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  7 Novembre 1917 – 7 novembre 2017
Io sono comunista
Io sono comunista Perché non vedo una economia migliore nel mondo che il comunismo.
Io sono comunista Perché soffro nel vedere le persone soffrire.
Io sono comunista Perché credo fermamente nell'utopia d'una società giusta.
Io sono comunista Perché ognuno deve avere ciò di cui ha bisogno e dare ciò che può.
Io sono comunista Perché credo fermamente che la felicità dell'uomo sia nella solidarietà.
Io sono comunista Perché credo che tutte le persone abbiano diritto a una casa, alla salute, all'istruzione,
ad un lavoro dignitoso, alla pensione.
Io sono comunista Perché non credo in nessun dio.
Io sono comunista Perché nessuno ha ancora trovato un'idea migliore.
Io sono comunista Perché credo negli esseri umani.
Io sono comunista Perché spero che un giorno tutta l'umanità sia comunista.
Io sono comunista Perché molte delle persone migliori del mondo erano e sono comuniste.
Io sono comunista Perché detesto l'ipocrisia e amo la verità.
Io sono comunista Perché non c'è nessuna distinzione tra me e gli altri.
Io sono comunista Perché sono contro il libero mercato.
Io sono comunista Perché desidero lottare tutta la vita per il bene dell'umanità.
Io sono comunista Perché il popolo unito non sarà mai vinto.
Io sono comunista Perché si può sbagliare, ma non fino al punto di essere capitalista.
Io sono comunista Perché amo la vita e lotto al suo fianco.
Io sono comunista Perché troppe poche persone sono comuniste.
Io sono comunista Perché c'è chi dice di essere comunista e non lo è
Io sono comunista Perché lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo esiste perché non c'è il comunismo.
Io sono comunista Perché la mia mente e il mio cuore sono comunisti.
Io sono comunista Perché mi critico tutti i giorni.
Io sono comunista Perché la cooperazione tra i popoli è l'unica via di pace tra gli uomini.
Io sono comunista Perché la responsabilità della miseria nell'umanità è di coloro che non sono comunisti.
Io sono comunista Perché non voglio potere personale, voglio il potere del popolo.
Io sono comunista Perché nessuno è mai riuscito a convincermi di non esserlo.
Nazim Hikmet poeta turco (1901-1963)

consigliata da Carlo Chionne
 

 

Sul Matrimonio
Allora Almitra di nuovo parlò e disse:
Che cos'è il Matrimonio, maestro?
E lui rispose dicendo:
Voi siete nati insieme e insieme starete per sempre.
Sarete insieme quando le bianche ali della morte disperderanno i vostri giorni.
E insieme nella silenziosa memoria di Dio.
Ma vi sia spazio nella vostra unione,
E tra voi danzino i venti dei cieli.
Amatevi l'un l'altro, ma non fatene una prigione d'amore:
Piuttosto vi sia un moto di mare tra le sponde delle vostre anime.
Riempitevi l'un l'altro le coppe, ma non bevete da un'unica coppa.
Datevi sostentamento reciproco, ma non mangiate dello stesso pane.
Cantate e danzate insieme e state allegri, ma ognuno di voi sia solo,
Come sole sono le corde del liuto, benché vibrino di musica uguale.
Donatevi il cuore, ma l'uno non sia di rifugio all'altro,
Poiché solo la mano della vita può contenere i vostri cuori.
E siate uniti, ma non troppo vicini;
Le colonne del tempio si ergono distanti,
E la quercia e il cipresso non crescono l'una all'ombra dell'altro.
Kahlil Gibran

consigliata da Carlo Festa
 

Il Ponfo
Il Ponfo non smorbilla e non varisce
rosseggia e derma, rascia e poi s'acquatta
e quando il savalente lo ghermisce
esanto e matico, sovente schiatta
.
Rossolio è il ponfo e pieno di liquello
sbercia imbolloso, luspo, mai dermiente,
e in compagnia sgraffendo questo e quello,
sbrucia e sbrucia con grattico furente.

