Racconti di Cristina Vascon


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Cristina Vascon, nasce a Este in provincia di Padova, una cittadina ai piedi dei Colli Euganei che la incoronano, proteggendola gelosamente; colli che da sempre ebbero una profonda importanza e rilevante influenza nella formazione di Cristina e nel relativo suo conseguente approccio alla vita.
Dopo il Liceo Scientifico, si laurea in Economia Aziendale, con indirizzo giuridico, presso l'Università Ca' Foscari di Venezia, per poi iscriversi al Corso di Laurea in Scienze Giuridiche.
Il suo carattere versatile, la sua passione per le sfide, per gli studi umanistici e le pubbliche relazioni, per la poesia, la scrittura, la fotografia e i viaggi, la psicologia e l'arte la portarono a spaziare dall'azienda edile di famiglia (Imp. Vascon Cav. Oreste S.r.l.) specializzata in primis in ristrutturazioni e restauri, alle Commissioni d'esami (presso gli Istituti tecnico-professionali come Rappresentante dell'Associazione Industriali della provincia di Padova), alla multinazionale Adecco Italia S.p.A. - specializzata nel settore delle Risorse Umane – per la quale rivestì molteplici ruoli, a livello locale e nazionale, riportandone un’esperienza aziendale piuttosto singolare ed esaustiva, dal punto di vista sia professionale che personale. Ad oggi, dopo esser rientrata stabilmente nel proprio territorio d’origine ed esser diventata mamma, si dedica ai suoi sogni di sempre: la propria famiglia e relativa tenuta in campagna ed azienda agricola, ai suoi animali, alla poesia – che l'accompagna da sempre - alla fotografia e agli amati reportage di viaggio. Da genn. 2011 collabora con Domus Aurea www.edizionirendi.it.


Leggi le poesie di Cristina

Incontri di Vita


…Nacque azzurro come i miei occhi
Verde come i tuoi abbracci
Luminoso e terso
Come i nostri mari incontri…
Non appena
Da Lontano, dal Sogno, dall'Anfratto
L'abbiamo percepito e colto
Tutto
Si è trasformato in Luce
In Credo, In Desiderio e Amo…


...Amo questi alberi che abbiamo insieme piantato...che mi fanno, ancora una volta capire, quanto sia duro, ma incredibilmente tenero e commovente, scavare una zolla...affondare le mani nella terra…liberare la mente…diventarne parte integrante…nido di radici che mai più si vedranno…radici di nido per le quali un infinito mondo si regge…non cade…continua a lottare, a sbucciarsi, e a credere…

…Piantare anche una sola pianta...irrorarla in abbondanza...osservarla...studiarla...seguirla e amarla nella sua rincorsa lenta, eppure si infinita e ben ponderata, verso la luce, verso il proprio incondizionato naturale amore per la vita e il di lei cuore...verso il tetto dell'universo e mondo...quello a cui tutti ambiscono senza costanza, senza pazienza, senza perseveranza…nell'attimo di un giorno...nella dimenticanza di una vita...

…Amo queste gemme che stanno sbocciando in un fragore che s'immola al silenzio, eppure cosi imperterrito e puro…piano, piano…dopo un altro anno di letargo e buio…certe del loro futuro, anche se reduci da un duro inverno…certe che dopo il sonno, arriva sempre il risveglio…il ronzio delle api in una giornata sonnolenta e pigra di luglio e agosto o di una mera primavera in boccio…a ricordare che tutto è nel potere d'una vita…che tutto, veramente tutto, può essere in nostro potere...noi fabbri del nostro futuro…falegnami dei nostri sogni e ricordi…noi, artefici dei nostri tomi, minuscole note e assordanti capitoli…

…Amo l'infinita pazienza richiesta da questi infinitamente piccoli e inafferrabili semi che attendono la loro lieve coltre di silenzio e pace…per sbocciare nella penombra riscaldata e umida di una piccola serra, nella loro forma più timida, intessuta di clorofilla e foglia…minuti, protetti, amati infiniti piccoli passi prima di affrontare l'universo di un aperto orto…insegnamento gratuito e ricco…

…Amo Raymond, il nostro gatto, e tutti gli insegnamenti che sono iscritti nei suoi occhi…soprattutto in quello che non può più vedere…perché il Vedere veramente non consiste in un mero aprire un occhio e guardare…

…Amo queste buffe simpatiche caprette che vivono per un mero ciuffo d'erba…insegnandoci che le cose più semplici e veramente belle sono quelle che racchiudono nel loro profondo tutti gli ermetismi dell'Universo…noi persi nel complicato complesso d'un progetto a noi nei dettagli sconosciuti…persi nel dettaglio...incapaci di vederne il tutto nel suo complesso mondo…

…Amo Persefone, la nostra dolcissima e vivace micia, amica di Jack, Jo e Gloria, i nostri meravigliosi cani compagni, i loro generosi baci, le loro danze, le loro rincorse, il loro non impigliarsi e cedere…amo Alice, nero lucente nitrire tra addobbi di galoppi e drappi intessuti di preziosi raggi e selvagge stelle…amo Margherita, la più dolcissima, dalle orecchie lunghe, lunghe e dal suo lento e meditato incedere che regala filastrocche e ballate infinite…Margherita…dai ragli vivaci, dagli occhi cosparsi di candida neve, dal sorriso che ti rasserena…i nostri amati animali che san farci scorgere le stelle, anche quando il cielo è una volta color nero pece…

…Ora forse nuovamente capisco…forse anche questo era scritto...forse tutto l'Universo conosce già la propria storia che ogni volta si dimentica per tornare poi a riscriverla...

…Forse la nostra era scritta da una vita...ora ne ho la certezza…e impedirò, con tutta me stessa, a chiunque di volerla riscrivere diversa…

...Sogno...ma sono desta…e amo...

...Amo questa luce che declina dai colli all'imbrunire d'una primavera ai suoi primi passi…ma ancora imberbi, ma ancora incespicati e spogli...

...Amo i piccoli boccioli appesi agli alberi, pronti ad esplodere in una corolla di fuochi d'artificio ed estasiati, silenziosi botti…

…Amo l'argento vivo di questo palpitante cielo di pioppi, di questi fiori e azzurri esplosivi magmi…andirivieni di mare che si infrangono sulla battigia del nostro cuore regalandole i più dolci suoi viaggi e filosofici ondosi moti…

…Amo questi alberi di pesco in crinolina, leggera veste che roteano la loro danzante anima, aspettando tondeggianti mappamondi rossi e vellutati di tramonti sonnolenti succhi…

…Amo l'orto che tutto insegna, che tutto nutre, che tutto scrive, canta e traduce…

…Amo il caldo buono di questo scoppiettante fuoco che riscalda tutta la casa, noi assisi tutti, sul tappeto grande davanti al caminetto acceso, caminetto che gioca con le sue lingue e sberleffi di fuoco, con le sue volute di fumo, con le sue poesie di marzapane…

…Amo le foto sopra il caminetto che mi raccontano di un nonno dallo sguardo affabile e buono…dolce…sincero…unico…

…Amo le foto che raccontano della tua infanzia…amo il tuo viso bambino…amo te, proiezione di quel bimbo…amo te, copia emulata di quel nonno…amo te, che sei quel che sei grazie al tuo essere sforzo, freccia, arco e rincorsa di ogni tuo giorno e mai scontato cammino…

…Amo te quando, con profonda e infinita dolcezza, mi accarezzi lentamente i capelli e mi baci sulla fronte lieve, come quando cade inaspettata la neve che tutto ovatta e rende immacolata magica poesia…

…Amo te quando mi fai volare nei voli più immaginari e puri prendendomi sotto tutti i fronti ed orizzonti…nella notte di questa notte che non potrebbe che trasformarsi in Luce…

Amo…finalmente Amo e ne capisco finalmente il Senso…e non potrebbe che essere Diverso…questo nostro Amo…questo nostro infinito e profondo miracoloso Credo…

Dedicata a mio marito Marco

… interpretata dall'attrice e amica Marina Furlani nel giorno del nostro meraviglioso Matrimonio…

