Poesie di Bruno Amore


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... all'orientale.
L'ultima cova
poi riprenderà forza
Volerà a sud.

Dopo la pioggia
la chiocciola dondola
Sul filo d'erba

Il temporale
ha scacciato il merlo
Dal suo cipresso

Sempre fedele
fiero del suo collare
Ti scodinzola.

Piano si struscia
quasi distrattamente
E fa le fusa.

salsedine
essenziale elemento
di stagion
negli occhi bruci
sulle labbra fai sapore
nell'acqua fai sentire
dei freschi fondali blu
tutto l'odore
balsamo con l'acqua
come una guaina
che la pelle incarta
tu stille perle opacizzate
frutto di mille schizzi
brilli
il sole ti svapora e lasci
arabeschi da fiaba.

Le onde lunghe.
Son l’onde lunghe gravide irruenti
si spandono sulla riva e ci si placano
la spinta lo slancio così potente ...
le fa rovesciare sulla rena e poi
come fossero pentite, si ritraggono
sprofondano a rimescolare il fondo.
L'una dopo l'altra, le sorelle
rumoreggiano con lo stesso piglio
son prese da passione travolgente
effuse a impregnare l’arenile
fin sull'asciutto, un orgasmo da finire.
Si quietano, coi giorni perdono forza
lasciano sulla battigia a morire al sole
conchiglie e bivalve variegate
una medusa azzurra che si squaglia
lo stecco di gelato mostra il nome
la piuma bianca e grigia d'un gran volatore
s'adagia come avesse fatto l'ultimo volo.

Un meriggio ancora
Da questo poggio va lo sguardo, vola
sul grano giallo, la segale, il fieno
e la brezza marina di lontano
a folate, le tante spighe piega.
Disegna volute in larghe onde
costringendo insetti a volare via
che la rondine di becco n'ha prebende.
Vedo il disegno nell'accadimento
mi pare così grandemente concepito
che trema il petto, a sentirne il peso.

Ispirazioni appallottolate
Ti balzano addosso, all'improvviso
come il discolo che giocava altrove
quei versi che invadono il pensiero
che crocifiggi sul foglio del calvario.
Stavi, magari, leggendo d'altrui sensi
ma inevitabilmente la mente li cattura
li mastica fino a farne poltiglia propria
li rimescola con miele o verderame.
E verghi incalzato dalla voglia in_sana
e leggi e rileggi il bianco ormai immolato
per verificare se il senso del pensiero
è stato tutto quanto giusto esplicitato.
I più diventano carta appallottolata
giocattoli della gatta che sorniona aspetta
ci si avventa sopra, ci ruzza felice
lei, ogni volta, s'è accontentata.

Vivezza
Sei ... non sei ...
dovresti prendi fai vai torna
non capisci ...
Allora ho galoppato
l’infanzia l’adolescenza
nuvole per cavalli nella brughiera
lì in periferia in solitario
inconcludentemente.
Saccheggiato nidi e tane
d’ innocenti esseri
pisciato su aiuole fiorite
rovesciato gerani da balconi
insolentito vecchi inermi
e non bastava mai perché
nessuno si accorgeva
che esistessi.
Solo la voce il contatto
di lei mi riconciliava
vedeva capiva nulla voleva
sapeva accettava me l’alieno
e amore materno sempre mi dava.

Davanti San Sebastiano

Soprappensiero
congiungo le mani non aduse
in un gesto antico che imparai
non senza subite prepotenze
e mi scappa una preghiera
dalla mente.
Sfiora le labbra e ci sorrido
tanto viene fuori dolcemente.
Poi un pensiero segue
quelli non ubbidiscono vengono
indifferenti anche d'altrove e
mi raggiunge in questo luogo
dove siedo da credente
non perchè lo sia
un posto quieto non c'è mai gente
e ci separo il danno dall'affanno.
Davanti al Santo cui mio padre era devoto
quello trafitto da dardi sanguinante
nessuno in casa sapeva perché quello
lo capimmo quando tornò
dalla prigionia di guerra
emaciato sfinito come Ronzinante.

Alla fine - ci si raccapezza
Fossi padrone di questo mare e scogli
col vento all'onde ruberei gli spruzzi
imperlerei di salsedine le tamerici
delle fronde inalerei il profumo
del caldo sole ne avrei ben donde.

Sulla battigia pigro lungo disteso
ad aspettare lei che nuda e mézza
esca dall'acqua che la volle tutta
lieta si butti su me di vera gioia
il pudore nell'amor è solo orpello.

Non si limita neppure si misura
a cuore aperto va vissuto a fondo
ognuno secondo la sua natura vera
della vita apprezzare tutto l'universo
che in tutto c'è un po' della bellezza.

La vita quando vissuta mai fu brutta
pur se le gioie meno sono dei lai
tante ne godi qualcuna va disdetta
aiuta essere libero dagli schemi
tanto - alla fine - ci si raccapezza.

E' notte fonda
i pensieri danzano un lento
col suo corpo nudo glabro
al suono sordo cadenzato
d'una imposta sciolta
abbandonata nella tramontana.
Di quella finestra cieca
d'una casa stinta fredda
sul vuoto che ci si rintana
dacché si spense un fuoco
che scaldò forte più d'una nottata.

Brevi d'antico Natale.
'na volta, gli adulti maschi
s'affaccendavano
attorno a legna e focolare
dopo aver consegnano acconcia
alle donne di casa
l'ostia prescelta da cucinare.
L'immaginario andava alle leccornie
che soltanto in questo giorno
uno all'anno
era pensabile poter consumare.
Ricordo i mandarini
frutta esotica – allora – del sud
e tutt'oggi il loro profumo
mi riporta in mente il tempo in cui
a lungo estasiato l'annusavo
strizzavo poi l'alcool della buccia
su una candela accesa che sprigionava
un guizzante getto da mini lanciafiamme
mentre il succo dolce come una carezza
mi scendeva in gola.

Una meteora infinita.
È la vita una cometa che l'universo
attraversa e poi
poichè non è solo splendore
anche pietre, guglie di gelo, neve
si tuffa nel buio, scomparendo
nell'incognito profondo.
Forse a solcare altri cieli
a meravigliarsi o meravigliare altri
o a dissolversi in polvere
o consumarsi nel calore d'una stella.
Ma lascia di sé il ricordo, forse
lei lo custodisce di noi nel tempo
quando ritorna a passare nel cielo
nuovo miraggio mirabile
portatrice ancora di bellezza.
E c'è quell'attimo per viverla
nel girotondo continuo:
balocchi luccicanti si buttano
nell'attesa di acquistarne di nuovi
per riprovare l'ebbrezza del dono
da fare o da ricevere e continuare.
All'infinito ... forse ...
Domani la luce del sole
sorgendo da sempre, di nuovo
libererà i colori custoditi
nei petali delle rose fuori stagione.

Pax in Aleph
Hanno ascoltato la Messa
ad Aleppo
tra le macerie
d'una chiesa ferita
circondati da travi divelte
d'un palazzo morto che
forse
è stato tomba
di poveri infelici.
Coi palmi verso il cielo
hanno pregato
rinnovato fiducia in Colui
ch'è un gran mistero
perché non s'adiri dei misfatti
commessi, taciuti, ignorati
da uno tanti o tutti fino a ieri.
Così assolveranno sé stessi
cagione della strage del disastro
che per cose terrene
credenze convinzioni riti
volevano prevalere
facendosene diritto con le mani.

A Natale (da Ungaretti) Haiku
Sto con le quattro
giravolte di fumo
del focolare.

Il bacio
Quando il caldo bacio
apre la cortina dei petali
la corolla mostra rorida
l'intima avida urna pronta
a bere il nettare celeste
che il vellutato bombo
in seno le verserà presto.

Le labbra
Cerniera della bocca
che vuole gridare o tacere
chiamare o scacciare
tastiera quando voglia
vellicare di suoni di sospiri
l'ascolto dell'altro/a
petali tattili stimolano
palpano fino i recessi
più intimi ascosi e poi
tumide appagate si stendono
s'inarcano
disegnando una mezzaluna
di sorriso.

Gli occhi
lucide schegge di specchio
per la passione o
lacrime di pianto
si lasciano leggere
quando amano
e leggono nel profondo
di quelli che li amano
poi ...
soltanto brillanti per guardare
per vedere e dire
... forse.

Nuova la faccia su un libro aperto.
Non leggermi non troverai nulla
ho speso tutto in carta vetrata
per levarmi di dosso questa pelle
voglio sembrare fresco di giornata.
Quello che sono l'ho tutto pagato
non posso scorticarmi dei pensieri
la sola cosa che mi tiene in vita.
Nello specchio vedo inutilmente
passare il tempo d'un treno lento
ed io aspettar in questa stazione
non è per me questa destinazione.
Provare a viverla in altra guisa
e nessuno saprà chi sarò stato
non mi ravviseranno ne son certo
nuova la faccia su un libro aperto

Colori di freddo
Cime di colline prone
sotto parrucche incipriate
che il vento presto
s'incaricherà di spettinare.
E tappeti dai mille toni di colore
di giallo arancio rosso e bruno
sul sentiero dentro il bosco
arrotolati contro una ripa un greppo
o la siepe ignuda del biancospino.
Gocce infilzate negli spini
mandano riflessi arcobaleno
come i brillanti.

Sul mare a novembre
sotto il grigio uggioso del cielo
tinto d'inverno
calzi il cappello e tra la falda
e il bavero alzato del cappotto
c'è tepore.
Il suo alito è umido freddo
la risacca un rumore monotono
pare musica in attesa d'un accordo
di altre onde e vento.
Qualche brivido un istante assale
strette le spalle quasi a farti caldo
godi la vista di quel tutto immenso.
Pur se nessuno ti sta lì d'accanto
la vastità rapisce ogni momento
si gonfiano d'un sospiro
le vele dell'anima
per condurti via da ogni tormento.

Nell'acque chete
avessi un'Africa anch'io
da immaginare mia
per goderne il ricordo dei grandi spazi
d'infiniti verdi brulicanti vita
dove ogni fibra si tende nello spasmo
d'una battaglia che la tenga viva.
ma non ho che una piatta savana
una spiaggia calcinata senza ombre
con ciottoli d'inciampo ogni dove
a rendere difficoltoso ogni cammino.
mi seguono indistinte vaghe orme
che mai saranno traccia per alcuno
quando volesse sapere come vissi
e dove abbia mai poggiato il capo.
ma pare certo un segno che m'assilla
essere inadeguato a questa esistenza
sopporto controvoglia ogni gravame
mi ripiego e nascondo ogni entusiasmo
così mi lascio cadere nello stagno
nell'acque chete sotto un cielo chiaro
quasi un qualche lavacro m'abbisogni.

E' domenica.
Felpata come una donnola
tra le foglie del sottobosco
la mia mano lentamente
tra le lenzuola calde di lei
la cerca
e quasi furtiva trepidando
l'accarezza un poco.
Si desta tra fusa incomprensibili
s'accosta si porge si apre.
La penombra nasconde un sorriso
compiaciuto malizioso
godo del suo abbandono se
sonnolenta guida la mano
a molcere quel che più ci piace
quando discinta è così nuda.

Assedio di specchi
Nello specchio qui accanto
ero superbo splendente
avevo avuto un sì atteso tanto
allora perchè in questo ... niente ?
è trascorso un attimo soltanto e su
quest'altro polito risplendente
una nuova immagine compare
mi vedo son cambiato alquanto
non vale fare smorfie e imitare
non sono quello precedente.
una lastra ancora s'illumina all'istante
e mi trovo triste ed emaciato
m'attraversa un pensiero deludente
forse non è il riflesso deputato
a dirmi cose delle quali non so niente.
volti della vita e del mio stato
vorrei saper chi sono solamente
forse non sono chi mi son pensato.

Amore platonico
forse mi lascerà
la voglia di volerti
ma lento e dolce sarà
il tempo di scordarti
fino ai cupi cipressi
la cui ombra arresterà
la gioia degli amplessi
che non ci sono stati.

Atto di fede, la bellezza
Abbiamo il dovere filiale
di custodire il patrimonio avito
ma odio gli ignoranti accosciati
in religiosa inerme ammirazione
delle molte bellezze del passato.
Perchè temo nessuno si chieda
come fu possibile a quell'ora
tanta arte sublime se intorno
a noi oggi non ne vedi scuola.
Classica si dice perchè in classe
avanti a noi rifulge copiosa ma
"cui prodest" se di quella beltà
non ci si avvale per crearne ancora
di più di altrettanto valore e nuova?
Forse quel fine che non c'è più
partorì l'ispirazione mosse l'ingegno
e dette sangue alla realizzazione.
Accedere alle grazie con doni preziosi
del Trascendente assiso nella speranza
scudo delle nostre paure di tutto e di noi
che volemmo essergli debitori della vita
e tutte l'altre cose esistenti al mondo.?

Tremore d'essere
Col ginocchio sul petto c'inchioda
spesso per sottaciute colpe la vita
e molti se lo percuotono sgomenti
quasi che la sorte non sia concepita
a causa di nostri ignari sbandamenti.
Sia angelo o demone chi dentro s'adira
quello che ci scuote fin nei fondamenti
siamo foglie caduche lievi coriandoli
persi nell'aria quando una brezza spira
dell'universo intero soltanto scampoli.
Fossimo sempre presenti al nostro fare
le scelte che il cuore più della mente dice
senza lasciarsi sempre altrove trascinare
che il meglio ti sta intorno e ti si addice
giorno dopo giorno sapremmo dove andare
forse cadere ma presto ritto come la fenice.

L'alloro negato.
Un milione come uno solo
chi dal chicco fece la spiga
dal ciottolo strade e castelli
e con braccia mani e fatica
sfamò amici nemici e fratelli.
Estrasse dal suolo tant'oro
da bue attaccato all'aratro
per farne città e cattedrali
ed esser solo di pane pagato.
Diviso disperso e accerchiato
la sua forza creò regni e imperi
nella gabbia dei poteri serrato
costruì ricche magioni e cimiteri
pur tenuto al bisogno sempre legato
questa la storia l'ignaro s'abbeveri.
I mandanti agli altari e sui piedistalli
per quanti e di più ne avesser domato
armi lucenti elmi impiumati da galli
misto a sangue d'altri l'onore acquistato
e mai nelle piazze o nei luoghi di un dio
fu premio per l'umile che tutto gli dette
sudore amori vita speranze e l'oblio.
Un segno neppure oggi un omaggio sicuro
siamo in tempo è vero che allora gemette
si declami nel marmo la sua storia su un muro.

Quell'odore nel vento
Si sente passare nel vento
con afrori di cose bruciate
distrutte perdute lontane
un ... odore di sangue ...
e l'annusi come chi preda
o chi sta per essere predato.
Di là distante un palmo di cielo
la violenza liberata scomposta
fatta disastro annunciato voluto
soffia con onde terrificanti
immagini incerte veloci come
nembi nel maestrale temi e
che le verità siano meno distanti.
Corpi divelti senza sembianze
grida di lingue straniere
sono un pensiero di altrove
che non fa piangere qui ora
perché non vuoi sia vero
a meno di un mare nostrano.
Disoccupi disinneschi l'anima
inconsciamente guardi nel nulla e
strofini le mani sui panni con forza
come volessi pulirle dal sangue.

Dormiveglia.
Quando le lenzuola
sono complici del mio ozio
sento profumo di te nella stanza
pian piano ti trovo e ad ogni tuo sì
anche il letto vola.

Amor ratto c'è stato
C'è stata ho tutti i segni
tutto il piacere oltre il cor mi dette
ch'io affamato senza senno
di giorni bui ero alle strette.
Scosso da ogni refolo d'affetto
l'intimo profondo già violato
lasciai che come dall'antera il polline
fossi dell'amore derubato.
Col più bel vestito per la festa
mantello leggiadro di chi andava via
pareva marzo coi petali impazziti
portò con sé la mia malinconia
provare quel brivido volevo
e così sia.

Un volo di farfalla
L'anno che passa allunga la sera
e resiste appesa la chimera
che la vita è ancora sorpresa
se non sarà vissuta tutt'intera.
La mente va sognante non arresa
cercando segni d'altra stagione
brividi come giù dalla discesa
godersela senza una ragione.
C'è nostalgia per quello ch'è passato
ci fu del bello senza religione
resta come un premio conquistato
che lascia questa voglia di volerlo
quasi che non l'avessi mai provato
un nuovo giro come mai saperlo.
E l'aspetto quell'ora senza fretta
un volo di farfalla fino in vetta.

