Aveva lavorato duramente tutto il
giorno.
A sera, finalmente, si mise al volante
della sua auto e si diresse verso casa
che avrebbe raggiunto dopo un'ora circa
di viaggio.
Era una di quelle magnifiche sere di
maggio; il sole, calando lentamente, iniziava
a tramontare là, di fronte ai suoi occhi,
osservato nel riquadro del parabrezza.
Gli pareva una visione da sogno quell'enorme
perfetto cerchio rotondo, rosso-arancione.
Era stato un giorno duro, faticoso, ma si
sentiva felice come gli capitava spesso
nel ritorno.
Lasciati dietro pensieri e preoccupazioni
ammirava lo stupendo dono che gli offriva
la natura : il sole del tramonto.
Tra poco avrebbe riabbracciato sua moglie
e i suoi figli.
Le mani, strette e appoggiate al volante,
pareva stessero in posizione di preghiera
e quel gesto si ripeteva, ogni giorno,
durante il tragitto verso casa.
Dimenticava ogni difficoltà; le lasciava
alle sue spalle.
Quelle mani, sul volante, in quella posizione,
ringraziavano il Signore per avergli offerto
un segno meraviglioso della natura :
un perfetto, enorme, rotondo cerchio
rosso-arancione.La barca dei miei sogni
Avrei molte cose da dire su questo sogno. Ero seduto in un piccolo bar, il
caldo era insopportabile,
Stavo bevendo una birra ghiacciata quando, da una radiolina posta su uno
scaffale dietro il bancone,
mi giunse la voce di Judy Garland che stava cantando "Over the Rainbow",
quella canzone straordinaria
del film "Il mago di Oz" che vidi in un cinema di Rimini, all'età di
tredici anni, portato da mia madre in
un afoso pomeriggio d'agosto.
Ricordo la scena : ad un certo punto del film si vedeva una sequenza in
cui si scatena una tempesta
e l'attrice, giovanissima, si trova in strada con il suo cane, intenta a
proteggersi.
Di colpo la tempesta termina ed in cielo, mentre appare l'arcobaleno,
intona cantando, i versi di quella
magnifica canzone che non ho mai dimenticato.
Ero un bambino. Tutti i bambini hanno avuto tanti sogni e credo che molti
abbiano pensato : "un giorno,
da grande volerò o navigherò".
I sogni dell'infanzia sono molto importanti. Nella vita la realtà arriva
molto presto.
Il mio sogno fu quello di riuscire ad avere una barca di legno con la
quale avrei potuto guardare,
navigando, le luci della costa e le stelle nel cielo.
Una barca magica, non straordinaria, ma una barca del tutto ordinaria a
motore, non molto veloce,
lenta, indolente che si lasciasse trasportare dal mare.
Se avessi potuto trovarla mi sarei sentito felice perchè, seduto sul
ponte, di notte, avrei potuto
guardare miliardi di stelle e mi sarei sentito miliardario.
Ecco questa è la barca dei miei sogni perchè credo che nella vita si debba
essere ricchi di sogni,
perchè sono i sogni che ci guidano e ci consentono di andare oltre.
Se l'avessi trovata, l'avrei battezzata : "Over the Rainbow".
L'amore di una donna siberiana
Nella steppa siberiana non c'è nulla che possa fermarlo. Solo qualche collina
bassa qua e là,
può rallentare il sibilo gelido del vento siberiano.
Mille anni di cristianesimo profondo sono stati sepolti sotto il candore
ghiacciato della taiga,
da settant'anni di dittatura.
In pieno inverno, migliaia di cristiani, donne, uomini, bambini, stipati nei
vagoni del treno,
venivano scaricati nella steppa siberiana.
Per sopravvivere, quelli ancora vivi, scavavano delle buche sotto la neve, le
ricoprivano con
i rami di cedro e lì si rintanavano per proteggersi dal vento e dal freddo.
Tra loro, un'umile donna con il marito e tre figli aveva trovato rifugio.
Sinchè, un giorno, lui uscì alla ricerca di cibo. Lo ritrovarono in primavera,
morto congelato,
ad una decina di metri dalla buca.
In poco tempo, lei guardò morire, tra le sue braccia, i suoi figli.
Fu salvata dagli abitanti di una buca vicina e tenne il suo doloro nascosto per
cinquant'anni.
Si confidò ad un sacerdote cristiano, spiegandogli la sua storia e d'aver
ringraziato Dio,
ogni giorno.
"Dio mi ha dato l'uomo che che ho amato di più nella mia vita e me lo ha donato
per il
tempo che ha voluto Lui.
Mi ha dato il frutto di questo amore, i miei figli, e me li ha donati per il
tempo che ha
voluto Lui.
Non mi lamento perchè mi sono stati tolti, Lo ringrazio perchè mi sono stati
donati."
Nata
il 24 Maggio 1915
Era nata a Guastalla,in provincia di Reggio Emilia, il 24 Maggio
1915. Sì,proprio lo stesso giorno in cui le nostre truppe ricevettero
l'ordine di partenza per il fronte della prima guerra mondiale.
Suo padre aveva 25 anni e da bravo italiano,cosciente di adempiere al
dovere al quale era stato chiamato,come centinaia di migliaia di
altri coscritti,si presentò al punto di raggruppamento
delle cittadine limitrofe,stabilito a Parma.
Da lì avrebbe preso la tradotta militare in partenza per il fronte
che avrebbe visto impegnati i nostri soldati nelle grandi battaglie
di Caporetto,dell'Adamello e del Piave.