Suona la sveglia
Suona la sveglia, ma rimango coricata, le serrande dei miei occhi non vogliono aprirsi alla luce grigio perla di quest'altra giornata nuvolosa …
Mi aggrappo a briciole di sonno che non avranno però il potere di farmi sentire meglio …
Le parole mi sono estranee …
Mi sto franando addosso tra mille inciampi e fossi d'anime limacciose …
Il freddo mi blocca la mente, mentre la mia anima ha imboccato la strada del nulla …
"Mal di vivere" lo chiamerebbe qualcuno …
Finirà anche l'inverno del cuore …
Almeno i sogni vorrei non fossero però a morire …
Mi sto allontanando da tutto ciò che mi è esterno/estraneo; non ho fatto che pensare ad altro, refrattaria io al mondo …
Ho indossato l'abito del silenzio …
Il vento soffia forte, la pioggia bussa argentea, il sole chiosa …
E' riapparso l'inverno su incredula primavera indecisa …
Ovunque regnano ammassi di confusione, in primis nella mia testa: vacillante vertigine che trema …
L'angoscia non si smussa …
Fatemi giustizia!
Che cosa bolle in un serrato rinchiuso cuore?
Provo a frenarmi concentrandomi sul sole, astro che a differenza della luna vive di luce propria …
La luna … sofferenza gratuita … per definizione e natura sua intrinseca …
Si può morire dissanguati d'amore …? …
Suona nuovamente la sveglia…non posso farcela … sono rimasta a lungo a dialogare con il tempo cercando di fermarlo, ma nulla può corromperlo … quel vecchio incipiente tempo … neppure sognanti occhi di bimba rubati a corolle stremate di azzurro cielo e fluente arpionato mare … quel tempo … il più indefesso e buio …
Devo alzarmi …
La vita richiede anche per quest'oggi il suo pesante obolo per farci arrivare alla più malinconica arrossata sera …
Il silenzio m'assorda …
Il passato è una sciabola di ricordi che affondano nella carne e lacrimano fluenti … il futuro: una manciata di nonnulla … il presente ? … poter chiudere gli occhi e recitare lentamente "fine"…
Il pomeriggio si snoda lento tra mille brividi che si rincorrono …
E' un diluvio di ghiacciaie d'anime che s'arresta alla porta del mio sentire…
Se questo è l'incipit di quest'altro nuovo capitolo di vita, non ho proprio più voglia di leggerne la storia … questa trama m'annoia, mi rattrista, mi svuota e stanca … mi rifiuto, mi oppongo, mi ci scaglierò contro …
Solo una musica saprà rivoltarmi l'anima rendendola un po' più serena …
Quante vite si dovrebbero vivere per Vivere tutto quello che non può entrare in un sensibile sia pur immenso rovistato cuore?
Tutto rimbalza contro l'alto … possente muro di un'altra anima … goccia di rugiada che si rivolta e grida …
Dipanarsi di altre notti insonni …
Anche questo fine settimana si è bruciato come foglio di giornale nel caminetto spento della mia anima … caminetto di fuoco e caldo sempre più desiderosa … sfumata lei agli angoli d'un quadro infinito dove il centro è un buco nero quello più profondo e ingordo del suo più ammattito velato e affranto sinonimo ….
Schegge di urlante vento …
Finirò per ammalarmi di febbre e solitudine …
Il cuore ha interrotto qualsiasi comunicazione …. nulla più trapassa attraverso quell'arrugginito suo filo spinato, smussato dalle intemperie del giorno …. quello il cui sgambetto si è fatto saltimbanco rubando dagli scaffali della notte valigie zeppe di pesanti libri … borsoni di quaderni immensi in cui i segni rossi si moltiplicano tra continue correzioni da puntigliose maestre delle elementari pignole … meri puzzle tra le mani d'un destino cieco incapace di sondarne il suo stesso valore e sentimento ….
La campagna continua sinuosa il suo soliloquio di danza tra colline di lana che mai si dipanano per trasformarsi in sogni in cui avvolgersi quando più infreddoliti e tristi …
Nessun abbraccio e carezza a lenire le ferite della vita …
La giornata avanza fedele tra muri di silenzi e futili incomprensioni di un autunnale grigio che impregna tutto il nostro vuoto e progressivo inutile divenire stanco …
I miei occhi sembrano palle di biliardo tanto me li sento pesti e gonfi … io voragine ai suoi primi mattutini passi … indosso rovesciati sottosopra scompagnati vestiti che recitano confuse anime a ridosso di uno sfatto letto … penzolanti calze dall'altalena d'una sedia in giostra, appese al baratro d'un attaccapanni che sonnecchia … vestita come il più bel clown, il cui cuore però ahimè non ride, ciabatto giù dalla mia collina di sogni verso il mondo terreno … mentre la mia alba si tinge di tachicardia …
Il sonno mi si incolla addosso, sbadiglio dopo sbadiglio, ma non posso più tirarmi indietro … sono giunta alle porte dell'ennesima città che piange …
Una carezza di sole si proietta sulla mia bianca pelle da straccio che sta per svenire … il viso della città nascosto urla da un balcone semiaperto il suo sbadiglio …
Una parola s'infila dietro all'altra appuntandosi sul parabrezza di quest'altra giornata che non può se non finire che con mere gocce di pioggia per un'assetata sabbia che tutto sovrasta ….
Neppure il sonno ha deciso di risollevarsi dal dolore … affogherò nel silenzio di tante assenti risposte abbandonate sullo scalino più scosceso d'una scala che non sale … pianerottoli di nulla …
E' l'inferno che ci aspetta …
Era da mesi che sognavo un pianto liberatorio per il mio inceppato, compresso nulla … come avrei voluto rannicchiarmi lontana dal mondo a piangere tutte le mie lacrime, condensate stanchezze, fluenti fronde e malinconiche rotte … e invece eccomi qui a ricacciare tutto nel mio più profondo e a ricominciare tutto daccapo facendo finta di niente...donna in tailleur di firma che firma contratti d'azienda … ma che fatica …
Nella mia testa il ronzio si intensifica … arriverò a sera? …
A quale sera?
Le energie dovranno arrampicarsi le une sulle spalle delle altre facendosi in mille … come odio i dolori dell'anima … fanno così male anche solo a sfiorarli …
Invecchiare senza rami … senza foglie e frutti … triste come il più triste sterile buio affaticato e nero … ma senza mai esternarlo … ecco quello che da sempre questo mondo chiede ...
Altra notte in bianco …
Come si può andare avanti così con queste notti interrotte e spente … con questa vita che si avviluppa attorno a spine attorcigliate e nude di sangue mai rappreso, di sangue mai curato e a fondo inciso …
E' un perché stonato quello che continua a rimbombare nel mio più stonato cuore … darei qualsiasi cosa per uccidere questo vuoto che rimbomba a vuoto in una serafica corolla che rabbrividisce in una notte di nulla … avrei voglia di andare … annullare la mente, ma soprattutto il cuore …
Malinconia profonda e inespugnabile …
Meglio si spenga la luce su quest'altra giornata parca di serenità e gioia … quella che il mio cuore consuma sempre troppo in fretta e furia in una città che non conosce il modo per riappacificarsi con quel cuore e con tutto quel suo girotondo di vagheggiato incompreso inafferrabile mondano amore…
Spengo ….
Ed è tutta la tristezza dell'inverno
Che cala nel caminetto spento
Della mia infranta anima
Caminetto pieno di fredda cenere

… In una notte di ciechi ladri e ubriachi violentatori …
… Hanno ucciso tutti i miei poeti e tutte le loro poesie e canti …
Siamo tutti morti
Ma troveremo il modo per tornare prima o poi a Risorgere


Nell'ufficio della mia Anima
Sono qui … nel deserto silenzio di un assetato ufficio …
O forse … nel deserto ufficio di un assetato assai mio silenzio …
Qui … tra soffitti alti e sconfinati orizzonti …
Qui … nel buio raccolto da una manciata di luce …
Qui … eterea io substanzia in questo vuoto da colmare e sempre riscrivere di musica e colore …
Qui … mentre là fuori la notte si aggiusta e costringe nel suo immenso mantello …
… quello più nero, quello più elegante e bello … bordato di stelle e oro …
Qui … mentre occhi di velluto mi sbirciano attraverso verdi aperti, infiniti balconi e campi …
Qui … mentre un ragno funambulo si crogiola su di un'invisibile altalena … sua di luce dimora e assordante tessitura …
… il ragno … la cui pazienza è tutto … un'eternità … un minuto … una frazione di secondo …
Inerme ascolto il tempo che passa …
Ci sono muri e cocci … ma lui li scavalca tutti come se niente fosse …
Pensieri vuoti e freddi mi attanagliano la mente …
Pensieri
?
Ho bruciato tutti i ricordi del mio passato …
… cenere d'inverno che non brucia …
… caldo e fiamma che ahimè non più riscalda …
Sono sola
:
Un'anima e un brivido …
Il cavallo che attendo è blu e vivace più dell'argento …
La luna riaffiora su velluto disteso accoccolato e nero …
Ha abbandonato tutte le sue monete d'oro …
La luna che piano, piano illumina un diadema …
… Scivolo di lacrime …
… per un altro assetato assioma indifeso e stanco …
Assioma: proposizione posta a base di un ragionamento, che non ha bisogno di dimostrazione perché evidente di per sé.
 

