Poesia ironica, satirica, dissacrante
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Nuova Giostra
 

Questa pagina è dedicata a chi vuole cimentarsi nella poesia ironica e satirica o dissacrante con battute e critiche; in essa sono pubblicati componimenti e commenti in rima, in versi sciolti, in prosa soltanto con il reciproco consenso dei partecipanti.

Modalità di  partecipazione e pubblicazione.

 Invia il materiale, così accetti di partecipare alla giostra satirica

 
            Consigli cortesi
Non attaccare ignoti cavalieri.
Potresti riportare gli occhi neri.

Prima del tempo non cantar vittoria,
aspetta che finita sia la storia.

Con bei versi elogia le nostre dame,
per non farti dire "faccia di rame".

Se attaccare osi una leggiadra dama,
proverai com'è acuta la sua lama.

 

 

 

 

 

            La giostra satirica
Entrare tu vuoi nel mordace agone?
Sappi che tale giostra è perigliosa!
Bersaglio sarai dell'umiliazione,
se ratto tu non apporrai la chiosa.

Afferrare non farti dal magone,
ma replica alla critica stuccosa
di chi crede di darti una lezione
muovendo il dito con aria spocchiosa.

L'ardente ira frena se il colpo è basso:
prendi esempio dal Berni e dal Burchiello
e con lo sfottò sistema il marasso.

Qui non forza ci vuole, ma cervello,
non urli e strida, né fracasso e chiasso
per vincere in duello il saputello.

Senza fare l'agnello,
abbi il coraggio di batterti il petto,
se per caso tu manchi di rispetto.
            Consigli cortesi
Vincitore sarai della tenzone
se evitato avrai di fare il Catone.

Non pensare mai d'essere il migliore,
ma dimostra coi fatti il tuo valore.

Se desideri essere rispettato,
non ti comportare come un malnato.

Se non vuoi ricevere botte in testa,
schiva gli aspri colpi con mossa lesta.



                                                             Giostra satirica
Selene
Girando lentamente su te stessa
mostri alla terra un unico emisfero
un coso tondo bianco e a volte bianco e nero
illuminato di luce riflessa.

Se fossi Giove già t'avrei soppressa
per quel tuo ghigno stolido e insincero
che a chi ti guarda appare, per davvero
un'onta grigia, nella volta impressa.
Ohi luna, che sei tanto decantata,
sai che ti dice quest'autore ignoto
m'assomigli a una scorza di patata
a un'emulsione errata in una foto
a una sciàpida rapa spiaccicata
a una zeppola che è sfuggita al proto
che passeggiando come una cocotte
serve da oltraggio alla pudica notte!
(Ivo Marcadiris)

In risposta
Sarà che son nervoso,
Ma l'invito ad una giostra perigliosa,
Non mi lascia timoroso

Tu che sei così spaccone,
Non è che dietro la tua chiosa,
Si nasconde un bel fifone

D'ira non difetto,
Ma se uso la parola,
è per mancanza di rispetto

Tu che vanti il tuo cervello,
Non sarà che dietro questo posa,
Ci sia soltanto il tuo pisello

Così ho l'acume di un porcello,
Invece sì,
e me lo magno con l' agnello.
(Yasuke)                              →  →  →
Per il feroce samurai
Ah, cominciamo bene!
Stuzzicare non devi
l'ignoto cavaliere.

Hai forse le idee nere,
perché spesso tu bevi
e appesantisci il rene.

Tu combatti l'igiene
e come i tuoi coevi
ti esprimi col sedere.

Fammi il santo piacere,
tu che i maiali allevi,
puoi non parlare del pene?

Io non ho tante pene,
non avanzo rilievi,
mi faccio benvolere.
                         →  →  →

Ho solo un dispiacere:
sapere che sollevi
le gambe d'aria piene,

quando entri nelle arene.
Sei a parole tra i sevi,
samurai lancia pere.

Samurai, qual errore,
tu assali il banditore.
Samurai, sei nei guai:
con la spada ove vai?
Un fifone hai sfidato,
d'onta ti sei macchiato!
Samurai, che disdetta,
karakiri or t'aspetta.
(Il Banditore)
 
Il cavaliere inesistente
Io sono entrato tardi nella lizza,
e ho letto tante raccomandazioni
di bravi amici tolleranti e buoni,
che invitano a evitare la canizza.


Altri, per contro, fanno i fanfaroni,
mostrando un misto di timore e stizza,
(che rende loro la faccia rubizza)
proponendo scontate citazioni.


Non ho incontrato nessun cavaliere,
ma solo siniscalchi e uno scudiero,
in groppa al proprio nobile somiere.


Non bastano due nomi (e valga il vero):
quello del Berni e del sommo Barbiere
per indossare corazza e cimiero.


Non è certo un mistero
che chi ha cantato con tanta baldanza
è più stonato di un´autoambulanza.
(Antonio Fabi)                     →  →  →
Per il Cavaliere suonatore
Ecco un altro pellegrino
che si crede Carlo Magno
ed in groppa al suo ronzino
in alto leva il suo lagno.

Che sfortuna e qual abbaglio
attaccare il banditore,
elevando il sommo raglio
che si sparge con fragore.

Se tardi voi siete giunto,
eravate all'osteria,
ed ora con viso smunto
cantate la salmodia.

Siete voi da fama spinto
o da fame delirante?
Già in partenza siete vinto,
se il vanto portate innante.

Se mi dite moralista,
affabilmente stonate,
ser Antonio metricista
con le vostre strimpellate.
                        
                        →  →  →

So che siete suonatore
e dell'arpa e della viola,
delle piazze trionfatore,
e vi piace la robiola.

Non disdegnate il buon vino
che ingollate volentieri,
e per questo andate chino,
sorretto da due scudieri.

Non sia mai che cadeste,
per tutti sarebbe festa,
ché rotto avete le teste
narrando le vostre gesta.

Infin l'autoambulanza!
è una parola inventata?
So che rima fa con panza,
ma nel mondo non è usata.

Siamo noi, sì, nel Duecento,
cavaliere cicchettone,
e anche se siete un portento
errata è la citazione.
(Il Banditore)
                         →  →  →

All'agente pubblicitario

Banditore, per te basta una mossa;
se non la intendi, fattela spiegare,
benché le mie intenzioni siano chiare:
non sparo mai contro la Croce Rossa.
(Antonio Fabi)
 
 
Alla giostra del Saracino
Sia bandito a tutto il paese
affinché sia chiaro e palese
alla giostra del Saracino
non aspettate torni Ghino.

Se pria si cinse l'armatura
fu per fatal disavventura,
d'essere finito nel sacco,
d'un brutale tosto attacco.

E ben tosto fu per me brutale
pesare la scomunica "papale"
datami da Vostra Eminenza:
valere non può a intermittenza!

