Poesie di Antonio Scalas


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Piccolo usignolo
tu che, all’ aurora, fai sentire
la tua voce,
perché quando è notte smetti
così presto, di cantare?
Forse muti il tuo silenzio,
in una nota,
per mandarla là nel cielo,
dove brillano le stelle?
Sì è per questo che io amo
il tuo canto e il silenzio
della notte.
E se fossi la tua pianta,
dove canti là nel piano,
sarei felice di ascoltare
all’ infinito la tua voce,
pur se il vento mi strappasse
le radici dalla terra …
perché un canto, nel silenzio
dello spazio, nutrirebbe ancora
la mia anima.
 

Plenilunio
Un giorno la sua ombra e la luna
si incontrarono tra i rami,
in pieno plenilunio.
E quando svanì la diffidenza
la sua ombra s’ innamorò,
dell’ ombra della luna:
“Non rumore, non frastuono
disturbava quell’ amore”.
Svanì presto ogni paura
e smise
di ululare il vecchio lupo:
“Nessun urlo di ferocia,
dalla stretta dei suoi denti,
più,
gli usciva dalla bocca”.
Né i suoi morsi, né il ricordo
del passato riuscirono a strappare
la sua anima, alla luna.
 

Nessuna poesia
Quando altri scruteranno nelle pagine
della tua malinconia, senza riuscire
a consolarti, e cancellerai
anche l’ ultima riga del tuo diario,
perché hai scelto che io non possa
sapere …
se almeno ti sopisca il dolore.
Nel tuo cuore mai più troverà dimora
la voce delle mie parole,
e io non riuscirò a fare nessuna
poesia perché mentre ti giustificherai …
tu mi starai dicendo, addio.
 

Stanotte tra gli Olmi
Cosa si può guadagnare a restare da solo
sotto l’ ombra di un Olmo vetusto,
cosa si può guadagnare ad ascoltare le voci
dei rospi, i fruscii delle bisce,
gli striduli versi dei rapaci notturni,
lo stormir delle foglie tra le ombre e le luci
soffuse, seduto sopra un sasso, nell’ansa
di un fiume ?
Forse hanno ragione la luna,
e le stelle, che vicino a me,
si sono sedute, occupando un ruscello,
e mentre mi guardano … dicono:
“Non andare veloce, non perdere
il senso del tempo, rincorrendo sfuggenti
chimere”.
Osserva invece tra gli Olmi
quell’ ombra furtiva e fissa nella luce
di quei chiaroscuri, un fugace momento,
un dolce pensiero,
per tenerlo per sempre, con te.
 

Le ali di un Angelo
Intirizzito come un fiocco di neve
aspetto,
impaziente, che soffici mani
si trasformino in ali e dita pietose,
in piume di seta,
per trasportare in vene oramai
quasi secche, sostanze preziose:
“Come nel mese di autunno
in rami spogli di foglie e privi
di fiori … la linfa e la vita”.
Aspetto che pallide unghie
diventino gemme, di Rose
pronte a sbocciare, nel mese
di maggio.
Finché … le mani, e i loro esili
pugni, premendo sul petto,
laddove respirano
i miei sentimenti, non faranno
riempire d’ amore le stanze più
riposte del cuore e il calore
elargito dalle ali di un Angelo
non farà ritornare,
ancora una volta, la primavera,
dopo l’ ultimo inverno.
 

Se non ricordi cos’ è la felicità
pensa a una bufera,
poi a una brezza, a un singhiozzo,
poi a un sorriso, a una foglia
che appassisce,
poi a un ramo che fiorisce.
Pensa alla seta che rammenda,
quella falla,
o a una mano che accarezza,
i tuoi capelli …
è leggera forse più d’ una farfalla.
 

E’ neve
che si scioglie nelle mani,
per diventare
fontana d’ acqua fresca,
quando intrisa d’ amore ..
la sua bocca s’ incolla,
nella mia.
Ma presto la sua anima,
evapora, s’ allontana …
raggiunge quelle nuvole
e come goccia di rugiada
la ritrovo, pellegrina,
in petali di rosa e in ali,
di farfalla.
 

Non potevo sapere
che sarebbe piovuto, invece
pioveva, e per non bagnare
i capelli, e per non prendere il tram,
misi in testa un cappello:
“Ma la pioggia rimbalzando
tra la calotta e la tesa,
andava a finire proprio
sopra i legacci delle mie scarpe”.
Fu allora che la vidi passare,
affacciata in quel tram,
fu in quel momento che ripresi
a tremare come
quando con passione l’ amavo.
Ecco allora che pensai che potevo
riamarla, come quando,
l’ amavo !
Ma diventavano sghembi
i pensieri che infiammavano
tutti i miei desideri:
“E la pioggia che prima era lenta
cadeva, ancora,
sulle tomaie delle mie scarpe,
diventando sempre più tesa”.
Così assieme al disagio
aumentava, il rimpianto.
 

Vedrò passare il mio silenzio
Quando si arrampicherà fino
all’ ultimo mattone,
quando raccoglierà il tepore
del sole,
e si farà ammaliare
dall’ armonia del vento:
come un ramarro,
vedrò passare il mio silenzio,
sopra un muro di assenzio
e di terra inaridita.
Ma gli basterà la voce,
di un canto melodioso,
per pronunciare, ancora, tenere
parole d’ amore.
 

Effimero pianto
Quando la grandine cadrà pesante,
nei freddi rami del biancospino,
la pozzanghera diventerà di ghiaccio,
e la libellula che ieri splendeva
d’ azzurro giacerà ricoperta, da uno strato
di sudicio fango:
“Neanche il sole che riscalda l’ultima
brina, la potrà salvare, e il freddo
pungente della mattina forse, domani,
metterà fine alla sua breve vita”.
Ma io che aspetto il sereno,
io che mi commuovo per ogni cosa
spero che viva, e che il gelo sotterri
non lei,
ma i nostri dissidi, per non restare
di sasso alle sue lacrime,
quando mi accorgerò che le sue afflizioni
durano il lasso di un breve spazio,
e di quanto sia incerto il suo effimero
pianto.
 

Bassa marea
Né il tramonto del sole,
né il rumore del mare,
niente e nessuno sapeva
come fare per mitigare,
la mia malinconia:
“Intanto lei si allontanava
lasciando
intravedere solamente
un puntino nella spiaggia”.
Solo la luna …
sapeva cosa fare ritirando
le onde più lontane,
per non cancellare
i suoi passi dalla sabbia.
Così fu bassa marea …
e io trattenendo il mio respiro,
e sopprimendo
anche il mio ego, mi misi
a inseguirla.
 

Acqua pura
E’ acqua pura
che sgorga
dal profondo,
che disseta,
che rinfresca,
quella lacrima
increspata
che risale
dal suo cuore,
se è sospinta
da una brezza
che si
attenua,
quando arriva,
nelle ciglia.
 

Ricordati del cielo
Se percorri solo lande
troppo brulle e colline
desolate di ginepri
rinsecchiti, ed il cielo
ti è scappato
dalle mani …
guarda, guarda verso
il mare, vedrai
le onde avvicinarsi
alla Terrazza,
e la luna galleggiare.
Sali in barca, porta
i remi dove pensi,
che hai lasciato le tue reti,
ricordati del cielo,
torna a casa
con le stelle … nella stiva.
 

Dolci tentazioni
Quando la chiamo e impercettibilmente,
lei, risponde al saluto,
quando bisbiglia qualcosa che assomiglia,
a un lieve sospiro, ecco …
che sento nell’ anima un caldissimo
vento!
E se proferisce parole …
mille note di cento violini che hanno
corde di panna, di fragole, di crema
e cannella, mi entrano in testa …
confondendo il sapore, e la mente.
Sono squisiti profumi quelli che sparge
nell’aria,
dolci tentazioni le prelibatezze
che emana e che mandano in estasi,
tutti i miei sensi.
Ma è il suo incantevole riso che più,
di ogni cosa …
rischiara la notte e dipinge di rosa,
ogni ora del giorno!
 

Sulla mia giacca
I ciclamini stanno appassendo
lungo il sentiero che porta,
alla vetta, e già
ci sentiamo più tristi e più soli,
io e quel bruco che si è
accovacciato, sulla mia spalla.
E se il suo viaggio è soave
sulla mia giacca,
io voglio, invece, lasciare la strada
più comoda,
abbandonare l’ inerzia, e risalire,
lungo tutto il pendio per arrivare
fino all’ultima pietra,
della montagna, e là riposare
sdraiato
(sulla mia giacca),
per guardare le nubi giocare
con l’ aria, e osservare quel bruco
diventare, farfalla.
 

Angeli
Per evitare che il primo acquazzone
di fine estate disperdesse
le tracce della sua bellezza,
gli Angeli
si disposero in stormi allineati,
e si bagnarono le ali coi riflessi
dei suoi occhi disegnando,
nelle volte meno accese,
archi colorati … equidistanti,
e luminosi.
Lo capii quando sollevai
lo sguardo e vidi due arcobaleni
tendersi verso il cielo, mentre Lei
apriva le sue palpebre,
formando
una perfetta ellisse fra Terra,
e Paradiso.


Più lontane sembravano le nuvole
quando un gabbiano planò sul dorso
della mano,
strappandomi una briciola di pane,
mentre da questo Porto guardavo,
il pingue mare grigio,
e il piglio astioso delle onde.
In realtà speravo che il suo becco cercasse
le mie dita per spingermi a volare:
“Strano
perché sapevo di non esser fatto,
per viaggiare, neanche per volare”.
Anzi sapevo che il suo sguardo lo
potevo contemplare soltanto,
da lontano, in direzione della luce
di quel Faro, osservando
l’orizzonte, seduto in questo Molo.
Ma quando lei arrivò la guardai
negli occhi e vidi il cielo e il mare,
schiarirsi dentro la mia anima.
Dopo di allora più non mi importò
di non saper, volare.
 

Storie
Storie complicate che compongo,
e poi scompongo,
prima che la notte mi seduca
costringendomi, all’ insonnia:
storie da dimenticare.
Poi smetto di fumare, mi svesto
del mio corpo,
e penso a storie più normali,
che mi facciano stare con chi
voglio, fare quello
che mi pare e che mi facciano
volare:
storie da raccontare alla mia anima.
Solo allora mi addormento,
e sogno … storie che sembrano
reali.
 

Per sfuggire ai miei tormenti
ed ai mostri degli abissi ho provato
a veleggiare dentro al guscio
di una noce …
Ma arrivato in alto mare,
con gli spruzzi delle onde, son finito
nelle fauci di uno squalo.
E quel pesce con la testa da chimera,
conficcando le sue zanne
sul naviglio …
ha spezzato la sua chiglia,
e affondato la carena.
Per fortuna sono uscito dalla crepa
di una vela, e galleggiando
sul gheriglio …
navigando sottovento, son tornato
verso lidi più tranquilli.
 

I rametti dell’ edera
Dalle piante del mio giardino
i rametti dell’ edera
si arrampicarono oltre le nuvole,
per ascoltare le melodie e le arie
del cielo …
E lei che cercava salendo,
mille scalini di sassi appuntiti ?
Là era salita per toccare le stelle,
dove anche altri tornarono,
indietro …
Sì quel giorno,
successe all’ inverso, molte stelle,
che fremevano in cielo,
scesero a terra …
Ora il cielo ha stelle meno stelle,
ma solo una siepe di rametti di edera,
oltre le nuvole, mi separa
dall’ universo!
 

Certi accenti
Com’ è brutta la tormenta che nasconde
il suo sorriso, come’ è brutto
il temporale che confonde la sua voce.
Anche il tempo, quando indugia
nel suo umore, con le ombre della luna,
lo detesto più del buio.
Ma poi vedo il suo sguardo rinfrancarsi,
la sua bocca, dolce petalo vermiglio,
dipanarsi in un sorriso,
come un fiocco di nevischio in un ramo,
a primavera, ed allora mi ravvedo.
Non il vento, non il chiasso, non il sale
che si mescola al suo pianto
può cambiare, ne son certo, certi accenti
stampigliati,
nei miei carmi, con inchiostro profumato,
di verbena.
 

Figure di sabbia
E mentre il vento addensava
nuvole bianche che andavano,
a Est,
nell’ aria sentivo un rumore,
un soave rumore di Viole dentro
il mio cuore.
Poi lei arrivò, mi prese la mano,
e io la seguii in spazi infiniti,
dove le ore si trasformavano
in sogni, e le farfalle in fiori che
non appassivano.
Ma in fretta i sogni svanirono:
lei con le nuvole,
riprese il suo viaggio,
e io ritornai a disegnare figure
di sabbia,
con le ombre delle mie mani.
 

Parlava alla terra
Parlava alla terra come un dottissimo
Maestro,
le parlava di stagioni e di fatiche,
di quando camminando sui solchi,
degli aratri, carpiva le intenzioni
dei venti e delle nuvole.
Le parlava di raccolti, di cornacchie,
e di pannocchie divorate.
Mentre piegando la schiena
sulla vanga,
il tempo ed il sudore evaporava,
in pensieri e in giorni, ormai
dimenticati.
Solo nelle ombre della luna riscrivendo,
le sue storie sui tralci delle viti
(storie di autunni, di feste e di bevute),
ancora ricordava di domeniche
passate,
con gli amici, a parlare di ragazze,
da sposare.
 

Gli echi dei monti
Quando trasportano i canti dei merli,
gli sbuffi dell’ acqua sui sassi,
nei fiumi,
i delicati bisbigli dei fiori, nei caprifogli,
dicono gli echi dei monti …
che sono belle le voci dei boschi.
A me,
che ascolto, il respiro dell’ anima,
ora che è arrivata l’ estate,
e l’ autunno è ancora lontano,
invece,
mancano tanto i soffi dei venti,
perché non sento più
lo stormir delle fronde, nei pioppi,
o il lieve rumore delle foglie,
quando cadono a terra, dopo un viaggio
nell’ aria.
 

Stanotte voglio nutrirmi di vento
e di nubi,
come fanno quegli alberi altissimi
che attendono il vento, per far
danzare le foglie.
Stanotte voglio farmi sorprendere
da un temporale per cercare
riparo nei rami più bassi,
ma senza avere paura dei fulmini.
Sì voglio il vento per spazzare
le nubi, una luce soffusa di luna,
e una pioggia leggera,
di rugiada argentata per avvicinare
la mia anima, al cielo.
Quindi aspettare il mattino
appoggiando la testa sotto
il Suo mento, in un manto di stelle.
 

Chissà a che pensiamo
Viviamo, respiriamo,
amiamo e poi piangiamo,
ricordiamo
e poi dimentichiamo:
“Chissà a che pensiamo”.
Siamo nuvole che
si dissolvono,
eppure quel cuore rosso
sospeso in aria, sembra
un quadro,
attaccato a una parete,
con un chiodo immenso,
e forte.
 

Forse son le sue ciglia
che lievissimamente
si muovono come tife
trasportate dal vento,
che fanno tempesta,
nella mia testa.
Oppure è l’ incoerenza
delle mie percezioni,
quando scambio il lillà
delle malve col rosso
vermiglio delle sue labbra,
che procura una tal
confusione,
quasi fosse uno sgomento
simile a un moto
che fa battere il cuore.
 

Sotto il cielo dei presagi
Al venire della Notte
in sentieri polverosi,
io,
mi faccio pietra dura,
sotto il fango dei miei passi.
Meno pura
è anche l’ acqua della luna,
e i pensieri
che hanno preso il sapore
della terra,
son più amari,
nel groviglio della mente:
ma passeggiando
dove brillano le stelle,
ogni giorno,
io,
ti amo sotto il cielo dei presagi.
 

Corre il vento sopra i suoi occhi
attraversando le ciglia.
Trancia le nubi fino a ridurle in milioni
di bolle,
frastagliate sul bordo:
bolle su bolle, bolle di vapore,
che sembrano vuote,
ma che formano mari, che aprono
solchi,
dividendo le onde, di fronte
al suo sguardo.
Ma è una traccia lasciata nell’ aria,
(lasciata da un’ orma uguale
al suo passo)
che segna una scia fino alla luce di un faro,
che non appare lontano.
 

La luce della luna
sarebbe rimasta accesa
almeno fino all’alba,
se
dopo mezzanotte
l’ ombra di una nube,
che s’ avvicinava cheta, cheta,
nei dintorni del balcone,
(lasciai la finestra
aperta,
per parlare con le stelle)
non fosse caduta
in mezzo,
alla mia insonnia,
e a un bel sogno che iniziava.
 

Riempitemi quel secchio
Riempitemi quel secchio, riempitelo fino
all’orlo, fino all’ orlo, ma senza farlo
traboccare.
E se vedrete il riflesso del suo volto,
e del mio volto, occupare
ogni spazio del suo bordo, tirate,
tirate, un sasso in direzione del suo centro,
affinché un vortice mi inghiotta:
“Che assieme alle grazie del suo viso
sia costretto, per vigore dell’amore,
a inabissarmi
dentro i cerchi della luna”.
Poi riversate il contenuto nel rizoma,
nel rizoma, di una Rosa,
così l’acqua sì corrotta diventi linfa,
di quel fiore.
 

Mia gattina
E lascia che accarezzi sotto il mento
la tua bella e graziosa testolina.
Che paura, o gattina, che sgomento
quando, con un gran balzo, una mattina
hai saltato, da sopra, il davanzale.
L’ altro ieri io ti ho vista in controluce
sospinta dal tuo istinto un po’ triviale,
appoggiata a una luna che seduce.
Ti ho vista in quel muro, lo rammento,
trasgredire ogni regola morale,
cercando le avventure, là nel vento.
Ma ora che sei tornata dolce micia,
fai le fusa, che io sfiori le vibrisse
dei tuoi baffi, e ti tenga tra le braccia.


Ogni volta che guardi
così intensamente nel lontano
orizzonte, io mi perdo
in quel mare in burrasca,
le onde rapiscono
la prua della mia antica barca,
e quando le vele smarrite
si riaprono al vento,
il porto non s’ apre alla chiglia.
Ma io non voglio tornare,
né bramo, né soldi, né gloria.
Niente vale la vista
di quell’ orizzonte:
“Quell’ orizzonte così uguale
al tuo sguardo, così luminoso
e profondo”.
 

