Racconti di Marcello Chinca


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Mumbay
Terra, quanto ho guastato
forse rinascerà d'incanto,
se i tuoi gangli di vita
che ogni cuore alimenta
mai tu l'avrai spenti,
né mano l'avrà violati.

Primo capitolo
Al sibilo della pressurizzazione si mischia il rombo remoto dei motori. La Macchina da Presa avanza verso la coda dell'aeromobile, riprende le sagome dei passeggeri mentre dormono, dritti o di fianco sulle poltrone abbassate. Un’unica poltrona è appena illuminata.
Piano ravvicinato di Giorgio, seduto accanto al finestrino. Tiene il note-book sulle ginocchia, le dita si muovono sulla tastiera. Battere dei tasti. Dettagli su schermo e alternativamente sul volto in ombra di Giorgio.
‘Non mi sono reso conto del recinto dentro cui sono stato rinchiuso. Una risacca difficile da rimontare.
Ero così solo! Quando ho capito non potevo altro che fuggire. Ora a poche ore da Mumbay, mi scopro però come paralizzato dalla paura’
P.R. del viso di Giorgio rischiarato dai riflessi dello schermo. P.R. dello schermo col riflesso del volto.
‘A Sergio avevo sottoposto un mio testo poco prima che lui si fosse tolto la vita. Lui tracciò dello scritto un quadro ed una diagnosi psicologica del suo autore che mi ferirono in realtà.
Sergio mi restituì un’immagine quantomeno disturbata, disse che ero un martirizzato dalla caduta degli ideali politici che avevano acceso gli anni sessanta e settanta. Gli altri si erano rimessi al passo, io no. Io non mi sarei ancora piegato, cosa che poteva comportare anche la mia disgrazia, disse proprio disgrazia che poi definì marginalizzazione in un mondo di alieni.
Aggiunse che il testo era notevole, ben scritto, ma leggerlo quel testo era stato per lui un vero shock. Sì, disse proprio così: Il tuo testo è stato uno shock proprio per quanto m'ha rilevato di te.
Per qualche ragione avvertii quella confessione quasi fosse un ammonimento: cioè che sulla via della scrittura mi sarei perduto, cosa che avrebbe confermato le pretese premonizioni di mio padre a proposito della mia esistenza di 'poeta'..
In fondo credo che me la sia presa per quel suo commento. Anche se nel frattempo Sergio si è impiccato e mio padre si è forse dovuto ricredere.

Il sistema mi pare sia al collasso.
Che il barbuto l’avesse preconizzato,
no, certo non è per ricordarlo ora.
Col buon senso però si cancella
ogni iscrizione, poi l’evidenza che sia
stato anche detto, così un sistema
si regge, mente sullo sproposito:
l’idea, che pervade il singolo
come ogni ambito collettivo,
che sia unicamente da appagare l’Io,
fa sparire la meta più abbordabile
d’ogni Utopia, una soluzione
tra gli uomini non più dilazionabile.

Capitolo secondo
Abbandonò la carreggiata e fermò la moto alla piazzola di sosta. Scese. Sfilò guanti e casco posandoli sulla sella. Col Golden Virginia si arrotolò una sigaretta, l’accese e s’accucciò sui talloni appurando che il motore non perdesse olio.
Camminò verso il bordo della piazzola, oltrepassò la siepe di ligustro e proseguì oltre la schiera dei pini piantati ciascuno con tre pali d’acero a rinforzo. Contro il tronco di un pino secolare, fuori della vista della strada, finalmente pisciò. Pisciò così a lungo che gli sgattaiolò dal tronco uno scoiattolo che poi a distanza prese a guardarlo incuriosito.
Ritornò alla piazzola, scrutando il cielo.
Da dove era venuto si stava oscurando, da Ovest insisteva un blu privo di nubi, un orizzonte di nastri sovrapposti violetto, magenta, arancione.
Proseguì in moto per tutta la notte, sostando per prendersi un caffè alle stazioni che fossero aperte.
Alle tre del mattino oltrepassò Mentone. Imboccò l’autostrada. Deviò per la strada costiera all’uscita del casello di Cannes. Lasciandosi alle spalle la cittadella di Frejus giunse al primo tratto della Corniche des Maures.
Superò Sainte-Maxime e Saint-Tropez e cominciò a salire, diretto verso Ramatuelle. Da lì sarebbe disceso verso Cassis, quindi Marsiglia.
Senza fretta, inebriato dalla salsedine e dai profumi di Maquis e d’eucalipto, affrontò i saliscendi a visiera sollevata. Quando scorse un cartello con il logo della spiaggia vi parcheggiò davanti. Assicurò il sottogola del casco all’anello sotto la sella. Recuperò dalle borse laterali uno zainetto che si poggiò tra le spalle. Lungo il sentiero si fece luce con una torcia frontale da minatore.
Vide che stava schiarendo, nonostante il fitto sottobosco ricoprisse il sentiero. Il sentiero discese nella scarpata dove la vegetazione si diradò di colpo.
Dal nido ricavato dentro un’agave, un falco pellegrino s’alzò in un volo crepitante ed astioso.
Lo vide sparire nel buio. Capì però di aver sbagliato direzione e discese la scarpata dalla parte opposta.
Raggiunse la spiaggia, quando il sole proruppe dalla sommità dell’anfiteatro di roccia. Dal basso, dalla spiaggia rombava l’eco della risacca contro le pareti a strapiombo.
Una volta arrivato, si spogliò e s’infilò dentro una muta sottile. S’accucciò su uno sperone di roccia in prossimità dell’acqua. Pulì accuratamente la maschera, sputando sopra la visiera un paio di volte e sfregandola con i polpastrelli nell’acqua. La indossò rovesciata sulla fronte per farla asciugare ed entrò in acqua.
Con i piedi nell’acqua vide il sole splendere con più incidenza ora dalla cresta.
Contemplò la distesa marina perfettamente piatta ma ancora oscura, la vide progressivamente schiarirsi ma senza uniformità, come se un mucchio di braci vi fosse stato gettato alla rinfusa.
Un rondone solitario sorvolò silenzioso il cielo di oscuro violetto.
Si aggiustò la maschera e s’immerse sino alla cintola, quindi sino al collo, lasciandosi infine sommergere.
Riemerse distendendosi e battendo i piedi. L’una e poi l’altra le bracciate si susseguirono lente e precise quasi fosse un metronomo.
Seguiva una rotta in diagonale verso il largo, quindi cambiava lato. Dopo un po' non riuscì più a scorgere la costa. Si riposò supino galleggiando contro il sole. Si riavviò in stile dorso, lento e poderoso in una scia che brillava di vapori in superficie.
Al ritorno si spogliò la muta, s'asciugò e si pulì del sale, infilò dei bermuda ed una maglia di cotone. S'adagiò sulla sabbia e senza averlo previsto s'addormentò.
Sognò i vicoli di Mumbay, la grotta dove aveva osato baciare Najma, poi di Sergio sul letto d'ospedale, che diceva di voler morire, che il cancro alla prostata è implacabile, un soffrire senza fine.

Fuori è dal coraggio
la sola sopportazione.
Nel dolore vive in stenti,
non lo lasci sopprimersi?
Se lo volesse, tu discordi?
Ma sarai mica sadico?

Quando lo risvegliò un canto di rondini farneticanti, si scoprì fragile di tutte le rassicurazioni che elucubrò durante il sogno.
Pensò: scoprirsi in sogno un osservatore più attento aveva offerto l'alternativa di poter cambiare davvero corso e direzione del passato, per manipolarlo al meglio, convincersi che era stato quasi alla portata un futuro meno disperato.

L’AtharvaVeda m'immunizza al veleno,
storna da me la freccia di Parvati.
Solo Kali la nera mi insegue a passi
di danza per risaie immense d'acque.
Atavici più d’ogni promessa bramano
i suoi denti d’oro famelici amplessi.
Ridde di braccia sobillano tessono
in un volo trepido di commozioni.
Risuonò sino al cielo un respiro
d'aquila per l'Egeo rosso disabitato.
Ecco, quanto devo dire e solo ora,
nello stilema di un canto augurale,
pare suggellare, dono della grazia
ai cuori feriti, così dolce travaglio.

