Recensioni
2013

Pagina iniziale

Tematiche e testi

Poetare | Poesie | Licenze | Fucina | Strumenti | Metrica | Figure retoriche | Guida | Lettura | Creazione | Autori | Biografie | Poeti del sito

Commenti     Poesie consigliate     La Giostra della satira     Concorsi   La Sorgente delle poesie

Questa pagina raccoglie le recensioni di romanzi, libri di racconti, volumi di poesia e di altro genere letterario (libri di saggi, viaggi, teatro, ecc.), film.

Leggere le modalità di  partecipazione e pubblicazione.

Recensioni 2012

 Invia la tua recensione


 

20/12/2013

Sotto il sole
(sopra il cielo)

di Alessandro Ramberti

Postfazione di Anna Ruotolo
Copertina e disegni di Francesco Ramberti

Versione cinese di alcune poesie
A cura di don Pietro Cui Xingan e Alessandro Centanni

Fara Editore
www.faraeditore.it
Poesia 

Incontro fra occidente e oriente

Rischiava di finire nel marasma di volumi che popolano il mio tavolo e che talora, l’uno sopra l’altro, riescono perfino a sovrastarmi; e del resto più che un libro è un libriccino, quasi una formichina, ma poi, casualmente, mi è tornato fra le mani e, mosso dalla curiosità, ho iniziato a leggere, beninteso solo le poesie in italiano, giacché la traduzione di una parte di esse in cinese rappresenta per me un ostacolo insormontabile. Però, che strano vedere accostate lettere che formano parole, e ideogrammi che reputo corrispondano a parole.
Al primo impatto mi è venuto da classificare questa silloge come religiosa, per quanto, pensandoci poi bene, e considerate le influenze dei pensieri filosofici dell’Estremo Oriente, credo che, pur nel solco dell’Antico e del Nuovo Testamento, finisca con il predominare una spiritualità, un modo di vedere cristianamente laico che rende le liriche ancor più interessanti.
Certo, domina la ricerca all’assoluto, ma non di maniera, bensì un percorso alla trascendenza che impone necessariamente l’attenta analisi di ogni verso. Direi anzi che più che i versi sono le parole, le sillabe il fulcro del poetare di Ramberti, un lento progredire verso la meta, verso lo scopo non tanto della silloge, bensì di un’estasi di cui la silloge stessa è espressione.
E proprio in questo mi tornano alla mente certe filosofie orientali, di certo non ignote all’autore per gli studi effettuati; ne riviene uno strano ma equilibrato contatto fra occidente e oriente, e non so fino a che punto pesi di più il primo oppure il secondo, né mi azzardo a ricercarlo, in quanto del buddhismo, del confucianesimo, del taoismo ho solo una vaga e imperfetta infarinatura, però sufficiente a ipotizzare questo confronto dialogante del tutto riuscito, 
E’ evidente poi che l’aspetto è senz’altro simbolico, per quanto Ramberti cerchi di essere abbastanza chiaro, lasciando all’intimo sentire di ognuno l’esatta sensazione di certi testi, che a volte somigliano a delle parabole.
Ma se la religione è fede e la filosofia è ragionamento, tanto da sembrare opposte, resta tuttavia una ricerca di senso di cui nessuna delle due è in grado di dare una definitiva risposta; comunque ho l’impressione che l’autore abbia voluto evidenziare l’impossibilità per l’essere umano di essere autosufficiente senza Dio. Insomma, mi pare proprio il concetto dell’esistenzialismo e non è quindi un caso se una delle liriche (Aut aut) è dedicata a Soren Kierkegaard.
Si tratta quindi di poesia filosofica, ed ecco il perché dell’analisi necessaria di ogni parola, perché nulla è lasciato al caso o al puro esercizio poetico.
Credo sia anche giusto evidenziare l’apprezzamento della critica, come confermato dai riconoscimenti in alcuni concorsi letterari (Premo Speciale Firenze, Capitale d’Europa, 2013;  segnalazione al Civetta di Minerva, 2013;
menzione al Premio Anterem Lorenzo Montano, 2013).
Da leggere, senz’altro.  

Alessandro Ramberti è nato a Santarcangelo di R. nel 1960. Laureato in Lingue Orientali a Venezia, vince una borsa (1984-85) per l’Università Fudan di Shanghai. Nel 1988 consegue il Master in Linguistica presso l’Università di California Los Angeles. Conclude gli studi con il dottorato in Linguistica presso l’Università Roma Tre (1993). Da allora lavora in ambito editoriale. Ha vinto il premio “l’Astrolabio” con pubblicazione dei suoi Racconti su un chicco di riso (Tacchi Editore 1991). Come Johan Thor Johansson edita La simmetria imperfetta. .(Fara 1996). Con In cerca. .(Fara 2004) vince il premio “Alfonso Gatto” 2005 opera prima e, nel 2006, i premi “Città di Solofra”, “Voce dal Ponte” (Monopoli) e il premio speciale “Città degli Acaja” (Fossano). Con Pietrisco. (Fara 2006) “Poesi@ & Rete” (Trapani-Palermo) e il premio biennale “Cluvium”. Con L’Arca Felice di Salerno nel 2009 pubblica la plaquette Inoltramenti. .e nel 2011 Paese in pezzi? I monti e i fiumi reggono. .(4 poesie di Du Fu), entrambi illustrati da Francesco Ramberti.. In «Italian Poetry Review» V, 2010 esce “Rabbunì”, qui ampiamente riscritto. Gli è stata dedicata la «Lettera in versi» n. 32 a cura di Rosa Elisa Giangoia:bombacarta.com/le-attivita/lettera-in-versi
Renzo Montagnoli

 

18/12/2013

Memoriale del convento
di José Saramago

Traduzione di Rita Desti e Carmen M. Radulet
Con una nota di Rita Desti

Giangiacomo Feltrinelli Editore

Narrativa romanzo

 

Un grande affresco storico

Di José Saramago ho letto fino ad ora abbastanza poco, anche se quel poco è costituito da due titoli (Una terra chiamata Alentejo e Il Vangelo secondo Gesù Cristo)  che sono duei romanzi profondamente diversi fra loro, ma egualmente splendidi. In Una terra chiamata Alentejo si narra della difficile esistenza dei contadini di quella terra, sotto un punto di vista marxista, e quindi non rinunciatario; in Il Vangelo secondo Gesù Cristo c’è una magnifica descrizione del Cristo uomo, che tuttavia rivela che in Saramago esiste più un anticlericalismo che una convinzione ateista.
Diverso è pure questo Memoriale del convento, un romanzo storico - oserei dire rigorosamente storico - in cui l’autore portoghese ha tuttavia inserito, con grande efficacia, anche un aspetto di fantasia, con la creazione di due personaggi, Baltasar e Blimunda, capaci di rappresentare in tutte le loro componenti la popolazione portoghese dell’epoca in cui é ambientato il libro.
La vicenda è del tutto vera e riguarda la costruzione, avvenuta fra il 1713 e il 1730,  del reale edificio di Mafra, costituito da un palazzo, da un convento e da una basilica di dimensioni tali da competere con quella di San Pietro. Il motivo di quest’opera immensa? A Re Giovanni V di Portogallo manca l’erede e, per quanti sforzi abbia sempre fatto, questi non è mai venuto; a lui nulla si può imputare, come testimoniano i numerosi bastardi disseminati per le terre del regno; il problema è la moglie, che non riesce a farsi ingravidare. Un francescano, tuttavia, assicura che la casa reale vedrà una nascita se in cambio si costruirà un convento a Mafra. L’accordo è raggiunto e infatti da lì a nove mesi la regina scodella l’agognato erede. Per quanto ovvio, certe promesse non possono essere disattese e così si avvia la costruzione, con la partecipazione di una moltitudine di operai e a costi proibitivi.
La descrizione di Saramago è encomiabile e finisce con il diventare la narrazione di un’epopea, un ritratto fedele di un Portogallo dominato dalla religione, oppresso dall’Inquisizione, in cui i richiami alla morte non sono solo figurativi.
E poiché la storia non è solo ciò che ha riguardato un determinato accadimento, ma un intreccio di accadimenti, ognuno dei quali finisce con l’essere in dipendenza dell’altro, nel contesto edificatorio finiscono con il confluire altri fatti, peraltro accaduti veramente, com’è il caso della “Passarola”, ovvero l’uccellaccio del padre Bartolomeo Lourenço, l’ideatore e costruttore di una macchina volante, che volò veramente l’8 agosto 1709, in presenza dei sovrani. Non fu niente di leonardesco, bensì si trattò del primo pallone aerostatico. E qui aggiungo che più del rischio per il volo, Padre Bartolomeo ebbe da temere per gli effetti della Santa Inquisizione, la nube nera che di fatto sovrastava nel regno di Portogallo tutto e tutti, perfino il re.
Quella volta gli andò bene, ma poi padre Bartolomeo, accusato di giudaismo, dovette riparare all’estero, in Spagna (altro luogo poco sicuro), dove morì completamente pazzo.
L’ambientazione storica è di tutto rilievo, ma Saramago non si accontenta di tracciare per il lettore una linea in cui giustamente porre un regime oppressivo e nefasto, ma aspira anche a dare chiare indicazioni di ciò che può essere il concetto di bene, dissimile ovviamente da quello della Chiesa, che si definisce bene assoluto, in perenne lotta contro il male, rappresentato da chi ad essa non si sottomette.
Ed ecco allora le figure di fantasia di cui ho cennato, cioè di Baltasar e Blimunda, fra cui sboccia l’amore, un amore che trova nelle loro diversità (lui soldato privo di una mano, lei figlia di una strega) il miracolo di una parentesi di Paradiso in una terra d’inferno.
Detto così questo romanzo potrebbe sembrare un gran minestrone, ma del resto, trattandosi di una vicenda corale, Saramago doveva per forza non limitarsi a una singola sfaccettatura del fatto e devo dire che ne uscito assai bene, anche se la sua prosa, una prosa parlata per intenderci, mi è sembrata meno scorrevole che in Una terra chiamata Alentejo, in cui, predominando l’elemento creativo, aveva indubbiamente meno vincoli.
Ciò non toglie che, se pur il romanzo in alcune pagine possa risultare greve, tuttavia per qualità e contenuti si conferma l’opera di un maestro indiscusso ed è proprio per questo che la lettura non può che essere vivamente raccomandata.

José Saramago è nato nel 1922 ad Azinhaga, in Portogallo. Due anni dopo la sua nascita, la famiglia dello scrittore si trasferisce a Lisbona dove il padre lavora come poliziotto. Le difficoltà economiche in cui la famiglia versa, lo costringono ad abbandonare gli studi e a intraprendere diversi lavori. Fa così il fabbro, il disegnatore, il correttore di bozze, il traduttore, il giornalista, e il direttore letterario e di produzione in una Casa editrice.
Nel 1947 pubblica il suo primo romanzo, Terra del peccato che riceve una tiepida accoglienza. Sono gli anni bui della dittatura di Salazar: Saramago subisce costantemente la censura del regime sui suoi scritti giornalistici ed è tenuto sotto controllo dalla Pide, la polizia politica salazariana, a cui riesce sempre a sfuggire, anche quando – nel 1959 – si iscrive al Partito Comunista Portoghese, allora clandestino. 
Negli anni sessanta l’attività pubblicistica di Saramago è indirizzata verso la critica letteraria, e nel 1966 dà alle stampe la sua prima raccolta di poesie, I poemi possibili". Seguono, nel 1970 la raccolta Probabilmente allegria e le cronache Di questo e d'altro mondo del 1971, Il bagaglio del viaggiatore del 1973 e Le opinioni che DL ebbe del 1974.
Nel 1974, l’anno della “Rivoluzione dei Garofani” - il colpo di Stato militare che sancisce la fine del regime fascista in Portogallo – si apre una nuova fase nell’attività letteraria di Saramago che si concretizza nel romanzo del 1977 Manuale di pittura e calligrafia, mentre l’anno successivo pubblica Una terra chiamata Alentejo. Sempre in questo periodo scrive per il teatro (La notte, 1979 e Cosa ne farò di questo libro?) un attività che continuerà anche negli anni successivi (La seconda vita di Francesco d'Assisi, 1987; In Nomine Dei, 1993 e Don Giovanni, o Il dissoluto assolto del 2005).
Nel 1982 pubblica Memoriale del convento (edito in Italia da Feltrinelli nel 1984), il romanzo che gli dà notorietà a livello internazionale. Seguono L'anno della morte di Ricardo Reis (1984, Feltrinelli 1985), La zattera di pietra (1986), Storia dell'assedio di Lisbona (1989).
Negli anni novanta escono Il Vangelo secondo Gesù Cristo (1991),
Cecità (1995) e Tutti i nomi (1997). Il primo decennio del 2000 è il più prolifico dell’attività di scrittore di Saramago, che dà alle stampe ben sette romanzi: La caverna(2001),L'uomo duplicato (2002),Saggio sulla lucidità (2004),Le intermittenze della morte(2005),Le piccole memorie (2006),Il viaggio dell'elefante (2008) e Caino (2009, ed. it. Feltrinelli 2010).
Nel 1998 gli viene assegnato il Premio Nobel per la Letteratura, riconoscimento che suscitò molte polemiche nel mondo cattolico per le sue ben note posizioni antireligiose. Polemiche che lo hanno fatto decidere di trasferirsi a Lanzarote, nelle Isole Canarie.
E' morto nel giugno 2010.
Renzo Montagnoli

 

15/12/2013

Una per mille
di Cristina Bove

Edizioni Smasher
www.edizionismasher.it
Narrativa


Una vita movimentata

Per chi è abituato a scrivere poesie il passaggio alla narrativa rappresenta sempre un valico arduo da un campo in cui si è acquisita esperienza a un altro che è tutto nuovo e sconosciuto. Potete ben capire che un conto è metter giù dei versi che fotografano un'emozione, un sentimento, mentre altra cosa è svolgere un tema in più pagine, anzi in molte pagine. Credo che Cristina Bove, pertanto, abbia fatto una scelta giusta, non scrivendo un romanzo, ma quella che può essere definita un'autobiografia fra il passato e l'oggi, quest'ultimo destinato per lo più a riflessioni di carattere generale. Il continuo ripescare fatti ed episodi della propria esistenza, come il ritornare all'oggi, se all'inizio disorienta un po', alla fine si apprezza perché in questo modo si evitano quelle esposizioni cronologicamente successive che tendono inevitabilmente a tediare il lettore. Direi che l'autrice ha un po' ripercorso il metodo utilizzato da Stendhal per il suo Vita di Herny Brulard, che, guarda caso, è un'altra autobiografia.
Certo, a leggere queste pagine, mi accorgo che la mia vita è stata tutto sommato lineare, e non certo discontinua, quasi avventurosa come quella di Cristina Bove, che volentieri si confessa, raccontando certi fatti che altri magari preferirebbero tacere, ma che a ragion veduta sono stati determinanti nell'iter vitale, come un certo volo da un quarto piano, risoltosi miracolosamente con serie fratture, poi sanate; non sanato invece è stato il motivo di questa caduta, fatta passare dai familiari come un'imprudenza. Va bene, era giovane e da giovani si commettono sciocchezze, però episodio dopo episodio mi sembra di riscontrare un problema di fondo, causato dall'assenza della figura paterna (il padre c'era, ma se n'andò di casa quando lei era ancora piccola). Che volete mai, ognuno ha le sue teorie, ma credo che quell'abbandono abbia segnato per sempre, nel bene e nel male, la vita dell'autrice. E poi il collegio con le camerate fredde, l'impossibilità, per difficoltà economiche, di realizzarsi scolasticamente sono tutte cose che lasciano inevitabili strascichi; da, qui, forse un remoto rigurgito di insoddisfazione che né un matrimonio, né la nascita dei figli sono riusciti a sanare. Solo l'arte, la passione di leggere, di scrivere, di dipingere, insomma di concretizzare in forme plastiche o comunque accessibili quella inconscia rabbia che si porta dentro, hanno potuto generare un'oasi di appagamento, tanto che mi viene da dire che senza la scrittura non avremmo Cristina Bove, cioè senza di essa si sarebbe lasciata andare aggravando gli acciacchi, sì che è lecito pensare che lo scrivere sia per lei come il respirare, una condizione unica e indispensabile per continuare a vivere.
Personalità indubbiamente complessa, che si riflette anche nella sua produzione poetica, eventi ed accadimenti ( in cui si spera ci sia almeno un pizzico di fantasia), ci vengono sciorinati quasi come fossero normali, e invece, per lo più, non lo sono.
C'è in tutto questo, come nella vita di ognuno di noi, un disegno sconosciuto, e il raccontarci finisce con il diventare la ricerca di questo programma. Non credo che Cristina Bove sia riuscita a scoprire l'arcano, ma in cambio, per farlo, ci delizia con questa sua autobiografia dal linguaggio semplice, ma immediato, uno specchio in cui si riflettono dieci, cento, mille Cristina, sempre la stessa e pur così diversa, a seconda dell'angolo di osservazione.
Ma in fondo chi, pur credendosi unico, a guardare dentro di sé non trova tante e tali sfaccettature che prima non avrebbe immaginato?
Ecco, fra penne e pennini, fra carta e inchiostro, rivoltato il suo passato, Cristina Bove, senza ipotecare un avvenire, lascia un segno nel presente, ripercorrendo il suo passato.
Da leggere, mi sembra più che chiaro.

Cristina Bove è nata a Napoli il 16 settembre 1942, vive a Roma dal '63. Ha cominciato da piccolissima a disegnare, a nutrire la passione per la lettura. In seguito si è dedicata alla pittura, alla scultura, e alla scrittura. Negli ultimi tempi si esprime soprattutto in poesia, molti suoi testi formano le sillogi di quattro raccolte già pubblicate.
Scampata più volte alla morte, ha grande comprensione per chi soffre, nel fisico e nella psiche. Crede nella libertà e nella giustizia, pensa che il rispetto della diversità sia un valore fondante tra gli esseri umani e ne sia inestimabile ricchezza. È alla costante ricerca del significato di questo infinito mistero in cui si sente immersa e partecipe.
Ama la vita, i suoi cari, e tutti gli esseri umani dal cuore buono e dalla mente aperta. Considera la poesia un linguaggio universale, l'esperanto dell'anima.
Scrivere è per lei una sorta di rispetto per la propria e altrui memoria, un fissare con la parola il pensiero affinché non si disperda, e renda sacralità alla vita. Ha pubblicato tre raccolte di poesie per la casa editrice Il Foglio Letterario: Fiori e fulmini (2007), Il respiro della luna (2008), Attraversamenti verticali (2009). È presente in diverse antologie: Antologia di Poetarum Silva (a cura di Enzo Campi), Auroralia (a cura di GajaCenciarelli), La ricognizione del dolore (a cura di Pietro Pancamo), Antologia del Giardino dei poeti (a cura sua e di altri poeti), Mi hanno detto di Ofelia (2012) per le Edizioni Smasher.

