Poesie di Giuseppe Gianpaolo Casarini


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Non un amore
Tempo di gioventù lontano
difficile dir se amore o solo
mera simpatia quei sentimenti
miei da lei odiati tanto e quel dì
finiti frantumati, queste a un
casual incontro queste ultime
a me parole: più non t’ostinar
e serba se vuoi come ricordo
ultimo di me questo freddo ciao.

Vola la foglia
Dal platano che guarda sul giardino
stacca una foglia un refolo di vento
domando perché quella tra le tante
una voce dolce che viene lì dall’aria
par dirmi lì fissando forte posto avevi
i cattivi tuoi pensieri che con me ora
son volati via così prima di morire
fare volevo un atto mio per te d’amore

Come le foglie
Ferme le foglie poi s’alza il vento
e s’alzan tutte a lui lievi danzando
e al mutar o al cessar poi di questo
rotolano si rialzan e repentemente
cadon e lor che guardo son come
i miei pensieri fermi veloci e alti
al mutar del turbinio della mente

Vuoto il nido
Vuoto qui il nido delle rondine amiche
volate con forzati voli per lontani lidi
e qui in attesa di uno sperato lor ritorno,
pur vuoto il nido oggi dei pensieri miei
cattivi che volati da me lontan lontani
che da lì si spera senza possibile ritorno

San Valentino: Povera prostituta!
Amanti ardenti sul talamo felici
una rosa a dir dei loro sentimenti
in questo giorno degli innamorati
e amanti d’un amore mercenario
in fretta consumato lì una stradina
spesso di campagna un alberguccio
di periferia e lei povera ragazza venuta
da lontano da un pappon al mercimonio
data: oggi per lei nessun San Valentino
nessun dono d’amore sol fallaci carnal
incontri un due difficil poi dire quanti!
Nessun rosa un vil lurido pappone
sol vigliacchi tanto vigliacchi amanti.

Qui cerca l’abbandonato amante
L’aria inebria nella sera il profumo
di lavanda e s’accompagna a questo
la lor delle aperte belle di notte rosse
la fragranza delicata dolce sospira
qui il solitario abbandonato amante
alla ricerca tra i profumi dell’amata
quello ormai perduto e tra i ricordi.

Alle mie ombre
Beate voi mie ombre che nel camminar
dei giorni miei mi accompagnate spesso
lievi sottili evanescenti vuote che i pesi
dei dolor e delle pene che al corpo pesan
tanto assenti son in voi scuro riflesso suo

Scivola dall’animo
Danza la gialla farfalla sul geranio
rosso e lì nell’azzurro del mattino
a quel leggiadro danzar dell’azzurra
libellula il volo s’accompagna rapito
così da quel disegno che l’aria tinge
scivola dall’animo la mia malinconia

Ferma immota l’aria
il faggio e i tigli
invocar sembrano
anche un minimo
refolo di vento
che possan danzare
i rami e le foglie
dondolare piano,
lì nascoste indifferenti
le cicale stanno
a rompere il silenzio
con quel costante
alto fastidioso canto,
quei movimenti l’occhio
attende e l’orecchio il nulla

Oggi son triste
Oggi son triste ma non so spiegar la mia
tristezza che l’otre dei miei dolori pieno
avevo lanciato laggiù nel profondo mare
che forse la chele di un lì vivente mostro
o meglio che sol gli aguzzi di un pesciolino
denti l’abbiano forato e alcuni di quei a galla
reso e di nuovo da me a respirare qui portato?

Come nell’afa
Come nell’afa estiva forte s’attende
a donar al corpo un poco di frescura
così un animo che tanto d’un amor
che tormenta brucia un sospir qual
soffio s’attende dalla persona amata
che a quel brucior dar breve tregua

Canti e riposi estivi
Fanno a gara nel caldo dell’estate
a lanciar nel cielo i loro canti
i grilli e le cicale e sonnolenti
i gatti miei rannicchiati al sole,
stanno ai giochi d’amore pronti
i primi in attesa quei dormienti
delle notturne fresche ore complici
ruffiane a quegli attesi sospirati
incontri: qual darà ora del giorno
sollievo alle sue pene d’amor
al solitario abbandonato amante
che la forte calura pesa al cuore
e la fresca ora notturna non ristora?

Ombre nell’afa della mente
Mentre l’afa estiva il respiro
toglie e la mente par scoppiare
corre un ricordo a quel mio
tempo antico ed ecco per magia
un balcone di una casa nota
verdi le tende e quei di gerani
i vasi questo di colori rallegrare:
una figura seminascosta mi sorride,
non lontano poi un orto, una vite
americana, quattro alberelli
di prugne e un albicocco grande
di frutta bionda dorata generoso,
erbe diverse e fiori profumati
e sotto il porticato qui seduta
una figura diversa dalla prima
che pur sorride al mio avvicinarsi,
così si scuote si agita la mente tanto
e a quella io domando forte perché
tutto mi è nitido chiaro e presente
in questo ritorno mio nel passato
mentre indistinte sfuocate le figure
sono? La mente dice son ombre
quelle di persone a te sì care morte
lì da me proiettate e di quelle che
da tempo vivon solo nel tuo cuore

Vite del Ticino
Cantò le tue acque o Ticino
un dì lontano di Lodi la vergine
ribelle mio caro azzurro fiume,
generoso nell’offrir tuo tanto
a quel degli avi miei nel tempo
e dei lor miseri parenti gramo
misero al viver sostentamento:
sulle rive giunchi e vimini poi
a formar ceste solide e cestini,
con vigor dalla liquida tua vena
tolti bianchi quarzosi sassi a vita
dar poi in lontan fornaci ardenti
a vetri cristalli e util vasellame,
nelle vicine lanche prati odorosi
del mughetto bianco e giacinti
dai colori intensi con altra flora
selvatica e dai botanici nomi
sconosciuti mentre s’apriva
con funghi porcini chiodini
prataioli il sottobosco, tutto
a portar merce di scambio,
di denaro nei festivi o domenical
mercati e, a finir, dai boscosi
verdi boschi a te figli fratelli legna
a subir dalla sega e dalla pialla
nobile offesa o il focolar
a tingersi di scoppiettante rosso.
Un tempo lontano, un nostalgico
passato ma ancor quella vita
della natura viva o morta ancor
vive, brillan nell’acqua quei lucenti
sassi al vento si piegano lenti i giunchi,
a primavera son le lanche in fiore,
ridono di vita i boschi e i sottoboschi,
il canto qui della lodola e del ravarino
non più rendono come allor men dure
con le melodie loro le fatiche dure
di quelle antiche vite vissute grame
ma solo al ricordo a me danno
nostalgica e dolce pace al cuore.

Umbria
Del suol calpestato dall’antiche genti
etrusche umbre romane e longobarde Patria,
tu Umbria: patria di sante santi del pennello
della penna un tempo insigni gran maestri,
qui dove il seme sacro all’atzeco trova forma
e sotto scorre veloce il fiume dell’ imper
che il mondo antico al gioco suo sottomise,
dove il calibo licor bollente e forma trova e
e di durezza tempra, dove Spoleto la dotta
dei mondi offre spettacoli e cultura, dove
dall’alto alla vista s’apre il borgo e qui
lo sparvier di Federigo un di trovò rifugio
e oggi il violaceo sagrandino al palato gentil
di Bacco la letizia dona, Bevagna ove al Sentin
allor il roman diè dolore all’umbro e qui nel giugno
quel viver medieval rivive, io dalla rocca di Spello
ove i floreal disegni a rallegrar la vista a gara
fanno a te Umbria un canto d’amore canto
faccian eco a questo l’acque del lago dove
Gaio Flaminio del punico subì l’onta e del Clitunno
di cui Giosuè in versi incliti declamò le fonti.

Riflessione
Cogito ergo sum, nosce te ipsum, γνῶϑι σεαυτόν
mi guardo allo specchio penso e poi vorrei veder
chi realmente sono ma non riflette i miei pensier
lo specchio e l’animo mio dal vetro non traspare
dove nascoste son le mie e tante imperfezioni
muto lo specchio come nulla pur di me rivelano
tante mie fotografie in bianco e nero o colorate
del mio presente e del lontano tanto mio passato

Ricordando Edgar Lee Masters
Qui in un vecchio cimitero di campagna
abbandonato dove par assente la pietas
che ai morti porta un amorevol sguardo
qui dove regnan solo rovi sterpi ed erbe
quattro tombe vedi e sassi a far lor ricordo
con scure lapidi dal tempo nemico fessurate
niente si legge fuor che ad un occhio attento
su una questa consunta giallo scolorita scritta
il resto eroso cancellato :… a sedici anni morta !
Io cara fanciulla dal nome sconosciuto
di te tanto più di te vorrei sì altro sapere
oltre l’attimo di tempo breve cui la vita un dì
poi spenta un tempo ti sorrise.. muta la risposta
tua anche se il vento che l’erbe muove sembra
con dolce sospirare dire: non turbar forestiero
il sonno mio e di quanti mi stanno qui vicini,
perché il voler saper? Sol morti e muti siamo
e quindi il tuo saper sia solo questo: taccio
rimuovo rovi sterpi e sassi, quattro di campo
fiori sulla riva di un vicin fosso la man mia
poi coglie e con amor in silenzio tremando lì depone.

Ti avrei chiamato Fuffi
Nella vecchiaia spesso tornano ricordi
che il tempo sembrava avere cancellato
e sepolto per sempre nel profondo oblio
sorgono così alla mente all’improvviso
e ti fan dire perché avevo perché scordato?
Così stamane mentre di fuor forte pioveva
e forte batteva la pioggia contro i vetri
il lamento di un can lontano il cuore
mi ha così turbato e una immagine portato:
son io che allora ero bambino e li vicino
un buffo vispo cagnolino era, ricordo,
il regalo di un vicino e della mamma
ancor sento la voce “qui da noi a Milano
non si può caro tenere piccola la casa
il lavoro di papà e mio e tu piccino
meglio portarlo in campagna dalla zia
certo vedrai che lì si troverà benone”
e all’indomani così laggiù lì mandato
povero amico mio batuffol senza nome
ma in cuor mio col tempo Fuffi ti avrei
chiamato, ti avrei chiamato perché presso
la zia giunto per abbracciati più ti avrei
trovato, ricordo, domandai forte piangendo
dove tu fossi andato”sta ora mi disser
presso un ricco agricoltore, vedrai che
lì starà benone”, ricordo, quelle parole false
ancora ripetute per rifiutare quel povero
essere indifeso, quale la fine tua la sorte
qual che di te da allora nulla ho più
saputo caro batuffolo di un giorno solo
amico che Fuffi avrei un dì chiamato
quanti anni passati circa settanta sono
oggi ringrazio la mente che in quell’angolo
dello scrigno dei ricordi il ricordo tuo
mi ha al cuore all’animo miei portato.

Quel gatto dal dimenticato nome
Foto da anni gettate in un cassetto
di poco conto e lì dimenticate
oggi così per caso nella noia
del giorno tra lor la mano affondo
e tra le dita questa mi ritrovo:
sta lì nel giardino coi suoi aperti
occhioni tra l’erba che un poco
lo nasconde vicino ad un arbusto
di melo cotogno in fiore, di certo
era già l’inizio della primavera,
un bel micione bianco curioso,
ricordo, senza alcun timore mentre
allora lo fotografavo, un nome,
ricordo, di certo gli avevo dato
ma ora dopo anni quel nome
purtroppo io mi son scordato,
pochi i giorni d’affetto compagnia
certo, ricordo, quella marachella
il tuo introfularsi sotto il cofano
della macchina in garage la fatica
per tirarti fuori poi il tuo sparire
all’improvviso dopo questa foto
che oggi mi ritrovo tra le mani
caro gattone dallo scordato nome

Festa dei nonni: filastrocca
Leggere non tu sai pur difficile
per te oggi capir il dir di queste
mie parole qui fissate ferme
che un doman tu possa ricordare:
“Laura la bella bimba nostra
venti mesi appen compiuti
ai nonni suoi il giorno di festa
loro dedicato un grazioso caro
gentil dono ha lor voluto fare
tramite l’aiuto della mamma sua
un quadrettin e ferma fissata rossa
lì sta della manin sua l’impronta
rosso si sa è il colore dell’amore
e quella man si sa dona carezze
e a ricordar sta il saluto dolce suo
quando li vede e guarda: ciao ciao,
sorride l’apre quel gesto ciao ciao”

Grazie Laura a nome dei nonni
Iole Enzo Graziella Giuseppe

Profumo di rugiada
La memoria al primo incontro
corre del mio cuor amante
amata e quale il profumo
or chiedo l’essenza del tuo
esser che allora mi donasti
non fiori esotici sconosciuti
non erbe aromatiche frutti
da giardin fatati ma tu solo
rugiada fresca lieve rugiada
che quelli al mattin irrora
profum senza profumo che
ancor oggi di freschezza dolce
mi rallegra o amata il cuore.

Non qual lucertola al sole
Prima al sole le lucertoline stanno
ferme tra l’erbe e solo il capin lor
si muove poi ecco lì un muro alto
e pronte a danzar strisciando sono
e con le crepe lì a nascondino tra
i matton giocare al sole io sto pure
fermo coi miei pensieri e tanti
cupi pesanti e altri più leggeri
strisciar non so ma striscian sì
nei labirinti della mente quelli
e a nascondersi vanno solo i belli
ritornan dopo il gioco le lucertoline
al sole ma alla mente più tornan più
a rallegrarla i miei pensier più belli

Il crisantemo
In segno d’amor e di pietà sen stava
eran quelli giorni a ricordo dei defunti
su un marmoreo funereo monumento
e quando sfiorito gettato in un bidone
una man la mia da lì rapida poi tolse
sta ora in un vaso lì nascosto nel giardino
mio già pronto a rifiorire il dorato
giallo crisantemo e certo son che
qual occhi pietosi i fiori suoi al ciel
andran guardando e di quei morti
i visi cercheranno quelli in freddo
marmo fissi eterni allora conosciuti
come lui per giorni da nebbia fitta
e da gelata brina nei mattin velati

Mar Morto: quei sorrisi
Sponda giordana del Mar Morto
lì seduto in riposante sosta che
faticoso il risalir fu dopo quel
galleggiar leggero dalle nere
forti saline acque un incontro
questo di teneri fanciulli un
gruppo e con le maestre sue
son poveri orfani iracheni fu
quel presentarsi offesi non
nelle membra solo ma nella
mente pure lesta un mano
non so perché nel fermar
quel tentativo di carezza
mio gesto che ben inteso
inver fu da quelle creature
che da quei lor smunti visi
sbocciò un largo a me sorriso
ben serrato forte oggi nello
scrigno segreto mio e quello
dei miei sì miei più bei ricordi

Zingaro e marinaio
Dice oggi che stanco è il cuore
lungo le strade del mondo e tante
zingaro son stato sull’acque poi
di laghi fiumi oceani e mari tanti
del marinaio ho preso le sembianze:
tante le soste e le fermate tante
e tante sì in questo viaggiar mio
le donne per le quali ho palpitato
nessuna fissa dimora a nessun porto
ancorato solo brevi incontri intensi
frammenti d’amor belli condivisi
e or vivo lieto nel palpitare di ricordi

Gocce di nebbia settembrina
Staman triste mi offro al giorno
con i tristi tanti miei pensieri
e par questo piangere il mio dolor
sentendo ma poi gocce son solo
di nebbia leggera settembrina
verso di lei ecco le braccia tendo
cerco conforto alla disperazione
al brucior mio dei sentimenti
queste dal palmo della man scivolan
via ma ancor lì fermi e lì fissi
nell’animo i tristi pensier miei
qual gocce pesanti di una nebbia
della mente che da qui non scorron
e sempre qui stanno a tormentare

Par parlare l’elianto tuberoso
Negli ultimi giorni settembrini
volge i suoi occhi color sole
gialli l’elianto tuberoso al cielo,
un sol ramo ogni anno per magia
si china in basso e a me lo sguardo
volge e poi al vento dondolando
i suoi occhi mi sembrano parlare
è come la voce dolce di mio padre
che queste parole pare sussurrare:
di questi fiori ricordi nella stagion
in vita alla mamma un mazzolin
solevo portare e nell’eterno sonno
stando a lei vicino non vorrei oggi
pur mancare, ancor più in basso scende
il ramo ed offre i giallo fiori pian
pian dondolando verso la mia mano
che al cimiter a lei per lui porterò
come ogni anno sempre all’indomani

Un foglio giallo stropicciato
Un foglio giallo consunto dal tempo
stropicciato poche le righe scritte
incerta la grafia come se mano stanca
dolente avesse dato allora loro vita
sull’uscio di casa mi sono ritrovato:
queste le scritte frasi e alla lettura
di lor mi son forte e tanto emozionato:
“Dove tu sia ti porti il vento queste
mie parole, perché forse ti chiedi
chi sei io non ricordo, sì un tempo
fu lontano della giovinezza nostra
a ricordare prova, non gioie d’amore
mi donasti d’amor nessun frammento
che sempre pure un sorriso mi negasti
e in frammenti il cuor mi fu ridotto”
Amico lontano sconosciuto non so
quanto ti possa questo consolare
un tempo anch’io scrissi queste
con mano incerta stesse tue parole

Ondeggia l’alto pioppo
Ondeggia l’alto pioppo al vento australe
par tra cielo e terra un danzar leggiadro
soffia sui pensier miei la tristezza forte
scossa la mente e par fermarsi il cuore

Ponte Coperto di Pavia
Ritorno oggi dopo lungo tempo
il piede a posar sotto le arcate
del Ponte Coperto di Pavia,
il Ticin, l’azzurro fiume, lì sotto
come quel dì vi scorre ancora
ma io la memoria inver vorrei
fermare e a ricordar tornare.
Oggi è settembre allora estate
era una fanciulla sconosciuta
lì sulla sponda un remo lì vicino
già pronta con le amiche alla vogata,
poi il suo bel viso in sù chissà in sù
perché rapido si volse, la man aperta
in segno di saluto lieta sorridendo:
tanta la gente che andava vi passava
e non so a chi fosser donati il saluto
e quel sorriso e un’illusione sorse
poi veloce via via scivolò la barca,
ancor vive l’illusion fissa nel pensiero!

Un volo di gabbiani
Punteggia il verde scuro degli abeti
di San Pietro la collina, il mar laggiù
d'un azzurro chiaro fermo, nel ciel
nuvole bianche immote, leggiadro
di gabbiani un volo anima il quadro.

Ricordo dell’Isola d’Elba

A margine di un campo fiorito di Cicognola
C’è un altro alitar in quei campi e nella bella stagione,
un alitar lieve e soffuso di nobili spiriti dal volto caro e familiare ?
Con lento andare passa da qui amico e tu pure forestiero e se un fremito forte senti
lo saprai di certo e capirai chi lì s’aggira qual ombra tra l’ombre festanti e liete.
Non sono forse le anime buone, le tante anime giuste e pie
che in vita a Veronica e a questo luogo resero con opere e preghiere santa e cara devozione?
Sì, sono d’una catena lunga, maglie robuste, alcuni anelli
vi è poi tra esse quella del curato santo e poi ancora di ombre note e ombre sconosciute.

Cicognola frazione di Binasco (MI) dove fanciulla visse la Beata Veronica a ricordo in prossimità della sua festa (25 Settembre 2016) di Mons. Luigi De Felici santo curato e suo devoto

Lasciar l’alpeggio
E’ tempo di migrar
lasciar l’alpeggio
a luoghi antichi
il gregge chiama
al vecchio nonno
il giovin pastorello
s’accompagna lieto
il primo cari luoghi
di nuovo ritrovare
triste il fanciullo
dover l’amor trovato
sui monti abbandonare

Metamorfosi d’amor
Qual farfalla innamorata si posò su un fiore
esser quello credeva dell’amore ma lieve
il profumo lì non vi trovò alcun vero piacere
venne la sera diventò falena lampada rossa
colorata bella nascosto lì pensò ecco l’amore
si avvicinò poi sopra vi si pose e si bruciò l’ali
d’amor tanti i sembianti e pene d’amore tante
un favo dolce stillante delicato miele lì solo
disse troverò l’amore e qual orso desioso tanto
per quel biondo nettare gustar verso l’alvear
alzò una zampa d’api uno sciame e si trovò a
scappare una goccia di miel per terra cadde
sarò mosca si disse e lì dentro s’andò a tuffare
ritentò di volare ma invan così morì d’amore
d’amor tanti i sembianti tanti quelli d’amanti
e per amore fino a morir le pene tante tante!

Abbandona della luna il chiaror
Abbandona il chiaror della luna
la vallata già dorme il gregge
lento della cena il fuoco muore
sol veglia il can che fa di guardia
che invan lassù di Selene il volto
cerca così al buio nero della notte
s’abbandona il tutto pur s’abbandona
ai sogni il pastor per la fatica stanco

La farfallina di Moron
Ricordo Moron quella raffineria
poco lontan il mar Caribe vasto
palme e lì a terra noci di cocco
sparse vicin un chiosco bibite
panini e altro quei dulcitos
dietro un vetro semiopaco
piccoli fanciulli senza gioia
tanta miseria povertà tanta
quegli occhioni spalancati
a mezzodì fermi lì in attesa
che al baffuto omone dietro
il banco una voce poi dicesse
un dulcito por estos ninos amigo
due poi tre quattro cinque forse
la voce via via poi si sparse e tu
un dì pur tu ricordo tu venisti
in disparte prima e il muco al naso
il viso triste e dei pantaloncin stinti
sdruciti spaurita nella sperata
desiata attesa e a quel un dulcito
otro tanbien lo mejor piano tesa
la man il piede tuo ecco si mosse
come con fatica un timido sorriso
non come pareva di un gracil bimbo
che nel diman solo allor capii
quel tuo reale gentile aspetto
una bambina dalla pulita faccia
un rosso nastrino nei capelli neri
una linda lisa corta gonnellina
sì questo era stato cara fanciulla
per me certo sì quello bella farti
dono gentil e qual ringraziamento
di un piccol dolce forse sognato
e negli anni passati tanti vive il ricordo
tuo farfallina diventata donna, l’augurio
questo: sia tu lieta e felice mamma

Tanti anni fa..Moron ( Venezuela-Mar Caribe)

Tarda nell’ora
Tarda nell’ora tarda ad arrivar la sera
l’animo freme s’agita e par ruggire
che solo nel buio sperato e tanto atteso
avranno quiete questi tristi miei pensieri

Teslifen e Teslofen
Ascolta ascolta e fa la nanna:
questa la fiaba che un tempo
il nonno al babbo tuo diceva
per farlo felice addormentare
o mia dolce cara nipotina:
v’ eran due omaccion baffuti
Teslifen e Teslofen camionisti
che tutte le notti s’aggiravan
nel paese qui vicino a portar
per conto di un Re Mago
con un tir grosso e possente
dei giochi e dolci ai bimbi
che nei lor lettini bravi
s’eran poi senza caprici
tranquilli addormentati,
v’era anche con loro un lupo
alquanto birichino dal nome
stran Zebbino che talvolta
al volante stava e la strada
mentre stanchi Teslifen
e Teslofen per il viaggiar
lungo faticoso tanto dal pisol
presi per far dispetto a quelli
apposta lui sbagliava: dove siam
dove siam dicevan di colpo
lor svegliati da voci e rumori
strani: lì una foresta immensa
piante mai viste pur dai colori
strani come di strani color
ecco uccelli fiori e i leprotti
e lì tra lor giocava facendo
girotondo una fatina bella
dai biondi capelli rosa
la boccuccia azzurri gli occhi
belli, così svegliati e stizziti tanto
con rabbia tanta di botte davan
al lupo birichino..qui cara nipote
il babbo tuo poi s’addormentava.
Ma al mattino quando svegliato
e gli occhi un poco stropicciati
così il babbo tuo a sua volta
questo mi diceva che in sogno
oppure forse vero poi difficile
da dirsi che di Zebbin del lupo
birichino era amico diventato
come pur della fatina bionda
e con loro tutto felice un giocar
tanto felice: una foresta lì vi
era tutta colorata rosso verde
blù arancione azzurro i suoi
tanti colori vi odoravano
piante fiori e frutta offrivano
cariche piegandosi le piante fino
a terra e si riempiva l’aria dei canti
degli uccelli e leprotti scoiattoli
saltavano tra loro e come diceva
d’esser stato nel paese dei balocchi!
Già vedo bimba cara.. stai dormendo
cosa dirai domani al tuo risveglio?

Filastrocca per la mia nipotina Laura

Il nanetto delle fiabe
Il bimbo già dorme è chiuso il libro
delle fiabe ma ogni notte per incanto
ad una pagina si apre e quelle figure
lì dipinte prendon vita: un cavallino
alato e Gigino il nanetto birichino,
sù pronto sveglia grida questo forte
a Remo a quel bimbo addormentato:
“è ora di partir girare il mondo giunger
fino lontan lontan al paese dei balocchi”.
E’ solo un sogno ma al bimbo sembra
vero così con questo piccin piccin amico
e in groppa a quel cavallo dalle dorate
ali tutte le notti il suo lettino lascia
e così volando volando in quel paese
arrivan e lì una fatata giostra attende
già pronta con altri cavallini e cavalieri
di girar girar girare fino al mattino
tra canti gioia e festose allegre grida
quando una voce amica interrompe
il sogno dice la mamma sù Remo
dormiglione di svegliarsi è giunta l’ora

filastrocca per i bimbi più piccini

Abbandoni
Marzo giunge e abbandona il giardino
il pettirosso viene la fine di settembre
e la rondine abbandona il tetto amico,
del lor viver chi detta i ritmi è la natura:
in inverno in primavera ci sarà il ritorno.
Ti ho amata or non più ti amo l’abbandon
questo governa del cuore un sentimento,
patria cara addio paese mio ti abbandono:
spingon a ciò guerre fame e disperazione
ma speranza pur vive di riamar la stessa
amata come pur gli amati lidi rivedere.
Poi fatal all’uomo della vita l’abbandono
giunge e dalla morte alla vita sappiamo
non vi è certo ritorno ma qui pur vivon
son sentimenti e per chi crede una speranza:
non negra terra il buio il nulla, che vive
il ricordo un fiore una tomba una prece
quando è sera quella foto che ti sorride
ancora e poi ecco vita nuova : della carne
sfolgorante la Resurrezion sarà al suono
quel dì imperioso forte acuto della Tromba!

Redenzione

Questa è la voce che giunge dalla Croce
la stessa dolce che al buon ladrone disse
non disperar se sei stato ladro, assassino
o prostituta pur per tutti voi vi è speranza
e redenzione: ascolta attento è la voce di Cristo
che ti toglie dal buio dall’errore dal passato
che infonde nel tuo animo una luce grande
luminosa che dal baratro al Cielo ti trasporta

Il volto di Dio
Oggi non parla la scienza la filosofia
né la teologia sull’Essenza di Dio
né su quel Volto in risposta all’ardua
di Pier domanda “ Chi l’ha visto?
ma di fede una donnetta ieri da me
su questo interrogata. Senti mi disse
cosa rispose Gesù a Filippo a quel
suo chieder “Orsù mostrami il Padre!?,”
e prima ch’io tentassi d’aprir bocca
queste pronte le parole sue, come riporta
nel suo libro tra i quattro San Giovanni,:
” Chi vede me Filippo vede sappi il Padre
e così chi vedendo il Padre me vedrebbe”
e poi da allor tanti gli esempi nell’umana
storia che come ben sai vide il volto di Cristo
il Beato Cottolengo, sì il Giuseppe piemontese,
in quelle deformi membra e in alienate menti,
oggi poi Francesco Papa nel migrante affranto
nel rifugiato che senza Patria e che sol
con la speranza di viver erra quel volto
vede e ci dice di vedere e che dir guarda
oggi vi è grande festa in Cielo lì vi è
Teresa che di in quei morenti visi per anni
in quella disperata città tanto di dolor dolente
altro non accarezzò credimi che di Cristo il viso,
così concluse e questo a me suo dir qui riporto.

Ancor della Lentezza
Nel viver nostro in questo tempo-spazio
siam come molle in stato diverso di tensione:
uno Ordinario un di Frenesia ed infin il migliore
quello chiamato di Lentezza. Nel primo colori
vari dove in genere il grigior prevale, caotico
affannoso il secondo che il respiro pure toglie,
di memoria, riflessione e cognizione il terzo:
ma spesso nel viver dosar non sappiam la forza

La Lentezza
Del tempo-spazio oggi negletta figlia
è la Lentezza che nel viver nostro primeggia
la Frenesia sua sorella, nell’oblio marcito
quel frutto della antica popolar saggezza
che suona “Chi va piano va sano e va lontano”

Un lento triste pigolio
Nulla m’è dato di saper quali i tuoi pensieri
o dal giallo becco merlo nero che dal ramo
alto del platano fronzuto oggi al ciel non
lanci quel gioioso acuto trillo tuo ma un lento
pigolio lento che come mesto pianto pare

Vite parallele
Non son solo sbiadite foto sull’album dei ricordi
ma forti vivide figure fisse nei ricordi della mente:
qui nel suol degli Emirati con il suo falcon amico
davanti all’alta nave da crociera in sosta fiero
alla vista dei turisti s’offre un figlio del deserto,
nella verde Irlanda eriche in fiore, non lontano
il mare, sul limitar d’una casupola dal muschioso
tetto col suo caprone di bellezza rara al gitante
sorride ed orgogliosa quello indicar va una vecchia,
gelido Capo Nord nella oscura notte gelida radura,
tundra a punteggiar sparuti muschi e licheni verdi,
un biondo lappone la tremolante al vento tenda
sua dal riposo al comando ecco pigramente s’alza
a salutar gli ospiti curiosi la dolce pigra renna,
tre bimbe scure beduine e lì dal vento del deserto
mosse in Tunisia tra come scivolanti dune piccole
volpi a quelle far allegra e dispettosa compagnia,
tra i canali d’una ridente Delft una piazza un mercato
una cattedrale volta al cielo qui dallo scavato secco
viso un mendico vecchio dalla vecchia scura blusa
scuciti e lisi i pantaloni una scimmietta una cassetta
e colorati foglietti lì ove scritta sta la futura sorte
nostra al suon suonante di un organin col musino
vispo vispi gli occhi la zampetta a darne uno pronta:
oh quel caro civettuol ridente borgo dei tulipan paese,
in Giordana infin dei Re la lunga lunga assolata strada
una sosta ai passegger viaggianti una piazzuola larga:
banchetti monili in mostra e di ricordo cianfrusaglie,
un serpente sibilante dalla scura pelle screziata al collo
di un berbero statuario dal turbante rosso attorcigliato:
queste tra le tante qui presenti tra i fogli dei ricordi
vite parlanti parallele vite in simbiosi con amiche
vite, vite vissute a render un viver men tanto crudele,
la miseria e i morsi della fame, lì in attesa di uno scatto:
una foto poi un sorriso per quello spicciolo in regalo.

Batteva dolce l’onda
Batteva dolce l’onda contro la scogliera
la Luna e le stelle a farci compagnia
e sopra la costa oleandri gerani l’aria
a profumare di quella notte d’estate
e noi amanti d’un futuro sognatori
la solitudine oggi a farmi compagnia
perduti suoni luci profumi falso amore

15 Agosto
Ferragosto pur liturgica Festa
della Beata Vergine Assunta
in Cielo, di Maria le lodi cantar
vorrei ma come osar e dir dopo
del divin Poeta i sublimi versi?
Così di Lei immaginar mi piace
qual dolce fanciulla ebrea a lievi
di Anna e Gioacchino i genitori
render le fatiche quotidiane e che
al pozzo di Nazareth allegra muove
con la brocca in testa e un poco poi
qui ferma in attesa del traboccante
d’acqua secchio ilare fantasticar
del futuro con le compagne sue
ch’ancor dell’Arcangelo quel dir
lontano ignoto e del futuro destin
Suo terreno e poi celeste ignara
come ignara che un comun mortal
qual io son dal nome dello sposo
Giuseppe suo mortale pure nei secoli
a venir tanto lontan futuri un dì
potesse con amore dire: Maria
del Ciel Regina per me per i miei
cari Gesù l’amato Figlio prega .

Due libri del Liceo
Mia moglie ha deciso di fare pulizia
inutile lasciar simili inutili fardelli
al figlio alla nuora e alla nipotina,
così oggi tra la carta da smaltire
vi ha messo due miei libri del Liceo:
l’Ippia minore di Platone e il volume
primo della Filosofia del Lamanna,
eran rimasti senza che mi ricordassi
a farmi silente e nascosta compagnia
tra i tanti dimenticati di quegli anni.
Prima dell’abbandono li ho così riaperti,
quasi accarezzati e tanti poi i ricordi
vi son nati: i due miei vecchi Professori
di Greco e di Filosofia quell’aula un tempo
del Carducci in via Lulli di Milano, i nomi
i volti di compagni perduti ormai lontani,
poco lontano ecco i rintocchi d’una campana
a morto un’anima che sale credo in Cielo
e qui per me il morir sicuro ormai per sempre
con Platone il dotto e del Lamanna il primo tomo
ore liete e perdute della mia cara giovinezza
e nel macero d’una vasca il sciogliersi di sapere.

Guardo oggi una tua fotografia
Una vecchia fotografia guardo cara
sorella mia la tua fatta dalla mamma
ingrandire da una più piccina e poi
incorniciare dopo poco quel quattro
di settembre di un anno assai lontano
quel giorno triste dell’abbandono tuo
per volar questo il pensiero in Cielo,
come un tempo rivedo luminoso quel
sorriso pare la foto muoversi e vita
prender dolce pia illusion che ai vivi
spesso i cari trapassati nostri regalare
sanno e se nel dì di San Lorenzo credi
stanotte una lucente stella vedrò cadere
perché non creder che questa cara
sorella mia sia di un ricordo segno
un messaggio tuo per me tanto d’amore?

Inis Mòr
Isole Aran: Inis Mòr e le due
sue sorelle lembi di terra
dal vasto Atlantico lambita,
il ricordo d’una estate antica:
un barcone a sfidar le onde,
un pub una birra due panini
il lacerato stomaco s’acqueta,
un tedesco professore dotto
di filosofia, del gaelico pensier
si è persa mi dice la memoria,
scogliere a picco onde forti lì
contro rumorose che il suo pensier
non portano infin poi a ben capire,
ecco maglioni colorati in bella vista,
poi un ragazzo vispo dai capelli rossi
un baio suo cavallin ed un calesse,
un susseguirsi di stradine strette
e un continuo e dolce saliscendi,
ai lati linde casette tra loro solitarie
nel verde sparse qual occhi aperti
oltre a guardar dai secchi muri
di orti e campicelli confini divisori
nere petraie e dal lunare aspetto,
e nel girovagar del calesse lento
sole e poi pioggia e ancora sole
poi pioggia e pioggia ancora
a ristorar nell’ampia vision
di quel lontan da oggi giorno mio
la rapita mente e lo spirito sognante

Bianche campanule
Tra rovi arbusti e infestanti erbe
lì due bianche campanule: son occhi
aperti a cercare il sole e il cielo,
par suggerire qual maestra è la natura:
fa come me quando è grigio il viver tuo
che in ogni dove metto una nota di colore.

A S. : in Memoriam
Quando d’autunno vedrò le rondini
partire, io penserò a te , amica cara
piccola rondine venuta da lontano,
da quella terra dai colori accesi,
che, infranto il volo e muto reso
il dolce cinguettio che l’accompagnava,
tranquilla dormi nel quieto cimitero
di campagna dove la nebbia già stende
il suo mantello Ma so che un frullo d’ali
misterioso nel gelo di un mattino
sentirò e una voce conosciuta
mi dirà:” Dimentica se puoi
l’esile rondine caduta,tenera,
fragile e fredda senza l’ali, come
vedesti in quel mattino triste, e pensami
a quando, in primavera, di Progne
ritorneranno in stuolo le sorelle”.
Attenderò sì quel tempo e il cielo scruterò
cercando, tra le tante, una rondine
felice di girare nell’azzurro…
..quel frullo d’ali, quella voce amica.
Vorrei suonasse falso quell’antico
canto:” Tornan le rondini ma tu non torni più.”

Lì un tempo
Lì un tempo in mezzo all’oro del grano
oltre al rosso dei papaveri rideva l’azzurro
del dolce fior d’Aligi perduto fiore alla
memoria lì in quel campo in un perduto
tempo sorridendo gioiva la mia giovinezza

Jacques Hamel: in Memoriam
Ecco che la pace della tranquilla Normandia
da man sacrilega di belve dall’aspetto umano
solo vien di colpo sconvolta e in terrore tramutata:
un borgo francese dal nome finora sconosciuto,
un vecchio canuto Prete di campagna, dolce mite
lo sguardo e il viso dalla tarda età tanta scavato,
alla funzione sacra mattutina sull’altare attende,
ultimo atto di lungo ministero che sgorga il sangue
dalla sua recisa gola, non pietà solo odio vive: è furia
islamica assassina o di poveri giovani tanto delusi?
Al lettor che intender sa lascio pertanto la risposta:
di certo e senza dubbio questo vecchio è un martire
cristiano e par di veder una goccia di quel sangue
cader nel Calice dorato a completar del sangue
di Cristo l’ultima sua di Prete l’ultima consacrazione!