Perché …
…perché quando un'anima si suicida e muore non fa scalpore…non escono gli articoli sul giornale…non arriva la stampa a fotografare quell'anima ahimè morta...a cercarne la verità assoluta e prima…

…perché il corpo prevale sempre anche quando la vita gli ha disarcionato l'animo…fantoccio in balia del vento…gradino piegato sotto il peso del passo…di quello che non porta a nessun viaggio, a nessuna meta, a nessun orizzonte di uno sfumato paesaggio vagheggiato e assorto…

…perché così di rado c'è chi prova a sondare, ad attraversare, a parlare e a scrivere di tutti quei corpi che camminano scalzi senza anima, senza fiaba e volto…come quei polli che, recisa la testa, corrono all'impazzata la loro ultima corsa facendo finta di nulla…

…corsa che per gli uomini potrebbe durare infinita…gli uomini senza testa…gli uomini tagliata l'anima…annodata storia su di una pellicola vecchia che gira verso il pozzo senza mai arrivare al centro…la sua andatura a sghimbescio…la sua andatura colata a picco…

…esercizio mai risolto quello di ritrovare il perduto inizio…bandolo d'acqua…coda di nuvola…inafferrabile sfilacciata, bianca spuma di tondeggiante arroventata luna…

…un'anima fissa il nulla attraverso la sua finestra lagrimata oggi di temporale e pioggia…

…com'è facile morire, per quest'anima senza respiro, senza tuono, senza lampo, scalpiccio, corsa e ritorno…

…nel silenzio del proprio supplizio…stringere gli occhi e diventare cenere…quella che non fa rumore…senza violenza, senza sangue, senza tribunale, testimone e giudice…

…lei colata a picco nell'inciampo del tempo…

…lei…inciampo, colata e picco…

…eterno gradino che cerca la balaustrata di una metropoli infinita…

…lei…scala in salita e discesa per raggiungere quella balaustrata…virgola di pace e seta…

…per scappare da quella sua asfissia e imposta morte interiore…

…lei…tra i grattacieli di una macchina-vita che sempre movimenta e incalza…

…ruota senza meta e sosta…notte senza alba e madreperla…alba senza luce, credo e vivo…

…scorciatoia che non porta se non alle porte del nulla…senza il tramonto di un giorno di buon auspicio…volo, scivolo e dipinto, ricamato spazio…

…a caratteri cubitali la scritta…"Vita d'una vita proibita"…"Vita d'una vita che non può essere Vita"…

…ma perché si fa sempre e comunque finta di nulla…

…eppure la scritta recita, scandita e chiara, altisonante e precisa…

…"La scorciatoia per la vita non è vera Vita!"…

…la strada più facile risulta sempre la più insostenibile e difficile…il corpo non può né respirare né deambulare senza la sua anima…figuriamoci veramente Vivere….

…e non c'è assicurazione che tenga…e non c'è rimpatrio d'anima o salma…consolato, ambasciata o famiglia…quando l'anima è morta…quando la vita ci ha reso trasparenza…

…quando gli uomini ci hanno serrato e rinchiuso in una gabbia di cemento…noi, ramo strappato, storto, spogliato e secco d'uno sradicato albero…lo stesso che suona vuoto quando batte contro il tronco d'un altro corpo, vuoto reso a perdere…vetro senza riflesso di lampo o tappo…bottiglia senza scopo…messaggio e scritta senza inchiostro, senza isola, uomo, donna e naufragio…mare senza (s)fondo …

…basta così poco per camminare all'indietro…pollo senza testa…burattino senza storia…coda senza cane che corre e scodinzola…

…alzo lo sguardo e m'imbatto in una cortina di stelle, i cui occhi sembrano voragini incandescenti e profonde tanto è scura la pelle di questa loro notte…

…tristezza che non goccia…che non si esprime e mai decolla…

…come può un'anima suicidarsi quando quell'anima è già putrefatta, uccisa e morta…

…l'anima…col suo ultimo plateale coraggio…col suo ultimo teatrale gesto di chi è già morto…di chi non è mai vissuto…morto senza corpo ferire…morto senza corpo far sanguinare …

…vite parallele…tagliate…intessute…cucite…riannodate…ragnatele noi di luce…sorrisi e tristezze…

…noi…tra mille scheletri senza ossa…

…perdona, ma per l'ennesima volta mi sono persa in questo mio vagare tra cimiteri di corpi senza anime e ascolti…

…mi sono distratta…ho tremato…sono svenuta…

…quanti perché senza eco e risposta che arginano tutta la nostra deragliata vita…

…filosofie scalze al bordo di una città che inghiotte ogni spazio e annullato credo…affamato lei buco nero e grigio….

…ombre d'un mero viaggio senza ahimè vero (tra)passo…
- Anno 2001

Vivere ai piedi dei Colli Euganei
"Sei riuscita finalmente a trovare casa?" mi chiede mamma dopo un mese trascorso in albergo per lavoro…

"Si, mamma, è un appartamento minuscolo, molto carino, che ho battezzato col nome di "casa delle bambole"…"

"???" il viso di mamma si trasforma in un leggero punto interrogativo…

"Vedi la tua cucina?…bè…potrebbe contenerlo tutto nel palmo della sua generosa mano…"

"…però sono fortunata - aggiungo veloce senza lasciarle spazio di replica - perché ai suoi piedi si erge un piccolo parco trasbordante di profumati tigli…i tigli…i cui fiori e profumi da sempre mi accompagnano… "


…sospiro piano al pensiero intenso di quante volte quel profumo struggente mi avesse fatto toccare con mano il limite tra la vita e la morte…tra la veglia e il riposo…tra il credo e non ce la faccio…
Si può morire per un semplice, naturale, intenso profumo di farfalle e fiori? Si può morire assaporando la bellezza eterea e coraggiosa di un minuscolo verso di poesia? Il tramonto mozzafiato di una palla di fuoco? La trama interiore e sottile di ogni qualsivoglia opera d'arte? Lo stormire incessante e verde delle foglie dei pioppi che origliano i voleri divini nell'alto dei molteplici cieli? Il profilo malinconico d'una luna bonaria e dei suoi fedeli, infiniti, luminosi diademi?
Si può morire per tutto questo?
O comunque esser lì, lì per sentirlo forte, quel trapasso, a cui raramente ci si prepara con adeguato credo e cura?…

"…e poi, mamma, questa bellissima "casa delle bambole" si affaccia sul cortile interno del condominio - alveare a me sconosciuto - su cui si distende col suo minuscolo terrazzino dove potrò appendere ad asciugare si e no qualche stropicciato mio slavato verso - rido come una bambina al suo primo giorno di scuola - però, mamma, scherzi a parte, almeno qui di notte vige il silenzio e ci è data la grazia di riposare…cosa non poi così scontata e banale nella sonnambula, chiassosa capitale lombarda che mai si zittisce e ferma!"

…qui, a Milano, si vive isolati, sia pur immersi in una folla di corpi…
La sola forse salvezza? I ritmi lavorativi che non lasciano spazio, a volte, neppure per i più elementari bisogni; figuriamoci quando al balcone del cuore si affacciano mancanze profonde, umani sogni e desideri di nostalgiche, filosofiche, vecchie e assai (in)sensibili domande…
Quando succede, si deve ahimè accorrere in fretta e furia a chiuderne tutti gli scuri a doppia mandata…Non è dato qui di lasciar filtrare simili spiragli di luce…
Qui, a Milano, dove non c'è tempo e spazio per il nonnulla dell'animo…
A volte, neppure per salutare o semplicemente intravedere chi ti abita accanto, nelle cellette più prossime di questo immenso alveare che si protende, spossato e stanco, fino al tetto del cielo: il più coperto, il più plumbeo e grigio…
Qui…dove si sopravvive appesi a un filo invisibile: uomini sonnambuli che non conoscono la luce dei giorni…l'andare quotidiano di semplici e banali, scontati passi…
Uomini dimenticati in notti ornate di stelle, in sospiri di luna e magiche sedie a dondolo…
Qui…dove il nuovo arrivato s'immerge in un torbido fiume sovrastato da possenti, anonime strutture di cemento e calce…
Qui…dove prova lui convinto a vivere senza il più mero nostalgico ed esplicito rimando al suo essere profondo…
Qui…tra smog e nebbia...tra solitudine e folla…
Qui…finché non si giunge a quell'impercettibile e minuscola, sommessa scossa…presagio di un terremoto che vorrebbe riportarlo indietro alle sue origini più veritiere e prime…allo sgorgare della fonte…al bandolo che cerca l'inizio per ricongiungersi nella perfezione del cerchio…
Qui…
Dove tu cerchi di opporti con tutto te stesso, fosse anche solo trasformandoti in sordo, muto e cieco…
Hai fatto così tanti sforzi, così tanti sacrifici e inenarrabili fatiche per arrivare a questi livello così prestigiosi e alti…che non puoi certo abbandonarti e cedere al mero volere del cuore…

