Racconti di Giovanni Abbate


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Sono nato a Tripoli nel 1934. Sono venuto in Italia a causa della guerra e poi a Roma come sfollato nel campo profughi di Cinecittà.Mi sono diplomato ragioniere al "Duca degli Abruzzi" in Roma. Concorso. Scuole militari .Carriera militare quale ufficiale nel corpo dei bersaglieri. Andato in pensione sempre nella capitale dopo diversi trasferimenti in varie sedi d'Italia.Ultimo trasferimento,qui nel Pordenonese,paese di mia moglie. Frequento d'allora l'università della terza età ( UTEA ) di Cordenons(PN).L'anno scorso(marzo 2014),casualmente, mi sono iscritto a un corso di scrittura creativa. La nostra prof  PP. Busetto, cui va la mia eterna gratitudine, ha risvegliato in me questa attitudine poetica sopita da ben 62 anni quando da studente mi dilettavo a scrivere poesie. Sono riuscito a scovare due vecchissimi quaderni di poesie mai perduti. Non è singolare?Senza questa casualità non avrei mai avuto l'onore e il privilegio di entrare nel vostro club carissimi amici.

Leggi le poesie di Giovanni

Le parole che non ho mai detto.
Le parole che non ho mai detto. Se lo avessi fatto forse avrei conquistato il suo cuore. Non averlo fatto mi ha lasciato un rammarico giammai sopito:
un'esperienza di gioventù che mi ha lasciato per sempre un vuoto dentro.
Non mi sono mai perdonato questa timidezza.
A scuola nella mia classe mi ero innamorato di una compagna, Gioia, il suo vero nome, senza che lei lo sapesse.
Si parlava in gruppo, ragazzi e ragazze, interloquivo anche con lei, ma
solo nell'ambito di un ordinaria discussione tra compagni di classe.
Non ho mai avuto il coraggio di avvicinarla da solo a solo, tanto meno all'uscita di scuola. Mi bloccavo. Ma non perché ella fosse un tipo altezzoso o serioso. Anzi il suo viso esprimeva una dolce timidezza. Ero io che non avevo il coraggio di farmi avanti, mi sarei preso a pugni per questa mia debolezza.
Una volta sono salito sul suo filobus, seguendola in mezzo alla ressa di persone, ma tenendomi a debita distanza, per non farmi notare.
" Forza, mi dicevo, appena scende alla sua fermata scendo anch'io, la saluto e le parlo ".
Finalmente scese ed io, bloccandomi nuovamente, rimasi sul filobus come un allocco e non la seguii. La vidi allontanarsi inconsapevole verso casa mentre il mio cuore piangeva.
Scesi alla fermata successiva ove presi il mio filobus per Monte Sacro.
Non sapevo che fare.
Qualche giorno dopo a scuola il nostro professore, a lettere, ci propose il " Dolce stil novo ": Guido Guinizzelli, Dante, Petrarca, Cecco Angiolieri. Quella nuova corrente poetica che si traduceva in bellissimi sonetti, pieni di un amore sublime per la propria donna, mi riempiva di entusiasmo.
Scoccò in me la scintilla. Pensai a Lei, Gioia. " Ecco ora le scrivo dei sonetti
e poi glieli faccio leggere ". Come invasato cominciai a scriverli e pochi giorni dopo ne avevo fatti due : il primo intitolato " A Gioia ", il secondo
" Gioia,dolce fiore ".
Pensavo che in qualche modo sarei riuscito a farglieli leggere.
Ma anche così la mia timidezza o codardia non mi fecero attivare per farlo. Andò avanti in questo modo fino alla fine dell'anno senza nulla di fatto.
Durante le vacanze maturai la mia volontà acquisendo maggiore fiducia in me stesso. Si ormai ero determinato!
Sicuramente all'inizio del nuovo anno scolastico mi sarei fatto avanti.

Così ad ottobre, all'inizio dell'anno, entrai deciso in classe e guardai verso
Il gruppo delle ragazze. Ma lei non c'era. Chiesi dove fosse , ma non seppero rispondermi. Aspettai il giorno dopo. Non arrivò. Dopo qualche giorno andai in segreteria a chiedere e li mi dissero che non si era iscritta per la frequenza dell'anno in corso.
Non sapevano altro.
Precedendomi nella richiesta mi dissero che non potevano fornirmi l'indirizzo. Mi arresi e non la cercai più.
Fu per me una grossa sofferenza.
Mi chiedo ancora il perché di questo mio comportamento.
Eppure ero abituato a stare con le ragazze. Nel mio quartiere ne frequenta
vo diverse: giocavamo e scherzavamo insieme. Si andava a ballare ora in
casa dell'una o dell'altra. Avevo avuto pure una fidanzatina.
Forse che quando ci si innamora veramente, quando hai un feeling intenso
verso una donna, profondo, la paura di non essere corrisposto ti attanaglia
a tal punto di non avere neanche il coraggio di guardarla per non leggere nei
suoi occhi ironia o fastidio o indifferenza?
Questa mia amara esperienza mi ha lasciato un segno indelebile.
Ho imparato che se hai un feeling amoroso verso una donna, devi subito
dirle quel che ti viene dal cuore, al limite scriverle e farle leggere quel che senti, magari anche in poesia. Mai tergiversare!
Qualsiasi donna, ne sono sicuro, anche se non contraccambierà, rimarrà
comunque lusingata e si comporterà gentilmente nei tuoi confronti.
Finalmente per riscattare questa mia timidezza, pur dopo tantissimo tempo, ho deciso di raccontarvi questa mia storia offrendo a voi questi miei pensieri e questi versi.
Chissà, da qualche parte, la Lei con questo nome, potrebbe leggerla.

