Poesie di Bruno Amore


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Leggi i racconti di Bruno

Rosso di more
su labbra di more
e polpastrelli accesi
baci d'estate piena
sempre più e ancora
e scompigliato il crine
alzare le gonne scoprire
le colonne glabre d'alabastro fine
che stringono un bocciolo turgido
impaziente di fiorire.

Passa maggio
su tentacoli verdi spinosi ostili
scoppiano rossi di tutti i toni
una domanda di perdono aliena
che poi dobbiamo vivere ancora
in questo universo tutto di tutti.
così scordare le spine potremmo
se dalle dita sbocciassero rose
a parare i graffi dell'anima oltre
i danni che ne fossero venuti.
lo sfogo spezza ogni catena poi
si placa passa come nulla stato.
i petali scossi cadono seguono rigagnoli
fangosi tra mille altre perdute bellezze
ormai rassegnati a diventare oblio
nascono bacche turgide
immemori dei fiori.

A due passi dal passato
anni come vènti e tempeste passano e
quando si rasserena appena la psiche
torna a turbinare l'angoscia d'esserci
ancora inadeguato che tutto non è
come vogliono sia.
quasi che l'appartenenza al mondo
comporti peregrinare di recinto in recinto
lungo vialetti ordinati, colorati all'uopo
verso un dove, molto declamato, lodato
soltanto da altri organizzato.
una bella facciata decorata a mano
in quello stile o l'altro, sempre bello
colori pastello, vetri trasparenti eppure
le finestre son chiuse, da ricchi tendaggi
anche se nessun fiato o nuova brezza spira.
costretto a guardare ciò che vedo e approvare
ora mi giro verso casa mia, che dipingo da me
mi volo intorno ad ammirare la nuova prospettiva
sull'ombra lunga della sera, che calma intanto arriva.
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Perchè con questo caldo non vi scappi di...pensare.
Sono Limerick
16.
ha sempre due pistole alla cintura
caricate a viagra cialis, la cura
se di capelli è scarso
il capo, pelo sparso
si procura un'erezione da paura.

17.
ho preso per le chiappe una cicala
dicendogli di violino hai la scala
lei che di luglio canta
con tutti se ne vanta
fesse le cose che, come altri, sciala.

18.
ci son tanti PS graffiti in fondo al cuore
alcune delusioni, altri dolore
in questa corsa pazza
non c'è solo una razza
porci tutti, diversi nel colore.

Divenire incorporeo.
vorrei farmi del mare
un'amaca spumante
dell'etra un baldacchino
e un vento
profumato e lieve
a confondere gli azzurri.
lasciare tutto e tutti fuori
e vagare nello spazio
fino ai confini - se ci sono
riempirmi l'anima
di sensazioni, percezioni
in musica dodecafonica
per il divenire incorporeo.

Commentare necessario est
(così, se vi pare)

manco la leggi, la tua
tanto la sai, vedi soltanto
se l'hanno letta gli altri
s'hanno apprezzato
pure commentato
e quanti sono quelli
che t'hanno notato.
un gioco a nascondino
tra le pagine azzurre
di questo tomo bello
dove sorridi molto
a questo a quello
da solo dentro te, ma
se ti piace, come a tutti piace
esser per un attimo mirato
schiaccia il tasto sinistro
dell'invio, manda un cenno
una parola nel convivio
a quello sopra o sotto a fianco
impaginato, fai felice un amico
e il Ns Lorenzo, hai ringraziato.

Nel canto delle canne
Il libeccio frusta le canne
che mandano sibilanti lai
un canto tormentato, un pianto.
cela sommesso un sofferto amore
che fu dorato, rorido poi spento
da quel che il fato porta ogni momento.
con arido ciglio salutato
cereo il viso da immeritato duolo
nulla poteva contro la speme di felicità
in altra mano chiusa.
Non la conquista del vello
le fu nemica condizione
non l’avventura oltremare
la privò dell’anelato bene
l’arcigna paura d’amare
rapì il pavido inane cupido
in stracci d’uomo avvolto.

Vita in gocce.
In gocce fitte
la vita ti lambisce
come l'onda la riva
e aspettare sulla spiaggia
che uno volo bianco
dica dove andare
è illusione.
Non giova parlare con l'ombre
son fatte di nebbia
che al primo sole
si smontano in minuzie
evaporano via.
Né costruire castelli di sabbia
sulla battigia, che fragili
               si lasciano accarezzare dal mare
               e grano dopo grano
si vanno a posare altrove
tu :
resti con l'unico bene certo
la solitudine.

A te, che mi ascolti.
sei il latte soave della poppa giovane
che mi cola in gola dolcemente
mentre incrocio il tuo sguardo e
bacio i tuoi pensieri con la mente.
la luce dei tuoi come acqua antica
che diventa mare, si ficca nei miei
ci scorre dentro a cullar le foglie
che son sogni con incisa la storia
che si fa memoria e volano a stormo
epistole del tempo che trascorre
dentro questo mio autunno che
più lieve per tua via, mi gira attorno.
liscia la pelle del caldo braccio al collo
il capo grigio all'oro tuo appoggio
viepiù sereno vago verso
la calma fredda
dell'inverno appresso.

Il posto dell'addio.
è sempre stato questo
il posto importante della storia
sopra gli scogli
laggiù in fondo, la Meloria
a quei sedili di rugosa pietra
viso al maestrale che violento soffia
coi tamerici dietro, a far da paravento.
è autunno tardo quando l'inverno prova
grigio il cielo fa di piombo il mare
l'onde si frangono alla scogliera
s'alzano spume candide di tulle
annegano gli ultimi bagliori nella sera.
qui sempre trepidando, dolcemente
io volerti sempre, insistentemente
tu a negarti ancora senza posa
che avevi il cuore avvolto
da uno stupendo abito da sposa.
e da qui, piangendo assieme per ragioni avverse
ognuno prese la strada per trovare altrove
quello che l'anima per se potesse avere.
ora che non leggo più il calendario
vengo a sedermi sulle stesse pietre
allungo l'occhio al mare, alla Meloria
ch'è meno chiara di quanto fosse allora
per via del vento che m'arrossa gli occhi
o delle lenti che si velano ora.
il mare mugghia sotto, squassa gli scogli
con quel rumore di tenebra repressa
mi stringo addosso il vecchio pastrano
sento una presenza lieve, sommessa
come la lettura di un breviario
me la vedo sorridente in bianco abbigliata
che mi regala il suo peplo per sudario.

Andare all'inferno e ...

"tanto gentile e tanto onesta..."

con occhi grandi e la boccuccia stretta
unite le braccia in verso di preghiera
ritto il busto elegante d'una fata fiera
di chiaro verde pastello rivestita
attende i vezzi dell'affannato amante
che timido timoroso sta, sullo stelo accanto.
è fatalmente preso dal di lei addome
affusolato liscio e morbido scrigno prezioso

che dondola salendo passando

da un rametto a una foglia, lentamente
da quello sguardo ferino che l'ammalia
irresistibilmente l'attira lo seduce
che lo perderà, lo sa, inevitabilmente.
eppure è questo lo scopo
questo il disegno per cui venne al mondo
perdere con l'orgasmo d'un momento
tutta la vita che custodì 'sì tanto
dopo un'estate lunga, una vita appena
bruciar l'esistenza come un sole
giù nell'inferno d'un tramonto rosso

che lasciar orme è tutto il senso intero.

Spelluzzichìo
distrattamente, lì sul balcone
quello spelluzzicare foglie gialle tra le verdi
delle piantine in vaso sul davanzale è
come cercarsi un capello grigio, la mattina.
cieca la pupilla, sono immagini stampate
nello schermo dell'anima
scorrono soffuse sommesse senza posa
lungo una vita, incertamente vissuta.
l'allunga alle volte, di sorrisi
altre, munge gocce di pianto
al margine delle palpebre.
e l'una e l'altra fa passare il tempo
quello che resta, intrecciando sogni
come giunchi scorticati
d'un interminabile canestro.

Il saggio rospo
groagk...groagk
fossi grande e grosso rospo
che d'un balzo salta un fosso
grogk...grogk
ogni notte griderei
tu, due gambe, ma chi sei?
groagk...groagk
che mi temi, che mi schifi
sol perché tu non ti fidi
dei tuoi occhi, del cervello
solo stomaco sei, solo quello.
groack...groack
non capisci, poverello
che il mondo è così bello
perché tutti siam diversi
groagk...groagk...groagk
nasce cresce e muore ognuno
il più grande ed il nessuno
ch'è la vita è un ritornello
groag...groag...groag
e alla fine e dopotutto
quel che conta è aver vissuto
groag...groag...groag

Mai.
se conoscersi è aversi
giacersi, possedersi
cognoscersi, penetrarsi
non ebbi
non possedetti
non penetrai
il tuo corpo la tua mente
mai!


Però
mi conoscesti, senza avermi
ti giacesti, senza possedermi
superficiale, quello che provasti
così mi avesti
in frettoloso orgasmo
un attimo appena nel tuo palmo
da sull'uscio della anima, soltanto
il mio corpo, la mia mente
solo un momento accanto.

sono le parole
provvisorie presenze
sui rami, a novembre
eterei pappi sui gambi
di tarassaco, a maggio
son le parole, spesso
oppur voce, richiamo
strilla, anche lamento
e quando scendono
a ferir l'anima
silenzio.

vieni a farmi l'alba serena
sole
una mattina piena delle cose
che ho sognato
lisciami, carezzami coi raggi
da sembrare baci
che senta un calore, almeno
e se non sentirò
il profumo dei capelli
l'odore della pelle
userò la fantasia
e mi regalerò un sorriso
quasi vero
di piacere.

Finalmente è amore.
oggi come un vento
m'hai preso e insieme
abbiamo volato tanto
nella tormenta dei sensi
abbracciati sempre
stretti in un amplesso
che bruciava dentro
la voglia di possederci
chissà quanto.
una passione travolgente
quasi l'espressione
d'un istinto irrefrenabile
d'amore totalmente libero
di darsi e prendersi
alfine liberamente.
amo più te che sei giunta
alla mia vita che s'era spenta
che la vita stessa
non sarà più persa.

Lascia la mia prua solcarti.
dolce tepido mare mio
che dagli azzurri e blu
il verde succhi e ti riempi
gli occhi brillanti per schiarire
le mie notti insonni
ti aspetto nelle onde
portami e riportami via.
lascia che la mia prua
in te affondi ti solchi
a frangere i dubbi e mareggi oltre
l'altra scia consueta
che giammai si cancella.
profuma di altre essenze
questo legno e d'altri salmastri
monta ora la tua onda
lambisce e bagna
la riva di questa nostra vita
che ancora cerca un senso
nel sogno che ci prende.

Aiutami parola.
aiutami parola
a vestire le emozioni
nudi battiti di cuore
randagi pensieri nell'anima
corrono a frastornarmi
indifeso incapace di frenarli
mi fan tremare le mani e il labbro
aiutami che potrò cantarle.

Un altro tra giorno vivo.
quando tra le nubi accastellate
a scolpire sogni
lentamente s'apre il velario
su una scena della vita
dove si recita una storia
dal vero anche breve
risucchia l'anima il senso
e n' esce, a volte, lacero ma
un altro giorno vivo.

La sconosciuta triste.
un vento tiepido m'ha strusciato
oggi la pelle
dal gusto marino al fior di tamerice
oppure era ginestre gialle
rigogliose e tante
quelle che attraversava per toccarmi.
forse non lo saprò mai
quel biondo crine che carezzava il vento
alla mano d'altro è certo destinato
quelle unghie curate lucide scarlatte
coprono artigli da difesa contratti
c'era un vuoto intenso profondo
in quelle finestre verdi allungate
le ciglia facean velario ad ogni istante
come il sipario di velluto quando
alla fine dell'ultima scena
è tirato dietro il recitante.

Farfallone amoroso
e se fosse anche porcello
far l'amore è così bello
pappagallo oppur fringuello
tutti quanti a cercar quello

senza pene senza inganno
gente allegra sempre fanno
poco o spesso tutto l'anno
quando sangue in vena hanno

se ti punge ancor vaghezza
se l'artrite e solo brezza
tieni lunga la cavezza
ci si gode, è una bellezza.

Ci sono stato laggiù
dieci anni o dieci secoli
non ricordo
il buio mi usciva dagli occhi
l'otalgia dalla bocca
e appassionatamente amavo
cullare il pensiero della tenebra
godendomela femmina
sensuale finale, come fosse
la prima e l'ultima volta
che potessi vivere.

Ed io a lui.
l'albero è forte resistente
centenario millenario a volte
allora sarò...quercia, no!
cipresso, so di uno secolare
in Spagna
meglio Sequoia allora, enorme
sotto cui passa la strada
sta nei freddi d'America
ma, disse, gli arbusti hanno fiori
colorati profumati sempre nuovi
amati e per gli amanti
e se potato alla bisogna
sempre viepiù ricresce
rigoglioso a vita nuova canta
davvero vuoi abbarbicarti
e sempre aspettar le rughe sulla pelle?
ed io a lui, forse, è da quelle
che puoi contar tutte le stelle.

Leggere il domani.
Sono legato di ferro all'infanzia
alla pubertà come ultima ratio
quasi che nulla dopo sia valso
ed è vero che mai più ho fatto
sogni tanto grandi, sperato
cavalcare stalloni neri e bianchi
galoppare alla pugna tra lame
lucenti acuminate, bombarde
come tuoni e lampi d'estate.
Forse perché temetti guardare
quell'uomo nel retro della vita
seduto su una bitta al molo vecchio
scacciandovi pigri gabbiani della sera
contare le grinze delle mani
e leggervi, sorridendo
cose del tempo passato.

Haikai (poesia orientale - demenziale)

cospargo il capo
con la cenere calda
uccide le zecche

pisciare dentro
il lavabo dell'oste
fa riflettere

sinfonia vera
i campanelli delle
porte di alieni

mette tacchi alti
la serva del diavolo
quando ripassa

ho defecato
al centro del tavolo
ridendoci su

Pegaso.
stride il coltello nella canna e
due stecche fini elastiche nascono
una curvata fissata a croce
all'altra dritta forte legata.
su spaghi si tende rutilante una
veste di colori accesi
frale all'apparenza ma potente
il vento non ha compassione
e nastri e catene d'anelli
dalle punte ai lati si sciolgono
parafrasi d'una stella liberata
per un viaggio aereo vicino.
un'eterea nave per portare
nel cielo terso dell'età più bella
pensieri grandi senza orizzonti
una vita di sogno in volo.

Andare per sogni.
Solo
quando mi
rinfilo i calzoni
corti sogno meglio
volo via lontano da qui
da dietro alla lavagna fuggo
là nelle praterie intonse nelle
foreste di sempervirens e nessuno
può raggiungermi sono il più veloce
degli Irochesi. Son falco non più allodola
non valgono gli specchietti i veli
i profumi le ciglia siediti
accanto a me stringimi
la mano e fammi
sentire che
non sei
di qui.

Senza saperlo.
Per fortuna non credo
ci sarà un'altra vita
mi addormenterei col
terrore di averne
una come questa.
ma finirò in bellezza
se il fato mi assiste
affiggo la mia anima
alla bacheca dei sogni
sognati e delle speranze
anche se non realizzate
per lasciar segno
nella pioggia che lava
tutte le lapidi
di uno che c'era
senza saper chi era.

Aspettando il destino
cento angoli di strada
conoscono il mio viso
ho atteso tanto lì, il mio destino
quello che m'ero promesso
d'incontrare
forse è passato lesto
quando ero distratto
forse non ancora, deve passare
oppure non passerà più
non sono state buone
le mie referenze.

Un aiutino, per piacere.
leggendoli ogni sera
di anacoluto in anacoluto
cado invariabilmente
nel buco dell'imbuto.
mi sta stretto di spalle
spingo mi allungo tiro
finché son tutta pelle
e non ho più un sorriso.
sporgo la testa esangue
certo di pensare ancora
faccio l'occhio di triglia
a quelli che son fora.
ci tengo a conquistarmi
un posto tra quei bravi che
cantan dolci odi e li più belli carmi.
spero mi voglian bene anche
se la fatica é tanta, vorrei
non doverci mettere della vita
tutti i miei risparmi.

Scende la luna.
scende la luna nel silenzio
della sera così fioca e fredda
sprofondo le mani nelle tasche
a cercare un tepore che il ricordo
non riesce più a darmi.
tuttavia sei giù profondamente
incisa e risanguina la ferita
della tua mancanza ma
so che il vento non torna mai.
sei passata furandomi anima
e pensieri lisciandomi lieve
i sogni che azzardai fare con te.
mi avvolgo nel pastrano buono
foderato di malinconia e m'è dolce
il pensiero che ci sei stata.

haiku o quasi?
è nevicato
tutta notte ancora
anima calma

sotto la neve
riposante ricchezza
sempre da pace

sbocciano fiori
ardente sentimento
fame del cuore

Il canto del ... cigno.
un abito da cigno
sto cercando
anche dismesso
prendo lezioni
da una vissuta insegnante
per andare sulla proda del lago
di questa di vita ormai noiosa
e proverò a cantare.
almeno una volta
fosse l'ultima non importa
venisse fuori una melica
degna di attenzione
un po' romantica nostalgica
e malinconica anche
commovente insomma
che essere stato
quasi nulla a bracciate
mi è più pesante
d'una carro di sassi
da tirar su dal fiume.

Passano i giorni.
giorni come tomi
non ne aprirò più uno
non leggerò una pagina
un rigo in futuro, li metto
impilati sulla mensola
a raccogliere polvere
nel tempo che mi resta
perché se quelli che ho scorso
non sanno darmi serenità
e mi sembra di aver perso
il tempo a trasportar acqua
con un paniere di vimini
allora siedo sotto una ficaia
aspetto qualche frutto fatto
e se per l'impazienza
memorabile ansia goliardica
qualche volta mi urticherò le labbra
aspetterò di cogliere quello dopo, morbido
appena grinzo con la goccia di ambrosia
e mi addolcirà la bocca più
della solita marmellata.

Il guscio.
io gasteropode di vita
coi versi mi son fatto
una conchiglia tonda
avvolta a spirale curva
alla bisogna l'epiframa
pongo all'ingresso e
con la radula combino sensi.
guscio tuttavia fragile
ripara se non pensi che
mille piedi passano sempre
sulla strada che fai
con scarpe grosse chiodate
indifferenti.

Haiku
rondine migra
a questo tetto torna
animo nuovo

fiori di campo
finalmente aprono
golose api

infiorescenze
azzurro viola rosa
bordati fossi

Rinverdire.
In cuscini consunti mosci
su un canapè estemporaneo
d'una vita greve di mente
poggio questi anni
guardo la vita che passa e
della quale non m'importa niente.
anni e tanti a pesare quasi
non volesse passare oltre mai
poi pareva già trascorsa perfino.
ora si dilunga mestamente
lenta pacata e spoglia
come d'inverno la quercia
ed io non spero in questo tempo
di vedere rinverdir la foglia.

Quel sottile piacere
di non volersi bene
quel sensuale desiderio
di andare via altrove
solitariamente di nascosto
ma immaginare quanto
sei stato visto e pianto
e straziarsi l'anima
nel timore che qualcuno
quello speciale qualcuno
passi oltre senza uno sguardo
ma certo è questo il senso
di lasciare dello scordarsi
deluso eppure esigente
anche se non hai danzato
nessuna estate in questa
festa dove la musica
non era per le tue orecchie.

Quel che mi resta.
sebbene nero su bianco
non m'importa nulla
dello scrivere e rimare
comporre e pubblicare
concorrere esporre citare
voglio esternare parlare
gridare se occorresse
dire quanto m'opprime
quanto mi ferisce
oppure mi tedia
chi vuole legga
dica quel che ha da dire
che se devo anche tacere
meglio morire.

Feste & festa.
nessuno festeggia
la nascita di un povero
e milioni di nuovi
all'anagrafe.

Mai nato.
un soffio d'umanità
mi ravvivi l'anima
e nascerò nuovo.

Lentamente affondare.
Poggio il corpo disteso sulla corrente
e poi nell'acqua più fresca del mare
da tanto ormai che non ho memoria.

Tra i rumori i suoni lontani ovattati
lo sguardo si perde lassù nel profondo
del cielo azzurro o blu tenebra puntato
di stelle d'oro ammiccanti nella notte.

Sola realtà la brezza che sfiora la pelle
emersa che parla di calore o frescura.

Ora sempre più povero questo incanto
sento venire che via via sommerge questo
mio tronco e bordeggia e l'acqua giunge
a tratti - alle labbra agli occhi socchiusi
quasi che il pensare stancamente snervi
la spinta che m'ha fatto sinora navigare.

Tutto il vivere m'ha spaurito nella vita
eppur bisognava andare e sebbene colei
dentro mi stringe in una morsa il cuore
lucido voglio vederla prendermi per mano.

Tu ... quella.
certo
tu potresti essere altrove
con la mente nei pensieri veri
mentre io ti percorressi coi sensi
allo spasimo godendo appieno
delle tue bellezze lisce di seta
e mentre il tuo sorriso è altro
potrebbe sembrarmi un assenso
un consenso al piacere che mi
illudessi di darti mentre
solo il mio si spande sensuale
per il tuo corpo statuario
desiderato neutrale e
sognare d'averti coinvolta
forse.

Una su tutte
lei mi prese per mano
mi trasse dall'infanzia
arrugginita che copriva
le mie speranze di essere
e mi portò in quell'estasi
che ognuno spera esserci
in un amplesso d'amore.
come vento forte di mare
per naviganti consumati
mi teneva sveglio desiderarla
notti e giorni a pensarla
e stordirmi nel corpo
per volerla possedere.
ogni tanto peregrino un pensiero
come una brezza lenta di sera
viene la nostalgia di quel tempo
e ogni volta il labbro trema
si fa umido l'occhio
ho palpiti appena scomposti
al rammentare i giorni
quando credetti davvero
d'essere quel che volevo io.

Lei
è una ragazza infinita
come una donna antica
di crepe austere afflitta
dalle quali profumi di vita
sgorgano cantano e si riversano
sull'acqua torbida che soltanto
il riverbero del sole fa brillare.
Non ci sono snelle feluche
candide leggere vele su quell'acqua
al più barchette di carta bambine
di più romantici legni vecchi
di fatica quotidiana
che portano coi suoi canti
nei canali nei casoni
l'umanità che non s'arrende
al bruto bisogno d'ogni giorno.

Ogni notte
non potresti esser più mia
di quanto io ti faccio
ogni notte
non potresti esser più felice
di quanto io non ti renda
ogni notte
non godrò di te più di quanto possa
solitariamente
ogni notte
allora (*)
"entra fra queste braccia
se ti pare meglio per me
sognare tutto il sogno".

* parodiando J.Donne

Aspettando il destino
cento angoli di strada
conoscono il mio viso
ho atteso tanto lì, il mio destino
quello che m'ero promesso
d'incontrare
forse è passato lesto
quando ero distratto
forse non ancora, deve passare
oppure non passerà più
non sono state buone
le mie referenze.

Se tace
quasi un tremore sotterrato
la previene la sento arrivare
il cucchiaino cade argentino
si rovescia la tazzina il caffè
le dita tremano sbiancano
è qui_anche oggi.
mi dice che sono senza storia
vivo nonostante non abbia memoria
seppur sempre
dai miei occhi a veranda
lascio entrare mille e mille volte
la speranza e pace mi da
non è detto sia morta
se tace.

La stella Beatrix (marbe)
il cielo non può che mostrarle
le stelle
non dartele in regalo
in prestito forse
e certe volte le nasconde
dietro un velario di nubi
perché sia più splendente
rivederle
alcune, le più belle
non perché sfavillano
ce le concede in uso qualche tempo
vivono un po' tra noi
scrivono del tormento e della gioia
che sempre nel cuore alberga
di noi semplici
si spande in luce per i giorni scuri
alfine sfinita stanca torna
nei cieli che or son meno bui.

Pensieri d'inchiostro.
non sono che inchiostro
questi miei pensieri
pappi di tarassaco
che lieve la brezza
si porta via volandoli
e di cerchio in cerchio
tornano sicché li so
pigro oramai li cullo
come fosse nuovo il giorno.

Nell'insonnia.
voglio sognare che ti sveglio
col mio pensiero struggente
e nell'insonnia che t'impongo
chiedendoti perché non dormi
un sorriso dolce ti porti a me
involontariamente e subito tranquilla
perché un cielo di stelle ammanta
recondito il senso che ci lega
tornerai a giacere a lui accanto.

Sgomento
se un attimo perdo
la contezza di me
e rotolano pensieri
in mere quotidianità
mi trovo solo e sgomento
nudo davanti al tempo
trascorso inutilmente
mentre i piedi pestano
cocci di vetro colorato.

Esserti dentro
quando per mano mi conduci
al tuo personale talamo marino
là sulla coperta argentata
ci stendiamo e sento il tuo respiro
le dita stringono frenetiche le mie
come un segnale ed io allora su te
che allarghi le braccia le cosce
e m'avvolgi mi trattieni e stringi
mi ricevi e ci compenetriamo
allora mi perdo e sento non essere
mi spando in te e voglio esserti
completamente dentro.

Non solo..
Tutto il tempo trascorso a vivere
attraversando stagni e scrosci
con le scarpe zuppe d'acqua torbida
che tu non hai sporcato ma trovi
e sempre ascoltare incitamenti
a volare alto sopra sopra tutto
che l'anima è quello che conta
e di spalle allontanarsi guardando
quello che bramavi possedere
andar dall'altra parte libera
non m'ha portato che malinconia.
Ancor rimango con le mie voglie
appese ad un improbabile ritorno
di stagioni che morte di paura
abbandonate da chi diceva
i bisogni del corpo fossero
basse volgari necessità
soltanto d'epicureo vivere.

Sguardi d' HIV
azzurri o verdi non ricordo bene
forse entrambi a seconda dell'ora
e penetranti ingenuamente fondi
sono rimasti lì inchiodati in mente
da quando lontano sono andato
un nostro amore non pareva dato.
non ho pensato mai di rivederla
spero se mai di me s'è ricordata
anche solo un momento m'abbia
di cuore indirizzato un suo sorriso.
ora m' han detto di venirla a trovare
chiede di me continuamente
è sempre malata forse non è niente.
minuta delicata più d'allora
e gli occhi enormi più grandi pare
belli anche ora circonfusi d'ombra
e di nebbia attraversati e mesti
ma dentro in fondo arrivano ancora.
strappa un sorriso alle sue labbra esangui
mostra tutta la pelle più di sempre bianca
ha le braccia massacrate e lieve piange
un lampo m'acceca una fitta mi trapassa
mentre sussurra piano dice lenta
se me ne hai voluto e me ne vuoi ancora
vado via contenta.

Nostalgia dell'amore.
quando smetterò questo
pastrano grigio dei silenzi
che da troppo tempo ormai
mi pesa sulle spalle
vorrà trovarti là nella luce
fuori dell'androne di questa vita
nella quale non t'ho fatto entrare.
semmai ti fossi scordato di me
io cercherò in fondo al cuore
un pensiero un sorriso per te
in ricordo d'un mancato
passato che c'è stato.
se non hai chiesto mai
se non è bastato a legarmi
un momento al tuo fremito
al pensiero d'eliso che c'è
andrò solo come sempre
con la speranza nelle tasche
che una volta almeno passerai da me.

Pulsione indicibile.
quel serpe che poi divora tutti
inconsciamente o meno
d'angelo il capo di rettile il restante
t'ha preso una stagione e non so quanto
liberartene puoi adesso
che i sensi trepidar hai sentito tanto
di calor morbido sensuale
se rimorso ci fu fors'anche pianto
per quei voli alti strepitanti
fuor della psiche liberi vaganti
furon della pelle un vibrante canto.

L'ultima lettera.
ho strappato anche l'ultima pagina
evidenziando e cliccando canc
d'ansia vergata con inchiostro azzurro
carattere Times New Roman corpo 12
continuamente corretta nei lemmi
refusi strani tri e monodoppie
quella dove mi dici i tuoi mille
1000 + sza xche
non va bene non mi piace
nn v bn nn m pce
contro miei cento nani forse...perché.
Mi resta in mente quel correre
delle parole sullo schermo bianco
così mentre s'allontana il ricordo
nebuloso lo sguardo il sorriso
son le mie dita scarne rapide sulla tastiera
il ricordo più caro.

A Daniela Procida.
s'è incaricato il cuore di sentire
battere il tempo della ricorrenza
lui che fibrillava al solo udire
il nome suo e la mia esultanza

un anno un giorno cosa importa
è qui serena dentro la mia mente
come se mai partita fosse e morta
le parlo so di lei continuamente

scrisse e s'è infisso nella psiche che
da un mare d'emozioni senza fine
eruttava versi e vulcaniche parole
che mai il suo genio ebbe confine

non conterrà l'avello il suo potere
di cantar l'amore e l'anima contrita
su pietra d'ossidiana può vedere
la sua vita d'arte già scolpita.

Campagna in tristezza.
Malinconia di un giorno
che tardo alla campagna
vai, senza ritorno. Ora vi
ruzzolano ruote rumorose
alzano polveri putide uggiose
ceneri di vulcanici congegni
che non sollevava dal sasso
il bardo lento tra le stanghe
quando col cadenzar del passo
scandiva tempi, tutti trapassati.
Gracidanti le rogge e fossi
d'erbaggi ricolme e fiori
al limitare stretto della carrareccia
accompagnavano l'ospite
tra un podere e l'altro
per riti e ritmi
misurati ad anno.
Or non è più quel tempo
questo che più lungo è fatto
per via degli elisir e l'alchimia
si conta, gelido, a colpi di tosse
dalla puerizia all'età senile.

Solo bricciche.
Raccolgo minuzie
schegge di brillanti
ch'altri hanno al dito
al collo o sull'augusta fronte
passando - da par mio
con il senno a posto, per
Piazza Dante o Ludovico Ariosto.

Bricciche, che per l'ossa
non ho denti
rapide percezioni
in fiore agli argomenti
che inghiotto rimugino
ci penso e quando cale
ci scrivo su, senza far male.

Non ho banco al mercato
ne bottega, nulla vendo
di questa roba mia
mi piacerebbe assai
che plebe e signoria
posasse l'occhio a dire
che buona o bella mercanzia.

La croce e la spada.
Elevatele in ogni luogo umano
a testimoniare l'amore a Lui
ci dissero sempre, sacerdoti
chierici vescovi pastori e
in ogni borgo svetta
il simbolo suonante
della pur minima presenza
col popolo pio alla sua ombra
gregge operoso mite che cresce
di cure pasce chiesa e prete
di prebende.
Di poi che la vita alle spalle pesa
di malanni e ingiustizie
di tribolazioni a spanne
e l'uomo che di fede fa presenza
come altri pratica indecenza
viene che il peso degli unti viepiù gravi
e scopri che quell'arma di fede è lama
che non spunta da terra
ad indicare Iddio in ogni luogo
ma è piantata a presidiare il mondo
e la croce che si para
non è che l'elsa dorata, della spada.

Un dolore così.
Del tuo respiro
mi manca la forza di starci
dell'amore che ti porto
ho colme le vene
ed il fiotto di dolore
ha tinto di rosso
tutte le rose i papaveri
perfino i tramonti.

Certe bellezze di sogno.
Calma s'adagia la risacca
e nell'ansa della spiaggia
curva l'onda verso perdersi
dall'azzurro al grigio sabbia
e un etereo stormo di gabbiani
gurge lì in un punto impreciso
Lievemente l'ali si incrociano
salgono e scendono
di bianco e cenere vestiti
un sogno elevato di cielo
Lento m'appresto insospettabile
e mano a mano l'occhio
alla scena s'incolla
la spoglia dal sogno sognato
vede becchi affondare strappare
gelatina di mare
orlata di cremisi e azzurrino
oscenamente aperta rovesciata
coi lunghi vezzi filanti
smozzicati.

Copre la pergola
con grappoli di glicine
cullati dalla brezza serale
lo spandersi del profumo
dei miei pensieri
ma tremulo il labbro tacque
e viene la quiete della tristezza
a calarti sulle palpebre
dopo che inutilmente
hai cercato, restie le parole
di dirle quanto l'ami
un abbandono nostalgico
per quel momento
che mesta_mente è andato via
per non tornare più.

Oppiacei.
Mistero, quello spargere
carminio tra il verde
o il giallo, e
lungo ripe polverose
a bordo strada
troppo delicato il fiore
sottile il gambo
e quel bottoncino nero
al centro, che subito scolora.
Ce ne sono certi, non qui
che dalla bacca mungono estasi
non l'ho mai sugato, mi fido.
Dei nostri
strizzo i petali coi polpastrelli
do il rosso alle labbra
come facevam fanciulli
un secolo fa.

Lontana la notte.
Questo volerti avere
sempre
per sentirmi vivo
il desiderio
di avvolgerti a me
ed io in te
a perdere la ragione
è bisogno di vita
che per la corrugata
pelle del tronco
fluisce fino alla mente
e poi si spande intorno
all'infinito
fa sereno il giorno
e non importa più
quanto è lontana
la notte.

Vorrei vedessi.
Il mio amore
quando correva nudo
in quel mare verde_speme
coi timidi fiori gialli­_bianchi_blu
a frustargli le gambe le cosce
Farti capire che non si sfugge
la voglia di felicità
impossibile che sia
E' preda del cuore, o vuole
seppure sanguina
al pensiero
che quello non è domani.

Rito preparatorio.
Non cercherò di convincervi
che la vita non vale
le sofferenze che da
perché alcuni l'hanno avuta
e soddisfacente
vi dirò che l'ho odiata
per esser stata avara
con me
che troppo fragile
ho il cuore, mesta e
incerta l'anima solitaria.
Ma vi stupirò
con una uscita alla grande
dalla porta principale
con la parca che segue.
Io, a testa alta
come andassi al patibolo
degli eroi.

Fortuna...dammi...
Chi con musica
altra con canzoni
componimenti o versi
mi ruba il pensiero
e l'anima, alle volte.
Io che da sempre
la vorrei turbare
quest'anno almeno
dammi giusti attrezzi
suggerisci vezzi
per vestire all'uopo
la mia psiche e mostri
l'armonia la passione
che mi premono
che valgono il dolore
di non arrivare.

Come le candele di Quaresima
che ad una una dopo Pasqua
si spengono strutte e consumate
ma qualche moccolo fuma ancora
sul candeliere e la brace
s'ostina a non cadere
nella cera fusa
gli anni verdi sono andati
veloci, lenti altre volte
ma inesorabilmente
e di loro qualcuno, più felice
s'aggrappa alla memoria
e ti sorride, ripetendo il verso
quasi mai sincero
che la nostalgia lo fa sembrare
tutto più vero, del vero.

Delle rose...
Si chiamano roseti
nei giardini distinti
coi sarmenti tutti uguali
curvati elegantemente
rosai, qui in campagna
dai tralci selvaggi
che s'innalzano al sole
ma carichi di spine
entrambi
acute minacciose
che le cince ci piantano
gli insetti e lucertole
e a primavera, danno
rose dal gambo lungo
petali raccolti a flute
in giusto numero distinte
i primi a bordura di vialetti
ghirlande e festoni di canine
ad arredare la via su per i colli
gli altri, qui vicino.

Non deporrò mea culpa
nelle fessure del muro
del tuo lamento
quel canonico volermi
irretisce la mia voglia
di cielo.

Forse è solo un respiro
forse neppure
una brezza sui fianchi
certo
che carezza e va via
da subito desiderata
rincorsa
seppure d'altro prato
è già sospiro.

Ogni poco
come foglie d'acero
a novembre
cadono gli amori
e il gelo che lasciano
quanta vita consuma
per scaldarti
ancora.

Quando si spezzerà
la catena che mi lega
a questa vita
e l'ansia perenne
più non distillerà paura
vorrò goderti tutta
languida ultima amante
leggermi una volta ancora
dentro
mentre mi porti innanzi
oltre.