Ma quel seme diventerà presto germoglio e ahimè virgulto…
Un giovane albero che chiede terra, aria e sole…
E tu non puoi che alla fine cedere…
Tu tagliato tronco sul cui ceppo da tempo - troppo! - non medita più nessuno…
Dopo tanto vagare, osi quello che pochi avrebbero anche solo osato pensare…ti fermi, errore madornale, a meditare...
Inevitabile, dunque, abbandonare quel coro e il suo alveare, lo smog pungente, le infinite, sfinite ore di lavoro…l'ufficio da cui si intravedevano le guglie preziose del famoso Duomo che non hai mai avuto il tempo di rivisitare…gli amici, milanesi sì, ma a ore di strada…il dramma del parcheggio…della macchina scassinata e perennemente aperta…degli autobus e metropolitane affollate e sporche…delle ore in colonna per raggiungere l'autostrada…delle ore in colonna per percorrerla, quell'autostrada…sempre per lei ora trasbordante di solenne punta…
E alla fine…rientri alla tua terra…
Campi sterminati, rigogliosi e ben tenuti…sorridenti, fioriti giardini che ti salutano con la mano, anticipandoti gioiose case abitate e in ogni angolo vissute …
Tutto ti accoglie in un orizzonte incorniciato da morbidi, tondi, verdeggianti, luminosi Colli…
I Colli…che si stagliano come ombrelli, deposti con tenera e indescrivibile dolcezza, ai piedi di nuvole di panna montata, di soli caldi tra fiordalisi intensi e schizzi di papaveri rossi…tramonti inaccessibili…
Qui…dove puoi camminare per ore e ore senza che un pungente invisibile smog ti si pianti in gola, impedendoti di ritrovare la strada…
Qui…ove vige la bellezza delle piante, delle farfalle, dei fiori e dei nidi che nulla potrebbero contro l'orrore violento e freddo dell'acciaio più grigio e sordo; tra rumorosi, assordanti tubi di scarico e pece che urlano nella notte o in un mero pomeriggio opaco, assetato di luce e credo…senza dar tregua ad una città che mai si riposa…
Qui…dove, al contrario, è un sommesso fruscio d'alberi che si raccontano e ti cantano in dolci ninnenanne da commovente culla, accompagnandoti al magico e necessario riposo: il più tranquillo…
Qui…dove è il caldo buono della stufa che ti raggiunge…il profumo del pollo, delle patate novelle, l'ebbrezza del mosto e del suo autunnale ciclico ritorno…le rincorse di scodinzolanti cani, le fusa di morbidi gatti, il saltellare di gioiosi uccellini…i nidi di rondini e chissà di quanti altri numerosi animali ed esseri…
Qui…dove il nettare della terra è immerso in una coperta di rugiada che ti tiene caldo per tutta la giornata, raccontandoti il vero senso della vita…

Si…proprio qui…ai piedi dei Colli Euganei, nido di verità e certezze per me assolute e prime…
- Anno 2004

 

Mexico 2011 – Penisola dello Yucatàn – Cristina Vascon

“Viaggiare: un passo al di fuori di sé per percorrerne mille nel profondo del proprio e altrui cuore e se stesso.”

Partire – Volare – Viaggiare: parole dal sapore indescrivibile.
Viaggiare: sinonimo di rinnovamento interiore.
Volare: il giusto distacco dalle cose quotidiane e terribilmente terrene.
Partire: il passo necessario per veramente poi far ritorno.

(C. V.)

Ogni volta che mi accingo a una partenza, è una sorta di “Addio” a me stessa quello che mi accompagna; perché un vero viaggio, fosse anche solo al di là di un piccolo giardino o immenso campo, ti cambia per sempre irrimediabilmente …“Perché è viaggiando che si incontra la saggezza” recita un vecchio proverbio berbero; perché  “La vita, amico, è l’arte dell’incontro” scriveva in musica Marcus Vinícius de Moraes (Rio de Janeiro 1913 - 1980)…perché il viaggio da quando c’è Marialuce – 20 mesi – ha assunto per me un significato ancora più profondo…perché viaggiare con un bambino piccolo – se poi pure tuo figlio – ti fa assaporare sfumature intangibili e sfuggenti; emozioni che altrimenti sarebbero annegate in angoli dimenticati di cuore, senza neppure essere percepite; musiche e dipinti per orecchie e cuori sopraffini; paesaggi per anime raffinate e pure. Marialuce, nel cui nome si riassume tutta la summa e apice del suo più solare e incredibile essere, è colei che oggi ci impone il ritmo, vaglia opportunità e strade, sceglie mezzi e compagnie; metronomo lei di un altro mondo, specchio del nostro ahimè un giorno perso. Rivedere terre, spesso già visitate, attraverso i suoi occhi che si stupiscono a ogni passo, è un dono veramente inestimabile, sia pur, inutile negarlo, impegnativo e mai semplice. Questa volta tra l’altro Marco - mio marito - ha deciso, nel suo ennesimo per noi regalo, di spingersi veramente ben oltre le nostre ultime mete insieme a Marialuce.

“Tengo un pajaro azul dentro del alma
un pàjaro que canta y solloza
que en mis noches de infinita calma,
es como una esperanza milagrosa.
Tengo un pàjaro azul dentro del alma”.
Yaaxnic Chiic – el pàjaro azul –
“Leyendas Prehispanicas Mexicanas” Otilia Meza

Traduzione: “Ho un uccello azzurro nell’anima/un uccello che canta e svolazza/e che nelle mie notti di infinita calma/ è come una speranza miracolosa./ Ho un uccello azzurro nell’anima.” Da “Leggende preispaniche messicane” di Otilia Meza.

 

 

Domenica 27 febbraio 2011

Curiosa è la psicologia della domenica.” scriveva D. H. Lawrence (Eastwood, 1885 – Vence, 1930) nelle sue famose “Mattinate in Messico”. L’umanità che si diverte è nel complesso uno spettacolo desolante, e i giorni di festa sono più deprimenti delle giornate di ingrato lavoro. Si fanno delle scelte: di domenica e per le fiestas me ne starò a casa, nell’eremo del patio, con i pappagalli, Corasmin e le bacche di caffè che si fanno più rosse. Eviterò lo spettacolo della gente che “si diverte” - o che ci prova, senza grande successo. Poi arriva la domenica mattina, con una particolare mollezza nella luce del sole. E anche se tu te ne stai zitto, la tua metà migliore dice: andiamo da qualche parte. Grazie a Dio, almeno in Messico non è possibile partire “in macchina”.

E’ domenica mattina: oggi per noi giornata finalmente di partenza; eccezione alla nostra tendenza, nei fine settimana, a rifugiarci in una protettiva e confidente, sorniona campagna.

Si afferma talvolta che i bambini piccoli non sempre sappiano comprendere a fondo, identificare, o dare la giusta importanza a molti eventi, fatti e gesti. Marialuce, in piena fase di affermazione della propria identità - quotidianamente murata dietro ad una sfilza infinita di “Papà! Mamma! No! Non voglio!” – questa mattina, alla mera vista delle valigie, si trasforma, d’emblèe, nell’essere più malleabile del mondo; regalandoci il sole, nonostante il cielo plumbeo e il meteo che chiama neve. Per lei le valigie sono, infatti, a eclatante sinonimo di vacanza e divertimento puro. I bambini: radar veramente impareggiabili e unici.

In perfetto orario sulla nostra tabella di marcia, viaggiamo lungo un’autostrada stranamente sonnolenta e assorta, immersi in un’ovattata e avvolgente grigia coperta che mai si scolora. Ogni tanto una scrollata di neve, e poi ancora il grigio che per noi finalmente perde di valore. Sapere, infatti, che a breve saremo in volo, verso l’azzurro e il verde, ci salva da questa uniformità che tanto ci sovrasta e quotidianamente annulla.

Trovarsi a bordo di un uccello dalle ali immense di alluminio e bianco, dal cuore intriso di palpitante uomo; viaggiare verso la luce che non tramonta e mai si trasforma in notte, se non quando si veramente sfinisce; ritrovarsi e sperdersi in mille pensieri che in noi si involano verso nidi di rondini e caldi cieli primaverili…è per me, ogni volta, come se fosse la prima: un’emozione grande dalle sfumature indescrivibili che non conoscono inizio, né tanto meno fine.

Sarà un viaggio lungo, questo da Malpensa a Cancùn, che durerà ben oltre quindici ore - a causa della classica sosta tecnica a Montego Bay (Giamaica).  Marialuce, super eccitata e felice, non si fermerà un attimo neppure per dormire; ma siamo in vacanza e gli strappi alla regola diventano spesso, in questi frangenti, la norma.