Francia: Assassinio di Padre Jacques Hamel- 26 Luglio 20016

Amicizia tradita
Torno oggi a scavar nel campo
dei ricordi a ricercar un caro
volto amico che alla mente
appar sfuocato assai sbiadito,
questo non trovo ma altri poi
risorgon dal limbo del passato:
uno par dirmi di me morto è’
il ricordo? Non rispondi taci
mi hai dimenticato? Sorride dice:
eppure un tempo quanto abbian
percorso insieme i sentieri
lieti della giovinezza nostra!
Tolgo triste da lui lo sguardo,
smetto di scavare, altra mia
ingratitudine all’amicizia antica
non vorrei poi oltre qui trovare

Bianco oleandro
Pianta tanto bella l’oleandro
oggi la bianca chioma fiorita
sua tende al cielo brilla al sole
alla visione mia dolcezza offre,
volteggia lì vicino una farfalla
dai colori vivi giallo rosso bruni
poi rapida veloce si allontana
e sussurrare par queste parole:
tanta bellezza ostenta ma veleno
in sé poi mortal tanto racchiude
qual bella donna di sua bellezza
adorna che prima dolce ti attrae
poi baciandoti ti avvelena il cuore
come tu sai bene del passato tuo

Ancor vi fanno i nidi lì le quaglie?
Lungo la strada che percorro lento
s’offrono oggi alla vista di granturco
alti dalle frasche verdi steli,
da guaina al tutolo crescente
fanno alcune e corre altrove
la memoria: delle quaglie,
altro campo, altra stagione,
ero fanciullo oggi vecchio stanco,
ecco quei nidi da steli da fogliame
lì nascosti, ricetto sicuro e protezione,
che spiavo attento silenzioso un varco
aperto senza far rumore: prima
screziate uova poi il loro aprirsi,
l’aprirsi alla vita di vite nuove
il nascer quel dolce caro pigolio.
Bello sarebbe se il nido qui
oggi ancor facessero le quaglie!

Quattro soste al correr nostro
Spesso è tutto un correr il frenetico viver nostro
frettoloso tanto da impedir di guardare il mondo
come se accanto a noi ci fosse solo grande vuoto
e indifferenza apatia fanno a tal passo compagnia
alla morte non volge il pensier nostro come a vita
grama o a vita che sboccia vite diverse la natura:
tanti i giorni dell’anno diverse sono le occasioni
fermare questo passo tante le possibili fermate
come posar un fiore sulla tomba deserta d’un morto
sconosciuto una carezza al risveglio d’una vecchia
protetta solo da un cartone nel rigore dell’inverno
un sorriso infin donar a un bimbo in una culla
in fasce e a un passerotto lanciare briciole di pane
quattro tuoi piccoli gesti d’amore e d’amicizia
non costan nulla e ti faranno un poco più felice

Quando vedrai le primule
Quando vedrai le primule sbocciare
saran per te dolci parol d’amore: le mie,
ovunque sia nell’ora, presenti o perse
ormai queste sembianze, perse nell’ombra
o perse nella vita. Come primula, il gelo
vinto, torna alla vita con tenui colori
e cielo e aria con tremore sotto le foglie
cerca o l’erba del giardino, seppure spento
ad un terren sorriso , nell’eterno tempo
come dormiente, sboccerà così il mio cuor,
con ritmo lento, a cercar quel sorriso
che a quel fior sorride, non so se triste
o se di me si ride, dimentico di un tempo
di una vita, lo cercherà comunque
e l’illusione sarà che tu sorridi che mi pensi
quando vedrai le primule sbocciare. Ove tu sia
voglio che ricordi quando vedrai le primule
sbocciare.“Simile a queste nelle stagioni
il corso del nostro amore fu: carezze e baci,
fiore bello fiorito, ma spesso, come all’ape
poi profumo e colori prosciugati, spoglio
al cuor e spento qual gelo ai sensi triste
appariva come quelle spoglie che nell’inverno,
avvolte e sepolte nel giardino, dispariscon
e sembran morte, poi come quelle tornava
a rifiorire!”. Ovunque sia a questo amore pensa.

Muto stanco il viver mio
Canta una lodola tra il canneto
nello stagno a quello lì vicino
si tuffa e poi gracida una rana
sotto i miei occhi vive la natura
m’interrogo e domando perché
solo sia muto stanco il viver mio
invano in me cerco la risposta
la lodola canta e gracida la rana

Odio che più odiar si possa
Ancor oggi dir non so se simpatia
o amor con i miei sguardi per lei
provassi tanto passato è il tempo
solo un ricordo fisso vive che d’odio
sguardi che oltre il più odiar vi sian
a quei miei qual ricompensa n’ebbi

D’amor poco sapendo
D’amor poco sapendo
quel dì non dissi t’amo
più tardi il cuore scosso
forte lo dissi ma invano
che amor non ama indugi
che sordo è a tardo richiamo

Un bacio alla Luna
Getterò stanotte un bacio mio lassù alla Luna
grato è il ricordo per quel suo allor gentil regalo
illuminato aver quel primo bacio mio d’amore
resa stella terrena ardente quella panchina al buio

Quei poveri umili fiori di campagna
Rosso papavero e tu azzurro fior d’Aligi
poveri umili fiori di campagna ch’oggi
ritrovo solitario sul ciglio d’una strada
d’un paese a me caro all’animo ed al cuore
ricordi antichi andati alla mente mi portate:
d’un amor mio di un tempo verde giovanile
un amor come il primo ardente color fuoco
spentosi poi nel volger breve d’una estate
il secondo che colto sul cuor con cura posi
per come il mito narra a lenir le ferite sue

Del verseggiar son fonte
Del mero scribacchin o del poeta
sommo del verseggiar son fonte
di ispirazione e dell’uman sentire
l’anima l’animo la mente il cuore:
volge al celeste eterno alla morte
quella prima e di pensier sia buoni
che cattivi la mente ne è forziere,
sol di sentimenti e tanti l’animo sol
ne è colmo e tra questi il mal d’amore
primo primeggia e tutti i sensi avvolge
anche dell’anima e de la mente poi
quando dalla mano vergato e reso noto
per il cuor sarà un gioir o portar pena

Piange il tiglio
Triste oggi è del merlo il canto
che man violenta la compagna
uccise lì su di un tiglio il ramo
e a far al dolor suo compagnia
par stillar da una verde foglia
non di resina gocce ma calde
a consolar lacrime d’empatia

Su un muro screpolato
Rivedo questo muro vecchio screpolato
e vi leggo ancor lassù d’amor parole mie
in un tempo scritte mio tanto lontano
e lì ancor vive pur se quell’amore morto,
or lì vispa sopra vi striscia lieta danzando
una lucertolina che da lì rapida sparisce
trovando tra le crepe sicura sua dimora
o quanto vorrei che quelle mie parole
lì pure sotto vi trascinasse per lor donar
un eterno oblio stolto sussurra una vocina
parole ricordi che stanno pur nel cuor fisse
e niente nessun le può obliare o cancellare

Amico volontario
T’aggiri in istrada e negli ospizi
in carcere sotto i ponti e in ospedali
attento non guardi al colore della pelle
sua non al credo religioso che professa
da buon samaritano sempre ti offri
al sofferente sconosciuto a te davanti
di lui tue fai le ferite sue del corpo
e pur quelle che spesso son nascoste
dell’animo e la mente e fai per amore
tutto questo senza chiedere compensi
onori o encomi vari gratificanti premi
sol per te basta il tenero sorriso di quel viso

Soffia la bimba
Soffia la bimba allegra sul bianco pappo
del tarassaco e lieta volar vede ciuffi bianchi
sottil e lievi al vento che la man tenta di fermare
ma rapidi fuggon quelli e sol rimane il solo
stelo con la capsula del frutto lì messo a nudo
e quel suo primo sorriso si muta in delusione
diversa si aspettava dopo di quel soffio la sorpresa
ma ecco pronta è ancora con quel gioco a rigiocare

Il soffione
Solitario mi chino nel verde
a coglier di un tarassaco verde
un solo solitario pappo e al cielo
in alto poi guardando a disperder
quei tanti tanto sottil piumosi semi
forte forte soffio con l’illusion vana
di disperder i cattivi pensier miei
lontano e a germogliar lontano
lontano tanto dal terren del cuore mio

La lodola cantava
Nascosta quel dì tra i boschi del Ticino
una piccola lodola cantava e del divenir
ignaro io di quel canto tanto mi beavo
che di lontan lugubre triste era il suonar
di una campana poi suono per me fatal
a recar da lì in poi solo dolore e pianto
che dal materno ramo quel dì cadde
mentre quella piccola lodola cantava
una piccola verde foglia a me sorella

Non vi è cantor
Non vi è poeta vuoi sommo o sconosciuto
che dell’amor non abbia nelle rime sue
cantato che tu donna e i sentimenti che
all’uman cor all’animo nel tempo muovi
del poetar son fonte sgorgan così petrose
rime poi dolci accorate poi tanto dolorose
tu donna angelica spirto oppur donna pietosa
t’amo e non m’ami lo sai che poi ti odio oggi
questo il cantar tu senti nei secoli a te donna!

Non come rosa
Che man gentil dal suo cespuglio colga
o che agir violento da lì con furia strappi
della rosa il dolce profum si muore
e l’acuta spina poi perde il suo vigore,
pur degli amanti al fiore la fragranza
scema quando tra quei cuori il distacco
avvien quale ne sia di questo la ragione
fior della rosa diverso poi sia nell’aspetto
sia nei colori che per vero senza spine nato
poi di queste lui morente si ricopre tutto
per far sol un dei due cuori sanguinare

Il saluto della rana
Copron ninfee carnose e dal giallo fiore
il largo specchio di un melmoso fosso
e nel silenzio non sento per qui strano
poi verso alcuno delle figlie del limo
delle rane poi da qui lontani un tuffo
un gracidare come a dir al domandar
a quel pensar mio muto son qui presente
ti saluto e del pensier io grato m’allontano

Molle tirate da mano misteriosa
Cheto è lo scorrer del ruscello, calmo il mare
azzurro piatto senza onde, sonnolento il vulcan
il suo bollore spento, s’apre lieto al sole il cielo
nessun nuvola lo turba e infastidisce poi ecco
quelle molle misteriose lì celate che a suo piacer
una mano misteriosa stuzzica e con lor gioca
e per capriccio bizzarro e tanto sconosciuto oltre
il limite meccanico sottende della natura mutano
gli stati si gonfia il ruscello a dismisura, ribolle
il mar e onde violente s’alzan minacciose, fuoco
vomita il vulcano si rompe il ciel e fulmini saette
e sulla terra gemer si sente per morti e distruzioni

Come rapido della lucciola
Come rapido della lucciola il suo chiaror
nel di lei fuggir tra l’erbe si perde e spegne
e qual da nuvola in ciel sorta improvvisa
della luna il lucior ecco vien velato e tolto
e delle brillanti stelle ad un tratto il candor
svanisce come candele da un soffio spente
così spesso tra l’erbe dell’orto degli amanti
e tra il cielo dolce lunar e di lor tanto stellato
dell’amor la lucciola muor Venere ratta si vela
e tutto dei cuor si spegne l’ardente firmamento
e questo amaro divenir spesso ignoto da sapere

Le vite del giardino
Nel volger del giorno dal mattin a notte muta
repente la vita che anima l’erbe le piante i fiori
gli spiazzi e pur l’aria di un giardin che qui s’affaccia:
quando i gatti dormienti sono o in cerca di avventura
e merli gazze passerotti nei nidi sui rami dei platani
dei tigli o dell’alta quercia che quei qui tanto sovrasta
al notturno giusto riposo l’ali spente stanno abbandonati
e volati già son a della sera il primo far da qui altrove
e le bianche farfalle e le zanzar moleste e i calabroni
e sotto terra in fondo rifugio stan bruchi formiche
vermi ecco che al colmo della notte striscian tra l’erbe
veloci dal musino buffo e snello il corpo buffe corazzate
creature i miei cari porcospini ricci che lì pronte per lor
sui bordi di aiuole dagli spenti fiori di dolci mele fette
larghe in attesa stanno e di pasti altrui avanzi croccantin
dorati a romper il diurno forte digiuno e fame ristorare
e s’apron poi danze e d’amor giochi e a sospetti rumor
mutansi infin quei corpicin in d’aculei ricche rotonde palle

Il nobil servil omaggio
La gran Marchesa dai capelli rossi
in tarda età il mondo aveva lasciato
dorme ora nel suo avito nobile
sepolcro di marmorei busti marmi
colorati adorno e in alto troneggia
una equestre statua di un famoso
suo bis-bisnonno condottiero prode
che con una man un bronzeo stemma
regge, triste qui guardo vedo e ripenso
oggi neanche un fiore povera Marchesa
ma tanti negli anni di rose rosse mazzi
di principi conti visconti duchi giovinastri
non già omaggio alla vetusta grazia tua
ma bensì ai pranzi luculliani che largivi,
or non ti rattristare che da che mondo
è mondo diffuso è questo agir servile
uno ti danno se san più di cento avuto
ed al dato zero dicon più non ti conosco
quindi sola non sei in questo amaro elenco
pensa dunque qui serena e stesa stando
al vecchio e saggio tanto popolare detto
che passata la festa pur son gabbati i Santi!

Sospira la vecchia
Rugginoso il filo e mal fermato
pende misero quel bucato steso
poveri stracci e un sospir di vecchia,
passa di presso un treno quel silenzio
rompe e al sospir seguono ricordi:
altro il balcone, altri eran quei panni
di seta stesi lindi e colorati, una gonna
rossa svolazzante al cielo e d’amor
di giovinezza altri sospiri oh quella
sera, lì guarda la vecchia curva stanca:
un forte sospir nuovo e un treno che
lontan poi porta quei suoi lontan ricordi!

La mano in alto tesa
La mano in alto tesa per oggi darti mamma
una carezza non al caldo tanto amato viso
che muta fredda marmorea foto toccan queste
dita mie e poco lo so è questa mia carezza
che pur con tanto amor lì portata non scalda
né riporta in vita te mia fonte della vita, vita
spesa negli anni tanti tuoi solo per donare
pur se fu tua vita sofferta e dolorosa tanto:
tolto ti fu bambina, quel lago, un caro tuo
fratello, matura donna poi la figlia bimba,
mia sorella,tenero ramo dalla rapace falce
nera dall’alber tuo materno un dì reciso,
indi nel tempo dolori altri e tanti tanti
da forte spirito mutati pur vivo quel vasto
tuo tormento interno in sorrisi dolci e gioia
a chi ti avvicinava ed ecco infin come dicevi
consolazione della vita tua quell’amor tanto
sconfinato amorevol e amorevolmente dato
a quel figlio mio figlio di tuo figlio frutto
eran tue parole dolce e assaporato a dar,
dopo amarezza tante e prima del sonno eterno
che or pian piano or t’avvolge, l’ultimo vigor
al tratto estremo della vita tua come rinnovata,
cade la mano mamma e dopo la carezza dal labbro
solo col singhiozzo nasce questa mia parola:
grazie ……………………………………!

La bimba donna
Sperduta è la casa in mezzo a un bosco
il mio passo lento mi porta lì per caso
una bionda bimba lì sopra una sedia
che fai le chiedo oh mia cara piccolina?
Stendo il bucato che siam sette fratelli
il babbo è morto e la mamma sta al lavoro
son io la donna di casa e dal cesto ad uno
ad uno si svuotan via via e via magliette
più calzoncini piccole gonne mutandine
e così via via quei fili stesi s’accendon
di colori e tra gli alberi il sol filtrando
rafforza quei colori e quel danzar al vento
e dona luce e gioia a un viso piccolino
la saluto mi allontano triste è il mio pensiero

La rosellina dimenticata
Un maggio antico ricordo in quel giardino
tante eran le rose che del cuor ardente mio
s’offrivan al desio, coglimi era la suadente
di lor voce: tutte eran belle tutte profumate,
sol una inver taceva poco il profumo poca
la bellezza così tra le prime la mia scelta cadde
ma tardi stolto l’animo ferito manifesto mi fù
l’errore mio che senza spine sol era quella
da me tanto sdegnata inodore muta poverella
che facile per un amante d’inganno esser preda
quando si bada solo alla bellezza e all’apparenza

Huc ades Galatea!
Così un tempo un dì cantò il Cantor d’Enea:
Huc ades, o Galatea; quis est nam ludus in undis ?
huc ades; insani feriant sine litora fluctus:

difficile dir qual nell’onde divertimento
Galatea allor trovasse e val forse oggi per me
quella del final verso esortazione forte ?
No, quell’imperioso invito disattendo giocar
ecco pur io mi pongo coi bei correnti flutti
l’onda scompone e ricompone quel mio
sembiante e coi raggi del sole lo colora
e discolora verdi alghe fan da pennello
guizzanti pesci gli fanno in giro da corona
così dolce dolcezza si diffonde al cuore
che si completa poi col giocar mio col silenzio

Quel ch’io credeva amore
Corre spesso il pensier a ricordar
del tempo della età mia nova
un non corrisposto quel ch’io
credeva amore quanto tanto
allor dolore mi portò al cuore
diversa riflession e giudizio
oggi si portano alla mente
amor non riamato amor non
è che questo è vero e non
fallace sentimento se non
v’è poi corresponsion dei sensi

Quella prima domenica d’Aprile
Una casa di riposo un letto bianco
chi mi regalò la vita tanto stanca:
ecco un mio bacio l’ultimo e il tuo
ultimo debole sorriso che deboli
erano quelle forze, ultimi tra noi
moti d’amore e gesti, una lontana
prima domenica d’Aprile quel
tuo ultimo cammino sul sentier che
al sonno eterno, morta la vita, porta

Come nudo tiglio
Ricche di foglie verdeggianti son
oggi le piante del giardino il tiglio
solo al ciel due moncherini tende
nudo tanto la scure nel potar quel
d’autunno dì la chioma sua offese
e d’udir or par un lamento suo
che altre primavere han da venir
prima d’al ciel d’aprir le verdi
braccia te fortunato dico che ben
diverso il destin di vecchia pianta
il mio nuda tra le mille e mille
piante verdi nel campo della vita
braccia dall’usura del tempo rotte
a rinverdir precluse e la morte solo
pronte ad abbracciare domani forte

Forte l’animo piange
Forte l’animo piange forte
al ricordo dei ricordi questi:
tre visi tre figure un tempo
amati tanto, non fredda sottil
lama né di tenaglie uncini
ardenti recider e estirpar
posson di questo dolor mio
forte le sue radici tanto forti

Son io poeta? Mai lo saprò!
Mai lo saprò se questo mio
parole in versi vergar costante
fama porterà di vero poeta
al nome mio o di scribacchin
inver non degno di memoria,
semplice il metro di giudizio:
se il mio sognar, il mio amar,
il dolor mio, del mondo i miei
colori saranno d’altri indotti
sogni, sentimenti ad amor
volti come a intendere così
il dolore che soffro e gioire
così del colorato mondo mio
degno sarò di aver d’alloro
di una fogliolina sola pur anco
il capo cinto, ma se questo
mio sentir amar veder soffrir
sol mio sarà e muti dei miei
lettori i sentimenti e dell’animo
i sussulti, cada il sever giudizio:
sì di versacci sia mero scribacchino.

A Eos
Eos dell’aurora dea dalle rosate dita
come ti cantò un dì il cantor d’Ulisse
qui solitario ancor nel buio a rimirar
le stelle la tua salita dall’oceano mar
con ansia forte attendo che si accenda
di nuovo color il cielo e lì forte lanciar
tra quelle dita i tanti miei pensieri neri
e che al tocco tuo possan di color mutare

Di Balos la laguna
Ancor oggi respirar vorrei di Creta del mar greco
perla l’aria forte di profumo salsa là dove di Balos
la laguna, dalle blu sue acque poco profonde e dolci
e dalla sottil rosata arena da spenta vita di mitili
e balani nata s’apre dove chinando un poco il capo
il riflesso del sembiante tuo guizzante e mosso
il corpo come da fremito tutto percorso scuote
poi questo volgendo a di Gramvousa del manier
i resti viva memoria vivi del guardingo suo vegliar
del venezian sul turco infido ecco come un tempo
qui ancora vorrei al cielo liberar i tristi miei pensieri

Erfoud
Un tempo qui acque oceaniche profonde
vita marina fatta da specie e da colori
tanto tra lor diversi svariati fascinosi
oggi la solitudine il silenzio del deserto
dove il vento spesso domina e impera
petraie dove giaccion memorie del passato
morti fossili che puoi toccar con mano
e come per magia riveder quel mondo
antico e ridestar quelle vite e quei colori

Canti solenni oggi
Oggi tutto va ben Madama la Marchesa
questo cantar s’ode per valli e per contrade
son voci giulive dal tosco fiorentino timbro
ma pur trentine sicule romagnol campane
per non dir umbre di Puglia e calabresi,
vili sol tacciono mute son liguri e padane,
che da due anni e più, son grulli quei che
non voglion vedere, mutato il viver e lo star
in questa nostra Italia grande e tanto nova
che novo un re regna e nell’oprar delle
faccende sue il favor ha di giulive bimbe,
al par suo tanto saputelle, che compagnia
fanno e al suo dir e al cenno il sì d'assenso
danno e poi, da mane a sera le man forte
battendo, questo il principiar del canto loro
solenne e con lo sguardo fisso al real scanno:
“Dove è l’Italia povera stracciona vilipesa
di quel tal di cui tutta l’Europa un dì derise?
Uno Stival vedi novo lucido rivoltato tutto
che il mondo inter bacia e riverisce prono
oh sovrano oh nobil condottier toscano,
non più miseri qui in cerca di un boccone
ma dalla pancia piena e ben satolli tanto,
piene le fabbriche e forte risuonano i cantieri
non più tasse ma pesanti di fiorin saccocce,
solo un ricordo il paese ove il bel sì suonava
all’età dell’oro con te il tempo è tosto ritornato
non Italia ma di Bengodi hai tu qui terra ricreato
epigono degno di Giovanni di Boccacino da Certaldo”

Verrà l’alba
Verrà l’alba il nuovo giorno verrà
tremebondo ancor nel sonno attendo:
detterà il sole nuove d’amor parole
al triste animo corroso dai notturni
della gelosia violenti sì devastanti
fumi o altre saran a lui gocce di fiele?

Altri crepuscoli
Altri crepuscoli sì crepuscoli antichi
mai dimenticati così ricorda il vecchio:
curve ancor nel della risaia il fango
gambe semisommerse le mondine,
già il grosso calderon sull’aia bollente,
scoppiettante il fuoco ardente, la fame
a lenire, dopo una rapida sciacquata
nei fossi lì vicini, nell’ora le attendeva
poi, spento il fuoco, in quel silenzio
muto,solo alla luna l’abbaiar dei cani
quel gracidare continuo delle rane,
l’attesa sua un altro fuoco ardente
quell’ore d’amore complice un pagliaio

All’animo acquetarsi paiono i tumulti
Spesso sul far della sera nel tempo in cui
si spegne il giorno e all’animo acquetarsi
paiono i tumulti del passato nascono ricordi
immagini che sui bianchi muri della stanza
dal tempo trae la mente e lì proietta piano
son luoghi figure e volti tanto un tempo cari
ma immagini son che scorrono via veloci
poi invano sempre il tentativo di fermarle
così l’animo riprende forte forte l’agitarsi suo

A sogni porta primavera
A sogni oggi antichi porta primavera
i fiori nei campi son gli stessi ma diversi
agli occhi sono quei i colori pure nell’aria
i profumi hanno dolcezza e soavità minori
colori spenti stinti fragranze svaporate
come quei sogni di una antica primavera

Miles gloriosus
Plauto il libello suo lasciò un dì senza custodia
da lì con balzo rapido e veloce dalle pagine ratto
se ne scappò Pirgopolinice e con lui altre due figure
a fargli compagnia e il tempo poi gli anni sfidando
il piede mise presso il ponte d’un italico fiume l’Arno
e grande fu la sorpresa sua la vision di un condottier
bardato tutto grande codazzo lo seguia festante folla
dame e cavalieri e solo viva evviva al suo passaggio
“ Come certo non sai che sei straniero- due fanciulle
disser con voce squillante allegra tosco-fiorentina
-da un mondo lontan tanto tanto da qui lontan forse
extraterren venir devi dunque tu sappia da terra misera
questo onorato sta trasformando in terra di Bengodi”
Ecco come sarà questa Italia nuova da programma
suo “ si legheran le vigne con salcicce di formaggio
grattugiato le montagne maccheroni di cappon in brodo
coi ravioli e fiumicelli di vernaccia s’intende la migliore”
Giunta poi sera e dopo un poco nel paese aver girato
Pirgopolinice tutto ciò non vide anzi e qui non sto a dir
se non queste sue parole a Filocomasia e Acroteleuzia
dette a voce alta “ Come vedete nel tempo continua
la commedia nostra: un altro fanfaron e cortigiane altre”

Sabato Santo antico
Un Sabato Santo dal suono dal profumo
antichi del passato ma oggi ancor sentir
vorrei lo squillar lieto giocondo forte
di campane tanto ormai lontane che
ai villan nei campi alle donne ai focolar
già pronte e a me ai miei cugini a tutti
del Signor Risorto davano l’annuncio
ancor oggi quella vision agli occhi aver
vorrei di rondini nel cielo festanti in volo
che al bronzeo suon davan compagnia
poi ancor veder vorrei qui di un bianco
biancospin la siepe e da un bianco scialle
avvolta lì una figura cara mia nonna,
la voce ancor sentir“ della Croce fatti
il santo segno ” e poi sulla mia guancia
sentir da una stanca mano una carezza

San Valentino:ma ancora vi legge il cuore
Più non parla agli occhi questa vecchia cartolina
il tempo tanto passato ne ha cancellato le parole
pur il colorato fronte rose rosse smunte scolorite
ma il cuor vi legge ancora è una frase tua d’amore
amore dal tuo fuggir prima del tempo cancellato
come questo giorno dell’Amore sul calendario mio

Solo nella solitudine:un sogno!
Un sogno strano sogno vedo uno specchio d’acqua sconosciuto
una frana lì e massi che bloccano l’unica sua strada rivierasca
un ultimo idrovolante è giunto e spento il motor sta già in rimessa
spenti pur son i lampioni che alle sponde del lago fan da sentinella
solo silenzio regna nessun alito di vento ferme e immobili le acque
ed ecco io sol io solo su una barca lontan al largo immota e ferma
con i miei tanti pensieri avvolto sto da questa buia solitudine spettrale:
quelli cattivi tanto lanciar vorrei e far affogare nel più profondo punto
qui si interrompe il sogno desto son scosso e da quei tanto sommerso

La foglia forestiera
Una foglia staccatasi da un albero lontano
un dì dal vento sollevata si posò in un giardino
gentilizio vattene via gridaron tu che sei plebea
quelle qui stese e cadute dalle piante blasonate
che non diverso dal consorzio nostro umano pare
il pesar l’altro anche nel regno del mondo vegetale

Cerco invano
Cerco tra valli monti e innevate creste
un lago solitario dove lì lasciar i tristi
miei pensieri e poi con lui da tal peso
tanto opprimente al viver mio sgravato
respirar della solitudine quel sapore suo
ma il mio girar è invano che sol si sa
nel fantasticar dei sogni si potrà trovare

Anime morte sconosciute
Oggi di voi nulla è dato di sapere
anime morte sconosciute nulla
la neve ricopre quei di un tempo
i volti vostri e i nomi e gli anni
nulla né vecchio bimbo fanciulla
non vi è storia né di voi passato
solo un presente qui silente muto
in attesa di un futuro misterioso

Illusion fallaci
Spogliato è or qui l’albero del tiglio
foglie secche già morte tristi a far
lì sotto a quello compagnia il vento
poi dal mucchio una di lor solleva
questa mossa par prender vita nuova
altre nel tempo si mettono a danzar
tra quel tappeto morto dove il vento
poi morto ferme ritornano a morire ,
pur falso prender vita di volta avvien
a passati istanti del passato nostro
secche foglie dall’alber della vita morte
quando dall’alito d’interno vibrare scosse
poi il sussulto morto di nuovo a morir
nel mucchio morto di ricordi nostri morti:
fallaci illusion che coi sensi forte pugnan

Quel alla vetta anelar
Silenzio nella valle limpida è la giornata
là in faccia al sole la vetta sta maestosa
inesplorata e l’attendeva dando all’anelar
suo di conquista giusto ardito quel coraggio
così il duro rude alpinista forte la scalata
le dure sue prime rocce sol asperità lievi
come bimbo lì steso in fasce accarezzando
di piglio diede per vero far quel sogno suo
di vittoria e cento e cinquecento mille metri
e poi più di duemila neve ghiaccio la vetta
ecco pronta ad avvinghiarlo nell’abbraccio
ma nella gioia poi nell’ebbrezza tanto mosse
l’infido sperone un piede tremenda la caduta
morte l’attendeva e non vi fu per lui ritorno
che spesso l’alenar nostro sol dolore arreca
e crudel destino beffardo i nostri sogni infrange

Foibe
Dieci febbraio oggi del Ricordo il giorno
verità negata, verità nascosta, verità taciuta
che per anni una patria vigliacca imbelle
prona chinata genuflessa all’altar rosso
fu titino comunista che vedere qui non volle
altro rosso ma rosso sangue dalmata istriano
sangue italiano che da corpi poveri smembrati
vilipesi torturati forte forte arrossò carsiche
pietre di profondi stretti budelli foibe e foide
e di quanti tanti poi illacrimate ignote tombe
foibe parola che ancor oggi timidamente
suona e par di poca risonanza che da allor
sempre come il divin poeta scrisse Italia
non donna di provincia appare ma bordello

Viale spoglio
Invano scuote il vento inutile fatica
spogli di foglie son gli alberi del viale
invano inver vorrei che questo turbinio
l’animo mio scuotesse e poi la mente
a far volar lontano i tristi miei pensieri

Mutansi i pensier nel camminar nel viale
Spoglio è il viale e all’animo pensieri muove
che poi mutano al rumor dei passi lenti miei
che ne misuran un dopo l’altro i lunghi metri
sì prima è la spettral tristezza della natura
muta e ferma che dalla morte a meditare porta
poi di un passer sullo spggliato ramo acuto
sonoro il cinguettio l’animo desta e alla speranza
e alla vita induce che lì in volger di tempo breve
verde foglia e fior di color intenso bello a quello
a far di compagnia e alla uman vision parransi
così è il mutar e delle stagion il divenire loro
pur muove il passo lungo il viale della vita mia
ma quando questo spoglio sarà poi senza risveglio

Come in una fiaba
Avvenne negli anni ma non è una fiaba
giunto un inverno giunse il pettirosso
a mendicar a cercar di spegnere della
fame i morsi povero il vecchio misera la casa
ma di un pezzo di pane vi fu condivisione
così negli anni tanti nel cuore degli inverni
sempre assieme e quei tristi poi saluti
agli inizi delle primavere con in cuor
la speranza di pronti attesi arrivederci
ma poi vi fu un ultimo inverno la man
tese il vecchio quel dì di briciole foriera
il pettirosso trovò la finestra semichiusa
la man vuota e penzolante freddo un braccio
lì più volte e più lì saltellò forte poi forte
sbattè spaurito l’ali e il capin reclinò dolente
per sempre insieme insieme nella morte

Il passerotto
Il giardino oggi è innevato
avrà freddo dice il bimbo
alla mamma il passerotto
che quello vede sul bianco
manto zampettare inquieto?
Credo di sì certo é la risposta
scaldar non si può tesoro mio
quel suo corpicino ma un poco
sì renderlo felice una briciola
posare qui sotto il davanzale
or apre il bimbo la finestra
apre svelto pure la manina
cade nell’aria il fruscolino
in volo s’alza il passerotto

È una notte senza profumo che respira
Anche stanotte la notte tutta la città avvolge
vie piazze palazzi chiese fabbriche e negozi
e chi ancor si muove lavora o si riposa nuova
stanotte è la notte non d’odori e non profumi
ai sensi dona di chi forte la vuole respirare
che svuotato è il sacco vital che li teneva
e lì in alto son già dispersi in un lieto cielo
stanotte per non morir è la notte che respira
profumi e odori tutti dell’alitar di chi dorme
chi lavora chi piange chi soffre chi gioisce
dei sani dei malati dei poveri e dei ricchi
profumi di fiati dolci e puzzolenti e odori vari
di bocche profumate e di bocche senza denti
tutti raccolti con universal afflato e da lei fusi

Stessa è la notte
Stessa stagion luogo stesso e stessa notte
ma di lei diversi il sapor e il profumo ai sensi
invero sono che è la condizion del viver a alitar
attorno questi al signor ricco e al povero mendico
al bimbo nella dorata culla e a quel misero in cenci
alla dama in talamo adorno e alla che batte prostituta
al monsignor del duomo e al suo canuto sacrestano

Sol castigate vesti religiose
Dove nacque li vi trovò la morte
un povero ospedale di periferia
il brefotrofio e anni da mendico
a lui nessun carnal o voluttuoso
che gioia ardente ai sensi pone
di donna mai respirò profumo
ignoto dono e tanto sconosciuto
altro pur caro e forte quella vita
avvolse quel dolce strano odore
bianche e nere religiose castigate
vesti e refettori e di corsie mense
dal primo vagito all’ultimo respiro
triste parabola in d’amor due punti

C’era una volta un re
C’era una volta un re così s’apriva la fiaba
poi ogni narratore nel dir seguiva la sua strada
e così faceva la nonna ai nipoti suoi narrando:
c’era una volta un re che viveva in un castello
e nel castello i due figli con sua moglie la regina
e poi spesso variava nei dì lo svolger della fiaba
ecco oggi da maritar la principessa bella azzurri
gli occhi e biondi i suoi capelli un accorrer tutto
principi e baroni e suoni danze baccanali pranzi
contento il re felice la regina e con lei la corte tutta
un altro dì era quella lì bruttina calva e neri i denti
e quell’occhio il destro guercio nessuno la voleva
l’ira del re la regina in pianto cacciati i suonatori
per non dir poi del principin un dì la regal pappa
non mangiava terror della balia sua nutrice vecchia
di colpo gran mangione clisteri e tanti a profusione
e un gran dottor lì ecco pronto e la regina in pianto.
Vuol dir una nonna smemorata pasticciona alquanto?
No accorta e saggia nel capir nei giorni l’umor nostro
sì nel crear nell’attesa del narrar l’attenzione nostra !

Come il prezzemolo la Speranza
Verde come il prezzemolo è la Speranza
un prezzemolo poi che ben oltre travalica
le virtù il sapore dell’odorosa erba medica
culinaria guai se mancasse a quella mensa
nostra dei sogni desideri e illusioni tante
insapore sarebbe lo stanco viver nostro

Palmiro piccola cara dolce cavia peruviana
Come un tempo Mirò bambina pianse la morte
de l’animaletto dolce caro trastullo suo ecco
così udir io sento non da bimbi questo pianto
adulto e da lontano e queste sue parole canto:
“Non più da oggi vispa e curiosa dalla tana tua
piccola nella minuscola gabbietta lì nascosta,
uscirai cara dolce cavia amica peruviana,
bianco batuffolo peloso celati gli occhi in parte
il bel musetto il ciuffo arancio rosso e marrone un poco,
a prender dalle nostre mani amiche vuoi fresca lattuga
o basilico verde o poi di peperon un piccol piccol tocco,
né più a rosicchiar lenta o veloce quel caro profumato fieno,
che rapita fosti in cielo oggi da una dea pietosa che toglie
chi in affanno e sofferenza grave da tempo qui tra noi vi vive
e da lei portata alta lieve in luoghi dove pace eterna alberga,
non temer che mani nuove amiche, bianco e angelico il candore,
pronte già son a prendersi di te pronta amica cura oh amica:
e quanta tu vedi qui a te in dono celestial verzura e biondo fieno
dal sapore sì dolce certo sicuro come quello antico nostro !
Due parole non di addio ma di ricordo eterno bianco batuffolo
caro peloso amico che da quel giorno lontan lì tu tutto spaurito
in gabbia e solo e triste sopra quel pancone di sagra di paese
tolto e d’amor subito tanto avvolto per breve ma intenso tempo
a rallegrare la nostra casa fosti e i vari giorni e i vari luoghi tanto
poi da un dì a ricevere e donar pure il sorriso della bimba nostra”

Come un tempo Elpis
Come un tempo Elpis dea della speranza
al fin di consolar l’umanità dai mali afflitta
la terra preferì ai fasti gioiosi dell’Olimpo
e dal popol latin invocata Spes ultima Dea
onde riparo ai tristi neri suoi affanni porre
ed alba nuova rosea nei dì futur vedere
così in lei convien col verbo a lei sì caro
pur noi in questi tempi cupi tanto perigliosi
tanto sperare al fin poi di non lasciar morire
i nostri poveri sogni che invitano a sperare

E i gonzi sorridono beati
(Una satira bonaria)

Fa miracoli questa legge dal nome
alquanto strano tre milioni in Italia
di posti di lavoro nuovi che a Varazze
de il Giobatta due assunti da oggi nuovi
varcato hanno il cancello del Cantiere suo

Destino
Scuote un’upupa un ramo una foglia ondeggia
che gemer in pianto par già del destino presaga
e il sentir mio quando a scuoter quel caro ramo
ove qual foglia io sto verrà quel lugubre rapace ?