E in alcuni siti, tra cui:
La dimora del tempo sospesa, Neobar, Filosofi per caso.
Il suo blog su wordpress http://ancorapoesia.wordpress.com/ 
Conduce il blog http://giardinodeipoeti.splinder.com/ 
È nella redazione di http://viadellebelledonne.wordpress.com/
Renzo Montagnoli

 

12/12/2013

I luoghi della memoria
di Adriana Pedicini

Arduino Sacco Editore
www.arduinosacco.it
Narrativa racconti


Di un tempo passato

Perché raccontare del proprio passato? Perché fare emergere i ricordi di un'età spesso lontana? Le risposte possono essere tante e la meno plausibile, anche se ha un certo senso, è di mettere nero su bianco affinché altri, magari i discendenti, possano sapere.
La pratica non è infrequente, anzi è assai diffusa e ha interessato autori famosi, come Proust. Pure io mi sono avventurato al riguardo con non pochi racconti, dove lo spazio concesso alla fantasia è minimo e serve solo per interessare maggiormente il lettore. Forse ci si affida a questo espediente per far rivivere, in senso figurato ovviamente, la propria giovinezza, dove tutto è più bello, quasi magico, oppure per narrare di personaggi che ci sono rimasti in mente e che nella vita non hanno avuto la loro giusta luce.
Adriana Pedicini, come altri, è tornata all'indietro di anni, in un'epoca che sembra così diversa dall'attuale, un piccolo mondo ormai di ombre che lei con pazienza ed umiltà illumina. Sono semplici esseri umani, ma a loro modo sono dei protagonisti, perché per lei hanno significato tanto, al punto di conservarne la memoria e di farli riemergere dalla polvere del tempo.
Non ce n'è uno che non sia ricordato anche solo con una punta d'affetto, perfino Teresina, la scema di paese, che si trovava e si trova ancora nelle piccole realtà. La si potrebbe definire un'istituzione, ma mai derisa, osservata sì, ma con occhio compassionevole. Quelli che la città nasconde come fossero dei mostri, il paese restituisce alla collettività.
E poi ci sono i sapori di una volta, quello invitante del pane appena sfornato, preparato dalle abili mani della nonna Andreana, quasi un rito, che negli occhi di una bambina assumeva aria di mistero, il risultato di astruse formule magiche.
Ma non vado oltre, non voglio anticipare quello che il lettore desideroso di conoscere ciò che l'attuale società ha perso potrà trovare nei racconti di questa raccolta.
E qui sorge un'altra domanda: ma a chi dovrebbero interessare dei ricordi privati? A chi vuole conoscere le proprie radici, perché è dalla piccola storia di ognuno di noi che nasce l'epopea di una società, il modo di vivere della stessa, le sue speranze, spesso disattese.
Però non ho risposto ancora alla prima domanda, sul perché l'autrice è andata a rinvangare il passato. Certo, ama scrivere e le piace che qualcuno sia partecipe di quella è stata una parte della sua esistenza.
C'è però una ragione più profonda, che spesso non osiamo confessare: rammentare ciò che è stato, il nostro lontano vissuto è l'unica certezza che non abbiamo calcato inutilmente le strade di questo mondo, nel pur breve percorso che ci è riservato.
Sono tanti quindi i motivi per leggere questo libro, ben scritto, con una narratrice che non s'impone, ma si propone, e sono certo che molti personaggi non potrete dimenticarli, vi parrà di vederli, piano piano li farete vostri, entreranno in voi in un gioco di memoria a cui sarà assai piacevole partecipare.

Adriana Pedicini, vive a Benevento. Già docente di lettere classiche nei Licei, scrive da tempo, ma solo con la pensione ha iniziato a dare concretamente visibilità alla sua scrittura. Ha pubblicato una raccolta di racconti I luoghi della memoria, A. Sacco editore 2011, (1° Premio nel Concorso Internazionale di Narrativa Taormina 2010) e una silloge di poesie, Noemàtia, Lineeinfinite edizioni 2012. Tra esse figura la poesia Mare Monstrum, I° premio al Premio internazionale di poesia Otto milioni 2013, assegnato dal Comune di Torrenova (Me). Ha anche curato Da Europa all'Europa (Ilmiolibro.it 2010), dispense didattiche sul teatro antico e sull'origine della civiltà occidentale, attraverso il mito di Europa e gli archetipi del pensiero, del diritto, dell'arte, della letteratura. È presente con poesie e racconti su varie antologie anche on-line. Collabora con diversi blog e siti letterari. Per contatti: adripedi@virgilio.it
Renzo Montagnoli

 

10/12/2013

Mesolino
Il pianto dei noccioli
di Angelo Sirignano

Albus Edizioni
www.albusedizioni.it
Narrativa romanzo
Collana Narrando


Gli anni cambiano le persone

Che mi interessino, e non poco, le storie ambientate in una piccola realtà è un dato di fatto, e infatti, fra le mie letture figurano romanzi come Fontamara, Cristo si è fermato a Eboli, La luna e i falò, senza contare tutti quelli scritti da Piero Chiara.
Amo, forse perché anch'io abito in un piccolo paese, le atmosfere locali, gli usi, le tradizioni, insomma tutto ciò che è così comune e al tempo stesso difforme, e che non è possibile trovare nell'anonima grande città.
Non è un caso quindi se questo romanzo ha destato in me da subito un particolare interesse, anche perché non conoscevo questa zona dell'Irpinia in cui svolge la vicenda..
A onor del vero, il romanzo è strutturato in modo strano, con una prima parte che sembra un memoriale, un succedersi di eventi riguardo a un personaggio (l'io narrante) che abbracciano un lasso di tempo abbastanza lungo, di circa una quarantina d'anni, ma poi, arrivati a quello che nelle intenzioni dell'autore rappresenta il presente, si trasforma in un giallo, in una indagine serrata per scoprire chi ha assassinato un amico di vecchia data del protagonista principale. Questa parte è la più lunga dell'opera e non si discosta dalle tipiche indagini dei polizieschi, tuttavia con una differenza: l'ambiente. Sì, perché in quei luoghi, se non c'è forse omertà, c'è sempre reticenza, soprattutto per un atavico timore nei confronti di uno stato che appare così lontano da quelle lande.
In tal modo le indagini procedono fra alti e bassi e ogni volta che si è convinti di trovare il colpevole, vengono alla luce altri filoni e altri possibili rei.
A un certo punto appare più che logico al lettore di conoscere finalmente la verità, ma Angelo Sirignano riserva un'ulteriore sorpresa, con un finale del tutto imprevedibile, ma che impreziosisce l'opera, e che a ben guardare e riflettere appare plausibile, anche se agli appassionati di polizieschi potrebbe risultare deludente; invece, osservate sotto l'aspetto letterario, le ultime pagine mi trovano d'accordo e consentono meglio di comprendere lo scopo per cui il libro è stato scritto.
Comunque, al fine di non ingenerare equivoci, preciso che non ci troviamo di fronte a un capolavoro o a un romanzo particolarmente bello, ma nella capacità di ricreare le atmosfere, di descrivere paesaggi e di tenere sempre desta l'attenzione, l'opera ha una sua dignità che ne rende consigliabile la lettura.

Angelo Sirignano avvocato. Vive a Visciano dove è nato. Mesolino è il suo primo romanzo.
Renzo Montagnoli

8/12/2013

Baci da non ripetere
di Paolo Di Stefano

In copertina disegni di Simone e Luca Di Stefano

Giangiacomo Feltrinelli Editore
Narrativa romanzo


Il dramma dell'incomunicabilità

Non credo sia facile trovare un libro come questo, capace al tempo stesso di coinvolgere e di sconvolgere, una di quelle opere che si possono definire irripetibili nella carriera di un autore, proprio perché la loro stesura ha richiesto una partecipazione emotiva tale da sconsigliarne un ulteriore ricorso.
Mi preme fin da ora precisare che Baci da non ripetere è molto bello, ma non è di facile lettura, perché è necessario lasciarsi andare, pagina dopo pagina, quasi partecipi dei fatti, in un'altalena costituita dall'esposizione dei due io narranti, con frequenti spostamenti di tempo, spesso a ritroso. Alla fine se ne esce appagati, ma anche con un vago senso di disorientamento, una vertigine che l'abilità di Di Stefano è riuscita a indurre, perché corrisponde proprio a quello che hanno provato i due protagonisti.
Non è mia abitudine fornire la trama, se non per sommi capi, ma questo è uno di quei casi in cui mi vedo costretto ad anticipare un po' più compiutamente ciò che attende il lettore.
Un immigrato italiano in Svizzera si sposa con una del posto, di classe sociale diversa (lui figlio di povera gente siciliana, lei invece figlia di genitori agiati) e dalla loro unione nasce un bambino che dopo pochi anni, colpito da leucemia, muore. È lì che inizia il dramma, perché quella povera creatura era il collante del loro matrimonio che progressivamente si sfalda. Ognuno, chiuso nel suo dolore, si isola, ridando fuoco a una latente incomunicabilità che segnerà per sempre la loro vita. Il marito, quasi a voler riaffermare le proprie origini, arriva al punto di traslare la salma del bimbo dal cimitero in terra svizzera a quello del paese natale in Sicilia, portando con l'auto la bara, in un viaggio che presenta un sensazionale miscuglio di allucinazione, di tenerezza e di travolgente dolore. La famiglia non esiste più, i due vivono sotto lo stesso tetto, ma non si parlano, così lei un giorno sparisce (sapremo poi che condurrà anche un'esistenza da barbona), per poi ritornare dopo tanti anni al capezzale del marito, prossimo alla fine minato da un male incurabile.
Si riconcilieranno? No, non lo faranno, ognuno completando quel percorso di vita iniziato in ambienti familiari di opposta estrazione, ma caratterizzati per lui da un padre-padrone e per lei da una madre autoritaria, una bigotta di stampo calvinista.
Ma qualche cosa cambierà - e per ovvie ragioni non anticipo nulla - pur in un quadro generale che non può mutare, perché le solitudini dell'infanzia si trascinano nell'esistenza.
Su una cosa voglio essere chiaro: Di Stefano non ha inteso profondere commozione a piene mani, e con la vicenda di un bimbo che muore le occasioni c'erano, ma è molto misurato, non sollecita il lettore a facili lacrime, pur in presenza di qualche pagina che è possibile definire straziante, e questo è senz'altro uno dei pregi del libro. L'altro, assai più importante, è stato di parlare di incomunicabilità rendendo altamente partecipe chi legge, con una tecnica sopraffina, il cui risultato è indubbiamente notevole.
E il titolo ben si presenta idoneo alla tragedia di questa famiglia: baci da non ripetere, cioè non ci saranno più baci di un uomo alla sua donna, di una donna al suo uomo e di entrambi al loro bambino.
Da leggere, indubbiamente.

Paolo Di Stefano, nato ad Avola (Siracusa) nel 1956, inviato del "Corriere della Sera" è stato capo delle pagine culturali. Laureato con Cesare Segre all'Università diPavia, ha debuttato nel giornalismo come responsabile del ?Corriere del Ticino" di Lugano. Ha lavorato per l'Einaudi, e per il quotidiano ?La Repubblica". Attualmente è giornalista culturale del "Corriere della Sera".
Ha scritto, fra l'altro:
Minuti contati (Scheiwiller, Milano 1990, Premio Sinisgalli), Baci da non ripetere (Feltrinelli 1994, Premio Comisso); Azzurro troppo azzurro (Feltrinelli 1996, PremioGrinzane Cavour); Tutti contenti (Feltrinelli 2003, Superpremio Vittorini, Superpremio Flaiano, Premio Letterario Chianti), Aiutami tu (Feltrinelli 2005, SuperMondello), Nel cuore che ti cerca (Rizzoli 2008, Premio Campiello e Premio Brancati), Per più amore (Manni Editore), La catastròfa (Sellerio 2011, Premio Volponi), Giallo d'Avola (Sellerio 2013, Premio Viareggio-Rèpaci 2013).
Renzo Montagnoli

 

4/12/2013

Diario segreto di Napoleone
di Joseph-Marie Lo Duca
A cura di Angelo Mainardi
Prefazione di Jean Cocteau

Tre Editori
www.treditori.com
Romanzo storico



Due corpi, un'anima

Che Napoleone nel corso della sua esistenza avesse tenuto un diario segreto non ci è dato di sapere, per quanto la cosa potesse essere possibile, ma la stretta vigilanza a cui era sottoposto a Sant'Elena ne avrebbe senz'altro impedito la sua diffusione, e comunque ne avrebbe reso impossibile la consegna ad altri, in particolare ad Henry de Jomini, a tutti gli effetti il suo alter ego.
Quanto sopra per evidenziare come questo libro sia un vero e proprio romanzo storico, scritto con straordinaria abilità, nonché fedeltà agli accadimenti, da un autore geniale come Joseph-Marie Lo Duca. Se voglio esser sincero, dopo averlo letto e riletto, mi sono reso conto che l'opera è senz'altro più attendibile di un eventuale autentico diario e lo scopo di Lo Duca é stato quello di fornirci il ritratto di due uomini, di due geni militari, che avevano le stesse intuizioni, tanto da supporre perfino un caso di telepatia. Sarebbe però riduttivo parlare solo di questa stranezza, perché in effetti con il diario ci viene rappresentato Napoleone nel suo intimo, dalle vittoriose battaglie d'Egitto alla drammatica conclusione della sua vita nell'esilio-prigione di Sant'Elena, attraverso le esperienze provate da quest'uomo che si vide per breve tempo imperatore e poi precipitò nella polvere. Al riguardo, la parte migliore è quella che vede il corso trascinare la sua esistenza in un progressivo distacco dalla vita in quella che fu la residenza assegnatagli dai vincitori dopo la battaglia di Waterloo. Sembra di vederlo, ormai senza speranza, l'ombra di se stesso, ma con ancora qualche guizzo di vitalità; non è più l'ardore di nuove conquiste che lo sostiene, ma la pura e semplice constatazione che il suo tempo è finito, spesso mitigata da una vena di sottile autoironia.
Potrei dire che il Napoleone in esilio è più a misura d'uomo di quello vincitore nella campagna d'Italia e in tante altre battaglie, nel pieno del suo splendore, almeno fino alla rovinosa esperienza in terra di Russia. Dopo l'incendio di Mosca e Borodino l'uomo perde piano piano quella carica che lo aveva sempre sostenuto e anche la fuga dall'Elba e i seguenti cento giorni sono, più che una vera luce, un tremulo riverbero dei giorni di gloria, tanto che va incontro al suo destino a Waterloo, dove peraltro, per la prima volta, il suo alter ego Jomini si trova dall'altra parte, una cesura decisiva di due spiriti in precedenza affini. Ma il diario non termina con la morte di Napoleone, perché un'altra eccezionale invenzione di Lo Duca fa sì che lo stesso venga consegnato a Henry de Jomini, quasi una naturale continuità con il grande francese scomparso. Quindi le annotazioni proseguono, ma sono diverse, perché diverso è il personaggio, che rivela, oltre alle note capacità tattiche, anche una notevole abilità strategica, una visione generale del mondo e delle cose che Napoleone non aveva e che gli impedì, pur vincendo tante battaglie, di stroncare una volta per tutte i suoi avversari. La strategia di Jomini non è però bellica, ma è la capacità, osservando le potenze dell'epoca e i loro popoli, di enunciare un percorso per raggiungere una pace duratura. E' un uomo che detesta la politica, le sue apparenze, i suoi vuoti discorsi ridondanti di retorica e che in fin dei conti rimpiange Napoleone, l'unico che avrebbe potuto riunire l'Europa in un'unica nazione, quindi senza più guerre, con la pace dettata sì dal vincitore, ma nell'interesse delle genti del continente. Le ultime pagine sono senz'altro le più belle di questo libro straordinario, con un Jomini disilluso come il suo alter ego Napoleone, e che chiude la sua vita terrena il 22 marzio 1869, cento anni dopo dalla nascita del grande corso, non un puro e semplice caso, perché il diario termina così: " La mia anima è stata testimone su questa terra per cento anni. Con la mia anima dalla doppia vita, io cerco, cerco nel passato, e non ritrovo un giorno che sia stato mio.".
Se il richiamo esoterico è evidente, ed è un motivo in più d'interesse di questo libro, la scrittura signorile, le riflessioni su cui conviene di tanto in tanto ritornare, la capacità di sondare l'animo dei due protagonisti lasciano in verità stupiti, anche per la misura a cui l'autore è ricorso, in modo da stilare un'opera in perfetto equilibrio, e quindi non greve, né leggera, insomma Il diario segreto di Napoleone è uno di quei romanzi che non si possono dimenticare, che poco a poco entrano nel lettore, senza poi mai abbandonarlo.
Da leggere, senza il minimo dubbio.

Joseph-Marie Lo Duca nacque nel 1910 a Milano ma era di ascendenze siciliane. In Italia, a 17 anni, pubblicò il romanzo futurista La sfera di platino, lanciato da Marinetti e considerato un'anticipazione del Mondo nuovo di Aldous Huxley.
Emigrò in Francia nel 1933, dove rimase sino alla morte nel 2004 esercitando l'attività di scrittore attraverso una molteplicità di interessi: romanziere, storico del cinema, del fumetto e dell'erotismo.Fondò nel 1951 con André Bazin la prestigiosa rivista Cahiers du cinéma. Intellettuale integrato nell'ambiente francese, non dimenticò la cultura italiana, scrivendo sceneggiature per De Sica, Rossellini, Blasetti, un'introduzione al romanzo di VittoriniConversazione in Sicilia e, in collaborazione con Fellini, la storia in francese de La dolce vita.
Morì a Fontainbleau il 6 agosto 2004.
Renzo Montagnoli

 

30/11/2013

L'amore graffia il mondo
di Ugo Riccarelli

Arnoldo Mondadori Editore S.p.A.
Narrativa romanzo
Collana Scrittori italiani e stranieri


Purtroppo è l'ultimo romanzo

Ugo Riccarelli era uno scrittore che amava la dolcezza, senza che questa dovesse trasformarsi in mielosità, un compito tuttavia non facile, perché basta poco e, soprattutto quando si narra di storie con un contenuto anche drammatico, eccedere è sempre possibile, anzi non vi è nulla di più facile, così che l'autore è costretto a procedere in bilico su un'infida e sottile lama di rasoio. Ho notato questa sua capacità in Il dolore perfetto, un romanzo dall'equilibrio altrettanto perfetto come il suo titolo. Ho sperato che questa abilità fosse presente anche in quello che non potrà che essere il suo ultimo libro, essendo Riccarelli venuto a mancare precocemente, ma in L'amore graffia il mondo questo difficile equilibrio c'è stato per quasi tutta l'opera, perché poi, purtroppo, nelle ultime pagine l'autore si è lasciato prendere la mano, forse influenzato dalla vicenda di Ivo, bimbo nato prematuro con problemi polmonari, questi ultimi così simili alla sua vicenda personale, tanto da sembrare una parziale autobiografia. Per fortuna si tratta di poche pagine che finiscono con l'incidere poco sul giudizio complessivo del romanzo, senz'altro ottimo, ma non un capolavoro come Il dolore perfetto.
Ci sono tutti gli elementi per sbalordire ed entusiasmare il lettore: una storia che inizia fra le due guerre mondiali, una bambina, chiamata Signorina dal padre capostazione come una locomotiva a vapore dalle linee aggraziate, la ristretta mentalità degli uomini dell'epoca, più padroni che padri dei figli, e che considerava le donne solo come custodi del focolare domestico, soffocando la naturale personalità e impedendo alle stesse di realizzarsi, i difficili anni del secondo conflitto (stupenda al riguardo la descrizione del bombardamento notturno sulla stazione), l'amore di Signorina per un giovane piemontese, che si concretizzerà poi in un matrimonio, i sacrifici di questa donna per mandare avanti la famiglia, il dolore e i patemi d'animo per quel figlio così malato tanto da rendere necessario un trapianto di polmoni.
Ispira una naturale simpatia la protagonista, impossibilitata a realizzare il suo grande sogno di diventare stilista di moda, dapprima per il diniego del padre e poi per la necessità di condurre la famiglia, di fatto sostituendosi al marito, brava persona, ma incapace in questo ruolo.
È sempre lei che si sacrifica, e così per amore finisce con il rinnegare l'innato talento e quella vocazione, che ogni tanto inevitabilmente riemerge, per essere di nuovo assopita; la sua è una rinuncia più istintiva che razionale e che l'orienta verso una vita di normale serenità, quando ciò è possibile, perché in effetti, per un motivo o per l'altro, di tranquillità non ne ha, tranne quando sarà avanti negli anni, sola nella casa con il marito, con il figlio guarito in giro per il mondo a tener concerti, senza più problemi economici. Tutto lascia prevedere una serena vecchiaia, ma non sarà così, ed è proprio qui che Riccarelli sembra aver perduto il prezioso equilibrio, nel senso che, senza che la vicenda si concluda con un tutti felici e contenti, magari con Signorina che mette su un atelier di moda, bastava si fermasse lì, con due vecchi che finalmente potevano gioire di giorni sereni. La morte sappiamo che conclude ogni vita, ma sommare disgrazie a disgrazie ha sempre un limite, e forse Riccarelli si è lasciato prendere la mano condizionato dal suo stato di salute, da quel progredire della malattia di cui avvertiva inconsapevolmente l'incombente tragico esito. Così come nel suo caso non ci poteva essere una tranquillità, lo stesso destino lui lo ha riservato alla sua protagonista, che penso abbia amato più di tanti altri suoi personaggi, dipingendola in modo accattivante fin da bambina e perfino creando due suoi amici unici, dotati di una simpatia incredibile: il maiale Milio e l'oca Armida, anche loro scomparsi quando tutto sembrava andar bene.
Mi permetto di segnalare alcune pagine che, secondo me, sono di grande bellezza, anche per il tema trattato: la nascita di Ivo, vista non dall'esterno, ma dall'interno, cioè dal nascituro, è qualche cosa di incredibile, tanto è avvincente e realistica.
Costanti poi rimangono le capacità poetiche di Riccarelli, il suo italiano fluido, l'ammirevole ambientazione, insomma Il dolore graffia il mondo è senz'altro da leggere, e riguardo al titolo si può dire che sì' l'amore può aiutare ad affrontare le avversità, ma in fin dei conti è anche vero che nel percorso di una vita è più facile che sia il mondo a graffiare l'amore.