Ci mise meno di un istante
una favilla luccicante
e profumata,
di un buon profumo d’ acero,
a dilapidare la sua luce,
dopo che uscì dal buco
del comignolo,
per inseguire il vento:
“Fu il tempo che ci mise,
la fine di un bacio
interminabile,
a dissipare la mia infelicità
e il tempo
che impiegò a riscaldarmi,
il cuore”.


Tu sei nata questa sera
Tu non sei nata una mattina
da una goccia di rugiada
scivolata nel bocciolo,
d’ una rosa.
Tu sei nata questa sera
da una fonte d’ acqua fresca.
Tu sei nata in questi versi
dalla penna di un poeta,
e dalla sete
trasformata in un pensiero.
Tu sei nata dal sapore
che ha bagnato la mia bocca.
Tu sei nata dal mio amore!
 

In mezzo alla laguna
Quando sospesa
fra il tramonto e il cielo
volle illuminare
le luci smorte della sera,
la Luna,
si sedette sulle onde;
diffondendo sorrisi
che illuminavano, di bianco,
e che quando
si allungavano sui giunchi
e sui falaschi,
parevano Odalische,
che in mezzo alla laguna
danzavano, ancheggiando.
 

Inseguendo il vento
che spostava i suoi capelli
e disegnava graziosissimi
arabeschi
nel suo volto
arrivai fino a quell’ angolo
di strada
e per non perderla
per sempre
girando e rigirando intorno
alla sua vita
la strinsi nei miei fianchi
in un girotondo senza fine.
 

Mi sentivo tanto triste
Nella testa non riuscivo ad accendere la luce,
solo il buio delle stelle, niente insegne
nei negozi, niente circhi, niente clown,
niente artisti
nelle strade, niente luci lungo i viali,
niente fuochi d’ artificio,
e la luna, come acqua che si spezza, ogni volta
frantumava la sua luce nel cemento,
se la gente arrivava al Luna Park nella piazza,
qua in paese.
Per questo mi sentivo, mi sentivo
tanto triste …
poi ho provato ad avvitar le lampade,
nel cielo,
qualcuna ha funzionato e si è accesa,
ma nessuna nella testa.
Ora la gente mi tratta come un pazzo
e mi sento un po' incompreso,
disarmato, e un po' svitato, ma in fondo
ciò non mi dispiace.
 

E quando nel meriggio
La vedete quella quercia nei pressi,
degli anemoni?
E’ dove scorre il sangue del suo tronco
che vorrei stare, per vestire di corteccia
la mia anima.
Vicino alle sue radici,
dovreste andare, per non cercare
in luoghi sconosciuti e misteriosi!
E quando nel meriggio
dovessi uscire dagli orli delle foglie,
per cercare l’ alba, là dove
si risveglia il giorno,
il mio respiro lo ritrovereste
in un lembo di cielo, volando con lievi ali
di farfalla:
“Per ridiscendere la sera,
nei pressi degli anemoni, sotto forma
d’ inesauribili gocce di vapore”.
 

La tua immagine
Prima di imparare a disegnare,
la tua immagine la pensavo nelle tele
della mente, e ogni cosa la prendevo
dai miei sogni:
il tuo volto dalla luna, i tuoi occhi
dalle stelle, le tue guance dai lillà,
la tua bocca da una rosa.
Poi come un’ allodola, in un prato,
sei arrivata e ho imparato a raccontare
con la voce temperata,
di una brezza.
Ora il mare, l’ acqua fresca, le cascate
le dipingo tratteggiando,
la tua anima.
Ora il cielo, le sue stelle e la sua luna,
le pitturo con la luce
del tuo sguardo ed il fiore e il suo sapore,
miscelato da buon miele, lo disegno,
accarezzando la tua pelle.
 

Il cielo senza nuvole
Il cielo senza nuvole,
il sole caldo d’ una primavera
accelerata, e sul tavolo
una cartina bianca,
ed un pensiero
che si stava componendo:
“Di attimi che non volevo
lasciare, di attimi,
che dovevo, annotare
di attimi che infine scrissi,
col carbone d’ un cerino,
per non perderli,
in spirali di fumo e di catrame”.


Con le parole
che resistono alle insidie del tempo,
con le parole che resistono
al vento,
quando anche le pietre si ribellano
al loro antico silenzio.
Con quelle stesse parole
che tu chiami d’ amore,
vorrei incollarmi
(come quel muschio a quella roccia),
alle tue labbra, e assaporare
i tuoi baci,
momento dopo momento.
 

Da quel fiume
Ecco da quel fiume che scorre,
in balia delle onde,
da quel fiume che straripa e trabocca,
dove il limo trasporta le parole
del tempo ...
vorrei farmi inondare.
Da quel fiume che si eleva alle anse
ben oltre l’ altezza dei fianchi, vorrei
farmi attraversare,
prima che arrivi alla foce …
per riempire di parole questa bocca,
inaridita dal vento.
 

E l’ultima stella della notte
dispose per lei che l’ aurora dovesse
mostrare, che dove risiedono
i sogni esiste ancora l’amore.
Fu per questa ragione che gli aironi
dispiegando le ali,
scortarono i sogni verso orizzonte
per radunarli davanti,
ai suoi occhi:
“Ma lui volle fare ancora di più,
volle farle capire,
quanto era vero il suo amore,
anche quando le parole non lasciavano
traccia o non parevano
sue”.
 

Il mondo che frana
e i miei passi sepolti sotto il terreno …
ma i denti del tempo non sono riusciti
a saziarsi:
di orme, dolenti, pesanti, celate,
da foglie appassite,
da putridi rami e dal fango …
così le speranze si son liberate e hanno
ripreso a cercare.
Ora vagano in alto, come un eco lontano,
e assai bene nascoste nell’ aria:
potessi volare, salir sulla luna, rovistare,
nelle stanze del cielo,
e poi ritrovarle senza più,
abbandonarle.
 

A che serve ascoltare
scrutare, aspettare, sognare e guardare
lontano:
se non c’è un porto, se non c’è il mare,
né un’ onda veloce che a me la riporta.
A che serve quel cielo,
così sfavillante,
in quell’orizzonte e in quell’ alba,
se solo una piccola parte, del giorno,
è per me luminosa,
se nelle mie braccia, del vento,
soltanto una piccola brezza a me resta.
 

Non ti faccio vedere le nuvole
muoversi,
non ti faccio annusare i profumi
dei fiori,
non ti faccio ascoltare le onde
del mare.
Per queste cose io sento il mio cruccio,
e di ciò mi dispiaccio.
Eppure non taccio …
anzi stasera proverò a sussurrare
altri versi per te.
Forse ti faranno sentire il mio cuore
che batte …
come una brezza che passa.
 

Si sbriciola il dolore,
si allenta
la stretta nella gola:
questo succede,
questo … respiro, quando
tu premi le tue labbra
nelle mie.
Così profuma una rosa,
così si forma l’ universo
dentro me,
quando respiro il calore
delle stelle.
 

Potesse il tuo sole
più grande di un cielo fare entrare
una luce, nel mio piccolo cielo.
Potesse un colpo scoccato,
da un dardo dell’ arcobaleno,
squarciare la luce per riscrivere,
inseguendo le nubi,
il tuo nome nel mio cielo scuro.
Potesse la sua freccia
appuntita squarciare ogni nube
per dare respiro al mio petto
ansimante.
Il mio pianto commosso sarebbe
non meno copioso di una pioggia
autunnale.
 

Vorrei che una barca
mi portasse in giro per il mare,
ma arrivato accanto
all’ orizzonte,
vorrei si sollevasse sulle onde fino
all’ altezza delle nuvole.
Là nel cielo, nei concerti
della notte,
dove si ascoltano le note della luna,
dove si canta con la musica
del vento,
vorrei veleggiare per cercare
le parole più belle delle stelle,
e donarle a te.
 

Sei arrivata
quando non avevo
che pochissime
parole,
poi guardandoti
sorridere,
il tuo sorriso è diventato,
una parola.
Così guardando
anche i tuoi occhi,
e il tuo profilo,
le parole
sono diventate
molte,
e tu sei diventata
una poesia.
 

Invano il velo di ghiaccio
si scioglierà,
se ogni goccia riscaldata
dal sole non arriverà
nelle vene del cuore,
se i cristalli cadendo,
dai rami,
sopra i fili dell’ erba,
non faranno sentire un leggero
rumore di stelle.

In fretta chiusi i miei occhi
sperando che quel bagliore
non si disperdesse,
dietro quelle nuvole grigie.
Ma al posto del sole,
solo piccoli frammenti di luce
riuscirono ad entrare, dentro
il mio sguardo.
Come i pezzetti del cuore
di carta,
che per gioco lasciasti cadere
dalle tue mani, e che io raccolsi
da terra per non farli
volare.
 

Ascoltami cammina
prima che l’ acqua cancelli la traccia
dei tuoi passi, nella scia della risacca!
E’ solo un attimo quello che il tempo
ti concede, ma può bastare,
perché le tue orme non diventino conchiglie
d’ una voce troppo flebile, che si perde
tra la sabbia, in riva al mare.
Poi fermati!
Se in quell’ istante, le mie braccia
diverranno onde più veloce io potrò
raggiungerti e più forza avranno le mie braccia
per riabbracciarti!
 

Una giornata di lavoro dedicata al censimento dei cervi attraverso i bramiti dei maschi adulti in amore:
spettacolo emozionante e unico, vissuto, nell’Oasi del WWF di Monte Arcosu (provincia di Cagliari), all’ interno
della foresta di macchia mediterranea forse più vasta d’ Europa.

Come il tuono
Come il tuono dopo il turbine di luce … irrequieti
attendevamo il suo frastuono … ma il suo passo cadenzato
ancor esitava: “Che d’ attesa e di trepidazione
correva il sangue,
più agitato, innanzi che si mostrasse
la sua groppa prorompente e il suo corno prepotente,
s’ innalzasse oltre la siepe”.
Eppur ogni cosa si fondeva nei giochi d’ ombra della sera,
in quel tramonto dai bei colori d’ ambra, già prima che si vestisse
di scuro la foresta.
Poi in fretta la notte sopraggiunse per posarsi,
fino all’ alba, nelle odorose fronde,
dei mirti e dei lentischi … là sotto la lecceta;
e il vento che indugiava nella fronte
di belle Damigelle, con le chiome uguali a corone di ghirlande,
se il profumo d’ elicriso ne spargeva il dolce aroma,
lentamente s’ arrestò:
“Improvviso il suo bramito, sigillo d’ una antica dinastia,
squarciò il cielo, che tremarono le stelle”.
In principio solo uno, poi un altro e altri ancora …
si estesero
quei suoni, in diverse direzioni.
Finché vinta dall’ ardore di quella sublime esaltazione la voce
d’ ogni cervo vincitore si placò, risucchiata dal morire delle ore:
“Quando la luna, che illuminava
il mio animo inquieto e i silenzi stupefatti delle donne,
si nascose nelle ombre scalpellate dalle pietre dei graniti”.
 

Ho il cielo sopra me,
a giugno le stelle
son più grandi,
ho i suoi occhi accesi
nel mio sguardo,
e la sua fronte è trasformata,
dalla luna in ritagli,
di farfalle.
 

Per dire di Lei
Non basta all’ eco del vento la sua
voce possente,
per raccontare dei suoi occhi grandi.
Non basta neppure accordare mille
note di Viola al canto dei fiori.
Eppure basta osservare, soltanto,
un istante il suo sguardo dolcissimo,
e vedere due macchie di papavero
nero, dentro a un tappeto di candidi
gigli, per dire di Lei …
cose che l’ eco del vento non sa,
raccontare.
 

Come un passero
frugo ancora
tra i ricordi
per cercare
piccole briciole
di te.

A ogni sorriso
A ogni sorriso si scioglie la neve,
a ogni tua smorfia,
se muovi le palpebre riverbera l’anima.
Dalla tua bocca se muovi le labbra
sboccia una rosa,
dalle tue guance raccogli rugiada
che può dissetare,
e disseccare nel sale il tuo pianto.
Ma a ogni tua lacrima che evapora
in cielo, gli angeli a schiere scendono
a riprendersi sembianze terrene.
E il tuo cuore diventa una cella dove
io sono tuo prigioniero.
 

Tutto quello che appartiene a te
tutto quello che c’è in te,
ha qualcosa di Divino,
qualcosa che va oltre l’ Infinito:
Anche quando il petto
non trattiene più il mio fiato,
anche quando il cuore
non trattiene più il mio sangue,
anche quando tu mi spezzi in due;
sento in me,
qualcosa di straordinario,
qualcosa che appartiene al Cielo.
 

Quando ti scriverò una poesia
senza metafore e senza paradigmi,
quando non ti parlerò
più di cieli, di stelle, di lune,
di Universi
e di essenze infiorescenti:
Forse allora tu mi capirai!
Quando con parole semplici
e spontanee,
riuscirò a scrivere una poesia,
senza che tu senta l’ odore
acre della carta e dell’ inchiostro
scolorito dei miei versi:
Forse il poco diventerà un sapore
più grande dell’ Infinito,
magma, e io finalmente riuscirò
ad accarezzare la tua mano!


Luce
Quanto più amara
sarebbe ogni mia notte,
senza il suo buio.
Per questo
le sono riconoscente.
A lei chiedo
non le stelle,
non la luna, non i sogni,
ma solo
il buio che genera
luce.
 

Come calice il suo vino
Forse tu non sai come ti amo, io ti amo per amore,
ti amo senza spiegare niente alla ragione,
ti amo come il cielo le sue stelle, come la luna
la marea,
come il profumo la sua rosa, come il calice il suo vino
e l’ ebbrezza le sue feste.
Sì io ti amo così,
senza altre parole, senza nessuna adulazione.
E se dentro la mia testa
si espande l’universo è perché nella corteccia
si è insinuata la pazzia, la più strana di ogni malattia.
Si è per questo che ti amo alla follia.
 

Cosa sarebbe il cielo senza una nube
senza la pioggia i fiori sarebbero pallidi
e tristi e il vento senza una nube
non potrebbe viaggiare.
Come i miei incubi diverrebbero sogni
senza provare un po’ di paura,
cosa sarebbe il mio cuore senza il dolore,
con chi potrei condividere ogni amarezza,
con chi potrei parlare per vincere
la mia tristezza.
Il mio cuore sarebbe più solo
e la mia malinconia resterebbe un fiore
arido e secco.
 

Nelle tue mani
è racchiusa la somma di ciò che ti resta,
di ciò che ti sfugge.
Quando scappano dalle tue dita
le cose più belle, come è crudele il destino.
Come è triste anche l’ onda
quando il vento non sferza più il mare,
come è piatta la vita, e anche il mare.
Quando chiudi i tuoi palmi non vuoi farle
scappare quelle cose speciali,
ma a volte solo lacrime amare,
intrise di sale, ti restano in mano.


Apri la porta
Apri la porta a chi ti bussa nel sonno,
non aver paura di un sogno,
lascia entrare quel caldissimo soffio:
Vedrai le forme di un bellissimo Angelo
dal viso dolcissimo,
che si sdraierà nel letto accanto a te,
e tu finalmente la potrai abbracciare,
sopra lenzuola di candida seta;
anche le sue ali
si apriranno, ti stringeranno forte
e il suo orgoglio si piegherà al tuo amore
e alla tua passione.
Poi chiudi la porta e non farla più uscire,
fai che quella visione non resti soltanto
una fugace illusione.
 

Per dimenticarla vado errando
in ogni dove, poi mi fermo fino
ai margini del nulla.
Ma il suo sguardo mi tormenta
anche dove, ogni cosa non esiste:
Si rivela nel languore
che produce nel mio cuore.
Ogni vuoto in quel posto
ha la forma profonda dei suoi occhi:
E’ qualcosa d’ immortale, qualcosa
che il tempo non attenua,
e apre squarci d’ infinito
anche dove la materia non esiste.
 

Come sono lontane quelle stelle
sembra che brillino di meno,
e anche il sole
si è nascosto, in un angolo del cielo:
Oggi ogni cosa mi appare, e poi mi sfugge.
Solo la luna
con la sua pallida faccia,
e i suoi occhi tristi, sembra che mi dica,
aspetto te,
sembra che mi dica, penso a te,
ma non è vero.
Ah come vorrei salire su una nuvola,
per andare fra le braccia della Luna
e lì morire.
 

Ti ho trovata
ma solo nei miei sogni, per troppo
tempo ti ho tenuta,
dentro me perché sei così bella,
incredibilmente bella.
Ma ora svegliami e poi scappa
ti devi liberare dei miei incubi,
e della mia follia.
Sei il sogno di una vita,
ma tu sei troppo bella,
incredibilmente bella per restare
prigioniera, nei miei sogni.


Ma chi ascolta ogni mio spasmo
forse il tempo che col vento spoglia
un albero in autunno
e nasconde le sue pene nelle pieghe
della scorza.
Nella superficie delle cose si riflette
l’ amarezza, ma nel cuore si nasconde
più profonda.
E indelebili parole (di dolore)
vanno a spasso nelle righe
di un quaderno dentro a un guscio
di castagna:
Ma è farina che si sbriciola da sola,
se chi sente non le ascolta.
 

Per Te
Verrà un tempo, un tempo Buono,
dove l’ asprigno gusto del dolore
cesserà;
l’ amarena si trasformerà in ciliegio
e sopra ogni suo ramo il Cielo poserà
il suo sguardo.
Allora i sogni e le speranze,
diverranno stelle,
e il tuo Cuore indomito si riempirà
di Luce.
 

Scusami ti prego
Le mie parole e le mie frasi
spesso non sono molto accorte.
Forse sono distratte e inafferrabili,
ma sono prive di sostanza, vanno
e vengono.
Hanno la forma di una nuvola,
ma non fanno che un rigagnolo,
o qualche lacrima, che un torrente
non fa a tempo a trasportare al mare.
Basta un po’ di sole e il vento
dopo un po’ le porta direttamente,
al cielo, e là si perdono.
 

Ho sfidato il fuoco
più grande e ho spento le fiamme
più alte, per entrare dentro
il tuo inferno:
Volevo capire la tua sofferenza.
Ora non riesco a soffocare
le fiamme che ho dentro di me,
perché più le avvicino, più brucia
il mio cuore e ancora di più,
arde il mio amore, per te.
 

