Poesie di Flv.


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Mi chiamo Flavio Zago. Scrivo da sempre, non seguo stili ma mi concedo al momento.
Amo la semplicità e ciò ricerco nelle mie composizioni. Ho iniziato nel 2002, a mandare le mie creazioni a questo magnifico sito, rendendole pubbliche per la prima volta.
per contatti flavio.zago@tin.it

 

Grembo
Il grembo
immenso ammassa
assiomi
e canti storti
non vaglia,
non discerne
il pane dall’argilla,
né tinge, non indora
la verità che impera.

Oceano immenso
accetta
tributo d’ogni letto,
sia giallo,
obliante o sacro
fagocita e confonde.

Il grembo
immenso ammassa,
in antropico svelare
non sarà, non è,
ma sabbia
è eterna culla
del suo mare.

Primavere
Tra fronde rinate,
gemmate
preziose,
rivive il mio brio
frusciante di fiori.
Sulla coda del gelo
raggianti, lucenti
mille stelle filanti
gioiscono il cielo.
Pastellano l’aria
caleidoscopiche
emozioni.
Lassù pigola il ramo;
zufola, danza,
ammanta il vento
nel ventre tremulo
di un magnifico sospiro,
e dilatata lento,
lento,
è lento il tempo;
e in questo tempo, lesto
io sono.

Parole all’amore
Vorrei che la mia fantasia
volando più in alto
giungesse al tuo spirito,
cogliendo
nella sua piena parabola
l’intimo senso
dell’accettare,
spartire,
aderire,
afferrare, gioiosi di noi
le fragranze del giorno.

A te dono il mio tempo,
i miei pensieri.
La mia poesia.

Ti prego, percorrimi
o anticipami, se non
procediamo per mano.
Attendimi in cima,
se scaliamo il mondo
da versanti differenti;
e garriamo insieme
al vento del momento
ben stretti al pennone
del sogno

Immensi monumenti
l’umiltà innalza
nell’anima.

In ogni senso
Odo
profumi
di tattili
tinte.
Assaporo così,
umano consenso,
tutto il mio
non essere oblio

Quando arriverai
Umide piume e sigarette
d’attese sfumate, vedrai.
Io che bevo,
ma non riesco scordare
quanto la sete sa apparire
rimbombo di grotta
Quando arriverai, sulla mia soglia
cuscini sudati
velanti frangenti di fumo
sul mare di Bacco;
labile scia d’un oblio

Ah, la notte, quanto
è difficile vivere il giorno!
Il cuore balbetta
lo sguardo mio al cielo
in dolce, perenne attesa
e sotto
un neonato pezzo di prato
da svezzare correndo.

Quando arriverai, chissà,
scorgerai, errabondo
il mio consueto cuore
ricucire rotte
lacerate in alto mare;
forse un pensiero d’umore salino,
o un coacervo d’idee
in brandelli ancora nebbiosi;
non so. Non so neppure
se mi troverai.

Non so neppure
se mi ritroverò,
dentro i tuoi occhi
fondali melmosi,
avvinto e perso come sono
nella kasba assassina
di questo mesto gioco
dell’oca giuliva;
che ogni casella che avanzo
è un lancio di dadi
in meno dal via.

Vita mia
Vento pungente
sul dorso della strada.
Vola il biglietto
dell’ultimo tram perso,
volteggia
intona canti stanchi
e danza
tra le chiome sbiadite
di scordanti radici.

E tu,
occhi amari
che mi domandi piano,
se ancora
ti afferro la mano.

Alita il gelo,
qualche fiocco cade,
presagio solitario
in fondo al cuore.
Passano risate
e un cane,
la coda esclamativa,
fiuta e rifiuta
tracce vaghe;
i miei pensieri.

Ed io,
occhi sfatti,
che su vetrine intrise
di borse, impronte
e lustrini di Natale mi scorgo
e mi domando invano
se ancora
so prendermi per mano.

Il peso
(Per Ale)

Ieri ho provato a dare
un valore all’amicizia.

Sono andato dall’Orefice
con un pensiero tuo;
ma il bilancino ad ogni prova
s’inchinava, impotente.
Ho colto tra le mani un tuo sorriso
e l’ho portato al Poeta,
Lui, gioioso l’ha osservato:
“Questa è già poesia!”
Allora, ho domandato
all’ Astronomo
se con le sue potenti lenti
avrebbe letto
fino in fondo al tuo cuore;
mi ha guardato
stupito e inerme,
pareva un bimbo
che a bocca aperta,
contempla la Luna.

Mi sono seduto allora
lungo il fiume,
chiedendomi
se esisteva soluzione,
quando,
come un soffio,
ti sei accostata a me.
E mentre ponevi
tenue una piuma
sul mio palmo della mano
ho percepito il tuo pensiero:
“Ne cogli il peso?”
Sorridendo ti sei voltata
e con ali d’Angelo,
hai spiccato il volo,
portando via i miei dubbi.

Così mi sono alzato,
ed ho ripreso grato
la marcia della vita,
col passo che quasi
non conosceva impronta.

Ora so il valore immenso,
del peso lieve dell’amicizia.

Solo splendidi sorrisi
Solo standocene soli
si sa,
si scoprono sentieri solari
sprizzanti scintille smaniose
sulle strabilianti
singolari storie
sinuosamente sciorinate
su stolidi senni.
Spesso, sbagliando
svicoliamo spediti,
scegliendo sbandate, stupide
strade stantie,
serpeggianti strampalati
spazi senza senso.
Se sulla solitaria
spiaggia segreta
stacciassimo seriamente
stucchevoli silenzi,
scartando stupidi
stridenti sermoni,
spiazzeremmo scure sere,
sparpagliando
sicure serene sirene,
su straordinari spazi
straboccanti
soavi sentimenti.

Sventoliamo sempre
sogni sinceri,
scartando
stupide spalle strette,
sfoggiando
supercalifragilisticamente,
spensierati, schietti
splendidi sorrisi.

Canto alla Notte
Nel tuo baccello di stelle
ad uno ad uno
ho visto nascere
fotogrammi fulgenti
d’eterni sogni incantatori.
Nell’incertezza
delle tue braccia
rannicchiandomi ho tremato,
nudo cuore smarrito,
levigato
da ogni callo di realtà.

Ho invidiato la morte
col suo assordante,
infinito mantello,
amato il filo d’erba
che commuove l’alba
con muta rugiada,
e ho abitato l’istante,
mattone del tutto
che figura l’essere.
Ma questo inesorabile
migrar di comete,
alla perenne ricerca
d’altri natali, Notte,
scaglia immani,
astronomici silenzi
sulle mie labbra avvinghiate,
inabissando in mari diversi
l’infinitesimale mio
cercar poesia.

Dissolvenze
Dardeggiano occhi,
tramontano sguardi
l’anima intona
una triste canzone.
Questa notte il poeta,
sul foglio, non è riuscito
a rimare l’orgoglio.
Strali di penne
danzano al vento
e salticchiano, buffi
pensieri pinguini.

Io urlo il tuo nome
sul nulla
ma il bisillabo cozza,
si spezza tra gli incisivi.
Verticale,
imbizzarrito l’amore
sfida tutti
i recinti del cosmo.

Questa notte
di giorni smarriti
strappo bende a illusioni,
leggo loro la mano,
ne rapisco il destino
e l’affido all’animo pio
del boia di cuori.

Chiarori
Un giorno
la Notte,
attingendo
tra i mille
tuoi soli gentili
mi ha prestato la vista.

È piena Luna
il tuo esserci, ed io
abbacinato e grato,
più non conosco il buio.

Bacini marini
Il volo delle mosche mi racconta
di un canto di volubili chimere,
gettate sul tragitto ad asciugare
al sole d’impossibili passioni.

Il tempo vacillando si svapora
nel limbo illuminato, e le falene
satelliti scromati, evanescenti
rimbalzano nel cosmo quotidiano

…Un bacio, solo un bacio di mattina
capello carezzato sulla pelle,
fortezza alla ricerca della rupe
sparviero senza cielo da rigare

…Un bacio, solo un bacio di sovrana
radenti voli sulle gote chiare,
distese di profumi rincasati
nel nido di ricordi rifiutati.

Di un mendico dimentico d’affetti
rivela veleggiando la mia rotta,
scoprendone i vascelli già varati
relitti e meri riti derelitti.

E un bacio, un bacio, solo, in alto mare
ricerca colombesche rotte indiane
sognando voli cosmici spaziare
fra mosche d’una mano chiusa a pugno

Pianto d’Autunno
Guarda, mio orgoglio
puoi vedermi tutto,
nudo senza scorza,
abbracciato alla foglia
del pudore perduto,
sul tappeto rosso
di fronde di lacrime
secche .
Come pianta d'Autunno
ho gettano ai miei piedi
le stagioni sfogliate.
Riarso di linfa, scricchiola
il m’ama non m’ama,
che mi passeggia
sul petto scavato
da cicatrici fanciulle.
Ora più non mi sfiora
il corallino canto
del seme di Maggio.

Laggiù condensata,
tra latte di stelle
e un mondo naif,
òra e brilla la Luna il mare.
È pace di risacca
nella terra distesa al sale
che pare il buio non sia.
Pare che, ritrosa la luce
sbirci bambina il mondo,
attendendo tremula l’alba,
dietro i luccicanti fori
che ci paiono stelle.

Ma ancora piove,
piove
e spiovono ancora
minuti granelli di tempo
che tutto pervadono
e madidi, portano a te.
Tumida nube, io vivo
il volere del vento,
in questa notte che tace.
In questa notte silenzio.

China gli occhi
e incatena i denti l’intelletto:
legato all’albero maestro,
allievo del mio pianto,
veleggio muto
il libeccio del dolore.

Regina di quadri
Ma re di quale
sterile scettro
sei,
se ancora vai
chiedendo
al mondo
qual è mai
l’oscura nobiltà
di una lacrima sola,
che pur
non agghindando
stole ermelline,
pur non fluendo
sangue cobalto,
e pur senza ancelle
a sostenere
il madido strascico,
incoroniamo
sovrana
d’emozioni?

-Senza titolo-
(Olio su tela 140x200
Biella, 2010
)

Così ruvida, è dura
la scorza del giorno
e arida
di risa divisa da rivi,
d’arrivi velata.
Io caparbio tento.
Più ruvido e duro
stento ma provo
a dipingere ancora.

E cerco d’inventare
diventando fiaba
mormorio di cascata
tremulo trillo di nido;
coreografia leggera
di bianca neve che torna.
Aquila e vento,
costato e sperone.
Bacio e risveglio
del mio parlare e
sentirmi sorpreso

Già i giorni
appassiscono
come i fiori più rari.
Già mi sento così,
come quando appassiscono
i fiori più rari;
perché anche loro
avvizziscono,
tenui come il grembo
che li ha cullati
lattiginosi, come il tempo
che li ha svezzati,
- Flv./ 2010-
piovigginando
come esili istanti d’Inverno,
sulla tristezza
dei miei sospiri.

Ab hoc et ab hac
(Politicamente corretto )

Preferirei non proferire.
Mi spiace, non so che dire.
Potrei concepire un concetto,
un’americanata, una cineseria,
parlarti del caffè schiumato
o dire di questo, di quello,
del bianco, del giallo.
Che dici? Ah, si, del rosso, del nero.
Ricordarti quella volta o raccontarti
ciò che penso, del singolo, dei tanti
di lui, di lei, di tutti quanti
ma, credimi, non sarei sincero:
non sarebbe fiato di cuore,
ma solo un farcire istanti d’impasse
e il nostro nutrirsi non sarebbe satollo,
poiché questo, quello, il bianco il giallo
lui, lei, loro, il rosso il nero
il ricordo, il mio pensiero
il singolo ed il coro, son argomenti
triti , stratriti e ritrattati
tremilatrecentotrentatré volte;
quindi,
piuttosto che ripetermi
dare numeri o dire cose vacue,
sciocche, senza senso
preferisco non fiatare.
Guarda, mi spiace non so che dire.
Non ti saprei suggerire.

Ma, or or che mi sovviene,
a ben pensare,
potrei dirti del pepe, del sale
dell’acqua minerale…

Il monello nella foto
Immerso nel gorgo,
dell’apnea del tempo,
ritrovo pugni finti, sorridenti
occhi e denti scordati
in bianco e nero
con tanto di sfondo
di fili stesi
ingobbiti da zuppe canotte,
sogni appesi a nubi,
aggrappate,
sciorinate al levante da dita,
da gesti ormai persi.

Gran pavese di un’età
sventolante d’avvenire.

Si annodano gli attimi ora,
ma l’ieri scorreva
così dolce nel mio domani,
che ho corso in lungo e largo
i verdi rivoli di Primavera,
senza mai inzupparmi
in questa rorida nostalgia,
che pure dirompe,
sciogliendo tutto il suo
spensierare gaio in stille
ai miei piedi.

Della vita
(una goccia)

Si scaglia all’ignoto,
il frutto di nembo
tra folgori e rombi
s’avventa, galoppa.

Guizzando nel cielo
con esile scia,
su ciottoli e tralci
spiovendo s’acquieta

Scivola, vìola
anfratti celati,
svelando l’essenza
del cuore del mondo.

Qui stringe, congiunge
le mille sorelle,
in fragile istante
d’eterno riposo

Tarpati voli
E’ sola la mia voce,
su mari immoti, amari
fra celie e folli soli
e cieli di spergiuri

Tra Lune butterate,
crateri dissennati
d’ampolle ed ippogrifi,
è solo il mio richiamo

Prillando i toni danzano
giocando a frantumarsi
in scontri di neuroni,
e canyon di sinapsi.

E solo il mio rimpianto
sa dire di regioni
di desolate terre
in cerca d’altri lidi,
in cerca di sorgenti
che asciughino l’arsura
di verbi acuminati
che ruzzolano in gola.

E’ sola la mia voce,

accoccolata a lato
di questo capo verso,
abbarbicata all’ala
del volersi spiegare

Tra miti
Confinano i miei giorni
con la voglia di scostare,
il telo nero della notte
per scoprire se le stelle, poi
galleggiano davvero.
Accarezzo i vecchi giorni
come fossero le gote
di sfiniti cuori morsi
e rimorsi da rimorsi.
Affronto ogni risveglio
con lo sguardo della talpa
che intuisce là un lucore
ma non ne coglie appieno il nesso;
e m’ammanto di mistero
per nascondermi nell’ombra
con la voglia immacolata
di una vita tenebrosa.
Così volo,
dietro il telo della notte
a imbrogliare un po’ le stelle.
Volo,
tra le quinte della notte
per appendere altri soli;
per illudermi e pensare
che galleggiano davvero.
Qui punteggio, a piacimento
qualche nuovo firmamento;
stringo in pugno tutti i quanti
poi li getto come dadi
per scommettere sul cosmo,
azzardare aberrazioni.
Infine fuso,
in questo cronotopo
sposo solchi di comete,
intaglio un arco al Sagittario
e m’acquerello mio fondale.

Anche in cielo
Sul quadrante del giorno
lancette in cemento
ti hanno rapita,
e nel vestibolo d’oggi
è sfumato, il tic tac
del tuo cuore.

Mi sono dipinto ed appeso
tra i quadri screziati
della tua mente,
per gustare trepido
l’attesa d’un tuo sguardo.

Dove mai disegnare
il tuo volto,
se non ovunque?

Nella bufera
Errando il crepuscolo bigio
per mano lividi a svernare,
sprofondo afosi pensieri
nel molle nevischio;
tormentata, pallida vela a pois.

Pigramente battezzato
dal ballo arruffato
di fiocchi ubriachi, intirizzisco
meditando sul bianco
che cova tra i miei capelli.

Con passo sospeso
scosto greve il mio cielo,
così radente il lampione,
e sulla coltre dormiente
in un declivio del mondo
ritrovo sbiaditi i righi
di un vecchio pentagramma.

Soffici note echeggiano,
ferendo l’oblio
con mai dimenticati nostri canti;
e ancora ti cammino.
Accanto.
Troppo distante amore.

Nel mio scrigno
Ho percorso tremando giorni
di tormentati monti.
Su e giù a violare vette,
avanzando incerto sull’orlo dell’essere.
Su e giù a non distinguere
le mie orme ghiacciate;
esiliato da freddi concetti,
arabescati frantumi di confuse sinestesie,
stupidamente appagato
dall’ostinazione di lancette esistenziali.
Sfinito anche nel sogno.
Finché ti ho sentita
sfiorarmi piano le ferite nel sonno,
e tutta una lunga notte
parlare alla mia anima
colorando,
cantando,carezzandole ricordi,
lenendo stanche piaghe.
Le hai mostrato sguardi,
sorrisi
orizzonti stupendi tra monti
e l’aurora, fatata creatura
ha strappato al buio colori
e ha fatto la notte una culla antica
atavico scrigno incantato
dove ora adagio tenero il domani

La domatrice
(A una vecchia bandiera )

Mi acciambello,
chino il capo, ora
che mi trovo tutto qui,
sullo sgabello. Ora
che riconosco l’avidità
con la quale ho scritto,
spedito
pagine d’amore.
Lei, cocciuta via scalza
dove orme interiori
mescolano il mio artiglio
al suo sventolare.
Mai, avrei creduto
di divenire felino
tanto domestico.

Ma chi l’ha detto
che le tigri senza fame
siano così fiere?

Il dono
Con infinita pazienza
l’amore,
ha amalgamato
vorticose babbucce
a molli petali di dita,
abbarbicandoli
ai teneri singhiozzi
di un seno fragrante.
Qua e là
poggiano morbidi
i sospiri
e piano tace l’occhio
dell’avida prima sete,
stemperando
nei miei sguardi nudi,
in me
umidi veli
d’arcana dolcezza

Sinistri Rumori
Eccomi
tempo stempiato,
che mi passi sul capo
come fossi soltanto
un croccante lombrico.
Sono onirico chicco
sotto il tuo piede,
un cartoccio rigonfio
di fuggevole sbuffo.

Ma prima d’effondere
l’ultima goccia di fiato,
d’inaridire
la mia stilla di luce
morderò questa vita,
mi farò danzatore.
All’ultimo passo
del balletto spietato.

Che altro non sono
tra tasche e salotti
tra campi ed asfalti,
gli scricchi che ascolto.

Indocili i pensieri
Nel filare di ragno
d’un istante vischioso,
penzolante, pigro
s’una diafana attesa
(universale erede
già compiuto, nel plastico
mutare del tempo)
rivivo il riverbero molle
di confinati incontri,
con infiniti me stesso.

Domestici,
i pensieri indolenti
dei miei viali ombreggiati
rifugiano in facili frasche,
tra monoiche piante sorelle.

Scalcia, allora, imbizzarrisce
il puledro del dubbio
e scarta e rampa
confondendomi,
confondendosi con la sua più sana,
selvaggia, indomabile natura;
dispiega galoppi in danze
sui terreni miei sbrigliati
scavalca schemi,
disarciona pregiudizi
e inventa, il mio vedere
del vento la criniera

Inganni
Promesse di giorni
di notti distanti,
senza eclissi lunare
ad oscurare
i nostri volti segnati
sciacquati, gettati
nel nulla d’un lavello.

Domani baratterò,
arrugginita la chiave
con lievi parole
che sollevino il cuore,
e vivrò
quel mozzicone di gioia
che, innamorato ho nascosto
in una vecchia poesia.

Imbrogliandomi
di non soffrire.

Amica mia
“- Ho nello zaino
manciate di sorrisi,
per tutti quei nasi
senza bocca”

“- Non sarà poco
per così tanta tristezza?”

Così vicino al dolore
per non essere prodigo
il suo cuore.

