Ricordi d’estate
Una sera d’inverno stavo con la mia cuginetta, una ragazzina dell’età in cui la
scoperta dei sentimenti confonde il cuore. Ella mi chiese che cosa volesse dire
voler bene: difficile rispondere a qualunque età. Le narrai di un legame
particolare che molto m’insegnò.
Un decennio fa (avevo quindici anni) mi recai in vacanza coi miei genitori e la
sorellina Eva nella casa in collina.
Una sera udimmo rumori sospetti. Papà fece un sopralluogo: tutto tranquillo.
D’improvviso un tonfo!
Proveniva dal terrazzo: non notammo nulla d’insolito, finché s’udì un timido
miagolio. Un gatto sornione guardava giù dalla tettoia, dov’era atterrato
balzando da una finestrella dopo essersi intrufolato in soffitta. Si lanciò sul
parapetto, mostrandosi finalmente alla nostra vista.
Lungo e magro, coda "chilometrica": sembrava uscito da un cartone animato!
Era bruttino e poco curato tuttavia ispirava simpatia.
Tentammo d’avvicinarlo, ma saltò giù dileguandosi nella campagna scura.
In seguito fu identificato: Bumbu, il gatto dei vicini!
Si rifece presto vivo. Entrò sorprendendoci a tavola. Gli allungai un
bocconcino, esso dapprima esitò, poi l’accettò fuggendo.
- Ci vuol pazienza - disse la mamma - vedrete che pian piano acquisterà fiducia!
-
Difatti, le sue visite si fecero sempre più frequenti fino a diventare una lieta
abitudine.
Bumbu non era un gatto da salotto, piuttosto un’arma contro i topi, com’era
usanza in quella frazioncina di poche case e poche anime persa nel verde. Non
facendo pasti regolari, accettava volentieri i nostri inviti a pranzo, ma capivo
che cercava qualcosa di più: un po’ d’affetto.
Si prestava ai nostri giochi, esibendosi in buffe acrobazie in cambio di una
prelibatezza o lasciandosi stuzzicare con filo d’erba e calpestare la coda.
A volte il musino pareva atteggiarsi al sorriso. Gli parlavamo e pareva capisse,
chi può dire che non fosse così!
Al rientro in città fu triste il distacco.
Lo ricordavamo, seppur certe d’esser dimenticate.
Sbagliavamo. L’estate successiva, appena gli aromi della nostra cucina gli
solleticarono le nari, s’arrampicò sul terrazzo.
Trascorse tutte le vacanze con noi ed il nostro legame si fece più stretto. In
pratica, lo adottammo, o meglio fu lui che adottò noi come "padroni onorari"!
Ci scortava durante le passeggiate nel castagneto, tra il giallo delle ginestre
in fiore, oppure aspettava a casa ed era bello ritrovarlo ogni volta!
Oramai non utilizzava più per entrare il vecchio scomodo sistema della "scalata
al terrazzo", preferiva bussare con la zampina per farsi aprire!
Un pomeriggio, lo vidi dormire beato con una zampina sugli occhi per proteggersi
dal sole e mi sentii pervasa da un profondo senso di tenerezza.
L’alba della partenza stava accoccolato su un gradino; aprì a metà gli occhi
insonnoliti, rivolgendoci uno sguardo velato di sonno.
Ebbi un brutto presentimento che purtroppo l’anno dopo s’avverò. Infatti,
trovammo la sua casa deserta e lo aspettammo invano.
Abbandonato a se stesso, Bumbu era scomparso: nessuno ne conosceva la fine!
Mi mancavano quelle fusa esageratamente fragorose ed il suo terrazzo era spoglio
senza di lui!
Ero tristemente rassegnata, quando, una sera, un gatto del tutto simile a Bumbu
ci chiamò da sotto il terrazzo con lo stesso tono compassionevole che usava lui
per ottenere qualcosa.
S’accese un barlume di speranza destinato a svanire: si trattava di un gattaccio
selvatico che sempre, al calar delle tenebre, tornava.
Che cosa chiedevano quegli occhietti luminosi come fiammelle accese nel buio?
Forse solamente per quella somiglianza, ogni sera preparavamo una ciotola di
cibo nel portone ed esso, puntualmente, la ripuliva di soppiatto.
Eva ed io ci circondammo di altri mici in prestito, anche più belli, ai quali
trovammo nomi fantasiosi: Ulisse, Sam, Fiorello... ma nessuno colmava quel vuoto
di nome Bumbu.
Solo quando, spinto dalla fame, il Selvatico osò venirci incontro, alcune
cicatrici sul corpo ed altri segni particolari rivelarono la vera identità di...Bumbu!
Lui, così docile ed affettuoso, com’era potuto cambiare così?
La spiegazione era semplice: inselvatichito, aveva perso la fiducia negli umani.
Eppure, in fondo credeva ancora in noi, altrimenti non sarebbe venuto a
cercarci!
Debole, malandato, spelacchiato, con un orecchio mozzo e un occhio ferito, si
proteggeva minacciandoci se avanzavamo.
Miagolava disperatamente, come volesse confidare le sue pene, come se (proprio
come noi) avesse bisogno di aprire il cuoricino ad una persona amica!
Si muoveva verso di noi miagolando con disperazione e per la prima volta ne ebbi
paura.
Certo era facile amarlo quand’era un affabile giocattolo, ma ora... Capii in
quel momento di volergli bene davvero!
Lo accogliemmo con amore senza speranza di riceverne.
All’imbrunire, attendevo con Eva sul terrazzo che il mitico miagolio si
mischiasse alla musica di sottofondo, che giungeva fino a noi dal paese disteso
nella vallata, dove fervevano i preparativi per la festa.
Dove l’animale si nascondesse durante il giorno, rimase sempre un mistero.
Ci accontentavamo di spiare Bumbu dalla serratura per non spaventarlo mentre
mangiava sotto il portone, poichè sobbalzava ad ogni minimo rumore.
Un tempo battagliero, era indifeso e vulnerabile. La notte, udendo le risse fra
gatti stavo in ansia.
Per difendere il territorio che gli spettava di diritto, in sua vece, scacciai
gli altri mici. Fui un’ingrata con loro, ma ai sentimenti non si può comandare
mai.
Fu come ricominciare da capo. Di sicuro, non sarebbe più tornato il Bumbu di un
tempo, socievole e giocherellone, eppure la nostra comprensione iniziava a dare
piccoli frutti.
Purtroppo, proprio quando la bestiola appariva un po’ più serena e tranquilla in
nostra presenza, arrivò gente forestiera.
Il redivivo sparì di nuovo.
Mi sovvenne il dubbio che potesse essere ingiusto avergli dato un’effimera
illusione di conforto e d’amore, ma, al tempo stesso, desideravo rivederlo
almeno un’ultima volta.
Non meritava il randagismo con la capacità d’amore che possedeva.
-Avessi una macchina del tempo, ti porterei via con me per sottrarti al tuo
avverso destino! - Un’inutile bugia, tanto indietro non si torna mai.
Proprio quando le vacanze erano ormai agli sgoccioli, fece un’ultima fugace
apparizione, come un malinconico saluto. Lo raggiungemmo in cortile, ma esso si
rifugiò sul ramo di un albero.
Oh, no! Le nostre fatiche per tentare di riavvicinarlo agli umani erano state
dunque vane!
Un incontro breve, nel quale, con una caduta rovinosa ed i suoi modi buffi,
seppe farci sorridere come ai bei tempi!
Sentivo che quello era l’ultimo incontro, infatti, da allora non vedemmo Bumbu
mai più.
A parlarmi di lui, mi resta solo il disco che suonavano sempre alle giostre.
Quando l’ascolto, il suo ricordo rivive in me e ciò che ha saputo, forse
involontariamente, darmi, ha creato tra noi un legame indissolubile.
- In fondo era solo un gatto -, pensai, ma le lacrime mi rigarono il viso.
Intanto, fuori nevicava.
Gli orecchini della principessa misteriosa
La nostra storia inizia nel cuore di una grande città italiana: Milano.
Anno 1992, mancava una settimana a Natale.
Era calata la sera di una giornata fredda e grigia. Le vie del centro erano
affollatissime.
Le vetrine dei negozi erano contornate da fili dorati e da migliaia di lucine
colorate. In mezzo alla piazza, i palloncini di un grande abete addobbato per le
festività natalizie, s’illuminavano ad intermittenza. Era un andirivieni senza
sosta di gente carica di pacchi, pacchetti e pacchettini da regalare a familiari
e amici. All’ingresso dei negozi, tanti Babbo Natale rossi e bianchi
distribuivano caramelle ai bambini. Ma qualcuno sembrava non accorgersi di tutto
questo... Un uomo “avvolto” in un impermeabile più grande di lui e con uno
sciarpone a scacchi che gli copriva la bocca e tutto il naso; si vedevano solo
due occhi azzurri, dolci e malinconici, “nascosti” dietro gli occhiali; un uomo
che aveva da poco superato i trent’anni, piuttosto basso di statura, capelli
neri e ricci. Il suo nome: Franco.
Le mani in tasca, lo sguardo distratto, camminava fra la gente.
Si fermò davanti alla vetrina di un negozio di giocattoli e guardava con aria di
disgusto i soldatini allineati coi fucili puntati, quelli che, se premi un
pulsantino, il fucile si accende e sembra che spari davvero. Non mancavano i
videogiochi, di ogni forma e dimensione, ispirati a battaglie e scaramucce fra
supereroi e invasori spietati. I suoi occhi si rattristarono un altro po’,
perché ripensò a quel che gli era accaduto quello stesso pomeriggio.