E così, dieci anni dopo, rieccomi all’aeroporto di Cancùn. Ricordo ancora il nostro arrivo d’allora, assolutamente caotico e imprevedibile. Senza capirne la provenienza e direzione, quella volta mi ritrovai, insieme alle mie amiche e allora compagne di viaggio, completamente risucchiata da una folla infinita che avanzava, per forza d’inerzia, verso pubblici ufficiali sudati e stanchi che controllavano visti e passaporti. Ingurgitata da un vero vortice, ricordo d’essermi chiesta, più volte, se non ne sarei stata totalmente annullata, senza via alcuna d’uscita; se ne sarei mai emersa indenne e viva, io sprofondata in quella moltitudine agitata, infinita e spessa. Alla fine, una mareggiata fortunata ecco riavvicinarmi a Luisa e a Paola, in attesa, e come sospese, davanti ad un vero e proprio semaforo autostradale, su di una corsia grigia, sia pur non di asfalto e strada vera.

 Questa volta alle 22 locali - ovvero alle 5 italiane del mattino - arriviamo al contrario in un aeroporto dall’aria decisamente moderna e fredda - dove sei finito o mio caliente e colorato Messico intriso di folklore e otium? Un’ordinatissima, sia pur infinita, fila serpeggia tra i nastri che indicano il nostro percorso. Ci si snoda lentamente verso ben precise e impeccabili postazioni neutre, ove i pubblici ufficiali svolgono i loro controlli, ufficiali composti, per niente affannati, e gentili. Subito poco più avanti, “il principio del semaforo” resta comunque e sempre lo stesso. Al posto di un vero e proprio totem autostradale - ormai obsoleto pure da noi in Italia, dove tutto si è trasformato in una mera rotonda – ritroviamo, questa volta, un modernissimo marchingegno, sia pur programmato con la solita vecchia logica: “Verde” o “Rosso”?…”Verde…via libera!”… Mentre il turista alla nostra destra si ferma davanti al suo “Rosso” e, su di una minuscola panca, offre “in devoto rammarico e silenzio” i propri bagagli ad un ufficiale dai guanti bianchi per i rituali controlli. Finalmente eccoci fuori all’aria aperta. Una calda brezza si appresta di corsa, e davanti a noi si inchina e gentilmente inginocchia. Nel suo più sentito saluto e abbraccio, intriso di benvenuto e seta, ci regala un benefico, e del tutto inaspettato, senso di trasparente leggerezza; sensazione a noi rubata dal pesante inverno italiano e grigio. Nel buio della notte, le palme ondeggiano sinuose; ci salutano timidamente da dietro le loro balaustre di lunghe folte ciglia e svolazzanti armoniosi sogni. Marialuce dorme serena. Ancora un’ora di strada e poi finalmente potremmo dire d’esser veramente arrivati a destinazione. Buchiamo l’ennesima notte con il nostro veicolo a quattro ruote che marcia, educatamente, quasi sfiorasse la strada; mentre Claudio – il corrispondente in Messico per Marco, qui in primis per lavoro – ci anticipa i cambiamenti avvenuti in loco in questi ultimi anni. Due ponti nuovissimi si affacciano al nostro parabrezza addobbato di silente buio ed intrecciata luna. Ponti che agganciano divisioni di sponde ornate da mille occhi curiosi e grandi; mentre poco oltre una sopraelevata, slanciata e immensa, mi astrae dal contesto, riportandomi alle grandi metropoli del mondo. Per un momento, stanca e confusa, mi chiedo dove io sia mai finita. Saranno lunghe collane di veloci parole spagnole, appese al collo sottile di un’aria mite che tutto rigenera, a risvegliarmi da questi miei dubbi; rassicurandomi sul fatto d’essere proprio qui, in terra messicana. Qui dove gli investimenti nelle infrastrutture si stanno moltiplicando a dismisura. Qui dove le imprese messicane sono diventate fortissime nel settore edile - un tempo in mano esclusivamente ad aziende straniere. Qui dove infinite volte le persone si chiedono come il Presidente - Felipe Calderòn - possa essere ancora vivo, dopo la sua serrata lotta ai narcotrafficanti e a tutti i corrotti. Qui dove il mare ha rapito tutto l’azzurro del cielo per trasformarlo in un monumento invidiabile e sacro. Qui dove il sorriso di una donna maya ti può bucare per tutta la vita. Qui dove il profumo della giungla ti fa girare a dismisura la testa. Qui dove la mezzanotte - ore 7.00 di un mattino italiano - ti regala la sua ultima sorsata di speranza e vita. Qui dove in un nido intriso di Messico, ci consegniamo a un sonno ristoratore e profondo.

Il giorno dopo - h. 7.30. Ci svegliamo al canto di uccelli esotici, immersi in una luce tipica di queste latitudini. Siamo affamati - per il nostro corpo sono le 14.30. Marialuce ride. Lei ride sempre, ma quando siamo in vacanza il suo sorriso si tinge di sfumature particolarmente tenaci e luminose.

…davanti a casa, alberi ornati di scimmie, mentre strani “topi” giganti vagano per il giardino, assumendo la posizione del canguro…

Prima giornata di relax: il tempo necessario per riprenderci dal viaggio e fuso orario. Ci sono 32 gradi con un’umidità dell’80%. Ma almeno qui, a differenza della nostra Pianura Padana, risplende il sole e una varietà di colori a dir poco meravigliosi e indescrivibili.

Marialuce è in balia del fuso orario e noi altrettanto, ma urge riprendersi velocemente.

Playa del Carmen

La Playa del Carmen* che ricordavo io si è trasformata in una maniera tale da fare veramente male al cuore. I ricordi si affacciano alla mia memoria in tutta la loro lucentezza, a mano a mano che avanziamo tra angoli sfumati e parabole di strade, che degradano in somiglianze sottili di sfiorita luce, tra una popolazione che ahimè si è come rotta, svuotata e spenta. Il folklore locale si è assolutamente inaridito volgendo all’imitazione di prototipi che non sanno più ricreare nulla di appetibile. Una gran tristezza mi serra il cuore. Marialuce si frappone tra me e quello che andiamo, nonostante la nostra infinita leggerezza, comunque intorpidendo. Marco ci scorta. Ci proteggiamo, serenamente, tutti a vicenda; una muraglia contro l’inafferrabile vagare di una folla incastonata malamente insieme. Cozziamo contro scogli invisibili così diversi da quelli un tempo da me conosciuti. Davanti ai nostri occhi si alternano sprazzi di un tempo felici, e ahimè malamente rovistati, a pesanti scenari completamente intaccati da modernità e violenze, mille volte perpetrate. Violenze sottili e profonde che qui oggi – volenti o nolenti – si scagliano su chi come noi è comunque, in questa terra,  inafferrabile foglia straniera. Accanto a vecchi edifici in stile, ormai dismessi, svettano sfrontati e invadenti Mc Donalds e Starbucks Coffee che stridono, nel contesto, in una maniera a dir poco inaccettabile e violenta. Uno per tutti, ecco il destino di una vecchia tequileria color giallo girasole, la cui insegna, in ferro battuto, giace oggi divelta, senza la voglia di credere più nella propria storia, nella propria unicità e forza. Inevitabile l’ampio potere e spazio lasciato a mere e scontate insegne ahimè prettamente omologate ad opera di freddi marchingegni e sterili industrie. “Què gran benediciòn son nuestras manos, las de los artesanos mexicanòs, que a diario nos dedicamos con devociòn a labrar, tallar, tejer, bordar, pintar, decorar, moldear y modelar, hilar y esculpir” – “Che grande benedizione sono le nostre mani, quelle degli artigiani messicani, i quali ogni giorno si dedicano con devozione a plasmare, intagliare, tessere, ricamare, dipingere, decorare, sfornare, modellare, filare e scolpire” rimarca, di contro, Ezequiel May, uno degli artigiani più anziani di Xcaret, nel suo libro “Xcaret, èxpresiones ùnicas de Mexico” - parole che sembrano echeggiare come futili archeologie, ben sepolte e mai più riportate alla luce.

La luce degrada verso l’imbrunire e la città, dal fiato sospeso, si riprende scoppiettando in mille luminarie, un tempo, assolutamente invisibili e non dovute. I nostri occhi cercano ristoro in un appartato angolo, ove un artista è inginocchiato a terra. Assorto in tutto il suo infinito e interiore universo, s’illumina in estasi di credo, consegnandosi al calore immenso e proprio di un altro mondo. Le sue mani sono come agili farfalle che lavorano su tele intrise di colori e fiamme. Emozioni rese eterne grazie ad una vampata di fuoco, energica e vigorosa; proprio come quella della speranza che illumina la notte più buia; notte che qui continua oscura e scarna, in assenza di una sua propria Luna. Poco lontano, la strada si diluisce e stempera in un mare profondamente intenso, nell’incendio di un tramonto arancio e rosso. Qui, a Playa del Carmen, villaggio di pescatori a 68 km da Cancùn. Ed è una sommessa, azzurra, vespertina preghiera che sale alle labbra riarse di chi, come me, ha l’impellente bisogno di ascoltare un mero verso di poesia, intriso di serenità e pace; capace di valicare e credere oltre ogni umano limite.