Tempi poveri lontani
Notte della vecchia dalla sua fatata scopa
ecco dopo il Natale dalla Befana sperava
un bimbo in un piccol piccino e nuovo dono
come tradizion di quei tempi poveri lontani
ma poi inver fredda e vuota vi trovò la calza
che appesa stava a quel suo camino spento
che anche il nero carbone pur essendo buono
stato gradito tanto avrebbe il bimbo alla misera
stanza sua un poco per poco donar dolce tepore
ma troppo stretta di quel povero camin la cappa
per il carico grosso che in groppa lei portava

Una fiaba di Natale
Bella piena di luci quella casa
picchia del bimbo alla finestra
il passerotto il becco infreddolito
chiede una briciola piccola di pane
ma cattivo è il bimbo e non si cura
della piccola creatura che lo implora
e sì che ricca tanto la merenda sua
con fatica altrove vola il passerotto
misera è la casa un povero tugurio
non ci son vetri alle finestre scure
solo spessi fogli di cartone scuro
qui sbatte contro e pur qui implora
scosta il cartone una piccol mano
e a quello dona quel che può tutto
donare di pane raffermo un piccol
tozzo di un bimbo povero ma buono
non la merenda ma il pasto quotidiano
dal Ciel mandato era quest’uccellino
verrà il Divin Bambino la Santa notte
il secondo a premiare il primo a castigare

Bosco invernale spento

Qui lascia cadere come amorevol pianto
umide goccioline la nebbia sullo spento
invernal bosco che a terra scivolando
da sofferenti rami spogli senza foglie
umida dolce carezza data a quelle
vive ancor dei sempre verdi arbusti nani
rompono lo spettral che domina silenzio
qui non fiori non colori accesi né d’uccelli
melodiosi canti e come morta la natura
pare ecco il vento una foglia secca muove
un secco ramo spezzato l’aria forte rompe
son forse voci che a me negli anni vecchio
voglion dir non di questo tuo vedere di noi
ti sia tristezza ma di te spesso che non torna
degli anni primavera ma sempre negli anni
la stagion che alla natura vita nuova dona ?

Piuma soffice danzante
Nella notte serena aleggia
alta nel cielo par una foglia
dorata dalla foggia strana
caduta da un albero fatato
la piuma lieve soffice lucente
dall’agitar frenetico caduta
dell’angel del Signor nunziante
la nascita di Cristo Redentore

Care credenze perdute
Un tempo lontano dei nonni era il paese
quei Santo Natale strade innevate bianche
che gioia sul far del mattino ancor ricordo
quelle nere tracce di solchi netti profondi
è stata del Bambin Divin la dorata slitta
diceva la nonna ai nipoti suoi raggiante
i doni ecco a portar ai voi e ai bimbi buoni
dolce cara bugia di allor persa credenza
che del Comune lo spazzino era lì passato
ma di quei neri solchi vive ancor la nostalgia

C’era una volta un re
(A chi un tempo soleva improvvisar narrando)

C’era una volta un re così s’apriva allor la fiaba
poi ogni narratore nel dir seguiva una sua strada
e così faceva ricordo la nonna ai nipoti suoi narrando:
c’era una volta un re che viveva in un gran castello
e nel castello poi i due figli con sua moglie la regina
e poi spesso variava nei giorni lo svolger della fiaba
ecco un dì da maritar la principessina bella azzurri
gli occhi e biondi i suoi capelli e lì un accorrer tutto
di principi e baroni e suoni danze baccanali e pranzi
contento il re felice la regina e con lei la corte tutta
un altro dì era quella inver bruttina calva neri i denti
e quell’occhio il destro guercio e nessuno la voleva
forte l’ira del re la regina in pianto cacciati i suonatori
per non dir poi del principin fratello che un dì la pappa
non mangiava era il terror della balia sua nutrice vecchia
poi ecco un gran mangione quello e clisteri a profusione
e il gran dottor lì sempre pronto e la regina sempre in pianto.
Vuol dir lettor una nonna smemorata pasticciona alquanto?
No vedi accorta e saggia nel capir nei giorni l’umor nostro
nel crear così nell’attesa del narrar l’attenzione e la sorpresa !

Rospicina
(Fiaba per i più piccini)

Libellule azzurre danzan lì leggiadre
dello stagno il limo si copre di ninfee
cantano ranocchi e piccoli rospi in coro
gran festa s’annuncia e dal vicin canneto
sbirciano lì curiosi ochette e topolini
lenta s’avanza una bianca di gardenia
foglia mossa dal soffio di due cardellini
barca regale e gonfio il petto tronfio
lì troneggia e saluta il Grande Rospo Re
a lui vicina Rospicina la figlia prediletta
andrà tra poco sposa al Principe Ranocchio
venuto da lontano dalla Palude Paludosa
dove nonno Ranocchion Secondo è fiero
Re e Imperatore che Rospicina attende
qui e là saltando al ciglio dello stagno
in testa quattro foglie di lattuga verde
ma non un grande amore e un coronato
sogno triste la sposa ad altro il cuor
donato suo al cugin barone Rospicello
riuscirà costui con del Gufo Saggio
Grande e del suo già promesso aiuto
rapendo Rospicina in volo le nozze
vuoi a fondo o in fumo poi mandare?

Piange Parigi
(13 Novembre 2015)

Nella serena notte novembrina
lieta scorre la Senna la siderea
alta Torre tutta la città abbraccia
lieta spensierata non vi è timor
muove la gente chi a del pallone
il gioco Francia-Germania pronte
vinca il miglior questo il vociare
chi all’amico e caro noto ristorante
lì lasciar gli affanni e star sereni
e muove la gioventù a Bataclan
a goder del metallico forte suono
ma il terror la morte son in agguato
belve feroci disumane dalle tane
dell’Isis sanguinario perfido uscite
nel pianto portano la felice sera
scoppi spari acre fumo e morte
fatican i versi miei nel dire come
e tacciono che sol dolor sgorga
lieve sonno e ai morti tanti pace
ai feriti dolenti tornino lor le forze
ecco non solo di lutto nella notte
nera veste triste oggi Parigi no
non sola è con lei il mondo nostro
occidentale tutto non prevarran
le truci novelle orde barbariche
dai deserti improvvise qui sorte
a morte muover che Parigi si sappia
altro non è che la roman Lutezia

Pettirossi
Quando dell’autunno l’ultime foglie
segnano il tempo e ancor sospirano
prossimi a finir i giorni di novembre
ad una pagina nuova ma antica il libro
come ogni anno della Natura s’apre:
ingiallito il foglio delle rondini l’addio
ecco che accanto un altro si colora
s’anima prende vita in cielo voli nuovi
e in verdi parchi e in giardini spogli
il canto s’ode d’uccellini rossi solitari
dal rotondetto buffo corpicino: i pettirossi,
su un nespolo che abbraccia casa mia
staman di lor uno saltella non so dir se
quel negli anni amico oppure sconosciuto
ma di certo per un sol giorno forestiero
che da doman vi saran sul davanzale mio
di pan due briciole al mattino e poi nei dì
nel tempo lo zompettar suo vermi a cercar
nell’erba smunta e qual ghiottone pronto
a distaccar lieve danzando rosse bacche
dall’agrifol pungente come i german un tempo:
quattro mesi così saran d’amicizia e compagnia

Foglie, foglie e foglie.
Su tutti degli alberi le foglie
egual la forma solamente
che poi tra lor una dall’altra
si distingue piccola o grande
di bellezza e tanto alquanto
oppur povera cosa miserella
e i colori infin tanto diversi
ma tutte a quelli da corona far
poi toglie una mano le più belle
e il vento le più grandi stacca
brutte e piccine devono gioire
e le rosse poi invidiar le brune?
No queste e quelle nel tempo
saran gialle che unica è la sorte
cader e lasciar nudi quei rami
così a noi sovvien sian foglie
tanto tra lor diverse sull’alber
della vita tanto frali che non età
forza bellezza o della pelle
color risparmia nella polver il cader

Dove vuoi che ponga
Dove vuoi che osando ponga
oggi la speme mia amico caro?
In un mondo miglior per tutti:
non più barconi dove la morte
aleggia, non più di disperati
ai treni assalti in Macedonia,
non più le orde al terror truci
votate di BokoHaram e Isis,
il santo suol diventi poi luogo
dove l’Ebreo a quel di Palestina
la man tenda lontane sian le violenze,
che Russi e Ucraini, Turchi e Curdi
depongano le armi vi regni la concordia,
dal mondo su fuggan focolai di guerra,
ciascun mortal un tetto suo poi abbia
sete fame dolor terror violenze tante
de la umana mente siano sol ricordo,
ma dell’uom le inclinazioni male note
credo vana sia questa mia speranza.

Quel mio sospir d’amore
Danza nell’aria novembrina e lieta
volteggia l’ultima foglia dal platano
caduta ma quella aguzza punta a me
per me è acuto strale e d’amor nasce
al ricordo forte dall’animo un sospiro
e quella mulinando quello lì cattura
s’alza ecco un refolo e su l’innalza
su e più su nel cielo più alla vista
mia appare dove mai andrà a cadere
a posar quel mio sospir forte d’amore
mai sarà dato ad alcuno poi di sapere

Autunno
Ingiallir vedi degli alberi le foglie
color marroni gialli rossi accesi
in alto guardi e del’’autunno il nascer
lì dolcemente senti poi non più foglie
rami nudi spogli braccia ad uno scuro
ciel s’offron dolenti e lì in quel vuoto
triste vedi con tristezza la sua morte

Sì più…
Ancor vorrei sentire il franger dell’onda
marina fragorosa sugli scogli la spuma
nascente e a morir pronta raccoglier
con le mani il salmastro spruzzo al labbro
assaporare e coglierne del mar l’odore fresco
e lì in alto sentir del gabbiano il canto e veder
quel suo leggiadro volo e poi vorrei sì vorrei
ma da tempo spenti i sensi son dall’abbandono tuo

Qui ritto, qui fermo, qui davanti.
Profondo il silenzio, pure l'aria è muta,
qui ritto, qui fermo, qui davanti sono
e' l marmoreo monumento io fisso:
qui, nel piccol cimitero del paese,
qui la mamma dorme e non lontan,
che presto tolta fu alla vita, la giovinetta
figlia, mia sorella, pur riposa, papà
accanto da tempo a lei fa compagnia.
Questo, mamma, il mio parlar silente:
potrai alla mente chiedo mai sentire?
Molti anni abbian qui noi due pregato,
più di cinquanta, tanti, ricordi, tanti e tanti,
poi anche tu, ormai stanca debole e canuta,
me e la vita hai abbandonato, oggi solo qui
son nel pianto forte in preghiera nel ricordo.

La tarda viola
Vedo oggi nel giardino una tardiva viola
e con la mente ritorno a un tempo antico
al giardino della giovinezza e dell’amore
vi era ricordo vi era un fior certo una viola
ma non la colsi che nell’istante mi tremò
la mano ancor dell’amore acerbo allora
or mi domando che fine abbia fatto quel
non colto da me fiore: là ritornar cercar
vedere? Fosse ancor lì qual come questa
viola tardiva e dolce e profumata? Tremante
pur oggi la man sarebbe e incerta poi non
per acerbo amor ma per vecchiaia stanca,
guardo e penso ai versi del poeta antico:
“Il mio sogno è nutrito d'abbandono,
di rimpianto. Non amo che la viola
che non colsi. Non amo che le cose
che potevano essere e non sono state...”

Davanti a una fonte antica
Oggi in te mi specchio oh mia fonte
antica dove spesso un tempo pace
trovaron della vita le tante arsure mie
ma sortilegio crudel ecco muta tua cura
che dall’acqua un riflesso forte nasce
a portar al mio passato e qui cari volti
a riveder e familiari tanto e non più
alla vita e trapassati e da onda sì
fresca forte nasce una bruciante
arsura qual induce la sete dei ricordi

La lavandaia
Una carriola lenta cigolava
una vecchia curva lavandaia
limpida scorreva nel fosso
l’acqua e quell’odor di saponaria
e di sambuco antico e di menta
selvaggia verde e il colore poi
lì s’accompagnava di lenzuola
a nuovo splendor dallo splendor
del sole rinnovate e quel sorriso
lieto volto al cielo oggi raccolti
fissi nella memoria dei ricordi

Rubar le stelle
Fatto leggero in ciel vorrei volare
lì dall’Universo più stelle poi rubare
il nome tuo con quelle compitare
stelle cadenti con strisce luminose
meteoriti comete i fuochi ardenti
loro cerchi lucenti di costellazioni
a quel mio scritto da contorno fare
così che nei dì dall’imbrunire all’alba
in eterno l’Universo quanto ti amo sappia

Una strana foglia
Nel giardino dove tra molte
ancor viva sta la vecchia
pianta della vita mia ai di lei
piedi tra le tante amiche
foglie conosciute di strana
foggia e di stranier colore
ho nel cercar mio curioso
foglia ritrovato che queste
qui cadute nel tempo vario
d’età verdi rami ancor novelli
o duri forti nodosi screpolati
interrogar tant’amo poi da lor
sentire ch’ogni foglia lo sai
è spesso un’ anima passata
quante vite diverse e destini
tanti: a questa pur dico chi sei
da dove vieni da te or voglio
sapere stolto sento dire stolto
foglia son dell’alber della vita
tua del destin quella ultimo
finale sì dico dimmi ma s’alza
forte il vento s’alza e con lui lei
pure alla presa beffarda sfugge
su in alto per sempre s’allontana

Doni autunnali
Non è avaro il bosco autunnale
noci castagne piovono ai tuoi piedi
da lisci e pungenti manti avvolte
d’uve selvatiche corbezzoli giuggiole
i bianchi neri rubin colori tra il verde
allietano la vista erbe foglie del fungo
nascondono in attesa di man furtiva
quel ricetto ch’ a ogni sentier già mosso
o da piede nuovo non violato qui viator
povero o ricco alla natura importa poco
non trovi di colmar suo panier o aurea sporta

Calpestando foglie morte
Muovono lungo il viale che al volger
di questo anno della vita porta i passi
miei e a terra foglie già morte ma par
queste del piede il lento calpestio
risvegliare e nel molesto crepitio
qual lamento voci qui pian levarsi
e sussurrare alla silente aria piano:
fummo le speranze tue e i desideri
tuoi da te appesi all’alber tuo della vita
in primavera ricorda questo ricordare
ogni foglia un desiderio una speranza,
colpa nostra non fu se al cader nostro
qui anzitempo e presto e il lor morir
fu a noi triste compagno che troppi
il voler e lo sperar tuoi allora che vital
linfa sol forte in picciol ramo scorre
meglio poche foglie al vento ancora
a tener vivi in te speranze e desideri
che tante come qui inver morte cadute
a dolore rinnovare ad ogni calpestio

Foglie autunnali
Tra le foglie autunnali prossime a morire
filtra il sole lor donando dolce una carezza
quale amorevol segno di un presente addio
così vorrrei nel tempo prossimo a venire
che i miei ultimi della mente miei pensieri
filtrati fosser dalle tue per me d’amor parole
a l’animo carezzar e scaldar prima dell’addio

La rocca di Arduino
Da Sparone che nella Val dell’Orco
siede dopo l’ascesa che’l fiato toglie
ed il cuor porta per certi tratti in gola
lungo è il sentier che qual serpente
muove nel folto di castagneti adorno
bosco al fin dell’erta alta a veder s’apron
di massicce grigie pietre eretta ancor
di Santa Croce la chiesetta e a boccon rotte
un tempo a quella di corona sua le possenti
mura qui rocca visitator tu sappia di Arduino
d’Italia re in di Pavia San Michele incoronato
che dell’invasor Enrico e imperator tedesco
alla fuga domate scosse verso valle mise
di vittoria le supponenti e tracotanti truppe

Ode alla castagna moritura
Ancor oggi come un tempo in un angolo di strada
caldarroste grida un omino dalle nere dita a rimestar
sopra un bracier fumoso le autunnal del riccio figlie
generose tanto dal ghiotton tutto bramoso darsi
dopo nel cuor colpite e tanto dal fuoco tormentate
sì quel gemito quel crepitio quel caro caldo profumo d’addio

Lui e lei
Ricordo che lui e lei erano tra lor fratelli
lontan vissuti dal vivere sociale crudeltà
altrui ancor oggi mi chiedo oppure innato
lor di solitudine forte e tanto tanto desiderio?
Negli anni nessun mai li vide in viso morte
solo pietosa spento di lor mostrò il sorriso.
Qual vita? Questi i segni o i rumor meglio
negli anni di giorno in giorno sempre ripetuti:
quel lento fioco lento cigolar d’una carriola
polverosa la strada che al Ticin da lì portava
e quella luna al mattino viva ancor non spenta
che due ombre con il chiaror suo accarezzava
e poi polverosa sempre del ritorno quella strada
ma più forte che pesante la carriola il cigolio suo
e più lenti lenti delle due ombre i passi stanchi
ma ecco dal lume delle amiche stelle rinfrancate

Più forte oggi il ricordo corre
Più forte oggi corre a te il ricordo mio
d’elianto son tuberoso tre gialli fiori d’oro
nel prato e dall’erbe lì verdi nane avvolti
accarezzati pare e curvo tutto con la man
ti vedo di lor a farne un mazzolin con cura
come solevi in quel lontan tuo passato tempo
umile dono poi ma alquanto alla mamma
tu sapevi gradito e tanto, ch’oggi pur lì nel verde
a te vicin quella nella nebbia dei miei ricordi appare
come stava allor dell’uscio sul limitare sorridente.

La Processione
Per le vie del paese la Procession si snoda
a rimirar della santa l’urna al balcon s’affaccia
una vecchierella stanca e alla di lei finestra
due rossi drappi lisi smunti giocano con l’aria
poveri son cenci ma segno di devozion profonda
poca attenzion inver lì della vociante tanta folla
al limitar degli usci pochi feston e colorati nastri
mute di color le tante prospicienti lì vicin magioni
il buio ciel s’apre a prendere di colpo luce nuova
dal sole nasce un raggio forte e luminoso tanto
a colpir forte della santa l’argentea e dorata
teca di lì un riflesso a colpir quel vecchio viso

Ero migrante
Ero migrante una valigia di cartone
povere cose dentro due fotografie
di mamma il babbo i sette miei fratelli
di terza classe in un lungo treno
per sempre lasciavo la mia terra
andavo al nord a cercar fortuna
eran di legno duro sedili cigolanti
a Milano a Torino mi chiamavan
terrone spaghetti e mandolino li
in Svizzera Germania Lussemburgo
pochi sorrisi poche amiche mani
di lavorar gran voglia sempre spesso
sottopagato e molte volte in nero
poi negli anni mi sono fatto onore
da migrante del Sud da italiano vero

A ricordar profughi italiani
Chi oggi contro il padan si scaglia
immemore a suo dir d’amor pietoso
al povero migrante straniero fuggitivo
vilmente un dì gridò contro di voi violento
tu qui non devi giammai no mai entrare:
profugo eri dalmata e istriano quale
poi la sì grave colpa tua essere italiano
e voler nella Patria tua essere accolto
per schiavo non essere più alla mercè
di quei bruti compagni titini comunisti
or a voi volge in questi dì il pensiero
cari fratelli dalmati giuliani e istriani
e a un tempo i vostri nidi Parenzo
Pola Zara Fiume tanto e pur lontani
ma al cuor nel ricordo sì tanto vicini

Le cadute
Torna alla mente la Caduta del cantor
grande del lago di Pusiano questo
al veder mio: cade un vecchio claudicante
misero all’aspetto con schiamazzo
i ragazzotti ridon altri inver indifferenti,
giace per terra una stracciona povera
mendica guaisce il cagnolin suo amico
da logora sporta lì povere cose sparse,
inciampa la gran dama scarpe alla moda
borsa griffata di velluto i guanti un grido
un unico affannarsi gran ressa si chiami
l’ambulanza, il copion questo caro mio lettor
non cambia se a terra è steso un monsignore
di ribellion di sdegno nasce spontaneo un moto

Torna oggi l’autunno
Torna oggi l’autunno a bussare alla mia porta
un turbinio nell’aria forte di forme e di colori
son foglie da lontano e nel tempo allor cadute
ma per malia strana non morte ma ancor vive
ch’ogni foglia è un viso un suono una emozione
una gioia o un dolor: sì chi bussa è entrar vuole
altro non è lettore caro quel viver mio passato.

Primavera è giunta
Anche il rosso mattone il color ravviva che
scende della pioggia marzolina un gocciolio
lì vicin riabbraccia dal lungo viaggio stanco
un rondon l’amico vecchio cornicione di primule
e di viole laggiù si veste un angolo nascosto
del giardino e al ciel timidamente apre i pigri
suoi sonnolenti mille fiori gialli l’umile forsizia
dal vento poi smosse alzate le protettive foglie
al tepor dell’invitante sole il riccio si ridesta
del pesco tutta vedi la brocca che di rosei bei
fior s’adorna nell’aria il dolce suon di una lontan
campana sussurrare pare: sì è giunta primavera!

Sull’amicizia: cantar fuori dal coro?
Se mi guardo attorno e ad Argo
Fido e ad Hachiko forte penso
voglia vien di non cantar nel coro
che bella sacra è l'amicizia vera
come narra di Lelio Cicerone
difficile poi trovarla mantenerla
del proverbio l'aureo tesoro
spesso in vil latta si trasforma
poi il ricordo va a Eurialo Niso
Patroclo Achille e mi consolo.

Kaiservilla II
Ch’amor e dolor nel tempo fosser
per te eterni oh imperator canuto
qui volesti a Kaisevilla che il cuscin
ove il morente capo la Sissi tua posò
fosse, in una fredda stanza, qui deposto
e or io mentre pur lo guardo così penso:
quanti ricordi per vent’anni ti portò
alla mente poi da quel dì che fredda
vile acuta lama colpì su di Ginevra il
lago la dolce imperatrice e cara sposa ?
Che qui vi fu l’incontro vostro primo
e il cuor tuo per lei presto fu da forte
passion mosso, giovan tu allor novello
austro-ungarico asburgico imperatore,
lei giovane inesperta fanciulla bavarese
oh qui a Kaiservilla in Bad Ischl ridente
quante volte rapida corse la memoria
sì quelle estive stagion passate e tante
quanto buon umor allegria amore risa
tra quei verdi boschi a caccia il cavalcar
spensierato e ardente e le amene festanti
compagnie di duchesse nobili e baroni
che tennero quel lieto dolce viver vostro
poi quante volte questo dolce ricordar
ti trovò in pianto che quella acuta fredda
lama pur giunse lì a pugnalarti il cuore!
Sì quanti ricordi vecchio Imperatore certo
negli anni alla tua mente questo cuscin
mosse come alla mente mia oggi muove.

Pur in me s’acquetano i miei tristi pensieri
Cessa il vento di tormentar le foglie
muto dei cani alla luna l’abbaiare loro
non più delle rane il gracidar nei fossi
si spegne il forte vociar degli ubriachi
tace il bimbo dopo quel suo rotto pianto
e qui sol re regna il silenzio nella notte
tutto tace muto e silente nessun rumore
pur in me s’acquetano i miei tristi pensieri

Audace stanotte l’ardimento mio
Audace stanotte l’ardimento mio
in ciel volare con l’Angelo Custode
e tra le nuvole lì della vita il libro
mio pian piano con lui dar di mano
fissar quanto di bene e pur di male
abbia nel tempo vita dato e dar
di conto infine con la pesa quanto
per il ben ci sia finora tanto di difetto

Migranti
Nulla par essersi nei secoli mutato
del triste lor peregrinar destino
di genti tante del consorzio umano:
erravano nell’arido deserto un tempo
quei figli miseri del già un dì errante
Abramo al cercar della promessa terra
altre par utopiche speranze spingon
oggi di nuovo a lasciar quell’antica terra
le siriane genti a varcar le serbo danubiane
sponde, premevan e nel tempo premon
indios meticci messicani altro ostil deserto
a un passo lì quell’eldorado americano,
e partivano un tempo i bastimenti nostri
affollati di terza classe miseri lunghi treni
terre campane aostan venete lombarde
piemontesi tosco liguri furlane sicule
sarde calabre lucane pugliesi umbro
marchigiane e emiliane romagnole infino
tra pianti tanti e lacrime lasciate e quel
loro vagar poi senza del doman certezza,
pur altre sponde altri o stessi continenti
genti irlandesi curde polacche e tante così via,
oggi son insicur gommoni barconi dal rotto
fetido legname che spingono a cercar qui
da noi fortuna sfidan altri navigli poi non più
sicuri l’alte profonde infide acque indiane
non nera scura bianca rossa gialla è la pelle
ma stessa la speranza di vita miglior nuova
tanto e tanto lontan da patria e casa: che
par nel tempo non cedere all’oblio al ricordo
migrante questa parola cupa tanto triste
ha soffrir perché e sempre patir povera parte
tra la tanto felice e tanta dell’umana gente?

Quanti sciacalli e nessun si chiami fuori!
Quanti sciacalli si ergon oggi
a i moralisti far alta la voce
da palchi pulpiti libri giornali
che sol oggi vedono tragedie:
miseri laceri nel lor cammin
dolente e morti, un imman dolore,
chi mai levò allor la voce forte
altri inver uccisi miseri dolenti
o pon oggi a lor pietosa mano
offese a lenir di lor povere carni
o memoria dar con lume e con preghiera?
Che vuoi armeno fui curdo coreano
tibetano bosniaco di fede mussulmano
cristiano in India e nel Sudan sahariano
giallo cambogiano e di etnia nera poco
nota ma di me parlar lo sai non fa notizia
pagina bianca vuota vuoto il balcone tace.
Dirà qualcun e già lo sento: tempo passato
acqua che non macina qual che sia il color
del burattin mugniaio al suo mulino elettorale

Non importa al vecchio
Non importa al vecchio il giunger della primavera
che morte per lui da tempo son tutte le stagioni
solo nel cuor suo domina regna il freddo dell’inverno
che freddo da anni tanti nel letto è quel cuscino
non più il dolce respiro come della primavera
il soffio che nelle notti il sonno suo accompagnava
non più quella calda mano il viso suo a sfiorare
nel caldo dell’estate che un autunno come cadon
le foglie dalla vita così in un dì si staccò il suo amore

Così oggi piange l’Adamello
Dei ghiacciai da sempre delle stagioni
i ritmi portano al lor disgelo giorno oggi
diverso pur se qui spesso è da veder
qual mesto triste ricordo di memorie
antiche nostre di nascoste eroiche
gesta che dalla gelata perenne neve
tua maestoso Adamello affioran
qui un vecchio tascapan di stoffa
grigioverde un liso lembo laggiù
ancor copre la neve uno scarpone:
Penna Nera o d’Italia Fante? Io grido :
tutto si fa silenzio con forza forte questo
soldato ignoto nostro a ricordare il ghiaccio
geme con crepitio si rompe si fessura e
nascer vedi da lì di dolore un forte pianto:
da neve sciolta di lacrime son stille che al fondo
della valle tra rocce e sassi mestamente vanno

Crosta sottile
Mente che sol a se stessa pensa
sguardo distratto inaridito cuore
quei letti di cartone nell’inverno
erbe di un parco nella stagion
estiva povere lì sfatte povere
membra vi riposan ecco man
tremanti via via crescenti
dove un tempo di affamati
cani vi era zuffa e battaglia
rovistan disperati s’affannan
negli scarti dell’opulenza tua
soffermati un poco ti dico amico
perché ben non vuoi guardare?
Tanti o pochi vuoi tu or contare?
Quella che vedi sol è fragile
crosta sottile di un sommerso
mondo di povertà e dolore
toccarla e romper fin al fondo
suo poi guardar aprirà vedrai
all’amor e alla carità il cuore!

Torna a viver e a splender la Natura
Come cantò il cantor di Sirmio
“Iam ver egelidos refert tepores,
iam caeli furor aequinoctialis
iucundis Zephyri silescit auris”
sì già miti tepor annuncia stagion nuova
e muta del ciel è l’equinoziale furia
e dolce di Zefiro è il leggero soffio:
non senti ? Nuovi colori e nuovi suoni oggi offre
Primavera e d’ognun l’animo forte sussulta
e gioisce alla dolce vision ed all’ascolto del
nuovo e rinnovato mondo: spuntan e timide
si mostran le viole lungo le rive dei fossati
e qui scorrono fresche e limpide le acque
laggiù il nero merlo nel cespuglio ascoso
al cielo canta e lieta vola la rondine sul tetto
dal vento smosse alzate le protettive foglie
al tepor dell’invitante sol il riccio nel giardino
si ridesta roseo è il pesco e bianco vestito è
il pruno e nei prati e negli orti tutto è un tripudio
di colori: della camelia i fior son rosse bocche
occhi gialli sonnolenti all’aprirsi della forsizia
quei mille fiori che il pennello del Demiurgo a
dipinger non s’arresta e così torna a viver
e a splender la Natura a ogni nuova Primavera.

La caverna della dell’oblio
Questa caverna è senza luce non vi arde il fuoco
né vi giaccio qui per terra incatenato non esterni
movimenti e da captare ombre indefinite rifugiato
in quest’antro buio mi son non per cercar sapere
e del ver parvenza ma per dimenticar falso fatuo
questo mondo che luci accecanti cerchi luminose
scie ardenti della realtà danno falsa conoscenza

La leggenda dell’uomo che odiava le canne di bambù
Era la gara della pesca sportiva della vita
sua già vincitor sicuro lì sul podio si vedeva
primo in alto e folle festanti il nome suo
al cielo gridar e già gustava quel tripudio,
si muove nell’acqua de il montan laghetto
il galleggiante, il campanellin in cima de
la canna suona, dell’onda al pelo s’intravvede
una luccicante e maestosa preda, pesce
mai si vide per bellezza e dimensione,
che far che dire ormai è certa la vittoria:
ma sul più bello al momento dello stacco
la canna di bambù sollecitata tanto e tanto
cede al furor del catturato e in due si spezza
donando a questo vita nuova e quella libertà
ormai insperata l’ira del pescator s’accende
rossa, ride sghignazza insulta quella da lui per lui
quel dì la certa e sicura in piedi osannante folla,
da quel dì lo prese ad agir come un demente
una follia pura sì girar il mondo in lungo ed in largo
alla ricerca di canne di bambù boschetti o piantagioni
onde di loro far unico deserto o se vuoi tabula rasa,
e ancor oggi s’aggira in questo suo agire furibondo.

Alla ricerca di me stesso
Spesso ricorre nel cuore della notte un sogno
che a un viaggio alquanto strano s’accompagna
un treno una sola carrozza un viaggiatore solo
un macchinista e poi un solo capotreno, solo
una fermata e in attesa un solo viaggiatore
e un capostazione accanto con la paletta in mano,
direte cosa c’è di strano ? Ecco la stranezza
di questo viaggio strano: son solo sempre io
che viaggia guida controlla attende ha la paletta
in mano verrà una notte un viaggio a dir chi sono ?

Il pellicano di Mykonos
Se nel girar il mondo e l’Egeo mar
solcando in Mykonos ivi il piè tuo
porrai ecco nella piccola Venezia
all’occhio visione singolar mostrarsi:
una bitta dall’umor salso di ruggine
vestita e un vecchio pellicano lì,
triste spente le ali il lungo becco
un morto pesce a stento ivi tenuto
a la fame sua dono gentil offerto,
non fiaba questa spettator cortese
né pur mera leggenda saper devi
un dì altro pellican quì vi dimorava,
da pescator pietoso da morte certa
tratto tempestosi eran dei marosi i flutti
un sanguinante corpo spezzate l’ali
oh povero quel becco e lacere le zampe
tutte ma infin da quel in vita riportato Petros
qual nome gli fu dato e per anni anni qui
visse dalla gente amato e dell’isola simbolo
e bandiera alla morte fino per crudel destino
giunta e la memoria sua onde negli anni
onorata fosse non un marmoreo simulacro
freddo qui si volle ma un german simile
sì un vero uccel vivente e così via via man
man da allor nel tempo quanti poi Petros
al primo succedutisi mi scuso non so dirti!

Ridestò quel profumo i sensi
Giorni di fine aprile di un mio anno antico
a spegner la notte stava un’alba nuova
dal golfo di Gela alle sabbie di Mondello
tagliando lungo una retta la Sicilia l’auto
nera correva lenta vecchio il guidatore
così che io meglio poteva veder sentire
Caltanisetta la valle del Salso Enna
e gli agrumeti limoni aranci in fiore
e vigili stavano i garzoni alla lor cura
albeggiava si deve fermar il vecchio
ecco un profumo lì una dolcezza l’aria
inebriavan io pur tutto stordito prima
poi quel olezzar ridestò i miei sensi
la rosea Aurora delle zagare il bianco
come illuminava e pur del mar l’azzurro
da lontan sì intravvedeva in attesa poi
di gustar così della salsedine il sapore

Mattinata
Mattinata di Manfredonia il golfo
del Gargano quel promontorio
una sera di maggio all’imbrunire
ulivi mandorli e rossi melograni
fichi d’india e infine quegli aranci
e a loro accanto tanti quei limoni
un tripudio lì di profumi e fiori fiori
dove le bianche zagare tra di loro
regnavano regine inebriata l’aria
una particolar dolcezza delicato
quel profumo intenso che i sensi
tutti ridestava e il sapor del mare
lì spinto dalla brezza si mischiava
dando al respirar un sospiro lieve

Verso l’alba di un nuovo mondo
Ondeggia il barcone tra i marosi
teme il migrante per la vita sua
ma nel futuro pone la speranza,
dorme il barbone nelle estive
notti sopra una panchina poi
nel rigore dell’inverno un letto
di cartone, i ponti una stazione,
sogni gli stessi in tutte le stagioni,
tirano la cinghia, poche in casa gioia
allegria da tempo, il disoccupato
come pure il vecchio pensionato,
guerre uccisioni atrocità dando
lo sguardo al mondo da lontano
e guardando di nuovo più vicino
negli ospedali vedi sofferenze
quanti carcerati e quanti derelitti,
tanti, cosa accomuna ciascuno l’uno
altro? Che sorga, dopo le notti buie
di dolori di lamenti e stenti tanti,
le passate e ingannevoli fallaci albe
false, quest’alba agognata e vera:
che dal mondo, dalla vita da oggi
si cancellino per sempre il nero
il brutto, si muti tutto nel più bel bianco
tanto: pace libertà dignità salute lavoro
qualche euro in più e a ognun un tetto

Le vecchie de El Palito
Gemon le carni sfatte
che un dì venal voluttà
e piacer sottile dieder
a turpi bramosie maschili
le vedi ancor a giacer
ai vecchi giochi vecchie
parvenze di femminil
ormai perdute forme
a misero destino giunte
a questa vision triste
forte fu in quel lontan
non più dimenticato giorno
il desiderio mio di pianto
ti basti dir che al cospetto
loro la vecchia di Klimt
che de le donne percorre
le stagioni è uno splendore

A tesser dei miei pensier la tela
Catturata la mosca, scacciata la zanzara
solo solo silenzio nella stanza e pur fuori
ogni umano ardor ha spento la canicola
asfissiante e alquanto strano delle cicale
il lor fastidioso canto lassù sui tigli alti:
qui nel silenzio ogni rumor qui e lontan fugato
solitario men sto o quasi che sul soffitto lì
solerte e di puntiglio all’opra sua un ragno sta
a farmi nel silenzio solitaria amica compagnia
io pur intento a tesser dei miei pensier la tela

Ancor vorrei sentire
Ancor vorrei sentir delle cicale il canto là
del Colosso l’isola, quel folto alto gelso,
un promontorio e la vision da lì del mare,
vorrei ancor sentir quel lor cantar diverso
stridulo chiassoso petulante dei marini
uccelli in volo ovver sopra gli scogli
dall’onde del gran mare baciati ove
vita e poi morte vi trovano i merluzzi,
ancor vorrei le voci dei bimbi delle bimbe
dei fieri beduini sentir che la città dei Nabatei
morta riportano alla vita nell’offrir monili
false monete lucenti belle pietre colorate,
ancor vorrei sentir la voce di te compagna
mia dell’età mia nova già passata, l’ultima
volta fu da un balcon fiorito e spento da allor
per sempre a me e alla vita fu quel sorriso
tuo , sì vorrei sì ma dall’animo si svuotano i ricordi

Che ferisce il cuor questo richiamo
Una voce par chiamare dal bosco
e un passato improvviso ritorna:
ecco tieni questo dono d’amor
di odorosi mughetti un mazzolino,
ma quella voce è da tempo muta,
da tempo già finito quell’amore
e quel profumo ormai dimenticato,
è oggi il vento forse a ridestar l’eco
non spenta ma tra gli alberi sopita
di quelle sue parole o della mente
il vagheggiar sperduta nel bosco
dei ricordi? Il domandare è vano
che ferisce il cuor questo richiamo

Solitudine di una vecchia prostituta
(Più di settantamila)

Nuda or giace sul letto la vecchia
meretrice e con mestizia guarda
quel che un tempo fu cespuglio
nero folto rigoglioso, spento ora
sfatto e povera cosa, ove lì nascosto,
pur oggi sfatto, s’apriva, in giorni
già ormai lontani, a donar lo scrigno
quei falsi amor fugaci venali mercenari,
ove al corpo membra s’avviluppavan
da odori e sapori vari e disparati,
a toccar luride man o linde e delicate
e fiati o dal sapor ancor di menta
o puzzolenti fiati, fisso il prezzo
concordato: saranno stati pensa
più di settantamila ? E rapida corre
la mente ai ricordi e al ricercare ma
al cuor suo tristemente un grido giunge
che forte dice: nessuna estasi nessun
ahimè dolce caro da ricordar profumo!

