Racconti di Bruno Amore


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(Lettera ad un amico)

Caro Mario
Io sto bene, tu come stai?
Ti ringrazio della visita, poteva essere imbarazzante. Mica siamo parenti.
Come ti dissi, trattano bene, in un certo senso è un posto tranquillo.
Pulito e ordinato. Il cibo non è male, un po' scontato, poche
variabili ma, anche a casa?..., e non importa molto.
Qualche libro dei miei e poi c'è una biblioteca, titoli scontati di
ordinaria buona cultura di massa, nessuna nuova emozione letteraria,
insomma.
I compagni? Ognuno ha i propri pensieri da elaborare e si reagisce a
seconda della propria sensibilità. Però c'è del rispetto per le
traversie degli altri, ho notato.
Si! i figli vengono. La femmina meno, non riesce a farsene una
ragione. Mi spiace molto per lei, è una ragazza dolcissima.
Lo so, lo so, nessuno si aspettava una cosa così, anche se...lo
sapevate tutti...insomma, ormai...
E pensare che se non avessi portato la biancheria in
lavanderia...quelle a gettoni.
Sai, approfittai dell'orario notturno: non c'era mai nessuno. Ho fatto
in un lampo a metterla dentro. Poi...era perfetta, linda e asciutta.
Sapevo che se si fosse seccato, sarebbe stato un problema lavarlo via.
Qualcuno, però, mi ha visto e si è ricordato di me.
Come ho fatto? Non lo so - in definitiva - davvero bene. Lì per lì ma,
a pensarci ora...non è stato semplice: dopo anni e anni di convivenza,
sopportazione e compromessi, poi uno esplode?
No! Tu non puoi capire. Queste cose bisogna averle vissute o viverle.
Un giorno dietro l'altro, con le spalle al muro, per quieto vivere.
Perché ci sono i figli; il mutuo della casa; lei, sua madre, che -
poverina - è rimasta sola e viene a vivere con noi. E tu, sempre più
nell'angolo, devi dare spazio, per il bene della famiglia.
In fondo che ti costa? Qualche libro in meno, qualche film o
rappresentazione teatrale che - vedrai - daranno in tv; gli amici, che
è meglio perderli che trovarli e, poi, il massimo: smettila di
guardare le donne.
Trecentosessantacinque volte l'anno. E...che cazzo!
E quel giorno, le sue grida di rimprovero mi stavano facendo impazzire
di rabbia ed io a gridare: bastaaa!...bastaaaa!...basta!
Ho cominciato a far volare oggetti, così, per sfogarmi e ho trovato
l'accetta, pensa...
Era li da agosto, quando con le sue insistenze ossessive mi aveva
costretto a preparare i legnetti per accendere il camino l'inverno
successivo, e...
Sì! sto bene, ora. Qualche pasticca e via...
Ciao, Mario e grazie ancora per la visita.

Carcere Vita, un giorno qualsiasi di ordinaria follia.

Bruno

Il partigiano.

Arturo Lenzi, un bell'uomo sulla cinquantina, funzionario nazionale del partito, grazie ai suoi trascorsi bellici nella guerra di resistenza e liberazione, capo squadra assaltatori, si era fatto nome di coraggioso fino all'incoscienza e godette e gode, ancora, stima e reputazione. Finita la guerra, lasciò il paese natio e tutte le conoscenze, per la politica. Neppure il suo amore giovanile, del quale aveva sempre serbato un nostalgico ricordo, si peritò di salutare, d'altro canto - alla macchia - aveva allacciato una relazione con la figlia del Comandante, che faceva da staffetta da e per la montagna, come portaordini. Ora era di ritorno, per assolvere un mesto dovere di esequie ma, pensò molto, alla sua vecchia fiamma amorosa, durante il viaggio da Roma. E giunto in paese, nella piazza principale, quasi fosse un appuntamento...
- Ciao Giulia, come stai? quanto tempo....e tua mamma?
- Ciao Arturo, ti ho visto in paese, l'altro giorno ma, anche se mia avevi visto, ti sei girato dall'altra parte.
- Bhe! sai, avevo appena saputo che avevi sposato Marco. Ricordi? lo consideravamo una nullità, anche tu, perché non aveva preso parte ...
- Quando sei andato in montagna, mi aspettavo notizie. Nulla per mesi. Che dovevo pensare? e poi, dicevano che ti era messo con la Jolanda, la staffetta, e lei in paese, si vantava di essere la tua ragazza. Non sei neanche tornato a casa, subito a Roma per il partito.
- Niente, niente, non voglio recriminare. Hai dei bambini, lo so e Marco ha un buon lavoro,. Insomma state bene e tua madre, la Maria. Era terribile, a quei tempi, sempre a farti la guardia.
Giulia, abbassando la testa e sorridendo:
- però gliela abbiamo fatta, ricordi? Te lo ricordi, quella notte ...
- Io non l'ho scordato mai, Giulia, mi ha fatto compagnia tutto il tempo della guerra e ancora mi torna in mente, con una nostalgia infinita. Sai, io non mi sono sposato...poi la politica mi ha preso tutto il tempo. Oggi sono qui per le esequie di Molotov, ricordi? il padre di Jolanda. Era il mio comandante nella Brigata Vallelunga.
L'imbarazzo cresceva in entrambi e nel tentativo di fugarlo, si guardava attorno e salutavano i passanti, indifferenti, anche a distanza. Giulia sembrò, un attimo, voler aggiungere qualcosa ma, restò interdetta, Arturo stava guardando qualcuno e gli porse, distrattamente la mano, come a volersi necessariamente congedare. Così si separarono con un attimo di titubanza, come un rincrescimento.
Arturo, che durante il breve incontro con Giulia, si era tolto il fazzoletto rosso dal collo riponendolo in tasca con le decorazioni da esibire nel corteo funebre, si stava risistemando mentre si avvicinava al suo sorridente interlocutore:
- Ciao Marco, come stai? Come va qui in paese? Ho visto Giulia, poco fa. E' ancora bellissima.
- Tutto bene, ah! Giulia, si stiamo bene tutti ,anche i ragazzi. Nell'ultima campagna di iscrizioni siamo aumentati del tre e mezzo per cento. Grande adesione e l'Amministrazione Comunale, funziona bene. Vieni, devi prendere posto in testa al corteo, vicino al sindaco agli altri e la Jolanda.
La lucida macchina nera, con il feretro, seguito da una donna corpulenta in gramaglie, il sindaco, un anziano dall'aria battagliera e Arturo con a fianco Marco, prese a passo breve a percorrere il corso principale, dalla sede del partito, dove era stata allestita la camera ardente, verso il cimitero. Seguivano un centinaio di persone e qualcuno faceva ala al passaggio del corteo.
D'improvviso, provenienti dalla parte antistante il corteo, si udirono dei botti, esplosioni di artifici, simili a quelli che si usava far esplodere per Pasqua.
- Cosa succede Marco?
- Deve essere quel bastardo del Camerata, oh scusa!
Intanto un gruppetto di giovinastri, correndo inseguita da due Carabinieri, risaliva i lati del piccolo corteo, sbeffeggiandolo con il lancio di buste d'acqua colorata.
- Mario, Camerata, bastardo. Poi facciamo i conti.
Gli gridava dietro Marco, evidentemente inferocito.
- Ma chi è? Chiese Arturo, di chi è figlio. Avete fascisti qui, ancora?
- Nessuno ti ha detto nulla? Neanche la Giulia?
- Cosa vuoi dire? cosa c'entra la Giulia.
- Ho sposato la Giulia che era incinta. Quel nazi skin, alto, con gli orecchini, è suo figlio e ...
- E...? Domandò inquieto Arturo.
- E' anche tuo figlio.

Ho cavalcato la mezzanotte sotto la pioggia torrenziale in piazza a Firenze, per assistere ad un concerto. Niente di eccezionale, solo un tentativo di tuffo nella vita trascorsa, un finto giovane che si muoveva a ritmo di soul e rock e classica. Ma, ad ogni frusciare di impermeabile o urtar d'ombrello, lesto un pensiero veniva a te, quasi fosse possibile un incontro. E, sorridendomi, fantasticavo di questa assoluta impossibilità di averti, lì con me. La pioggia, ancorché fastidiosa, la faceva da romantica ruffiana, come quando inzuppandomi alquanto, non frenava mai i miei bollenti spiriti e sotto quel portone aspettavo chi, in fondo, non è venuta mai. E sotto l'acqua fredda che non lavava nulla, di quando in quando, la mia attenzione veniva risucchiata da incerti alieni dalla pelle scura, presenti e senza ripari, a bere suoni, luci laser e vapori chimici ma, non sostavamo mai più di qualche minuto e allora compresi che volevano esserci, erano tanti, più che ascoltare gustare o soltanto vedere. Ma, torna, irrimediabilmente a te ,il pensiero, specialmente durante i pezzi più melodici e immaginavo stringerti a me, nel cavo del mio trench, protetta da braccia vogliose di contatto e tu a reggere l'ombrello, sorridente e felice di questa incongruente performance estemporanea, per entrambi. Non c'è stato, non poteva, quindi ho accarezzato la mia solitudine, con una certa - libera - consapevolezza che, in definitiva, io c'ero.

La tasca rovesciata.
Riunione del consiglio di villaggio, a Thimbuctu, Africa Orientale, nel 2099 calendario occidentale.

- Paziente e savio Abuthu, perdona questo povero figlio preoccupato se ti sollecita con i suoi timori ma, un altro gruppo di quegli stranieri, attraversando la savana e prima il deserto, è arrivato al villaggio, bisognoso di tutto. Vedessi, sono più malconci di quelli della luna passata. Pallidi come la cenere e mandano un cattivo odore di malattia - uomo medicina. Ormai sono diventati tanti e la nostra gente si lamenta. Non sanno fare nulla, vorrebbero mangiare e bere cose strane, scambiano i loro stracci con i monili delle nostre donne ma, il peggio, è che i nostri giovani cercano di imitare i loro modi e già qualcuno ha dei problemi di salute. Tossiscono e sputano di continuo, dicono che l'aria del loro paese non era più buona, sono dovuti fuggire per sopravvivere, che neppure le tante pozioni che hanno preso nulla possono più. Dobbiamo costruire per loro le capanne che non sanno alzare; guidarli all'acqua che non sanno trovare; tenerli lontani dai pericoli degli animali che non conoscono e, alla sera, accendere il fuoco perché si scaldino. Abbiamo cercato, all'inizio, d'insegnar loro i rudimenti di questa vita, ma sono svogliati, deboli e indolenti e - perdona - poco intelligenti. Le scorte di miglio si assottigliano, non che lo mangino volentieri, preferiscono - finché ne hanno - quei cibi incerati che portano con se e bevono liquidi colorati che gonfiano la pancia, poi quando devono cambiare dieta, si ammalano e curarli, deboli e gracili come sono, è difficile. Dobbiamo pensare al futuro della nostra gente, vedere cosa è meglio anche per questi alieni e agire prima che sia tardi.
Si sedette, Aminha, consigliere anziano, avvolgendo le striminzite membra, nella coperta colorata.
- Sono Zago, capo di guerra del villaggio. Sapete che non amo le mezze misure, quindi dico subito che la soluzione che vedo è : cacciamoli via dalle nostre terre, prima che ne vengano altri, magari malati di morbi incurabili.
- Sono Maludha, sciamano della nazione Ubadhi. Ho fatto riti propiziatori e cercato risposte nelle viscere dei corvi. Gli piriti della savana, tutti, dicono che siamo in pericolo. Gli antenati non approverebbero la nostra inerzia. Questi hanno vite diverse, abitudini diverse, amano e fanno cose diverse da quelle a noi care. Che faremo quando sporcheranno i nostri totem o li abbatteranno per alzare i loro? I figli non rispetteranno i padri e le madri, i vecchi saranno abbandonati alla morte per fame, perché i giovani vogliono già vivere da nulla, come gli stranieri.
- Ho riflettuto molto da quando questi stranieri hanno cominciato ad arrivare e ogni buona stagione, più numerosi. La legge naturale prescrive di accoglierli perché nessuno sia solo in questo mondo e mi sono ricordato di quanti dei nostri fratelli sono andati a quelle terre in tempi lontani e suppongo con fortuna, poiché non sono più tornati. Ora la nostra semplice vita è minacciata da gente che non sa, non apprezza, non capisce i nostri valori. Temo che una volta insediati qui, dove è possibile la vita sana che hanno perduto, vogliano riprodurre in qualche modo il mondo lasciato. Che fare? Possiamo scacciarli come suggerisce Zago! Lasciare che da soli tentino di sopravvivere, in qualche modo, via dai nostri villaggi, oppure possiamo insegnar loro come vivere qui. Sempre un grande rischio per noi e la nostra esistenza, in tutte le forme che abbiamo conservato. Gli spiriti della savana ci hanno condotto a questi giorni con le scelte che nel passato i nostri antenati hanno fatto: abbracciare il fratello che è della sostanza nostra e del padre di tutti. La sofferenza che ne potrà venire è il cemento per tutte le generazioni future.