Aprile 2016

Leggi i sonetti : " Gioia " e " Gioia, dolce fiore ".

Una cagnetta e il suo cucciolo *
Negli anni 50 abitavamo a Roma in Via Monte Rosa ai limiti
estremi della periferia del quartiere di Monte Sacro chiamato la Città Giardino.
Ora di verde ne è rimasto ben poco divorato dalla speculazione edili
zia: ville con giardino attorno sono state trasformate in palazzoni rubando il verde disponibile.
Dopo la nostra palazzina si estendeva sconfinata la campagna ora
divenuta un intrigo di palazzi alveare,strade e vialoni senza costrutto:
il famoso quartiere Talenti.
Questa tipica campagna romana, era attraversata da marane sulle cui
sponde si ergevano fitti canneti, siepi di arbusti vari, tra cui cespugli
di more, e qua e là piccole macchie boschive con pini domestici e
piante di rovere. Noi ragazzi avevamo così a disposizione un enorme spazio che ci
permetteva la massima libertà e di fare bellissime escursioni
avventurose lungo le marane a caccia di rane, bisce, bacche e
frutti vari: mangiavamo more,frutti e rane arrostite su spiedi
improvvisati con stecchi di rami. Andavamo spesso a macchia Cesarina ( non so se esiste ancora )dove c'era un vascone dei contadini nel quale facevamo il bagno. Nel corso di una delle nostre scorribande, trovammo una cagnetta claudicante. Solerti,le costruimmo una cuccia tra i resti del cantiere edile sotto casa. La chiamammo Pipina. Era la nostra mascotte. Ce la portavamo sempre in giro. Poco dopo partorì una bella cucciolata di cagnolini. Il più carino, secondo noi, lo chiamammo Riki. Eravamo felicissimi. Ma tutto ciò dava fastidio a qualcuno che pensò bene di avvisare l'accalappiacani che se li portò via mentre eravamo a scuola. Grande fu la nostra disperazione. Una vicina ne aveva salvato uno,proprio Riki.
Così ci dedicammo anima e cuore al caro cuccioletto che cominciammo a portarcelo a spasso. Ma un brutto giorno anche lui sparì e non lo trovammo più.
Immaginavamo chi fosse stato e ci vendicammo:una piccola vendetta pensando a ciò che accade ai nostri giorni.
Di sera ci portammo alla porta del reo le cui ante avevano,
ciascuna, un pomello di ottone; legammo stretti i pomelli l'uno
all'altro con del robusto fil di ferro,suonammo il campanello
ripetutamente e quindi ce ne andammo. Fu un bel trambusto.
Dalla finestra urlavano, finché qualcuno li udì e andò a togliere il fil di ferro che teneva la porta chiusa, impedendo loro di uscire .

*Vedi sonetto “ Pipina e Riky “nella pagina di Giovanni dedicata alle poesie.
Dicembre 2015

Una intervista impossibile
Ho fatto uno strano sogno.Ero un giornalista di oggi che si muoveva in una dimensione" ultraterrena,dantesca,per rendere l'idea.Attorno a me andavano e venivano,in forma spet-trale,una moltitudine di personaggi del passato di ogni epoca,dai primordi ad oggi.
Si incrociavono,in silenzio,con lo sguardo fisso innanzi a se,senza che uno avvertisse la presenza dell'altro.Dal viso di alcuni traspariva serenità,di altri tristezza:serenità per una
intrinseca sensazione di soddisfazione,tristezza per qualcosa che tormentava loro l'anima.
Una sagoma mi venne quasi addosso e,in essa,riconobbi la figura del grande navigatore:
Cristoforo Colombo,il suo viso era triste e corrucciato.
"Mi scusi,gli dissi,sono un giornalista, vorrei intervistarla".
"Cos'è un giornalista,mi rispose,cos'è una intervista."
"Il giornalista è colui che diffonde ogni tipo di notizia su persone,cose,fatti della vita,
mediante una serie di domande che costituiscono appunto l'intervista."
"Bene è proprio la persona giusta per me."
Mi ascolti la prego.
Sono Cristoforo Colombo,vago,chiuso in un muto tormento,da cinquecento anni,e il mio essere quasi scoppia,per non aver potuto far conoscere al mondo la realtà della mia storia.
Menzogna e infamia hanno finito con il prevalere in un delitto perfetto,fondato su un'ope-
razione accurata e spietata di disinformazione.
Sono stati fatti sparire documenti e carte fondamentali,mentre ad arte sono stati lasciati
altri di ambigua interpretazione.
Sono stato denigrato e attaccato su tre punti:cultura,serendipity,pretese.

