per il sesso diverso e non per l'inconscia sicurezza di supremazia che da millenni mi opprime. Mi sento uomo perché riconosco il ruolo d'oppressore affidato alla specie alla quale appartengo. Mi sento uomo perché ho capito che tale espressione é puro sciovinismo imbecille. Mi sento uomo, infine, perché percepisco chiaramente la tua lotta di donna. Che senso hanno le parole vuote di contenuto, le ipocrisie di un rapporto tra impari? Parafrasi vuote, occasionalmente curate di un conformismo borghese che é destinato a marcire. Vuoto il mio cervello dei soliti fronzoli colorati, con gesti meccanici freddamente predeterminati. No, mi rifiuto! sono in rivolta con me stesso, con il mio "io" che si agita nell'incompostezza della perduta supremazia. Tu, hai vinto, donna! Hai vinto il mio modello di maschio dominante che banalmente recita una parte che non gli é propria; che gli é stata imposta dalla violenza borghese. Hai vinto nel preciso momento che ho compreso la tua libera scelta per un incontro che di conquista non conserva altro che la matura consapevolezza di un rapporto tra pari. Hai vinto nel preciso istante che la tua pelle, tutto il tuo corpo, non subisce l'avvilente violenza di una carezza guidata dal mio istinto di maschio, ma ogni nostro momento rappresenta l'ultimo atto di una scena interiormente vissuta, di un dialogo vivo dove parole, carezze, baci, orgasmo sono la naturale conclusione del nostro libero arbitrio ad un rapporto tra pari. A piedi scalzi Terzo millennio: angoli di felicità persi in un occidente che sciupa il benessere e più non apprezza le piccole cose. Rubinetti che sgorgano incuranti della sete del mondo. Luci sfavillanti e centri illuminati a giorno mentre nei villaggi africani alle prime ombre ognuno ristora le membra in attesa dell’alba e del nuovo sole, che scaccia le tenebre ed il buio profondo. Orde viaggianti nel nulla: coi fardelli pesanti sul capo e a piedi scalzi. E quei passi nudi persi tra le dune, per strade polverose, vaganti per sentieri sconosciuti, mi tormentano il cuore mentre cerco nella scarpiera un modello di calzatura che s’intoni al mio vestito scuro. La mosca Ti scaccio, attorno mi voli, ti fermi a guardarmi dall'alto d'un quadro, mentre ti lavi; ritorni a poggiarti sui capelli arruffati; scacciata, di nuovo t'appoggi a un orecchio. Ti vedo, ti sento non vuoi andar via. Chi sei? Sei l'anima, forse, del bimbo ch'è morto? Del bimbo non nato ancor prima di me? Ci penso alle volte: un insetto, una bianca farfalla, un'ape ronzante. Un'anima persa? La vite Modula la tua perfezione sui difetti degli altri. Un nuovo nido Tra le ginestre salta un cardellino. Ciuffi d’erba coglie nel becco e poi lesto s’invola tra le acacie. Un nido forma tra i rami fioriti e tra le spine. Prime sessualità Canta ancora, la nenia al tuo bambino. Dondola pian piano Il pargolo adagiato sull’anca appoggiata sul cavicchio d’una sedia di paglia e l’altra dondolante sul pavimento. Fammi intravedere, ancora, come un tempo, con indifferenza, il candore delle tue cosce che s’allargano e si rinchiudono scoprendo a tratti le bianche mutandine che m’han fatto sognare approdi mai raggiunti. Sbircio ancora Il tuo seno prorompente col capezzolo arrossato affacciato dalla nera camicetta, lasciato volutamente scoperto dopo aver allattato il tuo bimbo. Quante volte ho spiato tra i rami del fiordangelo le tue grazie che con indifferenza mi lasciavi alla vista. E tu eri conscia delle emozioni che provavo e provavi, tu, mamma-bambina, che giocavi con indifferenza a svegliare le mie prime sessualità represse. Dio che pena Dio che pena mi fanno questi potenti di turno, piccoletti che vogliono sembrare giganti indossando scarpe col tacco alto o arrampicandosi sui gradini più elevati per emergere dal gruppo. Dio come sono patetici, tronfi del loro potere e dei soldi che hanno accumulato sottraendoli ai legittimi proprietari. Pensano di durare un’eternità, ma nel volgere d’una stagione passano ed avvizziscono come le foglie, e volano lontano dallo sguardo di chi li ha sopportati e di chi li ha mollemente adulati. Occhi di sole Un giocattolo giace per terra col cuore forato dalla pallottola d’un cecchino nascosti sui tetti di Sarajevo. Giace al sole con le spalle arrossate del sangue del bimbo assassinato. Occhi vitrei, privi di vita, osservano la fuga sotto il sole d’un popolo inerme che piange sommesso, mentre le bombe devastano il centro storico della città. Tutto attorno si gioca alla guerra: l’odio nasce a sei anni guardando la mamma distesa per terra con i seni scoperti e il pube violato e insanguinato. Il tempo non conosce più età: a dieci anni già uomini e manca il tempo per essere bambini. L’occhio va ancora alla culla, alla serena protezione materna, ormai persa da tempo. Dai palazzi distrutti, dalle case senza finestre, si osserva il filmato d’una violenza che non ha fine. Gli occhi si plasmano nell’accettazione della disperazione quotidiana. Un bimbo muore mentre ignaro si disseta sulle rovine d’una fontana rotta che versa sulla piazza acqua coi vermi; un altro raccoglie un pane, ancora tra le mani d’un uomo colpito a morte sulla piazza; un terzo gioca in silenzio, sparando tra le rovine con un fucile senza caricatore. E l’odio conquista la sua parte di ragione nella coscienza d’una generazione che cresce e si vota alla morte ancor prima d’essere adulta. Sguardi ormai senza futuro che annunciano, come nuvole procellose, giorni di tempesta senza più sole. Passerotto Tu, piccolo passerotto, raccolto tremante sotto un nido, col tuo beccuccio roseo proteso quasi a difesa d’un avversario che ti teneva in pugno avvinto, dove mai sei? Dove mai sei volato, dopo che di pasto satollo te ne stavi sotto un tavolo appoggiato a guardarmi con quegli occhini tondi e luccicanti? Ti ritrovai all’alba, freddo per il troppo pasto ingurgitato; tu, piccolo ancora implume, ma che occorrevi festoso, con brevi voli, tra le mie sporche manine e picchiettavi ai miei denti pensando fosse pane imbevuto di latte. Dove l’anima tua se n’è volata, dopo che il pianto mio ti seppellì sotto quei quattro sassi accanto all’uscio d’una dimora ormai dimenticata? Solo il ricordo stanco ti insegue, mentre forse volteggi libero nel cielo e sei felice. Pianto di bimbo Pianto di bimbo, garrulo, argentino, che riempie d'infanzia ogni riposto rifugio. Pianto di bimbo, gioia di una madre ad amorevol cure intenta ed a vezzeggiare. Pianto bimbo, dolce richiamo del tempo che passa, lugubre annuncio della morte che arriva. Pinocchio (Dedicata ai politici) Che pena mi fanno il Gatto e la Volpe, il primo senza uno zampino, la seconda tutta spelacchiata. Li vedo ogni tanto affacciarsi dallo schermo del mio televisore ripetere la solita canzone della politica da baraccone che non incanta più la gente. Ed ho pena per loro, imbonitori da fiera paesana, e tremo per me, ultimo testimone senza più platea, rimasto come uno spaventapasseri a cui il vento ha spazzato via la paglia e il cappello. Ogni tanto Ogni tanto volgo lo sguardo alla fonte e vo alla ricerca dei sogni che sono scomparsi nel nulla. Li cerco negli angoli bui, nei vicoli, che il sole più non carezza, nelle