Guastalla,dove abitavano i suoi genitori,dista da Parma circa 40
chilometri. Al tempo non esistevano mezzi di comunicazione e le
strade non erano asfaltate come al giorno d'oggi. Erano
polverose e piene di buche e sassi. Il transito era molto
difficoltoso e faticoso per chiunque decidesse di recarsi nel
capoluogo.
Suo padre,in procinto di partire,venne a sapere dal fratello della
sua nascita,avvenuta proprio in quel giorno alle 16,30. Come fare per
potere vederla prima di partire?
Chiese di parlare al Signor Tenente e,giunto in sua presenza,lo mise
a conoscenza della magnifica coincidenza che gli era stata
comunicata,e lo supplicò di concedergli il permesso di
ritornare a Guastalla,giusto il tempo necessario di una fugace visita
per vedere la sua bimba,appena nata.
In un primo momento,l'Ufficiale disse che non era possibile poichè
l'ordine di partenza era imminente e se lui fosse risultato assente
alla chiama,sarebbe stato considerato disertore,passibile
di fucilazione. Aggiunse che lui stesso,come ufficiale
superiore,avrebbe subito seri e gravi provvedimenti disciplinari.
Ma la partenza per il fronte fu posticipata di alcune ore e,ad una
nuova richiesta del padre,il Tenente valutò possibile esaudire il
desiderio del soldato.Gli chiese la sua parola d'onore che
sarebbe ritornato in tempo per l'orari di partenza stabilito.
Il Signor Tenente,nel comunicargli il permesso disse : "Mi
raccomando,veda di tornare e mantenere la parola data,altrimenti ci
fucilano tutti e due",e aggiunse guardandolo negli occhi :"Comunque
ho fiducia nella sua onestà".
Inforcata una bicicletta sebbene in cattivo stato e malfunzionante,si
mise a pedalare e a percorrere i 40 chilometri che lo separavano da
Parma a Guastalla. Arrivò a casa,vide sua figlia,la baciò,
baciò anche la moglie e con le lacrime agli occhi,disse che aveva
dato la parola d'onore al Signor Tenente e il suo dovere era quello
di ritornare immediatamente al suo reparto.
Chissà quanti e quali pensieri gli vennero in mente durante il
percorso di ritorno attraverso le strade polverose della pianura
emiliana...
Arrivato a Parma,si presentò al Tenente che,congratulandosi con lui
per aver mantenuto la parola data,gli disse : "Bravo!,lei è stato
fedele alla Patria nel poco,avrà sicuramente la ricompensa
per il suo comportamento leale".
Dopo circa 40 minuti dal rientro nella Compagnia,dal Comando
Territoriale,arrivò l'ordine della partenza per il fronte.
Ad ogni stazione dove il treno sostava,la popolazione del luogo i
militari erano oggetto di attenzione benevola da parte di donne e
bambini;alcuni donavano fiori e cibo e oggetti religiosi,dicendo
loro che sarebbero stati presenti nelle loro preghiere.
Non tutto però era piacevole;alcuni militari si
lamentavano,insultavano chi li salutava,altri bestemmiavano per la
sorte avversa che li aveva colpiti.
Poi,tutti Ufficiali e soldati,nei giorni,nei mesi,negli anni
successivi immersi nel grande,enorme,crudele conflitto.
Il computo include più di un milione di soldati italiani in ritirata
nella disfatta di Caporetto; oltre tercentomila civili in fuga
davanti al nemico. Una esplosione di caos assoluto,più di
trecentomila
soldati italiani furono fatti prigionieri.molti furono processati e
fucilati per diserzione.Poi,a novembre,sul fiume Piave,la logica
della guerra mutò il suo corso.
Dopo aver combattuto per tutto il periodo del conflitto,suo padre
ritornò a casa sano e salvo. Solo durante un'azione,fu ferito e una
scheggia gli era rimasta tra la scatola cranica ed il cuoio
capelluto senza danni irreparabili per la sua integrità fisica e
psichica.
Naturalmente,considerata la posizione,non volle mai farsi operare.
Sosteneva che :"Non faceva male ed era il ricordo della sua
giovinezza".
La profezia del Signor Tenente,si era avverata.
Il padre si portò con sè,morendo,la scheggia della bomba,di quel
conflitto mondiale.
Il barbiere di...Milano.
Oggi piove a Milano; la giornata è triste, il cielo grigio e uniforme.
Ieri ho saputo dal mio medico che,forse,in futuro dovrò
sottopormi ad una cura che potrebbe farmi perdere i capelli.
"Ah!,sì?" Allora decido di anticipare i tempi recandomi dal mio
barbiere.
Si chiama Pino,è calabrese.Gentile,parla con voce sommessa; i suoi modi
sono cortesi e sempre attenti. Pino era anche
il barbiere di mio figlio Marco,prima che questi decidesse di
trasferirsi a Londra per lavoro.
Pino, Marco ed io simpatizziamo per la stessa squadra e questo ha
contribuito a sciogliere i rapporti tra noi tre discutendo
delle solite banali considerazioni sportive.
Esco, prendo il metrò : Uruguay,Lampugnano,QT8,Lotto,Amendola-Fiera,
sono le fermate prima di arrivare a destinazione.
Esco dalla fermata Amendola-Fiera e,dopo un breve tratto a piedi,entro
nel negozio di Pino.
Noto subito,sul suo viso,un'evidente e forte espressione di tristezza
ma non oso dire nulla.
"Sarà il tempo?"
Mi chiede,come al solito e con discrezione,notizie di mio figlio . Gli
comunico che stà bene e stà facendo le pratiche per
l'adozione di un bimbo,perchè sia lui che sua moglie,una bella ragazza
polacca da tempo residente a Londra,non possono
averne. Io,a mia volta, gli chiedo come stanno lui,la sua bimba e sua
moglie.