Sono stato fatto passare per un ignorante,del resto era plausibile,visto che ero un marinaio.
Eppure ho studiato a Padova contemporaneo a diverse figure importanti nel campo della letteratura,arte,scienze:Leon Battista Alberti,Pico della Mirandola,Toscanelli, il più acceso ispiratore e sostenitore della mia impresa e molti altri.
In particolare mi sono dedicato allo studio dell'astrologia,cosmografia,geometria,navigato-
ria.Ho posseduto una biblioteca molto estesa;certo non passione da illetterati.
Ho una grafia molto bella:curata,perfetta,di stile ecclesiastico.
A palazzo Pitti a Firenze c'è un affresco del sedicesimo secolo che mi ritrae mentre studio con la sfera armillare e il compasso.
Come si può così malignamente affermare che la scoperta del mondo nuovo da parte mia
è stata solo un fenomeno di serendipity? Avrei fatto la scoperta per puro caso. La verità è stata cancellata e oscurata con cattiveria per cinque secoli.
Già sapevo di un mondo nuovo,così come è dimostrato sulla mappa dell'ammiraglio mussulmano Piri Reis che chiama le coste ivi riportate "Antilia".
Dove si racconta che quei litorali sono stati scoperti nel 1485(890 era islam) da un infedele
chiamato Colombo.Questa carta si trova al museo del Palazzo Topkapi a Istanbul,è meno male ,perchè certa gente avrebbe fatto sparire pure quel documento che dimostra in maniera indiscutibile la verità.
L'ammiraglio Piri Reis chiarisce che i litorali indicati sulla sua mappa sono stati presi dalle carte di Colombo,che li ha anche visitati.In queste carte è indicato pure l'Antardite che sarà scoperto ufficialmente nel 1818".
"Ma ora parliamo delle esose pretese.
Alla vigilia della partenza per l'impresa fu stabilito il seguente contratto tra me e i reali di
Spagna:sarei stato vicerè dei territori scoperti,avrei avuto un titolo nobiliare ereditario e il 10% di tutti i metalli preziosi estratti nelle terre che sarei stato in grado di acquisire per la Spagna.
Rientrato dall'ultima spedizione mi sistemai a Valledolid con tutta la famiglia,non stavo molto bene e vivevo in uno stato di perenne frustazione e sconforto in attesa di un riconoscimento ufficiale di ciò che mi era stato promesso per contratto.
Non riuscivo a dimenticare il mio rientro ignominioso dal mio terzo viaggio,io,viceré
del nuovo mondo,mio figlio Diego e i miei fratelli,incatenati come impostori all'interno
della galera. Questo perché per certi disordini,opportunamente travisati, avvenuti a S. Domingo,ove ero governatore,i reali Fernando e Isabella,pensarono bene di inviare quale inquisitore un tal Francisco de Bobadilla, il quale, pur sentite le nostre ragioni,non si pose scrupoli di arrestarci e ricondurci in catene in Spagna.
Scusa questo mio breve sfogo. Al rientro,quindi, dell'ultima spedizione, dopo una lunga
attesa, riuscii ad ottenere un colloquio con il re Ferdinando dopo aver seguito,umilmente, la sua corte a dorso di mulo.Ma il re non si pronunciò.Alla fine desistii e lasciai perdere tutto quanto.
Queste sono state le esose pretese di cui fui accusato.Ma,dicono, che qualche cosina è stata ottenuta poi dalla mia famiglia."

"Ma una cosa che tutti hanno voluto ignorare è il finanziamento dell'impresa che, ufficialmente,come riconosciuto da tutti i grandi eruditi spagnoli ma anche lacchè italiani,sarebbe della Spagna.E' la più grossa bugia della storia:il vero promotore e sponsor dell'operazione Nuovo Mondo è papa Innocenzo VIII,il papa desaparecido.
Io ero il suo pupillo,ero la sua speranza per un rinnovamento della chiesa derivante dall'acquisizione delle nuove terre.La damnatio memoriae voluta dalla Spagna tramite i Borgia,nella persona di Papa Alessandro VI, subito succeduto al sacro soglio dopo la morte di Innocenzo VIII,avvenuta al tempo giusto per avvelenamento,aveva lo scopo di nascondere che tutto il denaro dell'operazione proveniva dall'iniziativa di questo papa. Hanno sempre fatto credere che solo la Spagna ha fatto tutto e che l'italianità di Colombo è stata solo una casualità.Se al rientro di Colombo dal primo viaggio,Innocenzo VIII fosse stato ancora vivo,le cose sarebbero andate diversamente.I reali in effetti non cacciarono neanche un ...maravedir.La moneta spagnola del tempo.
Tutto gratis! e per non darmi la giusta ricompensa ,visto che il mio potente tutore era stato eliminato dall'amico compatriota papa Alessandreo VI,cominciarono una campagna denigratoria nei miei confronti.L'operazione doveva essere tutta loro e non di Colombo e del papa Innocenzo VIII che aveva finanziato la missione per intero.Vediamo in particolare da dove provenivano questi finanziamenti.Metà della somma erano denari italiani provenienti da Genova e da Firenze.Banchieri e nobili imparentati col papa che tra l'altro, usufruiva degli introiti delle miniere di allume di Tolfa,vicino Civitavecchia. L'allume a quei tempi valeva come il petrolio oggi.
Vediamo l'altra metà:verrebbe dalla Santa Hermandad di Spagna,una specie di IOR del Vaticano di oggi,che aveva due amministratori: uno era Francesco Pinelli,nipote del papa, l'amministratore capo, l'altro ,sottoposto al primo,era Luis de Santangel. Ma,udite,udite,costui uomo di Fernando, era anche il ricevitore delle decime ecclesiastiche di Aragona per conto della Santa Sede, in funzione subordinata.Ma attenzione,Luis de Santangel avrebbe dato 1.140.000 maravedir per l'approntamento delle tre caravelle.Ma,il colmo dei colmi,la somma offerta era a titolo di prestito la cui restituzione avvenne subito dopo con i fondi delle bolle delle crociate,fatta dai cavalieri dell'ordine di Santiago.Si trattava della raccolta delle offerte del popolo umile e devoto dell'Estremadura alla chiesa di Roma.Questa somma insieme ai tanti sbandierati gioielli della regina è stata impiegata nella lotta contro i mori e non per finanziare la mia impresa.La Spagna e i suoi reali non hanno finanziato un bel niente.
Tantomeno che la regina avrebbe sacrificato i suoi gioielli per me."
"Ma il nostro colloquio finisce quì,ora devo continuare il mio travagliato peregrinare. Sta a voi italiani, far luce, con determinazione e orgoglio, sulla mia figura e quella del papa", così disse e andò via. Cosa dire,di fronte a un comportamento così immorale e predatorio. Che disgusto la ragione di stato dei potenti.E' meglio fermarsi quì.Purtroppo i nostri storiografi,oltre che conformisti, sono spesso pavidi e pusillanimi.
Spero che persone molto più valide di abbiano il coraggio e la capacità di affrontare
questo problema:cercare i documenti celati , reinterpretare quelli ambigui e confutare anche il conformismo anche di Wikipedia .
Che si possa realizzare quanto egli stesso ha scritto." La verità trionfa sempre " e " io
non resti confuso in eterno"
Un enigma, addirittura scolpito sulla pietra:sulla tomba di papa Innocenzo VIII in San Pietro in Vaticano sul marmo,tra le altre,è incisa la frase: " novo orbis suo aevo inventi gloria" che vuol dire:nel tempo del suo pontificato la gloria della scoperta del Nuovo Mondo. Ma l'epigrafe è stata incisa nel 1621 e si sapeva che il papa era morto un mese prima che Colombo partisse. Ma allora?Sicuramente si vuole fare intendere che il merito è suo,di papa Innocenzo VIII ,perché è lui che l'ha voluta e progettata con Cristoforo e
finanziata fin quasi al momento della sua partenza. Sembra che fosse suo figlio.