L'anno 3010 del calendario universale, sulla vetta del Klimangiaro, è stata inaugurata la statua - in diamante artificiale - del Capo Tribù Adamha, che con la sua lungimiranza salvò dall'estinzione la gente di razza bianca del pianeta Terra.

Inseguendo Tartagni.
Ho sempre avuto in mente, quando si parla di "sinistra politica", i paesi scandinavi, l'inghilterra, l'america dei democratici, mai l'urss, seppure tutti, specialmente certi, a quella alludessero, e secondo me, erroneamente perchè frutto di cultura e storia diversa dall'europea centrale.
Una “sinistra” valente in Italia sarebbe possibile soltanto in clima di nuova “guerra fredda”, quando certo – per via della divisione del mondo nelle due zone di influenza - gli sarebbe preclusa la conquista del potere e il sindacalismo della stessa ideologia, assolutamente più efficace e competente, potrebbe tranquillamente essere antagonista del capitale, ottenere provvedimenti socialmente significativi – come è indubitatamente avvenuto nel passato – e raccogliere tesserati, come era ed è, di tutte le estrazioni politiche. Forse qualcuno ha immaginato che con il crollo dei socialismi reali, sarebbe crollata in Italia l'egemonia – anche limitata – della DC? Certo venendo meno l'alter ego politico, qualcosa sarebbe dovuto accadere, ma era più facile pensare al crollo del social-comunismo nostrano, per primo, ma poi è successo.. Ma le slavine portano con se ogni cosa. Così sulle ceneri democristiane è nato un soggetto pseudo-politico, non democratico (il segretario del partito PdL non è eletto, ma autoimposto), populista, dicono gli esperti, affermatosi sulle elucubrazioni del leder circa il pericolo dei cosacchi in S. Pietro, e a seguito di purghe e reinvenzioni alternativeggianti, un timido tentativo di “partito democratico” kennedianotico (?), io mi ci sono iscritto per scaramanzia e speranza, in cerca di prospettiva davvero di cosa nuova, attuale, moderna. E il nuovo è, per tutti, ancora da venire, infatti – in qualche maniera – si rispolvera il vecchio. Quel poco politico che dicono essere stato Prodi, disse, ai sopravvissuti dei partiti post tangentopoli, di sciogliersi, per fondare l'Ulivo (nome infelice, secondo me). Non l'hanno fatto e non lo faranno. Pateticamente difendendo una identità che nessuno ha piacere di ricordare, tranne i dirigenti, grandi e piccoli. Neppure sull'altro versante, ci riescono e i mastelloidi, casinoidi, fascistoidi, stanno lì, sulla riva del Tevere, ad aspettare che passi il cadavere di Berlusconi.

Storia di campagna
Da sempre, avrei voluto un chilometro di mondo tutto mio, per spargermi e disperdermi, invadere, tutta la meraviglia là fuori. Fantasticare attorno a qualsivoglia stimolo ti sfiori, t’impatti, ti sussurri o gridi. Colori, rumori motti che fanno sempre sorridere gli adulti, che si dilungano poi a commentare sulla intelligenza, arguzia o scempiaggine manifestata appena, senza sospettare un minimo, che sia frutto di una tattica per attirare la loro attenzione. Avvertivo che potevo accedere a qualcosa di più, soltanto se profittavo dell’infanzia, alle quale, era palese, con la famosa locuzione: se non fossi così giovane…, veniva concesso moltissimo. Perché poi cresci in casa, dove regole, convenzioni, necessità sono stampate nella chiusa familiare e le porte si chiudono ogni volta che hai voglia di andare. Da lì, nella scuola in un’aula, dalle porte guardate, aperte e subito chiuse dietro di te, quasi potessi fuggire. Dove poi, se tutti ti avrebbero, bonariamente o meno, subito riportato a casa. Allora una volta dentro, cercavo alla finestra, dalla finestra il mio veicolo preferito, la fantasia, su cui volare via lontano. Viaggiavo lunghi minuti via da lì : ..lavavo il ponte della nave dell’Olonese (bellissimo nome) che mi consegnava un daga al merito;…… rientravo, rincorso dai gendarmi, nella Corte dei Miracoli, mostravo la bellissima collana rubata, ero compensato con una moneta d’argento dal lenone… Per finire, inopinatamente, rinchiuso tra muro e lavagna. Grida e scappellotti al ritorno a casa, la solita predica sul senso di responsabilità, sulla fortuna di poter andare a scuola, anziché già al lavoro come tanti coetanei. Ma il giorno dopo, o deliziosa inebriante occasione di vendetta, feroce, sapida nell’esecuzione dell’illecito, ma fiducioso nell’autogiustificazione, marinavo, fuggiasco a vagare nella campagna, lucente di rugiada, lontano da adulti curiosi. Tuttavia mi ronzavano le orecchie, al presagire nuovi rimproveri e preparavo argomenti vittimistici per scamparla anche questa volta. Ma…via, a quel viale di meli fioriti, al bivio per casa, dove una ragazzina dagli occhi neri, seduta tra l’erba di una proda, legava rametti fioriti di melo per esitarli ai rari passanti. Un rituale romantico legato alle mie fughe, un posto segreto dove nessuno avrebbe mai pensato di cercarmi. Non frequentava la scuola, suscitando in me una larvata invidia, non capivo perché, restava lì ore, fino all’uscita degli scolari e il ritorno degli adulti dal lavoro, condivisione di riti, forse. Affascinante mistero, e io sempre un poco imbarazzato, sedevo più là, da vedere la testa bruna spuntare dall’erba alta, confidenzialmente. Avrei voluto parlarle, chiederle, dire, ma non riuscivo a trovare il modo. Inconcludente, non articolavo verbo e dopo un po’ mi trascinavo via sorridendo; lei appena un cenno col capo e si chinava sul consueto. Volli di più, un giorno, e mi nascosi a spiar dove andava, cosa faceva non vista: Scese dal greppo scivolando seduta, raccolse tra l’erba due piccole grucce, fatte in casa con amore, si issò su gracili gambe troppo storte, avviandosi, scomposta, per il viale di meli fioriti, verso casa appena più su. Per anni, poi, non persi più un giorno di scuola.

La saga di Balum:
Capitolo 2° - normalizzazione.