- É davvero finito il tempo delle favole? - pareva chiedersi.
Franco lavorava a Milano. Era un giornalista e scriveva articoli per un famoso
giornalino per ragazzi, sul quale, però, da un po’ di tempo, non comparivano
altro che storie violente di lotte fra robottoni e androidi nemici: gli stessi
personaggi che invadevano anche le serie animate in tv.
Aveva deciso di parlarne alla direttrice, la signora Perfidia (una donna
bellissima ma fredda come il ghiaccio) e così fece proprio quel giorno. Ella,
però, fissandolo con sguardo severo gli rispose così: - Ti ascolterò solamente
se saprai dimostrare di essere più bravo di me! Per il momento, sei licenziato!
Non avresti dovuto osare parlarmi così! Ricorda, comunque, che se racconti e
fumetti del genere vengono pubblicati è perché ai ragazzi piacciono! -
Franco viveva a Vittuone, un paese in provincia di Milano, assieme ai suoi
genitori. Questi ultimi, in quei giorni non c’erano; si erano concessi una
vacanza in montagna e sarebbero tornati solo tre giorni dopo.
Quella sera, Franco non aveva assolutamente voglia di starsene a casa da solo.
L’unica idea che gli venne, fu quella di andare un po’ in giro per Milano. Prese
la linea gialla della metropolitana, deciso a scendere ad una stazione qualsiasi
e così fece. Quando, salita una lunga serie di gradini, sbucò fuori da un’uscita
(sempre qualsiasi), ebbe una sorpresa sgradita: piovigginava e lui non aveva
l’ombrello.
Avrebbe voluto intrufolarsi in un bar, ma non ce n’erano in quella zona.
Un momento dopo, pioveva a dirotto!
Franco camminava lungo un marciapiede, bagnato fradicio e senza meta, quando
arrivò ad una villa disabitata, dalla quale qualcuno diceva di aver udito
provenire dei rumori. Si era addirittura sparsa voce che ci vivessero delle
streghe!
Anche a Franco era giunta questa diceria, ma non ci credeva e, comunque, in quel
momento, avrebbe affrontato anche una strega pur di trovare riparo!
Il cancello era aperto e anche la porta d’ingresso. Entrò: regnava il buio e non
c’era nessuno, ma la casa appariva stranamente pulita e in ordine.
Franco, poverino, gocciolava e tremava, ma dal freddo, non per la paura delle
streghe!
Tolse l’impermeabile e la sciarpa e li sistemò su di un attaccapanni.
Ad un tratto, si udì un rumore e Franco trasalì.
Voltatosi, notò che la finestra, prima socchiusa, era aperta. I lampioni accesi
in strada gli permisero di vedere il gatto nero (con una macchiolina bianca
sotto il mento) che stava entrando.
- Sei soltanto una gattina! Mi hai spaventato, sai? Sei randagio, vero? Dai,
vieni qui! -
Il gatto saltò dal davanzale della finestra all’interno della villa, ma non si
avvicinava a Franco, anzi, cercò di scappare su per le scale che conducevano al
primo piano. Il giovane, anch’esso con scatto felino, riuscì quasi a prenderlo e
gli diceva: - Non fare così, voglio solo farti una carezza! -
La gatta soffiava e miagolava con tono feroce, tentava di graffiarlo, sempre,
però, evitando di farsi toccare. Fece per saltargli addosso, ma fu proprio a
questo punto che Franco riuscì a sfiorarla con la punta delle dita e allora, nel
giro di pochi secondi, accadde qualcosa d’incredibile!
La micia rimase prima sospesa nell’aria e poi svanì, ma Franco si sentì piombare
addosso qualcosa di più pesante di un gatto, nonostante fosse invisibile!
- Aiuto! Le streghe! - gridò terrorizzato.
Non sapeva che cosa fare né riusciva a pensarci.
Tutte le luci della casa si accesero improvvisamente ed ecco apparire, fra le
sue braccia, una giovane donna!
I suoi folti capelli biondi, mossi, che le arrivavano fino alle ginocchia, erano
di pochi centimetri più lunghi del vestitino rosa confetto e semi-trasparente.
Era una figurina snella e bassina. Nonostante il freddo, camminava scalza.
Aveva il faccino sprofondato nel maglione azzurro di Franco, poi lo sollevò e
aprì piano due begli occhi castani: un visino come ce ne sono tanti, ma dai
lineamenti gentili e molto grazioso nella sua semplicità.
- Tu non sei una strega - disse Franco - sei una fata! -
Ella, con un sorrisino appena accennato sulle labbra, gli fece segno di no con
la testa.
Fece per andarsene e gli disse con una vocina dolce: - Per favore, non dire
niente a nessuno... Mi fido di te, uomo della Terra! -
Franco la fermò, afferrandola per un polso.
- No, lasciami! Ti supplico, vai via! Dimentica di avermi vista! Lasciami
andare... Mi stai facendo male! -
- Scusami tanto! Stai calma, so mantenere un segreto! Però, voglio che tu mi
dica chi sei. Voglio parlare un po’ con te! Non puoi chiedermi di dimenticare e
poi... avresti il coraggio di rimandarmi sotto quell’acqua senza ombrello? -
La ragazza lo condusse in cucina, dove accesero il caminetto perché Franco
potesse asciugarsi e riscaldarsi.
Per conquistarsi la fiducia della ragazza, Franco fu il primo a presentarsi e a
parlare di sé. Poi, la misteriosa fanciulla, raccontò la sua triste storia.
- Il mio nome è Elma. Provengo dalla prima regione del “Pianeta Delle Diverse
Stagioni” e precisamente dalla “Montagna Dell’Inverno”. Sono la figlia del re e
della regina di questa montagna. -
- Incredibile! Sei un’extra-terrestre, una principessa extra-terrestre! Ma che
cosa ci fai qui? -
- Devi sapere che sulla mia montagna esiste una legge antica, la quale prescrive
che ad ogni bambina appena nata venga donata una bambola ornata di un paio di
orecchini fatti di un materiale preziosissimo che si trova soltanto nella nostra
regione. Sto parlando del “cristalghiaccio”, una sorta di ghiaccio che non si
scioglie e al sole risplende di tenui riflessi di mille colori. Questi
orecchini, vengono poi fatti indossare alla proprietaria della bambola il giorno
in cui compie venticinque inverni di vita, cioè un quarto di secolo, diventando
maggiorenne. In questo giorno, si tiene un grande ricevimento a casa della
giovane, durante la quale la festeggiata ha la possibilità di scegliere tra gli
invitati l’uomo che sposerà. Nella nostra regione, non c’è nulla di più prezioso
del “cristalghiaccio”; è l’orgoglio della montagna! Per questo, ognuna ha il
dovere di custodire con la massima cura gli orecchini come la bambola che deve
portarli per ben venticinque anni. Cadendo, il “cristalghiaccio” si rompe;
quindi, per evitare che ciò accada, è assolutamente vietato giocare con la
bambola: regola che ogni bambina rispetta a fatica! Quante volte avrei voluto
tirarla fuori dall’armadio e giocarci, ma non l’ho mai fatto! Sai, nella mia
cameretta, mia e di mia sorella, c’è una grande libreria dietro i nostri letti;
a noi due, non piace metterci solo i libri, ma anche piccoli soprammobili e
oggetti colorati. Oh, uomo terrestre, ricordo quel giorno come fosse ieri...Andai
a prendere un libro e uno dei soprammobili cadde, riducendosi ad una miriade di
minuscoli frammenti! Quel vuoto sulla libreria non stava per niente bene! Con
che cos’avrei potuto sostituire la statuetta? Ahimè, pensai subito alla bambola!
In fondo, avrei dovuto semplicemente appoggiarla lì. Che cos’avrebbe potuto
succederle? Purtroppo, quel giorno dovevo proprio avere le mani di pastafrolla!
La bambola mi sfuggì di mano; cadendo a terra, uno degli orecchini si spaccò in
due parti, mentre l’altro rimase all’orecchio della bambola, intatto. La nostra
legge prevede punizioni severe per chi non ha cura dei preziosissimi orecchini e
io l’avevo combinata grossa! Il gioiello era rotto irrimediabilmente: proprio io
che, essendo la principessa, avevo il paio di orecchini più belli e lussuosi di
tutte e che avrei dovuto dare il buon esempio conservandoli con ogni riguardo
per poterli poi portare degnamente ad ogni cerimonia importante di palazzo;
proprio io avevo compiuto quella leggerezza! Sapevo che non l’avrei passata
liscia e infatti, il mio bravissimo ma severo papà, anche se a malincuore,
scelse la pena maggiore: l’esilio in un pianeta straniero! Il Consiglio di Corte
decise per la Terra, così il giorno seguente partii fra le lacrime e la
commozione generale. L’autista di papà mi accompagnò qui con la nostra
astronave. Per caso, ci fermammo, in una notte buia, quasi davanti a questa
villa: era una dimora ideale... ed eccomi qua! Sono trascorsi quasi sei mesi
ormai, ma credo che non m’abituerò mai a vivere lontano da casa, dalla mia
gente! Nessun terrestre avrebbe mai dovuto sapere di me e del mio pianeta, per
questo sono sempre qui tutta sola; non posso neppure farmi vedere in giro, così
passeggio nel grande giardino della villa sottoforma di gatta; ma tu, poco fa,
toccandomi, hai fatto svanire la mia magia! Te lo ripeto una volta ancora: per
cortesia, di tutto questo, non farne parola con nessuno! -
- Non chiamarmi più “uomo terrestre”! Ti ho già detto che è Franco il mio nome!