Eppure il vecchio ponfo scarlattino
che papuloso invéscica prudello,
se istaminchiando scurtichi eczemìno

t'abbandona, ti tira lo sgramello
crostico, e nello spazio d'un mattino
resti sperduta in fondo al varicello.
Fosco Maraini

(proposta da Piero Colonna Romano)
 

Inniò
E cuan’ che tu sarâs già muart, ma muart
chês tantis voltis dentri une vite
ch’a si à di murî, alore slargje ben i tiei vôi
a la cjavece dal sium
e clame cun te ogni bielece ch’a ti bisugne
e intal rispîr di chel mont, met dentri il to:

cjamine pûr cun pîts lizêre e sporcs
come chei di chel che sivilant al va par strade
ma tant che cjaminant su un fîl di lame fine
e al indulà che tu i domandis
lui, ridint, a ti rispuint
cence principi o pinsîr di fin:
«Jo? Jo o voi discôlç viers inniò»,
i siei vôi il celest, piturât di un bambin.
Pierluigi Cappello

In nessun dove
E quando tu sarai già morto, ma morto
quelle tante volte dentro una vita
che si deve morire, allora allarga bene i tuoi occhi
alla cavezza del sogno
e chiama con te ogni bellezza di cui hai bisogno
e nel respiro di quel mondo, metti dentro il tuo:

cammina pure con piedi leggeri e sporchi
come quelli di chi fischiettando va per strada,
ma come camminando su un filo di lama sottile,
e al dove vai che tu gli chiedi,
lui, sorridendo, ti risponde
senza inizio o pensiero di fine:
«Io? Io vado scalzo verso inniò»,
i suoi occhi il celeste, pitturato da un bambino.

consigliata da Roberto Soldà


La Poesia
Nella mia mente è scolpita una poesia
che esprimerà la mia anima intera
La sento vaga come il suono e il vento
eppure scolpita in piena chiarezza.

Non ha strofa, verso né parola
non è neppure come la sogno.
E' un mero sentimento, indefinito,
una felice bruma intorno al pensiero.

Giorno e notte nel mio mistero
la sogno, la leggo e riprovo a sillabarla,
e sempre la parola precisa è sul bordo di me stesso
come per librarsi nella sua vaga compiutezza.

So che non sarà mai scritta.
So che non so che cosa sia.
Ma sono contento di sognarla,
e una falsa felicità, benché falsa, è felicità.
Fernando Pessoa

consigliata da Carla Malerba
 

2 ottobre 2017
Ieri ci ha lasciati Pierluigi Cappello, probabilmente il più grande poeta a noi contemporaneo.
Così siamo più soli senza la sua poesia e la poesia è più sola senza di lui.
Mandi Pier.

Sonno estivo
Seduti, le gambe allungate nel silenzio,
uno a uno ci siamo portati i nostri giorni
solitudine con solitudine, impazienza e attesa;
e adesso che le tue spalle sono vicine alle mie
che il mio calore è il tuo,
quanto so dimenticare è nell'indugio
delle dita avventurate sulla tua pelle bionda,
sui tuoi capelli scuri,
nella paura che avvicina il nostro corso di scampati
senza rumore e senza appello, come quando
il verde di marzo spinge dai rami
e si fa abbracciare dal mondo,
come quando l'aria vive nello screzio
degli alberi carichi di luce
e c'è penombra nella stanza,
e la pace del prato è nei tuoi occhi,
ci perdona, si stringe intorno a noi.
Pierluigi Cappello

(proposta da Piero Colonna Romano)
 

A mio fratello bianco
Caro fratello bianco, quando sono nato ero nero,
quando sono cresciuto ero nero,
quando sto al sole, sono nero.
Quando sono malato, sono nero,
quando io morirò sarò nero.
Mentre tu, uomo bianco, quando sei nato eri rosa,
quando sei cresciuto eri bianco,
quando vai al sole sei
rosso, quando hai freddo sei blu,
quando hai paura sei verde,
quando sei malato sei giallo,
quando morirai sarai grigio.
Allora, di noi due, chi è l'uomo di colore?
Léopold Sédar Senghor
(I° presidente del Senegal dal 1960 al 1980 e accademico di Francia)

proposta da Piero Colonna Romano

 

27 agosto 2017

Oggi ci ha lasciati Nanni Svampa, cantore della Milano dei diseredati, dei senza casa pieni d’amore e di compassione. Ed era a questi che Nanni guardava con tenerezza ed amore, regalandoci indimenticabili, commoventi canzoni.