Foglie secche
si staccano da un Melograno, volano
in mezzo alle nuvole e come piccole vele
cercano approdo, negli angoli cielo.
Ma i flussi del tempo
le riportano a terra e le disperdono,
quando il vento diventa più forte.
In questo autunno,
dove tutto si stacca dal mio fragile essere,
dove ogni cosa diventa malinconica e pallida
anche lei si divincola dalle mie braccia:
Mentre le dita mi scivolano dalla sua mano,
come granelli di sabbia,
e io non riesco a fermarla per dirle,
ti amo!
 

Più volte
ho supplicato la pioggia di spegnere
le fiamme e le stelle, per rendermi
cieco e non vedere niente;
Ma la Sua Luce ogni volta ha riacceso
i miei occhi.
Più volte ho chiesto alla luna di calarmi
in un pozzo, nelle concavità del buio,
per non vedere nessuno;
Ma il Suo Calore ha seccato
anche il fango più denso e la fune
di un Argano ogni volta,
mi ha riportato in mezzo alla gente:
E’ inutile il mio arrabattarmi.
La Sua Luce ogni volta riesce ad entrare
nei luoghi più oscuri
della mia anima e mi fa prigioniero.
E io ogni volta devo ricominciare,
daccapo per non impazzire;
Ma forse sono io che non voglio guarire.
 

Cadono grevi gli aghi dei pini
in autunno.
E quelle foglie che trafiggono
l’ Onesta terra non sono staccate
dal vento, ma dalla sua Ira:
Questa volta le canne dell’ Organo
non cantano una sua melodia:
Solo tetri lamenti provenienti
da un cavo pantano, e note ossessive
che scendono nella mia Carne,
riesco ancora a sentire.
Nella mia solitudine li avverto
sempre più cupi quei suoni,
opprimenti, che diffondono Tristezza
e Dolore nella mia anima:
Quando ascolto la magnificenza
del suo Silenzio.
 

La sigaretta fa male
Ma metti che una sera ti prenda una vaga
tristezza, quella cosa che io chiamo
malinconia.
Come faresti se non ci fosse il suo profumo
a darti sollievo, se non ci fosse
uno strato, di catrame indurito dentro
il tuo petto a far scivolare l’amarezza
per un amico che ti ha abbandonato
o la sofferenza
per una donna che ti ha appena lasciato.
Solo una nuvola grigia che prende,
le forme delle ali di un angelo
e un bicchiere di Vodka che ti brucia la gola,
possono far compagnia
alla tua nostalgia, mentre sorseggi
i rimpianti e le tue delusioni e immergi
le labbra nella sua bocca sensuale con il bacio
più avido e lungo che tu abbia mai dato.
 

Ho messo le ali
Ho messo le ali e ho provato
a volare, nel cielo,
vicino alle nuvole, ma la luna
si è offesa abituata a ben altri
usignoli,
e anche le stelle si sono
adirate e mi hanno detto
di tornare da dove ero asceso.
Ho oltraggiato parole,
rime ed accenti che il sole
ha bruciato,
che il vento ha disperso nell’ oblio
del silenzio, ma l’ ho fatto
soltanto perché amo una donna.
 

Il nocciola dei suoi occhi
Il nocciola dei suoi occhi già si staglia
nei riflessi dell’aurora, luce chiara
che si allarga all’ orizzonte, e l’ essenza
che si spande dal suo corpo spicca
il volo nei miei sensi, sotto il cielo
dell’estate.
Poi lo sguardo, caldo pane profumato,
nutre l’ anima affamata.
Ma è il sorriso, che nasconde nella labbra,
che mi sazia, perché parla quando tace
ed illumina i miei sogni.
 

E vedresti quanto, ti amo
Troppo giustificata tua indignazione
per capire che quelle leggerezze
non le avevo fatte deliberatamente,
troppo tardi, ribadirti che sbagliavo:
Ma se tu credessi che … oggi
ho abbandonato il mio sterile livore.
Se tu credessi che per te offrirei
al pubblico più vasto,
anche la mia immagine, più fragile.
Se tu credessi che per te mi spoglierei
delle vesti più sfarzose ed eleganti,
per indossare i tuoi tormenti,
fino a ridurli in piccoli brandelli.
Se tu credessi alle mie notti popolate
dagli spettri. Se tu vedessi come soffro,
forse, allora leggeresti quelle righe,
e vedresti quanto, ti amo,
e forse riusciresti a perdonarmi.
 

Se facessi l’inventario
Se facessi l’ inventario delle parole
e degli errori che ti hanno procurato
umiliazioni e disinganni,
il mio risarcimento non equivarrebbe
a un prezzo equo:
Troppa la differenza tra il bene e il male,
troppo iniqui i miei pensieri
per non perdersi in piccoli frammenti ,
nel limo dove affondo,
mentre cerco inutilmente nei sentieri
della mente i ragionamenti più sensati
ed avveduti.
 

Improvvisi giunsero il vento e la tempesta
nella distesa incastonata fra le braccia
di un ruscello, poi l’ acqua riempì altri fiumi e tutta,
nel fango, la sommerse.
In quella piana tutto divenne grigio e malinconico,
anche le nuvole scesero dal cielo,
e la luna sconsolata pianse lacrime di gelo!
No ancora il vento non si smorza, soffia più forte,
l’ acqua corre sporca verso il mare,
e nel mio sangue scorre sempre lo sgomento.
Folletti smodati e irrequieti i miei demoni,
mi inseguono, mi scherniscono e mi feriscono
lacerando la mia anima,
da quando la tempesta mi ha sorpreso.
Sì io non sarò mai più lo stesso, e mai passerà
il vento ed il furore per questo umiliato sentimento.
 

Nonostante quella luna
Anche in fondali profondi risplendono
i suoi occhi, la sua pelle, raggiunta
dalla schiuma delle onde, si veste
dei colori della luna e il sale, che ricopre
di sapore la sua bocca, trapassa
le mie labbra. Poi come l’acqua,
che si insinua negli scogli, la sua anima
si fonde nella mia quando il suo corpo
preme con dolcezza contro il mio.
E la notte illuminata soltanto da una luce,
nonostante tante stelle, nonostante
quella luna, non riesce a dissipare le sue ore,
accarezzata dal fremito del mare.
 

(La felicità spesso non conduce alla felicità)

Ti potrei ricolmare di ogni cosa
fra le più belle, e perfino di più,
tanto che dalla tua fronte
mille effervescenti bollicine
di felicità, ti salirebbero fin sopra
la testa, diventando piccole stelle.
Ma quando diverresti sazia
di parole dolci e premurose
allora per orgoglio,
non sopporteresti, neanche
la felicità e insultandomi
e maledicendomi, ti metteresti
a ironizzare per tutte quelle cose
e per le mie sdolcinate sciocchezze.
 

Solo per dirti
che stanotte ti verrò a visitare,
e nel sonno, come un subdolo
ladro, ti verrò a derubare.

Solo un sogno, però, cercherò
di rubarti, un sogno, per poterti
ogni notte, pensare.

Ma sarà solo un istante, poi i sogni
ed il tempo solo a te apparterranno
e su di te veglieranno.

A me basterà solo un momento
di tenerezza, per continuare
a sognarti.


Prima di perdersi
Come un eco che affida al vento
le sue molteplici voci,
prima di perdersi di ogni parola
ogni singolo suono, tu mi parlavi,
e mi dicevi, parole strane,
da interpretare. Ma come fare!
(Tu così bella e irraggiungibile):
Se non sapevo se eri tu colei
che supplicavo, se non sapevo
ciò che tu desideravi!
Così inseguendo una fiamma
che continua a propagarsi,
calpesto ancora rami bruciati
e neri sopra la cenere dell’ erba
secca. E per non scordare l’ odore
acre di quelle foglie che un tempo
erano parole dolci, per espiare
tutto il male che ti ho cagionato,
ora cammino, a piedi scalzi, sopra
quei sassi aguzzi e roventi.
 

Bella ma triste
Si perdono le onde nella battigia,
la luce è vinta da una luce
più forte e alle sue spalle il mare
inghiottito dalla vastità dei suoi occhi,
scompare. Tutto scompare,
tutto si ritrae, tutto è offuscato
dalla sua innaturale bellezza.
Solo i suoi pensieri esistono,
ma non dicono né di pianto
né di allegria, forse è per questo
che lei sembra più triste, forse
è per questo che lei è ancora
più bella, quando si abbandona
alla sua dolcissima malinconia.
 

Dille che io l’ amo
Quando, domani, le passerai
davanti non voltarti, non scappare,
fermati, dille che io l’ amo.
Dille che io l’amo più dell’aria, che
mi soffia nei polmoni, più del sangue
che corre trafelato, verso il cuore.
Dille anche che sto male, ma che
basterebbe solo un ciao, per guarire
dal mio male.
E non aver paura del suo sguardo,
fissala negli occhi, dille che è più
bella di quel mare che sprofonda
nei suoi occhi, e se è vero che mi odia,
dille ancora che io l’ amo.
Diglielo tu per favore, oh mia poesia:
I miei occhi non sostengono,
il suo sguardo.

Nel tripudio delle nuvole
Continua a camminare
in quei sentieri, ritroverai
ruscelli e boschi conosciuti.

Ma se acque trasparenti,
e frutti succulenti,
non basteranno a saziare

la tua sete e la tua fame,
né gli unguenti
di quei luoghi a lenire
la fatica, tu non stancarti.

Inerpicati fino
alle montagne e acchiappa
il cielo con le mani.

E nel tripudio delle nuvole,
ascolta solo il vento,
ritroverai te stessa e la tua
anima

Ah se quel corpo
Ah se quel corpo di lacera carne,
quel corpo che era di un uomo,
quel corpo che ora ascolta il silenzio
in una lurida stanza, dentro
una giacca di lembi stracciati,
quel corpo che più non riconosci,
quel corpo che era di figlio,
di uomo e di padre potesse
risollevare le sue deboli membra,
e legare coi lacci del suo misero
cencio ogni osso corroso,
della sua mano, per strofinarlo
nel vetro appannato di quella gelida
stanza. Forse il suo debole fiato,
potrebbe bastare per sciogliere
la coltre di ghiaccio che cela ogni
egoismo, nelle crepe, dell’animo
umano e la polvere riuscirebbe
finalmente a levarsi.
Allora potremmo vedere riflessa
in quel viso scavato l’ essenza
di ogni spirito inerme e la faccia
più ottusa della nostra coscienza.

Anima e vento
Trasportato, dal vento come una piuma,
sotto il cielo di una terra straniera,
quando lui stesso era anima e vento,

ora pigola, triste uccellino, in una gabbia
di ferro il suo mesto lamento, dimenticato
da un uomo che non sa più di essere,
un suo fratello.

Ora chissà quanto dovrà aspettare,
che si trasformi in buon vento, quel vento,
che le sue braccia si trasformino in ali,
per solcare gli spazi liberi della sua terra.

Ma un giorno ritornerà, volerà in alto,
sopra il suo cielo, e canterà tutte le note
delle sue melodie per farle discendere
nell’arida polvere, e siano feconde.

Poi il vento scemando, diventerà brezza,
aprirà dei solchi in mezzo a un deserto,
e con un solo respiro ne spargerà ogni buon
seme.

Angelo o Diavolo
che tu sia, se fossi stata
mia anche solo per un attimo,
quel momento sarebbe
stato eterno.
Se fossi stata un Angelo,
inseguendo il volo
delle alzavole, avremmo
superato le altezze
delle nuvole, in cerca
di avventure, per lasciare
nei fetidi acquitrini i resti
di tutti i nostri equivoci.
Se fossi stata un Diavolo,
io e te saremo sprofondati
in mezzo agli acquitrini
nel fango del peccato.
E se fossi poi affogato,
fra i profumi dei narcisi,
e dei gladioli sarei morto
soffocato, ma felice.
Invece, in questo triste
inverno, tu, mi hai mandato
via.

L’amore ha le ali di un colibrì
Guarda il suo volo osserva
le sue ali vibrare, vicino
alle rose.

Ascolta il suo piccolo cuore,
sentirai che batte più in fretta
delle sue magnifiche ali.

Guarda il suo minuscolo
becco, strappa uno stelo,
in mezzo a spine appuntite,
per regalarti un bocciolo:

Chissà forse ti vuole mostrare
che l’amore è grande,
anche nelle piccole cose!

Per ritrovar me stesso
In quei giorni sempre uguali,
incapace di trovare altro
impulso alla mia pena,
quel crogiolo, amalgamato
alla mia inedia, pieno solo
di un gran vuoto e senza luce.
Nel pastone d’ acqua e pece,
un pennello, una tela,
e tenui tinte di acquarello,
in un quadro mal dipinto,
da un pittore senza ingegno.
Solamente nelle stanze
del mio cuore, trasportate
dalle anfore del sangue,
le emozioni a tinte forti,
e le forme del suo corpo,
per dipingere quel vuoto.

Per parlare d’ amore
Finché il dolore, dentro la gola,
lacerava la voce, strappandola
dal profondo del cuore,
le mie parole languivano, sole,
senza più tono, senza più meta,
nella solitudine dell’anima.
Poi si son liberate di quella
prigione, si sono affidate alle ali
per volare più vicino alle nuvole
e quando si sono sospinte
nella parte più azzurra del cielo,
mi hanno raggiunto inseguendo
la melodia dei poeti,
e della loro poesia. Ora qualsiasi
emozione, che arriva nel cuore
diventa una voce e riempie,
di luce, di stelle e d’ amore, ogni
spazio nella solitudine dell’ anima.

Come una sposa

Hai lasciato che un albero
ricolmo di foglie si vestisse di te.
E ti ho vista in ogni sua fronda
impreziosire i suoi rami, di gemme
sensuali, di splendidi fiori,
di frutti carnosi, di candidi petali.
Ti ho vista, prima che ogni fiore
diventasse suo frutto, prima
che ogni petalo si sparpagliasse
nel vento, prima che ogni foglia
cadesse per terra, molto,
prima che arrivasse l’autunno,
a primavera.
Poi il tuo sorriso si è aperto come
una gemma, nel sole e le tue mani
si sono ricoperte di fiori, come
una sposa. In quel momento ho
capito che nessun fiore, mai più,
avrebbero avuto il dolce gusto
di ogni tuo frutto, ma solo l’acre
sapore della mia gelosia.

Ho lasciato che il vento
Ho lascito che il vento scardinasse
il mio cuore per sentire la tua voce
mutare il suo suono. Ho aperto
ogni notte i cardini della mia porta
per fare in modo che con altre parole
il tuo monologo, trasformato
in respiro, potesse diffondersi
nella mia anima, come una musica.
Ma un perfido gelo lo tramutava,
in rancore, velando di nero,
i vetri delle finestre, quando il vento
lo trasportava dentro il mio cuore.
E io ti amavo, e più ti amavo,
tu invece mi odiavi, senza angustiarti,
per quelle parole che mi bruciavano
l’anima. Ora con il male che ho
dentro … tu mi mandi all’ inferno,
e il mio corpo si erode per troppo
amore.

Come in un sogno
Come in un sogno, vestita di luce,
e indossando il velo di un Angelo,
si era messa, senza affondare,
a danzare nell’ acqua,
mentre il mio braccio sfiorava
il palmo della sua mano perché,
ancora, non mi abbandonasse.
Ma le sue dita lunghe e sottili
si allontanavano, dalla mia mano,
senza lasciarmi alcuna speranza.
Finché non la vidi salire,
leggera, eterea e impalpabile
in compagnia di una nuvola bianca.
Allora capii che solo nei sogni,
lei … mi apparteneva. E io, che
mi disperavo, come una fiamma,
ritornavo a bruciare.

Vero amore
è tenersi avvinghiati come le foglie
dell’ edera che si avvitano intorno
alla scorza di un albero per salire
nei rami più forti, è non temere
le piccole spine dei suoi rametti
sottili. Eppure stretto al suo seno,
io, tremo come una foglia,
quando penso di averla ferita.
Vero amore è impazzire d’ amore,
guarire con la linfa che cola
da quelle ferite e con la resina
sporcarsi le mani perché neanche
la sabbia scivoli via. Vero amore
è superare le fronde più alte,
senza avere vertigini, è osservare
dal cielo un mare lontano, mentre
gli sguardi si incrociano e le labbra
si baciano senza saziare la bocca,
senza staccare le braccia “onde
del porto” che mai si allontanano.

Continua la furia
di questa pioggia rovinosa,
che non si placa, che non
finisce, che non si asciuga,
che non si asciuga mai,
neanche mischiandosi al vento
e al fango del mio arido pianto.
E io mi annichilisco se ripenso
alle parole che alimentavano
il dolore, ferendoti nel cuore
già prima di colpirlo.
Troppo ho cercato di capire
ciò che non capivo, cadendo
per questo nell’errore.
E delle parole che vorrei dirti,
nessuna è degna del perdono.
Molte le ho spese invano,
altre le ho sparse al vento,
raccogliendo per questo solo
tempesta.
E ora che la notte sta per
venire, ancora più crudele
sento l’angoscia che mi
opprime, perché la notte sarà
più lunga del giorno
che sta per finire, e mai
cesserà se mai finirà questa
mia interminabile afflizione.

Mio perduto amore
appoggia la guancia nella tua mano,
reclina la testa verso orizzonte,
dove si allontana il mare e allinea
i tuoi occhi in direzione del faro,
nel punto in cui, io son naufragato.
Guarda laddove neanche la luna
riesce a filtrare la luce, là si è arenato
il mio fervore quando di sangue
vermiglio le vene si son raggrumate:
Basta un tuo sguardo per rimestare
il sangue che si è rappreso,
quando uno spasmo irrefrenabile
ha attorcigliato ogni mia vena,
come ogni ramo d’ un rosso corallo.
Basta un tuo sguardo per ritrovare
i rimasugli, della mia ispirazione,
ormai dispersi in abissi profondi,
come pezzi di acqua che tracimano
in una brocca sopra una zattera,
in preda alle rapide.

Ti avverto
Ti avverto nessuna indulgenza
alla tua intransigenza e neppure
al mio orgoglio.
Dovesse la piega della tua mano
cingere l’elsa d’ una spada tagliente,
per brandirla in una contesa
(l’ odio non ha pietà
e non ha cedimenti),
solo uno scudo per proteggermi
il braccio, alzerei in mia difesa.
Ne sono certo non riusciresti
a tramutare il mio amore per te
in rancore o in combattimento
cruento. Il mio amore
sarebbe uguale al tuo odio,
intenso, impetuoso
e senza nessun cedimento.