Il tuo, invece, senza offesa, è così buffo! -
- Oh, non mi offendo! Del resto anch’io trovo strano il tuo! Lo so che il nome
Elma non esiste sul tuo pianeta, però, penso si possa tradurre con (fammi
pensare)...Oh, sì! Elma corrisponde al nome terrestre... Cristina! -
- Allora, se non ti spiace, ti chiamerò così! Toglimi ancora una curiosità: non
hai freddo così vestita? -
- Sulla mia montagna regna il freddo, di conseguenza noi che vi abitiamo, non lo
soffriamo! Però, più tempo trascorro sulla Terra, più somiglio ad una ragazza di
questo pianeta... Infatti, frequentemente mi capita di sentire dei brividi! -
- Mi dispiace tanto, credimi! Quanti anni hai, Cristina? -
- Questo è il mio ventiquattresimo inverno di vita! Insomma, ho ventiquattro
anni, come dite voi terrestri! -
Cristina abbassò lo sguardo mesto. Dopo tanti mesi di solitudine, era bello
potersi confidare con qualcuno!
- Franco, voglio che tu sappia che non sono arrabbiata con te perché mi hai
scoperto! Mi fido di te, sono certa che non rivelerai il segreto! -
- Cristina, tornerai mai sul tuo pianeta? -
- Secondo la nostra legge, ci sarebbe un’unica possibilità... Dovrei trovare
qualcuno disposto ad accompagnarmi sulla “Montagna dell’Inverno” per superare
assieme una prova... Non so in che cosa essa possa consistere, ma sarà
sicuramente molto pericolosa. Il Principe Adone della seconda regione, la
“Pianura della Primavera” si è offerto di aiutarmi, ma è sempre così impegnato
con suo padre nel governo del regno, che non gli è possibile lasciare quel
luogo! -
- É tuo amico questo principe Adone? -
Cristina arrossì.
- Adone mi vuole bene... Era già deciso che il prossimo inverno sarebbe stato
l’ospite d’onore ai festeggiamenti per il mio venticinquesimo compleanno. In
quell’occasione avrebbe chiesto la mia mano. Pensa, sarei diventata la
Principessa della Primavera! Adone è bellissimo, sai? É alto, forte, biondissimo
e i suoi occhi... Oh, l’erbetta primaverile della sua pianura invidia il loro
colore! -
Per cambiare argomento, Cristina prese dal tavolo un quaderno e lo porse a
Franco.
- Contiene racconti scritti da me. Sembrerebbero di fantasia, invece è realtà
del mio pianeta. Ora ti spiego: tutto ciò che mi serve per vivere mi viene
mandato dalla mia montagna: l’incaricata è mia sorella Gonglì, di “dodici mesi
per otto” (ossia di otto anni) più giovane di me. Quando viene ne approfitta per
fermarsi un attimino con me e ha ogni volta qualcosa di nuovo da raccontarmi. É
sempre informatissima su tutto ciò che avviene non solo sulla nostra montagna ma
nell’intero pianeta. Ed è così brava e vivace nel raccontare che l’ascolterei
per ore! Purtroppo non può essere così perché le sue fugaci visite devono durare
solo il tempo strettamente necessario... Quando se ne va, scrivo le storie che
ho udito da lei. Mi appassiona moltissimo scrivere, al punto da riuscire a veder
scorrere, tra i fogli bianchi che si riempiono a poco a poco di parole, le
immagini, le scene, i personaggi che descrivo! Così, ho quasi l’illusione di
essere là, sul mio pianeta... -
Per un momentino, i due stettero zitti, finché fu Franco a rompere il silenzio:
- Cristina, ho deciso: ti aiuterò io! Posso, anche se sono terrestre, vero?
Portami con te lassù, sbaraglieremo ogni ostacolo, vedrai! -
Cristina si sedette sul divano accanto a lui con l’aria trasognata.
- Oh, Franco! Non saprei come ringraziarti! Hai un cuore d’oro! -
L’espressione sul viso della ragazza era cambiato: sulle sue labbra splendeva un
sorriso radioso, finalmente!
Il giovane, riscaldatosi al tepore del fuocherello, si lasciò sopraffare dalla
stanchezza e, al termine di una giornata non molto felice ma terminata con
quell’esplosione di misteri ed emozioni, si addormentò!
Cristina gli tolse gli occhiali e gli mise una coperta addosso e un cuscino
sotto la testa.
Ripresa la sua espressione seria, se ne andò a dormire anche lei.
Franco dormì profondamente tutta la notte e sognò tanti ometti verdi che
sbarcavano da altrettanti U.F.O. che viaggiavano qua e là nel cosmo.
* * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * *
Albeggiava quando Franco si svegliò e, sbadigliando, si domandò guardandosi
attorno: - Dove sono? Ah, già! Il gatto, la pioggia, la fanciulla spaziale... -
In quel preciso istante, si sentì bussare ed entrò Cristina, coi capelli
raccolti in una trecciona.
Istantaneamente, Franco ricordò l’impegno preso: - Cristina, andiamo subito? -
- Franco, io ti ringrazio ancora, ma... ieri sera, eri così entusiasta e io così
contenta e commossa che non ho avuto il coraggio di deluderti... Franco, io sono
una principessa e (sempre secondo la nostra legge) può essere mio compagno
nell’impresa soltanto un principe! -
Franco pensava fra sé e sé: - Non capita tutti i giorni un’occasione così... Non
posso lasciarmela sfuggire! Racconterò l’avventura per il giornalino...
Dimostrerò di essere migliore della direttrice! Dovrà accettarlo e mi riassumerà
subito! Se si sapesse ora di Elma, un’extraterrestre sulla Terra, chissà che
cos’accadrebbe... ma quando sarà al sicuro sul suo pianeta, non ci sarà motivo
di tenere la storia segreta! -
Non pensare che Franco abbia offerto la sua collaborazione a Cristina solo per
poter poi trarne articoli di giornale! Era un ragazzo buono e sensibile, dai
nobili sentimenti e, nonostante l’avesse appena conosciuta, gli stava molto a
cuore il destino della giovane. Il fatto è che aveva raccolto come una sfida le
parole della signora Perfidia e che, ovviamente, rivoleva il suo lavoro; ma
ritieni sia giusto far colpo sui giovani lettori del giornaletto con una storia
che non avrebbe dovuto essere raccontata?
Ad ogni modo, per entrambe le motivazioni Franco fu spinto a dire alla fanciulla
una bugia: - Cristina, ieri sera non te l’ho detto, ma... io sono un principe!
Sono il principe di... una bella cittadina che ha nome Magenta! -
- Dici davvero? Oh, chi l’avrebbe detto!? Allora, non c’è nessun problema:
accetto volentieri il tuo aiuto! Mi metterò telepaticamente in contatto coi
miei, i quali ci teletrasporteranno lassù! -
- Perfetto! Prima però... voglio che tu visiti con me la città! -
- Mi piacerebbe... ma non posso, lo sai! -
Franco ebbe un’idea.
Innanzitutto, prese una forbice e le accorciò di un bel pezzo i morbidi capelli.
Aspettò che i negozi aprissero, uscì di corsa e tornò portando dei pacchi
infiocchettati.
Uno conteneva un bel vestito, semplice e colorato e che s’intonava alla
perfezione coi bei capelli biondi e col colore degli occhioni di Cristina.
Dentro un’altra scatola, c’era un paio di eleganti scarpine.
Cristina, un po’ imbarazzata e stupita, andò in camera sua e indossò l’abito e
le scarpette; poi tornò dall’amico.
- Ti dona molto, sai? Così hai l’aspetto di una ragazza terrestre, nessuno si
accorgerà che non sei una di noi! -
Franco aprì l’ultimo pacco: ne uscirono una pelliccia sintetica e una bella
borsetta.
- Il tocco finale! - disse Franco.
Specchiandosi, Cristina rise, ma, in fondo, le piaceva il suo nuovo look.
- Mi sento un po’ buffa! -
- Sei bella Cris, credimi! -
- Grazie, Franco! - disse lei, arrossendo. - Ho un po’ paura... non sono
abituata alle auto, alle moto, ai tram, del caos cittadino... pensa che sul mio
pianeta viaggiamo ancora in carrozza! -
- Non preoccuparti, stammi sempre vicino! -
Finalmente, i due uscirono.
Aveva smesso di piovere. Ora, il cielo bigio sopra di loro prometteva la prima
nevicata della stagione.
Cristina, era affascinata da tutto ciò che vedeva. Franco, era affascinato da
lei, dai suoi occhi, nei quali non rimaneva nulla del velo di tristezza che, la
sera prima, li offuscava.
Camminarono a braccetto per un po’, poi Franco propose di prendere la
metropolitana.
- Franco, dove mi porti? - chiese Cristina scendendo le scale - A queste
profondità, sul mio pianeta, ci vivono degli animali chiamati talpe. Non li
avete sulla Terra? -
- Ma certo! Questa volta, però, le talpe saremo noi! Ti piace l’idea? - le disse
Franco scherzosamente.
Giunsero in centro e Franco decise di portare l’amica a fare un bel giro fra le
bancarelle lì schierate in occasione delle feste di Natale.
Cristina non avrebbe più voluto scendere dalla metropolitana, che denominò il
“treno delle talpe giganti” e che la colpì a tal punto da volerla portare con sé
sul suo pianeta!
Comunque, lietamente continuò a seguire Franco. Questi si procurò una macchina
fotografica e, di tanto in tanto, scattava qualche foto a Cristina.