lunghe notti d’estate, tra lucciole e sonni sudati. Invano m’aggiro tra vecchie dimore ormai abbandonate, invano scruto i balconi serrati ed i vasi di fresie tutte seccate. Invano cerco un viso amato affacciato a un verone, che chiama e mi chiede qualcosa. Invano! Mi resta questa mia disperata ricerca di spazi dispersi nel nulla, di corse per campi e sentieri che sanno ancora di vecchi profumi aggrappati alle siepi di gialla ginestra, ridente su poggi e colline, di glicini abbracciati ai cancelli e di bimbe ridenti e chiassose coi capelli arruffati, spazzati dal vento. Poi vedo, d’un tratto, dei visi curiosi affacciati alla casa che amai, alla casa che serra ancora le voci più care al mio cuore ed un senso d’angoscia m’opprime, mi strazia i pensieri e m’offusca la mente. Un volo spezzato I tuoi sogni sono finiti sui gradini d’una scala inospitale. Hai nel cuore lo smarrimento, cerchi forse il calore del nido ormai perduto. Ti muovi quasi stessi nuotando, ma il cemento non risponde al tuo agitare inconvulso d’ali che non frangeranno, mai più, l’aria sotto il tuo breve volo dal tetto alla strada. Già altre volte provai a far vivere altri rondinini: fuori dal nido c’è la speranza di qualche giorno d’angoscia e, poi, la lenta agonia. Meglio abbreviare una fine che potrebbe essere orrenda se ti ributtassi su un tetto qualsiasi nella vana speranza che tu ritrovassi le tue sicurezze perdute, o ti lasciassi al gioco crudele dei gatti. Ma ora resta nel mio cuore il dolore d’aver distrutto una vita. Resta nel petto il tormento dei tuoi deboli artigli avvinti al mio dito, resta nella mia memoria il tuo vano stridio, quasi alla ricerca d’un aiuto che nessuno ha potuto donarti, ed il tuo agitar d’ali in una rapida agonia che ho voluto anticiparti per una forma di pietà che detesto e che mi farà soffrire nel tempo. Sillabo Sarà poi vero che ai poveri è riservato il cielo dopo le sofferenze terrene? Sarà poi vero che il Conte Ugolino farà giustizia dei tanti Ruggieri che infangano l'etica di queste povere spiagge dopo la nostra Resurrezione? Io oso sperare che la giustizia Divina non si farà condizionare dalle forze della conservazione. "U ruzzuliuni" (Al ruzzolone) Mi sperdevo in quella immensità di spazi verdeggianti, aspiravo, avido, un profumo di prato e di ginestre. Correvo, libero, mentre l'erba accarezzava i miei piedi scalzi e frusciando solleticava le mie gote arrossate, la mia fronte bagnata. Era il mio rifugio, mondo meraviglioso fatto di sogni e di avventure, dove i briganti coi lor mantelli neri custodivano tesori e prigionieri; ed io, cavaliere errante, impastando l'argilla, costruivo castelli e principi regnanti. Poi verso sera, quando con un sorriso il sol calava, ritornavo al mio nido povero di minestra, ricco di affetti, tutto sporco e sudato. Mia madre urlava parole dure, che non facevan male, parole amare udite mille volte, parole che oggi mi sembrano carezze. Una goccia di mare (A Suor Maria Claudia Russo) Dove mai sei, piccola madre degli oppressi? La tua gente continua a soffrire, nei vicoli dei paesi che ben conoscevi e i bimbi chiedono del cibo e dei giocattoli usati. Ancor oggi Le vecchie, accovacciate al sole, ricamando le bianche lenzuola di lino, ricordano le tue dolci parole di conforto e d’amore chiacchierando sommessamente ed ogni tanto segnandosi pronunciando il tuo nome. Il sole s’affaccia sui vicoli Tra le vecchie case Malamente arredate. Sulle finestre garofani e rose Sorridono Tra un vaso di prezzemolo E di basilico. Miseria e disoccupazione Ancora imperano impassibili E l’egoismo alza barriere D’odio e di dolore Tra la gente. Una piccola donna Visita premurosa qualche casa Offrendo del cibo E qualche indumento smesso. Una goccia di speranza In un mare di disperazione Che però allieva qualche piccola pena. Un minuscolo segnale di solidarietà! Il tuo esempio, Forse, non è stato vano?Una sera diversa Ti illudi che l'ombra che avvolge la terra bruna, dopo che il sole sfugge all'orizzonte, porti il silenzio, la serenità dell'anima. Falsi furono i poeti, falsi gli artisti. Arriva la sera, muore solo il giorno e le creature che vivono di sole cercan riparo all'ombra delle querce, nelle profonde tane. Ma se accendi un lumino nella notte, vedi continuità di vita attorno all'alone: insetti, coleotteri, predatori notturni che sorvolano il cielo lanciando urli agghiaccianti, frullare d'ali plananti del pipistrello che emette garruli squittii. Lontano il richiamo della volpe, il grugnito d'un cinghiale e, nella radura ombre di veloci cerbiatti sparire su pei grotti. La vita cambia solo il suo mantello: volta la pagina delle usanze sue ma continua senza mai fermarsi a scorrere, continua a trasformarsi e rinnovarsi.A Ungaretti Da Cima 4 del San Michele vedo levarsi il fumo dell’ultima granata che ha dilaniato il corpo d’un alpino. Tu guardi quel corpo immobile con gli occhi sgranati e la bocca aperta sull’ultima parola rimasta incompiuta tra le labbra. Lo guardi e pensi al fiume Nilo che continua a scivolare tra le bianche dune della tua Alessandria. Ti chiedi dei motivi inutili che t’hanno spinto ad impugnare un moschetto per uccidere un fratello che ti spara addosso da una collina vicina e che forse si sta anche lui chiedendo dell’inutilità d’una stupida guerra che non vi appartiene.Vangare Vangare la terra sotto il sole di marzo. Asciugarsi il sudore con la mano sporca di terra. Girare lo sguardo attorno per misurare il lavoro già fatto. Sentire dentro la gioia di se servire se stesso ed il mondo.Giorno verrà Giorno verrà In cui potrò vagare, senza meta o frontiere, di qua e di là del mare, potrò andare a respirare l’aria e inumidir la fronte alle sacre sorgenti dei lidi dei miei avi. Potrò calcar la terra ed ascoltare il rumor degli zoccoli delle vecchie greche di cui racchiudo in grembo I geni più antichi. Respirare l’aria ricca di sandalo e oleandri, asciugarmi la fronte con la paglia profumata raccolta qua e là tra le rocce sospese sul mare. Ascoltare la voce dei miei penati confusa alla brezza che arriva dall’Eubea o dalla Calcide e sentir dire: bentornato figliolo!La vecchia fontana Oggi la vecchia fontana rivive! L'intero paese è rimasto senz'acqua e con fiaschi e bidoni la va a ritrovare, le fa compagnia, come un tempo. L'acqua non scorre più via, inutile e sola. La vecchia fontana rivede qualcuno di nuovo scambiare qualche parola, come allora, quando l'acqua non c'era in tutte le case, e la gente faceva la fila, paziente, serena, e parlava, parlava... e non era mai sola!6 Agosto 1945 (Anniversario Hiroshima) Il nostro mondo era sempre lo stesso: quello incantato delle favole! Non ci accorgevamo neppure della disperazione che aleggiava attorno e dell’urlo straziante dei nostri parenti che ci chiamavano. Noi guardavamo gli aerei tra le nuvole che brillavano contro il sole: si rideva e si rincorreva l’ombra bruna proiettata sui prati. Ma il nostro riso di gioia fu spezzato da un fungo di fuoco disegnato nel cielo, immenso, accecante, e dalla nostra pelle che volava a brandelli. La nostra felicità si sciolse in un urlo di terrore che rimane scolpito nella nostra memoria ed in quella dei giusti.A