Eppoi è un fatto di coscienza,
come può un poeta amatoriale,
giocare in gironi d'eccellenza:
sfidar di "metro" un Professionale?

Vossia si trovi lo sfidante,
lo dico a buon diritto e de "jus":
perlomeno si trovi un replicante
di se stesso, che ricordi il Gus.
(Ghino Burlacco)
Al Cavalier Burlacco
Ancora ti confermo la mia stima,
né alcuno potrà dir che sono folle,
d'uom che sì saggio ero stimato prima.
Amo lo scriver tuo, che sempre bolle,
la tua ironia, la tua mente che mima
(si tratti di camelie o di cipolle)
l'essenza di grandiosi personaggi,
che tu hai condotto anche in questi paraggi.

Avrai notato, generoso amico,
che il mio avvento tantissimo scompiglio
ha creato: lo credo e ancor lo dico.
Come un demonio dal fiero cipiglio,
figlio d'un incubo ancestrale e antico,
qualcuno mi guardò: cuor di coniglio.
Ma non già tu, forte di mente e cuore,
gentiluomo leale e buon signore.
(Antonio Fabi)
 
 
Per il fifone Banditore
Mi spiace la mia spada ti stuzzichi il sedere
Perché son uomo d'onore,
Come te ed il noto cavaliere.

In battaglia non ho pene,
Spesso vino rosa le mie idee,
E dolce scorre le mie vene.

Della chiacchiera non faccio arte,
E con i miei coevi,
Faccio una gran parte.

E se ti parlo del pene,
E perché ai tuoi amici maiali,
Non indicasti rime più amene

Non hai pene!, Non fui sorpreso
Daltronde nessun rilievo,
Su' non far l'offeso!

Della scoreggia ho fatto un piacere,
Per darle in faccia ,
A chi la scelta per mestiere

Ma ti devo dar ragione,
Attaccai un bel fifone
Ancor ne ho vergogna,
Il karakiri era giusta gogna,
E con la spada ero già sul petto
Ma tosto sentii un professore
Piangere come un pargoletto.
(Yasuke)                        →  →  →
Ultime parole del Banditore
L'altlo ieli, che tellole!
Mi si è spezzato il cuole.
Io vengo dal Catai
e ola mi tlovo nei guai.
Uno spavento folte
mi fa tolnale infante:
quest'è una blutta solte
che mi fa balbettante.

Ahimè! Sono flitto.
Che s'adilasse tanto
nel ciel non ela sclitto.
Può aiutalmi il mio santo
a sfuggile a quel dlitto.
Ho tlemenda paula:
se m'incontla quel m'incula.
Mi selve ola un tlucchetto
che mi salvi la faccetta.
Se a piangele mi metto,
gli semblo una ninfetta;
se invece scappo via,
mostlo la fifa mia.

Alliva il plimo paggio
con la bolla del Sile
che impela in modo ostile:
licenziato tu sei
e tolna dai tuoi dei!

Ho pelso un glande posto:
colpa del samulai,
che senza la katana
m'ha dato la scalmana;
ma io non tolno a Shangai.
                        →  →  →

Io sono stato vinto.
Io faccio kalakili
pel non semblale vile,
e non pel dimaglile.
Mi buco la pancetta…
... fffifaffffifaffffifaff…
… ola muoio contento.
(Il Banditore)
 
Equivoci Digitali
Un tale mandò al suo capo,
Un e-mail con soggetto
"Richiesta Personale".
(Yoshimoto)

Aforisma n.1
Mi hanno chiesto “secondo te esiste
l’amicizia fra un uomo e una donna
se affermativo in cosa consiste
” ?
Ho risposto “ma certamente
sono usanze molto antiche
cosa c’è di più dolce e più bello
che corcarsi con le amiche”.
(Gus)

Aforisma 2
Viver tre volte sì,mi piacerebbe:
e vi spiego il perché qui celermente:
la prima volta serve per capire
quando mi sbaglio, per poi la seconda
trascorrerla da saggio che varrebbe
avere corpo sano e anima monda.
La terza ? la vivrei superfluamente?
a che più mai mi potrebbe servire?
ma per sbagliare consapevolmente !
(Gus)
 
 
Reno Palata
Reno Palata,
ecco, alfin l'ho pagata:
scadeva il 31 di Marzo,
la cartella appena arrivata:
Bada, la devi saldare
se non vuoi la penale pagare.
Ma in fondo che razza di tassa
é stata inventata?
Reno Palata!
Ma chi l'ha inquinata?
Suvvia non fare lo sciocco
e paga la tassa
per l'acqua che s'é depurata.
Ma depurata da cosa?
Se la mia fogna
nasce e muore qua in casa?
E poi chi ancora l'ha visto
l'impianto che é ancora in progetto?
Tu paga, imbecille,
La tassa é stata intanto prevista.
Ti sembra un po' sciocca la cosa?
Suvvia tutti lo sanno
che occorre sempre pagare a qualcuno
o versare ad altri qualcosa.
Non c'é via di scampo!
E poi non t'hanno ridotto le tasse?
E allora paga, coglione.
Il prossimo anno andrà forse meglio
le imposte le vogliono ancora tagliare.
Un bel guadagno davvero.
Ma cosa dovrò dopo versare?
Salvatore Armando Santoro

Il mammo
Attento a quel che pensi,
non pensare,
forse è meglio star zitti,
non parlare,
e se non vedi?
forse starai ancor meglio,
non guardare.
Che mondo ci stanno regalando,
le regole oramai sono sregolate
e chi è normale
deve restare in casa,
rischia d'essere lui l'uomo anormale
da additare a vista per la strada
come fosse arrivato da Plutone.
Ormai non c'è più nulla da stupirsi,
dopo i figli in provetta,
dopo le nonne in stato interessante,
dopo l'ovulo dato in locazione,
e l'utero che paga la pigione,
ecco arrivare l'ultima invenzione
l'uomo che partorisce
e si fa mammo.
Lo vedo già col pre-maman vestito,
con le crisi di gola mattutine,
con le voglie di fragola e gelato.
Lo vedo poi disteso in ospedale
con le doglie dovute al gran gonfiore
con il taglio cesareo sanguinante,
col pargolo abbracciato sopra il letto,
che succhia il latte dal suo biberon
che ancora il latte al seno non arriva.
Che strana generazione sta arrivando
dopo i disastri della distruzione
d'una guerra ne chiesta e ne voluta
t'arriva la nuova rivoluzione
che sconvolge la terra tutta quanta
senza più bombe, senza più mitraglia.
Salvatore Armando Santoro

Il pennato
Quanti rami ha tagliato
il pennato,
trasportato in un cesto,
ha spezzato
i rametti più secchi,
nella stufa
ha infine bruciato,
il pennato.

