Poesie di Giovanni Abbate


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Leggi i racconti di Giovanni

Solitudine
E' l'autunno gelido e silenzioso,
van le foglie senza meta al vento;
ciò non fa che acuire il mio tormento.
Solitudine!,carco assai gravoso

per un cuore d'affetto bisognoso.
A nulla credo solo a ciò che sento,
e vo deluso e di reagir non tento
al languire mio lento e doloroso.

Vedo un bimbo, sorride, egli è contento;
felice mortale, che ancora crede,
che ogni cosa sempre bella vede.

Ma al suo apparire questo mio io spento,
trepido, alla speranza dolce riede:
ha visto Quel per cui ancora ha fede.

Novembre 1953
Da Poesie giovanili.

Gioia, dolce fiore.
Mira che fai,candido,dolce,fiore;
il mondo,la natura allegri e avvivi.
Gli augelli,i verdi boschi,i freschi rivi
cantan felici te,il tuo splendore.....

con loro, estasiato ,anch'il mio cuore.
Che di me,del viver mio,di te privi?
Se gli occhi tuoi,chiari e vivi,
non splendesser più di quel candore?

Sei per me il sol che attorno effonde
eterno calor,sfolgorante luce,
senza cui freddo e tenebre profonde.

Ogni mio pensier sempre a te conduce
Tu sei la sorgente limpida,d'onde
lo spirito trarrò ch'al bene induce.

Roma, 1952
Da poesie giovanili: un amore virtuale

Gioia
Ti vidi, e un dolce sentimento
m'invase il core, fe'mmi scolorire;
tutto di te in te mi fè intenerire:
la dolce beltà, il gentil portamento.

Il sole coi suoi raggi d'argento,
illuminava lieto il tuo venire;
e pur le foglie, il lor lieve stormire
t'accompagnava col sospir del vento.

D'erbe e di fiori fiorita serra
a te d'intorno; le brune tue chiome
luce effondeano, sfolgorante.

Oh! dolce desio che ancor mi serra!
" Trattienti, volea dir, dimmi il tuo nome";
m'il labbro tacque, e tu andaste avante.

Roma, 1952
Da poesie giovanili: un amore virtuale

Leggi racconto: " Le parole che non ti ho detto "
 

Una magia del bosco
S’apre la zolla,
da un albo velo avvolto
spunta un disco dorato,
fa capolino , occhieggia,
continua lo slancio,
sul gambo s’erge agile,
si espande ancora,
d’un color aranciato
splende come il sole.

Marzo 2016

Il papa e la curia.
Caro papa, quanto ti vogliam bene,
qui per lenir le nostre tante pene.
Ansiosi ti porgiam i nostri piccini,
tu trepido corri e a lor ti avvicini.
Ma gli altri pargoli si fan più audaci,
tu allor li abbracci e riempi di baci.
Sorridente, incedi tra la folla,
che ti beve con gli occhi, mai satolla.
Per il bene, nessun timor t'incute,
scenderesti anche col paracadute.
Cosa che era vera follia sperare,
ma da te tutto ci si può aspettare,
hai reso realtà la più grande speme,
gente d'ogni credo hai messo insieme.
Buddisti, induisti, ebrei e mussulmani
hai fatto abbracciare con i cristiani.
Infine il traguardo più disiato
quando il russo Kirill hai abbracciato
delle due chiese sancendo l'unione
dopo mille anni di separazione.
Grande, buono, intrepido Francesco,
ti vorremmo tutti al nostro desco.
Proponi al mondo pace e fratellanza
reprimendo dei grandi l'arroganza.
Hai aperto, all'umanità tutta quanta,
preso da immenso amor, la porta santa:
e tutti sotto con pensieri buoni,
sperando che il buon Dio ci perdoni.
Caro Francesco grande è il tuo amore,
ma noi lo ricambiam con grand' ardore.
Ma sta attento che tra i tuoi seguaci,
nella curia,ci son sguardi rapaci;
molti che con fare molto sornione
di fermar cercan la tua giusta azione.
Ingordi, maestri d'occhiuta rapina,
quatti, quatti, strisciano in sordina.
C'è poi un tizio, ..porporato barone
che tiene l'attico nel palazzone.
Un sol paradiso per lui assai vale,
non quello del ciel,..ma quello fiscale.
Tra lor combatti la pedofilia,
razzaccia immonda, cacciali via!
Del santo di Assisi indichi la via:
una chiesa più povera, più pia.
Ma non piace alla curia romana
una chiesa sì tanto francescana.
Cari curiati, non più carta bianca
per intrigare nella sacra banca
ricco bottino di grandi marrani,
uccisori del buon papa Luciani.
Rinunciate alle vostre prebende,
cosa aspettate, levate le tende.
E a chi, ancora ingordo, fa il finto tonto,
e ora che gli presenti tosto il conto.
Fatti coraggio dagli duro addosso,
perché altrimenti non mollano l'osso.
E se proprio non vogliono mollare,
innanzi al popol li devi additare,
e quindi metterli poi tutti al fresco.
Non mollare, caro papa Francesco.
Mi domando se qualche porporato,
abbia mai un papa scomunicato;
ché a questa gente giammai satolla,
bene gli starebbe la sacra bolla.
Sarebbe una vera rivoluzione
prendere così giusta decisione.
Dal nostro caro papa giù le mani,
non più, giammai, come il buon Luciani.
sia mai! vi scoveremo ovunque!
O curiati piegate l'arroganza,
solo Cecco è l'unica speranza,
solo così avrete remissione:
ricordatevi si del buon ladrone.
O papa, papa dell'accoglienza,
coltivi la gente la tua semenza
da cui proviene solo vero amore,
senza di cui solo guerra e orrore.

Bibliografia: " Via crucis " di Gianluigi Nuzzi,
" La morte del papa " di Luis Miguel Rocha.

Marzo 2016  

Il silenzio del buio
Sto in riva al mare sulla sabbia.
E' l'imbrunire, aspetto la notte.
Sento la sabbia, mi plasmo in essa.
Granuli morbidi sotto la nuca,
sotto di me, caldi e carezzevoli,
si aprono creando un vuoto che mi turba.
Arriva alfin la notte. Il ciel, pian piano,
si affolla di vivi e tremuli lumi,
come lampare vaganti sul mare
che sciaborda lieve ai miei piedi.
Chiudo gli occhi,li serro e aspetto.
Sprofondo così nel buio più buio,
ne sento il richiamo, lo faccio mio …
Ecco ora sento il silenzio del buio,
mi fondo in esso, mi pervade tutto,
inghiottendomi nel vortice nero.
Fermo il tempo, immobile,di ghiaccio.
Riapro gli occhi e guardo il cielo stellato.
Ascolto e sento Il brulichio e il palpito
di miriadi di stelle e galassie.
Da mondi e universi lontani
il loro silenzio mi urla dentro.
Mi libro nel vuoto, grande vela
pulsante,spinta dal vento stellare
attraverso lo spazio sconfinato,
nel tempo senza fine,e mi struggo,
sublimando un amore infinito:
quando sarà… così vorrei spirare.

Gennaio 2016
 

Scintilla
Scintilla primigenia
che emergi dal caos;
ora sei onda,
ora sei particella;
infinitamente piccola,
smisuratamente grande.
Sei tu lo yin e lo yang,
il maschio e femmina,
il dentro e il fuori,
il chiaro e scuro.
I colori della luce.
Intelligenza dell'uomo,
intelligenza del cosmo.
Tutto da te proviene,
da te e per te si evolve:
l'universo smisurato,
lo spazio infinito,
nel tempo senza fine.

Gennaio 2016
 

Pipina e Riki *
Oh quale giorno felice fu quello
quando,la coda scotendo festosa,
ora acquattandoti un po' timorosa,
venisti a noi e accarezzammo il tuo vello.

E quando dal piccol frondoso ostello,
dopo una notte nera e tempestosa,
ci mostrasti la prole tua gioiosa
e il maschio,Riki,di tutti il più bello.

Ma qual triste giorno,allor,infelice,
fu quando,tornando felice,
sostai alla tua cuccia inabitata.

E quando,infin,pur te bel cuccioletto,
strappato fosti al nostro affetto,
a causa di crudel gente spietata.

*vedi racconto " Una cagnetta e il suo cucciolo ".
1950

Sentimenti….natalizi
Di festività è ormai stagione,
dovrei essere quindi assai contento,
e invece sento come un tormento.
Sono forse caduto in depressione.

Intorno, ovunque, è un gran fermento:
luminarie,stelle,spazzacamini,
comete,re magi, Gesù bambini.
Cos'è allora questo turbamento?

ahi!mi mancano figli e nipotini;
lontani, non sono ancor arrivati.
Di abbracciarli forte non vedo l'ora…

Ma eccoli infin a me vicin vicini,
a me avvinti, stretti e accovacciati…
ed ora il mondo tutto si colora.
 

Versi arrabbiati
Scrivere voglio qualche versetto
per dire cose che non ho mai detto,
non certo a voi giovani e giovincelle.
Ma noi vecchioni, di brutte e di belle,
tante ne abbiamo viste nella vita:
di costoro,bella casta impunita,
che alle camere eletti da noi tutti,
si comportano da gran farabutti;
coltivar sanno sol la melanzana,
ma non per l'expo,solo per la grana.
Coi soldi statali si dan da fare,
non per costruire ma sol arraffare.
E di questi ch'hanno fatto bordello,
d'una scuola che dovria esser modello.
Di chi mal coprendo i lavoratori,
fuggir ha fatto gli imprenditori;
per cui chi da lavoro è solo padrone,
e non uomo che ne fa missione;
e non vuol capir ch'anco per costoro,
e motivo d'orgoglio dare lavoro:
al punto che si son tolta la vita ,
quando ogni speranza era svanita.
E di questi altri,che la povera gente,
in galera mette ,anche innocente!,
mentre il porco,il ladro,l'assassino,
mettono fuori anche con l'inchino;
e chi se ne frega s'è Vallanzasca!
Tanto tu te la prendi sempre in tasca!
Ma posson essere inver assai cari
quando ti mettono ai domiciliari.
Mettici pure la televisione,
regno eterno di qualche barone,
che ponendo lo stolto in vetrina,
ci fa fare una figura barbina.
E di te, cara Roma,mia amata,
ognor vilipesa,ognor stuprata
da burocrati avidi e magnoni,
grossi,corrotti,biechi e ladroni,
che non gli frega proprio un bel niente
di turlupinare la propria gente.
E te povero sprovveduto Ignazio,
di cui i lupi hanno fatto strazio,
t' han fatto passare per malandrino,
ma sei solo un ingenuo paladino.
Questa è la mia più disiata speme:
che noi,stufi,tutti quanti assieme,
applichiam diretta democrazia:
scovare ovunque questa trista genia,
e a uova e frutta marce cacciarla via,
pur qualche melanzana,mi raccomando!
E se tutto ciò dovesse esser vano,
grossi calcioni allor sul de..tano:
metaforicamente sol parlando!?
lo faremo?veramente?ma quando!

Corre l'anno 2015

Nostra madre ha cento anni
D'ogni dove siam giunti in quel di Roma
a festeggiare,mamma, i tuoi cent'anni.
Dopo una vita lunga e travagliata
tra fatiche, disagi e malanni,
ogni avversità affrontando , mai doma ,
al gran traguardo alfin sei arrivata.
L'obbrobrio della guerra hai superato,
per i campi profughi sei passata;
ora qui ora là tra tanti affanni.
Finalmente in una casa sei entrata,
tanto , tantissimo desiderata.
Ricordi ti dicean " la tripolina",
quanto tempo è passato, mamma Tina.
Adesso hai in più qualche malanno:
non senti molto, ma ti fai sentire
con un simpatico interloquire.
Anche se nei tuoi occhi c'è qualche danno,
vispo è il tuo sguardo ,sempre vivace.
T'arrabbi a cercar la cruna dell'ago,
perché non vuoi smetter di cucire,
ma non molli,e persisti tenace.
Ma questo non è il tuo solo svago:
sapete qual è il suo vero pallino?
Le corse in moto con Valentino:
per come è andata, ancor ti dispiace.
La tua famiglia è molto variegata!
Al bisogno ci sei sempre stata!
Ovunque la vita ci ha portato
nipoti e nipotini hai ognor curato.
A volte sei un poco brontolona,
ma alla tua età tutto si perdona.
Orgogliosi siam delle tue radici.
Tutto di te in te ci fa intenerire,
non voglio dir quanto sei coccolata,
mamma, nonna e bisnonna adorata.
I calici ora alziam , brindiam felici,
figli, nipoti, cugini e amici.