Ci mancherà, assieme a quella Milano ch’era un tempo e che si perpetua tutt’oggi.

Ciao Nanni.

Canzon per el Rotamatt

(Chanson pour l'Auvergnat )

 

Canti per tì la mia canzon

tì el rotamatt, tì el mè barbon

che te m'hee daa on poo de mangià

quand s’eri restaa senza cà

che te m'hee daa on tòcch de pan dur

quand i barbònn che gh'avevi in gir

i sciori e la gent per ben

m’aveven trattaa pesg d'on can

 

L'era domà on tòch de pan

ma l'è sta asse de tirà là

el sò profumm el senti anmò

me par de ves 'dre anmò a sgagnal.

 

Rit. :

Tì el mè barbon quand te veet de là

quand el Signor el te ciamarà

te 'ndareet drizz tì e i tò barbis

a stà in Paradis.

 

Canti per tì la mia canzon

tì el rotamatt, tì el mè barbon

che te m'hee daa el tò paltò vecc

quand s’eri strasciaa e pien de frecc

Che te m'hee faa scaldà on poo i òss

quand sont restaa con nagòtt adòss

quand hann brusaa anca i panchett

e mì seri senza calzett

 

L'era domà on tòcch de strasc

ma l'è staa assee de tirà là

el sò calor el senti anmò

me par de vess 'dree a mettel sú.

 

Tì el mè barbon....

 

Canti per tì la mia canzon

ti el rotamatt, tì el mè barbon

che t'hee piangiuu e te m'hee vardaa

quand s’eri sconduu e m'hann ciappaa

Che te m'hee daa on poo del tò coeur

quand i padroni e i commendator

hann faa e desfaa in fra de lor

e mì m’hann menaa a San Vittor

L'era domà on poo d'amor

ma l'è staa assee de tirà là

el tò sorris el vedi anmò

compagn s'el fudess pitturaa

 

Tì el mè barbon.. ...

 

 

Canzone per il Rigattiere

 

 

 

Canto per te la mia canzone

tu il rigattiere, tu il mio barbone,

che m'hai dato un po’ da mangiare

quando sono rimasto senza casa

che mi hai dato un pezzo di pane duro

quando le barbone che avevo in giro

i signori e la gente per bene

mi avevano trattato peggio di un cane

 

Era soltanto un pezzo di pane

ma è stato sufficiente per tirare avanti

ed il suo profumo lo sento ancora:

mi sembra di stare ancora a morsicarlo.

 

Rit.:

Tu il mio barbone, quando andrai di là

quando il Signore ti chiamerà

andrai dritto, tu e i tuoi baffoni

a stare in paradiso.

 

Canto per te la mia canzone

tu il rigattiere, tu il mio barbone,

che mi hai dato il tuo cappotto vecchio

quando ero stracciato e pieno di freddo

che mi hai fatto scaldare un po' le ossa

quando sono rimasto con niente addosso

quando hanno bruciato anche le panchine

ed io ero senza calze

 

Era soltanto un pezzo di straccio

ma è stato sufficiente per tirare avanti

ed il suo calore lo sento ancora

mi sembra ancora di indossarlo.

 

Tu il mio barbone...