Risveglio
Così ti ripasso la notte
agghindando
stagioni emigrate di stormi,
esiliati richiami smarriti.

Mezzo sogno in pugno
mezza in gola, io
intaglio zucche
vuote carrozze,
per la mia favola scalza.

Sguardo intarsiato
da mano d’artista, tu
telaio e tessuto
d’estatici arazzi.

E volo
manieri reali
da vivere e Inverni
sgelati da voci
di cori affiatati,
di risa e rincorse
stremate
di stanze infinite
lustrate
vetrate
sospese tra pezzi
acrobatici
e stive solari
di menti
e volute
in cantate
e bevute
di pinte, ricolme
intinte d’amore.

Di colpo mi desto.
Fuori è l’alba
o il tramonto, non so.

Ha il tuo volto
lucente il lampadario;
ti chiamo la voce smorza
tiretti vuoti. Ancora sogna
la mano,ti cerca.
Riappisolano gli occhi
e piano piano piove.
Tutto respira
il tuo ritmo

Cos’è?
C’è una urgenza che pigia.
Circoscrivo l’intorno
traboccante di schiere
di ninnoli rotti, di baci tarpati.
Avvicino le aste al compasso
faccio qui l’orizzonte.
Sciorino il bisogno
ora amorfa, secca placenta
d’involucro di germe
che lusinga e ributta.

C'è paura
a braccia conserte
come se la cima
dell'albero maestro
si perdesse in bruma
l'onda dolce che appare
fosse schiuma.

Buttarsi dentro
a capriola invece
nel "non so"
salvare anche solo
un ramo dell'albero
e carpire al buio
una fiaccola
che mi porgi.

Raccogliere
insieme cocci
in slancio
mormorare confessioni
anche tra vetri
un poco appannati
ché il tedio della solitudine
abbranca l'anima.

Inabissarsi
all’imperfetto
di un eravamo armonico,
stretti al filo d’Arianna
che porta al profondo
che non conosce distanze
o scatole chiuse
e parlare di cuore
dal cuore.
Tinti Baldini e Flv

Pensieri riversi
(Confessione di un beone)

E mi ritrovo ancora
ad inchiostrare
ciechi cieli celati
s’un libro già liso.
Cesellare concetti
scontando a me stesso
l’ortogonale
involuzione del dire.

Soffocante
il lezzo opprimente del limite
aleggia, rilega
sparviero in catene
domande galeotte
e risposte evasive.

Geme, la ragione
allora stride e s’offre
supina
alla sfrenata malia dell’errore,
ciondolando tentennanti cortei
di sfinite figure di cuori,
d’ebbri fanti di vini
che dal vagito decantano
e dicono,
mano nella mano
al mio immemore
barricato avvenire.

Il mio Mondo
Forse non è questo
il mio mondo.
Il mio mondo
è diverso.
La terra
è di forse e di cocci,
perché non
spaccia certezze.
La volta
in pastelli e sorrisi
per tingere gioia.
le foreste
di legni e di fiati
per orchestrare sospiri.
I monti
di versi e crinali
per stagliare poesie.

Forse non è questo
il mio mondo.
Il mio mondo
profuma di Terra.

In questa valle
verde metano,
avverto troppo
un lezzo marziano.

Bianco ciliegio
Non sprofondi l’anima,
s’un trono sultano
in damasco di seta,
ma su madidi passi
adagi il tuo cuore.

Non insegui
aromi abbaglianti
d’un vuoto che erompe.

Non condizioni riflessi
all’amore che vivi,
e non usi pupille,
vetrine sgranate
per sfoggiare il tuo Io

Eccoti,
eremo,
d’aromi antico,
cimelio
di suono smarrito.

Spirito odierno,
stupendo di vita.

Ora germogli

Perdonatemi… parlerò d’amore
Son strade che riportano al fienile
cammini che conducono il ricordo,
stringendolo per mano quando è sera,
per farmi raccontare un po’ d’amore.

La paglia scalda l’animo e le membra
dal turbine che sventa la mitezza
ch’è scritta sulla linea della vita,
che inciampa sopra i calli dell’amore.

Saranno omaggi in fiore o funghi matti,
cestini colmi pesano sul petto
ch’espira versi nati dal balletto,
che ritma questo mio cantar d’amore.

Così dirò di fiordi e verdi tetti,
rianimerò le foglie rinsecchite
le rivedrò danzare col maestrale
che soffia sul mio acero d’amore

E’ acqua che nel letto non riposa,
è leva che solleva questa terra,
orecchio che bottina la tua bocca
silenzio mormorato il nostro amore.

Boh!
Ma che dici
quella cacca l'ha fatta
il tuo gatto soriano
il mio è
educato
mangia tacchino e vongole
e fa le sue feci
là nell'angolo del
Mio giardino
ma quell'oleandro striminzito
penzola volgarmente
sul mio
terrazzo
e porta vermi e malanni
ma signora non si vergogna
suo figlio
la sera
canta e pure da tenore
e il grande fratello
è a quell'ora
cacchio si sposti nò
con quelle mani
m'insozza la carrozzeria

E respirate la mia
stessa aria
avete sempre ragione
e cercate l'occasione
per farvi
piacere
tutti quelli che dovrebbero restare
al loro paese
e poi fate
beneficenza
come se foste davvero voi
del mondo la speranza
e vi vedo
che non andate in Chiesa
anche se dite
di pregare alla vostra maniera
e
pagate le tasse
disturbate sui tram
con la vostra tosse
e riempite le
pagine dei giornali
con lettere di protesta
mentre io vorrei leggere i
vostri necrologi
e mi fate ombra
siete vento che porta tempesta

E voi, pezzenti,
testimoni freddolosi
di sguardi disgustati
e cravatte ben zavorrate,
con le vostre pupille
verde semaforo
e le unghie lerce
dei miei avanzi,
siete degni
della Città di Dio.
Contrabbandate favelas
qui, sotto il naso
del mio salotto buono,
rovinandomi l'aroma
del meritato caffè,
magari raccolto
proprio dalle vostre
lorde mani nere.

Mandrie di nubi
Vomitano dal cielo
Acque inquinate con zolfi
E residui di smog
La terra tutta
Ormai nel vuoto spazio
Si sotterra vergognosa
Della stupida umanità
Non riesco pensare
Al cibo stamane
Cosa sarà farina
Di sterco
Oppure carne di ratto
Certo avere un cavallo alato
E raggiungere un mondo
Lontano dall'uomo
Terrestre sarebbe
Fantastico

O forse la soluzione
a tutto questo
troiaio
è semplice
buttare nel cesso
le chiavi
di tutte le nostre case
nei tombini per strada
quelle delle nostre automobili
chissà che si ritrovi
un po' di umanità

Bah!
Tinti baldini,Maria Attanasio,Flavio zago ;Marcello Plavier,Maria Cristina Vergnasco

Percezioni senza oggetto

< Ancora >

Come allora, trascorro
contorni leggeri
di vaneggianti silhouette
mollemente distese
tra impalcature del mondo,
rallegrandomi con le mie rughe,
per la loro ramificata età.

< Rincorro un momento >

Nel durante delirante
di luce privo ed idee,
armonicamente sciolto
è il tamburellare di falangi
su pause tentennanti
di frammenti di parole.

< vaneggiato sui modiglioni >

Tra i mille scaffali
nell’emporio del dire,
ritrovo attempate parole
arrotate, appuntite
in libera vendita;
amici, messaggi,
pane, pace, Dio,
sono articoli da vetrina,
da pochi spicci ormai.

< D’immani gioventù >

Su assi cigolanti
“orbo de na recia,
sordo da n’ocio”
beffa recite d’astanti,
Arlecchin batocio.

Nell’atrio impudente,
il bigliettaio stanco
spia l’incoerenza
spacciare promesse
ad un’adolescenza
avvinghiata all’angoscia
di conoscere il domani.
(Quanto dovrà
crescere, ancora
prima di raggiungere
i suoi pensieri?)

< Perso nel tutto >

Scaverò la trincea
nel mezzo della solitudine,
mi calerò
nelle rosee volute
dell’ombelico
scolpendo nel tempo
la mia corsa impazzita.
(Prima che raggiunga e
fagociti i miei pensieri.)

< Ghermito dal nulla >

In un angolo
solo,
spaventosamente umano,
su se stesso
si raggomitola l’arbitrio.

Rivelazione
Quando,
tra i tentacoli
scossi, di un
impenetrabile se,
nell'intima linfa
di un qualunque
perché,
ti fermerai
un istante,
scoprirai tutti
i tuoi se,
i tuoi perché
giocare al destino,
e non avranno
più reconditi,
le sottili labbra
del tuo dolore.

Allora,
cesellate
dalla commozione,
dimenticate
da tutti i forse,
distinguerai
le inaspettate
certosine,
estensioni
della tua anima;
sarai tempo
che indugia,
e tutti i tuoi se,
i tuoi perché,
avranno volti
di mani amiche.

Cuori Poeti
Temendo
le brine polari,
mi trovo
a giocare col fuoco.

Le ustioni
sono inezia:
la pelle s’oscura,
cade;
è tutto il calore
perso
a segnare il pensare,
a far meditare
sul gelo del mondo.

Proverò
a salvare
il mio panda,
perché le sue carni,
domani,
mi potranno sfamare,
così
come ora
mi cibo di cuori
in via d’estinzione.

Impronte
E’ radice
che esiste di fronde
l’anima mia
che s’allatta di sensi.
Linfa innata,
folle di corse
nei contorti
tronchi del vivere.
E’ rugiada del tempo
che svezza i miei rami,
s’annida, dischiude,
ondeggia e rimbalza,
eco impietoso
che,
riflettesse
realmente,
non tornerebbe,
come ricorrono,
invece
impassibili abissi,
piedi, nessi,
tracce e passi,
ormeggianti,
naviganti
spumosi solchi
di vino impastati
di sudori callosi;
orizzontali
come taglio di falce,
stridenti
come uomo che infuria,
umidi
come occhi di gioia.

Così suturanti,
capillari
rimbombanti,
temporali.

Così terreni,
così alieni.
Così miei.

Sono uomo
di orme screziate.
Sono ricco
d’impronte lasciate.

A mio padre
Un solco,
tra noi
la vastità
del nulla,
consistenza
sconnessa
sotto spiazzi
lunari;
sfiorarti
guardarti
ora,
solo vizi
di diffrazione,
inganni alieni
d’argentati
presagi.

Lassù non è
il nostro bosco
e l’infinito
discioglie
ascendenze.
Lassù
è strapiombo
che aleggia.

Gelido,
il marmo
non soffre
il mio freddo

Di me
I manieri onirici,
tratti infranti
di giochi sospesi.
L’ingenua lana
nel mio palmo fanciullo.
L’ultimo rivo
di vita di padre,
sul ciglio già muto.
Quei rossi, spessi,
capelli mossi,
immani massi,
sul mio stupore.
Il candido amico
appeso alla morte.
La musica,
iridata amaca,
che culla canti,
le note andanti,
dondolanti,
inumidite, intinte,
ora forti, ora fosche.
La madre mia
che sa di aia,
di tasche ponderose,
e cinque dita
accoccolate grate,
di vita avuta in dono
e ben soppesata.
La sorella poesia,
lei meridiana,
io gnomone
a sognare ere,
ad issare vele
a segnare ore
d’ombre sole.
Nulla,
nulla mi passa accanto
e va, nulla lascio
all’astro spento.
Tutto
mi porto appresso,
sul dorso,
in vimini e sudore
gerla mai sazia
intrecciata in divenire.

Poetronica
Di lembi innevati,
d'itinerari fantastici
non è più tempo.
Ostinata fugge,
la poesia tra dita.
Colgo i pezzi
di frasi infrante,
ne rifaccio orci cocciuti.

Il silicio
ha promesso sensi
che nessun olfatto
può eguagliare,
e il mio naso nuovo
in nanoschiuma di carbonio,
non sa rifiutare.

Ed ora, cablate le parole,
dove inserire le pile a combustibile,
senza effetto memoria,
per dar luce, storia, vanto
a questi venti versi spenti?

Nebula
Pensieri ad anello
percorsi, ricorsi,
eterni fuggenti
istanti immortali.

Cercare sequenze,
assetti valenti
tra questi frammenti
è opera ria.

- Non fossi sì solo
nel freddo del cosmo,
tra un Pico di Pico
e un Tera alla Tera,
potrei valutare
il valore del pianto,
dell’equo d’errori,
d’assoluti insoluti.

- Così il Nulla svanisce
non appena lo penso,
e il Tutto non è
finché non è nominato
e, già sillabato
è monco d’inizio.

In un eterno finito
non essere tutto,
in un infinito spezzato
non essere niente.

- Che mestizia, che vuoto.
Che non finimondo.
Forse è meglio colmare
questo non Tutto.
Forse è meglio freddare
tutto questo non Nulla.

Catafatismo incombente.

- Sia fatta la luce!

E il Caos finì?

Padre
Ancora mi
scaldi,
ora che
non sei più
braccio,
ma soffice
manto
che m’avvolgo
sul corpo.

Ti scorgo,
punto ardente
tra tenebre
timorose,
che dà luce
alle mie
notti smarrite.

Ti sento,
vangare cieli,
coltivare
callose carezze,
con le tue
mani immense.

Sei tu
epico drago,
di sogno di bimbo,
che mai finisce
di sputare fiamme
nelle mie fantasie.

Sei tu
indomito dono,
che mai smette
di darsi.

Amarti
Srotolo rosso
il tappeto del cuore,
al richiamo
indiscreto
d’antiche armonie.
Vitruviano mi dono
ordito divino,
a colli flautati
di sete ansimanti

Nell’anima perso
m’inginocchio
sui sensi,
spiando commosso
i miei sogni ubriachi
di ritmi, d’abbracci,
di grida mimate.

Alla sorgente
sensuale m’inchino,
daino silvestre,
e incorono
il tuo aroma
unica essenza
del cosmo.

Un Angelo
ti porge un sorriso,
come l’alba il suo sole,
nuda lo indossi.
Echeggiano ombre
e colori
e sussurri percorrono
rotondità.

Io tremo.

Crepuscolo
Nella corolla
di ponente,
cullata al latteo
vagito di stelle,
cerco rifugio
alle stanche certezze
guazzando al ruscello
della mia poesia.

Intingo di luce
la landa del sogno
e l'atona notte
sveste il suo buio.

Scordo boccioli
laceri e stinti,
su prati di rovi,
pensieri infranti
su specchi di cuori,
e in risa sfumate
di pallidi atti
la ribalta si perde.

E tu,
mia tana di tiglio,
accogli dubbi,
paure dell'anima
e mi consoli.
Rivivo tepori
che sanno
di guance
e il mio
sole sbiadito
colora di te
Kinita e Flv.

Sorella
Non sono
isole annegate
le moine,
tra vibrisse
e assalti al baobab,
del tuo amato
gattomitolo.
Scorrono
diritti al tetto
i richiami soriani,
ignari di migrare
la stagione del cuore,
artigliato
strapazzato
grandinato
di tegole antiche.
Rivesti l’occhio in pelo,
unghie affilate
e affronti,
le vie graffianti
del momento;
ricoperta di felino
balzi sulla coda
dell’inconscia
prima attesa, e ne fai
ghiotto boccone;
predatrice d’attimi
che sanno
di fiera savana,
celata
nell’audace abisso
del tuo domestico
graffiare credenze.

Colori stonati
Ti cerco nel
calice,
della mia sete
asciutta.
Non so se sei,
non so se sai,
non so se sarai.

E non so più
del giorno
e del suo cammino
obliquo,
radice quadrata
del mio sentire.
Impietrito il domani,
arcaico monolite
lo confondo nei quadri,
avvolti d’Inverno
appesi sui ghiacci
dei tuoi occhi bui.

Ti cerco nel viola
del mio pensiero,
prillante nel gorgo
di un sogno sottile,
tagliente del gelo
del tuo sole cieco.

Ti cerco nell’inno
di cori all’amore
Ti cerco e mi trovo
canzone stonata.
Marcello Plavier e Flavio Zago

Chiacchiere da ringhiera
Ciao,che fai rientri oppure esci,
io ho già le reni a pezzi
ed ho cucinato per i ragazzi che rientrano da scuola,
hai sentito dell’ultima notizia di guerra
e comunque si muore di birra ogni sabato sera
ed il tempo cambia sembrava ieri Primavera
e tuo marito riga dritto o è strano
basta ci lascino in pace il tempo di un caffè
tre volte al giorno,
e la pressione ballerina e quella strana voglia
che ti è venuta poi te la sei fatta passare
o fai come al solito che lasci passare,
tanto passa tutto anche questo momento
tu lo vivi e mentre stai vivendo
sei già carne al macero…

Ciao ,oggi non è giornata
mi mancano le sigarette
la tazzina del caffè sa di muffa
e poi sai quelli di sotto
strillano da paura
gli manca il companatico
a me quello non manca
mi manca l’aria
e piove e piove
e la notte non
porta consiglio
anzi è un bosco
tra le case tinto
di pallido.
E tu con le figlie
fai finta e
mascheri l’ansia
con panni stesi
al fetore di chi
fa da padrone?
Starei a far parole
con te dal balcone
fino a morire
per lavare
strizzato
dolore secco che
sta chiacchierando
ora tra se’ e se’.

Ciao, ciao,
care signore,
sono emerso un attimino,
per dar acqua
ai miei fiori invasati,
e, noto solo ora,
avete mica visto
la mia bandiera
della Pace?
L’avevo lasciata
qui, sul ballatoio,
sventolante al vento
di un grande fiato popolare,
ed ora garrisce solo
un insulso drappo bianco.
Candeggina? Lo devo dire
alla mia domestica filippina.
Solo, qui, tra acida pioggia,
scolari briosi
e mozziconi sfumanti,
non si vive più.
Ieri sera,
al mio canale preferito
hanno mostrato
quei bimbi mori
con pance gonfie
e mosche agli occhi
che succhiavano lacrime.
Proprio mentre cenavo.
Che schifo.
Qualcuno
le dovrebbe censurare
quelle cose. Magari
organizzo una petizione.
Già.
Mi spiace, care signore,
ora devo rientrare.
C’è il mio Fratello Grande
che mi chiama.
Ciao, ciao.
Maria Attanasio,Tinti Baldini, Flavio Zago

Il tuo mare
Vivi il tuo mare,
possente di creste
schiumate
e fluenti
seriche pieghe,
ornate di suoni
struscianti
e sferzate
su rive d’attese
in granelli di credo.

Vivi il tuo mare
sbiancato, danzante
dai ritmi stracciati
da ere di stelle
cadenti da spazi
infuocati e percorsi
da scie siderali,
e scogli scolpiti
da sogni sfrangianti
e beffanti,
bucoliche mete.

Vivilo ora
nuvola liscia
aspirando, sfumando
la spira silente
d’anguilla argentata
ammaliata, sinuosa
dolce d’attesa,
desnuda d’indugi
su labbra accostate
a giochi di palpebre

E allora veleggia
il tuo mare fraterno,
ebbro compagno,
acqua da bere,
pioggia serena
che vive ed imperla
l’intimo drappo
di falce di luna.
Tinti Baldini e Flv.

Tra il giorno e la notte
Ti ritrovai,
nell’orfica battigia,
proprio
tra il giorno e la notte,
di un mio miraggio
spiaggiato.