Capitolo terzo
Dal finestrino dell'aereo Giorgio sta guardando l’alba. Indossa cuffie altoparlanti. Ascolta Naima di Coltrane.
L’hostess gli porta il caffè. Ancora immagini dall’oblò. Da un cumulo di nubi fosforescenti, il sole irrora di rosso-arancione la vastità dell’oceano. Visione della linea della costa spoglia, dell’entroterra arso e rossiccio, quindi di una mandria che pascola vicino al fiume melmoso, con intorno nugoli di casupole accecate dal sole. Caseggiati bianchi ed ocra, grattaceli, il porto, le zone più degradate vicino le piste dell'aeroporto.
La Porta dell'India è un simbolo voluto dagli Inglesi per indicare che il luogo è stato dalla metà del 1500 il principale approdo d'ogni nave militare o commerciale, prima portoghese, poi inglese, che si è avvicendata nel continente indiano.
Ai lati o sotto gli archi neoclassici vi stazionano, a qualsiasi ora del giorno, mendicanti e storpi, incantatori di cobra, giocolieri, ammaestratori di scimmie, spacciatori di Bhang (la marijuana indiana) o di sigarette e Biri, ma anche confezionatori di Paan, una pasta di noce di Betel avvolta in foglia con datteri, cocco, spezie, a volte con aggiunta di oppio, che quasi l'intera popolazione indigena mastica tutto il giorno. Il Centro si diparte dal mare, dal Tardeo e da Colaba, da Victoria Terminus, da Flora Fountain e dal Taj Mahal, l'enorme albergo con la torre, a due passi dalla Porta dell'India. Fuori verso l'entroterra si estende il ludibrio degli slums che Giorgio provvederà a scoprire in tassì i giorni seguenti.
Nel quartiere si avvicendano in ogni vicolo banchetti su ruote, ciascuno festante di musica, traboccante di gadget, statuette indù, santini, icone di Shiva, Parvati, Ganesh e Teresa di Calcutta. Per ogni dove è un pullulare di chioschi di frutta secca, ristori fumiganti dove servono riso con Korma (carne marinata nello yogurt) oppure Puri (un soufflé), e lo Chapati che è una crepe assai popolare di acqua e farina. In questi chioschi Giorgio si ferma volentieri in tutte le ore del giorno per mangiarvi qualcosa assieme ad una birra, ma la sera non ha dubbi: si dirige quasi sempre al Bukhara dove l'immancabile crema piccante di legumi che chiamano Dal lo delizia al punto da ordinarne il bis, assieme al secondo che è in genere pollo Tandoori e riso Patna al Curry.
Al Crawford Market puoi trovare contraffazioni di ogni genere, Lacoste Cartier, Armani, ma anche spezie,stoffe,biciclette,tappeti,valigie, pezzi di ricambio, mobilio, orologi, oro ed argento. E' qui che il fondatore di Tata ha fatto la sua fortuna. Tutto quanto immagini qui lo trovi, compresi passaporti falsi, armi, dollari di contrabbando, ma anche Charras del Kashmir, Nero e Brown Sugar dall'Afghanistan,.
Per due mattine Giorgio s'aggirò per il Crawford Market, maneggiando monili e scatole d'argento, scrigni di marmo intarsiati di semi preziosi. Ogni commerciante ha un comportamento fiducioso col cliente, solerte vi invita a sedervi all'aria condizionata, v'offre acqua, te, una bibita e tutto il tempo e la simpatia di cui è capace. Potreste non comprargli nulla e godervi una bibita nel suo negozio ogni volta che passate, soltanto per un po' di conversazione.
Giorgio si concentrò su un kashmiro di nome Ravi che gestiva una gioielleria. Da lui comprò un porta tabacco d'argento, col coperchio a forma di rosa a bassorilievo.
Molti dei commercianti che incontrava erano Parsi. I Parsi sono di stirpe iranica, adepti di Zoroastro migrati in India da secoli, mercanti scrupolosi ed inappuntabili con le loro barbe curate, le marsine abbottonate e le mani levigate dal sapone. Vivono in prevalenza nei quartieri di Nana Chowk e del Tardeo.
Sono i Parsi a lasciare esposti i cari estinti nelle terrazze delle Torri del Silenzio perché gli avvoltoi li divorino sino a lasciarne le ossa.
Ciò spiega, come deduceva Manganelli, la ragione della presenza di molti avvoltoi in città. Accanto ad avvoltoi, merli, corvi, cornacchie, colombi, altre specie dimoranti sulle strade e nelle piazze insieme agli uomini sono nell'ordine vacche, buoi da traino, cani e gatti randagi, babbuini e serpenti dentro ed intorno ai parchi.
Lungo le strade può pascolarvi tranquillamente anche un elefante e nessuno si lamenta, il tassì si mette alla sua coda finché non gli ha permesso di passare. Le vacche si aggirano con aria annoiata e così magre che l'intero costato è in rilievo sulla pelle ammosciata.
Essere nella folla vorticosa al Crafword Market significa far caso di continuo a questa presenza di animali nel mezzo del fluire di quella che pare una migrazione diurna incessante di uomini giorno dopo giorno, una presenza quella degli animali placidamente accettata da tutti.
Non si fa caso all'odore che in qualsiasi parte del mondo sarebbe nauseabondo. Afrori di gas di scarico, di urina, sudore, sterco di vacca, di fogne all'aperto si mischiano ai profumi di curcuma e curry emananti da stufe a legna o a Karosene, stufe estemporanee sulle soglie su cui gli indiani cucinano ad ogni ora del giorno, assordati dal traffico e dalla musica pop che ogni radio distilla sulla strada da ogni antro ed angolo.
A pranzo si recava anche da Leopold, il più intrigante bar e ristorante di Mumbay. Occupava due piani, al primo funzionava un bar con aria condizionata, al piano terra la grande sala rettangolare era invece sormontata da ventilatori e lampadari, circondata da una linea di specchi lungo le pareti dipinte il cui rimando permetteva di osservare in ogni angolo del locale.
Le squillo locali erano di sopra assieme ad affaristi indiani o arabi, Manager e professionisti, Goonda e contrabbandieri, che qui svolgevano le loro transazioni ed ogni affare legale o illegale. Al piano terra erano invece ammesse anche le occidentali. Il tutto però nella massima discrezione. Se ne vedevano la sera alcune pienamente a loro agio tra indiani inseriti o figli di papà studenti universitari.
Una sera vi andò senza uno scopo preciso se non quello di mangiarsi una macedonia di Papaya e Mango e bersi una birra. Fu allora che la vide per la prima volta, Najma in compagnia di un uomo in giacca e cravatta col quale conversava fluentemente in francese.
Ma gli bastò guardarla, per capire che quella donna l'aveva come turbato, subito. E dire che si definiva assai poco sentimentale.

Capitolo quarto
Alle spalle del lungomare di Chowpatty, dove Giorgio andava a nuotare di primo mattino, si estende un quartiere di case fatiscenti ad un piano, al massimo due.
Sulle soglie derelitte stanno file interminabili di donne, alcune dietro i graticci delle finestre, segregate in ombra. Tutto il quartiere è uno sterminato bordello.
E' un crogiolo di razze dal nord al sud dell'India, ma anche di etnia nepalese, bengalese, cinese e cingalese. Nel giro programmato il tassista comprende anche questa perlustrazione pomeridiana, apparentemente neutrale, anonimi dai finestrini dell'abitacolo, quasi fossero degli oblò invisibili dentro una palude di calore e polvere ocra. Qui non vi sono le masse brulicanti del Crawford Market, ma in ogni strada e vicolo si riconosce tra la folla il ruffiano che s'ammalia il sorriso incontro al cliente bramoso.
In uno di questi vicoli già intasati, il tassì si è imbrigliato in una processione di adepti di Shiva, seguita da tamburi, cembali, flauti e trombe. Li sopravanza in trionfo un lingam monumentale ed una statua di gesso colorata di Shiva.
Poco più in là si contratta la tariffa della prostituta che finge un sorriso coi denti guasti, gli zigomi aguzzati sulla pelle lasca e bruciata, i capelli secchi di Hennè che ricadono su un espressione da scampata, gli occhi cerchiati di Mascara che non nascondono che si è oltre la rassegnazione, e magari questa donna, dalle mani e dai piedi impressi d'arabeschi, ricolma di monili senza valore, questa donna non ha che venti anni. Paiono queste meretrici proletarie già vecchie, logore di un rito che condanna a perdere tutto ciò che amano, indotte una vita ad eseguire unicamente quanto le si richiede pacificamente o con la minaccia. La processione gli passa accanto al finestrino. Giorgio si chiede come sia possibile che sacro e profano siano così adiacenti.
Il tassista spiega che a Dongri esiste anche un mercato di schiavi bambini. Superstiti di cicloni, epidemie, carestie, sommosse autonomiste o scontri religiosi, dal Bengala, dall'Haryana o dal Rajasthan, dall'Orissa o dal Punjab, ecco chi sono questi bambini.
Sono bambini e bambine vendute dagli stessi genitori distrutti dalla sciagura. Bambini in vendita per servire nelle case dei ricchi o dei Goonda o per essere avviati alla prostituzione o ad una carriera di fantino negli Emirati Arabi. Utilizzati come merce nel traffico delle adozioni illegali o peggio in quello degli organi.
Giorgio nota alcuni turisti australiani sul marciapiede, inseguiti dal mediatore blaterante, un altro fissa la scena con occhi annebbiati mentre mastica il Paan, sputacchiando ad intervalli per terra una poltiglia rossastra.
Da alcuni palazzi, dietro i graticciati, promanano sguardi adolescenti, il tassista spiega che alcune non hanno nemmeno sette anni.
Giorgio s'accorge che il tassista lo sta spiando dallo specchietto retrovisore. Il tassista butta lì la frase che tra i clienti vi sono anche italiani. Giorgio non può reprimere un moto di rabbia e di vergogna insieme. Gli viene in mente chissà come l'apostolo Giovanni dell'Apocalisse: 'Il debito dell'iniquità è pagato all'iniquità'.
Sono tutti e tre seduti in una sala tinteggiata in calce bianca, sono nel quartiere mussulmano di Dongri. La sala è scevra da decorazioni a parte due tappeti di Isfahan sul pavimento lastricato in pietra del Maharashtra.