Bibliografia: Ruggero Marino-Cristoforo Colombo-L'ultimo dei templari-

settembre 2015


Flash di ricordi

Tripoli 1941,l'Italia è entrata in guerra,
Avevo all'incirca sei anni,io e la mia famiglia stavamo provvisoriamente in campagna per sfuggire alle incursioni aeree nemiche. Stavo bighellonando in giro su un terreno arido e sabbioso,ricoperto di arbusti,quando vidi alcune tende abitate da famiglie di beduini o fellah. Mi sono avvicinato circospetto per non farmi notare,non da loro, ma da mia madre che mi aveva proibito di frequentare gente locale che non conoscevamo.
Mentre mi avvicinavo,sentii ,ad un tratto, un rumore di sassi sbattuti venire da dietro un cespuglio,incuriosito, mi appressai ancora di più e vidi una bambina, accosciata come per fare un bisogno, che teneva due sassi,uno per mano,e li sbatteva l'uno contro l'altro come una mitraglia- trice:ta-ta-ta-ta.
Sbigottito rimasi impalato a guardare,quando improvvisamente la ragazza si alzò sollevando un braccio come per lanciare qualcosa.........un attimo...neanche il tempo di meravigliarmi e un sasso mi colpì in piena fronte.
Sorpreso ,più che spaventato,fuggii via e rientrai in casa tutto trafelato.
Pochi giorni dopo quando rientrò mio padre per un breve permesso,era soldato,mi spiegò che presso alcune tribù di arabi,come gli ascari,la gente, quando defeca, sbatte dei sassi l'uno contro l'altro perchè ha paura dei suoi peti:pensano che siano spiriti maligni.
................
Ricordo,inoltre,le imprecazioni di mio padre sotto il letto insieme a tutta la famiglia:mia madre,mio fratello ed io.
Era suonata la sirena dell'allarme,e,gli scoppi delle bombe furono così improvvisi e violenti da non aver avuto il tempo di correre nel rifugio.
Ecco qui di seguito quelle imprecazioni,simpaticamente colorite,in dialetto siciliano:" Buttigghia e sa soru!Si sbacantau u rinali!Che camurria è chista!Mi sugnu ruttu i cabbasisi!" ( Camilleri ...docet ) Cos'era successo? C'eravamo rifugiati sotto il letto. Nel muoversi sotto di esso,in mezzo a quella giungla di gambe e corpi,mio padre aveva rovesciato il vaso da notte pieno di pipì. E si!,perchè quella in cui stavamo era una casa araba in mezzo alla campagna:mura di fango pressato,solo una porta,niente finestre e nessuna comodità.Il gabinetto era fuori, all'aperto.
I bombardamenti aeronavali in città erano sconvolgenti e mia madre era quasi impazzita per la paura.Per tale motivo avevamo lasciato il nostro appartamento cittadino per venire in campagna più sicura,così dicevano.
E' meno male!
...............

cattedrale dove sono stato battezzato,ora moschea.Il mare,la spiaggia su cui erano montate tende che fungevono da ombrelloni che allora non esistevano,i giochi in acqua,a cavalcioni sulla pancia di mia zia,la sabbia dorata,la fertile terra rossa della campagna di Sukerjuma,cocomeri grandi come canoe;tagliati in grosse lunghe fette davano questa impressione. Le corse coi cuginetti in mezzo agli alberi e lo stupore del lento muoversi
dei camaleonti tra i rami,di come catturavono gli insetti con la loro lunga lingua.
Mi ricordo della mia maestra di prima elementare,che mi abbracciava e baciava chiamandomi il " suo bel topino" e della discesa in macchina,tutta curve ,dalle colline di Garian.La prima volta che le presi da mio padre perchè mi aveva sorpreso a giocare con la sabbia con dei bambini arabi giù per strada. La prima triste e cruda esperienza della morte al capezzale di una bambina morta per un infezione, mia coetanea e compagna di giochi :pallida e con i suoi bei occhi azzurri chiusi per sempre.
Il ruzzolone di mio fratellino dalle scale con il girello.
Poi è scoppiata la guerra,e,la nostra vita è cambiata!E' stato un inferno, il terrore,un incubo:bombardamenti da cielo e mare che sconvolgevano la città e la nostra vita.
Dormivamo vestiti e,al suono delle sirene, giù ,a scapicollo per i gradini, dal secondo piano fino al rifugio, in fondo allo scantinato delle scale. Mia madre non faceva che invocare S.Antonio e io che le dicevo di smettere.Mio padre non voleva scendere e rimaneva in casa.
sett 2015