Immobile,
l’oceano attendeva,
pacifico, un palpito
e il levigato planare
d’albatri assordanti;
ma il loro volo
sminuzzato
dal ristagno del tempo
stramazzava, tarpato,
ai miei piedi argillosi

Solo la tua immagine,
folle di Sole,
delirante di stelle
danzava,
tra il giorno e la notte,
proprio
sulla rena deserta,
fradicia
della mia malinconia

Io ti ringrazio
Ti ringrazio
con l’abbandono
del pugno,
con l’armonia
di un gesto.
Con la Luna mia
più chiara,
col silenzio
dell’orgoglio.
Ti ringrazio,
riflesso lindo
dove l’occhio
mio si coglie,
dove poggio
questi giorni
zoppicanti,
e vivo
il respiro
che rifiata,
i miei mille
mulinelli.
Ti ringrazio
per la bisaccia
mai colma
per la pace
dell’udito,
per gli sguardi
a mani aperte
io ti ringrazio,
silente grillo
dal verso
amato.
Cri!

(alla cara Amica Cri/kinita)

Alieno vivo
Giunto da un mondo lontano,
intrappolato in un corpo non mio,
in aria pesante che non m’appartiene,
esiliato nel mio incognito destino.
perché colpevole di voler camminare,
reo di sapermi nutrire dei miei pensieri,
ho colto questa via,
questo mondo da amare e odiare .
Ho provato, illuso argonauta,
a frugare velli e crivelli
a scostare fondali quotidiani
di teatrini di pupi,
alla ricerca umiliata
della mia nobiltà.
Ho scoperto che il vuoto,
prerogativa interstellare,
ha altri mille luoghi terrestri
dove poterlo ritrovare,
Ed Alieno disperato ed offeso,
ritorno lassù a setacciare
sincera polvere di stelle
nella culla dell’universo infinito
per trovare
la mia pepita di verità.
Marcello Plavier/ Flavio Zago

Salire
E' calda di rovi e
sassi adunchi,
sterilizza pensieri
rivangando
dagli avelli del noi,
la farsa infinita
delle parole
senz’anima.

Brucia palmi
talloni e nuca
mescola bolle nel
petto gonfio
frena il pianto
che rimane secco,
raggiunge l’abisso
tra te e te
e ne imbrattata
muti princìpi
vagheggiando vette
ed artigli spezzati.

Ma se scendi
piano ritorna,
monda scorze
di gusci di stelle,
ancora e ancora,
fiorisce vagoni
di cerchi concentrici,
gioia immensa
della fatica
tua
e non d'altri,
quel sudore di vita
che rende grandi,
che mescola
fragranze di pane
a morbidi sospiri,
e l’intaglia su
quel quotidiano
spartire,
che da qualunque
ti fa unico
Tinti Baldini e Flv.

Madre
Vizzo,
sciancato il tuo comò
tarlato
di consuetudini
e pazienza,
tenero acquerello
d’ingialliti volti
in bianco e nero,
poggiolo
di vita fiorita
da Soli
d’altri cieli

E tu, mite
che immergi cenci
nel rustico passato,
impronte scalze,
e tergi il quotidiano
come a pulirne
pallori
e turbate ditate.

Nuova canzone d'autunno
Vagare ogni giorno,
per mano ai pensieri,
osservare,assorbire,
riflettere.
Incrociare persone,
specchiarmi con loro.
Cercare risposte,
entrare in un bar,
trovare domande
uscire da un bar.

Alberi smunti,
le foglie canute.

Sedersi, pensare.

Una mamma sospinge
la carrozzina che piange,
un ragazzo s'invola
col suo aquilone,
ondeggia il pallone,
veleggiano i bimbi,
mentre un vecchio,
il bastone,
li osserva, sorride;
due baffi in divisa
un cane che annusa

E il pensiero mio s'immerge.

Scruto e trovo nel profondo,
il suo volto, il suo sorriso,
quello sguardo suo sottile,
ironico, sensuale,
che ancora scorre
sul mio corpo
e mi fa esistere, sperare,
mi fa ridere, gridare.
E poi,
ebbro di ricordo,
mi dono
al suo profumo
e sulle labbra sue
mi trovo,
perdutamente
Marcello Plavier/flavio zago

Capriola
Mi hai sorpreso oggi,
tondeggiante
poesia di un gioco.

In un pomeriggio
concavo,
prestato,
zoppo,
quasi non mio,
ho riassorbito
l’essenza spiandoti,
mentre involgevi
di verde,
spoglia di rovi.

Evadente percezione
strizzata
tra allegria e innocenza.

Un ciuffo
di solenne semplicità,
è ruzzolato spaurito
nel cuore del mio
racconto,
percorrendo
l’atrio spezzato
di un palpito,
ricostruendolo.

Ed è stata
la tonda sorpresa,
la parabola incauta
di tanta fragranza,
Arciere allettato,
a farmi scordare
il sacchetto
ricolmo,
di tramonti
da cantastorie,
e un responsorio
querulo,
amorfo,
sulla panchina
di pietra e betulla
nel breve vialetto
dei tuoi pensieri.

Acquisti inutili
Scarpe rosse col tacco,
le più belle in vetrina,
il tuo pacco alla cassa
solo un lampo di stelle.

Serviranno soltanto,
agli istanti specchiati
davanti ai tuoi occhi
per sognarti carina.

E mai sulla spiaggia
a scovare conchiglie
o planare su prati
a colorare farfalle.

A dischiudere l'occhio
del tuo amore piccino
entro in punta di ali
per non farmi sentire.
Cristina Vergnasco e Flv.

Nel nome del Padre
Gonfio
dell’imponderabilità
del presagio,
gremito di promesse
gridasti il suo
tenero segno
di slancio smarrito.
Non era un urlo,
forse
ma un cielo infranto
che intonava
la vaghezza
della polvere.
Sciolte
da ogni futuro,
le trecce del mentre
hanno varcato
i confini dei sogni.

Ma i sogni sono
quelli di ieri,
di coppie furtive
di ritorni sfregati
su pelle viva,
o quelli
del domani
ondeggiante
in concentrici
specchi d'acqua?

Ogni supplica
commossa di luce
penzolante
verticale
foglia d’autunno,
s’è curvata
all’aspro ceppo
ribattezzando
il proprio destino,
chiamandolo
con il tuo nome.
E vagabondo
a cercare
i tuoi passi
arrivati per caso,
senza rumore,
in tasche
che tintinnano
di sole
araldo del poi.

Sarà pioggia.
sottile
sapida, pudica
ignota
lacrima,
nella grondaia
dei miei ricordi,
o la memoria resta
sguardo gentile
nel cosmo
zuppo di sogni,
a farci amici
in ogni dove,
come per dono
di un mondo
nuovo?
Tinti Baldini e Flv.

Rincari
Ora,
che so spendere
la notte,
mi costa l’aurora.

Piangono abitudini
gli occhi,
e ascolto e non odo
lacrime aride
di gravidi domani.

Oscuri
immani muri,
cingono spifferi
di parole
di labbra
recluse grinze
spossate
assorte
in funambolici,
futili esami.

Scendo
in strada oggi.
Lividi
striscioni,
pugni al cielo,
e manifesto.

In questo
giorno asciutto,
imbustato
scontato
sedizioso,
contesto
il prezzo
esorbitante
del biglietto,
di questa mia
accanita corsa.

Tinti Nel Vento
Dunque sai
mia Signora.

Sai,
sai che significa
ipotizzare verità.
Lo sai,
mia Signora
del Maestrale,
refolo spezzato
dall’ironia
fangosa
lacerante
di una valanga
indolente
strisciante
invasiva

Lo sai.

Ora comprendi
l’inesorabile scenografia,
atto unico,
della commedia
dei tuoi gameti.
Spalle alla scena
serri i tuoi Segni,
restituisci geometrie
strappate al quotidiano
colando
il tuo corpo rorido
sul fluido di clessidre
alla ribalta
di occhi assetati.

Lo sai,
lo sai,
sai dell’Inverno
dei suoi toni sfumati,
sTinti,
del giorno rassegnato
che veleggia il temporale
delle sopportazioni.


Tue, forse per sortilegio
anche le spossate fibre
delle primordiali angosce
come i tuoi passi
che allungano
fondendo il sogno
tra l’allora
e l’adesso, rimbalzando
nella specie incerta del chissà.

Sarà così,
mia Signora
del Levante,
che mi vedrai
riconsegnare l’istante
che percorrerà
il contorno
della tua anima,
con
una comune
una qualunque
infinitesimale
movenza.

Sarà
abbrivio slegato
dall’implacabile,
inesorabile
coerenza
dei sepolcri
della tua memoria.

Ma noi,
noi saremo già altro.
Saremo noi.

Fresco disegno
guizzo non unico
della nostra ventosa,
poliedrica,
complice unicità.

Memorie Destate
Come un mantello
di canto di grilli
questa sera
d’estatica Estate.
Copre groppe gelate
e malinconie smarrite
tra cortecce
ed occhi di betulle,
ritrovate tra rami
d’abeti di pensieri.
Sul crepuscolo dorato,
temendo il suo letargo
il ghiro dell’aurora,
racimola barlumi, per
l’Inverno a venire;
non conosce pace
la vena del nevaio,
il timore mio accarezza
e borbotta e spuma
e bolle
e canute pietre aguzze,
smussa.
Vestita di lamé
da dietro il colle,
sguscia madre notte.
Espande il firmamento
ed io con lui.
Piccolo mi sento e nudo,
sotto tutto questo
immenso, che smarrisce
il mio domani.
Illibato d’avvenire sfumo,
si dissolvono certezze.
Torno seme antico,
m’inumo,
e in questo letto
di terriccio lascerò
che la mia vita accada.

Se solo
Se solo
pesassi meno
ciò
che da sempre
tremo,
ma vivessi
al pieno,
di ciò che già
stringo
in pugno,
farei a pezzi
l’ubiquità
di guitto
in perenne
debutto,
smaschererei
tutti i miei
arlecchini,
abbandonandoli
a variopinti,
finti giorni
già estinti

La fabbrica delle nuvole
Nella fabbrica
delle nuvole
nuove
armonici fiati
a gonfiare l’ovatta.
Lacrime
dolci di gioia
a diluire rancori,
ed esili
dita celesti
a guarnire orizzonti.
Nella fabbrica
delle nuvole rare
sogni randagi,
pensieri spumosi
ad imbottire
nembi giocosi,
e tiepidi
sprazzi di sole
a dar luce
a speranze.
Nella fabbrica
delle nuvole
vere
voli di seta,
fibre sottili
a segnare
tragitti
mai scritti,
e tanta,
tutta la voglia
di Sereno
del mondo
a spingere
ruotare
incitare
ingranaggi
corrosi,
perché
non chiuda.

Oggi
(Tenero amico)

Oggi ho udito
il canto antico
del condottiero
solo,
senz’elmo
né scudo,
né guerra
da decorare.

E’ il canto
senza fine
del giorno
che non sa,
del giorno
che porta
nubi gonfie
a lavare via
i forse ed i sarà,
da dita ed ossa
avvinghiate
agli scogli.

Oggi,
in pieno Inverno,
ho visto fiorire
una speranza.
Ho toccato
con mano il pianto
e per un attimo,
oggi
il cielo
ha dubitato.

Preghiera
Se te ne vai
salpi dal cuore
spezzandomi reni
con giorni
insensati
di vele a ponente.
Il viverti dietro
è stridore
ingessato
su ardesia del tempo
e l'occhio singhiozza
aghi di pino,
che graffiano
mari di umori.
Se te ne vai
mi lasci l'ombra
le pareti diventano
abside romanica
grezza e nuda
il soffitto s'incurva
in viale di tigli a Settembre
le finestre
panorama plasmato
di alvei incavati e valli
all'orizzonte
e il colore attorno
acquazzone di Marzo.
Se te ne vai
perde calore
e fragranza,
il tuo tatto tatuato
sul mio tremore
e il mutare
delle forme
scioglie nodi carnali
di corpi estasiati.
Troppo fragile
e nero di seppia
l'aquilone del sogno
per forare le nubi
e i domani fumosi.
Tutto mi è disegnato dentro
acquaforte mi sento
incisa di te.
Tinti Baldini e Flv. 

Il Chitarrista
(A Nicola)

Palpita, erompe,
è onda di mare,
s’inghiotte, rinsacca.
Riappare.
Sei corde sospese
ben concordate.
Ritmico arazzo
d’arpeggio incessante:
sprizzano plettri,
scrosciano note.

E’ glissare su manici
è giocare d’armonici,
questa rotta pacifica
s’un oceano sonoro.

Non parlarmi, non dire:
acqua e fuoco al cospetto
di sua altezza l’udito.
Ed è terra regale, è Gaia.

Non parlare non dire.

Percepisco passaggi
ayurvedici tocchi,
lievi umori al risveglio
di sesti sensi sopiti.

Mitico guerriero
Sarà lui,
divinatore del forse.
Paladino del già.
Signore
dei suoi confini,
dei suoi quadri
e colori.
Padrone del ritmo
del suo fiato
inquieto.

Sarà lui
senza prigioni
o leggende
a scagionare.
Nudo
di fronte
alla sua pazzia
molto,
molto meno eroe,
molto più uomo.

Stelo
della sua corolla.
Radice
del suo deserto
sarà lui
guerriero smarrito
del vento.

Saprà allora,
quest’uomo antico,
passeggiare
la sua pace
su docili
spiagge senili,
fulgenti
di terre rare.

Come Allora
Ti attendo, come allora,
mentre sospingevi
il tuo spirito acerbo,
infagottato di domani,
sull’altalena dell’attesa.

Ti attendo, come allora,
quando gridavi che l’amore
era fieno per giovenche
che ruminavano dietro
tornanti di strade alpestri

Ti attendo, come allora,
cantatrice del futuro, ricordi?
Al bazar del palpito turchino,
al solito posto, dove
avrai scordato la chiave

Ti attendo e ho lasciato
a segnare impronte
briciole d'armonica,
ma le punte non trovano
ritmo di passi scagliati
a riprendere cadenza
tintinnante di pioggia.

Il tempo morde note alte
e le nasconde in bocca,
proprio sotto la lingua
tra il dire ed il crivello

Forse avrei dovuto
raccontarti dove vado
e che l'estate lunga
s'è mutata in un attimo,
che il sogno vaga tra
camini e rivoli di ghiaccio
ma devo ancora trovare
quelle sponde coralline
che sappiano arginare
atolli da amare

sono laggiù
e le gambe
tronchi spessi
stentano
a toccarle.

Ti attendo come allora
a giocare a rimpiattino
sotto lenzuola scompigliate
senza pudore di
sole che sa di terra e rugiada.
La cenere delle parole
scivola lontana, velando
l’immagine del mio volto,
che ancora attende il suo
specchio d’acqua pura,
vera come allora.
Tinti e Flv.

Wagon-lit
Obliteri.
Già l’orologio
fischia la stazione
e la corsa
passa il passo
al ciglio
del respiro.

La lavanda vera,
offre in braccio
il pigiama suo
più bello

E’ tardi.

Neppure
il tempo
per lavarti i denti
e sciacquare via
l’ultimo sogno
alla toilette.

Rimani così,
pensieri pieni
di scienze esatte,
a meditare
sul resto
delle divisioni
del mondo.

A bocca persa.

La mappa
della vita
in mano,
un biglietto
scaduto
nell’altra.

A che serve
Ma a che serve quella
morbida curva del seno
s'è lì appesa in profumo
d'arazzo sul muro.
E a che serve la bocca,
florida di rosso se
non assorbe l'altro,
trabocca e l'assapora.
Che cosa serve saper
balzare ancora
pozzanghere
in fiera voce
col fulvo in volto,
se non si salta più.
Non raccontano più
gli odori del mondo:
il giorno nasconde
tutti i suoi nomi,
la notte riannusa
antichi sigilli.
A che serve cantare
ad orecchi spenti
l'inno alla linfa, atavica sete
di labbra di latte,
di bocche in lallazione.
E a che serve incarnare
guerrieri lucenti,
braccia ardenti a strizzare
dei venti una rosa,
sciabole in ghiaccio
al certame
fino al primo assolare.
Saremo falangi impegnate
nel costruire altro tempo
per donare domani
che rigirino zolle.
O forse siamo già stati
in metamorfosi
di sensi e di umori,
e le mille dita della mano
basteranno
ad afferrare il mondo intero?
Tinti Baldini e Flv.

Al torrente
Riflessivo, paziente
attende,
il pescatore del ricordo.
Maestro di rivi,
bello di solitudine,
riemerge umide figure.

Sul ballatoio crepato
gerani spiumati e
il balletto spirato
di calzini bucati,
sciorinati in parata.

Giorni fanciulli
decantano miti
di riti di elfi,
nell'albero cavo
sulla tana del tempo.

Il potere assoluto
un caco verde
caduto, fra tanti
e scagliato
al nemico stregato

Verità smarrite,
cantilene sbiadite
in minuetti lontani,
confuse
nelle nebbie
dei rimpianti.

Ripone ora la canna,
il pescatore.
Ritorna.
Riveste il presente
per non perdersi,
come vorrebbe,
tra alluci al vento,
tra rami di pruni,
suoi dedali d'allora

La scelta del ricordo
(Il Suggello)

Appoggia un tuo sogno
dentro i miei occhi.
In un canto soprano,
in un caffè chiassoso.
Sull'asma del tempo,
su qualche sponda del caso,
sull' umida terra
del mio petto nudo.

C'era tra noi una tavola
eppure scoccava fluido
senza intoppi:
il cuore era fanciullo,
consegnava ogni
sorta di sè, spazzando
nausea e bora
a quel campo di grano,
tra grilli e mani tese.

Vincerà ancora
la scelta del ricordo.
Tinti e Flv.

Complicità
Sul tempo
crespo
che srotola
aspro.

Sul dorso
del giorno,
che di se
vive solo.

Sul vivere
avvinto,
scivolano
lievi.

Offerte inattese,
creature
sospese
strappate
all'oblio.

Sono
i sorrisi donati,
a creare
vere poesie

Sono
i nostri sguardi
ad abitarli.

Domani?
Ancora colgo
dal tascapane
momenti di
minuzzoli
venturi.

Ancora
mi ritrovo
a rincorrere
pensieri anteriori,
intagliare turaccioli
di parole infrante
per tappare fori
di giorni a venire

Momento azzurro
Come brezza
mansueta
sul volto,
risalendo
la scala
del tempo
riscopro
a Primavera,
tra boccioli
di poeti.

Astro sorgente
Sorgi
Scolpendo il tempo
con la semplicità
di un tuo gesto.
Sorgi
Afferrando col seno
il ritmo spezzato
di un fuggevole sospiro

Sorgi quando
riempi i vestiti
del tuo brio,
come castagne
abbrustolite
il cartoccio.

E sorgi
quando accarezzi
di sguardi il giorno,
ed eternamente
inciampi nei pensieri.

Sorgi,
dalla nuda carne,
sorgi
e sfolgori in me,
rendendomi
non Luna,
ma umile parte.

Il tessitore
Ripasso la trama,
rintreccio l’ordito,
fornisco armatura
alla tela di lino;
dono vigore
a drappi di raso.

Mescolo fili
di tinte distinte.
Offro più tono
alla stoffa pregiata,
rivesto di nuance
gli sguardi in velluto.

Invento disegni
di segni mai visti,
per indisiare
nuove figure,
per concepire
ricami preziosi.

Tesso e ritesso,
i licci danzanti
col filo in viscosa
di morbida mano.

Tesso e ritesso,
la navetta
incerata,
genero e filo
denari e discorsi,

Traccio e ritaglio,
la maschera in seta
e affronto passanti,
passerelle ed astanti

Il nascondino
Ombra
silente
che fuggi
la luce,
che vivi
l’oscuro sapere,
perpetui
un gioco
d’infante
fuggendo
il Sole
fatale.

Eppure,
se t’illuminasse,
capiresti.