Era riunita da diversi balm la Corte di Giudizio sugli illeciti di guerra, nella sala principale della fattoria §*§, la maggiore struttura del pianeta 8° del sistema, ed era chiamata a valutare, stigmatizzare, punire se ne era il caso, alcuni comportamenti tenuti dai Combat durante l’ultima campagna contro gli alieni, che molto avevano inciso su una non perfetta riuscita militare dell’operazione e dato adito a lacune di efficienza causando incertezze sulla piena conclusione della campagna.
L’accusatore era in piedi su un pulpito, fregiato da tutti i lati coi graffiti della compagnia e della Confederazione delle 7 Stelle, in una sgargiante tunica cremisi, bordata da una striscia dorata, e sul petto l’immancabile segno del rango e l’identità M132, vistosamente ricamato.
L’anfiteatro era gremito da astanti interessati ad esserci più di quanto potesse davvero avvenire , tanto era scontato l’esito del procedimento giuridico, per un richiamo ai primordi che i fatti avvenuti, richiamavano, ma all’ordine del cancelliere si fece silenzio. Con voce pacata, autoritaria e autorevole e rivolto al pulpito dei giudicanti:
- il convenuto C11.21, Ufficiale di Accademia, al comando di un drappello di incursori impiegato nella battaglia di Libera l’Ottavo di Balum e penetrato con i suoi dipendenti nel covo sotterraneo, dopo apprezzabilissimi interventi militari di bonifica vitale dagli alieni sopravvissuti al bombardamento, rientrava al mezzo da sbarco ed alla base, portando seco materiale saccheggiato assolutamente proibito dai regolamenti e dalle leggi della nostra comunità. Come noto i Combat hanno diritto al saccheggio delle proprietà aliene, ma si devono rivolgere soltanto a materie veniali, commerciali. C11.21 si è reso responsabile della indebita appropriazione, possesso, consumo di sostanze destinate al culto e ai riti dell’alta gerarchia del paese. La qualità, la quantità, il valore simbolico della sostanza, supera di milioni di Cosmic il prezzo di un barile di frodis e mette in discussione la legge, la gerarchia, l’ordine del sistema. L’ordine, soprattutto.
Il mormorio di consenso accompagnò le ultime parole del magistrato e brusii di commento circolarono per qualche breack tra le file di poltrone, poi l’attenzione fu rivolta verso una grande porta della sala dalla quale stavano entrando – vestiti di povere tute grigio sporco – con l’indicazione dei dati personali stampati in caratteri a inchiostro, commerciali, una decina di individui a capo chino, che vennero sistemati nello stesso recinto di cristallo nel quale sedeva C11.21. Mentre prendevano posto, l’altro si pose in un piccolo podio, in attesa di prendere la parola o rispondere alle domande.
- per quanto precede, continuò il magistrato, le pene previste dalla nostra legge coloniale, sono: l’alienazione mistica, che consente al condannato di mantenere il grado, il nome, la memoria; oppure l’epurazione e l’esilio in una delle colonie ai margini, per il resto dell’esistenza; l’alienazione mistica è il massimo riconoscimento che un Evoluto possa avere neri confronti della propria gente sebbene in espiazione di una colpa ed ha grande significato perché – come sapete – ricorda rituali preistorici della nostra grandezza. Ho voluto ricordarlo perchè sono molti balumar che la nostra giustizia non aveva occasione di emanare una simile sentenza.
Un G003, Giudicante, l’aveva finemente decorato sulla tunica viola, evidentemente molto anziano, grinzoso e la voce soffiante, ma dallo sguardo guizzante, intervenne:
- la corte ha interesse a conoscere le varie modalità con le quali il misfatto è stato consumato, più particolari saranno narrati più alto sarà il concorso unanime al giudizio, e l’esecuzione della pena, secondo il rito ancestrale dell’alienazione mistica, renderà sublime l’esecuzione.
Nuovo diffuso mormorio di approvazione tra gli astanti che si affievolì e si spense, quando M132, rivolto a C11.21, in tono basso ma imperterrito, lo invitò a narrare i fatti, dei quali era responsabile.
- è stata una battaglia esaltante congeneri magistrati e consiglieri. Dopo lo sfondamento della parete blindata e l’incursione dei nostri teleguidati ad esplosione successiva e fosforo deflagrante, a cura dell’astronave ammiraglia, cadute le temperature in maniera accettabile, io ed il mio reparto, come altri comandati, abbiamo fatto irruzione nelle gallerie e soltanto in profondità abbiamo trovato gli alieni, per lo più smembrati dalle esplosioni o carbonizzati, nessuno – miei signori – nessuno, in vita, di quelli che io ho potuto vedere, nonostante accurate ricerche. Era tanta l’esaltazione del successo ottenuto, totale e plateale che nessuna resistenza era stata opposta, che abbiamo intonato i cori antichi delle nostre genti all’alba della storia. Danzando e cantando, abbiamo raccolto i corpi dei nemici, con almeno parti riconoscibili, e l’abbiamo portati all’acquartieramento. Un Combat del mio reparto è chierico del culto libero di Baahl e si è incaricato di organizzare il rito e la cerimonia dell’Alienazione Mistica del nemico.
Si stava diffondendo agitazione nella giuria e molti deglutivano rumorosamente e ancora bevevano del liquido che avevano a disposizione, altri si detergevano continuamente la bocca.
- Quando tutte le lune di Balum furono alte nel cielo – proseguì C11.21 – il sacrificio ebbe inizio e l’ostia consumata come da tradizione: ridotta in piccole porzioni, aromatizzata, fu alienata anche disciolta in frodis e bevuta dai calici, in nome e onore della nazione tutta.
Ora, anche i consiglieri anziani salivavano e non lo nascondevano più di tanto. Gli occhi di tutti mandavano bagliori sinistri e una grande agitazione prese la platea. Ma la voce stentorea, questa volta, di M113, ordinò:
- contegno, contegno, o faccio sgombrare l’aula!
ma anche lui aveva quel bagliore sinistro negli occhi. Non ottenne gran che, si agitavano tutti sulle poltrone, blateravano qualcosa all’indirizzo dei prigionieri, con gesti esaltati se li indicavano rispettivamente e salivavano copiosamente.
All’improvviso un giovane, lo si capiva dallo smeraldino della sua epidermide dorsale, ora che si era liberato degli indumenti, scavalcò d’un balzo il recinto dei prigionieri e immediatamente una specie di barrito stridulo a molte voci si alzò dalla platea e la torma indistinta, infuriata, degli astanti si lanciò, scavalcandosi, spingendosi e colpendosi, all’interno del recinto formando una catasta di corpi agiati e striduli acuti di sofferenza emergevano dal mucchio. Subito liti e brandelli di corpi strappati di artiglio in artiglio e colli e teste che si immergevano nella massa dei corpi riemergendone coi musi imbrattati di “sangue” e subito di nuovo sotto. L’orgia durò diverse bal e terminò, quasi per sfinimento dei più, tuttavia satolli perché un buon terzo degli occupanti la platea, oltre ai prigionieri, furono dilaniati e ingurgitati dai consimili.
Gli organi di informazione della Confederazione delle 7 Stelle del balm dopo, annunciarono che giustizia era stata fatta, che i disordini erano rientrati e le vittime dovute ad un raptus collettivo, indotto dalla esaltazione per la nuova vittoria conseguita sugli alieni dall’Esercito di Pacificazione e Civilizzazione Galattica.

S.O.S.
- Finchè c’è luce si può cacciare quasi impunemente, che gli alieni, non possono individuarci, grazie ai raggi termici della stella, fino agli infrarossi, che occultano le nostre difese della stessa gamma. Ma di notte, loro hanno attrezzi capaci di leggere nel buio le più piccole emissioni di calore. Non possiamo avvicinarci alle loro installazioni, di non so quanto, che sei ucciso.

Gli scavi planetari, enormi, che hanno praticato nel terreno per asportarvi quel minerale verdino, per loro così prezioso da rimuovere una montagna di calcare per poche pietruzze di materiale, vanno – a mano a mano – riempiendo di spuria l’elemento gassoso, pesante, che aleggia qualche metro sulla superficie e fa da schermo ai raggi micidiali di Balum, per cui sui tavolieri, di giorno il calore e le radiazioni sono insopportabili, persino a loro con le protezioni lucenti e le nostre catture si fanno rare, alcune volte rarissime. Come questa caccia. Sono fuori da tante notti oramai, mi hanno inseguito due volte e ho dovuto lasciare la preda sul terreno e loro l’hanno portata via. Che ne fanno, visto che non la mangiano. Da quando sono qui, tutto pare velocemente cambiare e certe cose scomparire o trasformarsi talmente che non riusciamo ad utilizzarle. Molti di noi sono andati in altre zone, per sopravvivere. Oramai aspetterò il sorgere di Balum, questa notte ho già rischiato troppo e poi, in fondo, preferisco catturare un gracidante che un viscido, anche se è più combattivo e resistente. La mia compagna avrà provveduto ai piccoli con qualcosa : nidiate, germogli o nuotanti, certo qualcosa devo portare se no è fame per tutti, al ricovero.

Si acquattò in un anfratto, si rassettò le vesti intorno al corpo, allacciandole strette, nella notte la temperatura scendeva più di quanto il giorno saliva e sebbene affamato, bloccò in allarme la parte vigile della mente e consentì a quella che presiede il corpo muscolare di rilassarsi. Due luci violente, due fari di luce gialla, trafiggendo l’oscurità perlustrano il terreno denso di vapori, oltre quelli emessi abbondantemente dal carro che procede dietro un sommesso potente ronzio. Passa oltre, rasentando il rifugio, sebbene le antenne per captare ultrasuoni e infrarossi, sondassero lo spazio con tentacoli invisibili elettronici, ma l’indigeno si era destato, immobile non tradì presenza e la rilassatezza corporea produceva un minimo calore, che non venne rilevato, forse la strumentazione di bordo non era ben calibrata. Si mise a pedinare, a prudente distanza, il mezzo meccanico che procedeva scegliendo il terreno senza eccessivi ostacoli. Quando si fermò, vicino ad una grande pozza di frodis , quel liquido venefico per gli indigeni ed esilarante per gli alieni, preso in dosi modeste.
- Se scendono dal carro entrambi posso tentare;
si disse, mentre strisciando di riparo in riparo si avvicinava al blindato, ormai col propulsore al regime minimo. Si aprì il portellone di fianco lasciando balenare l’illuminazione lattescente dell’interno, che disegnò l’apertura sul terreno. Ne scese una figura in scafandro, bipede inequivocabilmente, con due arti ai lati del corpo, nella parte superiore, e sopra, al centro dentro un casco ovale, per la testa dell’essere. Si diresse lentamente alla pozza tenendo in mano un oggetto come un recipiente a bocca stretta, si inginocchiò difficoltosamente e immerse il recipiente nel liquido colloso due volte. Mentre si rialzava, un altro di quegli esseri, uscì dal portello, dirigendosi verso la pozza con il mano lo stesso recipiente, sembrava una manovra di scambio perché l’altro stava per rientrare. Rapido più di qualsiasi fiera nota, con una mole doppia a quella dell’alieno, si precipitò contro quello che rientrava e lo urtò tanto violentemente che lo fece stramazzare a terra dopo aver urtato la struttura del veicolo con un rumore di ossa rotte e per il contraccolpo si era spezzato il collo. Senza badargli più di un secondo, si avventò sull’altro, ancora chino alla pozza, afferrandolo per il casco e affondando l’arpione tagliente nella connessione elastica tra il casco e il tronco del corpo, che consentiva i movimenti corporei indispensabili. La pressurizzazione dello scafandro fuggì con un sibilo e l’aria si condensò immediatamente, ghiacciando in grani. Da quall’apertura, corrispondente alla ferita fisica, esplosero all’esterno, visceri e organi. Il sangue si congelava in getti, subito. Con movimenti rapidi e violenti, liberò il corpo dello scafandro e rivestimenti interni e mentre tutto gonfiava e si lacerava a dismisura, si trattenne ad osservare – un attimo - quelle sembianze gracili, bianche, lisce, glabre e senza scaglie, viscido, quasi ripugnante, prima di cibarsi di quella delicatezza. Ma lo incuriosiva più di tutto la testa, con la bocca piccola, labbra rosse carnose, denti piatti, e gli occhi cigliati, espressivi, comunicativi alfine. Ora erano sbarrati dal terrore, spalancati e l’iride azzurra era luminosa alla strana luce dell’alba di Balum, ottavo pianeta del sistema KH280. Il veicolo, programmato su “allarme”, data la eccessiva assenza dell’equipaggio, si attivò inviando alla base, segnali radio di S.O.S.

L’estate, al mare
La vernice spande odore di ragia dagli stabilimenti balneari nelle buone giornate di primavera verso monte o verso il mare a seconda dello spirar del vento. S’imbellettano a nuovo cabine sedie a sdraio lettini ringhiere e recinzioni per mostrarsi al meglio a vecchi e nuovi avventori della nuova estate. Anacleto della Mariona, lavora di raschietto e pennello calzando i guanti, il raffinato, che presto hanno da arrivare le “stranger” e il liscio delle mani è fondamentale, d’altro, il lessico il galateo nostro, che ne sanno. Tutti pescatori di ritorno, ora pensionati d’altro rammendano reti, spannocchiare, tramagli. Si “armano” nasse e fascine per catturare maruzze anguille, polpi , di cui il villeggiante troverà fantastico cibarsi. Ed i rastrelli, di ultima generazione per pescar telline, in acciaio inox 18-10 il massimo, contro l’acqua salsa, pronti con cinghie nuove, ben fissate.

Già i sabati e domeniche d’ora, bel tempo correndo, alieni di pelle scura sondano i pochi avventori delle spiagge con collanine, foulard, orologi, pronosticando migliori affari a luglio. E Leo, “mani di fata”, passa una mano di “candore” al contenitore col quale reca, tra gli ombrelloni, bomboloni inzuccherati, leggeri come nuvole, da mani di fata appunto, a due euro l’uno. Gli anziani, seduti sul muretto della rotonda contano i giorni belli dell’anno scorso, che furono assai, ma quest’anno, col mite inverno che c’è stato…..uhmmmm, sarà dura! Mai come quella del ‘66…e via bernaccando fino all’ora di pranzo.

E’ tutto un lavorio, come attrezzar una festa con l’impeto, la voglia d’una cosa nova eccezionale. Ritinge strisce e segnali il comunale; si arieggiano e nuova tinta alle stanze per l’affittanza prossima. L’opra tutta riprende dopo “il ghiro” invernale che di questo nasce e vive la gente dei posti di mare. E senza averne vera coscienza, vivrà il ciclo estivo come sempre buono o cattivo, tirando innanzi con innata pazienza.