Ugo Riccarelli (Ciriè, Torino, 1954 - Roma 2013), di famiglia toscana, ha pubblicato Le scarpe appese al cuore (Feltrinelli 1995, nuova edizione Oscar Mondadori 2003), Un uomo che forse si chiamava Schulz (Piemme 1998, premio Selezione Campiello, nuova edizione Oscar Mondadori 2012), Stramonio (Piemme 2000, nuova edizione Einaudi 2009), i racconti di Pensieri crudeli (Giulio Perrone 2006), Diletto (Voland 2009) e Garrincha (Giulio Perrone 2013), il saggio Ricucire la vita (Piemme 2011) e, per Mondadori, L'angelo di Coppi (2001), Il dolore perfetto (2004, premio Strega), Un mare di nulla (2006), Comallamore (2009), La repubblica di un solo giorno (2011) e L'amore graffia il mondo (2012, premio Selezione Campiello).
Renzo Montagnoli

 

27/11/2013

Pazziando
di AA. VV.

a cura di Alessandro Ramberti
Copertina di Francesco Ramberti, studio Kaleidon
Fara Editore
www.faraeditore.it

Narrativa e poesia
Collana Neumi


La scrittura come terapia del disagio

Il presente volume è un'antologia delle poesie e dei racconti classificati ai primi 5 posti nel concorso letterario Insanamente 2013, ormai una tradizione per l'editore Fara. Ricordo che questo concorso è dedicato a opere legate al tema della scrittura come terapia, come elaborazione anche giocosa e autoironica del disagio, come modalità dialogante, rispettosa e tragicomica di affrontare il proprio e/o altrui disagio mentale,come riportato in premessa dal curatore.
Ammetto che in genere sono un po' scettico sulla qualità delle opere di questi concorsi a tema specifico, ma, una volta tanto, mi sono dovuto ricredere, anche per quanto concerne le classifiche di merito. Ho rilevato che, in generale, le opere che figurano in questo libro dall'emblematico titolo "Pazziando" non solo sono pertinenti all'argomento, ma presentano anche indubbie qualità, e questo vale sia per la sezione "Poesia" che per quella "Racconto", lavori che sono caratterizzati da un sostanziale equilibrio, il che deve aver reso non facile l'operato dei giurati, come dimostrato anche dai molti ex aequo..
Per quanto concerne il primo classificato per la poesia, Paolo Assirelli, sono rimasto colpito da Grammi, vincitrice del concorso, con un'alternanza temporale, fra passato nel ricordo che diventa presente e un presente che non inibisce il futuro, una visione della vita che, per dirla con l'autore "si misura in grammi", ma che è positiva, luminosa, come il sole felice del mattino. Altrettanto valida è poi L'amore dei vecchi, una felice combinazione di constatazioni che non deprime, nonostante il tema, ma che anzi fa della terza età un periodo vitale, pur con le limitazioni fisiche, ben espresso in una chiusa di grande effetto (…Non c'è nulla che valga più dell'amore, se non / l'amore che verrà / quello che sogni un attimo prima del risveglio - ferma, ferma / il motore / macchinista, scendi tu se vuoi, io resto.) E anche una poesia che può sembrar minore - mi riferisco a Il pallido pesce rosso è morto - è invece una gran bella riflessione sulla morte, fra la vitalità e la fissità corporea che trasforma ogni essere in cosa inanimata, come un sasso, come la cenere.
Meritato è pure il primo posto per Matrioska, un bel racconto di Gabriele Cecchini, un brano in cui era facile cadere nell'autocommiserazione della protagonista, ma l'autore ha saputo esaltare la tenerezza senza giungere alla mielosità, pur nella difficoltà di un'analisi introspettiva di una donna in evidente disagio, una donna frustrata dalla premurosa assistenza della madre, a cui ha sacrificato l'intera esistenza. E ora che la genitrice è venuta meno è sommersa da una lacerante sensazione di vuoto, la realtà si mostra in tutti i suoi aspetti, così che più che condurre un'esistenza si finisce per l'essere condotti da essa e il rifugio è nel sogno. Questa contrapposizione appunto fra realtà e sogno porta a un finale del tutto inaspettato, ma rasserenante.
Ecco, la serenità, quasi una chimera per gli esseri umani, è una sensazione di benessere a cui si perviene con grande difficoltà e solo con la consapevolezza di quel che siamo, il che ci induce a vedere in positivo. Assirelli, con le sue poesie, e Cecchini con il suo racconto, apportano speranze per il domani, vedono il sole anche dove c'è il buio, infondono serenità e credo che anche il lettore ne trarrà benefici. Non è poca cosa, anzi è tanto.
Mi sono limitato ai primi classificati per doverosa brevità e perciò non me ne vogliano gli altri, dei cui lavori ho pure apprezzato i fini e gli svolgimenti.
E' quindi un piacere leggere Pazziando, un piacere che mi auguro coinvolga anche altri ai quali consiglio vivamente questo libro.

Gli autori
Paolo Assirelli, Claudio Pagelli, Giovanna Iorio, Domenico Cipriano, Mauro Nastasi, Ulisse Fiolo, Vincenzo D'Alessio, Vincenzo Gabrielli, Gabriele Cecchini, Barbara Rossi, Manfredo Marotta, Vincenzo Domenichelli, Giorgio Massi, Francesco Randazzo.
Renzo Montagnoli

 

25/11/2013

Il Gran Sogno di Dio
di Alex Zanotelli
Introduzione di Arturo Paoli

Dissensi Edizioni
www.dissensi.it


Per evitare la catastrofe

Non si può proprio dire che Padre Alex Zanotelli sia un curiale, né che nei palazzi, e quindi lontano dalla realtà di tutti i giorni, pontifichi con aria solenne; no, lui è uno di quei sacerdoti che vivono in mezzo alla gente, a quella più povera, a quella talmente in basso da non essere colta, spesso intenzionalmente, dallo sguardo di chi governa e che in quanto tale ad essa dovrebbe provvedere, poiché é chi ha meno che deve essere aiutato e non chi ha di più. Ciò non toglie che, nonostante la sua quotidiana missione, Alex Zanotelli, osservando le molteplici storture, ne scriva, suggerendo anche rimedi. E così sono parecchie le sue pubblicazioni, ultima in ordine di tempo Il Gran Sogno di Dio, uscito per i tipi di Dissensi, una piccola, ma battagliera casa editrice, del tutto controcorrente e volta alla ricerca di un mondo più equo e migliore.
Il problema che si pone l'autore non è cosa da poco, è una incombente tragedia che assilla il sonno di non pochi, ma a cui i governi cercano di rimediare con dei palliativi, senza andare alla radice, eliminando una volta per tutte le reali cause. Oggi vige l'impero del consumismo, che per esistere ha necessità di creare nuovi bisogni, attingendo a piene mani alle risorse del pianeta, risorse che sono in via di esaurimento. Il famoso effetto serra farà sì che la temperatura del globo a fine secolo sarà più alta di 4° rispetto all'attuale. Quattro gradi sembrano pochi, ma gli effetti saranno devastanti, con scioglimento di parte dei ghiacci dei poli e innalzamento delle acque dei mari, che sommergeranno vasti territori; inoltre crescerà il processo di desertificazione, così che ci saranno enormi spostamenti migratori, in confronto dei quali le centinaia di disperati che approdano giornalmente sulle nostre coste sono un'inezia.
Ha ragione Alex Zanotelli quando riporta una frase di Paul Collins, tratta dal suo libro Judgement Day, Struggle for Life on Earth, che sintetizzando è un'accusa alle generazioni che si sono succedute dalla fine della seconda guerra mondiale e che saranno odiate dai nostri posteri, odiate perché se Dio ha impiegato quattro miliardi e seicento milioni di anni per consegnare all'uomo un pianeta abitabile, quest'uomo, che dovrebbe essere sapiens, in pochi decenni lo sta distruggendo, e - aggiungo io - in preda a una stupidità non riscontrabile in nessun animale. Siamo seduti allegramente su un ramo che si sta spezzando e non facciamo nulla per scendere. Certo, in un'umanità in cui pochi hanno quasi tutto, questa è una delle conseguenze: chi detiene il denaro - e il denaro è potere - ci illude che solo consumando possiamo raggiungere la felicità, quando è vero tutto il contrario. Il dramma, però, è dato dal fatto che di questa natura che abbiamo ricevuto in dono noi stessi siamo parte, ma non riusciamo più a convivere con essa nel rispetto di tutte le altre componenti, abbattiamo foreste (e poi ci lamentiamo se l'anidride carbonica aumenta), peschiamo nei mari con metodi da cavallette e ben presto non ci sarà più pesce, scaviamo, sventriamo, cementifichiamo in una insulsa corsa verso il nulla. Il dono che Dio ci ha fatto è unico e non possiamo permetterci di distruggerlo, né possiamo sperare in un suo aiuto, perché solo noi dobbiamo essere artefici del cambiamento. Quel che occorre non è solo una rivoluzione economica, finanziaria e politica, ma anche una rivoluzione spirituale, che addirittura io ritengo prioritaria.
Per quanto il libro sia permeato dalla religiosità di Alex Zanotelli - e del resto non potrebbe essere diversamente - questo straordinario missionario comboniano non rimane mai su un livello teologico, ma scende fra gli uomini con esempi pratici, dando all'opera un senso di concretezza senza il quale potrebbe sembrare solo il frutto di un chimerico ideale. Ciò che si propone, attraverso anche l'analisi di quanto avvenuto nell'umanità in epoche precedenti, è invece attuabile, purché ci si liberi dall'abitudine, si ritorni a essere uomini non in perenne lotta per il successo e per un maggior guadagno, ma solidali in un cammino dall'alba al tramonto, consapevoli che l'amore, la giustizia, l'equità, il piacere di comunicare sono quanto di meglio ci possa essere per almeno avvicinare, se non raggiungere la felicità, e che possedere tanto, un tanto quasi sempre superfluo, non è motivo d'orgoglio, ma di vergogna.
Leggetelo, sono poche pagine, scritte in un modo semplice e diretto che quasi sbalordisce, ma di una rara efficacia, sono le parole di un uomo che sa quel che dice e che di esse vuole rendere partecipi gli altri uomini, con il piacere appunto di comunicare, di cercare la giustizia e l'equità, di dimostrare il suo amore per i suoi simili, vale a dire la traduzione in pratica del rimedio all'autodistruzione.

Alex Zanotelli, nato a Livo (Trento) il 26 agosto 1938, è ordinato sacerdote nel 1964. Missionario comboniano, ha operato per otto anni in Sudan. Ha assunto la direzione di Nigrizia nel 1978; costretto a lasciarla, nel 1987, su richiesta di esponenti politici e vaticani, parte per Korogocho, una delle baraccopoli che attorniano Nairobi, la capitale del Kenya, e vi resta otto anni. Lì ha dato vita a piccole comunità cristiane, ma anche a una cooperativa che si occupa del recupero di rifiuti e dà lavoro a numerosi baraccati; ha propiziato la nascita di Udada, una comunità di ex prostitute che aiuta le donne che vogliono uscire dal giro e, nello stesso tempo, si è battuto per le riforme che riguardano la distribuzione della terra, uno dei temi-chiave della politica keniana.
Attualmente vive nel quartiere Sanità di Napoli, uno dei simboli del degrado sociale, ma anche della possibilità di rinascita, del nostro Paese. In un contesto diverso, come a Korogocho, ha un solo obiettivo di fondo: "Aiutare la gente a rialzarsi, a riacquistare fiducia".

Ha scritto:
" La morte promessa. Armi, droga e fame nel terzo mondo, Publiprint, 1987
" Il coraggio dell'utopia, Publiprint, 1988
" I poveri non ci lasceranno dormire, Monti, 1996
" Leggere l'impero. Il potere tra l'Apocalisse e l'Esodo, La meridiana, 1996
" Sulle strade di Pasqua, EMI, 1998
" Inno alla vita, EMI, 1998
" Ti no ses mia nat par noi, CUM, 1998
" La solidarietà di Dio, EMI, 2000
" L'era Wojtyla. Dialogo su questo papato, La meridiana, 2000 (con Tomas Balduino)
" R...esistenza e dialogo, EMI, 2001
" Non ci sto!, Piero Manni, 2003 (con Pietro Ingrao)
" Fa' strada ai poveri senza farti strada. Don Milani, il Vangelo e la povertà nel mondo d'oggi, EMI, 2003 (con Mario Lancisii)
" Nel cuore del sistema: quale missione?, EMI, 2003
" Korogocho, Feltrinelli, 2003
" W Nairobi W. Ediz. italiana e inglese, EMI, 2004 (con Daniele Moschetti)
" Korogocho. Alla scuola delle baracche, EMI, 2005
" Da Korogocho con passione. Lettere dai sotterranei della vita e della storia, EMI, 2006
" Voci dei poveri, voce di Dio. La Bibbia letta con gli occhi degli impoveriti, delle donne e dei senza armi, EMI, 2007
" Paolo. Sulle strade dell'impero proclamando il dio della vita, EMI, 2008
" Europa dei mercati o dei popoli? Il ruolo dei missionari, EMI, 2008
" I poveri non ci lasceranno dormire. Da Korogocho al Rione Sanità, Editrice Monti, 2011
" Il Gran Sogno di Dio. Introduzione di Arturo Paoli, DISSENSI Edizioni, 2013

Renzo Montagnoli

 

14/11/2013

“L’amore che non osa dire il suo nome”

Oscar WildeDe profundis –  Ed. Acquarelli

Recensione

“L’amore che non osa dire il suo nome” è un verso incriminato della poesia Due amori di Alfred Douglas, che ha preluso al processo intentato ad Oscar Wilde, a causa dell’intima amicizia con l’autore.
Una vita da genio, quella di Wilde, infangata proprio da questa amicizia.
Wilde ne parla con la sua consueta lucidità e con l’arte letteraria elevata ad una potenza inimmaginabile nella più lunga lettera che sia mai stata scritta, De profundis, indirizzata a questo amico.
L’incipit della lettera (il cui titolo originale era Epistula: in Carcere et Vinculis) è un comunissimo inizio di qualsiasi lettera a un amico: Caro Bosie…
Dal contenuto molto particolareggiato dell’esperienza comune si evince chiaramente l’identità del destinatario.

L’interesse che desta la lettura di questo brillante testo, non risiede tanto nella narrazione puntuale dei fatti nell’ordine cronologico in cui si sono svolti, né nella caratterizzazione altrettanto precisa dei personaggi coinvolti, bensì nell’espressione dei sentimenti che attraversano in ogni momento della sua vita Oscar Wilde, sentimenti di cui si sente la profondità, l’intensità, la verità, l’intima partecipazione, insieme con la consapevolezza di non poterli esprimere con le parole anche più inconsuete, più ricercate, con la più possibile verosimiglianza, perché i sentimenti di cui parla Wilde si possono comprendere soltanto vivendoli in prima persona.

Qualcos’altro colpisce in profondità dalla lettura di questa lettera.
È l’intento formativo (seppure in modo non del tutto consapevole, forse,) che viene in superficie in molte affermazioni, come se l’autore avesse messo in sordina tutto il male che gli era derivato dall’assidua frequentazione di questo amico fatale e della sua famiglia, e si ponesse precipuamente il problema di come poter contribuire alla crescita intellettuale, emotiva e morale di Douglas. Un giovinetto, figlio di un marchese la cui crudeltà ha ereditato, e il cui reciproco odio ha incastrato come in una morsa mortale lo stesso Oscar Wilde.

Nella lettera, pubblicata solo quando tutti i protagonisti erano ormai morti, si può seguire ogni istante del tormento di Wilde, della sua disperazione e desolazione, del profondo rimorso per non aver saputo tenere alto il nome della propria famiglia già onorato dai suoi genitori, colti, nobili nel senso più vero del termine, non soltanto nel senso esteriore di averne un titolo; ma tuttavia anche la consapevolezza della propria colpa e vergogna e della meritata punizione, da cui l’autore ritrova il coraggio e la volontà di redimersi, non facendo appello alla sola verità dei fatti che per alcuni aspetti sono stati forzati corrompendo (che attualità in questi comportamenti!) i testimoni a suo sfavore, ma ritrovando nella serenità del perdono il senso del male vissuto.

L’arte ha anche questa funzione catartica: sale alle vette più alte e scende negli abissi più profondi, per dare all’artista gli strumenti di comprensione della sua stessa vita e della vita in generale.

In questa lettera, la cui lettura è accompagnata costantemente da un’attenzione vigile, da sentimenti di vera partecipazione, spesso anche contraddittori, ma soprattutto da un senso di intima sofferenza empatica con l’autore, ci sono pagine di estrema bellezza sulla vera essenza dell’amore che inducono a riflessioni personali su come si è capaci, e se si è capaci, di vivere dentro di noi il “vero” amore.
Che non è, si badi bene, necessariamente, l’amore per il proprio partner, ma l’Amore con la A maiuscola, l’amore che non ha un oggetto particolare, ma che è l’Amore, senza alcun altro fine che l’Amore.

Queste affermazioni così perentorie, che personalmente sento come preziose e giuste, basterebbero a fare di questo libro e di questa lettera il capolavoro artistico per eccellenza nel campo della letteratura di ogni tempo e di ogni luogo.

Ma ovviamente c’è moltissimo altro che fa assumere a questo libro e a questa lettera una connotazione umanissima, niente affatto intellettualistica, come se a fare dell’uomo un uomo fosse solo la razionalità e l’intelletto.
Al contrario, è l’umiltà del senso di sé, è la piena emotiva dell’animo che sconfina nella regione dell’intelletto per farsi analizzare e comprendere fin nei minimi dettagli che assicura a ogni uomo il raggiungimento della propria essenza profonda di essere umano.

Si esce dalla lettura di questo De profundis con la consapevolezza che solo dando alla propria vita il senso umano che le si addice, è davvero possibile giungere a comprendere se stessi e a vivere dignitosamente la propria vita, senza sconti per nessuno, ma prima di tutto senza sconti per se stessi. E riuscire così a far parte del genere umano, avendo il cuore pieno di Amore, il solo fondamento di ogni altro sentimento positivo, che ci fa veri esseri umani.
(M. Carmen Lama, 14 novembre 2013)

 

13/11/2013

Andrea Camilleri

La banda Sacco

Sellerio editore Palermo 2013
La memoria

«Penso che il caso sia unico nella storia giudiziaria italiana pur così pesante di capitoli sciagurati» (Umberto Terracini).