Si trovarono nello stesso punto della città dove la storia è cominciata ma, al
nostro simpatico protagonista, sembrava molto diverso.
Quello stesso albero di Natale a cui neanche aveva fatto caso, ora lo trovava
stupendo.
Ora sì che sentiva nell’aria di quella fredda giornata la calda atmosfera
natalizia e anche Cristina la respirava.
Su di una bancarella di giocattoli, fra robot e mostriciattoli, faceva capolino
un tenero pupazzetto: un topolino vestito in jeans e maglietta, dal simpatico
musetto e baffi lunghi.
Cris lo notò subito: - Guarda, quant’è grazioso! -
Franco glielo comprò.
Continuando la passeggiata e visitando il Castello Sforzesco, Cristina accarezzò
ininterrottamente il topino, stringendolo fra le mani. Ora che tornavano a casa,
le grandi orecchie del topo, prima all’insù, pendevano per le troppe carezze
ricevute sulla testolina; non ci fu verso di farle tornare a posto, ma era
carinissimo lo stesso! Persino la boccuccia si era scolorita e fu ridipinta con
un pastello rosso.
- Sul mio pianeta, non ho mai visto topolini di peluche come questo. Lo terrò
sempre con me e mi ricorderò di te, Franco! -
Quella fu, senz’ombra di dubbio, una mattinata indimenticabile per entrambi!
* * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * *
Nel pomeriggio Cris, speranzosa, disse al ragazzo: - Franco, è ora di andare, ma
sei ancora in tempo a tirarti indietro! -
- No! - rispose lui più che mai deciso.
- Allora, vado subito a prepararmi, anzi... no! Terrò questo vestito, è così
bello! -
Ciò detto, gli si mise accanto e un raggio di colore blu elettrico che entrò
dalla finestra li avvolse. Prima ancora che ebbe il tempo di accorgersene,
Franco si trovò così, con Cristina, sulla Montagna Dell’Inverno: in quel mondo
gelato, dove la terra era ricoperta da quasi mezzo metro di neve, caduta durante
tutto il giorno precedente e ghiacciata durante la notte; là, dove faceva un
gran freddo e nessuno lo soffriva, tranne, forse, gli alberi dai rami
ingigantiti dalla neve.
Franco, trepidante per l’eccitazione, si guardava attorno, cercando d’imprimersi
nella memoria ogni immagine, ogni particolare come in un dipinto.
Forse, in quel luogo, in quel momento, l’unico angolo dove il gelo si sciolse fu
l’animo di Cristina, rincuorata dal tanto sospirato ritorno a casa e dal fatto
che la fiducia riposta nel “Principe di Magenta” le suggeriva che sarebbe
rimasta.
Si trovavano nel mezzo di una strada nei pressi della ferrovia che collegava
quella regione con le altre tre; davanti a loro, si fermò la carrozza mandata
dai genitori di Cristina a prenderli.
Non appena furono saliti, il cocchiere lanciò al galoppo i due cavalli, più
bianchi della neve che li circondava e tirati a lucido.
Mentre si dirigevano verso la reggia, Cristina aveva il viso a tratti sereno e a
tratti preoccupato.
Dopo un breve tragitto, la carrozza varcò il cancello spalancato della reggia.
A fianco della ragazza, Franco, che sentiva sempre più il freddo pungente
penetrargli nelle ossa, salì (non senza qualche inevitabile scivolone a causa
del ghiaccio che gli scricchiolava sotto i piedi) l’interminabile scalone che
conduceva davanti alla splendida porta di legno intarsiato e con le maniglie di
cristalghiaccio.
Una camerierina venne di corsa ad aprire, accogliendo la stimata principessa,
con un rispettoso inchino e salutando cordialmente anche il suo compagno; fu
sempre lei ad a scortare i due al cospetto di re King e della regina Betty.
Tra i loro due troni di “cristalghiaccio”, seduta su di un cuscino decorato con
disegni divertenti, se ne stava una ragazza molto somigliante a Cris nei tratti
del viso, con un paio di occhioni scuri e svegli. La distinguevano da Cris il
visetto birbante e i capelli verdi corti come quelli di un maschietto. Era
vestita di una maglietta leggera bianca e di una minigonna fiorata. Avrai capito
che si trattava di Gonglì.
- Benvenuti! - gridò allegramente - Benvenuti! -
Il re fissava severissimo Cristina e Franco. Per non parlare dello sguardo
penetrante della regina: impossibile reggerlo per Franco, il quale, per nulla a
suo agio, abbassò il suo.
Betty era una raffinata signora di mezza età: due caratteristici occhi neri come
il carbone, un misto di dolcezza, fierezza e severità. I folti capelli corvini
le cadevano lisci sulle spalle lasciate scoperte dal lungo e stretto vestito
color verde-mela, in seta e ornato di pizzi, che metteva in risalto le forme del
suo corpo quasi perfetto.
Il re: stessi capelli e occhi della figliola Cristina, barba curatissima,
sfoggiava orgogliosamente un’elegante uniforme definita “divisa reale”.
Senza nessun preavviso, il pavimento si aprì sotto i piedi di Franco e questi si
trovò, chissà come, solo solo su di un isolotto dove la temperatura era di molti
gradi al di sotto dello zero. Attorno a lui, uno sconfinato lago ghiacciato;
ovunque era buio e silenzio: non si udiva il minimo rumore.
Non capiva e sentì dentro un profondo senso di smarrimento, ma prima ch’ebbe il
tempo di avere paura, udì la voce tuonante di re King: - Principe terrestre, lì
dove sei vi è una porta, una sola che, attraversandola, ti riporterà qui... ma
dovrai prima trovarla! Coraggio, hai tre possibilità: avanti, dov’è secondo te?
-
Nel tronco di un albero imponente che gli stava davanti, a pochi passi di
distanza, v’era una porticina. Franco andò ad aprirla, ma scoprì semplicemente
la dimora di una famigliola di scoiattoli: una casetta arredata con gusto,
abitata da papà e mamma scoiattoloni e quattro teneri scoiattolini, uno dei
quali, nel veder aprirsi la porta si spaventò e, interrotti i suoi giochi, cercò
protezione aggrappandosi saldamente al grembiule della mamma!
- Tranquillo, tesoro! - disse lei, rassicurante, posandogli amorevolmente una
zampa sul capino.
- Scusate il disturbo! - disse Franco e chiuse la porta.
Secondo tentativo: alla sua destra, vi era un muro alto, dove prese ad apparire
e sparire ad intervalli regolari una grande porta.
Seconda delusione: quando, grazie ai suoi riflessi pronti, riuscì ad afferrare
la maniglia, la porta non sparì più, ma dietro... non c’era che il NIENTE!
A Franco passò nella testa, veloce come un lampo, la spiacevole prospettiva di
rimanere intrappolato in quel posto sconosciuto e angosciante, ma non si
demoralizzò.
Non vedeva altre porte, però! Dove cercarla?
Solo quando riuscì a stento a cercare e trovare dentro di sé la calma, si
concentrò e ricordò da dove proveniva la voce di King. Non aveva dubbi: da sotto
lo strato di ghiaccio che ricopriva il lago!
Per maggior sicurezza, chiamò: - Cris, mi senti? -
- Sì, Franco! Io sono sempre nella sala del trono! -
“Ho capito!” Pensò il giovane e, senza esitazioni, si buttò a capofitto nel
ghiaccio che si ruppe con un gran rumore e le cui schegge si sparsero per l’aria
assieme a spruzzi d’acqua.
Franco, dopo un breve voletto, atterrò sul pavimento della sala del trono!
- Bravo, Franco! Ti sei fatto male? - disse Cristina.
- Tutto O.K., per fortuna! -
Il re prese la parola: - Complimenti, terrestre: hai capito che la porta, in
realtà, non era una vera e propria porta! Hai superato il test che mi serviva
per verificare le tue capacità! Ma non è nulla in confronto a ciò che vi
attende! Comunque, brava, Elma, a quanto pare ti sei trovata un buon compagno!
La regina, a quel punto, spiegò loro la famigerata prova che il consiglio di
corte aveva stabilito per loro: i nostri amici si sarebbero dovuti recare nella
“Foresta Gelida”, da qualche anno regno del mostruoso e mastodontico
Tirannosaurus Rex. Questi in realtà era stato un pacioccone e buon tirannosauro,
come ce ne sono ancora un buon numero sul “Pianeta delle Diverse Stagioni”!
Era un tipo allegro, alla buona, sempre gentile con tutti, almeno finché non
prese la cattiva abitudine di innervosirsi per ogni minima cosa e divenne sempre
più triste e deluso. Oltre a non essere lui stesso sereno, divenne allora un
tormento per tutti gli “inverniesi” (abitanti della “Montagna dell’Inverno”):
cominciò infatti a far dispetti e brutti scherzi, a spaventare tutti coloro che
si trovavano a passare nella “Foresta Gelida”, da allora, appunto, considerata
suo territorio dal quale stare alla larga!
La sua crudeltà aumentava al diminuire della sua voglia di vivere, al crescere
del suo insopportabile malumore, fino a portarlo al disprezzo nei confronti di
tutti, di ogni cosa, del mondo intero e della sua stessa esistenza.
Chiuso nella sua perenne insoddisfazione, nulla gli dava più piacere, come se
avesse cancellato la parola “gioia” dal suo vocabolario. Parevano divertirlo
solo le lacrime dei malcapitati che finivano nelle sue grinfie. Il suo egoismo
cronico era ormai contagioso e trasmetteva ansia e panico sulla tranquilla
montagna che aspirava, invece, ad essere un luogo di pace.