Roma,14/11/2015

 

ARISTEIDE

PERSONAGGI

ARISTO Un cavaliere.
PANTO Il suo destriero,morello.
IRENE La sua innamorata.
IRENEO Padre di Irene.
IREO Fratello minore di Irene.
GRIFAGNA Una regina crudele.
FLOGISTO Lo sciamano o il vegliardo saggio.
RIGONE Un luogotenente di Aristo.
GRUCCIONE L'uccello guida.
GRIFO Il grifone buono.
GRIFONCELLO Il piccolo di Grifo.
ALTRI ANIMALI Il deodonte ,vampiri,grifoni,arpie,demoni,draghi.
MOLTITUDINI UMANE Di sotto e di sopra :schiavi e non.

Favola per bambini e non, tradotta in componimento poetico fantastico, costituito
da un poemetto di dodici canti. Ciascuno canto composto da 30
quartine,meno il XII di sei. Tutte le quartine sono a rima chiusa e incrociata per un totale di 1344 endecasillabi: abba-bccb-cddc-ecc.
Ogni canto è legato al successivo e l'ultimo al primo.



Riassunto
In una notte tempestosa di moltissimo tempo fa un cavaliere di nome Aristo,in groppa al suo cavallo,galoppa a spron battuto in cerca di un riparo.Si addentra in una selva e,sebbene contrastato da nitriti e impennate del suo animale si di-
rige verso una luce in lontananza. Dopo una faticosa cavalcata giunge in un ca-
stello cadente e semidiroccato, ricoperto di erbacce e arbusti ischeletriti.
Mentre cerca,a piedi, di penetrare all'interno,Panto, il suo destriero, spaventatis-
simo gli sfugge di mano e scappa via. Rimasto solo riesce ad entrare nel manie-
ro che appare assai tetro. Vede una fiamma ardere in una nicchia del muro,si av-
vicina per riscaldarsi quando questa lo avviluppa e lo attira dentro di se,irresisti- bilmente, senza bruciarlo. Tenta di sottrarsi ma invano;esausto e disperato sviene.

I CANTO

Una volta,in un tempo assai remoto,
c'era un cavalier,contro cui, invano,
d'una strega cozzò l'odio inumano,
regina di un regno al mondo ignoto.

S'appressava ruggendo l'uragano
in quella fosca oscura notte:
saette guizzanti in mille rotte,
accendevan l'orizzonte lontano.

Nembi oscuri,multiformi , a frotte
si rincorrean guizzando per lo cielo.
Le stelle avvolte da un atro velo,
non s'accendean più, al buio indotte.

E in mezzo a tutto questo gran sfacelo,
ecco tuonar lo zoccolio e il nitrito
d'un caval che un cavalier smarrito,
tra la polvere spronava,anelo,

ver verde bosco,dietro cui era svanito,
pria che la sua ora, il sol per la bufera.
Trovar voleva pria che fosse sera,
un buon riparo in sicuro sito.

Correa,volava nella notte nera,
di schiuma il muso asperso il ner destriero,
truci rai sprizzava dall'occhio fiero,
rorida e lucente la sua criniera.

Parliamo d'un uomo,un uomo vero,
prode,forte,buono,con tanto ardore,
le sembianze e degli occhi il fulgore,
la tempra mostravan del guerriero.

Degli oppressi era il difensore,
degli iniqui implacabile giustiziere;
è Aristo,l'impavido cavaliere,
le fanciulle lo tenean nel cuore.

Per il buio nulla si potea vedere,
e per la nebbia ch'avvolgea ogni cosa.
La tempesta s'era fatta furiosa,
l'acqua fitta cominciava a cadere,

il vento ululando senza posa,
verso l'aere alzava trombe di rena.
Aristo innanzi andando con più lena,
lasso alfin raggiunse l'area selvosa.

E poco dopo,reggendosi appena,
al riparo fu tra i tronchi alti e folti,
di cui molti ,ai suoi piè, travolti
finivano per quella furia in piena.

E cosa strana per luoghi si incolti,
ecco apparirgli un tenue chiarore,
che diegli la persa fè e il buon umore
che dai disagi gli erano stati tolti:

lì certo a lui sfinito viaggiatore,
non disdegneranno fuoco e ristoro;
che ciò è cosa umana per coloro
che osservano le leggi del creatore.

Felice,con dolce voce ,il suo moro
destrier spinse a veloce andatura.
S'allungava ora la via più sicura,
fin là ove una luce,qual tesoro,

brillava nel mezzo d'una radura.
D'improvviso la bella bestia,scossa,
nell'inceder suo da arcana possa,
s'inpennò ghermita da folle paura,

infino all'imo tremando nell'ossa.
Poi l'oscura forza fu si viva
ch' a un dirupo volò di senno priva,
ma Aristo ,sull'orlo della fossa,

mentre quello, folle ,il suol colpiva,
fermo il trattenne con gran vigore:
con carezze gli calmò il tremore
e sulla via tornò che mai finiva.

Raggiunse infine,dopo lunghe ore
la luce lontana,ma rimase incerto
se proseguire, quando vide, erto,
d'irti cespugli pieno e senza un fiore

ergersi un colle,e più in là coperto
di giallo ispido muschio,diroccato,
un vetusto castello abbandonato.
Allor dal caval smontando:"Certo,

fallace vision veder mi è dato ."
N'avea finito,ch'un brusco strattone
gli fé monco il pensier:lo stallone,
d'oscur terror preso,s'era involato,

nitrendo ,tra i vortici del monsone.
Rimasto solo, con in gola il pianto,
forte chiamava il fedele Panto:
"Fermati amico,vieni dal padrone".

Ma la sua voce si perdea soltanto,
ché il caval nella notte era sparito.
Non rimase altro a quell'uom spaurito,
di rifugiarsi nel rudere intanto,

Si avanzò,appoggiandosi, sfinito,
sulle vestigia disgiunte e ombrose
e,quando oltre un varco, il piede pose,
stette come colui che è inorridito.

Entro quelle pareti cavernose,
c'erano orror ch'ognun faria sbiancare
tanto non si potrebbero immaginare,
cose così orrende e spaventose:

quella tana di fanghiglia era un mare;
in mezzo ardeva un fuoco crepitante,
su cui con volo lento e incessante,
sozzi vampir vedeansi volteggiare.

Come volea esser miglia distante,
dall'infido luogo,ma pieno il fuoco,
d'una arcana forza, a poco a poco,
l'attirava nel plasma rosseggiante.

Urlò,ma emise solo un suono roco
Ché implacabile la fiamma l'attraeva,
e in vorticose spire lo stringeva;
il suo opporsi era sempre più fioco,

senza scampo tutto lo avvolgeva.
E'potere misterioso e profondo,
non bruciava,era fredda ,vinto, in fondo,
al fluido cadde mentre il lum perdeva.

Si trovò così in un altro mondo,
ove come spettri, in voli ciechi,
orridi vampiri dai guardi biechi
lo sfioravano col corpo immondo.

O musa,tu che il divino spirto arrechi,
fa ch'io di tale uomo conosca il fato.
Fa,che per me ,del mondo inabissato,
si odano gli oscuri tenebrosi echi.


II CANTO

Riassunto
Aristo si risveglia in un mondo sconosciuto e misterioso,sotterraneo : accanto a lui,per fortuna, c'è Panto.Vede montagne scoscese,picchi selvaggi, fiumi tumultuosi, piante selvagge. Arriva davanti a un varco nella roccia ,da cui parte una profonda galleria. In alto la inquietante scritta che annuncia il regno di una regina tiranna che si chiama Grifagna.
Il vegliardo misterioso,Flogisto:i suoi consigli. La spada magica. Costui gli rivela dove si trova la spada magica e come poterne venire in possesso. Inoltre gli mette a disposizione un uccello dai colori sgargianti che gli farà da guida ,il cui nome è Gruccione.

Destò Aristo un lieve umido fiato,
soffiatogli sul viso impallidito.
Aprendo gli occhi sem'istupidito,
rimase senza motto e stralunato,

quando vide attorno a lui...basito..
stendersi, orbo del ciel,un mondo orrendo.
M'ancora più per l'animal stupendo,
per quel caval d'un bruno colorito,

che mostrando la sua gioia nitrendo
gli scalpitava gioioso accanto.
Ma infin lo riconobbe,era il suo Panto,
il bel morello che stava vedendo.

Felice volea urlar,ma d'altro canto,
il silenzio che incombeva gravoso,
restar lo fece muto e silenzioso.
Dai più reconditi luoghi,intanto,

si sprigionava un fluido misterioso,
un qualcosa di soprannaturale,
che precede un furioso temporale.
Ah!,poter fuggir luogo si pauroso:

picchi aguzzi avvolgendosi a spirale,
si ergevan verso l'alto,circondati,
da scura foschia,così pure ai lati,
ove in brusche torsion la roccia sale.

Per quei piani aspri e selvaggi,solcati
da limacciosi e tortuosi torrenti,
dai vortici tumultuosi e bollenti,
fiorivan,vaghi fiori maculati,

che pur belli,dai soffi dei venti,
senza pietà alcuna venian strappati
e, mentre al lor posto altri erano nati,
ghermiti venian dall'acque furenti,

e nei fumosi gorghi trascinati.
Poi volgendosi all'amico fidato,
con dolce voce:" Come sei arrivato,
gli disse,in questi luoghi desolati."

Panto,con lo sguardo,al padrone amato:
" Che farei,disse, senza te, lontano,
vinsi allor il terrore sovrumano
e senza esitar seguii il tuo fato."

Cavalcarono guardinghi, invano
cercando verso il sole qualche uscita;
quando ormai ogni speranza era svanita,
un varco trovarono in fondo al piano;

Qui pensò che per lui era ormai finita
quando di rosso sangue intrise,
queste aspre parole lesse, incise,
su una ferrea porta arrugginita.

" Se sei qui,uom,mala sorte t'arrise,
e non scamperai, poiché sei entrato
nel vasto regno da me governato,
da me Grifagna e le sue armate invise."

"Qui solo s'entra,niuno mai è scappato
da questa mia terra,forte, aspra e dura ,
qui si porrà fine alla tua avventura,
maledirai il giorno in cui sei nato."

"Mai!,per te invece sarà sciagura",
pensò,cingendo alla spalla il mantello.
Avanzarono l'uomo e il morello,
a cercare l'auspicata apertura,

sempre più giù nello stretto budello.
Ogni speranza ormai perduta aveva,
nessuna luce ancora si vedeva;
soffocavano ormai in quell'avello.

No avanti deciso andar doveva,
darsi coraggio,giammai arretrare,
a ogni costo la paura dominare,
che strette le viscere gli teneva.

Mentre stava pensando cosa fare,
poggiato al muro inconsapevolmente,
lo sentì vibrare improvvisamente,
poi tosto,tutto in un colpo mancare;

cadde,allor,mentre un raggio lucente
lo accecava investendolo in pieno.
Drizzossi come il guizzar del baleno,
il brando in pugno stretto saldamente;

ma subito al suo impeto pose freno,
quando a lui davanti , allibito,
si pose, austero,un vecchio incanutito,
che mostravasi invece assai sereno.

Il vegliardo con viso impietosito,
dopo averlo a lungo guardato,
" Mi chiamo Flogisto. Oh sventurato,
disse,com'è che tu sei qui finito?"

"S'avrai tu la scritta ben osservato,
già saprai qual'infido paese è questo."
E Aristo,al buon vecchio ,tutto mesto:
"Si lo so,padre,fin'ora ho sperato,

d'avere sognato,invece,son desto."
"Per tal motivo allor,vorrei sapere,
s'esiste e dove qualche potere,
che a questa scellerata è funesto."

"C'è,ma se ti sarà dato vedere,
gli orridi mostri,i molti demoni
e l'arpie e gli ancor più infidi grifoni
che la servon in ogni suo volere,

certamente ogni tuo ardir deponi."
" Ma lo stesso te lo dirò.E' affilata,
la lunga lama in acciaio foggiata,
l'aurea elsa di lucenti aloni

tinge lo spazio attorno. Poggiata
risplende, su un purpureo cuscino,
senza posa dal vespro al mattino
da quattro enormi diavoli guardata

insieme a un grosso feroce mastino.
Fonde,brucia,spacca, in pugno stretta,
rende invisibile. Avrai vendetta
così! Ma non con un tiro mancino,

averla tu potrai contro l'abbietta!
Sol dei segni da motti accompagnati,
son terror dei guardiani scellerati,
che solo allor fuggiran in gran fretta."

Udito ciò, Aristo ,allora,se i fati
saran propizi, sarò vincitore!"
Quei allor,mostrandogli lieve chiarore:
" Da là si esce,da lì pian sconfinati,

disse, questo uccello dal bel colore,
ti guiderà volando per lo piano
fino a quel regno sì tanto lontano.
Seguilo,figlio ,senza alcun timore."
 