Questa storia, un caso politico oltre che giudiziario, come dice Camilleri è assolutamente autentica e l’ha potuta scrivere solo perché Giovanni Sacco, uno dei sei figli di Girolamo, l’ha invitato a raccontare le vicende della sua famiglia fornendogli documenti ufficiali, familiari e atti del processo.
Una storia inverosimile, come la realtà ormai ci ha abituati, è quella della famiglia Sacco, famosa tristemente come “La banda Sacco”, nella Sicilia degli anni ’20, precisamente a Raffadali in provincia di Agrigento.  Il capofamiglia Luigi Sacco nella seconda metà dell’Ottocento è un giovane onesto ed indefesso lavoratore, travaglia  campagne campagne come jornatante agricolo stagionale, di memoria marxista le sue uniche ricchezze sono vrazza forti, a ciò si aggiungono la gioventù e tanta gana di travagliare. Sono lontani gli eventi tragici che sovvertiranno il suo futuro e quello dei suoi figli e nipoti. Si può lavorare onestamente, formarsi una famiglia e realizzare una certa posizione economica e tutto questo essere compromesso dalle malversazioni di capimafia locali, manovrati da eminenze grigie? L’ascesa di una famiglia, conosciuta per l’onestà, la serietà, il rispetto assoluto della parola data, Mai uno screzio, mai un’azzuffatina tra loro, sarà la sua discesa poi negli inferi, tra latitanze, carceri, ingiustizie, processi e morti anche. Intanto la famiglia cresce e attraversa l’emigrazione nell’America latina, la guerra del 15-18, il fascismo mentre  la Piovra allunga i suoi tentacoli e branca i fratelli Sacco che vogliono vivere tranquilli e malgrado loro diventano agli occhi dell’opinione pubblica, manipolata ad hoc, dei delinquenti. Da vittime e testimoni di verità a accusati e dalla mafia da una parte e dalle forze dell’ordine e dallo Stato dall’altra che dovrebbero tutelare e salvaguardare le persone dabbene. Il prefetto di ferro, Cesare Mori, dotato da Mussolini di pieni poteri per sterminare la mafia in Sicilia, aveva a sua disposizione carabinieri, pubblica sicurezza, corpi speciali e reparti dell’esercito, peccato che con il pretesto di combattere la mafia, fu posto il bando ai principi generali del diritto, alle garanzie costituzionali dello Statuto albertino, all’osservanza dell’habeas corpus dei cittadini, alla corretta applicazione della stessa legge di pubblica sicurezza. Nel presupposto di far valere la legge, interi corpi dello Stato non ebbero scrupolo a operare fuori dalla legge e anche contro la legge…Si perpetrarono vere e proprie razzie quando si eseguivano i mandati di cattura, le confessioni venivano estorte con violenza secondo metodi d’indagine barbarici, salvo poi  rilasciare con opportune per “mancanze di prove” chi di dovere. Il prefetto ai giornalisti ricordava la pericolosità della banda Sacco, dedita alle rapine, alla grassazione, al furto, all’abigeato e come animali braccati i fratelli Sacco subiscono questa accanita ed ingiusta persecuzione da parte dei mafiosi e dalla legge fascista, tacciati di essere anche dei sovversivi, perché socialisti; ma non è una vita che può durare a lungo, non si può andare a lavorare la terra come per andare a fare la guerra. Ancora Camilleri in un’intervista afferma che i Sacco si opposero e combatterono contro forze avverse, ma non usarono mai le armi, mai uccisero!
Il questo senso la vicenda della banda Sacco misconosciuta ai più, ha un che di straordinario e non sempre l’onestà, la rettitudine pagano. La verità è piegata ad usum Delphini, la giustizia è per i potenti e i soverchiatori,  in una visione fatalistica ed ineluttabile della vita, soccombono i deboli, i vinti di natura. Camilleri in veste di storico sa scrivere e descrivere ciò che desta attenzione ed indignazione, soprattutto quando gli umili e gli indifesi diventano offesi, capri espiatori di tutte le aberrazioni di una società che di civile ha solo la sua falsa rappresentazione.  Eppure in questa narrazione di fatti cruenti e vessatori, fa da contrappunto una Sicilia selvaggia e misteriosa,  dai paesaggi rupestri, dalle campagne riarse, travagliate con il sudore e la fatica dei viddani di Pirandello, di Verga, dai  vigneti e pistacchieti: immagini,  odori e profumi e suoni ormai memoria al più di pagine letterarie.  
Ancora una volta Camilleri attraverso i suoi scritti penetra nell’anima della Sicilia, nelle sue ineffabili contraddizioni e superando lo spazio geografico isolano riflette quanto storicamente sia impossibile trovare un equilibrio tra il piano del diritto e quello del potere: il primato dello Stato è soperchiato da forze collaterali e centripete e questi fatti ne sono la prova.
Arcangela Cammalleri

 

10/11/2013

Storia della colonna infame
di Alessandro Manzoni
Introduzione di Maurizio Cucchi

Giangiacomo Feltrinelli Editore
www.feltrinellieditore.it

Saggistica storica
Collana Universale Economica I Classici

 

L’infamia non dei condannati, ma dei giudici

Nel corso del lavoro preparatorio dei Promessi sposi, consistente nella ricerca di documentazioni sui fatti dell’epoca in cui si svolge la vicenda di Renzo e Lucia, Alessandro Manzoni s’imbatté in incartamenti che parlavano di un processo intentato nel 1630 nei confronti di due uomini accusati di propagare la peste che allora infieriva nel milanese e nelle contrade limitrofe. Al riguardo ricordo che, nella sua  celeberrima opera, alla diffusione del morbo e alle sue tragiche conseguenze sono dedicate pagine fra le più belle. Questo procedimento giudiziario in origine avrebbe dovuto essere parte integrante dei Promessi sposi, per la precisione in quella parte del libro appunto dedicata alla peste, ma la sua caratteristica di digressione, non disgiunta dalla non trascurabile lunghezza, indusse l’autore a non includerla nel romanzo, sia per evitare uno squilibrio, sia nel timore di disorientare i lettori. E fu così perciò che questo saggio storico ebbe una destinazione autonoma, cioè come di lavoro destinato a una pubblicazione a sé stante, anche se, abbastanza di frequente, capita che gli editori la propongano al termine dei Promessi sposi, in un unico volume.
In Storia della colonna infame Manzoni scrive appunto di questo processo, avvenuto a Milano nel 1630, contro Guglielmo Piazza, commissario di sanità, e Gian Giacomo Mora, barbiere, accusati da Caterina Rosa, definita dallo stesso autore “donnicciola” del popolo, di aver provocato il morbo e la sua diffusione con strane misteriose sostanze con le quali venivano unti i muri e le porte delle case, e da qui il termine di “untori” attribuito ai due disgraziati. Sottoposti a torture, confessarono benché innocenti, e furono condannati alla pena capitale, preceduta da altre crudeltà che solo a pensarci fanno rabbrividire. Fra le pene accessorie ci fu anche la distruzione della casa del barbiere, sulle cui rovine, a perpetuo monito, venne eretta una colonna, chiamata “colonna infame”, che nel 1778 fu abbattuta, a parziale riabilitazione dei condannati, stante che eventualmente l’infamia avrebbe dovuto essere attribuita a chi li giudicò.
La vicenda, in sé interessante, non sarebbe tuttavia meritevole di particolare attenzione se non si guardasse al punto di vista del Manzoni, al suo grande senso di pietà, ma anche alla sua disamina di carattere morale. Vero è che erano tempi difficili, che il morbo si propagava incontrollato, che l’ignoranza del popolo creava e costruiva superstizioni, ma chi aveva istruzione non avrebbe dovuto credere che la peste fosse una creazione di due uomini, volta, non si sa per quale motivo, ad annientare la popolazione.   Com’è possibile che i giudici prestassero fede alla linguaccia di una donnicciola, avviando un’indagine che con i primi arresti indusse il popolo a credere che potessero esistere gli untori, in una frenesia collettiva che reclamava sangue per riparare ad altro sangue versato?
L’analisi che del fatto fa Manzoni è sì storica, ma anche giuridica, psicologica, sociologica e politica. In questi giudici non solo è assente la pietà, ma manca anche il buonsenso; inoltre, al servizio dei potenti, incapaci di arginare il morbo, nel timore di una ribellione cercarono di trovare il cosiddetto capro espiatorio in due poveri innocenti. Fuori da ogni logica inventarono un processo, diedero in pasto a gente esasperata i presunti autori delle loro disgrazie, senza un minimo di coscienza, tesi solo a soddisfare il ventre molle di un popolo inferocito. Dopo l’esecuzione della sentenza la peste continuò a divampare e nessuno pensò che in fondo non c’erano più gli untori, ma intanto la tensione che prima cresceva ogni giorno era sbollita nelle urla strazianti dei condannati torturati sulla pubblica piazza. Quei giudici sapevano quello che facevano, sapevano cosa dare al popolo affinché si placasse, quel che non sapevano è che l’infamia non era dei condannati, ma solo loro.
Il libro è veramente stupendo e credo che sarebbe opportuno che fosse oggetto di studio nelle scuole; non aggiungo altro, se non il consiglio di leggerlo.  

Alessandro Manzoni nasce a Milano nel 1785. Figlio del conte Pietro e di Giulia Beccaria, viene educato nei collegi dei padri Somaschi e Barnabiti, finché nel 1805 raggiunge la madre a Parigi, dove soggiorna fino al 1810 entrando in contatto con gli idéologues repubblicani e stringendo amicizia con il filosofo Claude Fauriel. Nel 1808 si sposa con Enrichetta Blondel e due anni dopo, nel 1810, si converte al cattolicesimo. Seguono anni di intensa attività letteraria e di intensi contatti con gli ambienti del romanticismo milanese: ne nasce la poesia dei primi Inni sacri (1812-15) e delle odi politiche (Marzo 1821, 1848, e Il cinque maggio, 1821) e l'interesse per un rinnovato teatro tragico, svincolato dai canoni del classicismo (Il conte di Carmagnola, 1820, e Adelchi, 1822). Nel 1823, dopo un'ulteriore prova di poesia liturgica (Pentecoste, 1822), termina il Fermo e Lucia, prima e provvisoria stesura del romanzo storico a cui si era dedicato fin dal 1821 e che sarà pubblicato quattro anni più tardi con il titolo I promessi sposi (1827). A partire da questa data diminuisce la sua attenzione per i problemi letterari: gli anni trenta sono segnati da una lunga serie di lutti familiari (morte della moglie e di alcuni dei suoi dieci figli) e dalla lunga revisione linguistica del romanzo, la cosiddetta "risciacquatura dei panni in Arno", avviata dal soggiorno fiorentino del 1827 e portata a termine nel 1840, con la pubblicazione a fascicoli dell'opera, integrata dall'appendice sulla Storia della colonna infame. Sempre più convinto dell'impossibilità di conciliare invenzione letteraria e adesione al "vero storico" (Del romanzo storico, 1850), negli anni successivi Manzoni, pur godendo di grande fortuna già presso i contemporanei, abbandona del tutto l'attività letteraria; nominato senatore a vita nel 1861, vota a favore della liberazione di Roma (1864) ed è presidente della Commissione parlamentare sull'unità linguistica. Nell'anniversario della sua morte, avvenuta a Milano nel 1873, Giuseppe Verdi compone e dirige la Messa da requiem.
Renzo Montagnoli

 

6/11/2013

Sazia di luce
di Adriana Pedicini

Nota dell’autrice
Prefazione di Giuseppe Possa

Edizioni Il Foglio Letterario
www.ilfoglioletterario.it
Collana Orizzonti

 

Dal buio della notte all’alba lucente

Ci sono momenti nella vita in cui una malattia particolarmente seria non solo ha ripercussioni sul fisico, ma inevitabilmente presenta riflessi sulla psiche. Il timore di non guarire, la paura che la stessa esistenza possa venire meno finisce con il condizionare inesorabilmente il nostro modo di essere, e ciò indipendentemente dal fatto che si combatta e che non subentri una sofferta rassegnazione. Questa esperienza è stata provata anche da Adriana Pedicini che, amante della poesia, di cui è anche eccellente autrice, ha inteso tradurla in versi. Sono liriche, quelle della prima parte, che esprimono in modo perfetto questo stato d’animo, come per esempio, in Hic et nunc (Le lacrime bucano le rocce / del cuore dalla volontà / levigate e dall’amore. /  Le raccolgo / otre accartocciato / pieno al fondo di detriti / e di pagliuzze tra la sabbia.).  Per il titolo, non a caso, è stata usata questa locuzione latina che letteralmente si traduce in qui ed ora, che nell’italiano corrente non ha tuttavia un significato chiarificatore, ma che nell’uso filosofico assume una valenza del tutto particolare. Infatti, nell’esistenzialismo, di cui Martin Heidegger è stato uno dei più insigni rappresentanti insieme con Karl Jaspers, Hic et nunc sinteticamente esprime il concetto dominante di questa filosofia, con l’essere umano visto nella fragilità della sua condizione a tempo, di questa sua precarietà determinata da una fine certa. E questo stato di incertezza si rivela più che mai come determinante proprio nel momento in cui si nutrono timori per la propria vita.  Ancora più esplicativa poi appare Stanza d’ospedale, laddove l’essere umano, in questo tempo incerto, cerca conforto nelle voci, nei rumori d’ogni giorno, nelle parole dei medici, ma è un sollievo forzoso, momentaneo, poiché come s’avvicina la sera, con le ombre che calano e che naturalmente isolano l’individuo, inevitabile prende il sopravvento quell’angoscia prima in apparenza celata.
Mi preme, però,  rassicurare i lettori: questa silloge non è una voce di pianto, non porta a sollecitare facili commozioni, bensì è una descrizione realistica delle tante emozioni che investono l’essere umano in questa particolare condizione, anzi rappresenta una fine e veritiera analisi psicologica.
Se la prima parte ha questo fine, che fra l’altro può indurre a un pathos non indifferente, la seconda potrei definirla di resurrezione, come quella di una vicenda iniziata con le peggiori prospettive, ma che si conclude felicemente.  E non a caso la linea di demarcazione è portata da una poesia che si intitola Profumo di Natale
Timida e rossa / come le mie gote giovinette / la piccola euphorbia / dall’angolo riposto / tinge di colore / la mia anima, / sommessa luce / in uggioso avvento. /…/ Ho respirato profumo di Natale.). Più che di una natività si tratta di una rinascita per chi vede innanzi a sé la via della guarigione. L’ispirazione cambia, al grigio brumoso si sostituiscono altri colori, un richiamo alla vita, e allora al Profumo di Natale segue quello della primavera e perfino la pioggia diventa amica. Tutto appare diverso, in una luce nuova e si ritrova il piacere di osservare la natura con il cuore ora traboccante di gioia. Quel senso di precarietà è assopito, lasciato alle discussioni filosofiche di chi studia Heidegger e Jaspers; resta però una domanda: chi siamo?
Ben strutturata, per nulla enfatica, questa silloge è di facile lettura e invita non poco a meditare sul significato della vita, sul valore di certi aspetti che spesso consideriamo insignificanti, ma che nell’arco di un’esistenza assurgono a beni primari, come può essere quello di osservare un fiore, consapevoli di poterlo ancora fare nei giorni a venire, senza che una spada di Damocle incombente ci assilli, togliendoci la gioia di riscoprire il valore di tante piccole grandi cose.
Da leggere, indubbiamente.

Adriana Pedicini, vive a Benevento. Già docente di lettere classiche nei Licei, scrive da tempo, ma solo con la pensione ha iniziato a dare concretamente visibilità alla sua scrittura. Ha pubblicato una raccolta di racconti I luoghi della memoria, A. Sacco editore 2011, (1° Premio nel Concorso Internazionale di Narrativa Taormina 2010) e una silloge di poesie, Noemàtia, Lineeinfinite edizioni 2012. Tra esse figura la poesia Mare Monstrum, I° premio al Premio internazionale di poesia Otto milioni 2013, assegnato dal Comune di Torrenova (Me). Ha anche curato Da Europa all’Europa (Ilmiolibro.it 2010), dispense didattiche sul teatro antico e sull’origine della civiltà occidentale, attraverso il mito di Europa e gli archetipi del pensiero, del diritto, dell’arte, della letteratura. È presente con poesie e racconti su varie antologie anche on-line. Collabora con diversi blog e siti letterari. Per contatti: adripedi@virgilio.it
Renzo Montagnoli

 

3/11/2013

Argo il cieco
di Gesualdo Bufalino
Introduzione di Massimo Onofri

Bompiani Editore
Narrativa romanzo
Collana Tascabili narrativa

Memoria e sogno

“…Infine dai costoni di monte Tabbuto, dalle grotte di Pantalica e d’Ispica, tutta la terra, miocene e pliocene, schisti, faglie, semenze e tane, vene d’acqua e crepacci da sisma, tutta la terra del Val di Noto tremò, socchiuse impercettibilmente le labbra a un sorriso. Uno scorpione fra due sassi strofinò languido le due chele fra loro, una madamina lucertola dalla trincea d’un filo d’erba sporse un attimo il muso, lo ritrasse , lo sporse ancora, Don Alvise si tolse le mutande lunghe di lana e fu primavera.”

È strana la storia di questo grande autore siciliano che pubblicò il suo primo e fortunato romanzo Diceria dell’untore, e solo in seguito a un fatto fortuito, nel 1981, quando cioè aveva già 61 anni. Da allora, fu come si fosse scrollato di dosso una maledizione che lo aveva relegato in una oscura vita di insegnante e così, nel lasso di tempo che ancora gli restò da vivere (morirà il 14 giugno 1996 in un incidente d’auto) diede vita a una corposa produzione, peraltro tutta di elevata qualità. Fra questa figura anche Argo il cieco, che vide la luce nel 1984, un altro romanzo che pone in risalto, oltre alla straordinaria capacità narrativa, la sua altrettanto stupefacente abilità nell’uso della parola,  mai superflua pur risultando abbondante, una quasi prosa poetica che al tempo stesso affascina e diverte.
E Argo il cieco è la sua seconda opera, smentendo così l’idea che non pochi si erano fatti che Diceria dell’untore fosse un unicum, un’esperienza di vita vissuta più volte scritta e riscritta quasi a futura memoria. È proprio la memoria che si mette in luce nuovamente in questo libro in cui l’autore pare voler rendere confessione al lettore accompagnandolo per mano fra presente e passato, con un’epoca in cui un uomo, ormai avanti con gli anni, cerca di fare i conti con il suo trascorso, ma un trascorso particolare, un anno, il 1951, da lui vissuto a Modica.
Così, chi non ha più speranze di futuro e come un cieco non lo vede, cercando anche di oscurare un presente del tutto insoddisfacente, il ricorso al ricordo è un espediente per rifugiarsi in una realtà passata, magari in parte arricchita con la fantasia.  La ricerca dell’amore in un trentenne che in quel 1951 si considerava vecchio e che ora a sessant’anni si sforza di pensarsi giovane è l’occasione per una lunga carrellata su tutta una serie di personaggi, compreso un Gesualdo così diverso (ma fino a un certo punto) dall’attuale. Quel giovane insegnante, in quell’estate a Modica di trent’anni prima, più che cercare l’amore, vuole l’amore, come un fatto proprio e unilaterale, il che poi gli comporterà inevitabili insuccessi. Le varie Maria Venera, Cecilia, Isolina ritornano alla sua memoria come sogni di gioventù, desideri di un ardore frenato dall’inconscio limite di non impegnarsi troppo, e così i suoi innamoramenti non vengono corrisposti, diventano una sorta di temporanee infatuazioni, che non cerca di concretizzare e, anche quando, lo fa, è già più che certo dell’inevitabile rifiuto. Si tratta di un personaggio che arranca fra le donne con l’inconsapevole presupposto che l’amore, quello vero, e non quindi il convegno carnale, è un attimo fuggente, una chimera da inseguire per avere poi, più avanti negli anni, un ricordo che, sbiadito, magari anche in parte inventato, consenta di fare un bilancio non del tutto in perdita.
Bufalino si dimostra un maestro in questo difficile compito, intervenendo con sottile ironia, proprio quando può sembrare che la narrazione gli stia sfuggendo di mano, miscelando abilmente un’atmosfera e un’ambientazione che sono palpabili, intercalando qualche sciabolata sui costumi con riflessioni che non sono mai fuori tema.
Inoltre, quello che stupisce e affascina è lo stile, quasi arabescato, uno sviluppo di parole dotate di armonia che costituiscono una preziosa cornice – di cui più sopra fornisco un esempio – a una vicenda di per sé quanto mai avvincente. La cultura di Bufalino era senza dubbio assai elevata, ma l’uso che lui ne fa in questo libro non è mai fine a se stesso, non è ostentato, anzi appare più che mai funzionale alla trama, conferendo all’opera un ulteriore elemento di pregio.
A questo punto mi sembra quasi superfluo aggiungere che ne caldeggio vivamente la lettura. 