Un giugno antico
Di presso ai rovi che abbracciavano i muri
di vecchie case abbandonate su distorte
recinzioni di metalliche reti rugginose
al ciel mandava con voluttuosa contorta
danza i suoi primi verdi teneri germogli
il luppolo selvatico, una mano stanca
ma con sapiente tocco, era la nonna,
quelli dalla materna pianta lì staccava,
daran più gusto mi diceva alla frittata
nostra di stasera, le lanceolate sottili
foglie del tarassico la fioritura innanzi
sua punteggiavano dei campi di trifoglio
i bordi e le rive dei fossi s’offrivan pure
alla stessa mano che in un cestel con cura
delicatamente a far di cara compagnia
a quei germogli lì poi poneva e la stessa
voce che diceva per l’insalata di contorno
alla frittata di stasera, s’inizia un giugno
oggi nuovo e un tenero ricordo torna a quella sera

Più non sente il vecchio
Più non sente il vecchio quel vociar
delle mondine nell’andar alla risaia
allegre né quei canti d’amor di passion
e di mestizia nel volger del giorno fino
a sera sospirati curve con l’acqua fino
alle ginocchia, un mondo perduto e a lui
sì caro un mondo dove per una sola sera
non ricorda con chi trovò d’amore un’ora
più non sente il vecchio ma il ricordo vive
un pagliaio illuminato dalla luna il lamento
nel silenzio di un cane il gracidare di una rana

L’asino di Thugga
Maestose si estendon della vecchia Thugga
le rovine di civiltà di tempi morti antichi, qui
si aggiran pieni di curiosità sotto il calor
del sole di turisti stuoli, il capitolin tempio,
al favor di Giove Giunone e Minerva eretto,
gode tra di lor di particolar ricerca e studio,
e poco lontan di lì in un prato di rovi di sterpaglie
un asin sonnolento a quel vociar della curiosa
lì vicina gente indifferente bruca tra i sassi
a la fame lenir sua e indifferente pur par di capire
a quello che fu lì splendido passato come lo fu
quel bigio suo fratello carducciano al progresso
verso a quella sbuffante vaporiera che fuggia:
che asini son il vecchio o il nuovo per loro cambia
poco ma solo esser dell’uomo sempre in sudditanza

Care bucoliche figure

Sì oggi ricordo un tempo antico mio,
dopo quei precisi tagli al sole l’erba
attendeva di diventare profumato
fieno e con sapienti e ben ritmati tocchi
le donne dai larghi cappellon di paglia
come formiche alacri a far da gara
silenziose quel falciato con un bastoncin
a favorirne l’essiccazion smuovevan
e sotto l’ampio mantello dei gelsi grandi
generosi si godevano lì dell’ombra alta
la frescura i mietitori le forze a ritemprare,
grilli e cicale coi loro canti rompevano
dei luoghi quel silenzio oggi in quei campi
s’odono soltanto acuti e meccanici rumori
perse nel tempo le care bucoliche figure

Un luogo antico
Son tornato oggi in un luogo antico,
ancora lì il bidone rugginoso come
un tempo e sul tetto quella tegola
distorta lì a diriger con rigor l’acqua
piovana fino al segnato giusto segno,
e accanto alla tettoia appeso un nodoso
ampio mestolo di legno, ma non più
qui le ben spianate aiole né di nera terra
ben curati monticelli solo rovi e sterpi
dove s’apriva la vision di verzure e fiori,
a terra poveri secchi rami dell’albicocco
amico e poi non più in quest’orto amico
a fumar il caro vecchio contadino amico
lieto d’agreste duro lavor gli arnesi smessi

Il vecchio gatto grigio
Dopo mesi di assenza il vecchio gatto grigio
dal collo ferito e in parte sanguinante tornò,
si tornò nel giardino e nuovamente qui trovò
ristoro ma fu per poco in questi caldi giorni
dell’estate, difficile curar le sue ferite, randagio
fuggiva ad ogni contatto solo al cibo all’acqua
dava confidenza, una sera poi chissà come
in casa entrò forse a cercar nel silenzio suo
ultimo conforto che poi due giorni dopo al
colmo la calura morte trovò sotto una panca,
già pronti come nel giorno appresso l’occhio
tuo a cercarlo e la man pietosa a por ristoro:
una consolazion per lui per te per me amica
avergli dato una degna come ad amico sepoltura

Solo oggi ricordo
Solo oggi dopo cinquant’anni va
il ricordo ad un’aula ad un banco
ad un quaderno aperto alla pagina
dove vi era scritto in stampatello
“il nostro amore non è di questo
mondo”, forse e non so se per me
eran queste tue parole ma se sì
ecco che in segreto allora tu dicevi
che su questo terra chissà perché
non mi potevi amare, stolto allora
che io pensavo che tanto tu m’odiavi
data la non corresponsion com’il
poeta un dì scrisse d’amorosi sensi

La bimba e il nonno
Sta la bimba prossima ai sei mesi
sulle ginocchia del vecchio nonno
dapprima sorpresa un poco titubante
poi sorride e si rasserena op op giù
su e giù muove le gambe il nonno
e a quell’ op op del cavallino accenna
con voce roca di quel ricordo vecchio
della canzone le parole ride la bimba
dimentica il nonno i tristi suoi pensieri

Ecco così vorrei
Che dice al vento la rondine che vola
lì nel cielo, ai fiori che danzando bacia
con grazia che sussurra la farfalla,
quali dei fiori le parole al primo sole
che risveglia i sonnolenti lor colori?
Nulla mi è dato amica cara di sapere
così ecco vorrei per un istante solo
esser vento e fiore e primo sole poi
per ascoltar le varie voci del Creato

Bianca farfalla
Che dice al cuor all’animo mio
Il tuo volar di fiore in fiore bianca
farfalla la libertà tua quel danzar
tuo senza turbamenti ed il mio
esser fermo io e prigioniero poi
dei tanti affanni e tristi pensieri

Allor amaramente pianse
Arida secca la fonte del cuor suo
ove per anni vi attinse la musa sua
contadina all’animo alla mente dittar
d’amor parole or sol le cerca la man
tremante che più la penna del poetar
regge tra vecchi fogli di sbiaditi versi
dove qui vi legge “saper vorrei amica
perché mi odi tanto” , sì oggi vi sorride
ma nello scriver allor amaramente pianse

All'animo sorgono ricordi e poi pensieri
Nebbiosa fredda giornata novembrina
profondo il silenzio, pure l’aria è muta,
sorgono all’animo ricordi e poi pensieri
nascono qui in un nascosto camposanto
di campagna dove il sonno dormono
eterno quei ch’alla vita mia diedero
un dì vita e tu lor giovinetta figlia alla
vita assai presto e troppo tolta mia sorella
invan cerco quel lontan perduto lor sorriso
ma fermi e immoti son quei marmorei visi
e un pianto forte di calde lacrime riga il mio

Cronaca quotidiana
Triste si faccia della chitarra oggi il suono
lamentevol nella buia fosca notte il canto
dell’anima mia tua s’accompagni il dolore
e il pianto al ricordo di morte anime dolenti
alla vita un dì strappate da bestial bestial follia

Luna stanotte si riposa
Mi dice vieni a goder con me
il lucior di queste stelle mirar
della Luna la falce che miete
queste su nel cielo nascon così
stelle filanti che degli amanti
cadendo muovon d’amore desideri
così da queste parole dolci mosso
ecco pronto son in attesa a scoccar
segretamente quel desiderio mio
di baci ricoprirti tutta amata mia
attendo ma invano la Luna stanotte
stranamente e dispettosa si riposa

Oggi è muto il canto
Muto sia oggi il tuo canto
cessi il suo suono la chitarra
l’anima triste volga il pensier
a chi fu tolto il canto e il suono
il canto della vita e delle voci
amiche l’amorevol dolce suono

La tarda viola
Vedo oggi nel giardino una tardiva viola
e con la mente ritorno a un tempo antico
al giardino della giovinezza e dell’amore
vi era ricordo vi era un fior certo una viola
ma non la colsi che nell’istante mi tremò
la mano ancor dell’amore acerbo allora
or mi domando che fine abbia fatto quel
non colto da me fiore: là ritornar cercar
vedere? Fosse ancor lì qual come questa
viola tardiva e dolce e profumata? Tremante
pur oggi la man sarebbe e incerta poi non
per acerbo amor ma per vecchiaia stanca,
guardo e penso ai versi del poeta antico:
“Il mio sogno è nutrito d'abbandono,
di rimpianto. Non amo che la viola
che non colsi. Non amo che le cose
che potevano essere e non sono state...”

Apocalisse
Quando si spegnerà quel giorno
il sole e cadran le stelle giù nel
mare sol fuoco celeste e gorghi
di acque violente spaventosi
avranno sulla terra il lor dominio
non più nei campi con messi un
tempo e frutti a rallegrar l’umana
specie che da allor vagherà nella paura
e nel terror dolente in attesa misera
della accorrente fine e un sol destino
tutti avvolgerà e non vi saranno sconti
né favori o soprusi e raccomandazioni
che le imploranti forti voci dei potenti
e del più debole dei miseri il gridare
saranno un unico terrificante grido di dolore

Kaiservilla
Lontan da qui un altro lago
alpino, man assassina vile
spense un dì la vita tua
dolce Sissi imperatrice
e qui volle, a ricordo tuo,
a che l’amore e il dolore
eterni fossero nel tempo,
il cuscino dove il morente
capo tu posasti, lo sposo tuo
il vecchio canuto imperatore,
e oggi il desiderio lontan
suo diventa come sogno
mio sperato: falsa vision
non sia quel tuo elegante
cavalcare tu ilare ridente
lì nel verde colorato parco.

Profumo d’ortensie
Quando al cielo colorato della primavera
volgono le ortensie i loro variopinti fiori
con nostalgia corre tanta il ricordo a un
giardinetto, belli dicevo alla nonna questi
fiori, belli e da un dolce profumo delicato,
ma oggi in un giardinetto nuovo il mio a
loro ecco che teneramente mi avvicino
le sfioro le accarezzo e profondamente
poi le odoro e un profumo d’allora come
diverso non so perché io sento e par dir
una voce cara da tanto tempo dimenticata
spenta al lor profumo s’accompagna oggi
come per magia quello della giovinezza tua

Quel duo improvvisato
S’aprì quel dì alla vista un largo spiazzo all’improvviso
lungo la provinciale e tra l’erbe, come per magia, agli occhi
ecco si mostraron un carretto un cavallo un uomo e un cane
e poi li tutto in gir di presso degli oggetti e manufatti tutti
a far loro da corona in mostra bella, ottone rame ferro battuto
zinco quei metalli, sonnolento era il cavallo, altra nascondeva
il fondo del carretto alla rinfusa mercanzia, suonava a terra
lì seduto una nota canzone popolare il vecchio vuoi fabbro
artista scultore maniscalco, era una fisarmonica vibrata con man lesta
e il can scodinzolava contento e il cavallo pareva pur gioire
a quel suon che l’aria riempieva, era del biondo studentino come
del Valentino quella nota melodia e come d’incanto misterioso
attratto a lor far di me compagnia sveltamente il piede mio sì
corse e nacque all’istante così un duo canoro un duo strano
improvvisato, non canto di quelle parole il canto storpiatura,
pur maltrattato il ritmo da vocal toni alti e bassi inopportuni
che il cane non pareva con strano suo guaito poi apprezzare tanto
che dir? tanta e poi tanta alla fine fu l’allegria spontanea nostra,
il ricordo ancor presente vivo questo un di ferro un portavasi
pagato a quello poche lire non so se come regalo offerto o lire
a lui date per il lavoro qual giusta ricompensa, vivo sì ricordo vivo
d’una amicizia in breve così sorta e di quei cinque minuti di festa e d’allegria.

Pensieri
Con mano calma dolcemente
dondola la carrozzina il nonno
dolcemente la bimba gli sorride
quali pensier si chiede il vecchio
stiano racchiusi in quel sorriso
e poi ai suoi tristi pensando la
man sospinge repente al dondolio
e come per magia a quel sorriso
nuovo quelli sente in dolci tramutare

Crescono all’animo i ricordi
Si assottigliano man mano le nostre conoscenze
che molti già abbandonato il palcoscenico hanno
vivace della vita e crescono all’animo i ricordi
al ricordo loro che non è il vento che stacca i fogli
dal quaderno degli incontri e dell’amicizia nostri

Storia di un orologio
Segna l’ora al polso del vecchio l’orologio,
un vecchio orologio d’acciaio inossidabile,
caro regalo, un tempo, dei suoi cari genitori
per una promozione alla scuola media, poi
messo in un cassetto che d’oro lì lo relegò
quel nuovo dono ai tempi del classico liceo.
Perché lasciarlo lì dormire un giorno disse
al babbo il baldo giovinotto mettilo al polso
che la cipolla tua par tanto pesare nel panciotto
così il dono donato ritornò indietro al donatore
ma poco lì rimase che poi dal braccio cadde suo
smarrito in un campo di patate ma poi la sorte
volle che dieci anni dopo venisse per caso ritrovato
durante di quelle una raccolta alquanto fortunata
e rotto e morto poi creduto messo come rottame
di poco conto tra le cose poi di là da rottamare
ma il suo cuor batteva ancora che così si scoprì
quando stava da ultimo per essere buttato li tra
le mani sentì quel giovane diventato anziano
come una voce metallica nell’aria bisbigliare
era il richiamo ai ricordi di un tempo al tradimento
per un oggetto pari nella funzion ma di valor altro
che da tempo aveva subito una diversa amara sorte
che tolto agli affetti per l’attenzione di un ladro
insegna qualcosa caro lettore questa curiosa storia?

Illusione
Nel girar nel tempo il mondo un poco
i cattivi miei pensieri e le delusioni
tante pensavo d'aver per sempre poi
in diversi luoghi e lontani abbandonati:
un dì al vento provenzale i più leggeri,
poi i più neri nelle sabbie infuocate
di un deserto, quelli più antichi ancor
in acque oceaniche e profonde, infin
i più recenti messi ai piè d'una piramide,
ma un giorno il campanello forte forte
è risuonato e diceva alta una voce nota
vieni quattro pacchi ci son qui da ritirare

Milano via Pietro Crespi
Vi era una bottega un tempo
al dieci in questa via, vi era
un’insegna, rossa la scritta,
“Macelleria”, qualunque fosse
il tempo o buona o avversa
la stagione , quale poi lo stare
di salute , né febbre né di schiena
mali e dolori seppur spesso
presenti a far d’impedimenti,
mio padre con man agil veloce
ogni mattina la sua pesante cler
v’alzava e tutti i dì nel primo
pomeriggio fuor che nei giorni
di mercato che a quel far mia
madre da sola s’apprestava,
poi in piedi al banco a tagliar
carne, più spesso magri i giorni
di consumo che quelli la cassa
a rallegrare, ci si accontentava,
diversa la bottega, cambiata
oggi quell’insegna, due assi
stanno a fare mi pare di chiusura,
sarà il sogno di un vecchio oggi
come il bimbo d’un tempo ritornato?
che lì ancor mi sembra di vedere
due care a me figure care una cler
che s’alza e poi si serra e s’alza ,
due visi sempre allegri sorridenti,
quanta per anni fatta per il mio ben
fatica e per mia sorella tolta presto
al mondo nel fiore della vita cui
oggi dolce nel sonno le fate compagnia
amati suoi miei nostri amati genitori

Confessione
Al finir della sua vita giunto
dinanzi una tomba da tempo
abbandonata, solo sterpaglie
una foto grigia stinta scolorita,
con la mente a capo basso lì
diceva: lo so mamma non son
stato un figlio buono che sei
morta in un ospizio vecchia
sola abbandonata, viltà oggi
e codardia ancor fanno per
la vile decisione sofferenza
e compagnia, no non il senno
avevi perduto ma l'avevo
perduto io. A ricordar pesa
il rimorso? Sì ma è un peso
lieve troppo, quali son giusta
punizione e la condanna giusta?
Dell'amor tuo mamma in vita
quel fuoco ardente a me donato,
il finir mio giunto, or eterno fuoco sia
nell’Inferno a tormentar le carni mie!

Bianche roselline
Stava un cespuglio di bianche roselline
davanti alla porta di una casa un ramo
ne trassi in dì che poi posai nell’aiuola
del mio giardin da quella casa lontano
ogni anno al nascer quando della tarda
primavera delicati alla vista e al sol lucente
si apron i bianco fiori di roselline profumati
corre il ricordo mio a quel cespuglio a quella
casa e ad una figura che su quello curva
con cura cura lì si prende di quei fiori
dei suoi rami la figura di mia mamma

I ritrovati fiori
Nel giardino della giovinezza mia
ho ritrovato oggi nascosti tra le foglie
dei fiori profumati, dei mughetti,
e una voce è tornata alla memoria
quella di una ragazza bruna che diceva
li prenda costan solo poche lire, vedrà
che poi piantati ogni anno fioriranno
e avrà così di me un ricordo. Quanti
anni quante dimenticate non viste fioriture!
Pure di te come di questi fiori scordato
mi son o fanciulla dal nome sconosciuto,
che val chiedere scusa? Passate son, negli anni
tanti, tante nel maggio dolci nuove fioriture,
bello è oggi ritrovare con questa , nel ricordo,
il profumo della mia nostra sfiorita giovinezza.

Cuore di mamma
Vola oggi mia poesiola dai versi poveri
e non aulici a narrar il più grande tra
tutti del viver nostro umani sentimenti,
vegliava un dì la mamma il bimbo suo
un bianco lettino d’ospedale un letto
grigio intriso di cattivi odori un ospizio
una vecchia abbandonata sta morendo
quel bimbo or grande l’ha dimenticata
ladri e prostitute gli fanno compagnia
amor materno e vedi ingratitudine filiale
spesso corrisposti non son gli affetti umani
ma tra questi vince l’amore delle mamme
sì queste lettor della vecchia ormai morente
le parole figlio lontano ti voglio tanto bene

Canzonetta di commiato
Più non solcherà nel tempo l’azzurro mar di questo
Azzurro e amato Sito il vascel mio e dir non so io
se queste amabil acque al passar suo onta subiron forte
o inver la lor dolce dolcezza dolce non fu tanto turbata
che della poesia pover mia la fonte antica si è oggi inaridita
bianco senza segni immacolato è il foglio e vedi il calamo
poi fermo a vergar versi diversi sì più più non muove
sol ultime dal cuor sgorgan solo solo queste mie parole
a Ser Lorenzo del nobil Sito insigne Vate e Mecenate
a Piero dall’inclito verso aulico cantor e mentor mio
alle Poetesse gentil ai Poeti dal canto bel insiem uniti
a chi mi lesse e a chi non un saluto e il sentito grazie mio

Ricordando Giacomo Zanella
Una foto: ti rivedo amica sorridente
e lì a te vicino un figlio del deserto
azzurro il barracano suo e violaceo
gli cinge la fronte il capricapo
e i piedi nudi sopra di Erfud le sabbiose
dune e tra le man reca e t’offre gentil
solo un piccol obol la richiesta fossili
memorie di un tempo lontan antico
del Cretaceo allorchè vite marine
s’agitavan in un acqueo mar profondo
oggi gran mare di sabbia e di ricordi

Piccola musicante di Lisbona
Scorre il Tago qui la Torre di Belèm vi si rispecchia
folla festante oggi variopinta di scialli venditrici
un pittore di strada e più in là un vecchio gelataio
al gradin più basso lì seduta la piccola musicante
suona vibra la fisarmonica s’ode una triste aria
il cagnolin suo lì bardato a festa il capin scuote
ma vuota è la scatola che invan l’obolo attende
forse il suo pensier è pari al mio: quanta indifferenza
alla povertà al bisogno di chi solo di miseria vive

La vecchia di Azemmour
S’apre alla vista dall’antiche mura portoghesi
qual vestigia di un lontan passato quel suo correr
a Azemmour dell’OumEr-Rbia all’oceano vasto,
non lontan la povertà e la miseria son qui racchiuse
labirinti d’intricate viuzze tra basse case giallo ocra
un chiuso portoncino e sull’uscio un limitar angusto
siede una sdentata vecchia in gramaglia nera a terra
tre gatti macilenti magri le fanno amica compagnia
tesa a chi passa la tremolante mano lo sguardo basso
l’obolo attende e ti par di capir lo senti intimamente
non tanto per sé se pur di stenti e di dolor tanti nella morsa
quanto la speranza di spegner della fame il dolor dei mici

Un lamentevol canto
Cadde implume il passero dal suo materno nido
la man di un bimbo lo raccolse e in una gabbia pose
e con amorevol gesti curò poi e nutrì nel tempo
messe le ali l’uccel tentò più volte e volte il volo
che sempre s’infranse sbattendo sul metallo duro
quindi si volse al bimbo e col vocin così gli disse
come vedi son tuo prigioniero e come tuo trastullo
non vanificar e render falso e impietoso quel tuo
pietoso e caritatevole a me allor primo soccorso
la libertà val molto di più di una prigion dorata:
s’aprì o non s’apri caro lettor a tuo parer la gabbia?

Il vascello della solitudine
Or navigo solo sul vascello
della solitudine mai finora
qui si trovò nel tempo umana
impronta né suadente voce
qui de l’aere il silenzio ruppe
se non dell’onde e del vento
il suono e delle tempeste
urlanti al tempestoso mare
che in questo navigar mio
amiche or a me saranno al dì
fino dell’ultimo tramonto

Dal novel Burchiello
(12 Ottobre 2014)

L’acque fende oggi correndo il burchio
del Piovego e poi del Brenta lentamente
e nella corsa se pur rotta da chiuse e ponti
lieta alla vista s’offron palazzi e ville
che di un tempo lontan portano i ricordi
e nelle del suo correr soste a lo spirto nutrir
nel suol calcando delle dimore i parchi
e nel silenzio lor d’affreschi istoriate stanze
sentir si sente di storie antiche e di leggende
note o sconosciute: Napoleon qui dormì una notte
là la bella Rosin con Re Vittorio vi trovò ricetto
e quell’affresco di Enrico di Francia e di Polonia
l’ospital con Doge Mocenigo e lieto incontro
all’occhio dona e la villa vedi ove per il suo amor
da carnal altri amori offeso vi segregò l’infedel sposa
il nobil venezian Alvise che per anni Malcontenta
visse e poi quel udir di nomi e nomi quali di dogi
di dame e cavalieri di mercanti pittori e condottieri
e primi di quei delle magion insigni costruttori
degni di fama eterna per l’architettura somma
in cui qui primo eccelse Andrea di Pietro patavino.

Dalla caduta di una foglia
Cade una foglia un distacco
un ricordo nasce che di quella
il volteggiar tosto scompone
pezzi di vita inseguiti invano
con lei lontan caduti e persi
 

Pur spento l’amor mio
Spenta la luna
Spente son le stelle
Pur spento l'amor mio

Il tiglio
L’ampio tiglio mi oscura
dell’ultimo autunno quei
pochi deboli raggi di sole
ne soffre il mio gelido cuore
che un dì sen fuggì lontano l’amore
or attendo paziente che spogliato
dal vento quel primo all’ultimo
venga qual ristoro un dolce tepore

Vecchio torno oggi
Vecchio torno oggi con la mente
a cercar nel campo dei ricordi
quanto di buono e di cattivo
lì nel tempo del mio vivere
ho vivendo seminato atti incontri
studio lavoro scontri discussioni
in solchi arati in terreno smosso dissodato
spesso accidentato e sassi e rovi
e acqua e sole e tempeste e poi sereno
prima con forte giovanile ardore
qui gettato e poi negli anni medi
in modo più attento ed oculato
infine alla fine nel finire con saggezza
un poco poco con tremante mano
e passo tardo lento o con zoppia
or per quanto vedo e trovo ritrovato
ringrazio il Cielo e Dio mio Creatore

In riva al fontanile
Fiori di sambuco sulla riva
al sol nascente l’anatra
starnazza sull’alto ramo
un nero corvo gracchia
guizza veloce un pesce
nello stagno gracidar senti
una rana saltellante da lontan
s’apron poi cerchi correnti
al lancio di un mio sasso
nuove vite s’agitan nell’acqua
solo neri spenti senza profumo
immoti fermi i miei pensieri.

Ombre misteriose
Ombre misteriose la notte del sonno
disturbano il cammino e poi prendono
aspetto quando lento fluttuando di sole
un raggio il sonno giunge a risvegliare:
son neri d'umana forma torbidi pensieri
che arduo rendono l'entrar nel giorno nuovo.

Guardando a quel passato
Guardando a quel passato nostro
e a quel tempo di giovani studenti
forte ragion s’ascolti oggi ti devo
già oltre il cammin dantesco giunti.
Pur non bella ma carina ricordo
mi piacevi ma anco ricordo che a te
quel mio incontrar facesse schifo.
Se ti guardavo se ti sorridevo lesta
la mano ti coprivi il viso, se ti seguivo
forte correndo lontano ecco tu fuggivi
quanti tra noi di questi incontri scontri?
Mi rivedo così oggi ahi povero frescone
quel non voler capire qual vana fosse
ogni corresponsion di sguardi e sentimenti
che come perduto il senno per tempo s’agitò
quel mio maldestro agire così ragion forte
oggi ti devo per l’agir tuo di fronte a quello mio.

La strada dell’oblio
Sto cercando la strada dell’oblio
ma il ricordo del mio passato è forte
giro e rigiro come in un labirinto
poi ecco sfinito mi trovo a lei davanti
rabbia e delusione vi è vietato il senso

Rapida scivola dall’animo la malinconia
Al pensier forte è di pianto il desiderio
ma nel ricordo poi del ben che dato avete
rapida scivola dall’animo la malinconia
oh voi tutte mie anime care trapassate
nel tempo per passi brevi assai o lunghi
incontrate lungo il cammino della vita

Incubi
Notte infernale sonno agitato
anime spettrali demoniache
agitavan la mente e l’animo
tremava scosso pure il corpo
che poi cedeva a un riposo falso
affannoso da sussulti mosso
tu da me tolta rapita o fuggita
forse lacerante il tormentante
dubbio tu lontan danzante
in dissoluti orgiastici piaceri
venne poi il mattin tu lì vicino
a me dormiente a dissipare
i dubbi a rassenerar i sensi
nel violento scosso risvegliarmi

Coni di gelato…gusto sapor di giovinezza
Con man rapida riempie i coni
il gelataio gusti diversi e colori
vari delizia al palato festa tra lor
fanno i fanciulli anche un vecchio
fa la sua richiesta un cono pieno
gusto unico sapor di giovinezza
ad una vaschetta di colore verde
speciale or par dar mano il gelataio

Ricordo di mio suocero: Quel vecchio quadro
Ho rivisto oggi quel tuo vecchio quadro
ricordi? Dipinto vi è un angol del giardino
e quel casotto basso lì vicino alla cantina
dal muro rosso mattoni semi screpolato
dalla finestra giallo ocra con il vetro rotto
dalla grata consunta distorta rugginosa
che un esile rampicante glicine abbracciava
facendo a questa e al muro festosa compagnia
sì in alto fin lassù in alto sì fino alla grondaia
e poi vicino alla tua firma d’autore due impagliate
sedie velate dall’ombra di quel alto pino di confine
aggiunte mi dicesti qual segno a te assai caro
di ricordo di momenti non più visibili e fuggiti
quando lì ti sedevi con la nonna accanto attento
e sorridente ai giochi di mio figlio allor bambino.

Vorrei che ancora tu mi odiassi tanto
Ricordi un tempo scrissi perché tanto mi odii?
Come oggi vorrei dopo più di cinquant’anni
che ancor tu mi odiassi tanto e tanto ! Fa calar
l’oblio sai l’indifferenza ma non quel se vive
forte sentimento ostile e che disprezza tanto
che se più mi odiavi ecco che sì a me più forte
tu pensavi e così nel tempo antico e così oggi
vorrei che ancora tu mi odiassi tanto e tanto
perché ancor vivo sia quel tuo forte a me pensare

Ad un vecchio cespuglio di prugne da man violenta ucciso
Oggi vecchio cespuglio di asprigne prugne
non più vivi come un tempo festante nel parco
cittadino, man cattiva bruta disonesta alquanto
un dì ti tolse così per suo capriccio con ratto
taglio netto. Il perché ora chiedo a quel vigliacco
sconosciuto :che male ti faceva qual offesa poi
ti recava in quel viver lì tranquillo oh vile maramaldo?
Così vecchio cespuglio di prugne da man violenta ucciso
di te voglio parlare di te questo a tutti ricordare sì
ancor ricordo d’inverno le innevate bianco cristal
tue larghe e giù pendenti brocche il lento tuo risveglio
all’inizio della primavera quei bianco perla fiori
principio e segnal allegro per la calda stagion
di tondi giallo-verdi e amabil frutti qual doni offerti
alla sete del povero mendico e de le badanti ucraine
gioiose in quell’atto del distacco, dal vento poi
spogliato ti avviavi al riposante d’autunno sonno.
Vuoto oggi allo sguardo quel tuo un dì amico ospital
prato e così oggi caro arbusto vivi sol nel ricordo mio.

Tempus fugit
Sento e vedo lo scorrere del tempo
e il suo rapido fuggire, non è più
poi l’oggi e s’approssima il domani
in attesa del lontan divenir futuro,
mentre la mente apre a quel passato
luoghi visi cari momenti e illusioni.
Sì ecco l’oggi sfuma e si colora poi
ieri diventa e diventerà poi domani
nuovi luoghi alla mente e visi nuovi
vissuti e da viver nello scorrer del
tempo sì illusioni e momenti nuovi:
sì solo il tuo amor non fuggirà col tempo.

La gatta e il vecchio
Stanco s’alzava il mattino il vecchio
pigro poi lentamente scendeva le scale
di lui in attesa nello stanzino la gatta
e di quel ghiotto boccone se ne stava,
mangiava la gatta e poi gli sorrideva
e del vecchio il viso si rasserenava
e quel suo stanco sentir s’allontanava.
Già semisonnolenta la sera era la gatta
Sul divano stava allor seduto il vecchio
oh quante tante volte prima di dormire
al comando alle ginocchia sue s’accucciava
poi spariva in attesa del sonno e del mattino.
Morì la gatta, vennero poi sere vennero mattini
la stanchezza rimase niente poi salti alle ginocchia
or quel povero vecchio solitario vive di ricordi.

Un nero puntolin codato
Trovò la mamma un giorno ormai lontano
nel giardino di casa un nero puntolin codato
solo spaurito abbandonato il debol miagolare
venne poi il bambino e pose una ciotola di latte
da allora Virgola nera micina trovò una casa.
Crebbe negli anni il bambino crebbe la gattina
quindici anni di gioia di fusa di carezze e di sorrisi
ieri tutto finì la nera parca si prese quell’amica
in pianto è oggi quel bambino diventato adulto.

Virgola
Più non gioca il vecchierello con la sua
gattina morbo crudel spense quel sorriso
quel correr lesto alla ciotola il mattino
quel ripetuto gesto alla buonanotte
vuota la stanza vuoto quel cestino
deserto il sasso là in fondo nel giardino
dove al sol d’estate sonnecchiando stava
libero quel cantuccio riparo dalla pioggia
dalla neve nel volger dei mutamenti vari
del tempo dei mesi e dello scorrere degli anni.
Il vecchio guarda ricorda rivede e piange forte.

Virgola bella nera miciona mia
Non addio ma oggi ciao Virgola bella
nera miciona mia, per quindici anni
ci siamo fatti dolce compagnia,
tu un dì piccola micina trovatella,
sì una virgola un musetto un corpicin
codato, io già lungo il viale discendente
della vita, tu nel tempo crescevi
ogni tanto qualche piccolo malanno,
io poco a poco nel tempo declinavo
ogni tanto acciacchi vari, la vecchiaia:
ma quanti tra noi giorni anni felici !
Morbo crudel ha spento oggi il tuo sorriso
così piangendo vivo solo nel ricordo tuo.
Tanto di te vorrei qui raccontare ma..
meglio tacer quel tanto, moine giochi
sorrisi fusa carezze e paure anche,
poi quel, al comando, saltellar sulle ginocchia,
…e questo così per sempre tener nel cuore mio.

Oh mio povero frescone!
Sì mi piacevi bimba e il cuor cercava dolcezza
ma disgusto tu provavi e a quel solo amaro fiele.
Sì ti giravi allor e celavi il viso a sguardi e miei sorrisi,
vano il correr mio vano che lesta veloce tu fuggivi!
Sì nell’agir mio oh che povero frescone allora non capivo
potessi dirti oggi capisco sì capisco giusto l’agire tuo
se non v’è corresponsione d’amor vana è la battaglia!

Verso Luxor
Poco lontano scorre maestoso il Nilo,
qui alla vista un mondo arcaico vive:
verdeggianti distese in lontananza
tonache nere nel mar verde curve,
tonache bianche e variopinte, barbe,
colorati consunti copricapo più vicino,
odori strani nell'aria di pipe al fumo
un acre fumo s'accompagna dal fuoco
sterpaglie arroventate rifiuti abbandonati,
capre vitelli somarelli di guardia stanno
a incerti blocchi di cemento, povere case
pronte a salire, tondini rugginosi al cielo
aspettano di calcestruzzo la coprente veste:
fan compagnia ai ferri bianche parabole
che incorniciano il vecchio nel presente;
negli spazi giocano i bambini tanti, di pezza
un pallon rincorron, in triste attesa le fanciulle
di rassegnato son futuro già tristo segnato,
ecco passa un carretto un asin qual motore
dal volto stanco canuto auriga quel dirige,
dal carco sporgente pondo, gialle di zuccher
canne, un frusto ne strappa un vispo bimbo :
con triste sorriso lo succhia e nella corsa morde
men amaro nell'attimo fuggente il suo destino?

Mentre danzan de la neve i fiocchi
Vedo nell’aria danzar de la neve i fiocchi
aerei son sottili bianchi e immacolati
poi in terra cadendo acqueo umor lì nasce
e in nera poltiglia quel candor si muore:
nasce allora al cuore forte un desiderio forte
oh potesse favorir natura il cammin inverso!
Lancerei in tal caso lesto al ciel i cupi miei pensieri
che da neri in candor bianco fosser poi lì mutati
e danzando la mente lieta resa per sempre lì restare!
Cadono i fiocchi, cresce la fanghiglia, vana la speranza
muore il desiderio restano i pensieri e la mente trema.

Sul viale del tramonto
Povero vecchio che si piscia addosso
è il giovane studente che ti corteggiava
che tu sdegnosa irosa allora detestavi
curva tu pure sul viale del tramonto
muta se puoi quell’odio in un sorriso.

Giocan tra lor le foglie
Posson mi dico esser le foglie a un tempo
qual segni d’amore che di dolor cocente ?
Voglio con lor giocare a un sottile gioco:
volan del tiglio nell’aria le ingiallite foglie
son a forma di cuore qual simbolo d’amore
vero sincero oppur sofferto e tormentato,
s’accompagnan a quelle nel d’ottobre vento
del castagno le acute appuntite lor sorelle
vuoi frecce mortali o d’amor pungoli amorevoli:
qui s’alzan nell’aria e s’offron alla mente e al pensiero
mentre si mischian come giocar tra lor cordate e lanceolate
e al gioco io per gioco ricorro pronto ai nostri amori
non dissimili da questo di foglie intreccio e turbinio
sì quanti amori da cuori trafitti mi dico son un dì finiti
sì quanti amor nuovi oggi sorgon da altri cuor colpiti

Invan la foglia cerco
Invan oggi la foglia cerco che ingiallita
dispersa è al vento con le sue sorelle
a lei le speranze mie in primavera posi
deluse al pari suo ingiallite e al vento perse.