III CANTO

Riassunto
Lotta d'Aristo con il deodonte*.Le caverne del terrore:le cave ove gli umani scavano un minerale che trasforma le persone in creature demoniache(la demonite).
Prima apparizione delle mostruose creature del mondo sotterraneo. Primo scontro con arpie e grifoni. Aristo prigioniero. Fuga di Panto: il suo destriero. Il castello e la reggia della regina Grifagna:l'orribile suo aspetto. Fuga di Aristo.

* Una specie di cinghialone preistorico. Aveva le dimensioni di un bisonte attuale.

Dietro il bel gruccione* il capitano,
su un picco s'arrampicò a perdifiato;
da lì vedeva un bosco sterminato,
giusto come diceva il buon sciamano.

Fame lo prese e, l'arco impugnato,
scese giù nella macchia ai piè del monte,
ove legato Pan,presso una fonte,
tra le fronde si nascose in agguato.

All'improvviso si trovò di fronte
una bestia, zannuta,ancestrale,
mai vista in terra,paurosa,ferale,
un dì sarà chiamata deodonte .

Scagliato invan,l'eroe,l'acuto strale,
come uragano che tutto schianta,
un grosso ramo spezzò d' una pianta,
e come clava contro l'animale

usollo, che terribile tutta quanta,
di ruina e fragor empia la foresta.
Percosso infin con furia sulla testa,
al suol crollò con ogni forza infranta,

e la spada a finirlo fu poi lesta.
Poi affettò un grosso bel cosciotto,
ch'avido mangiò dopo averlo cotto.
Stanco, infin, dormì,dopo sì aspre gesta.

* Il gruccione è un uccello dalla sgargiante livrea della famiglia delle Meropidae.

Riposato salì in sella e via al trotto.
Passò boschi ombrosi e valli silenti,
laghi tempestosi,fiumi e torrenti.
E,sempre dall'amico uccel condotto,

pervenne,infine, senza inconvenienti,
là dove una gola,fra picchi e rupi,
dava all'arma fatata. Boati cupi,
si udivano, e paurosi lamenti

che sembravono ululati di lupi:
umani che alle avite dimore
strappati, vivevono nel terrore,
in vaste caverne, tra aspri dirupi.

Là i suoi fratelli , nel dolore,
scavavan demonite senza posa.
Proseguì Aristo per la via tortuosa,
rabbia e pena gli rodean il cuore.

Ma spesso ,prima di coglier la rosa,
ci si punge per l'ansia nelle spine.
Fu così ,per lui,che non vide,chine,
su una altissima vetta rocciosa,

di arpie e grifoni diverse dozzine,
che mute lo guatavan da erto sasso.
Ma l'eroe, inconscio,guardava in basso;
certo avrebbe fatto una brutta fine,

se il suo gruccione da sopra un masso,
non l'avesse,squittendo, messo all'erta.
La feroce masnada,ormai scoperta,
rinunziò all'agguato e,con gran fracasso,

si lanciò ululando giù per l'erta;
Aristo, tratto il brando,a mulinello,
a dritta e a manca, facea macello.
Cruenta infuriò la mischia,a lungo incerta.

A un tratto l'avvolse un viscido vello,
l'eroe si voltò, allora, inorridito,
e vide un'arpia che l'avea ghermito
e lo tirava su per il mantello;

ucciso un grifo che l'avea assalito,
verso essa roteò il brando insanguinato,
e tutto glielo infisse nel costato.
Annaspò il mostro,poi crollò finito,

e seppur non avesse ormai più fiato,
con l'unghie con forza battea il terreno.
Come leone lottava, d'ira pieno,
Aristo, e sebben fosse circondato,

resisteva,ma infine venne meno.
Stanchezza il vinse,e mentre prigioniero
tratto era, Panto il suo fedel destriero,
strappato a un demon che lo tenea il freno,

fuggì seguendolo lungo il sentiero
che alla reggia dava della regina.
Quando questa,infine, fu più vicina,
apparve come un turrito maniero

che per il molto tempo era in rovina.
Si ergeva possente ,a grande altezza,
in una palude ove forte brezza,
creava di scure nebbie una cortina;

queste avvolgeano tutta la fortezza;
fetidi miasmi spargendo per l'aère.
Trascinato dalle nemiche schiere,
pur uso a ogni genere di bruttezza

non potè un grido d'orror trattenere,
nel vedere l'orribile megera,
ch'aver doveva l'anima più nera,
di tutti quei demoni e quelle fiere.

che gli erano accanto con dura cera.
Era così ripugnante il suo aspetto,
che turbato anche l'essere più abbietto,
che al mondo in quell'antico tempo c'era,

sarebbe rimasto al di lei cospetto:
quasi un teschio coi denti sporgenti,
con radi peli e due tizzoni ardenti,
il resto avvolto da un drappo ch'al petto

ornato era di guizzanti serpenti.
Non guardò oltre,ma fuggì come matto.
E la strega,cui per l'ira di scatto,
s'era irto il ciuffo,ordinò che i battenti,

fosser chiusi,e il cavalier a lei tratto.
Ma Grifagna diede l'ordine invano,
chè Aristo di corsa raggiunto, il vano,
trovato Panto, era fuggito ratto.

Ed era ormai di gran lunga lontano,
quando l'inseguì lorda tumultuosa,
e pareva che,tanto era furiosa,
lo volesser divorar brano a brano.

La nebbia dietro lor copria ogni cosa.
Volavano i demoni a perdifiato,
ignorando quel che serbava il fato,
per opra di una spada portentosa.

Molto meglio per lor sarebbe stato,
s'avessero smesso l'inseguimento,
e se nel regno senza firmamento,
non l'avessero mai a forza portato.

Si!,chè nessuno, e niun impedimento,
fermerà l'eroe,finché n'avrà infranto,
questo orrendo mondo, tutto quanto,
e della malvagia la vita spento.
 

IV CANTO

Riassunto
Il tempio con l'arma fatata. Uccisione e fuga dei demoni di guardia. Finalmente
in possesso del brando magico. Promessa e minaccia di vendetta e giustizia. La grande battaglia. Sua vittoria e fuga delle orde avversarie. Racconto straziante dell'umano semidemone. Gli parla di sua figlia Irene.Per la salvezza di lei e della sua gente ha abiurato e ceduto alla regina tiranna Grifagna. Consegna dell'anello. Il perdono di Dio. Avvio alle cave del dolore per liberare i propri fratelli che vi lavorano come forzati.
Lotta contro il drago e sua vittoria.

In fuga Aristo sul focoso Panto,
pervenne in una valle desolata,
ove celata era l'arma fatata
in un tempio con degli alberi accanto

e dei demoni di guardia all'entrata.
E mentre stupiti erano in fermento,
li distrusse con assalto violento .
Poi entrò,dopo aver la porta schiantata.

Ma l'aspettava un imprevisto evento;
infatti, appena oltrepassato il vano,
mentre il bel brando con trepida mano,
per afferrar stava tutto contento,

un demone il vide,poco lontano,
forcuto, smisurato e tremendo,
che fulmineo l'assalì,emettendo
fuoco,fiamme e un fluido insano.

Il prode atterrito, nulla potendo,
si segnò con il segnò della Croce:
fu salvezza ché la bestia feroce
fuggì via d'impotenza ruggendo.

Grato l'eroe con accorata voce,
riconoscente, pregò il Signore:
"Di tali mostri sarò il distruttore,
ho la spada contro cui nulla nuoce".

e alzatola all'aère pien di furore,
così gridò con voce leonina:
"La vendetta, Grifagna, è ormai vicina,
implacabili arriveranno le ore

nelle quali avverrà la tua rovina.
Tremò la terra e il ciel a tali accenti,
e i demoni fuggirono impotenti
a riferire i fatti alla regina.

Raggiunse Aristo le torme fuggenti
ingaggiando una lotta grandiosa,
terribile,crudele,sanguinosa.
Fu un cozzare di lame e di tridenti:

in mezzo a quella mischia spaventosa,
una spada roteava fiammeggiante,
colpendo in ogni dove sibilante,
travolgendo la torma ringhiosa.

Il fragore si fece più assordante
quando alla lotta s'unì un'altra coorte.
Ma simile a valanga,quel forte,
che dal monte a valle cade rombante

lasciandosi dietro rovina e morte,
infuriò tra i demoni spaventati,
che dalla magica spada falciati,
crollavano con le membra contorte,

bile vomitando,lai e ululati.
Il sangue sul suol scorreva a rivi.
Molti diavoli,arpie e grifoni ivi
giacquero orribilmente mutilati.

Allora quelli rimasti ancor vivi,
fuggirono travolti dal terrore
l'aere empiendo d'acuto clamore.
Demoni semi umani semivivi

giacean,rantolanti per il dolore,
ei l'interrogò sulla umana gente,
che facea Grifagna forzatamente,
lavorare negli antri dell'orrore.

E uno roteando le pupille spente,
disse:"Anch'io,figlio, ero uno di loro,
non vero demone, come costoro,
ma per salvare i miei e la mia gente,

perdetti ogni dignità e decoro.
"Ora,amico,salva, da tante pene,
quella tapina gente e la mia Irene,
figlia mia amata, dalle chiome d'oro."

"Dalle questo anello,che andrà bene
solo al suo dito. Salva le creature,
che non stiano più a subir torture
per opera di quelle iene oscene.

"Corri da quell'anime moriture,
perch'io forse non sarò perdonato,
per non aver nel buon Dio confidato.
Va ché se no cederanno esse pure."

E ciò detto, reso l'ultimo fiato,
giacque immoto,spaventato e tremante;
ma strappò Iddio,a Lucifero ghignante
l'anima sua,lasciandolo beffato.

Con nel cuore quella scena straziante,
Aristo ,allor, verso la rocca ascese,
e, dietro al suo gruccione, a dritta prese,
rientrando nella gola sovrastante.

Che irta di picchi e rupi scoscese
dava all'antro,ove, incatenati,
stavano i suoi fratelli disgraziati.
Rapiti,angariati,senza difese,

costretti a lasciare i borghi amati.
Ma ad un tratto,mentre il forte guerriero,
galoppava per il lungo sentiero,
furono i prati da un'ombra oscurati:

tremò l'eroe,nitrì il destriero.
Apparve un drago,enorme,spaventoso,
che da una fitta caligine ascoso,
sopra il pennacchio del suo cimiero

svolgeva le sue spire ringhioso.
Era un gigantesco drago alato
dai taglienti aguzzi artigli,armato
d'acuto corno sul capo scaglioso.

Di fuoco,fumo e peste era il suo fiato.
Scacciato via dal cuore lo spavento,
si preparò Aristo all'aspro cimento,
alle sue umane forze inadeguato.

Ma la magica spada e l'ardimento,
gli diedero nuove forze e vigore.
Il mostro attaccò,pieno di furore,
e l'eroe,evitate le fauci a stento,

da cui usciva verde bava e fetore,
sul destrier si drizzò e attaccò a sua volta.
Affrontò la bestiaccia,che sconvolta
tutta si dimenava pel terrore

in scura,ignea nube tutta avvolta.
La colpì violento, come tempesta,
riducendola sanguinante e pesta.
Credeva poi di fuggire la stolta,

ma la spada del prode fu più lesta,
perché l'eroe raggiuntola furente,
con un ultimo e rapido fendente,
gli mozzò netta la cornuta testa

V CANTO

Riassunto
Dopo essersi riposato dalla dura lotta,Aristo giunge nel luogo delle "grotte del pianto," diviso in due zone:il cratere-arena dell'abiura e dell'arruolamento e l'antro della mutazione,ove i terrestri attendono il loro destino. Rinnova il suo impegno a distruggere Grifagna e a liberare gli umani assoggettati ai voleri della tiranna regina. Giura di farlo. Entra senza essere visto,reso invisibile dalla spada magica,e vede che
i prigionieri indicibilmente maltrattati,vengono suddivisi, e portati nel grande cratere, trasformato in arena, al cospetto di Grifagna:maschi validi da una parte, donne,vecchi e bambini dall'altra. Ha bisogno di nuove forze e chiede agli uomini di arruolarsi nelle
sue file;per chi accetterà promette allettanti piaceri,ma per i contrari,mogli,figli, genitori e vecchi verranno torturati e uccisi. Per timore dei propri cari molti e altri
accettano. La spelonca dei mutanti:mutazione degli umani in semidemoni.