Gesualdo Bufalino (Comiso 1920-1996) è stato memorabile autore di romanzi (Diceria dell’untore, 1981; Argo il cieco, 1984; Le menzogne della notte, 1988, ecc.), racconti (L’uomo invaso e altre invenzioni, 1986), poesie (L’amaro miele, 1982), saggi (Cere perse, 1985; La luce e il lutto, 1988, ecc.), libri di aforismi (Il malpensante, 1987; Bluff di parole, 1994), traduzioni. Le sue opere complete, in due volumi, sono edite nei Classici Bompiani.
Renzo Montagnoli

 

29/10/2013

Novecento
Cronache di un secolo italiano dal terremoto di Messina a Mani Pulite
di Matteo Collura

TEA Libri
www.tealibri.it

Storia
Collana Tea storica

 

I fatti salienti di un secolo

Ci si potrebbe chiedere se vale la pena di comprare questo libro, visto che la storia del “Novecento” è stata oggetto di una miriade di pubblicazioni e che di questo secolo si sa quindi molto, anche se non tutto. Aggiungo poi che non pochi di noi sono stati testimoni di eventi che hanno caratterizzato il periodo e che quindi parrebbe un non senso andarseli a rileggere. Tuttavia, a parte che una serena rinfrescata della memoria è sempre opportuna, questo testo di Matteo Collura presenta caratteristiche tali da renderlo un unicum nel panorama della saggistica storica. Innanzi tutto l’autore non interpreta gli eventi, ma li narra, con una capacità linguistica e letteraria che in genere gli storici non posseggono, e quindi la lettura risulta particolarmente piacevole e per nulla affaticante. Inoltre, pur nella corposità del testo (420 pagine), Collura non ha la pretesa di scrivere tutto dell’intero secolo, ma molto opportunamente si è limitato a quei fatti che ha ritenuto salienti e peculiari, fatti che hanno caratterizzato la vita del nostro paese e le cui conseguenze si sono trascinate nel tempo, fino ai giorni nostri, perché nulla è staccato e del tutto autonomo, ma si inserisce in un ciclo in cui si determina anche il futuro.
E di eventi  siffatti ce ne sono tantissimi, a volte solo caratteristici del nostro paese, altri invece inseriti in un contesto internazionale che determina l’evoluzione dell’umanità.
Corredati da ampi riferimenti bibliografici, con le fonti riportate a fine opera, c’è quindi la possibilità di fare una lunga, piacevole e istruttiva cavalcata dagli inizi del XX secolo fino al suo termine.
Poiché si tratta di fatti importanti, almeno secondo l’autore, ma ritenuti tali anche dagli storici, ci sono tanti capitoli, ognuno con il suo evento, con come è accaduto, un resoconto quasi giornalistico, ma senza la pretesa di influenzare il lettore con un giudizio o comunque con un’opinione.
Per quanto siano tutti di estremo interesse, ne ho trovato alcuni particolarmente riusciti e meritevoli di maggiore attenzione.
In “Tre spari a Monza aprono il secolo” si riporta l’assassinio, da parte dell’anarchico Bresci, del re Umberto I, il cosiddetto Re buono, secondo un vezzo di casa Savoia di farsi attribuire qualità opposte alla realtà; infatti non dimentichiamo che questo monarca “di grande bontà” fu quello che diede ordine al generale Bava Beccaris di sparare sulla folla (uomini, donne e bambini) che pacificamente a Milano manifestava per avere migliori condizioni di vita.
Tripoli bel suol d’amore” parla invece dell’inizio della nostra avventura coloniale nel mar Mediterraneo, con arguzia e anche mettendo bene in evidenza la tradizionale scarsa preparazione dell’esercito italiano, una costante che si ripeterà anche in seguito, con conseguenze ben più gravi.
E che dire di “O Roma o morte, viaggiando in vagone letto” a proposito della marcia su Roma? A conti fatti fu una marcetta, una rivoluzione da operetta ed ebbe successo grazie a un re che si dimostrò sempre incapace di governare una nazione. La conferma di questa nullità politica si riscontra soprattutto in “Otto settembre, l’armistizio degli inganni”, un fatto vergognoso, più che per il tradimento perpetrato nei confronti dell’alleato germanico, per quello molto più grave ordito a danno degli italiani, lasciati soli, senza direttive, in balia della assai presumibile reazione tedesca, da un re e da una corte in una ignobile fuga. Il popolo, una volta tanto, non dimenticò e  si vendicò in occasione del referendum Monarchia-Repubblica, evento oggetto di un capitolo che riesce perfettamente a ricreare quell’epoca, nei difficili anni del dopo guerra, fra sofferenze e speranze.
Altro articolo di grande rilievo è l’avvento della televisione che così profondamente modificherà le abitudini di vita degli italiani e questo grazie a una trasmissione che stregava. Fu Lascia o raddoppia, presentata e condotta dall’indimenticabile Mike Bongiorno, che entrò nelle case, nei bar, nei cinema e una volta ogni settimana riuscì per una sera a riunificare gli italiani, anche quelli poco colti, spesso addirittura analfabeti, grazie sì alla formula del quiz, ma anche alla personalità di molti concorrenti, come Degoli, Marianini, ecc..
E poi ci sono i tristi anni di piombo, dall’attentato a Piazza Fontana, di cui Collura scrive in modo così convincente da avvertire un brivido lungo la schiena nel leggere di tante vittime innocenti.
Se per la morte di Pasolini c’è un resoconto puntuale, ma pietoso, uno dei pezzi forti riguarda il sequestro e l’assassinio di Aldo Moro. Il capitolo è intitolato “L’affaire moro”, come l’omonimo libro di Leonardo Sciascia, di cui Collura è grande estimatore. Da potente capo politico, nel trascorrere dei giorni, lo statista piano piano diventa uomo, con le sue paure, con le sue invocazioni e infine con la rassegnazione di chi sa che il suo destino sta per compiersi. È un articolo non di grande, ma di grandissimo valore, in cui Collura si è superato, con un ritratto guidato da una virtù ormai rara: la pietà.
Dalla tragica fine di Falcone e Borsellino si passa alla famosa Tangentopoli; siamo alla fine del secolo, un secolo travagliato, con l’Italia coinvolta in due guerre mondiali, con il periodo fulgido della Resistenza, con una pace lunga e speriamo infinita, contraddistinta però da fatti di sangue, da manovre eversive, da scandali in cui la politica è protagonista, in un lento declino del paese, di cui noi italiani siamo vittime, ma anche artefici.
Eppure per molti l’Italia è ancora un faro di speranza e infatti il libro non poteva che concludersi con Un tragico miraggio per i disperati del Terzo Mondo. Nel secolo agli sgoccioli si manifestano le grandi migrazioni, con disperati che fuggono dalla guerra e dalla fame su barconi e su zattere, non di rado naufragando, diretti in Italia, vista come un’oasi nel deserto della disperazione. Il fenomeno, come ben sappiamo, continua anche oggi e se prima si trattava di albanesi, ora invece sono africani, ma la provenienza non conta, né il colore della pelle: sono uomini, donne e bambini che cercano la vita.
Mi pare quasi superfluo aggiungere che Novecento è ampiamente meritevole di essere letto.

Matteo Collura è nato ad Agrigento nel 1945. Autore del bestseller Sicilia sconosciuta (Rizzoli 1984, 1997) e della versione teatrale del romanzo si Sciascia Todo modo, scrive articoli di cultura per il Corriere della Sera e vive a Milano.
Renzo Montagnoli

 

25/10/2013

Il quinto stato
di Ferdinando Camon
Prefazione di Pier Paolo Pasolini
Postfazione di Gianfranco Bettin
Premessa dell’autore

Edizioni TEA
Narrativa romanzo
 

Com’era la civiltà contadina

Nei campi dei Frati si trova il cimitero col quale comincia il paese di San Marco, e il cimitero consiste in un quarto di campo che per ora non è coltivato ma è lasciato lì per le tombe, e le tombe si distinguono per i piccoli rialzi di terra smossa nella quale son piantati dei fiori da morto. Il cimitero non è recintato e così i morti è come se non avessero una sede obbligata, e infatti la loro presenza la si sente massiccia e ingombrante un po’ dovunque, tanto che mio padre ci raccontava al focolare che uno dei nostri antenati passando di notte davanti al cimitero sentì qualcuno piangere e disperarsi ma guardando bene non vide nessuno anche se c’era luna grande, e poiché il pianto gli s’avvicinava tanto che ormai gli era a un passo, per lo spavento si fece il segno della croce per arrestarlo e disse:<< Anema del Purgatorio, dime chi te sì, che te fo dir na messa>>. Ma ormai era troppo tardi, il pianto gli era addosso anzi era come se glielo versassero dentro le orecchie, e allora l’antenato buttò via il tabarro e scappò saltando i fossi e le siepi, piombò in casa, sprangò la porta, e subito sentì come un tonfo contro di essa: certo doveva trattarsi di un’anima del purgatorio o dell’Inferno, comunque arsa nel fuoco, perché al mattino dopo aprendo la porta vi scoprì l’impronta bruciacchiata di due ossa incrociate.”

Il quinto stato è il primo romanzo pubblicato da Ferdinando Camon, lo è in assoluto, ma anche quale primo scritto di un ciclo, da lui definito Ciclo degli Ultimi (gli altri sono La vita eterna e Un altare per la madre), destinato a quello che era una civiltà da non molto tempo scomparsa, quella contadina.
La sua è una testimonianza diretta in quanto figlio di contadini, cresciuto in quell’ambiente, da cui poi è emigrato, grazie agli studi, prima che tutto finisse, prima che una società immobile da secoli fosse spazzata via, quasi in un lampo, sostituita da una vera e propria industria della terra, in cui la presenza, precedentemente pressoché totale del lavoro manuale, è stata cancellata dal ricorso alle macchine, da sistemi di produzione ben diversi da quelli  in passato utilizzati per millenni. È un po’ ciò che è avvenuto con il passaggio dall’attività artigiana a quella industriale, dalla produzione singola o quasi a quella in grande serie, ma nel caso della campagna si è verificato un cambiamento più radicale del modo di vivere e di essere di colui che coltiva la terra, perché, a differenza dell’artigiano che poteva trarre beneficio da continue innovazioni tecnologiche, il sistema produttivo era rimasto pressoché inalterato nei secoli. Per quanto io - ma ero ancora bambino - abbia potuto vedere questo mondo oggi estinto, ho ritratto più che altro impressioni, poiché non ne ero parte, provenendo dalla città.  Nel leggere questo libro mi sono reso conto di quanto inesatte fossero le mie conclusioni fondate su queste sensazioni, di quanto apparisse ridicolo un mio certo senso di superiorità con cui relegavo i contadini, benché parenti anche stretti, al rango di esseri alla periferia di un mondo, il mio, che appariva moderno, privo di pregiudizi, fondato su calcoli razionali e su una materialità che sembravano destinare l’umanità a un futuro paradisiaco. Insomma, sentivo lontani i contadini, quasi parti di un’altra società che non era cresciuta e si era evoluta come la mia. Il quinto stato mi ha aperto gli occhi, ha squarciato un velo di pregiudizio di cui dovrei provar vergogna, perché non mi è più possibile riparare, perché quelle genti non esistono più, morte e sepolte a causa dell’avanzata età, oppure letteralmente trasformate, e spesso con un processo assai rapido, in netto contrasto con l’immobilismo di secoli.
Camon sa ben descrivere quel mondo, con un linguaggio, che senza scendere al loro, non è il nostro corrente, ma un abile artificio in cui il ricorso alla parola, anche dialettale, consente al lettore di calarsi meglio nell’ ambiente, in un’atmosfera unica e irripetibile.
Uomini e donne che si sfiancano dalla mattina alla sera a lavorare quella terra che al contempo amano e odiano, arature lunghe avvalendosi come traino del bue, un paesaggio piatto, assolato d’estate, brumoso in inverno, i cui abitanti si muovono e si agitano da millenni, con una ripetitività tale che il futuro si può identificare benissimo con il presente e con il passato. C’è una religiosità che promana da quel legame con la natura, in un intreccio con un cristianesimo permeato di superstizioni, di antichi riti una volta forse condotti da sciamani e più avanti invece da preti. I concetti stessi di famiglia e di proprietà risultano atavici, anche se non per questo errati, con curiosità del tutto particolari, come i rituali consentiti per il corteggiamento,  quelli per il matrimonio, come l’inveterata abitudine di attribuire ai nati i nomi di avi defunti che con il tempo svilupperanno le stesse malattie di chi han preso il nome.
E’ un mondo popolato di spiriti, anzi in cui la presenza del diavolo è costante, in cui pertanto il ricorso all’esorcista è assai frequente, un mondo che a prima vista potrebbe sembrare quello dell’antica Arcadia, con la quiete dei campi, le lente processioni per reclamare la pioggia o per evitare la grandine, ma è anche un mondo di grandi odi e di grandi amori, un mondo estremo, in cui violenze bestiali si accompagnano a grandi slanci di solidarietà, una società chiusa in un vago concetto di paese, i cui abitanti tutti si conoscono, si guardano spesso in cagnesco, ma anche si aiutano.
Ci sono volute forse la guerra, la seconda, le violenze dell’occupante tedesco, le distruzioni e poi l’immancabile ricostruzione, con lo sviluppo industriale, a minare questa immobilità e come un coccio troppo vecchio la civiltà contadina ha cominciato a incrinarsi, con i giovani attirati irresistibilmente dalla città, dal lavoro nell’industria, meno pesante di quello dei campi, e poi, più velocemente di quanto non si pensi, il vaso si è rotto, perché chi è rimasto a lavorare la terra ha dovuto, in mancanza di braccia, ricorrere alle macchine, ha dovuto scoprire nuove colture e nuovi metodi di coltivazione, gli è stato necessario programmare, investire, diventando così un vero e proprio imprenditore.
La mentalità poco a poco è cambiata, mantenendo tuttavia qualche tratto di quella vecchia, tenendo sempre ben in evidenza il diavolo, quell’entità oscura che rappresenta il male in noi tutti, anche nei santi. Sì, l’esorcista non è sparito, ma ora contro la grandine si usano i cannoni, contro la siccità l’irrigazione artificiale e la famiglia, ormai di numero ridotto, non è più legata alla stretta gerarchia del tempo andato. Gli odi sono diventati inimicizie e la solidarietà si limita per lo più a poche parole di circostanza.
Com’è lontano il mondo in cui trascorse la sua giovinezza Camon, ma come appare vicino leggendo il suo libro, come si avverte la fatica del duro lavoro, l’emozione che accompagna la narrazione quando si parla di una giovinetta ospitata a seguito della famosa alluvione del Po del 1951, quel contatto con una cittadina che apriva l’allora giovane scrittore a un’altra realtà, sconosciuta e pertanto mitizzata. Ecco allora che s’incrina un modo di vivere immutabile, si sogna una vita diversa e quindi comincia, dapprima lenta, l’erosione di una civiltà; sono pagine intense di quello che non si può chiamare romanzo, ma quasi una confessione, il ricordo, con una punta di rimpianto, di ciò che era e poi sparì.
Il libro è molto bello, con più di una pagina in cui emerge una vena poetica sincera senza essere accorata, con tante figure, molte senza un nome, in quanto emblematiche di un certo modo di vivere, ma che destano curiosità, anche simpatia, immagini indistinte, ombre ormai relegate a memoria per chi scrive e a esemplari protagonisti di una società scomparsa per il fortunato lettore che vorrà scoprire radici ormai per sempre sepolte.       

Ferdinando Camon è nato in provincia di Padova. In una dozzina di romanzi (tutti pubblicati con Garzanti) ha raccontato la morte della civiltà contadina (Il quinto stato, La vita eterna, Un altare per la madre – Premio Strega 1978), il terrorismo (Occidente, Storia di Sirio), la psicoanalisi (La malattia chiamata uomo, La donna dei fili), e lo scontro di civiltà, con l'arrivo degli extracomunitari (La Terra è di tutti). È tradotto in 22 paesi. Il suo ultimo romanzo è La mia stirpe (2011).
Il suo sito è www.ferdinandocamon.it

Renzo Montagnoli

 

22/10/2013

Vite doppie
di Mario Caccavale

Arnoldo Mondadori Editore
Narrativa romanzo
 

Il gioco della verità

Il risvolto della originale copertina riporta fra l’altro:….
“un gruppo di criminali cattura l'imbarcazione sequestrando ospiti ed equipaggio. Condizione estrema, estrema modalità di sopravvivenza. Leo propone un "gioco": ciascuno deve narrare agli altri una memoria segreta, un episodio vissuto o conosciuto mai rivelato prima. Dai crudi racconti emergono i tratti più riposti del carattere dei protagonisti: da Christine, gelosa e succube dell'amica Eliana, a Vito, uomo d'ordine incapace di smascherare un collega, a Guido, intellettuale sgomento di fronte alla grave malattia del contitolare della farmacia, che con Leo, smagato dalla vita, intesse fitti dialoghi su temi esistenziali e religiosi. Ma son tutte vere quelle storie o in realtà nascondono la "doppiezza" dell'essere umano?..”
A leggere queste parole sembrerebbe che il viaggio avventuroso di un gruppo di amici presenti caratteristiche di un thriller, con i sequestratori che si impadroniscono di un’imbarcazione in navigazione, con le inevitabili successive peripezie.
Non è così, però, o almeno lo è solo in parte, perché l’intenzione dell’autore è tutt’altra. La sua vuole essere un’analisi  attenta e approfondita dei personaggi, mettendo a nudo il loro reale carattere, che si mostra grazie al pericolo. In questo gioco che si snoda durante il sequestro si svela così la vera natura di ognuno, si mettono alla luce verità inconfessabili, insomma si alza il sipario sulle apparenze. Sono esseri cinici, in cui l’esistenza è un palcoscenico in cui rappresentare una commedia con un copione già scritto e in cui gli attori, nel loro intimo, non sono mai i personaggi che interpretano.
Si tratta di un progetto ambizioso indubbiamente e in buona parte anche riuscito, e questo è senz’altro il merito del libro.
Per quanto possa comprendere che non è facile scrivere di certi argomenti, devo però rilevare che lo stile di Caccavale , la sua narrazione sono abbastanza grevi, con un ritmo che appare lento, salvo rare pagine, e che se presenta il vantaggio di indurre il lettore alla riflessione, però alla lunga finisce con stancare, e così si arriva alla fine con sollievo. O forse ci si affatica nel leggere perché anche noi, guardandoci dentro, cominciamo a ritrarre l’impressione che le nostre vite siano due: quella esterna, in cui ci sforziamo di omologarci, e quella interiore, profondamente diversa, anche se ci è difficile ammetterlo.
Da leggere, comunque.   

Mario Caccavale (Napoli, 1937) è uno scrittore e giornalista.
Vive a Roma da sempre. Inviato ed editorialista per diversi quotidiani e settimanali, ha svolto inchieste sulle nuove frontiere della scienza, sul made in Italy, sul costume, sulla cultura e sullo spettacolo. Ha scritto saggi di comunicazione politica e aziendale.
Ha pubblicato i seguenti romanzi:

  • Sulla soglia di Pietro (1997, Marsilio Editori)
  • L'illusionista americano (2001, Mondadori)
  • Il gioco dell'ombra (2005, Marsilio Editori)
  • Piano inclinato (2007, Mondadori)
  • Una notte, una vita (2010, Mondadori)
  • Vite doppie (2013, Mondadori)
    Renzo Montagnoli

 

19/10/2013

La neve era sporca
di Georges Simenon
In copertina: Auguste Chabaud, Corridoio d’albergo (1907-1908) Museum Bochum

Edizioni Adelphi
www.adelphi.it

Narrativa romanzo
Collana Gli Adelphi


Il delitto non paga

Simenon sarà sempre ricordato come l’inventore di quello straordinario personaggio che è il Commissario Maigret, di cui ha scritto tanti libri.
Ma un autore prolifico come lui non poteva, giustamente, limitare la produzione a una serie, peraltro ben riuscita, e allora ha scritto romanzi, per lo più di genere noir, e tutti, tranne qualche raro caso, di maggior valore.  Non è possibile al lettore dimenticare opere come I fantasmi del cappellaio, Corte d’assise, Il destino dei MalouPioggia nera, L’uomo che guardava passare i treni, solo per citarne alcune. E sempre, soprattutto in queste, si resta stupiti della capacità di Simenon di descrivere in modo perfetto l’atmosfera, di sondare nei più piccoli anfratti la personalità dei protagonisti. Fino a poco tempo fa non ero riuscito a trovare un romanzo che si discostasse dall’eccellenza a cui ormai mi ero abituato, ma, si sa, non tutte le ciambelle riescono con il buco e, ahimé, la serie altamente positiva si è improvvisamente interrotta in modo inaspettato con un noir scritto durante il soggiorno di Simenon  negli Stati Uniti. Mi riferisco a La neve era sporca, che parla ancora una volta di una mente malata, di cui l’omicidio è quasi naturale conseguenza. La vicenda in sé è valida, con la figura di questo diciannovenne Frank che uccide per dimostrare a se stesso di essere adulto e all’altezza dei criminali dell’ambiente in cui vive. Il delitto però non paga  e in un individuo ancora in formazione cominciano ad affiorare i dubbi, le false certezze si incrinano, complice anche l’universale sentimento dell’amore, e così piano piano tutto gli sembra diverso, sciatto, perverso, inutile, tanto da non ribellarsi al destino che gli riserverà un tragico epilogo.
Simenon dimostra ancora una volta la sua innata capacità di analizzare, in tutte le sfaccettature, i suoi personaggi, un’analisi fine in cui riesce a trovare anche una scintilla di salvezza.
Quello che invece non risulta - almeno a mio avviso - in linea con le tradizionali capacità dell’autore belga è la descrizione dell’ambientazione, e non solo di quella, perché l’atmosfera appare non palpabile, ma artificiosa. Non è improbabile che il tutto derivi dalla localizzazione della vicenda, che si svolge durante il secondo conflitto mondiale in un paese indefinito dell’Europa Centrale, sotto una dura occupazione che non sembra quella tedesca, bensì quella sovietica.  Del resto, come esposto in una nota introduttiva, lo stesso Simenon nel corso di un’intervista a proposito di questo romanzo precisò “L’importante è che l’esercito di occupazione non sia riconoscibile, di modo che l’opera abbia un carattere universale. Anche se, a essere sincero, nella mia mente l’azione si svolge nell’Europa centrale, e precisamente durante l’occupazione russa. Ambienti e nomi sono quelli di una città austriaca o ceca.”. Ecco, il non aver sperimentato direttamente il tallone dell’orso russo ha costretto Simenon ha inventarsi una sorta di regime oppressivo, in parte simile a quello nazista, ma che non corrisponde a quello comunista, di cui probabilmente aveva alcune indicazioni, incomplete, enfatiche, dai giornali americani, impegnati nella lunga battaglia della guerra fredda.
E così, mentre ne I fantasmi del cappellaio l’ambiente, l’atmosfera francesi appaiono al lettore del tutto naturali, qui invece si riscontra un’artificiosità propria di chi si è abbandonato, in mancanza di una diretta conoscenza, agli stereotipi della stampa. Ne risulta così sì un regime oppressivo, ma che appare un frutto della fantasia, perché nella realtà in quei posti e all’epoca della vicenda la vita era ben più grama, cupa e angosciante.
Comunque, Simenon è sempre Simenon, quel grande scrittore capace di avvincere il lettore con un’abilità spesso sconcertante e mi sento di perdonargli una ciambella riuscita senza buco, perché l’impasto è ancora buono e una stroncatura sarebbe fuori luogo e ingiusta, tanto più che la lettura è senz’altro piacevole.
Insomma, più che una caduta, è una scivolata senza aver toccato terra, ed è per questo che concludo dicendo che La neve era sporca è senz’altro da leggere.