Boccaccesca.
Da tempo gira in testa a più d'una donna
una idea insistente piccosa fatta pungente
per convincer quelli come me, inutilmente
che hanno la donna femmina come colonna
che l'una senza essere l'altra vale ugualmente.
Resto del mio pensiero, la voglio femmina.
Quella che mi vezzeggia con le sue letture
m'indica le stelle e d'ogni rosa pure le verzure
ma subito s'adombra se m'accosto alla gonnella
deve saper che avessi voluto in dono una sorella
cara la terrei al cuore, con amore e con rispetto
ma mai penserei lo giuro d'infilarmela nel letto.
Magari sono poco avvezzo a discettar di donne
quelle che amano aver più mente che bel petto
amo le semplici come me, non superdonne
ch'io star alla pari con tutte sempre l'accetto.
Ma quando quell'odore che solo loro hanno
t'arriva nelle nari e loro guardandoti lo sanno
non c'è cogitazione che a freno più mi tenga
conviene che dica sì ed io a più carezze venga.

Autunno
Sul far della sera, quando
i suoni del giorno muoiono, resto
e l'orecchio si tende, ignaro cercando
di sentire pur timido bussare
a quella porta chiusa ormai da tanto.
E vado alla finestra, muto
vuoto lo sguardo lungo
che segue il vento raccogliere
nell'angolo remoto del giardino
povere morte striminzite foglie.
E quella rosa spampanata, dondola
nel vaso di coccio sul balcone e
si lascia strappare i petali di ieri
inutili le spine esausta più non s'oppone
come fo io, senza saperne la ragione.

La più bella
Perdi già le forcine bella estate
le folte chiome verdi strapazzate
sono sbiadite e prendono a cadere
solo il vento qua e là l'ha raccattate
sono gialle ocra e rosse da vedere.
Sugli ubertosi colli come poppe
dove le lucciole bucavano le sere
si contano a fatica solo le stoppie
le curve son più morbide più sciolte
la terra con quel sole è color cenere.
Le frutta dagli alberi ormai raccolte
femmina matura dolce affascinante
alle tue ricchezze hai tolto le scolte
ora vengono più spesso venti da levante
tanto che qualcuno chiude già il portone.
Nessuno può sapere l'inverno che farà
ma s'azzardano cento e una previsione.
Un inverno freddo estate calda porterà
già si pensa al prossimo anno che sarà.

Pietre da case
Fanno un rumore secco
quando vengono giù
dopo la scossa
come precipitate ossa nell'ossario
nel silenzio che si fa dopo il boato.
Erano pietre levigate ad acqua
che per millenni furono alcova
del torrente che a valle trova
il suo letto derubato per far case.
Non dicono e sorde non ascoltano
han riparato dal vento e da burrasca
hanno visto nascere e morire senza posa
chi d'affezione ci si fece casa.
Stavano lì a guardare il tempo andare
messe su a fatica e poca malta
ritte tra i travi senza domandare
quale lavoro avevano da fare.
Erano diventate da povero villaggio
ad ambito illustrissimo paesaggio
uscite dalle viscere in un viaggio
avevano raggiunto 'sì nuovo lignaggio
ora sono tomba di sogni e di coraggio.

Ci vuole un niente ...
ad essere fatti così.
Capaci di accettare
un po' di dolore soltanto
una misura ad ognuno e
senza bagnarsi il viso di pianto.
Ci vuole un niente a distrarsi
a non essere tra quelli più bravi
non si sceglie nascere come
e cagionare patimenti assai gravi.
Ci vuole un niente
a mostrare ciò che non siamo
mescere lacrime che altri berranno
come venissero calde genuine
dall'anima contrita là stanno.
Ci vuole un niente
a fare promesse e mentire
nei propositi fatti ogni anno
che farò farà faremo faranno e finire
senza curarsi saperne il gran danno.

Allungarsi la vita
Non vorrei mai destarmi la mattina
allungare il sogno che s'affaccia
per ultimo alla mente e riempirlo
di tanta fantasia che duri la notte
infinitamente e lenta.
Perché frenetico sempre viene
il giorno con le sue esigenze e
l'indossi come camicia di bucato
quello di ieri t'aveva già stressato.
Così ti stiri allungando ritardando
immaginando orizzonti e albe
stelle cadenti dentro il firmamento
spegni il languore ché un richiamo
ti metti di fianco un altro momento.
Lo specchio ti guarda da mezz'ora
ogni capello avrà la tua attenzione
ohibò una ruga nuova sulla fronte
domani l'unguento comprerò di certo
in fondo non son male c'è di peggio.
Pochi versi vergati sullo schermo
pensieri fatti rifatti mai distrutti
pur anagrammandoli sempre quelli
fanno te quello che sei davanti a tutti.
Ritardare i rintocchi del metronomo
non lo può la scienza non lo può la vita
il sole passa col suo passo sempre
solo prendersi il tempo scientemente
è cosa che appartiene solo all'uomo.

Teodicea ... in tono minore
Appena sono lassù
mi sono ripromesso
dopo l'esame che
pare tocchi a tutti
di dire una cosa
a sua Trascendenza
che c'ho nel gozzo e
mi fa incazzar di brutto.
Sei da millanta anni
il cielo bello assiso
dice che tutto vedi e tutto sai
qua sotto stiamo facendo mille guai
e te la cavi perché ci avresti scritto
ammesso che tu abbia anche le mani
libero arbitrio vi concessi e assai?
Ho lasciato mio figlio rischiasse cadute
ma non pensai nel peggio non aiutarlo
gli correvo incontro ancorché gridando
e certo non lascerò finché sono vivo
che solo se ne vada all'altro mondo.
Oppure Tu ci ami davvero tanto
da fare 'sì che ti si venga accanto?

C'era una volta
Mentre l'odore forte del fieno
appena tagliato sale alle narici
e sfrecciano sugli steli abbattuti
rondoni e rondini cacciatrici
pensi che sono sentori d'altri tempi
e la nostalgia di quei dì prende governo.
I più nascemmo alle porte del contado
l'odore acre delle ciminiere dopo venne
così il tossico fumo delle auto ambite
le quali ci avrebbero aperto liberato
l'orizzonte limitato delle colline
il lavoro duro dai nostri vecchi usato
dalle pastoie che le stagioni calzano
se dalla terra devi trarre il pane.
E venne, il pane, più bianco ma scipito
nulla aveva più sentori forti
tutto annacquato, tutto ripulito, asettico
abbondante specie per chi sin dalla culla
alla quantità più di tutto anelava e
teneva sapori odori e vecchi gusti
non importanti di poco conto o nulla.
Ora in tanti rimpiangono il passato
seppure pochi l'hanno vissuto intero
sono pentiti d'aver molto dissipato
vorrebbero una vergine natura di ritorno
dopo averla stuprata volontariamente
seppure Lei, la Terra, aveva sempre avvisato.

Tempo senza requie
M'hanno accompagnato nella sera
voli di rondoni a sfiorar la rocca
veloci aggressivi che poi diradano
si spengono uno ad uno striduli richiami.
Mi chiama al giorno l'upupa di quest'anno
chissà s'è quella dell'altra stagione
vola ondeggiando nello stesso orto
quello coi muri a secco rovesciati.
Monotono insistente il suo richiamo
la femmina è ancora di là del mare
arriverà come ogni anno a fare nido
lo lasceranno e anche me, ad ammirare
come il tempo trascorre senza requie
ed io a vivere, come lo so fare.

Io ti tradisco.
Mi prende di te pur se non ci sei
una smania e così tanta voglia
che aspettarti tra lenzuola spente
mi sembra ricoprir con una foglia
la passione che grazie a te si fa potente.

Così se manchi ancora un altro incontro
ti tradirò com'era inteso avremmo fatto
rassegnato a non poterti avere dentro
avrò dell'altra quel che porterà nel piatto.

Ma il triste fatto è che questo non mi basta
lei non è te e non per sua mancanza
mi sei nel sangue sebbene non sia casta
ogni sospiro tuo è già abbondanza.

Certo non è ragionare ma che m'importa
fluisce nel sangue questa corrente nuova
solo gaiezza libera bandita l'aria assorta
ora che corpo mente e cuore stimoli ritrova.

Cade la foglia nel fiume e fa il suo viaggio
non torna la corrente scesa alla montagna
voglio cullarmi nella vita e il suo ondeggio
ché sento la parca starmi alle calcagna.

Bestemmie & Preghiere
Credessi davvero che Tu puoi ascoltare
avessi fiato quanto ne vorrei soffiare
griderei verso l'alto come bestemmiare
Ti sembra questo il modo di trattare
chi ha paura, fame, costretti a scappare?

Madri e figlioli avvolti in stracci sporchi
dal lungo viaggio per perigliosi borghi
lasciano le loro case in preda agli orchi
in vista della riva vorrai lasciarli ai gorghi?

Forse che inutilmente alzammo guglie
costruimmo in omaggio pievi e abazie
dove sanare per pietà ferite e angustie
noi nel tuo santo nome placare ansie?

Forse avremo un conto vecchio da saldare
dura cervice e da soli vorremmo andare
neppure il bene sapemmo sempre apprezzare
e sulla terra i prepotenti di rado condannare.

Ma lascia a noi la debolezza d'aver odi e rancori
non son da Dio queste scelleratezze umane
libera tutti che ti rendiamo grazie e onori
dall'ingiustizia, dal sangue insulso e dalla fame.

Nasce e muore un sogno
Lentamente scivola via
su liquidi convenevoli
quel sogno ch'era malia.
Come nulla fosse detto
come nulla promesso
petali strappati e spazzati
da prati verdi e in fiore
si perdono tra sterpi secchi
spinti da un vento nordico
che gela il cuore.

Fragili voli di primavera.
Ho preso il volo, subito
attraversando i suoi occhi
il suo dolce sorriso e
quei momenti tristi
di qualcosa, qualcuno
che la chiamava altrove.
E per giorni e giorni
e notti e notti ancora
tra incerti sì
ho cullato un sogno di eliso
tra semplici fiori di campo
colti e posati in segreto
sul mio speranzoso mattino.
Una nube nera incombeva
innominata ma presente
la realtà di sempre che uccide
un sogno neonato
crudelmente.

Perché non sia l'amaro calice
(terrorismo islamista)

Abbiamo lorda la camicia
del fiele e sangue esploso
dalle menti distorte obnubilate
cieche, vendicative vogliono morti
da portare con sé sull'altare, in paradiso
di quel che dicono essere loro Dio.
Ci urlano in faccia la colpa
di aver alzato a dismisura il nostro io
aver negletto il loro e questa è storia
e il sangue o la morte pare sia
il solo lavacro per ridargli gloria.
Ma se gli dei percuotono l'olimpo
nella tenzone di catturare fedeli
parranno tuoni e fulmini d'assalto
qui sulla terra dove la ragione
non è certo il miglior frutto che
si possa cogliere in pace ogni stagione.
Allora converrà sedersi al fiume
che lento scorre come ogni miseria
trovare il verso d'allontanare il calice
snocciolare i grani d'ogni saggezza
e costruire orci, benché d'argilla cotta
mettendoci il meglio dell'anima terrena
che siamo deboli, fragili, eppure la vita
non potrà mai essere interrotta
ancora guardare un'alba, una rosa
solo ascoltare la dolcezza dal Requiem (*)
là dove si canta il pezzo detto Lacrimosa.

*Messa di Requiem in Re minore K 626

Un dolcissimo addio
Eppure non era il solito semibuio
anche se i bianchi erano azzurrini
come sempre ma, Fausto Papetti, il divo
aveva appena messo su una sordina vera
quasi a chiamare a più vicina presa.
E l'odor di muschio o essenza amara
che dal suo collo alle mie nari andava
quel vestitino nullo che non stava fermo
quasi come un velo di chiffon tra noi era
frapposto ad arte e lì diceva, oh se diceva.
Le parlavo sottovoce ma non seppi mai
quali e quante cose, lei tacque sempre
solo con la punta delle dita fece carezze.
Quando la tromba si perse nel brusio
ci prendemmo per mano e andammo via
forse parlammo o forse solo pensammo.
Non ricordo altro, perché fu un addio.

È la natura ...
Quando il sole chiama
non sente ragioni
il mandorlo
deve fiorire.
Un impulso creativo
lo muove
primo tra tutti
a mostrare tenui colori
fragili stupendamente effimeri
come infantili canti d'amore.
Così come ti nasce nell'anima
prepotente un verso
su un'emozione
un cupo o felice sentire
e in cento modi farai ascoltare
quella forza che ti percorre
quello stesso impulso
che fa sbocciare i fiori.

Fantasie di tramontana.
La tramontana ha rovesciato coppi
tamburella la pioggia sul soffitto e
sembrano battiti di cuore, regolari.
Mugghia, vuol forzare le fessure
e qualche spiffero passa, fresco
ad accarezzarti piacevolmente il viso.
Rincalzi le coltri, progetti di restare
lasciare il brutto tempo fuori è come
scacciare tormentosi pensieri quotidiani.
Abbracci la tua solitudine distesa
su ameni ricordi anche lontani
e aspetti lei la silenziosa disposta
tiepida liscia, ti si accosti sensuale
così ti sorridi dentro vivendone nuovi
fantasticando di produrne ancora
da accarezzare come oggi, anche domani.

Un incanto.
Come un velo d'organza
una finissima tela di ragno
di traverso al sentiero nel bosco
ti carezza il viso e tu
scendi leggero senza te
altrove, dove non sai.
Non c'è il tempo
ne luogo, ne presenze
non il paradiso affollato
di santi ed angeli o
vergini e fontane di miele:
chi lo narra così
non c'è mai stato ...
un lucore sì, tenue e immenso.
È un dolce deliquio
che riempie l'anima di pace
come fossi stato pronto
ad andartene via così
come hai sempre sperato.

Il cobra
Quante volte si sfiora
consapevolmente o meno
il cobra
da sentirne il fiato, l'alito
perfino
perché la vita si prende
queste libertà, alle volte
altre, i tuoi giochi rischiosi
ti ci portano vicino.
Ma lui, il cobra
non ha interesse al tuo destino
può far da tramite
tra il tuo essere o non essere
tra ciò che speravi, volevi
e non è mai diventato.
Non è responsabile
se non t'è piaciuto, s'è stata delusione
ma può dar pace al tuo tormento
o chiudere dolcemente ogni illusione.

Bicarbonato.
Se ne andrà, anche quest'anno
all'altro mondo, coi giorni
del calendario zeppo di note.
Quelle minute di cose quotidiane
quelle vistose delle ricorrenze gaie
quelle X fatte quasi con sfregio
a cancellare un peso, finalmente.
Ma già, in quello nuovo immacolato
segni su marzo la visita degli occhi
la rata del mutuo e la tassa della casa
l'assicurazione auto e della vita
la telefonata alla pensione al mare.
Forse non imparo mai davvero
che tutto questo girare intorno a niente
che sembra farmi vivere degnamente
non è benessere reale, è tutto al nero.

Ci sono giorni
Tal quale a questo, che ogni tanto viene
indugia nelle lenzuola d'ogni bene
avvolte sgualcite alle membra stanche
vanno a ricoprir prudenti membra bianche.
Non coprirà il caffè il profumo arcano
che da lei promana e indugia nella mano
e stigma della sua essenza ancestrale
ti ruba il senno ed al pensier da l'ale.
Quanto ti resta accanto non ti cale
conti i momenti insieme sul guanciale
e se l'andarsene di lei ti parrà strano
guardala sorride ed ha un fiore in mano.
Come la brezza lieve è nuova sulla pelle
carezze attese ma non sempre quelle
il giorno va porta con sé questo sperare
che il mondo gira e lo farà tornare.

Illusione di normalità
Poi vengono giorni come questo
nei quali passa in un momento
un secolo di vita inutilmente
e ti rammenti che non valeva nulla.
Quel camminare pensoso lungo il mare
con le mani sprofondate in tasca
a fantasticare di meriti e possibilità
che non hai mai avuto davvero sapendolo.
E se una mano si posò sulla spalla
era un macigno dal peso insopportabile.
Fatto tante strade deserte o caotiche
ma era miglior gratificazione il silenzio
nell'illusione di una normalità perenne.

Un giro di vita
Sarà come essere passato per caso
nato da un desiderio di futuro
da esseri semplici allampanati con
la speranza in testa e il naso all'aria.