Il tragitto
Tremula goccia
apparsa
nel mentre,
ti ho spiato
estasiato
quando,
confusa,
scorrevi l’attesa
solcando
tenere
rotondità gitane,
per offrirti
trepida
al mio
lacrimatoio.

Il verme solitario
Risalgo la china
di rovi e sorrisi,
narcisi curiosi
dischiusi a ponente.
Risalgo la china
di lombrichi poeti
di ragni tramanti
e formiche in cordata.

Risalgo la china
e canto
con tutto il fiato
canto
le dita impastate
di sangue e di terra
le unghie spezzate
da sassi e radici,
canto.

Risalgo la china,
di cuori squarciati,
ginocchia segnate
da troppe cadute.

Risalgo la china
e a tutta voce,
canto,
prosodia
sotto i tacchi,
sputo tossine,
e canto.

Jota su jota canto
a squarciagola,
il canto antico,
in capolino terreno,
del poeta lombrico
e della sua
mattutina
risalire la china.

Olio su tela 3:
Il visionario


Bastasse
penetrare i colori,
percepire l’olio di lino,
tastare
la traccia d’artista,
per dirsi vivi,
allora mi saprei
ridestare.

Conosco la parabola
delle foglie nel vento,
i timbri profondi
dei bassi russi
e so trovare l’ombelico
in ogni minima parte;
il fiorire dei suoni
da sempre
inghirlanda il mio capo.

Ma i sogni, veri geni,
i miei sogni
creano capolavori,
affreschi cangianti,
troppo tenui
per vaghi
sussurri d’aurora,
troppo fuggevoli
per lievi pennelli
d’ermellino.

Vivo dei quadri
di mondi ideali,
ed ogni risveglio
è uno scempio
d’opere d’arte

Olio su tela2:
Oswiecim, sterminate
vedute polacche

Bocce rasate allineate,
gusci stuorlati albuminosi.
Smorfie o sorrisi?

Pennello sciacquato
in soluzione finale.
Fumo vitale
che arranca e fatica
s’aggrappa e si issa
e s’avvita nel vento.

Occhi vacui sul bianco
del manto di neve,
occhi persi nel gelo
del senno del mondo

Pennellate decise,
rasoiate precise.

Una tela che grida
di non scordare

…e una cornice
che cerco,
ma non riesco
a trovare

Olio su tela 1:
Natura Morta


Sei bacche
di lentisco,
due mele
arrugginite,
uva ursina
s’un vaso,
nespole
sparse
di cuoio
vestite.
Polvere lieve
di pesticidi.
Albicocche,
dorate,
disseminate
tra fresche
succose,
pesche pelose.
L’ape tarpata.
Tra tre fichi
un melograno,
un foulard
avviluppato
a mo’ di rosa…

Questione di stile
Non ci dona
i suoi effluvi
il fiore d’oblio.
Il senso s’inchina
il cuore tumultua,
Zarathustra
pontifica e parla
e promette
un bel niente.
Le elegie
ci corteggiano
e non sapersi
accontentare
è l’originale condanna:
la pena
d’infinite ricerche
la dannazione
di riscontri mai avuti.
Un dado lanciato
saprà solo dai tuoi occhi
se ha vinto.

Isole di carta, lo so
i diari incipriati,
e Monna Lisa,
ciocche avvoltolate,
segue un presente,
che si muove per lei.
Il passo si fa corto
il pane un po’ più amaro
e sempre più spesso
il mio tempo andante
non si fa storia,
facendomi sposare
lo stile volgare
degli infelici.

Radure rare
Sai Sire,
a volte anche il principe si lascia;
a volte, quando la macchia si fa fitta
e non riesce a galoppare a briglie sciolte,
là, deve uno spiazzo lo attende
carezza le redini e smonta
dal devoto destriero.

Non scuote più al vento e pigra s’affloscia,
la morbida piuma del suo cappello.
Non più vibranti criniere,
non ritmi pressanti di zoccoli fieri
e l’aria smette di garrire.

Disteso, sulla pace dell’odore dell’erba
immerso, nel tepore di raggi tra fronde,
ritrova la consapevolezza del respiro
e un cuore saggio che insiste a pulsare.

Sussurrano vene e mormorano rivi
di riflessi argentati e sassi sinuosi.
Richiami svolazzano garruli, curiosi;
l’ala senza tempo avvince i pensieri.

- Stimare la sosta, per librare la corsa;
gustare il poco, per non strozzare nel tutto.
Provare la fame, per godere del cibo;
saggiare il solo, per amare il noi. -

Riscopre l’essenza del seme nudo,
la fonte che, nembo, rivive la luce.
Ritorna il pastello di forme sfumate
e radici celate a dir di foreste

“ … ora dimmi, dimmi mio Sire,
quante radure concedi agli eredi?
A quanti pennacchi consenti la tregua
e a lame lucenti l’inguainato riposo? “

Ed è il ponente a dipingere il cielo,
a stagliare profili velati di bruma.
L’ombra esitante cavalca nel forse.
Un principe oscuro ricerca l’azzurro.

Bagliori bellici
Non scioglie più il gelo
la nostra cara arcaica casa.
Disorientata, la selce
non sa quanto è polare,
senza fiati nati
da labbra amiche.

E sono un cumulo idiota
di sassi ammonticchiati,
le frasi addentate e trite
inghiottite
senza un pizzico di sale.

E solo grovigli d’intenti,
di tele d’Itaca
i gesti invalsi, persi
abbandonati
sul ciglio della notte.

Rannicchiato a lato
del masso erratico,
attendendo l’agape,
il nudo giorno indugia
contemplando
lacrime cosmiche,
stille cadenti posarsi
sull’occhio ottuso
d’un miope elianto.

Allegoria
(Giovani Amori)

Così, lieve danzavi
sul tappeto del mondo,
col tuo essere errante,
vago sussurro.
Artista immane,
l’inventarughe del tuo viso,
intarsiava
pieghe sinuose, piene
di mille domande nascoste.

Scorrevi i tuoi giorni
stranieri, con l’estro
del rivo dell’alpe.
Cascatelle i sorrisi leggeri,
che posavi incauta qua e là,
tra le mie cose.

Ed uno, fra tanti
l’ ho custodito
e nascosto,
tra i miei sogni veri.
L’uso le sere d’Inverno,
per riattizzare
comete errabonde
e rischiararmi di luce celeste,
mentre cerco le mille risposte,
nascoste,
tra le grinze
dei sorrisi di Dio

Ripasso di storia
Nel sottoscala
del mio quotidiano
tra polvere e diari bolsi,
riscopro nidi di tempo
ormai disabitati.

Acciuffo al volo
la stagione dei fiori,
per calcare nuovamente
palcoscenici pieni
di giullari e sonagli,
troppo tintinnanti,
per non rivestirmi
di vecchi sorrisi

Canto di stanza
Anche la stanza canta,
anche la stanza.

Con le lenzuola fulve,
le vele alla finestra
prende il largo e canta.

Canta
di visioni, d’aspetti,
d’unioni d’affetti,
di tocchi lontani
d’istinti e d’istanti.
Canta
Di lievi sospiri
sensuali, solivi,
di dita pittrici
di segni sui corpi.

Anche la stanza canta
all’unisono
col nostro fiato
si strugge,
confonde,
ci cinge
e
incanta.

Solitudine
La solitudine mi permea improvvisa,
tra folle di voci stridenti
tra cantilene d’imbonitori e maghi,
tra tutto ciò, il niente m’inghiotte.

Sono uccello dall’ali impaurite,
zampetto e non fuggo, dentro il mio nido.
Sono sociale per vigliaccheria,
sono fratello per vestire stampelle
e se solo il mio specchio trovasse
estensioni nascoste,
mi lascerei condensare nel tempo,
cedendo alla carne insaziata
l’ effimero gusto del tetro banchetto.

Ma porto pane caldo, porto vino novello
e un connaturato egoismo
che fa donare infiniti sorrisi.
Così, lentamente mi lascio a me stesso,
e m’abbandona anche la solitudine.   

Una stella
“Perché una stella
non è come un uomo,
lei no, lei non illude,
lei non finge luce.”

Nel darci tesori,
ed altre amenità
ci scambiamo
ferite nascoste,
ombre sole,
e le mani colorano disegni
che sanno di sfregi.

“Perché una vita
non è come una stella,
lei no, lei non firma il cielo
e non disegna carri,
che ti portano via.”

Il mio pupazzo
sapeva di neve
e la carota aveva un morso,
proprio nel mezzo;
e quando il sole se l’è preso
ho pianto l’infanzia.
Ma è ancora nei miei pensieri
e i suoi bottoni
mi guardano gioiosi.

Mono tono
Di che colore il mio sangue?
E’ latteo di globuli diafani,
se l’ ascolto le notti scure,
e più non sa dare calore.
E di che colore il mio coraggio,
quando illude vite preziose,
donando sogni rubati d’appendere
su stanche pareti domestiche?

Di toni di grigio il mio arcobaleno,
che stona anche il nero sul pentagramma;
di toni gravi il mio incedere incerto,
che non è avanzare ma staticità.

Cercherò ancora gli acquerelli del cielo,
tavolozze leggere,
cercherò il volo di una mano farfalla
che sapeva dipingere il canto del grillo.
Cercherò ancora i tuoi salti sottili
e lacrime gonfie di parole ingessate,
quando l’inverno era vino e cannella
e le castagne più dolci del fuoco.
Cercherò il prisma del tuo sentimento,
dove, passando, i miei mono toni,
si tramutavano in mille scintille,
donandomi ombre fatte di luce.

Cerco perle
Cerco le perle preziose
tra valve e vivide onde;
scosto l’astio e l’odio di ricci
per scovare frivola sabbia.
Cerco e non trovo pace.
Non sento vibrare le corde
di gole di giorni distanti;
e latita il mio lato amante,
mentre maschera le mete
coi ritagli di vecchi orizzonti.
Saranno le notti a drogarmi,
o i giorni a giocarmi?
Quesiti che sanno di fatuo,
come la viola nel deserto,
come l’uomo tra la folla
come un amante senza amore.

Amici miei
Risorge ogni sera d’inverno,
il dolore annegato in fiaschi
stappati da alcolici cuori,
senza che fiati il gallo.
Sarà la gota che ho porto,
o il bacio che ho ricevuto,
ma sento ricorsi bussare
e il cielo oscuro mi rende più cupo.
Non affogano appendici
che lo spirito conserva,
ma s’ ostentano beffarde,
tra il vetro e l’etichetta.
“Via da me, questo mesto calice,
colmo di plasma e colpa;
via i rovi a treccia
che mi cerchiano la testa!”
Ma ora è tardi e devo andare:
sul colle attendono i ladroni,
amici miei, e un' ardente folla
che delira al mio partire;
m’attende ruggine sanguigna
su legno di quercia nodosa
e lacrime di madre a salare
impronte mai comprese.  

Malinconia
Rabbrividisce
il mio Inverno
alla mitezza
di fiati scorsi,
alla coreografia lieve
di suoni danzanti.
E’ un nome
troppo arcadico
ed immenso il tuo,
mi ripeto,
per riscriverlo
sulle cortecce di oggi.
Ma non riuscirò
ad imbrogliare
la tristezza,
con pensieri
ancora colmi
di boschi
da dimenticare.  

Se domani
Lotto, mi batto
per non farmi incrostare:
secolare il tronco
d’edera inverdisce,
ma il mio cuore
di luce di vetro brillante,
il mio occhio castano,
non cambieranno.
Vernici cangianti spiccano
e falsano i toni veri.
Pennellate,
giacche eleganti
sanno promettere
anche il futuro.
Domani mi mostreranno
la strada maestra;
domani devo poterla
marciare contromano.
Domani mi chiederò chi sono;
domani voglio essere certo
d’ essere in dubbio.
Domani voglio potermi
ributtare nel mezzo,
scoprire altri mille me stesso,
navigare una politonia.  

Neramaro
Da dove arriva questo sole ?
Sarà l’ avanzo di un banchetto
o il gioco abbandonato
di un immenso bambino ?

Dove andrà questo amore ?
Sarà lo scarto di una vita
o il pianto sospeso
di feti mai nati ?

Istinto, equilibrio, entropia.
Il ghepardo affamato, insegue la sua preda.
La carne fugge la carne
Il tempo insaziabile, insegue l’ eternità
Gli istanti si consumano a vicenda.

Io ti inseguo, amore, ma come ti abbraccerò,
sarai la tua morte.

... Tanti baci
E tornerà l’ era dei suoni perduti,
rivivrà un giorno l’ intesa silente
e il letto del torrente rivedrà,
il profilo mosso dell’ uomo chino.

Bacia la terra, Cavallo pazzo
Lei seme, lei madre, lei fonte e consiglio.
Bacia la terra, figlio di Sparta
Lei cruda, lei erta, lei filtro del meglio.

Bacia la terra, pittore ingrato
Lei vera, odorosa, lei tuono ed uggiosa
Bacia la terra, indice teso
Lei giudice e attesa, lei ultima sposa.

Bacia la terra, nuvola irosa
lei pianto, lei diga, lei spugna mai paga
Bacia la terra, bambino mio
lei corsa, lei fango, lei buio, lei strega

Come sangue, nelle vene della terra,
percorriamo i nostri sentieri,
come sangue ci tuffiamo, dalle sue ferite.
Come sangue impetuosi, corriamo al cuore.

Bacia la terra, barbuto saggio
Uomo, escremento, saremo tutt’uno
Il mio bacio alla terra, compagni di viaggio
navigherò il vento, m’incarnerò in Nessuno.

Cecità
Sai quanti mondi, da viaggiare
ed orizzonti da sfatare
e terre e mari in questa società ?
Nell’ universo della cecità

A volte presto i miei pensieri
agli occhi umidi di ieri
e scorgo la semplicità

frustrante era voler capire
che cosa avessero da dire
quei ciclopi, con la lingua senza età

tu chiamala come ti pare
ma quel sentirmi in alto mare
è un’ emozione che mai mi lascerà

Ed ora, ora caro amico
che senti d’essere cresciuto,
lo sai quanto è lontana la realtà?
è distante molti anni fa

Distante eppure qui accanto
è tra le dita, il mio rimpianto
di un bimbo, che ancora vive dentro te
e, come allora, non riesce a far da sé

ma non ti devi preoccupare
che prima o poi, dal vecchio mare
una nuova nave nascerà
e un altro giro, un altro mondo, si farà.

Giogo
Ripercorri il fiume che nasce intatto,
come un mondo astratto, come un barlume di stella,
e subito ti espandi, svelando antiche malie
Il giogo non si spezza e la strada è sempre quella.
Rispondi incerto a richieste in bronzo
ma ti ritrovi in sella alle mille teorie.

     "Resta nudo, non ti cambiare,
      come la serpe che, nuda, ha un’ altra muta.
      La liscia pelle è l’ invito più gradito,
      e gli umori sono un dono divino."

Il giogo non si spezza e il bivio non si vede
non si spezza, ma il ginocchio cede.
Stringi il pugno del giusto, stridono i denti
e impotenti giacciono ai tuoi piedi
amici e desideri.

     "Ti doneremo un fiore, da incorniciare
      Avrai un giorno, per essere
      e una notte, per sognare.
      Ascoltaci: noi siamo i tuoi pensieri,
      il tuo giogo, il carro che trasporti.
      Chiedici tutto, e tutto avrai.
      Ma non chiedere te stesso,
      poiché avrai noi"

La voglia di sorgente ti penetra ogni strato
L’ essenza, l’ essenza !
Qual è la differenza fra le tue idee e te stesso ?
Com’ era il masso, dall’ acqua levigato ?

     "No, no, io non vi conosco,
      siete solo ciò che penso.
      Voi siete plasmati, corrotti,
      effimeri ed indotti”

Dio mio, quanti concetti,
Dio mio, quanti puntelli
Rivoglio me stesso, mi rivoglio.
Mangiar la terra, toccare il fuoco.
Ripartir dal vero, ripartir da zero.

Ripercorri il fiume che nasce intatto
E subito ti espandi, invadente e corrosivo.

Anni fa
Di fronte allo specchio rivedo il passato
Ed un volto vecchio, dal tempo segnato

Sei tu, chi mi guarda sei tu
resta ancora un istante
non ti chiedo di più

Rivivo i tuoi boschi, dove andare a sognare
di giovani muschi e sorgenti rare

e ascolto la voce, ne sento il calore
che parla e che dice e dà fiato al mio cuore

Sei tu, chi mi parla sei tu
non fermarti, t’ ascolto
con il naso all’ insù

Ma quando l’ alba, senza domani
rubò la forza dalle tue mani,
t’ avvolse dei frutti di erbe amare
la seguisti ingenuo, senza fiatare

ma quando l’alba ti chiese il presente
annuisti serio, ma con sguardo assente
pensasti che forse era meglio restare
pensasti a qualcuno che volevi abbracciare

sei tu, chi mi pensa sei tu
ecco, vedi il tuo seme:
chi ti pensa sei tu.

Tutto ciò che resta
Ed ecco infine il tempo di contare,
e mettere sul tavolo i gettoni,
guardar le impronte figlie di un passato,
spuntare i passi errati e quelli buoni

Pesando cosa resta fra le dita
col cuore ed il pensiero troppo uniti,
verrebbe da lasciare la partita,
abbandonando al sole i falsi miti.

E di tutte le conquiste e di tutti i miei poteri
i dolori, le sconfitte, puntelli fino ad ieri;
e di ciò che era spada e di ciò che era croce,
non resta che il mio fiato, il fiato della voce

Dio, come vorrei poter giocare
col sogno, come quando ero bambino:
la notte mi sapeva far volare
sui tetti, sino al canto del mattino

Allora io potevo con la mente
creare tutto ciò che avrei voluto;
Ma è così che nel plasmare il mio presente
quel busto era me stesso ormai cresciuto

E di tutte le conquiste e di tutti i miei poteri
i dolori, le sconfitte, puntelli fino ad ieri;
e di ciò che era spada e di ciò che era croce,
non resta che il mio fiato, il fiato della voce

E di tutte le magie e di tutti i miei voleri,
le gioie, le poesie, i giovani pensieri;
e di ciò che era corsa e di ciò che era vita,
non lascio che dei segni fatti con la mia matita.

Nuove idee
Lontano corre piano un treno,
il vento porta il suo ritmare.
Un treno di concetti pieno,
di senni da dimenticare

Lo sento parlottare via
fiume stanco, verso il mare
ed unendo il sano e la pazzia
incontro al mio tramonto andare

Bianchi sassi sul cammino,
nel ciglio le parole stanno;
le rivesto di mattino
così, da sole, nasceranno

Lontano corre piano un treno,
il vento porta il suo ritmare.
Carrozze in corsa, senza freno,
vagoni avvolti da scartare;

l’osservo serpeggiare via,
serpe ansante al sottobosco,
lasciar dietro la sua scia
promesse, che non riconosco.

Bianche perle senza il filo,
in mano, i miei pensieri stanno;
stringo il pugno per dar loro asilo,
domani, certo, cresceranno.

Terra?
In questa notte d’occhi ciechi, tutto tace.
La luna si è ingoiata, il silenzio è senza voce.

Nell’essenza del tempo qualche istante impazzisce.
I pensieri vorticano là sotto, ed io, sul ponte del presente,
avanzo carponi.

"Chi sei ?"

Tu insisti a bussare, ma in quest’anfratto è scarso il posto.
Certo, vorrei abbracciarti.
Certo, vorrei sfiorarti, sfogliarti, fiore mio;
ma temo la mia polpa.

Come su una zattera, al largo, cerco di fronte
o alle mie spalle,
ma non scorgo che lo stesso orizzonte;
così ti guardo, ma non avvisto
se ancora siamo o se
solo sono.