Ogni volta
che un'estate sempre pregna
di appassionati sensi
va via da me
quel freddo che subentra
temuto, mai scontato
vuole cullarmi a lungo
e sebbene sia la sua stagione ora
non c'è che nostalgia di ieri
nella solitudine rappresa, una
lacrima asciutta, incisa però
dove da sempre custodisco
il pensiero di me
che non trova pace.

Mente il mare.
Sottace il mare le tue paure
quando vestito dell'azzurro
che ha rubato al cielo
si spande quasi all'infinito
e mente, lisciandoti l'anima
che c'è altro dove vivere
oltre questa riva.

Tacitare il cuore
e sbuffa sangue, lui
spinge potente da sollevare
il mondo, come è stato
ma s'aggrappa all'anima
limpida impotenza
amatrice di pace, sognante
che si frappone
e possederai, forse
se non la segui
e amerai, certo
se lei ti guida.

Alla (mia) mamma.
In quella terra assolata
vulcanica brulla spinosa bella
senza una mano amica
una voce domestica cara
tu che nascesti al prezzo
della vita di lei
io t'ho quasi ucciso
nascendo.
E m'hanno narrato
che pur sanguinante
esanime quasi, m'hai voluto
sull'addome prima ancora
che ci separasse il taglio
e solo percependoci
sentimmo
l'afflato amoroso che mai
ci mancò, nella vita.

Consumati no.
Hai consumato tutti i no
tutti i non voglio
fremendo di rabbia
e di passione
ma non hai spento
il mio sogno di rubarti
almeno l'emozione
di possederti in parte.
Vai via di spalle, dritta
sulla fierezza donna
scuotendo sfacciata
il blu della tua gonna
sicura che appeso al muro
che vuoi mettere tra noi
c'è quel ritratto in seppia
di noi estasiati, guardarci
nella nebbia.

Masticare sogni.
E non c'è che la vita
per masticare sogni
titillarsi l'anima
grattarsi la ferita
rimarginata appena e
gli occhi son solo finestre
aperte a volte, altre chiuse
polverose spesso
perché non t'abbia accecare
la luce della realtà.

Vita da reduce.
E coi piedi ormai della 28
comincio a camminare
quasi mai direttamente
da un lato all'altro
d'una strada sconosciuta.
Quasi sempre incerta
mi spaura
e scanso sassi salto pozze
alle volte una mano calda, di casa
mi sorregge mi guida e rassicura
solo per lasciarmi subito andare
spingermi a proseguire.
Eran tempi di guerra, quelli
cupa insistente anni
e lo stranimento intorno
viepiù calava sugli occhi
l'incertezza a esistere quieti.
E quella paura quotidiana
fattasi abito per durare a lungo
restò appesa alle spalle
e non c'è stato poi
tranquillo andare
neppure sulla via lastricata.

L'ombra della sera
L'ombra che mi precede
scalza ciottoli e sassi
riempie pieghe e anfratti
disegna irregolare me
come un alieno bruno
sul terreno di tutti
non mi trova mai
non ho che parole soffiate
per districare piatti pensieri
dilatati in orizzontale
non picchi, saette
monotonia dell'essere
ma lei è soltanto
un tentativo d'anima
non potrà raccogliere dolori
né dispensare amore.

Ricordi di...
Ricordi di difetti incertezze
alla psiche abbarbicati
come cirripedi allo scoglio
appena semoventi solo
per cibarsi di passato
nostalgicamente procurar
far dolore o gioia
chi ha da continuare
a vivere.

Se l'ombra precede.
Ho scoperto nell'anima
cose che non avevo visto mai
e dimenticato altre, del cuore
che sempre avevo percorso.
Così con le ginocchia flesse
le braccia abbandonate
ai fianchi, mi sono perso
che non trovo ringhiera
appoggio appiglio sostegno
per stare dritto davanti
alla mia ombra
dirle son io che vado
e lei deve seguire.

Profumo.
Da quella sera al cinema
quel lucidalabbra suo
appena profumato di rose
che conservo sulle mie
sorridendoci, ebete, sopra
si è sparso ogni dove
da giorni e non si perde.
Aleggia nella mia solitudine
spunta da ogni cassetto
abito che metto
gli altri mi guardano curiosi
forse lo sentono
abbasso gli occhi
m'imbarazzo, felice.

...in ...ezza...
Lenta d'autunno la brezza
liscia lentamente accarezza
con morbida incertezza
a placare irrequietezza
ancorché la scontentezza
che col tempo raccapezza
la paura di vecchiezza
incipiente sempre grezza.
Ma non c'è mai bellezza
se la vita è debolezza
con più cupa pesantezza
nulla vale eppure olezza
quando vendi la mondezza
del tuo crederti grandezza.
Sol per te sarà salvezza
accettar in concretezza
che nessuno mai disprezza
giusta consapevolezza.

La volgare eloquenza.
Son parole le mie lemma i tuoi
che come chiffon mussola e sete
avvolgono distendono pensieri
di sensi nascosti alieni, intrisi.
Ch'io d'intelletto frale
in quell'azzurro vapore
aereo pulviscolo ologrammatico
colgo e non colgo
sicchè mi sfugge l'emozione.
Io mi pongo, mi calo
a tutto tondo nel pensier mio
giocondo, a volte
altre malinconico
nostalgico di vissuto e di futuro
ma s'ha da dire
quel che pane, è pane
e al vate altro cammino camminare
amen.

Raggiungere.
Non c'è che volare
di cielo in cielo
quasi bolle temporali
per andar via dal presente
e raggiungere
raggiungere
raggiungere
la falesia più alta
sul crepaccio dell'anima
che non vuol tacere.
E corrimi incontro vita
che sfuggir la morte
mi costa fatica
Lei che mi attira
con occhi di pace
mi tende glabra la mano
mi sorride e mi invita
nel suo letto di notte
silenzioso pacifico
finito.

Momento infinito.
Se la carezza della tua lingua
alla mia
quello sfiorare lento umido
quasi a circondarla
cercarla e sfuggirle, ritraendosi
e aspettarla nel cavo per leccarla
ancora e ancora
cingerla con le labbra tenere
e di nuovo lusingare
lì presso la piega della bocca
la mia che la segue
dietro occhi chiusi dolcemente
mi perde, dove ti ho condotto
e tu persa ristai
è momento infinito, unico.

Appena mi baci e scendi
di tra le lenzuola
mi frugo la pelle
per ritrovare tracce
del tuo frugare me
annuso questo cuscino
per appendere
il tuo profumo al viso
ma non trovo che carne
e mi fa male - a volte
ti dissi tanto
avvolgila
questa mia passione
che è solo amore
ciò che voglio.

Erotismo virtuale.
Ti ricordi quella sera
che per gioco cominciò
quella voglia di sentirci
nonostante la distanza
esternandoci il bisogno
brulicandoci la voglia
di sentire sulla pelle
lieve scendere una foglia
che ti tocca non ti tocca
e si posa sulla bocca?
Qual gran turbine la psiche
panni e freni sulle ortiche
la passione lei ci sfoglia
prende lascia poi ripiglia
nel sentirci avvinti stretti
fuori e dentro i propri letti
per me scritto forse è inciso
che il piacere è paradiso.

Creature.
C'è nella radura più nascosta
dell'anima mia
un elfo grazioso, solitario
m'ha visitato intensamente
un tempo
ma il mio giocare
con la folle fata bruna
l'ha rattristato
non viene più
al limitar del bosco
coi capelli nei fiori
profumate d'amore le membra
appassionato lo sguardo
suadente la voce
a dirmi ancora ancora
io ti voglio mio.

Certi terremoti...
(alla bambina estratta viva da sotto la madre deceduta)

s'era fatta arco coi lombi
e volta di cielo azzurro
dandoti la vita per nascerti crescerti
contro il boato, di nuovo
s'è fatta arco potente, volta
a reggere la rovina di pietre
salvarti quella vita, per
farla volare nel domani
piena di di te e di lei.

Teodicea.
Quando mai gli angeli
sono scesi a consolare il dolore
quando hanno allontanato piaghe
se non nelle preghiere dei derelitti
che con le lacrime e messe questuano
e se Quello si dice miracolò
afflitti derelitti d'umanità perduta
di lui si tramanda la potenza divina
l'amore celestiale liberatorio
per uno cento mille offesi
lasciando milioni d'altri perdersi
rifocillati solo di speranza
d'essere salvati poi.

Earth_heart
che tutti e tutto nasci e cresci
appieno elargendo aria acqua fuoco
hai posto potente pesante
la tua mano sulle nostre vite
irresistibilmente, dimmi
t'era insopportabile
la nostra ingratitudine
che oltremisura calpestiamo
lordiamo dissipiamo
i tuoi doni preziosi
da rasentare il matricidio ?
allora cotanta pena posso accettare
pur nel pianto
o è d'altri la sete del nostro dolore
perché incostanti amanti ?
O siamo soltanto granuli
atomi dell'universo
che muovendosi vive e
nulla cale quanti e quali perdere
nell'incessante continuamente esistere
da sempre?
Dimmelo che lo voglio sapere.

Il vino.
C'è chi lo cola in bocca
e lo tracanna
chi alle labbra appena
poggia il vetro che s'appanna
per scenderlo a occhi chiusi
lentamente
altri annusa aspira effluvi
sulla lingua lo mescola rigira
alle gengive per più assaporare
e pensa forte, vuole valutare
quello che più ne sa
contro il palato lo fa schioccare
che tutto il gusto deve deflagrare
ha mille modi suoi questo bere
le gote ti fa rosse anche se bianco
allarga il respiro e sei meno stanco.

Inutile mare.
Quanto inutile tutto questo mare
non conterrebbe una briccica
del mio rimpianto
ed è qui ad esibire il colore del cielo
a inebriare quelli che possono godere
accarezzare piedi contrappunti
stretti frenetici per raggiungersi
più in alto
me lo diceva in una lettera d'amore
quanto l'aveva nell'anima questo pelago
di quel tempo che cambiò la vita
e fresco via scorreva tra le dita
come il tempo che ha volato nella testa
lasciando solo un ricordo grigio_azzurro.

Fiore di cristallo.
Ho maneggiato swarovski
ma il tremor delle mani grosse
non colse la fragilità dello stelo
e capitò farlo cadere.
Era la trasparenza a prendermi
la leggerezza delle forme
l'irreale luce rifratta intorno
in mille e mille minuti arcobaleni
sparsi sulle pareti fatte nude
ma seppur etereo prezioso
taglia e fa sanguinare
come il vetro dei bicchieri
per vino comune.

Non odiarmi
Non odiarmi già prima
di sapere che nulla vale
ciò che ho portato via
quello che davvero era
bello e tanto e prezioso
l’hai tu nel cuore caldo
generoso custodiscilo
non freddarlo di rancore.
Incapace d’essere quello
che speravi sicuro sempre
d’esser inadeguato sono
fuggito portando con me
il mio poco essere.

Voglia di sole.
Avevo voglia di sole, stamattina
ed è venuto, abbondante_mente.
Dopo una notte di porte riluttanti e cupe
che celavano altro da me, ambito
e mordaci lacci trattenevano il piede
che all'uscio chiuso volevano portare.
Logorroica l'ansia mi lega e scaccia
senza fracasso tra l'anima e la mente
solo il salto oltre la muraglia
nella luce piena del sogno
mi da la quiete d'esistere
ogni giorno
indipendente_mente.

Il sogno traslato.
Se le labbra cercano l'altro respiro
e le mani s'immergono nei profumi
la voce appena soffia parole dolci
allungate dal fiato arduo
m'invade l'essenza vitale d'appresso
mi copre e riempie, m'avvolge
allora sento che c'è un suono
un sentire che si stacca dal corpo
s'invola, lievemente mi conduce
nel sogno più suo, che diventa mio.

Il custode della paura.
Per il tempo lungo della malattia
non ho sentito l'intimo calore
che sempre aveva la mano
che teneva la mia, dall'infanzia
ma ero giovane quando lasciai casa
e ho temuto d'esser solo, così
all'improvviso.
Ho cercato il suo sguardo
seppur severo spesso, altre
rassicurante, incoraggiante
presente, però, sempre
ma era spento.
Occhi fissi, polverosi, rivolti
alla linea d'orizzonte
quasi ad indicare il mio
fatale altrove.
Non ho da ripartire, il via
è laggiù, lontano una vita intera
il traguardo che mi aspetta
nella parte più alta di questa
ho difficoltà a raggiungerlo, come vorrei.
Un alito flebile antico che mi lascia
prima della fine del viaggio
è segno questo
che posso da solo proseguire
che sono adulto, ormai?

È dolore, tanto, più del pianto
e gli sguardi, più delle carezze
che il primo e l'ultimo spaurano
qual malanno mortale contagioso
s'asciuga e s'ammicca, più che altro.
Ognun per la sua via, in fretta
prudentemente lungi da se
l'afflato dell'altrui soccombere
e al proprio altare nascosto
l'ostia IO in segreto
al massimo, compatire.

Dalla raccolta “Se fuggi sempre le sirene...” 2006.

E' primavera.
Hanno aperto le labbra
i gravidi boccioli
dacché copule floreali
da venti e farfalle ebbero
prosseneti aerei
pollini selvaggi oppur domestici
ora esibiscono vesti teatrali
di nuovo a ripigliare il rito.
Presto nevicheranno petali
tutte le sfumature del rosso
fino al virginale bianco del melo
e a terra piccole essenze
si sbizzarriscono in gialli
azzurrini e viola brillanti
per affascinare l'alieno che porta
pur senza amore
il seme per continuare
a esistere.

Dalla raccolta “Se fuggi sempre le sirene...” 2006.

Donna
accoglimi, raccoglimi, crescimi
tra le ferite, le pene, le lacrime
che t'impongo.
Dammiti
e prendi il mio poco
perché, stampato nell'anima
un segno mitocondriale
dice e mi fa essere
inopinatamente tuo.

Nascere così
nella mente di qualcuno
senza pensieri consonanti
per magico fluido passante
per i recettori intelligenti.
Sentirsi amato, comunque sei
irrimediabil_mente
che quel che porti in nuce
è verità, poco che valga.
Senza essere scarnificato
per cercarvi un'anima
tal quale la vogliano trovare
quando non è, né vuol essere
irrimediabil_mente.
Non c'è che la solitudine
a morderti tumide le labbra
umide di baci che non hai avuto.

Tanto è dolore, più del pianto
e gli sguardi, più delle carezze
che il primo e l'ultimo spaurano
qual malanno mortale contagioso
s'asciuga e s'ammicca, più che altro.
Ognun per la sua via, in fretta
prudentemente lungi da se
l'afflato dell'altrui soccombente
e al proprio altare nascosto
l'IO, in segreto
al massimo, compatire.

Come leccare la luna
è stato come leccar la luna
un amore soltanto immaginato
quello che s'è eclissato
di uno che lava i suoi stracci
in quattro versi blesi
Odora di nostalgia
la solitudine che
quando una carezza la sfiora
spande sensuale un profumo
accattivante
e subito
lo porta via il vento.

Pigra_mente.
Disteso nudo sulla spiaggia
quasi a dilatare la pelle
la sabbia asciutta calda
m'accoglie m'aderisce
come un grembo materno
mi culla.
Lieve mi percorre una brezza
visita ritagli impudichi
esposti al sole
non mi perito dissimularli.
Ovattata ritma la risacca
sciaborda su e giù dalla riva
senza pretese
accompagna fantasie di lidi lontani
oltre questo mare.

Momenti
scorro file d'occhi passare
brillanti come una teoria
di vetrine illuminate, vuote.
A volte un lampo, appena
si sofferma, lo fissi
per carpire un consenso.

Guerra tecnologica
Scarpe su chiodi uncinati
strappavano lembi di carne
viva o inerme
ad ogni assalto.
Quelli che seguono
l'attacco tecnologico
su calzari sintetici, suole
a design antiscivolo
spiaccicano brandelli
sanguini, irriconoscibili.

Questo bel dolore
che mi dai andandotene
mentre sognavo
del buono per restare
si spegne così senza livore
era solo un nato inatteso
vacuo pensiero.

Da / a Antonia Scaligine.
Stupro.

A che varrà penetrargli la carne
se mai avrai il suo sorriso
la sua appagata discinta voglia, poi?
Sol del tuo genere gonfio
brandirai forse l'impresa
nel tugurio d'anima in cui vivi
che neppure tua madre, tua sorella
vorranno mai abitare.
E laida memoria custodirai
tanto da non aver che merda
da contare alle tue figlie
che da altri stupri non saprai salvare.

Aria di restaurazione:
Fioretto
nel suo nome
ti priverai, rinuncerai, abiurerai
di comodi discorsi
di costosi lauti pranzi
di gaiezze eccessive
contrito acquisterai
sub prime benedetti
santini e souvenir capitolini
soltanto berrai, il segno ti farai
con acqua della fonte
e sul capo la cenere
per confessare ingiusta
la libertà d'essere come vuoi
volersi appena lieto, nemmeno sazio
neanche davvero felice
che vicino casa
fuori dal tempio
la privazione è vita.

Se dagli occhi liquidi
mi chiami
e i battiti sento pulsare
quando
pare volti altrove il capo
perdona la mia incertezza
d'apparire forte
che il non averti
mi pesa più della vita
e lo stordimento m'allevia
il desiderio
e la tua mancanza.

Autoscatti
non ho che questi
ultimamente.
Allucinati sguardi diretti
non so dove
verso me, e oltre
attraverso l'obiettivo
a ritroso, alla camera oscura
nel buio
nell'anima, muta.

T'aprirei il cuore
per guardare dentro
quanto questo amore
custodisci in fondo
quando la sera
preparandoti alla festa
la cipria delle rose sulla pelle
il vento di mare nei capelli
liberamente fiera ti rimiri
le mani ai fianchi a piroettare
che le sete s'hanno da levare
vedere dove hai il pensiero
quando bianche le mani vanno
su per le gambe sapiente_mente
a raddrizzar la riga della calze
ogni volta sempre lenta_mente.

Origami.
In mille pieghe
dalle mani sudate
in carta colorata
origami di speranza
sparsi sulla mensola vita
lastra trasparente
che solo riflette forme
che sostanza è l'anima
sempre.

Il pappagallo.
Ma che cosce ha la badante
giuste appese a belle anche
le dimena per la via
ho già detto ch'è mia zia
se l'abbraccio caramente
glielo chiedo lì all'istante
tanto sono incontinente
me lo tenga saldamente.

Tu nella carne canti la vita
come acqua sorgiva fresca
munta dal cimiero di ghiaccio
tra forre e crepe e campi verdi
vestita di coriandoli multicolori
annuncianti miriadi parti in corso
dalle rive strappi e porti sostanza
Al fiume della mia esistenza
che la china scende, mi
avvolgi in gorghi i fianchi così
attingo il vigore che mi fa vivere.

e....

Pensiero in ... are.
Se il sogno non è più volare
navigare, andare
ma comodamente stare
aspettare, profittare
né più generosamente dare
al mite d'angolo a questuare
ma da quel posto inoculare
follia e altre tare
e non amore quiete portare
ma inquietudine di essere o sembrare
quale mondo potremo mai abitare
avremo come destino emigrare
quale fratello potremo abbracciare
se tra l'uno e l'altro è aperto un mare?

poi uno si rilassa, e...

Pensieri in ...are.
Un mondo immaginare
dove il mio pane mangiare
giusto spazio occupare
il tuo idioma imparare
quel colore apprezzare
i miei sensi eccitare
il tuo contatto bramare
dalla riva ammirare
tante mille ali volare
un amore portare
l'universo a girare.

La bambola di guerra.
s'è posata la polvere
e i mattoni sfranti
tra le macerie informi
come vene rosse di sangue
sono ingrigiti, i crolli spenti.
Ormai inerti diroccamenti
che 'l brulicare di facce stravolte
di sudore e lacrime grondanti
vocianti : accorrete, qui c'è uno! senti?
s'è rinchiuso nel privato pianto.
E si è posata la quiete
non la paura, qualcuno
ancora pericolosamente
brancola tra sassi e ammassi
cerca, forse, segnali o
imprime dolori nella mente.
Sola, come sola è la morte
tra le cose rinunciate
una bambola di pezza
quadretti bianco-rossi
la faccina di luna con
ciglia e occhi troppo grandi
mi chiese di portarla via.
La conservo con me, per
il raduno di tutti quel dì
dove la Bice che la perse con la vita,
la riconoscerà e riabbracciarla vorrà.

Fuggire.
Dite se c'è un posto vero
un'isola lontana da tutto
dove si possa riparare
da questo mondo breve
di tenebra e bagliori eccessivi
perché non ho modo in verità
avere qui un vissuto
a parer mio decente.
O dovrei incrudire il cuore
il pensiero lisciviare
forzosamente ridere
del peggiore dei mali
che, tanto, tutto passa?

Felicità
che alta da oltre e più
di Andromeda rifulgi
non basterà la torre
in cui vivo per raggiungerti
e non posseggo la chiave
della botola sul tetto
che la vita ogni giorno riflessa
nello specchio replicante
mi nasconde
e non ho cuore
di attraversarlo tutto.

Dalla bottiglia al mare.
Quando ho infranto
la bottiglia barriera
trasparente teca prigione
e io nave dal fasciame
di fiammiferi spenti
ho preso il largo mare
l'ancora dei miei pesi
vivi ancora ho mollato
in porti e fondachi, dove
ho lasciato più che preso.
E lì, negli angiporti, ho cercato
tra l'anima e la carne
penetrare tra le cosce, la vita
che mai l'avevo avuta.

Cuore del deserto.
Sposo eccettuato
dall'ossidiana fondo
degli occhi recintati in ricami
da geloso paternale affetto
copre la cerbiatta da
occhi impuri; non lordino
il giardino di delizie che
l'altissimo
in lei s'è compiaciuto
per darlo a lui
suo fedelissimo devotissimo.
Giusta alla sua sella
e dolce peso gl'impone
per dargli ricchi frutti
di quei lombi
che sarà preziosa e amata
più della giumenta Asil
che insieme nella tenda alberga.

Cos'è giusto.
Berrò ancora un sorso
di questo vino forte
che non mi sia lucido
perché e come vivo.
Ho chiuso dentro
la poca anima che ho
ogni sospiro, se
lontano mi corrono
i pensieri e non risolvo
d'accettare quel che viene.
Seppur volessi amarmi
appena un tanto
da render grazia
a chi mi fece e feci
farei torto al giusto
che perder la vita in nulla
ho preso gusto.

Come.
Sono in doppio
come rotaia
come bue aggiogato
lungo una tratta insieme
e tra noi
cocci di vetro dal filo micidiale.
Fiele come sarcofago d'affetto
indifferenza esibita
dalla faccia incipriata
sputi come sassi.
S'appoggiava il convoglio
stentatamente
da questa all'altra parte
e rivoli di sangue appena munto
ogni volta tingevano
il labbro d'ira arso.

Nasce e muore.
Rincorro il mio sogno
come un anello ch'era largo
tra le pieghe delle lenzuola
di un letto sfatto
e non m'accorgo ch'è tardi
non lo trovo
troppo tempo atteso
tra perderlo e cercarlo.
Né so quando l'ho cullato
l'ultima volta
se distratto l'ho perso
buttato o solo scordato.
Ma dal letargo
ognora si desta, fruscia
per l'anima come un vento
meridionale, in folate calde
ridesta sopiti ardori, accende
un attimo speranze e subito
nuovamente muore.

Vorrei
Vivere in una casa di vento
dove lo chiffon fa nuvole
la pioggia sparsa al suolo
specchio infinito d'universo.

Chi sarai mai
Col capo grigio
lieve sul tuo soffice seno
che di lacrime felici bagno
e sfioro con le labbra
umide ancora della tua saliva
ti cingo con scarno braccio
la vita, il fianco
e accosto il ventre
al tuo calore.
Sazia ormai incorporea
distrattamente allunghi
la mano calda a titillare
la mia spalla e schiena
sotto quell'ala lunga tornita
glabra di morbide piume
sensuali.

Aspetterò un mattino.
Se una mano fresca
mi carezza la fronte
con dita leggere il viso
e le palpebre socchiuse
stanche
lascio assaporare
il calore del mio corpo
e concedo spiagge deserte
alla mia anima.
Sono ormai stanco
di cercare
mi siedo sopra il pensiero
e aspetterò un mattino.

Crescere, nonostante.
Boccoli d'oro
sete, nastri, velluti
e scelti modi, limpide letture
piume e lini anziché graticci
un nome un casato già da placca.
Scese le scale lustre
in scarpe di vernice lievi
trova subito fiera dura
la strada zitta
che veloce va via
sotto i piedi diventati nudi.

Se vedete la mia pena
da quel gradino alto di cielo
sul quale sedete quieti
ditemi, cos'è
questo rapirmi il senno
un sogno nuovo
che mi sono regalato
quella notte affannosa
che non mi trovavo.
Chiuso nello scrigno d'oro
ancora non l'ho scartato
ansimo al pensiero
del fulgore di luna d'estate
che ha la speranza
di una vita nuova.

Quanta verità sopporti.
Vorrei dipingermi – a fresco
un mare aperto negli occhi
oppure un deserto infinito.
Viaggiarli con la mente
senza sentire, percepire
i limitrofi viandanti.
Appartarsi a rovistare
nell'angusto o grande spazio
dell'anima insommessa
quanta luce sia possibile portarvi
senza spezzarne il nerbo.
Perché questo fluire
di nebbia o sabbia
che è venuto o viene
contorna plasma corrompe
ogni speranza possa
essere diverso il divenire
m'acceca, come guardare il sole.

Pozza specchio.
Di pozza in pozza
d'acqua cheta per lo più
torbida o limpida
se lungamente ferma
son solo specchio, da tempo
fedele alla stessa riva
e alghe verdi e cirripedi
abbarbicati ai fianchi
a franare ogni mossa.
E quando gli scrosci
tutt'intorno dilavavano
per il nuovo da venire
l'alveo tutto scombinavano
quatto sul fondo
li lasciavo tracimare
correre oltre laggiù al mare
e la pace di nuovo
come la morte s'adagiava.
Risorge il giunco
al passar della corrente
ora l'aspetto venire
forte irrefrenabile
suo mi farà e tra massi
e scogli a furor di vortici
via mi farò condurre
oltre questa afflizione.

Al telefono.
Quando mi fai giungere
parole come petali
in fiati fiochi
d'emozione tinti
scorre dolce un pianto
fuori dall'anima
ed è sogno sensuale
di amplesso.

Autunno che va.
Lunghi, di metallici riflessi
turchini, folate di nera notte
odorosi di carnalità
sciolgono il sonno in sogno
dove il vento tra le crepe canta
una melica ammaliante e
lega i polsi in preghiera
attorno all'ultimo ramo verde
di gemme nuove pregne
in questo autunno che va.
Piego le labbra in un sorriso incerto
e dalla veranda degli occhi
guardo scorrere ieri
mentre passo una mano
paziente
sopra i miei limiti.

Uguale e perso.
Ho solo un posto dove stare
quando tira forte il vento
sul deserto che ho dentro.
Nel sogno preferito
fin dall'infanzia
dove facilmente uccido
il drago solitario che cozza
le mura della mia rocca.
Non ha mai vinto, sinora
solingo io pure, guerriero sicuro
tra le mura della mente, mio
unico baluardo della libertà
di essere diverso, appena
da non sentirmi uguale
e perso.

Che vita è.
Non c'è che una storia
che puoi raccontare
la tua vita, non
quella che volevi fare.
Questa non manda su per le vene
il succo acido delle fatiche
te lo fa mungere senza temere
ti da il dolore tiepido esaltante
della crescita, perché linfa nuova
ricca e sana dovrà venire.
Invece è salita di acciottolati duri
e alzando il capo oltre il parapetto
chiaro ti pare di vedere l'orizzonte
ma di nuovo chino sotto il tempo
gocciolar salse stille sulle pietre
calcate, un sorriso amaro al labbro
e sfidare la sorte a forza
ogni giorno.

Cader dal cielo.
Quella voglia di volare
di andare altrove da qui
presi da un soffio lieve
in vortice radiale
tenendoci mani nelle mani
i corpi centrifughi roteare
in girotondo estasiati, liberi.
E, i capelli sciolti
più lunghi del cerchio
circondano e tornano
a lambire la tua bocca
sorridente madida per
l'ansimo della danza
che non può più cessare
o io cadrò dal cielo.

Rincorrere.
Tu mi corri dentro
ed io non ho difesa, riparo
mi attraversi come blu notturno
mi accendi come rosso tramonto
e non posso allora impedirmi
di volerti, ma non ho cuore
ne braccia abbastanza
per avvolgerti come vorrei
tenerti finchè tu possa amarmi.
Così fuggi e ritorni
ad ogni afflato dei tuoi sogni
ed io vorrei volarti dietro quando vai
non per frenarti, per farti strada e bere
a quella fonte che ti fa 'sì bella.

Nel sonno, la notte.
C'è nella notte
nel sonno, forse
una o più presenze
impalpabili ma forti
che ti corrono dentro.
Perfino odorano di fuori
pungono aghi del giorno
oppure profumi rapidi
che ti fecero voltare
strepiti rumori urli, anche
cambi il lato, sbatti le ciglia
senti che ieri
è li seduto dietro le palpebre.

L'orco moderno.
L'orco mercato ha mangiato
sempre figli di qualcuno
soltanto a volte il pranzo
ha ben pagato
altre, le più volte
ha divorato pure l'ospite
che l'ha sfamato.

Poltrona
Seppur buttata lì
accanto al cassonetto
in compagnia di vecchie
rotte cose abbandonate
avevi l'aria elegante
di nobile sventurata cui
la vita frettolosa incalzante
ha scompigliato il look.
L'architettura raffinata
polito solido il telaio e
di curva in curva ricercate
forme di bell'ingegno
aliena qui tra le modeste cose.
Qual destino ti condusse
così lontano dal tuo naturale
non squarci, né brutte piegature
solo brune macchie rapprese
rossastre, raggrumate
sullo schienale color ghiaccio.

Bucaneve.
Mi trovo qui sempre
io soltanto mio
bucaneve nell'immensa
algida distesa non marcata
all'ennesimo consuntivo
inutile e doloroso.
E se non fosse il mattino
sempre più grande, infinito
a rassettare notti agitate
ripiegare scomposti sogni
molcere desideri ancora vivi
varrebbe volare lontano
una città nell'altra
stordirsi di vuoto esotico
che questo lo so.

Piove.
Piove bene sull'impermeabile
e sulle falde e del cappello
calato basso fin sulle orecchie
le mani nelle tasche, gallerie vuote
un bozzolo tutto a difesa
dalla pioggia che sciogliere volesse
antiche incrostazioni care.
Sparsa al suolo riflette luce
specchio d'umanità frettolosa
che ogni scarpa lo frantuma
e mille e mille nuovi fotogrammi
si scompongono s'inseguono all'infinito
mentre la strada verso nulla
scorre sotto i passi lenti.

Il cielo copre.
Il cielo sempre copre
tutti i rimorsi, tutti i rimpianti
e come una scimmia stupida
con memoria di nulla, hai
infilzato solo biglie di vetro.
Verrà presto il tempo che
il filo del vezzo si spezzerà
e quelle rotoleranno ignote opache.
Seppur una soltanto
sentirà il calore di una mano
l'orma anche lieve
non sarà tutta perduta.

Andare.
Greve il peso della bisaccia
che alla spalla pende
ancorché gonfia pregna solo
del vento di minimi ricordi
tuttavia irrinunciabili
per non sentirti senza te.

Non balla più Pierrot.
La stagione dei balli s'è conclusa
cade la benda del mistero buffo
gira intorno ancora il mondo intero
madido il viso, resta lì gessato.
Il pianto delle risa o della nostalgia
ha squagliato il bistro tutto quanto
dell'occhio fascinoso nulla resta
cola come catrame o cera fusa
segna una faccia triste, spaurita.

Mensa poveri.
Come sospesa
manda lo sguardo qua e là
non perde di vista il bastone
quella figura che la segue.
Resta seduta grossa informe
vestita di nulla che vale
attende il cartoccio da fame
enorme grondante.
Occhi liquidi spenti, fondi
come due buchi neri
piantati nei miei
con un muto interrogativo.
Una domanda che mi ferisse
almeno
per esser lì a spiarla
mi manda un sorriso invece
una piega scema della bocca
sembra sputo saliva per lavare
la mia ferita aperta infetta
dalla inquietudine ipocrita.
Ma io voglio, farmi male
altrimenti non ci sarò mai, qui.

Di pozza in pozza
d'acqua cheta per lo più
torbida o limpida
se lungamente ferma
son solo specchio, da tempo
fedele alla stessa riva
e alghe verdi e cirripedi
abbarbicati ai fianchi
a franare ogni mossa.
E quando gli scrosci
tutt'intorno dilavavano
per il nuovo da venire
l'alveo tutto scombinavano
quatto sul fondo
li lasciavo tracimare
correre oltre laggiù al mare
e la pace di nuovo
come la morte s'adagiava.
Risorge il giunco
al passar della corrente
ora l'aspetto venire
forte irrefrenabile
suo mi farà e tra massi
e scogli a furor di vortici
via mi farò condurre
oltre questa afflizione.

L'ultimo gradino.
Un giorno a breve
avrò freddo, qui e
non vedo nessuno
né sento bussare.
Non ho visto i miei sogni
realizzarsi per lo spegnersi
nell'anima, della fede in me.
Resta una speme che salvi
'avvento del viaggio dato
un crine biondo amato
che mi accarezzi la fronte
l'ultim'ora.

Non so se andrò a cercare
o aspetterò che entri
sull'ultimo gradino del tramonto
l'ineludibile solito giorno

Vecchie arie tempi nuovi.
E' Natale non badare
caro buon concittadino
tu continua a consumare
un balocco e un bel panino.
Se ti fermi per guardare
che ti dice il bollettino
spreca ancora un pochettino
fatti forza non tremare
c'è chi pensa al tuo destino
confeziona cose nuove
fa già prove e poi riprove
il congegno mette in moto
come sempre lui avrà molto
e tu sempre molto poco.
Ma è per questo che passiamo
dei Natale molto belli
pur con l'astio per l'ingiusto
c'è chi dice siam fratelli.

Avvolgi i miei fianchi
con la seta delle cosce
il viso, il collo
con le rose del tuo seno
e respirerò il fiato
del nostro mistero.

Tre corone di rose
spinose
per cento corolle odorose.
Tre carezze sulle labbra
frementi
per mille sospiri gaudenti.
Un diluvio di lacrime
ardenti
per un bacio sulle dita
tremanti.

Sai quante volte a sera
quando s'appropinqua il buio
poggio la guancia
al tuo ricordo
e piango?
Non volermene se
riuscir non posso
far fede alla promessa
di passare oltre il fosso
che divide te da me
da quando il fato vile
volle portarti via.

Avevo un fiore
coltivato in vaso
il suo profumo
mi riempiva il cuore
dei suoi colori
l'iride m'orlavo
e del suo esserci
mi placava il capo.
Venne maltempo
in quell'etade breve
grumi di sangue
facevano barriera
alla felicità
che per poter tornare
sulle macerie e lutti
avea da camminare.
Di forza le strapparono
la corolla, di quel colore
non rimane nulla e
se dalla sbarre vedo
un coccio rotto e il cuore
ho gonfio per il patimento
non mi consola d'aver imposto
a lui che la trafisse
per lo stesso verso brutale uguale
giusta vindice sofferenza.

“alle cinque della sera”
Tè di mandragora
alle cinque della sera
l'amaro fiele le viscere
vorrebbero rovesciare
ma già mi corre nelle vene.
E sangue nero fluisce
nei miei lombi perché
io son stato e sono inadeguato.
Il sogno mio di riscatto
s'è fatto verro zannuto
ed è quel che mai ebbi stimato.
Mal me ne incolga
se il sangue del sangue mio
s'è infettato di rabbia
e morde chiunque
non lo voglia assecondare.
Meschino me
che non m'accorsi mai
che la tenebra mia compagna
l'aveva conculcato.