Quante stecche sottili
ha spaccato,
il pennato,
sempre lui,
defilato,
con il collo fasciato
e col gancio portato assai bene,
non dimostra l'età
c'ha limato,
il pennato.

Si scompone ogni tanto,
fa sprizzare scintille
mai poi torna curato,
sempre in gamba
affilato,
il pennato.

Mi commuove:
anche i pezzi più grossi
con un colpo azzeccato
lui, sì, sa tagliare le cose,
le rifila assai bene
e non teme nessuno,
non appare neppure seccato,
il pennato.

Poi rimane sospeso nel buio,
ed aspetta la brutta stagione,
e riposa, oleato,
il pennato.
Salvatore Armando Santoro

Il crack
Crack, patacrack!

Ecco ti sei fidato!
Da quel signore affaccendato,
che navigava preoccupato in internet
nei meandri della borsa,
sei stato influenzato.

E' un gioco, bischero,
non lo sai che è un gioco?

Pensavi d'arricchirti
puntando i tuoi risparmi
sulla piazza di Zurigo
e, in parte, su quella di Milano.

Ma il gestore ha giocato al ribasso,
tu questo non lo prevedevi
e già sognavi
un viaggio distensivo alle Maldive
col guadagno che ti veniva
dagli utili di Borsa.

Ma l'impresa è fallita:
le cedole si sono ritirate
e solo un po' di carta,
arrotolata,
t'è rimasta tra le mani.
Salvatore Armando Santoro

 
Per Antonio Fabi
- Il giorno della concordia -

Se i mille baldi
di Garibaldi,
saputo avessero
che gli italioti
son questi idioti
fatto essi avrebbero
fra lampi e tuoni
guerra ai Borboni?

Proprio non credo.
Se l'altro ledo,
se ci odiamo
continuamente
la nostra gente
sempre se aizziamo
a vecchi umori
ed a rancori.

Sai che ti dico,
mio caro amico
fu eroico fatto
l'antifascismo
ma nel fascismo!
Ora che è in atto
democrazia
è una mania.

Fors' è il Fabietto
rosso nel petto
in modo tale
per cui altra pista
se non marxista
è tutto male?
La sua cultura,
da dittatura

è assai distante
così sferzante
quando leggiamo
quanto sa fare
nel poetare.
Non esaltiamo,
senza volere
stare a tacere

in modo vile,
guerra civile,
ma accordiamo
a chi ci crede
la buonafede
e veneriamo
di giovin fiotto
sangue incorrotto,

anche se asperso
da chi ha perso
senza per questo
discriminare:
che te ne pare?
Non sembra onesto?
A conquistare
giorno solare

ora pensiamo!
E lo nomiamo
senza discordia,
salvo il dolore,
e con onore,
DELLA CONCORDIA.
Un giorno alato
da tutti amato.

Se nel domani
da ITALIANI
vorremo issare
senza timore
il tricolore
basta guardare
senza odio e boria
la nostra storia.

Basta capire
per l'avvenire,
quanto è probabile
e non già strano,
che il popol sano
sia responsabile
- non già il Divino -
del suo destino.
(Gus)                        
                →  →  →
Travolto da un bus
Esimio Don Camillo in sedicesimo,
teofago vorace e sentenzioso,
pretendi forse di darmi il battesimo?
Vuoi fare, forse un gesto coraggioso?
Vuoi convertire proprio me medesimo?
Tu non hai digerito quel mio "ius",
e cerchi ancor vendetta, Gus cus cus.

Ti scagli malamente, con furore
(fatto normale per un buon Gusmicco);
contro il marxismo e scuoti il tricolore,
agitando anche il solito alambicco
pieno di patria e italico valore.
Tranquillo, non temere: non t'impicco;
ma lascia stare i Mille ed i Borboni;
e servi, come sempre, Berlusconi.

La concordia che vendi un tanto al chilo,
vale quanto un fasullo giuramento:
ché, mentre la proponi, già lo stilo
sei pronto ad adoprare a tradimento;
ma la mia spada è rapida ed ha un filo
in grado di ferir senza tormento.
Per te, comunque, grazioso gingillo,
basta ed avanza soltanto uno spillo.

Se tu vuoi concordia vera,
come affermi balbettando,
aderisci a quella schiera
che con forza sta lottando;
Scrivi "Viva il Primo Maggio!";
su, coraggio!

Oggi che gli Stati Uniti,
nella nota triste storia,
si comportan da banditi,
con disprezzo e - sì - con boria,
di che questa messinscena
ti fa pena.

Che Calipari sia morto
non per colpa del collega,
ma di chi ne ha il vero torto,
e degli altri se ne frega,
è un'affermazione pura;
dittatura?

Gussetto, Gussino, Gussoccio, Gussazzo,
qualunque sia l'arma che s'usi t'ammazzo:
ti manca l'ardore: sei solo un fellon.
Ti dono la vita per mera pietate,
giacché sei ridotto un purè di patate:
non c'è più contrasto, non c'è più tenzon.

Ma prometto, ricordalo bene,
che, se cerchi una nuova sciagura,
tu l'avrai: sarà un bel putiferio;
avrà fine ogni tuo desiderio
di tentar contro me l'avventura.
Cimentarmi, sor Gus, non conviene:
l'ha già notato anche l'ultimo allocco
che io per primo l'avversario tocco
;
sempre questo è lo sbocco:
quelle che narro son cose sicure,
dimostrabili iuris et de iure.
(Antonio Fabi)

Or che Gustavo si proclama Augusto,
hanno indetto in suo onore una gran festa.
Desidera un marmoreo mezzobusto,
ma una statua egli avrà di cartapesta.
(Antonio Fabi)



 

 
Se ami l’arte
Filosofia vorrei trattare
ma se ci penso meglio zappare
con i sofismi si resta al verde
ed il filosofo il tempo perde.

E se la musica t'ha innamorato
povero stupido sei destinato
a farti pallido a dimagrire
ad esser scheletro pria di morire.

Fare il poeta di professione
certo è assai bello se hai ispirazione
ma il portafogli resta all'asciutto
fare il poeta diventa brutto.

Con il pennello e con la tela
spesso indisponi la parentela
che ti gabella come uno sciocco
e ti rinfaccia che vivi a scrocco.

Amando l'arte si va a finire
in generale con l'impazzire
è dunque bene per miglior sorte
di non amarla, farle la corte.
(Ivo Marcadiris)
 
 

Anteprima di poemetto eroicomico, tuttofuorchetragico in fieri.  Ogni riferimento a personaggi del Sito è puramente casuale.
Fabietto poeta

Prologo
O ingiusti dei, perché non permette
che un uomo scali con i propri lumi
l'Olimpo, ma per tutto lo perdete?
Giustizia fosse in voi che siete numi !
vi narrerò come voi premierete
chi giustamente il genio suo consumi.
Ma contro al fato egli per me immortale
diventerà poiché egli… fu geniale.    