La storia ci si mette sempre in mezzo
altri fanno scelte che condividi o subisci
appoggi i sogni sulla sedia a pie' del letto
starai al gioco o dovrai pagarne il prezzo.

E ci crescerai con questo barcamenare
nonostante ti parlino di principi sani
hai anche da vivere e non solo sognare
ché si cantano inni ma si mangiano pani.

Quando a un'ora ignota tocca la scelta
nulla del passato t'è rimasto in testa
segui con l'altra l'entusiasmo che prende
s'attrezza in fretta un sogno e alla svelta.

E cercherai di far cose buone e antiche
di quelle vere che sempre dissero sicure
e ne verrà un mosaico uguale eppur diverso
ma saranno di un'altra foggia almen le cuciture.

Poi verrà di prepararsi al mondo che va via
è il turno che tutti spetta nell'ultimo tratto
il solo dal quale nessuno vorrà darti sfratto
nel viaggio di ritorno ti accompagnerà la nostalgia.

Tanto m'è dolce, autunno.
Crepitano sommesse, le foglie
sotto la suola delle scarpe grosse
quando nel bosco vai distrattamente
a cercar qualcosa di te, oppure niente.
Poi c'infili la punta e le fai volare
ch'è un gesto infantile volontario
quasi volessi farle tornar giù a cadere
e goderti lo spettacolo straordinario
della pioggia di mille ritagli colorati
gialli, arancio, rossi di carminio
che il vento strappa dai rami esagitati.
E l'aria che punge appena il viso, ma
spinge le mani nelle tasche fonde
già preannuncia rigori che ricordi
quando le fiamme ballavano sul viso
stando seduto davanti al focolare.
Ora son abiti leggeri fatti di nulla
che riparano perfin dalla tormenta
non fanno il calore del pastrano
che ti passava già grande il tuo germano
né l'odore di casa e della famiglia, che
proteggeva più del freddo che si piglia.
Un sorriso accompagna il girovagare
di momenti lontani che non sanno tornare
meglio rincasi, ora che s'abbuia il bosco
e l'aria pungente fa inumidir le ciglia.

Quella pigra domenica.
Tiri su la coperta coi lenzuoli
che non si raffreddino i pensieri
che al mattino segnano gli umori
che nella notte hai scelto per piaceri
che se il caffè è amaro non ti duoli
che appena pronto hai da portarli fuori.
Rimarresti al caldo lì ancora un poco
che vorresti rimandare la giornata
che tanto sarà di quelle che ricorrono
che n'aspetti sempre una appassionata
che in men che non si dica è mezzogiorno.
Ma tanto è domenica dalle campane a stormo
che nemmeno lo ricordi però è già giorno
che c'è fuori un brusio coi profumi del forno
che daranno alla festa il suo contorno.
È quella pigrizia che fa bene al cuore
che fa sentire di essere ancora padrone
che c'è un po' di vita in te senza rumore.

Quando il mosto bolle nel tino.
Prende il sopravvento il rosso
sull'arancione che s'era messo
sulle foglie gialle a fine estate.
Sarà cupo, di frutto troppo maturo
e presto si lasceranno cadere
lentamente, portate via dal vento.
Le colline hanno un abito da pomeriggio
un beige coloniale pettinato dall'aratro
e le bordure di verde stinto delle siepi
sembrano cuciture tra i campi lavorati.
E tutto prende un tono polveroso
che le prossime piogge laveranno
resta quella teoria di lenzuoli bianchi
splendenti del sole che li coglie ancora
perché il cielo totalmente azzurro fin laggiù
esalta la nostalgia dei colli con le messi
che per quest'anno non ci saranno più.

E sarà un altro inverno.
Inverno t'aspetto, a piè fermo
come l'anno scorso
e non mi farai freddo
perché voglia di vita, lo sai
n'ho più d'un sorso.
Ho bell'e pronti
cento e più destrieri
li tengo lì e quando
la tramontana della vita
scuote le imposte, allora
vorrò cavalcare i miei pensieri.
E criniere svolazzanti d'emozioni
veloci tra le righe che verranno fuori
avvolgeranno anche il ceppo acceso
che pulsa in petto, non sente rigori
gioisce e ride dei passati giorni.

Che sia l'amore ...
Che sia l'amore, quello grande
la voglia che ne hai d'averlo sempre
quel bisogno di calore cogente
di carezze, d'attenzioni dolci
anche sensuali, addosso e che
mitigano i bruciori della mente.
Che sia quella voglia imponderabile
il sentire che nessuno spiega mai appieno
ma che ognuno sente come bisogno
dall'inizio, dall'infanzia, sin dal seno.
Che sia la paura, della solitudine
della lontananza di qualcuno che sia tuo
e tu suo, con la voglia di tenersi
stretti e liberi allo stesso tempo
senza tema che ritorneremo, sempre.
Quell'estasi che c'invade e non mente
che il resto poco importa, quasi niente.

M'aggiusto la camicia
dieci volte almeno, distrattamente
come quando portavo ancora
la cravatta, a pisellini verdi.
Ora non la uso più
ma cerco nello specchio
senza vedere, automaticamente
la voglia di piacermi.
Fuori piove a dirotto, mi piace
metto l'impermeabile e ci vado sotto
per sentire ticchettare l'acqua
che scivola via con la tristezza.
Ché la mia canizie
è il troppo borotalco
dopo il bagno.

Anno Domini 3015
Hanno trovato antichi graffiti
su muri di vetro e travi d'acciaio
di grattaceli e cattedrali ogni dove
su enormi monumenti della vanagloria
sotterrati dalla cupidigia inarrestabile
ora che ogni pulsione d'umanità è morta
e la terra s'è fatta ancor più inabitabile.
Son segni ai più indecifrabili, sgorbi
di lingue morte e dimenticate da chi
s'omologò per farsi accettar dai mostri.
Architetture ardite incorruttibili giacciono
città una sull'altra a farsi strati nuovi
e chi le costruì lasciò traccia sensibile.
Ma ricorre ai pie' di ogni inciso chiaro
un acronimo che nessuno riconosce né capisce
non la scienza, non la fede, non la ragione
è TVB, ignoto ormai all'umana comprensione.

C'era tutto quel che c'era.
Eran tempi quelli
che le finestre, al mattino
si spalancavano per cambiar aria
e sbadigliavano, al tempo che c'era.
Scendevi sul marciapiede
che s'era riposato nella notte
e la lattina che prendevi a calci
ruzzolando, mandava un suono
di campana rotta.
Potevi sentire frusciare
i pneumatici della bicicletta
e i forni spargevano adori
profumi di delizie cotte
appena allora.
Ed era soltanto un giorno
come tanti da tanto tempo:
il principale annotava il ritardo
consueto, ma poi cancellava ancora;
pochi minuti di goal
o traguardi del giro che incombeva
e ti mettevi a fare, di lena
quello per cui eri venuto al mondo.

Un altro autunno viene.
Qualche pianta scolora
il vento le spettina e fa cadere
in un turbinio di colori, le foglie
quasi fossero inutili orpelli.
L'acero, dalle tinte in progredire
è giallo, con tentativi di rosso
sulle prime nate. Saranno brune
prima di farsi tappeto sulla radura.
E già l'umido residuo
della prima pioggia preautunnale
spinge fuor di terra
chiazze irregolari di ciclamini
a disegnare da poesia il sottobosco.
Su quel foglio bianco
che sempre porto addosso
schizzo un ramo morto contorto
due foglie, un fiore a capo chino
e per l'ingenuità, ne arrosso.

Sono la Poesia.
Del nome che m'imposero
non ho colpa alcuna
vollero fosse al fine, Poesia
c'entrano scienza e lettere
legate dalla fantasia.
Però vivo da sempre
nell'anima non ria
a pascermi del meglio
che i tanti o uno solo
dividendo grano da loglio
rallegro oppur consolo.
Vedo vividi sguardi attenti
o pallidi visi spaventati
tremuli d'emozione, arrossati
farsi calmi come l'onde al mare
quando li raggiunge il mio alitare
e s'apre un sorriso sul biancor dei denti.
Porto con me sempre voglia d'armonia
sono soffio, voce, strumento dell'anima
non m'è compagna, mai, un'omelia.

11 Settembre (egain in September)
Undici volte undici i morti conteremo
undici anni e non più, passeranno
undici guerre ancora poi faremo.
Undici e più milioni migreranno
undici i paesi che l'accoglieremo
undici i popoli che li respingeranno
undici lapidi nere gli alzeremo
undici i secoli che ci malediranno.

Stranieri in paradiso.
Voi che venite da così lontano
soffiateci in faccia l'equatore
con sentori di morte, lebbra, scabbia
emorragie sanguinose intestinali
che la miseria produce a iosa
nelle vostre strade, nello vostre case.
Forse senza saperlo siamo stanchi
di tutta questa nostra aria artificiale
in teche di cristallo, plexiglass, acciaio
cabine per umani disumanizzati:
incideteci i graffiti delle vostre sofferenze.
Lasciate tracce intorno alle nostre sagome
di esseri satolli, ricchi ma d'ogni slancio inermi
con un pensiero piatto imbalsamato da secoli
come trovare il modo d'essere eterni.

Guardandoli migrare.
Forse non c'è più tempo oramai
il sangue dei morti si raggruma
si fa scuro e forma volute come
il magma che esce cola sul pendio
dalla bocca spalancata del vulcano.
Ondata dietro ondata inarrestabili
si gettano nel vuoto seppure mare
senza riparo e incapaci di nuotare
con la speranza di potercela fare.
Dalle viscere della follia umana
sale sanguigna la voglia di vivere
inarrestabile come la lava ardente
in cerca di refrigerio tra la gente.

Momenti.
Ci sono sere
che l'uscio di casa
pare la porta del paradiso
e diventa bella ogni cosa
dolce ogni sguardo, ogni sorriso
e non t'importa d'avere mille primavere.

Spiaggia di pensieri
Non vado sulla spiaggia, io, d'estate
non si lasciano orme men che mai di ieri
dopo un minuto sono cancellate.
Come capita spesso coi pensieri
quando per l'ansia devi dargli voce
li liberi come fossero destrieri
gelosi gherigli estratti dalla noce
e diventano coriandoli stranieri.
In solitario a passi lenti senza misura
neppure in linea o lo starci attento
che portano a una duna o una radura
per vedere forme di sabbia firmate vento
lasci impronte come una scrittura
ed ogni sosta pare un appuntamento.
Potresti segnarti se in quella natura
c'hai letto cose oppure è sentimento.

Gocce di solitudine.
Sta qui, stante l'afa e la calura
tranquilla serena vera compagnia
non perché sia brava di natura
siamo legati, non può andare via.
Carezza leggera come fa una
sottoveste fine a chi l'indossa
lieve sul corpo come luce di luna
quando leggi o la mente è fissa
sugli scuri nodi e i ghirigori
d'una vecchia tavola di quercia.
Da ninfa scende dentro nei grigiori
rovista radici i sensi adocchia
con improntitudine benevola
siede sulle aguzze tue ginocchia
t'indica in cielo una rara nuvola
di tutte le stelle quella più bella
quella luccicante con l'aureola.
Il fato la chiama Solitudine
ma dolce rosolio ella gocciola
tutta la godo questa beatitudine.

Muori fratello, muori.
All'atavica messa delle armi
assistiamo fratello d'ogni dove
non odore d'incenso ma polvere da sparo
di resti di carne che già puzzano ora.
Un'orgia di morte che nessun dio placa
e crepiamo, come agnelli ostia, ognora.
Che mai sia annunciato “ite missa est”
alla buon'ora?

Spaesato da una vita.
Se per un attimo, mi ci siedo dentro
e dalla rabbia non mi do il tormento
sento che la vita che tuttavia conduco
è, per lo più, uno strano spaesamento
del quale non vorrei esser membro.
Mi pare guardarla attraverso un buco
piccoli sprazzi veloci, abbagliamento
chiassosi pensieri di moderno astruso
etichette straniere d'istruzione e uso.
Sarà troppo il tempo trascorso dai ricciuti
dai quattro o cinque stipiti chiari condivisi
un garbo, convenuto, largo sui visi
parole e sensi si scolpivano adempiuti
erano vite vere e non sempre paradisi.
Un mondo semplice, lavorato a mano
con decori e orpelli che sapevano d'antico
noti e arcinoti, com'è il dolce rustico del miele
ch'è ricco di zuccheri, dono per l'amico
e s'adopera, da sempre, per la tosse e il fiele.
Or pare debba essere tutto effimero, fugace
non sono chiuso, ma questo non mi piace.

Non così lunga la strada
Vorrei non fosse così lunga la strada
e troppo il tempo perché tutto accada
per arrivare alla fine che attende ognora.
Non ho più fiato, la stanchezza affiora
manca tanta voglia di aspettare
quel che fu fatto non si può rifare
cose da scegliere da poter portare.
Reciterò un pensiero come un rosario
quando sarò lì a quel binario
leggero come fossi liberato
quello d'aver vissuto, d'esserci stato.

Nuvole e bambole.
Ho passato il tempo mio migliore
a rincorrere nuvole
bianche e grige senza contarle
solo guardandole passare
per rubar loro una forma suggestiva.
Pur essendo migliaia di migliaia
stavano tutte in una scatola
una scatola da scarpe, di cartone
insieme ad una fionda
con gli elastici imporriti
una cicca di sigaretta Camel
la prima che fumai, guadagnandomela
un temperino con la lama rotta
una penna a cannuccia, col pennino a campanile.
Buttai via tutto, quando venne lei
temetti pensasse ch'ero un po' infantile.
Ma quand'ella che tenevo in petto
mi invitò nella sua camera da letto
vidi che custodiva in modo agevole
tante e diverse vecchie belle bambole.

Voltandomi di là.
Mettiamo che un mattino, io
mi svegliassi sereno canticchiando
mentre questo mondo sta precipitando
e pregassi ingenuamente qualche dio
per salvare chi di questo certo morirà.
Sarebbe come se, ancora io
fossi sordo a tutte quante le emozioni
non sentissi quante e quali frustrazioni
mi procura quella falsa sordità
voltandomi di là.
Poi svegliandomi in un sussulto, io
che lascio spesso dormire sul cuscino
preoccupazioni e dolori del vicino
per godermi una qualche libertà
mi accorgessi che mi sto solo imbrogliando
non è questo quello che vado cercando
pur con rabbia, voltandomi di là.
Bevo un tazza di caffè alla finestra, io
non può essere questa vita solo funesta
pur se alla radio alla tv c'è la solita minestra
presso un bimbo che va a scuola, l'auto si arresta
e incomincia bene il giorno come voglio io.

PS. Chiedo scusa a F. Mannoia, e suoi autori, per l'evidente riferimento di questa parodia.

Se lo racconti ai figli
Seduto sul davanzale della mia realtà
vedo ombre nebulose indisponenti
come fole di trascorsi tristi, indecenti
che oggigiorno mi velano ogni beltà.

E' un turbamento di mancanza vera
che dall'infanzia fui gettato oltre
morte e distruzione erano la coltre
scapestrata giovinezza una chimera.

Non conobbi in tempo l'amor gentile
di platoniche fantasie non ho ricordo
suggere il capezzolo so, poi lo mordo
dalle stizze di bambino passai alla bile.

E duro m'appesantisce ora il senno
il pensiero ch'io possa aver preteso
dal sangue mio ignaro di restar sospeso
ché dell'età più bella detti nessun cenno.

Spero non gli scorra in vena questa malia
staccarlo dai miei lombi ho fatto a tempo
lui ha corso saltato si dice vivo ed è contento
non sia per non rattristarmi vieppiù una bugia.

p e N a l - (anagramma)
Se si decapitano monti si scavano valli
s'accendono soli lontani e scaldano spiagge
s'infiora e si veste di boschi verdi la campagna
sarà la Sua mano che ci manda un segno
o è il terrore della morte a rubar l'ingegno?

Di nuovo son giorni di preghiera
indirizzate a Colui che si compiace
con la potenza dei visceri terrestri
scuoter montagne, nevi e pure templi
che piamente e con grand'arte sempre
devoti alzarono con sudore e sangue.

Semmai, quale di cotanta pena la cagione
si manca troppo spesso all'offertorio
il ginocchio non si piega sulla panca
l'anima è algida come vetta bianca e
s'è perso il senso di quel perfetto regime
che di suppliche si nutre e d'amare lagrime?