Dalla bottiglia al mare.
Quando ho infranto
la bottiglia barriera
trasparente teca prigione
e io nave dal fasciame
di fiammiferi spenti
ho preso il largo mare
l'ancora dei miei pesi
vivi ancora ho mollato
in porti e fondachi, dove
ho lasciato più che preso.
E lì, negli angiporti, ho cercato
tra l'anima e la carne
penetrare tra le cosce, la vita
che mai l'avevo avuta.

Pioggia o vento.
Amo più il vento, anche quello forte
che schiaffeggia di raffiche improvvise
fruga nei capelli nei panni
rinfresca e a volte gela
ma puoi coprirti, ripararti
e sempre porta sentori di lontani.
Sempre nuovo che passa
va è più non torna
quel ch'è stato è stato
quel che sarà lo porteranno
da laggiù dove si placa.
Invece piove, sempre
nel giorno nell'ora nel posto sbagliato
mentre l'aspetti, senza riparo.
Quando accudisci ai tristi
meri riti necessari ricorrenti
o prepari il più bel pensiero
vestito, il miglior sorriso
le parole scelte più efficaci
da cui dipenderà un si decisivo.
Ti cola dai capelli nel collo e
sulle ciglia giù per le guance
percorre la via delle lacrime
gocciola a terra a confondersi
indistinta, a liquidi altri.

Il re dell'aria.
Presta sempre l'alito
al sogno di libertà
quando spira il vento.
Trascina pensieri e nubi
cupi quelli, sfilacciate queste
ma regge ali verso lontano
sulla terra e il mare.
Spinge pesanti vele
cariche d'umana fatica
felci lievi teli da gara.
S'infuoca, secca le labbra
inaridisce il suolo, passando
spoglia alberi insonnoliti
d'autunno
semina pollini e semi
a primavera.
Il re dell'aria
che tutto mescola, confonde
o fa respirare lieve.

Mattinate:
Al mattino
fili d'erba
spuntare lievi ho sentito
al tramonto
spirare.

*
Al mattino
acceca la notte, il sole
scuote i sogni nel primo caffè
disegna nel fumo d'una sigaretta
strappa riflessi nuovi
dai capelli lindi e
quando stampa l'ombra
ancora lunga sul marciapiedi
suda già il giorno.

*
Al mattino
se hai fatto l'amore
conservi due pieghe
di sorriso dolce
agli angoli del labbro.

*
Al mattino
di una lunga notte
ansiosa spinosa
catturare vorresti
il primo luccichio
furarlo dalle fessure
delle imposte
fargli inondare l'anima
per portarla fuori

*
Al mattino
un cuore gonfio
di desideri inconfessati
spesso trovi.

Al telefono.
Quando mi fai giungere
parole come petali
in fiati fiochi
d'emozione tinti
scorre dolce un pianto
fuori dall'anima
ed è sogno sensuale
di amplesso.

Specchio.
Vivere in una casa di vento
dove lo chiffon fa nuvole
la pioggia sparsa al suolo
specchio infinito d'universo.

Una diga sul torrente.
S'è messo lì, il passato
diga sbarramento delle
torrentizie acque giovanili
a imprigionarmi e
ormai ciottolo arrotondato
dal continuo ruzzolare
ancora vi sbatto contro.
Avessi scavalcato il limite
giù nel salto di cascata
ancorché ignoto l'arrivo
un masso una pietraia un pozzo
schiantarsi o riemergere invece
sputare l'acqua melmosa
inspirare rumorosamente
l'universo libero
al fine. Ma non fu.

Asia.
C'è un capino biondo
quaggiù nell'anima
son io di allora

però vedo bambole ogni dove

ed eran cavalli cavalieri e draghi
e fantasie di cieli
attraversar di pianeti

e castelli fate e principi, son ora

rumori assordanti di pentolame
e legni a spada fatti e pugnali
o righe e squadre a quella fine

canzoni leziose dolci sognanti

fughe corse sudori da nettare
prima del desco a precisata ora
e ordine rifare ogni costo

e sparpaglìo di minute vesti e scarpini

quanto m'è tuttavia simile
pur così femminile di beltà dotata
ch'io l'amo e l'amerò fino alla fine.

Non solo azzurro.
Ho avvolto un cielo azzurro
in un accappatoio azzurro
e non importa se non è azzurro
il colore dei tuoi occhi. D'azzurro
avrai la gonna e ancora azzurro
e nero, sul lenzuolo azzurro
la farfalla tatuata: dove? Azzurro
il soffitto le pareti l'opalina, azzurro
dove pianto gli occhi per
trovarti dentro.

Per capire.
Non ho giusti ferri
per incidere
né lumi chiari per capire
eclettiche dita ad arpeggiare.
Con mani grezze
squarcio il mio petto
sempre impalmo il cuore
per accogliere
ma no so ancora
quando non entri, se
sia colpa mia o tua.

Come.
Sono in doppio
come rotaia
come bue aggiogato
lungo una tratta insieme
e tra noi
cocci di vetro dal filo micidiale.
Fiele come sarcofago d'affetto
indifferenza esibita
dalla faccia incipriata
sputi come sassi.
S'appoggiava il convoglio
stentatamente
da questa all'altra parte
e rivoli di sangue appena munto
ogni volta tingevano
il labbro d'ira arso.

Il cane in chiesa.
Hai spinto il muso
nello spiraglio e
t'ha fatto entrare
l'officiante,
ch'è generoso e libero
d'ingegno.
Di molti fidi il silenzio
non ti manchi
perché così si fa
è doveroso.
Io t'ho sentito
come cane in chiesa
eppur sforzandomi
d'esser bravo frate
non mi trattenni
al minger tuo le panche.
Una pedata appena
così come si suole
spero non ti ferisca.
Torna se vuoi
e porta l'osso tuo
dividilo faccelo sentire
la cuccia azzurra è grande
se la respiri, prende.

Ri (m) piango.
Ho tanto pianto dentro
che per emorragia, pur
dai pori della pelle vecchia
vorrei dargli sfogo.
Sono indietro con la vita
ho perduto per strada
in mille stupidi rivoli
ogni speranza e talento
che pur avevo
in qualche misura
dissolti, andati via.
Mi guardo la punta
delle dita scarne
rosa l'unghia per l'inerzia
e scorrono i pensieri
dei sogni sfiorati soltanto
quand'era quel tempo e quell'età
mai tradotti, mai vissuti
introvabili, ora.

Da dentro questi slanci
verticali gotici
di calcarei fusti e rami
esaltazione fideistica
sto in ginocchio, sul
nudo marmo glabro freddo
a riquadri obliqui, e
alzo indegna la voce:
rendimi l'amore.

Non so perchè mi manca
ne' quando m'ha lasciato
dalle vene pulsare, dal
cerebro turbinare lui
per lei per loro, ne
quando mi sono allontanato
indefinitamente.

Vorrei arare il cuore, aver
domani un raccolto ancora
ma nei solchi dell'anima
non so cosa spandere
troppo acido il concio
e terra secca da seminare.
Trattengo l'umidità
delle mie lacrime
sola risorsa verso il deserto.

Se non sconfini
le tue pareti
e pensieri fai sogni versi
mai suoni, parole
e azioni, atti
allora è come sedere
su un masso erratico
ad attendere
che sia la deriva del continente
a portarti altrove.

Crono.
E venga il padre
lucidamente pazzo di fede
con pugnale sacrificale
ferire la carne dei suoi lombi
incidere il suo potere
col sangue sul suo sangue
su quel viso purissimo
del sogno diritto sempiterno
d'essere e sapere.
Quelle cicatrici stimmate
saranno vessillo vittorioso
dell'umanità reclusa
lui e consimili
stirpe estinta a breve.

Onore al padre (di Eluana)
Nell'ombra cupa
delle navate polite
strusciando antiche vesti
ricamate d'oro
il grande accolito, cogita
come impedire un padre
di mutilarsi una figlia
morta alla vita vera
alla gioia alla felicità
che soltanto le resta
la indicibile inconscia
sofferenza fisica
perchè sia
ostia da sacrificio
destinata a quel dio
imperscrutabile
che si ciba
di lacrime e preghiere.

Ti nascerò traendoti
per i capelli bruni ricci
di seta pura, alla mia vita
e non avrai la bocca
di perle candide ornata
per cibarti
ma per baciarmi.
Il seno fanciullo
per molcermi le labbra
non far latte neonatale
e piatto il ventre
cuscino del mio viso
per esser cinto
dal braccio titubante.
Le braccia attirarmi
le gambe raggiungermi
lo cosce cingermi
e là dove faresti nascere
darmi piacere.

Se, per incantamento
mi manca la passione
di volerti ancora
mi pietrifica il sorriso
in un ghigno malsano
allora cerco ancora
di mentirmi sempre.

Croce
Resterò con questa croce a stilo
piantata nel petto ad aspettare
d'aver la stessa forza di andare.
E se mai ebbi l'ardire di rapirti
pagare in questo maniera il fio
d'essere inadeguato
è il meno.
Le fronde della quercia
petali di sentimento
che nascondevano l'eliso
delle nostre anime
ad una ad una cadranno
e i rami grinzi fatti
braccia nude glabre
immerse nel cielo vuoto
per sempre graffieranno il blu
a provare di afferrare
il sogno d'amore vivo
che mai sarà spirato.

Difficile vivere.
Di larghi voli il gheppio
di giro in giro
va riempiendo il cielo
sopra il bosco avito
mira le foglie cedue, dove
celato il topo rimesta
per trovar la ghianda
e lento plana e vira
finchè tra l'ali
non gli muore il giorno.

Come l'agave.
Se non produrrò
il fiore fondamentale
della mia esistenza
non potrò morire.
Se dalle mie propaggini
semplicemente butto
cose modeste semplici
non raggiungerò
l'estasi taumaturgica.
Non finirà il peregrinare
da vita a sogno
da desiderio a mancanza
incanutirò senza orgasmo.

Pietra serena.
Come sei bello fiore
fiore schietto gentile
che nell'interstizio secco
del lastrico consunto
della poca vita che ho
mi nasci.
Le forti radici di giovine fiato
hanno insanguato ancora
il mio cuore d'arenaria
così posso chiamarlo
pietra serena.

La strada per la vita.
Non c'è che la vita
erta più spesso che altro
pietrosa d'azzoppare un toro
lunga tortuosa malia
per farti arrivare
non dove vorresti o potresti
ma dove non ti aspettano.
Così a mani basse
stringendo la falda sgocciolante
d'un cappello vuoto
vai questuando l'amore
di chi non sa chi sei
che non legge i tuoi sogni
non balla la tua canzone.

Ho sepolto
sotto un rovo di canina
il più vecchio dei sogni
oramai ch'è l'ultimo tempo
nessuno l'abbia
se mai lo volle
nessuno lo prenda
senza sanguinare
come ho fatto
cullandolo una vita.

La paura (da Munch).
Urlo lancinante un silenzio, da un
sentire sepolto,
profondo. M'impedisce perfino il
respiro,
mi stringe la gola senza voce. Così
dentro la notte, quando si spengono
i tardi bagliori della sera,
mi ritraggo ad ingoiare le ansie,
le paure.
E occhi gialli foschi spuntano
dai muri
della città, spiano le vie. Sogno di buio
in buio
scansar l'ombra mia spossante, che
mi insegue.
Chiamo, più forte di mai, ne esce un
timbro ignoto,
come un soffio infrasuono che
scende nel gorgo
della coscienza. Lo strido straziante
del muto,
al vicino, distratto da un sogno, che
passa via.

Gomitoli di ricordi
Taccio nell'indifferenza
di quello che sento e
arrotolo pensieri
in gomitoli multicolori
di cascame di lana e seta
giù dal telaio della vita.
Di quando in quando
dipano il rosso o il giallo
nel tentativo di annodare
ricordi un tanto ad anno.
Frammenti di essere e no
porzioni sfilacciate
di sogni perduti nell'acqua
corrente o stagnante
di un posto, un lavoro
un rapido amore
una solitudine.

Quanto
amore m'è mancato mai
se ancora sogno di averne sempre.
Un cuore gonfio di respiro
un'otre vuoto, lucido profumato
come una valle ansiosa di lago.
Sentire
fremere vele, frusciare chiglie
per portare sogni oltre l'orizzonte
al traverso dell'anima
anche soltanto per momenti
purchè intensamente
vorrei.

Un lunedì sgonfio
come un frettoloso orgasmo
s'è appeso ai fianchi
m'intriga persino il pensiero.
E sembrava un bel postumo
all'alba
t'avevo rincorso sul prato
desiderato e preso
percezione frale del vero
nubi candide attraverso il cielo
e il vento che frugava
nei capelli già smossi.
T'ho lasciato sotto il portone
ho atteso s'aprisse la finestra
s'è illuminata fioca appena
subito s'è spenta
un riquadro nero
sulla parete ocra.
E subito questo peso
mentre andavo a casa.

San Mercato.
Vostra innocenza
che svagata guarda
di quale griffa porto la camicia
e mostra a tutti
che bella roba ell'abbia
in vestimenti e chincaglieria
oh! senta questa
che m'è capitata
mentre al supermercato
stamattina
tra il volgo giro
con aria impertinente
stando che di loro
non mi importa niente.
Una gran ressa
davanti una vetrina
marche su marche
di roba sopraffina
rubami lo sguardo
golosa ha d'esser la notizia
vedere è cosa savia
anco se peregrina.
Ritto indifferente
in mezzo allo sfavillo
di cristalli e merci impreziosite
nudo come nato un gran barbone
fa sfoggio del suo niente.
Giuro che nessuna mercanzia
ebbe mai d'attorno
così tanta gente.

Non ti porterò con me
speranza.
Dove andrò dopo questo
non alberga ricci bruni
in cornice d'ovale
bianche perle in fessura
di velluto rosa
a testimoniare d'un cuore
fatto grinzo e piccolissimo
per i troppi no patiti.
Stai sul limite dell'anima
ch'io veda la tua bellezza
interdetta chiedersi
come fui e perchè.
Non azzardar domani.

Sono entrato
nella porta rosa
che lieta m'hai aperto
per il piacer del capo
m'hai chiusa quella dell'anima
dove neppur la chiave d'oro
della mia passione
s' insinua appena.
Mi dai le spalle nude
di tra le sete odorose
a immaginare il tuo sorriso
divertito dalla mia afflizione
che neppure il piacere lima.

Ànsimo.
Se l'ansimar è il timbro
della vita
anche di un solo giorno
cercati un fiore
selvatico se puoi
di semplice profumo
di colore azzurro
oppure giallo
figlio di cielo e sole
per ripascere l'esistenza
che nulla è dato mai
per sempre.

Pratolina.
Quando con gli occhi
porto cose al cuore
e assaporo senza labbra
tutto il loro succo
non ascolto più
le parole taglienti
sul come dover essere.
Spigolo petali
pretti lucenti lievi
dalla bocca fiera
per vellicar l'angolo mosso
dal sorriso birbo.
Sciorre il pensiero
le croste incallite
del quotidiano ire
mi beo del mio piacere
e non mi cale
se le scarpe mostrano
quanta strada ho fatto.

Settembre toscano.
Gialle colline
di stoppie ritte
rughe fonde in argille grige
piene di spontaneo verde
in onde dietro onde
rotolano verso l'orizzonte
spangiandosi
contro lo scuro bosco
dei contrafforti appenninici.
Là sullo sfondo dove scende
il cielo chiaro azzurrino
bianche spume s'inerpicano
a chiudere la scena
del tardo estivo proscenio.

Quando lei...
Molcersi l'anima ad ogni pianto
pietosamente buonissimo
perchè ti biascica come gomma
e sorridergli fesso condiscendente
per le ferite che t'impone
siccome non t'ama e tu l'ami
dice più chi e cosa non sei
non sarai mai, ormai.
Ma una bocca 'sì bella
la voce suadente morbida
seta la pelle calor febbre
mi uccideranno.
Alla fine non importa
purchè mi colga
in un sorriso.

S'io fossi....
Non fossi fesso
come sono e fui
gioiose e semplici
le donne prenderei
e quelle furbe
lascerei altrui.
Non mi appartiene
in ver tal deretano
che ad ogni posta
incespico:
un lenzuolo, un'anta
un ramo, giù dalla finestra.
Vieni tranquillo
dice maliarda
mi vellica il prurito
mentre le braghe calo
è già uno strillo
corri vigliacco
che c'è mio marito.

Fedele compagnia.
È ancora qui con me
sulla panchina fredda
nella stessa stazione
a quel treno fermo
nell'ultimo binario
della mia vita, lei
la malinconia
ne so
se voglia andare via.
Scarta, lentamente
il fardello di solitudine
che appresso mi porto
da sempre
per saziare un poco
la voglia di morire
e non mi mostra albe.
Ci vedo invece chiaro
il tramonto fucsia pallido
lasciato dal sole nero
caduto nella notte.

La musica.
Quando melico un suono
ti raggiunge
come ambrosia fatata
dolcemente penetra invasivo
naurale, un poco incantatore.
Brulica le meningi
i sensi aguzza
le percezioni esalta
e si rilassano tendini e muscoli
cessano la forza
abbandonando il corpo
alla sua gravità.
Una vibrazione extracorporea
da sommo a imo
dal capo all'alluce, scende
deliquio sensuale.

Trascendenza
temo di non voler salire
lassù
dove si culla il senso
che l'esser frale
povero, pauroso
fa brulicare il cerebro
lui pure alieno
ma è tutto quel che ho.
E mi solleva il pianto
per lo sconosciuto leso
o il riso sguaiato del pazzo
la gioia laida
della puttana ricca
lo sguardo timido altro
del questuante pio.
Vado rotolando, tra tutti
in tanta melma putre
alla quale strappa
di tanto in tanto
lampi di luce azzurra
l'anima.

Come senz'ali.
Quel volo mai volato
m'è rimasto nell'ali impecettate
ormai fiacche
così ho messo un silenzio
giù dentro me
per non sentirmi piangere
non patire il disagio
di non esser stato abile.
Mi punge l'anima
eppure non districo il laccio
che mi lega anche le caviglie
e inciampo ad ogni sussulto
del cuore.

Resterò con questa croce a stilo
piantata nel petto ad aspettare
d'aver la stessa forza di andare.
E se mai ebbi l'ardire di rapirti
pagare in questo maniera il fio
d'essere inadeguato
è il meno.
Le fronde della quercia
petali di sentimento
che nascondevano l'eliso
delle nostre anime
ad una ad una cadranno
e i rami grinzi fatti
braccia nude glabre
immerse nel cielo vuoto
per sempre graffieranno il blu
a provare di afferrare
il sogno d'amore vivo
che mai sarà spirato.

Nascere in autunno.
Quando
le mie esili speranze
di esserci davvero
dirupavano già
verso lo scorrere
d'un consuntivo mesto
avverto il lamento
sommesso
di un'anima rinchiusa
dalle sbarre d'oro
d'una gabbia semplice.
Manda un lamento
con favella ricca
vestita di splendore
che la psiche grande
più non trattiene
è luce e rischiara
la tenebra che mi tiene.
Un volo unisono, allora
verso l'infinito etereo, sublime
terreno anche ma soltanto
perchè m'ha fatto nascere.

September more.
Dirò a suo tempo
a chi t'ha portato via
che respiravo il fiato tuo
quando lisce, distese
le rughe della psiche
donavi senso al sentire.
Il sangue accelerava
ad ogni anelito
e la fornace del cuore
bruciava vecchi tronchi
e virgulti di stagione:
vulcaniche eruzioni di pensieri
infinite languide dolcezze
nostalgie di tempi futuri
memorabili.
Il fato porta vie le muse
ad ogni nuova alba
indifferente
ma cadono sciami di stelle
dietro il tuo volo solitario
e non voglio cantar d'amore
perchè ti sento viva.

Distacco.
Vorrò baciar la mano
di chi tenne la tua
mentre andavi via
e non gli chiederò
chi hai chiamato
in ultimo.
Certo le nocchè
si saran come il labbro
fatte esangui
l'ansimo del petto
avrà tradito l'ansia
per l'impotenza
ma lo sguardo dolce, è certo
t'avrà il viatico alleviato un po'.
E mentre oltre le nubi
fragile erravi
col pianto ancora incalzante
alla palpebra spenta e più all'anima
potessi esser stato lì
t'avrei sussurrato aspettami
carnoso fiore della mia inquietudine.

L'agnello nero.
Vieni mesto spaurito
non guardarmi di sottecchi
che il bulbo venato
e gli occhi giada
pieni d'acqua
che non è pianto
non mi commuoveranno.
Se il tuo labbro pendulo
trema come il corpo intirizzito
tuttavia esibisci quelle perle
tra le gengive rosabrune
e non basta l'indecorosa
trapunta viola che t'avvolge
a stemperare l'evidente
virilità negra che s'intravede.
Sui nostri lidi calchi il piede
e sporchi il mare che ci bagna
non suggerai la poppa bianca
cui aneli e sbranerò allora
la tua imbarazzante innocenza.

Quanta di questa spendere
per avere un'altra vita
più alta più piena, alfine?
quello che nella psiche
è custodito in fondo
celato oltre il frale, pagherà?
Poter immaginare d'esserci
quasi un ricordo nostalgico
d'altri percorsi fatti
non cheta la voglia, l'ansia
di verdere lo spirito
alitare nel sempre.

Alzo lo sguardo
a volte
ad osservare il cielo
non il sole o le stelle
le nubi, le rondinelle
i miasmi di questa vita
invece
spessi come pareti, muri
che opprimono i sensi.
Va il pensiero, allora
che tutto l'uomo
conscio o inconscio
indecente si sparge
scarica ignavo, indarno
sorvola ebete
eppur lo schiama mondo.

Addormentarsi.
Ho vegliato molta notte
con lei al traverso
della mia finestra
affogata in un blu
incredibilmente puro.
E' andata oltre lo stipite
l'ho perduta, lentamente
e un sogno grigio
m'è caduto negli occhi
quasi un sospiro
un anelito finale
e mi sono perso
...anch'io.

Dall'Ortigiano al tramonto.
Quando il disco di Febo
ingoia di Pietracassia la Rocca
siediti sul sedile di roccia
del mulino dirupato
e perdi lo sguardo
all'occidente aranciato.
Chioccolar senti il merlo
di fra il mirto maturo
frusciano l'ale presso
il posatoio dove si appresta
il rapace per la notte
si fan neri i mille cipressi
che come dita unghiute
puntano il cielo serale.
Subito precoci stelle spuntano
a ingemmare il borgo erto
di sasso su masso solido
roccioso gabbrico posato.
Chiama la squilla al vespro
Orciatico s'adagia quieta
ed è subito notte.

vivere
soltanto vorrei coniugare
o morire
che non siede all'opposto
ma lo prosegue in altra dimensione
da queste sponde
verde di prati a volte
ma di più sassi
ad ogni passo lieve o forte
indicami sorella tenebrosa
un sito dove riposare
stanco e appagato
lo traverserò - se debbo
questo limaccioso
purchè non si ritorni mai
è troppo faticoso
vivere.

Ho da sempre
gli occhi aperti fissi
spalancati e immobili
quelli dei marmi
ai fori imperiali
e uguale guardo scorrere
la varia umanità
indifferente di me.
Ho le paure gli slanci
che vermicolare sento in me
sotto la pelle candida glabra
con la voglia folle di essere
là in mezzo
strusciarmi a quello o quella
sentire l'odore forte acre
o profumi sensuali
di carne viva.
E mi resto
castrato nell'anima
con la mente infuocata
e muti desideri d'eliso.

Oh te! che di spalle
mi mandi segni
nùdati ancora una volta
che tutta mia ti possa fare
molcere lappare.
Non sentirai
quel che vuoi
t'amerò per sempre
ma sempre ogni momento
ogni volta
t'amo.

Questa tristezza
giù in fondo a me
che non vuoi guardare
l'hai messa tu.
E quel rosso sulle dita
di quando la sfiorasti
appena un momento
atea d'esserne causa
non s'è lavato mai
e ancora goccia
dalle tue mani
nell'anima mia.

Vulcanella, addio.
Non ho potuto bagnare
di lacrime il tuo viso
mischiarle
al sapore delle tue
che andavi via.
Avrei giurato lì
di venire con te
all'altro mondo
per rubarti uno sguardo
un sorriso di compatimento
che benebvolo m'avresti dato.
Perchè il mio sentimento
è frale passione innocua
seppur grande
goloso d'emozioni forti
non fa la vita consistente
di purezza respira il tuo
un vezzo suadente.
Così ti è destino il cielo
e gli ambiti azzurri
degli amori che ti cullano.
Io / cerbero del tuo ricordo
anelerò sempre il miele
di un tuo pensiero.

Glenda
(figlioletta di Daniela Procida)

Su te
che quaggiù piangi
dal cielo delle madri
dove volano le lacrime dei figli
sempre pioveranno sorrisi
a molcere ricciute chiome
roride gote madide
di incredulo pianto.
L'appassionato richiamo
che lancinante fai salire
nell'etra blu profonda
incrocerà l'amore suo eterno
discendere su te.

Le sentinelle
Fan tristo il mondo
piantate lì al quadrivio
quelle sentinelle
pur se l’armi hanno bassa la canna
tuttavia minacciano smorzano
ancorché innocuo ogni sorriso.
Protegger chi da chi debbono ognora
questi figli nostri così induriti?
che il pio pellegrino non viaggia sicuro
al santuario ? s’insidia la certosa ospitale?
chi ruba la midolla è tra di noi alieno?
o questi sporcano i fronzoli del re?
E di pulpito in scanno a predicare
che la fraterna convivenza presuppone
accettare l’umile il povero il misero
e il perverso rieducare.
Se qui non passa con il basto liso
dal peso delle cianfrusaglie
che sparpagliar ci piace tali e tante
non avrà casa desco ne accoglienza.

Vengono di lontano
Occhi liquidi di burrasca
come i mari che hanno visto
labbra arse screpolate
dal salso bevuto
senza dissetarsi.
Braccia gambe brune incordate
come liane rampicanti
per li rami della vita.
E gli occhi grandi più dell’orbite
per includere contenere assorbire
tutto il possibile.
Siedono come schiavi al mercato
sulla banchina asciutta alfine
seppur prodroma d’un rifiuto
dai chiesastici inneggianti
all’amore fraterno.

Prima di andare.
Vorrei sfondare il timpano
dell’universo con un urlo
lancinante demenziale
ciiiii sonoooooo
e poi nascondermi al solito
dietro allo specchio vita
che solo esibisco al meglio
quando la paura m’attanaglia.
Seppure è qui che non voglio
vivere ancora così da niente
non me ne andrò prima di aver
saputo quanto e come ci sono stato.

Solo me
Quando ho contato i passi
per arrivare fin qui e visto
soltanto le mie orme
ho ricordato d’essere stato solo
sempre.
Là sui bordi dame e femminielli
a laccarsi l’unghie
messeri in baffi e cerebro dorato
ad impilare scudi.
Non ebbi cuore mai
di fare parte del carnevale
che in strada recitava vita.
Chiuso a doppia mandata
nel recinto cupo dell’anima mia
non chiesi e non mi dettero
così che ho avuto solo me.

Pensiero
Non so quando prese a volare
il mio pensiero
giù piantato nel giorno banale
alimentato di nulla e nulla
partoriva mere vicissitudini
malinconiche meliche.
Si sciolse dal corpo frale
senza fare male
quando le porte aliene
del mondo intero intorno
s’aprirono svelandomi
quanto cielo e quanto mare
aspettava fuori da me.

Vanità …?
Pende tra due arti rughi
appena flessi glabri quasi
inutile bandiera della vanità.
Irrisolto alla condizione
di caducità biologica
s’aggrappa alle fantasie
che veloci lucide ancora
nella mente albergano copiose
e in te si spandono beate.
Tra amorosi sensi
di ricordi e pensieri erotici
placide tranquille carezze
sfiorar di labbra
lappar le nostre intimità
che lepido incede il gusto
così che lentamente invero
eppur s’arrizza.

Notte di stelle
L’alito caldo e caldo il corpo
tuo avevo in mente davanti
a questo luminescente altare
e sicura una carezza percorreva
partecipe quel mio paradiso
Poi il mio richiamo sensuale
a farti più vicina a dirmi
ci sono e come te mi perdo
in questo eliso
ti strappa un sorriso sferza
e la ferace solitudine
s’è fatta padrona di me
di nuovo.

Innamorarsi
Tremulo il labbro
al proferirti ancora
fuggevolmente gli occhi
corrono al tuo sembiante
e fo il respiro ansante
ma non ho grevi addosso
oltre quello di non saperti mia.

Corteggiamento.
Mille occhi a ruota spando
esibisco a ventaglio
in mille colori e iridescenze
per ammirarti
e ’l petto sollevo gonfio
come lucide piume schiero
perché posi su me
i dolcissimi specchi
che perdo il senno
se altrove lasci lo sguardo
al pensiero che non possa
amarmi.

Rosa natì
D’algido bianco
Etereo e sensuale
Di rugiada imperlati
I petali opalini
Vieni a me dal video.
Tendo la mano a tergere
Almeno una stilla
Come fossero lacrime mie

Extracomunità
Questo nostro azzurro dolce mare
coperta d’occhi diventato
miraggio di libertà di bene
da mani scarne decise solcato
come fosser ali di procellaria
si chiude viepiù ogni giorno
vuoi tempesta o bonaccia umana
che il limes ha da arretrare
senza fine.
Contati pesati e rigettati alfine
che son di pelle scura
sputano indifferentemente
rubano – i più – come gazze
monili insulsi di nessun valore
e troppo pregano chini a terra.
Sono gentili non di vera fede
presumono aver più grande il Dio
che di tutte le genti si fece padre
e non distinse – si narra.
I farisei i preti lo fanno
ci son profitti e decime
da riscuotere.

Sembiante.
Dolcemente segnato
il viso d’amori veri
la piega arsa di labbra
esauste di baci tanti
gli occhi fondi d’un’anima
segnata abbandonata
m’appari.
Quasi avessi scostato un velo
l’immagine tua suadente
lieve diafana è passata
nei miei occhi dolenti
di non carezzare il vero
attraversando l’etere.
Ha nutrito le mie fibre
appoggiate al tempo
che va oltre il voler mio
e torna il mare alla riva
su dalla risacca dov’era
ritirato nel ritmo calante.

Uomo soltanto
Mi scrivo e mi leggo
che sa di me l’occhialuto
che scorre sufficiente
il margine del foglio
critico segna appunta
verifica confronta cerca
corrispondenze al suo sentire?
Non sono ripetibile
come ogni altro ognora
e corro sopra i miei pensieri
o miei sogni angelici o laidi
poiché non son poeta
ma uomo soltanto.

Una crepa arida
E’ alba
di nuovo e ancora
come tempo non passato
e nuovo risveglio
non diverso da altri
a capo di notti insonni
e vuolsi dare serenità.
Ma una crepa arida
lunga una vita
espira miasmi di fallimenti caldi
incisa da brucianti viltà gratuite
e tutto il miele del mondo versato
non addolcisce l’animo acre.
Frugo e le dita tremebonde
lieve dolore morboso cercano
esitano sui lembi sensibili dolenti
che tuttavia insano piacere danno.
Perché mai sopirla
intima scaturigine
ancorché purulenta
se del mio vivere è costola
e d’altro non so o posso?

Incipit
Volavo monotono planando
sul raso blu mare indifferente
scorro da tempo lo sguardo
sul limite vero-virtuale
per cogliere un segno
e sono rapito dal riverbero
di un riquadro domestico.
Un’immagine matura pacata
dal nome di tragedia
olimpicamente assorta d’altro
occhi bassi dietro lenti da scena
che mi coglie indifeso.
Come conchiglia gelosa
serra le valve sul suo intimo
ma la marea dei percossi sensi
le porta il mio richiamo
e da uno spiraglio appena
vedo la gemma fatta
splendente.

“non ti curar di lor…”
Non dilava la pioggia
la merda dall’anima.
Anni di secreti laidi
hanno accumulato guano
morale di peregrini sensi
materialmente saldati
a supposte verità altre
lontane dal tuo sentire.
Bisognava inghiottire
accettare metabolizzare
pena l’espulsione dal
presbiterio domestico.
Ma ci sono ali ancora
non di candide angeliche penne
e fanno ugualmente volare alto.

Il posto migliore
Non trovo il posto migliore
che cerco sempre ancora
dove andare
perché inevitabile mi porto
e da me voglio scappare.
Guardo l’orizzonte
un punto nero laggiù
nave o isola
aguzzo la vista indago
m’aggiusto meglio sulla ghiaia
quasi si trattasse d’equilibrio
e disegno mentalmente
quel che vorrei dovrebbe
senza curarmi del brillante
che sto calpestando e
non raccoglierò.

Morte siedi lì da tempo ormai
al limite tra ansia e sogno
mi guardi da fessure senza colore
di un infinito di tenebra
e quel sorriso grinzo
delle labbra viola aride
invitante e pietoso chiamano
la mia voglia di venire.
Ma devi reggermi il polso
che non ho tanto l’ardire
di carezzare la tua pelle glabra
diafana percorsa da venuzze azzurre
in posti erotici sensuali
perdermi nei lunghissimi crini
possedere l’algido tuo ventre.
E prometti che non andrai via
fintanto stilla da me una goccia
di sangue ancora caldo.

Pensieri su rotaia
Hanno lasciato il deposito
substrato di psiche e mente
gli ultimi convogli di questa vita
vuoti o pieni di sogni e speranze.
Percorrono sferragliando
questi ormai pochi tratti fiochi
di clangore in clangore
d’esperienze e vicissitudini
dondolando lenti o veloci
tra errate certezze e dubbi certi
pe’l fondo irregolare dissestato
rassegnati sempre al peggio
guidati dai binari inermi
raggiungeranno esausti il capolinea.
Ansimo nell’attesa che arrivino
dalla notte tra vapori e nebbia
i due ultimi fari giallognoli.

Pensieri così.
Che strani giorni ancora
quando da ogni illusione
corre per la schiena
fredda la disillusione.
Il risplendente sogno
intenso tachicardico
scivola mesto di ansia in paura
in incubo sudato ferale
e la fantasia liberatoria
d’un quotidiano smorto
rompe nei battiti campanari
dell’orologio municipale.

Del paradiso
Io rimango lì impalato
la fronte schiacciata nello spiraglio
della porta bronzea al paradiso.
Non mi è dato sbirciar tra i velari
di mussola celeste scostati appena
che ospite importante fideista non sono
al par di Lui che pur abbacinato
immensamente colpito trasalito
nulla ci disse di quel che vide
tanto meraviglioso.
Allora mi resto
immaginando solo
e solamente sperando
che quel che mi si nega veder
sia tale e tanto irresistibilmente bello
da bruciar la vista dell’anima
prima di apprezzarne l’entità
e tutto è rimandato al consuntivo
dove il mistero sarà svelato.
Tuttavia mi pesa assai
questa mancanza.

Filosofia.
Non chiederò come
nessuno ancora davvero sa
non è così importante
chiedo perché
inconsapevoli da sempre
incolpevoli ognora
ci aggiriamo nel mondo
nel piacere o nella sofferenza
facendo male e bene ai simili
agli altri e alla terra che ci sostiene.
C’è chi la dice selezione
necessitata dal consentire al meglio
di riunirsi al padre che mise la prova
chi per affinare l’anima
renderci degni della trascendenza
cui saremmo destinati per affinità
elettiva col supposto creatore.
Inverosimiglianza cogente
mi appare e travalicar il senso
che forse non c’è.
“Cui prodest” ?
Mi prende il mistero ansiogeno
e di elucubrazioni afflitto
mi piace immaginarci
qui ad affinar la psiche
contaminata da passioni
farla pura energia per il caos
ch’è l’alfa e l’omega dell’esistente.

Cometa sfolgorante.
Non sono che la scia sfaldata
d'un innamoramento grande
cometa sfolgorante nel cielo
della mia esistenza antica.
E verso i limiti
dell'universo del cuore
corre la testa irata
epicentro di una passione
incontenibile frenata a stento
bruciante
che vilmente estinsi e
inconsolabilmente piango
nel tormento che nulla rimarrà di me
e nostalgicamente esserci ancora.