Poi, lei, “l’estate”, scoppia improvvisa, subito esagerata, calda sudata abbondante di promesse goduriose. Portando, un lunedì, branchi di visi pallidi, con costumi da bagno sfavillanti di vetrina, intrigantemente a segnalare curve, protuberanze, incavi e rilievi, strabordanti a volte. E bambini, come cuccioli in libertà, avvinghiati da salvagenti a ciambella a papera a coccodrillo delfino orca e chissà che altro, quest’anno, sotto l’occhio vigile e preoccupato della …nonna, che quelli della mamma e del papà sono richiesti su altri obbiettivi, urlazzano sulla battigia liberatoria, alfine, dalla moquette azzurrina sintetica, di casa. Gli addetti al salvataggio, esibendo una epidermide protevitaminica da concorso, color riace, fanno gli onori di casa e selezionano, pro domo loro, le papabili per le serate ballerine sulla terrazza dello stabilimento e poi…Pan satiro cupido volendo, qualcuno inciderà una nuova tacca al calcio della propria colt o del beautycase, storie veloci, velocissime, da consumare subito, via dagli occhi indiscreti o sotto gli occhi di tutti. Favole di stagione, e come le stagioni, anche l’estate, quella turistico-balneare, se ne và, portandosi via quell’effimero che è successo o, al peggio che poteva succedere, lasciando in bocca sapori dolci e amari, che ognuno rimuginerà a casa sua.

Laslo
                            Era detenuto da quando l´ONU era riuscita a imporre un po´ di tregua in Serbia, più esattamente in Cossovo. Era stato un reparto di militari nordici ad arrestarlo, su segnalazione di un gruppo di donne, in un piccolo centro musulmano distrutto dalle milizie serbe. Alla periferia del villaggio esisteva, da secoli, una bellissima chiesa ortodossa con annesso convento di pochi frati, da sempre; lì s´era rintanato e fu stanato, su istigazione dei contadini che, a modo loro, allertarono i militari sul possibile pericolo che andavano affrontando.
                            Periodicamente nel corso della snervante sanguinosa guerra domestica, faceva incursione nel villaggio, razziava specialmente bambini, ragazzi e giovanotti. Sempre solo, armato fino ai denti, sfrontato arrogante, che gli uomini abili del paese erano alla guerra o alla macchia. Neppure i frati del convento, intervenuti pietosamente, erano riusciti a fermarlo. Catturava i giovani maschi con la minaccia delle armi da fuoco, che aveva abbondanti, legava loro la mani dietro la schiena col fil di ferro, li portava nella legnaia del convento e, con un rito che aveva della follia, tagliava loro la gola, buttandoli poi sulla strada. Si faceva consegnare cibo e bevande, tornava nella boscaglia fino alla successiva razzia. Mai con commilitoni giovani o anziani, lui poteva avere vent´anni o poco più. Vestiva l´uniforme slava con insegne di reparto e grado, delle quali pareva fierissimo.
                            Si era saputo di altre atrocità commesse dai serbi, stupri, mattanze di gruppi interi, sepolti poi in fosse comuni, anacronistiche rivendicazioni di sovranità perdute nel medio evo o ancor prima. E la componente religiosa a far da catalizzatore quando non possibile una motivazione più accessibile, specialmente alle popolazioni marginali dell´agricoltura e pastorizia tradizionale, più disponibili alla pacifica convivenza pratica, interreligiosa e interrazziale.
                             Laslo : una cariatide assurda, solitaria e introversa, determinata a distruggere quelli che nella propaganda politica erano stati indicati come figli del diavolo, oppressori, aggressori, anticristo e via delirando. Dagli interrogatori cui venne sottoposto emersero sconcertanti particolari sul suo addestramento, come ardito incursore. Completamente plagiato politicamente e moralmente, sentiva la sua missione altamente patriottica, liberatoria dall´odiato turco-albanese e mussulmano che calpestava la santa Serbia cristiana.
                            Dunque, perché i giovani maschi : perché non si riproducano; perché quel modo barbaro di uccidere : perché sono dei maiali e così ci hanno insegnato ad ucciderli. Al campo scuola i giovani più promettenti facevano pratica su giovani porci. Gli si ponevano a cavalcioni, con la sinistra afferravano saldamente il grugno alzandogli la testa e con la destra, armata di coltello affilato, con un colpo netto gli aprivano la gola, da guancia a guancia. Poi i porci finivano alla mensa truppa.
                             Pochi giorni dopo che la sua immagine aveva attraversato le TV di mezzo mondo: lui ancora in uniforme, magro, capelli rossicci, approssimativamente tagliati corti, barba incolta e gli occhi azzurri, sbarrati, allucinati, increduli, neppure umani, porcini quasi; un parente chiese di poterlo vedere. Era il nonno materno, un contadino piegato dalla fatica più che dagli anni, fece giorni e giorni di anticamera, praticamente senza mangiare e senza raccogliere, meno che mai usare, le monete che i passanti buttavano ai suoi piedi sulla scalinata del palazzo di giustizia. Quando gli interrogatori ebbero termine, il vecchio fu ammesso alla presenza del giovane e senza por tempo in mezzo, disse interrogativamente : tua madre ha perduto i tuoi fratelli e sorelle, un braccio ed una gamba. Io sono vecchio, chi penserà a noi ora?
                              Laslo piegò appena un angolo della bocca, incomprensibile se un sorriso,  forse compatimento, e si avviò muto per il corridoio, tra i carcerieri : piangendo.

Il soldatino
Angoscia, paura, e disperazione spremono l’ultima goccia dalla sacca lacrimale che riga a fatica la polvere, sul viso scarno del soldato, accoccolato nella trincea sotto il sole implacabile, là ai margini del deserto a difendere una linea per lui assolutamente immaginaria.
Tutto lo schieramento attende l’attacco imminente. I ricognitori nemici avevano solcato veloci il cielo più volte; i bombardieri avevano arato quel magro terreno pietroso, facendo volare attrezzature e brandelli umani attorno. Ora da pochi minuti tutto taceva, solo indistinti rumori lontani, quelli, dicevano, erano il preludio, il segnale dell’attacco di terra.
Stringeva il fucile spasmodicamente, tentava di guardare oltre l’argine del riparo senza avere la forza d’animo di sporgere la testa ed erano le orecchie che facevano il lavoro maggiore. Accanto, il compagno d’armi, male in arnese come lui, sembrava ipnotizzato con lo sguardo ad est, lato dal quale avrebbero dovuto arrivare, quelli. Non si erano parlati da un’ora, avevano eseguito gli ordini di spostamento e di postazione senza fiatare, spinti più che pronti, a fare quello che si doveva, purchè finisse tutto, presto. Ora si scambiavano occhiate interrogative ammiccando col capo l’est e alzando contemporaneamente le spalle.
Apriva e richiudeva meccanicamente la leva dell’otturatore quasi fosse impaziente di entrare il azione, ma era un movimento tra il conscio e l’inconscio, il tentativo di esorcizzare il momento in cui sarebbe stato necessario farlo davvero, bene e in fretta. E l’attesa divenne insopportabile oltre. Il silenzio sembrava farsi totale, il respiro affannoso e i battiti del cuore acceleravano di più. Lanciò un urlo selvaggio e con un salto fu fuori brandendo l’arma, alla quale aveva innestato la baionetta, e attuò una posa aggressiva e ferma, come mille volte alle esercitazioni.
Non c’era nessuno là fuori, verso est. Nessuno era uscito dai ripari amici di destra e sinistra. Nessuno dalle linee posteriori. Il cielo sgombro, i rumori che aveva sentito in lontananza, sembravano ancora più lontani. Qualcuno gridò l’ordine di ripararsi e tornò dentro la trincea. Era sollevato e non sapeva perché. Il compagno lo guardò come inebetito dalla sua estemporanea manovra e scrollò il capo.
All’improvviso, come sorto dal nulla, il rumore di volo di un elicottero in avvicinamento. A bassa quota e con un rumore aggiuntivo inconcepibile al momento: musica, musica araba. Poi una voce femminile, matura come di una madre, che invitava nella sua lingua, a lasciare le armi prima di dover lasciare la vita. Che sarebbero stati rispettati, rimandati a casa dalle famiglie, vivi e liberi.
Cercò con lo sguardo il compagno, spiò oltre il terriccio verso la postazione del comandante interrogandosi. Frastornato dalla novità bellica, imprevedibile, almeno per lui, incapace di valutarla. Ordini secchi e perentori di restare in postazione, arrivarono subito e col tono minaccioso di sempre, consueto ma qualcosa gli diceva che doveva esserci del nuovo.
L’elicottero passò ancora, questa volta qualche sparo si udì e urla di improperi. Un giro ancora poi si allontanò. Subentrò il rombo potente dei motori dei carri armati. Le vedette gridarono gli allarmi ma non seguirono ordini. Si alzò e vide centinaia suoi commilitoni che lasciate le postazioni, a mani alzate, lentamente, ma inesorabilmente andavano incontro alle avanguardie delle corazzate.
Un automa bardato come una macchina da guerra, gli intimò di inginocchiarsi. Gli girò attorno dicendo cose che non capiva, si alzò il visore parasabbia e dagli occhi azzurri, mandò un lampo di simpatica pietà, un sorriso tranquillizzante ma sovrastante. Lui ruppe in lacrime, questa volta abbondanti, liberatorie, e non ricordò mai se furono di gioia per la scampata morte o per l’umiliazione della sconfitta.
Aprile 2007