La terra è viva, di vene torride è percorsa
non siam che granuli in questo caos immersi
siam noi la causa del male, siamo perversi.

Che m'importa dell'alba
che sempre scaccia via ogni mio sogno
lungi scappano come selvaggi cavalli
sperdendosi nell'arida brughiera
irta di sterpi com'è il solito giorno.

E' la notte la dimensione che m'è cara
vo alla conquista di turriti castelli
impalmo giovani sontuose dame
sconfiggo con baldanza gente d'arme
son drudo e lo son fin coi coltelli.

E' un buio che fa luce non nasconde
accende fari di pura fantasia
arde sui ceppi accesi l'armonia
tra scogli aguzzi e carezze d'onde
dall'ansiosa realtà lei mi difende.

Ricchi & poveri.
Via dai quattro scheletri a cavallo
han mille paia di scarpe consumate
in deserti e pietraie, per arrivare al mare.
Più di mille monete gli hanno preso
per portarli su carriaggi sconquassati
dei soli pochi panni coperti son partiti
fidando nel fato perché dio l'ha lasciati.
Come animali da macello accatastati
spinti su una distesa liquida che non sanno
nera imbevibile a galleggiare su legni
guardando il nulla intorno con affanno.
Ignari perché la risacca e il maestrale
non porta le parole né i pensieri cupi
che sulla riva alcuni cristiani fanno
quanto temono più di sapere che
alla quiete delle lor case sarà danno.
Un vento polveroso di miseria che
a vortici sconquassa tutto il mondo
alita sulla povertà e con la morte scende
su ricche case ad agitar le tende.

La giusta scorza
In questo caos di canti assordanti
pur tra alcuni suadenti e stimolanti
non trovo nidi per i miei pensieri
che covo e condividerli vorrei.
Ché fare insieme questo marciapiedi
tra gente che si accalca corre e suda
va viene ride scherza impreca e piange
sento odore di vita vera quella cruda.
Ognuno a modo suo cerca ignaro
il calore che langue perché s'è distratto
culla desideri aleatori e fa baratto
tra un pane stracondito o sciapo e
l'amore ch'è bene vitale ancorché raro.
Forse nacqui un dì fuori stagione
avvolto in panni leggeri di cotone
soltanto cielo di nuvole la prigione
così non capii non seppi la ragione
che m'impedì d'entrarne in comunione.
Da tanto faccio strade faccio sentieri
forse non ho buone mappe per andare
a senso ho preso a manca oggi e ieri
ci vuole la giusta scorza per il gelo
o la tramontana spezzerà il tuo stelo.

Avrà lo stesso passo.
Quando aspetti ed è tanto che l'aspetti
son niente i giorni, gli anni e lor difetti
l'immagine iniziale senza freno
perderà smalto ma terrà costretti a
restare seduti su quel treno.
Senza saper mai se ne avrai d'altronde
forse è nascosto e torna in un baleno
il mare non scorda mai che vive d'onde
che l'albero ha la vita nelle foglie
ché la voglia d'amare non nasconde
la voce il viso il riso e le sue spoglie.
Se verrà con tremori alle vene, ai polsi
libererà il pensiero dalle doglie
anche dovessi dir io non li colsi
ti prenderà per mano e da vicino
avrà lo stesso passo nel cammino.

Una bella giornata.
Sarà apatia o solo poca voglia
mi piace arrivare piano piano
anche se il sole alto già m'abbaglia
a quel sedile sotto il melograno.
Anche lui ogni anno ha meno foglia
fiori pochi ma qualcuno stupendo
così resto un po' dell'orto sulla soglia
snocciolo ricordi e annusando attendo.
Da tempo mi par di saperlo tutto
l'angolo a solatio delle fragole
lungo il muro alberi da frutto
le piantine al riparo sotto le tegole.
Ci scorrono pensieri e vanno via
è stata quel che è stata questa vita
ho avuto quel che meritavo, così sia
ho fatto sbagli ma non l'ho smarrita.
E s'allunga ad andamento lento
spesso ripassa un brivido nel vento
allora ho un sorriso e trattengo a stento
un plauso a me, a questo incantamento.

L'ultima corsa
Anche presto, ma vorrei morir stremato
non arzillo, gagliardo appeso al pacemaker
che t'infila dentro il petto un tal dottore
che poi, se corri, cadi lo stesso stramazzato.
Se dev'essere sia mentre vado di carriera
col fiatone, magari, tentennando i fianchi
che importa se ho già i capelli bianchi
e buona l'acqua fresca, senza dir preghiera.
E se dovesse capitare d'inciampare
sarà come quando cadevi dalla bicicletta
ti tiri su, sorridi, mentre lei ... sgalletta.

La Primavera.
Hanno il colore mite come ciclamini
i mille e più mille fiori di susino
sugli alberi di quel vecchio filare
che t'accompagna giù verso il mulino.
Presto le piccole verdi foglie e poi
meraviglia delle meraviglie
saranno color sangue di piccione
a far da sempre silente controcanto
al candore dei mandorli, più sopra
i primi ad andar in vegetazione.
Sul bordo della vecchia carrareccia
coi fitti ramicelli oramai svernati
s'è parato a festa il biancospino
che pare ce l'abbiano piantato.
I merli hanno nuovi nidi nelle siepi
razzolano tra le marcite foglie
bucano col becco quello strato molle
volano via con un lombrico vivo.
In quest'aria ancora troppo fresca
zuppo il terreno di tutta quella pioggia
in questi giorni come fa ogni anno
viene La Primavera con la frasca in testa.

Sperabile italiano.
Sulla spalletta ci sto anche sdraiato
a guardare cielo e sempre tante stelle
e mica perché possa essere affaticato
solo tasche vuote, calzoni e bretelle
è che, quella donnaccia, m'ha lasciato.

Le stavo bene con i soldi in tasca
un cacciucchino con del vino buono
il dolce, una sambuchina con la mosca
una passeggiata a piedi fino al molo
e poi al Goldoni a vedere La Tosca.

Mia madre me lo diceva, stacci attento
quella c'ha le mani lunghe, troppo fini
pare sortita ora ora da un convento.
Sì, quello de' frati in Borgo Cappuccini
che le benedicono con le gonnelle al vento.

Me l'ha messo in tasca, scusa il francese
quell'anno il 1° maggio al Cisternino (*)
andammo a festeggiare ch'era già un mese
che s'era a pane (*) e regalato l'anellino.
Chi le poteva mai reggere tutte quelle spese.

M'hanno detto un chiodo scaccia l'altro
fattene un'altra, tienila a guinzaglio corto
non t'allargare tanto, deve capire chi è lo scaltro
fallo sapere che chi la tocca è morto.
Forse non capisci chi sono, io sono quell'altro.

* località per scampagnate; * essere fidanzati.

Improbabile “livornese”.
Sulla spalletta ci sto anche sdraiato
a guarda'r celo e sempre tante stelle
e mi'a perché possa esse' affati'ato
solo tasche vote, carzoni e bretelle
è che, quel tegame leto, m'ha lasciato.

Ni stavo bene co' vaini in tasca
un cacciucchino con der vino bono
er dorce, 'na sambu'hina con la mosca
'na passeggiata a piedi infino al molo
poi ar Goldoni a vede' La Tosca.

Mi ma' me lo diceva, stacci attento
vella c'ha le mani lunghe, troppo fini
pare sortita ora ora dar convento.
Sì, quello de' frati in Borgo 'appuccini
che le benedi'ano co' le gonnelle ar vento.

Me l'ha buttato in ... , scusa il francese
quell'anno il 1° maggio al Cisternino
s'andò a festeggià ch'era già un mese
che s'era a pane e n'avevo fatto l'anellino.
Chi le poteva agguanta' tutte velle spese.

M'hanno detto un chiodo scaccia l'artro
fattene un'artra, tiella a guinzaglio 'orto
un t'allarga' tanto, deve capì chi è lo scartro
fallo sape' che chi la tocca è morto.
Forze un capisci chi so', io so' quel'artro.

In ogni piega
Quella paura nell'anima
mi riempie in ogni piega
del poco che sempre sono.
E non leggo segni nuovi
che m'aiutino ad andare
anche se ciò ch'è stato è stato
ad acconciarmi un domani.
Come l'onda imperterrita dal mare
morde il basalto della scogliera
fa sabbia dei frantumi
che vanno a riempire il fondo
così i minuti della vita passata
hanno disegnato il mio essere
depositi ormai indelebili e fatali
...forse.

Lo spino nella ferita.
E ancora s'attorciglia alle caviglie
spinoso rovo calpestato e sciolto
con le sue spine amare acuminate
vuole incidere la carne che l'ignora.
Pianta parassita attorno al tronco
rugoso ferito dell'ulivo solitario
che fa passare nei giorni il sole
le nuvole il gelo i propri sogni.
Aveva bacche nere amare come fiele
imprudente per anni ne mangiai
poi ferito al ventre tutte le sputai
le rigetto come storno o corvo ognora
e quand'anche fossero ora d'oro e miele
la ferita risanguina non ne vorrò giammai.

“Come sei bella Roma”
Ce so' passati in tanti su 'sti serci
Franchi Alemanni Vandali e Goti
pe' l'oro perlopiù ma sta malia
che da sempre tutto er monno invidia
nun la possono pi'à, nun va mai via.
Se sfogano a spacca' quello ch'è bello
nun sanno gnente e ce s'ingrifano pure
mai capiranno chedé, sta malattia
eppuro da mill'anni la venghino a cerca'.
Nun lo dicemo ma è tutta 'na magia
la storia del monno ch'è passata qua.

(con licentia poetica)

Aiutalo, Lui lo vuole.
Via mare ché la terra brucia dolente
su barche all'onda senza mai riposo
persa una vita vera perduta gente
e addosso approda a popolo ansioso.

Questi stringe al petto il pane, spaurito
quelli han occhi lustri di fame e malia
avevano case e fratelli, tutto abortito
sta ognun per sé, frustrante antifonia.

Apron le braccia molti e han coraggio
è il cuore che spinge, non c'è abbaglio
corrusco lo slancio, pronto l'arrembaggio
lasciando sulla riva ogni arma da taglio.

Forse è imprudenza, forse sarà male
non si può gettare l'anima nostra a mare
abbiamo appreso e pregato in cattedrale
che senza domandar chi è, lo devi amare.

Il portinaio della primavera.
Quel mandorlo
rugoso sbucciato contorto
lasciato sul margine dell'uliveto
a testimoniare un valore passato
anche questo distratto inverno
azzarda, gonfia i suoi bocci
nei tanti rami ancora capaci
e farà esplodere fiori rosati.
E sarà un'apoteosi di bellezza
quando la sua chioma
tra gli spogli rami addormentati
che gli stanno attorno
parrà un gigantesco bouquet
che il sole dà alla sposa terra.
Ha subìto nel tempo
ritorni di verno dal manto di gelo
che uccisero ogni suo sforzo
ma fu verde di lanceolate foglie
a breve, e se abortirono i frutti
crebbe la scorza, più forte
e fu pronto ad aprire, come sempre
alla primavera che ritorna.

A rodere un tozzo di vita.
Quasi fossero lemming
fuggono la ressa di miserie
e prendono il mare verso altri lidi
che immaginano, sbagliando, più accoglienti.
Le onde incolpevoli ne vogliono una parte
una parte gli stenti, le privazioni, i mercanti
che il pedaggio è alto per ogni liberazione
per la salvezza dalla paura, dalla distruzione.
Indifesi agnelli guidati da feroci famelici lupi
s'affidano ad uno sguardo che gli pare amico
che la serpe velenosa già gli morde il viso.
Ogni bene è bruciato, dal viaggio non si torna
portano con se la voglia di vita, tutta disadorna
neppure una invocazione lancia la gola arsa
a capo chino prega, della tragedia ora è comparsa.

Tremori dal cuore.
Respiro piano sul suo sorriso
mentre ascolto sommesso
la musica delle sue labbra.
Già son caduti ai piedi nudi
gli abiti dopo disciolti i lacci
con lento studiato movimento.
Ondeggia la chioma chiara
come tentacoli d'anemone marina
spettinati profumati, lisci
e son carezze di flabello
sul petto dove s'appoggia lieve.
E le braccia cingono stringono
da far compenetrare i corpi
e le mani trasmettono tremori
come vibrisse che partono
dal cuore emozionato.

Da sommo ...

Profumo di rose
le tue labbra, alitano
parole sommesse
con desinenza 'ore.
E distese di seta
calda morbida sinuosa
s'avvolgono
alle mie rughe assetate
ridestando
nell'humus dei sensi
germogli di piacere.

...a imo.

Le dita ... oh le dita
tremanti per l'emozione
scorrono impercettibilmente
come sul tenue bordo d'un calice
strappando un flebile lamento
che suona dalla bocca godimento.

Obliare.
L' ho tenute strette in pugno
per tanto tempo e in tanti posti
le poche lettere per scrivere
le cose importanti della vita
ferendomi con le unghie
il palmo della mano
ché non me le portassero via.
Ma ho vagato quasi a vuoto
ho il braccio stanco tanto che
le dita si sono aperte e leggo a stento:
O per l'onestà del fare
B per la bontà del dare
L per la lealtà dell'agire
I per intraprendere opere
O come Ora, che non so più come
ché il tempo che avevo è scaduto
per darmi la vita che volevo.

“Homo homini lupus”
Anche se non posso scordare
non voglio per sempre ricordare
vorrei che al fine potessero riposare
quei fratelli che si volle sterminare.
Avevano hanno un dio immane
ad accoglierli lassù ad aspettare
con le sue braccia grandi e consolare
chi solo i delitti dell'uomo può sanare.
Invece voglio sempre ricordare
tenere a mente e mai dimenticare
quell'alieno che dalla porta accanto, osò
e fu capace di sbranare, il suo uguale
fece scempio delle sue membra
come un demone folle, insano
ne distrusse la dignità l'appartenenza
tanto da farne simulacro vano.
Perché è ancora qui tra noi, quella bestia
ne sento il puzzo, l'alito ferale
s'appiglia a vetri aguzzi senza pregio
quali la razza il colore diversa morale
per farsene ragione e condannare.
Non sia mai che la mente umana
labile quando il prezzo venga esoso
s'aggiusti e possa ancor poter pensare
che il male degli altri possa liberare.

L'elisir della vita.
Capita che
il rumore dei miei passi
non abbia la stessa
cadenza ritmica di una volta
il piede sinistro in ritardo
si poggi piano
quasi strisciando a terra.
È affaticato dal peso del cuore
che ogni giorno è più greve
caricato in tutti questi anni
di pene non cercate, capitate
e le poche gioie
non l'hanno sollevato.
Batte ancora gagliardo, tuttavia
e accelera se un alito caldo
da labbra di rosolio
accarezza anche solo un attimo
le rughe del viso, scostando
la saggezza che nasconde
un residuo di rossore.
Ma la sofferenza, non il dolore
che al fondo alberga inquieta
non nel corpo neppure nella mente
pare essere l'estratto della vita.

Il grande incantamento.
Ogni momento un treno va
un treno arriva
nessuna stazione, solo transito.
L'universo col suo azzurro
non è che uno specchio concavo
e l'anima il suo fuoco
dove si concentrano eventi
si scrive lo spettro d'emozioni
le gioie i dolori gli spaventi.
E non si fugge, è deserto fuori
il braccio non riparerà
da quei bagliori
scaldano bruciano o carbonizzano
ogni moto del cuore.
Ardere continuamente
alimentando ogni momento
è la ragione d'esser vivi
perché non si consuma
è fuoco perpetuo il sentimento
e il premio è l'esistenza, sfuggirgli
è spegnere il soffio vitale.
Nulla è più grande
di questo incantamento.

E se ... “Dio è morto”
Da tanto tempo ormai
forse da sempre
è voltato dall'altra parte
per lo sgomento o l'orrore
che gli improbabili suoi figli
spargono da millenni
in questo mondo, ad arte.
Forse ha perduto la forza
per diluvi o cataclismi universali
per punire reprobi e perversi
la potenza della fede, illuminata
cauterizzante tutti i nostri mali.
Ora son giaculatorie interessate
una gara al più grande sfavillio
di guglie, campanili, minareti
simboli della potenza solo terrena
scudi dietro i quali s'armano le mani
che pare la morte il dissacrante voto
ad accomunare la vita degli umani.