Capitolo Quinto
E' l'inizio di aprile e solo tra un mese inizierà la stagione monsonica ma, nonostante ciò, la città è stata investita da un nubifragio. Le strade si sono di colpo allagate, traffico nella paralisi, i facchini sbraitavano in un'afa irrespirabile nel frastuono incessante dei clacson e dei campanelli impazziti.
Da qui il caos giunge remoto. Nel salotto gorgogliano da una roccia di basalto al centro della vasca in travertino, decine di rivoli d’acqua confluenti in un bacino a perimetro. Due canalette scavate dentro il pavimento fanno defluire l’acqua verso una cisterna a forma di cubo e ricoperta di rame, sormontata da un paio di palme e da un albero di Ginkgo.
Due balaustre affacciano sul panorama dei tetti e delle cupole della Moschea di marmo di Nabila, in una visione remota e mossa tra i vapori dell'umidità e la pioggia battente. Tre poltrone basse circondano un tavolo con intarsi in stile Moghul e con sopra un cesto di frutta di stagione.
Un ragazzo in livrea rosso antico poggia sul tavolo una scodella di riso fritto speziato con Chili, un vassoio di arachidi, pistacchi, noci e mandorle, un altro di frutta secca e candidi.
Il ragazzo riempie le tazze di tè nero ed offre a ciascuno dei tre commensali un piattino con alcuni cubetti di zucchero.
Sentore di voci. Si va verso la sala pranzo. Carrellata sui vari commensali hindi, marathi, kashmiri o del Punjab.
Il tavolo è imbandito d’ogni portata tradizionale. P.P. di Beloi che sta recitando una poesia. Accanto a lui Giorgio. Commensali applaudono.
Tra le donne che servono a tavola c’è anche una ragazza, è figlia di Beloj e di una francese, così almeno gli precisa Ravi.
Beloj presenta Najma a Giorgio.
Giorgio (alzandosi e stringendole la mano) ‘My name is Giorgio, I'm Delighted to meet You’
Beloj e Ravi ridono.
Lei sorride un po’ impacciata.
La sera Najma servì con le altre donne ogni portata. Non le si poteva non riconoscere subito un’impressione di limpidezza e di lealtà.
A volte Giorgio la scopriva in ascolto di quanto lui stesse dicendo mentre mangiavano, lei un po’ in disparte, dietro la figura del padre.
Piano intero della figura di Najma seduta, in sari blu-nero, collana d’ambra intorno al collo flessuoso e chiaro. Dettaglio degli occhi verdi, lucidi quasi commossi che cela, tiene bassi in un pudore che rende il totale della persona del tutto congeniale.
Giorgio le nota questa ritrosia e per un po’, con discreta invadenza, senza farsi notare, le rivolge il suo sguardo, le sorride ad intermittenza. All'ennesimo tentativo, la induce infine a sorridere con una grazia incantevole.
Lei sparecchia la cena e Giorgio la raggiunge nella cucina.
Giorgio
‘Well..’
Najma si volta, Giorgio la guarda negli occhi con un senso d’ammirazione. La donna prosegue a sistemare la cucina.
Najma prepara un tè verde per loro due.
Si siedono ad angolo intorno al tavolo in cucina. Bevono il tè in silenzio. Il padre alticcio viene poco dopo, bacia Najma sulla fronte e prende congedo.
Dopo un po' Giorgio riprende a guardarla mentre fuma una sigaretta.
Giorgio
‘Pensi che sono pazzo?’
Najma lo guarda interdetta.
Senza averlo predeterminato lui le raggiunge la mano, stringendola nella sua. La mano di lei è aperta, offre tutto ciò che ha. Lui è nel tripudio, la gola gli arde. Si guardano in volto in silenzio.
Ritrovai sui passi
la volontà
come puro impulso
ed intuizione
d’ogni mia vera attitudine.

Capita di contenersi
per quanto si è felici
se ritrovarci reali
fosse bestemmiare,
come se Dio esistesse.
Il padre di ritorno dice di aver dimenticato il cachet per lo stomaco, prende il cachet coll'acqua. Prima di sparire stringe la mano a Giorgio, dicendogli e rollando i capo in segno d'intesa:‘She is great, yaar?’
Giorgio lo pensa davvero che è grande. ‘I can’t believe my fortune, Sir’
Najma e Beloj ridono della sua risposta. Lui è arrossito. Lei gli sorride gradevolmente complice.

Dolce rovina l’amarti
ogni indugiare
quando mi riguardi,
prodiga di misericordie
talmente soavi.

Capitolo sesto
Una domenica Najma lo condusse alla Moschea di Hajji Alì, situata su appena un lembo di roccia, unito alla terraferma da un camminamento che l'alta marea sommergerà regolarmente ogni notte. Entrambi si fanno cingere con ghirlande di gelsomino, cambiano qualche rupia in monete, quindi s'avviano per il sentiero.
Giorgio non l'aveva previsto: lungo tutto il sentiero, sui suoi due lati, si stagliano allineati i disperati della terra: lebbrosi, storpi, mutilati, paralitici, deformi, ma anche fachiri e Sadhu. Chi in piedi chi accovacciato, scorrevano in silenzio davanti ai loro occhi, l'uno dopo l'altro, con espressioni ferme e dignitose, senza azzardare alcuna richiesta. A ciascuno entrambi offrivano uno spicciolo, per poi passare al prossimo. Ciascuno ringraziava congiungendo le mani, oppure recitando un breve mantra, o colmandovi di uno sguardo caldo e vivo che raggelava. Progressivamente sfilarono al lato di quei derelitti senza più fermarsi. Ansiosi solo di raggiungere l'isola.
A metà del percorso si fermarono, ci fu un istante di panico, Najma vide che lui aveva pianto, subito deviò lo sguardo verso l'orizzonte. Per un po' se ne stettero così, senza dire nulla, lui che a stento tratteneva i singhiozzi. Najma lo riguardò, attese che si ricomponesse per fissarla, allora gli propose se volesse tornare, Giorgio replicò che no, dovevano giungere alla Moschea.
Dabbasso un Sikh dalle braccia e spalle vigorose li stava osservando, con un espressione fiera e marcata nell'insieme curatissimo della barba, recando di sé unicamente il tronco eretto dal selciato. Giorgio ricambiò con lui un sorriso di consapevolezza e di fraternità di cui si stupì. L'altro non smise di fissarlo, pienamente conscio del suo stato d'animo. Giorgio gli mise sul piatto una banconota intera. Lui si chinò con la testa, socchiudendo per un istante gli occhi risaltati dal Kajal.

Miscellanea di parole
che oltre a levigare
l’ossidiana sino
a rifrangerne il cielo,
mi hanno ridotto
quasi naufrago
nell’intra mondano.

Quando giunsero alla Moschea, questa era deserta, livida del tramonto incipiente, nel sentore languido delle onde e dei richiami di corvi e gabbiani.
Dal muraglione aleggiò sui loro volti una brezza sfratta di salsedine. Gettarono in acqua le ghirlande. Le videro fluttuare e disfarsi sulle onde assieme ad altre bianche, arancioni e rosse. Seguirono il sole sparire nell'Oceano Arabico, ancora senza dirsi nulla.

La cosmogonia che trattiene madre terra
dal disastro governa a volte gli uomini
inconsapevoli e senza che si sappia,
come già Spinosa disputerà che no,
non c’è scelta né libero arbitrio
nel disegno intatto del Creato,
né futuro è concepibile vero,
perché non può darsi vero
sub specie aeternitatis
alcun senso all’uomo

Capitolo settimo
Najma è in attesa lungo la banchina assieme ad un giovane dinoccolato, capelli neri e radi, che tiene una borsa medica nella mano.
'Najma'
“Welcome Giorgio!”
Najma gli appunta un sorriso sincero ma di fraterna equidistanza.
‘I’m happy to see You!’
Bacia sulla guancia Najma e tende la mano al giovane.
Najma gli presenta Laj, suo fratello.
'Nice to meet you.'
Giorgio lo scruta negli occhi mentre gli stringe la mano. C'è una somiglianza che s'esprime negli occhi, ma per il resto si stenta e credere che siano fratelli.
Giorgio e Najma ridono per scaricare la tensione. Laj rimane impassibile, esponendosi ad un mezzo sorriso. Il terzetto fa il percorso sino all’atrio neoclassico della stazione.
Najma deve comprare una scheda telefonica e per il tempo che è via i due uomini rimangono in silenzio al centro esatto dell’atrio. Panoramica dell’atrio di vetro irrorato dai raggi, poi sulla folla vorticante nella luce bulimica del mattino.
Laj gli sta accennando al suo prossimo viaggio negli Stati Uniti per un Master in Endocrinologia.
Laj è alto, ben piazzato, con un forte pronunciamento delle tempie e nella curvatura degli zigomi, l’effetto degli occhi chiari ne risulta notevole nel complesso del cranio quasi da uccello.
Giorgio lo esamina mentre costui s’accende una sigaretta. Ne calibra i gesti senza farsi notare da lui.
‘Scoprì che mancava pochissimo perché Laj potesse apparire sgraziato, ma, notandolo meglio, dovette riconoscere che tutto in lui era attraente. Una sorte d’armoniosa mansuetudine affiorava in tutta la sua fisionomica e nel fine portamento.
Vedendolo poco prima nella sua andatura strascicata, dinoccolato e con le braccia troppo lunghe, si aveva, quasi meccanicamente, un’impressione d’ingenuità.
E’ un pregiudizio, chiaro! Un pregiudizio che non vogliamo ammettere, un pregiudizio che, pur generico, rimane attuale e all’occasione pur sempre efficace come arma!
Con Laj si aveva subito un’impressione di favore, tuttavia rimaneva ancora quest’impronta iniziale, condita col sale, davanti al rilievo oggettivo di un carattere forse troppo delicato, quasi femmineo, così tipico qui in India in molti uomini.
Perché il pregiudizio è precedente allo stesso giudizio, cioè, è in una condizione di priorità rispetto alla valutazione veramente comparativa. Non tutto è stabilito tramite i filtri del ragionamento logico e concludente: il pregiudizio è l’essenza animale più micidiale che esista!’
Quando Najma fu di ritorno, fanno la strada, tutti e tre, fino al piazzale antistante. Alla stazione dei taxi Laj annunciò che sarebbe passato all’Università, stringe la mano a Giorgio, bacia Najma e si dirige verso il taxi appena sopraggiunto. Con la mano fuori dal finestrino li saluta di nuovo.
Loro due prendono il taxi successivo. Giorgio sistema lo zaino nel portabagagli, prende posto nel tassì accanto a lei, Il tassista Sikh li guarda con indulgenza dallo specchietto retrovisore mentre indugiano sulla destinazione.
All’imbarcadero dovettero aspettare, infine presero posto sulla plancia del traghetto che li avrebbe trasportati.