Precipitevolissimevolmente,
fuggì via dai miasmi della battaglia,
stanco alfin ,s'infilò nella boscaglia,
e lì dormì di schianto. Finalmente

si svegliò,e tolta la cotta di maglia,
nel torrente si tuffò lì accanto,
per lavarsi tutto, insieme a Panto.
Partì,infine,seguendo la faglia

che portava alle "grotte del pianto".
Quì due demoni con moto alterno,
sulla bocca del grifagneo inferno
volteggiavano allarmati alquanto.

Da lì,fiamme,dall'imo foco eterno
provenendo, uscivano, e acri vapori
in un caos di sibili e rumori.
"Iena infame,d'ogni legge scherno,

disse,duro lo sguardo,il cor fremente,
"mi si dica vile,cane,spergiuro!,
se non ti schianterò,strega, lo giuro!"
Allor la spada alzò solennemente:

…,come bruma al vento svanì…,e sicuro,
invisibile tra lor,s'aprì il passo.
Per meandri procedendo d'irto sasso
giunse in un vasto luogo ancor più duro.......

e quel che vide gli fè dir:"Ahi lasso."
Vide d'ogni razza là radunata,
una gran turba,avvinta e disperata,
che gemea disperata con gran chiasso,

mentre fetida orda di arpie, armata
di forconi, fruste, reti e tridenti,
colpiva senza pietà quei dolenti
preganti pei figli e la donna amata.

Ma ancor di più colpivano violenti
alle grida strazianti di costoro.
Poi all'ordine del più crudel di loro,
a frustate,con aspri,duri accenti,

spartir la gente ululando in coro:
vecchi , maschi,il piccino poppante
dalla madre e il suo urlo lacerante.
Un satana nella roccia aprì un foro,

urtandola con l'asta fiammeggiante;
per qui in un vasto crater fur portate,
con in cerchio filar di gradinate
su cui assisa stava una feccia urlante,

e,quindi poi nell'arena ammassate.
Miseri,il desio del patrio suolo
nei cuori accendea il più cocente duolo.
Despoti di quelle orde efferate,

Grifagna e Satan con vicin lo stuolo,
dei capi dell'arpie e dei demoni,
sedevan ghignanti su ardenti troni,
mentre tutt'intorno a loro in volo,

zigzagavano stormi di grifoni.
Drizzò Grifagna l'orrida persona,
e ai dolenti che gli facean corona,
volse gli occhi ardenti come tizzoni.

La folla sotto il carco dei fer prona,
si gelò a tale sguardo,nell'arena.
S'udia cigolar sol qualche catena!
"Umani,disse,son vostra padrona"

e,nel dir così,sul suo muso d'iena
e il capo irto di radi capelli,
guizzavan sibilanti serpentelli;
pur sulle braccia e il seno ne era piena.

"Ho bisogno di soldati novelli,
per aumentar sempre più i miei poteri.
Chi starà con me avrà mille piaceri:
ragazze,giostre,bacco e caroselli."

Ma tutti tacevano muti e seri.
"Ma chi non ci sta ,sia pochi o tanti,
madri,mogli,figli,tutti quanti,
sarete impalati dai miei guerrieri.

"Ordunque subito si porti avanti
chi al nostro volere acconsente,
degno sarà d'impugnar il tridente".
Ma niun si mosse,sebben di furfanti,

ve ne fossero tra cotanta gente.
Grifagna,allor,a tal fier portamento
s'erse,presa da astioso sentimento,
e,col ciuffo irto,ordinò fremente

che bimbi,donne,pieni di spavento,
nell'arena fossero ammassati
e a dei pali ardenti incatenati;
qui cominciò il loro lungo tormento:

a colpi di tridente pungolati,
e con la frusta che si fa sentire,
urla,grida,pianti,lai da non dire:
molti,per salvare i loro amati,

dovettero, purtroppo,acconsentire;
altri per le promesse allettanti,
pur loro si fecero tosto avanti.
Grifagna,allora,ordinò di agire:

ad un suo cenno,arpie ributtanti,
di lezzo piene,li abbrancò,e a se avvinti,
li portaron per stretti labirinti,
nella ignea spelonca dei mutanti.

Fur posti costoro,uomini vinti,
nel luogo dove avverrà il fatale
mutamento,ove la forza del male
trasformerà i loro bestiali istinti.

Così si svolse l'opera brutale
di Grifagna nelle roventi cave:
stavano lì raccolte l'anime prave,
quando fur scosse da un rombo infernale:

squarciossi la terra e infocata lava,
bollente,si versò su tutti quanti
che urlando, immersi nei gorghi fumanti,
cosparso il volto di sanguigna bava,

si cangiavan lenti in demoni urlanti.
Pria tutti vestir setolosi velli,
poi quando arsi ebbero lor capelli,
dal capo nudo uscir tese in avanti,

irte due corna di giovin torelli.
Nere al spuntar ,mani e piè acuti artigli
e, mentre lor code facean grovigli,
aguzze orecchie mettean questi e quelli.

N'eran più dell'uom,ma di Satan figli.
Danzavan folli l'atre ali squassando,
scuotendo l'irto vello,ululando,
roteando gli occhi fondi e vermigli.


VI CANTO

Riassunto
Lo stuolo dei fedeli viene sottoposto a torture per abiurare:le corde di fuoco, i
vampiri dissanguatori. Eroica resistenza dei fedeli,per cui Grifagna, adirata e scornata,ordina che i prigionieri siano condotti ai lavori forzati nelle cave scortati da due demoni. Aristo li uccide e si rivela ai terrestri stupiti che gioiscono. Dice loro che è venuto a soccorrerli. Va in cerca di un luogo ove rifugiare gli amici salvati. Trova un grande caverna sotterranea in fondo a una dolina.

Molti rifiutarono il comando
di passare nella sua legione.
"V'impartirò la più dura lezione,
disse l'empia Grifagna,così urlando:

"Io voglio la vostra sottomissione,
convertitevi umani, altrimenti,
proverete i peggiori tormenti".
Ma pronte a ogni sopportazione

mute stettero l'anime dolenti.
Allora a un suo cenno,d'arpie un'orda
la gente radunò ferma e sorda
alle minacce e inviti seducenti.

Altro cenno e con resinosa corda,
fu ciascuno al palo avvinto tosto;
quando le arpie furono al loro posto,
quella iena crudel, d'uman sangue ingorda,

vendicarsi volle ad ogni costo:
con fiaccole crepitanti i suoi infami
accesero i resinosi legami
facendo di loro bollente arrosto:

dal fuoco avvolti,qual verdi rami,
si torcevano traendo pianti e lai.
Ridevano le orde dei loro guai
attorno svolazzando in folti sciami.

Invisibile,infuriato assai,
attendea Aristo il momento propizio.
Di cession non vedendo alcun indizio,
l'empia,dai lumi traendo foschi rai,

fece eseguire un altro supplizio:
altri pali furono conficcati
e a questi stretti gli umani legati.
Pronto il tutto, diè il segnal d'inizio:

per cui,torme di vampiri,aggruppati
sopra l'orlo del profondo cratere,
tosto obbedir, e, battendo l'al nere
s'avventarono di sangue assetati

sui poveri umani in fitte schiere,
lor gola ghermendo senza esitare.
Oltre,amici, non voglio andare
per come agir feroci quelle fiere.

Aristo piangeva lacrime amare
nel sentir urlare quei poveretti
e l'acuto pianto dei pargoletti;
ma doveva ancora sopportare.

Lordi e sazi infine, gli alati abbietti
tornar su in alto sul ripido ciglio,
forbendo il rostro sul rugoso artiglio.
L'empia."Ah!non cedete,maledetti",

gridò stridula,e,con fosco cipiglio,
"Via a lavorar nelle latomie,
a me occorrono solo anime rie,
a servir cieche senza batter ciglio".

"Miei satanassi alle ferrate stie!"
"Ognun d'un macigno sia caricato
e,nelle profonde cave portato."
Al comando in volo s'alzaron due arpie.....

da quel cornuto esercito alato,
che in fila li misero tutti insieme,
ridotti ormai in condizioni estreme.
Trovare un luogo giusto per l'agguato,

lungo il percorso,d'Aristo era speme.
Si nascose,così, all'ombra di un arco,
che formava uno stretto oscuro varco.
Quando apparvero l'orde blasfeme,

l'eroe con forza armato il duro arco,
la punta puntò d'acuto quadrello
su un'arpia che frustava un suo fratello,
prono per il sasso di cui era carco.

Saettò la freccia verso l'atro uccello
e,in gola gli si ficcò sibilante.
Crollò la bestia con urlo agghiacciante,
di sangue tingendo il peloso vello.

L'altra che il compagno boccheggiante
piombar vide al suolo,stupita stette;
ma due braccia al collo l'avvinser strette,
in una morsa ferrea e soffocante

finché l'estremo fiato non dette.
Giacquero allora i mostri ormai finiti.
I forzati guardavano stupiti,
ai lor piedi, le fiere maledette.

Ma ov'è colui che li aveva colpiti?
E mentre così si dicean pensosi,
mirando ancora i mostri paurosi,
dei passi furono da loro uditi,

si volsero, quindi, assai timorosi,
e tal vision loro tolse ogni paura:
luminoso il volto,d'or l'armatura,
sfolgorando gli anfratti tenebrosi,

d'uomo avanzava l'agile figura,
agitando le braccia vigorose;
la felicità allora in tutti esplose
e,dimentichi ormai d'ogni sventura,

quelle mani stringevan generose.
Aristo alfin fece questo discorso:
"Fratelli,in vostro aiuto sono accorso
per salvar voi e l'altre genti virtuose."

"Ordunque tutti con me al lor soccorso".
"Risposero,ognuno di noi è fiero
di venire con te o baldo guerriero."
"Bene,amici,andiamo,lungo è il percorso."

"Io vi precedo su questo sentiero
dietro al nostro caro amico alato;
devo trovare un luogo riparato,"
e,lanciò al galoppo il suo destriero.

Il suo occhio ad un tratto fu attirato
da una forra in mezzo a una boschina.
Scese così giù in fondo alla dolina;
attraverso un'apertura,incantato,

vide un torrente di acqua cristallina
e un'altro di lava nera e bollente,
ed inoltre accanto, ad esso adiacente,
di rossastra terra una collina.

Quel che vide gli illuminò la mente.
Molte armi si potevano foggiare:
acqua,ferro e fuoco per temprare,
in luogo sicuro per la sua gente.

Era ormai il momento di ritornare,
s'inerpicò allor fino all'apertura
che dava all'ampia e aperta radura
dove stavan gli amici ad aspettare.


VII CANTO

Riassunto
Aristo raggiunge i compagni e li conduce nella caverna nascosta che aveva
scoperto. Là dice loro come fare per costruirsi delle armi con i materiali che si trovano sul posto. Fatto ciò dovranno aspettare fino a quando non invierà loro l'amico Gruccione perché lo raggiungano nel luogo ove sarà combattuta la battaglia definitiva contro le orde di Grifagna. Finalmente arriva alle cave dove gli umani stanno ai lavori forzati per scavare un minerale che permette la mutazione degli umani in demoni,la demonite. Eludendo i guardiani entra all'interno. Contatta i fratelli terrestri. Li incita a organizzarsi. Non appena pronti, uniti agli altri fratelli,nascosti nella dolina, che chiamerà al momento opportuno, sferreranno l'attacco decisivo contro la tiranna. Intanto viene a sapere che Irene è stata imprigionata. La libera. Le rivela il suo aspetto.

Li raggiunse così senza altra iattura.
Spedito,li portò ove era celato,
il rifugio ipogeo ch'avea trovato,
al sicuro da qualsiasi cattura.

"Amici,disse tutto infervorato,
abbiamo quel che serve in questa grotta,
per dare al nemico una bella botta."
"Qui ognuno di voi verrà armato.

"Ogni fabbro contribuisca alla lotta,
in questa fortunata circostanza:
con acqua,ferro e fuoco in abbondanza,
ciascuno di voi avrà,arco,spada e cotta.

"Giungere alle cave è la mia speranza!,
lì arrivato vedrò la situazione;
quando saremo pronti per l'azione,
combatteremo tutti ad oltranza."

"Aspettate che arrivi il mio Gruccione,
affidatevi a lui completamente,
vi guiderà da me e l'altra gente
per vincer Grifagna e la sua nazione." .

Fu alle cave del pianto finalmente:
eran di guardia due demoni,armati
di spada e tridenti acuminati.
Invisibile passò facilmente.

Vide i fratelli,smunti,seviziati,
percorsi duramente coi forconi,
scavare demonite a terra proni,
stanchi,rinsecchiti e assetati.

Vide tra loro,striscianti, carponi,
di povere anziane donne un drappello,
porgevano acqua a questo e a quello
per alleviare lor tribolazioni.