King e Betty erano riusciti ad affidare proprio a lui in custodia un orecchino
perfettamente identico a quello distrutto da Cristina.
Il mostro, che ormai vantava nella sua collezione di brutte qualità anche
l’avidità, ormai impadronitosi del gioiello, avrebbe fatto certamente di tutto
per non restituirlo!
Ebbene: Franco e Cris, dovranno proprio riuscire a portarglielo via!
* * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * *
Ancora una volta, Franco non volle mancare alla parola data, così, con Cris,
s’incamminò verso la foresta. Gonglì (a proposito, sulla Terra si chiamerebbe
Barbara) volle a tutti i costi seguirli. Non riuscendo a dissuaderla, il re
glielo permise.
Portarono con loro anche Kitti, la gatta parlante di Cristina, nera, con solo
una stellina bianca sotto il mento: era proprio da lei che “prendeva
ispirazione” per le sue trasformazioni.
Una mezz’ora dopo, eccoli a destinazione.
La “Foresta Gelida” era impressionante; persino i “cra cra” delle cornacchie,
risuonavano come versacci spaventosi.
Al di là di alcune querce secolari, seminascosto da giganteschi sempreverdi, già
s’intravedeva una costruzione simile ad un vecchio castellaccio mezzo diroccato:
la cupa abitazione di Tirannosaurus Rex!
Cristina, con la voce tremante per la tensione ormai alle stelle, disse a
Franco, quando vi giunsero proprio davanti: - Proviamo a bussare: forse se
chiederemo al mostro l’orecchino usando la parolina magica “per favore”, non ce
lo negherà e, soprattutto, non ci farà nulla di male! -
Decisero di tentare.
La porta si aprì con un cigolio tetro. Ad aprire, venne un pipistrello gigante
con la malvagità dipinta sul viso: il maggiordomo di Tirannosaurus!
Con la sua voce quasi più tremenda dello sguardo, Strellodattilo (era questo il
nome del pipistrello) domandò loro bruscamente: - Che cosa volete dal mio
padrone? -
Franco, dapprima impietrito dal terrore, trovò poi il coraggio di rispondere
balbettando: - Se fosse disposto ad ascoltarci gentilmente un attimo, vorremmo
parlargli dell’orecchino che custodisce. -
A quanto pare, il mostro non era affatto d’accordo: dall’interno della casa,
questi aveva udito le parole di Franco e si precipitò, infuriatissimo, dai
nostri amici.
Ad ogni passo del mostro, la terra sotto di loro tremava sempre un pochino di
più!
Eccolo, era ormai quasi giunto all’uscio!
BUM, BUM, BUM...I passi del mostro rimbombavano nell’aria silenziosa.
Il gruppetto terrorizzato ebbe un’unica idea: darsi alla fuga a gambe levate!
- Strello, inseguili, catturali e portameli qui! - strillò Rex al fedele
maggiordomo che, prontamente, cominciò ad inseguirli di corsa!
Kitti si tramutò in un favoloso esemplare di cavallo alato bianco con ...una
macchietta a forma di stella nera sotto il mento!
Sul suo dorso, trovarono posto sia Franco che le due sorelle.
Con gran rapidità, spiccò il volo, ma Strellodattilo fece altrettanto gettandosi
a razzo al loro inseguimento lassù nel cielo!
Niente paura, però, perché Kitti dimostrava una maggiore abilità del volo
rispetto al pipistrello e riuscì, senza difficoltà, a distanziarlo.
Le ali dei due fendevano l’aria agitandosi forte.
- Non possiamo - disse Franco - continuare a fuggire! Dovremmo tornare indietro
e affrontare Tirannosaurus: altrimenti non avremo mai l’orecchino! -
- Hai ragione! - gli rispose Cristina - Ho tanta paura, ma non posso arrendermi!
É troppo importante per me riuscire in quest’impresa! -
- Se ci fosse un modo per “dare una calmata” a Tirannosaurus...Da quello che ho
capito, non è cattivo, ma solo sempre esageratamente nervoso e la sua vita è
così triste da fargli detestare il prossimo e tutto ciò che lo circonda! Se
potessimo provare a fargli prendere una camomilla! -
- Dai, Franco - s’intromise Gonglì - non è il momento di scherzare! -
In quel momento, certo i nostri amici non s’aspettavano che Strellodattilo
facesse ciò che, in effetti, fece e cioè... passare all’attacco con la sua arma
segreta: i “raggi ADDORMENTONI”!
Si trattava di raggi ch’egli aveva il potere di emettere dagli occhi e
addormentavano chiunque ne venisse colpito!
Blu, fucsia, violetto e poi gialli, rossi, verdi...Gli occhietti del pipistrello
lanciavano raggi di ogni colore!
Povera Kitti, costretta a fare lo slalom tra tutti quei raggi per evitarli!
Per Cris e gli altri, era un continuo alzarsi e abbassarsi, spostarsi a destra e
a sinistra e poi di nuovo su e giù ad un ritmo estenuante!
Per un po’ le loro acrobazie valsero a proteggerli, finché il mostro non
intensificò la dose di raggi.
Cristina era ormai in tilt, non capiva più come doveva muoversi e un raggio
arancione puntava dritto verso di lei!
Franco le fece scudo col suo corpo e fu colpito al suo posto!
- Atterra, Kitti, atterra subito! - urlò Cristina spaventata e con forte senso
di colpa.
Sapeva che l’amico si sarebbe svegliato solo dopo qualche settimana e, cosa
peggiore, non sarebbe stato più lui, perché durante il lungo sonno avrebbe
assunto le sembianze di colui che l’aveva colpito: un grosso, brutto e
antipatico pipistrello!
Atterrata Kitti, atterrò anche Strellodattilo.
Cristina, affidò alla sorellina Franco addormentato. Abbandonandosi ad un pianto
disperato, si buttò ai piedi di Strellodattilo, il quale sghignazzava
malignamente.
- Strellodattilo - lo implorava Cris - se c’è un modo per risvegliare Franco
prima che si trasformi, ti scongiuro, dimmi qual è! Ascolta: perché non
addormenti me? Dai, sparami: il raggio era destinato a me! -
Il coraggio e l’angoscia della giovane, commossero persino l‘orrendo animale:
dai suoi occhi non uscivano più raggi variopinti, ma sgorgavano lacrime come
acqua da una fontana!
Cadendo in ginocchio, domandò più volte perdono, mentre, un po’ alla volta, si
rimpiccioliva magicamente e il suo sguardo si addolcì notevolmente... Diventò
così un normalissimo pipistrellino!
- Oh, me misero, non avrei mai dovuto lasciarmi influenzare da Tirannosaurus,
invece mi sono fatto coinvolgere nelle sue malefatte! É stato così che mi sono
tramutato in un orribile mostro! Brutto dentro, lo sono diventato anche fuori:
il mio aspetto fisico era lo specchio della mia bruttezza interiore, capisci?
Ora, però, voglio riscattarmi: principessa, ti svelerò come devi fare perché
Franco non si trasformi! C’è un’unica maniera: devi andare al palazzo della
“Fata del Freddo”, poiché solo lei è in grado di preparare la pozione magica che
può interrompere il sonno prima che sia troppo tardi! -
- Fra quanto tempo la trasformazione avrà inizio, Strellino? -
- Tra circa un’ora, se non addirittura in anticipo! Principessa, ricorda che se
tornerai con la pozione quando il raggio avrà già iniziato a fare effetto, non
ci sarà più niente da fare! Io resterò qui e attenderò trepidante il tuo
ritorno, poi me ne andrò lontano, chissà dove! Non voglio avere più nulla a che
fare con Tirannosaurus! Speriamo che, non vedendomi tornare, non decida di
cercarmi! -
Mentre lui pronunciava queste parole, Cristina era già sola “a bordo” di Kitti,
che stava per decollare. Un ultimo sguardo a Gonglì e Franco, per poi fissarlo
verso l’orizzonte.
Il palazzo di Nevina, Fata del Freddo, era piuttosto distante, ma Kitti volò
agile e veloce come una saetta! Così, in un tempo relativamente breve, ecco
Cristina davanti alla porta del palazzo di Nevina.
Battè con forza alla porta, finché la bella fata, dai distintivi capelli lilla e
tutta vestita di bianco, venne ad aprire, accogliendo benevolmente la
principessa.
Ancora sulla soglia, la ragazza iniziò a riepilogare sconfusionatamente
l’accaduto.
Sconvolta, non riusciva quasi a parlare: - Aiutatemi, Nevina...per carità! -
- Ho capito tutto, cara, calmatevi, ora! Andrò immediatamente nel mio
laboratorio! Siete fortunata: quella pozione non richiede una preparazione molto
lunga! -
- Intanto, potrei usare un momento la vostra cucina, per cortesia? -
- Certamente, ma... che cos’avete intenzione di fare? No, non rispondetemi, non
c’è tempo! -
Che cos’avrà in mente di fare la nostra principessina?
Occorse un quarto d’ora o poco più. La pozione era pronta e Nevina potè
consegnarla nelle mani di Cris, spiegandole in poche parole le istruzioni per
l’uso.
Quando uscì, Cristina trovò una bruttissima sorpresa: Kitti si era accasciata a
terra! Anche questa proprio non ci voleva!
Qualcosa non andava? Nulla di grave: era solamente svanito l’ “effetto
trasformatore” di Kitti, che tornò ad essere una gatta. Purtroppo, però, per
qualche ora non avrebbe avuto il potere di trasformarsi e Cristina non poteva
certo aspettare!
- Raggiungimi con calma! - le gridò mentre già correva a perdifiato dall’amico
Franco.