Capitolo ottavo
Al molo di sbarco furono colpiti dalla frescura, dal profumo della foresta. Strida di babbuini, richiami di corvi e cornacchie, uno stuolo di passeri frenetici, tutto strepitava sopra le loro teste.
Separati dagli altri visitatori, per lo più maschi americani e tedeschi dall’aria tecnocratica, percorsero a piedi la breve distanza che li separava dall’ingresso della grotta votiva.
Elephanta è un insieme di gallerie semicircolari in cui si aprono scavati nella roccia enormi rilievi di Ganesh, il dio elefante, figlio di Shiva e Parvati.
All’interno alcune fiaccole illuminavano gli ambienti più suggestivi, lasciando al buio tutto il resto.
Rasentarono coi piedi diverse pozze d’acqua. Inoltrandosi i passi divennero incostanti sui sassi sdrucciolevoli e per l’attenuarsi della luce alle loro spalle.
Pareva che l’oscurità li stesse inghiottendo. Un senso di smarrimento percorse le loro schiene come un brivido, senza che potessero dirsi più niente! Un nibbio li fece atterrire in una paralisi asfittica quando questo frullò le sue ali e volò via strillando.
Giorgio si accese una sigaretta e uno stuolo di pipistrelli passò sopra loro, frusciando contro il soffitto. Tutto allora sembrò allearsi per turbarli.
“Hai paura?” la sua voce aveva un eco
“No!” rispose lei incerta, sottovoce.
Fu allora che Giorgio la strinse a sé, nell’angusto passaggio ad angolo della galleria, cercò la sua bocca nell’oscurità e trovandola scoprì che ella stava piangendo.
Lei lo riabbracciò a sua volta singhiozzante e replicando ai suoi baci come poteva, fosse solo per non deluderlo.
“Fammi uscire da qua! “ lo scongiurò ad un tratto.
Fecero la strada indietro, ansimando per la fretta di uscire alla luce del giorno.
Tuttavia s'affacciarono in una sala che non avevano ancora visto: Ganesh da sopra la proboscide e le molteplici mani li osservò allora dai suoi occhi salienti di una cupa insolenza e di tedio, maestoso e vendicativo quel volto sotto la volta incombente
Giorgio non era riuscito a chiederle la ragione del suo pianto di prima ed ora alla luce delle fiaccole le verificò il volto congestionato.
“Mi sono innamorato di te!” glielo disse con l’intenzione di fugare qualsiasi ombra e mettere in chiaro tutto.
“Anche io!” ribatte lei in procinto nuovamente di piangere.
“Il sole sarà come una vecchia moneta di ruggine. Pulitela. Brillerà nella mite luce dell’oblio. Tendetele la mano, tendete a quel sole la mano poiché il sole così rimarrà seminato nella notte!”
Giorgio le aveva recitato ineccepibile dei versi dello spagnolo Valente, versi letti per caso nella metro di Madrid, e facendolo avvertì come la recitazione fosse scandita quasi istintivamente, come se una forza la guidasse, come se un tasto profondo si fosse solo adesso ridesto.
Najma s'avvinghiò a lui come se lui avesse voluto sciogliersi da lei. Fu questo gesto categorico a frastornare Giorgio in una commozione incontenibile, suprema da farlo addirittura tremare dentro il loro abbraccio. Da qualche antro profondo nella galleria qualcuno stava recitando un mantra vedico:
Om Srì Ganesaya Namah' e poi 'Ayam me hasto bhagavan, ayam me bhagavattarah, ayam me visvabhesajo, ayam sivabhimarsanah'.
Raggiunsero l’uscita, con la convinzione che fosse trascorsa non più di mezz'ora dal loro ingresso, e l’aria festante degli uccelli e dei babbuini li rallegrò insieme alla vista del carretto delle bibite all’ombra di un albero del pane.
Soltanto allora lei gli disse che era già pomeriggio inoltrato! Incredibile ma erano rimasti dentro una mezza giornata.
Giorgio ricorda il successivo tragitto in tassì dentro cui lui baciò nuovamente Najma. Sembrò allora ad entrambi come se una sensazione di salvezza li avesse assunti nel cerchio perfetto di un mistero! Erano come degli iniziati, restituiti alle maglie del desiderio, ma come creature libere del mondo, prigionieri semmai del solo loro ordito. A Giorgio risuonò nella mente 'Om Sri ganesaya namah' per tutto il tempo che cenarono al Bukhara. Quando glielo rilevò lei rise.
La forma della loro inquietudine, durante la cena, li aveva tenuti come ignari di quanto stava intorno accadendo, poi, quando salirono nell'appartamento di Najma, quando l’ultima torcia si spense in camera da letto, le loro forme indistinte si conciliarono in una promessa d'amore che durò fino all’alba.

Ora, nudi ci abbracciamo,
idealizzati in un candore
antico che noi commuove.
Sopraffatti in tal evento,
scopriamo un cuore dove
pensammo un fortilizio.

Dove abito è riarsi ansiti,
lumi nuziali mai intravisti
nei paraggi, ne’ figli nati
dopo l’attuali, solo stormi
in un silenzio immutabile,
dove rari vagano mietitori,
rapiti dai Dei e dai venti.
Sopiti nell’abbraccio,
li destava un sospiro
per riprendere fuoco,
per conoscersi a volte
attoniti come fossero
i loro volti due icone.
Ogni gioia, senso
vi mischi indugio
ne fa un rimedio
al proprio disagio
Abbozzato soltanto
quanto era nostro
risuona edulcorato,
già fatuo esordio
Le loro forme indistinte si conciliarono nuovamente all'ora dell'Aurora, la promessa esaudita ritornava impellente, a tratti dolce, a tratti selvaggia, come entrambi agognavano. Infine s'addormentarono.
Lentamente l’alba s'incunea con venature giallo viola sopra il giaciglio dove sono addormentati allacciati di fianco. Un fan è in funzione. Una tendina è mossa dalla brezza.
Un gioco frenetico d’uccelli è in corso nella frescura, fuori. Un battito d’ali, un cinguettare focoso. Giorgio apre gli occhi.
Dalla finestra aperta brillano i tetti ai primi raggi del sole, si distingue il canto del Muezzin. Un canto di donne dal cortile sottostante è leggiadro e melodioso.

Capitolo nove
Il conflitto dei motivi,
senza che sappia aprirsi
al Divino genera materia,
la volontà non codifica
la meta, imprecisato resta
il senso dell’adempimento.
‘Nelle quotidiane peregrinazioni con Najma alla periferia di Mumbay erano gli sguardi di bambini di appena quattro o cinque anni ad imporsi: recavano le cicatrici di una maturazione precoce e non meno cruenta dei più grandi. V’era in quegli sguardi la dimestichezza terribile con cui guardavano già alla vita come un turbine senza ordine e dal quale dovevano riuscire a sopravvivere, perché la morte è in ogni momento dietro l’angolo.
Ma a loro non importava la morte, la morte era una compagna fedele che li avrebbe presto condotti verso una rinascita migliore in cui non avrebbero subito né sete né inedia né insonnia in letti malsicuri. Dei tanti bambini poveri che videro una mattina nella rianimazione di un ospedale di pubblica assistenza, non ve n'era uno che si lamentasse, come se coscienti dell’incombenza della fine, ora sì colmi di una dignità quasi completamente mancata in vita: sapessero affrontare la morte con la saggezza del filosofo, con quegli occhi lucenti di febbre rivolti a quell’ultimo bagliore della vita, quasi che fosse rimasto solo questo prima della morte: una sensazione lieve, un soave rammarico per la terra e la luce del sole che non vedremo più!’

La morte non è annientamento
se riconosciamo che la volontà
annuncia la stessa seminatura,
raccolti di mille anni addietro.

Capitolo dieci
Il mese di agosto è mese di feste a Mumbay, c'è quella della nascita di Krisna, c'è quella del Coconut Day. C'è soprattutto che Laj si sposa e Giorgio e Najma fanno parte degli invitati di nozze.
Bolgia degli invitati, in maggioranza Hindi e Marathi dalle fisionomie docili, ma anche mussulmani, qualche commerciante Parsi di conoscenza di Beloj. C’è musica assordante nella sala, sfrenata senza soluzione di continuità.
Una parte dei suonatori procede in costumi di raso bianchi e rossi verso la pedana degli sposi, dove siede il resto della banda. Giorgio (sbarbato) e Najma sono accovacciati assieme agli sposi in un lato della pedana. Ravi saluta Giorgio.
Danzatori in sari, gialli, verdi e vermiglio, entrano in scena, al ritmo della musica. Cimbali, strumenti a fiato e tabla furoreggiano da tempo dal fondo del palco. Donne in sari scagliano polveri rossastre ed incenso e petali di rosa verso gli sposi. Strilli scomposti di giubilo delle nubili!
Dai corridoi in basso la calca s’anima, una festa sfrenata con l’immagine di Sri Krisna rialzata insegna di guerra. Uno Sadhu accovacciato in meditazione sopra al muricciolo del giardino, pare indifferente alla baraonda.
Sul cortile un cordone di poliziotti trattiene una nutrita folla di curiosi. La coppia di sposi acclamata esce dall’edificio in un tripudio di suoni, urla, applausi.