Vie lattee
Ti senti perso,
quando apri gli occhi
e ti accorgi del letargo,
morbido e narcotico,
creatore di stirpi vere,
di terre isolate a te ignote,
nei mondi nudi e
inviolati da altri aromi.

“Madre,
prendimi ancora le mani,
è l’ultima volta, lo prometto,
poi saprò accompagnarmi da solo;
ma in questo cammino,
le mie gambe
mi stanno tradendo,
e se cadrò,
si spegnerà anche il cielo.

Madre,
fai accostare i miei occhi,
è l’ultima volta, lo prometto,
poi saprò chiuderli da solo;
ma in questi sguardi
ci sono voci
che non mi sanno illuminare,
ed il buio è meno oscuro
se me lo doni tu.

Fammi suggere ancora
il tuo nettare, Madre,
è l’ultima volta, lo prometto,
poi saprò cibarmi da solo;
ma in quest’epoca di carestia,
ogni stilla è vitale,
e il mio spirito, anoressico,
anela la tua purezza”

Ora richiudi i tuoi occhi.
Puoi tornare al tuo letargo
e rivivere universi di profumi indigeni,
di progenie reali.
L’immagine, un seno vivo,
il valore del succo celeste,
ti accompagnerà ad ogni risveglio.

Al valore
Eravamo soli a dar tepore al mondo.
E nelle nostre mani, le nostre mani.
E nei nostri cuori, i nostri cuori.
Parlavamo ore ed ore, ma le nostre labbra
si dischiudevano solo per respirare.

L’incanto
era la mappa d’ogni attimo
della nostra pelle, sulla punta delle dita:
colli, valli, polle ed ogni anfratto erano scritti.
Il potere
era uno sguardo che foggiava i monti
e inventava i nuovi orizzonti,
d’abbracciare,
da vivere, da incastonare.
Noi, eravamo il nostro cibo.

Ma ecco, cinica e puntuale,
la guerra,
ci richiamò alle armi;
ci ricordò la terra, ferrea e cruenta.
compresse il cielo,
curvandoci la schiena,
e i nostri occhi,
non riuscirono più a cercarci.

E guerra fu

Ora,
solo, a scaldare il mondo,
contemplo il nostro campo di battaglia,
cosparso di parole agonizzanti
e sorrisi estinti, di baci ormai freddi,
amplessi inesplosi e mille, mille croci.
Ora,
come vuole ogni battaglia,
soppeso beffardo la medaglia
d’oro finto,
che ho appuntato al petto,
e medito, tra i veli umidi
tutto il valore perduto.

I miei monti
Il cielo sui miei monti all’imbrunire,
non so dire che colori sa inventare;
gli occhi persi per potere assaporare
un calore che il dolore sa lenire

I sentieri che si lasciano scoprire,
non so dire quanti passi hanno contato;
tanti quanti sono i lumi del creato,
e con la luce son finiti col svanire

Quei ruscelli, mille e ribelli strali,
non so dire a quanti uditi san parlare;
un borbottio che lascia immaginare
i versi, i balzi i voli, sugli aspri crinali.

Poi la neve, bianca tinta sulle vette,
non so dire che candore sa imitare;
foglio bianco, sul quale ormeggiare,
per lasciare impronte mai lette

Infine il vento, lesto e verseggiante,
non so dire la poesia che mi sa dare;
un abbraccio, freddo da tremare
che risveglia il mio essere viandante

Filo sottile
Avanzando sul filo, giocoliere,
s’un vuoto da tempo spento,
una scintilla, piano s’accese
e una figura intuii a stento

Impellenti, mesti sentimenti
funestarono il pensiero,
mentre logiche, drogate
abbandonarono il sentiero.

Un tremore, un tuono, un suono,
una voce si mise a fuoco;
avvolgendo, edera, il volere
mi rese schiavo del suo gioco

“L’inviolabile, mitica creazione
è solo un germe di mano umana,
da lui così costrutto
per non sentirsi cosa vana”

“Non esistono bendaggi,
non conosco impedimenti
sfascia ciò che ti trattiene
butta via i ragionamenti!”

“Pane, male, luce, notte
sono stupidi quadretti
fioche immagini corrotte
insulsi e miseri concetti”

L’imene lieve della ragione
si lasciò quindi spezzare,
ed ignorando ogni prigione,
il morbo prese a rosicchiare.

Così, mano nella mano,
li vidi, allegri andare via;
il mio traviato senno insano,
e l’incantevole Pazzia!

A K.
Valenti maestri
al tuo cospetto,
per cantarti all’unisono,
cesellando uniti,
il tuo essere valente
e di spiagge
degna ed ammantata.

I fiati, mai sprecati anelano
una vita sterminata, immane,
come nido da scovare,
punteggiato di vite in attesa.

L’ombra non s’espande
e la natura,
inerme si ritrae:
con un tuo singolo pensiero
la notte mia s’abbaglia,
e gli astri s’incagliano
confusi, neri,
sfumanti.
Chi sei tu?

Itaca
La risacca accarezza
l’Itaca mia,
rifugio di un cuore
mai troppo nutrito.
Orizzonti d’acque,
profili sfoggiati,
lasciano in mano
grassa terra concreta.

Qui coltivo i miei orti
al riparo dal torto,
dissodando al pio sole
i più oscuri pensieri.
Poi riparto all’ignoto,
così ritemprato.
Itaca attende;
non mi ha mai lasciato.

Per sempre
Di bocca in bocca,
di cuore in cuore,
aleggia, essenza,
il sentimento senza tempo.

Dal mio oblò appannato,
da un fiato lieve,
spio estasiato
la corolla della sera,
così offerta
all’ultimo bagliore,
in avido suggere
ogni goccia di calore.

E non giungerà lama
che ne reciderà lo stelo,
non vento
che ne asciugherà rugiada,
non dita
che la sfioreranno;

solo eterei sospiri,
folate quotidiane,
che di bocca in bocca,
di cuore in cuore,
guizzeranno, fieri,
sfidando venerande rughe
ed occhi, umidi e pieni
d’immortali, magnifiche,
tenere promesse.

Pretesti
Quando l’agire si fa più pressante
e neppure l’attesa raffredda il rovente,
sovente l’errore diviene padrone
carpendo l’ambire, facendolo proprio.

il laccio si serra, il fine tramonta
dietro colline di scuse ed appigli,
dove, la falce, è la cura del grano,
dove, la mano, è una fonte di fati.

Fardelli ribelli si cedono al forse,
le ataviche morse divengono incerte,
le aperte ganasce, arretrano il ruolo
lasciando, sul suolo, bisacce afflosciate.

Certo, son cento, mille i pretesti
che restano, resti, in eterno languire;
non serve giurare, al tempo tiranno;
le fosse, si fanno ogni giorno più ingorde.

Così, la tua meta, si scopre deviata,
si ferma, rifiata, contempla d’intorno;
poi scorge l’inverno che avanza spietato:
“Ormai mi ha raggiunto. E’ fiato sprecato.”

Come dighe di fumo, sul fiume vitale,
pretesti.

Indomito
Eccomi, ribelle,
svelare
e riscoprir voci sopite,
per piano farle destare
e ricondurle alle gole rapite.

Eccomi, di vite,
fatale
lacrima nel mare,
guerreggiare col dio sale,
attento a non bruciare.

Eccomi, vagare,
nel sole
vulcano brontolante,
masticar meste parole
ed inghiottir lava fumante.

Eccomi, piccante,
feccia
paladino del male,
caricar lesto la freccia
e dare morte col suo strale.

Ed eccomi, rivale,
Re,
all’ultima mossa;
reclinare a lato il capo,
ma, con le unghie,
scavare la tua la fossa.

Ricordo parole
Ricordo frasi appese, lì
mere, stese, al sole ad asciugare,
ed io a saltare per cercarle,
afferrarle, per poterle srotolare.

Ricordo il nostro camminare:
con sorrisi, sguardi, discorsi,
rivestimmo passati corsi, antiche piazze.
Io, farfalla inesperta, volavo a stento.
Tu, aliante, scivolavi al vento.

E mi dicevi: ”Io lo so, perché
l’ ho conosciuto, Napoleone
non si sentiva, poi così grande!”.
“Ricorda, mio candido amico,
non albeggia ad Est: l’aurora è qui,
ad Est è la sera...”

Ed io, succhiavo tutti i tuoi discorsi,
come caramelle li rigiravo in bocca,
lentamente, per meglio gustarli.
Ed io, contenevo tutto il tuo fiato
nella mongolfiera della mia mente,
che, senza zavorra, mi rapiva al cielo.

Gli anni poi, passaggi di tinta al muro,
mi hanno mostrato, e mascherato
tutte le ore e i colori del tempo,
e, componendo il mio mosaico,
ho conosciuto quanti mezzi giorni,
e mezze notti.

Così, quando a volte
il mio tramonto è troppo opprimente,
mi volgo ad Ovest; inalo piano,
ridò calore alle tue parole,
e ricordo, con un sorriso,
perché non muore un sole.

Fioriranno
Come bocciolo
in attesa del sole
le mie parole
in punta di labbra,
anelanti il tuo sorriso,
per aprirsi e fiorire
a quei raggi incantati.

E che le mie radici
tramutino in linfa
il meglio della mia terra,
e che i petali ne sappiano
trarre profondo nutrimento,
per sbocciare
morbide e splendenti,
ai tuoi sensi, a te,
dalla fertile gola
del mio pensiero.

Domani
Ieri,
scordandomi, il sonno,
mi ha fatto riscoprire
il sapore d’un’ acqua salata,
e la durezza di calli sul viso.

In quest’ oscurità ti ridipingerò,
e, domani, ti verrò a cercare.

Con l’ego in un pacchetto
e la mia chiave in pugno
ti verrò a cercare,
lasciando aperto questo petto,
in balia della tua bocca.

Perché un giorno non è,
non è domani, non vita,
non pane.
Ti verrò a cercare.

All’alba gocce di sole,
mille pennelli,
affrescano l’aria,
e si respira un dorato tepore,
che non svanisce sonno
e sogni, appena vissuti.

Domani ti verrò a cercare,
e, ascoltando,
sarò uscio per te.

Strada maestra
Morire, per rinascere:
il silenzio degli alberi,
è l’autunno senza foglie.

Mano nella mano,
scolari e pali,
accompagnano,
predestinati, la via.

Ma perché
continui a ridere,
a gridare?
Quando,
quando crescerai?

Certo, di là,
ci sarà più spazio
per essere grande.
Certo, ritroverò
la sincera luce azzurra
e l’immane quiete
di rami contorti e protesi
a trafiggere il cielo,
per perpetuare il rito del tatto.

La mia vivida lingua sarà muta
solo quando avrà perso le radici,
e l’ anima orfana
solo quando mi avrà mangiato.

Proseguo imperterrito, intanto,
il mio cammino d’alunno di vita.

DNAmaro
Rammentavi
un pugno di terre promesse,
e come il cuore scopriva,
un grano amante del grano.
Ora guardi,
e senti il vento infuocato,
l’arso che ruba l’essenza,
e n’asciuga, impietoso, le stille.
Scorgi,
la vita che annega impotente,
in un mare di sale insensato,
solcato da insipide menti,
che giocano un dado truccato.

Ora vedi,
due mani piene di soffi,
di aria che sgonfia polmoni,
e perpetua promesse scontente,
sputando la terra e i suoi doni.

La vista migliore
Frugando,
scrutando il tuo riflesso,
l’inevitabile distorsione
m’immagina i tuoi tratti,
agli occhi miei
più veri.
Ma introvabile è il meglio
d’uno sguardo mediato,
perché poco è più bello
d’una svista d’amore.

Attrazione fatale
Guglie aguzze,
sotto i piedi,
per rammentarmi,
quando terminerà il mio volo,
la gravità del momento.

Punte acuminate,
sopra il mio capo,
per evitare,
riprendendo l’ascesa,
di restar senza sospiro.

Gaia
Getta al vento
il manto oscuro;
rivesti d’azzurro
e ponimi in capo,
il raggio possente
d’ un sole rinato;
e che ancora,
sempre,
questo ritmo tribale,
tempo di
cuore sia.

Tutte le verità
Come mille soli
d’anni d’attese,
le verità s’ardono
concrete di credo.

Illumina, abbaglia
la voglia intestina,
brandisce il fioretto
e inizia a schermire
Viene lo sguardo
un occhio filtrato,
e ciò ch’è suo raggio
è riflesso mediato.

Come mille soli
che infiammano il vero
stoccano ovini.
S’attendono danni.

Atavica leva
Vola, sfolgora, guizza,
giavellotto,
tracciando un arco in cielo;
poi, all’alba della sera,
fantastico cuoco,
m’apparecchia
ricche notti,
lauti sonni,
e ingordi, aerei, puri itinerari.

Ritrova infine,
al tramonto del mio sogno,
l’ancestrale fulcro
e, con eterna,
sapiente dolcezza,
riprende
a sollevare il mondo.

Il piano
Piano piano,
aprì il grembo e mi donò il fiato
offrendomi una vista, per scorgere al buio
e un periscopio per sbirciare fuori.
Piano piano,
lasciò la mia mano, in uno scorrere
di pelli e di dita ad uncino,
in un donare a pugni chiusi,
in attriti eterni e fausti.
Piano piano,
ha affinato il mio equilibrio,
litigando col vento per non giocarmi,
spianando la curva al mondo,
per farmi avanzare in piano e,
piano piano,
mi ha bisbigliato all’orecchio
di una vita in prestito,
anima lisa da riconsegnare
pegno di un fantoccio che
Piano piano
ha vissuto, ridendo ed amando,
ha vissuto, giacendo e vagando,
piangendo, ha vissuto, il suo tempo,
l’incantesimo eterno, ha vissuto,
il piano, piano…

Fiat lux
In un attimo di luce,
il pensiero tenebroso,
s’appiglia rifiata, freme;
bacia ciò che vede,
mira gangli, d’azzannare
e, insinuante, possedere.

Spegnete quella mente,
spegnetela,
essa è fonte di regressi!
Bruciate quel bosco,
bruciatelo,
in lui s’annida
il lupo cattivo.
Buttate la bomba,
buttatela,
s’accenda la vampa,
infinita fobia,
e che eterno buio sia!

Precarie apnee
Ti cospargi, così, d’albore
e affondi
nell’atro anfratto, padre
d’un occhio vero.

E’ l’acqua del tuo mare
a offrire rotte,
e ciò che scorgi sponda
che è confine.

Vivi il tuo sole
offri il tuo corpo,
il tepore sulla pelle
è argine di luce.

Il faro, sul tuo passo
ti renderà suo figlio,
e non soffrirà più il buio
ogni tuo sguardo.

Il coccodrillo
Emblema spezzato,
scudo forato è,
l’elevarmi a difesa
di frana ormai scesa.
Certo,
il suo passo ha soppresso,
stritolato ogni frangente,
indifferente.
Noncurante.
Ma era palese,
dichiarata, e
la falsa meraviglia di chi
ha vissuto il trascorso,
è bandiera sventolante
inamidata.
Indifendibile, la Natura,
accusa lo scarso acume.
Lei è.
L’Intelligenza sarebbe.

Fuochi fatui
Non avere timore,
non sono salse gocce di pianto,
quelle che sentono le tue sottili dita, solo,
in questa tersa, distesa, soffice notte,
la frenesia di avvistare stelle cadenti,
sta inumidendo i miei occhi esausti.

Eccola, eccone una!
Stria. Riga di luce il cielo,
rischiara il presente
e m’innamora dell’ignoto.

Non cercare il mio volto, non c’è luna ma
quest’esile scia cosmica, basta a far raggiare
il rivolo sulla mia pelle che, in un niente,
l’assetata brezza notturna, prosciugherà.

Dolcezza caduca di due pari sorti,
due fragili tracce, iniziate
l’una, dall’universo profondo,
l’altra dal profondo del cuore,
Destinate entrambe ad un’effimera vita,
e che, per un palpito, si sono specchiate.

Ecco, guarda. Guardami, mentre rifletto
l’identica amarezza di due effimeri fati.
Guarda e dimmi che ciò che vedi è l’eterno

Un altro uomo
Due uomini si guardano,
due occhi
si specchiano in abissi,
in cardinali opposti;
eppure gli sguardi son fusi,
eppure il pane è lo stesso,
ognuno non vede
che il proprio riflesso.
Impera la lotta.
Due uomini si parlano,
l’udito percepisce
suoni ignoti,
ciascuno si ferma al labiale,
e non sente e comprende
che ciò che vuole.
Il contrasto è padrone.
Si sfiorano due uomini,
magneti identici,
si ritraggono,
come lumache si ritirano,
e il fremito è di fastidio.
Il sole imperterrito rinasce.
Scrivo, io come un uomo,
scrivo di viste, di voci
di tocchi.
E lotto, mi scontro,
cerco luce.
Scrivo a me stesso.
A un altro uomo.

VariEtà
Estendo le maglie,
rifaccio lo staccio,
l’orizzonte imminente
mi fa meditare:
quello che ieri
era il grezzo, lo scarto,
oggi rivela valenti virtù.

Mi fermo disperso,
ristudio il crivello.
Che sia la mia vista
che ha perso vigore,
o forse s’è esteso,
col tempo, il mio cuore?

Eteree farine
volano al vento,
crusche concrete
ondeggiano appena.
Cambiano i pesi e
con gli occhi,
il mio metro;

le travi di legno
reggenti archetipi,
con sagge stagioni
si son stagionate,
da mani vissute,
son state plasmate.

Ora, afferro la forza
d’inverni impietosi,
comprendo il potere
d’estati scottanti:
freddare il rovente,
fondere il ghiaccio,
raschiare cortecce,
dar tempra
al mio sguardo.

Tu
Tu,
tra me e il cielo;
ritagliavi l’orizzonte
e se ti scostavi,
non riusciva l’azzurro
a riempire la tua assenza.
Tu,
tra me e il sole;
t’inzuppavi di raggi
e non luna,
avrebbe offerto
un’eclisse così chiara

Ora
il cielo, tra te e me;
ed io che imploro il celeste
di ridonarmi, un istante,
quel profilo incantato.

S’insinua il tuo sogno
agli occhi aperti,
e tra le strade,
i tuoi capelli,
hanno sempre appena
voltato la via.

Lascerò,
il mio cuore tarpato
su questa panchina,
dove le stelle, cadendo
ci hanno fatto volare.
Lascerò,
ramo asciutto il pensiero,
ai piedi del tronco,
dove l’autunno avvolgente,
lo saprà ricoprire,
custodendo il tuo volto dal gelo di notti,
e nascosto dai miei denti tremanti,
ma per sempre intagliato nei solchi
delle mie inguaribili mani.

Tempo di valzer
Povero passo mio,
così certo e vitale,
che non sa incespicare;
povero passo illuso.

Povero cuore mio,
così vero e distratto
che dimentica il ritmo;
povero cuore ingenuo.

Un giorno si scopriranno,
il mio passo e il suo cuore,
abbozzeranno un balletto,
per esibir levità;
poi, nel bel mezzo del giorno
si lasceranno andare,
e nel tempo di un passo vedrò
il mio povero cuore cadere.
Oh, povero me!

Fantasmi
Quando sbattono le porte
si schiudono le labbra,
risorgono i fantasmi,
rivivono ferite.

Sgorga,
è siero stagionato
dalle finte cicatrici;
stenta
il vento a prosciugare
vecchie lacrime indurite.

Quel risorgere è morire,
come mille altre volte;
a che serve esorcizzare
se l’inferno è dietro l’uscio?