Si avvicinò,allor,mostrando l'anello
a una che mostrò stupito piacere,
nel vedere si baldo cavaliere.
"Dimmi,cara donna,questo gioiello,

sai tu a chi possa appartenere?"
"No,ma all'ora del pasto,a quel canuto,
dillo,è Rigone,ti sarà d'aiuto.
Ora stai cheto fai finta di bere."

Si giunse al pasto,e come convenuto,
Aristo chiese al vecchio caporione
se quell'anello avesse un padrone:
ma a chicchessia era sconosciuto.

"Son qui a salvarvi,disse con passione,
dobbiamo unirci insieme tutti quanti,
e con altri,che verran più avanti,
formeremo una forte legione

per vincere Grifagna e i suoi furfanti.
Nascondete lance,daghe e forconi,
pronti,anche con martelli e picconi;
agli ordini dei vostri comandanti."

"Voi mi vedete,non questi predoni!
Ho una spada magica assai potente,
che rende invisibile,dirompente.
Sono finite le vostre afflizioni."

Mentre parlavano, improvvisamente,
di catene sentì un forte stridore,
poi subito dopo urla di dolore.
Legata era alla parete rovente

dell'antro,una fanciulla,che il suo onore
non voleva che subisse offesa!
Il capo demone l'avea lì appesa
perché cedesse al suo insano ardore.

Ma ella,fiera,non si era mai arresa.
"Ora dimmi,vecchio,qual'é il suo nome?"
"Non so,disse,ma d'oro ha le chiome,
e il padre perché rimanesse illesa

cedette,abiurando,così come
succede per tanti altri poveretti,
a ogni duro sopruso ognor costretti
finché le loro anime non son dome."

"Povera,sta lì con due maledetti
grossi grifoni di guardia all'entrata."
"E Aristo,or so chi è l'incatenata,
e ora che a liberarla mi affretti,

promisi al padre che l'avrei salvata."
"E' per lei l'anello che il genitore
mi ha affidato con tanto amore."
"E' Irene il nome,così l'ha chiamata."

"Riconoscendolo, senza timore
Ella così a me si potrà affidare.
Per pria cosa la dovrò liberare,
toglierla,povera,da quell'orrore.

"Voi intanto,amici, datevi da fare,
preparatevi con circospezione,
pronti,al segnale,ad entrare in azione."
"Ora vi lascio da lei devo andare,"

disse,e corse dov'era la prigione.
Eccola lì la dolce bella Irene,
smunta, pallida,avvinta in catene,
con negli occhi la disperazione.

Non dovrai più soffrire mille pene,
ecco,cara,arriva il tuo cavaliere,
e nell'antro,senza farsi vedere,
entrò,invisibile alle guardie aliene.

"Sono amico,sussurrò,non temere,
mi diè questo anello il tuo genitore,
perché a me t'affidi senza timore."
"Tu non mi vedi perché ne ho potere;

"Mettilo al dito con cura e amore,
tuo padre per te,morente, me'l diede."
"Ora spero che tu,in me,abbia fede."
"Adesso agirò,tieni saldo il cuore!"

e,qual felino,alle ignare prede
si avvicinò silenziosamente:
le assalì e uccise spietatamente;
poi d'ella infranse la catena al piede.

Un caldo corpo,un cuore battente,
l'avvolse tutta,stringendola forte.
Svanì ogni pena, non più malasorte,
piangea e sorridea riconoscente.

Prima che altri dessero manforte,
rapidissimo,raggiunse l'uscita
delle cave,e con audace sortita
i diavoli di guardia colpì a morte.

Ben risolta questa prima partita,
l'eroe a lei mostrò il suo bel aspetto
e,quella alla vista:"Oh Dio benedetto",
e timida, sorrise divertita

nel vederlo arrossir al suo cospetto.
Basito lui la guardò,lei sorrise.
Poi,"Occor fuggir",disse e un fischio emise
e,un caval sbucò fuori da un boschetto.


VIII CANTO

Riassunto
Aristo porta Irene alla dolina in fondo alla quale c'è la grotta in cui è nascosto il primo gruppo di umani a suo tempo liberati. Strada facendo ella le racconta della sua vita. Raggiunto il rifugio segreto affida Irene ai suoi amici e riparte raggiungendo nuova- mente le cave dove Rigone e i suoi compagni lo stanno aspettando. Entra nelle cave. Essendo invisibile nessuno lo vede. Da dietro una roccia chiama una donna una portatrice d'acqua perché avvisi Rigone e gli altri del momento dell'attacco.
Aristo attacca le guardie, i prigionieri si liberano dalle catene e tutti insieme assalgono i grifagnani. E' vittoria completa. Li raduna tutti e dice parla delle imprese future. Mentre sta parlando si verifica l'episodio in cui Aristo risparmia un Grifone madre e il suo pulcino. Si parte. Invia vecchi,donne e bambini che aveva al seguito con Rigone guidato da Gruccione al rifugio sotterraneo segreto. Raggiunge l'antro dei mutanti salvando in tempo un gruppo di umani. Si prepara a distruggere il luogo.

Aristo, allor,la sella condivise
del caval con Irene e,felice,al petto
se la strinse forte e,con un buffetto,
il suo morello al galoppo mise

verso il luogo ipogeo e protetto,
tra rivi d'acqua e rovente lava.
Irene,al vento la chioma flava,
forte si stringeva al suo diletto,

della sua dolce infanzia gli narrava
e,del fratel piccin al natio paese.
Raggiunse egli la dolina e discese.
La gente che Gruccione s' aspettava,

che fosse invece Aristo si sorprese!
"Calma,compagni, nulla è cambiato."
"Il padre morente mi ha affidato
questa donna,che io da tante offese

e pesanti catene ho liberato."
"Ve l'affido siate il suo casolare."
"Ora,alle cave devo ritornare."
Così disse e da lor prese commiato.

"Oh Irene,mia amata,devo andare".
E tu,a lui avvinta,dolce morosa:
"Riprendi l'anel ",dicesti amorosa,
"ti aspetterò fin quando all'anulare

me'l cingerai per essere tua sposa".
Un ultimo bacio e via di carriera.
Giunto alle porte della miniera
nascose Panto in un'ansa ombrosa.

Tutto era tranquillo nessuna fiera:
solo i grifi,pria uccisi, le cui squame
si scioglievano in putrido liquame.
Non visto,allora,entrò nella petriera.

Cercò le donne che all'anime grame
davan da bere,che, sfatte e assetate,
demonite,tra le pietre infuocate,
scavavano,per la strega infame.

Disse loro:"Udite,Rigo avvisate,
tutti pronti,all'erta dovete stare.
Quando sarà l'ora del desinare,
attaccherò grifi e guardie armate.

Dai ceppi vi dovrete liberare
quando,invisibile, questi furfanti
attaccherò. Gli aguzzini,arroganti,
bivaccavano senza sospettare:...

. ..quando di fuoco improvvisamente,
una lama,raggio rosso di morte,
colpì ovunque quelle creature storte,
tutte avvolgendole in una scia ardente.

Via i ceppi!Alla libertà risorte
quelle genti,di fionde , di forconi,
di catene armate,anche di bastoni.
entusiaste si riuniron a coorte.

"Ora,cari amici e commilitoni,
una squadra inviamo alla stretta uscita
a tagliar alle fiere ogni sortita,
ché non allarmino gli altri demoni."

"Via corriam,dunque, a dar tosto aita,
a figli,parenti,fratelli,amici,
senza tregua inseguendo i nemici
finché conclusa sarà la partita."

A uno a uno li scovar,come pernici,
finché ogni resistenza fu cessata.
L'eroe allor riunì tutti in adunata
e disse:"Dopo tanti sacrifici

la nostra lotta è stata premiata."
Ma uno squittio,in alto su un roccione,
lo insospettì e mandò su Gruccione
che volando su con agil cabrata,

con frullio d'ali lo chiamò all'azione.
Ei salì e vide un nido e un pulcino
che da un uovo faceva capolino,
mentre la madre,spaurito grifone,

gli smoccolava il musetto aquilino,
proteggendolo con l'ala distesa.
Si commosse alla vista inattesa:
"Non avverrà mai che madre e bambino

io uccida e donne e gente indifesa,
disse,in cambio,tienilo a mente,
me non colpire e questa mia gente."
Infin,dove gli altri erano in attesa

scese giù col pennuto assistente
e,con calma,così parlò agli astanti:
"Due altre imprese,contro questi briganti,
ci aspettano,amici, dure e cruente:

distrugger la caverna dei mutanti,
poi sempre col mio brando distruttore,
Grifagna e il mondo ipogeo dell'orrore.
"Siamo con te",risposero esultanti,

scuotendo le armi con gran clangore.
Dalle cave uscir,senza esitazione
giungendo all'antro di trasformazione.
Ma Aristo fu preso dal timore

di vecchi e donne senza protezione.
Chiamò allor Rigone:"Va ove assistenza
trovar potranno e calda accoglienza,
alla dolina va!,segui Gruccione."

"Va anche da Irene che con impazienza,
aspetto di abbracciare e rivedere,
salutala e dille di non temere."
Nell'antro dei mutanti entrò senza

indugio,li stavan due umane schiere:
di anime prave,una,in mutazione,
l'altra,d'alme brave,in attesa,prone.
Subito egli,le demoniache fiere,

per fare in tempo a salvar le alme buone,
assaltò con la spada fiammeggiante:
tremendo,col cimiero sfavillante,
colpia le fiere senza remissione.

La gente,libera, urlava esultante,
s'abbracciava e baciava gioiosamente.
Ma l'eroe aveva già un piano in mente.
chiamò a se il suo vice comandante:

"Sgombrate dall'antro tutta la gente.
Vedi là,in alto,il vulcano infuocato,
giù il lago,nella caldera infossato?
lo riempirò con un fiume rovente

di lava,aprendo col brando fatato
l'irto fianco del ruggente vulcano.
Vedrai,disse l'acuto capitano,
lava ardente su acqua ,vedrai che boato".


IX CANTO

Riassunto
Distruzione antro dei mutanti e cratere- arena. Aristo salvato dal grifone. Tutti fuori sani e salvi.
L'eroe parla dell'ultima impresa che li aspetta:la ditruzione del castello di Grifagna con tutti
gli abitanti.Invia un messo al rifugio sotterraneo segreto guidato da Gruccione.
Il corriere deve dire a Rigone di portare tutti, armati come si deve, nel luogo dove è accampato Aristo con tutti gli altri.
Devono rimanere lì vecchi,donne,bambini e ammalati;a battaglia conclusa li raggiungeranno.
Rigone esegue e s'avvia,ma Irene la promessa sposa di Aristo non vuol rimanere e si affianca a Rigone.
Finalmente Rigo e i suoi con Irene raggiugono le forze del loro condottiero.
Aristo e Irene si incontrano.Si abbracciano appassionatamente e si rendono conto di essere
seriamente innamorati.Allora decidono di sposarsi e davanti al popolo;con Rigone a testimone
un prete li unisce in matrimonio.Assemblea di Aristo e compagni per pianificare l'ultimo
assalto al castello di Grifagna.Uccisione della strega da parte dell'eroe.Conquista e distru-
zione della roccaforte e di tutti i suoi occupanti,disfatta definitiva di tutti i seguaci di Grifagna.
Ora bisogna uscire fuori da quell'orrido mondo sotterraneo e ritornare in superficie:alla libertà.

Tutti uscirono allor con gran baccano.
Decise infin di passare all'azione:
e spada in pugno con determinazione
s'arrampicò sull'orlo del vulcano;

aprì un varco nel ripido costone,
e la lava piombò nella caldera
alzando di fuoco una grossa sfera
ch'esplose in un ardente ciclone.

Poi per inondare la valle intera,
alla sponda della caldera ascese;
l'aprì, e l'acqua a valanga discese.
Ma di fuoco lo fermò una barriera!

Quando con le ampie ali distese
si avvicinò a lui stridendo un grifone ,
che lo invitò a salir sul suo groppone;
su d'esso a cavalcioni il vol riprese.

Si tenne stretto,il nostro campione,
all'augel ,che con rapida impennata,
saltò la densa cortina infuocata,
lasciando dietro una enorme esplosione.

Uscirono all'aperto,ove adunata
la gente era,atterrando con stridore.
Tutti li guardarono con stupore,
anzi la folla era spaventata.

" Calma,amici,mi era debitore,
ricordate ,la vita gli ho salvato.
Ora esso con me si è sdebitato.
Sarà per noi tutti l'arma migliore!,"

Disse, scendendo dal fiero alato,
ch'al nido volò del suo pargoletto.
Fischiò e, nitrendo, da dietro un boschetto
venne a lui l'amico più fidato,

Panto,il suo destriero prediletto.
" La grande decisione ormai è presa,
disse,l'attacco è la miglior difesa.
Abbatteremo quel mostro abbietto."