 

Canto per te la mia canzone

tu il rigattiere, tu il mio barbone

che hai pianto e mi hai guardato

quando ero nascosto e mi hanno preso

che m'hai dato un po' del tuo cuore

quando i padroni ed i commendatori

hanno fatto e disfatto fra di loro

ed hanno portato me a San Vittore

Era soltanto un po' d'amore

ma è stato sufficiente per tirare avanti

ed il tuo sorriso lo vedo ancora

come se fosse dipinto.

 

Tu il mio barbone ...

(Nanni Svampa traduce Georges Brassens)

(Proposta da Piero Colonna Romano)


Città dai bastioni d'onice,

città del tramonto,
nell'intrico delle tue vie
si è smarrito il mio volto:
e il sole sta calando,
sulle tue mura d'amaranto.

Così il vento
ti rapisce in una nuvola,
che svanisce nell'aria.
Ma il vento è pena atroce
e scuote la folla degli spiriti
infranti, che racchiude la tua voce.

In te la notte è un manto delicato
che riposa sulle tiepide braccia,
mentre osservi l'imago
che muove da te stessa
e attraversa il tuo corpo addormentato.

E vorrei vivere nella tua forma,
vorrei vivere in te
che sei nella mia mente,
come un velo del niente,
sul niente del mio niente.

Da Lo spirito della fuga, Collana
"I PIOMBI", Edizioni del Leone, Venezia 1990.
Attilio Bettinzoli

consigliata da Roberto e Antonella Soldà


 

Alle Fonti del Clitunno
Ancor dal monte, che di foschi ondeggia
frassini al vento mormoranti e lunge
per l’aure odora fresco di silvestri
salvie e di timi,

scendon nel vespero umido, o Clitumno,
a te le greggi: a te l’umbro fanciullo
la riluttante pecora ne l’onda
immerge, mentre

ver’ lui dal seno del madre adusta,
che scalza siede al casolare e canta,
una poppante volgesi e dal viso
tondo sorride:

pensoso il padre, di caprine pelli
l’anche ravvolto come i fauni antichi,
regge il dipinto plaustro e la forza
de’ bei giovenchi,

de’ bei giovenchi dal quadrato petto,
erti su ‘l capo le lunate corna,
dolci ne gli occhi, nivei, che il mite
Virgilio amava.

Oscure intanto fumano le nubi
su l’Appennino: grande, austera, verde
da le montagne digradanti in cerchio
L’Umbrïa guarda.

Salve, Umbria verde, e tu del puro fonte
nume Clitumno! Sento in cuor l’antica
patria e aleggiarmi su l’accesa fronte
gl’itali iddii.

Chi l’ombre indusse del piangente salcio
su’ rivi sacri? ti rapisca il vento
de l’Appennino, o molle pianta, amore
d’umili tempi!

Qui pugni a’ verni e arcane istorie frema
co ‘l palpitante maggio ilice nera,
a cui d’allegra giovinezza il tronco
l’edera veste:

qui folti a torno l’emergente nume
stieno, giganti vigili, i cipressi;
e tu fra l’ombre, tu fatali canta
carmi o Clitumno.

testimone di tre imperi, dinne
come il grave umbro ne’ duelli atroce
cesse a l’astato velite e la forte
Etruria crebbe:

di’ come sovra le congiunte ville
dal superato Cìmino a gran passi
calò Gradivo poi, piantando i segni
fieri di Roma.

Ma tu placavi, indigete comune
italo nume, i vincitori a i vinti,
e, quando tonò il punico furore
dal Trasimeno,

per gli antri tuoi salì grido, e la torta
lo ripercosse buccina da i monti:
tu che pasci i buoi presso Mevania
caliginosa,

e tu che i proni colli ari a la sponda
del Nar sinistra, e tu che i boschi abbatti
sovra Spoleto verdi o ne la marzia
Todi fai nozze,

lascia il bue grasso tra le canne, lascia
il torel fulvo a mezzo solco, lascia
ne l’inclinata quercia il cuneo, lasci
la sposa e l’ara;

e corri, corri, corri! Con la scure
e co’ dardi, con la clava e l’asta!
Corri! Minaccia gl’itali penati
Annibal diro.-

Deh come rise d’alma luce il sole
per questa chiostra di bei monti, quando
urlanti vide e ruinanti in fuga
l’alta Spoleto

i Mauri immani e i numidi cavalli
con mischia oscena, e, sovra loro, nembi
di ferro, flutti d’olio ardente, e i canti
de la vittoria!