La tua bellezza

Nuvole, nuvole sempre le nuvole
scendono basse a sottrarti
ai miei occhi, e ogni volta il cielo
muta le nuvole in radioso vapore
disegnando il tuo sguardo con i colori
argentati della sua mezzaluna.
Il tuo essere, persino il tuo … ogni
volta scappare, ritornano sempre
a rifulgere nelle mie dissonanze,
bagliori armoniosi che accordano
il tempo e le sue asimmetrie.
E io che non smetto mai di lodare
la tua bellezza “stasi meravigliosa
e muta” del mio spirito inerme,
fisso dentro la mente,
un’ immagine dolce nell’ultima
luce di una candela, tra le ombre
evanescenti della sua calda cera.

Amore
Amore che parola profonda risiede
nel cuore. E’ una piccola goccia
di fresca rugiada, l' amore, scivola
dentro alla corolla di un fiore,
si espande come onda che travolge
ogni cosa, estingue la sete di mille
farfalle senza chiedere niente,
se non la lusinga di un battito d’ ali.
L’ amore è una carezza che porgi
a tua madre, assieme ai narcisi
che le hai regalato.
E’ una forte emozione l’ amore
e ha la forma della piccola mano
che chiudeva il tuo pugno intorno
al suo dito perché tu volevi che
restasse ancora a giocare con te.
E’ una stretta d’ amore ancora
più forte il ricordo di quella flebile
mano che ti stringeva con forza
per non lasciarlo andare da solo,
tuo padre. Ora l’ amore è qualcosa
che ti pulsa nel cuore e lo riconosci
perché è uguale soltanto all’ amore.

Come il mantice della fucina
Nella vecchia officina dove fatica
il mio cuore, le mie inquietudini
e i miei sentimenti sono forgiati
sopra l'incudine e l'aria insufflata
dai tuoi sospiri soffia sul fuoco
delle passioni come il mantice
della fucina. Così a ogni percossa
sopra l’ incudine, un pesante
martello affonda ogni mia pena
e cesella le forme della mia resistenza.
Ma contro la forza di quegli strumenti
a cosa vale o dolcissimo vento
per la mia anima questa corazza
se ciò che alimenta la mia tempra
dura è sostanza piena della tua
trascendenza ove l’ amore e la bellezza,
invece che la vendetta, sono
la ragione della tua stessa esistenza.

Dietro il tuo sguardo
Chi più del vento può ascoltare i sospiri
della tua anima per consolarli, quando
una brezza raccoglie i tuoi capelli di seta
e ti scopre l' orecchio con una carezza.
Chi più dell’ aurora può dare luce
al tuo viso, quando un’ ombra
si nasconde dietro il tuo sguardo.
Chi più del mare può disporre alle onde
di placare l’assedio dei tuoi tormenti,
quando, insonne, aspetti la notte
per vedere apparire una luna migliore.
Chi più di me e di una poesia ti può
confortare quando una lacrima scivola
amara nella tua guancia.
Quando il vento si alza dal mare le onde
si placano, più tersi si mostrano gli occhi,
la bocca si dischiude al sorriso,
gli occhi si fanno calmi e più dolci.
E il tuo volto in totale pienezza mi
rivela un insieme di mille emozioni,
tu che sei, molto più di ogni universo.

In fondo al cuore
In fondo al cuore una tormenta
e un male orrendo, trasportato
dal freddo intenso di questo inverno.
Solo un giaciglio di arida paglia,
ricoperto da foglie gialle,
per alleviare ogni mia pena.
Ma dentro l’ anima nessuna quiete,
nessuna pace ai miei pensieri.
Solo la voglia che la sua voce,
quando la imploro,
chieda al suo sdegno di riempire
un bicchiere, con un veleno.
Perché il suo orgoglio come un felino,
faccia sfracello della mia coscienza.

Intorno alla mia mente
Disperavo oramai di rivederla
ma scrutando per dieci miglia il mare,
la vidi nella scia di un bel veliero
che strambando prima a dritta
e poi a mancina,
navigava, senza ciurma, tra i vapori
delle nubi e i riverberi del sole.
Fu solo un attimo poi la vidi,
andare, ancora, verso l’orizzonte,
la vidi per una volta, sola, sopra
le onde, finché svanì per sempre
quando le palpebre, terrorizzate,
si chiusero per non vedere, dove!
Ma non furono né il mare o il veliero,
la mia immaginazione o la sua esigua
consistenza, che a poco a poco
si esaurivano a far di lei bottino
pieno. Era intorno alla mia mente
che io percepivo la sua assenza,
e l’ incommensurabile tormento
del mio ego, laddove ogni giorno,
fino a ieri, risplendeva la sua luce.

Vorrei gridare al cielo
Vorrei gridare al cielo quanto l’ amo
ma non ho fiato sufficiente per portare
le parole più in alto delle stelle,
affinché più forte lei le senta.
Così mi affido alle ali di un gabbiano
per consegnarle al vento.
Vorrei gridare al mare quanto l’ amo,
ma il mare ha onde troppo alte,
per attraversarlo.
Così mi affido alla pinna di un delfino
per condurre il mio urlo disperato
in direzione dell’ orizzonte più lontano.
Sono un’ isola i suoi occhi e lì vorrei
fermarmi ma il suo sguardo è ormai
troppo lontano, perché uno sciame
di farfalle trasporti in quegli scogli
le mie membra ormai spossate.
Ora aspetterò impaziente che l’ Alba
aprendo le sue palpebre propaghi
la sua luce per guidare verso il mare
la mia anima dolente.

Il gattino e il ciclamino
Stai attenta al tuo gattino, tienilo a freno, l’ho visto
l’altro giorno (passeggiando per le vie della città)
sbucare dalla nebbia, con la sua solita aria
sorniona in cerca chissà forse di evasione, ma più
probabilmente forse d’ un po’ di comprensione,
mentre con la sigaretta in bocca (la solita marca)
la camicia bianca e il panciotto (grigio fumo)
assai inquieto calpestava addirittura i ciclamini.
Ma forse non ha colpe (lo sai che ha pochi amici)
oppure è innamorato, lui è come me (egocentrico,
narcisista e megalomane) e per di più nervoso:
Io che mi arrabatto a voler fare sensazione
ad ogni costo, io che penso di essere il migliore,
io che più passa il tempo e più non mi conosco.
E’ una favola ma spero abbia un lieto fine
(o almeno che restiamo amici) alle favole non si
può mai smettere di crederci.

Accenderò un fiammifero
Accenderò un fiammifero,
strofinandolo nel petto.
Vedrai il mio cuore accendersi
come una torcia di cera,
e splendere i miei occhi
di luce trasparente.
Sarò luna, sole e fuoco,
sarò l’ inverno più pungente,
la primavera più abbagliante,
e l’estate più rovente.
Vedrai sciogliersi i ghiacciai,
e incresparsi l’ onda di ogni fiume,
ma tutta l’acqua di ogni mare,
non riuscirà a spegnere il mio amore.

Oggi ho visto sbocciare una rosa
Anche se è così aggrovigliato il cespo
che avvolge i suoi fiori non ho paura
di cogliere le rose che adornano
i suoi rami spinosi, non ho paura
di ferirmi le mani recidendo i suoi steli.
Ma oggi ho visto sbocciare una rosa
più bella di altre, solo per lei ho paura
di accarezzare il suo delicato bocciolo:
Troppo ruvide son le mie mani,
per non rovinare quei fragili petali,
per non sciupare quel tenue colore.
E se a lei non dichiaro il mio amore,
è solo per il mio innato pudore.
Se neanche il suo inebriante profumo,
mi ripaga di una così dolente rinuncia.

Profumi di Rosa
Essenze di spezie respiro, nell’ aria,
e mi imbevo di lei, quando si alzano
in cielo i profumi di Rosa.
Anche se il cancello è socchiuso,
e la siepe è in penombra, io le respiro
quelle piccole gocce di limpida acqua,
inzuppate d’aromi, che mi sobbalzano
addosso, quando la luna riflette
il suo profilo nello scialle ricamato
dalla brina mattutina.
E io che mi asciugo nei suoi petali
di seta, respirando quei profumi,
mi sento più felice a ogni sospiro,
mentre forte si fa il battito del cuore.

Niente
squarcia il silenzio della tua voce,
nascosta tra le spine di un muro
di rovi e io aggrovigliato a una rete
di maglie sottili, sono incapace
di trovare il coraggio di osare.
Nessuna luce rischiara il mio cielo,
confuso e perduto nel buio,
di una finestra ormai quasi chiusa.
E neanche quel sole asciuga
il mio cuore, che fradicio d’ amore,
fino all’ultima stilla, come onda
del mare si sbriciola sopra gli scogli,
bagnando i miei occhi.

Dove il paesaggio si confonde con l’uomo …
Sughera
che abiti ogni giorno nel sole, solo di terra
e di pioggia ti cibi, dando per poco,
ogni cosa che hai.
Tu regali l’incanto delle fronde spettinate
dal vento, l’ombra ai viandanti, le ghiande
agli armenti e a molti altri animali, poi offri
nei rami contorti, ora fitti, ora larghi,
riparo, anche, agli uccelli abitanti del cielo.
E se il vento è più forte e ti sferza le foglie,
la chioma… spingi ad Oriente, per ridare
a chi riprende il cammino, una strada sicura.
Sughera, linfa rubina, vestigia d’ altrui
sofferenze e di conoscenza, dai tutto
a ciascuno, perfino la tua pelle screpolata
e rugosa, come quella avvizzita del vecchio
pastore che austero attende i suoi buoi,
laggiù, tra le querce.

Solo tu
mi hai fatto uscire dal buio,
quando stanco e frustrato
volevo andar via.
Solo tu hai trasformato
ogni parola in dolcezza,
e ogni gesto in carezza,
soffocando la rabbia
che mi veniva da dentro.
Solo tu ti sei abbandonata
a tenerezze dolcissime,
per vincere la mia malinconia.
E quel bacio che ti è sfuggito
di mano si è posato sopra
il mio sguardo, riuscendo
a calmare i flussi impetuosi
della mia anima.

“C'è una strada, che se la cerchi … trovi la bellezza dell’anima”
Come sei bella
Come sei bella, come hai dolce
il sorriso, come sono belli
i tuoi occhi, come son luminosi
quegli specchi che riflettono
i tuoi sentimenti dentro il mio
sguardo, quando ti penso.
E mentre con le mani, frugo
nel muro d’ ombra,
di un vicolo cieco, per cercare
una luce, che mi faccia trovare
una strada, sento la tua voce,
che mi esorta a cercare la bellezza
dell’anima.


Riflessione sulla lettura di un brano del … Temporis partus masculus,
di Francesco Bacone ...

Indicibili sofismi
Chissà perché per liberare i miei pensieri
scrivo versi ridondanti di indicibili sofismi,
e mi faccio catturare da passioni smisurate
per futili e scontate frivolezze.
Forse esagero con questo eccesso di parole
che spinte da un vento favorevole mi fanno,
viaggiare dentro ai sogni, fino ai margini del cielo.
A me che pur non sono letterato né poeta
piace aggiunger grazia e leggerezza
alle cose che amo invero, intensamente,
e se provo gusto a contemplar le cose belle
ed attraenti non mi pare di commettere
un esecrabile peccato.
Se son schiavo del fascino delle parole,
ma non son capace di indagare la natura,
e i suoi dogmi, con dotte esposizioni,
perdonate questa mia fastidiosa incompetenza!
Le mie frasi anche quando sono un po’ arruffate,
le scrivo con amore e per diletto:
le riflessioni più colte e articolate sul pensiero
e sul reale le lascio investigare a filosofi e scienziati.

Le foglie del tiglio
Come sono romantiche le foglie
del tiglio che spinte dal vento volano
via, per inseguire il loro incerto destino,
e cadono dentro a un giardino di nuvole.
Anch’ io vorrei esser trasportato,
come una di quelle foglie di tiglio,
nel tuo giardino fiorito e riposarmi,
sulle tue guance di petali rosa.
Ma sarà inverno, mai arriverà
la primavera, il freddo ti allontanerà
inesorabilmente da me e io come
un puntino resterò solo,
in un orizzonte che non ha un continuo.
Così di questa stagione a me resterà
solo un dolce rimpianto, ma quando
il vento si leverà, quella foglia di tiglio
per sempre nel mio cuore si poserà,
per rammentarmi di un dolce ricordo
che mai svanirà.

Il fiore più bello
Il fiore più bello non ha petali,
che profumano di essenze,
neanche colori che a primavera
accendono le luci di quei viali.
Il fiore più bello non è una rosa,
una viola o un ciclamino.
Ma ha la forma della bocca,
il profumo della pelle e il colore
dei tuoi occhi. E il suo bocciolo,
che sboccia dentro al cuore si nutre
dalle radici della mia passione,
e dal plasma del mio folle amore,
in ogni stagione, senza mai sfiorire.

Ho solo due alberi
Non ho più vele per solcare i mari,
non ho più terre da conquistare,
non ho altre avventure da raccontare.
Ho solo due alberi che reggono,
un’ amaca per riposare, che
mi fanno oscillare, più di una barca
in mezzo al mare e che mi fanno
toccare con una mano, terra fertile
da occupare.
E se ho voglia di raccontare, sopra
le fronde … passeri curiosi,
le mie lagnanze stanno ad ascoltare:
Non ho più voglia di ripartire e poi,
ancora, di ritornare.

No
dell’angoscia
di perdermi,
in acque profonde,
ho paura quando
chiudi le palpebre,
e non riesco
ad uscirne.
Ma dello strazio
per parole
diseguali
alla tua grazia,
sì, mi tormento
se intraprendo
un viaggio intorno
al tuo sguardo.

Due mari nel mare
Due occhi che guardano il mare,
due mari, in un mare profondo,
due isole sospese nell’aria,
mentre l’ onda spruzza vapore
di nuvole e sale per dare sapore,
a ore un po’ scialbe, sono i tuoi occhi
(quando il giorno perde colore).
Due fari in mezzo, a quei cigli,
che proiettano squarci di luce,
dove volgo lo sguardo, sono i tuoi occhi
(quando in fretta arriva il tramonto).

Arcuate ciglia
E naso e labbra e la luce di quel viso,
esaltando gli occhi suoi, in arcuate ciglia,
e appena abbozzato, il dolce suo sorriso,
sono balsami che allentano ogni briglia.
Persino il Sole, in codesta sua dolcezza,
rincorrendo la luce dei suoi occhi puri,
cerca il mistero di cotanta bellezza,
nei lineamenti di quei chiaroscuri.
Persino il Cielo col suo azzurro manto,
pur biasimando la strana alchimia,
loda lo sguardo del magico incanto,
che nel cuor si congiunge all’anima mia:
Se nell’ aria sparge, quelle chiome belle,
e collo e capo, dolcemente reclina,
più vicino alla Terra che alle sue Stelle,
quando in penombra, la Luna si declina.

Un Fiore e una Rosa
un granello di sabbia e un miraggio,
il metallo più fino e l’ oro zecchino,
i fiori d’arancio e un bouquet di sposa,
una donna e il suo cuore,
sono parole che non stanno mai sole.
Come farfalle volano assieme,
e insieme scrivono, ancora,
appassionate frasi d’ Amore.
E io che mi accompagno a loro:
In un calice d’oro, di quel fiore,
berrei la sua essenza migliore,
riposando sotto una Palma,
in un giaciglio dai granelli d’oro.
Ma solo nel calore della mia Sposa,
e non al caldo del sole riuscirei
a crogiolarmi di cocente passione.

I raggi del sole
che danno tepore al suo fragile cuore,
dopo aver ricamato una soffice culla
per farlo dormire,
lo terranno sospeso per non farlo cadere.
Poi dando cadenza al suo affannoso respiro,
lo faranno chetare,
senza interrompere il suo dolce oscillare.
Ma quando i crucci del giorno lo faranno
di nuovo agitare,
quei raggi, in inverno, diverranno ringhiere
per impedire che i suoi desideri
si disperdano in mare,
come foglie secche spazzate dal vento.

Più di ogni Cosa
E più di ogni luna
che sa di maree,
e più d’ una rosa
che sa di rugiada,
e più del silenzio,
che sa di rumore,
o di uno specchio,
che sa dell’anima,
più di ogni cosa,
mille volte di più
il tuo dolce sguardo,
mi racconta di te.

La mente tace
Tace la mente per nascondere
il suo muto lamento.
Tace nel sogno, tace in silenzio
nel sogno anche ogni brezza
che non riesce a sollevarsi
in quello spazio ristretto,
se come Vele vuote di vento,
cercano invano di prendere forma,
le sue emozioni simili a ombre
inquiete e deformi.
Parla solo il mio cuore,
scandendo stanchi sospiri.
Ah se lei, se lei li potesse ascoltare!
Allora si che potrei rianimare
i palpiti pigri che sussurrano
quelle sommesse richieste d’ amore.

Nel mio posto di lavoro
Quando arrivo nel mio posto di lavoro,
sono come dentro a una Solenne Cattedrale,
perché le mura maestose e silenziose
sono guglie alte e luminose,
perché le stanze hanno pareti chiuse
da travi di nuvole celesti e il tetto azzurro
e trasparente è sigillato con mastice di stelle.
Così il mio ufficio è vicino ai monti ascetici,
mentre i miei utenti sono le aquile,
gli astori e i barbagianni dei quali non mi pesa,
ascoltare i loro rochi e striduli lamenti.
Della pioggia piuttosto, lo devo dire,
le gocce intirizzite cadono grevi, sui tronchi
degli aceri e dei lecci,
(come gli accenti sbagliati in questi versi),
ma stando bene attente a scivolare piano,
per non turbare la quiete di tutta quella gente.
Solo dei cervi sento gli acuti prepotenti,
che si estendono ampi nelle chiarie del bosco,
ma solo all’alba o all’ imbrunire tardo.
Perché la selva di notte torna a dormire
riscaldata dalla luce delle stelle e della luna.