Una meteora infinita.
È dell'universo la vita
l'attraversa e poi, come la cometa
che non è solo splendore
anche pietre, guglie di gelo, neve
si tuffa nel buio, scomparendo
nell'incognito profondo.
Forse a solcare altri cieli
a meravigliarsi d'altri esseri o genti
o a dissolversi in una nube di polvere
o consumarsi nel calore d'una stella.
Ma lascia di sé il ricordo o
lei lo custodisce di noi, ché
torna a passare nel cielo
come miraggio mirabile o fosco
con altro segno, un'altr'anima
a risvegliare aspettative e sogni
per bellezze diverse, paure, grazie.
E c'è quell'attimo per viverla
nel girotondo continuo:
balocchi luccicanti si buttano
nell'attesa di acquistarne di nuovi
per riprovare l'ebbrezza del dono
da fare o da ricevere e continuare.
All'infinito, forse ...
Domani la luce del sole
sorgendo da sempre, di nuovo
libererà i colori custoditi
nei petali delle rose.

La cometa.
Quando capita di vedere
una stella cadente, una cometa
per la frazione d'un secondo
il cielo intorno pare scomparso.
C'è solo quella sottile lama
lucente, dura meno d'un respiro
ma nello stesso tempo è folgore
di ricordi che lampeggiano e
la rincorrono ... via.

“Mo v'ene Natale ... “
Non lo voglio saltare
ma non l'aspetto mai
il Natale
perché mi ferisce ogni volta
l'inutilità del suo avvento
degli anni passati.

Ad ognuno gli auguri più sinceri per la realizzazione delle proprie aspettative.

Lei & Lei
Lei vorrei venisse a me
come fa quella che amo
dolcemente brava, sensuale.
A vivere intenso il momento
l'emozione dell'ultimo piacere e
poi, mi indicasse la strada
per l'altrove che mi tocca
dove non può seguirmi.
Come quand'io nell'abbandono
guardo Lei andar via dall'alcova
nuda, sorridente e serena
ammiccando al profumo di caffè.

Il giorno dei defunti.
Vado solo al mio cimitero preferito
pur se non c'ho nessuno seppellito
è quello d'un vecchio borgo
in mezzo alle colline abbandonate
tombe a tumulo in terra, appena segnate
che la gramigna ha quasi cancellate.
Mi piace così, perché sa di morte
nessuna lastra di marmo levigato
una croce di quercia o d'ardesia
col nome semplicemente inciso
modesto come chi l'avea portato.
Ci trovo più me che loro
andati altrove ormai da tanti anni
che mai potrei dirgli...voi chetaste i vostri
io ci vivo ancora coi miei affanni?
Non amo tutti i fiori veri e finti
che vanno arredando tombe d'oggigiorno
perdo il senso del tempo, del mistero
che cerco prima qui, dell'altro mondo.
Ci vengo lontano dalla ricorrenza
quel giorno certo qualcuno qui ci passa
porta fiori lumini, taglia l'erba
per sentimento, dovere o riverenza
almeno una volta all'anno
“ognuno a da tene' chesta crianza”

Cercare l'amore.
Cercarlo, è come fa il compositore
chino mai stanco sulla sua tastiera
rincorre quella nota, quell'accordo
per rendere perfetto il movimento
che da tanto gli sta bruciando dentro.
Quel sentimento che non c'è stato ancora
forse era vicino, accanto, ma non s'è posato
quello che non sapevi ma che hai cercato
e da sempre vaga nell'anima senza aurora.
Ch'è sembrato lui, quasi ogni volta
riempiendoti il cuore d'entusiasmo
per lasciarti poi quasi sgomento
incurante delle pene e d'ogni spasmo.
E dev'essere bellissimo, lo dai per certo
pur se si divincola, fugge, non t'ascolta
le dita della mente lo sfiorano ognora
è tutto un'emozione nuova ogni volta
come un bisogno d'aria sempre ti spinge
a lavorar di lena al tuo miglior concerto.

“...ma che colpa abbiamo noi.”
Mi pare s'arrossi
l'acqua del mare
quando ci sciacquo le mani
eppure voglio lavar
solo la rena.
E la stessa tinta, m'accorgo
si spande attorno
ai corpi giocosi dei bagnanti
e nessuno versa vernice
qui di giorno.
Ma ho del rosso, indelebile
nella mente
ce lo mesce la cronaca, la vita
delle tante crudeltà
della tante povertà e miserie
una galassia di dolori, infinita.
E sui flutti corre disperata
pe'i flutti, nei flutti ci s'annega
la trista umanità, che di lontano
per mera salvezza va
e un quieto approdo anela.

Treno a ... pensieri
Nero come il carbone che bruciava
il vecchio treno andò fuori servizio
quando sognavo di montarci sopra
andar lontano oltre ogni precipizio.
Si portò via quei sogni dell'infanzia
legate a scorribande irrealizzabili
laggiù, in praterie sempre distanti.
Misero in linea un mostro grigio topo
senza eleganza né personalità, quasi
un ragazzo cresciuto troppo in fretta
era potente certo, di cavalli a cento
per trasportare merci e gente sudata.
Non mi piaceva partire su quel coso
avevo in sogno un destriero bello
di carne o ferro, irrequieto focoso
fatto da mani sapienti, un gioiello
e lo lasciai passar tanto era odioso.
Passò anche quello col muso aguzzo
che ero ancora lì sotto la pensilina
sul Marciapiede 1, quello importante
dal quale un viaggio vero si declina
ma non ci salii, sempre qualcosa contro
non mi si acconcia mai un vero bisogno
cambia la prospettiva giorno per giorno.
Neanche le rotaie sono sempre quelle
senza capo ne coda se non ci stai attento
come capita a me col mio scontento
e da sempre resto a imbambolar le stelle.

Neanche quest'anno (incertezze)
Prendo giù ogni volta la valigia
ogni volta che voglio partire
dal suo scaffale polveroso e
c'è sempre dentro qualcosa
un di più che c'avevo lasciato
l'altr'anno che volevo andare via.
Ho preparato tutto lì sul letto
e in ordine ripongo questo e quello
non manchi un libro, dicono tutti
porto lo stesso con cui ho più affetto.
Uno sguardo d'insieme mi basta
aggiungo quella busta spiegazzata
anche ingiallita dalla luce presa
per averla tenuta sull'anta fissa
della vecchia credenza di cucina
da quando inattesa m'è arrivata.
L'ho aperta mille volte e mille letta
ormai la so a mente e tuttavia ripenso
quando l'ho in mano per metterla dentro
se “ti voglio vieni da me, sempre ti penso”
dopo quarant'anni abbia un senso.
Pensieroso mi dilungo, bevo un caffè
è di nuovo ottobre fuori, cadono le foglie
piove, che brutto tempo fa quest'autunno
magari ci vado a maggio, quando è bello.
Disfo lento la valigia una volta ancora
metto la busta al suo posto con rispetto
e lei d'amarmi, in fondo, non l'ha detto.

E m'ha punito, il fato
Seduti vicini, stretti abbastanza
sulla vecchia panchina grigio ferro
nel parco verde della Rimembranza
lei quasi bimba ma non per gli anni
io più grande ma solo per gli affanni.
Timidi dolci approcci d'emozione
lei mi pareva un fiore da sfogliare
ora m'ha detto, quarant'anni dopo
ch'era già pronta lì per farsi amare.
Non colsi quella rosa e cieco il fato
mi condusse in un altrove purché sia
dice m'ha trovato solo per caso
io ho sentito commozione, nostalgia
lei voleva dirmelo e poi andare via.

Acqua a catinelle.
Non è questa la pioggia che cadeva
né queste le nubi da cui pioveva
seppure bagnava, eccome bagnava
era avvolgente e dolce, rinfrescava.

Non avverse sfortune le armavano
a mitigare ardori in giovinezza
gocce sulla faccia rimbalzavano
la forza d'ignorarle era fierezza.

Non penetrava mai giù fin nell'ossa
forte il cuore come una pompa spinge
il sangue nelle membra alla riscossa
tanto brami il futuro che dipinge.

Ora son cupi i nembi, fredda la piova
pure il miglior pastrano non ripara
consunta la spinta non si rinnova
senza la forza la speme è ignara.

La falda è zuppa sul bavero alzato
il mare si rovescia sulla riva
un gabbiano sfiora l'onda, è passato
si porta via lo sguardo della vita.

Malinconico autunno.
Sul far della sera, quando
muoiono i suoni del giorno, resto
ma si tende l'orecchio, ignaro
cercando di sentire bussare
a quella porta chiusa, ormai da tanto.
E vado alla finestra, muto
vuoto lo sguardo
che segue il vento raccogliere
nell'angolo remoto del giardino
povere morte striminzite foglie.
E quella rosa spampanata, dondola
nel vaso di coccio sul balcone e
si lascia strappare i petali di ieri
più non s'oppone
come fo io, senza saperne la ragione.

Bandiere toscane.
D'antico motto è bistecca “alla fiorentina”
tagliata dal lombo d'un bel vitellone
della famiglia nobile chianina
la coda va semmai sotto il cupolone.
Non ci dev'esser trucco manco inganno
scende a filo d'una costola il coltello
e taglia lungo la prossima il nodello.
Se ha il giovenco giusta età e giusto peso
ci darà quel ben di dio non sua sponte
frollate all'uopo al fresco, beninteso
fette da carati ottocento a più di mille
e senza condirle alla brace pronte.
Una carezza di Vulcano da una parte
un altra chiuderà il sangue da quell'altra
poi ritta sull'osso a T giusto il tempo
per imprecar qualcosa sul maltempo.
Non troppo n'è troppo poco dice il verbo
s'ha da fiaccare al dente solo il nerbo
ha da mantenere il cuore color rosa
come le guance accese d'una sposa.
E poi che morbida succosa tu la curi
con una presa di sale che il gusto esalta
darai perché il morbido si spanda e duri
qualche goccia d'oro spremuta dal frantoio
ti scenderà giù per la strozza come rosolio.

Scoprir nella fralezza la bellezza.
Sono roventi oppure scivolosi
i gradini che da sommo a imo sali
o scendi, ogni giorno della vita
e solo brevi tratti di ringhiera
per un respiro profondo e ristare.
Perché non aspetta quella tua storia
che hai in mente di dire, raccontare
è nel flusso del sangue, nell'anima
che dentro alberga e lì non vuol restare.
E non sono giusti i sentieri piani
tra colline verdi e prati fioriti
ciottolati antichi di vecchi borghi
filari di cipressi ai casolari
che la voglia di bello può fermare.
Affonda ciascun giorno nel cascame
spesso nasconde tracce di bellezza
oltre consunte esaltazioni umane
non diamanti di grande lucentezza
ma pianto disperato di chi ha fame
il grato sorriso dopo una carezza.
Così quando fosse greve esser vivo
non c'è vera gioia là dove la cerchi
ti scopri facile a compassionare
ché non c'è misura nella fragilità
non ha certo misura la bellezza.

La siesta nel meriggio.
Quando il sole martella il galestro
tanto da farlo fendere, scricchiolare
e sfogliare in lamelle fragili sottili
che prendono giù dal banco a scivolare
intorno non c'è che una lucertola verde
inerte per il sangue freddo riscaldare.
Certi arbusti chiudono le foglie a ombrello
e la cicale buca quel silenzio, come fa
l'artigiano operoso col trapano nel legno.
Primo meriggio nella campagna assolata
il bracciante riposa dietro il covone
le massaie discinte sonnecchiano un'ora
sulla paglia stesa a terra nell'androne.
Muta la trebbia per non turbar la pace
l'afa comanda queste pause antiche
tutto pare fermarsi invece aspetta
per ricominciar di lena, perciò tace.

'fanculo i cani
Ieri era sabato, il terzo
che le tengo il cane
ed è la terza domenica
che lo viene a riprendere
ed io che aspetto La risposta.
Ho speso una cifra in vestaglie
quella di stamattina è seta cinese
l'acqua di colonia delle meglio
ma se, come l'altra, mi chiede
Rostand ha fatto la cacca?
e sculettando se ne va via
giuro le tiro addosso il sacchetto
per sporcarLe tutta la giacca.

Un altro triste Settembre.
Non è più solo tempo di vendemmia
di ricorrenze tristi s'è riempito
nel mondo va tante lapidi scopre
ogni anno le vittime ricontare.
Caddero come pampini di vite
il frutto al mondo già l'aveano dato
come lo zucchero d'uva si fa vino
quel sacrificio un dì parrà divino.

Di fiore in fiore.
Primo amore lo fui spesso
che correva giovinezza
di curiosità e bollori vari
alla ricerca di un'ebrezza.
Ci s'andava per le spicce
con beata ingenuità
tutto quanto era bellezza
e baciando qua e là.
Mi promise il mondo intero
la più vispa, la più bella
e io dietro da “giocondo”
per la stretta con l'ascella.
Più è crudele e più mi piace
lei andò via, lesta dicendo
ciao amore, datti pace.

Incontenibile sul ciglio
Quel piccolo dolore proprio lì
nel margine interno delle palpebre
quando non vorresti piangere
punge ma non lo puoi sopire
perché irresistibile da dentro porta
quello che in altro modo non sai dire.

La pioggia
E questa pioggia fitta
rumorosa, insistente, interminabile
dopo appena un minuto
entra nell'ossa come una condanna
ti raffredda e bagna
fin nel cavo dell'anima dove resta
per evaporare soltanto
al calor d'un bacio, di una carezza.

Come giunco nel vento.
Mi piego facilmente, sempre
incerto su cosa essere o fare
e se l'angoscia non vinco
trovo sostegno nella mia paura
ma quando sarà colma la misura?
Dove potrò trovare il giusto inferno
ché nulla c'era in chiesa o in processione
così chiuderò il conto in rosso, però sia mia
la risata di seppellimento, in conclusione.

Il sangue sacro legame (l'anima).
Il fragore dell'armi ha rubato
il suono alle campane
lo sferragliare dei cingoli
ammutolisce la voce al minareto
il pianto muore nella strozza inane
madri gridano mute quel dolore
e nel silenzio assordante atroce
passa la morte con alito indistinto
lorda di sangue rosso, un solo colore.
Si narra, ma non può esser quello
il legame che l'uomo a dio tiene avvinto.

1
“Amor, ch'a nullo amato amar perdona”

Era là dentro assopito, quieto
col tempo l'avevo quasi scordato
solo ogni tanto lui alzava il capo
quell'antico amor che fu incompleto.

Ora s'è risvegliato ed è bramoso
vola sino a te, del cuore una magia
non ci sarà spazio per una bugia
come un vulcano or lo sento esploso.

Viene tra il chiaro e l'ombra della sera
quando si può stagliare controluce
tende la mano ed a lui conduce
e senti un canto ch'è di primavera.

E trovarti dolce, consenziente
promessa di baci e di caldi abbracci
mi libera, ci libererà, di tanti lacci
per darci una all'altro totalmente.

2
“m'ha preso di (costei) piacer sì forte”

Quando il fato s'appollaia
sull'anima indifesa d'amore
e mille e più fragori squassano
il più semplice sincero sentire
se hai perso colui che amasti
perdonerai chi non t'ama più
così l'amor che fu ritroverai.

3.
“che, come vedi, ancora non m'abbandona”

E' la speranza che t'attizza il cuore
pur la paura del fato corre dentro
a noi sordi alle minacce e al rumore
pareva d'afferrare il firmamento.

L'amore è come nenia serotina
è dolce suadente entra nelle vene
anche brillante brina mattutina
può liberarti a volte dalle pene.

La persi, avevo creduto a tutto
non c'è scampo per un'anima bella
volli vedere il mondo e fu distrutto
amore e m'assilla ora da una stella.

Declino d'estate
Ancora la pioggia
ha fatto già del verde
tra la seccia
dritti i cipressi ristorati
dondolano lustri e cupi
nella sera.
Il vomere rovescia le colline
l'umido riluce sotto il sole
larghi e potenti torsi loricati che
tra le maglie alloggeranno il seme.
La tortora raccoglie quel che può
l'aspetta lontano un altro sito
non tuba più ha fatto il sui destino
partirà tra breve con il suo pulcino.
Le rondini s'imbrancano
sfrecciano sui tetti, rasentano le ripe
fanno provviste, pure il loro viaggio
andrà del mare grande oltre le rive.
Lasciano i nidi muti come pertugi
a fil di tetto come tant'occhi scuri
spalancati ad ammirar le stelle
emergere ammiccanti dagli spazi bui.