Georges Simenon, nato a Liegi nel 1903, morto a Losanna nel 1989, ha lasciato centonovantatré romanzi pubblicati sotto il suo nome e un numero imprecisato di romanzi e racconti pubblicati sotto pseudonimi, oltre a volumi di «dettature» e memorie. Il commissario Maigret è protagonista di 75 romanzi e 28 racconti, tutti pubblicati fra il 1931 e il 1972. Celebre in tutto il mondo, innanzitutto per le storie di Maigret, Simenon è anche, paradossalmente, un caso di «scrittore per scrittori». Da Henry Miller a Jean Pauhlan, da Faulkner a Cocteau, molti e disparati sono infatti gli autori che hanno riconosciuto in lui un maestro. Tra questi, André Gide: «Considero Simenon un grande romanziere, forse il più grande e il più autentico che la letteratura francese abbia oggi»; Walter Benjamin: «… leggo ogni nuovo romanzo di Simenon»; Louis-Ferdinand Céline: «Ci sono scrittori che ammiro moltissimo: il Simenon dei Pitard, per esempio, bisognerebbe parlarne tutti i giorni».
Le Centre d'études Georges Simenon et le Fonds Simenon de l'Université de Liège si trovano all'indirizzo: www.ulg.ac.be/libnet/simenon.htm.

Renzo Montagnoli

 

14/10/2013

Il dolore perfetto
di Ugo Riccarelli
Nota dell’autore
Arnoldo Mondadori Editore S.p.A.

Narrativa romanzo
Collana Oscar contemporanea
 

La grande storia nelle vicende di due famiglie

“Appena qualche attimo prima di morire, appoggiata al nocciòlo del giardino, l’Annina emerse dall’ombra in cui la sua mente si era nascosta da molti anni e, all’improvviso, in quei brevi istanti che la morte ancora le concesse, come se fosse in volo rivide la casa col pino e la Mena che pregava appoggiata a un angolo della madia, e di fronte alla Mena vide sua madre partorirla urlando di un dolore che le sembrò perfetto, e solo alla fine, quasi spiando, scorse la propria testa uscire da quel corpo rosso e gonfio dallo sforzo, e sentì per l’ultima volta l’odore di viole del suo fratello gemello che da dentro la pancia la spingeva nel mondo.
Fu come un lampo, uno starnuto di una forza così intensa che l’Annina si dovette appoggiare con tutte e due le mani al nocciòlo per non cadere, e il suo ultimo respiro le uscì in una voce flebile, quasi un sussurro.
<<Ma guarda…>> disse, sorpresa da quello spettacolo stupefacente.
Poi lasciò che un sorriso le ammorbidisse la bocca, scivolò lentamente verso la base del tronco, e là si fermò per sempre. “

Di Riccarelli non avevo mai letto nulla, sapevo solo che era considerato un buon scrittore ed è stata proprio la sua recente scomparsa a indurmi a occuparmi di lui, a vedere se i giudizi ampiamente positivi di critici di rango rispondessero a verità, almeno secondo il mio metro di valutazione. Devo anche dire che nutrivo il timore che tanti elogi non fossero meritati, ma quando ho aperto questo libro e ho letto la prima pagina - che ho riportato integralmente sopra - ho provato nel contempo una grande gioia e un dolore perfetto. Una grande gioia perché mai mi era accaduto di trovarmi di fronte a una descrizione così semplice, ma al tempo stesso sublime, di una morte; un dolore perfetto per aver dubitato delle qualità di questo narratore, una sorta di rimorso per un uomo capace di scrivere in questo modo e già scomparso troppo presto. La figura di questa Annina che ha perso la memoria e la ritrova nel momento supremo, ricordandosi proprio della sua nascita, delinea in un arco di tempo brevissimo i due momenti salienti della vita di ogni essere umano: la sua comparsa sul mondo e la sua dipartita, due eventi che sono il recto e il verso di una stessa medaglia, la vita. È un destino, questo, che ci accomuna, ma è ciò che si è stati e si è fatto vivendo che lascia traccia di noi, e nelle storie di questo stupendo romanzo il ricordo è sempre presente, partendo, nella saga di due gruppi familiari, dall’Unità d’Italia per arrivare quasi ai giorni nostri, storie di individui che s’incrociano con la grande storia, che ne fanno parte, che contribuiscono a crearla. Alla famiglia del Maestro, ispirata da nobili ideali e da un profondo senso di libertà e di rispetto per la dignità di ogni uomo, si contrappone quella dei Bertorelli, commercianti di maiali, più inclini alla materialità, al guadagno e a un certo egoismo, piuttosto che alla solidarietà.
Le vicende di queste due famiglie procedono parallele per un certo periodo di tempo, ma poi accade che, con un matrimonio, si incrocino, e sullo sfondo troviamo i grandi fatti, i moti popolari del 1900, le cannonate di Bava Beccaris, la prima guerra mondiale, l’epidemia di febbre spagnola, l’avvento del fascismo, il secondo grande conflitto, l’occupazione tedesca, la resistenza, il difficile dopoguerra. Nelle storie di queste due stirpi si legge la storia d’Italia, si legge con piacere, perché non ha il carattere didattico e spesso impietoso dei saggi, secondo un metodo che ha solo un precedente, lo stupendo Cuore di pietra, di Sebastiano Vassalli.
Noi ritroveremo così anche le nostre radici nelle vicende di queste due famiglie, segnate da fatti luttuosi, ma anche da grandi gioie, una serie di accadimenti che incalzano in una narrazione sospesa fra un realismo esemplare e un immaginario fiabesco, perfettamente integrati, capaci di far sognare quando la realtà è troppo brutta, insostenibile, smorzando i toni, svelenendo l’orrore di tanti eventi tragici.
Riccarelli ha una grande leggerezza - ma meglio sarebbe dire delicatezza - nello scrivere, frutto anche di una notevole sensibilità che si riflette nei tanti personaggi, nelle loro gioie, nei loro dolori. E al riguardo cos’è il dolore perfetto? È quello del Maestro che pensa alle ingiustizie del mondo oppure quello di quando va incontro alla morte con la forza solo dei suoi ideali, è quello di Rosa che accomuna la violenza insensibile sul maiale ammazzato a quella con cui il marito consuma il matrimonio, solo per fare degli esempi.
Il dolore perfetto sarà anche quello che vi avvolgerà leggendo della morte di non pochi protagonisti vissuti solo per testimoniare il loro ideale di libertà, ma sarà anche quello che vi prenderà, giunti all’ultima pagina, consapevoli che non ve ne sono altre di questo capolavoro che tiene avvinti dall’inizio alla fine, scatenando un’ondata emozionale da cui è difficile sottrarsi.

Ugo Riccarelli (Ciriè, Torino, 1954 - Roma 2013), di famiglia toscana, ha pubblicato Le scarpe appese al cuore (Feltrinelli 1995, nuova edizione Oscar Mondadori 2003), Un uomo che forse si chiamava Schulz (Piemme 1998, premio Selezione Campiello, nuova edizione Oscar Mondadori 2012), Stramonio (Piemme 2000, nuova edizione Einaudi 2009), i racconti di Pensieri crudeli (Giulio Perrone 2006), Diletto (Voland 2009) e Garrincha (Giulio Perrone 2013), il saggio Ricucire la vita (Piemme 2011) e, per Mondadori, L'angelo di Coppi (2001), Il dolore perfetto (2004, premio Strega), Un mare di nulla (2006), Comallamore (2009), La repubblica di un solo giorno (2011) e L'amore graffia il mondo (2012, premio Selezione Campiello).
Renzo Montagnoli

 

10/10/13

La catastròfa
Marcinelle 8 agosto 1956
di Paolo Di Stefano

Sellerio editore Palermo
www.sellerio.it

Narrativa romanzo
Collana La memoria
 

Una tragedia da non dimenticare

«Ma alla fine abbiamo mandato giù papà al cimitero, mentre noi abbiamo rimasto qui in Belgio e non ce l'ho mai domandato alla mamma, che ora ha novantasei anni, perché ha voluto prendere questa decisione di non muoversi più dal Belgio».

 È l’8 agosto 1956 a Marcinelle, nei pressi di Charleroi, il turno di giorno è da poco iniziato alla miniera di carbone del Bois du Cazier; in profondità c’è poca luce che stranamente invece non manca in superficie, perché la giornata non è, come quasi sempre, grigia, ma c’è un bel cielo azzurro. All’improvviso dense volute di fumo si sprigionano all’uscita del pozzo numero 1: è da poco iniziato un disastro che condurrà alla morte 262 dei 274 uomini impegnati al lavoro e di questi 262 ben 136 sono immigrati italiani. È la catastròfa, una parola metà dialetto e metà francese, con cui verrà ricordata questa tragedia e di essa parla Paolo Di Stefano in questo libro, frutto di ricerche, di interviste ad alcuni dei pochi superstiti e ai familiari delle vittime, un coro di voci che, se non reclama più giustizia, però si leva affinché non si dimentichi, non cada nell’oblio, come del resto stava accadendo, a tanti altri fatti luttuosi accaduti e che hanno riguardato nostri connazionali all’estero e in patria.  
Non dimentichiamo questi poveri emigranti, partiti dai loro paesi dove facevano la fame,  per avere un futuro meno nero e che invece non ebbero futuro.
Fra l’altro, non andarono all’avventura, ma in base a un accordo italo-belga che prevedeva l’invio di lavoratori in cambio di carbone, di braccia, di cui il Belgio aveva disperatamente bisogno,  contro una fonte di energia indispensabile a un‘Italia che cercava di risorgere dalle rovine della guerra.
Come sempre accade in caso di disastri in ambienti di lavoro le cause non furono mai esattamente determinate, anzi quasi tutto venne messo a tacere, con un processo farsa che punì, moderatamente, forse il meno colpevole. Sta di fatto che, indipendentemente da chi e come provocò l’incidente, questo avvenne in una miniera vecchia, dotata di scarse misure di sicurezza, e per di più ci fu anche disorganizzazione nei soccorsi, insomma un insieme di concause che si tradusse in una vera e propria strage. Le interviste sono state semplicemente trascritte da Di Stefano, salvo una sua breve introduzione, e nel loro italiano scorretto e stentato hanno la forza della verità, trasmettono al lettore un senso di dolore che a distanza di tanti anni non si è placato. Sono donne ormai anziane, quelle stesse che hanno affollato per giorni e giorni l’area antistante la miniera, chiusa da cancelli, che hanno pianto, che si sono disperate, che a volte si sono rifugiate in una temporanea speranza, che hanno vissuto la tragedia con l’angoscia di non poter rivedere, come poi accadde, i propri cari.
Ma ci sono anche uomini, alcuni superstiti, minati spesso dalla silicosi, che con un filo di voce gridano la loro tristezza per gli amici scomparsi e per una verità che non è venuta e non arriverà mai.
E poi ci sono gli orfani e tutti  in pratica lo divennero, anche le mogli e i pochi superstiti, orfani di uno stato, quello italiano, che si disinteressò completamente della loro sorte, che non fu mai presente, nemmeno con un ministro, nei giorni angosciosi che seguirono l’incidente. Lo stato fu loro distante come lo fu sempre, anche quando quasi benedisse che il numero dei nostri emigranti era in crescita. Non una grande e affiatata famiglia, quindi, bensì un padre dispotico pronto sempre a fuggire dai propri doveri, allora come anche oggi.
A fronte di questa umanità dolente troviamo i freddi verbali, le perizie, le parole vuote, pregne di retorica,  dei nostri politici, fra i quali Giuseppe Saragat e Giovanni Leone.  
Braccia contro carbone, schiavi contro l’energia per le fabbriche dei nostri industriali, gente che partiva dal paese senza aver nemmeno nulla da mangiare durante il viaggio, in fuga dalla miseria verso le fauci della miniera.
Dobbiamo ricordarci di questi nostri emigranti, l’Italia deve a loro molto di più di quanto - in pratica nulla -ha fino ad ora loro dato; con il loro duro lavoro, con il loro sacrificio, hanno fatto ritrovare alla loro nazione quella dignità che una guerra insensata aveva cancellato.
Da leggere, per riflettere, ma soprattutto per non dimenticare.

Paolo Di Stefano, nato ad Avola (Siracusa) nel 1956, inviato del "Corriere della Sera" è stato capo delle pagine culturali. Laureato con Cesare Segre all'Università di Pavia, ha debuttato nel giornalismo come responsabile del ‟Corriere del Ticino” di Lugano. Ha lavorato per l'Einaudi, e per il quotidiano ‟La Repubblica”. Attualmente è giornalista culturale del "Corriere della Sera".

Ha scritto, fra l’altro:
Minuti contati (Scheiwiller, Milano 1990, Premio Sinisgalli), Baci da non ripetere (Feltrinelli 1994, Premio Comisso); Azzurro troppo azzurro (Feltrinelli 1996, Premio Grinzane Cavour); Tutti contenti (Feltrinelli 2003, Superpremio Vittorini, Superpremio Flaiano, Premio Letterario Chianti), Aiutami tu (Feltrinelli 2005, SuperMondello), Nel cuore che ti cerca (Rizzoli 2008, Premio Campiello e Premio Brancati),   Per più amore (Manni Editore), La catastròfa (Sellerio 2011, Premio Volponi), Giallo d'Avola (Sellerio 2013, Premio Viareggio-Rèpaci 2013).
Renzo Montagnoli

 

8/10/2013

L’isola senza ponte
Donne, uomini e storie di Sicilia
di Matteo Collura

In copertina: Francesco Lojacono
Veduta dell’Acqua Santa (1865-70 circa)
Palermo, Fondazione Banco di Sicilia

TEA
www.tealibri.it
Saggistica

Viaggio culturale

L’isola senza ponte è una raccolta di racconti e saggi sulla Sicilia, legati l’uno all’altro da un comune filo conduttore costituito dagli scrittori, dalla letteratura, dalla paesaggistica e dalla storia di quest’isola. Non si può pertanto definire un cahier de voyage, anche se è fuor di dubbio che vi è più di uno scritto che può interessare un viaggiatore disposto a visitarla. In tal senso appare più che probabile l’intenzione di chi intenda recarsi là di includere fra le sue visite Racalmuto, il paese natio di Leonardo Sciascia, così ben descritto nella sua atmosfera da Matteo Collura, oppure cercare di sperimentare di persona il raffronto fra due promontori, quello di Palermo e quello di Cefalù, a cui l’autore agrigentino ha dedicato un capitolo di particolare fascino.
Lo scopo del libro è quindi ben altro e non è un caso che il titolo sia L’isola senza ponte, con nessun riferimento, peraltro, al progetto, poi abortito, di erigere un ponte sullo stretto di Messina.   È un rivendicare una propria identità, senza che con questo si possa parlare di spirito autonomista, identità come peculiarità che fa di quest’isola una terra unica, nel bene e nel male, e particolarmente viva, e proiettata verso nuovi percorsi in campo letterario. Al riguardo Collura dedica ampio spazio a tre autori di indiscusso eccelso valore: Giuseppe Tomasi da Lampedusa, Luigi Pirandello e Leonardo Sciascia. Il suo è un viaggio geografico sulla scia e alla ricerca di luoghi direttamente o indirettamente connessi alla letteratura, un percorso in cui il locus riverbera dell’artista e l’artista a sua volta lo riflette. Cosa sarebbe stato Sciascia senza il suo stretto legame con il paese natale? La stessa cosa, lo stesso quesito può essere posto per l’agrigentino Pirandello, perché è fuor di dubbio che esista correlazione fra l’ambiente e chi ci vive.
Non mancano peraltro articoli su siciliani sconosciuti ai più e a loro modo eroi, così come riuscito e preciso è il ritratto della donna siciliana, per non dimenticare alcune curiosità, o enigmi, come quello relativo al celebre quadro L’uomo ignoto, di Antonello da Messina, con quell’inesplicabile sguardo che attrae e pure sconcerta, una caratteristica forse inspiegabile, ma in effetti, chi leggerà, potrà trovare un non improbabile  chiarimento.
Resta fermo comunque il legame con Sciascia, di cui Collura ha scritto spesso, e questa volta fornisce una spiegazione dell’epitaffio scritto su un biglietto lasciato alla moglie affinché venisse trascritto sulla sua lapide tombale, “ Ce ne ricorderemo, di questo pianeta”. È una frase non da Sciascia e in effetti non fu ideata da lui, ma il perché l’abbia così interessato da desiderare che costituisse un messaggio dal suo riposo eterno ci viene compiutamente ed elegantemente svelato da Collura, un autentico pezzo di bravura che da solo vale il libro.
L’isola senza ponte, pur presentando qualche inevitabile discontinuità fra un articolo e l’altro, è un’opera da leggere con piacere, come al solito ben scritta e  che arricchisce culturalmente, oltre ogni più rosea aspettativa.