Così partiron per l'ultima impresa:
distruggere Grifagna e il suo castello.
Inviò un messo con Gruccione,l'augello,
per chiamare coloro che in attesa,

stavano nel sotterraneo ostello.
Il messo riferì al capo Rigone
di preparare una grossa legione,
ben armata,drappello per drappello.

Doveano là star tutte le persone
non abili:donne ,vecchi e malati.
Rigo obbedì e tutti fur approntati,
ma Irene non volle sentir ragione,

e volle seguire gli uomini armati.
S'affiancò a Rigo e bella e fiera,
marciò in testa alla lunga schiera.
Giunsero alfin dov'erano accampati

Aristo e i suoi,in una vasta brughiera,
lì ognuno cercò ansioso la sua gente :
e Irene il suo eroe, ansiosamente.
Quando ei la vide non gli parve vera;

vederla lì innanzi improvvisamente,
dolce,tenera,fiero il portamento;
lo prese un tal forte sentimento
che il cuore gli travolse e la mente.

Decise,allor,che era giunto il momento
di suggellare la loro unione,
e stringendola forte con passione
arringò il popolo tutto contento:

Chiamò un prete e Rigo testimone!
E cingendole l'aureo anello al dito,
disse:"Irene,ora sono tuo marito".
E lei a lui:"E io tua sposa",e di corone

fior volaron attorno, e, lui,basito,
nella sua tenda,sul suo giaciglio,
la pose e fu amor senza somiglio,
amor profondo,amore infinito.

All'alba la baciò con un bisbiglio
e quindi uscì in cerca degli anziani;
chiamò luogotenenti e capitani,
riunendoli tutti a gran consiglio.

"Questi,amici,sono i nostri piani,
col buio ite alla boscosa collina,
che all' erta fortezza è assai vicina,
lì ben nascosti state,non lontani."

"Io,invisibile,con la mia divina,
aprirò dei varchi sulle alte mura,
con'l gladio fondendo la roccia dura."
"Subito allor,al suon della buccina,

assaltate,e,attraverso ogni apertura,
entrate e assalite la roccaforte;
nel caos Grifagna io colpirò a morte,
fine ponendo ad ogni altra sventura."

"Vado",e baciata l'amata consorte,
partì e,poco dopo giunse al maniero,
dove,all'entrata c'era un masnadiero.
Invisibile passò oltre le porte.

Fisso aveva l'eroe un solo pensiero.
In fondo a un corridoio c'era un ingresso,
proprio al di là di quello,li dappresso,
c'era Grifagna che con sguardo altero...

parlava agli astanti uniti in congresso.
Invisibil giunse al di lei cospetto,
e mentre si godea senza sospetto,
delle sue serpi il viscido amplesso,

con l'arma di fuoco gli squarcio il petto.
Si senti allora un urlo agghiacciante,
e l'esser ferino bruciò all'istante:
si squagliò tutto il corpo maledetto

in liquame fetido e ripugnante
che,emanando mortali esalazioni
fece strage d'arpie,grifi e demoni.
Approfittando del caos dominante,

corse Aristo veloce sui bastioni
e,brando in pugno,in un battibaleno
tre varchi aprì nell'erto terrapieno
attraverso cui entraron le legioni,

rovina seminando senza freno.
Rasa al suolo infin l'orrida fortezza,
triste retaggio d'ogni nefandezza,
tutti sperar un viver più sereno.

Ma perchè libertà fosse certezza,
fuor di là Aristo li dovea portare..
e l'atro mondo per sempre annientare.
Ma sol col Vecchio Saggio c'è salvezza!


X CANTO

Riassunto
Aristo,liberati i fratelli li fa uscire da quel mondo sotterraneo distruggendo definitivamente il regno ipogeo di Grifagna con l'aiuto del vecchio saggio Flogisto. Scomparso per sempre l'orrido mondo di Grifagna ,Aristo aduna tutta la gente liberata e invita uomini e donne a ritornare al proprio paese.
Egli,d'altronde,porterà Irene,la sua sposa ,alla sua terra,al castello che fu di suo padre:lì dovrebbe esserci il piccolo fratello,Ireo, sotto la tutela di uno zio.
Seguono l'eroe e Irene,il vecchio sciamano Flogisto,Gruccione,Rigone,un gruppo di suoi amici e due poderosi draghi alati:Grifone madre e Grifetto figlio,ormai diventati inseparabili compagni.Si procurano dei cavalli per viaggiare spediti e quindi intraprendono l'avventuroso viaggio verso il
paese di Irene.

Aristo,ora,sapeva cosa fare;
pensava al vecchio saggio sciamano,
solo lui poteva dargli una mano,
solo lui lo poteva consigliare.

"Va da lui Gruccione,anche s'è lontano,
all'amico porta questo biglietto;
c'è scritto che con grande ansia l'aspetto.
Ma perchè viaggi bene il nostro anziano,

porta Grifo,che si carichi il car vecchietto."
Gli alati allora,con decisione,
partirono per l'ardua missione ,
in cerca di quell'uomo benedetto.

Volaron girando con attenzione,
a lungo,e alfin trovaron il veggente,
che subito,poi,messo al corrente,
montò di Grifo il pennuto groppone.

Indietro vennero rapidamente
dove lo aspettavono trepidanti;
e quando Ari se lo vide davanti,
lo abbracciò stretto calorosamente.

"Portaci fuori amico,tutti quanti,
del mondo di luce indica la strada,
e quei punti,che con l'ignea spada,
mi faranno,con colpi devastanti,

distruggere quest'orrida contrada."
"Vedi la roccia in cima alla salita?
rispose, dietro c'è la terra ambita!"
"Occorre,figliol,che tu lassù vada

e con la daga apra un varco,un'uscita."
"Guarda inoltre bene questa brughiera,
sotto di essa ,vulcanica caldera,
ruggon lava e gas,pronti alla sortita."

"Dietro 'sta parete c'è una scogliera
immersa nello mare più profondo:
basta della magica arma un affondo
e l'acqua spazzerà ogni barriera."

"Bucando poi della brughiera il fondo,
disse,l'acqua entrerà dentro la cava
a noi di sotto,ove, unendosi alla lava
scatenerà un grandioso finimondo."

"Bene",disse al saggio che parlava
e a Grifo,"su portami alla parete"
e usando l'arma come fosse ariete
un varco aprì che all'aperto dava.

"Presto,amici,quella strada prendete,
tutti,Rigone in testa,e Irene e Panto,
uscite,e allontanatevi quel tanto,
finchè tutti al sicuro vi porrete."

"Gruccione m'avverta,allora soltanto
io continuerò nell'impresa mia."
Sicchè tutti,spediti, usciron via.
E quando,di ritorno,gli fù accanto

l'amato uccello,ei,d'ogni cosa pria,
mille doline aprì per la pianura,
colpendo,su Grifo,la roccia dura.
Ma,ancora,all'eroe,del fer la magia

occorrea e alzato il fer con man sicura
ritto,splendido,sul dragon rampante,
la roccia che dava sul retrostante
mar,squarciò,creando un'ampia apertura.

Da questa il mare dilagò rombante
tutta invadendo l'arida convalle.
Scendendo poi giù per le varie falle,
raggiunse la caldera sottostante

ch'esplose:un vortice di fuoco dalle
cime scese bruciando ogni cosa.
Da fitte nubi la zona fu ascosa.
Atterriti,Aristo e Grifo, le spalle

voltarono, alla ricerca bramosa
dell'erto varco che portava fuori;
alfine in un caos di schianti e vapori
usciron da quella bolgia furiosa.

Poi,dall'alto,bella,ricca di fiori
vide Aristo la terra agognata,
più in là,ansiosa,la gente,adunata,
che aspettava i suoi salvatori.

Vide pure l'eroe la sposa amata
e Rigone e Panto,e tutti gli amici
e il vecchio saggio.Pertanto felici
lui e Grifo con rapida cabrata

discesero sulle verdi pendici
del colle,ove le gente era in attesa.
L'eroe abbracciò Irene,ver lui protesa.
E poi alla folla:"Mai più sacrifici!

Compiuta,disse,è la nostra impresa,
non siete più anime umiliate e offese!
E' ora che ognuno torni al suo paese!
"Anch'io la mia decisione ho presa,"

e,guardandola,ver lei braccia tese ,
"Verrò con te al tuo avito castello
ove con lo zio sta il picciol fratello
tuo"e, con lei in groppa,la strada prese.

Con loro andarono Gruccio l'augello,
Rigo e i suoi,i Grifi e il vecchio saggio.
Andavano nel fiorito paesaggio
formando,invero,un curioso drappello.

Ma molto duro era il loro viaggio,
appiedati,per foreste e per valli,
col solo Panto e senza altri cavalli.
Infine un buon uomo,presso un villaggio,

mostrò una via che per ascosi calli,
dava a una masseria,ove un fattore,
il loro problema ben prese a cuore.
"Sono là ,disse,dentro agli stalli,

ognuno di voi scelga il migliore."
Aris gli diede una petita d'oro,
poi chiamò i suoi amici e tra costoro,
in Rigo scoprì un bravo domatore,

proprio lui,che fece un buon lavoro:
li abituò all'uomo e a essere sellati;
e quando alla fine li ebbe approntati,
lasciarono il casal lì nel pianoro.

Da una fronda all'altra,nel bosco ai lati,
saltavano i due Grifi.Biricchini
puntavano in picchiata i pellegrini,
che,urlando,fuggivano spaventati,

in sella ai loro scalcianti ronzini.
Viaggiavano tutti allegri e scherzosi,
e Aristo e Irene, novelli sposi,
si facean dispetti come bambini.


XI CANTO

Epilogo: riassunto
Aristo,Irene,Rigone e Flogisto e tutti gli altri giungono nel paese della moglie dell'eroe.
Il popolo è sotto la tirrania dello zio di Irene che ha imprigionato il fratello ancora adolescente. Fustigazioni e prigione per chi non paga le tasse. Ari penetra nel castello con Rigo,Grifo e un altro compagno è riesce a spodestare Racogna,il tiranno,insieme a tutti i suoi accoliti e a imprigionarli,liberando nel contempo tutti coloro che erano stati segregati ingiustamente. Il popolo riacquista così la libertà e acclama Ireo,fratello di Irene e la stessa Irene legittimi eredi. Aristo non vuole cominciare il governo del paese versando del sangue in quanto Racogna e tutti i suoi alleati andrebbero giustiziati. Pertanto li condanna a un esilio definitivo facendoli trasportare da Grifone e suo figlio in luoghi lontanissimi ai confini del mondo. Ritorna così la pace e la libertà e tutti vissero felici e contenti. La spada magica fu nascosta in un luogo segreto; non sarà usata contro esseri umani, ma solo contro creature demoniache. Sarà usata se la terra verrà invasa da creature di questa natura per la salvezza del genere umano.

Giunsero,alfine,gli ardimentosi
nel paese di Irene,ove la gente
triste apparia,mal ridotta,dolente;
dalla fame i corpi e i volti corrosi.

Quando in un borgo,impalato,gemente,
trovarono un povero disgraziato
che le tasse non aveva pagato
perché,misero,non avea più niente.

Dai nostri amici allor fu liberato
e portato nella sua abitazione.
Questi disse:" Chi non paga il padrone
dai suoi scherani viene fustigato

e,poi dopo sbattuto in prigione.
Pur di notte ci tocca lavorare.
Siam disperati non sappiam che fare."
Lo stesso avvenia per l'altre persone:

ciascuna in catene avea un familiare.
Irene allor chiese di suo fratello:
rinchiuso l'avea lo zio nel castello
in una torre ardua da scalare.

Reagì Ari:" No catene,niun balzello,
quel tuo zio,o Irene, chiamato Racogna
è un tiranno,un verme,una carogna,
di lui farò giustizia senza appello.

"Ecco Rigo cosa far mi bisogna:
entrare invisibile nel maniero
e il ragazzo tenuto prigioniero
liberar.Quando udirai la mia brogna*,

subito manda l'alato corsiero,
lo guiderà a me il caro gruccione;
Grifo,preso il pargolo sul groppone,
il porterà a Irene assai in pensiero."

Allora,l'eroe s'appressò al bastione
della rocca, e passò per la porta
non visto dagli sgherri della scorta.
Quindi attento si avviò verso il torrione

e,alfine,il vide,con la faccia smorta,
chiuso al freddo,solo, dentro una cella,
dove di guardia era una sentinella
a ingurgitare la sua sbobba assorta.