D’ali un frullio
D’ali un legger frullio
lenta oscilla una brocca
ecco si stacca una bacca
nell’aria avverti gaiezza
un merlo felice che canta

Cerca il pettirosso
Regnan oggi la brina e il gelo
una bacca cerca il pettirosso
l’oscillar lento d’una brocca
poi lieto d’ali un legger frullio
e nell’aria di gaiezza un canto.

Tut il bambino Faraone
Nella valle dei Re dove l’occaso del sol si nasce
la rotta roccia scolpita colorata non pace né eterna
quiete, qual quel dì lontan la pietas sì volle, dona
alla piccola mummia del Faraon bambino corpo un dì
che trasparente teca tiene ed alla vista dei violator
dell’infinito sonno suo oggi me compreso s’offre.
E mentre scorre con lento passo la teoria lenta
del guardian la lesta man al venal tributo s’offre
suo quel furtivo raggio di torcia su occhiaie vuote
dal buio a risvegliar e a occhi impietosi offrir
e a Tut un dì potente oggi povere ossa rendere
continua e ripetuta offesa. Giusto mi chiedo
dei morti il sonno turbar nel nome della storia?

Fuggiva l’estate..fuggivi tu..
Fuggiva l’estate dopo quei bei mesi
calda stagione vibrar di luci di colori
un malinconico autunno principiava
già foglie gialle danzavano nell’aria
in quel tempo caldi abbracci allora
labbra di fuoco occhi di gioiosa luce
giunse poi forte all’animo la malinconia
tu fuggita foglia tu tolta dal ramo dell’amore

Che fin han fatto quelle mie parole?
Che fin han fatto quelle mie parole
di simpatia o d’amor che principiava
su fogli fissate o colorate cartoline?
A te in particolar oggi lo chiedo
dopo cinquant’anni da quel ultimo
ricordo tra i pochi indirizzati invio:
con rabbia lette, bruciate o ignorate?
Mi piacerebbe invece questa sorte:
lasciate con indifferenza estrema
per anni sepolte in qualche libro
oggi in pila su di una bancarella
e trovatole un ignoto compratore
dire potesse facendole rivivere
nate eran da un vero intenso amore.

L’onda dei ricordi
Triste cavalco l’onda dei ricordi
s’agita la tempesta della mente
nel ricercar gli spazi del perduto
tempo ore con te vissute allor
qual estasi di sognante amore
cerco mi illudo di averli ritrovati
l’onda falsa fallace li allontana

Quel ritmico danzar delle lucciole
Quel ritmico danzar delle lucciole
tra l’erbe, il canto delle rane ripetuto,
già la notte pronta a dominare l’ora,
l’ultimo sulla aia canto delle donne:
le ultime gialle umide pannocchie
denudate con gesti rapidi decisi
dalle materne frasche protettive
a riempir le scorbe quasi al colmo,
l’abbaiare dei cani alla nascente
luna, quel muggito dell’ultimo nato
nella stalla dal familiar tipico odore
tutto cerca oggi la mente alla memoria
riportar quei giorni della giovinezza:
sì ancor son lì e l’animo par rasserenarsi
dal tumulto di un chiassoso caldo giorno.

Un vecchio pendolo di mogano intarsiato
Rivedo oggi nel tempo un luogo antico
del passato e al ricordo caro familiare:
un solo muro di quella casa dell’infanzia
mia e dolce nido: rossi mattoni pien di crepe
e ancor d’amore bianche sbiadite scritte
e quell’evviva a Gino del Tour vincitore,
dall’opposto lato una grigia parete stinta
sol rettangoli biancastri occhi muti lì in risalto
cosa mi ricordan penso di quel tempo andato?
Cerco e un forte ricorso forte pongo alla memoria
fruga dico trova indaga presto dimmi suggerisci
ma invano: unico punto ecco un chiodo rosso
ferrigno lì, sì sopra l’ore batteva della fanciullezza
mia perduta un vecchio pendolo di mogano intarsiato,
ore diverse segna oggi al polso d’acciaio un orologio.

Convivio negato?
Di Faraoni terra: lento corre il torpedone lento
verso Luxor da Safaga e un canal di nilea acqua
al cammin suo s'affianca e alla vista si presenta:
s'ergon ville isolate deserte senza vita a destra,
sulla sinistra sponda un pullular d’umili casine
e in lontananza campi s'estendon verdi di culture:
donne, neri puntini, accucciate curve al lavor intente,
a ridosso sulla riva dove fumando alberga la mondezza
giovani anziani vecchi e poi bimbe e fanciulli tanti
vocianti creano allegria, allegra se pur in vita grama
la fanciullezza lor trova sì radici e debol scarsa linfa.
Così a loro e a Dante e al suo Maestro Aristotel greco
corre il pensier e al desiderio di conoscenza innata
di sapere alquanto: perché il Convivio a lor negato?
Uno, il più piccino mi guarda mi sorride la man lesta
agitando al mio sorriso che tosto, la strada corre,
si spegne e si rattrista... tarpata forse una acuta mente
che si accontenterà di guardar sol lo scorrere degli anni.

Pensieri…pensiero…
Torno spesso a meditar nel tempo
sull’umor dei miei pensieri e il peso
nuvole alate azzurro bianco chiare
vedo portar danzando i miei più lievi
nuvole nere dense scure di procella
i cupi trascinano in tempesta fosca
persi i primi per sempre nell’immenso
ritornan qual saette ardenti e grevi
i secondi come a colpir ancor la mente
questo è il pensiero antico sempre nuovo
si scambino per sempre le nuvole i pensieri

Il villan si lava i piedi
In questo afoso caldo caldo dell’estate
mentre patisce il corpo quasi sfatto
e pur la mente par perder i pensieri
a rinfrancar il primo e quella attenta
ritornano i ricordi: voci suoni care figure
di un tempo non perso non dimenticato
di estati afose calde e di un tempo antico.
Ed ecco ritorna viva presente la memoria:
si lava i piedi il villan sul limitar dell’uscio
suona la campana del vespro in lontananza
e poi quel gracidar nel fosso della rana
scende la notte danza la lucciola tra l’erba
e Lilla e Dora cagnoline abbaiano alla luna
io fanciullo al sibilar delle zanzare sogno.

Batte l’onda salsa
La salsa onda forte forte batte la scogliera
all’urto un vento salmastro s'accompagna
su quella pietra io scrissi un giorno t'amo
rossa la vernice un cuore ancora affiora
vecchi ricordi erosi di un finito amore
quanto soffra dei colpi quella nera roccia
a nessunè dato perduta amata di sapere
quanto inver io soffra per l'abbandono tuo
ogni colpo dell'onda è un forte colpo al cuore

haiku in grappoli
……………………..
brocca di pesco
un cinguettio sul ramo
allegria nell’aria
……………………………
spighe dorate
azzurro terso il cielo
volo d’uccelli
…………………..
canto di grillo
tripudio di colori
danza la talpa
………………….
cicala canta
impazza il solleone
rotto il silenzio
……………….
lucciola danza
notte sull’erba buio
scia di luce
………………………
misera stanza
regna luce malferma
pianto di bimbo
……………………..
il sole nasce
inno alla aurora
canto del gallo
……………………
freddo polare
sol un carton per letto
un triste pianto
……………………..
nel verde splende
di color forte vivo
rosso geranio
…………………….
raggio di sole
lassù sulle montagne
neve che brilla
………………………..
un muro antico
d’amor scritte sbiadite
rid’un ramarro
…………………….
biondeggia grano
macina gira gira
bianca farina
………….
stelle cadenti
lì luminosi sciami
pianto del cielo
………………..
stelle cadenti
desideri sopiti
eccoli nuovi
……………..
spenta la luna
pur spento l’amor mio
spente le stelle
…………………………
lavanda in fiore
ridon colline e prati
gioisce il cuore
………………………….
brocca di rovo
fredda neve nel bosco
spina nel cuore
…………………………..
foglia di gelso
un rumore leggero
bruco che pasce
………………….
brocca di rovo
gocce rosse di sangue
spina nel cuore
………………………..
il tiglio piange
nella notte silenzio
resinoso gel

Quel canto melodioso canto
Si sveglia il pescator in mezzo al mare
sì che la notte cede al chiaror dell’aurora
e con concerto accendonsi i dorati raggi
del germano sole ed ecco di un nuovo giorno
il sorgere leggero, un acquarello di colori
il blu dell’onda il rosato cielo lo scintillio
di aurei riflessi, or l’ora è qui giunta
non per gettar la rete e l’ittica fauna
dalle profondità render qui captiva
ma per sentir nel silenzio dell’incanto
ancor della innamorata il melodioso canto.
Da tempo da quel dì quando dallo scoglio
cadde cantando a lui d’amore un canto
e l’onda a lui rapì quella fanciulla bionda
Eos ed Ersa dal sonno lo traggon lor
pur dolenti per fargli amica compagnia.

Come la salsedine
Qual la salsedine cade ed il lucente metallo si corrode,
qual la nebbia tutto ricopre e la visione tutta oscura
qual la fuliggine nera tutti i colori muta e li scolora
così per lo stillar d’amaro fiele al cuore giunge pena
così turbato è l’animo da oscuri e neri sentimenti
così spenta è la gioia di goder della gioia dei colori
dal dì del fuggir lontan da me dall’abbandono tuo

Nel tempo
Nel tempo la salsedine corrosa ha la cornice,
nel tempo scolorita ha il sole la fotografia,
nel tempo, tanto passato, al cuor non muta
dolce amica di un perduto tempo il tuo sorriso.

Quell’odore di piscio
No alla tua fine eleganza che attira
no agli inebrianti profumi che spandi
no a quella tua anima nera nascosta
da sudici panni che turban la vista
da quell’odore di piscio che appesta
ecco lo spuntar poi di un’anima bella
ma il volgo apprezza ingannato l’inganno

Non più per me spighe dorate
Laggiù spighe dorate a un vento
gentil ondeggiano e piegansi ridenti,
più su in alto un cielo azzurro terso,
da qui d'uccelli battiti d’ali festanti
a quella bionda pastura dolce vanno,
lieto frullio senti nell’aria ed allegria.
Oggi alla mente torna quel mattin
lontano, altro era quel dì quel campo
altre eran pur quelle dorate spighe,
d’amor così volavan i pensier miei
e tu che poi festante lieta sorridevi,
oggi ormai a me non più spighe dorate
non più di Cupido ali spiegate in volo
non bionda dolce pastura ai desideri
che già sazio di dolore è il cuor mio
per quel nel tempo andato abbandono tuo

Un Maggio antico
Maggio spento piovoso oggi
ad un maggio antico colorato
corre la mente tristemente
a quel verde prato serra
di fiori dai colori vivi accesi
per il nascente al giorno sole
al man mia che la tua cercava
tra il rosso papavero l’azzurro
fior d’aliso gialle margherite
a mani poi congiunte principio
d’un amore man oggi in questo
maggio l’una stanca l’altra a vita
spenta in questo maggio spento
vivo intenso acceso sol il dolor mio.

Qui rincorrevo i miei acerbi sogni
Rivedo oggi quel luogo a me sì caro
qui rincorrevo i miei acerbi sogni
girando ad occhi chiusi attorno all’aia

certo che tu nascosta tra un pagliaio
ridendo mi guardavi aperti quelli poi
era tra noi di sguardi un sottil gioco

sogni d’amore per una bimba bionda
spenti poi quando crudel morbo spense
quel suo sorriso e i dolci azzurri occhi

bianca la bara leggera dove ti posaron

altri sogni altre speranze all’animo mio
s’aggiunsero poi nel correre degli anni
cose belle sì vidi ma di più le brutte

inutil guerre intestine lotte di potere
brame al dio denaro tutto sotteso poi
pochi gli slanci d’amicizia veritieri

bimba ti ritrovo oggi nel camposanto sola.

A S.
Per il dolor qui S. l’esile bianco collo
a un ramo de la quercia appese sua
giovinezza spegnendo brutale fu l’oltraggio

il passo ferma o viaggiator cortese
dal prato un fiore cogli e qui deponi
lo irrorerà il qui vicino salice piangente.

Niuna stilla d’amor a del cuor l’arsura
Timida prima poi con gocce tonde e forti
alla finestra batte la pioggia settembrina
e ne riga i vetri con intrecci di rivoli sottili,
al ticchettio ed al ritmo si destan gli assopiti sensi,
diversi pensier genera la risvegliata mente
di color allegro il primo cupo nero l’altro:
che s’alla riarsa natura lieto beneficio occorre
a spegner del mio cuor l’arsura niuna d’amore stilla!

Dolor che non si spegne e si rinnova
Abbandonato il giardino ha il pettirosso
in altri lidi da qui lontan si è avventurato
or su le brocche antiche e le nascenti foglie
del vetusto d’anni nespol dal rigor del verno
tanto tormentato liete dal volo saltellan quattro
capinere vite e natura nel tempo si rinnovan
pur non si spegne e si rinnova nelle mutate
stagion al tuo pensier al ricordo il dolor mio.

Rosso sanguinante sol rimane il cuore
Spente le stelle velata pur la luna
grigio cinereo l’universo cielo
dentro me guardo da quel tolto
lo sguardo: per te quel sentimento
spento per te oscuro il mio pensiero
non acceso ma nero l’universo amore
rosso sanguinante sol rimane il cuore.

Del tempo colpa or chiedo?
Del tempo colpa or chiedo
se ancor a te corre il ricordo
pochi cinquant’anni son che
all’oblio la tua imago ceda?
Stolto al cuor non si comanda
una voce dice che parte da lontano
certa son certa sì che per l’eternità
vivrà di me di me per te il ricordo.

Qui ritto, qui fermo, qui davanti son
Profondo il silenzio, pure l’aria è muta,
qui ritto, qui fermo, qui davanti sono
e’ l marmoreo monumento io fisso:
qui, nel piccol cimitero del paese,
qui la mamma dorme e non lontan,
che presto tolta alla vita, la giovinetta
figlia, mia sorella, pur riposa, papà
accanto da tempo a lei fa compagnia.
Questo, mamma, il mio parlar silente:
potrai alla mente chiedo mai sentire?
Molti anni abbian qui noi due pregato,
più di cinquanta, tanti, ricordi, tanti tanti,
poi anche tu, ormai stanca debole e canuta,
me e la vita hai abbandonato, oggi solo qui
son nel pianto forte in preghiera nel ricordo.

Sì più non s’apre
Picchia invan la mano tua qui contro,
dal tradimento tuo il cardine è corroso,
a te sì più non s’apre la porta dell’amore,
sì ruggine ferrigna non solo quello ricopre
ma pur la chiave del cuor che un dì t’amava.

Sol muti e non vocianti
Rotto del luogo è qui il silenzio,
l’aria silente si anima di voci,
il gracidar nello stagno della rana,
del cuculo il verso in lontananza,
lento pur mormora il ruscello,
della lucertola nell’erba lo strisciar,
frasche e vento chiudono il concerto:
sol muti e non vocianti i pensier miei.

Geme dell’amore il motor
Nuvole leggere, il ciel rosato
azzurro, poi repente il tutto
muta, minacciose nere sorelle
caccian quelle, nell’aere scuro
cumulonembi si fan strada,
al baglior guizzante il tuono
forte segue, la terra geme
colpita da grandine violenta,
in simil ratta guisa quel dì
divenne il sentir interno mio,
il tuo sorriso spento, in odio
tramutato, al cuor sereno, tanto
ancor d’amor sognante, fosche
d’ambascia nubi scagliò sì tanto:
di grandine dolor tempesta
il motor dell’amor ne fu colpito.

I melograni di Mornico Losana
Nella stagion che di rosso intenso s’apron dei melograni
i fiori macchie di queste colorate gemme di Mornico Losana
ornano la veste, sul limitar stanno di pietrose antiche case
abbandonate, in giardini, un tempo, tra spessi rovi s’ergon
a fatica e tra sterpaglie secche, lungo pendii che scendon
verso valle e sui cigli qual sentinelle ferme delle strade
all’arboreo scintillante quadro donan sua completezza
sì che nel caldo giugno questo al ciel volto rosseggiar di fiori
rossi negli anni nel tempo si rinnovella dolce vision donando.

Verso altri lidi migrar?
Piange afflitta da dolor colpita
è la lombarda musa contadina,
osannanti cori e d’incenso il fumo
lungo le pendici di novelle cime
qual del Parnaso e d’ Elicona vette
han turbato lei sì misera e tapina.
E’ indarno qui elevar il canto tuo
altri più modesti terreni cerca lidi
qual del tuo Ticin l’amate sponde.

Verso campi fioriti
Più non ditta la contadina musa
lontan lontano s’è da dì nascosta
arida la mente il calamo che verga
fermo si riposa abbandonate forse
l’arse ortaglie secche sue dimora
verso campi fioriti profumati vaga
onde doman l’usual povero verso
mio dolce fragranza delicata dia?

Sicilides Musae paulo maiora canamus( Virgilio)
Absit iniuria verbis!

Dialogo tra un poeta ed un lettor nel Sito errante

                             I

Dell’occorso dialogo il dir qui ecco
vien qui posto quel tra un assiduo
lettor del Sito e d’un poeta iroso
tanto e dall’umore strano anco,
curioso poi si veda l’epilogo finale.

L:
Perché nessun ti legge? Pochi invero
alle righe tue son i commenti o note.
Qual la ragione io penso ti domandi
dimmi se credi e avrai da me risposta.

P:
Nel Sito il tuo orientamento quale
quali delle scelte tue quale il cercar?

Del poeta il nome il faro tuo la meta
per antica conoscenza tua o il tema
che riflession alla mente seria pone ?

Dopo l’assaggio fatto d’un sorso netto
cade il giudizio di sì o no su il vin in botte
o dal profumo nel bicchier di poche gocce
scese quali per la poesia alla vision tua
i sol primieri pochi inizial lì posti versi ?

L:
Per minchion forse m’additi e prendi amico?
Onde evitar che insospettato amar gusto
mi colpisca ad altri l’onor del bicchier il veder
la fine qual tu comprendi certo al momento
letture son e giudizi espressi e tanti riportati.

P:
Dell’altrui gustar nuova bevanda merito dato
mai poi ti colse un tempo danno che aceto ti colpì
al posto del licor quel desiato dolce sapor sperato?

                                II

Il dialogo trovò così allor brusca netta cesura
il lettor nel Sito errante lo gnorri tapin facendo
poi girò le spalle e muto da quel il passo prese:
dubbio nessun del poeta voi dite fu l’impertinenza?

Solo arse sterpaglie e
secchi arbusti


Non di verbena fior non di viole
profumati prati della musa mia
contadina è l’affannoso cercar
onde il canto elevar del cantar mio
solo arse sterpaglie secchi arbusti
il piede suo lento stanco percorre
a noi così sì piace questo odorar
dal gusto antico intenso e forte
altri Pison cerca altri poi sferza
emulo tu nel cantar aulico tuo
del miel aspro dolce di Venosa
alla ricerca dell’inclito verso.

Quintiliano: Satura quidam tota nostra est
Orazio: Ars Poetica
Con simpatia ed amicizia ai veri Poeti del Sito
da parte dello scribacchin lombardo e della povera
sua musa contadina

L’amico strillone
In via Manzoni lo strillon faceva da anni
sfortunato povero nato grama la sua vita,
altri una lontana sera sui giornali il nome
suo lì ben posto gridaron, una foto accanto,
scritto di sotto avvenente giovane straniera
l’amore felice trova che col barbon s’unisce
suo quella sera il richiam del giorno questo
la didascalia a tutta pagina grande questa,
un vil vilmente l’avea per poche lire venduto
che faceva quel dì quel tristo comunal addetto?
Falsa ingannevol per gli onesti quell’union era
per uno spicciol di danar una italianità comprata
quel sogno falso di falso d’amor morì il dì stesso
due bottiglie non più di vino bevute con gli amici
svanita dove chissà de l’inganno quell’avventuriera
un nuovo strillar triste risuonar si sentì ancor
tristemente da lui triste la sera dopo in quella via.

Degli elementi la materia prima
Or a te teologo la domanda pongo
che il poeta divin un dì a se stesso
profondamente pose degli elementi
la materia prima esser da Dio o no intesa
or se l’assunto il primo fosse provato
non fisico mero fenomeno meccanico
dello stagno quel gemer suo quando
d’abito si muta e la nera peste su di lui
incombe poi sì che in tal guisa al dolor
soffrir forte dei metalli il pensier nostro
quindi si ponga allor che in ostil a lor
ambiente perdon forma e sostanza
e sol diciam con banal dir corrodonsi.

Vedasi di Dante il filosofico pensier al riguardo e nel Convivio in particolare.

Ricordando Anite
Quel lor gattino piangono i bambini
cui di atroci dolor morbo crudel forier
a quel un dì la buona morte impose
come così un tempo Mirò la cicala sua
presto alla vita tolta per l’Ade oscura buia
tristezza sempre il gentil cuor pervade
quando lacrime giovanil cadono calde
all’iniquo dipartir dei lor cari trastulli .

Anite poetessa alessandrina nata a Tegea-Arcadia nel 360 a.c. circa.
A Mirò che piange "infantil lacrime" per la perdita dei suoi trastulli ( un grillo,un usignolo, una cicala) una delle sue più belle liriche.

Ricordando Ipponatte
Cinga Euterpe il capo d’altri
del mirto sacro e dell’alloro
non scazonti dal corretto ritmo
che zoppicanti sol al dir mio
ditta povera musa contadina.

Ancor mi chiedo lasso
Ancor mi chiedo lasso
t’amo perché le dissi
crudo sì come temevo
quel suo repente dire
vederti più non voglio
odioso il tuo sembiante
quel profferir disgusto
alla vista son all’udir mio:
allor amarament'io piansi.

Il rosso papavero
Le dissi t’amo sì in primavera
come il rosso papavero così
prese color vivace il di lei viso
anch’io poi rispose e mi sorrise
ma come morta la stagion del fiore
pur come quel avvizzì il suo amore.

Se fossi Dante
Se fossi Dante non avrei nel poetar
difetto della metrica non schiavo
ma patrone il rigor del verso certo
e lo scorrer suo perfetto non insulse
parole ma per mamma diletta genitrice
mi punge ambascia per dolor mio
al calamo ratto quel fuoco de la mente
ma scribacchin son per cui non rubo
tempo al tempo per agire di cesello
nella ricerca di rime e di lessico forbito
così alla mia povera musa contadina
nell’istante a lei m’affido come quella
detta vo significando sì insulse ai più
immonde righe ma di lor a me non cale
ad altro fonte vadan pure a dissetarsi.

Il fiordaliso
Come Chiron da freccia mortal colpito
al dolor col fior riposo pose l’azzurro
fior d’aliso tra bionde messi pur io
andrò a cercar sul cuor d’amor ferito
lo porrò per la pena mia così lenire.

Indifferenza e solitudine
Cupi rintocchi manda la campana
s’annuncia un funerale
piazza deserta chiesa semivuota
là una povera bara
spoglia misera senza un fiore
accanto tre persone
tremanti canute malvestite
un solo prete
unico assistente il sacrestano
alla domanda mia
era un povero barbone la risposta
il guaito di un cane in lontananza

Geme dell’amore il motor
Rosato azzurro è il cielo, nuvole
leggere, ecco che all’improvviso
muta, nere dense minacciose cupe
sorelle caccian quelle, nell’aere
cumulonembi si fan violenta strada
al guizzante baglior segue il tuono
forte geme indi la terra da grandine
colpita, così nell’attim da parola
mala nata sconvolto è il sentir interno
mio che al cuor sereno d’ambascia
fosche nubi a quel rapido rapido porta
il mutato in odio quel tuo primo sorriso
e così di colpo colpito geme dell’amor
il motor da grandine di dolor ferito.

Una mente elettrica elettrizzata.
Polarizzati all’anodo son
meri criptoionici pensieri
fuggon veloci gli elettroni
qui della vera conoscenza
si riducono poi pian piano
all’opposto polo i protoni
della memoria del ricordo
nell’indifferenza il tutto
dei neutroni dell’insipienza.

Il topino di Salina
Cadde sul ciglio della strada
il topolino colpì poi piede
crudele, agonizzante pietosa
man con cura la tua raccolse
indi tra fiori profumati pose
che a lui fosser gentil bara.

Luglio 2011: Isole Eolie
con mia moglie G.

Il barbone e il bambino
Il nome vero suo mi era sconosciuto
ricordo solo di quel simpatico signore
che dormiva sotto i ponti di Lambrate
di giorno spesso delle bocce rassettava
i campi di un oste lì vicino a casa mia
poi non sto a dir come io allor bambino
di quel barbone divenni poi amico suo.
Volle un giorno di un sogno vero suo
raccontarmi da lui, da barbone, mendicato
che anche lui volea come signor sognare,
questo l’inizio: un dì nella notte fischiava
il treno, come d’incanto di quel rombante
si trovò alla guida ed ecco, oh bello: binari
immaginari e terre mai viste sconosciute,
folle la corsa non vi erano fermate…e poi?
Bambin te lo dirò se vuoi te lo dirò domani,
venne il domani tanti domani ancora ma mai
più mai tornò da me per continuar d’allora.

Un volo di gabbiani
Punteggia il verde scuro degli abeti
di San Pietro la collina, il mar laggiù
d’un azzurro chiaro fermo, nel ciel
nuvole bianche immote, leggiadro
di gabbiani un volo anima il quadro.

Un mattino all'isola d'Elba

L'amico delle stelle
Spesso sorridendo mi diceva amico
non ho mai sognato ma se le stelle
guardar sognar vuol dir sì son ad occhi
aperti un grande sognatore ch’a Sirio e sue
sorelle, alle lucenti stelle, di cader prima
nelle braccia di Morfeo affido i pensier
miei, quei miei voluti inappagati desideri:
così lassù vedo rasserenati i primi forma
prender poi i secondi per celeste incanto
infin mi prende il sonno dolce dolcemente.

sempre in ricordo del mio amico Barbone

Tera de Pipp
Mi diceva non ho mai sognato
ma se guardar le stelle sognar
vuol dir sì son grande ad occhi
aperti sognatore che la notte
poi dormo secco in un misero
giaciglio di cartone. Il nome
vero suo mi era sconosciuto
solo Tera de Pipp era chiamato,
gentile sorridente viveva sotto
i ponti, ricordo un dì mi diede
qual regalo di bocce un colorato paio,
curava tuttofar per un bicchier di vino
della bocciofila i campi del burber
canuto oste noto signor Peppino,
ma un giorno mi raccontò di un sogno
un sogno vero suo, l’aveva mi dicea
l’aveva mendicato che anche lui volea
sognar mentre dormiva:sì fischiava
sopra il ponte il treno nella notte,
come d’incanto di quel rombante
si trovò alla guida,binari immaginari
terre sconosciute non vi eran nel
viaggio le fermate,una folle corsa
tutti da terra ridendo lo guardavan,
d’oro la giubba avea diamanti li bottoni
non più, non più quel povero straccione
nel sonno nel sogno felice mormorava
ma il sogno sognato durò poco,
urtato si sentì il calzone mentre lui
guidava, di botto sfilato gli avean quel
suo poco tagliata la saccoccia del liso
pantalone, questa del sogno l’ amara….. conclusione.

Dai miei ricordi di bambino-
Milano anni '50- Via Marco Aurelio-
Una bocciofila-Un caro vecchio Amico
il "barbone" ma Signore Tera de Pipp.

Io e la quercia
Del querceto di quel tempo antico mio
solitaria or te ne stai tu maestosa pianta
dall'ostil ascia ch'abbatte risparmiata,

non più sorelle allor tante che or ti faccian
tenera amica compagnia come nei dì lontani
degli infantil poveri nostri giochi di fanciulli

a chi più ghiande le grandi tra noi a gara
da la grandinata lì caduta sparsa raccattar
sotto dalle verdi verdastre chiome vostre

tra quella infin ricercar poi le tumural galle
quelle poi lanciar ne l’aria in alto allegri
e de le prime cupole cavar barchette per il rio

per minipipe lunghe poi gli acheni fornelletti
trastulli nel tempo nostro poi perduti com’anco
gioventù andò tra noi perduta e dolor non solo

come te pur io solitario rimasto nel prato de la vita
persi i compagni miei tutti dalla falce che a caso
taglia senza guardar sia tenero virgultosia tronco spesso.

La vecchia quercia
Del querceto antico solitaria
or te ne stai maestosa amica
dall’ascia nemica risparmiata

non più sorelle che ti faccian
compagnia come nel tempo
di quei infantil poveri giochi

a chi più ghiande a raccattar tra
noi da la grandinata lì caduta
sotto dalle verdi chiome ampie

tra quella ricercar poi le galle
e quelle poi lanciar ne l’aria
dalle cupole barchette per il rio

pronti poi gli acheni per le pipe
trastulli poi perduti la gioventù
perduta io solitario pur ....persi gli amici.

Bianchi batuffoli
Bianchi batuffoli qui aleggiano
nell’aree, i pappi, piumoso dono
del pioppo al venir della primavera
e a lor vorrei lanciare i miei pensieri:
quale il timor? Perché la mente frena?
Che i cattivi poi il vento non disperda,
che gli allegri a terra poi in nivea coltre
piede non gentil li vada a calpestare.
Così nel dubbio me li tengo e quelli
lasciando come nati liberi e leggeri.

Solitudine
Estraneo son alla vociante folla
rumorosa, attorno a me sol vuoto
tutto è nulla, a me ghiacciati i sensi
a me sì spenti dall’abbandono tuo.

San Severo II ( Quel chiassoso rione milanese)
Quel chiassoso mio rione milanese
dove il parlar lombardo di paese
cedeva al vociar forte del pugliese
io studente liceale lei esile sartina
che guardavo passando ogni mattina
lei di rimando una mossa birichina
solo sorrisi sì solo affettuosi cari sguardi
tra di noi neanche una parola e tardi poi
il dir tentai la timidezza vinse, troppo tardi
che migrammo da quel sito amico, lontano
lei così disse la Maestra agitando la sua mano
al paese del nonno quale sposa sì a un paesano,

io sempre a Milano a Città Studi lì vicino
chimico industriale questo poi fu il mio destino
Africa Asia girar Americhe e qui mondo latino
impianti acque dei metalli studiar la corrosione loro
per l’Italia e il Sud di viaggi di missioni la collezione
contar non so ma un giorno laggiù ecco il magone

quel luogo non lontano un cartello recitava
un nome mai scordato di paese mi indicava:
di lei giunto chiesi e la voce mia rotta balbettava

nel dire nel sapere confusione e delusione tanta
tanti gli anni da allor passati all’incirca sì quaranta
nel chiedere nel cercar poi la mente crollò stanca
volle però il destin non so se crudel oppure amico
che lasciando quel paese ecco un volto caro antico
di fanciulla mi si presentò attraversando un vico
parea nella vision offerta la dolce sartina di quel rione
una nipote forse o figlia creata della mia immaginazione?
Mi sorrise perché ancor mi chiedo: quale commozione!

Così con le lacrime agli occhi mi rividi lo studente liceale del rione.

Una sera lontana a Motta Visconti
Riempiva l’aria della sera al calar
l’odorosa menta verde selvaggia

il calor dell’aia si spegneva profumo
di pannocchie lì di granturco al sole

il silenzio rompeva del grillo il canto
dal fosso della rana il gracidar s’unia

la Lilla e la Dora care di mia nonna
allegre cagnoline con l’abbaiar piano leggero

lo starnazzar dell’oche e dei tacchini
il goglò voci più davan al serotin concerto.

La frugal cena poi già pronta era sul desco
oggi così vorrei dopo che il tempo fuggito è tanto

risponder come allor a quel su corri è pronto:
vengo sì cara mia vecchia cara nonna vengo.

binasco 25-04-2012

Aprile oggi....
S’accompagnavan un tempo nell’età
oggi lontana della giovinezza mia
d’april dolci serate all’amor garanti

in questa tarda età april a lei s’adegua
oggi freddo e tempeste l’accompagnan
spento l’amore a me solo noia tanta regala.

Incanto mattutino
Un cielo in lontananza arabescato
rosse bluastre di colori pennellate
il volo di un aereo le scompone

trasporta poi un soffio più vicino
bianche nuvole pallide intarsiate
da raggi del sol nascente modellate

sotto di loro passa poi più in basso
in elegante volo un cinerino airone
che poi scompare lesto alla mia vista

mi perdo così tra voli nuvole e colori.

Tra donne sole .......vorrei…
Tra donne sole sole da tempo abbandonate
in un ospizio tetro triste figlio esser vorrei
per donar loro un bacio una carezza lieve
tra donne sole sole carcerate quale la colpa
giardin fiorito verde prato senza sbarre esser
vorrei almeno per sette otto non di più ore
tra donne sole sole in gramaglie nere figli
mariti persi in guerre senza senso atroci
esser di consolazione vorrei ma non so come
da Abele e Caino falsa parola e la parola pace
tra donne sole sole denutrite coi figli loro
che piangono la fame nutrimento manna
vorrei essere celeste che nel pianeta per sempre
tolga questo risolva questo atroce dramma
tra donne sole sole che nella vita mai amore
bussato ha ai cuori deserti freddi loro Amore
essere vorrei almeno per un secondo solo
dare felicità un bacio una carezza basta poco.

Questo mio vorrei : a tutte le Donne che nei secoli hanno sofferto :solitudine..prigionia...dolori..disgrazie.... fame...mancanza d'amore.

Il gatto
(Rufus)

In falso inverno cominciò una fiaba:
era l’inizio della primavera.
Venne dal pelo maculato eroso,
nuda la carne e una malferma zampa,
tra la neve mendicando un osso
il gatto e qui trovò ristoro.
I tuoi attenti atti e un amorevol tetto
a ritrovar le forze e la speranza
di vita migliore e senza stenti
lo portaron. Or ti guarda felice
e ti sorride alla carezza attento.

A Graziella
24/04/2005
accadde in quei giorni dopo una nevicata

Roteata lontan fu del tuo amor la sfera
Come quando l’occaso del sol giunge
e sia ombre vecchie spegne e nuove
la principiante sera accende e nell’ora
paure speranze attese ai cuori sorgon,
quali che sian non è dato poi di sapere
che ciascun nell’intimo le stesse poi nasconde,
per me allor che dal cerchio del mio mondo
lontan roteata fu del tuo amor la sfera
calda non della sera il principiar ma notte
fonda e buia l’animo mio tutto sì avvolse
che ognun scorge guardando il mio sembiante:
la speranza morta del ritorno tuo in me vive solo…. la paura.

Il davanzale della malinconia
Sì ombre immaginifiche e silenti
qui sul davanzale, vuoto spoglio
da sussulti al quieto vivere sereno,
della malinconia mia già da tempo
ingigantiscono paure immotivate:
parte di lor nel vuoto già lanciate
nel sottostante balcone delle idee
che di dolore trafiggono i pensieri,
altre, le più, nella mente inver ancor
da maligna diabolica colla trattenute
sempre presenti, fantasmi sconvolgenti
ravvivati da fantasmi tra quell’ombre
che il cuor e l’animo rattristano sì tanto.

Freddi simulacri
Tra di me leggo i miei versi d’amore
povere parole freddi simulacri d’odi
saffiche e dei melici monodici, perché
a tanto è giunto l’ardir mio mi domando?
Una una sola la risposta, poco mi parea
dir amata mia amata cara sai che t’amo.

Sogni distrutti
Ho strappato con forza
dalla bocca nera della notte
quei sogni
diversi
erano quelli
che il mattino con un roseo
sorriso mi aveva regalato.

Insidie della vita: circospezione
Rosso era il vestito luccicante suo, occhi i suoi
verde smeraldo,la bocca sua poi ben formata,
labbra fiammeggianti, con inganno quella lo portò,
almen così credea,quel dì con sè alla casa del piacere,
nell’ampia stanza giunto di marmo le colonne vide,
figure dionisiache di menadi d’alloro incoronate
e satiri caprini danzanti voluttuosi e lieti alle pareti,
a terra poi dovizia grande di tappeti dal vel pregiato
arabescato, divani poi di fine seta aurea purpurea
rifiniti finemente,invitanti infin coppe e tazze di metallo
fino, fuor qual manici ornamenti a mò di fallo, dentro
della vite colmi dell’inebriante dolce asprigno alla bocca
sì gustoso succo. Così lì nell’estasi dopo il primo sorso
di quello ben gustato, mentre già pronto, dal vigor
dal rosso licore che stolto si credea tratto, all’ardente
agognata dei voluttuosi sensi d’amore dolce pugna,
tardivamente si scoprì, giunto un torpor e una vista
corta sorta, misera preda poichè scoprì che falso
era di Venere l’agone.Triste delittuoso fu l’inganno che
di novella Circe capì della magion la soglia aver bensì varcato,
la cui magia tramutò poi di colpo quel primitivo suo vissuto
incantato incanto,che di tutto agli occhi suoi si mutò d’aspetto:
ferree di rovente fuoco le colonne, orrendi infernal mostri
lì in attorno, strame letame di contorno, infin qual sortilegio
per l’ingannevol pozion finì in vacca lui stesso trasformato
e su sudicio lurido di sterco pagliericcio di lei, rosso il mantello
occhi di bragia alla bocca nera, schiuma bavosa, in foggia
di furente bronzeo toro l’onta subì di un fatal e ben diverso
da quel sognato e sperato iniziale amorevol dolce amplesso.