Un acquerello d'azzurro nuovo.
Sempre lo faccio. Apro distrattamente
la vecchia scatola di latta dei biscotti
dentro cui tengo da una vita, una lente
una conchiglia, un osso di seppia
un temperino, un paio di denti rotti.
E d'incanto due occhi azzurri chiari
messi in cornice da capelli neri
salgono per venirmi in mente, che
ormai li carezzavo solo blandamente.
Questi mi parlano da un viso dolce
un poco mesto, ma non rassegnato
coi i segni della vita che ha passato
un frutto maturo che il cor mi molce.
Ed è tutto un rincorrer di pensieri
una voglia struggente di tornare
a quei momenti a quei dolci sentieri
a quella emozione forte che provai.
M'ha sorriso appena ma era quello
di quando ci lasciammo lì sulla panchina
una tristezza in due per quel disegno
che non sarebbe diventato un acquerello.
Adesso ho più pennelli e colori nuovi
sul cavalletto un'altra tela per la vita
ho fatto tanti primi schizzi a matita
di lei bella, col labbro che le trema
un cielo sarà, di seta azzurra che rinnovi.

“...che si fugge tuttavia”.
E noi stavamo avvolti da sussurri
nel buio complice di portoni dove
le nostre nudità erano delizie
senza pensare mai alle vergogne
ficcate sempre nell'occhio cisposo
del pregiudizio che intorno incombe.
E n'uscivamo più ardenti ancora
di quella passione appena smessa
gagliardi della forza ch'è innata
compagna di gioventù come promessa.
A infrangerci in quella luce fiacca
di moccoli consunti senza vita
d'un melenso quotidiano andare
tra le righe scolorite di quel testo
preparato altrove da millenni che
a viver segregati da noi, sempre c'invita.

Estate.
E allora vattene
non hai disfatto il letto
non un rivolo di sudore
d'arsura
tante promesse di sole
sulla sabbia insieme e
dopo nel mare la frescura.
Irrequieta
sempre pronta per andare
quasi stessimo qui
dove da tanto ritorniamo
a farci di tramonto
per trovare il coraggio
di lasciare.

Quando e se ... t'incontro.
Quando attraverso gli occhi
porto cose di lei al cuore
e assaporo, senza labbra
tutto il loro dolce succo
non ascolto le parole taglienti
su come dovrei essere
e non sono.
Spigolo petali lievi
pretti e lucenti
dalla sua bocca fiera
vellica il mio pensiero
l'angolo rivolto in su
del suo birbo sorriso.
Si sciolgono croste incallite
del quotidiano andare
mi beo del mio piacere e
non me ne cale
se le scarpe mostrano chiare
tutta la strada fatta a camminare.

Questo non è un mondo per vili.
Vorrei castrami questa mia paura
di voler dar fuoco al mondo, fossi dio
ché non sopporto più questa lordura
di sangue sempre fresco e non è mio.
Sono inchiodato all'inerzia comune
verso miserie che sono di un altrove
seppur il vento che a tutti è comune
porta di quel accade tutte le prove.
Potrebbe essere la guerra della vita
se levassimo gli scudi verso lo scempio
lasciando un po po' di sé là per la via
ché non si combatte con il vile l'empio.
Mi grido addosso per svegliarmi un poco
m'inginocchio anche e non lo facevo più
vorrei metter freno a questo sporco gioco
farlo si deve non verrà nulla di lassù.

I giorni che devono passare.
Ci sono giorni brevi oscuri, quando
potrei morire senza accorgermene
altri dove chiara luce perdura
oltre il calare della sera e notte.
Mi chiedo, quali vorrò alle spalle se
i primi vanno senza vera pena
lasciando sulle palpebre la pace o
questi altri che trafiggono le ciglia
di spilli roventi, portando al cuore
conoscenza, è vero, ma tormento (?)

Cinquanta grani di memoria.
Mi bruciava le mani
quella corona di corniola
cinquanta puntuti grani di rosario
che m'avevano donato convinti
che dovessi snocciolarlo per pietà
su quel candido avello al cimitero.
Invece mi venne di strangolarci
colui che s'era presa quella vita
ch'era intensa geniale creativa
generosa amante della passione mia.
Ma non ho più forza per odiare
s'è sfilacciato quel pensiero ormai
accarezzo mestamente queste pietre
nello sfumare della sua immagine
e cinquanta volte lo ripongo ancora
nel cassetto dei cimeli a scordarla mai.

Al mare con la bicicletta nuova.
Col braccio poggiato sul manubrio
sedeva sulla canna della bicicletta
con l'entusiasmo della novità
avrei spinto entrambi sulle rampe
del Monte Rosa fino sulla vetta.
Compagni di un'allegria chiassosa
dentro la brezza che le spettinava
quei lunghissimi capelli come seta
e il profumo di sciampo inebriava.
S'andava così tutti alla scogliera
a far bagni di sole, allora si diceva
nell'acqua fresca a scambiarci carezze
con l'astro quieto che piano scendeva
mai troppo lento ad arrossar la sera.

Linea Blu, fermata 36.
Sarei rimasto lì sempre all'infinito
aspettando l'autobus a quella fermata
sotto la pioggia che tamburellava
il tetto giallo della pensilina.
Stretto a lei dallo stesso trench
tipo detective con la mantellina
abbottonato attorno alle sue spalle
impacchettati come manichini.
Abbandonata a me che la serravo
morbida stretta e senza fare un fiato
lei sorrideva zitta non faceva motto
mi riempiva di baci con lo schiocco.
Ma le sue mani, oh sì quelle sue mani
e quel muoversi voluto lentamente
accelerava il cuore da farci ansimare
c'impazziva, complici i sorrisi della gente.
Ora vorrei fosse per caso, capitare lì alla 36
della Linea Blu per Via della Stazione
ma poi m'accorgo senza alcun bisogno
di far lo stesso tratto irresistibilmente.
C'è sempre gente a quella fermata
siede sulle nuove panchine in trasparente
ma non c'è brio, nessuno si saluta
si guarda intorno con fare indifferente
al più tendono la mano dentro il guanto
ed io ricordo noi, sorrido mestamente e
passo oltre, stringendo in gola il pianto.

Stilettate di .... SE
Se la palpebra si bagna per
Incantamento o Meditazione (*)
Se posso sempre commuovermi
al pianto di un bambino lacero
S'è struggente una madre affranta
sarà fralezza, sarà inquietudine?
Se non sopporto questo mondo
che m'avvelena i giorni e
Se non l'uccido con la bellezza
lascerò che mi perda per sempre?

* brani musicali.

Se ... (cose così)

*
Se fosse la giustizia la musa
che tutto il mondo governa e muove
al bene avremmo l'anima schiusa
che l'albe lustra e sempre fa nuove.

*
Se attraversando frasche di bosco
grondanti pioggia appena cessata
vorrai lasciarti bagnare il viso
gioia di pelle appena passata
la solitudine è paradiso.

*
Se t'accorgi d'essere come tutti
vai a specchiarti a fondo, guardati dentro
se non trovi mare aperto e alti flutti
vivi in un universo senza centro

*
Se resti come un chiodo acuminato
se mai tu lo infiggerai veramente
se solo resta nella mano armato
se nulla farai così eternamente
se resti, sarai solo e non salvato.

Creatività (dell'anima e le mani)
Quando il retaggio
di cose fatte con le mani
circola la mente come un sogno
scorre sottopelle una voglia
d'inventare, quasi un bisogno
di rendere tangibile, concreta
quell'emozione che t'ha tenuto sveglio.
Allora mirabilmente sboccia
una creatura che porta le tue impronte
che t'assomiglia tanto, te traspira
e se l'ascolti, canta.

Quanti anni avrai.
Capita d'avere meno anni
di quelli che ti danno
tu li conti, gli altri che ne sanno.
Eppur si vede, si legge
come gli anelli d'un albero segato
scritti negli occhi spenti
nelle pieghe del labbro, raccontato.
Ogni ruga, ogni grinza
ha una storia dietro
le puoi separare una dall'altra
usando la memoria come pinza.
Ma quando si distendono
quando s'inarcano le labbra
senti perfin l'odore di quell'anno
furono baci, tra sospiri e affanno.

Etna
Quando davanti al buio della notte
t'appare quell'ara dal braciere spento
dal quale improvvisa pullula una chioma di lapilli
dietro un boato che scaccia anche gli uccelli
parrà un grido disperato represso a stento
che dai visceri sale, dalle ascose grotte
e par contorno perfino il firmamento.
Si fa di rosso vivo ogni orizzonte
la fronte, il viso, penetra nell'occhio
fino ad illuminare pensieri altrove;
ti senti grande, come lui è immanente
poi t'accorgi d'essere indifeso, senza dove
e non sarai più quello che eri, quasi niente.

Lunatamente
Mentre raccolgo i suoni della sera
che dalla natura intorno portano la quiete
s'accende una una finestra e l'altra segue
come le note mute d'una canzone vera.
Sale su nel cielo che s'imbruna
lenta, maestosa e va lunatamente
la lampada cornuta a rischiarare
in angusti cortili, scene di mille grigi
silenziosamente.
Poi saranno compagni nella mente
il chiarore del giorno appena smesso
e l'ansia per il buio già incipiente.

Anestesia.
Riempio della solitudine
le mie giornate di parole
da subito, appena aperte l'ante
col bello o brutto tempo mi consolo
e di belle non ne so poi tante.
Riescono a tener distante ancora
il lezzo di quella nequizia umana
che dagli insepolti laggiù promana
che nulla tanti e tante l'addolora.
Come dolce anestetico, ahimè vano
ad ingannare il dolore della mano
che debole ormai, rattrappita, inane
più non sa brandir daghe spartane.

Straniero che vieni di lontano
Ti son passato sopra nel tempo
a casa tua ho preso tesori
in cambio di quisquilie colorate
insegnandoti il modo di servirmi.
Supponendo non sapessi credere
né come vivere adeguatamente
t'ho accecato con il mio sapere
delle mie bellezze luccicanti.
E ti ho attirato qui sin da lontano
sui lisci gradini della casa mia
sul sagrato della mia basilica
che si leva sul mio orgoglio
e sulla fatica anche di chi
ignaro del perché ci perse la vita.

Rullano tamburi a oriente
Verrà il tempo
in cui i pesanti silenzi
accatastati a difesa
come massi sull'avello
s'imbratteranno di sangue
più di quanto già non sono.
Presto di lontano un vento
pregno dell'acre lezzo di morte
che gli esotici profumi d'oriente
non riescon più a coprire
scompiglierà le nostre chiome
pettinate e tinte.
Si raserà il crine alla miglior forza
per calzare l'elmo a difesa
del castello della nostra ignavia
e il tremare dell'ossa della casa
forse dirà quanto non basti
chiudersi in città d'oro
di alte e possenti mura cinte.

Aspetto seduto e lontano
Forse è il vuoto
quello che aspetto
il niente della mente
dove neppure refoli
di vissuto, di esperienze
raggiunga il cuore, che
con un battito al giorno
lentamente porta lontano
a quel luogo dal quale
non si fa ritorno.

Il randagio mordace
Sento un cane dentro
un mastino feroce
che mi morde il cuore
che non mi da pace.
Seppure amavo e amo
s'agita, ringhia
e per tacitarlo mi tocca
stringere la cinghia.
S'è accucciato in me
che stavo male
avevo mille pesi nella mente
sbattuto, infreddolito
incapace di prendere
il giusto posto tra la gente.
Ora ho un'altra stagione
allora via da me, intanto
cambio questa vita
anche se mi resta poco tempo.
Privandolo del suo vero alimento
quel pasto vile che lui predilige
la paura, l'amor di sé soltanto
gli toglierò così le guarentigie.

Albertazzi TV Albertazzi
GiorgioAlbertazzi, mi trasse fuori
da insulsi passatempi di ragazzi
quando mi prese il cuore e la mente
mi liberò dai miei molti imbarazzi
e un ramo verde da nulla fece fiori.
M'avviai così col secchio vuoto
nella vita che stava lì davanti
passarla a salti oppure a nuoto
un giorno dopo l'altro anche tanti.
Presi gusto a far sogni di parole
senza curar, ahimè, fossero tonde
sperai la strada facessero da sole
dall'aria o dal mare ad altre sponde.
Così ho vissuto e non mi lamento
il secchio non si riempie mai davvero
la ricerca conta, l'attesa dell'evento
colma il cuore e l'alma per intero.
Lo ritrovo per caso, recondito lo spazio
dove declama, argomenta, illumina
tal quale faceva allora in epitaffio
e ancora il suo prologo m'abbacina.
Non ho ricordo più di quei ragazzi
me li schiodò dal cuor GiorgioAlbertazzi.

Nota:
L'inossidabile artista, attore, studioso, l'ho visto ieri su RAI 5, protagonista e autore, credo, di uno spettacolo cultural divulgativo sulla poesia, come teneva in una serie di più di 50 anni fa. Affascinante, ora come allora.

Fumo di sigaretta
Perdo un sogno ogni tanto
si dissolve come il fumo d'una sigaretta
mi lascia come fosse una disdetta
come nulla si rompe quell'incanto
mi lascia disperato un po' soltanto.
N'accendo un altro, intanto
con una stella del mio firmamento
quattro boccate e poi l'espiro
il fumo sale su negli occhi lento
è certo dal bruciore questo pianto.

Diversamente luna
Ho sentito una voce
chiamarmi alla finestra
era la luna
stagliata nel blu fondo
irretita dai rami spogli
di quel vecchio noce
ritto su quella proda
gialla, di fiori di ginestra.
M'aveva appena detto
al cellulare
hai visto su nel cielo
luccica di luna anche il mare
non vieni e allora vado da sola
come una volta, a passeggiare.
Ci tenevamo per mano
senza parlare
ognuno nei suoi pensieri
volti diretti altrove
un posto nostro dove andare
lontano o prossimo
per non ritornare.

Certo passato non muore
(Falcone & Borsellino)

Non mancheremo alle celebrazioni
metteremo un'altra corona sull'avello
ascolteremo bellissime orazioni
nuove lapidi affiggeremo ai muri
e nessuno, nessuno, ci scommetto
avrà il coraggio, eppur lo pensa
di confessare il suo imbarazzo
perché da allora, nonostante il tempo
nulla è cambiato, cambia, c'è speranza
che non occorrano ancora eroi
necessari a tacitarci la coscienza.

Non volli l'infinito
M'ha commosso, leggendola
eppur l'avevo odiata anni
voleva la imparassi a mente
il maestro Randi
ed io ribelle, niente
facevo il caparbio, impenitente.
Lessi del Sommo altre sue, dopo
da grande, ma quella non volli
temevo d'esser un incoerente.
Guarda tu quella volta
quanto fui ignorante...
me lo dicevan tutti
è bella...è importante
capirai che pathos in quelle rime
immagini e metafore sopraffine.
Certo non vale rimuginare tanto
persi un'occasione, anzi diverse
d'ogni sorta, non quella soltanto;
ci son cresciuto in quella pelle rozza
ho dato più che preso, non importa.
Ora ho più tempo, non per rimediare
fare ciò che non feci e cominciare
a rifare sogni, nubi e venti cavalcare
che m'è dolce naufragar in questo mare”.

Una casa senza tetto.
Porterò un cero alla Madonna
se questa spina che mi punge dentro
toglierà, finalmente, dal mio petto.
Senza requie m'aggiro torvo
da quando, deluso, irato
scesi, senza voltarmi, da quel letto
che s'era fatto un rovo
un nido di livore, non d'affetto.
E sono lacrime, spero piova
quelle che corrono sul viso
non serve fare altro, andare via
o su pensieri profondi stare assiso.
Non lei, mi manca, quella vita
passo i miei giorni
a guardar giù da un parapetto
cerco di capire quanto voglio
che torni o non ritorni, cosa aspetto;
alle volte, pur se m'imbroglio
sento d'essere una casa senza tetto.
Delle stelle in cielo godo l'abbaglio
una pausa, come l'onda stracca a riva
un ricordo, un lampo, uno spiraglio
ma sono legato a quel tempo, ho nostalgia
di quell'età, che consumata tutta
mi lascerà cavo come l'apatia.