I
Or vi presento il Fabio conte-duca
poeta e cavalier degno di gloria,
avea calcato un elmo sulla nuca
triste vicenda di una brutta storia
in un duello contro un tal Yasuka
di cui quivi m'è forza far memoria
era stato colpito a tradimento
da vil botta di piatto sotto il mento.

Invano fu tentar dopo la lotta
d'estrar la testa in elmo rincagnata,
vano fu ritentar di dar la botta
dal lato opposto da cui gli fu data
la testa, come argilla ancor non cotta
secondo l'elmo ormai sera formata,
dovette, quindi, il Fabio conte-duca
sempre portar quell'elmo sulla nuca.

Per il resto era bello come un Bacco
del Caravaggio, se per accidenti
per amor di combatter col Burlacco
non avesse perduto trenta denti.
Di statura era, via, quasi un cosacco,
misurava con l'elmo un metro e venti.
Era prestante, questo senza fallo
Pesava cento chili, col cavallo.

II
Vi darò un saggio dell'arte sua maga
citandovi di lui una canzone
che chi ha cuore e la legge certo allaga
spinto da intrattenibil commozione
col pianto il loco ov'è e se presaga
mia penna fia, senza esagerazione,
convien che vi forniate di un canotto
prima d'udire questo gentil motto.

Fabietto "CIMITER" l'ha intitolato
son rime dolci, colme d'armonia
carme scritto, ma al Sito non mandato
dal vate per sua grande ritrosia:
certo che il mondo avrebbe ritrovato,
dopo l' obito suo, questa poesia
e avrebbe assai più in alto delle stelle
posto l'autore e le sue rime belle.

"Ex ineditis Fabietti rimis"

"Giunse lo gatto presso il lungomare
al vespro, in una cupa di cipressi
piccola villa ed ivi volle entrare.
Eran questi alberelli antichi lessi
col brodo di vitel rettangolare
e poscia, nel bel mezzo degli stessi,
numerose come a stagion le noci
s'udivan rimbombar croci su croci"


Scusate se continuar non posso
questo "capo-lavor-conte-ducale"
che certo già v'avrò tanto commosso
che mi convien diluvio universale
evitare, che spegnerebbe il rosso
sole nel cielo e ciò sarebbe male!
Ora, per dare il tempo a voi che il pianto
prosciughiate, vi mando all'altro canto.

III
Or che sapete di qual grande artista
continuerò a trattare con rispetto
vi narrerò del Sito la conquista
portata a compimento dal Fabietto,
in canto, lancia e spada primatista
forte non solo a causa dell'elmetto
di cui parlammo, ma per piglio fiero
di vate-conte-duca- e aspro-guerriero.

Prima di dichiarare la sua guerra
al grande Sito del Re Lorenzone
che per sua forza ogni nemico atterra,
Fabio, stratega per sua vocazione,
qua e là duelli coi nemici sferra
fornendo prova di leal tenzone,
i figlioli del re svillaneggiando
ad ogni tocco del suo ferreo brando.

Aurelia bella, Ghino, e l'alma Irene
Zenone, il Banditore, il Tor Divino
(detto Santoro), gente assai dabbene,
con Liliana di sguardo sbarazzino
come a una gentildonna si conviene,
nonché la provocante Guarracino
tutti avevan schermato con il Fabio
assaggiando la punta del suo gladio.

Nonostante cotali cavalieri
il mite Lorenzone avesse affianco
preoccupato che a questi suoi scudieri
l'amor del Sito divenisse stanco
edittò un bando invitando i guerrieri
cantori a presentarsi presso un banco
per iscriversi ad una grande giostra
dove di sé poter far bella mostra.

IV
Oltre ai già nominati eroici alfieri,
s'iscrissero al torneo di Lorenzone
Bottirolo, Bromuro e tre stranieri
che "mondiale" rendevan la tenzone:
Marcadiris di Grecia fra i più austeri,
due samurai venuti dal Giappone
Yasuka e Yashimoto, indi l'errante
falconiere di nome Extravagante.

Fu così che in un sol batter di ciglio
Fabietto, con il suo brando sguainato
si trovò ad affrontare il gran periglio:
egli, che non avea mai detestato
la lotta, si batteva con cipiglio
da prode spadaccino, ormai scafato
al cozzare di lame, a urlar di fanti,
e al nitrir di cavalli scalpitanti.

Ma un dì, mentre la lotta era più dura,
quando più aspro divenia il cimento
s'udì riecheggiar nella radura
(che tutto il suolo aveva ormai cruento
sì che la terra n'era … verde scura)
d'immane tuba, tanto che sgomento
in tutti suscitò, assordante suono
che vinceva in frastuon quello d'un tuono.  

V
Si fermò d'improvviso allor la lotta
dovunque il cozzar d'armi fu spento
di lance e spade non s'udì più botta
né di feriti più s'udì lamento:
allor dall'antro cupo di una grotta
che d'antiche credenze era spavento
uscir due baldi giovani guerrieri
d'ingente corpo e in volto molto fieri.

Eran costoro i due migliori figli
di Lorenzone, prìncipi animosi
che intatti usciron da mille perigli:
uno era Metro, allor dei più famosi
fra quanti i campi fatti avean vermigli
col sangue di nemici valorosi,
l'altra era Strofa, giovane pulzella
da tutti amata per quant'era bella!

O Musa tu che solevi ispirare
quel citaredo che a eternar mi provo
di nome Fabio, aiutami a narrare
complice l'aere del bel giorno novo
la storia di costui ed accordare
per la bontà che in te sempre ritrovo
d'esser valente quanto lo fu lui
ma un po' più fortunato appo l'altrui.

Mentre tutti si tacquero nel campo
Metro con voce grave e vigorosa
disse parole di cotesto stampo:
"oh Fabio tu che guerrieri a iosa
vai sterminando qui in aperto campo
ti sfido e Strofe sarà la tua sposa
se il figlio batterai di Lorenzone
ed ella accetterai per guiderdone
".  

VI
In silenzio rimase il campo intero
mentre ognun riponeva la sua spada:
quelle parole scosso avean davvero
quanti guerrier teneva la contrada,
allor si fece avanti col cimiero
Fabio che disse " certo che mi aggrada
sfida e posta, ma non hai timore
di sfidare d'Orlando il posteriore
?

E tu, disse rivolto a Strofa, bella
non temi pel figliol di Lorenzone,
tu dolce ed incantevole sorella
ch'io lo trafigga alfin della tenzone
e tu mia sia giovane donzella?

Poi volto al popol "sian pronte corone
di lutto e festa, le une pel fratello
e le altre per la sposa e Fabio il bello
".