Spesso dimentichiamo a casa quell'erba moly che Ermes ( Mercurio)
aveva dato ad Odisseo ( Ulisse) per sventare le malie e i sortilegi della maga Circe.

Metamorfosi dei sensi
S’interrogò quel dì pensoso in riva al fiume che
diverso strano e in tutto misterioso gli apparve
quell’accadimento che l’acqua in corsa gli mostrava
fatta d’opposti di dubbi e di incertezze alquanto varie:
sì ritto di certo era, in piedi, e nel riflesso si vedeva curvo,
bello nel fior degli anni ancora e compariva qual cadente
misero vecchio: di bell’aspetto sì era orrido alla vista invece
il suo povero sembiante. E poi ancora cos’è questo mistero
ancor s’interrogava pensosodubitabondo in riva al fiume:
quale dunque era la stagione che l'avvolgeva: gelido inverno
e freddo o invece una afosa e calda opprimente estate?
E poi, solo, libero e ramingo sopra un monte dalla vetta alta:
sentir grandi silenzi e infiniti spazi goder niente affanni , pace
o chiuso, in gabbia, in tumultuosa città tra una vociante folla:
calca opprimente ostile, vista chiusa impedita tanto ed un
urtato dolorante violentato petto? Cosa era poi quel giardino?
Misterioso, strano: rose dal profumo dei mughetti mughetti
rossi dal profumo intenso della rosa! La pioggia lo bagnava e
si sentiva completamente asciutto,una fame divorante lo assaliva
e nel contempo si sentiva sazio,voleva parlar d’amore ma in cuor
sentiva sentimenti d’odio. Smarrito non capiva poi se sua oppure di
qualch’altro, se tutta vera o invece tutta falsa, se occorsa poi in sogno
o nel tempo vissuta per davvero e poi, nel tempo, se ieri o in un passato
più lontano fosse stata questa storia. Era il riflesso rotto e distorto
dell’acqua nella corsa che portava a questi dubbi, a nuove e immotivate
sensazioni al porre a tutti i sensi domande insensate per la mente?
Dubbia lettore è per tutti la risposta: quello spintone in riva al fiume gli parve
allora come una carezza era già morto annegato ma ancora vivo per sognare ?

Il perdono di mia Madre
Notte senza Luna qui del Camposanto
serrato il cancello rugginoso aspetto,
il cammino aspetto di anime silenti
che per amico hanno corpi evanescenti,
dicon che parlan solo con il viso triste
o sorridente qual che sia il pensier loro
nel momento, ecco passano lievi lievi
cerco tra loro coi tremebondi sensi
il viso caro di mia Madre e tremo tremo
temo il giudizio severo per quel giorno,
muto pavido vigliacco la lasciai insultare
forte fardello grave la colpa ancor da espiare,
ma invece mi sorride come per dirmi
già allora ti avevo perdonato l’animo
tuo non sia da oggi più mai turbato
e un pianto forte dirompente il mio
accompagna quel suo sorriso fuggitivo.

Binasco (MI)
24-03-2012

Ricordando Metastasio--è la fede degli Amanti...
Cosìè, certa sicura allora così tu parlasti,
questo sbocciato oggi nostro amore non morrà
come rosa delicata sempre fiori donerà
nella serra del cuor mio degli affetti chiuderò
quale virgulto vivo assai protetto ben curato
come zolla tutto l’ardente esser mio il sole
dolce il mio sorriso la rugiada fresca i baci miei
gentil soffio le carezze mie nel sfiorarlo lievi
cosi è certa più sincera dopo un mese solo
che l’amore nostro è già finito così dici
cosa vuoi stavi tu lontano senza palpiti il cuore
rotta la serra poco il sole secca la zolla ferma
l’aria il fiore dell’amore non poteva che appassire:
ben disse e poetò un giorno il saggio Metastasio.

Il vecchio castagno
Dopo anni torno a riveder questo luogo amato
dove dall’alto dalla costa tra i verdi boschi
felice tu scorgevi l’ansa del Ticino, del leccio
i profumi del castagno delle felci dei mughetti
nel vento respiravi forte e da giù sentivi venir
della lodola il canto lieto il gorgheggio dei merli
dei fringuelli prolungato dei tordi dei ravarini
il cinguettio ch’a quei faceva poi eco in lontananza
quello ripetuto e ritmato cucù cucù cucù del cuculo:
struggente il ricordo la nostalgia pur tanto forte.
Tutto cambiato qui intorno e in parte cancellato
non più lì il vecchio castagno dal maestoso fusto
che sul ciglio della strada qual sentinella guardia
faceva alle campagne quel tempo andato di mio nonno
quelle campagne dai filari lunghi e nell’autunno
di macchie ricchi di grappoli dai colori intensi accesi
ai quali i ciliegi lì presso davan loro amica compagnia
e a metà giugno poi avanzandoli con vellutati dolci
rubin frutti in quella nelle stagion correnti tavolozza
cangiante di colori, non più la stradina polverosa
che quelle divideva percorsa spesso di corsa
con la bicicletta ch’allora accompagnava
quella mia perduta come l’amato luogo giovinezza.

2012: da Motta Visconti (MI)
Paese delle mie radici
dei miei amati Genitori.

Passa la Milano-Sanremo
Non più oggi nel giorno caro del mio caro Santo
come un tempo del mio tempo andato e antico
giorno grande di festa e di già annunciata primavera
ma in un sabato normale anonimo pure feriale
è sfrecciata ier l’altro da Binasco sotto i miei occhi
la Sanremo:cicli lucenti metalli speciali leghe
ultramoderne pochi chili rispetto ai grevi da spinger
fardelli del passato, maglie multicolori scritte tante
variopinti tessuti seta lucente aerodinamica pure
non più quelle scritte sole Bianchi Legnano
Bottecchia Willier Triestina Atala su di una lana
umile grezza tessuto vile impregnato di sudore.
Nel veloce avanzante gruppo nuovi giovani campioni
del pedale alcuni sconosciuti o quasi invano ho così
cercato lì come per magia Bartali Coppi Girardengo
Binda Merckx Van Looy Fignon Minardi con Petrucci
Kelly Bobet Privat Poblet e il vecchio Poulidor, invana
di questi antichi noti visi la ricerca che so sapevo
di tra lor molti come già in fuga solitaria partiti
un giorno in vol fuggiti da un Turchino immaginario
personale per raggiunger quel traguardo comune
luminoso il Cielo sì lontano nella corsa della vita
dal traguardo un tempo familiare di via Roma oggi
cambiato ch’al vincitor e al gruppo non più sorride
della Primavera la mormorea effige qual primavera
spenta degli anni miei così come con voi fuggita
nella corsa delle mie stagioni quella mia per sempre
imprendibile ratta e veloce cara perduta giovinezza.

Ricordando Guido Gozzano
Che ne è di voi un tempo antico e in giorni ormai
passati graziose dolci fanciulle avvolte allora
dal profumo di quella giovinezza oggi lontana?
Mezzo secolo circa o forse molto più fuggito, credo,
fuggito sì il tempo ma ancor presente la memoria.
Quel giorno ricordo sotto l’ombrellone azzurro-chiaro
di una calda afosa spiaggia romagnola mi diceste
con allegro fare vorremmo con te domani il sorgere
del sole nel primo mattino noi noi soli contemplare.
Venne il mattino e il sole là in fondo in mezzo al mare
dava già il segno della sua salita con raggi sfumati luminosi:
fresca l’aria era e la brezza salmastra da un profumo dolce
amaro già alitava e ci avvolgeva. Ecco qual novella Atalanta
rapida una, una corsa veloce all’improvviso spiccò qual volo
ed ancor vedo così quelle dorate chiome sollevate al vento,
triste invece dell'altra mi parve lo spento tenero sorriso.
Quale il perché di tale corsa allora non capito, per la sorella
e me soli forse poi lasciare penso? Ma nulla accade tra noi rimasti soli,
silenzio vi fu solo silenzio, sguardi lontani eppur noi così vicini,
sguardi che il sole nascente disturbava, un silenzio nel silenzio
muto del mattino. Vinse di certo una forte timidezza allora!
Quali dunque mi domando oggi in quel momento i nostri pensieri
gli inespressi sentimenti o i desideri rimasti nostri e tra noi ignoti?
Rosa non colsi, non capii l’amore? Finì così ricordo ancora: tre ombre
sole e lontane dal principiante sol dettate e sole sulla spiaggia
ferma ciascuna con i suoi pensieri fermi che di un gabbian il verso
invano ...invano... invano... invano... molesto disturbava.

Cisti: ad Arno
Del buon vino
poche son le botti
così non a peso
si giudica un poeta

Amore mercenario
L’incontro fu un dì per caso amore
mercenario la donna al giovane propose
disse suadente quella lì la casa il segnale
poi un lume acceso la porta semichiusa
ardito quello fremente ardimentoso tutto
per quella d’amor pugna venal offerta
voluttuosa all’indicata casa all'ora mosse
ma spento lì il lume trovò anco pur serrato
da un chiavistel vistoso tanto e l’androne
alquanto spento l’ardor suo finì finito l’ardimento
ingannato si ritrovò qual povero minchione.

Allo spirito maligno
Son io che parla a te, spirito maligno
che mente e cuore la notte mi devasti
a me nel buio creando immagini mortali
non so se false oppure come credo vere!
Sì, seppur lei tace e nel ludo lascia fare, altrove
so pensa: in ciò tu mi tormenti e forte forte ridi
ma nel tormento che distrugge e annienta sappi
che almen la sua pietà pietosa dona un poco pace.
01-02-2000

Tormento
Amata cara un dolor m’assale oggi
mi tormenta, il pensier corre a quel dì
che lieta data ti fossi a forestiera mano:
se certezza o dubbio non me lo svelare!

Come mutato oggi quel sembiante!
Vecchia dal tempo ingiallita
ritrovo una fotografia un volto,
come mutato oggi quel sembiante
un tempo quell'amato caro viso,
ancora vivo o spento quel sorriso?
Al pensiero al dubbio all’incertezza
di gocce amare si riga il viso mio.

Rimpianto di fine d'anno e d'altra fine
Bella così io non ti ricordavo
scusami se ancor oggi amore
ti chiamo, tanti i rimpianti
forti i desideri che in passato
suscitato hai in me e spento
tu che sbagliando forse pentita
forse male scegliendo il dubbio
ch’a chi t’offristi male poi ti colse.
31-12-2011

Non so Amata cara
Non so se quando sarò freddo e muto
farai come Didone che un dì ruppe fede
al cener spento di Sicheo, non so amata cara.
Questo pensier che per anni mi turbò la mente
risposta trova e giusta, lo dice del Sacramento
il rito che muore con la morte di un dei due Ministri,
quindi libero io della vita dagli affanni libera tu,
da me non più amata, di amar poi felice chi tu credi.

A un tempo lontano penso
Amica al tempo in cui eri lontana penso
allor che un ampio vuoto un cuore triste
d’amor privo circondava quale inaridita
secca senza speranza di fiorire zolla, ecco
un dì manifestata ti sei tu all’improvviso
fresca rugiada col seme di Cupido accanto
seco te portando il soffio dolce dell’Amore tuo
presso quel cuor sbocciò così il più bel fiore.

Motta Visconti 22-05-1967

Le sue chiome sollevate al vento
Alla mente tornano una spiaggia
quel primo sorgere del sole
già l’astro là in fondo in mezzo
al mare il segno dava della sua salita
con raggi sfumati luminosi chiari
fresca l’aria alitava la salmastra
brezza dal dolce sapore amaro
d’intorno era silenzio nessun
gabbiano in volo quand’ecco
inaspettata la visione una figura
indistinta prima il nascente sole
la vista disturbava poi nell’attimo
più presente veloce era la corsa
parve incontro a me venire dorate
le sue chiome sollevate al vento
non si fermò continuò la corsa
svanendo poi nella lontananza
chi fosse non l’ho mai saputo
allora non compresi oggi credo
più saggio di saperlo con lei
fuggiva svaniva un frammento
un istante non assaporato della giovinezza

Oggi ricordo frammenti di orrore… ..di terrore
Nel giorno della Memoria oggi forti forti
tornano a me memorie al cuore e alla mente,
piange il primo affranto freme sì forte la seconda
allor che il Male assoluto nel cieco Mondo
con di questo l’assoluto strano a capir silenzio
terrore orrore morte seminava e sappiam quanto!
Risuonano ancor oggi i miei forti violenti passi
per scacciar l’angoscia e la paura del momento
come allora sul selciato largo e vuoto che alla vision
inizia e da di una città spettrale di morte e di camini
lungo le rive di un Danubio che pigro nella nebbia
scorreva in una triste lontana giornata di Novembre
dove spenta quei dì per non scorrer più la vita fu
in modo atroce e vile di umane vite ah quante quante
con il mio debol essere tramortito non atto fermo
il moto mio a varcarne la soglia tremendo quel suono
secco ancor lo sento delle scarpe mie quei gradini
pochi ma tremedi di salita ma che nel pianto certo
ben sicuro sentivo che povere Anime morte lì vicino
leggendo il mio distrutto pensier errante benevoli
a quel mio come irriverente vergognoso impedimento
facevan come ai miei passi Amiche dolce compagnia.
Corre il pensiero ancora e forte ai milioni ahi quanti
di bimbi e bimbe nel fior degli anni mai cresciuti mai
diventati grandi dove nella dolce oscurità che nella memoria
ne protegge il sonno scandire sento da voce amica
carezzevol nomi cognomi nazioni anni che per tanti
la decina è alquanto un vanto speranze deluse spente:
oggi bambini miei fanciulle mie non son a Binasco
ma lontano e ripercorro come quel giorno lì nel silenzio
affranto e nel dolore quel tratto buio ma dolce a Voi amico
caro son qui presente ecco nello Yad Vashem che
voi sempre ricorda e a ciascuno di Voi faccio oggi compagnia.

Bella così….così pensavo…
Quel bocciolo sfugge oggi al mio pensiero
la rosa come piena vedo quel petal tolto
manca che primo un dì il suo profum porse
a me, sol l’album dei ricordi oggi soccorre
il tuo viso bello con mestizia vedi io guardo
nel giorno sorto un dì per la mestizia cancellare:
oh non dovrebbe il cuor oggi esser felice ancora?
Certo mi inganno ma penso e sento il tuo tremore
non più nel tempo andato come tremore verginale!
Perché dunque mi illudo mi dolgo ed ancor spero:
oh povera memoria stolta al presente stolto guarda
sussurrar vorrei gridando ma la voce è muta e trema:
queste le parole rimaste sepolte dentro il cuore:
bella così amica non ti ricordavo scusami poi
seppur ormai da me lontana ti chiamo ancora amore.

Un tempo così desideravo...
Impaziente e tanto d’Amor del ritorno
tuo attendo la sospirata ora che tarda,
passerà rapidamente il tempo? Chiedo:
nell’attesa lenta solo tedio mi avvolgerà
che vuoto pare il cuore mentre la mente
ricrea invano tra mille disegni il tuo sorriso?
Volge poi il pensier a la desiata ora e sogno:
s’acquetano la tempesta ed il tormento
si stringeran vedo le mani e poi ancor le labbra
lentamente, dolci, si poseranno sulle labbra.

A G… 05-08-1967

Oggi ripenso
Ripenso al tempo in cui eri lontana
allor che un vasto vuoto il cuore
mi opprimeva zolla senza speranza
inaridita che un fior amico sì aspettava,
così dolce poi tu amata cara dolcemente
all’improvviso ti sei un dì manifestata
nacque dentro di me allora il più bel fiore.

A G.... 22-05-1967

Come un limone...non fiori...non frutti...
Tu che le stagioni tutte dell’amore
hai vissuto tanto assaporando
della primavera le primizie
quei fiori azzurri variopinti
che a te s’aprivano vogliosi
d’offrirti la delicata essenza loro
ch’hai assaporato le delizie gioie
qual i gustosi frutti dell’estate
labbra rosse ardenti ciliege
da baciare pere succose per te
quei seni da succhiare nettare vitale
e laggiù le pesche tante vari colori
vellutate che aprendosi al desio
a te deliziato hanno i sensi il cuor tutto
la mente tu che l’uva asprigna tarda
dell’autunno alla bocca spremuta
inebriante mosto hai pur bevuto
che dalla secca castagna godevol
nutrimento hai poi lieto gustato
che dell’inverno degli agrumi aspri
ti sei di tanto in tanto deliziato
più il profumo più odorando il frutto
sol guardato toccato sfiorato con gentil
tatto anco accarezzato capir non puoi
chi fiore mai sì colse non gustò
ciliegia della castagna dal riccio
poi fu punto pure e vecchio si trova
come un limone senza arancia in mano.

Giorno per giorno
Amata cara sì giorno per giorno
rifiorir ti ho vista come una
bella rosa sul suo ramo fissa
che pur mutata ad appassire tarda
e sempre fresca e aulente al cuor
che come un tempo l’ama appare.

A mia moglie G...
02-12-1999

Il tempo passa
Amata amica cara il tempo passa:
il bel bocciol com’era? Chiedo:
sei tu cambiata o come allora
sempre a me tu pari poi domando.
Ecco guardo la rosa che ancor oggi
splende sì più bella, dolce rugiada
l'allieta e nel crepuscol dolcemente bagna.

A mia moglie G...-Binasco 02-12-1999

.....così scrivevo un tempo
Amata mia amata ti chiamo nel mezzo della notte
da dolci e profondi pungoli d’Amore risvegliato:
zagaglia più acuta e penetrante mai trafisse cuore!

Come un foglia
(funere mersit acerbo)

Verde il colore ancora
la primavera in fiore
un battito un istante
si stacca cade la foglia
saluta il ramo amico
il vento ecco si alza
lontano via la porta

un attimo un sospiro
così come la foglia
sorella mia giovinetta
dal materno collo quel dì
la man tua cadde nel vuoto
un ultimo sorriso spento
la parca venne e ti portò via.

A ricordo di mia sorella S.
più di cinquanta gli anni del distacco..
vivo ancora forte il ricordo mio....
struggente il dolor ancor in questo antico e nuovo che vien Natale.

Somnium
Idonea nox nobis est neminem videmus in umbra
nos osculantes tanget nemus umbriferum circum

..................................................

Il sogno
Favorevole è per noi la notte
nessuno vediamo nell'oscurità
il bosco ombroso proteggerà
noi ed i nostri baci!
...............................................

Milano- 1956
Liceo-Ginnasio-Carducci

Ad una compagna della giovinezza
del sogno ignara!
giuseppe gianpaolo casarini
(iosephus rusticus mediolanensis)

Vada il saluto
Al degno di Mecenate delle festanti Muse
cortese amico sì gentil Curator dell’azzurro Sito,
a chi la lira tentando sotto l’ombroso faggio
in altro luogo oppur silente o dal pulsar della vita
rumoroso all’occhio alla mente di lettor curiosi
i sentimenti suoi le speranze le illusioni care
sue va dettando a chi poi il tutto a queste chiara luce
da con il giudizio benevol sempre nel commento
vada il saluto di un oscuro vate dalla musa contadina:
che il Natal Santo per tutti gioia vera letizia sia.

Senza rancore sì senza rimpianti
Se dopo cinquant'anni sono tanti
per in serbo tener queste parole
ti rivedessi te ne direi tre sole
senza rancore sì senza rimpianti.

"Perché in quegli anni mi odiasti tanto?"
non ti chiedevo altro sai solo un sorriso
un segno d’amicizia da quel grazioso viso
tu di ignorarmi invece ti facevi vanto

giravi la faccia e poi di me certo ridevi
ai tuoi amici con scherno mi additavi
che questo non vedessi forse tu credevi
Tanto pesa in gioventù esser d’amore schiavi
da subir tacendo quanto beffarda mi facevi
così mai domandai cosa di me dentro di te pensavi.

Un palloncino alato colorato
In un palloncino rosso viola blu i miei sogni
ho lì soffiato sogni dimentico Morfeo mai
sognati all’amor tuo intesi e sempre volti
lor compagno al moto propulsore un gas
l’elio primo tra i gas nobili il più leggero
auriga un vento poi pigro capriccioso
forse burlone incerto sempre nel cammino
che ne sarà di lor ormai dispersi in cielo?
Una pioggia di frammenti del cuor mio
le visioni le sperate carezze tue mai avute
se mai di colpo da una esplosion colpito
o lentamente lontan portato per luoghi
dell’aer sconosciuti fino a lei Venere
stella dell’Amore o forse ancora quel
guscio l’involucro del sodal privato
in terra sgonfio sol con loro ritornato
qual sia dunque poi il destino sogni
saranno miei poveri sogni mai sognati.

Cosìè ...variazioni sul tema
“Cosìè”è di certo per l’uomo di sapere cosa nota
il qual pronto a seria filosofica materia ti rimanda
che a lui note son le categorie aristoteliche e kantiane
o più sottili pure teologiche bibliche considerazioni.
Ancor oggi però nei giorni a noi vicini sia lontani
sul pianeta risuonar si son sentiti diversi “ cosìè”
qual violenti imperativi categorici attivi come tali
o nelle loro violente e trasgressive pure negazioni
seppure ad un conclamato vero quelli per vero riferenti.
Se sorrider si può di alcuni lor curiosi che dubbiosi
mostruosi quelli son da indur terror e sgomento
alla mente umana: tra i primi “se non fusse
per lo ditto di Aristotile” del vero visto dubitare
sull’origin dei nervi su un tavolo anatomico
possiamo insieme ridendo ricordare, tra i secondi
quel “cosìè : la terra non si muove” della inquisizione
santa, tardivo oggi quel ravvedimento, contro
l’assunto di Galileo lo scienziato tosco sacrosanto
vita sua stravolta poi vissuta nel dolor raminga tra i secondi,
dei terzi dal ricordo vivo sconvolgente triste alquanto
vi è solo l’imbarazzo della scelta per nomi tanti
nazioni varie continenti molti questi i loro “ cosìè”qual assunti
obbedire tacer non criticare mai quei “ragione han sempre”
tanti così i pecoroni tanti così i servili tanti i plaudenti
poche poi dissenzienti le coscienze rette a quelle voci
perfide assassine che spesso lo sappian con la vita hanno pagato.

Il primo Poeta
Chi il primo poeta domandi della storia
domanda sciocca lapidaria secca la risposta
il Demiurgo il Signore nostro sommo del creato
di scalpello di pennello col soffio diede vita
ad opera finita l’ammirò e commosso disse…bella.

Furbi e minchioni
Da due ore siamo in fila e la coda non si muove
lo sportello della posta è già pronto alla chiusura
quale iella che sfortuna qui bisogna ritornare
poi si sente una vocina ho la mamma all’ospedale
grave prossima a morire su lasciatemi passare
commozione generale su lasciatela passare
sorridente eccola là la sua pratica sbrigata
giro l’occhio e per caso guardo là fuori
sull’opposto marciapiedi ride pure una vecchina
la mammetta sì morente della furba signorina,
in attesa seduto sono nel salone dell’ infermeria
già il sangue cavar mi devon per poi questo analizzare
alto centoventitre il progressivo bigliettino per entrare
non so quanto il tempo in ansia dovrò quindi qui aspettare
anche qui caso non strano una voce forte roca strafottente
senza in faccia alcun guardare lesto del laboratorio
apre la porta e poi grida come a se stesso: “con l’infermiera
devo sol parlare”, dopo cinque o sei minuti poi riappare
questo tale con al braccio un vistoso cerottino e ridendo
infin saluta quel centinaio me compreso di minchioni.
Ai parcheggi alle vie prese contromano non si contan le furbate
quanti invalidi tu trovi pure medici fasulli lì mai visti residenti
patacche false sui cruscotti momentanee di disabil carrozzine
non più oggi patria Italia di poeti navigatori santi
ma di furbi e di furbetti e per equo contrappeso di fresconi.

Quel beffardo sorriso che deride
Implorare cercar oggi da te carezze baci
invocarli quali da te pegni per me d’amore?
Mendico poi bussar alla porta tua del cuore
che di sé il più basso infin subir potesse amante
non amato grave indecoroso assai umiliamento ?
Gioia quindi donarti di un mio possibile tormento?
No, mai: saggio negli ingannevoli mendaci ludi
dell’amore nel tempo sai amica diventato sono:
così da come ormai da tempo tu mi guardi
come poi lo sguardo sempre da me tu levi
come beffarda tra te alfin sorridi pur io vedi
mi guardo non piango di me anch’io sorrido
sfidando ben fisso guardandoti negli occhi
quel sorriso che altro non è che maligna derisione.
Perché dunque pietire lo sappiamo entrambi
quel che di certo tu non mi potrai mai dare:
baci e carezze da te per me pegni d’amore.

Pensieri da ricomporre
Vorrei ricomporre i miei pensieri
che una mente distratta su rotaie
di binari differenti ha indirizzato
che treni senza orari e senza mete
che non amano filosofici pensieri
hanno più volte gli stessi stritolati
di loro frammenti lì impastati in parte
altri lontan volati in posti sconosciuti
ricordo solo che erano serie considerazioni
cosa fosse il bene e il male di riflesso
chi lupi feroci chi mansueti agnelli
dai tempi di Caino di Abele vi è stata
fino ad oggi irrisolta contrapposizione
distrutta rimasta lì l’intera riflessione
ricordar solo mi pare un amara conclusione
ieri oggi domani sempre e nel futuro
tutto è legato al metro personale di valutazione
per Caio lupo agnello per Sempronio.

Alla Beata Veronica da Binasco
Pellegrin orante pio che t’avanzi
di Binasco nella parrocchiale
a quell’altar minor subitamente
guarda, dorme Veronica nell’urna
argentata lì devotamente posta
che tra i Santi la giusta comunione
attende lei da secoli Beata venerata,
povera ignorante contadina in vita
che qual di Cristo sposa forte il velo
con ardimento ardeva, forte patì
l’attesa dell’ardente devozione sua
che dalle dotte badesse letterate irrisa
vilipesa le porte dei conventi augusti
trovò sì chiuse che rozza conoscenza
rozzo villan sangue non v’era lì ricetto
padre Agostino poi teologo santo peccatore
s’aprì commosso a questo santo ardore.

Falciava un dì Nina, perduta ogni speranza,
come negli anni suoi in verde età passati,
le bionde messi dono di Dio in un’ardente
estate e in quel dorato prato dal lì poco
lontan San Pietro in Ciel d’oro ticinense
che l’urna tiene delle Confessioni l’onorato
Santo a lei suadente una voce così giunse:
Santa Marta un convento di Milano i nomi
queste da Nina forti le parole poche intese,
presto un porton s’aprì da quella intercessione
qual umile conversa alla cerca comandata vestì
alla morte fino la bianco-nera veste agostiniana
mutando in Veronica quel primitivo suo Nina.

Per anni umile tra gli umili a quei donò conforto
o il ricevuto obolo di rimando lor tosto donando
o se vuote le mani con carezze e il sorriso suo,
mistica in estasi sovente rapita tra i celesti
nella carne da Satana offesa e tormentata
visse il mistero dei dolori e di Cristo la passione,
con dolcezza castigò del Moro e di Beatrice
le mollezze della malata corte milanese,
al vicario di Cristo ch’a Lucrezia al Valentin
vita donò con carnali amplessi voluttuosi
di Pietro macchiando il soglio venerando
su mandato preciso dall’amato suo Signore
con la rampogna pure portò a quei pentito
il perdono a lui donato da Cristo Salvatore.

.........................................................
Giovannina ( Nina) Negri o Negroni nasce nel 1445 in quel di Cicognola di Binasco. Conversa agostiniana con il nome di Veronica nel convento di Santa Marta in Milano sarà lei ad ammonire a viva voce i costumi del Moro e della sua corte, lei umile e fragile donna di umili origini ma sorretta ed illuminata della fede a portare, a Roma, al Pontefice Alessandro VI , Papa Borgia che indegnamente regna, quelle a noi ignote ma salvifiche parole di Cristo e tali da far esclamare allo stesso, dopo questo colloquio segreto, alle personalità della corte pontificia:" Onoratela perché questa è una santa donna". Morirà in odore di santità nel 1497"

Quelle assenze nell'essenza del Nulla
Utopia mera è l’essenza del giardino
dove il Nulla regna non fiori né profumi
non colori nulla assente la materia
nessun atomo solo ombre vane leggere
sconosciute false figure da lontano
qui dalla mente insana proiettate
uccelli piante cose persone tutto
inerte nel tempo che non scorre
fisso nel vuoto senza vita senza morte
come non avanzano le stagioni
nell’assenza del buio e della luce
è negato quel che vive nel giardino
dove soffia il vento del Tutto della vita
i sentimenti vari le emozioni forti
nessuno ama come non odia alcuno
non vi è gioia come non v’è dolore
Mera utopia questo giardino strano
dove il Nulla accanto a ombre regna.

Stati d'animo e sentimenti incerti
Il mio presente attento guardo
al passato solo rapido uno sguardo

da violenta di sentimenti opposizione
assalito colpito stordito sono preso

questo dubbioso mi domando
i conti dovendo fare con me stesso
felice nell'infelicità infelice nella felicità
lo stesso tumulto o una diversità?

Lo specchio
Stava lassù in solaio quello specchio
vecchio da tempo abbandonato
senza cornice polveroso in parte screpolato,
lo sfiorai col dito una traccia apparve
netta lucente chiara, ancora rifletteva
lo accarezzai di nuovo col palmo
della mano riprese luce vita nella sua interezza:
io ch'ero curvo vecchio dal viso malandato
ritto mi vidi nel fior degli anni e d’ aspetto
bello, dietro poi lei bella ridente dal gioioso
viso, nessun mistero né magia arcana
lo specchio riflesso aveva un ricordo mio.

Un desiderio inespresso d’amore
Una afosa notte d’agosto
il cielo una trapunta di stelle
dalla volta celeste lacrime attese
già pronta una frase all’amata
la dirò alla mio astro cadente
la vista puntata alla coltre puntata
in quel luccichio d’un tratto vacilla
quel guizzo fiammante si perde
poi muore assieme a quel mio
inespresso desiderio d’amore

Quei fiori gialli alla mamma..quel dono di mio padre
Macchie gialle i fiori, gli occhi, del tuberoso
elianto oggi, fissi lo stelo poco mosso, il dio sole
ignorando che le noma e nutre di splendido
splendore fissano altrove: occhi lacrimosi
la meta dello sguardo intenso questo doppio
scambievole amoroso sguardo, gialli fiori
che un tempo già lontano non dimenticato,
questo il motivo di questo pianto il mio,
mio padre alla mamma da rive di quei fossi
tolti, generosa serra non avara e a man povera
gentile, in fasci umile dono d’amore le portava,
senza profumo più delle rose diceva profumati
senza valore per lei ricordo più care di una gemma,
amor semplice rurale onesto contadino, alle rose
penso da me nel tempo ai vari amor donate alle
spine in dono nel tempo spesso invece ricevute.

Fiori gialli stellati del topinambur ( helianthus tuberosus)

Povere ossa
Due nonni di mio padre un tempo
due foto oggi i nomi sotto due date
su marmi grezzi dal tempo patinati
due loculi vicini in un ossario là
nel camposanto lì giaccion di lor l’ossa
loro che generato m’hanno preso vita
nel tempo l’ossea catena della vita mia.
Vita la lor giorno per giorno spesa

fuor che nei freddi tormentati inverni
dall’alba fino a sera tarda tarda sera
curvi piegati sempre senza sosta, svelti
una crosta di pan e sorsi solo d’acqua,
lungo i cigli del Ticino un secondario
ramo tagliar di netto, il colpo il gesto ratti,
teneri giunchi farne da vender poi solide fascine
acqua o calda o fredda, che importa, alle ginocchia

fino in vita povere ossa allora qui povere ossa.

A ricordo dei nonni paterni di mio padre Carlo Giovanni
C.C.-C.V.

Nera figura tutta nera
Nera figura tutta nera nero scialle
nera lunga fino ai piedi palandrana
nere pantofole di grezza pezza ancor
di lei il ricordo in Milano via Celoria
negli anni miei oggi lontani mendicava
lì solo studenti di passaggio o quasi
a quelle ore assai preste del mattino
politecnico scienze come medicina
qual buona sorte e sperato auspicio
per un esame da dare e poi da superare
più di uno spicciolo risuonando forte
nel piattino di metallo nero lì cadeva
con cura posto lì a lei vicino vecchia
tremolante vecchia su un instabile sgabello
seduta lì quale destin ultimo triste giunta
sfatta sfinita quasi consunta cinquant’anni
di meretricio forse di più passati in bordelli
di piacere case e angoli di strade il marciapiede
forzati amplessi falsi sorrisi baci a lei rubati
di guadagno fonte dello stato per tenutarie prima
di un giovane pappone dopo che anziano
poi inabile lei a quel triste mestiere diventata
ancora misera alla questua allor portava
povera vecchia sola senza affetti donna
vigliaccamente che vigliacco ancor sfruttava.

L'arte del pennello
Splendeva qual rossa rosa la giovinezza
sua forti i battiti del cuor irregolare il polso
l’ebbra vision che i sensi turba alla vista
al piacer sempre nascosta turbinava
la mente vagante era il pensiero mio
così per sbaglio non per voglia la sorpresi
dal bagno usciva come una venere dall’onda
che ad un pittor si mostra e quello poi ritrae
non si voltò, sdegnata, chiusa lesta fu la porta
che ladra la nascose al mio pudico sguardo
cosa poi dissi non ricordo incerta la parola
questa nel cuor ancora conficcata freccia
mortale pronta secca tremenda la risposta
nell’arte del pennello, sai, tu non eccelli
non sei pittor valente povero imbianchino.

Amor fallace
Ti dono amor una ti dice col sorriso
poi il falso regalo presto si riprende
quello ti porto amor sincero amica
quatto lo nasconde e or tosto ad altra reca
ecco son qua fremente mi dice son l’amore
mi volto un istante solo ecco già fuggita
dettò Metastasio un dì qui conferma trova
è la fede degli amanti come l’araba fenice.

Al morto sul lavoro sconosciuto
Giusto e doveroso il cordoglio tributar
al caduto amico della folla conosciuto
ma che dir dei molti dai volti poco noti
due righe sole nelle gazzette di paese
cade dall’impalcatura e subito poi muore
si rovescia il trattore e lo travolge in pieno
l’alta tensione tocca rimane fulminato
gas tossico in raffineria un tragico destino
un carbonizzato anomala fiammata all’altoforno
illustri sconosciuti caduti tutti sul lavoro
anche per voi si levi una voce di ricordo
un abbraccio a famiglie vostre in pianto.

Fuggenti pensieri
Viaggiano i miei pensieri
come treni nella notte
in un oscuro tunnel
tutt’attorno buio solo
vacilla la memoria
la mente trema
non li potrò fermare
binari sconosciuti
ignota la stazione.

Meditatio
( Filastrocca)

Cosa ho imparato mi chiedi dalla vita?
Che ad esser onesti ci si perde sempre
che se incensi il potente ci guadagni tanto
che se paghi le tasse sei un gran minchione
che se bari e truffi sei alquanto e tanto riverito.
Potrei continuare su questo tema all’infinito,
quando mi guardo dando allo specchio il viso
contento son anche se ho fin qui perduto
di non aver mai fatto negli anni il baciapile
di aver pagato onesto sempre il mio tributo
di non esser poi mai portato sugli altari
d’esser infin per tutto e per tutti chiamato povero minchione.

Neda
Se senti ora una voce nel notturno buio
mossa come dal vento e portata da lontano
ascolta Neda sono che fu, “ I am Neda”
recava allor la scritta sul fatal cartello
a me vicino morta vilmente assassinata,
non lasciare questo nome cadere nell’oblio
straniero amico sconosciuto al mondo
ancor di me porta ti chiedo conoscenza
se con cuor tenero e commosso tu mi ascolti.
Quale la colpa mia? Contro un iniquo crudel
tiranno alzai il mio grido quel giorno sì forte
deciso, voglia di libertà dove vien negata, ma
un vil cecchino così il mio bel sorriso spense
la giovinezza mia al giogo non servile, al grido
forte un forte anelito di patrio amor mi spinse.
Spento ormai tace non sanguina, no, no, non batte,
non batte più questo giovane cuore come farlo
ancor forte, forte pulsare mi chiedi tu che senti?
Con il ricordo con il pensiero gridando il mio nome
con un sussurro al vento. Ed io Neda dolce amica
ragazza iraniana di bellezza bella amico italiano
sconosciuto grido nel pianto forte il tuo bel nome Neda.

Il 20 giugno 2009 la studentessa di filosofia Neda Salehi Agha-Soltan (persiano: ندا آقاسلطان)  era in compagnia del suo insegnante di musica e  stava partecipando alla protesta contro l'esito sospetto delle elezioni:  un cecchino membro della milizia armata la uccise sparandole vilmente un colpo al cuore.