Tutto è stabilito
Vi racconterò di un episodio che ha rafforzato il mio concetto sul destino:ognuno di noi ha un percorso di vita designato.Nessuna casualità.Questo è il mio pensiero:se è destino
che Tizio debba morire,ad esempio, prima dei sessanta anni,qualsiasi rischio di vita in
cui incorrerà prima di questo traguardo,sarà superato al punto di parlare anche di miraco-
lo.Inoltre,sempre secondo il mio modesto parere,per quanto esso possa valere,ciascuno di noi ha un angelo custode che ti fa rispettare questa consegna.
Pertanto,a tal proposito,vi prego di ascoltare quanto mi è accaduto. In quel periodo,era il 1965,prestavo servizio alla Compagnia Bersaglieri del Battaglione Dimostrativo*,a Persano,vicino a Eboli nel Salernitano.A Persano si trova la Casina reale di caccia dei Borboni ,costruita dall'ing. J.D.Diana con l'assistenza del Vanvitelli architetto di corte dei reali di Napoli.
Da lì,io e il mio collega,ten Selli,fummo inviati con i nostri plotoni in una località in
provincia di Potenza,in Basilicata,per svolgervi delle esercitazioni di pattugliamento.
Ogni plotone era costituito da tre squadre,ciascuna delle quali montava su un veicolo
cingolato da trasporto e combattimento chiamato M113.Questi veicoli si vedono spesso in televisione in dotazione a diversi eserciti:Israele,Egitto,Siria,insomma in tutto il mon-
do,pure a quei stramaledetti dell'ISIS.
Dopo un lungo viaggio di oltre 100 km,su un percorso molto tortuoso e pericoloso,
in mezzo all'appennino Lucano,raggiungemmo la zona prefissata.Era l'imbrunire.
Una sosta breve per riorganizzare i reparti e subito abbiamo cominciato le nostre eserci-
tazioni che sono durate per tutto l'arco notturno.All'alba,terminate le esercitazioni,fatta
colazione al sacco,ci è stato dato l'ordine di rientrare in sede.
Anche se stanchi,tuttavia eravamo contenti di ritornare in caserma dove ci aspettava un ran-
cio caldo e i permessi dell'indomani sabato.
Così i due plotoni si organizzarono per la partenza:un plotone,quello del tenente Selli sarebbe andato avanti,l'altro,il mio,sarebbe partito un quarto d'ora dopo.
Mentre mi stavo organizzando per la partenza si presentò a me il bersagliere Tolve,del mio
plotone,chiedendomi di fare il viaggio di ritorno insieme a un suo compaesano che stava
nella seconda squadra dell'altro plotone,quello del ten. Selli.
“Va bene,”gli dissi,”basta che avverti il tenente”Questi acconsentì e quindi,subito dopo, partirono.Io col mio plotone li seguii dopo quindici minuti.Erano ormai circa tre ore che i
cingolati correvano lungo un percorso insidioso per le strade dell'Appennino.
Ero in apprensione perche tutti non avevamo dormito ;ma mentre i bersaglieri assaltatori
potevano dentro al carro tentare di appisolarsi,così non era per il capocarro,che è colui
che sporge fuori dalla torretta pronto a qualsiasi evenienza ma,soprattutto, la situazione poteva essere ancora più critica per i piloti carro,anche se ciascuno aveva il copilota per alternarsi con lui quando aveva bisogno di riposare o altra esigenza.
Finalmente il percorso più duro della statale finì,e raggiungemmo un lungo rettifilo che era un tratto autostradale della costruenda autostrada del Sole Salerno-Reggio Calabria.Ormai erava- mo a una decina di km dalla nostra Caserma.
Avevo imboccato con il primo cingolato un lunghissimo viadotto su una profonda
valle,quando in lontananza vidi un gran trambusto:lampegiare di ambulanze e suonare di sirene.
Avanzai con la mia colonna per circa duecento metri,ma poi fui fermato da una pattuglia
di carabinieri.Balzai giù dal M113 e chiesi cosa era successo. “Un M113 è sbandato,ha rotto il guardrail del viadotto ed è precipitato giù sul greto asciutto
del fiume a sessanta metri più sotto,”mi rispose il carabiniere motociclista."
Rimasi di ghiaccio,sconvolto dentro di me in ogni fibra.
“Sapete come stanno?”,chiesi.”Guardi là c'è il Comandante della compagnia,chieda a lui.”
Raggiunsi di corsa il capitano e questi stravolto mi disse che era precipitato nel fosso il VTC della 2^squadra del plotone del tenente Selli che era andato laggiù a vedere e che gli aveva comunicato che tutti e dodici i componenti della squadra erano morti. I loro corpi all'interno delle tute da combattimento erano frantumati e mal ridotti.
“Pensi,mi disse il comandante,ne è sopravvissuto solo uno,che è sbalzato fuori dal carro al momento dell'impatto di questo contro il parapetto del viadotto.”Dopo un volo di sessanta metri metri si è conficcato dentro una pozzanghera di una cinquantina di cm di diametro.L'unico punto con un po' d'acqua sul greto secco del torrente tutto ciotoli ed enormi sassi e rocce.Era infilato fino alla vita ed il tenente lo ha tirato fuori afferrandolo dal cinturone.”
“Come si chiama”,chiesi al capitano.”Tolve”,mi rispose.
“Signor capitano quel bersagliere è mio,del mio plotone.Non doveva stare lì!mi ha chiesto il permesso di stare con un suo compaesano,ed io con l'autorizzazione del ten Selli gliel'ho
dato!”
Ci guardammo a lungo negli occhi.Infine disse:”Da domani quel bersagliere starà seduto
sulla soglia del mio ufficio,e,da lì non si muoverà fino a quando non andrà in congedo.”
“Adesso lei vada via con tutto il suo plotone e raggiunga la caserma.Penseremo noi a tutto
ciò che ci sarà da fare.”
Il comandante di compagnia mantenne la parola e il bers. Tolve rimase nella fureria del
reparto fino a quando non andò in congedo. Esempio di un uomo più che fortunato:MIRACOLATO.Ciò dovrebbe confermare quanto
ho detto all'inizio.Il suo angelo custode,al momento dell'impatto del mezzo corazzato sul guardrail, l'ha tirato fuori dal carro dirigendo la sua caduta per sessanta metri di volo, proprio su quel solo e unico punto,grande come un fazzoletto, dove c'era quella piccola pozzanghera di fango e acqua.
Fu una grande tragedia.Un terribile strazio che si ripeteva ogni qualvolta andavamo a consegnare
le salme,racchiuse nella propria bara,al paese natio.
Fu un lutto molto profondo per il nostro reparto e ci volle molto tempo per poter assorbire lo shok di quell'avvenimento e rassegnarci.