Del paradiso
Io rimango lì impalato
la fronte schiacciata nello spiraglio
della porta bronzea al paradiso.
Non mi è dato sbirciar tra i velari
di mussola celeste scostati appena
che ospite importante fideista non sono
al par di Lui che pur abbacinato
immensamente colpito trasalito
nulla ci disse di quel che vide
tanto meraviglioso.
Allora mi resto
immaginando solo
e solamente sperando
che quel che mi si nega veder
sia tale e tanto irresistibilmente bello
da bruciar la vista dell'anima
prima di apprezzarne l'entità
e tutto è rimandato al consuntivo
dove il mistero sarà svelato.
Tuttavia mi pesa assai
questa mancanza.

Colline toscane
Come incollature di stalloni in corsa
ornate da elaborate criniere di cipressi
si stampano nel paesaggio le colline toscane
dall'alba al tramonto.
Susseguendosi in morbidi saliscendi
le coprono mantelli bai sauri falbi
nelle stagioni mature secche
fiori multicolori su verde a primavera.
E rare volte l'ovattata neve invernale
stende la coltre soffice a imbacuccarle
a far definitivamente paesaggio da fiabe.

Le stagioni
M'ha dato tutte le ragioni
D'essere scontento, primavera
M'è fiorita stordendomi
Di profumi e colori
Senza interesse all'anima
Tumultuante d'un addio.

Così aspetto estate sensuale
Di sfacciate nudità ricca
Di sottecchiuti sguardi
Vogliosi impudichi
Ad esplorar anfratti carnosi
Libidini d'attimi rubati.

Che placa autunno gli animi
Contenti delle passate sere
Ormai ricordi da sorrisi
Complici bugiardi miti
E consuntivo d'un raccolto
Di vita spesa chissà come.

Vieni inverno coprimi di bianco
Mantello di favola ormai desueta
Che invano spero ammirar
Dall'undicesimo piano
Da qui si vede la bruma che avvolge
Un'esistenza asfittica.

Volare via
Custodirò il tuo disprezzo
Come dono grande del dio
Di tutte le felicità
Non mi tange la causa
La colpa né la giustizia
Che ti arma
Benedico l'appiglio
fattosi verga mi percuote
m'induce a volare via

Il canto tra le canne
Il libeccio squassa le canne
che al vento mandano lai
un canto tormentato un pianto.
porta nell'aria il sofferto amore
che fu dorato di rugiada rorido.
Arido il ciglio quando salutava
cereo il viso da immeritato duolo
nulla poteva contro l'avversa
speme di felicità in mano altra.
Non la conquista del vello
le fu nemica condizione
non l'avventura oltremare
la privò dell'anelato bene
l'arcigna paura d'amare
rapì il pavido inane cupido
in stracci d'uomo avvolto.

Regatar di vita.
Insisto a cazzar le scotte della maestra
Venere dei miei sogni render gravida
Ma a questo scafo vecchio
scricchiola il fasciame e l'albero
non vuole più fendere l'onde
spumeggianti o piatte
al traverso di prua e alte
a nascondere l'orizzonte.
Non più la veloce stimolante bolina
dove l'onda invade a dritta la coperta
e fugge via veloce gorgogliando.
Giammai sfiorar la scogliera
approdo cheto semmai.

Pioggia e lacrime
In questa giornata incerta
d'acquerugiola a tratti
farti goccia sul ciglio
la gota o il labbro
rifrangere uno sprazzo di sole
balenare minuti arcobaleni
non ti farà meno lacrima
che il gusto salso
richiama di sicuro
il dolore che ti figlia.

Desiderio di ebbrezza
Labbra come sottili petali
nervosi al vento tremuli
sfiorano altre labbra e la pelle
brulica fremendo tesa
e umida si fa di sensazioni
messaggeri del cerebro
che turbamento manda
forte desiderio di ebbrezza.

Almeno una volta
Occorrerà uscire da questa notte
Nonostante il blu infinito trapunto
Di fiaccole tremule incantatrici
Che struggono l’anima solitaria.
Un salto nel mattino chiarissimo
D’un giorno assolato pregno di vita
Quando il canto irresistibile dei sensi
Chiama ad una corsa all’impazzata
Verso nulla di preciso e definito
Ma assolutamente inebriante.
E se spaura l’abbagliante sole
Della realtà diuturna copri
Fai ombra col braccio alla fronte
Gli occhi bassi e tira innanzi
Almeno una volta.

Brucerò tutte le pagine
scritte in nero su bianco
righe qua e là dilevate
per averle sudate.
Terrò quelle vergate di colori
a fissare fiori farfalle
cieli e cumuli candidi
in forme gentili
quasi finestre su un mondo
paradisiaco.
Seppur alcun personaggio
mi somiglia un tanto
curerò immaginare d’essere
quel piccolo segno a mo’ d’uccello
uscito da uno scatto di penna
che solitario unico segna l’azzurro.

Non vi turbi il mio pianto.
Voi ch’avete l’intelletto sano
della psiche godete la felicità
occhi per gustare del cielo e
dei fiori il colore

guardate la mia malinconia
con occhio socchiuso bircio
grinzo l’angolo della bocca
le spalle alte indifferentemente.

Non vi turbi il mio pianto
che in solitudine nasce e
mi dilava palpebre e gote
vede un attimo queste righe
veloce passa le vostre pupille.

Sensazioni
Come corrugazioni di corteccia
della quercia forte vieppiù fitte
e profonde con gli anni
vivo queste rughe nella pelle vizza
del viso e del corpo scolorito
e come in lei la linfa raggiunge
ogni gemma nuova a primavera
ogni goccia di sangue irrora
i capillari della mia pelle
che apprezza al tempo giusto
uguale primavera.
E se’l sentire dell’albero
viene dal sempiterno sole
il tremito il sussulto viene a me
dall’anima mia che s’emoziona
per un tramonto infuocato
un bambino imbronciato
un movimento suadente
d’un corpo attraente.

Desiderio di ebbrezza
Labbra come sottili petali
nervosi al vento tremuli
sfiorano altre labbra e la pelle
brulica fremendo tesa
e umida si fa di sensazioni
messaggeri del cerebro
che turbamento manda
forte desiderio di ebbrezza.

Mi colgo spesso qui
nei meandri della mente
in sofferenza stretto
da fatti non miei.
che mi scavano
cercando risposte
che vorrei avere
ma che le braccia
appese larghe
dicono di No.
Struggo l’anima lungo
percorsi di fatiche altre
bravamente convinto
che qualcosa si possa
alfine.
Ancora una volta
piango l’inadeguatezza
che m’accompagna ancora.

Profumi
al margine della brughiera
effluvi che carezzano le nari
e i sensi ne provano gaudio.
Non distingui l’usta e l’olezzo
perché tutto turbina intorno
d’accapponar la pelle.
Via in fretta sul marciapiedi
odori freschi e stantii volano
si coprono sopraffanno a tratti
a brulicar nel naso forti o lievi
danno sensazioni triviali banali
spesso repulsive
poi passa lei e viene primavera.

Mare in grigio
Quando il mare indossa
il grigio del cielo
dissotterra depositi alieni
e rovescia schiuma
sporca sulla riva
senti la tristezza
della vita stentata
che conduci in branco.

Dolente l’anima
Dolente mi è l’anima al pensiero
di non trovar la forza di recar
sollievo alcuno al mondo
almeno quello piccolo qui sotto
che quel che faccio
gratifica me oltremodo
e nulla pare risolvere
davvero.
Lampi di tragedie vengono
odore di sangue sparso copioso
e la vista del mare richiama
sempre più distese liquide
lacrime versate da quanti vivono
nonostante.
Chi rubò la fiamma agli Dei
incendia ogni giorno questa landa
dove accapigliarsi è un rito religioso
e azzannarsi un vanto

Destino
Vorrei volare alto
nella mente nell’anima
qualmente gli angeli
o le muse le ninfe le pure
ancelle che dell’amore
recitano il paradiso.
Ma non ci fù pietà
pe’l mio sentire
quivi fui destinato
anima e corpo
a far la prova
di laide voglie
turpi desideri
perciò stesso soffrire
piangere ed imprecare
nulla ottenere
e sempre attendere.

L’albatro
Non mi farai sentire
come l’albatro
sul ponte del brigantino
con l’ale pendule inutili.
E’ il blu il mio habitat
il sogno l’irreale sensuale
dove prenderti
intensamente
e tu arresa molcere me
infinitamente.
Non scenderò a terra
davvero
per vivere il tuo bisogno
di certezze.
T’ho portato in volo
oltre il capo della speranza
in tempeste dei sensi presi
e librati alti sull’humus comune
catturati dall’estasi liberatoria.

Morto il giorno
Tacito m’è morto il giorno
come non fossi stato
inerpicato tanto
a viverlo tutt’ora
l’insulso quotidiano.
Così la sera cade
a chiuder questo cielo
sipario greve serio
invade case e strade.
È solo un grano aggiunto
al lungo mio rosario
di una qualunque vita
recitata in solitario.

Bella morte
L’ora verrà in cui dovrò partire
quella che sempre anelo venir
e dedicato il maggior tempo
di questa inutile sequenza di riti
vorrei fosse memorabile almeno
teatrale intellettualmente tragica.
Canuto io nel letto candido di lino
con espressione olimpica serafica
accomiatarmi dagli affetti cari
senza un’emozione tradire
a coronar la grandezza del gesto
del trapassar con fierezza il limes.

Musica
Amo la solitudine
gioisco della nostalgia e malinconia
sono la musica
che veste i mie pensieri
in questo ballo della vita
e l’indosso lieto io
che meno m’amo.

La staffetta.
Graffi fondi nelle gambe nude
smagliature nella vecchia giacca
scarpe grosse maschili infangate
le gode irrorate costipate sempre
rientrare quatta quatta silenziosa e
tutto bene anche stavolta meno male.
Il messaggio è recapitato ora sanno
ma stai attenta quelli guardano
non dare nell’occhio non correre
meglio tardi che mai.
Le esibiva fiera le escoriazioni
come vere ferite di guerra
perché lo erano.
Correvano i boschi le sue gesta
più di tramontana valicavano
le colline di qua di la della Gotica
Nessun di quelli che imboscato
stava ignorar poteva da quali mani
gli arrivava il pane come sempre
gli ordini a tempo e luogo
per muoversi e salvarsi infine.
Era Baldina non potè Garibaldina
dal padre impostole in odor ribelle
in questi tempi neri oppressivi
Giace sul sagrato della chiesa
rossa in viso non per la corsa
per il sangue da quello sparo
la colse sul viso adolescente.
Giù il cappello italiani.

Nostalgia.
Diroccano tetti muri e travi
come schiene spezzate crollano
si schiantano travicelli
costole scarnificate
tegole ed embrici senza appoggio
precipitano a mucchio in mezzo.
Su per la stradina pietrosa
l’ortica tra l’erbacce riprende
il suo potere e cresce tanta.
E quest’aria antica che fruscia
tra le rovine ormai pietraie
annusa i camini ancora fuligginosi
nelle stalle smesse odori acri
sembra rimasta non andata
con loro e gli oggetti domestici
semplici rozzi fatti da mani abili
tratti via perché la ricordino.
Non arriva mai laggiù
dove vanno lontani a valle
nostalgici però di bianche nevi alte
freddi pungenti, ghiaccioli di gronda
come moccoli di cristallo
e dei caldi abbracci del focolare.

Capovolto
da un’esistenza ingenerosa
non cadrà dalle mie tasche
un soldo portafortuna.
Cento e cento giorni camminerò
coi cenci sfrangiati dell’anima
lungo marciapiedi stretti bagnati
da pioggia limacciosa
a raccattar sprazzi di senso
cibarmene ridere e procedere oltre.
Nessuno al capolinea
con ali di piume candide
né di bruno tegumento
a spartirmi
poiché questo è il mio posto
tra pari miei sodali nella vita
e nella sofferenza nella speme
di un altrove pacifico.
L ’empireo non mi tange
che di pensiero sono
e carne e sanguine.

I ciottoli del torrente
lisci consunti come gradini
frenano la corrente
da uno all’altro verso valle.
Un flusso vitale inconscio
deviato a tratti interrotto
si riprende sempre
senza meta apparente
però scontata.
Così la storia dei desideri
dei sogni che precipitano
deviano e rimbalzano
tra le paure le convenienze
giù fino alle ansie del mare
dove si acquietano
con la fine di tutto.

Così non vivo.
C’è una ragazza
che come me
ha malinconia e nostalgia
nell’anima e cuore.
Come me che
ragazzo non sono:
ho rincorso la vita
tra piogge d’acqua sporca
e sentimenti buoni spento
giunto ai suoi piedi
ferito ma a cuore aperto
tuttavia capace di slanci;
ha fame d’amore.
Ma non sa non vuole
ch’io orma non rechi
della purezza i sensi
che la carne mi sia congeniale
più dello spirto anelare
ma questo sono, ormai.
E non è dato al vinto
alcun onore se piena
plateale sottomissione
non declama.
Così non vivo.

C’era già con Platone
(ispirata da una polemica filosofica )

E’ lui il desiderio
che muove il sole e l’altre stelle
ch’è dolore insopportabile
che mai si appaga e sempre
abbisogna d’anestetico.
Che non ha fronte o nuca
campo o spazio ma tutto
d’amore il desio / di successo il brio
oro e fortuna destino e certezza
s’ha da liquefare almeno un tempo.
Nulla di reale aiuterà ora
a far cessare la pena
o al risorgere acquietare
l’ansia di combatterlo ancora
stare abbandonati nel non dolore
in deliquio nel piacere negativo
con una spada in mano forse
e tutto oblio.

Consapevolezza.
Ti prego non venire più
sono stanco di pensare
non voglio avere ancora
paura di essere felice.
Lasciami andare solo
tanto non vorresti esserci
là dove voglio andare.
È posto per feriti quello
costretti come me
senza colpa a piacere
a quelli che circondano
il mondo e lo stuprano.

Contro il muro. (25 aprile)
Il muro di cinta del cimitero
limes per dissacratori
che degli affetti fanno scempio
recinto anche dei trapassati
nato per relegar la morte altrove
vien luogo deputato a sopprimere
tanto appartato è ovunque
e quasi rendere il passaggio
da qui al di là del muro
ad occhi indiscreti, muto.
Sui calcinacci grumi scoloriti
di sangue sano innocente
non s’ha da celebrare più
che vuolsi dello stesso peso
quello di chi lo perse
e di chi lo volle versare.
Che mondo è questo?

La pena di arrivare.
Avevo mille cose da fare
l’ho perse tutte per la via
cercando di arrivare qui.
Ora sono perso e vuoto
devo inventarmi un giorno
che somigli almeno un po’
a qual mare azzurro pieno
di vele candide quasi
ali d’uccelli marini
rinvolati dopo il tuffo.
Con quell’orizzonte terso
nascondiglio di sogni
sempre un minuto lontano
tuttavia sempre in attesa
di là dal mare convesso
che sembra prenderti alle spalle
per portarti via.

Bramosia.
Tante volte sono stato lì
per essere felice
e sempre sei andato via
amore.
Non ho cuore capace
di tenerti a lungo che
subito sento irresistibile
far voli più grandi
di quanto sopportar
possa chiunque.
L ’abbracciarti tutto
mi squaglia il sangue
mi ti fa volere
così forte e tanto che
mentre afferro il nuovo
l’altro se n’è andato via.

Esistenze.
Quando un vivido fiore
dopo aver speso il meglio
affascinare lo scambiatore
per avere e dare
ciclo naturale della vita
nel suo splendore è reciso
piange senza colpa
l’abortita possibilità di riprodursi.
Così pochi giorni a specchiarsi
poi reclinare il capo
perdere petali grinzi e foglie
afflosciarsi il gambo
finire nel pattume a infracidire.
Per altro verso alcuni umani
volontariamente consistono
in condotti che veicolano
soltanto cibarie per il corpo
derrate alla bocca all’ano feci
e ugualmente sono annoverati
tra le genti di buona volontà
ugualmente marciscono al più
avendo prodotto solo merda.

Alle medie
Intriso d’inchiostro nero
quel pennino a guglia
lo misi in bocca
col mio pensiero fisso
di scriver a te di te
che non mi davi ascolto.
Amaro fiele acidulo
sulle labbra e la lingua
il colore si sparse tutto
ai miei singulti e versi
ti prese il riso laddove
sempre avevi duro il muso.
Seppur da buffo
avevo aperto l’uscio
e mentre verso il bagno
me ne andavo fiero
rimuginavo in cuor
l’ho trafitta invero.

Il vento e la passione.
Un avviso infisso nell’aiuola
i fiori dice non strappate giammai
e lievi petali intanto tappezzano
di colori attorno dove si spargono
‘chè “il vento non sa leggere”.
Al centro dell’anima lago infinito
nel cuore, ninfea galleggiante
scrissi amami non lasciarmi mai
e il turbine dei sensi miei e tuoi
ha squassato il senso della vita
talmente tanto ch’ha portato
sì lontano da me i miei sogni
che sono ormai irraggiungibili.
Ma la passione non intende.

Ogni volta
E se ti apri a me
Ogni volta t’inondo
Mi spoglio di pensiero
E col cuore di copro
Con l’ansimo ti respiro
Accolgo il tuo dono
Come un alito rosato
Folata di fumo inebriante
E m’abbandono a te
Ogni volta
T’inondo di me.

Ninfa sconosciuta.
Mi percorre la psiche
il canto dolente d’una ninfa
triste in una nebbia immemore
di un posto lontano
seduta sul dolore di un amore
che sente perso inesploso.
Blando platonico sentire
insufficiente il dire su
com’è rosso il fuoco
o il sole all’orizzonte
arriva da lui incapace esser altro
da un musico modesto che
suona s’un flauto vecchio
musica pensata altrove
e via la porta privandone
chi l’ama ancora.

Quella canzone
Si ficca lì nella fronte
nei lobi cavernosi
e ronza giorni autonoma
gradevole spesso innocua
poi si appende alla bocca
ci biascica altrettanto.
Melodica le più volte
facile mera orecchiabile.
Poi la repulsione.
Frugar grinze del cerebro
cercare qualcosa all’altezza
inconscia presunzione e
trovarvi una rock music
del tempo andato
quello degli aquiloni
che mai sapesti far volare.

L’ora dello “struscio”
Fiorino bello fior di genziana
tutti m’han detto in piazza
la donna è una puttana
quando un tomo s’accolla
fesso e bullo un vaso bello
ma di pasta-frolla.
Lo porta col guinzaglio a passeggiare
come coi cani c’hanno da pisciare
lei scodinzola davanti le vetrine
lui porta i calzari e ciabattine
nuovi sgargianti abiti alla moda
stretta nei lacci lei non è più soda
Lo stesso quando porta lui
tronfio e pomposo vestito da perbene
la fronte alza come un gran signore
sol le di lei misure fanno onore.
Mandan profumo che ti fa svenire
bottiglia magna e grande il prezzo pure
tanfo stordente gusto da due lire
passano e lavàti a secchi dall’invidia
di tanti che rinchiusi sempre nella stia
fan mucchio informe, nano, così sia.

Gita fuori porta
Ho mangiato, in campagna
fave con cacio pecorino
ingollato sapido buon vino
frutta fresca, pan di spagna.
Baciato il collo marmorino
alla ragazza culo a mandolino
disperso in fumi alcolici
non vidi che puntuti conici
morbidi seni sviavano
da mani che mi mettevano
brave veloci abili streghe
cavallette e ragni nelle braghe.

Poesia perché
Parla mio verso di me
Che alcuno inciampi
Nelle parole sparse
Oltre il mio pensiero
E conto mi chieda.
Oneste portatrici di pena
Che di gioia non voller mai
Chiami qualcuno a scolparsi
Altri a giustificare quando
Mai sentono quel che sento io
Che lacero sono per dolori
Antichi o nuovi, nell’anima.

Martino Lutero Re
Era nero
ed è morto nel suo sogno
ispirandosi
ad un bianco
che morì nel suo
entrambi
di vedere un mondo nuovo
prevalso dell’amore
l’un dell’altro.
Non fu
non è
forse non sarà
mai!
Se davvero dal fango
venimmo
che possibilità
avremo mai
d’essere salvi?

Dal seme al gusto
(se Tinti stuzzica)

Quando è morbido
lo porti alla bocca
e con le labbra lo schiacci
lo spingi dentro verso
colei che custodisce
capacità di piacere.
Lieve e deciso
come sentire sapido
un pizzico di pelle bruna
da un seno un braccio
una coscia un pube.
Ha un profumo che inebria
un sapor dolce eccitante
ti fa chiudere gli occhi
assaporare gustare
quel carico di esotico
di aria tropicale
ora creola.

Nelle pieghe
Nelle mille pieghe dell’anima
in una notte qualunque o
in un pomeriggio spento
quando stacchi con la mente
ti lasci percorrere da un vago
senso di assenza di sogno
brulicano incontrollate
sensazioni furtive ratte
aliene il giorno pieno.
Scopri pulsioni ignote
inconfessabili inconfessate
di un te nascosto nuovo
tuttavia sospettabile
che ti sfida.
Qui la battaglia regina
la sensazione di potere
il terrore della sconfitta
della gogna per le svelate brame
inoppugnabili prove
delle tue paure.

Il destriero.
Tra le tue gambe a fremere
l’avverte l’istinto
che vuoi correre via
sbuffa allora impaziente
inarca il collo preme sul morso
come aprisse ali di pensiero
pronto a spiccare il volo
per traghettarti altrove
la sua forza e bellezza.
E non so più s’è il tramite
ovvero il sogno.

Parodia
Oh ! quelle volte al facile
morir d’un giorno inetto
socchiusi gli occhi sanguini
dietro palpebre brucianti
stracche braccia appese
all’omero prolasso
solo disteso succubo
dell’abusato odor ti strappa
il sovvenir
di fresca effige snella
un corpo sodo avvolto
in lieve serica gonnella
quando furotti il guardo
un attimo o più d’uno
quei lampi rai fulminei
e rapido dolce sorriso
per quella via viene lieve
a disegnarti ora
una piega alla bocca
e al sopracciglio grigio.

Pioggia
lenta continua penetrante
lacrime dal cielo cupo
paradigma del dolore umano
evaporato per via del sole
testimone incolpevole eterno
delle disgrazie del mondo.
Ricade in gocce mondate
dalla fisica dell’universo
humus di nuova vita
nel cerchio della sofferenza.

Giorni
Chissà che un giorno
ripassando di qui
non riconosca la luce
l’aria il profumo
di questo picciol luogo
che mi vide sereno.
O invece la mente dimentica
mi condurrà in quello
che mi bruciò le nari
asfissiò il petto
fu sempre buio. Dove
fui prono ferito a fondo
e sanguinante ne fuggii.
Poiché restano più incisi
per lo più
i giorni neri di quelli
che ti videro felice.

Amare
Ormai non hai
che da parlare
per farmi male
non hai che da tacere
per farmi soffrire
non hai che andare via
per farmi piangere.
Ma non cercarmi nel fiume
non ti darò questa vita
anche se vuota
ne la prossima
di questo mondo vacuo.
Andrò solo e nudo
come nato
a cercare un posto caldo
dentro un cuore nuovo
che come me facile ami
e facile si lasci amare.

Assolutamente naturale.
Perché mai sarebbe vita vera
soltanto se casuale occasionale
assolutamente naturale solo
quella selezionata stabilita
dal gene atavico mai stabile
nella realtà perché evolutosi.
per le circostanze imposte
dagli eventi incontrollabili
incontrollati?
Se il genio degli uomini
tanto e tale per le dette vie
fatto Prometeo ancora ruba
cognizioni dei processi vitali
s’ingegna per assecondarli
o dirigerli al miglior fine
perché mai sarebbe amorale?
Ma per sentieri più tortuosi
lunghi e laboriosi non si operò
sempre selezione innaturale
eliminando specie inadatte
poco utili brutte improduttive
e non è il mulo l’archetipo
e le migliaia di specifici estinti
la prova migliore che nulla
è com’era e sarà in futuro?

Il viaggio per…
Me ne voglio andare
trovar quel che mi conta
restare a forza ed onta
di quel che sogno e voglio
è più subire che il doglio
di partire senza tornare.

Lascio solo le scarpe nuove
di pelle nera inane per andare
quelle di solito spianate
i dì di festa nella patronale.
a far segno della voglia
di consumarle tutte.
Scarpe vecchie comode
col piede in sintonia
ti porteranno dove vuoi
come pensieri antichi
dando quel che hanno
onestamente sempre.

Il rimpianto
Nulla mi pesa
più d’un rimpianto
nulla mi aspetto
dopo aver sbagliato.
C’è il peso infame
di non aver compiuto
grande o piccola cosa
risoluto.
Non c’è rimedio
che possa menar vanto
d’aver risolto un sogno
ch’era infranto.
Neppure riscattare
con un buono
che quel ch’è perso
ha sempre un altro suono.

Il rimorso.
Puoi solo immaginare
il male che fai invece
senti nella carne nell’anima
quello che ricevi.
I sussulti nel sonno
a volte
ti svegliano sorpreso
spaventato perfino
che ciò che hai fatto
possa essere stato letale.
Morsi nei visceri
ansia d’incertezza
paura
può la tua inettitudine
costare tanto
visto quanto poco vali?

Asse verticale
Giro come tutti
intorno all’asse verticale e come tutti
non ne ho coscienza.
Solo l’alba e il tramonto
danno segnali
l’uno di andare e vivere
l’altro di rintanarti.
Cielo limpido e mare
monti verdi e orizzonti
e quel che segue
anfratti di buio tenebra
difesa ma pure intimità.
Con il capo nel vento
sento passi e suoni e odori
di un qualche divenire
che c’è.

La causa e la colpa
Questa può esser causa
di un male che a lungo
la mente prende.
Quell’occhio, forse glauco
che scruta fisso dal fondo
della notte, là nella stanza.
A volte dal macigno lavico
di vulcano, spinto sulla porta
a schiacciar la mano, che sanguina
per tenerla chiusa ancora.
Anonimo, il telefono è complice
– ha gli occhi azzurri?
- no, neri! No, chiari!
giù la cornetta, tentar di ridormire
ma, inappagato, qualcosa fugge o fuggi.
Sbatti la pena conscia sulla
strada di crescita, la spalmi sul
futuro illeggibile, non la copi
per assolverti. .
Per una vita, su altro pianeta spesa
affetti lontani, consumati altrove
un confronto tra cuori stranieri
illusorio recupero sortirebbe
di sentimenti ingannevoli.
Un’umiliante conferma
d’irrisolta mancanza.

Vita moderna
Giringiro la mente vacua
stilla voglie scomposte
di eliso immeritato ancora.
Eppure lardo copioso deborda
dalle bancarelle della vita
a prezzi buoni e domanda
sostenuta. Mi circondo di
buoni pensieri e raggiungo
gli ipocriti che governano
il mondo pragmaticamente
occidentale. Ci passo sopra
quei corpi arsi stracciati
da perfetti strumenti letali
che fluttuano tra le banche
determinando la nostra
eccessiva superiorità.
Ma il cerchio dei tormenti
mi assedia inconsciamente
soffro di ansia ferale che
non domo neppure con
perfetti farmaci moderni
ed ho voglia di pregare
o bestemmiare senza
un vero lucido perché
ma, …forse, …l’anima
ha da dirmi qualcosa.

Amore.
Uno l’amore
mille cuori passa
e mille anime turba
come tormenta o brezza
squassa o consola
e riprende il cammino.
Seppur s’adagia
un tempo breve o lungo
sempre una traccia
rimarrà profonda o lieve
a ristorar delle cose passate
o rincrudir la vita
finchè l’affanno dura.

Liberi devono andare.
Chi mai vorrà colpire
il capo nudo d’un bonzo
rovesciare la sua ciotola
lordare la sua tunica
per sottometterlo?
Chi percuoterà le spalle
fesse di un mendicante
le anche magre d’una
gitana gravida
o il viso d’un moccioso
impertinente scaltro
perché non s’accucciano
alla tua porta e senza domandare
voglion portar via gli avanzi?
Non finitimo alla mia vita
che sono inabile all’odio
ma ti disprezzo.

A chi mai…(ha un destinatario, ma non lo dirò)

Fuggiti nella purità
del sogno poetico
in un eliso incorporeo
dove l’anime danzano
tra nubi e puri cristalli
ove nulla tange se non
l’angelico pensiero
asessuato sublime.
Lascia noi semplici
di polpa frale
di sanguine fatti
di sensuale sentire
e d’ingegno bestiale
qui dove la vita si crea
si esalta dandoti fino
la tua purezza.

Scaricare sassi.
Questa voglia irrefrenabile
dire raccontare parlare di se
come scaricare sassi pietre
dal cassone del carro pieno.
Come liberarsi d’un abito
pungente di ruvido tessuto
e la pelle dell’anima subito
diventa carezzabile alfine.
Torvo ti guarderà l’altro
insofferente alla tua tristezza
turbato dall’allegria nuova
improvvisa che piega il labbro
in sorrisi gratuiti.
Chini il capo dentro il bavero
richiudi il recinto psichico
che tiene calde le debolezze
nasconde in te l’inadeguata
sostanza di cui sei fatto.

Hotel Argentina.
Fioca viene una melica
tango da fisarmonica
seguita da un violino.
Malinconiche voci
lamenti quasi languidi struggenti
un pomeriggio afoso d’agosto
nell’hotel Argentina.
Nudi tra lenzuola ormai sudate
tra profumi d’essenze amare
afrori di corpi accaldati
che ci siamo presi furenti
senza gioia
nel pianto.
Bevendoci le salse lacrime
perchè tu presto andrai via
e senza rimedio ci resterà
solo la nostra mancanza.

Solitudini distese.
Quest’ala lieve di malinconia
che stamane accarezza il viso
mi fa compagnia seduto pigro
sui pensieri sempre tondi del
trascorso.
E se guardo l’orizzonte
di questa stanza grigia
non vedo sagome avvicinare
veloci o lente il mio approdo.
Allora sarà da questo posto
che spira inconsapevole
il vento contrario salato
incrosta labbra e occhi
allora non assaporo e vedo
che solitudini distese.

Via di qui.
Fosse la mera vita
fisica quella che vuoi
il dolore la sofferenza
che il corpo subisce
naturalmente a volte
ti accontenterei.
Ma vuoi l’anima mia
quel che ne resta ora
sfilacciata sporcata da
continue offese solo
liberatorie appaganti
te che le proferisti
ancorchè per altro ferita.
Rivincita impossibile.
Ho perduto i miei sogni
per la tua sfiducia
la cupidigia morale
la mia inadeguatezza
le mie piume rituali
ma ho visto ancora un celo
e queste ali stanche ferite
mi porteranno via di qui.

Maledetta mia destra storpia
che farne di te manco parasti
le piume unte dell’arpia che
alla mia musa il becco tese
tanto che dal lauro odoroso
la fece fuggir via.
Stretta solo un po’ l’aveva
tenuta e lieve amicale
e mi sembrò che mi potesse
amare tanto da consolare
la mia malinconia.
Or se n’è andata e
seppur mai ritorni
a chi racconterò intanto
questi miei sogni.

Essere sé
Nel ventre dell’anima laggiù
dove tutto lascia segni fissi
remoti silenti quieti soltanto
un attimo picchi di dolore
sanguinano da una ferita
sottile liscia esangue alfine
che la mente conturba a sera.

E le brume dei pensieri veicolano
sentimenti insicuri d’esistenza
e immagini rincorrono immagini
del solitario vissuto
che precede l’essere qui
inadeguato solo triste
continuamente a cercare
di essere sé.

Tramonti.
Come il sole cade nel tramonto
e ombre crescenti concentriche
della sera si spargono attorno
lentamente inesorabilmente
fino alla notte fredda scura
così l’amore ucciso congela
da una all’altra neurofibrilla
anche nei più nascosti meandri
della psiche e del sentire
fino ad annichilire l’io

Esserci
Sei solo se non vedi
il mondo chino su te
non senti l’alido pondo
del prossimo alieno
non tocchi la ferita
aperta cancerosa
esposta in vista
per essere curata.

8 marzo
Quale donna festeggeremo
la madre oppure la sposa
l’amante o la promessa
l’amica o la compagna
o l’icona di Madonna.
Quella che dai lombi forti
ci mette al mondo sani o no
ce dalle braccia potenti
regge alla pari la fatica
del vivere familiare.
Quella che dello scudo
vittorioso spoglierà l’eroe
o sotto il quale lo seppellirà.
L’illuminata governante
la pasionaria combattente
la semplice umile utile
che accudisce il focolare
o semplicemente
l’altra metà dell’universo?

Sei solo se non vedi
il mondo chino su te
non senti l’alido pondo
del prossimo alieno
non tocchi la ferita
aperta cancerosa
esposta in vista
per essere curata.

Nubi
Dalla cima annerita della ciminiera
un fallo di mattoni rossi piantato
nella vecchia fornace di laterizi
nell’aria calma della sera estiva
sale s’avvolge una trasparente
sottile tenue colonna d’aria fumè
ondeggia morbida lunga setosa
si libra come una calza da donna
fin su tra le gonne di nubi grigioblu.
Dalla veranda della mia malinconia
il pensiero segue l’evoluzione aerea
la titilla fino lassù tra i nembi
immaginandoci l’impossibile

A volte ascolto
A volte malinconico lo faccio
ascolto il mio silenzio buio
per sentire un soffio un sussurro
o soltanto un’onda neurale
di qualcuno che m’ha amato
e ricorda.
Non lo direi mai ma ci conto
e seppure ieri è già così lontano
trovo incredibile tutto sia perduto
neppure un segno una traccia
di quel vissuto che fu sempre patito.
Se nessuno rammenta di avermi amato
che amori saranno stati mai quelli
al par dei miei che mille ferite
hanno inciso nell’anima mia
e non si rimarginano.

Vacuità.
M’hai corso dentro il cuore
come cavalla pazza
t’ho lasciato far male a
cose belle e care che tanto
avevo il miele nella bocca.
Foglia nel vento turbinavi
lieve che il capo non seguiva
il tuo vagare
e nessuno seppe tener conto
che sempre dritto
non poteva andare.
Ora mi piango
il tuo silenzio scemo
sulla panchina d’un cortile freddo
pesti il riquadro d’un mattone rosso
scoppi ragliante di un riso grasso.

Nulla mi pesa
più d’un rimpianto
nulla mi aspetto
dopo aver sbagliato.
C’è il peso infame
di non aver compiuto
grande o piccola cosa
risoluto.
Non c’è rimedio
che possa menar vanto
d’aver risolto un sogno
ch’era infranto.
Neppure riscattare
con un buono
che quel ch’è perso
ha sempre un altro suono

Il gigante
Uno
di tutta l’umanità finora
s’è alzato a controbattere il potere
a dirci
siete liberi tutti e tutti uguali
perché l’unica vera autoritas
non è di questo mondo
e lo trascende
nell’intero universo.

Solo uno e da subito fu solo.
Allora si poteva ora ancora possiamo
dal fango venendo vivendoci crescendoci
solamente nel peso
possedere la luce necessaria
ché conosciamo solo abbacinante
quella falsa dell’oro?

Nascosta la miseria nostra
proclamandolo dio figlio di dio
allontaniamo la prossimità
d’ogni fratello nato qui da donna
e il fratricidio quanto mai incombente.

Pena è seguirlo sostenerlo viverlo
di fronte a ottusi chierici del culto
della legge l’oracolo indiscusso
alleati a difendere quel tanto
o quel poco
c’hè poi la differenza che bramiamo
noi.
 (impaginata da C.B.)

Sogni nani
Quanta cima ho consumato
per ormeggiare la mia vita
a bitte sparse in porti strani
poveri e ricchi ma ugualmente
stranieri.
Nessuna gomena mai riuscì
a legare salda la murata a riva
che le vele leggere ad ogni bava
gonfiava e spezzavano i cavi.
Gettai l’ancora alla catena fissa
e l’argano non la salpò per anni
ma il fasciame sempre gemeva
un lamento malato irrimediabile.
Ed ebbi un buon carico da non portare
crebbe e si liberò sbarcando al primo
scalo utile per loro.
Ora vado per il viaggio di disarmo
e l’obbligo di affondarmi non mi pesa
voglio il timone per bordeggiare libero
verso il Capo Horn della soluzione
ultima e liberatoria.
Non prima di aver toccato tutti i porti
della filibusta bevuti tutti i rhum
della Giamaica posseduto le più belle
creole della Martinica sperperato
i dobloni della pirateria insulsa
di una vita insignificante.