Non avrei mai immaginato quanto,questa domanda, potesse fargli,nello
stesso tempo bene nel male intrinseco,che
avrebbe contenuto la sua risposta,come una improvvisa necessità di
sfogo.
Sapete cosa accade quando si stappa una bottiglia di champagne?, ecco
questo è stato l'effetto...
Pino sentiva la necessità di sfogrsi con qualcuno che potesse capirlo e
confortarlo.
Con il suo stile pacato e con voce calma inizia a farlo con me.
Questo mi gratificava poichè intuivo che vedeva,nella mia persona,un
padre che gli ispirava fiducia,simpatia,e sicurezza.
Inizia :
"Ho saputo di recente dai miei genitori,ma non direttamente da mia
moglie,che da tempo ha deciso di chiedermi la
separazione e ha già inoltrato le pratiche relative..."
"Silenzio assoluto di sconcerto".
"Ma come?, l'ho fatta venire in Italia,l'ho sposata,ci siamo comprati
una casa,abbiamo avuto una figlia che ora ha dodici
anni e così,improvvisamente vuole separarsi e ha già comunicato ai miei
fratelli che intende far venire sua mamma dal
Perù. Cosa sarà mai accaduto di tanto sconvolgente per indurla ad una
simile decisione? Ma cosa le ho fatto?
Ma perche?. Ho saputo che ha inoltrato un richiesta di un assegno di
mantenimento di 1300 euro.Ma come potrò far
fronte ad una richiesta del genere?Lavoro da solo; stò pagando il mutuo
della casa e stò ristrutturando il negozio
accanto a questo,dove mi trasferirò.I miei genitori e i miei
fratelli,dalla Calabria,mi aiutano con incoraggiamenti e sovvenzioni".
"Silenzio assoluto".
"Ho saputo, sempre dai miei,che mi ha anche accusato di averla
picchiata"...
"Pino,scusami...ma corrisponde a verità?...."
"Assolutamente falso! Io l'amo ancora e amo mia figlia".
"Michiedo spesso cosa può essere accaduto, in questo periodo per
indurla ad una simile decisione. Ah!,forse ho sbagliato
a mandarla al mare in vacanza,da sola. Ma io dovevo lavorare,non potevo
concedermi vacanze.I miei parenti mi hanno
riferito che la vedevano spesso in compagnia di un giovane. Che andava
spesso a ballare,lasciando nostra figlia alle mie
sorelle...,forse l'età...ora ha quarantadue anni..."
Dopo aver terminato il taglio dei miei capelli,quasi a zero, mi pettina
e,mentre stò pagando,mi dice :
"Venga,le faccio vedere il nuovo negozio qui accanto,che ho acquistato
con un pesante mutuo e che stò ristrutturando;
lei sa quanta fatica e quanto denaro mi è costato..."
Entriamo,mi congratulo,lo incoraggio,gli consiglio di sforzarsi per
restare calmo (ma sò già che non è nevessario perchè
Pino è calmo per sua natura). Allora,d'istinto lo abbraccio forte. Si
commuove e gli sussurro che,ora il suo cielo è nero;
ma gli consiglio di avere fiducia perchè tornerà l'azzurro e i due
colori,uniti,rammentano i colori della nostra squadra...
Lo saluto e,recandomi a riprendere il metrò,penso che perdere i
capelli,alla mia età, sia nulla in confronto a quello che
stà capitando al mio barbiere Pino.
Un mondo senza luna
In una notte di luna, chi mi stava seduto accanto, lì sulla terrazza
dell'albergo, guardando in silenzio il mare,
all'improvviso disse :
"Provi ad immaginare il nostro mondo senza luna".
"Perchè dovrei immaginare il nostro mondo senza la luna?".
"Per provare il terrore di un disastro, di uno scombussolamento che non si
verificherà mai".
"Che disastro , quale scombussolamento?".
"Niente più alte e basse maree. Il ciclo femminile non più regolato da
quello lunare. Le semine non più
vincolate da determinate scadenze".
"Un brutto pasticcio".
"Sì, e poi tanti poeti,musicisti,cantautori,brani musicali e letterari
privati del loro ingrediente principale :
oh graziosa luna, luna che splendi solitaria nel cielo, blu-moon, serenata
al chiaro di luna, dimmi luna
cheffai lassù...."
"Adesso s'immagini un mondo senza luna?".
Prima di salutarmi e augurandomi la buonanotte, chi mi stava seduto al
fianco, evidentemente un poeta
o un musicista o uno scrittore, mi disse :"Il miglior modo di essere del
proprio tempo è quello di non farlo
apposta" ; e aggiunse che Picasso,a chi gli chiedeva cosa cercasse nella
pittura, rispondeva così :
"Io non cerco, io trovo".
Allora ,mentre gli auguravo anch'io la buonanotte, pensai che , con un pò
più di pudore si potrebbe
affermare che :"L'inconscio sa tutto, ma se si sente osservato e
stimolato, si richiude.Che la creatività
artistico-poetica sia un gioco a nascondino con il subcosciente,bisognoso
di trappole".
La Fabbrica del Vapore
Il percorso tra fantasia e poesia è breve. Il toponimo di una industria
milanese,vanto della città negli anni trenta,"Fabbrica del Vapore",si è
ispirato all'attività di questa azienda.
In questa fabbrica si disegnavano e si producevano tram e locomotive.
Dai fumaioli di queste,usciva un fumo grigio-cenere che,innalzandosi
verso il cielo,diventava un'immagine irreale e mutevole; affascinante
suggestione visiva per l'immaginazione
di ragazzi,poeti e pittori : "le nuvole".