Como la pòlvera encendida, America completa se llenò de iglesias…una pequenas y otras en verdad grandotas, pero todas se llenaron de rezos y oracìones…”Come polvere da sparo, tutta l’America Latina si ricoprì di Chiese…alcune piccole, altre veramente immense, ma tutte trasbordanti di sentite e preziose preghiere” descrive Ezequiel May. La volta bianca di una Chiesa - cui stanno appese minuscole campanelle, come rondini di primavera - s’innalza, allo stesso tempo, morbida ma perentoria. Ha sgomitato, elegantemente e a lungo, con un del tutto fuori luogo Mc Donalds che vorrebbe, bullo che inneggia alla propria stazza, prevaricarla a dismisura. Lei continua a sorridere sorniona, ricordandoci vecchie ferite inflitte, ma anche nuove speranze che stanno per decollare, sia pure lentamente. Un signore anziano segnato da mille rincorse strade, che si fanno spazio lungo il suo scavato e affossato viso, ci guarda e si spiega in un immenso sorriso: forse non è proprio tutto perduto…“Una naciòn se forma a golpes. Cada paìs se enfrenta, como si viviera un parto, a sus proprios pasajes de dolor y de drama” – “Una nazione si forma a forza di colpi. Ogni Paese affronta, proprio come quando si vive un parto, i propri passaggi di dramma e dolore” continua il suo racconto Ezequiel May.

Sempre più sconcertata e immersa nel filò dei miei pensieri, rientro a fianco di Marco, tra le braccia Marialuce, dopo aver pagato lo stesso servizio e tragitto a prezzi e personaggi a dir poco completamente diversi. Due facce di uno stesso aggrovigliato mondo. Un taxista azzimato e giovanissimo, dallo sguardo torvo e fisso, ecco contrapporsi a quello di un padre di famiglia che preoccupato e assorto comunque continua a sorridere. Nonostante le difficoltà nel far quadrare il quotidiano bilancio famigliare, ha scelto la via più difficile: quella del buon pater familias.

Lungo la strada, all’imbrunire, sfrecciano persone e macchine che si fondono nei miei occhi, ormai lontani e assenti. Come pezzi di uno stesso puzzle, che si fa e disfa all’infinito, il paesaggio assume la forma gigantesca e indecifrabile del vicino Centro Commerciale Maya - il cui nome ha ben poco a che vedere con questa immensa cattedrale moderna, immersa in un habitat completamente al di fuori della sua portata. Nell’ovattato buio di questo Centro, intriso di cemento e assente luce, è una vita del tutto quotidiana e familiare che si mostra e srotola via lentamente e sempre più fluida. Qui dove in un angolo, discosto e buio, troneggia a sghimbescio l’ennesimo Mac Donalds. Qui dove tra le corsie di un supermercato, famiglie sorridenti e unite si dedicano alla propria spesa quotidiana, immerse in prodotti locali e fitte sfilate di oggetti industriali di altri paesi. Chissà mai perché quello che proviene da altre terre e industrie, è sempre più apprezzato e ambito rispetto alle proprie opere d’artigianato. Chissà…Bambini che ridono e giocano: uno spaccato di vita che non sempre si fa sinceramente così ben conoscere. Un vecchietto alle casse ci aiuta a imbustare la merce. Guarda benevolo Marialuce e ci sorride. Nella sua serenità, intrisa di affascinanti rughe ed infinite percorse strade, è come se stessero sepolte tutte le risposte che, da tempo, l’Universo in noi rincorre. Usciamo dal Centro che sono le 19.00. E’ buio denso. Con pazienza attendiamo un taxi, verso cui Marialuce continua a nutrire un forte senso di diffidenza. Questa volta arriva un padre di famiglia accompagnato dalla moglie che tiene stretta al petto un neonato. Il marito, tutto felice, le mostra il suo compenso giornaliero…lei sorride…a me si stringe il cuore…guardo quella mamma…i nostri sorrisi si incontrano delicatamente…non abbiamo bisogno di parole…tutte le mamme, che portano al collo un bimbo, sanno, indipendentemente dal luogo in cui lo hanno dato alla luce, che cosa sente e prova un’altra donna che ha generato la vita…e mai potrebbero barricarsi dietro al “non sento e vedo”… al “tu sei diverso”…

chissà poi perché il diverso spaventa sempre così tanto…chissà perché si vuole sempre annientarlo o comunque tentare di redimerlo, per renderlo il più possibile assomigliante e simile all’altro…chissà perché si fatica a capire che spesso il “Diverso” è stato la salvezza del mondo…

La Carretera Federal 307: lungo la strada nazionale verso Valladolid

Se noleggiare una macchina per allontanarci dalle mete turistiche è per noi la norma, quando si viaggia, questa volta abbiamo deciso che faremo un’eccezione. In Messico la stessa Polizia è tra i più corrotti e la prassi che qui vige è quella di fermare chi non è del luogo, perquisirne la macchina, trovarvi inevitabilmente della  cocaina - che la Polizia stessa vi ha abilmente nascosto - e portarvi via con loro. La presenza di bimbi piccoli non è certo poi un deterrente per trattenerli dai loro classici giochetti, che giustificano con la scusa di stipendi troppo bassi. E così Marco – abilissimo viaggiatore – questa volta, senza alcuna remora, decide per una guida fidata che ci possa accompagnare, in tutta sicurezza, oltre le classiche mete affollatissime e turistiche. Jesus, un messicano gioviale e allegro dal carattere ridanciano, ci accoglie con un sorriso immenso, conquistando immediatamente la nostra piccola ma esigente Marialuce. E così ecco il nostro ennesimo desiderio esaudito. Oggi avremo modo di sfiorare, in punta di piedi, senza invaderlo né sopraffarlo, quel mondo Maya che continua qui a emergere e sopravvivere.

“Non siamo un mito del passato, rovine nella giungla o negli zoo. Siamo persone e vogliamo essere rispettate, non essere vittime dell'intolleranza e del razzismo. » (Rigoberta Menchú**)

Ascoltando i racconti di Jesus, in un veloce e caliente spagnolo, ci lasciamo cullare dalla strada: un’immensa, affamata bocca che srotola la sua infinita lingua, attraverso una sconfinata giungla. Eccoci sulla Caretera Federal 307 – la Strada Nazionale che, partendo da Cancùn, arriva fin su al confine nord dell’intero Stato – Caretera che ci condurrà fino a Valladolid***, serpeggiando tra la giungla e i classici, colorati, allegri pueblos (paesini) di queste popolazioni maya.

Appena abbandoniamo il Quintana Rooho e passiamo nello stato dello Yucatàn, il paesaggio cambia radicalmente. E’ una fitta giungla quella che ci accompagna. Alte mura di vegetazione, rigogliosa e selvaggia, ci bloccano la vista oltre le pareti della nostra infinita strada; strada che si srotola come un nastro grigio a confezionare un paese intero. “Recuerda que tu familia te espera” - “Ricordati che la tua famiglia ti aspetta” - recita uno dei tantissimi cartelli autostradali che costeggiano la Caretera. Scritta volta a intimidire il guidatore nella sua classica rincorsa a una velocità assurda e prima…quella che annulla contorni e forme, significati e colori, essenze…sia per la strada, che nella vita…noi figli dell’alta velocità per antonomasia…immersi nella corsa, sfuggiamo in un paesaggio i cui contorni non fanno altro che sfumare in un qualcosa di indefinibile.

Ne approfitto per chiedere a Jesus di spiegarmi, a grandi linee, il mercato immobiliare messicano. ”La risposta è semplice – mi dice – qui, non sono propriamente gli edifici quelli che costano, ma bensì i terreni. Questo perché per noi la Terra continua a essere veramente Sacra. E’ Lei che ci ha accolti fin dalla nascita…ha sorretto i nostri primi passi…ha abbracciato le nostre prime cadute…ci ha cresciuto e protetti…ci tiene stretti, stretti…e saprà accoglierci nell’inevitabile, nostro, delicato e ultimo respiro…Per tutto questo e per tanto altro, è per noi un’ardua impresa decidere di venderla…”…cala su di noi un mantello spesso di silenzio e buio…impossibile non arrossire pensando alla nostra società, dove ormai di Sacro si riuscirebbe ad annoverare veramente ben poco o niente…

Marialuce dorme tra le mie braccia. La strada si restringe, diventa finalmente più umana e vera. Rallentiamo, passando attraverso uno dei paesini maya – Tikuch - che costeggiano la via. Marialuce si sveglia, quasi non volesse perdersi la magia di tutti questi curiosi occhi che ci scrutano attraverso trucchi dai tenui colori pastelli - rosa, azzurri e gialli. Occhi e trucchi che ornano pareti di minuscoli visi e basse case, tra costellazioni di un cielo dalle volte meramente a noi sconosciute. Ragazzini in bicicletta corrono, ridendo, lungo la polverosa strada, regalando al mondo le loro risate di serenità e gioia. Le scuole – tutte rigorosamente a piano terra – sono chiuse per festeggiare il Carnevale di Tulum****. Tulum, la città del tramonto. Quanti ricordi si affollano ai balconi spalancati della mia memoria che, dalla mozzafiato Tulum stessa, trapassano inevitabilmente alla splendida Chitchèn Itzà (sito maya tra i più importanti), a Cobà (a 42 km da Tulum) nel cuore della foresta yucateca, a Cozumel (a 71 km a sud di Cancùn) l’isola delle rondini, a Isla Mujeres così chiamata dagli spagnoli per le statue di figure femminili…