Sei.
Sei le corde della chitarra
sei i giorni della settimana
sei gli anni che sono seniore
sei più bella della vita d’ora.

M’affanno se non ci sei
mi chiedono che fai chi sei
quanti gli anni venti o ventisei
tardi stanotte non torni son le sei.

Sei testarda quanto non saprei
Sei arrogante perché t’amo assai
Sei sensuale per perdermi se vuoi
Sei crudele quando non ti dai.

E resto seppure non ci sei
Conto fino a millantasei
E prima d’andare spio se ci sei
riesco ad esser solo e tu come sei.

Occidente & gli altri
La miseria della nostra opulenza
ci guarda da una teoria di occhi aguzzi
a volte smeraldo zaffiro o azzurro
di ancestrali mistioni di geni barbari
piantati forti in musi scuri olivastri
che stanno seduti su un limes infinito
che divide i nostri mondi.

Ormone Kid
Quando ormone Kid mi colpì
vento ignoto alieno dal west
prima di capire che calzoni lunghi
significavano canoni etici
mi ritrovai in solitario
a trastullare le mie pudende
irresistibilmente.
E di pensiero in sogno colsi
prima d’altri che già esibivano
virili pelurie sul labbro e il pube
che il mistero era nella psiche-donna.
Da sempre noto il reciproco interesse
tra uomini e donne e per i monelli
solo occasione di crear loro imbarazzi.
Perché dunque la mia vicina coetanea
sorella madre e zia e nonna
cominciò a turbare i miei sonni
i miei momenti di solitudine?
Perché avevano così buon odore
così piacevole calda carnalità
e forme rotonde sode o morbide
che solo sfiorarle
faceva trattenere il fiato?
E quando Silvana figlia labile
maestra ingenua inconsapevole
di tutte le nostre esperienze puerili
prese il mio nel suo sesso
ed io sentii anche solo un momento
fuggirmi via la vita
sentii d’amare in lei la donna tutta
almeno un poco
e poi fu una continua ricerca
di qualcosa di più grande
senza dimenticare mai quella volta.

Affascinato.
Argento polito i capelli lisci appena lunghi
siedono sulle spalle d’epidermide fine pallida
e la figure smilza elegante fiera
appollaiata lenta sullo sgabello alto del pub.
Gli occhi grigioverde fondi un mare
il sorriso svagato di gatto che rassetta il muso
m’han portato a lei a una spanna dai ginocchi nudi
puntuti di qua dalle natiche formose soffici
da stecchire gli occhi.
Per mano al suo covo caldo solitario andati
specchio di lei totale senz’altro verso
s’apre e ha tra le cosce di seta accolto il mio viso
consumando la sua lucida voglia
dissetato il mio desiderio morboso.

Non odiarmi
Non odiarmi già prima
di sapere che nulla vale
ciò che ho portato via
quello che davvero era
bello e tanto e prezioso
l’hai tu nel cuore caldo
generoso custodiscilo
non freddarlo di rancore.
Incapace d’essere quello
che speravi sicuro sempre
d’esser inadeguato sono
fuggito portando meco
il mio poco essere.

Di corolla in calice
Da quando l’odore femmina
non mi sfiora più le narici
il calore umido del corpo
è lontano dalla mia febbre
le mani tue non mi percorrono
lievi sapienti e la bocca
non indugia nel piacer mio
ho mancamenti di pensiero.
Cosa mi allontana da te
questa voglia irresistibile
di volare solo lontano da me
più che da te che mi manchi?
Chi se non il recondito io
altro nascosto egoistico
povero di slanci duraturi
sfingide mellifera alata
di corolla in calice attratta
che sol fiore carnivoro ferma
giù in un bagno afrodisiaco
di nettare.

Spavalda.
Hai una pagliuzza d’oro
ancora tra i capelli neri
l’aria soddisfatta sicura
insolente gli occhi lucidi
per ieri sera nel fienile
quando libera impudente
nude le belle pudende
sulla paglia stesa prendevi
e davi ogni ben di dio.
Riordinando le vesti
di sottecchi minacciosa
avviandoti: se avessi tempo
ti farei vedere io.

Risveglio
Dalla notte blu all’azzurro farsi rosa sanguigna
titillata da mille raggi del sole sorgente lento
che punge le palpebre socchiuse
sotto lunghe ciglia brune, s’affaccia l’alba.
Sorridi al cuscino vuoto di lui altrove lesto
ti accarezzi le cosce il pube il ventre piatto
l’umore asciutto in geografici petali sparso
dal piacere tuo e suo copioso.
Profumo di caffè sparso per casa da un po’
ti chiama fuori pigra da lenzuola complici
e ridi ancora che dal piattino ti guardano
due fiorellini azzurri di carta
ritagliati dalla confezione di biscotti al miele.

Coraggio d’amare
L’urlo silenzioso della tua sofferenza
mi perfora la membrana auricolare
senza darmi scampo e scende cupo.
Mai posso sedermi sui pensieri miei
che il tuo assordante giusto tacere
non mi infilzi le spalle che volto
nel fuggire via.
Brucia la mia mera veste rituale
sull’ara dell’amor presto sopito
che io non ho sangue buono
per questa stagione d’amore
ne cuore per questo immeritato
grandissimo dono.

Nostalgia.
Sotto un azzurro terso chiaro
col sole a picco sulla scala
ripida di Piazzetta Gramsci
giorni e giorni tenuti d’assedio
dai pellerossa intorno a Fort Bliss.
Col cielo blu luminescente estivo
spie di stelle appese a salutare
garruli schiamazzi di puberi nascosti
eccitati dalla caccia dalla cerca
in androni bui di modesti alloggi
povera corona di Piazzetta Gramsci.
Crescendo il buio dell’incipiente notte
va in angoli solitari complice
di abbracci tra coppie adolescenti
nascosti al lume di lampioni fiochi
a Piazzetta Gramsci.
Ripasso di lì ogni tanto in scarpe lustre
comode e mi vengono incontro scalzi
pensieri diventati più labili ancora
fino all’ieri che mi riporta qui e
mi respinge coi mucchi di rifiuti
l’odore acre di piscio da gente nuova
appoggiata annoiata agli stipiti vecchi
che nulla sa di Piazzetta Gramsci.

Se sogno.
Corro da sempre interamente nudo
tra le tue cosce forti che m’allarghi
tendi i muscoli che segnano la pelle
liscia tesa profumata preziosamente
d’un talco antico regale. Ed mi perdo
senza raggiungerti mai tra veli appena
mossi dalla brezza di buio azzurro
alla luce fredda della luna grigia
che t’avvolge lisciandoti fino l’intima
culla delle mie follie notturne
senza te.

Arringa del sette.
Ci legarono sette e più catene
lunghe sette anelli e sette gioie
abbiamo segnato e carezzato
e di sette in sette giorni
volando quieti mestamente
avvicendando ieri a domani
arrivammo alla soglia bruna
del mio piangente.
Volar tanto tempo con ali
in prestito dal quotidiano
o saltellar torrentizio verso valle
alla tranquilla nullità del piano
e sfociare a morte alfine
m’è sembrato poco d’un tratto.
Riavvolto il filo all’aquilone
ho sciolto nodi che lo frenavano
per ognuno uno scatto di vitalità
si riaffaccia. Via vecchi sopori
torna la voglia d’ebbrezza scordata.
Darmi lo spazio esiziale ad esser io
prima di noi solamente da ora
non è potuto essere perchè ferreo
il recinto tranquillo insonnito
diventato baluardo del regno-vita
valore inalienabile per costumanza
ora cieco e io già fuori con l’anima.
Negatami la complicità desiata
pretender stanche sopite voglie
rinserrarmi dunque il corpo
seppur vieto ormai come il suo
profferir piaceri di senile sesso
a logoro mentula ansimante che
sembra sentir ritorni di primavera
non risveglia più la mia forza.

C’è dell’altro, 194
Mentre scarti e spazzatura
qui sormontan già le mura
che ladrati in patria e fori
da più mille malfattori
siamo tutti buoni e meno
non giustizia non decoro
muore il giovane soldato
sol da alieni circondato
cerca il povero un lavoro
non guadagno non ristoro
mentre il ricco sempre magna
ride scherza eppur si lagna
sai che inventa per cultura
chiara e fresca Nunziatura
col bordon della Pretura
che la donna è belluina
se scoperto che il suo feto
malformato ancorché atteso
vuol di lui cassar la pena
d’esser vivo solo appena
liberarlo fato infame
d’esser vittima innocente
di natura impertinente
con la morte chiusa in petto
se lo lascia volar via
basta e avanza un tal dolore
per schiantar anima e cuore.

Fesso di un computer
Sarà questa una vita vera
come appesa allo schermo
di un pc che mi supera già
in risposte veloci esaustive
corretto scrivere grammaticale?
L’ho sfidato sai? In sincerità!
Senza preamboli ho domandato
come nasci, come vivi, chi ami?
Con chi dormi, i fianchi di chi
accarezzi e lei ti asciuga il sudore
dell’incubo ricorrente struggente?
Continuava a rispondere :
errore errore riprovare più tardi
l’avevo in pugno, l’ho incalzato
esci la sera, chi ti copre dalla pioggia
ti bacia per la buonanotte ? e lui
@#§><&#@..............................
L’ho lasciato lì a scrivere puntini

Sorrisi
Increspa appena l’angolo della bocca
questo pensiero muto sotto la pioggia
al ticchettio secco sull’impermeabile
che non c’era quel giorno della troppo
lunga camminata in proda al mare
e la sfida al cielo imbronciato scuro
ci ripagò fino al midollo dell’ossa.
Tanto grande il mondo quel giorno
che nudi poi ci offrimmo all’acqua di celo
stringendoci per il piacere d’esser lì
e il tuo riso sguaiato solo un po’ fu
la volta su quella follia stupenda.

Sorridere
Siedo sul sorriso mesto
di quel filo di luce lunato
appeso nel blu notte fondo
rimuginando passasti smontati
come vecchie scarpe di più fanghi
lasciate ai piedi delle scale.
Lì mi giunge il lento rintocco
ondulato dalla lunga distanza
quasi un metronomo biologico
della vita che passa tuttavia
senza portarsi appresso alcuno
o nessuno dei tanti guai.

Un sorriso assente
Siedo sul sorriso mesto della luna
quel filo di luce semicircolare
appeso nel blu della notte secca
rimuginando passasti smontati
come vecchie scarpe di più fanghi
lasciate ai piedi delle scale.
Lì mi giunge il lento rintocco
ondulato dalla lunga distanza
quasi un metronomo biologico
della vita che passa tuttavia
senza portarsi appresso alcuno
o nessuno dei tanti guai.

Organo superfluo
Vorrei strapparlo via
questo cuore malato
sempre di sentimento
buttarlo nel rovo così
che sfami un randagio
almeno.
Mi basterà tener
la testa la pancia il pene
che li conosco controllo
sopporto
quando mi fanno male
che con poco si chetano
diversamente
da lui che mi fa amare
odiare di volta in volta
soffrire lungamente.

Sarò te e tu me.
Quando ci prendevamo
anche in modo spiccio
in preda alla voglia di
sentirci dentro uno all’altro
e in un lampo fulmineo
tutta l’energia liquefaceva
sorridevamo col fiato grosso
io ti leccavo il collo
e tu la fronte imperlata.
Perché non può bastare
vivere così per sempre
io che ti voglio tu mi vuoi
il mondo vada a farsi fottere
e baciamoci ancora a lungo
che sarò te e tu me, ancora.

La mente e il corpo.
Sento nella gola l’arsura
la mancanza di possederla
con rabbia antica passionale
incurante delle acerbe forme
dello sguardo interrogativo
ancorché divertito lezioso.
Ingollare un boccale di fuoco
stordente obnubilante capace
di rendere pace alla psiche
ma da sotto i calzoni
non viene la risposta
la spinta idonea a sostenere
il gesto improbo non c’è.
Una debolezza inconscia
ad essere quel che si vorrebbe.

Quando
Non t’ho detto veramente niente
e niente mi dirai andando via
scolorirà pian piano questo celo
e farsi grigio già mi pare adesso.
Una burrasca di mille lampi
è stata questa ricca frequenza
tra brividi di freddo e scalmanati
afrori e aromi di zagare e limoni
a turbinare giù nella coscienza.
Finchè gli schianti e millanta echi
non m’hanno fesse le gambe
rotta l’arteria piegata l’anima
che coraggio non aveva.

Pianto secco.
Vento ghiaccio ratto
che scompigli
radi capelli grigi
folte fronde verdi
squassi pensieri fondi
bacche spargi a terra
portati via questo pianto
che brucia occhi arrossati
ormai strizzi e seccali
che l’immagine infissa
appaia icona antica
della sofferenza.

Come foglia caduta tardi.
Se volessi piangere adesso
sarebbe sabbia dagli occhi
che tutte le altre l’ho perse
per cullare il suo perdono.
Ancora una volta pesato
e trovato incapiente vado
lasciato a guardare spalle
dritte portate fieramente.
Via da una fulgida storia
appena sorta da ritagli
d’anima inquieta ora nuda.
Passa ogni cosa davanti
per non tornare più com’era.

Il treno per…
Ha languito mesi
sul lungo binario morto
di lontananze vere e altre
di una vita di rimpianti
a due voci e tempi echi
bisogni diversi eppure forti.
Non basta un macchinista
esperto né una carrozza lux
per assemblare un treno
che porti e vada lontano.
Fermo sotto la pioggia
che sciorre solfati rossi
di ricordi inconfessabili
conti quanto il cuore l’animo
c’era per una prova così.
Forse prima d’ogni pensiero
era spezzare col passato
correre e saltare
tenendosi per mano.

In vena.
C’è bisogno di spegnersi
Ogni tanto
Sedersi a ridosso d’un muretto
Vicino a una riva
Dove la risacca scroscia.
Lasciarsi percorrere
Da una languida incoscienza
Intontimento morboso
Rilassatezza di muscoli
Così che su per le vene
Salga un calore di vita nuova
I sogni tramutino in rade realtà
Fresche percezioni d’eliso
Ed esserci sembri ancora
Cosa che valga la pena vivere.

Come una mela al ramo.
Sono mela al ramo appesa
ultima che l’altre cadute
al desco sono o al truogolo
vizza di colore appena
un cenno stinto ruggine.
Stimata succosa saporita
di profumi odorosa ricca
non fui mai colta invece.
Ho visto passare tanti
con occhio intento dire
che la forma bella era
appetibile desiderabile
nessuno però arrivò a
cogliermi davvero goloso
strusciarmi sulla coscia
mordermi estasiato.
Il ramo che mi regge
scricchiola ai primi freddi
si seccherà il sostegno
alla vita e cadrò nell’erba
secca ad attendere la neve
o il tasso onnivoro.

Custodi della vita.
Da basiliche di marmi preziosi
tra stucchi raffinati e ghirigori
in paramenti e monili d’oro
grandi sacerdoti e alti prelati
sanciscono declamandosi scelti
come e quando la donna debba
inopinatamente procreare fedeli.
Poco importerà desiderare volere
esser madre essendo stata sposa
amante sorella o amica cara
oppur temere che la nascita ora
inopportuna inadeguate cure
consentirà prestare al nascituro.
Unti da chissà chi vicari terreni
del demiurgo trascendente
custodiscono pedissequamente
la legge giunta per le misteriose
vie del cielo predestinazione
dell’umanità fatta chiesa cattolica.
Che Dio sarà mai questo che affida
a impotenti volontari procreandi
seppur diversamente da Onan
essiccatoi del seme biologico avuto
che non assolvono il comandamento
crescete e moltiplicatevi?

Dalla stalla alle stelle.
E svegliati sonnacchioso bue
che non ti salverà la vita
aver il rumine ancora pieno
scansar l’aratro per pigrizia
di lui che ebbro laido iniquo
giace e si rivolta nello stallo
inconscio del male che si fa.
Provvedi acchè domani cresca
il foraggio nuovo al redo giunga
alle lattifere e il flusso bianco
non si interrompa né cessi poi.
La vita di tutti e la loro
dal lavoro del bue popolo pio
è suggellata e dalla sua forza
munta fino allo stremo vitale.
La potenza tutta dai ora oggi
prima che chiedano di versare
copioso il sangue delle vene
sugli spinati d’altri mondi
su piazze domestiche ribelli
per raggranellare una manciata
di granaglie divenute esiziali.

Metropolis
E’ l’insegna luminosa
d’importante compagnia aerea
la cosa più luminosa della notte.
Di lassù, sul più alto grattacelo
pare dirigere l’orgia di colori
al neon, che scende avvolge
tutti i fabbricati del centro.
Intermittente come sotto direzione:
un concerto luminoso.
La luna, una palla biancastra, opaca
alta in disparte, come un vecchio
lampione cinese di carta della festa
ormai trascorsa dimenticata
sembra cosa inutile alla regia.
Giù in basso più di quanto
dica il livello mappale
sulla strada i marciapiedi
piccole figure assimilate
dal semibuio qua e là squarciato
da lame di luce uscita dai locali
una fauna umana nottambula
cerca la soluzione al giorno morto.
Solo speranza che su questo asfalto
liscio e lucido per la pioggia
o l’usura dominante il traffico
interminabile non corrono soluzioni.
Panacee appena, per il nuovo veniente.

Esserci.
Avrei voluto esserci lì con
la pioggia a incupire il giorno
frammista a lacrime e petali persi
cadere lucidare lapidi e cippi
farlo ancor più triste luogo.
Avesse visto me piangere
dolente sofferente in platea:
camicia ed abito sgualcito
barba trascurata giorni grigia
questa volta esibita mesta.
Cereo d'emozione scure occhiaie
per la lunga veglia
indifferente a pianti d'altri
mormorii convenevoli abbracci consolatori.
Esserci incrociare di lui lo sguardo
leggere quanto gli doleva perderla
se faceva pari col mio dolore
che ora s'accheta
da quando l'ha portata via.

Sinfonia.
mille mille mille gocce di pioggia
si urtano separandosi o fondendo
precipitano di peso verso terra.
ogni grano di pioggia cade
da un lontano diverso spesso
quanto il banco di nuvole
con la propria massa.
colpiscono questo quello l'altro
oggetto ostacolo riparo
martelletti di pianoforte celeste
su materiali diversi al mondo
estraendone timbri tali e tanti
ignoti oppure consueti alti o bassi.
a orecchi sempre nuovi
carpirne l'assoluta armonia.

Afganitosi.
accigliati occhi bruni
spilli di luce da hasisc
e pochi denti neri da
tabagismo cronico
con aria cupa seriosa
sotto neri turbanti
stannpo accucciati
ai margini del foro boario.
Branchi di maschi e fanciulli
paludati di virili simboli bellicosi
alla cinta a tracolla a spalla
clan di genere più che familiare
appartati dalle donne abili
non dalle femmine sommesse
che li fanno nascere.
Danno è la donna per fede certa
e di morso s'ha d'attossicare lei
che come vipera nostrana
costretta al rovo partorire
per salvare la vita.

Eppure
m'hai coperto gli occhi umidi
con mani profumate leggere
alitandomi l'odor delle labbra
sul collo, poggiando sodi seni
alle mie spalle, ridendo garrula.
Eppure m'hai "rotto la persona
di due punti mortali " : l'anima
e il senso, andandotene via
speranza, adesso che la discesa
è irriducibile, e mi dileggi
alludendo un ritorno.

Sei di nuovo qui
avevo messo tra noi
l'anima vuota, la testa piena
delle paure che m'hai figliato
lasciandomele di poi.
Soffrendo e facendo soffrire
ho buttato tutto, defecato
il pensiero di te che voleva
castrare i miei sogni
il desiderio di andare
a piedi in volo
verso la libertà di immaginare
ancora nuova la mia vita.

Gocce di pioggia
Solo a gocce
come acquerugiola estiva
senza peso m'è venuta addosso
la vita
pioggia lieve
persistente lunga
arrivata in fondo
a immollare l'ossa.
A me sempre in attesa
dsi piovaschi forti
burrasche uragani
dei sensi.
E poi bonaccia quiete
pace deliquio e tamburellare
soffuso nelle orecchie
gocce di pioggia a segnare
dal tetto il tempo che passa
alfine.

Nuda
Nuda come la luna è nuda
bianca come bianca la sua luce
caduto il vento che spinge nubi
velario a nasconderla a tratti
si scopre invece la tua pelle
sensuale gelosamente intima.
Sulle lenzuola di seta beige fà
ombra morbida di fianco lunato
chiaroscuri d’inguine caluginoso
luccichii di lindo crine profumato.
Pieno di te il senso mio appagato
siedo ad ammirar morbosamente
i giochi del chiarore sulle tue forme belle
invidiando la levità con cui ti tocca il lume.

Sincerità
Quando il coltello della notte
taglia in due il giorno sano
senti che l’anima s’appresta
a chiederti udienza.
Cerchi un angolo dentro
per studiare le risposte
o fuori ma nascondi il viso
non si veda l’emozione
l’imbarazzo che richiede
essere onesto almeno con te.

Pensare.
Se avere ali volesse dir volare
si direbbe rondine un pinguino
o le zanne significar predare
l’elefante non vivrebbe d’erbe
così avere un cuore non dice
amore o coraggio o sentire.
Così che mai sarà esser uomo
quando non corre come lepre
non colora la natura da farfalla
come leone non cattura prede
né fruttifica per altri cibare ?
Che sia pensare ? e perciò stesso
amare osare compassionare
che alcun altro al mondo può ?

Pace di lontano.
E’ come venissi da lontano
dai ricordi sopiti dagli anni
e nel volto dolcemente crespo
porti somiglianze pregresse
aspetti diversi passati in mente
che tante altre realtà furono e
solo il meglio è cristallizzato.
Trovo nel tuo chiaro sguardo
morbido di verità caricato
tuttavia curioso interessato
che di tenerezza liscia il viso
il sereno venire del tempo
in un’ alcova di sabbia salsa
due sguardi portarsi dietro
l’appagamento oltre il blu
complice ansimi all’unisono
mentre mi stringi la mano lassa
fatta araba fenice di maturità.

A Benazir Bhutto
Bella d’immortal fede e coraggio
“bocca profumata” di parole vere
che il gaudio di vivere assicurata
possedevi, hai giocato la partita
della vita per dar corpo alla speranza
che sempre assillava l’anima tua.
Che la scia odorosa del sacrificio
sia traccia e guida per coloro che
raccogliendo il testimone facciano
vendetta realizzando il tuo sogno.

Altrimenti
La realtà nel giorno
Il sogno nella notte
No alla folla, la solitudine
Via dal mare, all’alpe fresca
Più dell’amore, la nostalgia
Crudo orgoglio, dolce modestia
Forzato ad essere, scelta di non essere
E se il sogno è invenzione
spazio infinito, desiderio di fantastico
e la realtà certezza, limite, appagamento
Voglio sognare di vivere
e vivere per sognare.

Vincere
Mai visto un giorno così
Alla fine della prova
brandire il pugno
a squarciagola gridare
Sìììì!
Tutto è perfetto o non importa
partire, arrivare, è lo stesso
aver mille più di mille
oppure nulla
Il cuore è balzato in gola
sei estasiato
Il sole gira intorno a te
tu sei tu e……….tutti.
Apriti cielo! dammi un minuto così.

È Natale…non badare.
Ci sono specchiate teorie
di piccole lampadine a luce
colorata intermittente
globi grandi e piccoli luccicanti
pacchetti involti in carte stellate
in quegli occhi castani umidi
accecati dalle lampade al neon
della mostra zeppa di oggetti
alieni alla sua vita tribolata.
Lontano dalla sua terra tra gente
che non lo vuole lo scaccia
che il moccio sporca il cristallo
della vetrina.

Cercar chi sono
Quando a un respiro e due passi
dal senso del limite personale
che cerchi ignorare e tradire
l’anima s’apre per accogliere
scruti l’intorno a cercare sì
bruci l’ennesima occasione
di verificare quello che sei.
Il plauso non attenuerà la sete
il fallimento non darà la misura
sarai di nuovo solo debole e
certo di fallire di nuovo dopo.
Chi sei veramente t’è sfuggito
una volta ancora.

Affinità
Ci sono sintonie come sinfonie
in tono minore andante lento e
suadenti senza parole dirette
sguardi furtivi d’occhi bassi
dietro palpebre socchiuse.
Petali sottili leggeri delicati
di canina di melo di ciliegio
che fioccano a terra
appena scuoti il ramo.

Il primo bacio
Ti presi la mano tra le mie
quella volta sotto i tamerici
tra le rocce in riva al mare
delicata sottile del colore
di quelle fruste rosate lievi.
Opponesti una gentile resistenza
quando l’avvicinai alla bocca
ad occhi bassi non respiravi più
e le piccole dita fatte per carezze
tremavano incontrollate al gesto
al tocco appena delle labbra
di colpo subito uno scoppio
di risa felice liberatorio
poi disinibito il primo bacio.

È Natale…non badare.
Ci sono specchiate teorie
di piccole lampadine a luce
colorata intermittente
globi grandi e piccoli luccicanti
pacchetti involti in carte stellate
in quegli occhi castani umidi
accecati dalle lampade al neon
della mostra zeppa di oggetti
alieni alla sua vita tribolata.
Lontano dalla sua terra tra gente
che non lo vuole, lo scaccia
che il moccio sporca il cristallo
della vetrina.

Futuro nichilista.
(leggendo Canti Celtici di R.M.)

E lasceremo rimbombi di zoccoli
nitriti sbuffare froge di cavalli
cozzar spade esploder le bombe
le montagne dirupare nelle valli
l’acque crescere mostri alieni letali
per il consumarsi del tempo.
Copriremo il rimpianto, il rimorso
seppelliremo col danno
che l’esser vivi ha prodotto nel mondo
e al suono dei motori delle navi
tecnologiche o mentali dirigeremo
su nuovi mondi o esistenze.
Perché è vita la misura che separa
il passato dal presente e dal futuro
non cariatide sempre voltata indietro.

Col bavero alzato
contro il maestrale che struscia
freddo arbusti e dune secche
a limite dell’onde che ruzzolano
a riva accarezzando la battigia
cancellando di continuo
orme e tracce di passi
andrei con te a piedi nudi
lungo la spiaggia ora deserta
se mi tenessi stretto per mano
per condurre due malinconie
a inventare una sintonia.

Illusione
In questo tempo nuovo
e antico allo stesso modo
ripercorro il pensiero
che la stirpe m’ha indicato
felicemente al principio
che nulla ostacolava il credo
insito nella fortuna d’esser nato
da lombi devoti al trascendente.
E via via patir la verità altra
testimoniata da offese
di simili a simili del creatore
che mandò al sacrificio l’agnello
s’ascose e s’asconde
lasciandoci deboli incerti
con la nostra pochezza
poiché fummo resi liberi
d’adorare lui unico e solo.

Reincarnazione
Forse avrò un tempo nuovo
certo altrove nell’infinito
dove della tigre o il toro
le stimmate esibirò forti
e sicuramente riparerò
il nulla da topo che
in questa dimensione
forse colpevolmente
m’è toccato.
Un diverso ancora vergine
dove il mare non sarà solito
grande profondo e blu
banalmente mosso o piatto
alitato da melensi lamenti
amorosi o malinconiche
mancanze e desideri ma
culla di tutte le nascite invece.
E costruire città e amori vivi
nuovissimi e liberi
amabilmente condivisi
che in tutti sangue rosso scorre.

Viene di lontano il piacere
del colostro latteo il sapore
da morbida asperità poppata
l’odore a volte sudato di lei
sopra e più del profumato talco
le nari imprintava per sempre
che l’amore aveva dietro gli occhi
spesso di pianto.
Quanto bramato pari piacere
in età di tabacco e caffè
di benzine di fumose congreghe
con lei che disposta, asseconda
perché t’ama e se t’ama, tutta
si spande come onda del mare
copre avvolge scalda rinfresca
liscia carezza irrora.

Solivo, nonostante.
Non a questa stazione
volevo scendere
neppure questo il treno
la realtà non è scelta
desideri sogni lo sono.
Tutti i si di rito detti
per essere amato aiutato
a essere qualcuno non qualcosa.
Allora sempre ho respirato
miasmi fumi blu grigi gialli
bevuto acque salse e dolci
e pestato strade insulse
tristemente inutili caustiche.
Dal cielo caduto prima del volo
da subito inadatto alle correnti
una torre antica dirupata
viver vorrò nella brughiera
mandare un canto
ad un’anima libera
che sappia udire sentire
amabile un luogo solingo solivo.

Il campanile.
Ombra di campanile
ala materna chiesastica
sempre m’ha riparato
da raggi accesi liberi
lampi di specchi ustori
vividi impulsi della mente
vergine vorace insaziabile
e lottavo per non piegarmi
accettare il recinto sicuro
d’affetti convenzioni riti.
Venne la solitudine coi
meri spazi limitrofi di vita
sorrisi concilianti innocui
abbondanza non richiesta
sempre mancanza invece
di ciò che ardentemente
l’anima il cuore anelava.
Ora del tramonto vero
s’una bitta rugginosa siedo
col mento poggiato sui palmi
guardando il rossore della sera
non vedo nulla
solo alle spalle
un’ombra lunga acuta
incisa dal sole che muore.

Insperata primavera
S’era impigrita la psiche
da tempo dimentica volta
altrove, per via del tempo
di torpore grigio senza
fantasia dei sensi.
I ricordi scroscio lento
di piova uggiosa estiva
scorrevano sul corpo e mente
senza lavacro andavano via
lasciando l’ubbìa di prima.
Così nel pascolo del cielo
in aeree correnti d’anime
anelanti bello e piaceri estetici
un profumo sensuale
una persa carnalità mi cerchia
e batte d’emozione il cuore.
Ogni stilla di sanguine m’innerva
pensiero su pensiero mi invade
il suo verso erutta vulcanico
alita caldo bruciante e fuggir
non posso che ne godo folle.
Esplodo come marza al sole
di questa irrinunciabile
insperata primavera.

Appendo il soprabito grigio
quasi una icona dello status
dietro la porta al solito gancio.
C’è da sempre lì nell’altro
un grembiule nero con un fiocco blu
ormai stinti.
Resta appeso il ricordo
d’un tempo ormai lontano
che non vuol passare anche se
molto altro se n’è andato via
per non tornare più.
S’aggrinza di colpo il cuore
come asciugato del sangue
e dà una fitta al petto come
il giorno dello strazio
giù al greto del fiume
dopo la piena.
Quegli ordigni abbandonati
dagli eserciti in marcia
rotolati nell’acqua limacciosa
alla portata di mani infantili
eccitati dal mimare inconsci
eroismi inappellabili
hanno reciso giovani vite
sopravvissute
alla paura di morire.

Giusta verrà la sera
a lenire tutti i lai
di ferite subite altrove
e prima di darmi la notte
agio mi consenta ancora
lo scabro torrente dei ricordi
risalire una volta
contando sassi e fiori della riva
sino a quel prato intonso
che era l’anima mia
pria della voglia di vero.

Come lacrime dal tralcio
potato troppo tardi
quando la linfa lo percorreva già
piango fuori stagione
che questo è tempo di consuntivi
non di giovani passioni
e tuttavia m’accora pensarla
volerla con tutto me
E mestamente rinchiuderla
nel recinto del giusto e bene
che questo non sa da fare
Nel mare piatto fino all’orizzonte
dovrò tirarmi addosso la coperta
del tramonto assopirmi per sempre.

Tarda la sera
a calarmi sugli occhi
la notte non viene da sola
cavalca stalloni neri che
sbuffano dalle froge frementi
e l’insonnia mi rivolta.
M’alzo e sul balcone accendo
un’altra sigaretta soffio alto
il fumo azzurrino profumato
cercandoci dentro un lume
giacchè ogni momento
luce di stella nuova ci coglie
dal profondo universo lontano
e arricchirà il firmamento.

Il bello & il brutto
Che la coltre bianca di neve
induca lieti pensieri di gioco
invece che mani e piedi gelati
dipenderà forse dalla psiche
in quel momento distratta
o convulsamente altrove?
Che un miles giovane fiero
bardato per la battaglia
faccia pensare all’alloro
invece che grumi di sangue
dipende forse dal pensiero
positivo o negativo che
allora t’accompagna?
O quest’anima ha moti
nobili o vili a seconda
del flusso sanguigno
alle meningi?
O sempre non è serenità
né dolore perpetuo che affligge
e si vive tutti i giorni la vita.

Al cancello
Quando nell’ansa del braccio
mi accogli e il mio viso poggia
sul tuo seno umido per via
del goderci noi, la tenerezza
mi prende, perchè sembra
anche questa l’ultima volta.
Piango e tu lacrimi piano zitta
ci diciamo non lasciarmi mai e
corro subito solo col pensiero
per la strada che sempre scura
piovosa con foglie brune fradice
per terra, conduce a quel cancello
di lance puntute nere alte a separare
coloro che anelano raggiungerci
da quelli che non vogliono entrare.

Il senso di
C’è un senso
tra povero e ricco
cattivo e buono
bello e brutto
laborioso e pigro
che non appartenga
all’intima natura
di ognuno ?
E’ patrimonio
lascito determinato
geneticamente
oppure socialmente
consuetudinariamente
stipulato da altri ?
se dipende da ognuno
a chi rendere conto
oltre la legge degli uomini
ch’io veda ?
se indipendente dalla volontà
perché mai renderne conto ?
Certo è – come dice il cantore
seppure nulla ha un senso
“domani verrà lo stesso”
e “non v’è certezza” alcuna.

…dei diritti dell’uomo.
Angeli, arcangeli, santi
profeti e salvatori
dalle fulgide basiliche
moschee campanili minareti
re imperatori da alti manieri
ognora ci hanno chiamato
ai doveri assolutori.
Dei diritti dell’uomo
misero o potente
ricco o mendicante
morente o esuberante
che spesso quelli
sono adusi a conculcare
soltanto l’uomo per l’uomo
ha scritto e voluto affermare.

A volte torna
Ti sento di nuovo silente
tenebrosa pallida signora
dei giorni melanconici.
Non vale allontanar
pensieri e sogni funesti
lievemente t’insinui
droga nebbiosa meningea
amicale speranza di altro
salvifico.
Cento le volte che t’avrei
voluto consapevole vera
sei passata via delusa
del mio poco valore
come avessi a chi o cosa
destinarmi.
Seppur nuda mors sei
definitiva soluzione vitale
dissolver non puoi la voglia
di a-mors vero che non ebbi
qui niente è in tuo potere
allora pensai preferibile
obliare la mera esistenza
                  per liberarmi di me.

Dal vaso di Pandora
l’ultimo segreto del mito
forse mi salverà l’anima
dall’implosione verso
l’incubo solitario buio
d’una vecchiaia inutile.
Attraversare il consueto
annoso scontato, eppur
necessario, ho schiantato
ogni ardore inventivo
la voglia di sperimentare
bandito il nuovo diverso
perché dissonante certo
poco oppure molto, ma vivo.
Allora cercar l’amore tutto
darlo gratuitamente
rosa vermiglia staccata
da un rovo di margine
con passione, al finitimo.

Pigramente hai gli occhi su
quella foglia gialla e via
giù per la corrente rotola
e rapisce lo sguardo fino
laggiù nell’ultimo gorgo
dove s’inabissa ultima.
Subito nel delta al mare
fugge il pensiero e cerca
rintracciale quel giallo
autunnale che dai monti
porta il messaggio primo
dell’incipiente inverno al
piano che ancora gode caldo.

Se tutte le foglie
fossero già cadute
non per l’autunno
ma per l’arsura
chi o cosa salverà
la quercia rugosa forte.
Se la lunga mancanza
della linfa vitale come
emozioni e passioni
non giunge alla psiche
chi o cosa salverà me
dalla malinconia
che nell’ombra della vita
s’affaccia sempre più?