Questo era,ed è rimasto,il nome di una Galleria d'Arte,inaugurata nel
1981 nel centro di Milano con una mostra di disegni ad acquarello
dell'Artista Jean Michel Folon,definito
il pittore delle "nuvole".
Folon era diventato celebre nel mondo per una immagine,icona di una
nota Azienda energetica : un omino con un cappello in testa,che stringe
tra le dita della mano destra
una fiammella.
Questa immagine mi ha richiamato alla memoria,quella di un umile
personaggio incontrato durante alcuni sopralluoghi effettuati nell'area
dismessa dell'azienda.
Dino Pedrini,questo il nome del personaggio,nasce nel 1925 a Spinone
del Lago,una cittadina in provincia di Bergamo,di professione muratore.
Attività che ha esercitato,per tutta la vita,nella Fabbrica,come
manutentore.Oggi,ormai pensionato,fa il custode e si è sistemato nella
guardiola all'ingresso da via Procaccini
L'arredo è spartano : un tavolo,un telefono,una sedia.Per lui è il
massimo confort,è uno spazio importante; e lì è felice perchè è
ritornato bambino. Qui,quando si trasferì
a Milano,dal paese natìo,osservava entrare materiale ferroso,barre di
ferro,lamiere metalliche per vederle,poi,uscire trasformate in tram o
locomotive; e lì è rimasto sino
all'agonìa dell'azienda.
Alla fine si è ritrovato custode del nulla. Custode di un
deserto,custode di muri fatiscenti,custode di vetrate rotte,custode
della polvere...
Ma ora è rinato; è felice perchè e ritornato soggetto attivo,osserva le
ruspe,controlla che non facciano troppo male ai muri,ai mattoni; perchè,a
lui, parlano e gli fanno rivivere
i suoi ricordi,di quando era giovane e quel lavoro gli aveva consentito
di sposarsi.
Oggi,ormai anziano,gira con un cappellino in testa tenendo in mano una
borsa piena di disegni da consegnare agli operai; si sente lui
l'architetto. Ma è solo un umile custode,
un "omino importante come quello di Folon"
Qui c'era una fabbrica storica,un gioiello sorto nel gennaio del 1907.
Nel 1935,la fiamma della fabbrica si spegne,poi il nulla. Viene
abbandonata.Diventa una enorme area
dismessa di trentaquattromilametriquadrati,a dieci minuti dal centro
della città.Uno spazio immenso,un Cattedrale nel deserto la : "Fabbrica
del Vapore".
Una storia ispanico-americana,Chavez
Ravine.
Negli anni cinquanta,un intero quartiere alla periferia di Loa Angeles è
scomparso assieme ai suoi abitanti,ai loro affetti,alle loro canzoni.
Alcuni testi di romantici motivi sono testimonianze di una cultura
ispanico-americana,espressione di profondi sentimenti tramandati a
noi,proprio da questi motivi,uniche testimonianze di una ingiustizia
culturale.
Gli abitanti di origine messicana e di immigrati ispanici,ci hanno
regalato ricordi della loro vita comunitaria.
"Chavez Ravine",questo era il nome del quartiere,era situato su una
collina,alla periferia nord-est della città,sulla sinistra di una enorme
area denominata "Elysian Park".
Vi abitavano famiglie poverissime di immigrati,in modeste baracche;
architetture povere e spontanee,sorte alla rinfusa ma dignitose.
L'intento dell'Amministrazione municipale era quello di migliorare le
condizioni di vita,costruendo,su quel terreno,un moderno quartiere
di edilizia popolare,nel quale i residenti avrebbero potuto ritornare.
Era un inganno,un pretesto per espropriarli.La speculazione edilizia ha
spazzato via l'intero quartiere.Quel luogo non esiste più.
E' stato distrutto dalle ruspe per costruirvi un nuovo stadio di base-ball
: quello dei "Dodgers".Temo che presto anche altri quartieri,
in altre località,seguiranno la stessa sorte toccata a "Chavez Ravine".Vi
sbarcheranno l'hip-hop.Costruiranno orribili Hotel lungo
le spiagge o inutili campi da golf.Non si potranno ascoltare più motivi
che fanno star meglio o testi che fanno riflettere.Saranno
canzoni che fanno divertire ma non fanno star meglio....Viviamo nell'era
dell'iPod; si scaricano,si consumano e si cancellano
freneticamente svariate canzoni con una rapidità impressionante.
Ma la musica,questo genere di musica che ci hanno tramandato gli immigrati
messicani,va ascoltata con moderazione,richiede
tempo.Bisogna sedersi,ascoltarla un pò di volte e seguire le loro storie
che i testi raccontano.
In uno di questi,un vecchio ormai prossimo alla fine dice : "...dicen que
eramos pobres,pues yo nunca lo notè.Yo era feliz en
mi mundo,de a quel barrio que adorè..."
Skyline di Dubai
Viaggio nella striscia di terra,affascinante compromesso tra tradizioni
millenarie e contemporaneità : Dubai,latitudine 25° 15' nord,longitudine
55°15' est.
Moderna Versailles,confluenza di popolazioni affluite per la
globalizzazione. Fermento di cantieri sparsi a macchia di leopardo tra
mare,deserto e avventura.
Simulacei caotici collocati alla rinfusa.Finti bazar,come "shops";tende
arabe,come sgargianti "receptions".
Moderne architetture costruite sulla tabula rasa del deserto. Quaranta
chilometri di territorio urbanizzato,affacciati sul Golfo Persico.
Isole artificiali disegnano palme orizzontali emergenti dalle onde
levigate,come marmo azzurro.Nastri di asfaltole strade,come piste da sci
sulla sabbia.
Compendio straordinario di emozioni che la "skyline" della "soleggiata
città dell'oro",provoca.