Haec hodie meminisse iuvat
Osanna osanna grida oggi nelle piazze
festanti certa folla plaudente caduto è
il tiranno puttaniere di sogni falsi
fiabe ingannevoli dispensator promesse
tutte vane giusto ricordar oggi a quelli
certe vere fole del passato osanna sì
che quanto allor sperato per fortuna
loro e nostra non sia allor capitato
altro che cioccolata ai bimbi buoni
ne san qualcosa i bambin magiari.
Così ricordo dal balcone prima, più tardi
poi, confuso tra la gente, ad un comizio
del tempo davo ascolto, nella foga tanta,
così senza microfono a voce alta forte
dal palco, tra l’altre cose dette tante,
forte gridò con piglio l’aspirante senatrice
“ai bimbi loro due volte al giorno o più
le mamme russe la cioccolata danno”
applausi battimani scroscianti ecco tanti.
Assonnato della mamma in braccio
un bimbo con lei a me vicino”cioccolata ?”
incerto balbettò, della mamma questa
la risposta”cosa buona figliol mio caro
per noi roba rara da comprare cara cara”
un sospiro “ ma vedrai quando verrà Baffone”.
A quella dolce fola, vidi non so se per quello
strano nome o per la mamma sua le certezze
certe di colpo il bimbo felice addormentarsi.
Se ieri per caso in piazza andato fosse ringrazi
quella non bevuta e di certo amara cioccolata!

Da un comizio elettorale degli anni cinquanta

A Gilad Shalit
Così per te allor Gilad dettai queste parole
qual d'amicizia e di speranza segno al vento
che a te poi le portasse in quell’amaro tempo
del proditorio vigliacco sì tanto odioso atto

“Dicono che i soldati mai non piangono
ma qualora fors’anche tu piangessi ora,
cosa cui non credo, vergogna non ti sfiori
riga spesso il pianto il volto dei bambini
quando del’orco cattivo sentono la fiaba,
per te non da fiaba ma vera è la presenza,
ascolta, credi, ritorna il bel sorriso presto
quando dicon le mamme se n’è or andato
così per te son certo ritornerà quello radioso
presto tu Gilad ritoccherai d’Israel il suolo”

Ora questo nel tempo si è per te così avverato
non più bambin soldato ma già giovane maturo
diventato dopo anni tanti troppi di prigionia crudele

Piange la mamma il suo bambino
Scorreva limpido un tempo un fiume azzurro
prati fioriti erbe profumate tante lungo il corso
poi di cemento alto duro ecco uno sbarramento
sparisce il verde un vasto immenso lago nasce
quello la corsa violentata qui mutata arresta
improvviso un giorno il temporale tuona pioggia
violenta torrenziale s’arrabbia il fiume si sbriciola
il cemento pochi secondi frana di colpo la montagna
sparisce dov’era la collina son strade vicoli contrade
dei paesi a valle l’alveo del fiume pietà non mostra
nella violenta corsa correndo verso il mare non s’arresta
acqua fango detriti portano solo morte e distruzione
piange una mamma il suo bambino travolto dalla piena
sotto la melma muore un fabbro nella sua officina
chissà dove portato via al bar seduto stava un vecchio pensionato

Amor non riamato non è amore
Amor non riamato non è ricorda amore
sol sofferenza grande per un sol cuore
che imporre mai di certo si può amore
a un cuore indifferente del tuo amore

non riversar pertanto odiosi acuti strali
parole amare addurre i tuoi voluti mali
a chi senza colpa colpevolmente assali
non è amor merce che richiesta si regali

A ricordo dei "granata" di Superga
Un novembre oggi triste piovoso
che induce ai ricordi alla malinconia
un vecchio ritaglio di giornale
con cura conservato un quaderno
delle elementari una fotografia
Bacigalupo Ballarin Maroso
Grezar Rigamonti Castigliano
il pianto ricordo mio bambino
vecchio ora vorrei uno per uno
granata miei prendervi per mano
Loik Mazzola Gabetto Ossola
Menti altri ancora dello squadrone
supervittorioso mio caduti lì a Superga
un giorno ormai tanto lontano oggi
per voi forte ritorna quel magone
di quel bambino diventato vecchio
voi sempre rimasti baldi giovanotti in Cielo

Tragicamente il 4 maggio del 1949 l'aereo che riportava a casa la squadra del Grande Torino
e del suo seguito dopo un'amichevole giocata a Lisbona si schiantò contro la collina di Superga

Empatia della natura
Piange pronta a migrar la rondine
perduto il rondinino si dispera
occhi imperlati da perle di dolore
il salice piangente le raccoglie

piange il salice piangente
lacrime bianche gocce stillanti
cadono nel rio sotto lì vicino
l'onda corrente le trasporta via

ride la fanciulla innamorata
lacrime calde tenere gocce
di gioia stille d'amato riamato
amore scendono su un fiore

ride il fiore rosa rossa rosa
al sole s'apre a quell'umore
il giorno muore scende la sera
gocce perlate sui petali del fiore

di natura strana la rugiada lì posata
pianto di un usignolo innamorato
pianto di un amore perduto ritrovato
pianto di un cane solo abbandonato

idrogeno ossigeno sali diversi vari
tracce organiche lì si fanno compagnia
gioia di vivere e vita fatta di dolore
bella divina della natura l'empatia

acqua amara mista del rio alle radici
per tener vivo fresco questo fiore
da porre su una tomba sconosciuta
dove riservare ad un ignoto Amore.

02-11-2011
Un fiore su una tomba senza fiori

Imago
Vecchia dal tempo ingiallita
ritrovo una fotografia
un volto un sorriso
come mutato oggi
un tempo
quell'amato viso
ancora vivo o spento
quel sorriso?
Al pensiero
di gocce amare
salate si riga
il viso mio."

Fallita pugna ardita
Quello il segnale un lume
acceso una porta semichiusa
ritta pronta all’ardente d’amor
battaglia fremente la zagaglia
ardito ardivo ardimentoso
a quella sperata ardita pugna
spento il lume chiuso l’androne
spento l’ardore finito l’ardimento
mi ritrovai povero minchione.

Io e l’airone cinerino
Fermo ritto immoto là nella risaia
verde un airone cinerino, fisso io qui
fermo curvo su un paracarro al ciglio
di una strada, quello le larghe ali stese
poi lentamente, pigro quasi, prende il volo
quali che siano i suoi pensieri con lui
volando stanno, mi alzo io barcollo
a terra cado gravato dagli affanni miei.

Il fuoco di Stromboli
Stromboli dalla nera spiaggia
nera sabbia vomito di rabbia

un tempo di una bocca ardente
ancor viva bella vision che alla mente

quel ritmato nella notte nera fuoco
sfavillante porta prima ad un ignoto

vagheggiare lontano di pensieri
poi al ripensar invece del tuo ieri

qual fornace quel riverbero forte
di metalli la nascita a me sì cari

quel girar per il mondo mio la lor cura
prevenirne poi se possibile la morte

impianti acri fumiganti e non e vari
sempre attenta vigile fu già la premura

tempo passato di certo mai dimenticato
ma quel lampo di fiammata ultima data

che lassù scompare alloggi al momento
dell’ora mi riporta fuoco morto spento

al fuoco spento morto di un amore terminato
dei sensi voluttuosi già l’ultima fiammata

Il profumo di quel risotto
Tra i tanti ricordi della fanciullezza nostra
assai lontana questo regalarti vorrei cara
cugina mia quel che alla mente oggi mi porta
quell’ora di mezzogiorno di un giorno del passato.
Laggiù sulla strada amica polverosa la via Ticino
di un tempo una donna vedo assieme a tre bambini:
tua mamma, la mia zia Nina, tu e Battista
con accanto di voi più grande l’Angelina: miei cugini.
Da tempo ormai riposa il papà tuo lo zio Carlo mio
laggiù nel Cimitero accanto al nostro zio Giuseppe: il nome mio.
Alla prima commozione ceda il sorriso tuo, tra il pianto sai
bello è il riandar a vision antiche care non nell’oblio cader
lasciarle ma riviverle nel tempo e poi mai sai dimenticarle.
Ecco, così un gesto allegro a piena alta mano a distanza
grande di saluto ancora vedo, il mio, tre salti di gioia
agli occhi lieti mi si paran da lontano poi poco e più vicino
oggi come allora dubbio nessuno erano come sempre i vostri.
L’abbraccio ed il saluto poi su quel gradino che alla casa
grande dei nonni allor portava, sulla tavola fumante, già pronto
–sarà sorpresa?- quel risotto dal sapore suo particolare tutto
quello della nostra nonna amata amata nonna Nina,
“ con i funghi?” di Battista la solita domanda,
sì, pronta come al solito della nonna la risposta.
Quale dolce inganno quel sì più volte ripetuto
in quegli anni del nostro passato tempo antico:
più melanzane, ricordi, ma i pochi funghi accanto
con sapiente della cuoca astuzia ben trattati al palato
quel particolare gustoso magico aromatico davano sapore.
Tra una tirata di cucchiaio ed un’altra poi le risate nostre
di tua mamma della nonna e del pà Paul così con deferenza
da noi chiamato il nostro caro nonno Paolo nonno caro.
Penso certo ne sono che anche tu vorresti sentir oggi
per una volta almeno ancora quel magico ingannator sapore!

A mia cugina Paola Santa S.V.
in ricordi di Motta Visconti

"Daghela no”
( Carme carnascialesco)

Lüisa daghela no chel fa el magütt
el te diss che l’è zirconi ma a
lè un semplic fer de tola
la tentà de šzincall prima
de rivestill pö d’argent d’or

de platin nella valle del Bir Bir,
ma che or ma che platin
orpimento e realgar sul pistùlin!
Cara tüsa dam a trà lasää stà
vegn da mi che bell o brutt
stanne certa cosa vera cosa sicüra
la sarà no sün sicur na fregadüra.

Milano 1963-Facoltà di “ Scienze-Chimica Industriale"

Ombre dalla cava di pomice abbandonata
( A ricordo dei cavatori di pomice )

Laggiù l’azzurro mar di Lipari quassù
agavi in fiore ligustri fichi d’india assenzi
da corona fanno alla cava abbandonata
nascondendola alla vista del viandante
ammassi di bianche laviche pietraie
quali immoti nel tempo spettatori
di un antico di polvere sottile anfiteatro
qui una sofferente umanità vi recitava
il doloroso dramma della vita propria.
Così tu perder lascia di cercar quale ricordo
tra i cumuli di pomice spugnosa la lucente
vitrea nobile scheggiata ossidiana nera
la mano tosto ferma alto fissa lo sguardo
ecco ancora si vedono, no non son fallaci
della mente ombre, membra disfatte a cavar
intente senza gemito o lamentela alcuna
sotto il cocente sole e poi riporre in ceste
la preziosa figlia bianca del vulcano
carico e fatica portati la sera alla marina
cui il sensal dalla bilancia falsa moneta iniqua
darà al fin di una giornata in agonia vissuta
l’atavico morso della fame rotto dei miseri
la dieta mezzo filon di pane e un cetriolo
spenta l’arsura delle sete sospension bianca
di piovana acqua e polvere sottile lì piovuta
per così di giorno in giorno l’agonia loro
prolungar di una dolorosa non vissuta vita.

E’ una mamma maliziosa?
Alla figlia giovin giovinetta inesperta
non pratica di un certo del mondo
strano tutto particolare immenso
bosco e della fauna che lì trova ricetto
che un dì decise in quello di Diana seguire
la passione la saggia mamma cacciatrice
esperta da più anni maestra del mestiere
così le disse: non t’affannare figlia mia
diletta lepri a stanar ad inseguir cinghiali
astute volpi rossicce cercar timidi cerbiatti
mirar pronta col fucile pronto da lontano,
non t’affaticar presta passione tra i venatori
sport a quello per me più bello tra i più belli
ovvero nel sottobosco di soppiatto prendere gli uccelli
non importa poi se merli passeri tordi oppur fringuelli.

Quelle tenere viole
Non da Urbino né da un convento di Cappuccini
ma da uno spoglio giardino abbandonato,
il giardino mio dell’amore, dovrei forse coglierne
ancora e sentirne sempre quel profumo
delicato quale quello di un tradito amore?
No, non più, semmai andrò in cerca di altri fiori:
odio forse le viole? No, una volta per lor piansi:
una mano forestiera quella zolla che
da tempo le nutriva tolse e strappò via
complice il tuo aiuto: e, ricordo, ridevate!
Nel suo giardino mi hai detto l’ho portata,
senza pudore mi chiedi perché non dà più fiori?
Non era terra che le dava vita, la zolla sì seccò,
le viole spense, spento l’amore che la animava.

Tetralogia: Dove mettere i miei sogni? I sogni e gli elementi aristotelici

Dove mettere i miei sogni?
Nel palloncino alato ?

Ho soffiato i miei sogni
assieme all'elio in un palloncino:
che ne sarà di loro
ormai dispersi in cielo?

Chi lo potrà afferrare?

Nella scatola dei sogni?

Nelle profondità
più profonde della terra
ho interrato
la scatola dei miei sogni.

Nessuno la potrà mai così scoprire?.

In una capsula di piombo?

Compressi e rinchiusi
in una capsula
di piombo
ho affidato i miei sogni
al mare.

Chi lì la potrà trovare?

Nella bocca di in vulcano?

Con cura i sogni a me più cari
ho avvolto in un ricciolo d'amianto
che ho poi coperto con ossido di cerio
per poi gettare il tutto nella bocca
infuocata di un vulcano.

Chi laggiù potrà mai andare?

Ombre dall’aspetto vano
Proietta la mente ombre dall’aspetto
vano sui muri del labirinto dei ricordi
che si rincorrono tra loro, vano poi
della mano l’incapace atto di fermarle:
chieder loro chi siano quale tra noi
la conoscenza un tempo forse amor
odio quale il legame i nostri sentimenti ?
Meglio tacer non domandare quale
che fosse non risvegliar dalle voci loro
le sembianze di chi la mente si vuole liberare.

Il mulo di Alicudi
Il basto vuoto lenta la fune al palo
che legato a quello ti trattiene assorto
ti riposi in quella d’indefinito tempo
attesa che altri non tu ne faran misura
per quel cammin riprender duro pesante
che lassù porta alle pendici alte lontane
del vulcan di Alicudi antico, mulo paziente.
Non si cura il tuo dolce languido sguardo,
tal un giorno lontan un tuo parente pigro
asino bigio per il treno, di quelle potenti
al molo lì presenti navi di tecnica simbol
di progresso che il pelago sì posson solcar sicure
ma non fendere poi come tu fai laviche
ossidianiche bianco pomice dure ostiche
pietraie non immergersi senza tema in un mar
di rosmarini cardi pungenti fichi d’india
agavi in fiore o più gentil gialle ginestre
assenzi bianchi capperi smeraldini fiori di ligustro
che il sentier tuo sfiorano su ingannevoli dirupi e tanti
rendendo forse più lieve coi colori coi profumi loro
il tuo cammino di passi fermi fatto e da attento occhio.
Non macchine non asfaltate strade e vie in Alicudi
per la gente del luogo che qui vive un unico motor
muove la vita tu sol mezzo di trasporto unico aiuto
così che la vita qui non muoia e ancor viva sia
uliveti verdi prosperose vigne distese di capperi
ben curate non confinata così isola eoliana a gechi
pipistrelli ghiri o regno solo di selvagge capre.

Ricordando Pirandello
Nella pirandellian commedia recita
l’attrice “I sono colei che mi si crede”:
così su noi vari giudizi senza tema
dati tanto forte è l’altrui convincimento
inconsapevoli attori diventiamo coperto
il viso da maschere diverse forestiere
chi ci crede santi chi peccator ci vede
chi persona riservata chi ridanciano rozzo
e così via verdetti lontani dalla vera essenza.
Come spiegare quindi questo assunto
per cui una immutata realtà granitica
smembrata venga diversamente vista
variamente interpretata: quale questo
assurdo curioso continuo giuoco della vita
in cui di ciascun di noi vi è coinvolgimento
alle volte attori altre curiosi spettatori?
Realtà sue finzioni immaginazioni poi
che riportan alla caverna di Platone
delle fuggenti ombre il mito e che sfuggon
alle categorie aristoteliche e kantiane?
Quale il motor di questo eterno ludo?
Psicologia spicciola o curiosità innata
presunzione in fisionomica materia
affermar con saccenteria “cosìè perché
così a me pare”? Ad altri darne la risposta,
ci illudiamo di voler scoprire il vero
ma pur vedenti ciechi siam come i saggi
lor ciechi veri dell’elefante indiano la novella
da un tocco breve di una parte sua ciascun
sul di lui essere diverso insindacabile
giudizio diede e per ognun fatale errore.
Circospezion quindi con mere fallaci
sue apparenze la realtà voler significare
tronfi di sé del giudizio sicuri risuonar fare
una volta più “cosìè per che così a me pare”
per evitar come i saggi indiani di essere poi delusi.

L’albatro di Vulcano
L’albatro o un di lui marin fratello
della faunistica del pelago voliera
fermo sulla ruvida spiaggia di Vulcano
di nera sabbia lavica granosa
tra sdraio mute e ombrelloni spenti
nel far del mattino solo se ne stava,
difficile dir o pensar cosa pensasse
a indovinar ci provai io per gioco.
Ritrovar quel vicino appuntito scoglio
amico antico o un più ampio di fine
e bianca sabbia lido nuovo trovar
su una sperduta isola lontana
sì da mutar non solo il color di sosta
luogo e se del caso pur i suoi pensieri
come pure i miei pensavo io che pensante
pensoso invece triste conoscevo.
Non mi guardava né io l’interrogavo
poi l’uccello con fatica s’alzò di colpo
in volo puntando su Lipari sul mare
così portò nel vento gli ignoti suoi pensieri
li rinfrescò forse o li mutò in altri più leggeri,
io mi girai per contro verso del vulcano il cono
scrollando il capo forte e là i miei lanciai
di forza verso quel sulfureo denso fumo
per me luogo più sicuro, erano pensieri
cupi di ricordi amari e il lì nascosto
fuoco, prima o poi, li avrebbe inceneriti.

L’orecchino ritrovato
Nella casa antica abbandonata
tra alti rovi spogli arsi senza more
roseti spenti su di loro nessun fiore
non inverno era ma tarda primavera
rudere cadente la porta spalancata
rifugio un tempo dalle ansie mie
fuggir e qui trovar al cuor ristoro
dimenticando dell’animo i miei mali
dove ricordo ancora un giorno lieto
spegnendo l’arsura degli affanni
mi donasti fanciulla la freschezza
del tuo primo e acerbo amore
ho ritrovato per terra un orecchino
tra calcinacci dal tetto giù caduti
luccicante oggetto per l’infiltrato sole
perso l’avevi tu proprio la notte dell’addio
tormentato triste dopo un atto triste
fugace d’amor lento non consumato
fu nell’attimo di un’ultima carezza
la mia che sdegnosa irata il capo tuo
scuotendo di scatto come belva rifiutasti
ad un appassito già finito amor per sempre
ultimo oltraggio quel grido non mi toccar
con quelle luride schifose viscide
tue mani che oggi di quello rispettose
neanche credi questo tuo ricordo osano toccare.

 

Nuvole di acciaio inossidabile aride come i miei aridi pensieri

Nuvole di acciaio inossidabile

che non portano gocce di pioggia

e che non muove lì fisse il vento

raggi solari col riflesso portano

lontano e là diffondono calore

dando a stelle di rame e a comete

blu cobalto con luce esogena vividi

colori sono nuvole false aride

come aridi sono i miei pensieri

veri ma fermi spenti  che una mente

 fredda più non muove e schegge

di ghiaccio dentro l’Io infligge

e a lui donando solo ambasce forti

si stingono dell’animo i colori

la sanguigna rossa carne del cuore così….  muore.


Al mercato dell'Infelicità
Perfida
i miei sentimenti hai inscatolato
come sardine e venduti
gratis
al mercato dell'Infelicità.

Una pioggia di indicibili pensieri

L’impalpabile nuvola lontani

via porta indicibili pensieri

strane sensazioni erano nate

tante angoscianti il cuor la mente

eri fuggita da me ormai lontana

pensavo fosse vero  ma solo

un sogno era un incubo sognato

quando sarà dissolta non pioggia

vedrà lassù il  cielo  frammenti

solo sciolti di indicibili pensieri

e nell’animo mio rinato allora

ritornerà ancor nuovo  sereno.


Vana parola

( Haec olim meminisse iuvabit)

 

Vana parola è la parola Amore se

di novità si nutre e alla fine poi si spegne vuota.

Se l’abitudine la stanca e la scuote la sopportazione

per poi cadere vinta in rassegnazione triste.

Se il t’amo, t’amerò di un tempo antico

cede al ti amavo e al ti ho amato credo,

al credevo d’amarti e non ti amo più.

Così facile è dirla la parola Amore un giorno

e più facile ancora dimenticarla un altro

dicendo poi senza rimorso

di fronte ad un tardo e nuovo incontro

ora è diverso, allora mi sbagliavo.

 

L'agave e il suo fiore
( L'agave di Salina)

Sul cono del vulcano da tempo spento
di Salina tra le pietraie figlie della lava
al cielo al mare a quelle sorelle lì vicine
l’agave verde mostra dal suo cuore nato
dopo un attesa lunga di vent’anni e più
orgogliosa e di cui fiera s’adorna il figlio
quel fiore ardito dall’alto fusto la bella
quale a salire elicoidale infiorescenza
strano destino il loro e dal fato misterioso
da qui a poco in un abbraccio d’amore
spegner quasi all’unisono la vita loro
si piega il figlio la corolla sul tronco
ormai spezzato sulle molli già spente
braccia sfatte non più carnose foglie
della mamma da questo atto d’amar
d’ amor sublime domani nasceranno nuove vite

Una spiaggia romagnola-II
Alla mente tornano una spiaggia
quel primo sorgere del sole
già l’astro là in fondo in mezzo
al mare il segno dava della sua salita
con raggi sfumati luminosi chiari
fresca l’aria alitava la salmastra
brezza dal dolce sapore amaro
d’intorno era silenzio nessun
gabbiano in volo quand’ecco
inaspettata la visione una figura
indistinta prima il nascente sole
la vista disturbava poi nell’attimo
più presente veloce era la corsa
parve incontro a me venire dorate
le sue chiome sollevate al vento
non si fermò continuò la corsa
svanendo poi nella lontananza
chi fosse non l’ho mai saputo
allora non compresi oggi credo
più saggio di saperlo con lei
fuggiva svaniva un frammento
un istante non assaporato della giovinezza.

 

L'ultimo sogno ( Un sogno rubato)
Mentre di felicità ebbro nel forziere
quella tua carezza ormai insperata
sul viso mio da tempo dalla lebbra roso
da quel lontano giorno dell'addio
qual ultimo dei miei sogni riponevo
il guerriero alato dell'Invidia velenosa
amico di chi oggi t'accompagna
nei sentieri lieti e caldi dell'Amore
mi ha sorpreso e dal forziere lesto
questo sogno furtivamente mi ha levato.
Perché rubar tra i tanti sogni questo
non tanto a te ma a lui domando
quando non un istante dalla fantasia
creato ma la stagione quella dell'Amore
vero e non del sogno gli appartiene?
 

Son tornato oggi al mio paese
Lì ancora sono le due vecchie chiese
Sant’Anna e San Rocchino come un tempo
che austere fan di guardia all’ingresso del paese
sentinelle ferme fisse poco mutate al vento

degli eventi che nel tempo tanto hanno cambiato
di questo mio amico borgo il caro volto
mutate quelle immagini andate di un passato
dissolto solo alla vista tolto ma ravvolto

ancora nei ricordi miei che odorare fanno
quei profumi intensi della prima giovinezza
e a riveder a risentir con forza nuova danno

i luoghi persi le persone amate le vite vive del bosco
quei canti degli uccelli presso quell’ansa del Ticino
quei cinguetti distinti quei gorgheggi che ben conosco

che oggi dalla persa costa frantumata scossa da lì
più non potresti più sentire ma che ora come d’incanto
i prati i luoghi le smarrite voci sono ancora qui
della lodola lo struggente pianto del ravarino il lieto canto

si liquefa il bituminoso asfalto spariscono i blocchi di cemento
tutto alla mente ritorna e si presenta tutto rinverdisce
ancor le campagne amate dai filari dritti al vento
il ciliegio con le rosse brocche il pesco nano rifiorisce

macchie su macchie di grappoli tanti dai colori accesi
una tavolozza nel tempo persa ridipinta come prima
ricordi andati oggi pensati alla vision di nuovo resi

scorre così l’acqua di un tempo tra le rive eccola
limpida pura fresca delle rogge e di quel fosso sito
d’incontro di giochi e di bucato ancora ricordo

quando le donne allora le fanciulle alle vesti al panno
cantando filastrocche allegre ridavano freschezza
cenere grigia con fior di saponaria la mistura il ranno
stesi poi ultimo atto da frasche verdi donata la carezza

loro complice il profumo malandrino di quei fiori
di sambuco e quelle gore dove i ragazzi tra grida e lazzi
in tuffi arditi davano sfidando talvolta i loro cuori
ardite prove di coraggio che in risa terminavano da pazzi

dove io solitario a queste amiche acque portati poi col vento
chissà dove affidavo giovinetto i miei pensieri oggi nuovi
ben diversi e qui annegati in grigi freddi blocchi di cemento.
 

Spezzato un idillio al sorgere del sole
In quel mattino il cielo d’un azzurro terso
fresca poi  alitava la salmastra brezza
sfiorava il viso dolce  sentivi la carezza
solo silenzio muto del gabbiano il verso

il sole non più nascosto alla vista con sfumati
chiari luminosi raggi dato aveva il segno
della salita dal dio Nettuno il profondo regno
con timidezza sfiorai quei seni vellutati

fuggì di corsa le dorate chiome al vento
sollevate il sol nascente disturbava la vista
svanita in lontananza cominciò il tormento

spezzato con un gesto il mio inopportuno
il nascer di un idillio al sorgere del sole
invano la chiamai non c’era più nessuno.


Dal giardino di un amore
Dal groviglio del rovo
un amore soffocato
il nostro

trafitto un cuore
dalla spina della falsa rosa
il mio

il salice piange lacrime amare
del tradimento
dell’inganno il tuo

così nella notte scura del giardino
la fioca luce di Selene
nel silenzio

tre gocce di sangue
su una foglia

tre gocce salate
che grondan
da una frasca

solo fa vedere
 

Circospezione: peccati e desideri Lassù saran tutt'uno?

Ero morto e  San Pietro in sogno

mi stava a giudicar con un omarino

accanto sconosciuto tutto tremante

in attesa del giudizio e della pena.

Un po’ vediamo  il Giudice parlò

 il libro dei peccati delle mancanze

ecco delle omissioni per la Bontà Divina

alcuni cancellati andati in prescrizione

quei soliti pensieri quelle tentazioni

niente di grave  di particolare tre

secoli di pene ora in Purgatorio ora.

Poi una postilla trovò nel libro del vicino

che caso strano del tutto insospettato

rimandava  al mio al punto scritto

dei pensieri miei dei venial peccati

delle insane mie mormorazioni

e di colpo mutò così il giudizio

sentenziando: assolto tu qui rimani

e a me tu condannato laggiù all’Inferno.

 Come subito implorai perché San Pietro

perché la distinzione questa preferenza?

E Quei  ricordi quel giorno in riva al mare

orribile  oscena al di fuori di ogni tentazione

definisti così una giovane fanciulla irridendo

chi l’avesse mai sposata soggiungendo poi

che se del caso lo sfortunato il tapin meschino

dopo morto meritato avrebbe di certo  il Paradiso

e che tu  bella bellezza esteta gran adoratore

piuttosto che  toccar una simile bruttezza

il  saio francescano di corsa rivestito avresti

o preferito finir bruciato tra di Satana i demoni  

così  vedi  di un  convento frate mai non fosti

ma della vita gaudente e allegro  libertino

per cui di quel tu dire sei stato accontentato.

Dal sogno uscito e in grande confusione 

preso dal turbamento e del tutto frastornato

riandando a quel giorno lontano del passato

ricordandomi come vera e detta quella mia

stupida scherzosa o non osservazione non conscio

se San Pietro nel sogno oggi  vi scherzasse o meno

nel dubbio che nel giorno del giudizio confermasse

 questo senza sentire di un prete confessore

 il  parer suo per evitare le fiamme dell’Inferno

 mi convenga prontamente  farmi frate.


Ritorno a Motta Visconti
Tutto è cambiato torno oggi a rivivere
con la mente le cose del passato
a risentire alcune voci amiche
quelle di un tempo che un tempo vi era
che oggi invece non c’è più a respirare
come di Lodi la vergine ribelle
il dolce profumo della giovinezza
tutt’attorno ville blocchi di cemento
struggente il ricordo la nostalgia forte
cancellati sono i verdi prati quelle
campagne dai filari dritti d’autunno
macchie di grappoli dai colori accesi
ai quali i ciliegi vicine sentinelle
facevano loro compagnia a metà giugno
avanzandoli nei colori nella tavolozza
quei vellutati mai dimenticati frutti
dal sapore dolce succoso non più la stradina
scossa polverosa che li divideva
percorsa spesso di corsa con la bicicletta
poi dalla costa tra i boschi felice tu
scorgevi l’ansa del Ticino del leccio i profumi
del castagno delle felci dei mughetti
nel vento respiravi forte e da giù sentivi
della lodola il canto lieto il gorgheggio dei merli
dei fringuelli prolungato dei tordi dei ravarini
il cinguettio faceva eco in lontananza
quello ripetuto del cuculo non più quei fossi
le amiche Rungia Cara e Rungia Dora
dove in quegli anni del tempo del passato
cantando le donne le fanciulle innamorate
filastrocche allegre dei panni nelle gore
facevano bucato cenere grigia di saponaria
fior violetto con cura poi sull’erbe delle rive
steso a frasche verdi accanto di sambuco
dove i ragazzi tra risa e lazzi con destrezza
in tuffi ampi arditi davano prova di coraggio
dove io in disparte da loro solitario all’acque
affidavo i miei pensieri portati poi lontano
chissà dove pensieri nuovi oggi diversi
annegati in grigi e freddi blocchi di cemento. La spiaggia romagnola
Come non ricordar quella voce da poco
conosciuta che un giorno sotto l’ombrellone
di una calda afosa spiaggia romagnola
all’orecchio con malizia sorridente
tra di quei bimbi i chiassosi giochi
mi sussurrò grande alla fine la sorpresa
sarei felice se con lei domani il sorgere
del sole al primo mattino potessi noi soli
intende nel silenzio qui contemplare.
Venne il mattino il sole là in fondo
in mezzo al mare già dava il segno della
sua salita con raggi sfumati luminosi
fresca l’aria e la salmastra brezza
dal profumo dolce amaro dall’onda
mossa alitava ecco la vidi da lontano
con rapida corsa veloce le sue dorate
chiome sollevate al vento incontro a me
venire non si fermò e continuò la corsa
sparì ormai figura svanita il sol nascente
la vista disturbava nel silenzio sulla spiaggia
un’ombra ferma la mia solo rimasto
dall’inganno deluso con i miei pensieri.

L'idolo infranto...tempesta..metamorfosi dei sensi
L’aquila della gelosia dalle nere penne
di ematite e dai lucenti artigli
di realgar e di pirite inseguendo
con macabra danza nel giardino
fatato d’ametista gli alberi e di fiori
da corolle tutto diamanti e di rubini
il fringuello dell’amore dal rosso petto
di lepidocrocite spezzò nell’urto
la statua di ortoclasio con venature lievi
delle speranze mie verde smeraldo
dei sogni miei zaffiro blù manto di Madonna,
dei colorati desideri quali corindoni
di modesta latta le mie aspirazioni.
Volaron così di silicio atomi in alto
di alluminio e particelle elementari
ioni elettroni fotoni e poi mesoni
e tramortito questa fu la mia terribile visione:
si fanno guerra i miei quattro Cavalieri
dell’Apocalisse, per spade comete fiammeggianti
brandelli di Via Lattea a forza strappati
qual scudi punteggiati da nascenti nane.
Si scuote il firmamento per l’agone,
galoppano i destrieri partiti
dai quattro angoli del Mondo
sfiorando galassie e cieli sconosciuti
al comando dei quattro cavalieri
intenti alla tenzone, così atterrite,
turbate dai frastuoni di colpi parati
di fendenti fiammeggianti andati a vuoto,
si scambiano le stelle le Costellazioni,
ne nascon nuove di forme spaventose
nomi strani, si perdono nel cosmo
meno la Terra, i pianeti conosciuti
ribollono gli Oceani, fiumi infernali
fin qui ignoti portano ai mari fetide sostanze
melmose lanciate da bocche arroventate
di vulcani, non più montagne
spianate e distrutte le vette solitarie………
questi gli accadimenti, questo il caos
l’apocalittica vision, nulla al confronto
rottosi in frantumi l’opaco simulacro
perdute le speranze e spenti i sogni
dell’agitarsi tumultuoso e ribollente
del mio io e dei miei persi pensieri.

Ritorno alla poesia
Ritorno oggi sui banchi del liceo
dei lirici greci un libro apro
leggo piano lentamente a caso:
l’elegiaco Mimnermo il giambico Ipponatte
la divina Saffo tra i melici monodici
Alcmane e Ibico tra i melici corali.
Da ciascuno di loro uno o più versi tolti
così senza affanno troppo o cura
di seguito riporto Filippo Maria
Pontani l’esimio traduttore :
E’, gioventù preziosa, come un sogno
Curva su me vicina al lume Arete
L’acqua fredda risuona tra le rame
Del melo e la radura un’ombra

Dormono i vertici dei monti e i baratri,
le balze e le forre e le creature
della terra bruna
e i pampini,
graniti entro il segreto ombroso
dei tralci, danno fiore." Che cosa dire?
Versi cristallini puri che s’intrecciano
tra loro quasi a comporre un’ode
dolce sublime dal lirico sapore genuino
non di quelle d’oggi con parole astruse
dove il soggetto quando presente
rincorre il predicato dove il verbo
è mancante o sottointeso per non parlare
di concetti che cozzano contro la ragione!
Ripongo in modo piano quasi religioso
questo libro ma ben in evidenza nel cassetto.

Nota: da "I lirici greci" tradotti da F.M. Pontani-Einaudi Editore -Torino 1969

Quei Sabato Santo del passato
In quei Sabato Santo, non so quanti.
sono passati più di sessant’anni,
mentre suonavano con rintocchi forti
a festa e in lontananza le campane,
la nona Nina ci chiamava tutti
e poi gridava storpiando il latino
di quel Christus Dominus Resurrexit
Il Signore Gesùè risorto come
sempre storpiava la domenica
a Messa ma lei non solo quel
Regina Sanctorum omnium
in un dolce e caro nei ricordi
Regina Santaromanium:
tutti chiamava me ed i miei cugini.
Pronta già l’acqua raccolta
dal secchio in fondo al pozzo
per bagnar gli occhi ad evitar
secondo la credenza contadina
malocchi o peggio malasorte,
già pronti campane e campanacci dalle stalle
tolti dal collo delle mucche e dei cavalli
già prese dal camino quelle di ferro lunghe
catene per fare compagnia con squilli
suoni e un festoso chiasso alle campane.
Quattro eravamo a far festa, io
Peppo, Angelo e il mio Battista:
oggi il Concilio ha cambiati i riti
non più il Sabato Santo è giorno di campane,
giace ancora Cristo muto nel Sepolcro,
penso al passato mi mancano non solo
le campane, i campanacci e le catene:
sono rimasto solo, corre triste il pensiero
ai miei cugini che da tempo alla nonna
fanno compagnia là in Motta Visconti, al cimitero.

Amor timido..mai espresso
Dal tram scendevi fanciulla dal nome
sconosciuto sul portone del liceo
ti guardavo timido per te incerto
quel sentimento che viene chiamato amore
quale l’aprirsi del pesco il roseo fiore
al tepore primo della primavera.
Tremula e incerta pure la voce
mia nel desiderio urlante di chiamarti
qual cinguettio come strozzato e piano
del passero novello spaurito nel nido
suo protetto e non pronto al gioioso
canto sul ramo non lontano
del pruno di bianco rivestito
come spavaldo intona invece il suo
il fringuello proprio lassù quale innamorato
alla fine di una tarda e lenta primavera.
Cambiata fu un giorno la fermata
io non ti vidi più e cercai invano
più volte la scuola marinando
al posto nuovo il volto tuo di nuovo
quale dolce e mia tenera visione.
Mutato il luogo mutata la stagione:
sconvolta fu al suo termine e d’improvviso
quella mia vissuta come sogno primavera
la grandine venne a tormentar del pesco
i fiori e lontano fuggì poi dal nido suo
il passero ormai già pronto al volo
per la tempesta muta pur la voce sua
del richiamo anche lui fuggito spentosi
lassù il canto del fringuello innamorato
si spensero così dal cuore e dalle labbra
cara fanciulla dal nome sconosciuto
gli acerbi e non espressi per te miei sentimenti.