I suoi occhi
Come una luce che squarcia una nube
e di soppiatto si mostra alla luna, ieri,
il suo viso si è mostrato al mio sguardo.
Difficile era discernere da dove venisse
quel caldo bagliore.
Forse dalla sua fronte se uno spicchio
di sole dipanava gocce di sale,
per fare col suo raggio collane di perle.
Forse dal suo sorriso se dischiudeva
in boccioli rosa, le labbra soavi.
Forse dalle lentiggini minute ametiste,
che le impreziosivano il viso.
Ma illuminato dal chiaro di luna,
oggi, ho visto sbocciare un bellissimo
Iris nel suo giardino.
Anche i suoi occhi avevano lo stesso
colore quando quella luce abbagliante,
ieri, mi ha accecato la vista.

Poesia
Poesia dona
con note sublimi
e parole soavi,
la tua melodia,
innalza il tuo suono
salendo le scale
di mille violini,
e conducilo adagio
fin sopra le nuvole,
sfiorando la luna.

Sei bella
Sei bella quando ridi
con quella smorfia arcuata
del tuo labbro,
sei bella quando piangi,
per quella inclinazione
lieve delle palpebre,
sei bella per quella linea
che corruga appena
la tua fronte.
Sei bella,
non perché sei bella,
per una ragione
che non ha bisogno
di nessuna spiegazione,
ma perché questi
particolari esaltano
la tua sensualità,
come i petali screziati,
la corolla di una rosa.

Come le corde
di un’ arpa,
vibrano nella risacca
le onde del mare,
e diffondono
attorno alla riva,
assonanze armoniose.
Poi assieme alla sabbia,
silenziose,
le onde ritornano
al mare.
Ma io ascoltando
il mio cuore,
onda dopo onda,
riesco a sentire
ogni singola nota
di quello spartito.

Con voce assordante
Con voce assordante, mare, parli con l’onda
e una barca sciaborda,
poi con voce più calma parli col vento,
e le sue vele conduci.
E mentre l’onda ed il vento fanno feconda
la tua vastità il mio intelletto si confonde
osservando quelle vele tese verso ponente.
Così solo scrutando il mio cuore,
riesco a capire che cosa trascende
la tua infinita misura.
Solo guardando nell’anima riesco a vedere,
più in la della tua sconfinata potenza.
Ma non vagheggio cose più immense,
perché, lei, senza neanche parlare supera
la tua ridondante bellezza.

Mi inquieta passeggiare
Mi inquieta passeggiare per le strade,
non riuscire a districarmi in mezzo
a tanta gente indaffarata,
che cammina fianco a fianco,
che va in fila negli uffici,
come formiche davanti ai loro nidi,
o che fa a gara per entrare
nella metropolitana.
Mi opprime pure un senso di malessere,
quando cerco invano un posto,
dove possa con qualcuno chiacchierare.
Non riuscire a ritagliarmi,
in quella frenesia, che uno spazio limitato,
aumenta lo sgomento di abitare,
in questo caotico tessuto connettivo.

Vedo ancor zampillare
Ieri mi son rammentato
di quando mio nonno e mio padre
con la schiena ingobbita e la pelle riarsa
bagnavano la terra secca
con il loro sudore.
Allora stringendo le mani nel ruvido
legno di una zappa ricurva,
ho piegato le spalle per scalzare
la terra indurita, dai ceppi avvizziti,
e farli nel vento ancor respirare:
Se voglio offrire di nuovo agli amici,
a novembre, il buon vino novello,
devo smuover per tempo la terra.
Poi attingendo l’acqua dal pozzo,
con un brocca di terracotta,
l’ho riversata con un secchio di latta
negli arsi filari e ho sentito di nuovo,
come una volta, pigolar l’usignolo.
Ora appoggiato sull’orlo del pozzo
vedo ancor zampillare,
seduta sul fondo, l’acqua che bagna
la luna e disegna coi cerchi,
profili di persone a me conosciute.

I germogli del pesco

riscaldati dal sole
sopra rami contorti,
si schiudono al cielo
per vestire di rosa
le sue fronde scoperte.
Anche il mio cuore
apre all’amore
se le sue lunghe ciglia
e i suoi occhi dolci
si posano teneri
sopra il mio sguardo.

Voglio
Voglio di lei assaporare,
il suo intensissimo sguardo,
dissetarmi in quegli occhi
soavi che parlano sempre
di poesia e di dolcezza,
mischiare adagio il sale
delle mie intense passioni,
con il delicato profumo
delle sue dense emozioni,
e gustarla giorno per giorno,
senza farmi troppe domande.
Poi il tempo deciderà.

Piove a dirotto
sopra i battenti.
Anche i suoi occhi
piangono a fiotti,
rigando i vetri
di quegli scuri,
come i rii salsi
la dolce piana.
E come la foce
raccoglie l’acqua,
prima che la piena
la butti in mare,
scivola piano,
nella mia guancia
l’ acre sapore,
delle sue lacrime.

Parole dimenticate
Parole ritrovate tra righe sbiadite
e fogli ingialliti, dentro a un vecchio
quaderno nascosto in soffitta,
mi parlano ancora di giorni felici.
Parole avviluppate da contorta grafia,
e dipanate, con consunte matite,
solamente dalla mia fantasia.
Parole ingenue e infantili,
che narravano di piccole cose.
Parole da molto tempo celate,
sotto polverosa grafite, mi fanno capire
che allora e non ora, scrivevo poesie.

Tra terra e cielo
fluttuano celate in evanescenti bolle,
le parole ansimanti dei vecchi.
Voci donate, da un tempo lontano,
e ricambiate con prodigo amore,
ora sussurrano flebili affanni.
Avviluppate da quel velo sottile,
ci regalano ancora una volta,
dolci palpiti di tenerezza,
poi toccando una stella appuntita,
restituiranno il respiro, al Cielo infinito,
e l’anima si fonderà con la luce.

Entrano dentro
Quando respiro i profumi,
della sua pelle voluttuosa,
come polvere entrano in circolo
i residui della sua sensualità.
Le letali esalazioni fanno traballare
ogni mia regola morale;
ma non riesco a rinunciare,
a quella boccata velenosa,
pur se resta imprigionata,
qualche molecola del male.

Tra i rovi
ho sentito una voce,
che non riesce a scandire
accenti e parole.
Quel grido un po’ cupo,
in mezzo a un groviglio
di spine e di rami contorti,
non riesce a districarsi
per farsi capire.
Si agita invano,
per ricevere udienza,
eppure trasporta,
un messaggio d’ amore,
quella voce che implora.

Solo due gocce
possono percorrere tutto il tuo volto,
e turbare la mia mente inquieta,
quando attraversano il tuoi bei lineamenti.
Esse non viaggiano in un piccolo spazio,
se sgorgano da laghi incantati,
se seguono solchi celati tra pianure e colline,
se tortuose si buttano in un mare increspato:
I tuoi occhi, il tuo naso, la tua bocca,
quando sono lontani,
vagano in un mondo infinito,
e il mio sguardo si perde nella vastità dell’anima!

Si consumano le ore
Sei un fiume in piena,
che mi travolge, che mi sconvolge,
che mi inonda di passione.
Così aspettando che tu chiami,
trascorro il tempo,
desiderando di asciugarmi,
nel calore del tuo corpo,
ma in fretta si consumano le ore,
intanto che supplico il tuo amore.

I tuoi vecchi pupazzi
Quando alzerai il polveroso coperchio,
di quella scatola, sbiadita e lacera,
i tuoi vecchi pupazzi,
benché indolenziti dal lunghissimo sonno,
di nuovo, assieme a te, cammineranno:
I tuoi dolci ricordi,
lasceranno l’angolo angusto,
di quel ripostiglio e con te rivivranno!
Così ogni cosa ricoperta,
dal velo opaco di pulviscolo grigio,
si illuminerà intensamente,
come in un cielo pieno di stelle.
E mentre la volta del cielo si farà più alta,
tu finalmente diverrai bagliore,
ove un tempo eri ombra.
E per sempre il buio lascerà spazio alla luce.

Violenta sulle chiome
precipita la pioggia,
nelle piante, scivola
piano tra i pungenti ficodindia,
e per scansare le sue spine,
si divide in tante goccioline.
Spaventata cade infine
sulle foglie dell’ortica,
restando imprigionata,
nel freddo della notte,
fino a diventare Brina.
Anche ogni sua lacrima
è diventata Perla,
asciugata dal suo sale,
e non riesce più ad uscire
dalle quelle lunghe ciglia.

Una stella è caduta nel mare
Sporca di sale e di sabbia,
si è nascosta impaurita in una conchiglia,
per sottrarsi alla furia delle correnti,
per sfuggire a Orche affamate
e a Sirene impazienti, d’ indossare
gioielli ed orpelli.
Vestita d’ un guscio di madreperla
è diventata ancora più bella,
trasformata in una magnifica perla.
Ora vaga trasportata da candide schiume,
per mostrarsi a chi abita in mare,
nelle notti vuote di stelle.
Ora marinai sbigottiti e vele smarrite,
dietro a una scia luminosa,
seguono ogni sua rotta,
portando in ogni Porto lontano,
la sua luce e la sua dolce poesia.

Se volevi andar via
dovevi aspettare, dovevi aspettare che i fiocchi
di neve si mischiassero alla paglia ed al fango,
prima che al mare un rivolo d’acqua li riportasse,
dovevi aspettare di farlo in un giorno più caldo,
che fosse un bel giorno di primavera!
Aspettare che il tepore del sole sciogliesse
il freddo che mi assidera il cuore e ritornare,
per ritrovare che tutto era ancor come prima.
Anche la rondine ora è ritornata nel mio paese,
ha mischiato l’ultimo fiocco di neve,
con un filo di paglia e un poco di fango,
e dopo aver riparato con quell’ impasto,
una piccola crepa nel suo vecchio nido,
garrendo gioiosa si è messa a volare,
sfiorando le gronde dell’ antico granaio.

E il Tempo
Passa veloce e consuma in fretta
ogni cosa, specialmente i giorni felici;
pure le gocce salate dei Tamerici,
cadendo sul fiume,
li sbriciolano in mille frammenti,
e persi nelle onde come cerchi
di nebbia li vedo in lontananza,
sfumati e sospesi nell’acqua,
eppur li vorrei ancora afferrare,
quei momenti di dolce armonia,
perché diventino per sempre poesia,
quei giorni felici delle mie nostalgie.

E’ una manciata di sabbia
E’ una manciata di sabbia sottile che scorre
dentro la Clessidra del tempo,
ma è cosi angusto il suo punto più stretto,
che delle ore non s’ode il rintocco e il tempo
pigramente trascorre:
Ogni momento chiuso in quel lento lamento,
vanamente protende verso un destino diverso.
E’ come un deserto quel pugno di sabbia
sollevato dal vento, che greve discende,
che ogni cosa sotterra, senza lasciare
traccia di niente, tutto è inghiottito dal tempo,
nessun orizzonte, nessun mutamento.
E’ forse il custode del tempo quell’Otre di vetro?
Se niente si sente là dentro, se non solitudine,
o solo un gran buio e l’ululato del vento!
Solo una stella cadendo sopra quel vetro,
e squarciando quel mucchio di sabbia,
aprirebbe una strada in mezzo al deserto,
per camminare finalmente verso una meta!

Fantasia
I pensieri sono farfalle
Volano fragili i pensieri più arditi
e anche i più delicati
se con prudenza a loro non t’ avvicini.
Come le ali delle farfalle, scappano via.
E quando frughi nei meandri
della memoria e trovi i più raffinati
e i più eleganti, come tra i fiori
le ali dipinte dei Macaoni,
se non li fermi con la tua fantasia,
svaniscono in fretta, quando scrivi
canzoni o componi poesie.
E anche se durano un po’ di più
come la vita della Vanessa,
se non li appunti nella tua testa
solo la vanità di quelli ti resta,
o al di più una frase inespressa.
Ma se li acchiappi non vanno più via,
anche i più strani e i più fantasiosi.

Capinera
Solo per lei sei salita,
nella fronda più alta,
accarezzando con le ali
due piccole foglie
come fossero guance,
di un viso grazioso.
Solo per lei cinguetti,
anche la notte
diffondendo,
il tuo magnifico canto.
Solo a lei e ai suoi occhi
hai regalato la melodia,
di una poesia, per donare,
spasmi e sussulti d’ amore
alla notte più silenziosa.

Malinconia
in mezzo al mare sei un’ isola sola,
e pur di raggiungerti, io tornerei a salpare,
fosse pur duro allentare gli ormeggi
della mia vela, io tornerei per te a navigare.
Forse, non riabbracciarti,è questo
che vuole il destino e la mia voce che chiama,
è uno Zefiro che mai non arriva e se la vela,
di vento e di profumo di timo si gonfia,
le onde mi vengono incontro portando,
nient’altro che ricordi nostalgici, di giorni passati.
Solo i delfini, dirigendosi verso i tuoi lidi,
qualcosa trasportano, sono le note della canzone
che ho scritto per te, così il mio sguardo,
seguendo il volo dei gabbiani, disegna traiettorie
che dipingono il tuo incantevole volto, nel cielo.

Non parlo
Non parlo e non piango,
non perché
non ho parole, non perché
non ho lacrime,
ma perché non riesco
a svelare,
crucci ed affanni.
Come albero,
sferzato dal vento,
quando il midollo
si spezza, io sono.
Solo l'astore può udir
delle foglie il loro sordo
stormir, quand' esse
rovinano al suolo,
solo il cuore,
può percepir nel silenzio,
emozioni nascoste.
E allora il pianto,
e la linfa sgorgando
da guance scavate
e da vene sottili,
fuoriescono bagnando,
di gocce imperlate,
l'erbetta e la terra.

Vorrei chiedere
Vorrei chiedere
alle ali del vento,
di spargere un seme
perché nella terra
vi trovi dimora.
Vorrei chiedere al sole
di donargli tepore,
perché possa,
in un solco,
germogliar la sua spiga.
Vorrei chiedere
al tempo di generar
la passione e al Cielo
di darmi l’ardore,
per dichiararti
per sempre il mio amore.

Lei
Allentò le briglie alla sua giumenta,
per galoppar più veloce nel vento,
mi passò vicina,
e sentii mancare il respiro,
che una brezza rapì per accarezzare,
le sue forme, strette, in una blusa di seta.
Intanto veloci correvano i miei pensieri,
come i garretti in mezzo alla pista,
e lasciarono dietro a una nuvola
di polvere grigia, un fugace ricordo,
e un sorriso bello e radioso.
Ed io per non perderli li rinchiusi,
in una magica sfera, per contemplarli
nelle nostalgiche sere, per quietarmi
nei giorni più tristi, quando il mio
cuore galoppa un po’ malinconico.

In un fiore
Oggi ho visto una farfalla posarsi,
in un fiore e ho visto riflessi,
nelle sue ali arancioni,
i tuoi splendidi occhi marroni.
E più li guardavo,
più vedevo il tuo sguardo,
brillare come un cristallo di neve,
chiaro come l' acqua che la mattina,
rispecchia il tuo viso,
puro come rugiada che fila
in un fuso, tessuti preziosi,
per ricamare nei prati arazzi di fiori.
E già sento diffondersi in cielo,
i profumi sensuali di tutti quei fiori.

Volgo lo sguardo
Volgo lo sguardo
in direzione del cielo,
un tenue raggio di sole,
apre le palpebre,
dei miei fradici occhi;
e finalmente,
in quel caldo tepore,
si riempiono, di sogni,
di dolci visioni,
e di ogni cosa di lei.
Ma come scrigni
preziosi, le mie pupille
vorrei or sigillare,
perché ho paura,
che lei scompaia,
assieme a quelle fugaci
illusioni.

Per la prima volta
quando il suo sguardo intrigante mi ha catturato,
ho capito il tormento che in me ha suscitato,
quel piacere che mosse l’inebriante passione,
mentre facevo la fila accanto a lei, alla Stazione.
Ora se buio e silenzio, mi fanno spavento,
se ad ogni fermata le lancette girano in fretta,
se il tempo che passa è una vera disdetta,
solo l’amore mi conforta di ogni sgomento.
Quando piacere e tormento danno amarezza,
perché il fumo acre dell’ oppio, spesso, tortura,
quando i temporali portano pioggia e sventura,
è sempre l’amore che mi dà riparo e quietezza.
Perché nel viaggio che al Capolinea conduce,
lungo i Binari della vita mia, mi farà compagnia,
un profumo eccitante che ancora seduce.

Il Cielo sgomento
per quel tenero sguardo,
lo nasconde al sole e alle stelle,
coprendolo, in parte,
col suo azzurro mantello,
ma la Luna cadendo dal cielo,
si tuffa nel mare,
di quello sguardo lontano,
e nel vuoto di quell’abisso,
aggrappandosi,
a ciglia nere e ricurve,
sollevando i coperchi socchiusi,
illumina quegli occhi velati,
dall’ombra,
di un malinconico pianto,
riempendoli di luce e di sogni.

Una pietra preziosa
Se tu fossi,
una pietra preziosa,
saresti una perla,
la pietra più bella,
e di luce la più luminosa!
Se tu fossi,
un cristallo perfetto,
non saresti perfetta,
perché,
non c’è perfezione
senza difetto.
Se pure tu fossi,
una pietra perfetta,
ma fossi diversa,
non ti vorrei invero,
questo bene perfetto,
che mi inebria la mente,
ma forse è per questo,
che ti vedo perfetta,
e di te ogni cosa m’ allieta!

Le foglie del pioppo
Come vi invidio, voi pioppi immortali,
che nella sorte buona o cattiva, ineluttabilmente
e irreversibilmente, da tempo infinito, dimorate,
in quelle umide anse, per sempre avvinghiati.
E quando spinti dalla brezza leggera,
sospirando come giovani amanti,
vi osservo toccarvi, coi rami, le fronde, mi dico:
Perfino le foglie nel loro tremore in quei pioppi,
sotto lo sguardo della luna piena,
si sfiorano con delicato candore e sono felici.
Nelle lusinghe del vento, come nelle bufere,
appaiono unite, quelle candide foglie di pioppo,
anime tremule, esenti dagli ingannevoli sensi
che accompagnano me.
Come sanno aspettare, pazienti, mai stanche,
che il turbinio dei venti le accompagni,
a un comune destino, mentre lei si allontana,
ineluttabilmente e irreversibilmente da me.