Tu,
non sbattere la porta,
non bruciare i calendari,
non lasciare che il fantasma
torni a prendermi la mano.
E tu,
non sbattere la porta,
non mostrarmi la tua schiena,
il domani brama luce
ma il mio cuore sa del buio.

Di ghiaccio
Il ghiaccio, che sfiora leggero,
d’alone di gelo vestito
non riesce a celare il suo cuore,
anima vitrea e sincera.
E scivola, scivola e vola
su bianche distese sorelle
e rotola, rotola trottola,
scintilla su groppe increspate.
È ghiaccio, che vela e ricopre
col manto di mille diamanti,
il corpo e riaccende un sorriso
negli occhi di chi sa ricordare.
E ghiaccio è il tuo volto scolpito
e il fiato immobile e spento,
ghiaccio il tuo sguardo ed i gesti
che soli mai resteranno;
ghiaccio è in me la tua voce,
la pelle nivea e venata;
ghiaccio gli umori e i profumi
che soli mai scioglieranno.

Nella mia valigia
Cerco il modo di esserci;
nel cuore
della tua notte stanca,
nel tuo disegno arrotolato,
sulla punta
di una spada fiera.
Come diga
nel fluire di pensieri,
cerco di esserci.
Nel battere
dell’ala al vento,
aggrappato
ad un lobo ferito,
nel petalo dispari,
in un calzino bucato,
cerco di esserci.
Già mi vedo
Come quando non ci sei,
già mi sento
come quando non c’eri
e vacilla, il castello di carte
nella mia valigia.
Cerco il modo di esserci,
perché tu ci sia.

Relatività
Monotono è il diamante:
riluce, ed è
ugualmente bello,
da ogni parte
lo si fissi.
Incantevole è la vita:
rifulge
di lati ignoti e nuovi,
in ogni istante io la scorra.

Forature latenti
Mi manchi,
come cruna ad un ago,
come gobba al cammello,
mi manchi;
come filo a un discorso
ed odio al crudele,
mi manchi;
come domani al profeta,
come ieri alla storia,
mi manchi;
come foglia al pudore,
e orecchio al canto,
mi manchi;
Come tempo al tragitto,
spietatezza alla morte
mi manchi;
ti cerco, e mi manchi,
sognata vita di scorta.

A stento
Forse
i molti mari di leggi,
o troppi
i punti cardinali,
ma, se guardo le mie dita,
grondano impotenza.

E penso a stento,
imbottito e avvolto
da fiati colti.
A fatica i miei occhi
fanno breccia su muri,
su cortecce deluse;
su sguardi rubati
a distese pianure,
colme d’arbusti,
d’idee ed astrazioni
più vere e più giuste,
multicolori.

Sta,
la vecchia pianta stanca,
animo nobile in tronco
piegato dagli anni,
silente ammonimento
al già stato;
ma nemmeno la sua ombra
dona luce;
neppure il suo alone rassicura.
Ancora arranco, ancora
frugo inquieto nel passato,
e penso a stento ad un futuro.

Il conoscere, da noi
Qui,
dove la cultura si misura
a centinaia di chili
di libri letti;
qui,
da noi,
dove il sapere è pane
e strutturare è cibo
e vino il concetto,
banchettiamo
ogni giorno
con discorsi ripieni,
squisiti,
colti e con assai sale;
e ad ogni trascurabile cosa
diamo rilievo,
ad ogni piccola parte
diamo importanza;
qui,
anche il più raro fiore,
unico e sconosciuto,
è sensatezza
e qui,
da noi,
è colto.

Ultima puntata
Nei passi tuoi più scuri,
guardami, io ti farò da faro.
Nei tuoi momenti vuoti
mangiami, ti nutrirò di vero

Ma non giocarmi, non mi giocare
e come un dado, non mi lanciare,
non sono il punto su cui sperare

Nelle tue ascese, prive di prese
stringimi, sarò la roccia.
Nei tuoi deserti asciutti
attingimi, diventerò la goccia

Ma non giocarmi, non mi giocare;
sul tuo tappeto verde, non mi puntare,
non sono io il bersaglio, su cui mirare

Nella tua giungla impervia
leggimi, e vedrai la mappa.
Nelle tue vittorie
levami, perché sarò la coppa

Ma non giocarmi, non mi giocare;
e sulla tua scacchiera, non m’ingannare
o il mio temuto amore mi vedrà arroccare

Buco nero
M’accosto attento e lentamente al centro,
all’anima del cosmo e attendo,
che s’insinui luce al nero buco,
per rischiarare orditi mai svelati.

Fagocita, inghiotte, infinito pozzo,
ogni scintilla, ogni pensiero e ingrossa
come se fosse indubbio, certo,
d’assimilare tutto l’universo.

Ora conosco, io, questo segreto,
e corro, corro, urlo e mi dispero,
ora so che tutto l’intelletto
in quell’oscuro foro andrà a finire.

Stremato, poi m’accascio sulla spiaggia,
e da una stanca luna illuminato
riordino tutto il mio creato,
e al freddo cielo entropico lo dono

Al vespro
Fermati, oh sole!
Un uomo s’è perso
e l’angoscia gli grida
che sta traboccando.

Tutto è da fare,
in pochi momenti,
troppo è da dire
in esigui secondi:
questo balletto
era solo una prova,
adesso ha scoperto,
come operare;
questo avanzare era
un sogno mal speso,
ed ora conosce
tutto il valore.

Fermati, oh sole!
Risorgi dall’alba,
riporta le perle
d’istanti svenduti.

Some
Ho promesso al mio cuore
una vita esaltante,
una stima maggiore
per il suo pulsare.
Ho promesso più strali,
per farlo arrossire
e riportare più umana
ogni emozione.
Ho promesso che il vento
non mi avrebbe rapito,
e che ogni pensiero
avrei zavorrato.
Ho promesso al mio cuore
che avrei combattuto,
ed avrei ricucito
un passato strappato.
Gli ho promesso conchiglie
ripiene di suoni,
e cori marini
su cui galleggiare.

Ed oggi che ho visto,
che ho pianto, creduto,
ed ho più impronte
che passi da fare,
il giorno spergiura
che ieri era un sogno;
ma pesa in petto il fardello,
d'ingenue promesse.

Un altro respiro
Nel mare d’ignoto,
dado gettato,
ora rimbalzi,
verde pallina,
tra funghi di flipper
e soli brucianti.

Tutto tocchi e tutto
vuoi tastare,
figlio di tatto e sorpresa:
il tuo non sapere
è stiva da colmare.

Ma tutta l’acqua del mondo,
a fatica,
ti saprà dissetare;
tutta la luce del cosmo,
a malapena,
ti potrà illuminare
perché,
figlio di tatto e sorpresa
i tuoi occhi, ora accesi,
sono pozzo
che non sa traboccare.

Eterno bambino
Se tu fossi Tutto,
non avresti altro da esigere,
saresti Tutto e più nulla.
Più nulla?
Il vuoto,
vuoto anche di luce
non si lascia immaginare;
la tua carne, gonfia di pensieri,
non fa che consumare,
e incauta sognare e risvegliare
atavici nonsensi.
“Fossi almeno il niente,
che contiene e avvolge il cosmo,
piano sparirei per, lentamente,
riessere, assorbito dalla sua espansione,
in un crescendo fiero,
inesorabile, d’autocoscienza.”
Amniotico ed immenso albume,
culleresti il tuo tuorlo.
Finalmente ermafrodito;
artefice di te stesso, di un universo
le cui costellazioni
sono tue frazioni,
e le tue dita sinaptiche
infiniti tragitti da te dettati.

Ed eccoti Tutto.
Ad altro non puoi anelare.
Tu sei Tutto. Tutto sei tu.
Solo il nulla che eri,
più non possiedi.
Può il Tutto contenere il nulla?
Il nulla è scorza: lui contiene il Tutto
E, certo, non puoi regnarne poco,
non sarebbe tutto il nulla.
Ti rendi così conto, che per averlo,
devi negare il Tutto.
Si tradisce ancora
la tua instabile natura.
Ancora gli estremi si confondono.

E il Tutto e il niente,
è dondolo d’eterno bambino,
che quando è in alto,
vuol discendere, quando in basso,
risalire e,
se in equilibrio, più non si diverte.

Volerai
Chissà come fremeva,
quel ricciolo
inquieto,
mentre le folgori
si sfogavano vicino.
Piccola ciocca
persa
nel gorgo del mondo,
rintanava il pianto
sotto l’ala
d’idee paterne.
I pensieri,
saette latenti,
balenavano a sorpresa,
che la mente
acerba
ne restava abbacinata.
Troppa energia,
in così troppo
poca vita,
e la crisalide
avviticchiata,
non riusciva a spiegarsi
e spiegare
le sue giovani ali.
Volerai, volerai,
promise candida
la colomba,
volerai,
fece eco il corvo
di fumo nero.
Volerai, bimbo.
Volerai.

Orme di sabbia
Arrancano i ricordi di un sentiero,
di foglie e ricci secchi per tappeto,
scricchioli autunnali sempre amati,
da sandali di gomma avventurieri.
Scioglievano i colori novembrini,
confusi da giudizi ancora acerbi,
profumi amici di brusii lontani
e nudi nidi, sui legnosi arti;
sfioravano le punte nubi incaute,
il cielo era lì, poco discosto,
e come un album da ricolorare,
offriva forme alla mia bocca aperta.
Ma i giorni lo stradino hanno scordato
e quando son tornato per cercare,
i rovi mi hanno dato il benvenuto
e non sapevo più dove guardare.
Invecchia l’uomo e riga sulla fronte:
è ruga d’oro scritta dal tragitto,
che se non si percorre più sovente,
svanisce, righiottita dagli sterpi.

Soli nascosti
All’ombra
del mio sicomoro
rivolto
le zolle deluse,
per farle
baciare dal cielo
e inondarle
di spore novelle.
Taglio le unghie
alle piante
per renderle
più rigogliose,
estirpo
le erbe maligne
che levano linfa
al mio prato.
Coltivo radici
e germogli
riscoprono
il sole di marzo,
all’ombra
del mio sicomoro.

Di te
Dell’ aura che gioca
con fronde cangianti;
dell’ avido rodere
d’un bruco affamato,
io vivo.
Dell’ombra che allunga
e che fugge dal sole,
dell’urlo alla luna
di gole lontane,
io vivo.
Del cuore di un cuore
che batte, che batte
che scorre la linfa
di vita,
io vivo.
Ecco, io vivo,
nell’iride rorida
di gocce d’aurora;
in tessuti di ragno
tramanti tra l’erba,
io vivo.
Io vivo,
nell’ occhio di luce
che impara il tuo corpo,
nel serico fiato che
vela il tuo petto,
di te,
del tuo vivere,
io vivo.

Fragole prone
Pretesto.

- …Solo quattro
fragole selvatiche.
Per il suo piccino.

Tra dita tremanti,
il ciuffo verde di giugno ora colto
impuntato d'un rosso inchinato.
Parole di gocce di sangue
negli occhi di padre.
E la mano che stringe
e che soffre
la Primavera imbrattata di ieri.
- Sa, mi manca tanto
mio figlio!

Pretesto d'Amore.

Anima pura
non ammortizza più
l’anima opaca che stringo,
e sonde e gangli stranieri
la passano e storpiano incauti.
M’accovaccio nel cielo,
ridisegno un feto.
Rarefatta, l’aria che sento
è più amniotica di mari di sale,
più madre di terre argillose;
un cordone saprà riportarmi
nella mano che mi ha generato,
e il mio essere sempre in cammino
saprà ripartire dal pianto.

Attimi
Attimi,
stille d’istanti,
s’avvicinano lesti
per appena spruzzarmi
e fuggire al remoto;
buco nero del tempo.

Attimi,
suonano al mio campanello
e via repentini vociando
a celiare, scalpitando le vie,
senza nemmeno concedermi il tempo
per adirarmi.
Sono secondi sul mio quadrante
provo a fissarli
ma mutano ogni momento,
e già non sono più loro.

E poi via, via.
Via,
in un’inutile ed eterna ricerca
d’ un domani che dia loro asilo.
Via,
mano nella mano,
ad assecondare altri quadranti.
Via,
a giocare altri astanti e scovare
campanelli sorpresi da fare squillare.

Nel castello
(a Katia)

Nel castello
dei tuoi pensieri,
troppi gli intoppi
e gli spigoli vivi,
per chiudere gli occhi,
avanzare a memoria.

Ed ogni stanza
è stanza di stanza
e il pavimento
è di steli di rose.

Proverò ad entrare,
in punta di cuore,
per non forarmi,
per non ferirti;

e quando un’aiuola
avrò ritrovato,
seminerò
mille spine spuntate,
per dartele in dono
nei giorni d’inverno,
quando il gelo,
in agguato,
sarà più pungente.

Colgo a piene mani
Colgo a piene mani
dal fondo del mio cuore,
da polle sempre fresche
e ricche di sciacquii.
Sorgenti misteriose,
e nate chissà dove,
si mischiano, avviticchiano
d’ossigeno m’inebriano.
Colgo a piene mani
da fonti itineranti
m’abbevero di vero;
irroro il mio pensiero.

Soccorsi fantastici
Corri, in questi giorni scuri.
Corri, accarezzami il cuore.
Corri, giungi in mio aiuto;
in questi giorni crudi,
amari,
almeno tu, fatti certo
e rischiarami, sogno:

se apro i pugni, non vedo.

L’adultero
La vedova è nera:
il maschio
l’ ha beffata,
e tradita
con la morte,
che a letto s’è portata.

“Giuda,
è tuo il bacio che ha tradito!”

Tradendo la sua gola,
tradendo il suo appetito.   

Infanzie infrante
(tre giorni a Beslan)

Brillavano sottili e inconsistenti
aggrappandosi allo stelo, ai loro sogni,
le dita di mollica e bianco latte,
la linea della vita da inventare.

Abissi, dietro gli occhi da colmare
e mille piedi e impronte da lasciare,
soffiati via da giochi troppo grandi
da fuochi fatui freddi ma letali

Saranno loro
la coscienza del futuro,
la catena che trattiene
adunche mani
amare
e colme solo di dolore?

Saranno loro
il cuore di domani,
che pulsa, vive, irrora arti,
anchilosati e crudi
da linfe
acide di ieri?

Brillavano discoste, inesistenti
pupille che sputavano al reale,
le dita di mollica e rosso sangue,
nel palmo una parabola già incisa.

Venite bimbi, spugne, non temete
questo è ciò che voi vivrete;
venite, non perdete una parola:
è solo il primo giorno di scuola.  

Fragile
Affacciato al poggiolo
dell’ istante, vedo
saltellare la mia gioia
sull’ erba fresca.
Profumi forano
i sensi
e l’imminenza
è una dolce attesa.
Sereno, è sereno
il bosco, e freme
come foglia al vento
il mio pensiero,
aggrappato al ramo
del momento.
Un battito di ciglia,
ed è già asfalto.  

L’ultima parola
Come vapore è promessa di pioggia,
nebbiosi i pensieri
scrosceranno domani;

e saranno alluvioni,
dirompenti parole su gole bruciate,
tuoni squarcianti silenzi di seta.
Saranno tumide nubi,
salate d’oceani incombenti,
abissi nascosti rigonfi di verbi.

Non Arca, non biblica cima,
potranno salvare le menti stravolte
da fiumi ululanti.
E parole saranno la clava,
parole il sasso, la lancia,
il fucile. La bomba.

Conquisteranno le terre
d’uditi disposti,
subisseranno sordi nemici
e insegneranno l’immensa potenza,
sganciando sui tetti ignoranti,
la terminale Parola Atomica.    

Sarà
Quando sarò sereno
ti penserò più piano
ricorderò il tuo seno
e un fremito lontano

Potranno un giorno i giorni
sembrarmi dei momenti
e i pensieri in cui ritorni
cacciare via i tormenti

Ma non ora, non adesso
che ti ho quasi cancellata
e annullato ogni recesso

ma non adesso, non ora:
c’è la mente mia che brucia
il mondo si scolora

Stanotte sputerò alle stelle,
maledirò l’ amore
mi sfilerò la pelle
e con essa ogni tuo odore

Stanotte le grandi ali
si formeranno a culla
e forse, mentre sali
ti vedrò volare al nulla...

Quando sarò sereno?

Come vento
Il seme di maggio è tra noi,
più avanti il suo cuore lo farà vegliare,
più in là il suo orgoglio lo farà scoprire
e l’occhiuta betulla, sorridendo m’addormenterà.

Piccina mia, che guardi e non intendi
ascoltami, ti prego, non danzare sul mio cuore:
i tuoi capelli si poggiano sull’aria,
ma le bisacce colme, s’infrangono ai tuoi piedi.

La casa dei fiori non apre più le porte;
anche il sole deve entrare di soppiatto,
da fessure,
dove una brezza che sussurra appena,
ritrova vecchie crepe scure, dimenticate.

Ma né sole né fiore ti fanno signora
né il futuro ti vede presente.
Solo qualche ricordo, qualche ruga sul mio muro,
qualche brivido che torna, e mi concedo.
Solo istanti. Già.
Solo.

Come vento, se ascolti,
come fremito di foglie la mia pelle,
al bisbiglio incauto che il tempo manda.
E come nube diventa goccia, il pensiero si fa lacrima.

Momenti. Anni. Anni, in quei momenti !

Poi, impietoso, il vento che porta,
porta via.
Protetto dal mio fiato umido, il seme si farà fecondo;
e, delle nuove radici, la giovane linfa,
lei no, non svaporerà.

Bilingua
Ripopolare, ripopolare
è facile dire.
Giostre,
cigolanti voleri impotenti
Strade divise, vesti ormai lise.
Cavalli, promesse e sirene.
Notti bianche, lumi, falene
e voci.
Voci tante, voci stanche.
Voci
rimbalzano, si fondono e saltellano
giocano, si alzano e imprecano.
Sbraitano.
Tremano
ma avanzano, fiere di essere
d’ incrociarsi, tramare, tessere
di vuotare il mare, di vette scalare
e schiette toccare
con garbo
il cuore disposto o di mosto ospitale.

Voci avare
Questo velo è da scostare, pochi anni basteranno,
voci vere,
si potrà ripopolare e ripartire con l’ inganno.

Giochiamo?
Discrepanze emotive:
i sentimenti infimi annaspano
dentro coclee impietose.

Il tritagiorni imperturbabile
prosegue la sua opera mastodontica,
in uno sfibrante ed illusorio lavorio
di compressioni e impasti,
come se l’ombra, spremuta,
restituisse il sole.

La soluzione è assortita
ed i grappoli di sfere
si sbatacchiano allegramente.

Ma,
sarà perché il quotidiano
reclama il suo bottino
o perché l’incognita fagocitante
vuole sempre la bocca piena,
che l’imminenza, più esile e pungente,
riesce ad insinuarsi
e tra le spire indenne a passare.

E’ in questo fluido ammortizzante
e amniotico, ora approdato,
che un’ infinità di anfibi
si muta in autoattesa.

Tutto è spiazzato.
Dannazione,
non resta altro da fare :

giochiamo?

 Ridicolo animale
Effimero è il tuo scopo,
se così lo puoi chiamare.

Godi l’ attimo, un respiro come mille altri
e mentre domi la puledra di razza dubbia,
o forse troppo nota,
il tuo sudore umetta un’ altra pelle.
Scarsa dedizione. Scarsa l’ emozione.
L’ animo animale affiora,
l’ anima non geme, ne sei conscio
e ancora, l’ aura bestiale impera.
Ciò che vedi è.

Effimero è il tuo scopo,
se così lo puoi grugnire.