La colomba.
All’inizio era il simbolo dello Spirito Santo, potenza e purezza promanante da Dio stesso. Poi di purezza in purezza sempre più vicina al mondo terreno: pura come una colomba è la vergine pulzella, e la paloma blanca come la neve, dagli ostensori cattolici fino alla colomba della pace, di picassiana invenzione, adottata dal movimento politico ateo per antonomasia. Romanticismi trasversali. Ma è a Rocca non so più cosa, nel nostro Sud religiosissimo e paganissimo insieme, che la colomba ha avuto una consacrazione metafisica popolare.
Era festa grande, del patrono, concomitante alla festa immemore del raccolto per cui ludi virili di arrampicatori su pali della cuccagna, vendite di giovani animali da macello o allevamento, dolci, chincaglierie, stoffe. E messe, rosari di ringraziamento, qualche matrimonio, molti onomastici dedicati al santo patrono e misteriose riappacificazioni e, soltanto di rado, qualche resa di conti, con coltelli e “ferri” (armi da sparo).
Quest’anno erano venuti due arricchiti in america, soldi sulla statua del Santo, ricchi banchi di cibo e bevande gratuiti, festa grande e intervenivano anche dai paesi vicini, che la voce si spandeva come soffio di vento. Nella realtà del luogo e della gente, una riunione di parenti e amici, conoscenti e conoscenze nuove, presentazioni ufficiali dei promessi fidanzati-sposi, grandi pranzi e cene, abbuffate e bevute da primato, fino alla festa successiva.
Bianca Maria, una bruna ragazza di campagna di famiglia di agricoltori facoltosi, veniva presentata alla famiglia del promesso, questa di professionisti da sempre – notai e proprietari di terreni dati in affitto. Una vera cerimonia, i tavoli e le suppellettili coperte da tovagliato fine, lino e cotone, con frange e ricami preziosi; posateria d’argento e bicchieri di cristallo e tende in velluto appena stirate e fiori e piante dappertutto. Per Biancamaria ? Quando mai, era lo status della famiglia Garrone, quella del fidanzato, che voleva evidenziare che alla moneta sonante del “cafone” (lavoratore della terra), si contrapponeva altrettanta abbondanza, lo stile, l’eleganza, la signorilità tradizionale della famiglia che aveva nobili ascendenti tra i vassalli della schiatta dei re di Napoli. La ragazza era prosperosa e sana e sebbene tenesse gli occhi bassi, come le avevano insegnato sin dal girello, pareva tutt’altro che una timida o intimidita. Come si usava quaggiù, il matrimonio era combinato regolarmente, non si dovevano disperdere patrimoni e casati, e i giovani si conoscevano a malapena.
Al culmine della giornata, quando il sole calando verso l’orizzonte, si incaricava d’arrossare il cielo laggiù dietro le colline e le campane, a stormo, riaccoglievano il Santo in chiesa, dopo aver percorso le due vie principali del centro, dal sagrato vennero liberate cento colombe bianche, che stordite dalla folla, alcune si impennarono e via, altre sbattendo qua e là guadagnarono il cielo, altre finirono tra le braccia dei numerosissimi astanti, specie giovani e ragazzi che tentarono di trattenerle. Grida di gioia e di divertimento sguaiato ma sano.
Uno sparo. La gente si diradò lasciando al centro di un circolo di occhi sgranati, bocche spalancate e prime urla di terrore, Biancamaria, vestita di bianco, con stretta tra le mani una colomba bianca e lo sguardo incredulo su qualcosa che ora si spandeva rossa sulla sua camicetta e sulla colomba, abbandonatasi inerme. Bianca, come allucinata, prese a correre verso l’ingresso della chiesa, entrò sempre correndo tra due ali di folla che gridava scomposta o al miracolo o al delitto, finchè raggiunse l’altar maggiore. Posò la bestiola bianca insanguinata supina, sulla tovaglia bianca e si accasciò di schianto a terra. Prima che qualcuno potesse prestarle un qualche soccorso, la colomba sull’altare si rialzò vispa, come in un gioco di prestigio e volò via, facendo un giro tra le navate e fuori da una vetrata aperta.
Bianca Maria aveva un foro di proiettile di piccolo calibro, nel costato proprio sotto la punta inferiore del cuore. Gli aveva sparato Giovanni il giovane amante, dipendente di suo padre.
Hanno sempre raccontato che la colomba non fu mai trovata perchè era l’anima pura di Biancamaria volata in cielo. Qui nessuno alleva colombi bianchi per cibarsene.

I fiori di Ardito
Ardito, lo chiamarono, in omaggio al nonno materno che aveva fatto la Grande Guerra, proprio in quella veste. Era figlio di un maestro elementare, un montanaro grande e grosso di vecchia famiglia di boscaioli, di poche parole, con un cuore grande così. Sua madre una donnina piccolina, frenetica nelle faccende, religiosissima, generosa e cordiale con chiunque, amante dei fiori più rustici, autoctoni delle pendici del Gran Sasso.
Aveva vissuto i primi anni di vita in un piccolo centro, fino alla pubertà, quando lo mandarono in un collegio militare perché potesse accedere alle scuole superiori e possibilmente all’università e oltre. La famiglia non aveva grandi mezzi economici per cui si riunivano soltanto in occasioni delle vacanze canoniche della scuola, tre volte l’anno.
Ad ogni vacanza si notavano i cambiamenti nel giovane, fisici e psicologici. Da timido ragazzino di provincia, si mostrava sempre più sicuro di se, al limite della spavalderia, quando venivano affrontati argomenti inerenti la forza fisica, il coraggio, la determinazione. Addestramento fisico mentale proprio della formazione militare. Diventarono suoi miti gli eroi greci delle letture, quelli più prossimi del risorgimento e, via via, fino ai contemporanei della filmistica, specie di produzione americana. Coltivava la prestanza fisica, letture sulle armi e armamenti, politicamente dichiaratamente nazionalista con un certa pregiudiziale antipatia per i cosiddetti liberali. Attendeva più l’occasione di cimentarsi con la vita delle armi che con una professione civile, come era nelle speranze della famiglia.
E la speranza, divenne, in qualche modo realtà. Poteva addurre i motivi di studio, per non soggiacere alla chiamata alle armi, ma colse l’occasione. Si arruolò volontario nel Battaglione Paracadutisti, fu brillante allievo della scuola di addestramento e come veterano fu accettato nel contingente che doveva recarsi in medioriente.
Il padre pur contrariato, non riusciva a nascondere un certo orgoglio per cotanta determinazione. La madre dimostrava tutta l’ansia che la tormentava mentre gli consegnava le cose, assolutamente importanti, che doveva portare con se. Il sacchettino – piccolissimo – chiuso con un cordino per appenderlo al collo, contenente una scheggia di pietra del giaciglio di S. Francesco della Verna, come reliquia che lo proteggesse dal peggio e una bustina di carta contenente alcuni semi dei fiori suoi preferiti, capaci di attecchire e fiorire nei terreni più aridi. “Portagli qualcosa di gentile, ti vorranno bene”, disse tra le lacrime la madre mentre gliela riponeva nel portafoglio.
Così partì guerrescamente bardato ed equipaggiato come aveva desiderato tanto, caposquadra brillante, fiero e deciso a fare quello che il paese gli stava chiedendo. La realtà di quella missione, dopo qualche tempo, divenne poco entusiasmante. Niente battaglie su fronti stabiliti, attacchi a postazioni difese, né sparatorie. Un lavoro snervante di controlli su controlli nella popolazione, nei villaggi, alla ricerca di pericolosi irregolari. Il pericolo di un agguato, di un attacco improvviso ma probabile era sempre nell’aria, sicchè la tensione nervosa era esattamente quella che doveva essere in una guerra, senza gli aspetti, diciamoli romantici – per alcuni.
Neppure la fine dell’avventura volle essere memorabile, l’automezzo su cui viaggiava con la sua squadra di scorta a tecnici di riparazione della linea elettrica, lontano dalla base, saltò in aria su una mina anticarro, andando completamente distrutto e gli occupanti fatti a pezzi, tanto che non tutte le parti fu possibile identificare esattamente e, per pura pietà, chiuse in bare con all’esterno l’indicazione dei dati anagrafici dei resti, che nessuno poté o volle verificare.
Anni dopo, quando la zona divenne appena appena accessibile, con precauzioni infinite, fu concesso alle madri di Ardito e degli altri, di recarsi sul luogo dove i figli avevano perso la giovane vita, per posarvi un devoto omaggio floreale e recitarvi salmi.
Paesaggi da racconti d’avventura, così diversi da casa loro, dove i luoghi di sepoltura sono quasi sempre locati in aree verdi, alberati di cipressi. Aridità come sfondo generale e tuttavia greggi di capre, cammelli, percorrevano i giallastri brevi orizzonti ondulati da piccole alture pietrose. Rarissime piante di acacia che esibivano un verde stinto allargando il palco di rami e foglie, lassù in alto, che sotto gli furono strappati o brucati. Altri scorci ancor più alieni, di strutture d’acciaio semoventi con clangori alternativi a pompa, sparsi qua e la, intramezzati da alte tubazioni che sfiatavano fiamme arancione e fumo nero continui, come bruciatori, dei quali spargevano anche l’odore. E pozzanghere nere, d’un ettaro, piene di liquido bituminoso con iridescenze blu-viola-verdastro, nelle quali sui riversava il prodotto di scarto pompato dalla terra. La strada sconnessa per chilometri, il caldo afoso, l’ansia di arrivare, provarono allo spasimo la resistenza di quelle madri, ma nessuna fece un lamento. La desolazione spalmata tutt’intorno dalla natura, pareva non meritare l’olocausto dei giovani che vi si erano immolati, ma questa terra nasconde nelle sue viscere il tesoro più ambito dalla civiltà contemporanea, ma non consola le madri.
L’autobus si fermò davanti ad un quadrato di terra sabbiosa e quando la polvere che si tirava dietro si diradò, si vide un recintato di recente con una palizzatina verniciata di bianco, attorno ad un rettangolo di terra bruciacchiata e una targa- sempre in legno – con l’indicazione dei nomi dei deceduti: grado, nazionalità, giorno mese e anno dell’evento delittuoso e luttuoso, scritto in inglese.
Piangendo senza ritegno, le donne scese si gettarono in ginocchio, prendendo a manciate la terra, baciandola.
La madre di Ardito rimase in piedi, sin da quando erano scese dall’autobus e aveva già prima guardato attorno, quasi volesse ammirare il panorama o fissarsi bene in mente il luogo. Poi, senza curarsi degli altri e loro di lei, si avviò lentamente oltre il recinto, puntando un punto preciso distante pochi metri più là.
Alzò le braccia al cielo, poi si coprì il viso con le mani e invocò Dio con voce rotta ma felice, come provenisse dal fondo dell’universo. Inginocchiatasi a terra, vicino ad un solitario cespuglietto di foglioline lanuginose, tra le quali spiccavano piccoli fiori celesti, ne colse alcuni, dicendo : “sono loro, di casa mia, crescono nelle pietraie, solo le capre li conoscono. E’ qui che è morto il mio Ardito “, se li strinse al petto e risalì, silenziosa, nell’autobus.