Corvo dall’ aspetto austero
Corvo dall’ aspetto austero, corvo dal nero,
e lucente mantello, perché hai ricusato,
la tua candida veste, per indossare
quello spettrale abito nero?
Perché hai barattato, le tue antiche virtù,
per far posto ad arroganza e ingordigia?
Ora aggredisci le tue povere prede,
derubandole con raffinata scaltrezza!
E’ un rituale questo, “tu lo sai bene”
che non fa parte del tuo antico lignaggio!
Invero hai radunato, in rupi oscure
e lontane, un consesso di commensali,
torvo e malvagio, per ordire convitti
di morte in lauti banchetti d’ orrore!
Ma io lo conosco l’ arcano mistero,
nascosto dentro quel tuo abito nero,
in realtà c’è un uomo senza morale,
che trasporta ogni suo bieco pensiero,
volando impassibile con le tue ali nere.

Ti prego
Ti prego non chiedermi più,
quando mi vedi,
se sto bene e sono felice.
Quando mi parli sento vibrare,
corde intonate, ma per me,
quelle note che si librano in aria
sono spasmi crudeli,
che mi spezzano il cuore,
sono uguali a un tormento
spietato o a un rimpianto
per un bacio non dato,
sono come un coltello affilato,
che scorre sotto la pelle,
cagionando una ferita,
lunga quanto, una vana lusinga,
sono fiotti di onde,
dove si agitano invano i miei
desideri, vanamente protesi,
ad estorcere i tuoi sentimenti.

Un soffio caldo
E quando nel lungo declivio,
un soffio caldo,
col suo fallace respiro,
sollevò, quella polvere grigia,
e cancellò le sue orme scoperte,
di nuovo, la perdei di vista,
celata nel vento, da un velo sottile.
Eppur che ancora cammino,
nel cinereo arenile, con passi,
ormai stanchi e disarticolati,
aspetto che il vento buono,
la riporti a riva, per inseguire,
di nuovo, le sue leggere vestigia,
e accostar, finalmente,
quei fianchi sinuosi e lascivi.

Questi versi
Questi versi li scrivo per te, li scrivo,
dopo averti ingannata, con frasi confuse
e sconnesse,
per risarcirti di vane promesse.
Ora chiuse in un nodo, stretto alla gola,
stanno quelle parole, come,
recluse dentro ad un libro,
dietro alle ante di una finestra,
che nessun grimaldello riesce ad aprire,
quando all’interno provo ad entrare,
per srotolarle e riscriverle nel verso giusto.
Così resto solo,
unicamente a ciò che mi angustia,
assieme alla certezza di aver sbagliato,
e senza speranza che tu mi capisca.
Scusami se meglio di questi, versi,
non riesco ad offrirti.
Scusami se parole più belle e più dolci
non riesco a trovare, per farmi perdonare.

Accendi il fuoco
Accendi il fuoco dentro il tuo corpo,
fai che passione ed amore, ti ardano dentro,
e diano calore,
al sangue freddo delle tue vene,
fai che quel fuoco, ti sia sempre amico,
per bruciare gli aridi rami, dove stanche,
si adagiano foglie, troppo ingiallite.
Disperdi la noia e l’indolenza,
che sotto la scorza dormono pigre,
uccidile come i tarli che si attaccano ai rami,
fai che una fiamma ti dia nuova linfa,
perché l’ inedia che ti avvolge e ti morde,
giaccia sotto una coperta di cenere fredda.

Ti aspettavo
Ti aspettavo, ma tu non arrivavi,
e già sentivo dentro il petto,
il cuore, che scalpitava, contratto
e trafelato.
Mordeva il freno, egli, nell’incertezza,
al pari di un giovane destriero,
finché non si allentarono le briglie,
e galoppando sopra i nervi tesi
e a fior di pelle,
i suoi garretti, facevano sentire
ancor più forte, il batter degli zoccoli,
nei sentieri induriti delle vene.
Ti ho vista poi arrivare ed il mio cuore,
si è calmato e rinfrancato,
come un cavallo,
condotto nel suo Box, dopo la corsa.

In un buio tunnel
Cammino sfinito in un tunnel, senza ombre né luci,
sotto un cielo, sfrattato di sole e di stelle,
non c’è presenza di alcuno e di niente in quel posto,
mi accompagnano solo i cristallini
e i pulviscoli neri di vecchio carbone,
che sonnecchiando da tempo in quelle antiche pareti,
quando li sfioro, si svegliano,
e mi saltano addosso, mischiandosi, nella mia fronte,
a goccioline di freddo sudore.
Con la paura di andare verso l’ ignoto,
ancora cammino, poi finalmente,
vedo una spiaggia di sabbia bianca, in lontananza
vedo deboli luci in scogli lontani, al chiaro di luna,
ma quanto più mi avvicino, vedo qualcosa che riconosco.
Ciò che ora vedo non è una spiaggia di sabbia bianca,
neppure uno scoglio, al chiaro di luna,
ma un sorriso di perle bianche, un dolce profilo
e un limpido sguardo che si manifesta,
quando mi guardano i suoi occhi marroni,
lucenti e profondi come le luci di quei faraglioni.
Sono quegli occhi la salvezza della mia oscura esistenza,
ci entro fin dentro per riscaldarmi al fuoco di quel calore,
e lavandomi nelle limpide acque del suo cristallino
si scioglie la polvere nera, frammista al sudore.
Anche i cristallini del vecchio carbone, scivolando,
cadono giù e come i lumicini in un lungo viale,
mi guidano, verso di lei, risplendendo di luce tersa,
finché l' angoscia sparisce e io non torno più indietro.

Pelle di luna
Come è seducente il tuo corpo sinuoso,
quando l’acqua scivola,
fredda, nelle anse della tua pelle rovente,
quando la tua pelle chiara, di notte,
al chiaro di luna, riflette la luna!
E’ come se nel buio, la luna cadendo dal cielo,
abbracciando la candida schiuma,
si fosse tuffata, sull’ onda increspata,
accendendo i tuoi occhi,
per illuminare il tuo sguardo,
e per rischiarare la notte.
E nell’ umida riva, il profilo, il tuo viso
e le tue narici frementi,
levigati e lucenti come un marmo bagnato,
già mi accendono i sensi.
Quante struggenti emozioni,
mi danno il tuo volto e il tuo corpo, nascosti,
sotto il velo sottile della penombra,
e agitando il mio cuore in burrasca,
ora generano ardite e incontrollate passioni,
ora che vedo,
sopra le dune, solo te e la pudica luna,
che con la sua luce soffusa,
avvolge nel plenilunio il tuo corpo, nudo.

Svanì subito la nube
Svanì subito la nube minacciosa,
quando, lei, impercettibilmente
rischiarò, col suo sorriso,
quella minuscola, ombra scura.
Bastò poco per rischiarare,
la sua espressione a volte pensosa,
e a volte seria:
Fu sufficiente che se le sue labbra
si dischiudessero,
appena, in quel suadente gesto.
Solo un sorriso delicato, dunque,
le bastò per fa brillare,
nella penombra il suo volto delizioso.
E nei suoi occhi, nella sua bocca,
nella sua perfetta dentatura,
e in tutti gli altri gesti, vedevo le stelle
e la luna allineate al sole ed ai pianeti!
E io li scrutai, osservandoli,
estasiato, nel suo sguardo luminoso!

Quando resti sola
Quando resti sola in mezzo alla strada,
e ti assale il dubbio e il tormento
e ti gira la testa,
per non cadere prova a sterzare
e prima che il pedale diventi
per te troppo greve, raddrizza la ruota,
e dirigi la rotta verso la lunga salita.
E se le sue cime sono guglie appuntite,
se hai gambe troppo deboli e stanche,
che non reggono la tua fatica,
regola il passo, abbandona l’ orgoglio,
avvicinati ad una banchina,
e accetta l’offerta di una borraccia,
affinché tu possa lasciare, dietro alle spalle,
la nube nera che ti minaccia.

Il vagabondo
Con una scusa ti sei allontanato,
non so se sei scappato per conoscere
pensieri diversi o per rimediare ad errori
ed inganni.
Non so di preciso per cosa l’hai fatto,
perché non sei né un lupo né un vagabondo,
eppure l’hai fatto e te ne sei andato
come fanno i lupi e i vagabondi
quando sono affamati o sono stanchi
di restare nel branco.
E’ strano perché non hai l’istinto di far
male a nessuno; non hai neppure,
l’attitudine a girar per il mondo,
ma da quel giorno quanto hai camminato!
Tu che hai l’istinto di un animale stanziale.
Per un po’ hai vissuto, la notte,
sotto un umido ponte, riscaldato soltanto
da un cartone freddo e stracciato;
poi sei rientrato e più d’ uno,
ti voleva sbranare,
così sei di nuovo scappato e ti sei rimesso
a vagare, quando hai capito
che c’è qualcuno più cattivo dei lupi.
Così ora so, anch’ io, che non ti puoi
più fermare perché anche tu, come il lupo
e il vagabondo, insegui i tortuosi sentieri
del mondo per saziare la fame e il sapere.


(Il racconto di un medico sulla malattia di Alzheimer e una frase di Khalil Gibran, hanno ispirato questi versi …
Digitando in Google la frase iniziale del racconto se ne potrà leggere tutto il testo: ...
Era una mattinata movimentata, quando un anziano gentiluomo di ...
)

Aspettami
Aspettami ancora anche se non ricordi chi sono,
aspettami anche se vedi solo un’ ombra di me,
aspettami anche se non mi senti,
e non capisci più i miei gesti consueti,
aspettami, ti assicuro che camminerò
più veloce dei tuoi pensieri incompresi,
perché non voglio lascarti un solo istante,
da sola, neanche nell’ora della colazione.
E seppure non ti saresti adirata,
per l’inconsueto ritardo,
se non capisci perché mi siedo con te,
se non ricordi più niente di me,
ti giuro che adesso,
per te fermerò il tempo, le ore e i minuti!
Perché ancora di più, ora, hai bisogno di me,
perché ogni giorno di più, io ho bisogno di te,
perché ricordo tutto di te,
perché sei l’unico amore che ho voluto
nella mia vita, perché prima di me, più di me,
hai accettato tutto di me,
perché ciò che ho, ho avuto, avrò e non avrò,
sarà il mio cibo e il mio sostentamento!
Ed ora che la tua memoria ricorda solo il silenzio,
il trascorrere insieme del tempo,
sarà l’unico conforto per tua malattia
e l’unico verbo dei nostri discorsi.
Ma la carezza della mia mano sulla tua mano,
sarà per noi, un brivido più dolce,
del vento fresco di una brezza mattutina.

L’asfodelo
L’asfodelo s’è piegato,
non so se l’ ha schiacciato
l’unghia d’ una capra,
scapestrata,
o il piede d’ un viandante,
poco avvezzo a trovarsi
con i fiori sul suo passo.
Ora spero che la foglia,
che sul bordo della strada,
riversata ho ritrovata,
abbia voglia di mostrarsi,
ritta, ritta, sul suo gambo,
perché non è vero,
come dice Omero,
che lo trovi solamente,
quando cammini, mesto, mesto,
verso i prati dell’Averno .
Invero io so, che il suo fiore
dona un miele:
che più dolce non c’è niente,
eccetto che il sorriso del suo viso,
e ciò basta per condurmi,
dritto, dritto in Paradiso.

Stanco m’ adagio
Cadono ogni anno a migliaia le foglie,
distesa amena di fiochi ormai marci,
calda coperta, che riscalda la terra,
cuscino di morbide piume staccate
da rami a volte laceri e stanchi.
Stanco m’ adagio anch’ io,
in quel mantello, chiudendo le palpebre,
per non pensare al tempo che passa,
per non udir delle foglie il frusciare,
per non vederle cadere a brandelli.
E mentre nello strano sopore,
passa il timore e passa l’inverno,
già vedo nei rami germogliar nuove foglie,
Ah! generosa natura,
che ridai linfa a quegli alberi spogli,
Ah! generosa natura,
che del tempo che fugge, mai te ne dogli,
e in eterno fai vivere anche una foglia!

Stille di ghiaccio
Per proteggere
il suo cuore malato,
e liberarlo,
dalla coltre di ghiaccio,
ho forgiato nella fucina,
dell’anima mia,
una gabbia di ferro.
Finché il sole di maggio,
e un esile raggio,
aggirando
l’ angusto graticcio,
e le sbarre pur strette,
lo ha sciolto in mille
stille di ghiaccio, sottili:
A nulla è servito tenerlo
lontano da tentazioni
e torbidi sguardi,
se quelle premure
sono state inutili, inganni.

Papavero
Papavero che lenisci, con la cura
del tuo seme, le fitte e le angosce
di ogni dolore, colora di rosso
la linfa che scorre dentro le vene,
della sua sbiadita pelle.
Apri il calice del tuo fiore
perché l’ ape col suo pungiglione,
possa succhiare l’essenza
del tuo nettare migliore,
e iniettare fiale di zucchero e miele.
Sostieni il peso delle sue fragili spalle
come sostieni il peso delle farfalle,
se un alito di vento le trasporta
sopra la tua morbida veste.
Abbraccia con i tuoi petali di porpora,
la tua soffice corolla, perché lei impari
a sentire ogni palpito del mio cuore.

Deboli steli
Sopra le sponde del pacato ruscello,
che placido scorre sotto le fronde
del carpino e del pioppo,
oggi, ho visto fiori stupendi e di molti colori.
Erano belli davvero, forse un po’ strani,
perché staccando le radici da terra,
sembrava che muovessero i piedi,
se il vento spostava i loro deboli steli.
Esili gambi quei fiori reggevano,
e colori pur tenui ma belli,
e altri fiori che avevano colori assai
più brillanti e vivaci e più robusti sostegni,
li tenevano per mano ben saldi;
così a poco a poco e a piccoli passi,
apparivano a ogni mio sguardo,
quei gracili steli, più sicuri e spavaldi.
E mentre il giorno diventava più mite,
e il tempo passava felice,
sei api da un favo vicino e tre farfalle
dalle ali di rosa si alzavano in volo,
per offrirsi a quei fiori, così fragili e belli:
Ora mischiandosi il nettare e il polline,
di quei rari boccioli,
il miele avrà di certo un gusto più dolce,
ora quel dolce sapore,
ancora più forte, mi farà battere il cuore.

Dalle finestre
Dalle finestre aperte, aperte come orizzonti,
vedi cose vicine e altre lontane,
a volte evidenti a volte un po’ vaghe,
quelle vicine, le potresti toccare,
forse, allungando le braccia;
quelle lontane le potresti raggiungere,
soltanto, spalancando le sue ante pesanti,
e poi saltando su un tappeto volante.
Dalle finestre chiuse, chiuse come prigioni,
quando richiudi quelle ante pesanti;
non vedi mai niente, ma se spalancassi
i tuoi occhi e poi li chiudessi:
come fanno i bambini, per vedere se, dopo,
succede qualcosa di sorprendente,
sono sicuro che ogni distanza si annullerebbe,
“anche la lontananza dal suo bel sorriso”.

Un fioco lumicino
Ti prego piccola candela, spegni!
lentamente la tua luce, e consuma piano,
la tua succinta fune.
Sei un punto impercettibile, un fioco lumicino,
ma ti prego, cerca in fretta uno spiraglio
che illumini il lato più lontano della stanza!
C’è troppa lontananza, tra la tua fiammella,
me e i suoi occhi scuri.
Usa con parsimonia la parte che ti resta
della cera perché vorrei, nella penombra,
avvicinarmi alla sua pelle chiara,
per non restare solo e al buio,
in questa camera ormai sempre più scura.

Il ragno
Ti ho visto stringere in bocca l’ asso di picche,
e dal mazzo distrarre, con abile mossa
tredici carte per disporle, sopra il tuo dorso,
in ordine sparso.
Forse le hai rubate pensando di essere
più bello ed elegante,
vestendo un abito macchiato di rosso!
Eppur io non ricorro alla legge,
per contestare il furto che hai perpetuato,
ma ti chiedo comunque un favore:
Esci, dal tuo buio pertugio, muovi veloci,
le tue esili zampe con passi velati, cattura
un truce pensiero che lento, s’ insinua!
Tessi ti supplico un filo sottile, tanto sottile,
quanto invisibile per scalare, con accortezza,
l’irta parete della mia testa!
Tessi, la trama del tuo scialle argentato,
avviluppa quel tarlo con la tua tela,
e dissolvi col tuo veleno la nube nera,
che mi avvolge e mi oscura la mente!
Tienilo in bocca quel bieco pensiero:
Come l’asso di picche, stringilo
con le tue forti mascelle, stringilo
almeno fino al prossimo giro di carte,
perché spetta a me, di sicuro,
l’ ultima mossa e non la voglio sprecare.

Dolce
Dolce il tuo sorriso fa scintillare
ogni tassello della tua pelle,
chiara,
la tua espressione intensa
tutti li fa luccicare:
Radiose perle, celle ricolme
di miele e di nettare, fili di seta
mossi dal vento, sono molecole
della tua candida pelle.
E il tuo morbido scialle, d’ incanto,
illumina la sera e fa sorridere
anche la faccia più seria della luna.

Notte d’agosto
Come è bella una notte d’ agosto,
spruzzata di stelle,
di grano rubato dal vento
a un vecchio mulino,
di rose gialle recise da un braccio
geloso, ma forte,
di chicchi e di petali che ora vagano
e profumano in cielo in cerca
di parole appropriate,
di note intonate.
Come è bella una notte d’ agosto,
spruzzata di stelle,
quando l’ onda del fiume s’ infrange,
in candidi sassi, in un plenilunio
di sfondi argentati, seduto fra amici,
che mai ti tradiscono.
Come è bella una notte d’ agosto,
spruzzata di stelle,
quando un cervo si staglia
davanti alla luna e la sua ombra
si fonde con la sua voce robusta;
che alta s’effonde, dal guado
più largo, fino in fondo alla valle,
finché l’ultima stretta,
non plachi la sua avida sete.

Se avessi
Se avessi,
il tuo cappello,
una tavolozza
ed un pennello,
il tuo cappello
colmo fino all’ orlo,
di un sol colore
lo riempirei:
perché il cielo
buio della notte,
d’ ambra
lo ridipingerei,
perché ogni giorno,
metronomo
del tempo,
vorrei fosse l’ alba
e mai la notte,
in ogni stagione
e tempo
e per sempre.