Stringendo in una mano la bottiglietta di cristallo contenente la preziosa
pozione e nell’altra un contenitore col misterioso liquido da lei preparato,
corse lungo un sentiero e poi nell’erba, fra i rovi... Si graffiò, cadde più
volte, ma nulla poteva fermarla in quel momento!
Ormai spossata, continuava a correre, senza sosta, senza rallentare.
Accompagnata dall’atroce pensiero (che invano tentava di lasciarsi indietro) di
trovare Franco con un’ala al posto di un braccio, correva e correva sfidando il
vento gelido che si era alzato!
Un’ora era già quasi trascorsa... Ce l’avrebbe fatta?
Finalmente arrivò... in tempo!
Si buttò a terra, era distrutta ma si sentiva ricompensata di tutti i suoi
sforzi!
Non poteva ancora rilassarsi. Tirò un sospiro di sollievo, si rialzò e dimenticò
persino di essere sfinita!
Prese la pozione, un liquido verde-azzurro, se ne versò qualche goccia sulle
mani; le gocce si dissolsero completamente lasciandole le mani scintillanti per
alcuni istanti. Pose le mani delicatamente sul volto di Franco e lo baciò
affettuosamente.
Perché non succedeva niente?
Cris, cominciava a temere il peggio, quand’ecco che (chissà se per effetto della
pozione o del bacio) Franco aprì gli occhi!
Scampato pericolo!
Puoi immaginare la gioia di Cristina e degli altri, avresti dovuto vedere
Strellino come saltava per la felicità!
Gioia che, purtroppo, durò solo un attimo: giusto il tempo di raccontare
all’incredulo Franco
che aveva rischiato di mutarsi irrimediabilmente in un pipistrello!
La terra ricominciò a tremare e di nuovo le loro orecchie udirono il temibile
tonfo dei passi del terribile mostro, il quale, come previsto, atteso invano il
ritorno del maggiordomo, intuì il suo tradimento e decise di verificare come
stessero le cose.
S’inferocì e diventò ancora più belva di quel che già era nello scoprire che i
suoi sospetti erano fondati!
Strello, tutto tremante, impallidì e si nascose nella tasca dell’impermeabile di
Franco.
Cris si lasciò prendere dal panico, sembrò perdere tutto il suo coraggio,
riuscendo solamente a dire a Franco, riferendosi al liquido misterioso: - L’ho
preparato per farlo bere al mostro... Potrebbe essere la nostra arma vincente,
ma... -
Ma non sapeva come farlo trangugiare al mostro. Prese in mano il vasetto che
aveva poggiato a terra accanto a lei, ma se ne stava lì imbambolata mentre il
bestione avanzava.
Non aveva in mente l’orecchino da recuperare che avrebbe deciso il suo destino,
né il suo futuro di regina accanto ad Adone! Non pensava a nulla, non vedeva
nulla intorno, tranne la minaccia incombente!
Era la fine! Che cosa sarebbe stato di loro?
Nascondendo il viso tra le mani per sottrarlo a quella visione da incubo, mollò
la presa.
Fortunatamente, Franco riuscì ad afferrare il vasetto al volo, prima che si
frantumasse al suolo. Vincendo il terrore che il mostro incuteva, gli corse
incontro!
Questi avanzava inesorabile, col suo mantello nero e lacero al vento e portando
al collo...una catenina col famoso orecchino come ciondolo.
Strellino, del quale spuntava solo la testina, si ritirò tutto dentro la capace
tasca. Cristina e Gonglì si abbracciarono... Ecco: Tirannosaurus e Franco erano
uno di fronte all’altro!
Rex stava per avventarsi sull’intrepido giovane con la sua zampaccia!
Franco, con una fermezza che non sapeva da dove gli venisse, approfittò del
momento in cui Tirannosaurus spalancò l’enorme bocca, ruggendogli contro e
mostrandogli i denti affilati, per lanciarvi dentro (senza chiedersi che cosa
fosse) il liquido. Con gesto fulmineo, stappò il vasetto e ne buttò il contenuto
nella boccaccia con mira impeccabile!
In pochi istanti avvenne il prodigio... Sul suo muso, si dipinse d’un tratto un
sorrisone; i dentacci appuntiti s’arrotondarono; il mantellaccio lacero e nero
si tramutò in una giacchetta di un rosso vivissimo.
Ritrasse la zampa che stava per colpire Franco e rimase come stordito.
Le due sorelle, ripresero coraggio e corsero da Franco, Strellino ritirò fuori
la testa incredulo.
- Cristina - disse Franco - sei grande! Ha funzionato davvero! Si può sapere che
cos’era quella roba? -
- Franco, tu sei grande! Io non ho fatto altro che mettere in pratica la tua
idea! Era semplicemente camomilla... provenendo dalla cucina del palazzo della
fata, ha forse soltanto assunto un leggero tocco magico! -
A quel punto, ripresosi, s’intromise Tirannosaurus Rex: - Siete grandi tutti e
due! Ho un solo modo per ringraziarvi... -
Dicendo ciò, si sganciò la catenina e porse a Cristina l’orecchino di “cristalghiaccio”.
Era pentito di quella vita disgraziata, vissuta nervosamente e in disaccordo con
tutti.
Per colpa sua anche Strellino, dolce e innocuo pipistrello, s’era tramutato in
un mostro, ma ora era contento di rivederlo così come nacque.
I nostri amici non lo poterono vedere ma, in quello stesso momento, anche
l’abitazione dell’enorme animale subì un mutamento, diventando una casetta
accogliente piena di luce e colori.
La nebbia, che fino a quel momento era calata sempre più fitta, fu finalmente
spazzata via dal vento. Dissolvendosi, mostrava uno spicchio di luna mentre si
accendevano le prime stelle della sera.
Strellino non volò via lontano da tutti come aveva progettato. Lui e Rex
continueranno a stare insieme, circondati da tanti amici che li riaccolsero tra
loro e si dedicarono al volontariato per aiutare i bisognosi... vivendo in pace
e armonia, ogni giorno con più pazienza e meno rabbia!
* * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * *
Raggiunti da Kitti, che salutò Rex sfregandosi teneramente contro le sue gambe
colossali, Franco, Cris e Gonglì presero la strada del ritorno.
Portavano l’orecchino come fosse un trofeo e dentro al cuore la soddisfazione di
aver contribuito a
ridare a due esseri l’entusiasmo della vita e la volontà d’amare.
King e Betty, nonostante si mostrassero impassibili, a momenti mal celavano la
felicità.
- Principe Franco - disse la regina rivolta al nostro eroe - dormirete qui
stanotte. Domattina, riuniti di nuovo in questa sala, proveremo alla bambola
l’orecchino... Se rimarrà fisso al suo orecchio, vorrà dire che dovremo ritenere
vinta la vostra sfida (come al momento pare che sia) altrimenti, se dovesse
disgraziatamente cadere... -
La principessa Cristina interruppe la madre: - E perché mai dovrebbe
disgraziatamente cadere? Non ce n’è ragione: ormai è chiaro che abbiamo vinto
noi! É vero, Franco? É fantastico... e forse domani stesso rivedrò anche il mio
bel principe Adone! -
Nell’udire questa frase, Franco provò una strana sensazione, quasi di gelosia!
Quando fu solo nella strabiliante stanza degli ospiti, dove quasi tutto il
mobilio era in “cristalghiaccio” (ovviamente solo il palazzo del re poteva
permettersi tanto sfarzo), Franco non aveva voglia di dormire: gli era rimasta
la paura di risvegliarsi pipistrello!
Ripensando all’accaduto, meditò sulla vita degli esseri umani come lui, sulla
solitudine che spesso s’impossessa degli uomini nella frenesia della vita
quotidiana sul suo pianeta e su quante persone vivono realmente come
Tirannosaurus Rex, lacerando un pochino per giorno la propria vita in un disagio
interiore che toglie respiro all’armonia positiva che migliorerebbe loro stessi
e i rapporti con gli altri.
Si mise alla scrivania e trasse di tasca un blocchetto e una penna che aveva
portato con sé per prendere appunti che gli sarebbero serviti per quel
famigerato articolo sempre intenzionato a scrivere. Quando arrivò a descrivere
l’episodio della metropolitana, rise da solo rammentando il “treno delle talpe
giganti”! Poi si rattristò tutto d’un tratto e sospirò forte al pensiero che la
mattina dopo avrebbe lasciato Cristina per sempre. Il ricordo del suo bacio nel
svegliarlo gli riempì il cuore di tenerezza.
Quand’ebbe finito di scrivere, fu preso dai rimorsi di coscienza: - Le ho detto
che per nessun motivo avrei svelato il segreto.. La sto tradendo! -
Il nuovo giorno non tardò a venire e neppure l’ora fatidica. Cris (in compagnia
dell’inseparabile Kitti), Franco, il re e la sua consorte, si riunirono, come da
programma, nella sala del trono; ed ecco entrare la cameriera, che consegnò alla
regina la bambola con un solo orecchino e, naturalmente, il suo gemello tanto
pericolosamente conquistato. Cris, sentiva il cuore che le batteva
fortissimamente, mentre la mano della madre si avvicinava piano all’orecchio di
Lilli la bambola, poggiandovi l’orecchino.
- É fatta! - stava esultando la giovane, ma (ahimè) la copia dell’orecchino
precipitò inspiegabilmente e subì la stessa sorte dell’originale.