Rispose Strofa "ma tu mai mi avrai
che sei uno zotico senza valore
il principe è invincibile lo sai?
E se per te un minimo tremore
egli provasse, non avrebbe mai,
dato l'affetto che nutre nel cuore,
in palio messo me, ora di fretta
battetevi e ognun virtù sua metta
".

I due prodi smontaron dai destrieri
e al centro si portarono del campo
al suon di tromba dei "sitiani" alfieri.
S'era formato intanto in un sol lampo
un grande cerchio e ognuno dei guerrieri
per il campione suo pregava scampo.
Tutti erano ammirati dei due forti
mentre si ripulia il terren dei morti.  

VII
Lettor che qui sei giunto elogio fotti
per l’immane pazienza dimostrata
e premio voglio offrirti con i botti
prima che dello scontro sia narrata
l’agra vicenda che con mille motti
ai posteri verrà poi tramandata.
Della bella sorella del guerriero
altro io vi dirò che il tono fiero.

Ve la descrivo, Strofa, in rime leste.
O Venere e tu Ebe, voi che avete
le doti che a quel bianco fiore deste
deh m’apparite come invero siete
(come v’ha fatte Giove …senza veste)
ed ispirate a me la descrizione
di questa donna senza paragone.

Ella, la figlia di Re Lorenzone
al regale suo aspetto naturale
univa in armoniosa associazione
la grazia del suo viso celestiale.
Bianca era e fresca la sua carnagione
a un giglio rugiadoso in tutto eguale
cui contrasto facea nera e lucente
la folta chioma all’omero fluente.

Avea grandi occhi verdi e melodioso
suon della voce, simile a canzone.
Il niveo collo, il corpo sinuoso
divini per bellezza e proporzione,
ogni uom per lei venir facean furioso,
sol che una volta ne avesse visione.
Ma il cuore suo era già sotto scacco
perché era innamorata di Burlacco.

Burlacco, menestrel da … cento lire
ch’egli tutte arpeggiava per delizia
del Sito, nulla disse nell’udire
quella per lui tremenda atra notizia
che la sua bella dama vedea offrire
come fosse …d’ortaggi una primizia.
Ma la sua spada nell’ombra affilava
poiché anche lui Strofa gentile amava.  

VIII
Al suono di una tromba Fabio e Metro
corrono verso il centro della pista
mentre lo stuolo si ritrae indietro.
Quando giungono l’un dell’altro in vista
mette il principe un piede sopra un vetro
e piomba steso a terra per la svista.
Ma come dolorante si rialzava
Fabio ratto il suo addome trapassava.

Giubilo degli astanti, urla di strazio
s’udivan di vicini e di lontani
di quanti eran divisi in quello spazio.
Di sangue, barrì Fabio, o miei sitiani
dopo l’aspro duello sono sazio.
Questo corpo inumate e poi domani
siete invitati tutti alla gran festa
delle nozze che vinsi con mia gesta


Fu così, dunque, che il prode fratello
di Strofa, fu dal gran Fabio sconfitto
stramazzando come ingenuo torello
dall’espada del matador trafitto
(anche se giova dir che non fu quello
un ardimentosissimo conflitto.
Strofa, frattanto, immersa di dolore
perdeva un gran fratello e un grande amore.

Le sorelle di Strofa, alma Talia,
dolce Ottava e Terzina che consorte
era di Canto, frate a Melodia,
tutte insieme piangevano la morte
del principe, beffato dalla ria
ed inumana legge della sorte.
Ma intanto meditava il contrattacco
nell’ombra congiurandolo Burlacco.     →  →  →

IX
Mentre il Pretorio del grande Fabietto
di peana e baldorie si riempiva,
Strofa piangendo si batteva il petto
ché oh fato malandrino proveniva   
da ampolla di profumo (che nel letto
con sue sole tre gocce … la copriva)
quel vetro poi cadutole nel campo
che al giovane fratello non die’ scampo.

Ma poi, riavutasi, al castello avito
Burlacco convocò, suo perso sposo,
nè questi ritardò a esaudir l’invito.
Giunto di lei al cospetto il valoroso,
la bella, poi che il Re si fu partito
da quel luogo di pianto doloroso,
piangendo lo implorò “Portami via
risparmiami codesta sorte ria
!”

… Fugge a cavàl Burlacco e in groppa serra
Strofa la dolce che col cuore infranto
abbandona suo Padre e la sua terra.
Su di un cocchio addobbato entra frattanto
dalla porta del Sito e il brando afferra
con la destra elevandolo a suo vanto
in segno di vittoria, Fabio invitto:
pel resto vi rimando all’altro scritto.

Nel frattempo lasciatemi cantare
di Fabio un verseggiato delizioso
tratto da rime sparse e tramandare
quanto al Sito negava quel ritroso.
Volle un carme ad uccelli dedicare
noti pel loro canto melodioso.
Ciò di cui vi dovreste premunire
Inutile mi pare ribadire.

Ex Fabietti Aspersis Rimis : Nottolarum Requiem

Era quel primo maggio una selvaggia
festa dove planavan pipistrelli
mentre i falò bruciavano la spiaggia
d’Amostante e dei suoi sette gemelli.
Lo gatto provenia d’Arma di Taggia
nutrendosi di quei lividi uccelli.
E pure là, come a stagion le croci
s’udivan rimbombar voci su noci.


X
Me misero, che cerco di arrangiare
questi versetti miei senza valore
e umiliato rimango a rimirare,
assorto nel mio panico stupore,
l’arte di Fabio che ti fa provare
o gioia o … indifferenza e malumore,
né comprenderlo è facile, per vero,
perché troppo profonda il suo pensiero.

Ne’ versi suoi c’è l’allitterazione,
la licenza poetica, il sonetto
l’emìstichio, l’epòdo, l’allusione,
l’allegoria, la cura del soggetto,
la terzina dantesca e l’adozione
nelle sue odi sin … del dò di petto.
Mentre voi vi godete questo schianto
proseguo questo mio decimo canto.

Lorenzon con un cenno delle mani
fece venire un servo al quale disse:
Presto, conduci Strofa qui ai miei piani”.
E con pubblico bando, intanto, indisse
i fastosi sponsal per l’indomani
fra la figlia ed il vate che le risse
delle battaglie sempre aveva vinto
(di questo almeno … il Re s’era convinto).

Tosto partì e tornò quel servitore
e prostratosi del gran Re davanti
A te, disse, … pardon chiedo signore
che proverbial clemenza avere vant
i”
lo interruppe Fabietto: “Traditore
che voglion dire questi lai imploranti
cosa è successo?
” e quello balbettante
Strofa, riprese, figlia del regnante…”

Il resto immaginate da voi stessi.
Scattò d’un balzo in piedi Fabio irato
urlando “Or su approntate i miei calessi
poi ripensando, anzi mi sia sellato
il cavallo di Strofa, e se perdessi
a me morte se morte a quel malnato
Burlacco, misleale, io non dessi
”.
Pronto montò il destriero e con le suole
stanco spronò gli stinchi verso il sole.