Una minuscola chiesa bianca ci saluta con la sua campanella, occhio nero che brilla e suona a festa; addirittura si potrebbe arrivare a pensare che abbia alzato una mano in segno di saluto, tanto sembra d’essere immersi in una fiaba colorata che gioisce e si rinnova. Amache e coperte dai colori accesi che rallegrano lo sguardo, tra varietà immense di arcobaleni e delicati fiori dai profumi intensi, svolazzano, come pesanti farfalle, lungo doline e valli di brezza lieve che s’intrufolano per le strade. Minuscole donne maya, in lunghe e impalpabili tuniche bianche, ricamate a mano con dovizia e amore, ci sorridono, mentre leggerissime sfiorano strade intrise di assetata, bianca polvere. Marialuce saluta con la manina, mentre il pueblo sfuma lentamente alle nostre spalle. Ci stiamo ormai avvicinando alle porte di Valladolid, ove un’imponente cattedrale si presenta, alla nostra vista, nella sua vastità immensa di costruzione realizzata con le pietre provenienti dalle stesse piramidi maya.

Mercato Maya

E’ una ridda di colori che ci abbraccia, mentre avanziamo verso il Mercado Municipal che si snoda lungo Calle 32 della città di Valladolid. Si tratta di un autentico mercato maya, dove la gente si reca per acquistare, a prezzi economici, capi d’abbigliamento, articoli per la casa, carne, prodotti ortofrutticoli e altro ancora, oltre che per pranzare nelle altrettanto economiche taquerìas. Il lato orientale è quello più pittoresco, con fiori e una gran quantità di frutta e verdura in vendita. Non sto nella pelle, finalmente potrò sperdermi in un angolo d’ombra, nel cui palpitante cuore si apre la vastità di un mondo ai più inafferrabile. Una sfilata d’archi, avvolti in un’eterea e soffusa atmosfera di serenità e gioia, ci anticipa un edificio, nel cui interno sfarfallano i colori e profumi dei prodotti più veraci e nutrienti della circostante campagna. Non è facile qui comunicare, dal momento che lo spagnolo s’inchina educatamente, lasciando spazio all’originale linguaggio yucateco, a noi completamente sconosciuto. Un’anziana piccina si avvicina a noi tutta sorridente, accarezza dolcemente Marialuce. In un angolo, la Madonna di Guadalupe veglia su questo luminoso tripudio di prodotti contadini e sui volti dei loro magici artefici: un vero Carnevale di luci e profumi che inebriano tutti i nostri sensi. E’ un mercato ricamato prevalentemente da donne e bambini che si muovono impercettibilmente: sinuosi come danzanti coleotteri o immobili cigni scuri, in un giardino che vive silente a ridosso della più animata città; città che qui non riesce a raggiungerci, regalandoci così un momento di completa astrazione.

Per preservare l’atmosfera coloniale del centro città, le autorità di Valladolid hanno limitato l’affissione delle insegne commerciali alle sole approvate in sede consiliare. Questo talvolta può rendere difficile individuare un locale o un negozio: occorre tenere gli occhi ben aperti e leggere anche le piccole insegne di carta affisse sulle porte aperte.

Basilica e Convento

Con gli occhi ancora immersi nelle immagini di meravigliose verdure e frutti, proseguiamo il nostro viaggio tra le animate vie di Valladolid e il suo rigoglioso parco.  Superato el Parque Francisco Cantòn Rosado – tra i cui ombrelli verdi, tutti cercano refrigerio e pace dalla calura del cocente sole - ci avviciniamo al Templo de San Bernardino (Chiesa di San Bernardino) e al Convento de Sisal dove alberi centenari, con i loro calzari bianchi di spessa calce, offrono ristoro e ombra a capannelli d’uomini alle prese con i loro discorsi e scarpe da farsi lucidare. Al di là di questa rigogliosa e verde barriera, si apre una piazza immensa, dietro la quale si erge, maestosa, un’imponente costruzione: sipario e fortezza per il nostro sguardo che così non si sperde nel cielo immenso e azzurro. Una famiglia messicana si ferma a salutarci, mentre la loro bambina fa una carezza alla nostra piccola Marialuce. Due mondi intrisi di colori completamente diversi stanno per incontrarsi, fondendosi in un sorriso immenso di cui si vorrebbe tutti farne, finalmente, parte. Scorrendo via all’interno dell’edificio, lungo stanze, corridoi e dipinti che giocano con colori morbidi di ombra e luce, mi sperdo nei racconti storici di questi posti, mentre uno scialle di ovattata, rosa, riflessa atmosfera mi rende quasi eterea: parte integrante di questa storia. Marialuce, dopo aver corso in lungo e largo ove possibile, esprime infine le sue personali preferenze. Eccola attratta da un bellissimo cane che dorme tutti i suoi più sereni sonni, affacciato a una porta che dà verso un rigoglioso e splendido verde giardino. Qui, un pittore straniero cerca di difendersi dall’attacco di numerose oche che a quanto pare non sembrano gradirne l’intrusione. Marialuce ride. Forse sta pensando che tutte le oche del mondo sono veramente identiche, e che la sua stupenda e affezionata oca Martina non avrebbe proprio nulla da invidiare a queste sue compagne messicane: scrupolose, vigili e attente, in tutto e per tutto; e anche un po’ pericolose per chi non le sa capire o forse più semplicemente rispettare.

Cenote Zaci, un regalo de la naturaleza

Il sole inizia a picchiare forte. L’ora si accinge a scivolare via lungo la sua corsia preferenziale dal nome  “hambre” – fame. Ci avviamo verso uno dei ristoranti, - in Calle 36 - dove gli abitanti di Valladolid e dintorni sono soliti andare a pranzare nei giorni di festa. Marialuce, appollaiata sul suo seggiolone di legno, gusta, tutta felice, la sua sopa de lime con tanto di croccanti nachos – i suoi preferiti; mentre noi adulti degustiamo i classici piatti regionali, immersi in un’atmosfera soffice di ombra e musica*. (*suonata da murachos bambini) In un angolo appartato, una nonnina in miniatura prepara le sue squisite tortillas, raccontandocene la produzione e storia. “Prima di tutto occorre impastare la masa – ci dice la signora orgogliosa – ovvero la tipica pasta. I chicchi - qui quasi sempre di mais, mentre nel nord del Messico sono per lo più di grano - sono cotti in acqua allungata con calce. Si fanno raffreddare e poi si macinano. Con la farina ottenuta si lavora una pasta che si divide in pallottoline; pasta che si stende fino a formare una focaccia rotonda e piatta, che viene infine cotta su di una piastra in ferro o su mattoni roventi”. Piatto polivalente, la tortilla è usata come pane oppure farcita di carne, verdure, pomodori, formaggio, fagioli e peperoncini piccanti. Una vera leccornia!

A pochi passi scorre il Cenote Zaci. E’ un’esperienza indimenticabile immergersi nelle acque verde smeraldo dei cenotes…sospesi tra terra e cielo…piovono immensi raggi di stalattiti gocciolanti e radici di àlamo…che dal centro del soffitto, come infinite piroette ornate di filtrata luce, penzolano dolcemente, giù, fino a sfiorarne l’acqua…balsamo benefico che ti massaggia il corpo indolenzito…rigenerandolo dalle lunghe camminate per arrivare a cotante meraviglie.