tutti A tutti, a te, a voi, a coloro che guardano e non capiscono, o non vogliono capire, a coloro che tacciono e vorrebbero urlare, a coloro che vedono e fingon d'esser ciechi. A tutti, a te, a voi, a coloro che ignorano di vivere per gli altri, perché senza gli altri non avrebbe senso vivere. A coloro che fingono di non capire il senso delle cose, a questi io dico: capite, urlate, guardate, vivete il senso delle cose che vi sono attorno e che vivono per voi. Alla botte Per un attimo, un solo attimo, ti prego, Dio, fammi tornare a vivere i miei sedici anni, sul dolce pendio fiorito de “la Botte”. Sentirmi accarezzare, di nuovo, la schiena dalla dolce brezza marina, rivedere i riflessi lucenti del sole sulle onde dello Stretto e il mio cane “Lupo” adagiato ai miei piedi. Io ti prego, Dio, ma tu non ascolti le mie parole, non esaudisci le mie preghiere. Ma io li vivo lo stesso, quei momenti, e irrido il tuo potere che lascia gli umani coi loro desideri insoddisfatti e le loro speranze irrealizzate.Amo tanto le bestie Amo tanto le bestie perché nel loro regno vince l’istinto ma regna l’equilibrio. Sarà difficile che un leone cacci ed uccida per togliere la vita o per piacere. Anche i serpenti, pur se velenosi, dopo aver inghiottito il topolino se ne stanno tranquilli a digerire anche se un altro roditore gli scorre da vicino o gli saltella scioccamente attorno. L’uomo, invece, è una bestia irrazionale, l’essere più dannoso del creato. Dopo la fine della evoluzione, quando ancora rispettava la natura, e dopo aver deposto l’abito bestiale, ha incominciato a uccidere la stessa specie sua d’appartenenza a volte anche per frivolo piacere. La guerra è l’espressione sconcertante di questa sua diversità di specie che tanti lutti genera nel mondo e tanti pianti nei cuori e nelle menti. La caccia per diletto, o per bieco e frivolo interesse, è poi l’aspetto sconcertante della suo istinto di razza prepotente. Solo la sua estinzione riporterebbe l’equilibrio al mondo e la natura in pace dalla sua nullità rinascerebbe.Autunno Occhi tardivi, stanchi, immagini perse all’orizzonte tra un rotolar di foglie e un dondolare stanco di rami quasi spogli. Nebbie diffuse, a tratti, a celar prati e boschi e laghi. Stormi confusi, a sera; voli radenti ed ondeggianti tra cielo e terra, a ricercare alberi spenti ed olmi ormai cadenti.Bianchi gabbiani Bianchi gabbiani, che sfiorate il mare, che nei suoi flutti poi v'inabissate e con un pesce nel becco rispuntate continuando sull'onda a veleggiare, vorrei un po’ con voi il ciel solcare e sperdermi sotto i raggi della luna, sonnecchiar poi ai bordi d'una duna, dal primo sole farmi risvegliare. Portatemi con voi, siate gentili insegnatemi ad affrontare la tempesta, fate che il cuore mio sia sempre in festa tra pesci, seppie, ostriche e mitili. Fatemi dimenticar tutti gli affanni che circondano la vita degli umani: la casa, i soldi, tutti i tormenti strani che ci affliggono sin dai primi anni di nostra vita, di nostra conoscenza, che ci fanno inseguire sogni arcani, costruiti in mondi a noi lontani e che regalano solo sofferenza. Portatemi con voi, sul mare mosso dove mi sferza il vento e l'onda nera ch'io ritrovi tra i colori della sera l'odor dell'alghe e un ciel tinto di rosso.Oh, caldo sole.... Oh, caldo sole, che il bel color riporti in mente del mio mare lontano, come t'amo e mi manchi. Tra le nubi, nere di bufera, tu schizzi, giallognolo e dormiente, come un serpe che guizza e poi si cheta. Fredde le membra, in questo mio secondo giorno di torpore, impaziente attendo che il ciel si rassereni, che il monte si schiarisca, come quando, passata la bufera, chiaro lo stretto siculo s'apriva e le due sponde l'iride abbracciava. Ora son qui, solingo a riguardare, dalla finestra chiusa, le montagne imbiancate, mentre rincorro ancor lieto e gioioso i miei sentieri, colmi di giovanili emozioni e di progetti, e i dì che ancor guazzavo a piedi scalzi in acque salse ancor tiepide e chiare. Ed era ottobre avanzato e il sole m’asciugava ancor la pelle! Or sui miei sogni saltellano i fantasmi, rei pellegrini vuoti di promesse che inutilmente regalano sorrisi svaniti nel mare dei miei giorni persi.Cerco... Cerco, in una ragnatela di strade, quella, polverosa e bianca, che percorrevo un tempo, coi miei calzoni corti e a piedi scalzi, costeggiata da acacie e siepi ridenti di more. E' una strada assolata, rotta da un concerto di passeri e cicale, d'abbaiar di cani, dal chiocciar di galline, dal gracidar di rane. Suoni indistinti, ormai, d'un tempo sconosciuto, quadro sbiadito e vago d'un vissuto ormai vuoto. Or, qui, seduto, tra la neve che cade, inseguo con tristezza un carrettino trascinato ad uno spago, rivedo con rimpianto un bimbo scalzo, sorridente, coi calzoni corti.Gli anni Chi sono io, povero pellegrino che in giro me ne vo trascinando un sacco colmo di cose inutili e precarie? Viaggio, cantando alla luna. che bizzosa m’irride e guarda e sogghigna e tace. Chi sono io, povero pellegrino, che m’abbevero all’acqua d’una fonte scarna, che balbetta bolle e scivola pigra tra i sassi della sua sorgente? M’accompagna l’odore dei fieni appena tagliati, che profumano di gioventù. Oh, Dio, come il tempo scorre! Ho travasato gli anni da una grossa damigiana ed ho riempito 75 bottiglie bordolesi. Ad una ad una le consumo, annualmente, ed allineo i vuoti impaziente. Sessantacinque sono già vuotate. Se arriverò a bere le restanti mi toccherà allor comprare un’altra damigiana piccolina.Cipressi Mesti cipressi, tremuli lumini accolgono il tuo corpo freddo, pallido, finito ! La terra scavata di fresco emana uno sgradevole odore, accoglie il tuo corpo e lo nasconde, mentre la neve ti regala un ultimo gioco di vita: farfalle bianche che si rincorrono in un cielo mesto del color di morte.Civiltà Una civiltà sta morendo: alla finestra del 2000 si affaccia una nuova cultura di morte. Là dov'era il grano ora sorge il deserto. I sentieri antichi sono spariti. Muri e muraglie non fermano più gli invasori. La morte arriva dal cielo seguendo i segnali che attraversano gli spazi siderali e s'infrangono sui ripetitori della televisione. Gli gnomi sono sconfitti dai giganti. La disperazione ha avuto il sopravvento sulla speranza.Contestazione Facciamo più rumore noi con il nostro silenzio che non le cannonate. Inutilmente sposterete i nostri corpi immobili dall’asfalto o ci inonderete con i getti violenti dei vostri idranti. Il nostro dissenso schiaffeggerà sempre la vostra strana giustizia tesa a ristabilire equilibri che la storia ha condannato per sempre.Rimpianto (A mia madre) Cosa mai dirò al mio cuore, ora che l’ultima goccia del mio amore s’è sparsa come un’ultima acqua caduta da un orcio spezzato? Rimane solo l’eco lontano di parole dette a mezz’aria che ricordo appena, confuse, frammiste al rumore ed al fischio d’un treno che andava. E quella stazione, ora vuota, senza più fazzoletti ondeggianti e lacrime sparse, e sincere, m’appare come un mondo perduto. Sembra un vecchio rifugio lasciato, tante volte pensato, con nel petto una certa speranza di tornare forse per sempre e vivere gli ultimi giorni sdraiato come un tempo su una