La casa dello spretato
                              La madre lo raccontava di continuo e sempre i suoi ragazzi, maschi e femmine ne erano entusiasti. Così continuò a raccontarlo ai nipoti, fin dall´età delle elementari, sebbene questa volta le figlie, madri a loro volta, non fossero d´accordo. “Ma a voi non ha fatto male la mia storia’, si scherniva, la Sora Nella e quando poteva continuava il suo racconto come l´aveva ereditato e, diceva, dovesse trasmetterlo.
                             Tanto tempo fa, c´era una casa alla periferia del paese, che era appartenuta ad un signore che viveva solo, del quale nessuno sapeva praticamente nulla dei suoi trascorsi e la sua vita antecedente il suo insediamento lì. Solo di una cosa riferì, una donnetta che era stata chiamata a fare delle pulizie particolari alla casa, in un armadio aveva visto una tonaca da prete e un paramento da messa in viola. Così scattò la consuetudine del nomignolo o soprannome “lo spretato’, che durò un paio di generazioni, finchè non accadde qual che accadde.
                               Nessuno ricorda esattamente quando, cominciò a circolare la voce che nella casa dello spretato, che nessuno alla sua morte reclamò in proprietà e restò disabitata per sempre,  degradando sempre più, si sentivano strani rumori in particolari notti di luna nuova, e certuni avevano visto strane luci ballonzolare da una finestra all´altra. Così per tanti anni il posto divenne una specie di attrazione per quanti si eccitano alle storie di fantasmi, al misterioso e si volevano cimentare con le proprie paure. Prese anche un aspetto pseudoreligioso, per il fatto dello spretato, che avrebbe commesso tante e tali nefandezze da essere allontanato dal sacerdozio.
                               Chi la temeva e non azzardava entrare nella casa, posava fiori alla vecchia ringhiera di ferro del giardino o vi appendeva corone da rosario e a nulla valevano le esortazioni contrarie del parroco. I giovanotti del paese facevano a gara a chi si avvicinava di più ai muri ma nessuno in tanti anni, aveva messo piede dentro, di notte.
                                I gendarmi fecero un sopralluogo, di giorno, e fecero rapporto negativo relativamente a tracce di presenze recenti nella casa, con l´esclusione di un particolare che non ritennero importante ma che, tuttavia annotarono. Sul davanzale del vecchio camino, in sala da pranzo, c´era un cero (un moccolo) da chiesa, grosso, quasi completamente strutto ma che pareva, come dire, fresco: consumatosi da poco. E se la casa era vuota da più di cento anni, qualcuno, doveva avercelo acceso di recente, sentenziarono i gendarmi.
                                Ma altri avevano visto quel cero, ma nessuno raccontò nulla, al momento o, scaramanticamente, non ritennero opportuno raccontarlo e quando incalzati, dissero che era roba vecchia, di qualche zingaro che aveva trovato rifugio lì per una notte.
                                “Quando era giovane la mia nonna materna’ andava imperterrita la Sora Nella, viveva in paese una famiglia numerosissima e uno dei maschi il  più anziano, bestemmiatore incallito, mangiapreti e dissacratore, soprannominato “il Diavolino’, anche per una sua somatica grifagna, veniva sfidato a entrare nella casa dello spretato, di notte, e portar fuori il cero, ma per anni non se n´era fatto mai nulla, che quando si eccitavano su questa faccenda, per lo più erano ubriachi. Ma la sera del giorno in cui i piemontesi entrarono in Roma a fucilate, il Diavolino, battendosi il petto, disse “Stanotte vo´ a prendere il moccolo’ e giù bestemmie. I compagni di bevute gridarono evviva e le pie donne si segnarono, snocciolando più velocemente il rosario.
                                   Venne la mezzanotte, l´osteria si svuotò per accompagnare il Diavolino, e anche l´oste fu della partita, chiudendo la bettola. Commenti in libertà, più o meno coerenti, schiamazzi e dalle finestre ancora illuminate si sentivano recitare i salmi. Il Diavolino, in maniche di camicia, con la giacca di velluto buttata su una spalla, sigaro a pieno tiraggio, precedeva il corteo. Appena un momento di sosta sul cancello di ferro abbattuto tra le erbacce, poi con espressione di compatimento verso chi restava lì molto volentieri, si avviò verso la porta. L´aprì, quasi abbattendola tanto era fradicia, si vide improvviso il lucore di uno zolfanello e la tenue luce fu ingoiata dalla stanza.
                                             Dire che lì fuori tremavano è troppo, ma annichiliti dall´attesa si. Di cosa nessuno sapeva dirlo. Poi dalla finestra che doveva essere la sala da pranzo, venne una luce come se fosse stato acceso un lume e subito si spense. Un momento ancora e il Diavolino apparve sulla porta della casa, in silenzio. Raggiunse  i compaesani senza proferire una parola: al chiaro dei lumi che recavano, si vide il pallore mortifero della sua faccia e i gli occhi sbarrati, grandi come non li aveva mai avuti. Aveva il cero tra le mani. Muto, sconvolto, incurante delle mille domande che lo inseguivano, andò velocemente verso casa sua. Si chiuse la porta alle spalle e si udì un urlo bestiale, forte, da riempire la notte.
                                               Nei tre o quattro giorni che restò chiuso in casa, i suoi capelli diventarono completamente bianchi. Dopo circa un mese venne portato in un convento di clausura dove tenevano i matti più intrattabili. Campò più di cent´anni facendo figurine di cera da moccoli strutti, manipolata con il calore delle mani.
                                                In paese nessuno o quasi sa più dello spretato, della sua casa che fu  demolita tanto tempo fa, perché pericolante e del Diavolino, i parenti lo dicono morto in pace, finalmente. Quelli come la Sora Nella, depositari della memoria, vantano la quasi elusività del ricordo, sempre intrigante.

Il cinghiale e il confino
C´era una volta,
tanto tempo fa, nella macchia intorno a Torre del Lago, un grosso “verro’ di cinghiale, che frequentando il sottobosco, le lame e qualche volta i campi coltivati dei poderi della “tenuta’, viveva in simbiosi con la natura selvaggia e la zona urbanizzata del posto, tollerato, anzi accettato, rispettato e, per certi versi, ambito. Era lo spirito libero del bosco, altero, orgoglioso della sua rusticità, a volte violento e irascibile, aggressivo e pericoloso, ma intrinsecamente e involontariamente generoso. Lo bramavano tutti: i cacciatori e i bracconieri, per trarne emozioni forti e carne da vendere, i signori che, con le sue parti migliori, qualificavano pranzi e convivii, i poveri, per arricchire una volta tanto, il proprio desco nelle festività e nelle ricorrenze, quando entrava nei tordelli, nella cacciatora, sulla brace, buono in tutti i modi. Nelle serate fredde d´inverno, era poi il piatto forte dei racconti truculenti sulle sue malefatte, delle cacce infinite da “safari africano’: cani sventrati, inseguimenti infartuali e, fucilate, fucilate  e  fucilate.
            Era l´anima schiva, sospettosa ma forte, ferina e misteriosa della macchia.
            Poi,  affascinato dalla  bestia che così magnificamente incombeva nella vita del sobborgo, un artista lo riprodusse in bronzo per immortalarlo, per destinarlo ai posteri con la longevità del metallo, a duratura memoria per gli uomini che non lo conobbero, che non lo conoscevano. L´amministrazione comunale committente, lo volle piazzare davanti alla chiesa, in Piazza del Popolo, venendo ad evidenziare, quasi a contrapporre, inconsciamente credo, il dualismo di sempre: sacro e profano, certamente presente nell´anima della popolazione.
            Da sempre correvano lazzi salaci, battute sarcastiche, feroci e poco eleganti epiteti tra i cittadini del capoluogo e quelli della frazione, e qualcuno troppo suscettibile, troppo acceso campanilista  per capire e apprezzare  la simbologia  che la fiera incarnava, preferì credere trattarsi di sprezzante accostamento verso quelli che abitavano “il confino’, quaggiù verso le zone selvagge, luogo ancora diverso da quello che si voleva centro della modernità consumistica, che Viareggio già evidenziava e, … non lo volle.  I più facinorosi  si adoperarono prepotentemente perché fosse rimosso dal piedistallo e portato via, lontano, dove non potesse più “offendere’ con la sua presenza.
              Sarebbe bastato un piccolo “excursus’, in qualsiasi modesto testo di araldica, per accertarsi che il cinghiale campeggia in decine di fregi di antiche famiglie nobiliari e stemmi comunali, per il significato di forza , coraggio e libertà, che gli è stato attribuito nei secoli passati, come del resto, al leone o all´aquila.                             
             Quel rifiuto fu come negare una parte della propria storia, e forse inconsciamente, ratificava il desiderio di trasformazione del paese, alla  ricerca spasmodica di diventare altro. La svolta definitiva per allontanarsi dal borgo rurale e somigliare sempre più ai divertimentifici che già riempivano i sogni  di ricchezza di moltissimi, anche se, proprio i più attivi, mescolavano di continuo il nuovo che avanzava con le melanconiche tiritere sui tempi passati.
             Accettare quel simbolo non voleva dire ancorarsi al  passato, ma riconoscere il proprio trascorso e guardare al futuro incombente con nell´animo il ceppo duro delle origini.
            Ora il nostro eroe langue in qualche angolo di pubblico giardino, di un paese che non lo conosce, quasi una caricatura di quello che significava, straniero tra stranieri.
             La sua casa è qui, vicino alla macchia a lui nota, tra i tanti che l´anno amato e temuto, apprezzato e ammirato, rispettato come coinquilino di questo mondo.

Il ciclo
Si cominciò a parlare di questa faccenda quando un giovane, brillante frequentatore di prestigiosa università di tecnologia, raccontò al preside, di essere stato oggetto di molestie sessuali, anche violente, nel giardino della scuola, da parte di una donna coperta dal burca. Se ne era liberato chiamando aiuto ad alta voce e contrapponendosi fisicamente alle avance della sconosciuta. Non seppe dire quale lingua parlasse né se veramente proferì parola, oltre gli ansimi e cupi mormorii. Un fatto analogo, accadde su un ascensore, non servito da lift, nel palazzo di importante compagnia assicuratrice, dove un avvenente funzionario, venne anch’esso fatto oggetto di pesanti approcci, palesemente sessuali, da una donna coperta completamente dal burca, azzurrino, che non rimosse mai, neanche quando tentò con forza di venire a contatto col viso di lui, baciare, pensò il giovane. Anche questa volta, le grida della vittima, fecero allontanare la malintenzionata e tutto finì con una lacunosa denuncia al distretto di polizia.
Cronologicamente, tra i due fatti, erano passati 28 giorni e 28 giorni dopo, in una cittadina vicina, nello spogliatoio di una squadra di calcio amatoriale, un giovane che si era attardato, solo, nelle docce, venne aggredito, morso e pesantemente malmenato, specie nei pressi dell’inguine, da una donna vestita di burca azzurrino, che lasciò la presa alle urla del giovane. Lui , in un primo momento, aveva fatto buon viso e soltanto ai modi violenti aveva opposto resistenza, reagendo e gridando. Non capì nulla di quanto la donna borbottasse, notò soltanto un “grosso” respiro affannoso, come se avesse giocato una faticosa partita di calcio.
A 28 giorni di distanza, su una spiaggia di mare, di notte, un gruppo di giovani, maschi e femmine si era radunato per un falò, cantare, suonare e bere birra, a luna piena illuminante, un urlo bestiale li spaventò a morte, tanto che dopo un primo accenno d’intenzione a verificarne l’origine, la maggioranza optò per andarsene e in fretta. Uno di loro, che insisteva per attribuire ad uno scherzo, quello che stava accadendo, si trattenne e all’indirizzo del buio attorno, mandava messaggi di sfida e contemporaneamente di invito a rivelarsi. Gli altri avevano già raggiunto le auto e si attardavano per aspettare il compagno, chiamandolo a gran voce, quando sentirono lui, gridare aiuto, chiamare disperato qualcuno. Non se la sentivano di tornare indietro, alla fine presi alcuni attrezzi a mo’ di clava, dalle macchine, tre di loro tornarono sui passi, sebbene non si sentisse più la voce dell’amico. Superata l’ultima duna, alla luce della luna e del falò, quasi spento, videro il compagno giacere a terra e un a figura azzurrina che lo sovrastava, frenetica. Urlando, tutti e tre, corsero verso il fuoco, mentre la figura incappucciata, si dava alla fuga velocemente, verso il buio. Il giovane era seminudo, coi panni a brandelli, specie i pantaloni. Aveva un’espressione terrorizzata, gli occhi sbarrati, vitrei e non proferì parola. Venne soccorso, portato all’ospedale, ma non parlò per giorni. Quando lo fece, ripeté il racconto dei precedenti, una donna col burca azzurrino, dalla lingua incomprensibile, gutturale e cl fiato grosso, ansimante, gli aveva usato violenza, tentando la copula, senza riuscirci. I compagni confermarono il particolare del burca, al quale però avevano pensato dopo, che il compagno l’aveva indicato. Anche in questo caso lo scopo dell’aggressione, sembrava essere la concupiscenza sessuale, però come nei casi predenti, l’aggressore non si scopriva il corpo o il viso. Forse la reazione provocata dai suoi modi non gli dava il tempo di farlo, si pensava.
Rimaneva particolarmente imbarazzante, per gli investigatori, che nessuno – dopo o prima dei fatti – avesse notato nei dintorni, ma anche non tanto vicini, nessuna donna indossante il tipico indumento e, nelle zone dove i fatti avvenivano, non c’era presenza particolare di mussulmani. Quei pochi che furono interrogati, avevano alibi confermati e non dettero luogo a maggiori sospetti.
Passarono 84 giorni, tranquilli all’apparenza, dato che, al momento, non si registrarono denunce di nuovi fatti simili, quando fu riferita l’aggressione ad un giovane tossicodipendente, che viveva con altri miseri, di notte, sotto la sopraelevata, nei pressi della discarica dei rifiuti.
Il racconto dei compagni di sventura, in parte, non si discostava dai precedenti: una donna, tutta coperta da una tonaca, si era avvicinata al giovane che dormiva tra i cartoni abbandonati. Non si interessarono più di tanto, poi ci fu un verso strozzato, come di uno impossibilitato a respirare bene. Scapparono via e soltanto alcuni avevano visto che la donna gli era sopra, a cavalcioni, frenetica a lungo. Avevano sentito gemiti di piacere che non avevano saputo però attribuire e poi, la donna, se lo era portato via, gettato sulle spalle, verso la montagna dei rifiuti.
Non che non li credessero, ma gli investigatori, fecero controvoglia le ricerche, tra il fetore delle cose marcite, rifiuti antropici d’ogni genere, ratti e gabbiani aggressivi. Soltanto la vista di cose rivoltate all’aria, li costrinse a scavare, e trovarono: il corpo del giovane, privo di vita, con i pantaloni a brandelli, graffi vistosi al collo e il torace e l’addome squarciato.
Uno dei barboni più curiosi, disse di aver visto – nel corpo del ragazzo – come delle palle da tennis mocciose, bianchicce ma, gli altri non gli dettero peso.
Uno degli investigatori, anni dopo la sua quiescenza, raccontò che all’istituto di medicina legale, avevano appurato che il ragazzo aveva nell’addome 28 uova di animale, assolutamente sconosciuto. Erano state mandate ad un istituto di ricerca biologica americano, e da allora non se ne è saputo più nulla.