XI
Lorenzone fu scosso dall'evento
perché pur innocente egli temeva
che gli si affibbiasse un tradimento.
Per tal ragion Fabietto gli premeva;
quindi chiamò lo stuolo a parlamento
e in trono assiso in man lo scettro aveva
e la corona in capo ed il suo onore
difese con discorso da oratore.

"…Vati, disse, … fidati e… fortunati
per mio smacco… Burlacco… quel vigliacco
…scappati …i malcreati… scellerati
che scacco… un vero pacco… poffarbacco !
…soldati… miei amati… vi ho chiamati
c'è stacco… anzi distacco… alzate il tacco
…Fabietto… mio diletto… sia protetto
dall'ometto… scorretto… che vi ho detto
"

All'invito del Re tacquero i vati
e ognuno entro di sé rimuginava
pei rapporti non sempre delicati
con Fabio ed al contempo meditava
come non apparire fra gli ingrati
fra chi a pugnare solo lo lasciava.
"E' ver, pensavano, ha sconfitto il Metro
ma tutto il merito l'ha avuto… un vetro
"

Ruppe Yasuka quel silenzio odioso:
"Signor, l'invito a gesta perigliosa
tutto mi lascia fuor che timoroso,
ma quel Fabietto stava sempre in posa
mascherava il suo spirto ingeneroso
dietro a versetti oppure ad una chiosa.
Dato che ha fatto sempre lo spaccone
da solo si guadagni il guiderdone !
"

Confermò il Banditore : "Per piacere…
Signore, ha stuzzicato i cavalieri,
dagli altri non s'è fatto benvolere,
se li è tirati dietro i giorni neri
con i suoi lazzi e il suo darla da bere…
non s'è mai procurato amici veri
dice a tutti, ti spacco… ti ho nel sacco
può vedersela solo con Burlacco !
"

Si fece vanti allora il Tor Divino
(detto Santoro) con Bibbia e Corano,
parendo nel parlar suo molto fino:
"Lieve spoglio i due libri ed al profano
scongiurar non intendo il suo destino
poi sarà certamente assai lontano.
Io m'interesso solo d' Universo
non può importarmi chi abbia vinto o perso !
"

Così rivolto al Re disse Bromuro:
"Lasci l'angoscia prode mio Signore
e Fabio pensi solo, al suo futuro
placando la sua smania e il suo furore
dovea lasciare quell'amor spergiuro.
Quanta dolcezza ti può dare un fiore.
Fabio s'aspetti inferno oppure limbo
…quanta dolcezza ti può dare un bimbo
…"

"Quanta dolcezza darti può un bignè,
canticchiava Liliana, e sul Fabietto,
lasciamo andare quel veloce pie'
…e se le calorie gli fan difetto
può gustarsene due ed anche tre
.
E se ne andò cantando oltre al già detto:
"alla fragranza della sfogliatella
Io non rinuncio per la sua donzella
"

XII
O umana stirpe, ingrata a tutte l'ore
che sol se ti conviene tu t'avvedi
di quei che t'elargì versi… e calore.
Se l'ombra di pericolo intravedi
tutto l'ardor per lui nel cor ti muore,
tutta la devozione tu gli cedi.
Dal Sito Fabio si partì da solo
né alcuno lo seguì del grande stuolo.

Di qual cavàl si fosse impadronito
il furbo Fabio già non ignorava:
esso era il destrier preso nel Sito
che Strofa nei bei giorni cavalcava.
Astuzia l'avea spinto a tal partito
poiché il grande stallone che montava
dall'istinto di sua specie guidato
Fabietto avrebbe a Strofa sua portato.

Fu così infatti , ma c'è da notare
che quella enorme bestia, quanto bella
altrettanto era infida da montare.
Sette volte Fabietto giù di sella
la terra fu costretto ad annusare,
ma furbo… s'era avvinto alla predella.
Sporco era il saio, ma affilato il brando
che conta ben vestir ma batter blando?

Cavalcò sette giorni e tante notti
su quel corsiere celere e ribelle
il nostro che avea gli ossi tutti rotti
e nella mente non vedea che stelle.
Elogio mio lettor qua io rifotti
e notizie ti dò che son di quelle
che a cor ti stanno e che sapere ardivi:
raggiunse Fabio, alfine, i fuggitivi.

XIII
Poi che il Burlacco vide il Fabio avanti
tutto tremava e verde per paura
a pregare si mise tutti i Santi,
né ebbe forza a darsi alla ventura
della fuga, né lacrime per pianti.
Tosto levò la spada di cintura
e addosso a Fabio si scagliò da forte
pur certo di trovar beffarda morte.

Il nostro prode che era anco intontito
per quella corsa senza alcun riposo
al suolo giacque poi che fu investito.
Ma tosto si levò e disse iroso:
"Burlacco tu del Sito figlio ardito
chi vincerà di noi sarà lo sposo
di queste donna bella e senza core
che preferì fuggir di Fabio amore
".

Non v'ho mai detto, questo almeno parmi:
Burlacco avea sistema singolare
per battere i nemici suoi con l'armi.
Egli, pria l'avversario d'atterrare,
d'elmo privava, verseggiando carmi:
come Cirano e vano fu tentare
con Fabio che avea l'elmo troppo saldo.
Nessun scalzar potea quell'uomo baldo.

Cento colpi e poi cento e cento ancora
battè sul capo al vate quel guerriero,
ma non riusciva mai… per la malora
a staccar dalla testa quel cimiero.
Batteva forte e forza ora per ora
perdeva il colpir suo sempre men fiero.
In fin sfinito stramazzo sul suolo
E Fabio lo finì col colpo solo.

XIV
Strofa che assistito avea al duello
sperando invano che il suo amor vincesse,
quando la morte constatò di quello
le avvenne che più chiaro non vedesse
tutto le si annebbiò nel suo cervello
e al suolo cadde come morta stesse.
Fabietto molto stanco a terra giacque
al fianco della bella… che gli piacque

Stettero a terra entrambi, ma di botto
entrambi si destarono ed il pianto
fu della damigella il solo motto
lacrimava pel morto steso accanto.
Fabietto da quei dolci lai sedotto
alla bella s'avvicino d'alquanto.
Ella si trasse indietro con orrore
e in queste voci espresse il suo dolore:

"Questi era l'uom più forte della terra
il migliore nell'uso delle spade
e mille suoi avversari il suol sotterra !
Questi era degno d'una Lorenziade…
Ma tu chi sei che tal campione atterra
" ?
"Son io, Fabio rispose, un… Ennenniade !
Di me tu sarai moglie, donna rea
Soltanto d'esser bella come dea
".