spiaggia pietrosa al sole d’agosto, per accecare i pensieri, e scaldare un poco il mio animo in pena.Cos’è il tempo Il tempo è lo scorrere dei secondi, è il rimbalzar dell’ora sul desktop del mio pc. Scorre su e giù per lo schermo, rimbalza lento ai bordi del video e s’adagia pigro sulla barra degli strumenti. Il tempo è l’acqua che scorre veloce nella pianura e si perde oltre il ponte sulla ferrovia. Il tempo è il sonno che sfiora le membra e fa chiudere gli occhi, è il risveglio del mattino. Il tempo è il bimbo che nasce e l’uomo maturo che s’addormenta per sempre.Un orologio a cucù Lo guardavo sovente appeso a quel muro bianco e scrostato, allora, ancora giovanetto, durante i miei viaggi, dei quali ritardavo il ritorno. Ogni mattina una mano, con delicatezza, tirava la catenella del pendolo per ricaricarlo ed il cucù si affacciava e le porgeva un saluto. Poi, un giorno, quella mano si fermò per sempre. Anche il pendolo smise di scandire il tempo, ed il verso di quel cucù si è perso in qualche angolo, dimenticato come quella mano.Davanti al mio PC Me ne sto tranquillo nel mio regno, alla mia destra il mouse tra le dita, a portata di mano la tastiera e a mezzo metro il video acceso con aperta una pagina di word. Alla sinistra il mio televisore trasmette immagini di guerra! S’alzano lamenti di feriti, molti i bimbi piangenti e insanguinati: chi senza un braccio e chi senza una gamba, ma qualcun altro ancor più sfortunato perché ambo le braccia gli hanno già amputato. Io batto ritmicamente la tastiera e le parole costruisco. M’attardo a cercare un verso giusto che possa descriver l’emozione che s’agita nel cuore mentre ascolto mia moglie assai provata nel veder tanta gente mutilata e molt’altra che soffre in ospedale. Dio mio, la sento esclamare addolorata, e il suo dolore rimbalza sui miei tasti e m’accompagna mentre confeziono le mie poche parole che nessuno vuole più ascoltare. Il tempo dei sogni da un pezzo ormai è finito: un’era nuova e cieca annegherà ogni speranza umana, distruggendo la fede e cancellando i sogni e l’utopia?Alla deriva Alla deriva su una barchetta di carta spinta da un soffio di vento verso lidi a me ignoti. Volo in silenzio su un mare liscio come l’olio e scuro come la pece più nera. I pesci chinano la testa: invano cercano un cibo che possa sembrare appetibile e che ormai è diventato introvabile. Inutilmente il cielo, che vomita nel mare il pianto di un Dio che non perdona, cerca di rispecchiare i suoi colori che ormai sembrano spenti.Cremazione L'amico: M'han detto che vuoi farti cremare, quando esalerai l'ultimo respiro. Dico: sei mica matto per giocare a tutti quanti questo brutto tiro? Pensa a chi si reca al cimitero a pregar là dove sei sepolto, e sa che lì c'è solo un tizzo nero ed un pugno di polvere raccolto dentro un'urna d'argilla colorata. Eppure tu lo sai: chi resta in vita parla, sopra la tomba illuminata, con la salma e pensa sia assopita. Si illude che l'estinto stia a sentire; e gli racconta le sue disavventure o le cose che ha sentito dire, e lo fa con tutte le premure che si usa con una persona viva; ma se manca il corpo nella bara chi davanti alla tua tomba arriva rimane con la bocca un poco amara. La risposta: Vedo che sei il solito egoista come sempre pensi per te stesso, cerca di non perdere di vista il problema finale che è complesso. Quello che pensi tu non conta molto, dentro la tomba giace freddo un morto: se non ragioni così tu sei uno stolto e ti illudi di parlar col vivo a torto. Un morto, che si sta decomponendo, e se ci pensi dovresti aver ribrezzo di saper che un amico stia dormendo tra il liquame putrido ed il lezzo. Ovvia, perché ti ostini a non pensare al problema, e a come va affrontato? La morte è morte se ti fai atterrare, ma è morte pulita se tu sei cremato. Sacra è la cenere d'un caro defunto: nei tempi antichi veniva benedetto chi la teneva dentro l'urna appunto e la inondava d'incenso sotto il tetto, proprio dentro quelle stesse mura dove aveva vissuto chi moriva, ch'era convinto, con tale sepoltura, d'esser curato come persona viva. E poi, non pensi al lurido mercato delle luci, dei fiori, delle tombe mentre attorno c'è un popolo affamato che non gradisce d'ascoltar le trombe della tua dissennata vanità? Pensa ai problemi, quelli tanto veri di sottrarre la terra alla città per ingrandire soltanto i cimiteri. Guardati attorno, ai paesi in guerra, pensa lo scempio fatto dalle bombe, coi cadaveri sparsi intorno a terra o coi cani che scavan tra le tombe. Il morto le cure le gradisce mentre sta in vita, quando ne ha bisogno. Quando è morto sicuro non patisce, non culla nella tomba altro suo sogno.Dio non c'è Ma dove sta Dio quando uccidono la gente? Dov'è nascosto quando nel mondo lo sfruttamento dei minori falcia le vite umane? In quale nuvola si nasconde quando la cattiveria umana spazza via tutti i sentimenti umani? Questo Dio per nulla mi somiglia, è un Dio crudele che io non riconosco, un Dio che io ripudio. Se il male impera in questo mondo, se la giustizia viaggia solo su nel cielo, io che sto coi piedi sul terreno, odio questo Dio che sta a guardare, ignoro questo Dio che io detesto.Donare tutto l’amore Poter donare tutto l‘amore che si ha dentro, ad di fuori dei conformismi e delle regole che imprigionano i sentimenti! Accorgersi che il tuo amore è sciupato, inutilizzato, buttato via come l’acqua sudicia di una bacinella, mentre tante anime la berrebbero avidamente! Poter donare anche i desideri repressi, che rinverdiscono i pensieri e gli istinti e rendono piacevole un rapporto. Poter catturare gli aliti di fantasia che si dondolano malinconicamente sulla ragnatela dei sentimenti inespressi e dare sfogo alle proprie insoddisfazioni senza il timore del peccato.E son trent’anni E son trent'anni che ti sto lontano è germogliato ed han tagliato il grano il contadino ha già bevuto il vino la botte è vuota, vuota come il cuor. Il treno parte per il mio paese, io resto immobile qui, nella stazione, c'è gente che saluta, (piange il cuore!), loro ti rivedranno io non so più. Non mi ricordo ormai dei tuoi capelli, appena mi risuona la tua voce, sono passati ormai gli anni più belli, ed io son qui lontan, son Cristo in Croce. E' vero non mi sanguinano le mani, ma questa piaga aperta dentro il cuore, sanguina ancor di più del mio rancore. Rancore per un mondo ormai perduto, per i miei sogni nel mare sprofondati per questa vita persa nel frastuono degli alti forni, smarrita nel fumo delle sue colate. Il tempo passa è ver, ma che rimane di questa vita, ormai diseredata, di questo cuore che batte dentro un petto senza speranza, senza sentimento? Appena volgo lo sguardo alla sorgente non vedo più una madre sorridente, non vedo una sorella premurosa, non vedo un padre pur se prepotente, non vedo più una casa, ormai venduta. Quello che resta è qui, dentro il mio cuore: sono i ricordi. E' quelli non li vendo: son lì, come dei panni in un cassetto, a volte son lasciati abbandonati, a volte, pur se stretti, li rimetto.Egoismo Non offrirmi quel fiore, quel fiore d’amore, in questo mondo d’odio e di paura. Si spaccano le pietre rabbrividiscono per l’omicidio volontario