- Com’è possibile?! - si chiedeva Cristina, ripercorrendo tutte le fasi della
vicenda e l’esito della prova. - Volevate un principe-accompagnatore, l’ho
trovato, anzi ho trovato un vero amico! Abbiamo arditamente vissuto
quest’avventura, andando oltre quanto richiesto... abbiamo realizzato, infatti,
qualcosa di veramente importante, restituendo un animo nobile e generoso alla
collettività e a Tirannosaurus la serenità che gli mancava, necessaria per
vivere la vita! Si può sapere che cosa... che cosa non ha funzionato? -
La risposta venne da King e fu immediata: - É chiaro! Avrei dovuto sospettarlo:
in lui non c’è nulla di principesco, infatti... Franco non è un principe! -
Franco scosse il capo, ammettendo con voce sottilissima: - Spiacente, Cris, ma è
vero... Ti ho mentito! -
Mise una mano nella tasca dell’impermeabile che portava sempre per ripararsi
almeno un pochino dal freddo esagerato della montagna e prese il block-notes.
Cristina gli lanciò uno sguardo sconsolato fatto di rabbia e di delusione e lo
accusò: - Ah! Ecco perché mi hai detto una bugia! Altro che il mio bene volevi!
Approfittati pure della mia disgrazia! -
La ragazza dovette subito ricredersi, perché, stracciando uno alla volta tutti i
fogli scritti, disse sinceramente: - No, Cris, non voglio che tu dubiti della
mia lealtà! Hai ragione: ho tradito la tua fiducia! Son venuto qui con l’intento
di scrivere qualcosa d’incredibile per il mio lavoro di giornalista. Però,
credimi, non è questo il motivo principale per il quale ti ho affiancato! Sono
pronto a rischiare ancora... perché ti voglio bene! -
Le sue guance s’infiammarono, precisando: - Ti sarò sempre amico, Cris! -
In realtà, Franco, umile giornalista terrestre che viveva con semplicità la vita
di ogni giorno, si era innamorato di lei... di una principessa aliena!
Aveva cercato di nasconderlo a se stesso, ma invano. All’amata non lo dichiarò,
anzi temeva di lasciarlo trasparire. Non era un robot dei racconti a fumetti,
lui no, trasparivano sempre liberi i suoi sentimenti e in questo non ci aveva
mai trovato nulla di male, ma in quel caso ella non doveva capire.
A che cosa sarebbe servito?
Il cuore di Cristina batteva per Adone e poi... era determinato a persuadere i
sovrani del regno del freddo a piantarla con le loro assurdità e riammettere la
figlia. Quindi, sarebbe tornato da solo sulla Terra.
- Sì, è giusto che vada così! - si convinceva da sé.
Sfidò il re a testa alta: - Onestamente, non credevo di aver bisogno di essere
un principe per riportare Cristina da voi. Mi sbagliavo a quanto pare, ma...-
Non potè continuare a causa dell’intromissione di Gonglì: - Un momento, fermi
tutti: se non sbaglio, la legge concede alla sventurata esiliata l’ultimissima
possibilità! -
- Esatto! - confermò Betty - ascolta bene, Franco: riterremo la prova come
superata se tu, pur non essendo un principe, fossi in grado di offrirle in dono
qualcosa di ancor più prezioso degli orecchini di “cristalghiaccio”! -
Franco disse, desolato - Mi dispiace, non possiedo nulla che abbia un valore
tanto elevato! Se l’avessi (credimi Cristina), te lo cederei volentieri. -
- Oh, Franco, devi scusarmi per quello che ho detto poco fa! Come ho potuto
pensar male di te? Papà, mamma, ascoltatemi, per favore: uno sconosciuto
terrestre, ha osato dove tutti quelli del mio pianeta si sono fermati! Franco mi
è stato vicino, con la massima comprensione...superando i limiti del suo stesso
coraggio per me! Mi ha già offerto qualcosa di molto più prezioso di qualsiasi
gioiello... Che cosa pretendete di più? -
Chiamata la cameriera, Sua Maestà la regina Betty, si fece consegnare uno strano
oggetto..
- Non nego che tu abbia detto una cosa giusta, figlia mia! - rispose poi a
Cristina - Purtroppo, però, la legge dispone anche che l’oggetto donato venga
pesato usando questa speciale bilancia “misuravalore”, per controllare che valga
effettivamente più del paio d’orecchini oramai perduto! Come si può dunque
pesare l’amicizia e la lealtà di Franco? -
La sala piombò in uno sconforto profondo.
Anche l’ultima speranza sembrava svanire, quando Cristina ebbe un’idea.
Le balenò nella mente l’immagine del topolino di peluche. Corse a prenderlo e
rientrò in sala, dicendo, rivolta a Franco: - Ecco, questo è il simbolo della
nostra amicizia! -
Lo pose su uno dei due piatti della bilancia; sull’altro, la regina dell’inverno
depose invece i frammenti dell’orecchino rotto, che la cameriera aveva già
provveduto a raccogliere.
La bilancia, pur non avendo un cuore, riconobbe l’inestimabile valore del legame
tra Franco e Cristina: due persone così diverse ma pronte a dare tutto l’uno per
l’altra!
Cris lanciò un urlo di felicità bagnato dalle lacrime che le scendevano dagli
occhi giù per le guance colorite.
- Permesso...- disse una voce profonda maschile ed ecco il suo “possessore”
farsi avanti: proprio lui... Adone! Un giovanotto alto, bellissimo, elegante e
raffinato, attraente con i suoi occhi color “erba in primavera”, la chioma
fluente biondissima, come tanti raggi di sole: esattamente il ritratto che
Cristina aveva fatto di lui!
Con la sua camminata “da modello”, si mosse in direzione di Franco, lasciando
nell’aria una scia del suo profumo: una fresca, inebriante essenza di fiori di
campo. Gli strinse la mano e, sempre aristocratico negli atteggiamenti e nel
parlare, lo ringraziò e si congratulò con lui.
Poi Franco, presa Cristina per mano, l’accompagnò vicino al suo bello dicendo: -
Ti auguro tanta felicità, futura “principessa primavera”! -
I due erano felici di essere finalmente di nuovo insieme e ringraziarono ancora
più di una volta Franco, per il quale era giunto il momento di far ritorno a
casa. Ma come ci tornerà?
Il re scelse per lui il metodo più pratico di “teletrasporto”: quello usato dai
visitatori che venivano di tanto in tanto dai due o tre pianeti circostanti.
Facendo ondulare leggermente un quadro, una delle quattro pareti si girò:
dall’altra parte, era fatta di “cristalghiaccio”. Il re disse che a Franco
sarebbe bastato attraversarla per sparire immediatamente e riapparire a Milano.
- Bene, vi saluto e ringrazio tutti dell’ospitalità! É stata un’esperienza
straordinaria, ve l’assicuro!
Non temete: da me, l’esistenza del “Pianeta delle Diverse Stagioni” non sarà mai
rivelata! -
- Ci spiace - dissero King e Betty, ora molto più umani - di non poterci
sdebitare accordandoti il permesso di narrare ai bambini della Terra
quest’episodio spaziale della tua vita! Elma ci ha parlato del tuo problema e
noi tutti ti auguriamo che la tua situazione si risolva presto positivamente!
Capisci, se ti concedessimo di parlare di Elma, di noi e del nostro pianeta,
probabilmente in poco tempo la notizia farebbe il giro del mondo e a quel
punto... la nostra tranquillità avrebbe fine! I terrestri comincerebbero gli
studi, le ricerche e ci verreste persino a cercare a bordo delle vostre navette
spaziali...Probabilmente coi vostri mezzi sofisticati ci trovereste! Immagina tu
stesso le conseguenze! -
- Avete ragione... Che stupido! Non ci avevo pensato! Che guaio avrei combinato,
scrivendo quell’articolo! -
Franco era già di fronte alla parete, pronto per la “partenza” e si volse verso
Cristina per salutarla: gli piangeva il cuore!
Lei e Adone, mani nelle mani, parlavano: - Elma, che gioia riavervi qui! Ho
sofferto per voi... vi avrei soccorso appena possibile! Devo molto a quel
ragazzo che ha avuto il coraggio di avventurarsi su un pianeta lontano sfidando
l’ignoto, grazie al quale eccoci qui insieme... per sempre!
Adesso, però, fatemi una cortesia: cambiatevi questo vestito... come dire... non
adatto al vostro rango! -
- Ma come!? Non vi piace? É un regalo di Franco e a me sembra incantevole! -
- Oh, cara! Ne avrete di splendidi... di tutti i colori della primavera! -
- Allora - disse Franco richiamando l’attenzione della giovane - io vado! É
stato bello conoscerti... sono stati giorni indimenticabili per me... anche per
te, spero! -
- Oh, Franco - disse lei con voce preoccupata - non stai bene? Sei pallido e da
ieri sera ti si è abbassata la voce... -
- Non preoccuparti, Cri Cri, sto bene! -
Il nostro Franco aveva detto a Cristina un’altra bugia: in realtà, non si
sentiva molto bene. Per colpa del clima del posto, non certo adatto ad un
terrestre e complice la pioggia presa due giorni prima, si era buscato un brutto
raffreddore e aveva la gola in fiamme.
- Vi confesso che mi dispiace un po’ lasciarvi... beh, meglio che vada ora.
Cristina, non ti dimenticherò mai... Pensami anche tu qualche volta, ci conto! -
Ciò detto, oltrepassò il “cristalghiaccio” della parete, che nel frattempo s’era
aperta divedendosi in due per lasciarlo passare e che si richiuse lentamente
subito dopo.
Adesso che Franco stava sparendo definitivamente dalla sua vita, Cristina fu
presa da un senso di profonda tristezza. In cuor suo forse già lo sospettava, ma
fu in quel momento che s’accorse di non provare nulla per Adone!