Questo potente arsenico sarà
sempre amore, credimi.
Tra volti recinti di tedio, lusinga
amarsi ancora dappertutto.
Rapiti ai propri palpiti, abbracciami
ti prego, pur se tremiamo gelati.

Capitolo undici
Il Rambagh Palace è stato residenza ufficiale del Maharaja di Japur. La costruzione in stile Moghul è bassa ed estesa, con pavimenti lastricati di mosaici geometrici, ampie sale ventilate e con piscina interna ed esterna, entrambe a piastrelle di varie tonalità blu. L'edificio è situato all'interno di un parco di 47 acri, ricolmo di tamarindi, magnolie, Bougainville, salici, palme e Lantana e di un giardino di fiori, attraversato da un sistema di canali e cascate d'acqua.
In qualche sala erano stesi tappeti persiani di Bukhara o di Ishafan. La piscina esterna, a forma d'ellisse, era circondata dalla macchia d'alberi brulicante di pappagalli e merli, che la manteneva in un’ombra trasecolante per tutto il giorno.
Al lato della piscina serviva un piccolo bar dove un cameriere preparava i drink della giornata in caraffe di vetro che poi riponeva nel frigo per la sera.
Quei quattro giorni vissuti nell’albergo insieme a lei furono un sollievo e un ristoro incommensurabili. La mattina, dopo la colazione a base di succo d'arancia, uova con bacon e caffè americano, Giorgio si gettava nella piscina per compiervi il suo allenamento, senza che vi fosse presente ancora alcuno dei suoi avventori abituali.
Giorgio nuotava per un ora, quindi si sdraiava lungo il bordo della piscina in ascolto dei versi bizzosi dei corvi accovacciati tra gli alberi.
Non si stancava di assaporare dentro di sé quell’armonia perfetta del luogo, il colore dell’acqua, il bianco del travertino, il bianco delle sedie e dei tavolini di ferro battuto, l’impareggiabile bosco intorno ricolmo di vita e di strida animali, nel silenzio gravido della calura che all’esterno di quel posto già stava per acclararsi inesorabile.
Parallelamente a questa sensazione egli provava a chiedersi quanto l’avesse cambiato Najma. In che consisteva il suo cambiamento? Non sarebbe stato facile spiegarlo: attraverso lei aveva come acquisito una capacità di vedere le cose per come erano veramente. Amava Najma ma prima o poi doveva tornare, non poteva continuare a vivere così, le sue risorse erano in esaurimento.
Più tardi compariva Najma ed insieme occupavano la loro consueta nicchia sotto un’enorme magnolia, distesi sulle sdraio dal telo multicolore, in mano un libro da leggere.
Soltanto al loro ritorno a Mumbay, Najma gli avrebbe rilevato la verità della sua insufficienza renale che era da considerarsi ormai cronica al punto che sarebbe stato necessario un vero trapianto.
Lui la accompagnò a volte nel Reparto Dialisi del Saint George Hospital, la vedeva sdraiarsi sul lettino reclinato, collegata alle terminazioni della macchina della dialisi. La scorgeva impallidire, diventare più vaga e nel proseguo delle ore più silenziosa. Quando la riaccompagnava alla macchina la doveva sostenere per l'avambraccio tanto pareva devitalizzata ed incapace di articolare un pensiero.
Infine lui dovette far rientro in Italia. Avrebbe lavorato per accumulare risparmi sufficienti per ritornare. Perché amava Mumbay, perché, nonostante la miseria e lo sporco, Mumbay è una città libera, fosse anche la libertà di accamparsi sul ciglio della strada o di morire per inedia.

Capitolo dodicesimo
L'essenziale tuttavia era questa sensazione che la città fosse scevra da ogni pregiudizio. Questa è la città delle cento etnie, degli Hindù, dei Mussulmani, e poi Buddisti, Giainisti, Cristiani. Era questo a spingerlo a tornare, ad immergersi nella sensazione di anarchia delle sue strade brulicanti di razze e specie animali, questo comunismo sotterraneo nel cuore di tutti suoi abitanti, nonostante tutte le miserie.
Si rividero a sprazzi negli anni, si scambiavano regolarmente e-mail. Lei venne una volta a Roma. Lui tornò in India soltanto sei anni dopo per compiere un viaggio sino al Bhutan, partendo dal Kashmir. Non fu fortunato di averla al suo fianco nel viaggio, visto che Najma aveva prenotato una casa a Goa nello stesso periodo con Laj e sua moglie. Considerò allora l'ipotesi di fermarsi soltanto a Srinagar e raggiungerli a Goa dopo una settimana.
In treno nel Kashmir, durante il riposo in poltrona, Giorgio aveva a volte fronteggiato l’impulso di svegliarsi come se Najma avesse ancora bisogno di lui nel Reparto Dialisi del Saint George Hospital, reparto che la vedeva assidua ospite per tre pomeriggi la settimana.
Nel dormiveglia ricordò un frammento del sogno che per il resto rimase indistinto.

Najma stava nuotando nella piscina dell’albergo in cui s’erano fermati nel loro viaggio in Rajaystan, portava una cuffia malva e la sua espressione per la prima volta non era più accigliata o in ansia per qualcosa, ma libera di sorridergli mentre lui le ripeteva “sei la mia sovrana” e con questa profonda convinzione e il sollievo che l’avrebbe sempre amata si svegliò al trillo del suo riso libero.
All’istante lo martellò lo sferragliare del treno in un denso parlottio di uomini e donne: pendolari che nel frattempo saliti, ora sedevano intorno a lui nello scompartimento.
Doveva aver parlato nel sogno perché a più riprese ciascuno dei viaggiatori lo guardò con un insieme di comprensione e curiosità appena lui diede segno di rialzarsi dalla posizione con cui s’era addormentato.
Sorrise bonariamente e domandò a quello che aveva di fronte quanto mancasse per Srinagar. Scuotendo sui due lati il suo turbante nero l’indiano gli fece intendere che sarebbe stata la prossima fermata, Srinagar! two hours much! precisò scuotendo ancora una volta la testa e sorridendogli biasimevole evidentemente per la scarsa puntualità dei treni in tutta l’India.
L’uomo biascicava ancora qualcosa tra i denti in rovina e con le mani faceva il gesto di coprirsi la testa. Indicava una donna, voleva dire che una donna era stata là! Giorgio aggrottò la fronte, si domandò quale donna intendesse .
L’altro gli ripeté ancora il gesto delle mani, quindi cambiò immagine e con le mani a rana ne indicò il gesto nell’acqua. Giorgio ne fu atterrito! L’uomo aveva visto il suo sogno!
Non sapeva se credergli anche se era inequivocabile! Infine gli appuntò il suo sguardo addosso. L’uomo scuoteva ancora la testa ma con un significato diverso, come di scusa per averlo importunato.
Quando Giorgio uscì dallo scompartimento per prendere un po’ d’aria dal finestrino sul corridoio, l’indiano di prima gli si avvicinò e si presentò in un perfetto inglese.
Il suo nome era Ahmed Singh ed era commerciante a Srinagar, vendeva preziosi e non voleva che si sapesse tra estranei: perciò non aveva parlato in inglese, non poteva dirsi operaio se poi parlava inglese! Ahmed cominciò a ridere di gusto raccontandogli il suo stratagemma.
Gli raccontò poi come alla stazione di Delhi fosse salito sul treno e l’avesse trovato lì reclinato contro il finestrino, in un sonno profondo. Vedendolo dormire aveva avuto la sua stessa idea e più tardi s'era addormentato lui stesso. Durante
questo tempo gli era apparsa in sogno la strana figura di un’occidentale dagli occhi verdi, dai capelli fluenti castani chiari.
La sognò infilarsi una cuffia in lattice, l'aveva vista poi nuotare in piscina. Tutto corrispondeva: Ahmed era riuscito in una telepatia, ciò che stava dicendo ne era la prova inconfutabile! Gli chiese di che colore fosse la cuffia e quello a rispose che la rammentava tra il lilla ed il rosa!
Ahmed non sembrava affatto turbato dalla coincidenza che li aveva portati entrambi a sognare lo stesso oggetto!
Ne parlò successivamente come di un fatto normale, abbastanza raro anche tra gli indiani ma che tutti qui consideravano normale ed effettivo. La tesi alludeva al sincretismo indiano di considerare ognuno parte di un tutto ma nella sua forma specifica e determinata. Questa tesi era presente in ognuna delle religioni presenti in India, quasi fosse un dogma inconfutabile.
Esistono persone dunque, in base a questa teoria, che nella appartenenza ad una specie determinata riscontrano ovunque nel mondo i loro veri fratelli che, pur non essendo né familiari né amici, sono in grado di leggere la mente dell’altro come costui la loro.
Ahmed Singh raccontò poi come a sedici anni suo padre l’avesse mandato a Londra a studiare la preparazione dei diamanti. Vi restò cinque anni finché il padre morì all’improvviso e lui dovette ritornare per onorare i suoi impegni in famiglia.
Sposò la fanciulla che il padre aveva scelto per lui prima di morire ed ordinò le faccende dei due negozi, uno appunto a Srinagar, l’altro a Delhi al Red Fort, da dove era salito sul treno la notte prima. La moglie gli aveva dato cinque figli ma all’ultimo morì di parto insieme al nascituro. Fu per lui una perdita dolorosa e che ancora lo gravava di un senso di rassegnazione per tutto.
Un temporale si scatenò improvviso sulla pianura dei campi di granoturco, oscurandola e rinfrescando l’aria di una umidità improvvisa e densa di vapori
Ahmed stava ridendo di gusto al cospetto di quella accelerazione frenetica che ogni temporale sembra manifestare: dal cielo, colmo di nubi grigie e violacee, ogni tanto saettava un fulmine muto, ingiallendo come in un negativo i dintorni. Minacciava con lo stridore e il tremore dei suoi tuoni ancora remoti, dietro le colline oscurate. Solo qualche mucca isolata sotto la pioggia a dirotto continuava a pascolare indifferente. 'Ecco perché le considerano sacre' gli gridava Ahmed nel fragore del treno e della pioggia mentre continuava a ridere. Quel modo così naturale di gioire, così tipico di molti indiani, lo contagiò. Era così stupefacente ridere dalla paura!
Ahmed Singh era stravagante e capriccioso, come ebbe modo di conoscerlo successivamente nella sua distinta casa in muratura di Srinagar, tra i suoi figli, alcuni già grandi, ed uno della stessa età dell’ospite.
Mentre ancora stavano in treno, col finestrino abbassato alla tempesta, lui lo aveva infine invitato nella sua casa. E non ci fu modo di non accettare né di discuterne l’opportunità.
Giorgio era nel Kashmir da cinque giorni. Quando non riuscì più a mettersi in comunicazione con Najma, telefonò a Beloi. Beloi gli rilevò che Najma era stata trasferita da Goa a Mumbay e quindi in Francia, a casa della madre, Najma aveva avuto una crisi e dopo le prime cure a Goa, la madre l'ha convinta a ricoverarsi a Marsiglia.
No, Beloj non sapeva quanto vi sarebbe rimasta, Najma aveva bisogno di un rene, una situazione delicata, spiegò. Due giorni dopo Giorgio era già in volo per l'Italia.