Tutto ora tace. Nel sereno gorgo
la tenue miro salïente vena:
trema, e d’un lieve pullular lo specchio
segna de l’acque.

Ride sepolta a l’imo una foresta
breve, e rameggia immobile: il diaspro
par che si mischi in flessuosi amori
con l’ametista.

E di zaffiro i fior paiono, ed hanno
dell’adamante rigido i riflessi,
e splendon freddi e chiamano a i silenzi
del verde fondo.

Ai pié de i monti e de le querce a l’ombra
co’ fiumi, o Italia, è dei tuoi carmi il fonte.
Visser le ninfe, vissero: e un divino
talamo è questo.

Emergean lunghe ne’ fluenti veli
naiadi azzurre, e per la cheta sera
chiamavan alto le sorelle brune
da le montagne,

e danze sotto l’imminente luna
guidavan, liete ricantando in coro
di Giano eterno e quando amor lo vinse
di Camesena.

Egli dal cielo, autoctona virago
ella: fu letto l’Appennin fumante:
velaro i nembi il grande amplesso, e nacque
l’itala gente.

Tutto ora tace, o vedovo Clitunno,
tutto: de’ vaghi tuoi delùbri un solo
t’avanza, e dentro pretestato nume
tu non vi siedi.

Non più perfusi del tuo fiume sacro
menano i tori,vittime orgogliose
trofei romani a i templi aviti: Roma
più non trionfa.

Più non trionfa, poi che un galileo
di rosse chiome il Campidoglio ascese,
gittolle in braccio una sua croce, e disse
Portala, e servi -.

Fuggîr le ninfe a piangere ne’ fiumi
occulte e dentro i cortici materni,
od ululando dileguaron come
nuvole a monti,

quando una strana compagnia, tra i bianchi
templi spogliati e i colonnati infranti,
procede lenta, in neri sacchi avvolta,
litanïando,

e sovra i campi del lavoro umano
sonanti e i clivi memori d’impero
fece deserto, et il deserto disse
regno di Dio.

Strappâr le turbe a i santi aratri, a i vecchi
padri aspettanti, a le fiorenti mogli;
ovunque il divo sol benedicea,
maledicenti.

Maledicenti a l’opre de la vita
e de l'amore, ei deliraro atroci
congiungimenti di dolor con Dio
su rupi e in grotte;

discesero ebri di dissolvimento
a le cittadi, e in ridde paurose
al crocefisso supplicarono, empi,
d’essere abietti.

Salve, o serena de l’Ilisso in riva,
intera e dritta ai lidi almi del Tebro
anima umana! I foschi dì passaro,
risorgi e regna.

E tu, pia madre di giovenchi invitti
a franger glebe e rintegrar maggesi
e d’annitrenti in guerra aspri polledri
Italia madre,

madre di biade e viti e leggi eterne
ed inclite arti a raddolcir la vita,
salve! A te i canti de l’antica lode
io rinnovello.

Plaudono i monti al carme e i boschi e l’acque
de l’Umbria verde: in faccia a noi fumando
ed anelando nuove industrie in corsa
fischia il vapore.
Giosuè Carducci

consigliata da giuseppe gianpaolo casarini

 

Io non ho bisogno di denaro.
Ho bisogno di sentimenti,
di parole, di parole scelte sapientemente,
di fiori detti pensieri,
di rose dette presenze,
di sogni che abitino gli alberi,
di canzoni che facciano danzare le statue,
di stelle che mormorino all'orecchio degli amanti....
Ho bisogno di poesia,
questa magia che brucia la pesantezza delle parole,
che risveglia le emozioni e dà colori nuovi.
Alda Merini

consigliata da poetare.it




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