Corre veloce.
In mezzo alle spighe dorate,
di un campo di grano, sopra steli,
più simili a selle che a fili d’ erba,
mille papaveri in fila indiana,
vanno al galoppo e vanno di fretta.
Vanno veloci sospinti dal vento,
quei cavalieri dai rossi mantelli,
sono inseguiti da un uomo a cavallo,
che trascina alle spalle qualcosa di fosco:
E’ forse il tempo o un suo ambasciatore.
Come corre veloce quel messaggero!
che sinuoso si muove come un pitone,
mai non rallenta, mai non si ferma,
e restano indietro, i papaveri rossi,
buttati a terra, da una falce tagliente!
Oh maledetto tiranno dal nero mantello!
Ora solo una scia di sangue vermiglio,
segna la pista in quel campo di spighe,
ora ogni fiore si seccherà, ma io
d’ ognuno un petalo rosso raccoglierò;
per custodirlo dentro ad un libro,
come un gioiello dentro a uno scrigno,
perché l’impronta delle sue vene screziate,
a tutte le pagine, apponga un sigillo,
per rammentarmi di ogni poesia,
per inebriarmi in quella dolce magia,
e solo allora il tempo si fermerà.

L’ aroma del Caffè
Prorompe in aria un aroma delicato,
coinvolge tutti i sensi miei, quando
nel Bar sopra il bancone, con ansia
aspetto il primo Caffè della mattina,
e quando sale in bocca la tazzina
un vortice caldo, mi catapulta
dentro quella ceramica pregiata.
E vedo allora denti assai splendenti,
in mezzo a visi e sguardi sorridenti,
e vedo il colore di occhi marroni
mischiarsi a chicchi fusi, al dolce
e al velo della crema, ma soprattutto,
sento il profumo dei gelsomini, dare
sapore e corpo ad angeliche visioni.
E quando sento una voce delicata:
“gradisci … mezza minerale”?
questa volta diniego l’ intenzione,
per non cancellare dalle mie papille,
il gusto lasciato da quel magico filtro.

E’ una Dea.
Quando la Notte s’ illumina,
quando la rugiada riflette la Luna:
Meravigliosi occhi,
diffondono languidi sguardi.
Son sguardi che accendono Stelle,
forse di Diana o di una sua Ancella;
seppur per cacciare la preda prescelta,
la corda di lino non flette il suo arco,
non scocca la freccia di tasso:
La sua faretra è piena di petali,
di gelsomini e di rose e ogni freccia
è una spiga dorata che trafigge,
solo se il cuore colpisce.
E quando nell’aria, la sua spiga
dorata, sparge il suo dolce profumo,
l’ aroma mi svela ogni dubbio:
Sono di Venere gli occhi,
che diffondono i languidi sguardi,
è Venere la Dea che accende,
La Notte, La Luna e Le Stelle.

Prima che la piena
Chinandomi nella limpida acqua,
sedotto dall’ ingenuo pudore
del suo sguardo riflesso,
voglio immergermi in esso,
prima che,
la piena del fiume abbandoni il suo letto
e l’ onda gonfia di vento,
frantumi i miei occhi in ruvidi tronchi;
prima che,
la mia zattera d’ ontani e salici,
sospinta dai flutti, s’ infranga in scogli,
troppo lontani dalle fioche luci del faro.

E’ primavera
Ai primi tepori
la brina si scioglie,
nel nocciolo fiorito,
una rondine in volo,
accarezza due
piccole gocce,
di ghiaccio fuso,
che cadono sopra,
l’angelico viso,
e rapite risalgono
vicine, vicine alle
sue lunghe ciglia,
per rifugiarsi,
nella dolcezza,
di quegli occhi puri.

Guizza l’ acqua
Sotto il dirupo,
limpida e chiara guizza
l’ acqua, spruzzata,
da candidi sprizzi;
ma più limpido e chiaro,
si riflette il suo sguardo.
Nel tortuoso ruscello,
ora nuota la trota
controcorrente,
e l’ acqua risale,
in cielo incantata,
per contemplare occhi
che sembrano stelle.

Potessi raccontare
Potessi raccontare dei giorni riposti,
nell’ oblio delle reminescenze; solo
dei giorni contati nel calendario
dalla luna, avrei malinconia.
Solo in quelli, dove s’ estirpa,
la gramigna, per dare respiro
all’ uva della vigna, m’ affannerei.
Solo di quelli dove la zolla s’ apre,
all’ aratro e allo zoccolo del giogo,
e chiude all’ avena e al grano il seme;
cercherei nella memoria il solco più
profondo, dei miei più reconditi ricordi.
Solo di quelli valicherei, le picche
delle ringhiere e dei cancelli,
per ascoltare nell’orto dei sambuchi,
il verso soave delle capinere,
e il canto melodioso dei poeti.

Gli alberi e il vento
Vi guardo, malinconico, triste… voi alberi,
che offrite riparo alla gente che vive nel bosco.
Di sicuro nelle cose di cuore, nelle tenere cose,
avete più quiete e più sorte di me:
Disturbati soltanto dal ticchettio dei picchi,
dal canto soave degli usignoli e dei merli o dal
bramito dei cervi in amore; quando ansiosi,
attendete il soffio del vento per mandarvi
messaggi d’ amore e discorrere in umide
anse sinuose e cispose, di cose di cuore.
A me i venti che s’ alzano fieri, danno tempesta
all’ anima mia, appannano i sensi e la mente,
buttano in faccia e negli occhi, la terra,
impolverano anche il più dolce ricordo.
I venti per me sono solo lamenti di addio,
pallidi e ingialliti ricordi dissolti nel vuoto.
E sotto ordinate cataste, da neri carboni,
sono attizzate le mie folli parole d’ amore,
che mute volano via, bruciate e disperse
come cenere al vento.

Il fiammifero di cera
Per scansare l’orlo
che s’apre nell’abisso,
per ritrovare il sasso
che regola il mio passo,
per illuminare la notte,
cerco la luce e frugo
dentro al petto.
Senza luna è il fondo
che scandaglio,
ma non lesina il suo aiuto,
una tenera stellina,
che cala il filo
d’un piccolo cerino,
e fino al cuore poi lo guida.
Lo tengo in mano quel cerino:
Anche un marinaio
stringe forte il suo timone,
quando salpa l’onda
per andare incontro
al suo destino.
E prima che si consumi
la sua cera,
trovo nel cantuccio
più nascosto, finalmente
il sorriso del suo volto.
D’ incanto s’ illumina
il sentiero, e io ringrazio
mille volte il cielo,
per aver raccolto,
quel fiammifero di cera.

Fra corrugati rami
Balenando fra corrugati rami,
brillano di luce, fiochi barlumi,
svelando percorsi celati dal buio,
e sciogliendo la fredda coperta,
da un velo sottile, imbiancata.
Il sole ora scalda l’umida terra,
frinisce felice la cicala campestre,
il vento spettina dolce le foglie,
e la perla che l’ anello incastona,
è una gemma che l’ acqua accarezza.
Dal sonno seppur assopiti,
si svegliano i petali, ringalluzziti.
I fiori e i boccioli s’ aprono al giorno,
che schiude la vita alla gioia;
s’ apre anche il tuo cuore,
che s’ offre finalmente, all’ amore.

Scorre veloce
Scorre veloce e chiara l’ acqua nel ruscello,
segue la sua strada in terre e rocce, assai
scoscese e vanno al mare, le sue gocce.
Ti ricordi la mattina di quel giorno?
Strappando il fiore d’ un esile asfodelo,
lo rubava al suo alto stelo, un vivace refolo di vento,
la sua corolla alla corrente egli affidava,
e più veloce d’ un pensiero poi lo spingeva.
Pentita come quando d’ una bugia ti penti.
Pentita come quando d’ una frase
inopportuna t' addolori:
Pentita torni indietro per raccoglierlo, quel fiore,
prima che lo catturi il becco d’ un airone,
prima che lo catturi in mare un’ anemone affamata.
Nell’ argine del letto, piegando i tuoi ginocchi,
allora l’ accostavi per strapparlo al suo destino.
Gli occhi spalancati alla dolcezza del tuo gesto,
e alla bellezza della tua immagine riflessa, di pianto
m’ avvolgevano, e bagnavano di lacrime il ruscello.
Giuliva adesso corre la corrente, ebbra di quel sale
è la sua piena, e io mi struggo, di infinita tenerezza.

Luce carente
Scruto gli occhi tuoi scuri bramosamente;
dall’ arco ricurvo, un dardo maldestro,
io scocco con foga, nel rabbioso ponente,
ma sfugge la mira all’ occhio mio destro.

Se la corta candela,è di luce carente,
se buia la strada diventa un capestro,
indica la strada un sentiero maestro,
quando le stelle e la luna cadono spente.

Come un brigante che spietato saccheggia,
bramavo rapire un bizzarro destriero,
per ordire più veloce, sanguinosa razzia.

Ora smanioso morde il freno un pensiero,
e galoppa vanesio, perché ego vaneggia:
ma non capisco quella, irrazionale pazzia.

La tua fatica
La tua fatica è la mia fatica
la tua pena è la mia pena.
Le tue paure sono le mie paure:
quando perfide si insinuano,
negli anfratti della mente.
Potessero naufragare rapiti,
dalle onde i miei e i tuoi timori,
annaspare tra quei flutti e perdere,
sia la rotta che il timone.
Potessimo in un’ isola approdare,
e la luce catturare, prima che
l’ orizzonte la riconsegni al sole.
Potessimo annusare l’ aroma
di mirto, timo e rosmarino,
prima che l’ arsura dissecchi,
i rami di perastri e di ginepri.
Potessero candide sabbie,
dare vigore a ossa gelate,
potessero, al mio cuore
e alla tua mente dare calore.

Le ultime luci
Spegne il tramonto le ultime luci,
ombre scure allungando le ali deformi,
si proiettano inquiete verso la sera;
per dare anima a forme ed essenze,
per nascondere speranze ed inganni.
Mi butto nel letto e una luce
soffusa allunga le ombre distese delle
mie stanche membra. Nella camera e in aria,
sento odore acre di zolfo e di cera,
la smorta luce della candela color cannella,
sfuggendo ai miei polpastrelli e cadendo
dentro i cassetti socchiusi del comodino,
si scompone in lumicini di molti colori.
Ora vedo fuochi sempre accesi, ora vedo sogni,
illusioni, rimorsi, ma sento più forte il calore
che danno ancora i ricordi e le loro emozioni.
Apro tutti i cassetti, escon fuori i bagliori,
e i caldi tepori che mi procurano;
ansimante li rincorro per acciuffarli,
in un baleno, il buio, della soffitta
diventa un cielo cobalto pieno di stelle.
Ogni stella che acchiappo è un riflesso
di luce di vari colori, che sa dare ai miei sogni
ancora i sapori, dei miei anni migliori:
E se darà contorno a quelle ali deformi,
sarà la mia guida verso nuove pulsioni.

Amari sapori
Si sciolgono in bocca gusti e sapori,
d’ infusi di garofano e assenzio,
ma non s’ assopisce il languore
dell’ amaro boccone con quel liquore.
Angosce e malori sono miscugli e grovigli,
di fili spezzati, filtrati da un’ alambicco,
ancora io cerco, e non trovo ragioni
coerenti, alle tue parole strane e sfuggenti.
Anche tu prodigo autunno provi a lenire
le mie malinconie con i tuoi illusori sapori:
Impresse nella polvere, le mie inascoltate
parole, sono goccioline di pioggia leggera
che non saziano fili d’ erba appena spuntati,
quando s’ asciuga in fretta la terra,
nei caldi tepori dei tuoi primi mattini.
Boccioli di verdi orchidee, che sbocciano
in primavera sono queste sussurrate parole,
ma non germogliano, se tu non le ascolti.

Frasi gelate
Frasi gelate raggelano l’anima,
se non si sciolgono ai raggi del sole,
lacerano il cuore, acuminate e pungenti,
come le spine dei rovi e dei biancospini.
Nella stagione del vino e dell’ uva,
sotto la loggia, nella fresca cantina,
dove ribolle e fermenta con l’ uva anche
il tormento, io proferisco parole scialbe
e di rosso le coloro col mosto.
Tralci avviluppati allo spago,
acini aspri dal raspo strappati,
buttati e pressati dentro la macina,
sono i miei pensieri inquieti e intricati
e aridi pampini cingono la fronte di Bacco.
Svanisce la nebbia dove ogni cosa si cela;
fra i rovi e i biancospini, un nido si svela,
alla vista si insinua un delicato pensiero,
che s' invola con voce sommessa:
Usignolo che cinguetti ogni giorno
protetto dai rovi, col becco ricuci,
quelle ferite d’ amore,
ma lascia aperto uno spiraglio nel cuore,
perché vi passi almeno un raggio di sole.
Effondi nel cielo azzurro la tua melodia,
librando le ali più in alto di tutto il creato,
perché diventi il tuo canto, divina poesia.

Peonia
Peonia che inaridisci,
nei caldi giorni della torrida estate,
cadono sparsi i tuoi petali rosa,
quando la paura tutto inibisce,
quando il tempo macera tutto,
e ogni cosa sembra finire.
Se è lungo il tempo per rifiorire,
aspetterò che la coltre di ghiaccio,
di questo stanco e rigido inverno,
assieme alla neve, ritorni acqua
che scorre libera a primavera.
Lungo il sentiero di quell’ alta vetta,
voglio scoprire l’ increspato cespo,
verde diadema del tuo nuovo bocciolo:
simbolo rosa di questa stagione nuova,
pegno d’ amore per ogni donna.
Si che raccoglierò i tuoi delicati petali,
e dal distillato di quel dolce liquore
berrò una pozione di roseo colore,
affinché il tuo nettare mi dia nuovo ristoro.

Dolce nocciolo
Per liberarti dai pensieri più cupi,
i soli capaci di assumere,
forme di mostruose chimere,
vagavo furtivo sopra quelle alte rupi.
Tra vecchie mura e ruderi spettrali,
alloggiati sotto scoscesi dirupi;
tra ombre deformi ed infernali
di querce ricurve dal tempo e dal vento,
incurante di notte, volavo con ali d’ argento.
Cercavo con ansia, in tutti i meandri nascosti,
pensieri dolci e sublimi che prendessero il posto,
per farti felice, di quelli più tristi.
Con grande passione mi laceravo, fin tanto
non ebbi questa sublime visione:
sfiorando le fronde di un dolce nocciolo,
che tratteneva in un ramo,
indolente ma forse geloso,
un candido e sperduto bocciolo, suo unico fiore,
vidi far capolino reclinando quel ramo
e ripiegando le ali, confuso e stanco,
il tuo sguardo sincero e vi entrai dentro.
Catturare finalmente potevo,
ogni tuo brutto pensiero,
e farlo finire se tutto era vero!
Superando il lento fluire del tempo,
passando in rassegna tutti i pensieri,
un solo pensiero, uno riflesso nella tua mente,
ma il più struggente sono riuscito a carpire,
quelli più tristi in un attimo sono tutti svaniti,
quando ho compreso che non sono mai esistiti.
Quando il sogno è finito e dopo tanta fatica,
ogni cruccio è sparito, solo una cosa ho capito:
che ti voglio un bene infinito.
Un pensiero che avevo tanto agognato,
era nascosto, confuso fra gli altri, ma l’ ho
scoperto e per te l’ ho rubato!,
dopo averlo con dolcezza afferrato.
Ricordi quel dolce nocciolo, quell’ unico fiore,
quel candido sperduto bocciolo!?
l’ ho raccolto e con quello ho colmato,
con quel fatidico e romantico volo,
un vuoto profondo che avevo nel cuore!

Un mago un po’ strano
Un mago un po’ strano,
ammirando le bellezze di un placido lago
preso da un dolce pensiero rubò di nascosto
quelle cose rare, ammantate di arcano mistero,
e per gioco ma forse più per amore
d’ incanto le trasformò in un bel volto di fata.
Così quando la bella dal sonno svegliata
sollevò lo sguardo, alla sua vista, quel mago
un po’ strano… stupefatto da tale prodigio,
queste parole le rivolse incantato:
I tuoi lunghi capelli,
sono la treccia dove la barca si àncora,
sono la coda di ninfee e giacinti intrecciati
che sciogli con appena accennata carezza
al primo sospiro di leggera brezza,
per veleggiare nel lago, ancora, in un giorno di festa.
Le tue guance,
colorate di rosa sono l’alba che rischiara la dolce collina,
quando l’ acqua del lago scende cheta a dormire
e appena iniziata la giornata tarda divertita a finire.
Le tue palpebre,
mosse da lievi tremori e bagnate da candide schiume,
sono ali di giocose rondini che si librano in volo,
trasportate dal vento come leggere e soffici piume.
I tuoi occhi,
sono cerchi perfetti e lucenti dell’ arcobaleno
che si cela nel buio lontano e profondo del lago,
custodito con minuziosa cura da un vecchio drago,
perché ad ogni scroscio si adorni in un baleno,
di tutti i suoi sette colori, il cielo più oscuro.
Del tuo dolce nasino,
che guarda diritto e curioso all’ insù non ci sono parole
che io non possa pescare per innalzarti
ancora più bella fino alla luna o anche più su’.
Le tue labbra,
vermiglie e increspate; sono onde mosse da cigni neri
che si colpiscono in fiero e mortale duello con fendenti
di becchi taglienti.
Il tuo sorriso,
adesso lo vedo!è di bianche perle, levigate da ogni torrente
e donate dalla precipitosa corrente, per illuminare finalmente
di luce il tuo grazioso viso!
Il tuo profilo,
è gioco di linee perfette,è un arazzo di balletti eleganti,
intarsiati con candido filo da una coppia di bianchi cigni
che tramano in acqua con languidi occhi di giovani amanti.
Le tue orecchie,
sono il porto di musiche soavi, sono approdo sicuro
di note intonate da archi suonate,
dopo il canto intrigante di suadenti sirene,
al ritorno da un viaggio nel limbo più oscuro:
chissà invero,
se un giorno sapranno ascoltare anche la dolce armonia
di quel povero diavolo che ha declamato questa poesia!