Di padre in figli
Ai primi di gennaio del 2001, il caso ha voluto che,entrando nella camera
di mio figlio,il mio sguardo fosse attratto da un barattolo metallico
cilindrico con la scritta bicolore "Grissini Vitavigor.Milano Italy",la
data
"dal 1958..." e,riportata di fianco,una spiga di grano dorata.
Sul lato opposto è riprodotta la fotografia di un negozio in un edificio
d'epoca che,sotto un'elegante decorazione in stile liberty,riporta
l'insegna "Panificio Vitavigor".Tra la scritta e l'insegna appare la
riproduzione
di una vecchia vettura "Fiat 600 Multipla" adattata al trasporto merci dal
carrozziere "Coriasco" di Torino.
Sulla portiera destra della vettura si legge distintamente la pubblicità
della ditta,il nome del titolare, la via e il numero telefonico. Questi
elementi hanno stimolato la mia curiosità; trascorso un breve periodo ho
ripreso il barattolo e verso la metà di marzo ho composto il numero
telefonico riferito al lontano 1958...
ha risposto una voce femminile; mi sono fatto coraggio e :
-Buongiorno signora; mi scusi,casualmente ho letto su un barattolo questo
numero telefonico e desideravo sapere se corrisponde ancora alla ditta
reclamizzata, sulla quale vorrei fare una ricerca.
-Sì, è lo stesso e,purtroppo, ci crea inopportuni inconvenienti perchè
ormai la ditta si è trasferita fuori città e mio marito si è ritirato
dall'attività; ora se ne occupano i nostri figli.Se vuole le dò il nuovo
numero
telefonico.
La risposta affermativa mi aveva sorpreso ma reso felice; mi stimolava
ulteriormente a proseguire la ricerca che ormai intendevo fare e quindi ho
proseguito:
-La ringrazio molto signora, lei è...?
-Sono Carla,la moglie di Giuseppe Bigiogera,il fondatore della ditta; mio
marito sta riposando e non può venire al telefono ma chiami pure in ditta
e parli con uno dei nostri figli, Annalisa,Mario o Paolo.
-Grazie ancora signora,ringrazi suo marito e me lo saluti tanto.
Ho lasciato passare un pò di tempo prima di richiamare; verso i primi di
aprile ho ritelefonato al nuovo numero telefonico:
.Buongiorno, vorrei parlare con la signora Annalisa per una ricerca che
intenderei fare sul grissinificio, è possibile?
-Al momento è occupata, può richiamare?
-Va bene; senta mi può dare il numeri di fax? Vorrei spiegare il motivo
della mia richiesta.
-Senz'altro,prenda nota.
Descrivo in sintesi e chiaramente il motivo della mia richiesta (come
avevo già spiegato alla signora Carla) e invio il fax al numero che mi è
stato indicato. Passati alcuni giorni uno dei figli mi comunica
telefonicamente la disponibilità del padre a ricevermi per le ore nove del
tre aprile presso il grissinificio; mi indica anche il percorso più
semplice per raggiungere la sede.
Arrivo sul posto precauzionalmente in anticipo, parcheggio la mia auto
sotto una pensilina metallica all'interno dell'azienda. Nel giardino noto
un busto marmoreo posto su un piedistallo che riporta
il nominativo e due date: Mario Bigiogera 1897-1972. Entro nel capannone;
agli uffici,posti su un grande soppalco,si accede mediante una lunga scala
in ferro. Salgo e in fondo al ballatoio scorgo la figura
di un uomo anziano,in camice bianco,dai folti capelli cinerei,robusto,dai
sopraccigli folti; mi avvicino,intuisce ma non dice nulla : mi
sorride,tende la mano e mi fa accomodare in un grande ufficio delimitato
da vetrate da cui si pùò osservare l'azienda.
Il suo sorriso mi ha rincuorato e fatto sentire a mio agio.Ci sediamo,ci
osserviamo in silenzio,capisco che devo essergli simpatico;davanti a sè,sulla
scrivania,noto il mio fax che riporta,scritte ai lati,alcune
annotazioni. Prima di iniziare il colloquio mi porge alcune buste vuote;
sul retro riportano,scritte di sua mano,alcune annotazioni cronologiche
relative all'azienda (evidentemente fatte in previsione dell'incontro);
Le trattengo,mi saranno utili per svolgere la mia ricerca.
Inizia a raccontarmi di sè,del suo passato; intercala espressioni in
dialetto milanese,socchiude spesso gli occhi per rivivere come in un sogno
le vicende trascorse.Durante le brevi pause del racconto tento
di porre qualche domanda ma,cortesemente,mi ferma ponendomi le mani sulle
mie mi dice in milanese : "citu" (zitto!). E' un invito benevolo,le
interruzioni lo distolgono dai ricordi,non è semplice per lui riepilogare
un passato ricco di episodi,avvenimenti storici che,come
vedremo,riguardano un periodo che inizia alla fine del 1800.
Lascio quindi volutamente libero spazio ai suoi ricordi che,riordinati, mi
accingo a descrivere.
Il padre,Mario Bigiogera (mi sovviene il busto visto in giardino),nato a
Vizzolo Predabissi (Milano) nel 1897,è il comandante della locale stazione
dei Carabinieri dalla quale tuttavia si dimette quando capisce
che,con il suo carattere gioviale,mite e sensibile "non se la sente di
arrestare persone".
Ancora oggi si dice che alcuni abitanti di Vizzolo ricordano come il
maresciallo Bigiogera,in occasione della ricorrenza dell'onomastioc del
padre,a "San Paolo", "offriva da bere a tutti i compaesani".
