Racconti di Santi Cardella


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Come una malattia
Una delle nostre mitiche e distensive passeggiate ci portò, una mattina dei primi di giugno, dalle parti di Mongerbino, all'estremità orientale del golfo di Palermo, amanti sempre assetati di vedere il mare e il volo dei gabbiani. Già dall'alto il nostro implacabile fratello si esibiva in una calma distesa azzurra senza apparente movimento: nessun mormorio, nessun lamento selvaggio. La scogliera, che nascondeva una minuscola spiaggetta, era molto ripida e per sua natura inaccessibile se non attraverso una lunga gradinata con numerose giravolte che avevano il pregio di mostrarci inquadrature sempre nuove e suggestive di quell'indescrivibile paesaggio di pace dominato dalla presenza del mare.
A pochi passi dall'acqua però l'opera umana s'arrestava e lasciava i visitatori meno temerari nella perplessità di non poter raggiungere la sospirata e minuscola spiaggetta. Non volevamo arrenderci ma neanche rischiare di ferirci; e dunque qual era la via per toccare, per immergerci in quell'oasi di pace e d'infinito che avevamo davanti? Sì, il mare ci chiamava; aveva letto nei nostri occhi il desiderio che ci animava e spiegava tutto il suo fascino ora accarezzando lieve gli scogli ai nostri piedi, ora lambendo con una brevissima corsa l'inaccessibile spiaggetta. Finalmente, tornando indietro, trovammo un varco: uno scoglio a mezz'altezza tra noi e l'acqua che permetteva di raggiungere con due salti il sospirato luogo del nostro appuntamento col mare. Così facemmo, ci scambiammo un bacio per il successo conseguito e, collocando più in alto scarpe, pantaloni e magliette, ci disponemmo alla nostra comunione con l'acqua.
Il contatto ci diede il primo brivido; l'acqua, più fredda che fresca in quella mattina di primavera inoltrata, ci imponeva la sua temperatura, la sua diversità, le sue regole. Ma non ci scoraggiava, anzi; chiedeva solo un graduale lento contatto, quasi una consapevole preghiera prima di accoglierci nella sua anima; ci indicava che eravamo nel regno suo e di quei gabbiani che volavano poco lontano e invitava i nostri sensi ad adattarsi.
Lentamente, passo dopo passo, cominciammo a digradare sul fondo pietroso tenendoci per mano, attenti alle insidie dei sassi coperti da alghe e da madrepore, prendendoci un giocoso tempo per l'adattamento termico dei nostri corpi al nuovo ambiente, lasciandoci inebriare dalla magia dei liberi voli che si svolgevano intorno, dal profumo e dai colori cangianti del liquido che gradualmente ci avvolgeva.
Quando non toccammo più il fondo cominciò la nostra comunione; il mare si lasciava abbracciare, ci concedeva il privilegio d'essere suoi graditi ospiti, ci sorreggeva permettendoci di respirare e sorridere, mostrava la serenità e lo splendore della sua superficie senza confini a confronto con quella terrestre che ci eravamo lasciati alle spalle, irta di difficoltà e di preoccupazioni. Mormorai una parola, guardando negli occhi la mia silente compagna: "liberi…", e sentii nel suo lungo abbraccio l'estasi d'esistere in quello spazio, in quel mezzo e in quella limitata eternità. Liberi, liberi come i gabbiani, ora distesi sul lenzuolo azzurro del mare, ora sprofondati in esso fino al mento, percorremmo, in volo capovolto, tutte le strade luminose del cielo per un periodo di tempo che non so calcolare.
Decidemmo alfine di tornare al nostro approdo e alla nostra accidentata terra, riemergendo lentamente ed esponendoci nuovamente all'aria e al sole, dirigendoci in cauta ed ordinata fila verso il nostro minuscolo lembo di riva, io avanti, lei dietro.
Sulla spiaggetta ebbi la prima curiosa sorpresa: si notavano ancora le mie orme, provenienti da un punto prossimo allo scoglio più elevato ove avevamo appoggiato i vestiti fino alla battigia, ma non quelle della mia compagna. Rivolsi a lei che mi seguiva una spiritosa osservazione sul suo peso che non lasciava traccia ma, giunto allo scoglio, ebbi la seconda inquietante sorpresa: erano spariti i vestiti e le scarpe di lei. Cominciando a maledire l'ignoto ladro e frugando con lo sguardo su per la ripida gradinata che dovevamo percorrere, constatai che non c'era anima viva. Infine mi volsi desolato verso la mia compagna: ma, in piena luce, anche lei era scomparsa.
Un capogiro, un improvviso mancamento, le gambe e le braccia molli mi convinsero a sedermi. Scrutai per un tempo imprecisabile tutta la superficie visibile del mare, anche la parte che lei non avrebbe potuto raggiungere e constatai, in un silenzio irreale, d'essere assolutamente solo. Poi mi alzai e come una bestia ferita ripercorsi il tratto d'acqua che ci aveva battezzato e purificato; di lei nessuna traccia. Per colmo, avevo nel cuore e nella mente la sua indimenticabile figura ma, nello stato penoso in cui mi trovavo, non ricordavo più neanche il suo nome.
In quell'apparente delirio arrivai perfino a dubitare d'esistere e guardai prima verso il sole che proiettava regolarmente la mia ombra, poi nuovamente e lungamente la tavola immota del mare, nell'inconfessata speranza che loro, talismani del Creato, si facessero veicoli della mia disperazione. Ma estranei al mio dolore splendevano nella loro immensa solitudine e, come testimoni reticenti, portavano il mio sguardo verso l'impervia lunga scala che avrei dovuto risalire per tornare con la mia ombra, volendo, ai luoghi della mia ordinaria follia; e il suo ricordo appeso alla mia mente, come una malattia senza rimedio.

Palermo 16/08/2015

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