E ...
E la vedo venire, benché occhialuto
la canizie che conquista il capo
e sento una fragilità dei sensi
quando mi appresto a salutare il giorno.
E le labbra, seppur secche, aride
hanno tuttavia sete e voglia
d'un sognato. Sporgono dalla bocca
hanno tremato, di parole appassionate
tra un bacio e l'altro pronunciate.
E il turgido fiore d'un caldo seno
come una beatitudine celeste
sfiorare appena ancora vogliono
consolando un cuor che batte appieno.
E le mani, più lunghe e magre
lisce, delicate, quasi femminee
hanno polpastrelli sensibili, memori
delle carezze cui erano abituate.
E ancora colme di sapienti vezzi
cercano setose chiome fuggite via
lunati fianchi percorsi a memoria
attimi infiniti d'un'antica malia.

Una volta ancora
È stato bello
come sempre quando
è lei a cominciare.
Ora sta lì distesa
come sulla sabbia di savana
appagata e assente
non so quanto lontana.
Distrattamente sfiora
la mia mano, appena
il tocco d'una falange
sulle dita
per dirmi siamo qui
lo vedi...
non è mai finita.

La vita ch'è elle cose.
C'era una volta...il legno
che dai boschi sul monte
per le mani callose dell'uomo
finiva in letti, tavoli, credenze
che il tempo li faceva di famiglia
e alcuni pezzi poi, andavan via
con chi sposava, fosse figlio o figlia.
Dopo è stato tempo di moderno
lustro squadrato senza nodi e venature
e quelli son finiti giù in cantina
nella polvere, le muffe e spesso tarli
o ripostiglio di cose vecchie
oggetti da metter lì senza spostarli.
Ma c'è qualcosa di nuovo nell'aria
anzi d'antico. È rumor di bottega, pialle, scalpelli
profumi d'olii, essenze e trementina
vengon dall'antro d'un mago innamorato (*)
di cose che abbiano un passato.
C'entra una credenza sporca miserina
lui ci mette l'arte che ha, che sa
e quella rinasce, pare una regina.

* Dedicata a Emilio Maniero, artigiano del ferro e del legno, di memoria antica.

Se nevica scriverò di pace
Squamo parole dalle mia tristezza
alcune vanno leste altrove ognora
altre son lustre, brillano d'incanto
non l'ho cercate, vengono, soltanto.
Sono quelle che fanno compagnia
nella scatola buia ch'è la vita
c'era messa dentro una fortuna
pareva al sicuro, ma è volata via.
La strada più lunga è cercare
tra mille curve e molte più salite
una fonte, alle volte, dove bere
le luci sullo sfondo son clarite
e tante speranze, poi, non sono vere.
Resterò appeso al ramo, quest'inverno
ho un cappotto di sogni per compenso
se nevica, scriverò di pace, in un quaderno.

(da il IL TIBURTINO, Aletti Editore - libro in pubblicazione)

“Stand by me”.
Cento volte m'è parso
ti fossi avvicinata qui, accanto
e subito vedevo le tue spalle
mentre te ne andavi in altro canto.
Non ho saputo dare affidamento
a te solare fierezza, clarita stella
che bella passi tutto il firmamento
sfiori la fronte a questo oppure a quella
tal che sarà parso insulso il mio tormento.
Ho cantato a vuoto ogni mio verso
per rubarti un poco d'attenzione
pura emozione d'un uomo introverso
che sognava rivederti alla stazione.
Il mare antico di tanta pazienza
dice che sale e scende l'onda a riva
nel fato non c'è luce né sapienza
e nell'attesa pare esserci vita.
Aspetto e non mi manca la passione
sempre attendo che sia maturo il tempo
perché a tutti è riservata l'emozione
di stringere una volta ciò che brama tanto.
Oppure no, forse m'aspetta altrove
di là da questa flebile esistenza
seppur non creda, in verità commuove
che sia per me quella l'ultima speranza.

Assolto.
Aver vissuto questa buia stagione
d'urla e pianti e sangue di rivoluzione
seppur aver tremato poco o tanto
distanti dall'odore, alla televisione
potremo dire mai d'esserci stati?
Basterà aver gridato a grande voce
nel sicuro della casa e in piena luce
abbiate pietà per quei malcapitati
o sarà per tutti una maledizione?
Se chiedessero in vero cosa hai fatto
che risponderemo, ho visto tutto
non potevo rischiare del mio stato
in fondo cosa mai avrei salvato?
Non mi rassegno a questa soluzione
mi strugge l'ansia vivo d'emozione
vilmente m'accontenta l'illusione
che col soffrirne avrò l'assoluzione.

Sonata in senilità minore, n.ro 1936.
Quando il crepuscolo
inghiotte il giorno e prelude
un lungo notturno di pensieri
nel timpano fatto sensibile
della vita ch'è trascorsa
scende un suono vellutato
tal quale “il chiaro di luna” si spande
dalla tastiera del pianoforte.
Musica della malinconia
dell'età che si prende la tua forza
diluendola nell'anima
lentamente, inesorabilmente
nel sereno abbandono della mente.

2 Papi & 2 Santi.
Presto saranno Santi questi
per aver fatto Santi quelli
che fecero Santi altrettanti
nella catena Santa dei millenni.
Certo acquieta la coscienza
indirizzare loro ardenti preci
quando la vita perde la speranza
porterà ognuno meglio le sue croci
quando confidi nella trascendenza.
Ma dagli altari di tra i mille ori
mai venne requie per i tanti orrori
mai tramutarono lorde spade in vomeri
mai il lor manto fu scudo alle frecce
mai per loro mano risparmiarono cartucce.
Due nuove icone al paradiso ascese
saran di sollievo a tante mani tese
il sangue continua a scorrer nelle vene
di esser salvati da noi, regge la speme.

La lunga strada verso il mare.
Per tanto tempo ho guardato solo
dentro le mie palpebre chiuse
affascinato di potere immaginare
quel che non conoscevo, io ignaro
ma era là concreto il firmamento.
Andavo inarrestabile
come l'acqua d'un ruscello
giù dai tanti aspri dislivelli
tra rive, salti, sassi, verso valle
ignaro, di poter immaginare
che prima o poi, avrei incontrato il mare.
Ancora non so se sia valsa la pena
tutto questo viaggio, questo andare
con sandali poco adatti, presi a prestito
da chi meglio di me l'aveva usati
fidando che avrei saputo camminare.
S'è graffiata alquanto e a fondo
la scorza che riveste la mia pianta
m'ha dato frutti che sembrano buoni
m'han fatto fiero e a tratti anche stanco
ma ora son grandi e forti
hanno frutti loro da mettere sul banco.
Così nella calma piatta della foce
vorrò incontrare l'azzurro che cercavo
mischiarmi a tutto l'altro che ci trovo
e domandarne un poco a bassa voce.

Quelle domeniche a Messa.
Era giallo ginestra
quel bellissimo vestito
che i giorni di festa tu indossavi;
non mi piacevi
quando i calzoni stinti ti mettevi.
Con la tua pelle bianca
e la tua chioma rossa
di ricci spettinati a tutte l'ore
eri bella e fiera
più di Matilde di Canossa.
Sapevo non esser per me
tutto quel ben di dio
ci perdevo gli occhi e 'l sonno
ché tu, leziosa mi sorridevi a tratti
non t'avrebbe mai presa per sé
un pari mio.
Ogni domenica qui
nel brusio sommesso degli oranti
sentivi, lo so
gli spilli dei miei mille sguardi
lì sulla nuca, nella tua cervice
che ti faceva scorrer per la schiena
quel brivido che tanto ti piaceva ;
tua madre ridestava l'attenzione
al tintinnio argentino che solenne
faceva chinare il capo all'ostensione.
Presso la pila, in mezzo a tutti quanti
ci scambiavamo con tremor di foglia
pensando già alla prossima occasione
quel tocco d'acqua santa, sulla soglia
prima d'uscire lievi dalla pia funzione.

Su per la vita.
M'arrampico
ma non è il cielo
che voglio toccare
dove voglio andare
star qui tra i tanti voglio
e salgo
per allargare il mio orizzonte
e tutti abbracciare.

Lasciami addosso
il tuo silenzio caldo
dopo che hai ascoltato
l'ansimo della mia passione.
Lasciami addosso
le tue mani bianche lievi
dopo le carezze morbide
della tua dolcezza.
Lasciami addosso
un bacio lunghissimo
sulle labbra bagnate
del tuo intimo sapore
prima di andare via
un giorno
o solo un minuto.

Il tempo mangia la vita.
Sempre rincorri
l'età che non hai
e non t'accorgi mai
che sei già oltre le sue torri.
La migliore inconsciamente arriva
e già passa oltre, via la speranza
di trattenerla in secca, sulla riva
coi sogni preparati con costanza.
E, non è già più il tempo
della giovane bella morte
non fu destino, ora senza scampo
hai una vita lunga di giornate corte
salva solo l'attesa di qualcosa
che valga, oltre l'ultime porte.

Vota Antonio...vota Antonio...vota Antonio...
Se c'è un paese strano
questo è il mio
sempre mugugni e cartelli in mano
fessi son gli altri, quanto è vero Dio
bruciamo tutto quello ch'è nostrano.

E bruciano le coscienze
per l'indignazione
pe'i ladri con tante aderenze
tutti a pappare è un'aberrazione
c'è da metter fine a queste delinquenze.

Cos'hai fatto alla mano tutta fasciata?
Nulla, un incidente in una gita
eravamo andati su al monte Amiata
la corda a cui ero appeso m'è sfuggita;
sai ero di turno, non l'ho denunciata.

Ora sono in mutua, ci vuole pazienza
almeno manifesto, vengo qui in parata
ci siamo in tanti, diamo consistenza
alla protesta di gente esasperata
prima d'arrivare alla disubbidienza.

Hai capito l'amico, quanta impudenza?
Non mi convince quella sua cordata
ha messo la mano sua sulla coscienza
e in men che non si dica, s'è bruciata.

La notte lo sa
Ora ch'è ormai sera
e del mattino non ricordo
neppure se c'è stato
aspetto ansioso l'occhio buio
di quest'altra notte
che scruterà dentro me
indifeso.
Non voglio dirle, ma sa
delle mie paure antiche
quelle, nel sonno, facilmente
romperanno le fragili dighe
che di giorno costruisco
contro la realtà, se no m'annega.
Eppure voglio vivere
una volta ancora.

Dal film “Philadelphia”
M'ero scordato com'era
così m'è capitato di tornarci ieri
e seppur piccolo lo schermo
non m'ha impedito
il disagio di quella prima sera.
Una fitta, ogni volta che
mi s'affaccia in mente
un pensiero breve, vago
che potesse allora e ancora
anche se l'odio
accomunarmi a colui che punta il dito
incurante del pianto che all'altro
sempre di più, va rigando il viso.
Non son di quelli
che spera che Iddio scenda dal cielo
per far di questo mondo un paradiso;
ciò che siamo stati, siamo e potremo essere
l'abbiamo dentro nell'anima
per sempre, inciso.

Svegliarsi a primavera
E' il tempo
di quando è fresca e dolce
l'aria di mattina
quando infoglia, infiora
il ramo, il tralcio
perfino la piantina.
Quando è pigro il risveglio
il sole i raggi inclina
per passar attraverso la persiana;
un richiamo sommesso
ovattato s'avvicina
e fruscia su per le scale
una sottana.

Mi fossi mai montato la testa...
Vorrei accadesse un dì, verso mattina
quando godendo sto cullando il sogno
di un'altra possibile vita, men meschina
questa mi pesa e non ne ho più bisogno.

Non ho dato il meglio, questo è vero
ma ho preso poco di questo ben di dio
sparso per tutti, in tutto il mondo intero
non ebbi più forte il braccio, limite mio.

Se può apparire triste il mio pensiero
sappiate che non ho remora alcuna
a dire tutto ciò che sento, perché è vero
non pena o angoscia lascio, sola nessuna.

Forse qualcuno poserà sopra il mio avello
un fiore quando sia la mesta ricorrenza
che sia selvaggio, non importa bello
mi preme più il pensier dell'apparenza.

Dall'ultimo viaggio mai si torna indietro
semmai restino appesi miei ricordi ai muri
diranno che ogni gesto d'amor era foriero
volle liberi sogni e che ogni sogno duri.

Gli inverni così ...
Gioca di contropiede, quest'anno
Marzo con l'Inverno, approfitta
appena cala il gelo o la tramontana
e cisposo d'umidità s'affaccia il sole
lesto cova germogli e boccioli su pe'l ramo
le prime infiorescenze lui declama.
Alle volte il gelo, si vendica, più avanti
fa abortire ogni improvvida primazia
appassiscono le speranze d'ogni bello
secca ogni buttata di getti rampicanti.
Ma non si dà per vinta lei, la merla
ha un nido pieno d'uova sempre calde
saltella in livrea opaca tra le foglie
risponde sommessa al sibilo d'imperio
o chiama quelli nati e già volati a terra.
Ma s'addensano nubi nere a giorni alterni
minacciano e fanno, altrove veri sfracelli
c'è chi dice non si son visti mai tali inverni
ci piange il cor pensando a quei fratelli.

Girato in bianco & nero

Un colpo secco
solitario nella notte
bucato il buio
e una camicia bianca
di cotonina
in mezzo al petto.
Un brusio segreto
appena pronunciato
strusciar attento di suole
un lume...una lanterna
tingevano d'ombra
certe occhiaie scavate.
Il solo riluttante
d'un mattino lungo
fece palesi
le macchie di sangue
sul selciato.

La mia città natia.

Non ricordo
d'aver nessuna città
dove io sia nato
ho tanti luoghi in mente
di alcuni innamorato.
Angoli particolari in ogni età
colpa di un tempo adirato
costretti a mendicar pace
un giorno qui, un altro molto in là.
C'è, tuttavia, sempre
una chiesa, delle
stradine strette acciottolate
una piazza sghemba assolata
una fontana in pietra
una pergola infrascata.
Anche una spiaggia
o un'erta scogliera, una parete
dalla cui sommità sognare
di spiccare il volo lontano
senza più dover tornare.
Ho fatto il covo qui
sulla collina
c'è odore di bosco, di selvaggina
s'aggrappa intorno a tutto
la nebbia la mattina e l'estate
frinisce la cicala canterina.
Ogni momento è vero e vivo
questo parrà il mio sito natio
dove conto restar pensoso e schivo.


Guardando verso oriente.

1.
Ho due figli che mi crescono lontano,
un maschio ed una femmina, adulti oramai.
Ho tante cose in mente non fatte nella vita
e loro vanno spediti per la loro strada.
2.
Il falco vola largo e a lungo sulla valle
cerca di predare piccoli animali per il nido.
Un vento freddo percorre le crepe della rupe
lui lancia un richiamo e continua a volare.
3.
Non servirà ubriacarsi da mattino a sera
non scorderà nessuna delle sue pulsioni.
In ginocchio si vede il mondo in altro modo
senza forza d'animo è resa vana ogni religione.
4.
La vela al lasco non darà al battello alcun approdo
preda dei marosi al largo navigherà senza governo.
La strada sconosciuta, tortuosa,è perigliosa sempre
la barca senza nocchiero va a schiantarsi sugli scogli.
5.
Il cieco allo specchio vorrebbe la sua immagine
mentre stringe forte il fiore che ha in mano.
Cercarsi e non trovarsi è consueto nella vita
una lastra argentata non può saper chi sei.
6.
Raccontando cose alle quale hai sempre creduto
ci saranno ascoltatori interessati e altri assenti.
Un mattino passeggiando lungo un argine fiorito
cercali e saprai che solo i tuoi pensieri son presenti.

Quando docilmente La seguii
sulle dune della spiaggia
dove assorta e con l'occhio vispo
censiva sopravvissute colonie
di elicriso
mi commossi e tanto godetti
di quell'impegno, di quella passione
che le arrossava il viso
tant'era l'emozione.
Presi quelli per fausti segni
come la sorte m'avesse fatto dono
d'una sensazione unica, arcana
che non avrei provato
se mai mi fosse nata.
Quando quel sogno suo
s'è realizzato
ho toccato con un dito
il cielo e tutto il paradiso.

Dei figli che...
Quando Lo portai alle spalle
quietamente appeso
sapete...nello zaino da bambino
su per i sentieri, nel bosco
nelle terre di sua madre
lassù ben oltre il piano
capii che mi stava penetrando
un sentimento nuovo
alto, eppur sgomento.
Sentii che ora avevo
il compito a me strano
d'occuparmi io, di lui
sempre distratto da un grillo verde
saltato sopra un ramo
e raccontarglielo
tenendogli la mano.
Scansargli lai e giorni che
nella vita ci sono, e spesso
possono esser tristi, neri
e alle volte bui.