L'ex-sottuficiale dei Carabinieri si trasferisce a Milano e deve decidere
il suo avvenire: cosa può fare un individuo come lui "buono come il
pane?"; la risposta è ovvia: aprire un negozio di "fornaio"...
Con quel proposito apre un modesto forno a legna in Piazzale Loreto nel
quale inizia la sua nuova attività.Nel 1923 nasce il figlio Giuseppe.
L'ex-maresciallo trasferisce il laboratorio in uno spazio più grande,verso
la periferia nord della città,nel quartiere residenziale di "Gorla-Precotto-Bicocca".E'
in questo laboratorio che,ancora adolescente,
inizia la l'apprendistato il figlio Giuseppe che lo affianca,apprendendo
il mestiere della panificazione e occupandosi anche delle forniture
necessarie al panificio.
L'impegno richiesto è notevole,gli orari stressanti: il turno di lavoro
inizia alle due notturne e termina alle undici del mattino.Nonostante il
guadagno sia scarso "è giusto quel tanto per mantenere l'azienda sana".
Quando il 10 giugno 1940 l'Italia entra in guerra,Giuseppe Bigiogera ha
solo diciassette anni.Iniziano le restrizioni belliche
che,gradualmente,diventano sempre più pesanti;il carbone e la farina
scarseggiano.
Le difficoltà per la conduzione del forno aumentano,ma l'esercito
necessita delle forniture di pane che Mario,il padre,attraverso frequenti
contatti con le autorità,riesce a farsi assegnare; cosicchè al fabbisogno
del carbone e della farina provvederà il Ministero della Guerra fornendo
il quantitativo necessario al regolare funzionamento.
La città nel 1941 e sino all'autunno del 1942 non subisce incursioni aeree
nè particolari disagi se non la mancanza di alcune materie perime che
impongono una amministrazione rigida e l'applicazione di
normative autartiche. La situazione comincia ad aggravarsi dall'autunno
1942 con i primi bombardamenti aerei sulla città.
Per quasi due anni Milano venne considerata obiettivo poco importante dal
"Bomber Command Alleato",non per ragioni umanitarie,ma soltanto per motivi
strategici e tattici.
Il primo perchè rivolto prioritariamente a bersagli ritenuti più
importanti,il secondo per le difficoltà di raggiungere l'obiettivo con un
consistente numero do bombardieri. La situazione si aggrava dal 24 ottobre
1942
allorchè avviene un attacco diurno da parte di settantatre bombardieri
inglesi "Lancaster" che colpiscono duramente la città,cogliendo di
sorpresa le postazioni antiaeree che avevano sottovalutato
l'addestramento necessario.
La loro scarsa efficienza,affidata sino ad allora alla 5° legione della
milizia "Dicat" (Difesa aerea territoriale),induce il Comando Generale
della milizia a dividere la protezione antiaerea fra due comandi,
scorporando dalla 5° una nuova legione, la 25° cui viene assegnato il
settore nord-ovest della città supportato,per il rifornimento delle
batterie,da depositi dislocati sul territorio denominati D.A.C (deposito
aeronautico contraerea) facenti parte della M.V.S.N. "milizia volontaria
sicurezza nazionale),di fatto inquadrata nel regio esercito per la parte
tecnico-operativa addetta alla difesa contraerea attiva.
(quella passiva era denominata U.N.P.A.).La M.V.S.N. era composta da
personale insufficiente quantitativamente e qualitativamente in quanto
formato da uomini esentati dal servizio militare perchè troppo
giovani o troppo anziani.
Giuseppe Bigiogera ha diciannove anni,viene arruolato e inserito nel
D.A.C.; ciò gli consente di restare a Milano e poter aiutare il padre
durante i permessi.
Nella notte tra il 14 e il 15 febbraio 1943, centoquarantadue bombardieri
"Lancaster" inglesi ritornano sulla città e bombardano un'area più vasta
delle precedenti; nell'agosto successivo avviene uno dei più
pesanti bombardamenti mai effettuati sul territorio italiano:
novecentosedici aerei attaccano la città in quattro ondate successive
sganciando 2600 tonnellate di bombe.
L'otto settembre 1943 l'Italia firma l'armistizio che sembra poter porre
fine alle ostilità.In realtà sta per iniziare il periodo più tragico sia
per il totale disorientamento dell'esercito di stanza al centro-nord,sia
per l'intensificarsi dei bombardamenti al nord.
Gli attacchi aerei su Milano effettuati dai bombardieri della U.S Air
Force avvengono di giorno (quelli della R.A.F.erano prevalentemente
notturni).Nel marzo del 1944 le zone della città prese di mira sono
lo scalo merci di Lambrate,le fabbriche della Pirelli,della Breda e
dell'Alfa Romeo.
Durante la tragico incursione diurna avvenuta il venti ottobre 1944,nove
quadrimotori B24 Liberator della U.S. Air Force,forse fuori rotta o per
mancato bersaglio,devono, dopo aver sganciato trentacinque
tonnellate di bombe,liberarsi del carico rimanente ed una delle bombe
centra la scuola elementare del quartiere Gorla,uccidendo centonovanta
bambini e quattordici maestre.
Al nord il disorientamento dell'esercito è fuori controllo,gli uomini in
divisa sono allo sbando,inizia il saccheggio dei depositi e la fuga verso
i monti di giovani che formeranno i primi gruppi partigiani.,
Il comando germanico predispone il trasferimento coatto dei reparti
italiani superstiti verso la Germania.
Fra questi anche il reparto al quale appartiene Giuseppe Bigiogera.
La fortuna però in questa particolare situazione gli viene in aiuto,unita
al coraggio peculiare del personaggio.