Matteo Collura è nato ad Agrigento nel 1945. Autore, fra l’altro, del bestseller Sicilia sconosciuta (Rizzoli 1984, 1997) e della versione teatrale del romanzo si Sciascia Todo modo, scrive articoli di cultura per il Corriere della Sera e vive a Milano.
Renzo Montagnoli

 

6/10/2013

 Scarti di Magazzino
di Ivan Pozzoni
Avvertenza alla lettura di Antonino Contiliano

Casa Editrice Limina Mentis
www.liminamentis.com

Poesia
Collana Ardeur

La crisi economica in poesia

Che la poesia possa avere temi molteplici è risaputo e fra questi, certamente non secondario, è quello politico, avvalendosi la stessa della forza della parola per portare avanti un discorso in genere più incisivo, meno retorico di quello proprio del politico di professione. E di poeti politici gli esempi sono tanti e tanto per citarne uno assai noto ricordo semplicemente Trilussa. Tuttavia ritengo doverosa una separazione fra chi è politico-poeta (e all’epoca dell’Unione Sovietica ve n’erano non pochi), tutto teso a osannare un’ideologia o un sistema e il poeta-politico, capace più degli altri, di evidenziare i limiti di regimi e anche di sistemi economici, al fine di rendere edotti di ciò che non va e perché non va.
Fra questi ultimi includerei, indipendentemente dal suo orientamento politico, anche Ivan Pozzoni, autore prolifico e di cui ho avuto modo di leggere questa silloge dal titolo emblematico Scarti di magazzino.
Complice l’attuale grave crisi economica questo poeta monzese ha saputo sciorinare con versi di notevole efficacia i mali che sono alla base del neoliberismo, più che una dottrina economica, una rapina economica camuffata da sistema definito come il migliore possibile, quasi idolatrato, al punto da creare permanenti squilibri e ai più una vita asfittica, incolore, quasi vegetativa, oggetti umani pronti ad essere buttati quando non servono più come accade per gli scarti di magazzino.
I versi di Pozzoni non sono satirici come quelli di Trilussa, ma inchiodano nella loro solare realtà, senza retorica, asciutti e densi, quasi stilettate nel cuore della generale indifferenza. Al riguardo esplicativi mi sembrano questi tratti da Milite ignoto e riguardanti il triste moltiplicarsi dei caduti sul lavoro:…/ Marciavi vivido nell’aere mattutino / fremendo brame d’amore adulterino, /  senza intuire neanche di sfuggita / d’essere vittima di un crudele carovita; / marciavi lesto senz’ombra di tristezza, / diluendo i dubbi in avventatezza, / nei tuoi vent’anni di vita amara, / chiamati a chiudersi dentro a una bara.
E nelle poesie successive ci sono tutti i nomi e i fatti della crisi economica: dalla famigerata Lehman Brothers alla cassa integrazione, dalla solitudine esistenziale all’anoressia, dai nuovi eroi agli sconfitti di sempre, un giro panoramico sulla ruota di un mondo che sembra girare all’incontrario.
Anche chi non si riconoscerà nei personaggi di questi versi scoprirà però che l’unico rimedio all’indifferenza, spesso astratta, che ci accompagna e in cui lenti ci ha rinchiuso il capitalismo neoliberista, è il sorprenderci a pensare  e a provare il timore di finire un giorno come il vecchio dell’Hotel Acapulco (…./ Abbandonata, nel lontano 2026, ogni difesa / d’un contratto a tempo indeterminato, / etichettato come squilibrato, / mi son rinchiuso nel centro di Milano, / Hotel Acapulco, albergo scalcinato, / chiamando a raccolta i sogni degli emarginati, / esaurendo i risparmi di una vita / nella pigione, in riviste e pasti risicati. / Quando i carabinieri faranno irruzione / nella stanza scrostata dell’Hotel Acapulco 7 e troveranno un altro morto senza testamento / chi racconterà la storia, ordinaria, / d’un vecchio vissuto controvento?)
Da leggere, senz’altro.

Ivan Pozzoni è nato a Monza nel 1976; si è laureato in diritto con una tesi sul filosofo ferrarese Mario Calderoni. Ha diffuso molti articoli dedicati a filosofi italiani dell’Ottocento e del Novecento, e diversi contributi su etica e teoria del diritto del mondo antico; collabora con numerose riviste italiane e internazionali. Tra 2008 e 2012 ha curato i volumi: Grecità marginale e nascita della cultura occidentale (Limina Mentis), Cent’anni di Giovanni Vailati (Limina Mentis), I Milesii (Limina Mentis), Voci dall’Ottocento I II e III (Limina Mentis), Benedetto Croce (Limina Mentis), Voci dal Novecento I, II e III (Limina Mentis), Voci di filosofi italiani del Novecento (IF Press), La fortuna della Schola Pythagorica (Limina Mentis) e Pragmata. Per una ricostruzione storiografica dei Pragmatismi (IF Press); nel 2009 sono usciti i suoi: Il pragmatismo analitico italiano di Mario Calderoni (IF Press) e L’ontologia civica di Eraclito d’Efeso (Liminamentis). È direttore culturale della Limina Mentis Editore; è direttore de L’arrivista - Quaderni democratici. In un’azienda della D. O. è logistico.
Renzo Montagnoli

 

2/10/2013

Tutti contenti
di Paolo Di Stefano

Giangiacomo Feltrinelli Editore
www.feltrinellieditore.it

Narrativa romanzo
Collana Universale Economica Feltrinelli

Alla ricerca del proprio passato

Per poter vivere il presente e pensare anche a un futuro diverso è indispensabile conoscere il proprio passato, ritrovare quelle radici da cui veniamo, e in effetti l’ignorare le proprie origini, gli anni dell’infanzia e della pubertà, implica la mancata conoscenza di se stessi, conduce a una vita asfittica e senza senso.
È questo il caso di Nino Motta, tipografo milanese in pensione, coniugato, con due figli, che trascina un’esistenza del tutto insoddisfacente, una situazione che lo spinge un giorno a partire per la terra natale, la Sicilia, per ricostruire quell’infanzia di cui ha solo barlumi di conoscenza: la Fortezza, l’orfanotrofio che lo ha ospitato a lungo, padre Frasca, un sacerdote che ha fondato quest’istituzione e alcuni nomi di compagni  a cui presentarsi con uno pseudonimo e in veste di giornalista che intende scrivere un articolo appunto su la Fortezza. Il tutto con il timore che possa spalancarsi una porta su un qualche cosa che presenti anche aspetti negativi, ma vale la pena di rischiare per uno che del proprio padre ha solo il ricordo di un cappello americano appeso all’attaccapanni e della propria madre l’immagine di una donnina, avvolta in uno stretto cappotto, e che sale alla Fortezza.
Così inizia un percorso che piano piano porterà le tenebre a squarciarsi, rivelando anche aspetti spiacevoli, ma riportando alla luce un “io” che era piattamente omologato a un presente senza significati.
La conoscenza di se stesso, in un uomo di una sessantina d’anni, gli dimostrerà il vuoto di un’esistenza non vissuta e gli farà ritrovare la gioia di vivere, complice soprattutto una ragazza trentenne che si aggregherà a lui nelle ultime fasi della ricerca. Può sembrare che un amore sbocciato fra due individui con un divario di età così elevato possa sfiorare il ridicolo, ma non è così, perché se il corpo è da vecchio, lo spirito di Nino Motta è da giovane, proprio di chi si è risvegliato da un lungo sonno e per la prima volta sa che il suo giorno è appena cominciato.
Tutti contenti è scritto in modo pregevole da Paolo Di Stefano, autore che ho conosciuto e apprezzato per il recente Giallo d’Avola; le pagine non sono poche, ma scorrono veloci e si desidererebbe che non finissero mai, in un intreccio a incastri propri di un giallo, anche se giallo non è, un’ autentica lezione di stile, con tanti personaggi, ognuno con la propria personalità, alcuni dei quali indimenticabili, in una narrazione che nulla lascia al caso, sapiente nel ricreare l’atmosfera del passato, inserendola in quella del presente, enigmatica senza essere astrusa, proposta al lettore e non imposta, così che ognuno può farsi un’idea autonoma di ogni protagonista. Pur se il linguaggio è asciutto, da giornalista, Di Stefano non manca di un’attitudine poetica, che si esprime non solo con azzeccate descrizioni dei panorami siciliani, ma che in sordina, senza forzature, porta a momenti di intensa e rara commozione in un romanzo che avvince in ogni momento e che svela anche quanto immensa sia la forza dell’amore.
Leggetelo, andate insieme a Nino Motta alla ricerca del suo passato: sarà un’esperienza indimenticabile.  

Paolo Di Stefano, nato ad Avola (Siracusa) nel 1956, inviato del "Corriere della Sera" è stato capo delle pagine culturali. Laureato con Cesare Segre all'Università di Pavia, ha debuttato nel giornalismo come responsabile del ‟Corriere del Ticino” di Lugano. Ha lavorato per l'Einaudi, e per il quotidiano ‟La Repubblica”. Attualmente è giornalista culturale del "Corriere della Sera".
Ha scritto, fra l’altro:
Minuti contati (Scheiwiller, Milano 1990, Premio Sinisgalli), Baci da non ripetere (Feltrinelli 1994, Premio Comisso); Azzurro troppo azzurro (Feltrinelli 1996, Premio Grinzane Cavour); Tutti contenti (Feltrinelli 2003, Superpremio Vittorini, Superpremio Flaiano, Premio Letterario Chianti), Aiutami tu (Feltrinelli 2005, SuperMondello), Nel cuore che ti cerca (Rizzoli 2008, Premio Campiello e Premio Brancati),   Per più amore (Manni Editore), La catastròfa (Sellerio 2011, Premio Volponi), Giallo d'Avola (Sellerio 2013, Premio Viareggio-Rèpaci 2013)
Renzo Montagnoli

 

30/9/2013

Una finestra vistalago
di Andrea Vitali

Garzanti Libri
www.garzantilibri.it

Narrativa romanzo
Collana Gli Elefanti bestseller
 

Speravo fosse meglio

Me ne ha parlato più volte un caro amico, in modo suadente, direi anzi persuasivo. “A te che piace la vita di paese Vitali fa al caso tuo e, considerato che sei da sempre un estimatore di Piero Chiara, troverai nei libri di questo autore lecchese le stesse atmosfere, le medesime caratterizzazioni.  Per cominciare, fossi in te, leggerei il suo romanzo più famoso, vale a dire Una finestra vistalago.”. Insomma, di fronte a tanta insistenza, è naturale che sorga la curiosità e così ho provveduto a reperire il libro in questione che già presenta una stranezza in copertina: il nome dell’autore a caratteri cubitali e il titolo molto più in piccolo. Tuttavia, nella quarta di copertina c’è molta più sobrietà, con alcuni succinti e positivi giudizi di noti critici letterari. Cosi si va da “I romanzi di Andrea Vitali sono una rarità, rappresentano campioni dell’antica arte del racconto italiano.” di Antonio D’Orrico a “Un talentuosissimo scrittore.” di Massimo Onofri.
Con tali favorevoli pareri in pratica non mi sarebbe rimasto che leggere il romanzo solo per confermare valutazioni critiche di così alto lignaggio, insomma non avrei dovuto far altro che bearmi di una lettura di grandissimo livello.
E con la miglior predisposizione  ho affrontato questo testo, ravvisando, però, e devo dire con dispiacere, che già dalle prime pagine l’accostamento a Piero Chiara mi è parso fuori luogo, quasi blasfemo. La vicenda è di paese, ma della caratura dei personaggi, della loro descrizione, dell’intreccio,  delle vene poetiche che descrivono il paesaggio, per non parlare dell’ironia che stempera la satira sottile, virtù queste proprie invece del grande romanziere luinese, non ho trovato traccia.
Lo stesso di Vitali è troppo sobrio, anzi la sua scrittura appare elementare, tutta tesa a dare spazio alla trama, tralasciando gli elementi determinanti, costituiti dalla tipica atmosfera di paese e dalla particolare caratterizzazione dei personaggi; e anche la vicenda, pur non disprezzabile, è basata su equivoci, su identità di nomi e cognomi, quasi un richiamo alle opere teatrali di Georges Feydeau.
Per quanto deluso, soprattutto perché le aspettative erano notevoli, non posso tuttavia esimermi dal considerare Una finestra vistalago un romanzo che tutto sommato è di gradevole lettura e che aiuta sen’altro a trascorrere un po’ di tempo, con l’avvertenza però che è inutile spèrare in un accrescimento culturale, perché la sostanza é poca. Per quella  è meglio affidarsi ai libri di Piero Chiara.

Di Andrea Vitali (Bellano 1956) nel catalogo Garzanti sono presenti: Una finestra vistalago (2003, premio Grinzane Cavour 2004, sezione narrativa, e premio letterario Bruno Gioffrè 2004), Un amore di zitella (2004), La signorina Tecla Manzi (2004, premio Dessì), La figlia del podestà (2005, premio Bancarella 2006), Il procuratore (2006, premio Montblanc per il romanzo giovane 1990), Olive comprese (2006, premio internazionale di letteratura Alda Merini, premio lettori 2011), Il segreto di Ortelia (2007), La modista (2008, premio Ernest Hemingway), Dopo lunga e penosa malattia (2008), Almeno il cappello (2009, premio Casanova; premio Procida Isola di Arturo Elsa Morante; premio Campiello sezione giuria dei letterati; finalista al premio Strega), Pianoforte vendesi (2009), Il meccanico Landru (2010), La leggenda del morto contento (2011), Zia Antonia sapeva di menta (2011) e Galeotto fu il collier (2012).
Nel 2008 gli è stato conferito il premio letterario Boccaccio per l'opera omnia.
Il sito di Andrea Vitali è: www.andreavitali.info

Renzo Montagnoli

 

27/9/2013

Qualcuno ha ucciso il generale
di Matteo Collura
In copertina: Gianni Provenzano, Reliquia garibaldina

Tea Edizioni
Narrativa romanzo storico

Un uomo da non dimenticare

Giovanni Corrao, chi era mai costui?
Credo che ben pochi sappiano chi è, tanto è stato il colpevole oblio a cui fu destinato dall’appena nato Regno d’Italia, che s’affrettò a  cancellarne la memoria dopo avergli tolto, con ogni probabilità, la vita. Era un generale palermitano, garibaldino, distintosi per coraggio, ascendente sulla popolazione siciliana  e anche acume tattico durante la gloriosa campagna dei mille iniziata proprio con lo sbarco a Marsala e conclusasi, remissivamente, con l’incontro di Teano fra Garibaldi e Vittorio Emanuele II.
Personaggio scomodo, questo Corrao, protagonista poi della sfortunata spedizione che vide sull’Aspromonte il ferimento a una gamba dell’eroe di Caprera, ma a differenza di quest’ultimo, sulla via di un declino dovuto all’età e all’artrite che lo affliggeva dolorosamente, l’ardimentoso siciliano era ancora nel pieno del suo vigore con quarantuno anni ben portati, per quanto disilluso per il verso che avevano preso le cose, ma sempre pronto a non tirarsi indietro qualora ci fosse anche solo l’abbozzo di un tentativo rivoluzionario.
Quest’uomo, dalle umili origini (svolgeva l’attività di calafato), in fin dei conti era un puro idealista che aveva una visione sfumata di una repubblica italiana, ma sempre fedele ai principi mazziniani e al suo grande eroico generale, quel Garibaldi intrepido e avventuroso fino a quando la salute e gli interessi del regno sabaudo glielo consentirono; al nizzardo fu tuttavia riservata sorte migliore, perché tanta era l’aureola che portava sul capo per le sue imprese che era necessario servirsene per ammantare di gloria una spedizione, tutto sommato conclusasi felicemente soprattutto per l’azione corruttiva avviata dal Cavour; Corrao era assai più pericoloso, perché nel fiore degli anni e tenacemente teso a concretizzare una repubblica italiana in cui finalmente fossero riconosciuti diritti inalienabili a tanti contadini siciliani e anche alla moltitudine dei nuovi italiani, vessati dapprima dai vecchi stati e ora da quello nuovo appena nato.
E fu così che un giorno del 1863 (era il 3 agosto) alle porte di Palermo due colpi d’arma da fuoco troncarono la vita di Giovanni Corrao e subito vi furono depistaggi di vario genere, mentre il popolo dell’isola, ma anche molti nobili che l’amavano, provvidero a solenni esequie. Ufficialmente si parlò di mafia, onde screditarne la figura, ma chi aveva una visione più ampia non poté fare a meno di pensare che se la mafia era l’esecutrice, il mandante stava più lontano,  veniva dal governo del nuovo stato italiano; pensò e non gridò, perché il rischio di perdere la vita era quasi una certezza. Poi fu compito dei governanti, fra i quali un vecchio compagno nella lotta antiborbonica (quel marpione di Francesco Crispi), a far dimenticare questa nobile figura, mai presente nei testi scolastici fra i generali garibaldini, un colpevole oblio che con il trascorrere degli anni è diventato vera e propria condanna post-mortem.
A riparare ci ha pensato Matteo Collura con questo libro, a metà fra saggio e romanzo storico, puntuale nella ricerca della documentazione, in parte all’epoca volutamente distrutta, proponendoci un personaggio che, uscito dalla nebbia, appare splendente come il sole. Non vi è dubbio che per lui l’autore nutra una particolare simpatia, senza che però, per questo, finisca per ingigantire un’immagine oltre quelli che erano i suoi effettivi meriti.
La sua, così, diventa una narrazione avvincente e convincente, con pagine che restituiscono al mondo momenti gloriosi e anche di dolore, parte integrante della nostra storia, tassello, come tanti, indispensabile per conoscerla.
Ci si appassiona, nel leggere, ma quando si arriva all’omicidio di Corrao, atto scellerato inserito in un contesto  paesaggistico di straordinaria bellezza,  per quanto le parole siano misurate e mai enfatiche, non è possibile evitare di lasciarsi prendere dalla commozione nel vedere quest’uomo, gigantesco in tutti i sensi, privo di vita nella polvere della strada, un destino crudele, simile a quello che in seguito sarà proprio di chi si batterà, anche senza speranza, per un mondo migliore e più giusto.
Da leggere, senza alcun dubbio.     

Matteo Collura è nato ad Agrigento nel 1945. Autore del bestseller Sicilia sconosciuta (Rizzoli 1984, 1997) e della versione teatrale del romanzo si Sciascia Todo modo, scrive articoli di cultura per il Corriere della Sera e vive a Milano.
Renzo Montagnoli

 

9/9/2013

I Canti di Castelvecchio
di Giovanni Pascoli

Rusconi Libri
Poesia

 

Dal nido di Castelvecchio

Giovanni Pascoli è indubbiamente uno dei più grandi poeti che si sono affacciati su questa terra, ma è anche un caso umano, con una vita funestata da disgrazie familiari, di cui la prima (l’assassinio del padre) lo catapultò, ancora dodicenne, nel ruolo di capofamiglia, una posizione a cui mal si adattava, tanto più che la mancanza di esperienza finì con il provocare risentimenti di sorelle, errori su errori, di cui si sentiva più che colpevole, portandolo negli ultimi anni della sua vita a rifugiarsi nell’alcol.
Eppure, il talento innato, pur nei marosi di un’esistenza travagliata, riusciva a emergere con poesie che ancor oggi stupiscono per l’armonia, l’impianto e la profondità del pensiero espresso. È questo il caso anche di I Canti di Castelvecchio, frutto di un periodo relativamente tranquillo e sereno. Castelvecchio è una frazione di Barga, in Garfagnana, e in questo piccolo borgo Pascoli approdò nel 1895 con la sorella Maria, in una casa che solo in seguito divenne di sua proprietà con i proventi della vendita di alcune medaglie d’oro vinte in concorsi letterari. Lì, il paesaggio agreste, il silenzio della natura gli fecero sognare di poter ricostruire il nido familiare della sua gioventù, a San Mauro. E tale era il desiderio di ritornare a quel nucleo familiare che si era sfilacciato, con tante morti, nell’arco di poco tempo, che rinunciò perfino a contrarre matrimonio con la cugina Imelde Morri, opponendosi, anche se inutilmente, alle nozze della sorella Ida, considerate un tradimento. Nonostante queste premesse, il periodo trascorso a Calstevecchio fu uno dei migliori per il poeta romagnolo, tanto che ne scaturirono, appunto,  I Canti di Castelvecchio
Come tematiche questa raccolta è simile a Myricae, con quella predilezione per il mondo naturale che finisce con il diventare l’emblema delle cose semplici, delle presenze umili. Più rilevante è invece l’impronta simbolista, con l’angoscia di chi non riesce a togliersi dalla mente il pensiero della morte, una situazione insostenibile che attanaglia il poeta e che lo porta ad evadere facendo riemergere i ricordi della sua gioventù. Al riguardo c’è una sezione di nove poesie intitolata Ritorno a San Mauro che è ben esplicativa di questa condizione, come in Casa mia (
Mia madre era al cancello. / Che pianto fu! Quante ore! / Lì, sotto il verde ombrello / della mimosa in fiore! 7 M'era la casa avanti, / tacita al vespro puro, / tutta fiorita al muro / di rose rampicanti. /…). Si noti, in questo breve stralcio, come la memoria ricomponga un’immagine cara, magari un po’ mitizzandola, come accade per tutti i ricordi che ci paiono lieti, ma l’autentica qualità deriva dallo sviluppo scenico, dai ritratti che si ricollegano come lo svolgersi di una pellicola cinematografica.  Tuttavia l’immagine felice, quasi soave, ben presto è soverchiata da quel pensiero fisso, da quell’angoscia che gli rode dentro e che lo porta inevitabilmente a considerare che con la vita il nostro contratto può essere sciolto in ogni momento, senza sapere quando, ma con la certezza che avverrà. E allora altre immagini, altre parole s’innestano e predominano (…/E comprerò leggiadre / vesti alle mie fanciulle, / e l'abito di tulle / alla lor dolce madre. - / Così dicevo: in tanto / ella piangea più forte, / e gocciolava il pianto / per le sue guancie smorte. / …. / - Oh! tu lavorerai / dove son io? Ma dove / son io, figliuolo, sai, / ci nevica e ci piove! -/…); ecco, l’incantesimo si rompe e il ricordo, da dolcemente malinconico diventa triste, con l’angoscia che serpeggia nel rammentare chi non c’è più. E ancor più esplicito è in La tessitrice, laddove una fanciulla morta tesse una tela in cui riposerà nel suo sonno eterno accanto al poeta, che dell’amore ha una visione propria di un miraggio, di un qualche cosa di vago, portatore di felicità, ma su cui incombe, sempre, ossessiva, la morte.
Fra sogno e realtà, fra illusioni e disinganni c’è più del sentire di un animo poetico, c’è la vita con le sue poche gioie, un nulla se si tiene a mente quell’ombra nera che ogni giorno trascorso sempre più s’avvicina. Pessimismo Leopardiano? Forse, ma al poeta si chiede l’ingrato compito di rapportarsi con la nudità della terra e leggi cosmiche di cui si ignora il fondamento. Egli non è che un piccolo granello di quella terra, a inseguire risposte che mai verranno.
Da leggere? Ma senza alcun dubbio, anzi da leggere e rileggere, e ancora così, senza mai essere sazi di bellezza.