Capitolo tredicesimo
C’è la pensione ‘Chagall’ che è adiacente il Vieux Port. I gestori sono fratello e sorella. Giorgio lo nota senza tema di smentita. Entrambi algerini francesi da almeno due generazioni. Marsiglia è in realtà una città multietnica da almeno centocinquanta anni. Il fratello lo aiuta a sistemare meglio la moto sul marciapiede. Sbrigate le formalità di registrazione, Giorgio telefona alla madre di Najma. E' sorpresa che lui sia a Marsiglia. Najma non aveva riferito nulla del suo arrivo.
Lui replica che nemmeno Najma ne sapeva nulla. Riesce a cogliere lo sbigottimento all'altro capo della linea. Non puoi vederla, oggi, nemmeno domani, ribatte lei un po' rudemente. Nessuno può vederla, gli intima la sua voce arrochita, è in isolamento da tre giorni, c'è sempre rischio di infezioni virali. Lui chiede per quando è previsto l'intervento, lei comunica 'forse due giorni', poi che il donatore è morto stritolato nelle lamiere della sua macchina, che, secondo il parere del primario, i reni da trapiantare potrebbero essere addirittura due.
Fece le scale ed aprì la porta. La camera era imbiancata di recente con un sentore di candeggina. Il letto era di ciliegio a due piazze, due cuscini morbidi. Dopo essersi spogliato e preso una doccia calda, si sdraiò e d’incanto chiuse gli occhi.
Al risveglio si vestì, bluejeans e maglietta a girocollo verde mela, sandali Clarks che gli aveva regalato la sorella da una sua sosta a New York qualche mese prima.
Uscì dall’albergo che era pomeriggio inoltrato. Si fece il giro del porto, quindi vide la mole della fortezza di St Victor. Rifece la strada lungo la baia e giunse al Jardin des Vestiges, l'antica Massalia greca e poi romana.
Più tardi si sedette su una panchina accanto alla mole dell'Hotel de la Ville. Fu sorpreso dalla quantità di arabi d’ogni età che affollavano le banchine. I più formavano gruppi familiari di almeno tre generazioni, gruppi spesso ciarlieri e scherzosi.
In un locale poco distante mangiò bistecca e patate con del vino rosso della Moira. La serata prevedeva uno spettacolo. Da lì a poco uscì sul palco una cantante dal petto procace, gambe lunghe ed affusolate. Lui la guardò. Lei eseguì qualche brano di Cole Porter e Otis Reding, infine si ritirò.
L’indomani fece una corsa per le banchine del porto. Quando fu di ritorno, i fratelli stavano apparecchiando per il pranzo.

Capitolo quattordicesimo
Un anno prima lui e Najma avevano trascorso un mese nell'Egeo, sull'isola di Amorgos. Quando giunsero col bus presso Aigali, alla fermata li attendevano un bracco di Weimar dal manto grigio ed un uomo biondo dai tratti nordici e con una certa grazia nel sorridere. Thomas il danese.
Portava al collo immancabilmente una Leika professionale, un paio di ricambi cacciati nelle tasche. Scattò a loro subito un paio di foto. Abbracciò Giorgio e si presentò a Najma.
Thomas li guidò a piedi lungo un erto sentiero che s’incuneava tra ulivi e alberi di fico, sino a che lambirono la frazione di Langada. Durante l’ascensione non si dissero che poche parole.
Da Langada, già completamente sudati, presero un altro sentiero che li portò alla cresta dell’isola da dove poterono ammirare il mare e le isole sparse intorno. Dopo una breve discesa giunsero finalmente alla casa. Il bracco li aveva preceduti e li attendeva scodinzolante, con una pigna tra le fauci.
Il villino, di forma cubica in calce bianca e l’entrata quasi coperta da un paio di ulivi secolari, era composto da piano nobile e un piano rialzato, il tutto situato sopra uno sperone di roccia. Su ogni piano aveva due finestre perfettamente simmetriche e sul tetto una canna fumaria.
Thomas li portò alla camera al piano rialzato. Da lì si vedeva il mare e parte del promontorio. Posarono gli zaini, si fecero una doccia e ritornarono al piano terra dove Thomas stava preparando il tè. Sul tavolo di noce erano in mostra un piatto con salame e prosciutto, formaggio caprino, il cesto del pane e scodelle con olive e fichi. Mangiarono sorseggiando il tè mentre Thomas spiegava la posizione dove erano dislocati sull’isola, o dove fossero le spiagge.
Disse che essendo maggio non era ancora alta stagione, l’isola era deserta, tra gli stanziali però si contavano diversi spagnoli, americani, francesi e danesi come lui, oltre s’intende greci che risiedevano però in prevalenza nelle frazioni abitate.
Dopo lo spuntino Thomas fece loro da guida nell’orto cinto da siepi di salvia e rosmarino, ricolmo di lattuga, spinaci, zucchine, melanzane e pomodori, e poi alla grotta dove conservava piccoli prosciutti, otri di olio e vino in piccole botti.
Nella casa non c’era televisione,lui gliene chiese la ragione. Thomas rispose che aveva tagliato la televisione dalla sua vita almeno venti anni prima. Così, forse perché il televisore non è affatto essenziale nell’esistenza d’un uomo, come non lo è mai stato neppure per quella del suo bracco Daniel, gli rispose.
Giorgio non aveva pensato ad una ragione così scontata eppure non ce ne era un’altra più plausibile di questa, si disse mentre lo osservava introdurre i chicchi di caffè nella macina a mano, poi girarne la manovella pazientemente.
Thomas gli elencò i suoi innumerevoli viaggi che aveva compiuto quale giornalista free-lance, tra i quali Vietnam, Laos, Cambogia negli anni dopo il 1975, poi il Messico e Cuba.
Più tardi rientrarono dalla passeggiata col cane, che lei ancora dormiva. Prepararono il fuoco nel giardino e sulla griglia vi sistemarono un paio di grossi branzini e diverse patate avvolte nella stagnola direttamente nella brace.
L’aroma del pesce la doveva aver svegliata perché poco dopo Najma si presentò in giardino. Portava dei bemuda rosa pallido ed una t-shirt rossa carminio con su scritto: ‘Fuck the War’, ai piedi sandali di cuoio.
Finirono di mangiare che erano tutti e tre alticci. Thomas ha dei modi da cui fa trapelare autorevolezza ed acume. Prima di congedarsi accennò alla possibilità che un amico potesse venire a fargli visita.
Accennò ad uno svedese coi capelli rasta, ad un americano batterista rock, ad un greco di Salonicco, un temibile Don Giovanni, dovunque seguito dal suo cane. Fece capire che vi era anche un’amica tra i suoi visitatori abituali.
Daniel si fece attento, col corpo proteso verso l’alto, le orecchie rialzate, le froge pulsanti, la coda immobile, pronto a scattare. Scattò e sparì dietro casa. Lo rividero al galoppo circumnavigare il perimetro della casa almeno un paio di volte.
La mattina lui la svegliò all’alba come al solito. Si prepararono e presero un tè. Poco dopo erano già in cammino lungo le creste calcaree dell’altipiano, cosparse qua e là di latifogli e grumi di macchia mediterranea. Il Melteni ogni tanto si faceva vigoroso, asciugando il sudore dai loro volti assolati.
Branchi di capre s’affacciavano dalle creste rocciose, in mezzo ai dirupi, nelle gole in ombra tra insenature e fondali blu cobalto. Videro parecchie cappelle votive prima che raggiunsero Chora. Faceva caldo per la stagione. A Chora trovarono un tavolo sotto un pergolato di vite dove ordinarono un piatto di Souvlàki, pezzi d’agnello e manzo fritti nel pane e due portate di Dolmadàkia, involtini in foglie di vite, con dentro riso, cipolle fresche, prezzemolo, aneto, menta e succo di limone.
Dopo raggiunsero il monastero della Panaghìa Chozoviòtissa, situato sulla cima della scogliera a strapiombo sul mare, con le sue facciate imponenti, i suoi torrioni medievali, bianchi, abbaglianti al sole.
Quando ascesero al suo interno lungo un'angusta scala a chiocciola e dalle arcate quasi micenee, trovarono ad attenderli un Pope che augurò loro la benedizione, indicando poi un tavolo con sopra una fiasca d’Ouzò ed un piatto di biscotti secchi all’anice. Giorgio riempì due bicchierini di vetro. Alzarono i bicchierini al cospetto del Pope che restituì il gesto con un sorriso fiducioso e aperto. Con lui videro le icone nelle loro iconostasi, le vetrine con le reliquie, le lucerne d’argento, i manoscritti di pergamena con le miniature in campo d’oro, quindi la sagrestia ed il refettorio col tavolo che era la sezione verticale d’un tronco immenso.
Il Pope poi spiegò cosa si intenda per palinsesti, quando cioè si riproducono testi sopra altri più antichi. Parlò dei testi più antichi che erano iramiti, poi sumerici, egiziani, solo in ultimo dravidici ed indoeuropei coll'invenzione del Sanscrito.
Con la corriera da Chora ad Agias e da Agias a Langada, infine a piedi per il restante, fecero in tempo a scorgere il tramonto da sopra i faraglioni.
Quando giunsero alla casa di Thomas, questo aveva già preparato la cena: Yemistà (pomodori e peperoni raccolti dall’orto, ripieni di riso e cotti al forno con patate) e frittura di pesce minuto (Marìda) innaffiato con vino resinato con contorno di gamberetti e moscardini in salsa di limone, olio e menta. Per l’occasione aveva aperto un paio di bottiglie di rosso Boutàri provenienti dall’isola di Nàoussa.
Ben oltre l’ora del tramonto, sotto al pergolato di Bouganville, il cielo rimase di un colore indaco straordinario. Il ragazzo svedese fece loro compagnia senza dire una parola durante la cena e mangiò appena. Quando rientrarono dalla passeggiata se ne andò senza nemmeno salutare. Thomas spiegò loro che non era affatto matto, solo geniale, senza tuttavia prendersi la briga di chiarire loro quella supposta genialità. Disse che viveva e dormiva sulla spiaggia, non mangiava quasi nulla, non avendo alcun soldo molti dell’isola lo invitavano a mangiare con loro.
Ma non era pietà, lo Svedese si sarebbe offeso a morte, aggiunse Thomas, tutti l’ammiravano per aver rinunciato alla sua famiglia ricca a Stoccolma, ai loro soldi, per trasferirsi a fare di fatto l’asceta. C’era rispetto per questo, per questa sua audacia costi quel che costi, dovesse pure morire di fame e di sete a lui pareva non importare. Alla domanda perché il ragazzo avesse parlato così poco, Thomas disse che se voleva il ragazzo parlava eccome! Forse un giorno lo avremmo ascoltato e c’era da rimanerne colpiti, le sue parole avevano un’ispirazione per niente appresa dai libri, ma molto efficace, addirittura sensata sul motivo della sua scelta, concluse Thomas. Brindarono un’ultima volta e filarono a letto. Era stata una giornata dura.