* Il battaglione dimostrativo,a quei tempi,era un reparto che dimostrava con esercitazioni modello l'attuazione della dottrina militare a ufficiali delle varie armi e allievi delle
scuole della Nunziatella,Modena,Torino ed altre.

Febb 2015

Una foto mancante,nonna Rosa.
Osservando un vecchio album di foto,mi soffermo a guardare quelle delle prime pagine ove appaiono nonni e nonne. Purtroppo non ho mai conosciuto due nonne e un nonno morti prematuramente prima che io nascessi.
Mi accorgo che manca una foto che raffiguri la mia nonna materna,Rosa,morta
giovanissima.
Era siciliana di un paesino vicino a Palermo.Una volta sposato mio nonno Giuseppe, nel 1910,lo seguì negli Stati Uniti nell'Illinois a Chicago sul lago
Michigan, a ridosso della frontiera col Canada.Pensate,dal sole della Sicilia al freddo canadese. Lì a Chicago nacquero mio zio Toni e Giosi( Giuseppe).
Intanto l'Italia,come si diceva allora, si era conquistato il suo posto al sole in
Libia e aveva dichiarato questa regione territorio italiano d'oltremare,dove anche i locali avevano gli stessi diritti degli italiani.
Quindi la Tripolitania divenne la nuova America per tutti quei nostri connazionali che erano in cerca di un futuro migliore.
I miei nonni,Giuseppe e Rosa,colsero l'occasione e subito rientrarono in Italia,
e da lì raggiunsero la Libia.Allora il governatorato della regione,che farà poi capo a Italo Balbo,attuava una politica che favoriva l'insediamento degli italiani con diverse facilitazioni tra cui la concessione di terreni sui quali si volevano intraprendere attività agricole,ecc.
A Tripoli,mia nonna Rosa ebbe altri tre figli,mia madre e due gemelli.
Ella insieme al nonno mise su un negozio,poi non contenti lo vendettero
per stabilirsi a Garian, una località subito a sud-est della città,dove acquistarono
dei terreni con le facilitazioni ottenute dal governo,Impiantarono così una fattoria con frutteti,vigneti e un emporio per la vendita.
A Garian,in posizione strategica,c'era una guarnigione dell'esercito a protezione dei coloni italiani che ivi lavoravano: a volte gruppi di ribelli assalivano le fattorie. La famiglia dei nonni,in simbiosi con i militari,che la tenevano molto in considerazione,conduceva una vita operosa. Avevano molto personale locale che li aiutava per qualsiasi occorrenza.
Mia nonna era il factotum della situazione,coraggiosa e decisionista offriva al marito la massima collaborazione pur dovendo badare a cinque bambini.
Tutti le volevano molto bene. A dimostrazione della sua intraprendenza e coraggio,racconto questo episodio. I nonni tenevano nella fattoria,chiusa in una gabbia,una grossa iena .Un giorno mentre nonno Giuseppe era fuori per affari,
la iena impazzì mettendosi a ululare e ringhiare con la bava tra le fauci.
Si scagliava violentemente contro le sbarre della gabbia che cominciavano
a cedere.
I famigli corsero ad avvisare nonna Rosa che era dentro casa.
Ella raggiunse subito la gabbia e vedendo che la bestia inferocita stava apren-
dosi un varco tra le sbarre,corse dentro casa,uscendone subito dopo, imbracciando un fucile.
Lo spianò contro l'animale e lo fece secco con una scarica di colpi.
Era veramente in gamba nonna Rosa.
Peccato che qualche anno dopo moriva improvvisamente a causa,non si sa
bene,se di una meningite o polmonite fulminante,lasciando mio nonno Giuseppe vedovo con cinque figli:il più grande undici anni e i gemelli di due.
Aveva ventisette anni. Mio nonno,allora,mise mia madre,sette anni, in collegio dalle suore. Tenne con se i due più grandi,mentre per i due gemelli ottenne la
collaborazione diretta della famiglia del loro padrino.
Andò avanti così fino a quando non si sposo per la seconda volta.
Ma questa è un'altra storia.