Stordirla fu per lui una bagatella;
con la spada poi fuse il lucchetto
ed entrò,e mostrò al ragazzo il suo aspetto
che al vederlo stette senza favella.

Ari aprì un varco e si portò sul tetto
con il bimbo ,fece il segnale e,attese.
Arrivò Grifone che in groppa il prese
e a Irene il portò che se'l strinse al petto.

L'alato di nuovo al castel ascese
con in groppa Rigo e un valido arciere.
Raggiunser così il nostro cavaliere
il cui piano a tutti era ormai palese.

L'eroe,poiché era venuto a sapere
che il tiranno in assemblea era riunito,
nella sala entrò e, molto incollerito,
con la spada affrontò il filibustiere,

* conchiglia usata una volta dai pastori come tromba per chiamare gli armenti.

che, al vederlo,rimase assai basito.
Disse a Racogna che seduta stante
il regno dovea lasciar all'infante,
subito,se non avesse obbedito,

per lui sarebbe stato devastante.
Questi insieme agli altri lo derise;
Aristo subito,allora,lo allise,
e come uragano,terrificante,

atterrò tutte quelle genti invise
cui la gran paura bloccò ogni parola.
Grifo intanto,in alto,facea la spola.
Il dur tiranno,allor, si sottomise.

L'eroe puntandogli l'arma alla gola,
"Ti grazio,ora vai nelle tue prigioni
insieme a tutti i tuoi compagnoni.
Su svelti,lo dico una volta sola."

E così,con i due commilitoni,
mise nelle celle quei lestofanti
al posto dei poveri,invero tanti,
là chiusi come fossero ladroni.

Questi liberi,saltavan festanti,
per quella libertà tanto invocata.
L'eroe,alzando la spada infuocata:
"Andate, avvertite tutti quanti,

domani si faccia grande adunata,
con il popolo nel grande piazzale:
c'è il riconoscimento ufficiale
di Ireo erede e della sorella amata."

Poi lasciò Rigone,l'amico leale
a guardar le celle e col fier pennuto
volò dai cari amici in aiuto
riparati,fuori,presso un casale.

Giunse come angelo dal ciel piovuto
e abbracciò Ireo e l'amata Irene
che ancora s'angustiava in mille pene.
L'indomani il gruppo fu il benvenuto

in città, e tutti urlavano ogni bene
ai baldi eroi che li aveano salvati.
Sul palco a viva forza fur portati:
chi li tira,li abbraccia,li trattiene.

E Ari:"Eccoli!amici,ve li ho portati,
gridò,indicando i giovani germani,
fratelli saran per voi e non sovrani,
e diritti e libertà rispettati".

Estasiati erano i compaesani
di Ireo,di Irene,della sua bellezza;
così li portaron nella fortezza,
da cui fuggiti eran già gli scherani.*

Iniziò il governo con gran saggezza:
Racogna e gli altri suoi mariuoli,
non fur uccisi,ma con lunghi voli,
Grifone e Grifoncello con destrezza,

lungi li dispersero tra i due poli.
E che fu infin della magica spada?
Questa,in verità, si che è una sciarada!
Parla allor Flogisto:"Cari figlioli,

che su uomo sia usata mai accada!
Sia sepolta nel luogo più profondo,
fino a quando da un alieno mondo,
non giungerà diabolica masnada."

"Solo allor,contro questi a tutto tondo,
un strano alieno,disse sibillino,
di discendenza a voi molto vicino,
la terra salverà dallo sprofondo.


Commiato
Per te nipote,giovane,bambino,
ho scritto questa favola in poesia,
per sbrigliar vieppiù la tua fantasia.
Se un dì,per il mondo andrai peregrino

e vedrai costoro sulla tua via:
uno grande e uno piccin,due grifoni,
a volteggiare su e giù dai torrioni
di un gran castello,in acrobazia,

come se fossero degli aquiloni,
e con accanto anche Gruccio l'uccello,
che attorno a loro fa mulinello,
per non farsi acchiappar dai loro unghioni,

sappi che tu sei nel paese più bello,
il paese di Rigo e Ireo e il buon Flogisto,
ove galoppan lieti Irene e Aristo
in groppa a Panto il più bel morello.

Quì tutti sorridono,sei ben visto.
Chiamiamolo il paese di Utopia
da dove la gente non va mai via,
dove lieto sarebbe ogni buon cristo.

Cerca,sempre,piccin,comunque sia,
non ti fermare,non stare immoto,
non ti fermare nel giardin del loto,
va sempre avanti, ma in allegria.


Ringraziamenti
In primo luogo alla prof.Pierpaola Busetto,che ci ha letto il primo canto al corso di scrittura creativa ,all'Utea di Cordenons e al suo Presidente,ai miei compagni di corso, agli amici insegnanti di Gorizia,Marcozzi Francesca e il consorte Arnaldo che mi hanno incoraggiato. ai miei figli Emanuela e Marco,a mio fratello Carlo,a Daniela e Roberto
A mia moglie Gabriella che spesso mi ha fatto mitigare la crudezza di alcuni versi.
A tutti i nonni che vorranno leggerlo ai loro nipotini. Ai miei nipoti Giulio,Lorenzo,Martina,Tommaso e Nico,Giovanni, Giacomo,Margherita e Matilde,in particolare Leo che la sera a letto voleva che gli raccontassi sempre episodi della favola.
Infine,agli amici e collaboratori di questo "Portale Azzurro" e al suo prezioso artefice Lorenzo De Ninis e dulcis in fundo,a te,carissimo Piero,per i tuoi generosi commenti .
Un nonno…Giovanni Abbate


Filastrocca metrica
Filastrocca,filastrocca,
con un colpo di diastole,
la metrìca non si tocca.
"Non raccontate istorie
con queste strane protesi",
disse il dottor Paragoge,
fiero della sua virtude.
"Mainate le aferesi",
gridò Morgan il pirata
alla torva maramaglia
ch'avea una brutta epentesi.
Ma Episina Lefe il chiama:
“ amor,specchio d’ogni mia brama,
spetta colei che ti ama.”
Ma eccoti la gran trovata,
col dittongo del Zagaglia:
se di due,tre, ne fai una,
allor hai la sineresi
e te ne vai sulla luna.
Ma te ne vai in dieresi,
se di due ne fai due,
così disse il gran Cimabue.
Ma quando c'è l'elisione,
allor è fuori questione,
c'è sempre una fusione.
Se non c'è!allora è iato!
Oh dio,mi son inceppato,
mi son presa una sincope,
e il mio spirto se ne è andato.
Non per dir,amico bello,
mi salvo con l'apocope,
che non è sorte d'uccello.
Oh dio,ho la tachicardia;
la sistole m'è venuta,
pièta per l'anima mia.
Ma per i prossimi tmesi,
ti prego,dolce musa,aiuta
mi con tutti questi arnesi,
non voglio fuggire via,
ma giocar sol in allegria.

 Giugno  2015 

Sopravvissuto*
In quel grosso veicolo cingolato
c'erano ben dodici bersaglieri.
Ignoravan,poveri,il loro fato.
Giovani erano,scherzosi e ciarlieri.

Ad un tratto il loro carro è sbandato,
lor gelando i più rosei pensieri.
Giù nel baratro tra i sassi è piombato.
Non scampaste,piumati fucilieri!

Son morti tutti,ma sol tu,tu solo,
come augel dal nido fuor sei volato,
e in una pozzanghera come un piolo,

nel fango,in fondo,ti sei impilato.
E così com'era destin,figliolo,
l'angelo tuo la vita ti ha salvato.

* vedi racconto " Tutto è stabilito "
Febb 2015

1953:…Quelli del muretto
Qual'aspro affanno è mostrar d'udire,
condividere,mentre dentro è inferno,
loro sciocco modo di far,sentire,
per non vedere nei loro occhi scherno.

Eppur con loro sto e non so fuggire,
eppure ancora il mal dal ben discerno.
Perché mio spirto non ti vo seguire,
che dentro sordo incalzi e ruggi eterno?

Viltà mi spinge sempre con costoro,
vergogna di mostrarmi veramente,
non bestia in brago,uomo senza decoro.

Dirò senza sviar l'occhio,virilmente,
ch'io fuggo e sprezzo quel che pasce loro,
che le vie amo del cuore e della mente?

Acrostico*:…..
Lungi da me voler esser ruffiano;
ospite ,solerte e generoso,
ricevi ognor il plauso più affettuoso.
Esperta guida ci porti per mano.

Nobile e vigile è la tua accoglienza.
Zefiro soave,eterea,la tua poesia,
ognor piena di dolce malinconia.
Di ciascun raccogli ogni confidenza,

e con Piero,Carlo e il caro Santi
Noi conduci per l'aulico portale
in cui ci confrontiamo tutti quanti,

non tronfi,ma con spirto solidale,
inviando per l'aere i nostri canti,
sospirando trepidi un mondo ideale

*Componimento poetico dove le prime
lettere di ogni verso, lette in ordine verticale,
danno un nome o altre parole
.

giugno 2015

Un soldato della.... "Grande guerra"...

Di sangue asperso,nell'arsa radura
giaci morente,solo e abbandonato:
per una granata sei sprofondato
in una buca nella terra oscura.
Ma la sorte ti sarà ancor più dura
chè la patria di cui fosti soldato,
non sa neanche dove sei interrato.
Nella fossa allor ti prende la paura
che il corpo tuo mai sarà trovato:
ché disperso sei,non dato per morto.
E giaci lì,per il dolor contorto,
con il fango in bocca, spaventato.
E allora tu Dio,tu che sei risorto,
dagli,almeno tu,il disiato conforto.
Fa si che non subisca un altro torto.
Teco portalo nel celeste porto,
ove di luce d'amor sia inondato.

giugno 2015

Nonna Rosa
Che donna straordinaria sei stata,
anche se la vita mal ti ha trattata.
Pur si breve,però,l'hai ben vissuta.
Cara nonna non ti ho mai conosciuta,
sei morta giovinetta.All'improvviso,
si gelò per sempre il tuo sorriso.
Dal suol dei ciclòpi all'americano,
e poi da questo a quello africano,
hai sempre tu seguito tuo marito,
nel bene,nel male,per ogni sito.
Hai condiviso con lui ogni asprezza,
con cinque figli e la tua giovinezza.
Non sei mai stata a casa ad aspettare,
l'hai sempre seguito, dandoti da fare,
dandogli sostegno sino alla fine,
di un amore pieno senza confine.
Da te ho ereditato,forse,il coraggio,
d'affrontare deciso qualsiasi viaggio:
chè la terra promessa della vita
sta dove la famiglia è sempre unita.

Frebb 2015

Foto di tre soldati dietro le sbarre di un campo
di prigionia USA nel 45(Los Angeles)



Dietro le sbarre di una prigione,
anzi di un campo di prigionia,
stanno tre giovani nostri soldati.
Mio padre è al centro,lo sguardo perduto,
un grande sogno lo spinge e l'ispira,
vola alto senza limiti e confini,
sempre più in alto,sulle alte vette,
per distese enormi e il grande oceano,
e per mari ancora,e ancora altre terre.
Ci raggiunge alfine,moglie e figli,
mentre l'aspettiamo in trepida attesa,
e ci stringe tutti in un caldo abbraccio.
Ci porterà allora con ferma mano,
nella nuova ambita terra promessa.
Vola il suo sogno,arriva,ci pervade,
siamo un tutt'uno.Ora siamo una forza.
L'altro alla sua destra è sorridente,
non ha tristi pensieri per la mente.
Andrà in Italia dai suoi genitori
con cui ritornerà dall'amorosa,
futura sua sposa,americana,
che l'attende non vedendo l'ora.
Alla sbarra appeso,il terzo compagno,
ha un sorriso amaro,quasi un ghigno;
non troverà nessuno al suo ritorno:
è andata distrutta la sua famiglia,
per un'incursione,sotto le macerie;
il sogno più sognato è stato infranto.

marzo 2015

LEI: il medico di famiglia
Fitta di gente è la sala d'aspetto,
ma il tempo passa e lei ancor non appare,
qualcuno tra noi comincia a borbottare,
ma sempre con il dovuto rispetto.