Strofe a codesti accenti si taceva
ma senza che il campione s'avvedesse
si tolse da un anél che al dito aveva
atro veleno e in bocca se lo immesse.
Fabietto poiché tanto gli piaceva
senza esitare un bacio le impresse…,
ma poche stille sul labbro rimaste
di quel veleno al vate fur nefaste.

Strofa cadde al suol pallida in volto
e con lei senza di morte avvedersi
a terra cadde il vate ahimè stravolto.
Pochi istanti due fiori avevan persi
Stettero: ed a Burlacco era rivolto
il sorriso di Strofa, mentre versi
parea cantare il nostro vate altero
che vate, conte, duca fu e guerriero.

Epilogo
E tu, musa, piangente t'inchinasti
su quell'inerte corpo senza spiro
e queste triste storia tramandasti.
Il vento la rapì e il suo respiro
la impresse sopra i rami, che mutasti
perch' io la conoscessi in un papiro.
Ne passeranno secoli, anche dieci,
ma Fabio alfine avrà le giuste preci.
(Gus)

 

Repliche di Antonio Fabi

Al signor G.U.F.

Hai chiesto aiuto ad altri scalzacani
e hai pensato per qualche settimana
per prepararti a codesta quintana,
mettendo in campo versi così vani?

Certamente qualsiasi puttana
è ben più onesta di chi lingua e mani
adopra come Bossi e i suoi "padani":
non c'è ironia; solo rabbia villana.

Giochetti idioti sul fisico aspetto
rifiuto sempre, ché sono sleali,
salvo che proprio non vi sia costretto.

E nel tuo caso, Gus, sono reali
le tue fattezze di cui ho già detto:
son, pei palloni, gli spilli letali.

Quanto sono banali
i tuoi ricorsi al metro e alla bilancia,
argilloso gigante: la mia lancia

nella tua oscena pancia
penetra a fondo e, insieme alle budella,
trafigge pur le tue poche cervella.

E pure questa è bella:
scherzi coi falli tu, macho guerriero,
che indossi un condom per elmo e cimiero?

A me non spiace, invero,
di poterti infilzare come un tordo,
professorino frustrato e balordo;

ed ora mi ricordo
di un fiero barbagianni che ho impagliato.
Se uscirai dal tuo vile anonimato,

vedrai provato
quanto io dico, ossia la verità,
o anonima ed immensa nullità.
(Antonio Fabi)

Simmetria
Quando Alvaliddo, celebre Amostante,
catturò Gusso, mulattier pedante,
per impalarlo e poi metterlo in vista
dovette prima affidarlo a un dentista.
(Antonio Fabi)

Bombarda e Salsiccia
Ripensando al guerriero abate Gus,
protettore di tutti gli innocenti,
devesi rammentare ch'è il non plus
ultra
per affondare i miei fendenti.
Lo faccio a fette; e tanto infetto pus
col freddo sangue sgorga: repellente.
Questo gigante, atleta poderoso,
ogni volta si mostra più penoso.

Penoso sei per come t'ho ridotto;
penoso sei per la stolta arroganza;
penoso sei quando vuoi fare il dotto;
penoso per difetto di sostanza;
penoso perché sei sconfitto e rotto;
penoso … ormai mi sembrano abbastanza.
Penoso ancora, però, ché ti occulti
e l'arti tutte ferisci ed insulti.

Non sei di certo tu il primo balordo
che incontro e faccio a pezzi in un secondo:
stai finendo allo spiedo, come un tordo;
così continua il tuo scempio giocondo.
Quanti hai citato bene li ricordo,
quantunque abbia girato tutto il mondo:
sono alcuni gentili e bei signori;
altri no, ma di te sempre migliori.

Avevo a tutti chiesto un armistizio
per un impegno, per un lavoretto,
di pochi giorni, non per uno sfizio.
Ma Gussyago , e il suo nuovo chierichetto,
leali entrambi e pieni di giudizio,
al pari d'ogni grassatore abietto,
pensarono alle spalle di colpire,
poveri sciocchi, chi non può morire.
(segue?)
(Antonio Fabi)

Strambottino
Gus, ti ringrazio per il bel commento
gentilmente spedito in altra sede;
è d'uopo ricambiare il complimento,
cosa che faccio in piena buonafede.
Il poema, però, tutto sommato,
crescendo perde forza edè stonato:
sei quasi come una patente a punti:
li perdi in proporzione ai versi aggiunti.
(Antonio Fabi)

Et de hoc satis
Ora che scrivi lunghissimi pezzi,
gravato già da imputazion pesante,
Gus, ti procuri coi tuoi stessi mezzi
un'altra pesantissima aggravante.
(Antonio Fabi)

Generosità
Ancora non ti paiono abbastanza,
povero Gus, le legnate che hai preso;
stai sereno: non è certo un gran peso
dartene ancora tante in abbondanza.
(Antonio Fabi)

Frammenti di gloria
Torna Gussanti da un pellegrinaggio
che l'ha portato, pare, in Terra Santa
a raccogliere un poco di coraggio.
Di questo, tuttavolta, non si vanta
e si presenta come uomo saggio:
addirittura le mie imprese canta.
Non trova più la forza d'attaccarmi,
conoscendo il valor delle mie armi.
S'egli vorrà pagarmi,
gli fornirò ben volentieri aiuto:
l'Euro profuma e sopra non ci sputo.
(Antonio Fabi)

Mi passa un mio tribuno un documento
Mi passa un mio tribuno un documento
gussita, a quanto vedo e a quanto sento:
puzza di solennissima aria fritta,
cotta nella consueta sua marmitta.
Stai preparando tu la mia disfatta,
nella brodaglia in cui lieto ti bagni?
Non illuderti mai, vecchia ciabatta,
prode crociato dalle armi di latta;
non serve che ti sbatta:
anche se avessi un mitra od un cannone,
soccomberesti, eroe grullo e coglione.
Forse non ho ragione?
Su quattro ottave tu ne storpi due;
guardale bene, piissimo bue.
(Antonio Fabi)

Preghiere vane
Continua Gus a invocare la musa,
poiché si sente inutile e confuso;
ma neppure Medusa
sopporta di guardare il suo bel muso.
(Antonio Fabi)

De misero asello
Colpito da una cefalopenia,
stassi Sugghecchio a ragliare di nuovo:
sono dolente, quasi mi commuovo
per tanto strazio e per la sorte ria
di una bestiola così valorosa.
Toccherà certo fare qualche cosa:
rimediargli una nuova e calda stalla,
o buttarlo nell'acqua: starà a galla
(Antonio Fabi)

Sonetto impromptus
Vedo che Gus ha migliorato molto,
grazie ai consigli ed alle correzioni,
che, in questi mesi ed in tante occasioni,
gli ho donato e ho apportato. Ma ho anche colto,

nella sua imitazione del Tassoni,
debolezza di fondo e un piano stolto,
che gli si legge apertamente in volto:
scaraventa su me maledizioni.