Stupenda è la bestia dal muso bavoso,
immensi e vitrei i suoi occhi, che ti ci puoi specchiare;
- Fratelli, siamo fratelli ! - urlano quei globi.
Gli alibi si incarnano e tu,
tu ne sei il boia.
Così, deciso affondi i denti, per non dar loro scampo.
Hai mai morso l’ acqua? Lei, ti sfugge tra le dita;
come l’ aria che, pensasti vittorioso un giorno,
d’ aver imprigionato nei polmoni.

Effimero è il respiro,
ed effimero è il tuo gioco, s’ è un gioco da giocare:
il rubinetto dell’ avidità, non smette mai di gocciolare.

Già il tuo sogno, che non attende più la notte
t’ ispeziona con passione, e non ti lascia addormentare.
Allora, riconosci le gocce sulla volta della mente.
Allora, il cavaliere perduto china il capo,
e, dentro l’ armatura d’ osso, gonfia il petto per l’ ultima volta
poi, bestemmiando si getta, come egli stesso avrebbe scagliato,
senza dare alcun peso, un torsolo di mela. Frutto ormai spolpato.
Ciò che hai visto, è stato?

Effimero è il tuo volo,
finto e figlio di un qualsiasi incrocio.

Dall’elmo, ciondolante per l’ira dell’ impatto,
niente sangue. Solo un rivolo di bava.
Un Angelo, deturpato dalla verità, medita una sconfitta.
Chissà dove, brandendo la sua spada di ghiaccio,
l’ uomo, nudo riconosce le grida e i bagliori lontani:
sul colle della conquista, una puledra attende.
L’ uomo corre alla battaglia.
Ancora una volta la sua arma,
effimera,
fino al sorgere del sole, non si scioglierà.

Tutto ok
Nel giorno dello sparviero,
fisso e nobile il suo veleggiare,
nel suo giorno, nei suoi artigli,
brandelli di pensieri informi,
le radici penzolanti, si lavano d’aria,
s’inzuppano di sole e si cercano,
resoconti quotidiani unici,
per familiarizzare,
mentre giù, sempre più giù,
rincorre il suo indice l’uomo casuale.

Chi gli avrà rubato l’orientamento?
Seguendo il suo dito, freccia scoccata, non sa
che è quel dardo a comandare.
Nei suoi passi dinamici c’è la certezza;
l’odierno ben stretto nel pugno
e il domani nelle pupille.

Chiamiamolo caso, l’ombra che scorre sull’asfalto.
Chiamiamolo caso, l’occhio che la incrocia.
Eccolo il nodo, ecco l’istante.

Dita non avvezze a stringere,
s’ articolano a formare un simbolo fallace;
pugno d’aria, birillo da abbattere
che non è rabbia, che è inganno
che non è vittoria, non forza,
ma che tutti possono ammirare.


Lassù, nel frattempo, parole mai dette,
temono il nido e famelici gozzi.

Inutili giorni, inutili voli e vani pensieri
si perpetuano ancora.

Semplice
Nell’andito introverso, ego
di rinnovato ardore,
di novello tepore, lego
tatto e senso,
se penso al tuo derma;
e né colpisce né stupisce,
come perda ogni valore
e calore anche il colore
d’iride estrazione,
che di cosmica creazione è figlio.
Certo, meglio di misera frazione
quest’immenso mio di te pensiero,
e, pretta conclusione,
sussurro e spero:
“è vero, è vero”.

Distanze intergalattiche.
Parsec di parole.
Ponti fra universi.

Che sia Amore?

Semplicemente!...

Uomo
Prosegui fiero
la tua lotta contro il buio.
La sciabola di luce è il fulcro
dove poggia il coraggio,
dove s’infrange l’oscuro.

Labile fiammella,
ingiuriata da rose di venti
è il tuo cuore, bersagliato da dardi,
da aliti fatali,
ultimi sospiri di demoni gelosi,
che ne intaccano crudeli
le tenere fibre irrorate d’orgoglio.

La tua forza, l’amore.
L’amore, la tua debolezza.

Sì, non Dio né demonio,
ma Uomo, unico, inarrivabile.
Figlio di sputo e terra,
impasto azzimo, appena scernente,
ma vivo e molteplice,
come le facce di sfera.

Ecco il tuo potere:
l’impareggiabile uguaglianza,
che ti rende simile
ad un’infinità diversa.

Che non ti rende Dio.
Che non ti rende demonio.
Che ti rende Dio e demonio

Giuda, mon amour
Vittima di una svista interiore,
in un ingenuo istante stolto,
hai aperto il petto
e mi hai mostrato il cuore.

Ho smesso allora il mercanteggiare e
cinico, perciò onnipotente,
t’ ho strappato l’aorta e
guardato boccheggiare.

Ancora non sapevo che, svanito
quel nettare rosso, la mia linfa,
i miei canini orfani, all’infinito,
t’ avrebbero cercato.

Eccomi mostro di sentimenti.
Eroe da purgatorio:
pronto al fatuo, meno che polvere,
attento al rovente, più che gelo.

Sono io, architetto di sabbia.
Più vero di un fiore di carta e
imperdibile, come il tempo passato.
Gioioso, come un bimbo mai nato

Sono io, bacio da marciapiede,
dissetante, come latte di fico.
Coltello di stoffa ed eroe di gesta di fumo,
sono io
asino e biada che vive e vivrà
in un eterno mangiarsi.

Sono io, ombra notturna, sole spento.
Panno steso in asciutta attesa,
sono io, dannato,
poeta e poesia che vive e vivrà
in un deserto e inutile
scriversi e cantarsi

Altre impronte
Il frutto della notte ormai scarnito,
senza più profumi d’ammaliare,
era come l’ombra della mia parola:
il sole la passava senza storia.

Dell’albero dei sogni e dell’incanto
decisi allora, di partire alla ricerca,
per cogliere dai rami in ogni istante
bocconi di pensieri inebrianti.

I passi s’inseguivano, come i grani di un rosario
e vergavano ogni giorno le parole del diario.
Ma in quell’azzurro alieno, dai mille drappi pieno,
la mia bandiera fiera, non copriva alcun baleno.

I paesi si lasciavano violare
da sguardi miei da brame appesantiti,
dai battiti e richiami del mio cuore,
che sfioravano dei sogni già appassiti;

e quando mi pensavo ormai perduto
convinto di restare a mani vuote,
lo vidi in quell’angolo di piazza,
promettere la sabbia ai pugni chiusi.

Gli occhi miei stupiti, non sapevan di sapere,
che tutte quelle gocce era un mare di chimere.
Gli occhi miei velati e di promesse ormai sopiti,
non conobbero in quei grani, dei sussurri già sentiti

I gusci, dalle anime svuotati
ruzzolavano nel vento della sera,
con le loro bocche tonde, spalancate
che sembravano gridare di stupore:

“Dov’è, dov’è finito il nostro cuore?
Oh, mio Dio, aiuto, per favore!
L’abbiamo barattato per tre soldi
ed ora lo vorremmo riscattare”

E l’albero dei sogni e dell’incanto
se ne stava, come tempo, lì a passare;
Era lì, palpitava al loro fianco,
ma nessuno si sapeva avvicinare

E l’albero dei sogni e dell’incanto
se ne stava, come libro mio vitale;
era, crudo, tutto scritto, lì al mio fianco.
Ripartii, per riscriverne il finale.

Sfogliando
Tu, che foglia ripudiata
t’aggrappi disperata al vento,
t’appoggi al suo gelido fiato,
per prolungare
il tuo ultimo volo,
ascolta,
la nuda terra ti chiama e tu,
vecchia pagina,
piccola coltre ideale,
ciberai il suo seme,
lo donerai al domani,
rubandoti all’oblio
di un infinito planare.

Senza peccato
Lanciasti convinto
il tuo sasso tagliente,
sospinto e incitato
da grida di bronzo.

Quel mero disegno,
di linee pure,
per te era pegno e
garanzia di ragione.

Ma i tuoi aloni deviati,
di fluidi ormai pregni,
imbracciavano vinti
concetti stranieri.

Mai avresti scoperto
la supplica fioca,
se non risvegliata
da quel tonfo incerto.

Una pietra ignara
s’investe golosa,
di venti inventati,
da suoni scordati.

Tu, scostati centro,
che la mira è più vera,
di lingue schioccanti
e libere, e stolte.

Il vecchio che va
Ecco l’alba con due soli
La vedi. Li vedi:
fratelli, paralleli,
come imperatori stanno.
L’uno è orbitante e ligio
al suo filo copernicano,
l’altro ribelle, oscilla e danza
intorno al gemello binario.

Un attimo, uno sprazzo,
una valenza si spezza;
l’infinito trema, il tempo
si volge ad ammirare
la discesa superba, rombante,
stupenda.
L’astro rimbalza e saltella,
la terra s’arriccia;
l’aria fonde, il granito evapora,
la storia sfuma.
Spore nuove impregnano il tutto,
il pulsare gonfio e aritmico,
preludio di nuovo, ipnotizza
e riplasma vergini menti.

Ecco l’alba con due soli.
L’uno, monito, statica apparenza;
l’altro, vero, grida e ti reclama.
Ondeggi sulla lava, aliti fiamme.
Tutto è arso, attorno a te,
magra caloria del cibo universale.
Non sei più nulla.
Sei solo il vecchio che va.
Grida e ti chiama.
Non lo comprendi, nuova è la lingua,
o canuto è l’orecchio.
Grida e ti richiama.
Non ti opponi, è il tuo midollo,
la tua ultima essenza;
gli corri incontro.
L’abbraccerai.

Canti smarriti
I turbinii di pollini
ti lambiscono la pelle,
come quando, senza peso,
guizzavi sui tuoi prati,
posandoti sensibile,
s’un canto di grillo
e un palpito d’ali.

Antichi tocchi,
canuti tatti, ora sopiti,
d’altri contatti triti.

Riscopri così
che ciò che è inciso,
pur levigato, è parte,
è geografia,
e non esiste sisma
che ne cancelli
ogni minima traccia.

In questi istanti pregiati,
abbracciati, non temerti.
Fatti polvere, donati al vento:
lui sa scorrere e baciare ogni vetta.
Sarai clessidra e conterai con essa;
e tanto più ti sentirai granello,
tanto più ti renderà montagna.

Colori in bianco e nero
Ti cullerò, dolce malinconia
che mi sorridi, in fotografia,
dove il bianco è appannato dal giallo degli anni.

Lo scrigno si schiude, dietro lo sguardo
rivivo i chiarori, nel tempo mi perdo
e d’incanto, la mente mia torna a frizzare.

Ricordati di me, giovane sogno,
dimmi il futuro e se ne sono degno,
e se le tue dita, chiare, mi sanno ancora sfiorare

Saprò riscoprire una poesia
mi renderò vero, con la fantasia
e sarò proprio io, come tu m’ immaginavi

Farò sì che il sorriso, ed il pensiero
possano, infine, unirsi e davvero,
come vento e aquilone, rendersi disegno solo

Ti proteggerò, velata nostalgia
che mi riporti, in fotografia
dove il nero di candidi occhi, è il verde degli anni.

Strada o cammino
Il dire, l’annuire e il dissentire;
il tam tam ti tormenta.
La goccia scava la roccia

Il carpire, il condividere, il sembrare;
il passaparola ti assilla.
La goccia scava la roccia

Il formarsi, il crescere, l’imparare;
i forse ti spiazzano.
La goccia scava la roccia

Il comprendere, il gioire e il compatire;
le grida ti saturano.
La goccia scava la roccia

Ed infine ti chiedi, tra tanto ostentare:
sei goccia che scava,
o roccia scavata?

Consonanze
Danzando sui tasti della vita,
pochi brani si lasciano afferrare,
e se ti fermi, rapito ad ascoltare
in un lampo la strada è già finita.

Danzando sui tasti della vita,
ricordi e accordi puoi creare;
rari abbracci, da non dimenticare,
negli affanni della tua salita.

Danzando sui tasti della vita,
se cedi ad incantanti vibrazioni,
mille sirene, veementi tentazioni,
fanno di te una nave mai partita.

Danzando sui tasti della vita,
l’ebano e l’avorio puoi notare,
però, pigiandoli, è un attimo stonare,
levando fiato ad un’aria già sentita.

Danziamo insieme sui tasti della vita,
e misuriamoci in orchestre sempre nuove;
ma in questo insieme non esistono le prove,
e il Direttore non prevede una riuscita.

Stupidi viaggi?
Dietro i confini tuoi, storie di marinai
di viaggi ignoti, strisce di navi
spumose, candide, splendenti
e subito inghiottite.

Come lama che fende l’aria,
la traccia del tuo tragitto,
fiato d’inverno, bocciolo avvizzito,
verbi in svanente, madido fumo.

Vorrei cantarti, sai, dire dei mille noi,
sprazzi per mano, momenti fratelli,
congiunti, danzanti, lieti,
sul vivo vivere e brusire d’api

Ora, non saprei s’è inumana natura,
o innaturale umana visione,
ma il pensarti nube piangente,
è riportarti, torrente, nell’accaduto mare

Come albatro errante, sorvolo
distese ondulate, alla ricerca di labili scie.
Solo onde increspate, venate di schiuma,
rapiscono e traviano le iridi mie.

Mai più itinerari, senza stelle polari,
mai più senza sestanti.
Mai più, false comete, suadenti sirene,
navi volanti, fatati calzari.

Mai più, mai più.
Così, stupido comandante,
io, ogni volta, al rientro
ormeggiando mi giuro.

Filastrocca della vita
Per cibarmi, già al mattino,
verso versi nel frullino:
corsi scorsi e campanelli
cieli tersi e bai cavalli

Variopinti pappagalli.
Guai ai vinti e pii orizzonti,
immensi monti, ponti e santi;
canti antichi e antichi pianti.

Al pomeriggio tutti i venti
fasti e vanti, eventi lieti;
sguardi esteti, occhi stanchi
cocchi bianchi, il mio volare.

Tutt’ insieme a mescolare
e creare un bell’impasto;
premo il tasto poi, la sera
e da mia sfera, traggo stilla.

Ecco, balla, una favilla
che s’illumina e si trita;
breve vita, lieve assaggio,
e svanisce il mio miraggio.

Animamina
Voglio demolirti, cubo grigio
inchiodato nel tempo.
Come un guanto,
voglio rivoltarti, per mostrarti
quanto sei uguale: sei scorza,
solo scorza,
null' altro che scorza e,
sotto questa, un cuore di scorza.

Maledetto il giorno,
quando ho creduto
che tu potessi sanguinare.
Maledetto il giorno in cui,
ti ho mostrato le mie ferite.

È un’anima stolta, la mia
illusa da specchi
ed auto riflessioni:
il più dare così, è più ricevere
ed appagata, la logica
si fa sentimento,
e non mi lascia ribellare.

Lo sa pure il mio addome svuotato,
che, ora, non possiede nemmeno
la forza d’aver fame

Conflitto
Impatti violenti, fragori lontani:
proclami fondenti in informi forme.
Rintraccio il bandolo, per districarmi,
per riformare pensieri ammassati.

Starò oggi in casa, nel guscio a guardare
nel mio giardino, cadere giudizi,
pretese, concetti, come neve dall’alto
che oscura il mio cielo, che ricopre la via

E quando tormenta, sarà infine passata,
potrò riuscire, affrontare l’aperto,
e ben imbottito, per non subire influenze
giocare a rifare un pupazzo d’idee.

Sono ruota
Sono ruota che gira, che morde il terreno,
che cambia visione in ogni momento.

Vortica il mondo, la terra ora è cielo,
avanzando, prillando, verso il mio fato.

Un giorno mi dissi “Guarda in modo globale”,
un giorno m’ imposi “vivi a tuttotondo”

Feci cerchio, così, il mio progredire,
formando a spirale ogni mio pensiero.

Ma il correre oscuro, sempre più lesto
mescola il prato, l’azzurro, la roccia;

e se allungo la mano per cogliere un fiore,
fra le dita non resta che fiato di nube.

E’ vita. E’ sogno
Tu,
che temi il tuo sguardo,
riflesso
da bocche oscure,
il porti in piazza,
l’esibire il tuo petto,
osi ghermire la mano
alla notte,
e giocare la carta finale.

Butterata, la luna t’ignora
e, smunta, a te cela un profilo,
donandolo al resto del cosmo.

Quel dorso ti gioca, t’irride.
Disperato ricerchi
il valore del germe sperduto.

lo urli sui muri
lo implori agli eventi,
lo preghi ai sentieri
lo sputi al tuo fato,
e quando rialzi lo sguardo,
una gravida Terra sorride.

Ecco la luce, e in mano,
il fluido assoluto,
più grande del mondo,
dell’universo.
La faccia nascosta
è in tuo pugno: è seme, è vita,
e fino al risveglio,
fino ai confini del sogno,
con te fiorirà.

Remote regioni
Destandomi al giorno
spalanco la luce
e inondo i polmoni
di pollini nuovi

Sfiatano scorie
illuse e perdenti,
bacia l’olfatto
un verde profumo.

Abbracciami, sì,
mia Primavera
coglimi adesso,
stupendamente!

E se ciò che provo
è rinascere ora,
che ciò possa essere
il mio sonno domani.

Consapevolezze
L’ avvenuto m’accarezza,
non mi lascia allontanare,
sempre pronto a far sentire
il suo fiato sul mio corpo.

L’imminente, più sottile
come gas passa i recessi,
insinuante ed adesivo,
m’avviluppa come ragno.

L’evidenza non rincuora
quest’annosa scorza stanca,
il sapere si fa icona
ma non sbroglia le fobie.

Vorrei essere digiuno,
non conoscere il passato,
per poter portarmi avanti,
senza remore avanzare.

Vorrei essere incosciente,
non temere ogni mio passo,
potrei giungere al mio colle
senza impronte da calcare

Vorrei essere, non sono,
riconosco i miei sentieri;
vorrei non essere, ma sono,
posso solo proseguire.

Sorrisi
I giorni, che avanzano, promettono spazi:
mille scatole vuote, multicolori.

C’era uno sguardo che era porta sul cuore,
che ululava alla luna, s’aggrappava ai miei occhi

Ricordo una smorfia, un’anima esausta
non cercare più appigli, lasciarsi lasciare.

Boccheggiava il sorriso, labbra rosse, carnose,
disegnate su polsi; sputava la vita.

Un’altra bandiera, ansiosa ha garrito,
fino afflosciarsi, dal vento tradita

Ed ora, che i giorni, non san dove andare,
rimangono i vuoti, di colori coperti.

Rimangono mani, che sanno il tuo nome,
che lanciano corde a pugni ormai persi,

e mille scatole vuote, in confezione regalo;
mille scatole piene di giorni avanzati

Ricerche
Le giovani vele,
rigonfie di forse,
mi recano incerte
tra terre straniere.

Il mio adattamento
concorda il prosieguo,
tra fusti mai visti
e orizzonti sognati.

Rifondo certezze,
anfratti svelati,
in cambio di soffi
d’origine ignota.

Nocchiero io sono
di velieri di stagno,
e affronto le belve
del mio giardino.

Come Salgari viaggio
nella mia stanza,
come uomo mi pasco
con la fantasia;

e finché avrò fiato,
per gonfiare vele,
o crateri di senno,
d’andare a scovare,

godrò l’ignoto
baciando l’incerto,
vivrò la mia giungla
come astronomo il cielo.

Vanità
Combacio i segmenti,
sfioro gli estremi,
mal celo i dilemmi
che sbuffano in scia.

Mutano i corni,
come i nomi dei giorni,
come un sole ostinato
a rinascere eguale.

Sfilano i volti
come icone impazzite,
come l'uomo pentito,
che riviene seme.

Tu sovrano avvoltoio,
vieni a baciare
il mio fegato stanco,
un pensiero ormai vago;

fammi esultare
del gusto del cielo,
perché non colga notizia,
d’un essere vano.