della guerra irrazionale. Seccano le sorgenti, pur sempre vive, per i veleni che trasportano e che distruggono la vita. Si inaridiscono gli animi per l’ingordigia sempre più spregiudicata, per l’egoismo sempre più esasperato. Non offrirmi quel fiore, quel fiore d’amore in questo mondo d’odio e di paura.Enalotto Si attende con ansia l'estrazione. Si sogna, si costruiscono castelli, si pensa a tante buone azioni. Poi sul video scorrono i numeri e sfumano i pensieri. Si rinviano i sogni alla prossima estrazione.Bosnia Le trote guizzano saettanti lungo i corsi impetuosi dei fiumi bosniaci. In mezzo alle rovine della grande diga abbattuta colonie di pesci scivolano tra i sassi alla ricerca di cibo, ignari della odissea delle altre specie animali. I campi sono deserti, le case sventrate, mentre torme di cani annusano l'aria alla ricerca di cadaveri in putrefazione. Dal cielo sono scomparse le colombe e gli uccelli sono emigrati anzitempo in cerca di nidi sicuri per la procreazione. Aleggia sulla terra l'ombra furtiva della morte, annunciata dal saettar dei razzi, e dallo scoppiar delle granate in mezzo ad una popolazione incredula ed inerme, che attonita s'interroga del perché di queste inutili atrocità.Età All'alba le scale sembrano meno ripide, ma quando il sole raggiunge il tramonto ed anche le ombre sembrano più opprimenti allora anche discenderle diventa pesante.E t n a E' sera. L'ombra ha coperto d'un fitto mistero ogni angolo, ogni vicolo. Nel cielo si staglia coperta di neve l'Etna superba. Bagliori rossastri inondano lo spazio al di là dello stretto: lapilli incandescenti, come giochi pirotecnici, saettano verso il cielo. Un brontolio, quasi un sordo rumore, s'alza dalle viscere inquiete e si perde sul mare. Cala,dai fianchi scoscesi un fiume di lava, che spande intorno un aspro odor di zolfo e di ginestra bruciata.Europa Il ricordo della storia è ingrato: ingrato e stanco. Milioni di morti per difendere tante patrie che oggi non hanno più confine. Morti che gridano vendetta, reclamano giustizia, perché la loro sete di pace giace nel fango delle trincee del Carso, si sperde tra l'urlo della tormenta dell'Adamello o del San Michele, è sepolta nel limo del Piave o affiora ancora tra le onde del golfo di Trieste. Ancor oggi il solito burattinaio gioca al massacro con nuovi fanti armati che invocano la pace e continuano a morire per una patria che non ha confini.Evasione Andare a piedi rincorrendo la linea della spiaggia che si perde, tra cabine ed ombrelloni, in un confuso contorno all'orizzonte che fonde il cielo col mare. Sbirciare, tra i pennoni ondeggianti dei pescherecci all'ancora lungo il molo, il sole che filtra tra le reti tese a fianco dei canneti e che ricama d'argento i rigagnoli che si perdono lungo una pianura nebbiosa.Un fante austriaco Una mano appesa al reticolato, che ormai più non punge; l'altra allungata quasi ad accarezzare l'erba del prato; il corpo disteso tra i sassi, gli scarponi chiodati che splendono al sole, il suo silenzio desolante. Povero fante austriaco, senza nome, quanto somigli ai morti miei caduti per una Patria assetata di sangue contadino.Fermare il tempo Tante volte mi crogiolo nella mia pigrizia e spero così di fermare il mio tempo e d’allungare la vita. Che noia mi danno quelle persone che affermano di voler fare qualcosa per far scorrere il tempo senza pensare che ogni giorno che passa è una frazione di vita che se ne va. Capita a volte, e molti ne hanno vissuta l’esperienza, che un acciacco improvviso ti colpisca. Ed il male che t’assale t’assilla ed infastidisce enormemente e vorresti che il tempo passasse più in fretta per cancellare il dolore che t’affligge. Solo in questi momenti t’accorgi con pena com’è difficile far fuggire le ore ed osservi con rancore la lentezza delle lancette dell’orologio sul muro che sembrano vogliano indispettirti a non far scorrere il tempo.Fior d’angelo Ricordo una stradina che s’inerpicava fino in cielo. Da lassù il mare splendeva come un brillante appeso al collo di una donna. Una via lastricata da ciottoli e cinta da vecchie case; rallegrata da grida di bimbi e veroni imbiancati da mughetti profumati, abbracciati in stretti vasi di coccio. E, sui gradini d’una vecchia scala, un fior d’angelo che sfidava il cielo coi rami ricamati da petali imbiancati. Lo sfioravo al mattino, passando coi libri sotto il braccio. Poi uno stelo staccavo e lo fiutavo felice. A scuola, discreto, lo deponevo sul banco d’una compagna, che m’ispirava dolci pensieri. Ma, un giorno, non ritrovai più il fior d’angelo nel vaso e quella scala affondò nell’ombra, senza più un sorriso e senza più colore.Comignoli Silenti fumano i comignoli sui tetti bianchi di neve. Simili a vaghe ombre di vecchi sonnolenti spargono pel cielo bigio il loro alito acre di castagnoFuori dal mondo Un tempo ho anche dipinto: dipinto dei quadri di borghi sperduti tra i monti. Ho anche dipinto delle vecchie cascine, disperse in vallate gelate in pianure assolate. E strano: ci penso ancor oggi! In quei vicoli antichi regnava sovrano il silenzio, nessuna presenza allietava le casi e le corti. La pace, ricerca di oblio, la fuga dal mondo, da tutto, aleggiava in quel tempo, in quei quadri. E ancor oggi, come un’anima in pena silenzio e ristoro ricerco, solitario, al di fuori del mondo.Gelsomini Lungo la statale ionica, che da San Lorenzo va a Brancaleone, una distesa bianca fino al mare di bianchi gelsomini. Il sole già colora la collina ed un esercito di donne, ancora tutte arruffate e coi bambini coi i corbelli di vimini colgono in fretta le bianche corolle prima che il sole ne appassisca i petali delicati. Profumo e lavoro, delicatezza e sudore ricchezza e miseria s’intrecciano su questa terra amara che ancor oggi regala orrori ed odori in par misura.Il contadino Sotto il sole d'aprile o d'agosto, hai zappato le zolle indurite sotto un albero all'ombra nascosto hai asciugato le mani incallite; il tuo corpo hai nutrito con pane, cacio, vino e alcune cipolle, t’ha cullato il grè-grè delle rane riposando su un letto di zolle. Ma che vita Dio t'ha donato? Cosa avanza a cotanta fatica? Dopo aver per più dì lavorato non raccogli neppure una spiga. Sento tutti parlar di giustizia, di un’equa mercede al lavoro, io m’accorgo che solo mestizia tu guadagni e poco ristoro. La tua gente ha sempre versato alti costi in ogni stagione, i tuoi figli alla patria hai donato, e invano li hai attesi in stazione. Han pagato poi, nuovi prezzi: operai nelle grandi officine, costruendo sempre i soliti pezzi e sognando un coccodè di galline. Ancor oggi attendi che il conto qualcheduno alla fine pareggi ma t’illudono col solito acconto e la vita degli altri sorreggi. La sorreggi col tuo duro lavoro sempre curvo a scavare nei campi senza ferie, ne svago o ristoro col sudor sotto il sole e coi lampi.Il telefono Oggi un amico m’ha fatto una sorpresa: al cellulare m’ha chiesto come stavo perché notizie da un po’ più non gli davo e il mio silenzio turbava la sua attesa. Così, parlando un po’ del più e del meno, e degli acciacchi che avanzano con gli anni, (che non mi avean creato gravi affanni), gli ho riportato nell’animo