Regressioni
Quando il mattino freddo ventoso
il bavero alzato pare un braccio
caldo affettuoso vai quasi fiero
ad affrontare il giorno nuovo.
E’ coltivata la forza di dentro
che gratifica essere risoluto
di affrontare l’alieno fuori.
Tremante la notte trascorse
fuggendola succubo ognora
hai cercato rifugio nel cuore
bambino sognando di cure
affettuose che via fugavano
le mille paure di allora.

Incertezza.
L’incertezza di sempre pesa
come montagna sulla psiche
e non ti è dato sapere perché.
Nascesti forse tarato monco
di costituenti forti, capaci di
scatenare sentimenti ardenti
di volontà costrutti adusi al
salto nella vita a piedi pari.
Ne ti è dato conoscere a chi
quando lo specchio non dice
ciò che vorresti, dare la colpa
imputare la causa, che meriti
non ci furono non ci sono né
potranno esserci dipoi.

In attesa
Mi corre incontro
un angolo di vita
lontana quanto basta
perché lucida veda l’alba.
Mi sovviene che scelte feci
incomprensibili alla canizie
ora invadente fuori e dentro.
Scellerata giovinezza si disse
dalla ventura fascinato corsi
soltanto dentro i sogni diurni
tanto attratto dalle fantasie
da scordar l’impegno vita.
Pariglia m’ha reso intanto
che di nulla colmo manco
di pensieri veri fondati.
Affronto un dopo l’altro
i giorni caduchi glabri
d’insostenibile nulla
in attesa di colei.

Ad occhi chiusi ho modellato
il tuo sembiante nell’anima mia
e se scultore domani fossi
d’incanto inventerei l’opera
più bella dai tempi di Fidia.
Che per le vene scorre l’amore
che ti porto da sempre perché
da sempre mi sei nella mente
madre sorella sposa amante
compagna virile della mia vita
ancora insulsa poiché non ho
il giusto marmo pietra metallo
per scolpirti come desidero.

Oltre il filo spinato
Strisce verticali brune su
insulso panno più chiaro
segnano corpi tutti smunti
uno dietro l’altro oppure
fianco a fianco in gregge
e assortimento di copricapo
sudici indossati sgembi.
Il viso cereo abbassato
il mento preme lo ioide
ma gli occhi…
in cavità brunite di terrore
vacui senza speranza
il bulbo troppo grande
eppure guardano illusi
e disillusi insieme
solo a mostrare la nudità
dell’anima.

Cara umanità
C’è chi passa la vita
a raccattar briciole
d’altri deschi cadute
chi da rapina di vedove
orfani indifesi si bea
altri gridano ai sordi
ascoltano i muti e
indicando
come e perché vivere
incappucciano l’autorità.
Non sei libero d’essere
quel che ti pare
sempre vorranno da te
fede ottenere
protrarre all’infinito
i propri affari
buoi semplici e singoli
defraudare.

Violenza
Quanto male fa
il cuore addolorato
che sanguina amaro
-Da Miscellanea-

Forte
l’impulso ha ragione
del senso e l’anima.
-Da Miscellanea-

Pieghe - rughe
Ho pieghe dell’anima
indelebili come rughe
scavate da dolori continui.
-Da Miscellanea-

L’orizzonte
Non c’è orizzonte
più vasto ed etereo
di quello che speri
portarti altrove.
-Da Miscellanea-

Il pozzo
Dal fondo buio tetro
aspetti veder passare
almeno un attimo il sole.
-Da Miscellanea-

Metafisica
Sempre e sempre
la stessa faccia pallida
mi porgi. Cosa contiene il cono
d’ombra che ti segue nello spazio fino
l’infinito. Forse vengono a nascondersi tutti i
nostri sogni pensieri desideri speranze disillusioni.
Di volta in volta sembri interessata ignara contrariata
di nulla spieghi quasi fosse possibile leggerti il pensiero
che come gli altri si perde in quell’ombra buia che segue.
Non si vede si immagina. Deve esserci altrimenti sarà stato
inutile sperare che almeno là saranno raccolte anime sensi
sensazioni voluttà e sofferenze che hanno accompagnato
disegnato la vita di tutti dall’inizio dei tempi. Per stabilire
a consuntivo quanto il bene abbia prevalso il fratello male
e quanta grazia avremo meritato per il dopo l’eternità
felice. O non è questa lotta diuturna fratricida
diabolicamente o angelicamente furibonda Il
senso vero dell’esistenza. Non è o non
sarà questa incertezza tra vero e
falso la scelta tra essere
e non essere.

Mare di novembre
E’ grigio come hanno occhi le donne
quando sono grigi e l’onda è lunga
s’increspa spumeggia appena un po’
a cento braccia dov’è la secca.
Nell’aria strizza di fine novembre
ventosa di maestrale la sabbia
circonda con microdune oggetti
alieni abbandonati dai lontani
turisti passati di qui distratti.
E pare che la spiaggia il mare
le dune incappucciate d’erbe
abbiano ripreso possesso che
è deserto tutto intorno cheto.
Chissà se trovo qui adesso
tra la folla mi lascia sempre
quel poco di me che riposare vuole
dall’uso logorante del giorno
che m’ha raggrinzito la bocca
in un sorriso fesso continuo.

Impudico
Impudico l’amore
che porto al tuo altare
lo strappo
dal profondo di me
come organo sanguinante
per donartelo
nudo come nudo mi sento
privandomene
preziosa pietra angolare
dell’essere quale sono.
Sarò mai più
Io
dopo aver consumato
tale grande parte
di me ?

Incontri
Stende l’ali di velluto
blu cobalto nero bordate
dal ciglio del bicchiere
sugge avida tè zuccherato
fremendo lentamente.

Quelle
Non i marciapiedi lontani
ne i vialetti bui dei giardini
o i cantoni di quartieri laidi
fanno tali quelle
Assurde zeppe e tacchi
vesti sgargianti di pessimo gusto
procaci o scarne alte o nane
fanno tali quelle
Ne retrovie di vita grama
indecorosamente misera
socialmente prostituita
fanno tali quelle
Ii melensi bisogni altri
di maschi anelanti vendette infantili
da praticar su esseri marginali
allevati allo stupro di genere e
che dalle poppe calde procaci
suggono dolcezze ignote
rivendicando struggenti vezzi
rubatigli nell’infanzia di vita grama
dall’esistenza vuota di sentire
fanno tali quelle.

Senza riscatto
Mi lega poco o nulla
a questo ceppo umano
se non qualche mero
sentimento per affetti
vicini dei miei lombi.
Niente che venga
di là più d’un ricordo
bambino un’esperienza
pubere goliardica.
Il resto cicatrizzato
in forma di tralcio spinoso
da sommo a imo
nel corpo nella mente
non mi chiede di restare.
Così posso andare
qualche rimorso in verità
molti rimpianti oramai
senza riscatto.

Generazioni & generazioni
Di là col vento viene
questo sentore strano
di cose sconosciute
impauriscono prima
di saper davvero cosa sono.
Non figlio più ne figliolo
del padre a petto aperto
sfida ragioni indica torti
della madre le preci irride
e tuttavia di quest’acqua beve.
L’alieno il nuovo il moderno
come serpe letale dell’antico detto
ognor s’annida nell’affannoso seno
di questa insensata vita
senza cardini ormai o chiavistelli
come uscio di stalla antica

Demagogia
Parole su parole sempre dette
da pulpiti finestre o balconi
rovesciate su facce smunte
rivolte su come lo sguardo
al cielo fosse diretto hanno
annebbiato tali e tanti cuori
che a fiotti il sangue sgorga
per nobilitare furori e ira
giustificare massacri altri
scoperti nemici senza saperne
l’anima l’odore il pianto.
E migliaia di croci bianche
ad indicare l’ardire l’onore
e quanto valse
“credere obbedire combattere”.

Soldato
M’han detto da casa
amici cari e meno
compassione sentiam per te
laggiù lontano a Nassirya
che in armi e cuore compi
incomprensibili atti violenti.

Qui, le comode poltrone d’uso
di idrocarburi composte e calde
le ambite lussuose belle auto
di veloci carburanti ghiotte
il tepore delle case garantito
m’hanno mandato.

E se tra i tanti a me toccò
quest’avventura
farò quel che si deve
porterò il carico per tutti
così possiamo insieme dire
fummo forti e bravi
tenemmo alta la fiaccola
e non ci fu mai un vile.

Campagna felix
Siede curvo guarda i palmi
col pensiero altrove
i calli delle mani non dicono
cose che non sappia davvero
Quello oltre pensa sempre
s’è passato perché così
s’è futuro come sarà mai
e non ha molto tempo.
Tuttavia in questo meriggio
sabato fresco d’autunno
si mette a far di conto
bagna di saliva il lapis mentale
e incolonna delusioni fatiche
poche allegre ricorrenze
e sempre attento al debito
con l’esistenza

Va via
Viene il freddo
umido novembrino
a penetrarmi facile
fino alle ossa
perchè non trova più
calore in corpo
da quando vuol andare
via da me
Così si riaccende la incapacità
di essere adeguato
ancora una volta
in questa corsa
della vita per la vita.
Né vale cercar in me
le cause vere le scuse possibili
a giustificarti
perché dev'essere mia la colpa
Se vai via portandoti
anche solo una briccica di me
sarò felice per qualche tempo ancora
finchè la ferita nell'essere
non rimargini
cessando di sanguinare sin d'ora.

Non più
Inadeguato essere
non colsi insorte
necessità d'amore
che la felicità dell'altro
anelava libare.
Capro d'unghia fessa
come la psiche duale
m'appartiene l'amore
come il piacere
ne l'un prevalga
che tale l'altro stimo.
Non feudo esclusivo
legacci come rovi sanguigni
senza speme altra
la mia poca psiche
avvincono.
Allora fuggire m'occorre
che l'anima ormai
incapace di verdi sensi
grinza pietrosa
sola per se esiste.
Mentre dagli occhi tuoi
porto lontano la mia vita
"devi sorridermi se puoi".

Nebbie neurali
Foschie da nebbie neurali
impaziente di trovare nulla
mi desto da un sogno inquieto
carico di senso bruno
lacrimando stille di fiele.

L’altrove
d’in sulla riva del mare
coi flutti spumosi infranti
sulle rocce aguzze
corre la memoria a disastri
atroci e tuttavia
l’anima mia è felice
non per la funesta
sorte altrui
per l’esser qui salvo
all’asciutto
ricco universo di atomi
povero atomo nell’universo.

I vantaggi dell’età
Il grigio dei capelli
con dolci rughe del viso
sono a un’ora affascinanti
riscattato dalla libido
liberato il desiderio
errante voglio andar pe’l piacere
sciolto ormai da ogni carceriere.

Dopo i fantasmi
Ora che i fantasmi
ho relegato in fondo
all’animo ferito
quando il riscatto
il cuor rinsalda
mi lasci
Solitario torna il mio vagare
di tana in tana usata
altri odori sopportare
sempre cercare la tua scia
Raccolgo la scarpa rossa
che hai buttato
così ora t’aggrada
stringerla al petto
come fossi ancora mia.

Spandila sull’avello
Non ricordo quanto m’amerai
quanto il tuo amore durerà
se la marea lo travolgerà
dove dovrò alfine cercarti.

Tu sai che starò qui
ad aspettarti
seduto sul sogno
che facemmo insieme.

Non bastasse un mese
un anno forse la vita
legherò il cuore a quel
cancello nero lì lo troverai.

Portami un fiore allora
una rosa purpurea
che la spina ferendoti
una goccia ti ruberà
spandila sull’avello e
sentirò battere il tuo

Al cimitero (per mio padre)
Sulla tua tomba vengo spesso
dall’oblìo mio inferto in vita
voglio riscattarmi
convincerti.
Ma da quella foto
nero seppia finto antico
l’occhio umido mi spia
e come un raggio ardente
mi trafigge il guardo.
Le palpebre arrossate
m’asciugo
fingendo di soffiarmi
Quella della vicina
sepoltura mi fa :
Signore sta male?
Son qui per quello
ma ora vado via.

Il nuovo amore
Avevo chino il capo
in questo tempo pigro
sonnolento autunnale
e sistemar le cose passate
aveva sapore di viaggio
imminente verso altrove
repulso ma obbligatorio.

Un preavviso di maestrale
gabbiani si posano sui doks
a terra a decine rivolti a Ovest
mi scuote e guardo l’orizzonte
ma non viene da lì questo brivido
questo vago sentore d’ansia
e la mano va in tasca sulla lettera.

Minuta grafia leggera semplice
comune la forma del destinatario
che la mira e trasale
è da gran tempo non avvezzo
a missive in forma verace
tituba sapendo e non volendo
disilludersi ancora.

Le dita esitano tremebonde
il fiato si fa grosso :
e che diamine spicciati
che non resisto
se è è altrimenti così sia
si è lei finalmente arrivata
novella primavera d’amore.

Il maestrale cala sull’onde
che increspano lunghe e la
schiuma si frastaglia a far
trina bianca sulla coperta
azzurra della tornata serenità.

Innamoramento
Tutto pretende amore interamente
non fughe di ethos necessarie a
psiche o scienza perché eros
totalizza senza frapporrer mente.

Famelico di brucianti impulsi
straccia convenzioni e riti
si pasce di ipocriti consigli
sanguina di proditorii sfregi.

Solo la legge dei sensi rispetta
l’oblio d’ogni altra speme anela
rincorre la rosa rossa dell’amore
per custodirla poco o tanto nel cuore

Avevo chino il capo
in questo tempo pigro
sonnolento autunnale
e sistemar le cose passate
aveva sapore di viaggio
imminente verso altrove
repulso ma obbligatorio.

Un preavviso di maestrale
gabbiani si posano sui doks
a terra a decine rivolti a Ovest
mi scuote e guardo l’orizzonte
ma non viene da lì questo brivido
questo vago sentore d’ansia
e la mano va in tasca sulla lettera.

Minuta grafia leggera semplice
corretta comune l’indicazione
del destinatario che la mira e trasale
che da gran tempo non avvezzo
a missive in forma verace
tituba sapendo e non volendo
disilludersi ancora.

Le dita esitano tremebonde
il fiato si fa grosso
e che diamine spicciati
che non resisto
se è è altrimenti così sia.
Si sei tu finalmente tornata
novella primavera d’amore.

Il maestrale cala sull’onde
che increspano lunghe e la
schiuma si frastaglia e far
trina bianca sulla coperta
azzurra della tornata serenità.

Elisir d’amaro amore
un'Ombra scura ha inghiottito
la fulgida nivea cometa
che appena ieri attraversava
la mia china fatalmente grigia
Tra stelle chiare nell’etra
m’era apparsa e subito
come dardo fiammeggiante
m’ha attraversato la psiche
trascinandomi oltre tutte
le galassie nell’eliso d’amore
D’improvviso uno squarcio
di tenebra se l’è portata via
sarà quella nera nube compagna
insaziabile della mia vita
che fa l’ombra sui brevi spazi
chiari della mia mera esistenza.

Aforismi 2
L’amore carnale
schianta il cuore
quello platonico
lo squaglia lento.

Il candore dei capelli
fa le rughe del viso
affascinanti.

Chi ha solo visto
è pieno d’aria
chi ha fatto seppur poco
è pieno di vita

L’acqua alta
non è sempre segno
di abbondanza.

Un passo dietro l’altro
è sicuro e saggio
uno avanti l’altro
fa spesso cadere

Sorella Luna
nello spazio la Luna fugge il sole
però gli ruba luce argentata
e la nascondono a me carezze
di nubi come mussola che volano
spinte al traverso dal vento
Anch’io nell’intima scura notte
trasporto il lucore del giorno
trascorso lo sfumo dal vero
lo irroro dei sogni incompiuti.
Il mattino torna inevitabile
il sole riavrà la luce spaziale
Lei a far l’alta e bassa marea
di sempre
Io gli occhi cisposi per il pianto
e poi riso di me vado nel giorno
malinconico ancora una volta.

Il risolino
(sarà perch’è di moda)

Mi ritrovo a sorridere da solo
quando un pensiero passa per
la mente sopra le cose già ite
non necessariamente buffe
Il riproporsi allora sembra
ridicolo e fuori posto qui
mentre mi rado cucino lavo
o piscio
Son cose dolorose anche
o lo dovrebbero essere
di lei con una scarpa in mano
va via sbattendo l’uscio
e grida : v’affanc………….
Di me che scendo dal bus
malamente inciampo urto
una donna anziana che
cade e mi grida : v’affanc…..
Del mio dottore che grosso
e grasso m’impone diete
e sacrifici alimentari per
migliorarmi la vita terrena
Ma i sacrifici non fanno
meglio la vita, v’affanc…..

Modernità
Fasulle masse sgargianti di schiavi
in giro e rigiro su marciapiedi lisi
base della cengia di vetrocemento
contenitore di insane fatiche e ansie
in aria artificiale condizionata muta

dentro fuori dall’alveare di umanoidi
consci guidati da ticchettii elettronici
bisogni programmati scelte scontate
da esigenze d’altri ricadenti in tasca
che tutto ha da circolare indefesso

un falco selvaggio ha sul davanzale nido
niuno lo tocca il cristallo è incastonato
spiuma la cornacchia che alla discarica
ha predato lungi dalla foresta satura di
villette biancorosaverde con giardino

in questi alberghi di private esclusive vite
si ripropone la parodia di esistenza nuova
con elettrosistematicirobot che suppliscono
ogni fatica intelligente che sol di pancia
è fatta ora la gente.

Il buio della città
Le luci dei lampioni fiochi
Che strappano la strada al buio
Vogliono accompagnarti a casa
Tranquillo
Ma stagliano scuri ancor più neri
Quando lasci il raggio d’uno
Prima di arrivare all’altro e
In questa pausa lunga un anno
Appena un getto d’ansia
Uno sguardo circospetto
Un tendere l’orecchio e
Mai volgersi indietro
Affrettare almeno un passo
Sino alla prossima isola di luce
Mai percorso sì lungo rientro
Di giorno.

Il mondo del sogno
A volte svegliarsi dal sogno
è delusione stringente che
talmente reale era apparso
da non distinguerlo dal vero.
Anche quello peggiore
incubo di ansie quotidiane
patimenti insoluti di vita
lascia un rimpianto
una mancanza per alcunché
di irrisolto nella mente.
Quell’altro mondo dove
volenti o nolenti ripariamo
assolve o rincara dalle penurie
e giù dal letto ti scarica
pieno o vuoto d’energia
che sempre in te dev’essere
l’ultima risorsa.

Il pettirosso.
Del fringuello m’hai detto
o del cardillo o il rossopetto
che sui cardi viola sfioriti
si posano i primi per semi
che il terzo frugivoro e insetti
cerca sotto le foglie accartocciate.
Il gelo intrappolava sul ramo
della siepe di bosso il pettirosso
e la gatta nera della vedova sola
lo predò e corse tenendolo di
traverso in bocca verso casa.
Involontariamente la incrociai
lei memore di altri versacci
ricevuti lasciò cadere la preda
e proseguì la corsa senza meno.
Raccolsi delicatamente l’alato
tiepido credendolo ormai spirato
due occhi fissi d’ossidiana lustra
e un lievissimo battito impazzito
l’ho risposto vicino al mio lento
nel taschino. Un minuto poco più
si agita al calduccio corporeo
lo prendo vispo apro la mano e
schizza via come un’elfo nel bosco.

Che non ci sia modo d’esser vivi
inopinatamente dall’esser servi
ossequiosi sommessi debitori
dal consesso che ti misura stima
pesa ogni volta sporgi il capo
È motivo d’afflizione profonda

Aver voglia di cielo di calore
di pazzie intellettuali liberatorie
sprofondare invece nel conforme
grigiore del già vissuto tutto visto
vagliato stimato accettato a priori
Brucia i visceri d’acido biliare rosso.

Azzurra come gli occhi d’amante
sarà la ribellione ancorché derisa
gustata animalescamente in anfratti
dell’anima dove niuno ha accesso
se non s’appresta a cuore aperto
Bersaglio indifeso dell’amore tutto.

Partire senza tornare
Cosa e quanto nella vita spendi
perché possa dirsi ben vissuta
i prodotti dell’ingegno sono bastanti ?
e quelli dell’anima del cuore ?
quando li consumi a pro d’altri e tuo
ciò nonostante questo ti lascia vuoto
perchè quello che volevi davvero
non è compiacere le regole del mondo
ma volare lontano tra i tuoi sensi
graffiare la psiche fino a lacerarla
e tormentandosi farla risarcire
abbandonarsi al viaggio
partire senza speme di tornare
a chi manderai il conto ?

La ciocca di capelli
Mentre l’afa di un’ultima
sera d’estate al mare
si accoscia sulla notte
apro la valigia delle vacanze
con inquietante solitudine
in processione da/per il comò
ripongo senza guardare
ma sotto la camicia azzurra
che m’hai donato un ricciolo
un lampo d’oro s un nastro rosso
di capelli biondi di quella volta
che li hai tagliati corti
m’ha fatto sobbalzare e il cuore
è fuggito all’impazzata verso
mille perché. Non l’ho messo io
lo tenevo tra le cose care preziose
ora è un affisso del tuo tranello
la pena perché reo d’amarti troppo
hai resuscitato un segno ora un assillo
uno spillone piantato nella carne viva
Io piango la tua mancanza e tu non sei più mia.

Quel vento da sud
Libeccio lo sa
che il monte è freno
al suo passo e dà

piova forte che il
battere sui vetri
risuona dolce

una goccia stilla
indugia brillante
sulle ciglia tuttavia

laggiù scuote la rada
la risacca marina
con grandi flutti

Frotta di campanule
rompe il valzer lento
nell’aria tracolla

il fiore giallo sta
senza petali, dal
vento e pioggia rubati

ugualmente volge
la corolla al sole
incerto pria di morir.

Gaia
La sera stenta a consumar la luce
E cadere tutta nella notte.
Così lo stormir delle fronde
Non si cheta che il vento
Ha da passare portar lontano
Polveri pollini e germi tanti
A ingravidar fiori posti piante.
Tutto s’adegua a quella legge
Arcana che fa di questo mondo
Un’arca sana.

L’arcobaleno
libera il pavone
dalla prigione

l’aquilone
muto lo accompagna
un sogno dolce

il profumo va
dal sentire palese
al recondito

sorge il sole
incurante del nostro
assopimento

non c’è luna
chiara abbastanza per
duolo lenire

il cielo scuro
spegne il blu marino
fino nel fondo

lascia la riva
l’onda accarezzarle
le sponde secche

l’onda lentamente
bacia la sabbia secca
della riviera

Generazioni
Vedo questi posteri di tutti
annaspare intorno a strani
ingegni elettronici da gioco
luminescenti di colori suoni
immagini surreali e come
incantati da cosa vedono
gli occhi vanno oltre scena
dall’emozione vitrei sbarrati
schizza la vetturetta gialla
comandata a distanza con
mano sicura che il genitore
ignora la destrezza loro lui
grida eccitato rosso il viso
alla curva fatale dove ribalta
e il loro eroe è un coso di
plastica supermuscolato
in costume fantamoderno
che sa più di medioevo e vola
il giustiziere mascherato.
Ma tacitato l’uzzolo ludico
si fanno assenti gli occhi e
svegli solo per ingozzar grossi
grassi dolci alieni
sono spiazzato con l’erede
al fianco che nei boschi e
e per le lande meno sempre
ch’io vorrei le remote mie prove
di vita a lei trasferire per sana
la bella emozione provata allora
da togliere il fiato e il battito
del cuore accelerare a cento
Ramarri e rane catturate ognora
il bestiario nascosto ad arricchir
nel sottoscala vanno e la lucertola
con la mantide religiosa verdina
si battevano alla vita nell’arena
scatola da cipria della mamma.
Un topolino un forasacchi ho preso
catturato per lei e in un vaso di vetro
l’ho rinchiuso a lungo l’ha osservato
poi nel bosco l’abbiamo liberato
e lei felice d’essere amica del creato.

Orgasmo
Valentina (*) mi stende la mano
in posti misteriosi mi porta
qui l’avventura dei sensi
s’apposta a sorprendermi ognora

C’è del vero in ogni pensiero
che del mondo siamo porzione
seppur cento volte corriamo
insensati senza aver direzione

E la psiche che il cuore comanda
delegandolo a sopportar emozioni
accelerando le sue frequenze
se con l’ansia la voglia mi prende

l’afflusso che annebbia la mente
gorgogliando vieppiù nelle vene
e si sparge nei meandri del corpo
va e sprigiona dei sensi il piacere

ora si il turbamento mi assale
irretito dall’impulso ancestrale
abbandono ogni chiusa mentale
lascio venire il deliquio animale.

* quella di Crepax

Eros
Fuggi, non lasciarti prendere.
Per sempre io ti rincorra
cerchi per sempre di carpirti
l’odore più intimo, vero.
La luce degli occhi eccitati
l’umidità della bocca
e il profumo del crine , serico.
In attesa dell’ebbrezza
lasciva dal molcere te
e tu me; l’intimità sensibile
gelosa che fa accelerare
il respiro e i battiti del cuore
le pupille dilata, pondo il fiato
celere il circolo sanguigno.
Corri va’ via, prima dell’eliso
che non colmi la cupida mancanza
che mi ti fa volere.

Vendetta
Voglio stordirmi oggi
di sesso se non d’amore
che mi neghi l’uno e l’altro
per vendicarti
delle mie debolezze.
Mi ubriacherò del seno
enorme di quella tale
che tu presente mi sorrise
quella sera ch’eri storta
Aspirerò il profumo
dozzinale dei capelli
mi cingeranno le cosce
non giovani carni cascanti
e sarà un orgasmo veloce
in lei volenterosa attiva
furioso inappagante
sulla tua espressione
irritata sprezzante
falsamente indifferente.

Il lucore della notte
Il lucore della notte
intimo amicale complice
che giammai muore
mi lascierà vederti
mentre lasci il mio letto
per tradirmi
ma non consentirà a te
che inganni ancora
di vedermi piangere.
Lo conserverò dentro
in fondo all’anima
come unico lume
di un’attesa rivalsa.

Aforismi (?)
Il poeta ha figlie
da mille madri.


Non prego pecco
se prego mento.


Se la vita è mia
la vorrei completa.

Con e senza
Certi giorni quando
mi odio benissimo
non li voglio vedere gli altri
e mi nascondo in posti bellissimi
dove nessuno pensa di trovarmi
e li mi struggo cercando di farmi
male dentro.
Improperi irriguardosi mando
ingiuriose riflessioni sulle bontà
esibite e male parole per tutti
quando non mi cercano.
Poi sfinito nella psiche
nel corpo sudaticcio di febbre
nevrotica li chiamo a gran voce
che non posso stare senza loro
più di tanto.

La parola (dedicata a Zingarelli)

Quando serve lì a metà
pensiero concetto o sogno
sillaba soltanto o corta appena
lunga a volte lunghissima
raramente tronca spesso
piatta e sdrucciola maschile
e femminile bisdrucciola
ricercata comune elegante
professorale popolare rozza
musicale dura ingiuriosa
leziosa accattivante benevola
ruffiana accentata quando
occorra prudente misteriosa
riservata confessionale irata
risulta introvabile non vuol correre
giù dalla penna con l’inchiostro
a bagnare un letto bianco per dire
quanto soffro quanto piango
seppure rido o sono stanco.

Burrasche
Agli appuntamenti d’ amore
per l’arsura, correvo tremante
ghiotto di profumi inebrianti, contatti
frenetici eccitanti.
Della bruna gli occhi nocciola
spiritati, ingordi di novizi maschi
odorosa d’ intimi bagnati, palpitanti.
Della rossa, color gatto i capelli
con efelidi graziose dappertutto
capezzoli lampone maturo e
le cosce candide, lunghe, sode.
La silenziosa, timida, introversa
che metteva nastri bianchi
alle lunghe trecce brune, a
frustar l’aria per si o no piccosi
dalle braccia avvolgere si lasciava
e puntava decisa, il pube indagatore
contro il mio, da tanto tempo teso
“Zazzera” , dalla frangetta nera
mi portava via. La figlia di Valsugana
creola si diceva, la più bella del rione
di lei l’incarnato scuro, i lineamenti
fieri, il cipiglio vibrante come vento maestro.
Diventavamo due febbricitanti, nei mutui vezzi
là dove l’eccitazione vuole la frenesia
e abbandonarci poi come in eliso.

Dita brune bambine
Due dita brune bambine
unite nel segno della benedizione
d’un dio straniero
girano dentro intorno
la ciotola metallica
a raccogliere fino l’ultimo
chicco di riso colloso.
E il sole schianta sino le pietre
in polvere giallastra
si posa si sparge ogni dove
e argina le parti umide
facendole palesi
per la sete delle mosche.
Occhi enormi castani
globi venati
fissano la gran pignatta.
Lassù in alto grandi uccelli rosa
sfilano e coreografano
gratuitamente dell’Africa
il tramonto meraviglioso
verso la notte di spettatori sazi
in case asettiche con l’aria fresca
pacifica indifferenza. 

Due madri una vita
Forse non t’amo più è vero
non di quello che ci avvinghiò
come bisce in primavera
e poi e poi ancora per anni.
Allora perché. Perchè
m’hai visto piangere
con occhi secchi stravolti
fissare il buio della mia debolezza
contorcermi nell’inattività
fisica e mentale.
E tu dolcissimamente attenta
nettarmi le labbra bavose
maternamente paziente
instancabilmente materna.
Ora che son tornato a riveder le stelle
voglio l’amore anche greve animale
da scuoter il corpo e la mente
che due madri son troppe
per una vita sola.

La quercia al gufo
Non è sicuro il nido qui, che troppe
crepe ho nel tronco e per li rami, gufo?
Che vuoi saperne della vita mia
da appena trenta stagioni sta qui
la tua genia ? Io sento scricchiolar
la mia corteccia da più di cento e cento, pensa.
Ho visto passare mille funerali
e più nascite ho salutato, d’un campanile.
Dell’ombra delle foglie mie
le puerpere venivano a godere
e rinfrescarsi coi pargoli, ogni estate.
Ho in corpo palle di fucile
‘che contro il mio gran tronco
hanno versato sangue d’innocenti
e reso il conto a briganti d’ogni specie.
Ghiande e foglie hanno sfamato
selvatici e domestici che l’uomo
avvicinava e rami secchi l’hanno cucinati.
Posso raccontar tutta la storia
della valle, che ho vissuta insieme
a tutti e di tutti so pianti e gioie.
Che vuoi saperne tu, gufo
che appena l’altr’anno, una covata
hai perso, dal corvo rapinata
e disperato ancora ti lagni ?

Gioia e dolore
Se lo strazio e la felicità
Si equilibrassero, quanta
Pena sarebbe risparmiata
All’anima dei più.
Ma il primo abbonda
Nei gironi della vita
Ed è animale bolso
Che subito lo prendi.
Lepre è la seconda
E vuol segugio veloce
Nella corsa e fiato lungo
Seppur mai l’agguanterai.

Giorni così
Luci colorate basse, sparate dal
soffitto, trafiggono nuvole di fumo
fiato e le camicie bianche rifrangono
un lucore azzurrino irreale.
Musica di ritmo alieno caldo
come la lingua ignota del testo
spinge a movimenti languidi
contatti stretti col partner
che gode della medesima malìa.
Cenni di generico si, subito
condiviso venendo più stretti.
Ora le guance si toccano
la frequenza cardiaca aumenta
col crescere del sentore di lei
nelle narici, che costringi silenziose.
Il pezzo è finito.
Vuoi bere qualcosa? Si col ghiaccio.
Verso il bancone lucido come una catana:
io Bruno, tu ? Jò, vengo spesso qui.
La chiusa giusta ad un pezzo
di vissuto anonimo, indifferente
di vere passioni da spendere, è
su e dentro questa creatura a
stordirsi almeno un poco.
Domani, appagati appena
da non sentir duolo, col fresco
del nuovo giorno, ognuno a casa sua.

Non so più
se io la cercavo
o lei cercava me
ricordo che mi piaceva
pensarla mentre rapiva
i miei pensieri i desideri
di essere altrove
che l’esistenza qui
mi era indifferente
odiosa perfino
La percepivo fascinosa
sensuale come droga
nelle vene bruciare e
come droga crudele
indifferente al mio dolore
perciò stesso irresistibile
da orgasmo solitario
Irriducibile nel desiderarla
mi respinse mi rifiutò
come altro della vita
che tanto volevo
e non è venuta da me
L’ho distrutta in mente
non m’ha voluto
ora non la voglio più ma
non la temo lei non è nulla.

L’io nascosto.
Ti legge i pensieri, i sentimenti, le ansie
la sapienza e come vento, di volta in volta
caldo, freddo, violento o brezza, li raccatta e
libra, scuote, straccia o accarezza, portandoli
seco nell’intima natura, quasi un nido, una tana.
Assisti incerto, tra lieto o rattristato, per l’inconscia
incursione, lo vedi correre via e senti strapparti
una briccica, ad ogni refolo.

Cosa resta
Cosa resta
del tempo che t’ho dato
dei pensieri, i progetti, i sogni
che t’ho confidato
della tenerezza appassionata
con cui t’ho rivestita.
Delle paure, ansie, incertezze
per la tua puerperitudine
ribelle, insommessa e
assolta come un debito
poi riscosso per la vita.
Di te che vai via, senza girarti
verso un treno sfavillante
quasi rinata, ringiovanita
per quello.
Solo una canzone.
Una melica triste, lenta
in chiave di Sol, cantata da un coloured
malinconicamente
come fosse solo per me
che aspetterò un domani ancora.

La muraglia mentale
Lungi dal correre verso alcunchè
aspetto nel bosco intricato sicuro
che torni il possibile quieto
fisso le dita ormai scarne maculate
cercandovi tracce di quel sogno
che sempre fugge dall’infanzia
scuoto ciondoloni il capo
su magri ricordi ritornanti
sorrido della prima debolezza
di spirito quella fisica ora domina
la vita mia ansiosa consumata
certo mi risolverò ad accettare
quel po’ di dentro che c’è e
lascerò andare alla deriva
il fuori che mai ci sarà.
l’intorno che mi spinge
ai margini dovrò scrollarmi
riconquistare lo spazio mio
ghermire la pace che non è data
sfondare la muraglia afferrare
le paure e scagliarle lontano.

La mia musa
Della mia musa d’elezione
concupir vorrei il corpo
che di mente mi sovrasta
mi soggioga senza speme.

Penetrar la sua carne
che lo spirto mi fugge
potente in altro verso
chiamato all’arte eterea
cerebrale suo rifugio.

Ed è tale e tanto il mio desio
da sognarla ognor l’amore mio
che molcere dolcemente
la vorrei e da lei carezza
egual ricevere amerei.

A domarla potrà forse
non la virile viltà mia
la tenerezza che è arte
sopraffina d’anima gentile
abbia ciascuno il suo dalla vita.

Il labirinto
La speranza ch’è
debole aspettativa
del trascendente
non è data davvero.
La vita e’ tutta incertezza
un formicolio di vie
che s’intersecano
curvano vanno ritornano
improvvisamente o piano
come un enorme labirinto
dal quale si vuole uscire
ma appena percorso un po’
ansiosamente ritornare
laddove è noto circolare.
Così procede l’esistenza
tutta intera una lotta continua
per non arrivare mai.
Dalle tue mani uscirà il senso.
Fortunato chi ha fede
attende l’aiuto fideistico
che lo tragga fuori
ma per andare dove ?