Febb 2015


Corso di scrittura creativa marzo 2014:ad un certo punto,la nostra prof tirò fuori dal suo borsone un sacchetto come quelli che usano per giocare alla tombola.
Rimescolò un po',e poi,a turno,fece pescare a ciascuno di noi cinque bigliettini.
" Miei cari,in base al loro contenuto,ognuno di voi dovrà tirare fuori un racconto."
"Lo aspetto per la prossima settimana."
Queste son le frasi dei cinque bigliettini capitatemi a caso:
- un bambino rapito,
- due donne si contendono lo stesso uomo,
- sul terreno le orme di uno sconosciuto.
- una porticina segreta,
- una mano gelata.
Dato il loro contenuto ho pensato a un racconto poliziesco. Ecco il titolo :

Una corsa contro il tempo

Stazione di polizia di Canicattì.
Squillò il telefono.
" Signor commissario c'è una signora al telefono,tutta agitata,chiede aiuto."
"Passemela!"
" Sono la signora Marchetti, aiutatemi, hanno rapito mio figlio Mirko."
" Hanno sfondato la finestra della sua cameretta "
" C'è qualcuno?,"chiese l'ufficiale .
" No," rispose la donna.
" Stia calma,veniamo subito ,mi dia il suo indirizzo."
Un quarto d'ora dopo arrivò la macchina della polizia.Il com. Bertoni scese , si ac-
costò al cancello della villa e suonò il campanello .Il cancello si spalancò e l'ufficiale a passo svelto si avvicinò al portoncino della casa . Mentre stava percorrendo il vialetto verso l'ingresso,sentì ,provenienti dall'interno, le urla di due
donne che litigavano : l'una inveiva contro l'altra accusandola di superficialità e ne-
gligenza. Bertoni suonò anche al secondo ingresso e poco dopo la padrona di casa,
venne ad aprire,invitandolo in modo concitato a seguirla.
Entrato nella stanza,vide che c'era un'altra donna arrabbiatissima.
" Scusate,"disse l'ufficiale," sono il com. Bertoni,con chi ho l'onore di parlare?"
" Sono Marchetti Antonia,moglie del sig.De Michelis,proprietario della villa.
"Sono la madre del bambino rapito".
" La matrigna " precisò infuriata l'altra donna.
" La signora che mi sta accanto è la madre naturale nonché la sua ex prima moglie",
riprese acida la Marchetti " io sono la seconda moglie."
" Piacere, Tortolini Eliana, madre di Mirko rispose quest'ultima."
Le due donne si odiano in quanto l'ex moglie sta cercando di riconquistare l'ex
marito e quella attuale naturalmente è di parere contrario.
" Quanti anni ha il piccolo,"chiese il commissario.
" Quattro", risposero entrambe.
Bertoni si mise a perlustrare il locale e notò che i pezzi di vetro della finestra
infranta erano caduti all'esterno e che una scala stava appoggiata subito sotto il da-
vanzale.
" Allora mi racconti,signora De Michelis,cosa è successo?"
" Il bambino giocava nella sua stanza al piano superiore,io stavo in cucina,al piano
di sotto,a preparare il pranzo."
" Continui,"riprese il commissario.
" Essendomi ricordata che doveva arrivarmi un pacco e,non avendo visto il postino
da diversi giorni,sono uscita per andare dalla signora di fronte per chiederle se per
caso lo avesse visto .Sono rimasta a parlare con lei pochi minuti e quindi sono rien-
trata in casa,in cucina."
" Non sentendo più il suono della play-station di Mirko e non avendo egli risposto al mio richiamo,sono andata nella sua cameretta,ma egli non c'era e i vetri della fine-
stra erano rotti senza che ne avessi sentito il rumore .Ho chiamato,cercato,ma il piccolo era sparito!Sono scesa in giardino ho guardato fuori dal cancello:nessuno.
Allora ho telefonato a mio marito e immediatamente dopo,consigliata da lui, a
voi del commissariato. Nell'attesa ho avvertito subito anche Eliana che era rientrata
da pochi giorni da una tourneè negli Usa .Ella è arrivata pochi minuti fa."
Bertoni lasciò le due donne,che ripresero a litigare, e scese in giardino.
Osservò che sul terreno,ai piedi della scala,oltre ai cocci di vetro,si vedevano delle
impronte che andavano verso la siepe che costeggia la strada.
Pensava che se il rapitore fosse venuto da fuori,gran parte dei vetri rotti dovevano trovarsi all'interno della cameretta e che le impronte in giardino,quelle che dalla scala andavano verso l'esterno dovevano essere più profonde di quelle che venivano perché il rapitore avrebbe dovuto tenere il bimbo in braccio.
Perché la De Michelis non aveva sentito il rumore dei vetri infranti?:la camera del piccolo stava sul retro rispetto al cancello ,asseriva la donna,e mentre lei conversa-
va con la vicina di fronte , non aveva notato e sentito niente di sospetto.
"Quindi, pensò Bertoni,Mirko è stato preso da qualcuno che conosceva bene e nel quale aveva fiducia".L'esperienza gli faceva pensare, che quando la vittima conosce il suo aggressore,questi, per non correre il rischio di essere riconosciuto è costretto ad eliminarla.
Il commissario si rendeva conto, con sua grande angoscia, che Mirko poteva essere
in estremo pericolo .Allora decise di agire immediatamente.
Convocò le due donne d'urgenza al commissariato portandole con la sua auto.
In sede le affidò al suo vice-ispettore perché aprisse la pratica di rito: denuncia, trascrizione dati personali,ecc..
Inoltre,in separata sede, gli ordinò di trattenerle, il più a lungo possibile, fino a
quando non avesse ricevuto nuove istruzioni.
Fatto ciò,ritornò immediatamente alla villa .Non è un problema per lui entrare:
basta il suo bancomat .Allora,cominciò una metodica e celere esplorazione di tutti i locali della casa .Poi giù nel seminterrato:garage,taverna e infine la cantina;qui c'erano diversi scaffali con varie suppellettili, appoggiati alle pareti, uno conteneva dei libri!
La sua intuizione non poteva fallire,sentiva il suo cuore martellare .Tolse qualche
libro e dietro notò una porticina .Scostò lo scaffale e con un calcio sfondò la porta.
Davanti a lui si aprì un cunicolo,con nicchie vuote alle pareti. Ma,ad un certo punto,
in una vide come un fagotto,si fece più avanti....sono delle coperte!Si portò ancora più vicino e rimase basito....una manina pendeva fuori inerte. L'afferrò,...era gelida!,
Svolse subito le coperte e le gettò via,avvicinò l'orecchio al petto di Mirko....e sentì
un impercettibile battito...oh! Dio!..era vivo.
Allora,con il piccolo in braccio e il cuor contento,corse sopra e compose il 118 per fare arrivare la Croce rossa sul posto. Chiamò poi il commissariato avvertendo i colleghi che aveva trovato il bambino,vivo, e che lo stava portando con l'autoam-
bulanza al pronto soccorso .
Ordinò,inoltre,ai colleghi di non avvertire le due donne fino a quando non sarebbe stato lui a farlo.
Ancora un'altra telefonata:chiamò il padre di Mirko dicendogli che il figlio era salvo e che stava con lui al S.Camillo, nel contempo chiese perentoriamente al sig. De Michelis di non telefonare alle due mogli per la sicurezza del piccolo;fece intendere
Che potevano essere intercettate dai rapitori. Ci avrebbe pensato lui a farlo. Intanto che lui lo raggiungesse subito al pronto soccorso,ove nel frattempo si erano già accorti che il bambino era stato sedato.
Quando il bimbo si svegliò vide suo padre che lo abbracciò stretto, stretto .
" Dove sei stato Mirko",gli chiese il genitore.
" Sai la mamma mi ha detto che mi faceva vedere una bella cosa in un posto miste-
rioso,come nelle favole".
" La mamma chi?"interruppe il com. Bertoni.
" Ma... mamma "Tonia",papà.
E' fatta!
Il commissario telefonò immediatamente in centrale e ordinò di trattenere in fermo cautelativo la sig.ra Marchetti Antonia,moglie del Sig. De Michelis,matrigna del bambino e di portare immediatamente al pronto soccorso del San Camillo la
Sig. Eliana,la madre naturale del piccolo Mirko.
Infine disse al vice-ispettore," Passemela al telefono".
"Signora Eliana,suo figlio e sano e salvo,e qui al S.Camillo insieme a suo padre.
Ora le passo il suo ex marito.Penso che non vedrete per un bel po' di tempo la
cara signora Marchetti che ha rapito suo e vostro figlio."