il sereno. A dire il vero, m’ha fatto anche piacere, saper che tanti amici s’erano allarmati del mio silenzio, e un po’ preoccupati qualche notizia cercavano d’avere. Così, d’un colpo, (io che l’odio a fondo) ho valutato, purtroppo, l’importanza del telefono fisso, ché dalla tua stanza con internet ti fa abbracciare il mondo. Ed ho provato un piccolo rimpianto ché questi amici non posso or salutare ma con Lorenzo l’ho potuto fare e a lor dirà che li ringrazio tanto.Dubbio Pochi rintocchi, scarni, noiosi, stanchi, delle campane di Sant'Orso. L'alba é spuntata da poco. Guardo il cielo che già si tinge di giorno. Ma il mio è uno sguardo assente, che corre lontano e spazia nel silenzio in cerca di risposte che nessuno sa offrirmi. Penso intensamente a soluzioni a me chiare ma che per molti rimangono sfuggenti e che non riesco a chiarire. Forse rappresentano l'immagine della situazione d'indeterminatezza in cui mi trovo e che mi tormenta.Tristezza Il mio cuore é triste, triste come una sentinella che attende che finisca il suo turno di guardia in una notte di bufera.Il processo Io sono qui, e voi non ci pensate, ma questo processo sta per terminare. Voi siete in dieci, sembrate indaffarati, ma ognun di voi pensa all'indomani. Chi fugge dal lavoro, chi si sente realizzato, chi si vede snobbato, chi pensa d'esser Dio. E io son qui, penso agli affanni miei, a questa sorte che non ho cercato, che come una tegola sulla testa d'un tratto m'é caduta. Ma già sto costruendo il mio domani, e godo della delusion che proverete. Penso ai progetti che vi salteranno, tutti. Penso al colpo che riceverete quando vi porteranno a conoscenza che il processo con oggi s'è concluso per l'improvvisa scomparsa dell'unico imputato. Vedo la vostra rabbia per essere costretti a ritornare al vostro lavoro monotono e abituale, di rientrare nell'anonimato, di non poter di nuovo raccontare della mia faccia tosta, della mia presunzione, della certezza della mia colpevolezza. E mentre tornerete nel limbo dei comuni il mio spirito infin potrà volare libero in cielo senza le fredde sbarre che non lo potranno più fermare.Immagini I suoni della mia adolescenza, a me tanto cari, da me tanto lontani, mi ritornano in mente tante volte nel silenzio dei miei pomeriggi. Rivedo bocche tremanti, risento fischi distanti e cani ululare e il vento soffiare, le fronde stormire e i grilli cantare. I suoni della mia adolescenza me li porto nel cuore come ricordi stanchi: vecchie fotografie sempre più sbiadite, ma che conservano i tratti d'un tempo che mi appartiene.In fuga Spinsi la barca, gli uomini incitai: folle urlanti verso lidi senza un approdo certo io portai. Non era credo, non era ideologia: forse fu convenienza, conformismo? Il veleggiare senza vento in poppa se non si rema con vigor, con convinzione, si rischia di naufragare nell'indifferenza. Alla speranza, ai giorni della partecipazione, segue la triste realtà d'una resa senza condizione. Allor meglio la fuga, il riscoprire tutta una realtà fra quattro mura ed aspettare che finisca ognun la sua suonata e poter risuonar forse più forte di nuovo con la mazza su un tamburo.Indipendenza Ora i ponti stanno per essere tagliati. T’accorgi a un tratto che il tuo ruolo è finito! Basta con i consigli, lascia da parte gli inutili discorsi che restano a mezz’aria e si sciolgono come chicchi di grandine caduta in un giorno d‘estate. Ognuno va’ per la sua strada: i tuoi pensieri fermentano e costruiscono situazioni che nessuno più accetta. L’ascia cade sul ceppo; a volte taglia nel centro a volte solo lo sfiora. Il fiume della vita scorre, con le sue piene e la sua aridità e i sorrisi si fermano su sponde melmose ed affogano nel limo senza alcuna pietà. Invano tendi la mano, invano sorreggi e guidi: le tue parole si disperdono nell’inutilità del tuo rimpianto, nel silenzio del tuo risentimento.L'infinito Annegai nella mia pigrizia anch'io, quell'anno, convinto d'essere ormai promosso in italiano. Quella siepe mi bloccò il passaggio e quell'estate mi tocco studiare invece d'inseguir ozii di mare. E sognai anch'io quell'ermo colle e me l'immaginai disperso sopra un monte che ritrovai dopo tanti anni avanti pieno di gente e pieno di rumore.Inganno Tu mi accarezzi i capelli e mi parli delle tue insicurezze, come se io ti potessi liberare dalle oppressioni che affogano anche il mio essere. Vorrei poterti strappare all'inganno di un mondo che non ci appartiene.Religione Io dovrei credere a un Dio di mille colori, che diventa unica Verità in ogni continente? Io dovrei lottare per un Dio, che è l'unica Verità, trucidando il fratello che non si riconosce nel mio credo? Io dovrei subire una Verità confezionata nei laboratori di vili mercanti che contrabbandano per amore l'odio di religione e giustificano l'omicidio nel nome del loro Dio?Japigia Lungo la strada statale che da Bari porta al Salento li vedo gli ulivi da cent’anni abbracciati tra loro, con i tronchi contorti che ricamano figure grottesche di divinità mitologiche. Sognano, sulle radici assopiti, gli esuli d’Eubea che ripararono tra le sponde di identico mare in patria novella lontani dai tiranni invasori. Nuova linfa ristora i guerrieri Japigi che han deposto le armi, e il vento che spira dalle vicine isole greche porta a volte il profumo della patria lontana. E noi esuli, che trasciniamo i nostri corpi in contrade sconosciute, che la madre lontana sogniamo, allunghiamo la mano oltre il ponto a noi amico e con l'occhio spaziamo sulle vecchie dimore dei nostri Penati, e le ceneri care, frammiste alle zolle nelle urne sacrali, tra incensi e ginestre, ancora onoriamo. Gli ulivi ora scuotono i rami e la terra di semi oleosi ricoprono tutta, affinché il rito sia uguale, la fatica sia uguale ed il pianto ancor esso sia uguale, sia sempre lo stesso.La ghiandaia Nel cielo voli nuovi confondono la ghiandaia, appollaiata sulle querce antiche. Lancia un urlo verso le vette dove il suo compagno resta silente.La grande umanità La "grande umanità" non esiste più. Insieme al suo muro di Berlino é crollato il velo delle verità dell'ipocrisia ideologica. Immagini spietate, si affacciano alla finestra del 2000, immagini di vecchi senza speranza, di giovani senza futuro, di bimbi depredati della loro innocenza. Oh, Internazionale, Internazionale! quale barbarie stai rappresentando agli occhi attoniti di una intera generazione? La tua storia, grande storia, si chiude in miseria. Dei tuoi grandi ideali, del tuo solidarismo, rimangono solo turpi mercati d'organi umani, sottratti con inganno e violenza a corpi giovinetti d'innocenti.La neve Come lievi ali di rondine plananti, fruscii appena percettibili, s'adagia bianca sui tetti disegnando goffe forme di camini ed alberi nudi. Fantasmi irosi che danzano nell'inconscio della mia fantasia sempre inquieta, dei miei pensieri sempre instabili e sospettosi.Giorgio La Pira Quante volte quelle parole ho ripensato, buttate come un seme tra quei banchi da quell'omino, che non ho scordato, e che rivedo ormai con gli occhi stanchi. Parole, trascinate via dal vento, quando non si stava ad ascoltare, ma che son ritornate ogni momento se un dubbio mi stava