Quella dolce ingenua fola....del passato
Una sera di giugno dal balcone
di quella cara vecchia casa mia
di ringhiera di corsa incuriosito
sceso ero tra la gente anch'io
là in mezzo al prato tra i presenti
in piedi stava un " nemico amico" mio.
Scontrati un giorno per caso c'eravamo
incontrati dopo e poi meglio conosciuti
una due tante domeniche da mesi
entrambi d'insulti e tanti ricoperti
spesso con grida se non aspre parole,
mattino fortunato, da gente stanca
a fine di una dura odstile settimana
o peggio ancor nel sonno addormentata
dopo che a gara per scale e ballatoi,
diventato per noi così nel tempo gioco,
a chi facesse primo nella veloce corsa
nel bussar alle porte ansanti senza fiato
di quelle umili case solo di povertà
ricche ma quasi tutte se non tutte
di persone persin cordiali e oneste
fossero le stesse di ringhiera o no
con latrine semiaperte ai piani
pazientemente a turno in pigiama
in povere sottane rattoppate
mutande lise anche seminude da loro
visitate e talvolta per non dire spesso
senza bagni salvo quello comune lì in cortile.
Quinta elementare bambino allora io
per i preti vendevo l'Italia e il Vittorioso
lui, sui trent'anni circa, l'Unità per il Partito suo.
Quella sera alle bandiere rosse lui
vicino seminascosto da quelle e dal palco
prudente stavo invece più lontano io.
Del dopo guerra erano quelli i tempi
oggi assai lontani che la nostalgia
del passato rivive oggi ancor per me
per voi fores se con pazienza mi leggete:
via Padova là stava quel caro vecchio
Trotter tra Turro vecchia e Crescenzago,
un largo spiazzo punteggiato da
quelle di legno giallo verde misere
povere baracche di una Milano
già pronta da poco a vita nuova
con le speranze le sue illusioni tante
dopo bombe morti fame paure ruberie
e forse peggio vendette personali vili delazioni
ra falsi amici o fortuite e strane conoscenze.
"Ai bimbi loro due volte al giorno
le mamme russe la cioccolata danno"
così senza microfono a voce alta
forte e viva dal palco tra l'altre cose
dette e tante nella foga del comizio
" casa lavoro giustizia libertà
del proletariato di noi del partito
presto vedrete compagni vicina la vittoria"
gridava agli astanti attenti
ed applausi tanti una compagna sua.
Assonnato della mamma in braccio
un bimbo ricordo balbettava: cioccolata che?
È cosa buona e tanto figlio mio per noi oggi
rara roba sconosciuta ma vedrai quando
verrà Baffone. A quella dolce fola del passato
vidi non so se per quello strano nome
o per la mamma sua le certezze certe
d'un tratto quel bimbo felice addormentarsi.

Perché tentar la lira?
Quando con la biro in mano o battendo i tasti
dimentico del Croce e credendomi poeta
o se assennato qual mero di versi scribacchino
su vuoti spazi di carte virtuali o vere
i miei pensieri inchiodo i ricordi le speranze
del passato tempo dell’oggi o del futuro
mi domando spesso: “Perché tormenti
i bianchi o gli elettronici fogli? Perché
li righi, li graffi, a qual pro lo fai, quale perché?
Chi vuoi che legga le tue fantasie, gli attimi,
i sogni i frammenti di una vita solo tua?
E se mai lette chi ti potrà capire o compatire?
Sarà il tuo dolore deriso e forse poi schernito?
Saranno le tue gioie lì impresse come fole viste?
A chi importa sai se tu un tempo amavi Caia
e quella non t’amava, se per la morte di Rufus
il gatto tu piangevi e se nel veder quel giorno
il tal monte di pace e di silenzi ti nutrivi?
Se ieri lei t’amava e or non ti ama più?
Sarebbe allora buttar via la biro più saggio
come pur per sempre non sfiorare i tasti?
Se di poetar smettessi o meglio di versi scribaccare
di certo non piangerebbe quella musa ad Ermes cara
sia essa Calliope Euterpe oppur la giovane Talia!
Perché in questo artifizio arduo insisto? Lo spiego,
primo: guai se per vanità scrivessi sì sarebbe triste!
Anche ad un badilante qual io sono e non orafo
di versi accade qualche volta quel momento:
“ Est deus in nobis agitante calescimus illo!”
Se poi nessun leggesse le mie nugae poco male:
quei miei pensieri quelle illusioni quei rimpianti
rimarrebbero non smossi e fissi come nati
lì su quei fogli a man vergati o da lento ticchettio
quindi negletti e solo a me legati, sì, solo miei!
Così sarebbe anche se taluno lì li lasciasse soli
dopo uno rapido sguardo e alquanto indifferente
ma se agitando quei fogli con un dito o con la mano
qualcuno li strappasse da questi e vi ridesse
o peggio sopra vi sputasse nessun rancore
per lui sentire vari solo e contrastanti
lieto per averlo mosso al riso e allo sberleffo
più lieto per una vita, la sua , di certo, bella
vissuta lieve e senza affanni ma triste sarei
pure per lui per quel suo spazio vuoto
di rimpianti, di sussulti e di emozioni.
Ai pochi che un poco in me visti si sono
e conoscono o hanno conosciuto se non
con Caia con Calpurnia o con Sempronia
quei sentimenti strani e opposti dell’amore,
a chi ha capito il pianto per l’amico gatto
edè gioioso della gioia data dagli spazi
ampi e dai silenzi che nascono dai monti,
un grazie quale sprone a ritentar la lira
quale che sia dei critici il giudizio per cui
un caldo arrivederci una volta riscoccata la scintilla!

Inno a Nisyros
Allegro, spensierato fu l’inizio e bello
di quel giorno a Nisyros splendida
tra quell’isole greche che con Kos,
Samos, Kalymnos, Samiapula
e lor sorelle punteggia lieve
il greco mar al cantor di Zacinto caro,
profumi non persi di un mondo antico,
richiami forti di una civiltà unica del passato,
Esiodo, Platone, Omero, Epicarmo,
Ippocrate, Solone, Alceo, Saffo e così via.
Subito giù verso il fondo del cratere
pronti senza fatica e lestamente
la fin di quel tondo vaso raggiungemmo,
di quella bocca muta e semispenta,
sacra vision un tempo, quando
di fiamme vive, di fuoco ardente,
di boati e gemiti si nutriva, per le ingenue genti
richiamo temuto a divine e mitologiche figure.
Del dio Vulcano qual fucina ardente,
lui e Ciclopi chini e operosi a lavorar metalli,
così cantavano e cantano ancor i versi
dei cantor antichi a noi noti e sì cari.
Nel silenzio ci accolse l’ampia distesa
fatta da cristallina e fine terra dal sapor
aspro e dal bianco e bianco-cinereo aspetto,
fumigante e bruciante sotto i piedi
per il nascente zolfo e gas sulfurei
ultimo e lento respirar a fatica
e quasi agonizzante di quello
un tempo fuoco vivo e tonante.
E lì, come estasiati, ilari, dimentichi
degli affanni del tempo quotidiano
come non ripensar ad altri tempi
a quando ribolliva il magma ardente
al crepitar delle fiamme, ai rumori funesti,
al timor della gente, alle loro ansie
al presagio forse di una cattiva sorte.
E questo poi un tempo avvenne!
Altro era di Nisyros l’aspetto….
Spenta sotto il fuoco e la grigia cenere
una antica vita: miti pastori,
argonauti, poeti e pensatori.
Ricordi così pensavamo allora
alla caducità del tempo e delle cose.
A distoglierci da questi filosofici pensieri
e dall’errar della mente in altri sogni
ci pensò poi la salita che ci tolse la vista,
fece scoppiare il cuore, ci asciugò
la bocca, ci svuotò i polmoni
ci annebbiò i pensieri fuorché uno:
cercare vivi o morti di risalir la china.
Stanchi per la faticosa risalita,
come non ricordar amica mia quel carrubo
che alla casa bianca abbandonata
faceva solitaria e struggente compagnia.
Casa e carrubo ci accolsero in silenzio, muti:
gli antistanti gradini di cemento
sbriciolato e salso ci offrì quella
qual gradito scanno seppur duro di riposo,
qual tremolante ed incerto per le rade
foglie mosse dal vento filtro al sole dell’Egeo
che con il vulcano le resistenze del cuor,
dell’animo aveva se non distrutte ben fiaccate
donò l’altro: frescura dolce agli accaldati corpi.
Contraria e nemica stava l’ombra che sul viottolo
la casa proiettava: occhi spenti le finestre
marcescenti come il marcescente legno
della porta, a penzoloni la serratura
non metallo lucido ma ruggine ferrigna.
Poco lontano sbatteva lentamente
contro il consunto palo di chiusura
un piccolo cancello dentato, a terra
i frammenti lignei dei suoi denti,
non più ritti ma storti i rimanenti,
disarmata sentinella ad un orto
un tempo e qui fitta sterpaglia,
disseccate erbe, qualche raro cardo.
La languente stanchezza, il silenzio,
il sussurro del mare da lontano,
nuovamente ci portarono poi a filosofare
sulla caducità della vita delle cose,
a meditare. A rafforzare i pensieri nostri
già in moto ci pensò un gatto grigio, furtivo
solitario che passò veloce tra le erbe arse
e quasi ci sfiorò, ci pensò pure il danzare tortuoso
sui tormentati muri della casa di una
lucertolina dal manto verde giallo che poi sparì
veloce infilandosi ratta tra le crepe.
Unici segni di vita in quel momento
e in quel luogo assieme a quel carrubo
ma fisso senza movimenti se non le foglie
impedito pure da tempo per le mancate cure
di toccar più alto il sovrastante cielo,
carrube ai piedi secche, spaccate, morti
i fuoriuscenti semi ma non morte e di vita segno
poche carrube vive e acerbe che con sofferenza
dai suoi rami si alimentavano togliendo
a questi ed al tronco una poca debole sostanza.
Quali i pensieri di quel vecchio gatto?
Dove era finita la lucertolina verde giallo?
Quali i legami e le memorie con chi un
tempo lì vi abitava e poi migrato lontano
forse a cercar fortuna? Si sarebbero un giorno
ritrovati, quali la sorte qual destino?
Erano ancora vivi o morti e la fortuna
li aveva poi baciati? E della casa, dell’orto
di quel carrubo che ne sarebbe stato?
Pensieri tra noi espressi e non, in libertà e fantasia.
Scendeva la sera, la barca alla spiaggia
ci attendeva: uno sguardo alla casa
ed al carrubo e quattro carrube colte per ricordo!

Alla mia Musa Contadina
Se anche tu mi abbandoni
che farò mia Musa Contadina?
Da sempre lo sai le tue sorelle
che danzano tra il Parnaso e l’Elicona
disdegnato hanno e giusto cito
il Giusti quei miei versacci
di certo poco colti da dozzina
che ancor oggi mi fanno compagnia
nell’ingannar il tempo e il fuggire suo
povere righe senza movimento
e discorsive alquanto narrazioni
insulse senza quel poetico licore
cito il Carducci se non erro
che il fin palato e lieto allieta
dei critici preposti al lor giudizio.
Ritornar ai metalli ed ai fluidi cattivi
corrosivi che cercan di aggredirli
in condotte tubazioni por rimedio?
Ai reattori pensar di desolforazione,
agli impianti urea, di cracking ai forni,
alle caldaie, ai condensatori d’acqua
dolce oppur di mare, alle condotte
interrerate, al pitting degli acciai,
e così via? Tempo passato ormai
all’album dei ricordi confinato
se pur più volte dall’oblio strappato
tramite severe accademiche,
miei ultimi cimenti, sui metalli
dissertazioni e non tanto dotte
poi ne sono quasi certo
la noia vista di quei giovani scienziati!
Perché ora mi dico alla noia
della scienza aggiungere la noia ,
così pare, dei miei poveri versi
perché una patetica questua
di benevola conferma e accettazione
seguite poi da commiserevoli letture?
Una man ti prego dammi e presto
mia Musa, non lasciarmi solo
poni la fine a questi patimenti
come di Virgilio sublime mantovan poeta
alle Silicides Musae questa la mia
disperata invocazione mia Musa Contadina
insieme a te “paulo maiora canamus”

I sogni …ed il quarto elemento aristotelico
Incorrotti seppure intrappolati
ma non spenti a vita nuova pare
sono i sogni affidati nel tempo
in un palloncino all’aria,
quelli racchiusi in una scatola
interrata, gli altri incapsulati
in piombo grigio e piombati
tra gli abissi in fondo al mare
e a me i più cari da ossidi
ceramici protetti gettati
in fornace ardente di un vulcano :
nell’aria danzano, sotto terra
trovano la quiete, nell’acqua
marina sono fermi e vincolati,
protetti dal metallo a Saturno caro,
nulla può per gli altri di Efeso
dal negro antro la fucina.
Ma se i loro involucri per triste sortilegio
dovessero svanire ed i sogni liberati
immersi nudi nei quattro elementi
cari a Lo Filosofo de la Prima Filosofia
che ne sarebbe dunque poi di loro?
Si perdon forse nell’aria i primi, muoiono
di diversa morte i secondi sotto terra
ed i terzi immersi in acqua quale sorte?
Difficile darne la risposta e tu che pensi?
Una sola comunque è la certezza
che quelli a me più cari una volta spezzata
l’ignifuga corazza: arsi, riarsi e bruciati
prontamente se ne andranno in fumo!

Quel sorgere del sole.......
Che ne è di voi oggi un tempo in giorni ormai
passati graziose fanciulle mantovane ore quelle
dal profumo dolce di una giovinezza qui lontana,
mezzo secolo circa o forse più fuggito? Fuggito
il tempo ma ancor presente la memoria

sorelle insegnavate greco e latino l’una
l’altra sono certo storia e filosofia.
Quel giorno mi ricordo sotto l’ombrellone

di una spiaggia romagnola mi diceste
vorremmo con te domani il sorgere
del sole nel primo mattino contemplare.
Venne il mattino e il sole là in fondo
in mezzo al mare dava il segno della
sua salita con raggi sfumati e luminosi: fresca
l’aria e la brezza salmastra da un profumo
dolce amaro già alitava e noi che di noi accadde?
Una di voi spiccò, tu, qual novella Atalanta

rapida corsa veloce all’improvviso

le tue dorate chiome sollevate al vento
triste era poi o pareva il tuo sorriso
il perché di tale corsa non ho mai capito,
fuggir volevi per lasciar me e tua sorella
soli? E tu, l’altra, rimanesti così con me
ma vi fu solo silenzio, sguardi lontani seppure
noi vicini che il sole nascente disturbava,
un silenzio che ancor oggi non ho ben inteso.
Vinse di certo la nostra timidezza allora!
Quali dunque mi domando nel momento
i nostri pensieri gli inespressi sentimenti
o i desideri rimasti nostri ma tra noi ignoti?
Tre ombre poi sole e lontane sulla spiaggia
ciascuna ferma con i suoi pensieri.
Difficile che oggi a Voi, ormai care Signore,
queste righe su quel giorno possano arrivarvi,
non so, ma le affido alla fata dei ricordi stessi
che spesso li ravviva anche nel tempo e da lontano.
Signorine di un tempo ormai care Signore
grazie per quell’ora in quel mattin silente
e che in quel silenzio non ho mai scordato.

Smarrita è l’isola dei sogni
(Il nocchiero ingannatore)

Amica cara la nave nostra
che volgeva così credevo
all’isola dei sogni ove essi
s’ammantano del vero e là
mutarsi nella concretezza
quei cari sogni nostri
di una amore durevole e eterno
non so perché o per quale sortilegio
non solo la rotta abbia abbandonato
ma in zattera malferma all’onde
si sia pure di colpo trasformata
perdendosi con i sogni trasportati
in acque ignote di un misterioso mare.
Di chi la colpa se tua o mia mi domando:
il dubbio sorge che dal porto già
partita sia con al timone un nocchiero
falso e sconosciuto all’amor nostro
mago d’inganni e di filtri ingannatori.

La Legnano di Bartali
Piazzale Loreto di Milano
da viale Abruzzi non lontano
fa di sé nella vetrina bella mostra
ancora di fango ricoperta
la Legnano color giallo
quell’anno dal grande Gino
cavalcata per domare qual
vittorioso prode di Francia
le ostili strade tra Alpi
Pirenei fino a Parigi,
vittoria assai pure propizia
che dalle piazze in Italia
anco tolse la tensione dopo a
Togliatti il capo comunista
da un esaltato l’attentato vile.
A guardare tale bicicletta
in quel momento oltre me
bambino di ott’anni allegro
estasiato pure due ragazzotti
col tram venuti dal contado
non so se da Vaprio d’Adda
o dal più vicino Crescenzago.
All’altro dice l’uno “cun chela
bici lì sicur vincevi anca mi”.
Un più anzian signore
che di lì passava udendo
del ragazzo le parole
in modo brusco serio
nello stesso dialetto
così disse e s’intromise ”
pisquano alter che bici,
per vincc che voerenn i garunn”
Di rimando l’altro ragazzo
al primo già di per sè mogio
nel vivo colpito ed avvilito
la dose poi per di più rincara
“te capì sufela che la gent
a la ta rida a dre è…
che voerenn i garunn”
Come bastonato cane
quello di corsa se ne andò,
non so se piangendo o meno,
allora ricordo io sorrisi ,
oggi non più bambino
ma vecchio dalla vita
ammaestrato non riderei:
“Perché i sogni dolci nostri
le illusioni ingenue care
della giovinezza irridere
infranger con durezza
alla realtà richiamare
con ironia e lo sberleffo?

Ortensie e serenelle
Dalla strada s’apriva un cancelletto
su quel nascosto lembo di terreno
non so se vicoletto oppure povero
giardino che tra le case della nonna
e della dirimpettaia se ne stava
solo ricco di ortensie e di serenelle
i lillà come chiamati altrove
e nell’anno tra i segnali colorati
delle stagioni che seguono l’inverno
unici fiori lì sboccianti tra primavera
tarda e principio dell’estate.
Da tempo da anni non più
le zolle di allora del passato
non più le ortensie rosa
rosse azzurre e delle serenelle
il tenue colore e quel profumo
caro, tutto sepolto sotto blocchi
di cemento ma di te nonna
mia nonna Nina quando passo
di te io non mi scordo e nel ricordo
ti rivedo ancora come quando
di quei fior con mano vecchia e
tremolante ne facevi con cura
e con fatica amorevol mazzi
per portarli poi ai tuoi figli
che oggi dormon con te
ma allora l’uno all’altro
accanto riposavano là nel cimitero.

Ricordi di Motta Visconti

L’amico pettirosso
Cerco invano dalla finestra semichiusa
che guarda sul giardino quasi brullo
dall’autunno in parte già spogliato
dagli ultimi colori e che all’inverno
vicino ormai si offre triste e nudo
la tua presenza amico pettirosso:
da giorni è già trascorso il tempo
l’ora sperata a me cara negli anni
familiare e attesa dell’arrivo tuo!
Guardo e ascolto degli altri uccelli il canto
passeri, merli, gazze e le colombe
che tutto l’anno sento dai vari suoni
il cinguettare ma quel tuo canto
melodioso e a Chopin caro non è più qui
malinconico mi sento nel non sentire quel richiamo.
Per anni ricordi ci siamo fatta compagnia
quattro mesi circa di giornate fredde
buie anche nevose, rarità lo splendere del sole
nell’ultima dell’anno la stagione
che porta al cuore e alla mente di chi
ha già percorso della vita anni su anni
molti ricordi e i tanti sogni sognati
poi svaniti e legati a quella passata
e assai lontana nel tempo giovinezza.
Giungevi all’improvviso e all’improvviso
poi partivi poi all’ultimo marzo
te ne sei andato e da quel giorno
lontano sei da qui la tua presenza persa
e oggi così mi sento ancor più solo.
Il cinguettio tuo che tra i tanti più degli altri
percepivo segno era che stavi lì vicino
nascosto dietro quel cespuglio spoglio
poi in silenzio io ti osservavo e tu con rapida
ma circospetta corsa sull’esili zampette
qual fili sottili sottilissimi di rosso colorati
come il piccolo petto che gentil ti dona il nome
quel caro canto ad un tratto interrompevi
e a beccar lesto correvi quelle solo per te
povere briciole dalla man lasciate in quel posto
ad altri ignoto e che tu solo conoscevi:
l’umile e parca mensa non molto di più offriva
tu lo sapevi ma non ti lamentavi: una beccata
e ti guardavi attorno al pericolo possibile guardingo
poi riprendevi e talvolta il bel capino sollevavi
e mi guardavi ed io ti rispondevo e questo era
per me conforto ai miei pensieri d’infelicità pieni
e così in quegli istanti e quella tua presenza
rottasi un poco l’infelicità mia felice sorridevo
ora quelle briciole un tempo a te regalo beccano
facendosi la guerra passeri merli gazze e le colombe
e l’infelicità mia rimane rotta solo da qualche mio singhiozzo.

4 Novembre
(Davanti al Monumento ai Caduti di Binasco)

E’ un giorno lontano, del passato
ma oggi rivive il bronzeo Monumento.
No, non più freddo metallo ma carni
sofferenti e offese, lassù sul Carso
ove bagnaste, Soldati di Binasco,
di sangue i massi e s’arrossò la neve.
Dove il coraggio dai cuor balzò sì forte:
parola sconosciuta la paura!
Vedi: lassù, sul campo di battaglia
al fratel morente l’amore fa da scudo:
con una man Tu tendi la baionetta al vento,
con l’altra di Lui il reclinante capo tieni.
Tu a colpir pronto ed a protegger Lui
non dalla nera parca che già incombe
ma da un nuovo del suo corpo oltraggio.
E pur già preso Lui dal sonno eterno
con un breve moto in un sussulto estremo
a Te rivolge quell’ultimo sorriso:
parlano gli occhi dall’indiviso viso
e paion dirTi piano, piano, piano:
“Sì grazie a Te, come partii mi vedrà mia madre”
Binasco 4-11-2004

Che ne sarà di te Angelo Custode?
Che ne sarà di te mio Angelo Custode
quando verrà l’istante della dipartita,
la mia da questo mondo? Al teologo
ho posto la domanda e non so ancor
se mai avrò risposta. Ti affiderà la Pietà
Celeste ad altra nata nuova creatura
o terrà conto per noi del mio Giudizio:
Inferno, Paradiso o Purgatorio ?
Di questo tu non parli e ti capisco.
Così, se tu fossi destinato a me in eterno
scontato il fatto che prima in Purgatorio
e dopo di certo in Paradiso potresti
per sempre qual Custode farmi compagnia,
il problema, cosa assai seria ardua da capire,
si porrebbe se all’Inferno dovessi esser gettato:
lì vi è, credo, certezza che tu non possa entrare,
perché poi condivider dovresti le mie colpe?
Qui quindi il distacco dove tra dannati e giusti
non vi può esser passaggio e comunione
o proprio temo all’atto del primo dei Novissimi?
Tu non parli ed io ansioso non so che dire,
vienimi, ti prego, in soccorso o teologo e rispondi:
“ Che ne sarà del mio Angelo Custode?” Dimmi!"

Al mio Angelo Custode
Non Michele, non Gabriele né Raffaele
che le angeliche schiere fan marciare
voi angeli di truppa e senza nome
qual tu sei mio Angelo Custode!
Solo Angelo Custode sei quando ti prego
anonimo del cielo mio compagno
mio solo mio non da dividere con alcuno!

Mea gens : Il Ticino
Mughettose, festanti e ridenti le sponde del Ticino,
querce secolari e castagni d'odorosi boschi:
mazzolini fioriti e cesti di porcini dal profumo intenso
a Milano offriva un tempo Modestino
a Porta Ticinese e Lodovica e in Piazza Duomo:
una vita semplice, frugale e priva di pretese.
Un tempo l'azzurr'onda sfiorava con fruscio i bianchi
sassi e arsi, cotti dal sole Giovanni e i suoi fratelli
lunghi forconi agitavan svelti nell'acqua dai barcè
e i levigati ciottoli, frammenti di grezzi massi
nel fiume a monte rotolati e poi rotti e spezzati
da salti e lavorio dell'acque e trascinati
per tempi e per stagioni sconosciute,
l'affannosa e sobbalzante corsa qui finivan
fermati, imprigionati da rebbi rugginosi;
poi da fatica aggiunta e a forza aggiunti
a guisa di bianchi su un ampio slargo monticelli
portati infine in fornaci ardenti e vetrerie
davano pane a Giovanni e ai sassaioli
tramite forma e vita di familiari oggetti:
vita dura e faticosa con dignità vissuta.
Soli nel lavoro e nella vita al Goss e Margarota,
"salvadag" li chiamavano certuni:
era poi falso ma si sa la cattiveria
era edè allora come oggi assai presente
che, per il dimesso aspetto e i poveri vestiti
miseri stracci più volte rattoppati,
si diceva e si credeva avessero malie
strane e odiassero sia i grandi che i piccini,
per questi allora non vi era peggior babau :
meglio evitarli non incontrarli in strada.
Così costretti da questa diceria odiosa
a percorrer solitari solitarie vie la vita tutta
giorno per giorno fuor che nell'Inverno
dall'alba fino a sera tarda e senza sosta
curvi e piegati lungo i cigli di rami
secondari del Ticino tagliavan di netto
con l'acqua sino alle ginocchia, ah povere ossa,
teneri giunchi e ne facevan solide fascine.
Io bambino "milanese" , ospite dei nonni a Motta
e non del tutto ignaro di tale cattiva maldicenza,
questa devo rigettare e dire forte: "Care figure addio,
agrodolce ricordo della fanciullezza!"
Volle il caso che per caso li incrociai,
cigolava la carriola colma di fascine,
forti gli attriti della sgangherata ruota,
solo, tremante, impaurito ed alla fuga pronto
fui fermato non da callose e ruvide mani
né da sdentate e paurose bocche
ma da due ciau e da larghi sorrisi
accompagnati da gesti in forma di saluto:
non membra d'orchi ma di persone umane!
Vita misera e piena di tristezze se non dolore:
per poche lire un certo Giovanö prendeva le fascine!
Mani esperte rapide le sue e veloci ed ecco cesti,
cestini, fiaschi impagliati e damigiane
di vesti intrecciate rivestite e belle,
centri, centrini, sporte e sottovasi:
parte all'industria, parte alle osterie,
il resto infine lo vendeva Ghita la moglie
col suo banchetto di sabato al mercato.
Di tutti forse la miglior ma pur sempre vita grama!
Giuseppe Gianpaolo Casarini

L’aar
( L’aia)

Milan, via Padua angül via Arquà
püsè da quarantann fa e forsi dapü:
l’äävv sir fäävv cold savi bon no ad durmì,
darvï la fnäster l’ääv poeu pegg
non tant par i vúss che gnãvä sü
dal bass ‘d lustarì, ma pr’i sansosoer
che sinfiravän denn a munton che
ta mordavän dapartutt brasc ciapp
coll e garonn parfinn sutt i culsett,
e innür me gnüvv in ment di oltär sir,
sir da tant ann fà cant savi un fioeu
a la Mott, sir cold d’agúst, la lüna piena,
e i sansosoer anca lì a fala da padron
cui lüsirö dalà dal foss di Pin di Russ,
e par la curt giränn la Lila, la Dora
i dü cän dla Nona Nina, dormen i gain
in dal pulee e là tac a la stall ta senta
al vers dl’occ e caal di pavarin,
luntän al par al brusegg di vacc
anca se in propi lì a dü pass.
Sultant su l’aar al scür dla sir
e l’ari tutt inturän in rutt da vùss
e da canson: cantään i donn su l’aar
intant ch’in a dre è a dasfrascää al margon
“Oh campagnola bella e peou la Banda
d’Affori ed i prüväärbi dal Giuaninn
rampega e delle Tre Melarance
cünt chall turlulü final “ lü chall
sa cradäävv un grand grand dasù
al se fai mätt un rusc in dal cù”
Pien i scorb ed pien i scurbinn
dal margon dasfracaavv peou
al segn dla Cruss ed un patär
e nal silensi dla nocc tucc a caa.
Anca li a lääv nocc sa sentääv pü parlà
silensi e peou silensi e me gnüvv
un po al magon par chest me
turnà turnà indree in dal temp.

La cä dal frä
( La casa del Frate)

L’olter ieer mentär s’aavi intrè ‘ndä sul stradon che porta a B’sà
Me pars da ved ammò cume una vöölt la cä dal frä, là dopu la curva sul rivon
Cunt i so cupp russ, mess rut e in mess di pasarin i ninn,
Pusè sutt tra i tëcc e i muur g’aav anca chai di rundanin:
muur pien da crepp cunt un quai bucon stacaav e cunt l’usc sbarätaav.
Pö là in fund in mees al prää ho vust la sia Dela, l’aav propi lè,
Cunt al so fularin veerd al coll e cunt in cò un caplin biäänc
che la vultaav al fen cul bastunin e areent Papu, Ingelino e al me Batista.
Pusè innaans a mità prää cunt al fer par taiä l’aarb, al sgäsc,
l’aav stravacaav Ciapin e Luigi che cunt la cud al faav al fil al sò.
Sträc pär al laurä e pär l’arbaton dal so puus ad una gabaav
Ätäc al foss la sia Nina e la sia Tugnina avan drè a parlä,
al siu Pedar cunt al fulcin a l’aav adrè a taiä un rubin
l’olter siu Pedar al bivaav dal fiaschet dal vin o forsi dl’äqua frösca
e un queidun pö, sò no chi, scunduuv al pisaav dadrè a un muron
Pasaav intant pusè luntän Ingiulin cunt al so bö e ‘l tumarlin
G’avän tucc mancavi dumà min ma pö un clacson dun utumobil
Da culp al al mà dasdaav saavi giamò ruvä a B’sà
E dumà li ho capiiv che intant ch’andavi saavi drè a sugnä

Da una Giornata in Val Vigezzo

Ritorno a Santa Maria Maggiore
( Casa B……)

Conserva ancora quel sapore antico la casa
qual dalla strada un tempo ci appariva
al fine di una corsa partita dalla valle:
dello stesso colore i muri ed i suoi disegni.
Chiuse invece le porte e le finestre
qual occhi spenti e labbra mute
ahi segno certo di un abbandono triste.
Serrati pure il cancello ed il cancelletto
cede alla ruggine la pittura verde.
Dal primo e dalle grate che spazio
danno alla vista un parco mutato
e offeso e mutilato rispetto
allo splendore antico verde e acceso
di faggi e di rigogliosi pini
unico segno di vita ancor presente
appare un gatto bello e pasciuto
che rapido alla vista si nasconde.
Si nasconde e riappare
riappare e si nasconde
forse per stimolar gli occhi e la mente
ai ricordi di un tempo ormai passato.
Ma le bianche sedie lì in fondo
vuote ed abbandonate
un tempo segno di vita ed allegria
per nomi noti e visi familiari
reclamano ora il silenzio
lasciando solo tristezza e malinconia.

Santa Maria Maggiore 02-10-2010

A ricordo di Geo Chavez dall’ ardito volo
Son cent’anni dall’audace gesto e lo ricorda., oggi, nella piazza il simulacro
che alla muta foto s’accompagna intrecciato di rami e fiori di un aereo
non difforme per foggia e leggerezza di quel di quella che fu magica impresa,
libellula alata che da Briga spiccò verso le Alpi poi domate in volo.
Una seminebbiosa Domodossola queste che tu per primo sorvolasti
fiero e deciso qual Auriga alato or mi oscura e mi nasconde.
D’un tratto ecco colorarsi le vedo un istante di sotto d’un timido sol
poi nuvole incerte sopra un picco di un volto s’arabescan lieto
gaio e sorridente: il tuo forte ardito dell’aria, coraggioso Geo:
quel dì non caduto al suolo ma rapito da un turbine e poi volato in Cielo.

Domodossola 02-10-2010

Grazie Musa: Gli scherzi della vita!
Grazie mia Musa Contadina
per l’ispirazione di questo
magnifico peana degno
di un epico cantore.
Dal vertice alto di un triangolo
rettangolo lungo un cateto
di botto son disceso,
troppi gli attriti e la frizione
lungo la via dell’ipotenusa,
e così sopra un cerchio strano
mi sono ritrovato di cui
non conoscendo il raggio
e resa quindi nulla l’area
dell’appoggio alla caduta
sopra un trapezio anch’esso strano
mi sono ritrovato.
Una, due, mille volte
non so quante sopra vi ho danzato
come inebriato ed inebriato
poi stanco ad una vicina
sfera mi sono avvicinato,
cercando incautamente di toccarla
ma con lei rotolando sono ruzzolato
fino al parcheggio dei solidi
suoi parenti. Qui per farmi bello
un cilindro mi sono messo in testa
e un grosso toro al collo
ho preso un parallelepipedo
e sopra di lui due cubi
per appoggio ed evitando
con fatica i prismi e le punte
dei coni lì vicini, con fatica
sono giunto sopra la punta
appuntita di una piramide
per ritrovarmi infine e sempre,
ancora sul vertice alto
di quello stesso triangolo rettangolo.
Dal vertice alto del triangolo…
……………………………….
Sei sicura Musa che della
tua saggezza abbiano inteso
o no questa tua bella ispirazione ?

Anniversario
Cinquanta, poi dieci e cinque ancora,
in quel giorno che li assommava tutti
gli anni tuoi mio caro e vecchio amico,
i miei, cuore mio, compagno di una vita,
per sbaglio, tu lo sai, non per voglia la sorpresi:
dal bagno usciva come una venere dall’onda
che ad un pittor si mostra e quello poi ritrae.
Non si voltò, lo sai, e chiusa, lesta, fu la porta
che la nascose lesta al mio pudico sguardo.
Le chiesi scusa per l’incolpevole atto
dietro la porta, e tu lo sai, non vi fu risposta,
come un intruso, tu lo sai, e nell’indifferenza
mi trattò quel giorno come le altre volte.
Quando splendeva la sua giovinezza, tu lo sai,
forti i tuoi battiti, ricordi, ed irregolare il polso,
l’ebbra vision che i sensi turba mai mi mostrò,
mai, tu ben lo sai, quella poi io né chiesi né pretesi,
sempre distolsi da lei, lo sai, sguardi furtivi
fino al cadere dei giorni della primavera sempre
e poi, tu sai, di quelli dell’autunno tardo ancora.
Speravo, mi chiedi, che in quel giorno caro
forse pentita mi facesse in quell’istante il dono
con un suo nel tempo ripensamento tardo?
Porvi rimedio prima che non vi fosse più rimedio,
quante ancora le nostre stagioni o primavere?
Mai, lo sai ed io lo so, sarebbe potuto capitare!
E poi già, io lo so, tu hai pronta e secca la risposta
che negli anni , lo so, soffrendo mi hai taciuto:
“ Nell’arte del pennello, amico, sai, tu non eccelli
non sei pittor valente ma povero imbianchino!”

Alla mia Aspasia
Son volato in cielo
dalla Luna argentei raggi
ma non per te ho poi rubato:
ne ho fatto una sottile rete
a quel vecchio pescatore l’ho gettata
per rendergli più lieve la fatica.
Dal giardino di un re, non so quale,
ho colto un fiore, la più bella rosa
ma non per te ; a quella vecchia stanca
l’ho donata: un dono per una vita
solitaria, mai sfiorata da un amore.
Son sceso sotto terra
in più punti ho poi scavato
zaffiri, rubini e pietre rare
gemme smeraldi a profusione
ma non per te: alla piccola Ornella
li ho portati che con la man tremante mendicava.
Cosa per me, cosa mi chiederai mi porti in dono?
Da pruni rovi e bianchi biancospini
rami su rami avevo tolto
e di spine una collana poi intrecciato,
era per te ma me la sono messa al collo.
Da erbe le più infestanti
e dei più velenosi fiori un mazzo
maleodorante avvolto da urticanti foglie
avevo con cura preparato
era per te ma me lo son tenuto
teneramente poi l’ho pur baciato.
Da sponde di fiumi, da vette di montagne
schegge di sassi, frammenti di appuntite rocce
un pesante fardello ne avevo tratto
con fatica poi da te portare:
davanti alla tua porta poi
mi son fermato, era per te.
Non ve erano bisogno
già li conoscevi eran gli stessi
coi quali un tempo non lontano
m’avevi tu trafitto il cuore.

Quella cartolina
In un vecchio libro di stechiometria alla pagina “Soluzioni tampone:
calcolo del pH-esercitazioni” ho ritrovato una vecchia cartolina
quella di un tempo lucida con rose rosse e viole che allora
si mandavano non in busta chiusa: “ Che importava del postino o d’altri”!
Sul retro già affrancato: “ Gentile Signorina, il tuo nome
il cognome, la via, il numero, il paese”. Nello spazio riservato:
“ Milano-19 marzo millenovecentosessantatré- Sotto
scritto in grande e in modo trasversale racchiuso
tra due righe parallele un “PERCHE’ TANTO ODIO?”
ed in piccolo piccolo quasi non si legge firmavo-giuseppe- il nome mio.”
Oggi a distanza di tempo non so perché quel PERCHE’ non ho mai spedito!


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