Ai servizi igienici (pena accessoria)
Dovremmo avere il cuore di trattare i politici
come fossero carta igienica, adoperarli
per l'uso contingente che se ne deve fare
e poi mandarli tutti a macerare.
Perché siamo arrivati al punto,
per via del sempre delegare,
che loro sono l'essenziale della polis
e noi soltanto il terreno da sfruttare.
E' pur vero che il consorzio umano
necessita di chi lo deve governare,
troppe teste e spesso poco buone,
non possono decidere da soli dove andare, ma
legarsi loro mani e piedi e nel mare
degli illeciti profitti farsi buttare,
mi pare cosa stupida, autolesionista e
da animali pensanti sarebbe da evitare.
Ormai abbiamo visto, in questo porco mondo,
salvando i Santi per carità cristiana,
appena apri il cassetto d'un Ente purché sia
n'esce un rigurgito di merda che pare il finimondo.

Sul margine tagliente dei rimpianti
Tra quelli che lì stanno seduti
sui margini taglienti dei rimpianti
c'è n'è uno il più pesante
di questa mia annosa esistenza
il non aver fatto sentire a mio padre
a mia madre no, lei la sentiva
come io della sua non facevo senza
incisiva, costante, qualche mia presenza.
Era quando la sua vecchiezza
era diventata soltanto nostalgia
quand'era ossessiva la malia
di avere perduto col passato
somiglianza.

Nella mia mente.
Fu spento con l'armi
l'orrido fuoco che infame
divorò carne e anime innocenti.
Intinti nell'ultime braci e lapilli
come le dita nell'acquasantiera
furono accesi ceri profumati
a rischiarare il buio nella coscienza
che in questa umanità avrà decenza.

Non un bel posto solamente
Sono giorni che dalla finestra
guardo correre nubi corrusche
che superate i tetti lucidi di pioggia
di questo ameno posto di campagna
si perdono oltre le colline là in fondo
e tutto il quadro mi si figge in mente.
Chissà se passato un giorno, un tempo
ripassando di qui, oltre il mio viaggio
riconoscerò l'aria, il profumo e ancor
la luce, non quella dell'astro ch'è per tutti
quella che il cuore e l'anima fecero sereni
perché non fu un bel posto, solamente.

Sornione il gatto sul muretto
Un gatto senza età
sta sul muretto al sole
con gli occhi socchiusi
ad ascoltar rumori
come un anziano
che non ha più parola
quella degli altri
per consolazione.
Non catturò mai
una leggiadra rondine
dal volo
qualche passero incauto
mentre rubava briciole
che dalla tovaglia, vanno
scuotendo al suolo.
L'altro, una predestinata
che fu quieta e serena
dalla porta accanto
come si conviene.
Tuttavia, attendono
un'occasione nuova
come si legge nel lampo
che gli occhi hanno ancora
quando un odore, un profumo
un movimento nuovo
viene a tiro dei sensi e poi
presto s'acquieta e lascia
la bocca ancora vuota.

S'inghiotte solitudine.
S'inghiotte tanta solitudine
che diventa cibo quotidiano
scipito e ballonzola
sulla lingua ormai insensibile
dalle troppe parole pronunciate
per convincere chi non vuole
a restare...inutilmente.
E, se non si ha la stoffa
per mantelli eleganti
come domandano, allora...
vien voglia urgente di cantare
una canzone nuova
che il cuore strugga di gioia
e di grande godimento.

Il pettine d'osso di mia madre.
Mia madre aveva caro assai
un pettine d'osso a denti fitti
diceva avesse più di cento anni
giuntole da passate generazioni
col suo color ambra e le punte lise
ci pettinava me dai quei pidocchi
raccattati in giro
mentre recitava, la sera, le orazioni.
Lo riponeva sempre con gran cura
nella scatola degli oggetti rari
pochi in verità, che nella famiglia
si stimano, per affetto, più preziosi.

Silenzi per vivere e pensare
Vivere...
un silenzio dolcissimo
e sorridere
del passero che si lava
nella ciotola del cane.
Del mare che ruzzola
incessante
una bottiglia vuota.
Del vento
che allunga la corsa
d'un cappello sfuggito.
Della fanciulla
che difende le sue pudende
dal libeccio impertinente.
Pensare...
inginocchiandoti
davvero
sulla panca dell'anima.
Di liberarti
di ciò che non sopporti più
che ti sta appiccicato addosso:
il consueto, ineludibile oggi.
Domani, sperare di farcela
raccattare poche cose e via
spiare se t'insegue
gridare solo una volta
e di nuovo tacere
ché il “silenzio è d'oro”.

Ma il silenzio
potrebbe figliare anche
una nuvola in cielo
un abbandono
financo una tristezza
o un pianto.

Margherita
Quando la rubo con gli occhi
la porto al cuore
sfioro appena le labbra e gusto
il succo profumato che promana
più non ascolto le parole taglienti
che verrebbero scolpir su me
cose che d'altri è brama.
Io spigolo petali
pretti lucenti lievi
da quella bocca fiera
e vo ad allettarne l'angolo
che s'inarca in un sorriso.
Scioglie il pensier mio
dalle croste incallite
del quotidiano andare
così mi beo di quel piacere
e non mi cale
se le scarpe son lise e mostrano
quanta strada ho fatto per venire.

Dimmi chi sei
Tu che percorri scalza
le mie gelose stanze
dove tengo pensieri a maturare
...con un fruscio lieve
che si fa sentire, ma senza
lasciarmi il tempo di vedere...
dimmi chi sei
tu che tieni teso il filo
del mio aquilone
alto nel cielo di sogni
dove vieppiù voglio volare.
Toccami con la stessa mano
che senta il calore della pelle
mostrati e regalami un sorriso
accostati e parlami da così vicino
che coi capelli mi copriresti il viso.

Una musa in un sogno.
Non so se l'aspettavo
ma s'è seduta, calma
sul mio letto.
Non la conosco davvero
sento di lei il fiato
che m'accarezza il collo
che mi scende nel petto.
Non ha occhi, ne bocca
chissà com'ha il petto
è solo un sogno, ora
perciò non ha difetto.

Poi tornerà domestico il “buongiorno”
Finirà quel “buon qualcosa”sin da mattina
da quando è giorno, anzi anche da prima
da quando s'è aperto proprio un mercato
tempo fa, con tanto di campane a stormo
come fosse ma non era mezzogiorno.
Saranno svestite dalla festa le vetrine
dalle ghirlande e luci a stordir le strade
via gli sguardi sbigottiti da far male
il girovagar a frotte di bulletti e ragazzine
finiranno di pararsi a strilli e gesti le vecchine.
Resterà per un po' il tanfo d'inquinato
quel puzzo di combusto sparso in giro
vapori che salgono dallo scantinato
dopo quell'aria troppo allegra, esagerata
per uno come me ch'è per natura pigro.
M'ero chiuso dentro, acceso il camino
giù nella poltrona dalle braccia grandi
per starci un minuto, oppure un'ora
davanti a quelle fiamme d'oro brillanti
che balzando di continuo a destra e manca
stampano sulle pareti ombre intriganti.
Come in una coperta di calore e luce
covavo il gusto di veder vere persone
riprendere il cammino d'ogni giorno
oltre il “buon qualcosa”che in quei dì si suole
e tornare al solo domestico “buongiorno”.

PS. BUONE FESTE FATTE, A TUTTI

Scampoli di ... vita
La coscia, il culatello
e il salame asciutto
per apprezzarli appieno
si affettino a coltello.
N'esce quel sentor di prati
d'erbe avvertite a naso
odor di sottobosco
per nasi raffinati.
Si fa peccato orribile
se da soli si consumano
si faccia comunione
a un desco tutto umano
così che da uno all'altro
diventa ripetibile.

Quando il sale è un problema.
Pende, insieme ad altri
appeso ad una pertica, in cantina
vestito di muffa bianca
come la nebbia di mattina
ha consistenza giusta
mancherà una settimana
e poi saranno fette
della più bella grana.
Non farò come l'altr'anno che
tra un morso e un bicchiere
non mi trovava il polso
nemmeno l'infermiere.
Sono messo a stecchetto
ne gusto il maturare
so tutto d'impasto e aromi
il sale da impiegare
le dosi antiche dei nonni
sempre quelle ma ai quali
non direi mai della pressione
che mi va alle stelle.

Quando lo zucchero è un problema.
Credendosi delizia assoluta
da quella teca di finto cristallo
lui mi guardava
con l'occhio voglioso
...di crema
mi parlava
con labbra burrose
...di panna
mi vedeva
sbavare di glassa
...o zucchero a velo
mi lasciava
rischiare il coma glicemico
quel krapfen di merda.
Son passato al prosciutto salato.

Fantasia onirica.
Quando le braccia si vestono
di penne d'aquila reale
m'innalzo tra picchi nevosi a roteare
e tutto l'universo ho tra l'ale
non predo, volo sol per guardare.

Se al capo ho, bruna criniera
del mondo faccio apposta un regno
con la possanza e la giustizia vera
incedo e compiaciuto lascio il segno
del giusto che salvò questa brughiera.

Quando bosco m'immagino di sera
e nasce muschiato il profumo della terra
aleggia come un'ombra tra i fusti la chimera
ogni suono è mistero, la pelle si fa cera
un brivido arcano ancora il cor rinserra.

Se d'un manto di fiori vesto il mantello
da far invidia per colori all'arcobaleno
con la mandòla ch'è compagna al menestrello
vo' cantando in giro al mondo in un baleno
abbraccio e saluto di cuore questo e quello.

La porta.
Entro nella porta rosa
che lieta m'apri
per il piacer del corpo
ma chiusa quella dell'anima
e inutilmente la chiave d'oro
della mia passione
s' insinua appena.
Mi dai le spalle nude
di tra le sete odorose
lasci immaginare il tuo sorriso
divertito dalla mia afflizione
che neppure il nostro piacer lima.

Stammi vicina.
Stringi la mia mano
sin dal mattino
ché la mia fronte è fredda
e fammi sentire il tuo respiro
sulle labbra dischiuse
al mio richiamo.
E se l'acuto del giorno
ferisce l'anima
perché non afferro il mistero
stringila più forte
non farmi andar lontano.
Non temo nulla
e nulla può accadermi
se tu mi stai vicina
...speranza.

Il gallo della Checca
Pare sicuro di sé, inarca collo e testa
sbandiera bargigli e dal becco puntuto
tagliente come sono i suoi speroni
canta di potenza la sua poligamia
che non gli appartiene mai la melodia.
È nei suoi geni esser risoluto
che altri suoi rivali nei paraggi
non insidino l'harem suo beccuto.
Non le ama, non può, eppur lo fanno
che sottomesse stiano anche in futuro
per assicurargli discendenza senza danno.
Ha due gambe anch'esso
il mio fratello insano, che s'ingegna
d'apparir forte, sicuro, indefesso
gonfia il petto per sembrar potente
circonda lei di cose belle ma di rado
ne apprezza il genio o l'acume tra la gente.
Ché ha da essere già tanto appagata
lui le fa grazia di portarla al braccio
davanti a tutti, perfino in processione
mentre, vanesio, strizza l'occhio a un'altra.
Lei più non s'indigna,è tanto che sopporta
oltre a tante altre, questa umiliazione
grida si lamenta, lo minaccia
ma non c'è verso,è la disperazione
né l'affetto della prole è un'evasione.
Sentirsi schiava è pura aberrazione
così fugge, cullando in cuore l'illusione che
sia un respiro di vita vera, quella ribellione.
Lui la riagguanta, non sia mai si sappia
ch'ella può far da sé, senza la guardia
se vuol la libertà sarà tragedia
senza capire che quella soppressione
farà di lui un reietto e di qualsiasi amore
un accattone.

Sul mare, d'inverno
Sul mare
in quel grigio uggioso
che tinge l'inverno
mentre nel cappotto c'è tepore
quell'alito fresco
tra la falda e il bavero alzato
pare musica
invece è solo vento.
Fa sentire istanti d'emozione
che solamente da l'immenso.
Non importa se o chi
ci sia lì accanto
la vastità rapisce ogni momento
si gonfiano d'un sospiro
le vele dell'anima
per condurti via d'ogni tormento.

La corriera stravagante.
Ricordi la SITA? faceva da cordone
su e giù per la terra di Valdera (*)
legava lavoro e cose alle persone
rimasti senza nulla per la guerra
con tanta voglia di resurrezione.
Un carrozzone di tante speranze
di quelli che cercavano istruzione
chi al lavoro così, anche distante
per portare a casa almen la colazione.
Ogni mattina a frotte alla fermata
come dal letto caldo quasi stanati
d'inverno tutti quanti imbacuccati
ma a primavera era aria profumata.
Strade sterrate tra ciottoli e dirupi
gli ulivi e i campi facevano cornice
andava in fretta la corriera stravagante
carica d'umanità viva, che produce
verso un futuro ch'era già intrigante.
Conducente Nildo, al controllo Otello
presenti attivi efficienti sempre amicali
ché il pedaggio non fosse mero balzello
anche severi, per mantener gli orari.
E tra scossoni, risa, frizzi e lazzi
son nati amori durati e da ragazzi
portando semi di futuri ingegni oppur mestieri
grazie anche a quei due, che ora sono andati
certo stai meglio oggi, di come stavi ieri.

* in provincia di Pisa.

Tutto il tempo che hai.
Non c'è altro tempo
di quello che fa
passar le nuvole nel cielo.
Ché sempre si aspetta
di cavalcare un indomito destriero
di amare una volta per davvero
di usare ogni ingegno per intero.
E i giorni seguono i giorni
il sole scalda le spalle
l'acquerugiola imperla il viso
seduti su pensieri quotidiani.
...un gatto, incerto, attraversa la via
rubandoti un sorriso.

Paesaggio toscano.
Sagome note
emergono dalla nebbia
posata come un velo
su dossi e valli:
ora la torre colombaia
ora la vela campanaria
d'una fattoria lì da sempre.
Stimmate di un tempo andato
che sulle pelle e il cuor
fecero il segno.

Incantesimo ossidiana.
Il primo è tanto che non lo so più
se fosse stato bello lo ricorderei
non dicono tutti che non si scorda mai?
Solo per dire di uno, che più mi pare
era per la brunetta magra del quartiere
tutta capelli, una testa nera
l'agitava come fa una cavalla
frenetica irrequieta, una bufera
nulla e nessuno la teneva in stalla.
No gli occhi no, non li ricordo bene
ma sì erano neri, come l'ossidiana:
mi fecero soffrire tante pene
ci piansi, anche, però poi è passata.
Chi si ricorda se le volevo bene
c'impazzivo di gioia a starci insieme
poi è finita,è andata a star lontano
una promessa al buio chi la mantiene?
Ne avute tante, non soltanto quella
va bene, va bene, lei era più bella
mi faceva saltare le cervella
non lo credevo ma faceva male
lo disse l'olio nella bacinella.

Un sogno legato, negato.
Cento braccia di spago
per legare stretto e forte
un sogno al mio respiro.
Cento piazze assolate
per realizzarlo un poco, ma
cento giorni di pioggia
ha voluto il destino.
La fune bagnata
ha fatto stretto il nodo
e m'ha strozzato.
Resto col bisogno di viverlo
che non ho sfamato.

E poiché l'alba
accende sempre un giorno
attendi l'ora propizia.
Poi, un fiore s'aprirà
animato dalla luce
di un progetto di vita
inconsapevole.
E se possono dare dolore
graffi d'amore
dalle parti del cuore
si chiude la corolla
quando il sole tramonta
e avrai tempo per te
almeno la notte
per attendere nel cielo una nuvola
farsi immagine incantevole.

Autunno (haiku)
*
Piccata al ramo
la foglia s'è ingiallita.
Ultima pena.
*
Irsuto il riccio
apre spinose ciglia
d'occhio castano.

E sarà Novembre ancora.
Tra stipi e bordi di marmo travertino
e tumuli di terra ben pulita
in quel profluvio di fiori eccessivo
scricchiola la ghiaia ad ogni passo
e non far una visita all'anno
certo non posso.
Non è obbligo,è un pensiero antico
una mesta ricorrenza condivisa appieno
un rito comune, andare al cimitero
ritrovi gente che non vorresti mai
e quelli che volevi da un anno almeno.
Sghembi sorrisi e mestizia d'occasione
si deve, non si creda malcreanza
quelli là sotto sanno ch'è finzione
il pianto ti vien giù nella tua stanza.



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