Febb 2014

Una foto
Una foto non è solo ciò che si vede,ma,anche un quadro che ,se ben interpretato,ti riempie l'anima e la mente di straordinarie sensazioni e di significativi momenti della vita.
Ecco la foto in questione. 



Essa evidenzia,in primo piano,un cancello con sbarre dietro cui sono rinchiusi tre personaggi in divisa;sono dei militari:da sinistra verso destra guardando,il primo sorride,il secondo, al centro, è mio padre con lo sguardo perso,l'altro ha quasi un ghigno. Sul cancello appare la scritta :
" Long Beach Ja "; è l'ingresso di un campo di internamento USA a Long Beach,località vicino a Los Angeles in California.Gli uomini in divisa sono dei prigionieri di guerra italiani catturati dagli americani in Tunisia nell'aprile del 1943( 2^ guerra mond.) e trasportati dopo un lunghissimo viaggio di circa 15.000 km,attraverso l'atlantico,il canale di Panama,e,su verso nord,lungo la costa del Oceano Pacifico,fino a Los Angeles, in California.
La foto risale agli inizi del 1945 e,quei prigionieri hanno saputo da poco che entro la fine dell'anno saranno rimpatriati. Quello al centro,con lo sguardo perduto,è mio padre,il quale sta sicuramente pensando alla sua famiglia che lo attende giù in Sicilia e che potrà finalmente riabbracciare dopo tante peripezie. Finalmente rimpatriato,dopo un lungo viaggio,ci raggiungerà in Sicilia,a Modica,la città del cioccolato. Da qui,dopo pochi mesi ,con un lungo viaggio di sette giorni,via ferroviaria,su carri bestiame scoperti, ci porterà tutti a Roma ,dove siamo stati accolti nel Campo Profughi di Cinecittà (l'attuale sede cinematografica nazionale). Qui rimarremo fino a quando avremo una casa e mio padre un lavoro che il Ministero dell'Africa Italiana ha promesso a tutti i profughi. Certamente un " campo profughi " ,non è come un campo di internamento,ma ci si avvicina molto. Dormivamo all'interno di enormi padiglioni(alti 11-12 m. ),lì dove si giravono i film,divisi in tanti loculi 2x2 formati da pareti di cartone( faesite) alte 2 metri:sentivi e quasi vedevi i vicini accanto. Tutto l'immenso locale era pervaso da un continuo brusio,come il ronzio di un alveare. Il vitto o rancio,forse è meglio dire così,era in comune,come in una caserma. Suonava la campanella,in verità era un battaglio di metallo che veniva sbattuto all'interno di un triangolo di ferro,e ,tutti ci mettevamo in fila con le gavette di alluminio per avere la nostra razione;in seguito ci dettero i piatti di alluminio. Si mangiava all'aperto o nel nostro loculo se pioveva.
Tornando alla foto,gli altri militari sono amici e commilitoni di papà.
Quello sorridente ,dopo il rientro in Italia ,ripartirà per l'America per sposare la fidanzata americana che aveva conosciuto durante i permessi di libera uscita a Long Beach.
Per amore di cronaca,molti altri militari sono ritornati negli Usa per sposare ragazze americane.
Il terzo sorride amaramente perchè sa che al suo rientro non troverà nessuno in quanto ha perso tutta la sua famiglia sotto un bombardamento.

marzo 2014


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