a tormentare. Parole forti, contro ogni violenza, quella subita, nel periodo fascista, parole dolci, per invocar clemenza per quanti uscivan dalla diritta pista. Parole amare, per deboli e sfruttati, che non hanno alcun mezzo di difesa, parole severe, per l'indifferenza degli stati agli eccidi di gente povera e indifesa. Semenza, sì, era proprio semenza caduta in parte su un arido terreno, ma tant'altra ha generato conoscenza, amor per gli altri, ricerca del sereno nei rapporti interni alla famiglia, nelle relazioni umane tra le genti, nel rispetto per chi non ti somiglia, restando vivo tra gli indifferenti. Quelle parole oneste oggi risento e sembrano assordanti dentro il cuore, oggi, che tanti in questo firmamento non seguon più la strada del Signore.Per mano La tua mano, mamma, lontana, calda, stretta alla mia, per via, non mi abbandona, non mi lascia solo un momento. L'afferro ancora, qualche volta, quando la vita mi precipita addosso; ma quel gelido contatto mi tormenta il cuore, m'opprime la mente.L'ala rotta D'improvviso un colpo, due colpi! Un bagliore, giù, nel fosso, un dolore intenso, cupo, nel corpo e la terra s'avvicina. Un tonfo! uno svolazzar d'ali inutile tra l'erba alta. Il cielo su in alto, lo smarrimento, l'ansia, il dolore, la paura. Sgorga abbondante il sangue, dalla ferita aperta nel costato. L'ala penzola impotente e il cielo resta su in alto. Mentre altre tortore svolazzano nel cielo, ed il compagno manda l'urlo cupo nel cielo, guarda impotente le cime degli alberi ondeggiare, i campanili con le croci spente, le antenne che continuano a ondeggiare, i tetti coi comignoli fumare. Guarda impotente il cielo: più non potrà volare, più non potrà le nuvole sfondare, le valli, i fiumi, le case, i boschi dall'alto sorvolare; più non potrà dai rami i piccoli chiamare, più non potrà cantare.Una goccia Una goccia, una piccola, insignificante, una misera goccia se esposta al sole svanirebbe nel nulla. Ma cento gocce, mille gocce, miliardi di miliardi di gocce rompono i ponti e distruggono strade e villaggi. Eppure chi ha timore Di un piccola goccia?Un saluto Se mi porgi un saluto, al mattino, sii gentile, sincero. Il buon giorno che porgi a un passante, che tu incontri per caso mentre aspetta alla fermata del bus, od al bar sorbendo un caffè, non sia mai espressione banale ma un augurio profondo del cuore. Se ci pensi, la frase che usi, salutando un amico o il vicino, non può essere un modo di dire, una formale convenzione abituale imparata in famiglia od a scuola. Sii sincero con te stesso e con gli altri! Il buon giorno racchiude un augurio, un auspicio di un giorno sereno che dia gioia, dia pace, dia amore, alla gente che incroci al mattino.La cartolina Ho spedito una cartolina a un amico d’infanzia di cui da molto tempo perso i contatti avevo. Ed ogni dì aspettavo d’avere sue notizie, e gli occhi suoi pensavo, un tempo assai gioiosi, che pieni di sorpresa scorrevano in gran fretta a legger le mie righe, succinte e alquanto brevi, tracciate su quel foglio, chiedendo come stava o altre sue notizie che più non conoscevo. E ogni giorno speravo, aprendo la cassetta, anche con emozione, in un suo scritto, o in qualche sua risposta, un richiedere ancora di notizie e commenti sugli anni ormai passati per riannodare un filo che il tempo aveva rotto. Così sperando, un giorno, aprendo la cassetta, il mio biglietto deluso ho ritrovato con sopra un bollo ed una breve scritta che il cuore mi ha spezzato: “Utente estinto! Al mittente rinviato”.Tramonto Assaporare Un tramonto Da una balza sabbiosa E abbeverarsi Con i raggi infuocati Che s’adagiano Su un mare increspato Che lentamente imbrunisce E s’addormenta Con i sogni Che sfumano E si disperdono In un orizzonte Senza confiniL’amore andato Aprimi e tue braccia e dammi tutto l’amore che ho perso in questi anni. Ferma quel maledetto fiume che trasporta al mare tutti i pensieri e le dolcezze che ho trascurato di darti. Perdona la mia sciocca ignoranza, la presunzione che il mio amore possa farti gioire anche se rimane inespresso nel cuore. Vieni, voglio ancora una volta sentire il tuo corpo vibrare come quando le albe erano più desiderate ed i tramonti odiati.L’aquilone Quanti messaggi volarono nel cielo, quanti sogni attaccati al lungo filo e gli urli che s’alzavano dal colle dove partivano stentando gli aquiloni. Povere cose, costruite a mano con dei fogli vecchi di giornale bloccati con rozza colla di farina sulle canne intrecciate ad orditura. E le code, lunghissime, a catena, pazientemente unite una ad una e messe al sole ad asciugare perché la colla rapida non c’era e mancavano anche i soldi per comprare la colla di pesce puzzolente che i falegnami usavano in quei tempi per incollare le tavole tra loro. E, poi, il pianto per qualche monetina per comprare un rotolo di spago per far salire in cielo l’aquilone, che ognuno costruiva su misura e colorava a volte con fronzoli fioriti o ghirigori fantastici e mostruosi. E quante prove e aggiustamenti al volo servivano per alzare in cielo quei nostri diversivi dell’infanzia, ch’eran legati allora alle stagioni come i frutti sugli alberi o sui rovi. Ma una volta nel cielo ad ondeggiare, si gareggiava dal basso urlanti e forsennati a guidare quel filo all’infinito, che non reggeva mai il tiro e si troncava, spezzando la gioia dei nostri sogni e la tanta felicità dei nostri cuori.Le foglie L’autunno è tanto somigliante ad una moneta fuori corso. Come le foglie, che i rami rifiutano di tenere allo stelo or che sono vecchie (che strana somiglianza con il genere umano!), così le strade ed i sentieri sono piene di gialle monete svolazzanti che nessuno più vuole. Quelle foglie, amate e curate a primavera, ora che c’è l’autunno son diventati inutili addobbi, insopportabili da vedere ed anche da tenere. Solo un bambino le raccoglie: e le osserva felice e ne apprezza il colore. E delicatamente li depone in un cesto, una sull’altra; e le cura e le stira e le accarezza quasi ad addolcirne l’agonia.Perdersi per strada L’iride riflette sassi lucenti e sparsi come ombre distanti, appiccicose e spente, come fantasmi assenti che tardano a tornare. Scruto, lo sguardo intorno tendo, e vago nel vermiglio dei rami già dolenti, spogli, che s’agitano incomposti cercando d’afferrare un sogno che s’è spento. Qua e là raccolgo, pigro, i segni d’un presente, voci e segnali assenti che sembrano tornare. Vuoto lo schermo, ormai! Lente parole scrivo che volano lontane e lasciano sospesi, sogni, pensieri e voci che portano l’angoscia, il vuoto d’un passato che stenta a ritornare, ch’è inutile aspettare.Acrobata Sputa sentenze! Rospi galleggiano in stagni putrefatti, saltano su rami morti che ruotano incostanti. Ecco, rigirano le carte, vuotano gli schedari e cercan di quadrare conti che sono uguali. Qua e là un passivo spunta, si spostano le cifre si tenta di inventare un artificio nuovo che possa pareggiare un conto che non torna. Inutilmente girano una frittata stanca, che rotola per l’aria ed incomposta cade su una padella piccola che non la può centrare. Lo scanno pesantemente afferrano e cercan di spiegare a chi non può capire delle ragioni inutili