Mentre si sta predisponendo la colonna dei camions sui quali far salire i
militari italiani per il loro trasferimento verso il Brennero,Giuseppe
riesce ad attardarsi : "mi metto sull'ultimo camion della colonna";
durante una sosta,approfittando della fitta nebbia che grava sulla
zona,riesce a scendere dalla parte posteriore e,non visto,fugge. Si guarda
intorno per orientarsi,intuisce da alcuni riferimenti segnaletici di
trovarsi in Brianza e con l'aiuto di alcune informazioni avute da gente
del luogo,raggiunge Monza a piedi e : "mi reco nel panificio di un
collega,dove prelevo una vecchia bicicletta e ritorno a Milano".
Ma la fuga è stata scoperta,Giuseppe ora è ricercato. Alcuni giorni
dopo,sei militi si presentano nel panificio con i mitra spianati,gli
intimano di alzare le mani e di seguirli immediatamente.
E' veramente impaurito "ero in pantaloncini corti,stavo per farmela
addosso...",alza le mani,chiede e ottiene il permesso di cambiarsi; quando
ritorna indossa la sua divisa della milizia,mostra una falsa
documentazione avvalorata da un timbro del comando germanico che
giustifica la sua temporanea presenza nel panificio in quanto in attesa di
ricovero presso l'ospedale militare di Baggio,dal quale è
stato rinviato per mancanza di posti letto.
I militi,non convinti,gli comunicano che lo riportano loro in ospedale per
verificare la veridicità di quanto indicato nel documento.
Entrato nell'ospedale,incontrano una suora responsabile del reparto;
Giuseppe,istintivamente,precedendo i sei militi si rivolge alla suora e ad
alta voce le comunica di essere "quel militare che era stato
rimandato a casa per la mancanza di posti..."
La suora intuisce il dramma che sta vivendo quel giovane soldato italiano
e si presta intelligentemente all'equivoco; si rivolge ai militi armati
comunicando che ora il Bigiogera può essere ricoverato essendosi reso
disponibile un posto.
Ed è lì che si trova al momento della liberazione nell'aprile del 1945.
Inizia la lenta ripresa della Nazione e Milano incomincia gradualmente e
faticosamente la sua rinascita riprendendo le attività.
Anche il panificio si avvia di nuovo.Giuseppe,al fianco del padre,lavora
assiduamente,riesce a crearsi quell'esperienza che lo fa sentire
sufficientemente sicuro di sè e pronto a mettersi in proprio.
Inizia quindi,singolarmente,il proprio lavoro con il solo aiuto di
un'operaia ma presto,allorchè i dipendenti diventano quindici,orienta la
sua attività diversificandola verso una sofisticata produzione di
"grissini".
Le maestranze,con il suo esempio,rispettano i gravosi turni di lavoro.
Si inizia alle undici e trenta e si termina alle
ventiquattro,continuativamente eccetto la domenica quando il turno termina
alle diciassette per riprendere alle undici e trenta del lunedì.
Nonostante gli orari di lavoro lascino poco spazio,Giuseppe riesce a
trovare "spicchi di tempo" per il suo lato sentimentale.Infatti li
utilizza singolarmente per incontrare una graziosa signorina che si reca
ogni mattina alla fermata tranviaria di Piazzale Lagosta,prossima al
panificio,per recarsi al lavoro; ed è qui che Giuseppe lìattende per
offrirle,prima che lei salga sul tram,un mazzo di fiori : si chiama
Carla Azzini.
Durante il loro fidanzamento viene a sapere che la mamma di Carla è
gravemente ammalata.Giuseppe va a farle visita nell'ospedale in cui è
ricoverata; l'unica frase che si sente dire è :"Peppin,te racumandi la mia
Carlina" (Giuseppe,ti raccomando la mia Carlina). Sarà l'ultima volta che
la vedrà in vita.
Carla e Giuseppe si sposano nel 1949: lei ha ventiquattro anni,lui
ventisei.
Quell'anno si rivelerà importante oltrechè per il suo matrimonio anche per
un altro motivo; Giuseppe si improvvisa intrapendente e generoso
imprenditore edile.
Sente sua la necessità di contribuire alla rinascita edile della città che
ha subito gravi oltraggi dai bombardamenti.
Ha in mente di costruire un edificio per civile abitazione,su un terreno
ereditato nella stessa zona del grissinificio.
Per attuare questo progetto occorre tuttavia una cospicua disponibilità
economica della quale lui ne è sprovvisto.Come era già accaduto a suo
padre allorchè abbandonò l'Arma,si ripresenta anche a lui lo
stesso quesito : come fare?.
Chiede e ottiene un incontro al finanziere Enrico Cuccia con il quale
instaura un rapporto di reciproca stima.Nell'incontro chiede quali
possibilità e quali procedure seguire al fine di ottenere il finanziamento
necessario al suo progetto.
Cuccia al termine del colloquio avendo intuito e apprezzato il carattere e
la determinatezza dell'interlocutore,contravvenendo alla prassi e
all'ermetico linguaggio finanziario,dice:"...le banche offrono l'ombrello
quando c'è il sole..." e aggiunge: "cerca il finanziamento con il tuo
cervello".
Giuseppe,stimolato nel suo orgoglio,intuisce che il suggerimento può
essere un segno di apprezzamento per la sua intelligenza e per le sue
capacità,quindi non abbandono l'idea.
Intanto ne ha discusso anche con suo cognato che ha sposato la sorella di
Carla.
Da lui ottiene un sostanzioso contributo economico che consente di avviare
il progetto esecutivo dell'edificio che ha intenzione di costruire.