Giorgio il bello.
                    Era da sempre lui, timido introverso, l´oggetto dei lazi, degli scherzi, della scolaresca, e non solo. Anche gli insegnanti si burlavano di lui, per l´aspetto sempre buffo, trasandato, non pulitissimo e sebbene piuttosto bravo in tutte le materie, non riusciva a guadagnare stima nemmeno per i migliori lavori di lettere o matematica. Mai un plauso. Ma era Giorgio, il suo boia quotidiano. Giorgio, sempre ben vestito, curato, estroverso e simpatico, benvoluto dai compagni e dai professori, osannato dai bidelli, ai quali recava pacchettini di dolcetti da casa. Giorgio il più bravo, il più intelligente, il più furbo. Sempre primo nelle competizioni sportive della scuola, della parrocchia; perfino nel catechismo. Non si peritava di farlo pesare, vantava i suoi meriti e prendeva sempre Lui, ad esempio negativo : “Ti ho battuto anche stavolta’, nella corsa o nella prova d´italiano in classe, “Hai la camicia sporca’, “Stai nell´ultimo banco, che è il tuo posto’, e non lo lasciava mai solo, quasi volesse infierire ma con una sorta di affetto, in quel modo crudele.
                     Vennero le superiori, Giorgio il brillante, continuò la carriera studentesca, alla grande e a lui toccava guardare, perchè pareva che il destino gli avesse riservato il ruolo di gregario e neanche di pregio. Ma continuava facilmente gli studi nonostante questi aspetti che lo rattristavano, lo ferivano ma li dimenticava, appena Giorgio gli rivolgeva la parola, in tono distratto, appena tollerante, perché Lui provava, come tutti, ammirazione e forse affetto, nei suoi confronti.
                      Giulietta, quella biondiccia, quasi rossa, disinvolta e simpatica, ragazza di punta della Prof di lettere e Storia dell´Arte, protagonista delle rappresentazioni teatrali scolastiche, portavoce femminile della rappresentanza studentesca, gli dimostrò simpatia. Lo intratteneva in affabili conversazioni e Lui si inorgogliosiva, quando i compagni e compagne li indicavano passando. Vincendo la cronica diffidenza verso i sentimenti altrui, finì per invaghirsi e innamorarsi a tal punto, da non pensare altro che lei. Ebbe crolli nel rendimento scolastico ma cambiò radicalmente il fare trasandato che si portava dietro dalle elementari. Gli concesse confidenze insperate: insieme a teatro e al cinema; al ballo di carnevale, alla gita scolastica al mare. Una coppia fissa, almeno così pareva e Lui era radioso, felice finalmente.
                        Al tempo degli Esami di Stato, si incontrava abitualmente con Giulietta in biblioteca per studiare, approfondire, preparare. Il passato sembrava secoli addietro, adesso sfoggiava un pizzetto diabolico molto apprezzato in giro, e si gongolava per questa nuova fase della vita. Anche il profitto era stato recuperato, il futuro era là, aspettava di essere agguantato.
Una bella mattinata, in biblioteca salutò la Sig.na Mariella, alla segreteria, che gli sorrise come al solito. Entrò in sala lettura e lo sguardo si precipitò alla ricerca dei capelli rossicci, al solito posto, vicino alla porta finestra sul parco. C´era, appena coperta da una figura maschile di spalle. Allibì ! si fece di ghiaccio. Era Giorgio, non aveva bisogno di vederlo meglio. Lo sentiva e fu preso dal panico. Voleva fuggire, ebbe come un conato e stava per avviarsi verso i servizi igienici, quando la voce di lei lo chiamò. Si bloccò, deglutì e si voltò sperando che l´allucinazione si fosse dissipata, il fantasma dissolto. Venivano verso di lui, lei radiosa, Giorgio che sorrideva con quei “cento’ denti bianchissimi. “Guarda chi c´è, è venuto qui per dirti una cosa che ci riguarda, tu sei importante per me. Voglio tu lo sappia direttamente da…’
                     Non la lasciò finire, una paresi istantanea gli serrò le mascelle, impietrì la lingua, dileguò il sangue dalle vene ed ebbe, un istante, un´espressione feroce. Si girò e scappò via. Nessuno dei coetanei lo vide più.
                     Pianse a lungo, si rose l´anima dal dolore, arrivando ad augurarsi il peggio che mai potesse accadergli e desiderò vendette atroci per lei e per lui, ma la vita lo portò lontano. Immaginò per anni mille modi di morte per Giorgio e non perdette mai la speranza che se ne realizzasse accidentalmente qualcuno. Poi cominciò a progettarne uno, omicida, da mettere a segno prima o poi. Si procurò lame affilate e nastri adesivi, garze e …….
                     Viveva ormai soltanto per la sua rivincita, crudele, sanguinolenta, atroce.
                      “Gentilissimi Soci del Lions Cittadino, siamo convenuti oggi per rendere omaggio ad un nostro concittadino, assente da decenni che lontano dalla sua città si è fatto apprezzare nella professione, nelle arti e nello sport dilettantistico, ottenendo riconoscimenti importanti, dando così lustro anche al suo luogo di origine. Da noi ha fatto le scuole di base e parte delle superiori, poi la sorte ce lo ha rapito, bentornato Prof. Mario Rossi…..’. Applauso prolungato, mentre i presenti si scambiavano occhiate interrogative, chiedendosi di quale passato lo speaker stesse parlando.
                       Si aggirava nel quartiere, irriconoscibile totalmente, lentamente, a causa della zoppia che l´affliggeva per quell´incidente di sci, ma ancora ben portante fisicamente, continuò a cercare qualcosa di familiare, inutilmente. Il giorno successivo si fece condurre dal taxi davanti ad un bel fabbricato architettonicamente di pregio, vecchio stile, non ben mantenuto, dall´apparente aria di abbandono. Scese con la valigetta degli strumenti chirurgici e si avviò tranquillo, freddo, verso il ricco portone di ingresso. Lesse il nome sulla placca d´ottone della porta: Giorgio Bianchi, e suonò il campanello.  Attese un minuto o due e suonò di nuovo. La porta si aprì lentamente senza preavviso. Apparve un uomo anziano, quasi calvo, curvo su un bastone e reggendo una curiosa borsetta collegata ad un tubicino, che un esperto avrebbe riconosciuto immediatamente come sacca urinaria, chiese con voce lisciante dalla mancanza dei denti : “Siii’. E lui, “Giorgio Bianchi! immagino’, “Certo, chi se no! lei chi è’, sibilò.
                    Costernato dalla realtà visiva, voleva provare rabbia, era pronto ad essere furioso e si ritrovò deluso, per non aver dinanzi la persona che aveva avuto fissa in mente in tutti gli anni passati e, solo ora ne era cosciente, dell´aspetto di Giorgio, adolescente, giovanotto, di allora.
                    Ma un immenso cielo gli si spalancò dentro, sorrise tra se, senza proferire parola, uscì, gettò la valigetta in un bidone per rifiuti lungo la strada.
                    Aveva un posto prenotato in classe turistica, su un volo per gli NY, non è più tornato qui.

Periferie della vita
Laggiù dove la città non riesce ad essere e le strutture, i cantieri si alternano come in una enorme discarica spaziale, buttati più che innalzati, finiti e no a tratti. Con strade appena stese e già bordate di rifiuti antropici: dai balocchi rotti agli elettrodomestici e altro fuori uso, giù da cementi sopraelevati, sinuosi, di progetti futuribili, abortiti o irrisolti ancora: c’è una convivenza multipla.
Di giorno tra fumi, rumorosi clangori metallici e scarichi di macchine movimentanti merci e risulte, via vai di fantasmi in tuta, indaffarati ma indifferenti, sino al tramonto del sole, che non recede per l’abbassarsi giornaliero all’orizzonte, ma annebbiato da polveri dense. Le parlate che si scambiano, in locuzioni stranamente amicali o di necessità lavorative, nascono e vengono “dall’Alpi alle piramidi, dal Manzanarre al Reno” , s’intrecciano e, tuttavia, da necessità mentalmente tradotte, coniugate, adattate, raggiungono lo scopo di essere loro comprensibili. All’ora della pausa pranzo, piccoli gruppi si accorpano in luoghi consueti, attorno a deschi di fortuna, angoli riparati dal vento, tettoie provvisorie o ad altro destinate. E si spargono odori e profumi di cibi vari, che da soli indicherebbero l’origine di chi si appresta a consumarli, molteplici come le facce, gli indumenti i modi di fare degli attori. Tornano “al travaglio usato”, più solerti, in apparenza, che la fine della giornata ora si approssima. Alle cinque della sera, l’un dopo l’altro, senza comando apparente, si avviano ai loro veicoli e si dileguano silenziosi come la pioggia caduta permea il terreno asciutto.
Quando ci cala la notte, che procede per rivoli a seconda dell’abbandono delle attività, buio più fitto lontano dai fabbricati, i quali sembrano conservare un lucore irreale da emanazioni atomiche, via via appaiono luci di primi veicoli; forano le tenebre, convergendo verso punti stabiliti. Si accendono fuochi improvvisi, scavalcati allegramente da fantasmi, che stampano ombre cinesi lungo i muri di recinzione delle aree dei mostruosi stabilimenti in riposo, che svettano contro il poco chiarore del cielo con le creste seghettate dei tetti, insieme ai tralicci di gru come colli ritorti di sauri.
Questa altra umanità finìtima, da quei muri di opifici incustoditi, in periferie ferruginose grigie lontane, manda messaggi colorati, tetragoni nelle forme, lampanti nei colori, alieni nelle curve e strappi infiniti
nel tentativo di comunicare, forse, un disagio, un invito o una minaccia. Oppure dire soltanto, la voglia di un volo lontano dalla realtà quadrangolare o cubica, chiusa, per chi come loro nell’orizzonte plumbeo, le luci metropolitane disegnano solo, quei profili seghettati di fabbriche fumose, alienanti. E nel cielo nero delle notti, può soltanto immaginare, stelle di stagnola appese a fili d’argento lunare dondolanti, tremolanti, per il vento freddo notturno.
Così nell’accamparsi sotto superstrade lucenti rumorose, indifferenti, consumano riti venosi stranianti, oblianti affetti e impegni, cercando nell’improbabile confidenza di una notte, un calore altro negatogli per viltà. Tentano una crescita personale, rivoluzionaria ma utopistica, perché arriverà, quasi certa e per prima, la sconfitta dalla vita “normale”.