per non dover lasciare le posizioni comode che sono contrattate fuor da un arengo gelido gestito da lobbisti. Ecco, ora son contenti, una poltrona nuova è stata collocata nell’emiciclo. Dei nuovi glutei siedono, sprofondano felici e irraggiano sorrisi ai conti ritrovati che bravi trapezisti ancora han pareggiati.Le cicale dei piani Ascolto una vecchia cassetta pre-registrata nella pineta dei “Piani” di Galatina in un lontano mese di agosto che ho archiviato in qualche angolo oscuro della memoria. Il vento, mi sfiora i pensieri; il riso di mio padre esplode nel silenzio della calura estiva e mia madre (come sempre) canta all’acquaio. Sento il cinguettio dei passeri giungere dai nidi costruiti sotto la tettoia, e rincorro col pensiero l’azzurro del cielo che incorniciava la giornata di quella registrazione. Poi il salto improvviso del nastro ed un coro assordante, musicalmente ritmico, serrante, delle cicale abbracciate ai tronchi resinosi della pineta. E li rivedo, questi insetti rumorosi, e di cui mi son chiesto tante volte l’utilità, tambureggiare sui loro ventri con le zampe in eterno movimento. Ed i messaggi invano cerco di interpretare e capire. Mi rimangono solo i loro suoni e le tracce autunnali della loro pelle, immobile e malinconia, aggrappata ad un ramo silenzioso e le voci a me care, che non sono più, ma che mi addolciscono la vita.Dure a morire A volte guardo lo specchio e mi vedo. Mi guardo, mi scruto, mi chiedo: chi sono! A volte un’ombra mi appare, a volte una nuova coscienza! - Che strano, mi dico, eppure son sempre lo stesso -; ma nuove ragioni mi covano dentro, mi rodono, mi frugan la mente. Riguardo al passato, alle gioie represse, alle prime lezioni apprese tra i banchi di scuola da bimbi più svegli, cresciuti più in fretta. E quelle lezioni, spiegate in silenzio, ammantate di torbido sesso, di emozioni smorzate, di azioni proibite e negate, rimbalzano dentro come un vecchio pallone sgonfiato, che emette un sordo rumore ad esser calciato, e che mi sembra galleggi, ancor oggi, in mezzo a una pozza di sporca acqua rimasta in un angolo buio d’una strada, che non è ancora cambiata.Le frasche Lieve un rumor di frasche lungo la siepe il cuor fa sobbalzare. I fantasmi infantil tornano a tratti a martellarti il petto, brividi lievi di tremor represso. Un merlo nero vola improvviso dalla frasca lanciando uno stridulo richiamo alla compagna. Poi la selva guadagna per sviare il predator dalla covata.L’esodo Dov’e mio padre? dove le mie sorelle? non so che fine han fatto i miei parenti, per tetto abbiamo il cielo con le stelle si va senza sapere tra i tormenti. Si va senza più meta né speranza i serbi ci spingono ai confini, è morta l’ideologia dell’uguaglianza uccidono senza pietà vecchi e bambini. Ci trattano come carne da macello morta è l’umanità del socialismo nessuno canta più falce e martello s’afferma l’ ideologia dell’egoismo. Per anni abbiam vissuti da fratelli, il cattolico rispettava il musulmano, oggi invece trionfano i coltelli il fucile è comparso nella mano. L’odio ha preso il posto dell’amore, chi era amico ieri oggi sta in guerra, nessuno più si cura del dolore di chi è spinto fuor dalla sua terra. Le case sono state bombardate, nessuno possiede più un sol quattrino, anche le bimbe vengono violate da chi si dichiarava un buon vicino. Ora pian piano si completa il dramma, difficile sarà un dì la convivenza a chi è stato ucciso padre o mamma vendetta si farà senza clemenza. E l’odio genererà nuova vendetta, al sangue seguiranno nuove stragi, canterà lugubre a lungo la civetta, il Natale sarà senza Re Magi. Ma, pur tra le brutture, il mio cervello funziona come all’uomo si conviene non userò vendetta al mio fratello, non gli farò soffrir le stesse pene. Lo perdono, perché finisca tutto l’odio che la guerra ha generato, e non si crei ancora nuovo lutto e cessi questo rancore scellerato.Febbraio 1982 Trenta sigarette, amici miei, sono davvero tante da fumare ma ogni giorno con foga, come una locomotiva d’altri tempi che viaggiava spinta dal carbone, io m’affannavo ad aspirare e poi sbuffare, felice della tosse, del catarro, e della bocca appiccicosa e amara che questo vizio strano mi donava. Poi un dì molto freddo, tornando da Milano, dopo un convegno sulla nuova Europa, mi buscai l’ennesima influenza, con febbre e tosse e con una fastidiosa asma bronchiale, che per oltre un mese a restarmene a letto mi costrinse. E così mentre nell’ozio me ne stavo, tra cuscini, guanciali e borse calde, mi capitò di legger sul giornale alcuni annunci per smetter di fumare. Solo attaccando in petto dei cerotti, o degli anelli al naso o nelle orecchie, e sganciando dei grossi bigliettoni, che m’avrebbero le tasche alleggerite, qualcun aiutato m’avrebbe finalmente a sconfigger quel vizio tenebroso e consentito di ritrovare la mia libertà, mollando l’abituale fumatina che m’anneriva i bronchi e mi sfiancava se in montagna me ne andavo a passeggiare. Così, guardandomi un poco nello specchio, dissi a me stesso con fare deciso: Ma sei più forte tu o quel tabacco, arrotolato dentro una cartina, con un filtro giallo che non serve a nulla e che passare fa la nicotina? E così smisi, e son più di vent’anni, sfidando il vizio mio con la ragione. Ed oggi rido leggendo sul giornale certe pubblicità piene d’inganno perché dentro di noi sta sol la forza di smettere con un vizio un po’ “infernale” che ritrovar mi fece, oltre al rinnovo dell’armonia del corpo, nel conto in banca un paio di milioni che da quel giorno non ho più “bruciato”.Viva la libertà Viva la libertà! Via i mastini da Roma che imputridiscono gli scanni di Cesare.Lina Dove sarai finita, dolce amica mia, sbarazzina compagna mia di scuola con quel corteo di giovani per via attorno a te come una calda stuola Viaggiavi con un passo già da donna coi tuoi seni provocanti a quindici anni con le gambe poco coperte dalla gonna quando sedevi su quei vecchi scanni. Più d'un compagno t'aveva corteggiato, qualcuno anche carino e danaroso, ma tu gradivi questo squattrinato non tanto bello e forse un po' noioso. Lo preferivi per l'indiscrezione, forse perché sapeva scrivere poesie e poi per tutta quella sua passione a declamarle com’antiche elegie. Non lo so se anche tu mi hai amato, certo io tanto t'amai, da non dormire, posso solo dirti d'aver fantasticato su quei tuoi seni che mi facean morire. Mi guardavi con un sorriso strano quando venivo a casa tua a trovarti, un po' succinta, avrai atteso invano ch'io almeno avessi provato di baciarti. Forse una sfida allora mi lanciavi, una sfida al pudor ch'io non raccolsi, ti divertivi con garbo a provocarmi attirandomi a te stretta ai miei polsi. Non ebbi mai il coraggio di parlarti del sentimento nascosto nel mio cuore avevo tanta paura a contrariarti e mi consumavo in quel timore. Dove sarai amica mia lontana? Spero tu abbia avuto un buon cammino, che t'abbia suonato a festa la campana che ricco di doni sia con te il destino. Io sono qui a parlarti e l'acqua cade giù nella strada ed urla il temporale, io sono qui a pensar le nostre strade e giù si snoda triste un funerale.
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