Sull'area da edificare fa collocare un grande cartello con la scritta:
"Peppino-Affittasi appartamenti ARCOBALENO" (era appena terminato il
temporale della guerra). La scritta attrae e colpisce il favore ed il
gradimento di molti suoi conoscenti e clienti che credono in lui,nelle
sue capacità e si dimostrano interessati alla sua iniziativa.
Sostenuto da costoro trova in essi l'aiuto economico che cercava; sono
loro che diventano i suoi potenziali finanziatori che vedono in lui il
grande sognatore che vince scommesse ritenute impossibili.
Ad ognuno di loro (cioè ad ogni nuovo inquilino) propone,sulla fiducia,il
pagamento anticipato di cinque anni di affitto.Ottiene in questo modo il
finanziamento necessario ad avviare i lavori nel cantiere.
Tuttavia,a lavori iniziati,sorge un nuovo grande problema: l'impresa
costruttrice,per proprie difficoltà,fallisce e sospende i lavori. Giuseppe
anche questa volta non demorde; fa radunare tutti i trentacinque
muratori impegnati nel cantiere perchè venga comunicata la immediata
ripresa dei lavori in quanto gli oneri dei futuri pagamenti per
forniture,tecnici e manovalanza saranno assunti e garantiti da lui.
Il palazzo diventerà una realtà di sei piani,proprio nella stessa zona del
grissinificio.
Fra tutti gli assegantari dei nuovi appartamenti, le chiavi del primo
vengono consegnate nelle mani di un capo-famiglia disperato che era stato
sfrattato,con moglie e figli,dalla proprietaria dell'Hotel Gallia...
Con questa priorità ha reso realtà la scritta del cartello
"appartamenti-ARCOBALENO".
Nel 1950 nasce la sua prima figlia,Annalisa; nel 1953 nasce il secondo
figlio al quale dà il nome del padre : Mario.
Nel 1960,all'età di soli trentasette anni,fa costruire un nuovo
stabilimento nel quale viene installato il primo impianto a forno lungo
quaranta metri.L'inaugurazione la fa coincidere con il suo onomastico: 19
marzo,
San Giuseppe.Nel 1961 nasce il terzo figlio,al quale dà il nome del
bisnonno: Paolo.
Nel 1965,a seguito della partecipazioen alla mostra di settore che si
svolge alla Fiera di Milano,ha l'opportunità di osservare nuovi sistemi e
tecniche della panificazione che gli fanno intuire l'esigenza di
migliorare il proprio impianto,ritenuto obsoleto.
A tale proposito riceve alcune segnalazioni relative ad una località
estera nella quale è in funzione un grande moderno impianto per la
produzione di cracker e grissini.
Decide di rendersene conto personalmente e parte.La località è situata a
quattrocento chilometri da Oslo...situata tra fiordi ghiacciati...
La visita avviene in coincidenza del giorno di Santa Lucia,la protettrice
della vista...; si rende conto di quanto l'impianto sia tecnologicamente
di gran lunga all'avanguardia; al rientro,dà immediatamente l'incarico
a quattro tecnici di sua fiducia di recarsi in Norvegia per osservare
l'impianto che intende riprodurre subito in Italia.
Al loro ritorno,l'impianto viene realizzato,apportandovi lievi modifiche
per adattarlo alla differente temperatura ambientale.
Nel pieno della sua maturità,a soli quarantasei anni,Giuseppe Bigiogera fa
costruire il suo nuovo e moderno stabilimento nel quale viene installato
il più importante impianto per la produzione di grissini mai,
prima d'ora realizzato in Italia.
Dall'antico forno paterno di Piazzale Loreto si è passati a questa
realtà.Oggi alla guida dell'azienda si trovano i suoi tre figli ai quali
ha consegnato nelle loro mani la sua creazione indicando una differente
cultura:
non solo "business" ma una direzione con valori aggiunti,oltrechè al lato
economico anche al senso morale,rispettoso della gente che lavora e alla
valorizzazione delle capacità nascoste,non trascurando
l'amore per quello che si produce e per le persone che collaborano a
produrlo.
Al termine di questo racconto,mi è capitato di leggere,nella presentazione
di un catalogo di Jean Michel Folon,titolata : "A cosa servono i
grissini".
Folon,durante una cena in un ristorante di Milano,ha preso tre pacchetti
di grissini posti sul tavoloe,invece di mangiarli,ci si è messo a
giocare,aggiungendo -Bisognerebbe far fare a qualcuno,un bravo pasticciere
o un bravo fornaio,una grande gabbia fatta di grissini,con il tetto e lo
sportellino per farci entrare un uccellino.Il quale canterà saltando qua e
là fino al momento in cui,spronato dalla fame,non si accorgerà che può
beccare le pareti della sua gabbia. A quel punto la sua prigione
commestibile andrà in frantumi e dopo aver mangiato un altro pò
l'uccellino sarà libero di volare.
Ecco cosa si può fare con i grissini. Servono a quello, a dare la
libertà".
Il rettilineo
La strada corre diritta in mezzo ai campi. L'ombra lo precede; giunge
il fresco della sera. Corre perchè deve dire qualcosa di importante.
Parla con sè stesso,al suo corpo,alla sua mente. Osserva la strada
diritta,quasi a facilitargli di arrivare prima.La bellezza di un
rettilineo
è inarrivabile perchè,in essa,si eliminano deviazioni e insidie. E' un
ordine giusto. Solo i rettilinei possono farlo,non la vita.
Non corre diritto il cuore,non segue l'ordine delle cose. Ma da dove
provengono questi pensieri?. Batte forte il cuore nell'immensità
della campagna. La corsa solleva la polvere e lascia dietro il profumo
del sudore. Si dissolve nella luce la polvere e il profumo svanisce.
Gli avvenimenti si chiudono nel cerchio delle cose apparenti. |