La vecchia miniera
Mai avuto l’aspetto domestico
l’ingresso di quel buco. Non bocca
né porta, né botola. Uno squarcio
nella ripa ancora incolta, lì attorno.
Solo la polvere del materiale
portato alla luce, ancora imbratta
il sito, tradisce passate umane attività.
L’adito di un budello, ci sono calati
padri, figli, sposi tra ansie paure
a procacciar pane e companatico
bagnarlo di sudore di lacrime spesso.
Pertugio livido d’afflizioni
cunicoli come circoli venosi
dai quali strappar tesori
con mani d’infelici, per far
felici altri, tanti, lontani da lì.
Ferraglie abbandonate qua e là
tralicci marchingegni corrosi
attrezzi d’escavazione, carico
spostamento. Sauri moderni che
sanguinano solfato di ferro sui
terreni, arrossandoli per sempre.
A margine dell’antro un cippo
illeggibile ormai e fiori secchi
stinti giacciono da tempo
vecchi ma tanti prova di un rito
omaggio per esistenza infranta
poi interrotto da una mancanza
stavolta, forse, naturale.

Ginevra n.20.09.07
Per farla addormentare
narro all’amor mio biondo
della splendida regina che
regnando a Camelot innamorò
il baldo Lancillotto fedele
del Re sino alla morte
Ma della Regina sempre
di rosa vestita così soltanto
è regale a parer suo
s’ha da narrare e cento
e cento favole inventare
Così all’apprendere che presto
una germana avrebbe avuto
Ginevra s’ha da chiamare
ha sentenziato e bionda
dev’essere e subito di rosa
vestita e un cerchio d’oro nei capelli
Ginevra oggi è nata è bruna
dorme e puppa tranquilla
non ha proprio l’aria d’una principessa
ma è bellissima e Asia incuriosita.

Cielo a oriente
Cieli lividi da azzurri
si rovesciano giù dai monti
schiacciano i coppi dei tetti
in un morto indefinito rossiccio
incerto sotto il fumo del camino.

Richiama il ceppo ognuno a casa
lo sfregar delle mani callose
è l’intensità del freddo
così il crepitio delle faville
del legno rivoltato sugli alari.

Lo sguardo malinconico
sempre a oriente cerca
il tempo nuovo da venire
dalla pioggia o dal chiarore
che l’alternarsi è nell’albore.

E da lì viene la voglia di partire
posti sconosciuti visitare
altra gente conoscere praticare
quanta vita t’occorre imparare
per esser pronto a divenire.

L’io
Vorrei esser quel che sono
ma un indice immenso
puntato in mezzo agl’occhi
mi ruba la visione.
Indica perentorio
dove prendere apprendere
posare domandare ringraziare
nulla arditamente fare
il modus in nessun modo
contrastare.
Sicchè la noia prende possesso
seco nasconde nulla-mente agire
e invece abbracciare sempre
comunque compiacere.
Alla fonda una nave - la pazzia
aspetta gente per portarla via
vele azzurre e rosa rosse le cime
non salvagente solo ali d’oro
Evanescenti. archi di luce
come arcobaleni tracciano
la scia per il firmamento
cercando illuminare l ‘io.

Dalla panchina
Su una panchina fatiscente
circondata da rifiuti
di un argine di torrente
cloaca a cielo aperto
e una finta collina
area di arredo urbano
un francobollo di verde
tra gabbioni d’umanità
frettolosa distratta
siedo in ozio triste
oramai obsoleto
improduttivo escluso.
Ascolto scorrere annuso
la corrente del borro
indolente magmatico
di scarti urbani obsoleti
che fluisce nonostante
vi gettino specchi dorati
di continuo a frantumarsi
per rilucere come trasparenze.

Autunno
ho memoria di autunni
più d'altre stagioni
recano malinconia
senza coscienza
foglie cadute rami nudi
brume gelate hanno covato
letture e recite infantili
prima di conoscere tristezze
amo i colori che li segnano
lungo il tempo passante
gialli tenui o intensi
ocra sino all'arancione
dal rosso al bruno alfine
prodromo del fradicio
che tutto amalgama
nel sottobosco lampi ciclanimo
trattengono giorni appena
il divenire stagionale.

Liberaci
sei venuto, non chiamato
a farti uccidere
grande gesto salvifico
per riscattare perduti d'anima
violento il modo sanguinolento
da incidere il diamante
lavacro per uomini urcerosi
inani a guadagnarsi il bene
ci hai lasciato un'icona sofferente
come pegno di salvezza
grande capacità di lacrime
per aspergerti l'altare
voce stentorea per preci consolatorie
e siamo ancora soli incapaci
ora in attesa di te che dovrai
tornare e morire di nuovo
per liberarci di noi.

Ansia di vivere
Che sia dunque il vento il messaggero
della mia viscerale malinconia
lui che gira l’universo ognora
tutto lo percorre lo gela lo scalda
lo spazza senza ritegno lo investe
di nubi gravide di pioggia impossibile
qui là dove l’umanità lo prega lo teme
Me la porta via alquanto a volte
ma presto ritorna forse pentito
io nella frettolosa gioia di vivere
mi son tradito e lui e quattro coi
principali fratelli girano senza meta
a disegnare spirali gigantesche
emblema di un eterno agitarsi
un’ansia infinita di vivere.

Un giorno di pace
Ho visto madri discinte
scarmigliate e smunte
scrivere pace sul feretro
del figlio
Ho visto spose in gramaglie
con la medaglia in petto
ricordar col potente l’atto
glorioso per la pace vinta
Ho visto orfani increduli
giocar con le bandiere
stese sulla bara del padre
caduto per dar loro pace
e un sicuro futuro…e
so di altre madri spose figli
al di là di questo mare
sotto lo stesso azzurro cielo
nel medesimo universo
recitar gli stessi riti in
altra la lingua medesimo
il dolore il pianto la pena
stessa causa li frastorna
uguale speme li consola
Se la pace allor deve passare
sotto la forca insanguinata
ritraiamoci tutti a meditar
una nuova vita che su questi
pilastri – son certo – la voglia
di pace lungo tempo non vivrà
purchè ci sia.

La lampada di…
Quando il vaso si romperà
povera terracotta rustica
e sarà liberato lo spirito
che lo riempiva appena un po’
dove mi troverò a sognare
non ho un dio affidabile
al quale chiedere asilo
un lido etereo d’approdo
un giaciglio di vento profumato
dove lasciarmi portare via
e so che nulla andrà perduto
vorrei trovare albergo
in una lampada che
i miei amati possano trovare
accarezzare interrogare
io dare il responso migliore
è dispensare la felicità.

Elucubrazioni
Ho seppellito le mie cose peggiori
laggiù nel tempo trascorso invano
ogni tanto ripasso di lì
e sempre affiora
come un osso antico
qualcosa che mi guarda
ammiccante nella mente
mesto accenno a me un sorriso
e allungo il passo.

Rischio di essere di qua solo
spettatore viverci senza esserci
mai davvero e con la voglia
di andare irrimediabilmente
a liberarsi di un peso e
sentire che non è la risposta
allora cercare altrove e cosa?
Ma la risposta è davvero
in qualche posto ?

Questa si ! è una notte di luna
luce al neon chiara fresca
disegna case con ombre nette
architetture aliene cubistiche
l’eco dei solitari passi
accresce l’ansia magica del buio
vai fischiettando sicurezza
se un pensiero ti cerca
affretti il passo verso casa.

1936
Sono nato nell'anno del topo
muovo tra angoli anfratti pertugi
a catturare l'oggi e pezzi di domani
Mai dritto attraverso mari monti
pianure aperte in faccia a pericoli
o fortune ratto in difesa
del piccolo diario che vibrisse
mentali esplorano e rassicurando
spianano l'ansia
Eppure l'altro di me vola
a progetti sogni infiniti vola
fantasia spaziali dove c'è vita
soffio potente brama di conquista
Doppia via per vivere ognora
sono nato nell'anno del topo.

Se questo è un mondo
Un cranio rasato lucido
come pergamena vecchia
zigomi alti sotto la pelle secca
orbite scure globi oculari
grandi giallognoli venati
iride d'ambra
occhi liquidi che non guardano
puntano lo spazio infinito
quello ch'è attorno
non li illumina più.
Ha in bocca il capezzolo vizzo
apice di una mammella vuota
a guisa di trastullo insipido
ma consolatorio
Cresciuto ormai senza cibarsi
mai davvero sugge dalla madre
l'illusione di vivere.

Cantastorie
Nulla mi tange non più
che a ferite ora avvezzo
il cor saldò e fu prezzo
coriaceo esser d’un pezzo.

Il circolo mondano è
di scodinzolanti paggi
avidi d’effimeri motteggi
suoni lievi dolci arpeggi.

La guerra pare solo parodia
sulle ali lievi della poesia
corron pensieri servi di malia
da rinserrare tutti alla badia.

Bandiere fanfare mille stelle
ceri candele riti feste belle
in ginocchio escoriarsi pelle
scordarsi l’armi e le loro palle.

Il re non accetta alcun ritiro
non s’addice ai grandi tale giro
che non si dica fosse falso tiro
d’aver scatenato questo putiferio.

Niuno osa prenderlo al panciotto
in faccia assestargli un bel cazzotto
via a gambe all’aria che solo fiotto
di sangue fia del suo naso rotto.

Allora errante sol per mio piacere
vado che nego ogni carceriere
che ogni autorità ha da piacere
e le malefatte spalma di preghiere.

Allor viva la gioia il lazzo la carezza
che della vita vera dan l’ebbrezza
bando le ciarle su eroi di pezza
di profumo ho voglia di ragazze.

Il posto dei sogni
Qualcuno mi dica dove
sogni desideri aspirazioni
d’ogni qualità grandezza
giacciono in attesa
d’essere afferrati e realizzati
che questo dice il saggio.
Quale la strada il prezzo da pagare
per raggiungere l’eldorado
che io cerco da sempre
la mancanza mi strugge
la mia vita langue nulla.

Solo un bouquet
Ho fatto un bouquet
dell’intimo che hai lasciato
nel letto sfatto l’ultima volta
in un murano azzurrino
col marmo del comò della stanza
il fuxia ormai sbiadito e il cru
del pizzo è bel cromatismo
Lo bagno del tuo profumo ogni tanto
come le vecchie signore
fanno coi petali di fiori secchi
nel tentativo vano di rianimarli
così spero anch’io di risentirti.
Via da me come una vita buttata
incapace di oppormi piansi
fu freddo per molto ancora
e se insieme non siamo più
e le nuvole passano senza
dirmi niente ormai mi grido dentro
arrivederci fino all’ultimo
che senza il desiderio di te
non c’è sole che mi scaldi.

Bulimia
Ho fame di vita vera
piena disperata alfine
che questo niente che
si trascina giorno e notte
come una baldracca rifiutata
mi corrode quel poco che ho
e allora vieni prendimi
portami col brivido che dicono
seco te che tutta nuova
è quella conoscenza
di cui tutti parlano
e della quale niuno sa.

Ho visto Dio
Un bambino bruno
ritto tra mille adulti
inginocchiati adoranti
corrucciato in viso
col gomito appoggiato
il mento sul palmo
sui reni del padre
chino fino a terra
In quel mare di deretani
volti al cielo che la fronte
tocca l’acconcio tappeto
m’è sembrato un burbero Dio
contrariato da tanta stucchevole
esibita devozione.

L’altrove
d’in sulla riva del mare
coi flutti spumosi infranti
sulle rocce aguzze
corre la memoria a disastri
atroci e tuttavia
l’anima mia è felice
non per la funesta
sorte altrui
per l’esser qui salvo
all’asciutto
ricco universo di atomi
povero atomo nell’universo.

Le sedie di Thoreau
Una per me davanti al mare
della mia solitudine
burrascoso grigio e schiuma
bianchiccia sulle creste dell’onde
che si straccano sulla riva.

La due per stare in tua compagnia
nel meridione della vita
verso il tramonto arancione
di un giorno d’estate calda intensa
dei nostri discorsi dei nostri sensi.

Tre per conviviali raduni
con gli amici i parenti
parlando di politica e di musica
dei capricci e degli ultimi lutti
spendere un po’ di quello che ho.

E’ sera
Tenera è la sera
se al desco familiare
lei aspetta coi figli
già di sulla porta ad annunziare
la gioia d’averti di nuovo
nel grembo della casa.

La mela fatale
Ha quest’anno pochi frutti
quelle foglie nane storte
poca pioggia sono brutti
esili assetate quasi morte
non da più povera pianta
frutta copiosa rossa tanta.

Giusto il tempo delle mele
saggio e fedele l’ortolano
che di cuor cura n’aveva
la più belle ne staccava
nel vassoio le metteva
con puntiglio lucidava.


La massaia all’occasione
senza posa quella storia
detta ormai tutta a memoria
raccontava con delizia
che una donna con malizia
portò l’uomo a perdizione

con il pomo dell’amore
lo fe’ credere un eroe.

Quanto mare
Quanto mare e cielo
quanti orizzonti e albe
e notti stellate e firmamenti
l’uomo ha consumato
per fugare la sua paura
illusoriamente
perchè ogni svolta riappare
come plumbea etra screziata
da lampi perforanti l’anima
e la linea là in fondo
da rosata sanguigna avanza
latrice di tragedie infinite
prodromo di burrasche mortali
e manda a riva corpi
e roba antropomorfica.
E nuovamente la mente
corre verso l’azzurro aereo
oppure acqueo alle brezze
solo carezzevoli ai chiarori
lunari ad ammantare
il pericolo passato
a godere l’alternanza
favorevole del fato.

Tienimi per mano tu
che seduta sulla spiaggia
estasiata guardi lontano
il mare lento in calita
che mi spaura come una malattia
Conosco marosi violenti
esaltarsi spumeggiando
straccare a riva rottami
gusci perlacei in blu
alghe smeraldine come
lunghi capelli di sirena
che quando avvolgono
legni bruni di incendio
rimembrano resti
d’impossibili tragedie navali
battaglie eccitanti cibarie
ancora dall’infanzia.
                    A Isabel Gide

Barbaro invasore
                 Alla cortese attenzione di Aurelia Tieghi

Si avvicina lento indifferente
a volte sorride altre torvo
maschio femmina giovane
bambino sempre minimale
e il labiale non direbbe
quanto ti odia o ama
Allunga la mano bruna o sporca
sul diamante che ti avvolge
disperato abbozzi pietoso un no
attraverso il trasparente lindo
ma subito subisci la sua miseria
Lo giustizierai al bar tra amici
oppure a casa davanti alla tv.

Noir
Un inverno nudo fuligginoso
fuori da un fioco bar per soli
giovani entrambi odore biondo
lei invita io ci sto per empatia
e viviamo insieme e liberi ognora
senza patti - vado tu no ? allora ciao
Così a piedi pei campi ricorrer
farfalle e di quando in quando
- lasciala è creatura come noi
lei in bici io a fianco trafelato
non perdevo un metro
e i complimenti danno gioia
A letto mi sdraiavo più là
lei è calda soffocante
avrei dormito in giardino
d’estate ma era sola
come me solo così andava
Lui arriva come un temporale
scodinzola per casa
la riempie tutta e tutto occupa
vecchia poltrona tappeto-tv
i gradini del portico il posto
più fresco del giardino
Escono soli nemmeno
bisbigliano suoni dolci
io aspetto non incerto sicuro
affetto senza impegno
com’è sempre stato
Fulmini e tuoni stanotte
e la pioggia forte mi spaura
mi affaccio alla camera
si accavallano ansimando
lui fa no ! e lei - a cuccia Noir!
con voce aliena dura. Così non ci sto.
E sono qui nella pioggia
davanti allo stesso bar
dove la mia storia sempre comincia
perché noi soli siamo fatti così.

Vedersi a volte
Capita di vedersi
nelle unghie delle dita
mentre rigiri le mani
senza fissarle e il fuoco
dell’occhio è oltre più oltre
non vede pelle e carne
deserti chiari invece
orizzonti netti tra celo e terra
e il tuo duale allontanarsi
con incedere signorile
verso un destino icona
che qui intorno è il semplice
volgare oggigiorno.

Mosca
nera mia piccola amica
dal muro bianco assenza
mi inviti nei pensieri
qui là in giro nell’universo
ti arresti per nettarti
lasci il tempo per scivolare
da questo a quello l’altro
senza pressione lenta-mente
cerco nei tuoi percorsi
illogici illeggibili forse
una visione all’assillo che
mi rode mi strazia mi spinge
a desiderare l’altrove.

SS. 64 “Porrettana”
“le prove”
C’è una bellissima
curva a destra sulla statale
quasi a schivare la bella casa
villa padronale fine ottocento
ben tenuta ancora oltre gli anni
e da anni con l’auto e con la moto
la provo a velocità crescente
quasi a provocare quella facciata
ad impattarmi.
E’ un brivido lungo quasi tutto
verifica semiludica di esserci
freddo e coraggioso che non so
la noncuranza per le sfide
che nella vita ho perso tutte
benché semplici quasi banali
e quando i battiti del cuore
si arrestano un attimo prima
della decelerazione salvifica
della frenata prudente
registro persa anche questa.

Ali nere sul muro
Lei con ali nere
si prende il vento
come viatico spaurente
e grida la voglia di averti
sibilando dagli spiragli
e gode nel sentire
il tuo silenzio
spiare i battiti del cuore.
Se un’ombra informe
ti manda nella notte
irreale un segno oscuro
non piangere triste
grida la tua vita più forte
d’una qualche ombra sul muro.

Per esserci
Vorrei averla una giusta
alla quale poter dire
andiamo via tu e io
di là da questo mare
da questo letto caldo
e quando la sera stesa
sotto il cielo chiaro
ci trattiene invitante
guardarci negli occhi
luccicanti di stelle e
dirci serenamente
ci siamo e questo conta.
Per te e per me tempo
per mille cose inventare
sbagliare rifare cancellare
e in un minuto invertire.
E allora vieni andiamo
allontaneremo almeno Lei
che se non la pensi non c’è
come l’acqua che stagna.

Centottanta
Questa va fatta a centottanta….
…………………
Lei è d’acciaio, fiammante,
nero & Nera, di cromo ingioiellata
anatomicamente serrata
tra le tue gambe e braccia
e il drago sotto, che ti spinge
via di sella, romba e fiammeggia
dagli scarichi. E’ slick quella dietro
trecento il disco dei freni.
L’aria ti sfugge di bocca
se il casco non chiudi
e gocce salate dagli occhi
riempiono le orecchie.
E viaaa
Una a destra, due a sinistra
un dosso, attento…è bello saltare.
Quel bisonte laggiù ruba la strada
eccolo, scali : terza, seconda
acceleri… terza…quarta………
e lo bruci, sulla destra.
…………….
Mamma dove sono ? m’abbaglia questa luce!
Spengila !..........
Sentimi mamma, le gambe…è come…
anche qui al petto, mi fa male…
Ma dove sei?
...Tranquilla, vado piano.
Mamma rispondi!
... Sto attento, sto attento!
E’ troppo buio, ora. Mi sento mancare…
Mamma!
Mamma!
Mammaaaa….
………
Oh ! amor mio, hai rotto il dono che t’ho dato
vorrei in tua vece, nella tenebra andare
ma il viaggio è di se soli, come nascere.
Almeno poter esser là, aspettarti
con trepidazione e voglia di vederti
come la prima volta.

Sempre acceso
Mi sono chiesto inutilmente
perché sempre penso e dico
la psiche laggiù e mai lassù.
Che soltanto così io possa
agli altri esser utile perché
ognuno ha marcato addosso
il suo ruolo nella vita ?
così come il gatto è bianco
il topo grigio questo scappa
l’altro lo rincorre ?
che libertà è mai questa!
Se avessi potuto sceglier io
da quel tal Cecco avrei
modello preso per correr
l’esistenza come un lume
sempre acceso.

La vela latina
La vela latina bianca gonfia
si staglia tesa verso l’alto
come l’ala d’un gabbiano monco
sollevata inutilmente
per rialzarsi in volo
Spinge un povero legno lento
su acque limacciose fluviali
carico d’ortaggi e animali
da mensa cittadina.
Accoccolato a poppa
come soltanto loro sanno
ascolta immerso in altro
lo sciabordìo lungo la murata
e automa regge la sagola
per orzare al meglio
Bruno di sole da mille rughe
il volto inciso ha peli scuri
che ornano il labbro e il mento
una cicca imbevuta di saliva
dall’angolo della bocca
l’accompagna nell’ore
della traversata.
Quel triangolo irregolare
al rientro scuro d’ombra la sera
percorre il rosso del tramonto.

A ognuno il suo
Sono guerriero cortese
d’animo gentile sono
amo come il fiore
scrutare la brughiera
farmi dondolare dal vento
o come mosca dal muro
guardare la vita d’ogni giorno
fosse anche monotonia
che sempre una nota diversa
al cuore arriva.
Ma feroce crudele mi fo
se di celiar s’intende
sul mio onore sulla vita mia.
a nessuno consento
farsi beffa della mia fatica
delle mie incertezze
del mio piccolo conto
che pari in ogni senso
a grand’uomini d’ingegno
io mi sento e alla disfida
chiamarli in quel che io
sono parimenti degno.

A chi giova
Ho visto
negli occhi dell’altro
la mia paura di lui
e lui ha visto
la sua nei miei
incrociandoci di corsa
sul marciapiedi brulicante
di fantasmi spauriti
tutti in fretta verso
ripari domestici sicuri
la casa il lavoro gli amici
il paese la chiesa.
Con in mente la disgrazia
altrui che la pulsione
per il confronto imperioso
dà tregua all’ansia mordace
di vivere questo tempo incerto.
Spenderemo l’anima e la ragione
in questa zuffa tra vili
c’imbratteremo di sangue frate
e quando prostrati dal dolore
più non avrem forza per l’armi
ci chiederemo pace tra nemici.
A chi giova.

La bellezza
È nella preghiera
nella devozione sincera
non nel suo destinatario.
Nel grembo teso di madre
nel seno gonfio di latte
che totale gratuito dona
non nel perché o come.
Nella lupa che fa scudo
col corpo a tramontana
accoccola tra se i cuccioli.
Nell’ordinato sempre variabile
immenso universo dove
la Luna segue insegue
circuisce la Terra e il Sole
le stelle astri non lucerne chiesastiche.
In Venere totalmente nuda
aliena tanto da inibire umani
istinti estatica eterea verità.
Nel bruco peloso che si fa
splendida tavolozza di colori.
Bellezza ch’era qui ieri oggi
ripetuta ripetibile ammirabile
senza intermediari ancestrali.
Dovrebbe bastarci.

Qui prodest
Ho visto
negli occhi dell’altro
la mia paura di lui
e lui ha visto
la sua nei miei
incrociandoci di corsa
sul marciapiedi brulicante
di fantasmi spauriti
tutti in fretta verso
ripari domestici sicuri
la casa il lavoro gli amici
il paese la chiesa.
Con in mente la disgrazia
altrui che la pulsione
per il confronto imperioso
dà tregua all’ansia mordace
di vivere questo tempo incerto.
Spenderemo l’anima e la ragione
in questa zuffa tra vili
c’imbratteremo di sangue frate
e quando prostrati dal dolore
più non avrem forza per l’armi
ci chiederemo pace tra nemici.
Qui prodest.

Le mie creature
Le ho messe lì in vetrina
le mie creature
modeste alcune altre meno e
tutte contengono un po’ di me.

Stanno sulla bancarella
alla rinfusa al sole e vento
con poco interesse rovistate
da chi diabolik chi rambo cerca
o tomi ambiti per l’età residui
prose poesie d’altre realtà invendute
giacenti comunque nella teca
nel silenzio che li annega.

Non voglio mi si dica
tu sei bravo né com’è bello
il tuo verso solo una carezza
con gli occhi hai da lasciare
e un cenno si per affinità
compreso dalla pena mia.
E poi vai non mi cale dove
io cerco di me piccole prove
nel tuo cuore nel suo o altrove
m’è essenziale sapere che ci sono
ad altri lasciare qualche dono.

I vivi e i morti
Destino
drizzati verso l’alto in vita
riversi in giù da morti
come alberi con radici al cielo
rovesciati fin nel parlare
sillabe invertite o nell’opposto senso
la sinistra si fa destra
prima alla luce quindi al buio.
E tanto è l’amore che portiamo
loro che onore gli vogliamo
garantire in eterno
ponendo tra noi nel mezzo
la crosta della terra con fiori
erbetta rasa candidi marmi
e loro – le ombre – non riescono
a staccarsi dalla superficie
visitandoci per secoli nella mente.
Ma non sarà pace a lui a noi
se non scenderà nella città d’oblio
alla cui porta non serviranno
più fiori e preci alla memoria.

MF
Dacché il mondo si fece
in simbiosi creando
il maschio e la femmina
e loro ripetendo il disegno
la torre municipale e la piazza
il campanile e la collegiata
il turrito forte con il castello
Lui e lei
nel tempo grandi si fecero
volutamente o per caso
uno muscolare ardito capace
lei riflessiva decisa tenace
catalizzando
la miscela fatale all’universo.

I vivi e i morti
Destino
drizzati verso l’alto in vita
riversi in giù da morti
come alberi con radici al cielo
rovesciati fin nel parlare
sillabe invertite o nell’opposto senso
la sinistra si fa destra
prima alla luce quindi al buio.
E tanto è l’amore che portiamo
loro che onore gli vogliamo
garantire in eterno
ponendo tra noi nel mezzo
la crosta della terra con fiori
erbetta rasa candidi marmi
e loro – le ombre – non riescono
a staccarsi dalla superficie
visitandoci per secoli nella mente.
Ma non sarà pace a lui a noi
se non scenderà nella città d’oblio
alla cui porta porremo preci
alla memoria

Superiore civiltà
Miliardi di pixel ci portano
immagini fin nel domestico
lattescenti di rovine lontane
su genti aliene ormai familiari

mentre gustiamo serafici
lunghi candidi spaghetti
di saporoso intingolo vestiti
la polpa ingozzi d’esotici crostacei

e l’occhio tende a inorridirci sempre
si commuove a volte perfino
alla fine però della serata il plauso
è d’obbligo al cuoco alla massaia.

Di gran cuore ringraziar vorrei
chi mi fece di stomaco infelice
che tutto il pasto mi fa vomitare
e non fossi vile la colpa al cuoco
non dovrei più dare.

Poesia
Una poesia sincera
vorrei fosse pianto
grigio dolente e un canto
Un sogno d’amor di eliso
terso dalle lacrime un sorriso
su un foglio bianco appena inciso
il nome l’arma o il dio che l’ha ucciso
Recarlo con te sulla pira intanto
non brucerà lo scritto vero
ch’è costato tanto
tal quale salirà
simile a prova
sopra alla
sfera.

Terapia positiva
Ora che il giorno m’è
tornato amico che la luce
è vita come a chicchessia
mi sembra oscena l’ombra.

Ora l’affronto in me
seppur potente incalzante
diversa sempre da quanto bramo
s’arrotola e tace.

So che mi cura che attende
le mie debolezze vibrar
il mio prudente incedere
per rubarmi l’appiglio.

So che cadendo ancor
tra le sue braccia
più scampo non avrei
ancora vita di buio angoli
elucubranti angeli neri

Bianca
pura come un cirro di nubi
unica bellezza gratuita vista
dalla madre egualmente bella
innocentemente presa presto
dal morbo dei poveri volata
in cielo lassù tra nuvole bianche
dove aveva preso il nome per lei.

Da lui abbrutito dal lavoro duro
l’alcol stordente maschio padrone
padre incapace rinserrata stretta
giorno e notte obbligata ai mestieri
incombenti sempre continuamente.
Dal riquadro con l’infisso rotto solo
l’azzurro del cielo invaso di bianco.

Quasi un richiamo alla libertà
seguendo col veloce scarto del capo
il roteare degli occhi verdi
un lampo di rondine attraversare
la finestrella di cucina
una foglia o un petalo attardarsi
leggeri sostenuti dall’aria estiva.

La voce catarrosa a richiamarla
quaggiù all’inferno indecente
tanto che il sogno d’un volo
più della fede era consolatorio alfine.
E giù dall’albero dov’era salita a nidi
giaceva sorridente coi denti sanguinei.
No! caduta no! Voleva volare via
ma il vento non l’ha aiutata
sfortunata vissuta invano.

Sala d’aspetto
In quegli occhi struccati
giovane piacente in gramaglie
in espressione corrucciata triste
di giovine data credo quelle liste
grigio il mio grugno si specchiava
mentre la faccia stufa divagava
d’altro voglioso che di pene altrui.

Eppur lo sguardo nero
tra le ciglia lunghe e il viso
asciutto terso pallido e severo
come da lacrime ritornate inciso
svegliarono tenerezza per davvero
dama dimenticata in paradiso.

Così le labbra stesi in un sorriso
lei mi guardò curiosa un po’ sorpresa
e tutti i nostri guai nel tempo d’un caffè
dentro la tazzina fecero presa
e il dolceamaro ebbe il sopravvento.
Lesta confidenza chiamò l’allegria
cadde come petali melensa ritrosia.

Io la baciai sicuro, lei senza ardore
il vecchio mostro già batteva l’ore
una voce metallica dava la partenza
vado, disse eccitata, sei la mia speranza.
Non lo rivista più senza ragione vera
il nodo fatto tra noi in quella sera
il treno l’ha tagliato portandosela via.

Solitario
Non può esibirsi la solitudine
fa essere sempre gentile dimesso
servizievole e bonario

Chi non è solo ha un parentado
seppur distratto ma palese
il casato è la nave comune

Il solitario sempre
si vergogna un po’come
di una malattia contagiosa

Va nella corrente come
un relitto senza peso galleggia
una bottiglia vuota e nessun
messaggio dentro per nessuno.

Amplesso
Ora che il tramonto
rubati i colori dell’alba
si spande di carminio e giallo
e fa esplodere un arancio infuocato
mi invita al torpore della siesta
verso la notte.
Tu mi copri d’un lenzuolo
dello stesso colore di seta leggera
come un refolo d’aria estiva.
Mi baci le caviglie le cosce
i glutei contratti dal piacere
la schiena le spalle e ti lasci
su me dandomi il tepore del corpo.
Mi parli dolce all’orecchio
e i capelli sciolti lunghi setosi
mi accarezzano il viso
io vado in deliquio
sul tuo sorriso.

Le mie donne
L’ho amate tutte un po’
quelle mie donne
m’hanno aiutato a non
spararmi un colpo
anche se a volte
sono andate via
la nostalgia di lor
mai mi mancò.
Le ho ancora tutte qui
nel cuor quelle mie donne
degli occhi vedo i lampi
le labbra delle bocche
verso me i denti luccicar
bianco di perle rare
la voce una carezza
lisciarmi l’anima faceva
sicuro l’ora passerà.
Manca soltanto lei
non è più mia
se l’è presa la morte
gli mise un giorno
in vena una malìa.

Amore rusticano
Davvero pensi che rinuncerò
so d’esser inadeguato
mi manca genialità e forza
capaci di farmi ricco
ma ti amo ancora ferocemente.

Non lasciarmi solo adesso
m’hai schiantato col rifiuto
di esser mia qui per la vita
eri invaghita senza pudore
d’uno dall’auto rossa scappottata.

Io cambierò come giammai
tutto il tempo che mi resta
tuo per sempre avrai
e se il sangue è il prezzo
da pagare lo darò con gioia

per una goccia del tuo umore.
Appena un extrabattito del cuore
un brivido tuo sulla pelle
un graffio da veder le stelle
da donna vera seria leale o con
questa lama ti strapperò l’ale
e dormirò sul tuo letto sfatto.

Un giorno a Kabul
Corpi fanciulli in palandrane lunghe
bianchi zucchetti irrequieti sempre
corrono verso la piana recintata breve
veloci claudicando a destra e manca
o sbracciando solo una metà.
Verso l’atterraggio di paracadute
colorati su pacchi strettamente legati
una pioggia di grandi cartocci
come regali natalizi.
Ognuno arraffa quello a tiro
senza curarsi di guardare dentro poi
il lucido acciaio d’una stampella
il rosa carne di metà gamba sinistra
oppure destra un braccio tutto
o soltanto una mano.
E si scambiano, allegri, i pezzi
secondo il bisogno.

Cumuli nembi
Volo tra nembi corrucciati freddi
che strappano piume alle mie ali
malinconiche. Plano ancora
sulla vita passata per sincerarmi
vi siano lacune colmabili.
E ci piango dentro
da farne laghi luccicanti
grandi o piccoli specchi di
depressioni per le mancanze.
Senza risolvermi.

Tre ansie più là
(c’è Asia qui)

A tre pensieri da qui
ricordo d’aver pianto
piegando il capo e il corpo
tale e tanto che il mento
s’era infitto giù nel petto.

L’afa della malinconia
sordo il mondo alla pena mia
mi stringeva la gola
anima meschina sola
come fosse groppo di pazzia
.
E il correr dentro e fuori
non pagava che l’altro
peggio di me mi rincorreva
con lo specchio grande
del vissuto lui m’abbacinava.

Un angelo dai miei lombi
partorito m’ha lanciato la sagola
ora sempre del mio affetto gongola
il cuor rimbomba scoppia
rivenuta ora la vita è doppia.

Dammiti
E’ volerti / amore
la cosa che m’inibisce
brama di possederti
che mi squalifica
la voglia di toccarti
di baciarti di leccarti
che mi brucia / infame
ai tuoi occhi.
Ed io lessi nei tuoi
sbigottiti inariditi
dal troppo pianto
voglia d’amore
dolcezza e tenerezza
di cui so l’ebbrezza
appresso il rito amoroso.
Allora dammiti.

Antropocentrismo.
Forse i quadrupedi
i pesci o gli uccelli
i fiori forse gli insetti
ci sono: la flora ha
tali e tanti soggetti diversi
da superare i popoli degli umani.
Oppure tutti lo sono
e tutti come gli uomini
vengono abbattuti per utilità.
Gli animali e i fiori
ancor prima che abbiano assolto
lo scopo per cui sono al mondo.
Rose gigli crisantemi orchidee
persino colorano le discariche
nel pieno del loro fulgore
buttati per un petalo appassito un po’.
Le bianche croci e lapidi
dei cimiteri militari schierano
teorie fotografiche di giovani
poco più che imberbi distrutti per
esigenza patriottica economica
necessitata dai nostri bisogni.
Altri d’altro mondo esangui
avanzi di malattie pandemiche.
Per l’umanità crescente.
Tutto cresciamo a dismisura
e subito si studia un modus
per distruggerlo.

Come uccelli
Quando gli uccelli
infilano l’albero
scambiano
foglie con piume
e riposano tranquilli.
---------------------------
Dopo averlo colpito
al viso piangente
per chiamarlo forte
mi sono morso la chela
che avrei frantumata
se avessi trovato
uno schiaccianoci
Il gesto anche a vuoto
produce una ferita
nel pensiero tuo suo
e forse anche nell’aria.
--------------------------------
I cavalli che disegnavo
irruenti scalcianti volanti
mi sono rimasti dentro
e galoppano l’anima
nel sonno d’adulto
portandomi ove andrò mai.
--------------------------------
Vivere sparato nella follia
di accettare il qui com’è
logora l’anima come vetriolo
a beneficio dei pazzi
Non ci starei se non fossi
vile ricco egoista da vivere
ad orecchie piene di cera
Dove sarà mai la gente vera.
------------------------------------
Mi racconto mi racconto
di continuo mi chiamo
non mi credo non mi rispondo
Sono altrove al fiume a catturar
girini con un barattolo arrugginito.
------------------------------------------
Cerco di essere quello che sono
inutilmente. Difficile grande fatica
per realizzare una cosa banale.

Rossi ricordi
Il carminio dei papaveri
a primavera
insanguina l’erbaceo verde
lì nel pioppeto dove
in caduta libera
il volo del fanciullo
s’è interrotto.
Rinata la bellezza
subito uccisa dal ricordo.

Il senso di
C’è un senso
tra povero e ricco
cattivo e buono
bello e brutto
laborioso e pigro
che non appartenga
all’intima natura
di ognuno ?
E’ patrimonio
lascito determinato
geneticamente
oppure socialmente
consuetudinariamente
stipulato da altri ?
se dipende da ognuno
a chi rendere conto
oltre la legge degli uomini
ch’io veda ?
se indipendente dalla volontà
perché mai renderne conto ?
Certo è – come dice il cantore
seppure nulla ha un senso
“domani verrà lo stesso”
e “non v’è certezza” alcuna

L’ambientologia
Piangono gli Apuanei
lacrime calcaree
lungo le pendici ormai biancastre
reduci di milioni d’anni di possanza
di colori ossidati vegetazioni contorte
resistenti selezionate
dalle intemperie cosmiche.