Aromi di ieri
Ed è come vessillo, il comignolo fumante;
come promessa aulente, al vento viandante,
e pare declamare:
“Odorate qui;
qui il pane, tiepido e fragrante,
cedete l’apparire, dimentico di ieri.
Profumate qui;
qui il tipico tepore, tenero e
ruspante, della madre del passato”.
Mormora a nari il suo superbo emblema,
sussurrando ciò che è genuino;
combatte fumaioli e ciminiere, di lezzi e miasmi neri.
Dimostra ansando l’impegno della fiamma,
e abbraccia il borgo brumoso, in pace coi fratelli;
poi, con l’ultimo suo sbuffo, tremulo fiabeggia,
donando al cielo di bambino, e all’animo mio,
un’altra pecorella.

Orologi forati
(Fuga a Samarcanda)

Echeggiano trombe e l’indice atteso,
rapisce ogni sguardo, pietrifica il coro.
Stupidi primi, stolti secondi,
già nati, già morti, s’inseguono eterni.
Gli attimi persi si guardano intorno,
indubbi d’avere uno spazio vitale.
Ma è corrersi contro, restando sul posto,
meditar d’allargare i gangli del cosmo.

E decolla il mio capo, in cerca d’un corpo,
più consono e vero di carne consunta;
fugge tra nubi e tempeste incipienti,
tra passi di stormi che inseguono il sole;
si posa sul collo del fiasco del mondo
ancora più illuso, di tappare buon vino.

Ma il tempo smarrito rintraccia il tragitto,
mi scuote e riscuote il pegno mal speso.
Tutto riprende, impietoso esattore:
streghe sfatate, parole mai dette,
versi mai sciolti, infinite premesse,
orologi perdenti, mie ottuse attese;
lasciandomi il viso sul gelo di marmo,
a far da custode a plastica in fiore.

Pomo scaduto
Mordo la mela e attendo,
che giudici infallibili
mi giochino il castigo.

L’Oriente incerotta
un ago scombussolato,
nella speranza magra
di rendere equo un mondo.

Ma anche il saggio, a volte,
contempla troppo la luna,
mentre lo stolto affamato,
gli mangia il dito.

Non c’è più segno da seguire,
ritorna a grugnire l’idea,
diviene così lecita ogni via.

Addento la mela e attendo
la notte di stelle polari,
l’amico di salda mano,
un mare di gonfi alisei.
Sarò ingenuo burattino,
e ancora, mi lascerò fidare.

Fortunali eventi
Svetta la vita appesa
su pennoni di burro,
ignara e protesa
a fortunali inumani;
a giocondi dei dei venti,
celianti ed intenti
a rigonfiare vele,
come ignare pedine.

E come palloncino,
il padre mio
è aleggiato via,
come un gioco di bimbo,
che ancora lo attendo.

Sventolo io, aggrappato
ad una labile asta.
Aspetto i giorni
di calma piatta,
riprendendo il fiato
a stanche membra.
Aspetto i giorni
di miti oceani,
per risolcare cicatrici
su mari, indelebili.

Rifugi
Saranno giorni di storte e d’ampolle,
giorni sfiniti ed inconcludenti;
vivremo fuggendo da gocce di fiele,
sputando sul mondo il suo traccheggiare.
Suggeremo al celeste le nostre chimere,
strappando ad un’iride i fasulli fondali.
Saranno i giorni di formule errate,
intrugli di voci, di bocche invadenti,
che svelano il nulla ch’è fonte del verbo,
vuotando gli otri che sanno di muffa.

Saranno i tuoi giorni, sfinito poeta,
d’arti pennuti che non san più planare,
di massi ammassati su inutili resti
di legni incrociati su marmi ormai morti.

Giorni di sfera, ormai senza atmosfera.

Allora scavare, narrare, gridare,
saranno soltanto ciò che son stati:
solo parole, pure magie,
meri miraggi su spiagge del tempo,
bruciate dai giorni, inghiottite dall’acqua,
a fare da cibo agli abissi dei cuori,
dove rari guerrieri riescono osare,
dove astronomi ciechi non sanno cercare.
Cuori troppo vicini, per sguardi lontani,
troppo sfumati per mani rapaci.
Ed ultimo anelito, in quelle mitiche fosse,
assetato poeta, ti lasci affondare.

Poesia
Non lasciarmi,
Luna che vivi il riflesso,
preziosa pietra,
spettatrice d’immensi
astri nascosti.
Non mi lasciare, poesia,
che rifletti la vita,
dono inestimabile, unico,
testimone di uno sconfinato
cuore velato

Per te
Per te rivelerei le guglie,
avessi in tasca il volo;
racconterei gli abissi,
masticassi l’acqua
e irrorerei radici,
potessi sciogliere la Terra.

Per te sarei grano,
per inventarti valle;
mi farei madre,
per ambirti figlia,
e ti riporterei embrione
per cantar la primavera.

Ma sono solo poeta,
so solo sognare,
e il mio solo potere,
è donarti un Mondo.

Per mano
Scendono torrenti,
recidono i ponti
percorsi secolari.
Volano illusioni,
trafiggono i pensieri
prostrati cuori.

Vinceremo ancora
e mai più,
ci lasceremo spezzare,
trapassare
da ponti in pietra,
da impietosi risvegli.

Combatteremo uniti
dannate radici,
metastasi
affamate, avide di corpi,
di vite, di sogni.
Il nostro incedere
fugherà
semi mutanti,
neonate cancrene,
come il fresco domani
inghiottirà
un oggi consunto.

Scendono torrenti
e noi,
sotto i ponti,
solcheremo terre
e rive, vive e grate.

Come pane
Fluttuano i ricordi.
Lieve brezza
sulle spighe piega,
ed accarezza,
gentilmente,
gli aurei scettri
vitali e gonfi,
di promesse e cibo.

Tenui zefiri
solleticano l’animo
insinuando, impertinenti,
fino al margine del conscio
il loro lieve carico di sogni,
mosaici vitali
scomposti e latenti.

Sono onde di grano,
i miei pensieri al vento,
in instabile attesa.

Come farina che verrà,
guardano al cielo,
indugiando all’ultimo sole
per poi tuffarsi,
pregiata messe,
nella macina del tritagiorni.

Così, come sei
Così, come sei,
come un albatro tornato
dal vento stanco,
come una vaga promessa
che brama nel limbo
pregando la luce.
Così, come sei,
canuto capello vissuto,
zeppa di parole prestate
e colma d’idee a rendere.
Così, come sei,
cima compiaciuta
in docile attesa
dell’ennesimo invasore,
rocciatore del nulla.
Così,
mi getti un sorriso
per farmi aggrappare,
accarezzandomi il cuore
e deviandomi dal violarti
con mani rapaci.
Così,
anima mia m’accompagni,
sospirando e fremendo
ad ogni mio passo.
Così,
ti ho voluto e plasmato,
mia ignota scultura.

Santi beoni
Tremavano le foglie
per il freddo ed il domani,
il cuore, lieve, volava via.
Il giorno risvegliava tardi,
e portava solo nostalgia.
“E Tu, giovane visione vieni,
ho un pegno da pagare,
i miei fumi non ti scordano,
e il sangue, più non sa scaldare.”

Tutte le volte giocava la via,
per due spicci e fondi di fiaschi,
e vinceva sempre,
sempre e sempre,
ma solo con la fantasia.
“E Tu piccola celeste vieni,
rivestimi di nuovo e di profumi,
accarezzami la pelle esausta
e sciogli i miei veleni.”

Le parole e le promesse solo pane,
da masticare ed inghiottire,
la vita poco più che pochi istanti,
sorrisi rari da rapire.
“E Tu, giovane Madonna vieni,
portami via. Di morsi e di rimorsi
sono esausto, e più non so sperare;
di troppi vini sono vacuo
ma la mia follia, ora sa pregare.”

Fiocco gelato
Ed eccoti, candido gelo,
sei coltre,
sorgente,
bianco che appare
mentre attenui il cadere
avvinghiandoti all’aria,
strappandoti al grigio
che appare il tuo mondo.

Sai smussare,
addolcire
ogni spigolo o guglia,
e con esile tocco,
velare
vetri invadenti,
avvolgendo di quiete
discorsi sereni.

Poi, concluso il tragitto,
abbracci i fratelli,
in soffice attesa
d’un sole impietoso,
d’un fiato che scioglie
questo rigido inverno;
immolandoti al cerchio
che reincarna ogni fine,
e donando ai miei occhi
infiniti pensieri.

Avrei dovuto
Avrei potuto dirti mille cose:
le spine, la mia strada perigliosa,
i corvi bramosi ed imminenti,
e tutti quei pensieri inconcludenti.
Avrei potuto amarti senza cuore,
tenerti ed abbracciarti senza arti,
dipingere lo sciogliersi dei ghiacci,
evaporati da rari sorrisi.

Avrei potuto mantenerti viva,
nutrirti di pensieri ed emozioni,
cullarti nel giaciglio della notte
dove covo i miei giochi più preziosi.
Avrei potuto scriverti pensieri,
di quelli che si aggrappano nel cuore,
per farteli trovare dentro il sogno
che racconti, quando parli del reale.

Avrei potuto viverti e imparare
le sacre posizioni dell’amore,
cantare la tua pelle e i suoi profumi,
sfatare fiabe vuote senza te.
Avrei potuto amarti, avrei dovuto,
avrei dovuto amarti un po’ di più,
sapere che saresti ripartita,
sapere che eri l’unica occasione

Perché, amica mia, non ti ho ascoltato?
Perché, mia lesta vita ti ho ingannato?
Fuggita, sei sfuggita dalle dita,
e proprio quando ti ho pensato mia;
fuggita, sei fuggita sei scappata,
strappandomi i pensieri dalle mani,
portandoli nell’anima del buio,
dove regnano i voleri dell’oblio.

Sussurri
Sussurri serafici e lievi
scivolano sulla mia pelle,
come talco sfumano al tatto,
sapendo dove esitare.
E’ tepore, è donare,
è reciprocità.
Passa una vita,
tra un battito e l’altro:
un seme rinasce,
tanto il tempo s’inchina;
sussurri raccontano
e incidono sassi,
cantando l’eterno
con un tenero segno

Crisalidi
Vivo il Karma del sarà, con mille madri
che m’imboccano tendendomi la mano.
Ma non è mai così tardi, e l’evento è mutante,
non irremovibile, incalpestabile.

Le sfere d’ora scorrono liete,
inconsapevoli, ignare dei trascorsi futuri.
“E sarà, sarà lo so, e sarò uomo di paglia.
Spaventerò i passeri, come ora fuggo i soli.”

Altererò il passato, rendendolo mollica;
spianerò i rilievi col credo del domani.
“E sarà, sarà lo so, sarò fuoco di paglia.
Impaurirò pensieri, come brucio i sentimenti.”

Così, muterò il futuro rendendolo mio figlio,
ostenterò il mio bozzolo, per farlo incuriosire.
Vincerò il mio esistere, mi batterò,
contemplerò di fronte, conscio delle spalle

Crisalidi avanzano;
è tempo d’attese.

Puledri bradi
Li senti galoppare da lontano,
gli zoccoli di panno e di sospiri,
sfiorarti i mille rivoli del cuore
per farli, sempre più sentire vivi.
Lo sguardo non si lascia accontentare
e punta sempre oltre l’orizzonte,
ma tutti i fiati a fianco della sfera
n’annebbiano il cristallo del domani.

“Mani di pane, quel bambino,
che stringeva dentro il petto
il canto antico del cavallo
criniera indocile alla fune;
e le dolci parole, sacro giardino,
di lumache curiose e piante rare,
distese ai raggi del mattino,
ed ebbre, e già piene di tepore.”

Li senti galoppare dentro al sogno,
violare cinte, fossi e staccionate
lanciare al vento il tempo di finzioni,
mostrare il mero, il semplice, il reale.
L’orizzonte, per un attimo si placa,
ridandoti lo sguardo per vedere,
cosa poggia sul tuo petto di soldato,
così ritrovi, vecchie mani di bambino

D’estro sinistro
E’ gelo.
Io, fuori, busso
e, dentro mi apro.
Entro nell’ordinario;
mi sprofondo e imbastisco,
con estro, pazienza,
cucio e ricucio;
nuove vesti m’invento,
di nuovi strati mi scopro.
Foggio. Creo,
ma mi struggo: ecco,
già manca materia prima.
M’alzo
e dall’uscio riesco. Aria.
Un po’ d’aria.
Ed erro, girovago e vedo
toraci dischiusi
anime al sole,
corpi sbucciati
orrendi ai miei occhi:
escono dall’ordinario.
Fuggo, lesto,
ritorno all’uscio lasciato
e ribusso,
e riapro
e rientro nell’ordinario,
in un nido di fondi sipari
a me famigliari;
m’acquieto e imbastisco,
disfo e impuntisco.
Abbozzo una veste,
di pelle umana:
non cuore, potrà fuggire,
non anima,
avrà il sopravvento
s’un manto umano
d’eccelso sarto.
M’ammanto, m’avvolgo
di tale armatura
e m’alzo, sicuro
così ricoperto riesco:
so che riposso
ancora riuscire.

Sul letto di fine giorno
Ritrovarti sul letto di fine giorno,
rivedere quegli occhi, muti gridare
sono istanti che non so più
dimenticare.
E sentire il calore della tua mano
lasciare il posto ad ossa smarrite,
perduto viaggio che non sa più
come tornare.
E quel taglio sul viso riusciva appena,
a strappare un sospiro, dalla tua gola
mentre il tempo, vigliacco,
fuggiva via.
Erano i giorni lieti e gioiosi
di doni, dolci e sorrisi,
ma il tuo sorriso lo hai donato già.
Erano giorni di sole e tepore,
labile tregua al gelo invadente,
ma il tuo calore lo hai donato già.
E son tornato a cercarti a fine giorno,
per sedermi al tuo fianco, accarezzarti
e scoprire che il cuore non può, più
giocare.
E son tornato a cercarti a fine giorno,
per trovarti alla luce dei miei ricordi,
e per non lasciar solo, quel tuo
sorriso.

Rimirando
Certo d’avere dardi,
d’essere un essere
unico, eletto,
t’appresti
al bersaglio
e miri con cura.
Il centro dilegua,
lasciandoti in dubbio.

È qui che ti scorgi,
tua stessa mira
e, stolto, ti sposti
per non scolpirti.

Così nell’arco
della giornata,
nessuna freccia
ti tocca più; e tu
che sei mira
e sei bersaglio,
tu che sei tutto,
non centri niente.

Nasce un orizzonte
Tutta la vita
camminò al futuro,
per toccare quel sottile filo
dove il cielo diluisce con la terra.
“Ancora un passo:
è appena dopo il poggio...
stammi vicino.
Non t’ abbandonare”.
Mille volte vide
il punto di partenza,
e come inezia,
ripartì per mille volte.
E mille mani accolse,
e voci intese; mille i sorrisi
e l’anime sanate.
E quando al vespro,
groviglio di concetti era
la barba e la sua fronte
monte di sentieri,
il fiato decise di chiamarlo,
per ultimare quel suo vagabondare.
Alzò così lo sguardo e scorse
cielo e terra fusi; si volse indietro,
il tempo per scoprire, che
ora, era lui quel filo strano.
Donò i suoi passi
a chi stava per partire e allargò
le braccia, facendosi orizzonte.
Gridò il dolore all’uomo, da
in cima al colle, e si lasciò
inchiodare dall’amore.

Volti al vento
E confidavi fosse
eterno soffio divino.
E’ solo brezza,
ad asciugare stille,
a carezzarti il viso
e sussurrare:
“Non soffrire.
Vola!”.
Solo sbuffo
sprovveduto,
ignaro a lambire
come il tuo,
altri mille volti,
volti a un vento
incerto,
che era lì, a passare,
ad inseguire segni
accidentali,
a rapire, fondere
confondere il fiato,
ansiosa spora,
che ineluttabilmente
spira.
Solo brezza
a sparpagliarti
e farfugliare,
ciò che resta,
dell’eco di parole date,
donate a mute
orecchie
e perse in dedali
di menti.
Solo fiato
figlio del tuo petto,
ingenuo,
misero granello,
a sollevarti,
raccontarti, abbacinarti,
e abbandonarti,
liso,
sulla spiaggia.

Labili margini
Invecchia lento il trave
che regge saldo il tetto,
si tarla, si contorce,
storpiato dal suo tempo.

E’ forza, avere gli anni
per potersi raccontare,
forza è reggere sul dorso
gli scudi all’intemperie.

***
Sanguigni d’argille,
impastate e seccate
si cullan l’un l’altro
i coppi muscati.

Nella gronda ramata
pochi semi avventati,
rendono madre
un pugno di torba.

***
Privilegio o punizione,
saper vivere sull’orlo?
Quanti travi sono consci
di germogli lì sospesi?

Ovunque viaggi l’occhio
si vela il mio pensiero:
svela mille vite appese,
aggrappate a cornicioni.

Chiodi
(Dubbi dubbi)

Non è semplice dire,
dare idee;
diradare dubbi
incancreniti,
di slogan zeppi e triti.

Chiodi,
che odi distanti
ma martellanti;
come un insieme d’istanti
i tanti ceri
accesi e persi, spenti,
e sparsi in tersi cieli,
che di mille nuvole
novelle
s’ impunta la tua volta.

Ma ecco,
spunta una capocchia
a tradire e dire
di una prole di parole,
di mille madri figlia
di mille figli madre;
generazione concepita
e nata urlante,
per ribadire dubbi,
perpetrare imbrogli,
per seminare idee,
perseguitare menti.

Virtualità
Vedi, mi sto sfogliando
e l’Alba non mi riconosce da ieri.

Sono monte che scioglie le nevi,
cielo di nubi di fumo.
Sono mare che annega la vita,
ramo che genera cancri.
Vedi, lo vedi il mio grido?
Nel tuo monitor il sole è più sole,
l’azzurro più vero del cielo,
la palma riposo ed amaca,
L’oceano più dolce del pane;
ma lì il mio cuore sfibrato
non pulsa e non vive.

Vedi, mi stai virtualizzando.

Uomo bomba
Ora conoscono l’unisono,
le anime rubate e straziate;
i fiati si spengono al sole,
i cuori implodono e imbrattano
voci e parole già rare.
Bandiere ormai morte.

S’arrestano i convogli arrugginiti
cigolanti d’idee medioevali
ossidate e gementi,
dinanzi al passo dell’odierno
masticato e trangugiato
da uno sguardo futuro.

Dovremmo spogliarci,
denudare tasche al cielo.
Bisacce, gonfie di promesse stantie,
di necrosi nascoste,
messe lì a schermare ideali
affittati a media e a denti splendenti;

dovremo forse concederci
l’ immensa abbuffata globale:
folgori e boati, e salutarci,
com’estrema prova d’orgoglio.
Domani un Mondo, all’unisono,
sospirerà.

La banca della vita
Cerebrale,
la mia corteccia,
la puoi sezionare.

Come in un albero,
dai cerchi concentrici
calcolerai le mie età,
ad una ad una;
vedrai poi, nel mezzo
un cuore legnoso
venato di lotte e
di scontri coi venti,
segnato da geli e
d’asciutte stagioni.

Ma un anello è sfumato,
e se conti è mancante:
l’ ho rimosso ieri
e a te l’ ho donato,
ciclo spezzato,
passo mai rincasato.

Un dubbio solo,
ora mi assale
e punge e saltella
nella mia mente:
questa lacuna
del mio cammino,
nel conto finale
della mia vita,
sarà un anno speso
o risparmiato?


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