Capitolo quindicesimo
In giardino trovò Najma già pronta con Daniel per l’escursione: la sera prima l’avevano programmata breve e ridotta verso un’insenatura sotto Tholaria. Una volta giunti al centro di un doppio promontorio, discesero una scarpata ripidissima a zie e zag, da cui scorgevano in basso la stretta e profonda insenatura.
A tratti si fermavano in bilico sulla scarpata per riprendere fiato, cercando di non guardare in basso.
Quando giunsero erano soli a parte un branco di gabbiani allineati sulla linea appena prima il vero frangimare, ritti sui tanti scogli ed isolotti antistanti l’imboccatura. Lo stretto recava ai lati pareti rocciose a picco con isolate agavi qua e là, la spiaggia era poco profonda, ciottoli d’arenaria, marmo e granito, che ruzzolavano ad intermittenza, ogni volta l’onda di risacca li sospingesse avanti ed indietro.
L’impressione sonora era notevole, quella di un applauso che si ripetesse ogni volta in un fragore unanime e convinto. Raramente la risacca ricopriva l’intera spiaggia, ma ciò li aveva indotti a mettere le loro cose al sicuro dentro un gozzo in secca accanto all’imbocco del sentiero.
Il mare era un blu sbiadito, a tratti cobalto, biancastro tra gli scogli. L’acqua era gelata quando vi entrò, non fece che alcune bracciate, tanto vorticavano le correnti in ogni direzione, che credette davvero di levitare senza alcuna gravità. Uscì rabbrividendo. Daniel stringeva tra i denti un grosso ramo secco, trascinandolo lungo la battigia. Lui glielo afferrò e lo lanciò in acqua, abbastanza vicino, vide Daniel gettarsi in acqua, nuotare, chiudere le mascelle all’estremità del ramo e trascinarlo a riva con uno sguardo d’orgoglio. Quando lui si riappropriò del ramo, Daniel prese ad abbaiare al di sopra del fragore della risacca e con movimenti repentini gli stava addosso ogni mossa si accingesse a fare. Daniel voleva la sua riscossa. Lui glielo tirò distante e subito lo vide avventarsi dentro l’acqua e risalire la corrente con repentine e vigorose correzioni di rotta, per non contrastare troppo una corrente o per evitarne il mulinello.
Invidiò come riuscisse, dopo aver ruotato su se stesso col ramo ben saldo tra i denti, a ritornare senza mai dubitare di paura, di come verificasse con l’occhio il miglior passaggio tra i vortici e le correnti, poi inorgoglirsi fiero nell'adempimento, costi quel che costi.

Capitolo sedicesimo
La mattina successiva, lui aveva raggiunto a nuoto l’isola di Nikouria, partendo dalla baia appena dopo il porticciolo di Aigali. Ci impiegò circa due ore, spesso cambiando stile. Per un paio di volte, a morto a galla, si riposò. In un tratto, quasi in prossimità dell’isola scorse sott’acqua il fondale sprofondare in abissi blu, viola scuro, neri dopo i quali la voragine spariva. Ebbe un sussulto quando vi si fermò sopra tenendosi a galla, scrutando dalla maschera giù nell'abisso, s'immaginò preda di un repentino risucchio. Fugò ogni timore e riprese a nuotare.

Fondali blu notte
scorrono su dune
smeraldo inviolate
alle tue caviglie
scie di pesce azzurro
con brio da volatili
a tratti spaiati
svelti a riadunarsi
ai tuoi malleoli.

Cercò un punto dove approdare, quando mise piede sull'isola era però ancora guardingo, qualcosa non quadrava. Fece un'escursione, quindi si rituffò ma con la rotta cabrata più ad est rispetto a quella da dove era venuto.
Quando era a due terzi del tragitto, si fermò spiando in direzione della riva. Ecco, stava succedendo. Vide con orrore uno sbattere d'ali bianche, un fluttuare di penne, Najma che cercava di trattenere il corpo per alleviarne gli spasmi e l'agonia evidenti anche da lontano. Scorse anche Daniel, scodinzolante ed eccitato, mentre abbaiava, fisso sull'oca.
Al largo, Giorgio ricostruì la dinamica: un'oca probabilmente, con evidenza Daniel l'aveva azzannata. Per un po' distolse lo sguardo, nuotò, si rifermò. Quando rivide Najma, piegata sull'animale ormai spirato, rilevò che lei lo stava carezzando sul corpo, lisciandogli le penne, come per trasmettergli il calore della mano anche a morte acclarata.
Raggiunta la riva, scorse l'animale infagottato in uno scialle, deposto in un anfratto tra le rocce, Najma in piedi che preparava il fuoco della cremazione.
'Namastè' disse Najma quando lo vide.
Si abbracciarono. Fu allora che Najma gli sussurrò questa frase sibillina che lui non avrebbe dimenticata:
Maya è la mano aperta che offre tutto quello che possiede, è tutto il nostro futuro nel bene e nel male. Dobbiamo accettarlo, imparare ad amarlo.
E' il sogno che si compie in cui io sono anche il mio doppio e quel doppio è reale come quello vivente. Shiva è creatore e distruttore, la sua doppia natura non può farci paura, fa parte delle cose.
Perciò anche se siamo condannati a perdere ciò che amiamo, non possiamo infrangere mai il vero specchio della nostra immagine, del doppio che siamo, che è l'ordine, l'origine che si ripete.'