In visita ad una Famiglia Maya

E’ ormai giunta l’ora di ritornare sui propri passi. Ci lasciamo guidare dal nostro autista che sfila sulla strada del rientro, ma non senza metter prima in preventivo un’altra tappa, l’ultima e più intensa. A un certo punto, infatti, abbandoniamo la strada maestra per inerpicarci su di una stradina in mezzo al nulla. Dopo pareti e pareti di vegetazione e profumi, ecco apparire, sulla nostra destra, semplicissime capanne alternate a vasti giardini di immenso verde. Le abitazioni di campagna dei Maya sono, a tutt’oggi, capanne a pianta rettangolare con la struttura portante in legno, e tetti a falde ricoperti con fronde di palme. Le pareti sono costruite con pali o rami di bambù e gli interstizi spesso vengono riempiti con fango per tenere fuori gli insetti infestanti. Esattamente come i loro antenati, anche i Maya odierni preferiscono le amache ai letti. A una distanza compresa tra pochi passi e un’ora di cammino, da ogni capanna maya si estende una milpa (campo di mais); le tortillas di mais restano, infatti, uno degli alimenti base della loro dieta. Jesus, tutto orgoglioso e felice, ferma il suo efficiente mezzo davanti ad un giardino immenso, su cui fioriscono coloratissime amache che si riposano sperse in corolle di trasparente nulla. Saluta e ci invita a entrare, tra pietre e fango che si moltiplicano a dismisura. Varchiamo la soglia di una semplice capanna, mentre la nostra guida ce ne illustra la pianta. Sulla sinistra, di un unico ambiente, ecco la cucina – un mero tavolino al cui lato campeggia una piastra di ferro rovente - dove una meravigliosa farfalla maya sta preparando la classica tortilla. Sulla destra appare invece la camera da letto, dove diverse amache penzolano assonnate e lente da un soffitto di legno alto, protettivo e massiccio. Marialuce è al settimo cielo. Lei non si formalizza. Non percepisce le diversità profonde di questa spoglia casa, rispetto alle nostre che scoppiano di mobili e suppellettili spesso inutili. Lei che, a quanto pare, sa veramente badare all’essenza delle cose. Lei che riesce a cogliere solo il fatto che qui ci siano animali ovunque e una famiglia serena che dispensa, a tutti, tempo, sorrisi e gioia. Lei che si sente perfettamente a casa, qui in mezzo alla giungla. Lei, che gioca a rincorrere una cagnolina magra, magra e dolcissima per farle vedere un nastro azzurro che ha trovato per caso proprio lì per terra, in mezzo a tutto quel diluvio di pietre e affogata melma…lei…che veloce scorre via tra immobili sguardi color nocciola e movimenti lenti di un’altra civiltà ed era ormai obsoleta…lei…tenerezza che dispensa tenerezze…mentre io mi ritrovo, e mille volte sperdo, nel profumo struggente di questo posto, lontano dal mondo, immersa negli occhi timidissimi di una cerbiatta incinta…minuscola virgola di questo incredibile “racconto”, narrato in un angolo appartato e discosto di paradiso…dove si può arrivare a veramente decifrare, in un silenzio del tutto interiore, anche le più infinite e disparate sfumature estromesse un giorno dal nostro cuore...

…addensarsi di nubi all’incrocio con il più vasto e struggente rosso tramonto…

…nell’ora in cui tutto va più lento…un sospiro…un battito d’ali…un desiderio…

…ed è un vago tremore di stelle quello che mi palpita nel cuore…

…cuore che ancora non sa ahimè ben decifrare…

Cristina Vascon

 

La versione integrale con approfondimenti e foto del reportage: Messico Incompiuto di Cristina Vascon è presente in rete nel n. 3 di Domus Aurea 2011 www.edizionirendi.it

 

*Playa del Carmen, oggi terza città del Quintana Roo (pop. 100.000) in ordine di grandezza – ha visto la sua popolazione più che raddoppiata negli ultimi dieci anni ed è diventata la località di maggior tendenza di tutta la penisola dello Yucatàn (una passeggiata lungo la sua via pedonale, la Quinta Avenida, è un ottimo pretesto per guardare e farsi guardare). Adagiata tranquillamente sul lato sottovento di Cozumel, ha spiagge sempre affollatissime di turisti, nonostante le acque non siano limpide come a Cancùn o a Cozumel stessa, e neppure le sabbie siano magnifiche e fini come quelle di talco color champagne che caratterizzano invece il litorale più a nord. La cittadina vanta inoltre una posizione ideale: vicino all’aeroporto internazionale di Cancùn, ma sufficientemente a sud da permettere di raggiungere in tempi brevi Cozumel, Tulum, Cobà e altre mete degne di nota.

**Rigoberta Menchú Tum (Uspantàn, El Quichè, 9 gennaio 1959) è una pacifista guatemalteca, che ha ricevuto nel 1992 il Premio Nobel per la Pace, dato a lei "in riconoscimento dei suoi sforzi per la giustizia sociale e la riconciliazione etno-culturale basata sul rispetto per i diritti delle popolazioni indigene". Il premio le è stato conferito in parte per la sua biografia del 1987, Me llamo Rigoberta Menchú y así me nació la conciencia – “Mi chiamo Rigoberta Menchú e così nacque la mia coscienza” curata dall'antropologa Elisabeth Burgos.

“Si stima che vi siano 6 milioni di Maya viventi in questa regione all'inizio del XXI secolo; alcuni sono abbastanza integrati nella cultura moderna delle nazioni nelle quali risiedono, altri conservano uno stile di vita differente e più legato alle proprie tradizioni, spesso parlando i linguaggi maya. Le più vaste popolazioni maya sono negli stati messicani di Yucatán, Campeche, Quintana Roo, Tabasco e Chiapas, nonché nelle nazioni centroamericane di Belize, Guatemala e a occidente in Honduras e in El Salvador. Il gruppo più vasto di Maya moderni si trova nello stato messicano dello Yucatán, il cui nome si narra derivi da Yectean, esclamazione che significa più o meno "non ho capito". Così rispondevano le popolazioni cui gli spagnoli chiedevano il nome della propria terra: “Yectean”, “non ho capito”.  J. Eric S. Thompson, La civiltà Maya.

***Valladolid (45.868 ab.) è una graziosa cittadina del Messico meridionale, situata nel centro della penisola dello Yucatán. Dista circa 70 km dal celebre sito maya di Chichén Itzá, 150 km dalla città di Mérida, capitale dello stato federato dello Yucatán e 100 da Tulum. Essendo abitata principalmente da popolazioni maya vi è molto diffusa la lingua yucateca. La popolazione, molto ospitale e coinvolgente con la propria allegria, conserva ancora le proprie tradizioni, visibili soprattutto nell'abbigliamento femminile. La città, che deve il suo nome all'omonima città in Spagna, è stata premiata nel 2004 come città più pulita del Messico. Oltre all'incantevole giardino pubblico, centro di aggregazione per gli abitanti e luogo ideale per ripararsi dal cocente caldo, Valladolid offre ai turisti, ad est, in piazza San Roque, la Cattedrale di San Gervasio; mentre ad ovest, in calle 41 A, sorgono il Convento di Sisal e la Chiesa di San Bernardino di Siena, complesso religioso edificato verso il 1522, severo e arcigno, concepito come una fortezza per difendere i religiosi dall’inevitabile ostilità degli indios. Infine, oltre ad un impianto urbanistico caratterizzato da pittoresche stradine e bei palazzi dai caldi colori messicani, si segnalano diversi cenotes (fenditure del terreno che formano grotte con bacini di acque piovane un tempo fondamentali per i bisogni primari delle popolazioni autoctone); il più famoso di questi è il "cenote Zaci" (per buona parte aperto) in cui è possibile anche fare il bagno in acque trasparenti e pulite. Nei dintorni ci sono altri interessanti siti archeologici come, ad esempio, Ek Balaam, scoperto di recente in mezzo alla giungla e tuttora non completamente restaurato.

**** Tulum, la città del tramonto. L’unica città maya sul mar dei Caraibi, simile ad un fortilizio, circondata da una cinta muraria, era un avamposto di grande importanza strategica. Sorta nel tardo Periodo Classico, intorno al 900, è dedicata al dio, forse il Sole, che scende. Il sito sorge poco discosto dalla nazionale n. 307, mentre il paese si trova dall’altra parte della strada. Appena dentro, dopo aver superato l’Edificio 20, ci si trova di fronte al Tempio degli Affreschi eretto intorno al 1450 e più volte ampliato. Ne è dubbia l’attribuzione e l’archeologo Ruiz Lhuillier, nel 1968, ha deciso di identificarlo come l’edificio n. 10. All’interno ci sono pitture murali, abbastanza ben conservate, che rappresentano i tre regni dell’universo maya: quello dei morti, a sinistra; quello dei vivi, al centro; quello del dio creatore e del dio della pioggia, a destra. Di fronte si trova El Castillo, tempio fortezza, alto sul mare, che ha colonne decorate con serpenti a sonagli. A sinistra il Tempio del Sole che scende, con una sua immagine in stucco sopra il portale. A destra il Tempio delle Serie Iniziali. Vi è stata trovata una stele, risalente al 564, ora al British Museum di Londra. Una manciata di casette costituisce il paesino Tulum Pueblo. Anche le spiagge di Tulum, dalla sabbia finissima, sono molto suggestive, la più bella è quella a destra delle rovine, verso Boca Paila. La sua particolare posizione, sulla costa a picco sul mare, ha fatto sì che fosse la prima città Maya ad essere avvistata dagli spagnoli il 3 marzo 1517. La sua favorevole posizione geografica ne aveva in precedenza decretato la fortuna facendola diventare un importante scalo commerciale di prodotti quali pesce, miele, sale, ossidiana e piume di quetzal.

 

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