Con uno strattone, liberò la sua mano da quella dell’altezzoso principe e si
lanciò verso la parete gridando il nome di Franco!
Questi, chiuso dentro come in un ascensore, non poteva udire la sua voce, né
capì il comportamento di Cristina, ma, in un attimo di egoismo, desiderò
intensamente di portar via con sé la giovane principessa. Istintivamente, le
tese la mano, come se potesse oltrepassare il “cristalghiaccio” che li divideva
e afferrare la sua! Purtroppo, ciò risultava impossibile anche su un altro
pianeta e Franco ritirò la mano.
Se solo avesse saputo che l’unico desiderio di Cristina era quello di essere
“rapita” da lui! Forse sarebbe stato ancora in tempo a fermare il
“teletrasporto” e invece...
Accadde tutto in una manciata di secondi: attraversata tutta la sala, Cristina
arrivò troppo tardi davanti alla parete dietro la quale, davanti ai suoi occhi,
Franco spariva dietro una nube di vapore.
* * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * *
Reduce dall’irripetibile viaggio col cuore infranto, Franco ricomparve (non
visto, nascosto da un furgone parcheggiato) davanti al medesimo negozio di
giocattoli dove l’abbiamo incontrato la prima volta.
Stava nevicando. Il ragazzo era passato da un inverno all’altro.
Pur non avendo compreso il gesto di Cristina cercò, senza motivo, il dolce viso
di lei fra la gente: invano, naturalmente.
- Che sciocco sei, Franco - diceva parlando da solo - Perché mai avrebbe dovuto
seguirti? Ma guarda un po’ che strani i nostri sentimenti! Pensa te se ci si può
innamorare di un’aliena! Oh,sì che si può... se l’aliena è come Cristina! Ora
basta, Franco, ti ordino di distrarti! Ecco cosa farò: andrò a casa e mi metterò
subito a letto. Questo pomeriggio, telefonerò alla direttrice per porgerle le
mie scuse! Che altro mi resta da fare, altrimenti? -
Nonostante i buoni propositi, Cristina (anzi, forse dovrei chiamarla Elma, visto
che mai più nessuno la chiamerà col suo nome tradotto in “terrestre”) era un
pensiero ossessionante.
Ammesso che il suo sogno d’amore fosse stato un po’ più facilmente realizzabile,
non si considerava all’altezza di aspirare alla mano della principessa del gelo,
ma per niente fredda nell’animo. Era un vano tentativo di auto-consolazione.
Piuttosto, avrebbe voluto sfogarsi e si commosse fin quasi alle lacrime
ascoltando un canto natalizio suonato con passione da due zampognari.
Le luci, i colori, il maestoso albero di Natale cui all’inizio del racconto era
indifferente e che poi, mentre passeggiava allegramente con Elma, gli
trasmettevano gioia, in quel momento accrescevano in lui la nostalgia di un
amore perduto.
Il raffreddore, intanto, peggiorava e gli era salita la febbre. Era intirizzito
e frastornato. Rivedeva, in un turbinio di immagini, Elma, Gonglì, la signora
Perfidia che gli urlava dietro e poi ancora Elma, ma già principessa-primavera,
vestita solamente di fiori! Risentiva nella testa il terrificante rimbombo dei
passi pesanti di Tirannosaurus Rex, lo sbatter d’ali di Strellodattilo, la voce
di Betty che si confondeva con quella della direttrice.
Sentendosi venir meno, si abbandonò lasciandosi cadere.
Lo soccorse una donna nascosta dentro un enorme mantello col cappuccio, candido
come i fiocchi che scendevano silenziosamente, incessantemente dal cielo.
- Ha bisogno d’aiuto? -
- No, grazie, è passato... -
- Franco! Hai visto che brava? Ti ho portato anche la neve! -
Nonostante la voce fosse falsata dalla sciarpa, Franco la riconobbe.
Un micetto nero con una stellina bianca sbucò miagolando miagolando da sotto il
mantello.
La fanciulla buttò il cappuccio sulla schiena e abbassò la sciarpa, rendendosi
riconoscibile.
- Sei proprio tu, Cris! Non credo ai miei occhi! Perché... sei tornata? -
- Per il semplice motivo che ho deciso di trasferirmi sulla Terra! -
- Ma come!? Dopo tutto quello che abbiamo passato! E Adone? -
- Oh... mi ero lasciata incantare da lui, dalla sua esteriorità e dal suo
stile... Ma ciò non basta!
Il mio principe vive su questo pianeta ed è per lui che sono tornata!
Non avrà negli occhi il colore dell’erba, ma quello azzurrino dell’acqua pura
sì! I suoi capelli saranno un po' (tanto) meno biondi, ma... -
L’emozione le impedì per qualche secondo di parlare, poi continuò,
accarezzandogli i ricciolini: - Che dici Franco, lui accetterà di essere il mio
principe? -
Il “principe” non pronunciò parola: la strinse a sé e, incurante degli sguardi
indiscreti dei passanti, le rispose con un romantico bacio.
L’umore del valoroso giovane era cambiato completamente: poco prima era al colmo
della disperazione, ora della felicità. Si sentiva persino meglio!
I due camminarono in silenzio sotto la neve, andavano a prendere il “treno delle
talpe giganti”...
* * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * *
A casa di Franco, questi si mise sotto le coperte. Cristina la principessa,
sbrigò alcune faccende domestiche. La voce di lei che canticchiava gioiosamente
una canzoncina della sua montagna, era per lui una dolce ninna-nanna.
Più tardi, pranzando assieme, parlarono (Franco con la sua voce roca a causa
dell’influenza!) con maggior tranquillità lontani da orecchi curiosi.
Cristina spiegò a Franco che non l’avrebbe mai più vista fare cose strane come
trasformarsi in un gatto.
Insomma, ora la sua vita era comune a quella di ogni ragazza della Terra, ma le
andava bene così: ciò che contava era dividerla col suo Franco!
- Cris, non rivedrai più i tuoi familiari! -
- No, non è così! É stato stabilito che farò loro visita ogni primo giorno
dell’inverno terrestre! -
- Immagini che Adone non sarà molto contento della tua decisione! -
- Bhè, c’è rimasto male, certo, ma gli passerà presto e comunque... se ci teneva
tanto a me, come sosteneva, il tempo per rispondere alle mie richieste di aiuto
l’avrebbe trovato! Invece, non ha mosso un dito!
-Oh, mia cara! Non so se mi sarei rassegnato a non vederti più! Temevo che la
mia principessa mi avrebbe facilmente eliminato dai suoi ricordi! -
- Sarei stata un’ingrata, Franco! Ad ogni modo, non voglio che reputi Adone un
egoista. Non ha un animo cattivo e prevedo che saprà essere un buon re per il
popolo della primavera, ma, a lungo andare, non avrei sopportato i suoi modi
ricercati e la mania di perfezione. Vedi, Adone è un (come si suol dire in
“terrestre”)...”gasato”, mentre io preferisco la tua modestia e semplicità! -
- Considera che rinunci ad un futuro radioso! -
- Non me ne importa un bel niente! Sarò la tua regina e tu il mio re e questo mi
rende la donna più felice... del mio e del tuo pianeta messi insieme! Ah, a
proposito... Ah ah ah! -
- Si può sapere perché ridi ora? -
- Ah ah ah... Il principe di Magenta! Franco, non potevi inventarne un’altra? Lo
sapevo persino io che non esiste! -
- Che cosa?! Lo sapevi fin dall’inizio? Allora perché hai acconsentito che
venissi con te sulla “Montagna dell’Inverno?” -
- Nemmeno io (come hai detto tu questa mattina) ho mai creduto che fosse un
requisito fondamentale l’essere principe. E poi... mi sei stato simpatico e mi
hai dato sicurezza fin dal primo momento! -
Franco questa non se l’aspettava davvero, proprio come non aveva ipotizzato,
quando capitò in una villa isolata e s’imbattè in un gatto apparentemente
normale, che quello avrebbe segnato l’inizio della sua love-story con un’aliena!
Quante sorprese gli riserverà ancora Cristina?
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Quale fu il proseguimento di quest’inimmaginabile storia?
Franco non fece ritorno dalla signora Perfidia. L’anno nuovo gli portò un nuovo
lavoro: entrò a far parte della redazione di un giornalino appena nato, meno
diffuso ma più istruttivo e divertente.
Franco non sfruttò mai la sua scoperta di un mondo fantastico e sorprendente per
realizzare uno scoop.
Con la collaborazione dei colleghi, fece di meglio: sul giornaletto apparvero a
puntate i racconti di una nuova autrice: Cristina!
Si tratta degli stessi di cui Cri Cri parlò a Franco la sera del loro primo
incontro, arricchiti dall’esperienza terrestre, riviste e sistemate e il tutto
condito... con un pizzico di fantasia!
Chissà se qualche bimbo sospetterà che non sono solo frutto dell’estro sfrenato
dell‘autrice!
Grazie alla strepitosa coppia Franco-Cristina, che seppero trascinare l’intera
redazione, quando il settimanale per ragazzi festeggiò il primo anniversario
aveva quasi raggiunto la popolarità di quello della signora Perfidia.
Questa, invidiosa, propose inutilmente a Franco di ritornare.
E sulla “Montagna dell’Inverno”?
Per chiudere in bellezza, ti dirò che lassù l’assurda legge degli orecchini fu
abolita.
Il dono della bambola ad ogni neonata si tramanderà esclusivamente come una
bella tradizione. |