Capitolo diciasettesimo
Due giorni dopo l'intervento, Giorgio poté visitarla. Najma non era stata ancora dimessa dal Reparto Rianimazione. C'erano state delle complicazioni. Nuove analisi, nuove ecografie. Un batterio aveva attaccato uno degli organi trapiantati. L'avevano sottoposta ad un trattamento antibiotico assai pesante finché la si dicharò fuori pericolo. Gli fecero dapprima indossare un camice sterilizzato ed una mascherina in viso. Nella sala d'attesa scorse Laj. Si salutarono con una stretta di mano. Un uomo in giacca e cravatta si fece avanti e si presentò: Jean'. Giorgio lo riconobbe come l'uomo che aveva conversato con Najma al Leopold, sei anni prima. Venne a sapere da lui stesso che era stato sposato con Najma quando erano ancora giovani, da tempo si erano separati, ora solo buoni amici. Jean lo tranquillizzò con quel 'Solo buoni amici'. Laj lo avvertì che nella stanza c'era anche un altra persona, ma di andare lo stesso, che non sarebbero state permesse visite più tardi.
Quando entrò nella stanza, accanto al letto dove stava sdraiata Najma, intubata e con diverse sacche e flaconi attorno alla testa, stava seduta una bambina dai capelli castani e ricci con la sua stessa espressione.
Giorgio le esaminò meglio il volto, gli occhi castani rilevavano in franchezza il suo stesso idealismo, la natura del suo stesso sforzo di equilibrio che dura un'intera esistenza, poi le labbra grandi e regolari, la loro stessa attenuata sensualità, gli stessi zigomi alti e poi le mani, le falangi affusolate, le unghia piene come le sue. Non poteva avere più di 5 anni, disse dentro di sé.
Mentre Najma pareva che dormisse, la bambina curiosava con lo sguardo verso lo sconosciuto senza alcuna traccia di timidezza.
Lui si tirò giù la mascherina e le chiese chi fosse. Disse di chiamarsi Maya, esitò, poi scandì le lettere del cognome, il medesimo di Giorgio. Lui s'emozionò senza più nascondersi, s'accucciò sui talloni di fronte a lei, le prese il capo tra le mani e le baciò a lungo la fronte, poi guardò di nuovo nei suoi occhi, lasciando pure che lo scoprisse in lacrime. Maya, turbata quasi avesse capito, gli chiese chi fosse. Lui in un gemito sussultante ammise: tuo padre, anima mia, miele dei miei sogni'.
Esplose tra le sue braccia, divincolandosi, ripetendo 'Mamma, papà è tornato, mamma'. Solo adesso, gli è chiaro che Najma è stata testimone dell'intera scena, ora che la vede rivolta a lui con un espressione commossa di profonda gratitudine.
Maya finì per abbracciare la madre sopra al letto, ripetendo 'Papà è tornato' e fissandolo a volte per studiarne le reazioni. 'Ora sei contenta mamma?' E Najma replicava 'sì, sono contenta'. Poi la bimba s'alzò, andò a prendere una bambola di pezza per portarla a lui: 'Ti presento Anna, è la mia amica del cuore'
Lui la prese in mano, la osservò dicendole che era davvero bella ma che sopratutto Maya era bella, anzi bellissima.
Maya arrossì appena, controllò la reazione, quindi si riprese la bambola e farneticando un dialogo con Anna uscì per raggiungere suo zio. Loro rimasero soli nella stanza, guardandosi ancora commossi.
Poi Giorgio chiese perché? Lei chiarì: non volle dirgli del concepimento per la ragione che era probabile che il parto finisse male.
Poi, dopo il parto, si era semplicemente abituata a non dirglielo. Quando la sua situazione sanitaria si complicò due anni fa, Maya era stata trasferita a Marsiglia con la nonna.
A Marsiglia Maya si sarebbe formata, avrebbe compiuti i suoi studi, come la madre tanti anni prima. 'Tutto qua' concluse con un sorriso un po' sbilenco per via dell'aspiratore ad un angolo della bocca.
Lui la perdonò senza difficoltà, aveva capito. Tutto aveva però un senso nuovo pensò. Stringendole le mani, chino su di lei, le mormorò all'orecchio 'ero venuto per restare ovunque con te, ora ho una ragione in più: Maya, Maya, Maya', ripeté sino a che lei gli asciugò colle dita le lacrime.

Capitolo diciottesimo
O carissimi e dolenti,
vigilano l'occhi tuoi
apparenti a quei Numi
abitualmente distanti

Non ha dimenticato Sergio. I suoi occhi arabi. La sua lingua salace e senza pietà per nessuno. Da quando Giorgio è ritornato a Mumbay con Najma e Maya, gli compare di continuo: il suo volto barbuto, gli occhi selvaggi, perfino la sua voce ferita e roca durante i corsi che teneva di giornalismo.
Una sera che Giorgio era seduto al Leopold con un amico indiano, sentì distintamente la voce di Sergio chiedere in italiano:'A cosa serve il Tempo? Si guardò intorno, ma di lui non c'era traccia com'è ovvio tra i commensali. Poi rammentò l'intero pensiero che Sergio gli aveva pronunciato una sera, a casa sua in viale Libia, quartiere Africano, un fine estate a Roma.
'Più ci si muove più si minaccia gli altri e le altre creature del pianeta. Perché si pensa che il progresso sia soltanto un darsi da fare tutto il giorno per guadagnare sempre di più? E non sia magari mai la ragione di un incontro unicamente per stare bene insieme, capirsi davvero, amarsi? Come è possibile un tale scempio, un tale spreco di Tempo?
'Scappa, sì scappa in Grecia, forse l'Egeo si salva, te lo dico io, scappa, va bene anche l'India. Non aspettare, devi migrare in tempo però, prima che ti raggiunga fatale la Grande Amarezza'

Dispera chi
tiene in tasca
solo desolanti
vademecum

Namastè, Sergio! Addio!'
                                                                                                                                           FINE


Cote Azul
di Marcello Chinca
Abbandonò la carreggiata e fermò la moto alla piazzola di sosta. Scese. Sfilò guanti e casco posandoli sulla sella. Col Golden Virginia si arrotolò una sigaretta, l’accese e s’accucciò sui talloni appurando che il motore non perdesse olio.
Camminò verso il bordo della piazzola, oltrepassò la siepe di ligustro e proseguì oltre la schiera dei pini appena piantati ciascuno con tre pali d’acero a rinforzo. Contro il tronco di un pino secolare, fuori della vista della strada, finalmente pisciò. Pisciò così a lungo che gli sgattaiolò davanti uno scoiattolo che poi a distanza prese a guardarlo incuriosito.
Ritornò verso la piazzola, scrutando il cielo. Da dove era venuto si stava oscurando, da Ovest un blu privo di nubi, un orizzonte di nastri sovrapposti indaco, violetto, arancione.
Proseguì in moto per tutta la notte, sostando per prendersi un caffè alle stazioni che fossero aperte.
Alle tre del mattino oltrepassò Mentone. Imboccò l’autostrada. Deviò per la strada costiera all’uscita del casello di Cannes. Lasciandosi alle spalle la cittadella di Frejus giunse al primo tratto della Corniche des Maures. Superò Sainte-Maxime e Saint-Tropez e cominciò a scendere verso Ramatuelle.

Senza fretta, inebriato dai profumi di Maquis e d’eucalipto, affrontò i saliscendi a visiera sollevata. Quando scorse un cartello con il logo della spiaggia vi parcheggiò davanti. Assicurò il sottogola del casco all’anello sotto la sella. Recuperò dalle borse laterali uno zainetto che s’infilò alle spalle. Lungo il sentiero si fece luce con una torcia frontale da minatore.
Vide che stava schiarendo, nonostante il fitto sottobosco coprisse il sentiero. Il sentiero discese nella scarpata dove la vegetazione si diradò di colpo. Dal nido ricavato dentro un’agave, un falco pellegrino s’alzò in un volo crepitante ed astioso. Lo vide sparire nel buio. Capì però di aver sbagliato direzione e discese la scarpata dalla parte opposta.
Raggiunse la spiaggia, quando il sole proruppe dalla sommità dell’anfiteatro di roccia. Dal basso, dalla spiaggia rombava l’eco della risacca contro le pareti a strapiombo.
Una volta arrivato, si spogliò e s’infilò dentro una muta sottile. S’accucciò su uno sperone di roccia in prossimità dell’acqua. Pulì accuratamente la maschera, sputando sopra la visiera un paio di volte e sfregandola con i polpastrelli nell’acqua. La indossò rovesciata sulla fronte per farla asciugare ed entrò in acqua.
Con i piedi nell’acqua vide il sole splendere con più incidenza ora dalla cresta.

Contemplò la distesa marina perfettamente piatta ma ancora oscura, la vide progressivamente schiarirsi ma senza uniformità, come se un mucchio di braci vi fosse stato gettato alla rinfusa. Un rondone solitario sorvolò silenzioso il cielo di oscuro violetto.
Si aggiustò la maschera e s’immerse sino alla cintola, quindi sino al collo, lasciandosi infine sommergere. Riemerse distendendosi e battendo i piedi. L’una e poi l’altra le bracciate si susseguirono lente e precise quasi fosse un metronomo.
Seguiva una rotta in diagonale verso il largo, quindi cambiava lato. Dopo un po' non riuscì più a scorgere la costa. Si riposò supino galleggiando contro il sole. Si riavviò in stile dorso, lento e poderoso in una scia che brillava di vapori in superficie.
Al ritorno si adagiò sulla sabbia e senza averlo previsto s'addormentò. Sognò i vicoli di Mumbay, la grotta dove aveva osato baciare Najma.
Quando lo risvegliò un canto di rondini farneticanti, si scoprì fragile di tutte le rassicurazioni che elucubrò durante il sogno. Nient'altro lo aveva reso però così felice. Pensò: scoprirsi in sogno un osservatore più attento aveva offerto la sensazione di poter cambiare davvero corso e direzione del passato, per manipolarlo al meglio, convincersi che era stato forse alla nostra portata un futuro meno disperato.


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