E perduto il destino esclusivo
d’esser sostanza per somma arte
di monumenti imperiali altisonanti
meraviglie del mondo
dirupano a miliardi di metri
in piastrelle per cessi.

La natura totale che il mondo
ci ha locato altro non può altro
se non Giove Pluvio mandare
a riscuotere l’affitto : tre ville
quattro case un capannone e
purtroppo a volte pure un aquilone.

Cielo a oriente
Cieli lividi da azzurri
si rovesciano giù dai monti
schiacciano i coppi dei tetti
in un morto indefinito rossiccio
incerto sotto il fumo del camino.

Richiama il ceppo ognuno a casa
lo sfregar delle mani callose
è l’intensità del freddo
così il crepitio delle faville
del legno rivoltato sugli alari.

Lo sguardo malinconico
sempre a oriente cerca
il tempo nuovo da venire
dalla pioggia o dal chiarore
che l’alternarsi è nell’albore.

E da lì viene la voglia di partire
posti sconosciuti visitare
altra gente conoscere praticare
quanta vita t’occorre imparare
per esser pronto a divenire

Passi nel tempo.
Dolce tempo dell’oro dell’eliso
non verrai più se mai ci sei stato
nessuna orma significante
calca le nostre strade oggidì
Di mercanti assetati
e mezzani d’ogni sorta
son pregni mercati e templi.
La vedova derubata l’orfano deriso
tristezza pietà relegate al paradiso
la parola il soldo più della spada
alla pace han tolto il riso.
Sempre le bianche cicogne
volano e tornano a nord ogn’anno
in schiere sempre più povere.
La casa cinta di ubertoso prato
a margine dell’arida pianura
la pietraia avara sgravano
preziosi rarissimi boccioli
in spazi ognora più grandi.
La pecora ha l’agnello la bovide
il vitello si cibano nella stalla
e se del lupo manca l’erede
l’eccesso dei capretti non concede
la siepe dar covo alla lepre.
Attraversiamo quest’azzurro
immenso mare e cielo
calcando pietre millenarie
compiendo pellegrini della vita
il viaggio verso nulla
liberi da escrementi resti obsoleti
inani a rendere quel che si prese.

Amore che passa
Non c’è per me per te
altro posto che la vita
dove farci male
perché se io t’ho amato
t’ami o t’amerò ancora
è su questa sponda
che si deciderà

Se non ti basta più
quel poco che mi resta
e non accetti il nuovo
che ci incalza
usciamo dagli indugi
tu per prima io t’aspetto in fondo
alla scala dell’amor perduto
vegliardo irresoluto
che rinventarsi un cuor non ha saputo.

L’io
Vorrei esser quel che sono
ma un indice immenso
puntato in mezzo agl’occhi
mi ruba la visione.
Indica perentorio
dove prendere apprendere
posare domandare ringraziare
nulla arditamente e fare
il modus in nessun modo
contrastare.
Sicchè la noia fa la padrona
seco nasconde nulla essere
fare e invece abbracciare
sempre e comunque
compiacere.
Alla fonda una nave - la pazzia
aspetta gente per portarla via
vele azzurre e rosa rosse le cime
nulla salvagente solo ali d’oro
Evanescenti. archi di luce
come arcobaleni tracciano
la scia per il firmamento
l ‘io.

Haiku
fuga estiva
al fresco ombroso
il pomeriggio

primavera
sorge il sole scalda
fino a sera

che fai gli chiede
l’anno dice la luce
faccio il giorno

come la vita
è di quattro stagioni
un solo anno

a primavera
pure cala il sole
cade la notte

la primavera
uccide ogni inverno
già dall’albeggio

l’alba fresca
primaverile, reca
ore liete

bianco
tutta l’estate
godi piacevole il
fresco di sera

ha cento ore
da vivere il fiore
primaverile

A cinolandia:

Senryu
un annuncio
fuga il malevolo
cane mordace

legato corto
al palo stradale
uggiola muto

scacciato va via
guaisce una prece
da sulla porta

cane perduto
solo solitudine
avvisatelo

rende la palla
con affetto sbava
festa di coda

bipede manda
punta il beccaccino
porta la preda

neonato vivo
reca lieve in bocca
mira la casa

tre ne ha fatti
ai piedi li raduna
te li consegna

la coda mossa
dice ti riconosco
più di un drappo

fece natura
predatore il lupo
il cane fido

Sogno da lager 
Centotrenta oggi dal gas
                               senz’anima vera sono passati
per andar oltre obnubilati
la speranza è perduta, qui non c’è.
Il corpo finito o quasi
ruba acqua al pianto
per sussistere appena
inguaribilmente perdere.
Gli occhi si ritirano nelle orbite
scure livide appassite
                               La pelle pallida sottile
della faccia emaciata
si spalma tesa sulle ossa
del cranio, gli zigomi.
Solo contenitore di liquami
ormai molle dimesso
sorregge tuttavia la testa
che gira e rigira, lentamente
guidata dagli occhi della mente.
Ed è là, nel verso dell’accesso
che più si trattiene
e ad ogni nuovo arrivo
obbliga le stanche membra
contro lo spinato e un po’ rinato scruta
fissa, respira ancor più piano.
Cerca un viso uno sguardo un’aria
familiare che rechi un ricordo
da bersi come un sogno.
Fino alla prossima chiamata.
Non può pensar sarebbe meglio
non s’avveri la speranza sua
                             che la morte recherebbe ancora.

Riposate nonni
Mani adunche feline sfregiano
vecchie carni molli rugose
di corpi inermi movimentati a ruote.

L’affido venale alla discarica
come contenitori vuoti
d’impaccio in magazzino.

E questi benemeriti sodali
dell’inferno in vita vivente
maneggiano la speranza d’altri

a vivere in decenza.
Poco resta loro non per pietà
o clemenza di congeneri

per fede in un eliso trascendente.

Clandestini della vita.
Di Giunone aria calma e calda
sorvola l’intermare da costa a costa
il piatto verdastro mare
e stracci di spuma bianca coronano
appena minime creste d’ onde.

L ‘occhio acuto d’aligero rapace
scopre arcipelago di gonfi
inusitati galleggianti colorati
a filo di corrente verso terra
plana constata si posa.

Il becco adunco lacera
il blu della camicia che
troppo resistente lo scaccia
su un galleggiante giallino
più facile lacerar la maglia
la pelle bruna resiste.

Breve il volo su rigonfio
fiorato tumefatto approdo
questo lo sguardo fisso
al cielo che non vede
offre parti molli indifese.

E ‘l rostro scava l’orbite.
E altri ammarano da presso.

Lontano un braccio di mare
presso altrettanto colorati teli
un mimmo alla madre mostrandola :
- guarda qualcuno ha perduto
una scarpa in mare.

Confèssati
Ti siano mozzate le mani
ancorché giunte in preghiera
verso la croce che ostenti
sul petto e nei riti
che fosse vero Dio
l’avrebbe allora già bruciate

Avessi fatto le ultime della vita
con quelle prima di raggiungere
la sua pubertà vulcanica
assetata di mistero nuovo fecondo
di proibiti recessi del corpo
dei sensi della mente

Furasti la fede del discente
dalla tua scienza abbagliato
mostrandogli un eliso
sempre dal pulpito dannato
Come saper qual’era
il giusto dato?

Dita bianche tal penne di colomba
l’ostia e il calice alzavano
con studiata grazia
egualmente molcere lui
nel dionisiaco rito altro
e quando venne luce alla sua mente
Confèssati! dicesti autoritariamente

Cantami o diva
Con liuto e lira
dei sensi ebbrezza canta poeta
bellezza verginità purezza
che i miei fratelli fuori
appesi come pipistrelli
ascoltano ch’è tutto frale

Corrono e corrono alla fonte
l’acqua manca il grano anche
di belle parole ce n’è tante
incartate in belle copertine
di senso acuto sono polverine

Se poi di sangue si macchia
la mano greve di fatica vana
dalli a spiegar che furono feraci
strappare i corpi di giovani feaci
bruta la psiche la pietas inane

Allora pensa se vale cantar
più quanto bello è cielo e mare
di scriver di umana verità
lorda cupa ansante che renderla
nota sarebbe cosa grande

Il vento e la pioggia
Amo più il vento
anche quello forte
che schiaffeggia
di raffiche improvvise
fruga nei capelli nei panni
rinfresca a volte
a volte gela
ma puoi coprirti ripararti
e sempre porta
odori di lontano.
Il nuovo che passa
va e più non torna sui passi
quel ch’è stato e stato
quel che verrà è laggiù
dove si placa.
Invece piove
il giorno nell’ora
nel posto sbagliato.
Mentre l’aspetti
senza riparo per entrambi.
Quando accudisci a tristi
meri riti ricorrenti o
prepari il più bel sorriso
il vestito il pensiero le parole
più belle dai quali dipende
un si decisivo.
Ti cola dai capelli sul collo
sulle ciglia sulle guance
percorre la via delle lacrime
e gocciola a terra
si confonde a liquidi altri.

No, me ne fotto.
Davvero vorrò ancora
Leccare le mie ferite
Medicare con pianti e lamenti
Le ustioni della vita percorsa fin qui
Inoffensivamente
Ripescare col tramaglio vecchio
Quelle piccole, piccolissime cose
Appena passabili
Ormai poggiate qua e là
Sullo scaffale polveroso del passato ?
Romanticamente restare aggrappato
Ad amori e passioni consumate
Dall’abitudine, dal consueto ?
No, me ne fotto! niente di niente
Voglio tenere. Tutto al vento nuovo.
Senza rimorsi, senza rimpianti
Che l’esistenza arde di
Ciò di cui sei capace
E brucia le inettitudini.

Vivezza
Tu sei non sei dovresti
prendi fai vai torna
non capisci.

Allora ho galoppato l’infanzia
l’adolescenza come selvaggi
cavalli nella brughiera
non m’importava anche se
inconcludentemente.
Saccheggiato nidi e tane
d’innocenti esseri
pisciato su aiuole fiorite
rovesciato gerani da balconi
insolentito vecchi scemi
e non bastava mai
che nessuno si accorgeva
che esistessi.
Solo il contatto di lei
mi riconciliava
nulla chiedeva nulla voleva
sapeva accettava
con materno amore.

Se ti cerco
Trovo una voragine
profonda ed infinita
rivestita di petali rosati
d’ori impreziosita e argenti
ricamata dove la vita dall’amore
s’è nascosta immalinconita
dalle pene corporee impietrita.

Come il mare pace mai non trova
che il peso della luna non da posa
abbracciata allo scoglio che ti ama
e d’aculei hai fatto la lorica
abbraccio no non un contatto
t’è face o elisir poetare il giorno
droga stordente che fa indarno il sogno.

La mia musa
Della mia musa d’elezione
concupir vorrei il corpo
che di mente mi sovrasta
mi soggioga senza speme.

Penetrar la sua carne
che lo spirto mi fugge
potente in altro verso
chiamato all’arte eterea
cerebrale suo rifugio.

Ed è tale e tanto il mio desio
da sognarla ognor l’amore mio
che molcere dolcemente
la vorrei e da lei carezza
egual ricevere amerei.

A domarla potrà forse
non la virile viltà mia
la tenerezza che è arte
sopraffina d’anima gentile
a ciascun il suo ruolo nella vita.

Il posto delle more
E vengo ancora
a quell’appuntamento
lungo il muro del camposanto
dove le canne giocavano col vento
dai rovi di more il paravento.
Bagnate dai baci rosse labbra
pallido viso come febbre fosse
frenesia in corpo e cento mosse
l’intimo impaccio fugato dalla tosse
le tempie dal cuor percosse.
Non c’è più tutto è lastricato
a veicoli vari l’anno destinato
pure il cimitero è maggiorato
formichine nere nel piazzale
vengono e vanno dall’irreale
Ci torno che conosco esatto
il punto ch’era ai più nascosto
mi soffermo un tanto da sentire
le cime delle canne rinvenire
oh! se una spina di rovo mi ferisse
una lacrima la pena mia addolcisse.
E’ mesto il ricordo
                            ma vengo ancora.

Fede in fine
Non trovarLo sarà scontato
ho vissuto nella sua mancanza
cresciuto nella sua assenza
creato e dilapidato noncuranza.

Evitare o contrastare
gli stordimenti disposti
pervicacemente riproposti
a salvamento dei poveri cristi

Or che la china rapida scende
che la paura non è sfida superarla
e la psiche si svuota senza berla
vien voglia quella fede ricercarla

che trovarLo quel giorno
darà modo gridar la verità
che tutto il mondo dalle iniquità
è segnato pur se devoto di credulità

Se
Se esistere così
Non muovesse spesso il pianto
Creasse turbamento e
La coscienza stringesse
In un labirinto incerto
Accarezzerei un sentimento
Capace d’aprirmi l’anima
Accogliesse il buono
Che pure ci sarà
L’inghiottirei felice
Seppur subito volasse via.

Un giorno no
L ’aria grigia uggiosa
Dell’incipiente temporale
Gravida di malinconia
M’avvolge verso sera
Quando il peso del giorno
Sui cardini mentali piomba.

L’ubbia vorrei gettar più là
Che rimuginare scontento
Non mi porta bene o male
Mi passa sopra un nero lenzuolo
d’indifferenza secco ghiaccio
Da bruciarmi il petto.

Per altro verso alitar gioia
Vorrei e non mi aspetto
Che altri il cor mi allieti
Trovare dentro la forza
Necessaria a fare della vita
Cosa seria.

Londra
La paura l’orrore
t’ha squarciato il petto
un bacio
sul cuore nudo
per sedarlo
vorrei darti
bere il sangue caldo
della compassione
che fuoriesce
prima che
le bianche pietre
del quotidiano avello
coprano
dimentiche
il nero della morte.
(Dedicata a Tinti, per il suo sentire GRANDE)

Per amore
Fissi di vetro gli occhi
mirano qualcosa altrove
appena piegato a lato il capo
che il nodo preme a sinistra
e pende inerte il corpo
gira lentamente di un grado e ritorna.
Ha un piede nudo, esangue
l’altro calzato, le stringhe legate
i calzoni bagnati, d’urina o…
Vicino allo sgabello rovesciato
un biglietto – di quelli listati
con su scritto a maria.
Un cartoncino bianco
nudo solo immenso.

Amore eterno
Mia o di nessuno
Con tutto il sangue
Che ho nelle vene
Ho chinato la schiena
Quasi a romperla
Per costruire il nido d’oro
Dove portarti in volo
Tutti i miei pensieri
Per te inondavo di dolcezza
E il tuo candore
È stata la forza la fede in me
La mia perdizione
E nulla mi distraeva
Dall’adorarti amore
Un vento folle ti voleva
Via dalla mia vita
Non poteva essere
Non è stato
E tanto amore aveva
Da essere salvato
Ora riposo sereno
In un posto tristo
Sento il profumo dei fiori
Che mia madre porta per me
Sul tuo avello bianco
Tu m’hai rubato il cuore
Io conservo il tuo
Con me per sempre.

E passa vicino
E’ sera
ascolto radio musica.
Da una finestra accanto
un’affittacamere modesta
giunge una nenia dolce
da voce di donna lieve triste
una ninna nanna antica
di parole arrotolate su lingua
aliena ugualmente melodiosa.
Lungamente canta senza posa
dai vetri schiusi fuoriesce
una fioca luce morbosa
alla melica consustanziale.
Una figura femminile
apposta alla mia finestra
un viso pallido violaceo
ombre blu delle orbite
pupille verticali feline
iridescenze gialle
marea di capelli corvini
ondeggianti mi sorride e
con l’unghiuto nero della mano
m’indica la finestra accanto.
Annuisco allibito complice
inconsapevole ma con dolore
sicuro d’aver compreso.
Il giorno dopo il funerale
della piccola rumena malata.

Allora
Torna che nessuno parte
vieni e lascia tutti
l’aria piena risuona
di dolce musica
la tua malinconia.
Non ti assopire
perderai senso non
contare che il tempo
è solo convenzione.
Le tua grandi mani
hanno carezze attese
desiderate non le negare
fragile tenero il tuo corpo
è guaina lieve
dell’acciaio temprato
che devi affondare.
L’autunno e l’inverno
hanno colori e calori
più intimamente godibili.
Non temere di cadere
“e la vertigine è voglia di volare”.

L’asiatica.

tempaccio

Libeccio sa
che il monte è freno
al suo passo / e da

piova forte / il
battito sui vetri
risuona dolce.

Una stilla dal celo
indugia e brilla
sulle ciglia / laggiù

scuote la rada
la risacca marina
con grandi flutti .

Frotta di campanule
rompe il valzer
lento nell’aria / e il

fiore giallo sta
senza petali, dal
vento rubati / e pioggia.

ugualmente
volge la corolla al sole.


naturalmente

Tiepida l’ aria
sveglia la primula
dalla neve / ed è

sciupìo di verdi
la natura spende
e tinge i fiori.

Le spine pungenti
salvano il verde novo
d avida capra / e

nella foglia ritorta
cresce un bruco blu
si farà pupa e farfalla.

Ricopre d’oro
il bombice goloso
la rosa tea / ed

il ronzio continuo
sommesso, da voce
al prato.

Lui, rigoglioso
accètta la falce da
mani amiche usata

chi non si cibò
del fresco suo
nella baita, l’inverno
riceverà il premio.

Esser per te ( a mia madre)
Fondo di Aprile, caldo
il profumo d’acacie da una ripa
che mi affianca, mi sovviene
il ricordo della tua cipria
disgustoso per me, maschietto geloso.
Ora ,dolcissimo, un sorriso mi ruba.
Avrei voluto essere per te
L’Ettore di Ecuba, che fuor
dagli spalti conquista gloria
onori e ori alla sua stirpe
o altro Eroe, musico, cantore
ad altre muse affido.
Financo Achille, di Teti genio
ancorché cruccio, avrei desiato
esser per te, che almeno
delle grandi gesta fiera
saresti andata, pur nella tragedia
frutto ognor dei lombi tuoi.
Che vita mozza è questa
che ho condotto? niuna valenza
ha partorito, che meriti il tuo sguardo
che di manna mielosa, m’hai nutrito
di belle fiabe e poi letture scelte.
Questo bifronte, l’una e l’altra faccia
altrove sempre rivoltava
inane a praticare la bellezza.
Sette volte dal morbo furata
e sette resuscitata dalle grinfie di colei
seppure sempre, liberatoria, l’invocavi.
Or giaci, amore, nelle braccia di Colui
che anelavi, ad aspettarmi, dicevi
quando la vita tutta è consumata.

Femmina d’homo
Fu forse lei, per prima
che nello stupore
della notte stellata
mentre la luna sbiancava
i contorni lì attorno
lo guardò fissa e muta
prese il suo braccio e mano
e si cinse stretta i fianchi.
Forse fu ancora lei
che porse a lui il neonato
affidandoglielo
perché lo voleva loro
scegliendolo padre.
Ed era lei, certo, a dividere
le prede di lui, nel clan
pulirgli le ferite della caccia
custodire utensili-armi.
Ancora lei montar la guardia
al fuoco e contro i predatori
in agguato nella notte e
proteggerlo, sfinito dalla corsa
di una deludente battuta.
Finalmente lei, cedere complice
alle reciproche voglie sessuali
lì al tepore del fuoco, guardare
il cielo spalancato su stelle vivide
sullo scorrere, misterioso, delle nuvole.

Beata gioventù
Allora
Sembravan ricami contro il celo
Gli alberi con le lor fronde
E lassù più spesso il lilla e il rosa
Facevan da sfondo alla visione
Che l’azzurro o il blu.
Un canto di lontano
A sollevar fatica detto
Sembrava una nenia d’amore
Alla ragazza messo. Nella danza
Ritrosamente s’arrossiva lei
E le dieci frangiate sottovesti
A petalo di garofano e profumo
Stringeva tra le gambe
E tra le spalle e il petto
Il piccolo mento nascondeva.
Un fiume d’aria tepida
Girava tutt’attorno e nulla
Turbava quell’apparente sonno
Che vita dolce e lieta
Vissuta si degnava, a dispetto
Del vegliardo che forte batte
ritmicamente il plettro.

I cavalli dell’anima
Su cumuli nembi
Come cavalli di fiaba
Scorrazzo nell’azzurro
Di pensieri nani.
Torno nel tempo
Lungo il vivagno
Di ogni età, quasi
La pubertà assolvere
Potesse dall’inadeguatezza
D’esser oggi capace.
E se il drago dentro
Morse sanguigno ogni
Momento della crescita
E più della paura poté
L’indolenza, cospargerti
Di cenere il capo, ora
alla psiche
non restituirà la pace.

I cavalli della mente
Quei cavalli laggiù, sulle dune
Grigi, bai, sauri, dalle cui criniere
Il vento caldo t’investe di profumi
Forti di animalità, d’arsura ardente
Galoppano nella mente, alzando
Polvere di passato e corrono
Verso l’orizzonte delle aspettative.
E pure i miraggi esalano col calore
Delle sabbie, lasciandoti interdetto
Ancor prima di capire.
Mete agognate, difficili e lontane
Attraenti Circe, egualmente dubbie.

Sogni da lager
Centotrenta oggi dal gas
Sono passati, senz’anima vera
Obnubilati per andar oltre
Qui non c’è speranza.
Il corpo finito o quasi
Ruba le lacrime dolorose
Preziose per sussistere
Continuare e perdere.
gli occhi si ritirano nelle orbite
scure, livide, pendenti.
Le ossa del cranio, gli zigomi
Tendono la pelle sottile pallida
Della faccia emaciata.
Il corpo, quasi solo contenitore
Di liquami, molle, dimesso
Sorregge tuttavia sul collo la testa
Che gira e rigira, lentamente
Guidata dagli occhi e dalla mente.
Ed è là, nel verso dell’ingresso
Che più si trattiene e ad ogni nuovo
Arrivo, obbliga le stanche membra
Contro lo spinato e un po’ rinato
Scruta, fissa, respira ancor più piano.
Cerca un viso, uno sguardo, un’aria
Familiare che rechi un ricordo
Da bersi come un sogno
Fino alla prossima chiamata.

Aiutami signora
Dolce signora
che mi siedi sulla spalla
e leggi la mia anima da sempre
lisciami il verso di questa strada
ormai lunga, pietrosa, vana.
Poiché attorno non risolvo
che altro da me possa aiutarmi
su, fammi credere che domani
alla vita aggiungerò fortuna
valore, bellezza.
Seppure ho percorso
quelle poche vie che
il genio consentiva e
e il possibile filava via
verso lidi erti, seppur brillanti
non ho trovato la forza
di esserci appieno.
“… ti sarà dato” dicono
vorrò chiedere cosa
a chi, come, per esser
degnamente dato.

Briciole di stelle
Si, il brillìo degli occhi tuoi
i riflessi dei capelli
il lucore bianco dei denti
valgono meriti materni, ma
sono invero bricciche di stelle
che l’amore strappa
al firmamento
per farne dono
alla donna innamorata.
Lei , che dell’eros è
e della passione
origine e meta
dell’amplesso speme
dell’orgasmo fine
risplende irrorata, ubere.

La corsa
Le nubi color piombo
pesanti di pioggia
portavano quel senso di fradicio
in casa, nelle cose, da lassù
librate ma, statiche sulla città.
Liberavano un’acquerugiola
untuosa, lenta. Scivolava piano
sui vetri polverosi di quella
finestra di soffitta, dove aspettavo.
Non pensavo di lei, che mi allungava
l’attesa, scommettevo a mente:
quella grossa a destra arriverà prima.
Cavolo ! no, …l’altra s’è riunita
a due sul percorso, acquista peso
raggiunge il traguardo, …prima!
Perché non arriva.
Ho freddo, l’umidità mi penetra.
Voglio le sue braccia intorno
l’odore della pelle di donna
farmi stringere tra le sue co…
Eccoti! Dove sei stata?
Aveva gli occhi ardenti
come tizzoni di brace, venati.
Hai pianto ? perché, che t’ha fatto?
E’ finita: Lui mi amava. S’è ucciso!
ma anch’io….e…ora?
E’ finita. I figli. I miei e gli altri.
Ho una fitta al cuore, acuta……
l’altra goccia mi ha…battuto.

Vorrei crescere
M’hai voluto qui, in quest’ansa
dove si spiaggia all’asciutto
con nonnulla, tra rifiuti, relitti
d’ogni sorta, per amor mio?
T’ho cercato gran tempo
ma sempre ascoso stai
nell’empireo, dove rapirti
costa tre vite e forse tutte.
Vedo intorno più affanno
che gioia e se’l premio
sarà solo venire a te, che
vale tutto questo vivere qui?
Nacqui, come tutti, senza colpa
ma il marchio originale ancora
vuoi sia nostro debito, e
se ancora non assolvi
il primo che t’è nato, che speranza
abbiamo noi, di questo tempo buio?
Vorrei crescere ancora
via dai timori dell’infanzia ancora
che la materna premura
non fugò il monito, del tuo potere
in quest’eremo, che spauriva.
Far senza di te m’ha fatto
quel che sono, quel che sarò ancora
ma, forse, non mi basta.

25 aprile …
Macchia scura stinta grumosa, vecchia
come vino rosso nella polvere, sangue però
sulla via della cava di ghiaia. Lembi d'abito
interrato tra pietre, sterpi che la strada è in disuso.
Dovrebbe nascondere un uomo, questo tumulo
informe, quasi un seppellimento animale
sul ciglio d'una scarpata.
Una scarpa, un lembo di giacca militare
una ciocca di capelli scuri, intrisi nel terreno
che ora vedo meglio, quasi particelle elementari.
Semi sepolto dalle intemperie, mai
recuperato, il corpo di Rocchino il matto
dato per morto mesi fa, in autunno.
Un angelo incosciente che mimava
il partigiano, dei discorsi al focolare
dei paesani, all'osteria.
Improbabile guerriero, gattonava
per finte imboscate al nemico d'Italia,
agli assassini del vecchio padre
alla macchia, lui pugnace davvero, anche se
non sparò mai un colpo.
Alludeva spesso, a un pennato appeso
alla cintola, sulla natica a destra,
arma, a suo dire letale, per giustiziare
il nazista rapace, crudele.
Qualcuno l'ha preso sul serio e ucciso, ora
lo tumuleranno nell'ossario dei caduti
che lui fu davvero eroe, della misera anima nostra.

Poeta a chi ?
D’onde verrà che sia poeta
Colui, che acconcia meglio
Questo a quello e il bello.

Che le moine tutte l’alfabeta
Con perizia separa pula e miglio
D’ogni virtù lodata si fa ombrello.

O non sarà che s’anche non allieta
Quello che del sentir suo dia il meglio
Cementa il vero, al mesto ritornello.

Se del piacer sei schiavo per la meta
Scrivi ciò che ti par, ancorché d’aureo aglio
L’accoglieremo a filo di coltello.

Scapestrati
“ Blu velvet”, questa melica sensuale
e storia filmata, mi ritorna in mente
col ricordo tragico e dolente
d’una notte di bagordi a carnevale.

Scapestrati più che efebi di borgata
le tasche dei primi soldi piene
abbordano Nadia, che lei viene
e portarla seco per una sbronzata.

Si balla, si struscia, si beve assai
per superar l’insicuro opprimente
non recede la voglia impellente
di farla loro, qui e ora, o mai.

Coetanei, conoscenti sin da allora
bambini, fanciulli, compagni di scuola
vittima predestinata, eternamente sola
di strazi volgari irridenti ancora.

Sguaiato riso, incoraggiante, il fare
di alcolici figlio e smodate mosse
di approcci sconosciuti, i colpi di tosse
a nascondere il disagio da stanare.

La birra, il ballo ognora, in questo tempio
fece la muta bruta, e mille adunche
mani , bramose, frenetiche, fecero finanche
laceri gli abiti e delle pudende, scempio.

Spaurita, si lagna, vuole andare, suda
il gioco non diverte più, prende la mano
si divincola, smania, minaccia invano:
tua madre ? quella che lavora nuda?

Ma giustizia volle che viltà vincesse
lei illesa, seppur segnata ancor, si ritraesse.

Che sia la primavera
C’è nell’aria, nei versi della gente
In quel che dice, fa continuamente
Un’euforica, stupita, ridente
Felicità d’un giorno, incontinente.

E c’è la fuori un mondo ‘sì arrabbiato
Che strilla, latra, spacca obnubilato
Torce budella e l’aria ha avvelenato
Ruba la pace e la vita, del soldato.

Stiamo seduti tutti senza mente
Qual spettatori, indirettamente
Presi, dalle pene virtualmente
Date all’eroina, deliziosamente.

Invece occhi pieni di miseria
Che l’acqua tutta è intrisa di malaria
Il pane puta marcito dall’aviaria
Chieder aiuto anela, manca d’aria.

Brandelli

Chiarezza
Ora che l’azzurro dell’alba s’è sparso
da cima a fondo nel cielo tutto
e negli anfratti più reconditi
si svela quello che non c’è in me
o c’è per pura casualità, nient’altro.


Fido e fedele
Viene sempre meco
di blandizie avido
sommesso, umile
di ferocia estinta.
Come io di baci ghiotto
striscio ai suoi piedi
seppur il cuore m’ha rotto.


Scende alla fine
Smonta l’acqua corrente
al mare, chiara o sporca
coi suoi gorghi.
Come gire alla fine la vita
coi ricordi avvolti in spire
di crucci, rimpianti, rimorsi
e qualche lampo di felicità.


Sicurezza
Il venir meno della luce
induce l’ intima sicurezza
di non essere sorpreso inerme.


Soltanto solo, tanto
La solitudine atterrisce
Sol(o)tanto sol(o)tanto sol(o)tanto
quando allo specchio non vedi che te


Nella mia stanza
Percepisco la mia stanza / vicina / come viva:
Conosco il calore / la luce / l’odore e i suoi colori.
L’ho sognata lontana / algida / anonima / grigia.
Dalla porta / mi vedo disteso / composto / immobile
nessuno e nient’altro intorno./
Solo io, e non piango.

Regressioni
Non distinguo s’è sogno
o vissuto lontano
ciò che mi torna in mente.
Un calore corporeo, fisico
d’epidermide, mammella
o capezzolo, senza il sapore di latte.
Due ametiste carezzevoli
rassicuranti, un fiato caldo
di tanto in tanto scende
e sento lisciarmi il viso
brulicarmi la pelle
come da un refolo estivo.

Pagina bianca
Mentre l’esistenza s’avvia
verso l’epilogo certo
pagina bianca ti trovo
come un’amica che attende.
Alla repulsa che fu istintiva
a imberbe scomposto scolaro
distratto sempre da stormir di fronde
gracidar di rane fischiar d’uccelli
mi accarezzi ora gli occhi vetrati.
Inuzzoli percorrerti col mouse
rapido leggero, serica impalpabile
sotto la penna tecnologica.

Vento
E´ sempre lo spirar del vento
l´allegoria preferita delle cose
che vengono, passano, vanno via.
E l´anima cavalca il vento
che veicolo sogno diventa
per migrazioni sentimentali.
Così  come vento Maestrale
violento, freddo e umido
mi percorre la tristezza
di non essere con te, ovunque.
Sei o non sei più, sento bruciore
per quei passati momenti
che mi venivi accanto
ebbrezza deliziosa, piena.
 
                                 e non solo
 
Il vento può esserti compagno
ma nessuno può imbrigliarlo.
Puoi volare con lui finchè spira
e se in quelle notti ardisci
lasciar le porte socchiuse
lui porterà via le tue paure
col ruvidir della pelle
oltre le sbarre della prigione

La trista Teresa
Vanessa tigrata vola leggera
rapita dal vento, di sole s’inebria
e su fiori aperti tra l’erba molle
sugge da calici e aperte corolle
polline e linfa, da mane a sera.

Ricama aritmici voli chimera
in gurge ampio, sul vento sobria
presto s’accoppia, leggiadra lieve
si sposta a frotte, la sponda beve
ha vita breve l’aliante vera.

Rapida scarta ad ogni agguato
ovvio insettivoro di becco armato
non può schivare l’inverno letale
che giusto è, del tutto normale
sempre la prende senza ferocia.

Ma c’è un bell’essere, alieno assai
corre scomposto, non sente lai
la preda fiera, sul prato fiorito
al sole grida, al blu infinito
ecco l’ho presa, lo presa viva
stringendola a morte così, tra le dita.

Partire
Prima classe
un lusso
sedili in velluto
aria stantia
oooh ! si parte, finalmente
lenta…mente…, lenta…mente
poi, là fuori
…è lo stesso, tutto.
Ancora una volta è l’altro
a partire.
Prima classe, velluto
la stessa aria stantia.
Un altro treno
un’altra volta
……..forse

Venti globali
Senti che odore di sangue
nel vento.
Vorresti conoscere colore
corpo e pelle
chi lo perde, per chi e quanto
piangere.
Condannare la mano, l’arma che lo produsse
così copioso.
Inspiri profondamente come una fiera
in caccia
furibondo per l’intuibile verità sfuggente.
Intanto, inconscio
ti passi con forza le mani sui calzoni
per ripulirle.

Cromatismi
Il colore
si fa cielo
col mattino terso

Si fa fuoco
quando avvolge stretti
lava e lapilli

Si fa notte
se la tenebra
ti stringe l’anima.

Silenzi
Se il silenzio
potesse figliare qualcosa
sarebbe una nuvola
più un abbandono
una tristezza
un pianto
un lutto.
---------------------------
Ti circondi
del silenzio
per sorridere…
del passero
che si bagna
nella ciotola del cane.
Del mare che
ruzzola
su e giù una bottiglia.
Del vento che
allunga
la corsa del cappello.
Della giovane
che invano
il libeccio vuol vedere
trattiene bassa la gonna.
Per inginocchiarti
davvero
sulla panca dell’anima.
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Vuoi liberarti del silenzio
quando non sopporti più
ciò che t’ha appiccicato addosso
il consueto, ineludibile oggi.
Domani vedrai, puoi farcela!
Raccatterai le tue cose e via
dietro l’angolo, spiare
se t’insegue e finalmente
tacere, che il silenzio, è d’oro.
---------------------------------
Urla, grida, parla
non chiuderti nel silenzio
non otterrai nulla
ma non riderò di te.

Nemici d’amore
Forse è questo
che ci fa nemici:
Quando nel letto
il suo pudore è vinto, cede
indifesa alle tue brame, lei
che ti si è concessa tanto
da perder governo della voglia
seppur beata dell’ebbrezza data
appena il polso tregua le concede
si ritrae, recupera lesta signoria di se
da mostrarsi insommessa assai.
Parimenti, dopo che ti sei perso
nel piacer del sesso secolei
rorido putto tra poppe e cosce
risollevi il capo oltre la di lei spalla
la miri con rinnovato piglio, interroghi
esibendo certezza, sul peso tuo profuso
e quale e quanto il suo piacer raccolse
così sia chiaro che, a tua volta
padrone eri e sei di te.

Inquieti perchè
Lo sguardo s’è nascosto
sotto le palpebre e spia
tra le ciglia socchiuse.
Il sangue pulsa e corre
su per le arterie, veloce
al viso, alle gote alla pelle
che brulica e s’arrossa.
Rimprovero il cuore
di andare così forte
il fiato farsi grosso
incalzante, rumoroso.
Perché, lucidi rai topazio
candide perle, tra labbra rosse
collo e poppe, d’alabastro
cosce e natiche di seta
lanugine pubica odorosa
inuzzolano tanta e tale
fralezza? che sogno è ?
inutilmente ansiogeno
prodromo di che, chi mi parla?
è lei ? L’inquietudine ?

Da sommo a imo
Da sommo a imo
da cima a fondo, si!
Da cima fondo
la psiche ho scorticato
per rimuovere l’etichetta d’esule
appostami negli anni
quelli verdi e poi maturi, sino a ora.
Quasi si possa avere quel che manca
non tenere quello che hai
compiacere come scopo
vivere fuori da te, per altri.
E quella e