Cigolio di un uscio:appare il suo viso,
e i suoi occhi frugano nella stanza,
verso di me infine: che esultanza !
Seguo ansioso quel dolce sorriso;

posso con lei parlare finalmente,
aprirle il mio cuore e i miei affanni;
ode,sorride,scrive velocemente

la ricetta contro quei malanni.
"Come andrà,chiedo,ansiosamente?"
"Vedrà,mi dice,camperà cent'anni".

marzo 2015

La croce alla fermata del tram*
Li dove il tram fa la giravolta,
crudelmente la vita ti fu tolta.
La mia età avevi,giocavamo assieme.
A tal pensier il cor mio ancor geme:
a ricordare quel gran fragore,
tutto quello scempio,quell'orrore.
Stavi li sull'ordigno,concentrato,
con vicino il compagno imbambolato.
Una fumata avvolse le tue mani,
ma strano!,tu stai lì,non ti allontani.
E' il destino e il fato!Così sia!
Ma l'altro scappa,fugge,corre via,
fa in tempo.Subito un esplosione:
tutto intorno è morte e distruzione.
Sei,mio caro amico,volato in cielo;
e,le tue membra,raccolte in un telo,
messe furono in una lignea bara.
“Che la terra,almeno,non ti sia avara,
e profondi di fiori quella croce
a ricordare quella sorte atroce.
Là dove il tram fa il girotondo,
dove strappato fosti a questo mondo.”

* Era al capolinea di Cinecittà a Roma lungo il binario;
nel 45-46 un ragazzo di 10 anni,mio compagno di scuola,
è saltato in aria nel tentativo di smontare una bomba.

11/02/2015

Un pezzo di legno
Eccolo là un pezzo di legno,
bruciare vivo nel mio caminetto.
Sfrigola,crepita,geme,scoppietta.
Un senso di calore mi pervade,
e,i miei occhi guardano,rapiti,
quelle fiammelle che giocano sinuose:
le afferrano,e nelle loro volute di fumo,
i più reconditi miei pensieri
s'insinuano,innalzandosi con esse,
sempre più in alto,oltre il camino,
per volare sempre più lontano.
E mentre mi perdo,smarrito,
in quella dimensione surreale,
il ceppo pian piano si consuma.
Oh fiamma,amica mia,non mi lasciare,
e subito accorro con un altro pezzo,
posso così continuare a sognare.

Febbraio 2015

La violenza dell'ingiustizia.
Come spiegare quel che vivo e sento;
l'affanno atroce,la muta pena
che mi divora e brucia a foco lento,
la bufera ch'aspra in me si mena.

Il gravoso carco d'un sentimento*,
di cui fin nell'imo l'alma è piena.
Il mio smorto andare,vuoto e spento,
il male che pian piano m'avvelena.

E dei tanti pensier la cruda folla
che il cor mi scava con brutale rabbia,
turbinando forte giammai satolla.

Ed il lungo tempo,ore fosche e nere
in cui mi volvo nella ferrea gabbia
invan fugando le rabbiose fiere.

* Sentimento d'ingiustizia.
Gennaio 2015

Ricetta: ciambellone...di Capodanno
Mettete i tuorli dentro la terrina,
zucchero,con la frusta sbattete;
mescolando,burro fuso aggiungete,
sempre amalgamando anche la farina.

Quindi buon lievito e vanilina,
cacao amaro e latte ancor mettete,
fino a che la crema montar vedete.
Tutto in tortiera,con imburratina;

ora in forno attendiam ch'al suo calore,
la torta tutta si sia ben gonfiata
fino a raggiungere un bel colore.

Ora è pronta,amici,ora va sfornata!
Potremo alfin gustarne il buon sapore,
brindando lieti all'attesa nottata.

Buon Capodanno 2015

Ai morti “soli” in guerra
Nel sangue immersi,in agonia,soli.
Su di loro aleggia ormai la morte.
Nessuno accanto,poveri figlioli,
a compiangere quella cruda sorte.

Soli,soli,senz'un che li consoli,
muti attendono,tremando forte,
che il loro triste spirto via s'involi,
giù negli abissi,per l'atre porte.

Verranno,e non in una lignea bara,
ma in una fredda fossa vi porranno,
senza che attorno stia persona cara.

Ma, eroici figli,non state in affanno,
siete vivi in noi,e,dalla terra avara,
un giorno,patria e madri vi torranno!

Dicembre 2014

L'età della stupidera
Tu piangi,giovincella,e t'addolori
per questo primo amore sfortunato.
Ma via,su,non disperar,perchè il fato,
incontro ti verrà con nuovi amori.

Sarai ancor felice,e mille ardori
tenteranno il tuo cuore assetato;
ma in questa frenesia,inaspettato,
t'arrecherà il destin nuovi dolori.

Ancor gaudio,illusioni e,finalmente,
se ancor non ti sarai bruciate l'ali,
la tua sete placherà pur sorgente,

di vero chiaro amor che non ha eguali.
Ma sta cauta chè questa sete ardente
non ti sia causa di più gravi mali.

Nov 2014

Rossi pesciolini
Rossi pesciolini,bestiòl dorate,
che l'acqua solcate argentina e chiara,
nei vostri occhi scorgo una luce amara,
che mi parla di aree sconfinate,

del mistero di plaghe inabissate,
ove fitti a schiera scorrete a gara.
Queste vitree mura v'avran ,vil bara,
non conchiglie azzurre,albine o ambrate.

Si,vostra coltre il limo d'un'ampolla
sarà,non la fiorita,viva*zolla
ai pi è d'un corallo,nel mar turchino.

Ma via,di tal pensier la triste folla!
Su guizza allegro,rosso pesciolino,
che l'ultimo dì ancor non è vicino.

* ad es. le attinie sembrano fiori,ma sono
animali (vivi).Sono anche chiamate anemoni
o rose di mare.

Sett 2014

Calligramma: il lattante


Illustrazione: Poichè il contorno scritto della figura (poesia visuale) è poco leggibile
si pone il testo qui sotto.

Senza tetta il bel bambino,
piange tutto disperato,
ma la madre, qui vicino,
corre svelta a perdifiato,
e lo stringe stretta al seno.
Sugge,sugge e quando è pieno,
si addormenta,bel sereno.•
Donna,madre,quanto amore,
da quel viso bel traspira,
ch'alla gente che l'ammira,
d'amor trabocca il core.

febbraio 2014


Calligramma : Il cacciatore


IllustrazioneIl calligramma è una poesia figurata fatta per essere letta e contemplata( poesia visuale).Il suo soggetto viene rappresentato con una immagine che viene disegnata con la scrittura dei versi del componimento stesso,a partire,in senso orario,da un punto qualsiasi del contorno della figura. Poichè le parole dei versi che disegnano la figura sono poco leggibili le si è trascritte qui sotto.

In cima ad una altura,
scruta il ghepardo la radura.
Ecco un antilope,là lontano...
striscia allora,pian piano,
per portarsi a distanza d'attacco:
non può subire uno smacco,
ha fame la sua cucciolata,
lì dietro ai cespugli imboscata.
Ecco ora è abbastanza vicino
e,come fulmine, scatta il felino.
Si allunga e s'inarca flessuoso,
deciso,rapido,silenzioso:
sempre più breve è la distanza,
per l'antilope non c'è più speranza.

febb 2014

Haiku*:suggestioni stagionali

Inverno
Soffia la bora,
un bianco turbinio
di neve s'alza.

Scende la neve,
copre d'un bianco manto,
la brulla terra.

Autunno
Van giù le foglie,
sull'erba,mulinando,
giocando vanno.

Foglie morte,ocra,
sulla spoglia terra,
roride stanno.

Primavera
Ninfee sull'acqua,
ginestre odorose,
primule e viole.

Stormir di fronde,
fruscio del vento,
la musica del bosco.

Estate
Sull'arido suol,
turbinoso vortice,
la sabbia leva.

Del sol la vampa,
inaridisce i campi,
la terra asciuga.

* .E' un componimento poetico, nato in Giappone, composto da tre versi per
complessive diciassette sillabe ( 7-5-5 ; 5-7-5 ).
Trae la sua forza dalle suggestioni della natura nelle diverse stagioni.
La composizione richiede sintesi di pensiero e d'immagine in quanto il soggetto
dell'haiku è spesso una scena rapida ed intensa che descrive la natura e ne
cristallizza dei particolari nell'attimo presente.
L'estrema concisione lascia spazio a un vuoto ricco di suggestioni.


27 Febbraio 2014

Il pescatore...in erba.
Embè il nostro Lory che ti combina!
Retino e secchio,esca e ami nel cestello;
afferra la canna col mulinello
e,lesto si conduce alla marina.

Fissa girella,lenza,amo ed esca,
e con un lancio maestro,là dal molo,
lancia il piombo che con un bel volo,
s'impila sull'acqua:inizia la pesca.

Ad un tratto un guizzo improvviso,
un vibrar di canna,una strattonata,
lo mettono all'erta,sull'avviso:

forza,dai,fila,tira,non mollare!
E alla fine ferra una grossa orata,
che svelto nel guadino fa saltare!

Agosto 2014

Tripoli...bel sol d'amore.
Più salgo negli anni e più mi assale,
incontenibile,che mai va via
il desir struggente,la nostalgia,
della mia libica città natale.

Di rivedere la casa,il bel viale
che furono attorno all'infanzia mia,
che,aspra,mi strappò sorda sorte ria,
da un evento addotta crudo e fatale!

Ora so ahimè!or lo so,lacrime amare,
ma allor no,non sapea,cos'era il pianto
della madre mia,quando,su dal cielo,

vidi sotto i miei ignari occhi passare
la chiesa*e le moschee col porto accanto,
su cui sole stendea l'argenteo velo.

* la cattedrale di Tripoli.

A Leo.
Leo,stanco,pien di sonno,
vuol dormire con il nonno.
Svelto,allora,il pargoletto,
si proietta sopra il letto
e,con le gambe e con le braccia
quelle dure membra abbraccia.
Poi infin con un gridolino,
gli si stringe assai vicino.
Ma lì anche c'è la nonna,
occor si che la raggiunga,
quindi allor le gambe allunga
ad acchiappar la sua gonna.
E gira che ti rigira,
fino sotto lor s'infila,
e spingi e molla e tira,
pur un calcio ti rifila!
Che mucchio,non si respira!
Alla fine è un gran groviglio:
un nido senza somiglio,
da cui caldo amor traspira.
Prometti,caro Leoncino,
non fare il biricchino,
per mamma e papà,per noi,
sii sempre un bravo bambino.
Chè in questo mondo senza eroi,
dove ognun fa gli affari suoi,
soltanto il tuo candore
sperar fa a un mondo migliore.

Luglio 2014

Segare....a Villa Borghese
Sotto le coltri già ci avea pensato,
di non andar,le lezion n'avea apprese,
quando la Scuol Ducale* ho marinato,
per vie andandomene a Vil Borghese.

E movendo i passi di prato in prato,
profusi dei bei fior che mena il mese,
in studenti miei par son capitato,
che rincorreano con pupille accese,

toccando,marpioni,or queste or quelle,
lor compagne allegre e assai giocose.
Ma tra queste,ahimè,le più focose,

dure colpivano con le cartelle.
Mi unii anche io all'allegra brigata
e presto mi rimediai una borsata.

* Il Duca degli Abruzzi in via Palestro a Roma.

Aprile 1953

Papocchio alla romana
( ...una ricetta perduta.)

Petti de pollo tajati a tocchettini,
sherry secco con succo de limone
sarza de soia,zenzero e lampone,
e,d'oliva d'ojo dù cucchiaini;

e ajo e senape e li fegatini;
er tutto a mollo ner pentolone,
e, ojo de gomito cor frustone.
Tajate e banane a quadrettini,

e, n'torno al pollo marinato
l'avvorgete strette co la pancetta;
ne li spiedini ogni tocco impilato.

Me fò a sale e pepe nà bruschetta,
me verso er vino, e,cor bicchio arzato,
me spaparanzo a magnà a Ripetta.

Febbraio2014

L'Adriatico
D'alto loco,fin dove l'occhio arriva,
il mar miravo azzurro e tremolante.
Rivoltarsi il vedea torvo e mugghiante,
squassar furente la deserta riva.

Oh! le membra tuffar nell'onda viva,
guizzare nell'onda spumeggiante!
Non eri poi infin tanto distante,
e,lieto avviommi mentre sol saliva.

Ti vidi,alfine,corrusco e imbronciato;
m'accogliesti con un cupo mormorio.
Io immoto me ne stavo,assai turbato.

Ma piana voce,era lieve sciacquio:
“Vieni”,disse.E da quel suon chiamato,
ignudo scesi il sassoso pendio.

Settembre 1953

La mia donna.
Vai per la casa indaffarata,
e stiri e pulisci e fai i letti.
Poi in giardino tra i fior ti metti,
e in cucina alfin corri trafelata.

E ai nipoti,della buona fata,
le favole racconti e dei folletti:
e con li occhi sgranati i pargoletti
a sentir ti stanno, sempre invocata.

E quando, più giovane, dei figlioli,
sopportavi il dolce fardello
per non lasciarli correre mai soli.

E questo uomo anziano e vecchiarello,
o sposa,amante,amica che consoli,
è sempre per te un baldo giovincello.



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