P.P.P. (Partito Politico Papista) Riflessione
Sono anni che ci dilunghiamo a disquisire se i religiosi, preti, vescovi, cardinali e papi, abbiano titolo a interferire con i progetti e le realizzazione politiche di una collettività, che solo minoritariamente è religiosa praticante. Non si tratta di dirsi o no cristiani, qui si tratta di assoggettarsi o no al papismo. Anche se il Papa, la CEI o altri, sembrano parlare a tutto l'occidente cristiano, è qui in Italia, per loro politicamente penetrabile, che affondano la lama della censura etica e morale. Gli apostoli della prima era, andarono a evangelizzare al centro del mondo, Roma, per primo. Perché non vanno a catechizzare il centro dell'impero, USA, con esternazioni contrarie al divorzio, alla scuola di stato, ai diritti gay; catturando loro esponenti politici per immettere nel percorso legislativo atti di privilegio: docenti religiosi, nominati da curie, in scuole di stato; scuole private a sfondo religioso, finanziate dallo stato, ecc. ? Il Vaticano, il cui peso sull'Italia, fu soltanto alleggerito con la breccia di Porta Pia, ha cercato sempre di riappropriarsi di un suo secolare potere nella Ns società, talchè si è dovuto redigere dei patti relativi ai rispettivi poteri, come con una qualsiasi altra realtà politica. Quindi se di stranieri formalmente si tratta, come è possibile consentirgli di indirizzare inviti politici nel nostro paese ? O forse, siccome per questioni tradizionali - il papato fu potere temporale a Roma, nel Lazio, Marche e Romagna - l'Italia resterà per sempre feudo psicologico del Vaticano? Almeno aderissero al principio di reciprocità ! Vedrei con simpatia M.Pannella, e altri veri laici, tenere comizi o conferenze liberali, nei cortili vaticani. "non possumus" accettare che quella che oramai è una fazione politica, possa pontificare liberamente e gridare allo scandalo morale quando non la si asseconda. "Vade retro" papam!
Possiamo fare senza di te come gli 8/10 dell'universo.

Un albero cresceva…
Ciliegi e mandorli selvatici con gemme o incipienti fiori, grovigli di rovi di more con foglioline più minute delle spine, nascono e crescono liberamente, selvaggiamente, lungo una recinzione metallica, che racchiude cataste di tubi di cemento, nei quali, i monelli vanno a giocare a nascondersi; i gatti randagi si riparano dalla pioggia e vi figliano, nei punti più reconditi. Quasi uno spazio da fiaba, una domestica via pal o di moderni cartoons. Tra due cataste di manufatti, un pioppo bianco, si è fatto strada e ora agita le foglie chiare, alla brezza della sera. Sui rami alti, l'anno scorso, le cornacchie hanno fatto un grande nido di ramaglie, e ora si intravede parzialmente sfatto dalle intemperie, nel fogliame giovane, che si infitterà a nascondere la covata della prossima coppia.
Questo surrogato di giardino pubblico, accoglie, oltre ai ragazzi in cerca di luoghi avventurosi, riservate coppie di giovani innamorati e le donne anziane ci vanno "per cicoria". Per tutti il pioppo è il toponimo di riferimento, "il campo del pioppo", appunto. Pur nella sua non lunghissima vita, lui, il pioppo, ne ha viste tante da quei rami alti e quando a primavera inoltrata, dai suoi fiori cade la neve dei puffi pelosi portatori di semi, pare consolidare la sua preminenza sul territorio marcandolo inequivocabilmente. La sua liscia, chiara corteggia, reca i segni delle soste ai suoi piedi, cuori incrociati trafitti, iniziali o frasi amorose e sconcezze incise e scritte dal vandalismo dissacratorio dei più giovani. I rami più bassi gli sono stati strappati per falò giocosi e pei caminetti di povere case del vicinato, ma non hanno arrecato gran danno.
Dev'essere da un albero così che la piccola vedetta lombarda spiava l'avvicinarsi del nemico austriaco, e la pratica di scalar alberi può essere nata dalla proposizione della sua lettura a scuola.
Sulla strada attigua transitavano sovente veicoli militari, diretti altrove, ma costituivano curiosità apprensiva vederli passare, ed i ragazzi li avvistavano per primi. Ci si arrampicavano i più grandi, per dimostrare la valentia, il coraggio, il disprezzo del pericolo, quasi a mimare la mitica vedetta
ed era più bravo chi si arrischiava sui rami più alti e sottili.
Era tempo di guerra, i controlli familiari più lenti, erano più preoccupati d'altro e lontani da centri urbani politicamente più attivi, si poteva vivere un'adolescenza vera, agreste e selvatica, come i ragazzi agognano, specie i maschi.
Così il pioppo del campo del pioppo, con i suoi dieci metri di altezza, divenne il ring, il terreno di gara, il tatami degli scontri di tutti i giovinastri del paese. Più alto, più fragile il ramo, più gloria per l'eroe, troppo incosciente per valutare il rischio che correva. Però quasi in attesa, colei che non tollera indugi, d'alfierana rimembranza, venne a reclamare il suo tributo di tanta sfrontatezza.
Un giorno di vento, teso ma non fortissimo, le gare si aprirono nel primo pomeriggio, testimone d'eccezione, un giovanotto considerato pericoloso per le appartenenze politiche estreme che non nascondeva neppure davanti alla polizia. Era lì per applaudire il fratello minore che si sarebbe cimentato sul pioppo. Due ragazzi avevano già fatto la salita e discesa, segnato con una striscia di tessuto colorato, il punto raggiunto e tra le allegre ovazioni si godevano il successo e lo scampato pericolo. Mario, il fratello di Age, diminutivo di Agenore, il duro, si arrampicò seguito dalle incitazioni più o meno spontanee degli astanti. Lassù nel punto critico, oscillava il ramo sul quale il ragazzo procedeva e il germano da basso incalzava. Il "bravo" estrasse dalla tasca una piccola rivoltella e urlando si mise a sparare in aria, nessuno - asterefatti tutti - capiva bene quello che facesse, incitava teatralmente il fratello?
Ma un grido rauco basso ma forte,proveniente dall'albero, interruppe l'esibizione armata. Seguì il rumore di rami e frasche stroncati e spezzati, fino a un tonfo sordo a terra, alla base dell'albero: dal corpo di Mario, esanime, sfranto, uscì una specie di soffio. Basiti tutti, pallidi in viso con un'espressione terrorizzata, fissarono un lampo il corpo e fuggirono rapidamente, ognuno a casa propria. Age, con il viso marmoreo, si chinò sul fratello, lo raccolse sulle braccia, inerme, insanguinato appena e lo portò lentamente via, senza proferire verbo. Nessuno ha mai saputo o voluto sapere, la causa della morte di Mario. I compaesani nemici, politici o meno, della sua famiglia, hanno sempre sostenuto che il ragazzo fu attinto dal colpo di pistola del fratello, quelli distanti ma compassionevoli, sostenevano la tesi che gli spari avevano spaventato il ragazzo, che aveva perso la presa sui rami. Giorni dopo, il Podestà, fece tagliare il pioppo.

Lutto misterioso.
Eolo scodinzolava sul campo di grano giallo, sorvolandolo veloce creava mulinelli di spighe, quasi vive. Si avvertiva un leggero fruscìo, dai margini, il cozzare della seccia e dei chicchi maturi. Il fluire dell'aria umida non recava sollievo, che giugno preparava la campagna al solleone. Sulla via sterrata la bici a mano pesava trascinarla e ciò, in parte, giustificava la contrarietà al triste convenevole cui doveva approdare. Ma si deve fare. Lei lo chiese. Mai conosciuto, direttamente s'intende, il suo nome era stato sempre il più ricordato in casa, sempre associato a considerazioni positive, esemplificative ma, nulla di più. La fila di cipressi scuri, con la vetta ondeggiante quasi a cogliere le correnti d'aria, seguiva la via e induceva pensieri tristi più di quanto si avesse voglia. Quaggiù in fondo al mondo, un senso di abbandono voleva giustificare l'evento mortuario, tutti in nero, l'espressione mesta seria dei maschi, anche giovani, quella delle donne tragicamente esposta, esibita. Accolto benvenuto con una brocca d'acqua fresca, un bicchiere cristallino, un bacile di smalto azzurro e bianco, un asciugamano di canapa, giallino, con frangia. Intanto qualcuno faceva strada borbottando: "quanto bene si son' voluto con la su' mamma, da ragazzi", "non ha mai voluto sentire d'altre", "le ha sentite le canzoni, le poesie che scrisse per lei ? le hanno pubblicate, sa ?" e lui, basito, dall'improvvisa rivelazione, preda di rabbia che temeva non poter controllare, incapace di accettare l'idea balbettò :"cosa…chi….quando…?". ed ebbe pensieri irriguardosi, solo un attimo.
Si lasciò condurre docilmente, annebbiato, incapace di alcunché, verso la camera allestita per la morte, e pur riluttante lo incalzarono alla bara. Seta cremisi, tulle bianco…odore di vecchio e d'incenso, fiori enormi come girasoli e rose purpuree. Non riusciva a guardare dentro e temporeggiava mandando gli occhi in giro per la stanza. "guardi… guardi com'è sereno", incalzava la voce melensa di prima. E guardò. Un bellissimo viso di uomo maturo, austero, con rughe profonde: quasi cicatrici, che il biancore della morte , rendeva misteriose, fascinanti. Quasi dimentico sorprese un pensiero di apprezzamento e non si era accorto, subito, che qualcosa mancava, nel feretro. Così com'era acconcio non si notava.
Le mani giunte, legate dal rosario, erano troppo vicine al viso, il tronco...corto, le scarpe di vernice nera, a metà della bara. Quello splendido viso eclissava la deformità, non la percepivi se non stimavi le dimensioni del corpo. L'amore infantile della madre? Proruppe, commosso, irrefrenabile in un pianto a dirotto, pensando al dolcissimo sentimento che aveva, nonostante la realtà della vita, platonicamente condiviso, con quest'elfo dal viso bellissimo.


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