Nel suo programma c'è la mia caduta,
cagionata dal suo grande valore,
nanti a una folla emozionata e muta.

Il fedele scudiero il gran furore,
pari soltanto alla sua mente acuta,
placherà divorando questo cuore.

No. Il vostro sacro ardore,
pifferi di montagna sgangherati,
non servirà: sarete voi suonati.
(Antonio Fabi)

Eserciti della salvezza
Lotto contro più eserciti:è evidente.
Il primo, scalcagnato, imbelle e fiacco,
lo guida il Marchesano di Burlacco;
per farlo fuori un soffio è sufficiente.

Il secondo, che passa al contrattacco,
ha come capo Gus: meglio del niente;
occorre qualche affondo, un sol fendente
e, se del caso, un buon colpo di tacco.

Il terzo, numeroso ed agguerrito,
di Parti, Galli e truppe Pompeiane,
lo paga chi mi vuol veder finito.

Sono Boria ed Invidia: esse il Gran Cane
arruolerebbero già invelenito
onde sopprimermi in terre lontane.

Sono speranze vane:
il Mongolo non può stare alla pari
con donne isteriche e duci somari.
(Antonio Fabi)

 

San Barbogio (Parodia Gussiana)  

1.
Vostra Indecenza che mi sta in cagnesco,
perché La tratto come una gallina,
anziché come un pastore tedesco,
voglia considerar che non s'incrina
il mio disdegno, qui nato di fresco,
di Voi, signor Vossia, quella mattina,
quando, avendo il computer non lontano,
vedo un Suo scritto barbaro e villano.

2.
M'ero da poco levato dal letto,
dove trascorro i miei brevi riposi
E, fatta colazion con un pezzetto
di pane e un buon caffè, come i golosi
aggiunsi dopo piadina e "lombetto".
Sentii il "gierretre", poi mi disposi,
al fine d'essere bene informato,
a esplorar qualche sito più aggiornato.

3.
Entro e ti trovo quattro sciagurati
di quei leghisti e simili animali,
come sarebber Bossi ed alleati,
sempre fini, squisiti intellettuali,
ingiustamente da tutti accusati
d'esser violenti, buzzurri e bestiali;
anche se, a dire il vero, i loro musi
sembrano farli alla violenza adusi.

4.
Incomincio a girar con quell'attrezzo,
scarto di gentaglia, di cui me ne frego,
quando scorgo, gallina, il tuo bel pezzo,
pieno, apparentemente di sussiego.
Poiché, tendenzialmente, non disprezzo
al par del mio Maestro -non lo nego-
le novità, pur di tono minore,
non m'avvidi del tuo truce livore.

5.
Ma il riflettere giova, perché puote
svelare la viltà bieca e nefanda:
all'improvviso m'accorgo e mi scuote
l'urlo della tua "voce" miseranda:
versi sgraziati e cigolii; non note
d'un'orchestra e neppure d'una banda,
ma una dichiarazion di bassi stenti,
cacofonia di stridori violenti.

6.
Non un coro del Verdi, caro mio!,
ma solamente orribili latrati:
altro non t' ha concesso il tuo buon dio,
che pure cura i casi disperati.
E, dunque, ritornai ad esser io,
scoprendo i tentativi scellerati
d'un greve scribacchino incompetente,
pari al nulla assoluto, ovvero al niente.
                                                         →  →  →
7.
Che vuol Ella, Indecenza? il fatto è quello,
più che noto, oramai, ché in giro va
l'orrifico, barbarico macello,
che della nostra lingua Ella ancor fa.
S' assolve quel che ha debole il cervello
e ne possiede quanto un baccalà:
non è intenzione mia prenderla in giro,
poiché il suo masochismo stimo e ammiro.

8.
Anzi, quando la cuocio a fuoco lento,
dopo avere strappato le sue penne,
mi sento, in fede mia, più che contento:
aggiungo anche fagioli con cotenne
e, presto, un' acquolina in bocca sento,
pari a quella che a Polifemo venne
quando, nella sua grotta, nel suo regno,
divorò Achei come un camino il legno.

9.
Dopo il pasto la bocca sento amara,
un che d'acidulo e strano sapore,
dovuto alla tua ciccia troppo cara:
anche arrostita non perde l' umore
dal quale, signor mio, mai si separa,
stantio e pesante, o pestifero untore:
Ella puzza, signor, lontano un milio,
più dei morti che Achille fece ad Ilio.

10.
Non vuoi tacere? Il tuo dire è penoso,
zeppo di motti insulsi, grevi e gravi,
ch'esprimono il tuo stato doloroso,
l'odio di un servo ed i tuoi gesti pravi,
con cui pensi di togliere il riposo
a chi compone sonetti soavi.
Recati, dunque, in Croazia o in Boemme,
o a mangiar cardi là, nelle Maremme.

11.
Ti manca ancora quella disciplina
con cui gli epigrammisti in alto vanno;
sei miope, ma occhiuto: una rovina,
come quegli ignoranti che non sanno
d'essere tali. Molto t'avvicina
a loro la scempiaggine e fai danno
a chi giustificatamente teme
scritti e messaggi tuoi, soli od insieme.

12.
Stattene, Bus, non lontano dai Tuoi;
non solo per le feste del natale,
bensì per sempre, o pulce degli eroi,
giacché se non dai retta, fai del male
a tanta gente, pur se non lo vuoi,
e a te medesimo, ceffo brutale.
Prova a pensare a quel celebre piolo;
e smettila di star dentro il bugliolo.
(Antonio Fabi)
 
Raccomandazione per i Cavalieri
Mi spiace annunciare che, per qualche giorno,
sarò in altri siti: attendete il ritorno,
se non vi è pesante codesto favor.
Guerrieri gloriosi, amazzoni ardite,
frenate l'ardore; si sposti la lite:
vi chiedo soltanto un bel gesto d'onor.

Non voglio pensare che non siate onesti:
nessuno io credo che a tanto si presti.
giacché non ho scorto feroce rancor.
Se poi qualcheduno, durante l'assenza,
vorrà farmi danno, non chieda clemenza
se ritornerò come vendicator.
Salvete
(Antonio Fabi)
Al conte duca
(la guerra continua)

Fabio, ti son sì grato che vorrei
che i vati io e tu fossimo presi
in un vascello… per incantamento
e declamaste i vostri versi accesi:
così tutti di sotto butterei
e morireste per annegamento…
(Gus)

Killer aspirante
Povero Gus, la premeditazione,
per un bel tentativo d'omicidio,
ammetti senza alcuna esitazione.
Povero Gus, davvero non t'invidio,
ché, se un vascello potesse salpare,
l'equipaggio te butterebbe a mare.
(Antonio Fabi)



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