I tuoi neri capelli
Raccogli con gesto grazioso e regale
i tuoi neri capelli in un fazzoletto di seta gialla,
fai poi roteare i lembi di quella stoffa,
come fossero una giostra impazzita:
voglio sentire la testa che mi gira stordita,
come una trottola che gira infinita,
sul filo che balla in un precipizio,
finché priva d’ inerzia cada esaurita,
in quella spirale inghiottita e poi per magia
torni sul filo a roteare come fosse all’ inizio.
Girando gli occhi all’ indietro,
un po’ all’ insù fino al cervello,
sento uno sciame d’ api impazzite
che mi ronzano dentro la testa
e in formazione superando i nembi più alti,
rincorrono te e quei luccicanti lembi gialli,
confusi per polline e miele.
Prima che dopo ogni cosa diventi meteora,
svanita e dimenticata, io seguo te e quella scia
come fosse la coda d’ una stella cometa.
Dentro la testa sento l’ infinito universo
e mi scoppia la testa, d’ amore perso:
vedo le stelle, in quel cielo terso,
che si rincorrono in quell’ immenso spazio infinito,
andando verso l’ ignoto o verso chissà,
ma forse verso un destino meno perverso.
Ecco mi dico, come è nato il firmamento
e tutto il dolce creato:
tu sei quella stella dove inizia la vita,
che vola la più veloce di tutte le stelle,
la più bella, la più splendente,
che corre senza fermarsi neppure un momento.
Ma tu stai adesso fuggendo in quello spazio:
ti seguo poco distante quando ti vedo,
mai tanto vicina, sperando che infine
il mondo abbia al più presto una fine,
per acchiappare finalmente quei lembi di seta fine.
Anche se scappi dove c’è il nulla,
ti giuro che andrò in quell’ infinito,
fino a raggiungerti oltre ogni confine,
oltrepassando ogni limite,
dell’ umano capire e dell’ umano pensare,
perché il tempo non avrà mai una fine.

Naufrago
Seguir il battito d’ ali delle farfalle,
segnare la rota e finalmente salpare
e solcare umide onde per navigare,
lasciati gli inganni dietro fragili spalle.

Naufrago, or m’avvicino a nuovo scoglio,
il chiaro antico faro è un lumicino,
il giorno ha ingoiato, il buio corvino,
e appare in altro scoglio nuovo rigoglio.

Già odo in alta rupe belar gli armenti,
il falco pellegrino strider nella bonaccia,
fra verdi muschi, licheni e picchi aguzzi.

Muto il ricordo m’ abbandoni e taccia,
tra onde sperdute e scure, e bianchi spruzzi,
muto sprofondi nell’ oblio delle correnti.

Nei tuoi splendidi occhi
Quando,
ammaliato da infinita dolcezza,
mi perdo nei tuoi splendidi occhi,
mi sento strano, solo e smarrito:
alienato e vinto da questa magia.
Quando,
vedo i tuoi splendidi occhi,
i riflessi sono come storditi,
la vista si offusca dal bagliore
di tanto splendore,
e l’ emozione vince sulla ragione.
Quando,
vedo il tuo languido sguardo;
sono travolto da ogni tumulto:
gioia, tristezza, ansia, dolcezza,
sorpresa, sgomento, tenerezza,
sono i doni dei tuoi occhi dolci.
Quando ,
veleggio in quel mare terso,
in quell’ oceano dove son perso;
le tue melanconiche sensazioni,
sono compagne di uno stesso viaggio.
Anche le travagliate emozioni,
danno lo stesso messaggio, quando
fanno il tragitto con i nostri sensi
o quando le parole del cuore,
fanno le rime con i versi d’amore.
Quando,
mi vince la tua bellezza,
mi abbandono a ogni passione,
sospeso a metà fra limbo e paradiso,
e l’immaginazione soverchia,
la più logica deduzione.
Quando,
ogni senso si spacca, si stacca,
e dalla ragione, si slaccia,
non è solo colpa del mio intelletto:
anche lui è vinto in questo contesto,
da questo splendore e da quel candore,
che arriva dai tuoi occhi,
direttamente al cuore.

La sughera
Parole nette e precise come ferite
lasciano il segno.
Come la scure dello scorzino quando,
senza pietà e senza rancore,
affonda l’ affilata lama,
nelle dura e fessurata scorza,
per aprire uno stradello,
in mezzo a quella straziata pelle,
e in quella linea è già scritto il destino.
Del tuo improvviso inaspettato livore
mi strazio, mai trovo ristoro,
alle tempeste, alle tormente
del freddo pungente,
dell’ austero inverno.
Non ho corazza, non ho coperte,
se resto preda nelle gelide notti
di formiche e di farfalle
che in fila indiana e in processione,
mi divorano affamate le ossa e la pelle
per disporre le loro schiere.
Ma non le ferite delle pene
e le cicatrici della tua ingratitudine
mi lasciano senza riparo,
in preda a una strana inquietudine.
Sono invece la tua risolutezza dura,
simile a quella impermeabile scorza
a negarmi illusione e fiducia;
quando neanche l’ allucinazione smorza,
un vento freddo che abbatte e sferza.
Sono l’ acqua e la pioggia bagnate,
che spengono ogni mio ardore
che danno amarezza e dolore,
affogandomi nelle lacrime di quel languore.
Ma se devo morire d’ amore,
arso d’ amore voglio perire,
ucciso dal fuoco di quel dimentico amore,
come la sughera muore sola,
solo per mano di un crudele piromane
in un rogo di immane calore.

Dolce fiordaliso
E’ forse un angelo che cinge la tua spalla destra
con una morbida ala di seta e ti sfiora il profilo,
fin sopra le tue guance arrossate, quasi fino all’ orecchio,
finché caldo tepore spazzi ogni nube.
Le tue palpebre, piccole ali di evanescenti falene,
catturano sprazzi di immensa luce
e nel cielo vibrano come strumenti
accordati di cetre e di lire,
che fanno sentire, musiche antiche,
insieme a incantevoli flauti soffiati:
dolci siringhe di zucchero e pan filato.
Poi versi un po’ confusi, in alto nell’ aria librati,
ti fanno volare melodioso usignolo,
in un giardino di more e mirtilli,
dove puoi fare come ti piace,
marmellate di more e torte di mirtilli a forma di cuore.
Se parole dissennate cadono nel vuoto,
loquaci voci volano nel vento leggero,
ti sfiorano il viso come dolci carezze;
sbriciolati cristalli di sale, che bruciano gli occhi,
son quelle lacrime, che generoso pizzo d’ ambra,
finalmente sgombra dalle tue guance irrighiate.
Io l’ho visto serafico, vezzoso,
fasciare il tuo splendido corpo,
con le sue calde e candide piume;
forse è un angelo arcaico ma umano
e potrebbe portarti più lontano,
delle stelle del firmamento,
forse guidarti fino alla luna , ma non potrebbe,
con le dita farti toccare le soglie del paradiso.
Stai attenta poiché io ben lo conosco,
dolce fiordaliso, non so se lui e quell’ altro sono,
la stessa enigmatica persona.
Forse è il presente e il passato,
delle tue irrazionali emozioni,
spirito libero, che guarda al futuro,
tra illusioni e speranze, o solo un uomo solo,
con pregi e difetti di questo volubile mondo.

Cammino renitente
Cammino renitente in cerca del vero,
fa freddo sul collo, alzo il bavero nero,
cerco un pensiero, nascosto fra i cento,
che fluttua leggero, sospinto dal vento,
percorro un sentiero nel buio più spento,
greve sento nel cuore, vivo il tormento,
sferzante vento sento, in un albero,
sui rami si staglia, un rosa riverbero:
il vero, nel celo rosato e lontano,
si cela al volo, di roseo gabbiano,
ali librate in levitante cadenza,
che sanno d’ infinita, somma sapienza.
Insipiente, da un pantano infangato,
ora vola in quell’ azzurro fatato;
e vaga, con le ali della sua fantasia,
sognando la dolce, sublime poesia.

Mai così
Mai così meschino è stato il destino,
quando l’ arco teso l’ha innamorata,
langue ora spersa in quel crudo catino,
l’ anima lacerata, spenta e strappata.

Di frivolezza si è persa e dannata:
odora di zolfo, se brucia il cerino;
così ardua e dura sarà la giornata,
nel triste vaso di puro adamantino.

Solo lacrime dolci, intrise d’ amore,
spegneranno il fuoco in quel calderone,
da fiamme alte e passione attizzato,

ma della salvezza si sentirà l’ afflato,
quando l’ amore vincerà sulla cagione,
e quando invero passerà il languore.

Sleale e bugiardo
Sleale e bugiardo mi arringa,
quando cammina di notte la ronda,
par che di nero il cielo si tinga,
in questa notte buia, mai così fonda.

A mezzanotte la porta egli sfonda,
parla, promette e poi mi lusinga,
e veloce come rapace si fionda,
mi prende al cuore, par che mi stringa.

Alle sue voglie vuole ch’ io ceda,
in una morbida stuoia sospinta,
m’ accompagna solo la spenta luna.

Per favore fate che lui receda,
in questa notte mai tanto bruna,
fate che ancor non l’ abbia vinta.

Mi tenta
La sua ala mi tenta indecente,
la spalla sinistra or m’ accarezza
con un colpettino evanescente,
la sento colpita da calda brezza.
Inizia la tresca, la dolce carezza,
con fare insinuante e suadente,
sfiora la testa con somma dolcezza,
quel brivido mi oscura la mente.
Quando la lingua diviene prolissa,
onda smarrita mi sento nel mare,
quando nel vento la vela si alza,
mi conduce dove tesa s’ abissa,
dove nel piano declina la balza,
se svanisce la promessa d’amare.

Quando sorridi
Quando sorridi, vedo un oceano,
quando porti quella bandana
sento profumo di coste lontane,
sogno spiagge, palme e mari gitani,
odo musiche di violini tzigani,
di calme acque, di placide onde,
spruzzate da soffice neve che scende lieve
dal cielo; delicati cristalli, sempre più fini,
trasportati da generosi e curiosi delfini,
fino al tuo dolce clementino sorriso.
Sogno paesi lontani, pirati, ricchi tesori:
angelica e intrepida, come la figlia di Barbanera,
comandi un misterioso veliero di quattro vele,
ogni tua vela mi da sicurezza,
in ogni viaggio l tuo timone non sbaglia una rotta,
il tuo sorriso è sciabola al sole lucente,
che mi protegge, da corsari e briganti, quando;
in quel galeone, vicino alla fosse,
oltre ogni confine, attendo spaurito l’ agguato
dei mercenari di Barbarossa.
La poppa sinuosa e armoniosa,è verde collina,
la brezzolina della mattina… l’accarezza leggera.
La prua è dolce madre, abbraccia i suoi figli,
se l’onda cattiva li vuole rapire,
se di tuoni e saette, la burrasca spaventa
… li accoglie nel petto.
I tuoi quattro alberi, nella bonaccia sono vele
che viaggiano lente, nello scandire del tempo,
metronomo delle nostre veloci stagioni.
Quello più avanti, il più stagionato,
legno di frassino o tasso,è tagliato in inverno,
ma è buono lo stesso, perché resiste nel tempo.
Quello appena più dietro,
ha colori più tenui, quelli dell’ acquarello,
è l’ autunno …è legno di faggio,
e precede l’ inverno, seppure di poco.
Quello ancora più indietro,
è pioppo d’ estate, il legno più caldo,
caldo come il mio mare, il più bello del mondo,
e di averlo a portata di mano,
sono davvero orgoglioso e mi sento giocondo.
Quello più alto è di legno più fresco,
di primavera, sta in mezzo
alle altre stagioni, porta nuovi colori,
rinnova l’amore,è di sequoia perché
mai esso muoia, ha il pennone più alto,
per issare bandiera verso l’ azzurro,
che fa battere il cuore, che fa pulsare le vene,
in un magnifico cielo di stelle.

Scendi da quel piedistallo
Scendi da quel piedistallo, torna di nuovo sulla terra,
torna fra noi mortali… etereo angelo bruno:
liberati prima dell’ una e poi dell’ altra ala,
unico vestito della tua pelle chiara.
Falle cadere quelle ali,
sotto le nuvole di quest’ alba screziata,
d’ ambra e di rosa.
Copri le nude forme con un celeste lenzuolo,
lasciando si pure scoperti e nudi,
la schiena e i fianchi,
candide pietre cesellate da artisti sapienti,
marmi tagliati nelle cave, dagli scalpellini del paradiso.
La tua beltà rendi ancor più divina,
ma torna essenza più matura,
in questa cruda e rozza natura.
Fai che diventino sassi pesanti, le ali,
fai che cadano nel vuoto,
in quel precipizio dove son caduto,
ma dopo lo schianto, risalgano solo leggere piume
ascese nel vento dai vortici delle calde correnti,
perché mai io sia vinto dalla tentazione di volare,
verso i sentieri della protervia.
Caldo libeccio spira verso le piume,
sparse dal vento in quello schianto,
prima che si riconducano al cielo,
ali spiumate di colomba, ghermita in volo da artigli
di veloce e silenzioso rapace. Voglio guidare
un branco di cervi dove la strada s’inerpica,
dove c’è fango nelle tue orme,
perché il calpestio di zoccoli duri,
cancelli ogni traccia. Ti sia celato,
di ogni superbia, il sentiero che sale in quell’ erta,
imbiancata di neve sciolta in una sola stagione,
dai caldi raggi del sole:
vanitosa, nuvola sospesa in aria,
ritorna indietro da quel sentiero,
c’è ancora tempo per altre ali,
c’è troppo tempo per aspirare al cielo.

Vicino a un’ arcobaleno
Vicino a un’ arcobaleno,
nel cielo ancora grigio,
volteggia alto un aquilone,
tenuto al filo
dalla mano di un bambino:
quel filo lascerà,
soltanto quando,
l’ amore di una donna troverà;
accanto all’ aquilone nel
cielo… ora meno grigio, arriva
un aeroplano, seduta dentro
c’è una bambina,
dal finestrino saluta quel bambino
e vede l’ aquilone:
chissà se un giorno,
quella bambina, diventerà
la donna del bambino.
Chissà quante volte e già successo,
e noi non lo sappiamo,
a volte il destino è appeso
solo a un filo, a poca distanza,
a meno di un baleno,
nel cielo azzurro… ormai,
tra un aquilone,
un aeroplano e un arcobaleno.
E anche quando
di questo null’ accade,
di sicuro la fanciullezza
è il ricordo più bello che ci resta
e più ci aggrada,
della nostra giovinezza.

Un sospiro di vento
Fammi sentire ancora lungo la schiena,
quella brezza che soffia dolcissima fino al midollo.
Fammi sentire quel sospiro di vento leggero,
che accarezza in un campo le spighe d’ avena.
Se propizio sarà stato l’ aratro,
di buon raccolto sarà l’inverno,
se foriero di tempesta quel vento,
di raccolto vuoto sarà il granaio,
ma pieno del mio dolore il baratro.
Fai ancora che rischiari la mente quel vento,
che spazzi ogni nube,
finché non cada stremato satollo.
Voglio vedere la neve sciogliersi
al primo raggio di sole,
perché diventi di nuovo vapore,
poi ancora rugiada di delicate gocce,
spruzzate dal vento, che si profila,
invisibile, in direzione del tuo dolce profilo.
Devo capire se in quell’ impluvio
si è abbattuto un diluvio;
se la dolce rugiada, che scende serena,
è stata corrotta dall’ aspro gusto dell’ amarena,
se lo scorrere lieve del fiume,
rapisce il sale di quel mare lontano,
fioco barlume di onde lontane.
Fammi dissetare alla fonte della tua bocca,
col distillato che sgorga dai tuoi umidi occhi.
Fammi assaggiare quella mistura,
voglio annusare profumi
dalla la tua pelle di seta, essenze
liberate da odorosi incensi,
nelle tue guance di petali rosa e
di bianche orchidee, dopo le angustiate,
ammende dei sensi.
Devo discernere, quale sia l’ effluvio,
quale sia il retrogusto delle tue emozioni,
e infine asciugarti con un fazzoletto di seta pura,
quel velo sottile di malinconia e di paura,
devo capire una volta e per sempre,
quale è la cagione di tanto sgomento,
quale è il tragitto che devo seguire,
per riaprire il solco del tuo dolce sorriso,
in questa notte buia di primavera.

Misteriosa signora
Notte,
dimora di chi viene e chi va,
dimora di persone, non sempre perbene.
Chi vai ospitando dentro,
il tuo abito, lungo e nero?!
chi brancolando nel buio,
si rifugia sotto le tue ali nere?
Signora,
è vero che:
ubriachi, falliti, ladri e banditi,
donnacce, barboni, nottambuli,
peccatori, sono i tuoi figli prediletti,
bella, suadente, signora nera!?
Signora misteriosa,
di te bisbigliando,
dicono in molti: col suo sgargiante,
abito da sera, tutto lustrini e paillettes,
è un po’ frivola e sciatta,
quasi cordiale, quanto intrigante, ma
pronta a colpire,
pronta a rapire, silenziosa e scaltra,
come una civetta con la sua preda,
chi partecipa alla sua festa.
Signora misteriosa e scura,
per me sei solo, una tenera madre,
che accoglie amorosa, nel suo scialle nero,
anche il figlio più brutto, il più cattivo,
o fosse anche un feroce assassino.
Incuti paura nel buio più fondo,
ma invero sei tu che hai paura del buio:
di restare sola nel buio,
quando l’ alba scaccia le ultime tenebre,
e le luci delle città vengono spente.
Notte,
sospirata e attesa, da tutti gli amanti:
quando i lampioni dei viali, le luci delle vetrine,
le luci dei night club, dove tutta la gente,
è vestita a festa , vengono spenti,
aspetti con ansia che il crepuscolo,
ti preceda di poco, per offrire al mondo,
un altro girotondo.
Signora,
adesso so’ perché hai paura che il buon giorno,
laborioso e austero, disveli ogni cosa, togliendoti il velo.
Hai paura che il giorno,
sia la condanna, dei tuoi figli un po’ derelitti;
e si erga a carnefice e giudice, poco indulgente,
poco incline a far sconti,
anche a chi sbaglia per troppo amore,
o per troppo dolore,
quando neanche il rimorso, vale il perdono.



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