Giovanni Pascoli nasce a S.Mauro di Romagna il 31 dicembre 1855. All'età di dodici anni perde il padre, assassinato da ignoti; a questa tragedia, se ne aggiunge un’altra, perché la famiglia è  costretta a lasciare la tenuta di cui il padre era amministratore, perdendo la tranquillità economica di cui fruiva. Ma le disgrazie si rincorrono e così in poco tempo Pascoli perde la madre, una sorella e due fratelli; prosegue gli studi a Firenze e poi a Bologna. Nella città felsinea aderisce alle idee socialiste, fa propaganda e viene arrestato nel 1879; nel 1882 si laurea in lettere. Insegna poi greco e latino a Matera, Massa e Livorno, cercando di riunire attorno a sé i resti della famiglia e pubblicando le prime raccolte di poesie: "L'ultima passeggiata" (1886) e "Myricae" (1891).
L'anno seguente vince la prima delle sue 13 medaglie d'oro al concorso di poesia latina di Amsterdam. Dopo un breve soggiorno a Roma, va ad abitare a Castelvecchio con una sorella e passa all'insegnamento universitario, prima a Bologna, poi a Messina e a Pisa; pubblica tre saggi danteschi e varie antologie scolastiche. La sua produzione poetica prosegue con i "Poemetti" (1897) e i "I Canti di Castelvecchio" (1903); sempre nel 1903 raccoglie i suoi discorsi sia politici (nel frattempo era diventato nazionalista), che poetici e scolastici nei "Miei pensieri di varia umanità". Succede poi al Carducci nella cattedra di letteratura italiana a Bologna; pubblica gli "Odi ed inni" (1907), le "Canzoni di re Enzo" e i "Poemi italici" (1908-11). Abusa degli alcolici e si ammala di cirrosi epatica. Nel 1912 le sue condizioni di salute peggiorano deve lasciare l'insegnamento per curarsi a Bologna, dove muore il 6 aprile dello stesso anno.

Renzo Montagnoli

 

4/9/2013

L’adorabile Stendhal
di Leonardo Sciascia
a cura di Maria Andronico Sciascia

Edizioni Adelphi
www.adelphi.it

Saggistica letteraria
Collana Piccola Biblioteca Adelphi

 

Come lui non c’è nessuno

Scrive Sciascia, riferendosi alla parola “adorabile” << Può darsi che questa parola io l’abbia qualche volta scritta, e sicuramente più volte l’ho pensata: ma per una sola donna e per un solo scrittore. E lo scrittore – forse è inutile dirlo – è Stendhal.>>. E in effetti fra tutti gli scrittori il prediletto dall’autore siciliano è proprio lui, Marie-Henry Beyle, più conosciuto come Stendhal.
E non contento scrive spesso di Stendhal e al riguardo è da ringraziare Maria Andronico, la moglie di Sciascia, se dopo la scomparsa del marito ha raccolto questi scritti, dispersi in vari libri pubblicati fra il 1970 e il 1990, in unico volume, intitolandolo, molto opportunamente, L’adorabile Stendhal. Il romanziere francese è un vero e proprio punto di riferimento per Leonardo Sciascia, per quella sua innata capacità di conoscere gli uomini, di sapere entrare nel loro animo, svelandone tutte le naturali contraddizioni; Stendhal è così un esempio da seguire non solo nella vita, ma anche in campo letterario, un maestro a cui ispirarsi e dai cui insegnamenti trarre occasioni e spunti per scrivere a sua volta. Così può capitare che Casanova e Napoleone siano rivisti in chiave stendhaliana; in particolare si resta colpiti dall’ammirazione dell’autore siciliano per l’imperatore corso, ma ciò non deve sorprendere, poiché è noto quanto Stendhal amasse  il Bonaparte; semmai, quel che può stupire, è l’infatuazione di Sciascia, così amante della libertà, per un rivoluzionario presto dimostratosi un tiranno.
Nel libro c’è una parte dedicata al viaggio di Stendhal in Sicilia, un viaggio in realtà immaginato, perché il narratore francese, che pure visitò in lungo e in largo l’Italia, non mise mai piede su quell’isola, di cui però scrisse, arrivando perfino a raccontare d’esserci stato, da incorreggibile mistificatore. E da questo viaggio inesistente, imperniato su più di una mistificazione, circostanza non infrequente in Stendhal, Sciascia trae spunti di irresistibile ironia.
Maria Andronico è stata particolarmente brava nel raccogliere questi scritti organizzandoli strutturalmente seguendo quattro grandi linee tematiche: le felici invenzioni di Stendhal, che sono una sua caratteristica; l’autentica venerazione di Sciascia per il grande narratore francese; l’ascendenza di Stendhal su molti altri autori; l’influenza che ebbe su Sciascia nella sua spiccata preferenza per la scrittura e nelle sue caratteristiche divagazioni sempre presenti nelle sue opere.
Ecco, se credete di conoscere tutto di Sciascia dovete ricredervi e leggere questo libro, in cui avrete occasione di scoprire molto di più dell’autore siciliano che del romanziere francese.
È un testo quindi di particolare e notevole importanza la cui lettura, pertanto, è senz’altro raccomandata.    

Leonardo Sciascia (Racalmuto, 8 gennaio 1921 – Palermo, 20 novembre 1989). E’ stato autore di saggi e romanzi, fra cui: Le parrocchie di Regalpietra (Laterza, 1956),  Il giorno della civetta (Einaudi, 1961), Il consiglio d’Egitto (Einaudi, 1963), A ciascuno il suo (Einaudi, 1966), Il contesto (Einaudi, 1971), Atti relativi alla morte di Raymond Roussel (Esse Editrice, 1971), Todo modo (Einaudi, 1974), La scomparsa di Majorana (Einaudi, 1975), I pugnalatori (Einaudi, 1976), Candido, ovvero Un sogno fatto in Sicilia (Einaudi, 1977), L’affaire Moro (Sellerio, 1978), Il teatro della memoria (Einaudi, 1981), La sentenza memorabile (Sellerio, 1982),  Il cavaliere e la morte (Adelphi, 1988), Una storia semplice (Adelphi, 1989).
Renzo Montagnoli

 

2/9/2013

I Bastardi di Pizzofalcone
di Maurizio de Giovanni

Edizioni Einaudi
Narrativa romanzo
Collana Stile Libero Big
 

Sette bastardi per un commissariato

Ricordate il film di Robert Aldrich “Quella sporca dozzina”? Alla vigilia dello sbarco in Normandia dodici galeotti dell’esercito americano sono scelti e addestrati per compiere una pericolosa missione in territorio nemico. Se questa riuscirà, torneranno liberi.
Non è improbabile che Maurizio de Giovanni avesse in mente questa pellicola quando ha scritto I bastardi di Pizzofalcone, il secondo libro con protagonista l’ispettore Lojacono. Certo qui non siamo in guerra, ma quasi, vista la delinquenza imperante. E poi non sono dodici i bastardi, ma sette, tutti poliziotti che, per un motivo o per l’altro, non sono graditi nei commissariati di Napoli e che perciò vengono inviati a presidiare quello di Pizzofalcone, decimato per una questione di una partita di droga sequestrata e poi rivenduta da alcuni agenti. Se riusciranno nell’impresa di essere efficienti, il Commissariato non verrà soppresso.Ecco queste sono le analogie fra il film e il libro, mentre il resto, ovviamente, è del tutto diverso.
Si nota in particolare il tentativo di de Giovanni di dare vita a una serie di personaggi fissi che siano in grado di attirare l’attenzione del lettore per diversi episodi, così come ha già fatto per i romanzi con protagonista principale il commissario Ricciardi.
Tuttavia, a mio parere, la necessità di narrare dell’epoca presente, fatta di magari inutile dinamicità, e di conquistare subito il pubblico, ha impedito di delineare le caratteristiche progressivamente, evidenziandole invece negli intermezzi che, in questo romanzo, sono francamente un po’ troppi, tolgono il ritmo e finiscono con l’affaticare.
Del resto anche per la figura di Giuseppe Lojacono si insiste un po’ troppo sulle sue caratteristiche somatiche, che lo fanno assomigliare – e questo è ben poco probabile – a un cinese, così come il personaggio del procuratore Laura Piras, bellissima donna, è più definito per le caratteristiche estetiche che per la sua intima natura.
De Giovanni, quindi, in un’epoca in cui ciò che conta è l’apparenza, si è adeguato, ma il risultato letterario ne risente.
Se poi si considera il difetto, mutuato probabilmente dalla serie televisiva La nuova squadra, di narrare di due diverse indagini, togliendo continuità in tal modo a una blanda tensione iniziale, è facile comprendere come l’opera finisca col mancare, non solo di caratteristiche di originalità, ma del pathos che è proprio dei thriller.
Del resto la fragilità della trama gialla è sempre stata una caratteristica dell’autore napoletano e qui, inoltre, per quanto concerne la soluzione dell’omicidio, presenta anche poca credibilità.
Insomma, ci sarebbe il caso di dire che l’autore dei romanzi con Ricciardi e di quelli con Lojacono non sono la stessa persona: nel primo caso si segue anche un fine letterario, nel secondo invece l’obiettivo è puramente commerciale, con una sensazione di deja vu che, per un appassionato di gialli come me, stona non poco.
Da leggere, comunque, anche se il successo di vendite non ne testimonia la qualità, bensì é il frutto della notorietà dell’autore ottenuta grazie alla riuscitissima serie con protagonista il commissario Ricciardi.

Maurizio de Giovanni nasce nel 1958 a Napoli, dove vive e lavora. Nel 2005 vince un concorso per giallisti esordienti con un racconto incentrato sulla figura del commissario Ricciardi, attivo nella Napoli degli anni Trenta. Il personaggio gli ispira un ciclo di romanzi, pubblicati da Einaudi Stile Libero, che comprende Il senso del dolore, La condanna del sangue, Il posto di ognuno, Il giorno dei morti, Per mano mia e Vipera(Premio Selezione Bancarella 2013). Nel 2012 esce per Mondadori Il metodo del Coccodrillo (Premio Scerbanenco), dove fa la sua comparsa l'ispettore Lojacono, ora fra i protagonisti della serie dei Bastardi di Pizzofalcone, ambientata nella Napoli contemporanea. Tutti i suoi libri sono tradotti o in corso di traduzione in Francia, Germania, Inghilterra, Spagna, Russia, Danimarca e Stati Uniti. De Giovanni è anche autore di racconti a tema calcistico sulla squadra della sua città, della quale è visceralmente tifoso, e di opere teatrali.
Renzo Montagnoli

 

29/8/2013

Il maestro di Regalpetra
Vita di Leonardo Sciascia
di Matteo Collura

TEA Edizioni
Biografia
 

 

Una biografia avvincente come un romanzo

Quando di un autore si è letta la pressoché totalità della sua produzione viene del tutto naturale sapere quanto più possibile di lui, perché è evidente che le sue opere costituiscono, direttamente o indirettamente, un riflesso della sua vita. Se poi questo scrittore si chiama Leonardo Sciascia, la curiosità si accentua, perché in fin dei conti il suo essere borghese e intellettuale a tutto campo, la sua maniacale ricerca della verità  e la preveggenza dimostrata in tanti suoi lavori sono dati che connotano un artista di elevato valore riscontrabile in ogni suo libro. L’ideale sarebbe poterlo conoscere direttamente, instaurare con lui un’assidua frequentazione, ma ciò non è quasi mai possibile, e a maggior ragione per Sciascia, da tempo scomparso. Certo, dall’attenta lettura delle sue opere è possibile ritrarre un’immagine di lui, almeno per quanto concerne un suo essere intellettuale del tutto libero e indipendente, impegnato con i suoi lavori e anche direttamente, come testimoniato dal breve periodo di consigliere comunale di Palermo e di quello più ampio come deputato eletto nelle liste del Partito Radicale. Personalmente ho cominciato a interessarmi di questo grande letterato dopo la visione del film Il giorno della civetta, tratto dall’omonimo romanzo. Pagina dopo pagina delle sue opere di narrativa e saggistica si è formata in me un’immagine di Sciascia che tuttavia mancava di un riscontro autorevole ed è perciò con estremo interesse che ho preso in mano Il maestro di Regalpetra, sottotitolato Vita di Leonardo Sciascia, una corposa biografia scritta da Matteo Collura. Trattasi di una lettura che presuppone la conoscenza di almeno quelli che sono i maggiori libri del narratore di Racalmuto (Il giorno della civetta, A ciascuno il suo, Il contesto, Todo Modo, L’affaire Moro e Candido, ovvero Un sogno fatto in Sicilia), tutte opere che, per i più diversi motivi, evidenziano la specificità della produzione letteraria di Leonardo Sciascia. E’ evidente che sarebbe meglio aver letto anche i suoi saggi storici, tutti, nessuno escluso, di estremo interesse, ma per poter comprendere il valore di questo artista sono dell’opinione che i libri che ho citato prima possano essere sufficienti.
Matteo Collura mi ha stupito, poiché, abituato a lunghe biografie, sovente grevi e riportanti fatti ed eventi che poco hanno a che fare con la produzione letteraria di un autore, è riuscito nella difficilissima impresa di fornirci un ritratto vivo, anzi direi vitale, di Leonardo Sciascia, riportando tutto quanto – e solo quello – il necessario per avere una completa cognizione di un’esistenza, tutto sommato normale, ma non avulsa da un impegno costante teso alla ricerca della verità.
E se questo libro inizia con lo scrittore, appena morto, ricomposto nel suo letto d’agonia, il che potrebbe far temere una narrazione al passato, invece con questa introduzione si delinea subito il carattere del defunto e nelle pagine successive – e sono molte – lo spazio è dedicato a una figura che già dall’infanzia dimostrava una spiccata propensione per le lettere, pur in un contesto di arretratezza economica, ma non certo culturale. Collura prende per mano Sciascia, quasi fosse presente con lui, e così la biografia diventa avvincente come un romanzo di grande qualità. Sono pagine e pagine di vicende, di riflessioni, spesso sconosciute, con frequenti ricorsi a incisi tratti dalle opere (soprattutto quelle che ho prima citato) in correlazione con i comportamenti civili tenuti da Leonardo Sciascia. Sembra di vederlo, in quella che può essere definita una battaglia, intento a sostenere l’esistenza della mafia, quando ufficialmente la si negava, a indicare in modo inequivocabile la collusione fra questa criminalità e la politica, in particolar modo con la Democrazia Cristiana, vista come un partito di grassatori e corrotti, a richiamare ancora una volta l’attenzione sugli intrecci  subdoli e delittuosi che sono alla base del sequestro e del successivo omicidio di Aldo Moro, il segretario di quel partito da lui tanto avversato, ma che ora vittima di qualcosa di potentemente tenebroso gli fa insorgere un senso di autentica pietà. Non è tenero nemmeno con i comunisti, quel partito con cui si realizzerà uno scellerato compromesso storico con i democristiani, compromesso con il potere di turno a cui sarà sempre disponibile, come confermato anche dall’attuale governo, un intreccio fra maggioranza e opposizione che viene a saldarsi in un'unica negativa figura, giacché sarà il segno di una sottomissione volta a beneficiare delle opportunità offerte da una reggenza corrotta e avulsa dalle esigenze dei cittadini.
È possibile inoltre scoprire la religiosità di Sciascia, uno Sciascia notoriamente razionale e seguace degli illuministi, ma che, pur tuttavia, ha un modo suo di credere, di avere un sentore di qualche cosa che regge il mondo come la sua vita. Se sorprende il funerale con rito religioso, vista una sua quasi continua avversione per la Chiesa (ma nei suoi scritti ha parlato anche di ecclesiastici stimabili e meritevoli della massima considerazione), vi è da dire che il tutto rientra in una tipica visione borghese, volta a non allontanarsi in modo drastico dalle consuetudini, più per un riguardo nei confronti dei parenti che rimangono, che per l’effettiva convinzione che un rito religioso debba suggellare la traslazione di una salma da un luogo a un altro, dalla propria casa al camposanto.
Quanto allo Sciascia scrittore emergono le sue caratteristiche peculiari, quali la limpidezza della sua scrittura, la grande capacità di non fermarsi all’apparenza, alla versione ufficiale dei fatti, anzi di diffidarne sempre, la sua analisi attenta e perspicace degli eventi, da cui trarre anche vaticini, preveggenze che poi ebbero sempre puntuale riscontro. Ma questi sono elementi che già ben conoscevo e che hanno trovato puntuale e circostanziato riscontro in questa attenta e ben strutturata biografia. 
Si comprende, quindi, perché Leonardo Sciascia sia unico e sia grande, ma grande lo è anche Matteo Collura, con una prosa non enfatica, e nemmeno scarna, con quel che si potrebbe definire il giusto per appassionare il lettore senza frastornarlo e senza stancarlo.
Mi sembra superfluo il mio consiglio di leggere questa biografia, la cui importanza e le cui qualità trovano rari riscontri in campo letterario, tanto sono elevate da poter quasi parlare di un vero e proprio capolavoro.          

Matteo Collura è nato ad Agrigento nel 1945. Autore del bestseller Sicilia sconosciuta (Rizzoli 1984, 1997) e della versione teatrale del romanzo si Sciascia Todo modo, scrive articoli di cultura per il Corriere della Sera e vive a Milano.
Renzo Montagnoli

 

23/8/2013

La quinta stagione
di Fulvio Tomizza

Prefazione di Helena Janeczek
Marsilio Editori
www.marsilioeditori.it

Narrativa romanzo
Collana Tascabili / Biblioteca Novecento

 

Dal gioco alla realtà

Ormai non sono pochi i romanzi che ho letto di questo autore, opere che, per la loro struttura, possono apparire storiche, biografiche e  di pura creatività, senza che tuttavia sia possibile identificare esattamente ognuno di questi tre aspetti, essendo fusi, compenetrati l’uno all’altro in modo del tutto perfetto.
Eppure, le vicende istriane, le descrizioni di questo territorio ai margini orientali del confine italiano appaiono sempre in una luce viva, propria di chi là ha vissuto per poi preferire espatriare, con impressa tuttavia una nostalgia che di volta in volta si fa malinconia e addirittura dolore.
Questo terzo romanzo di Tomizza è ovviamente ambientato in Istria e si svolge nel corso della seconda guerra mondiale, all’incirca dai giorni immediatamente antecedenti l’8 settembre 1943 fino alla fuga dei tedeschi, incalzati dall’avanzata degli alleati e dei partigiani titini.
E’ un periodo insolito, perché agli inizi la guerra è ancora lontana, per poi apparire improvvisamente e sconvolgere un microcosmo di gente che ha sempre vissuto in un’immobilità temporale, proprio della civiltà contadina, pur nell’avvicendarsi
di dominatori. E per quanto le etnie siano così diverse, resistono in un equilibrio, per quanto fragile, ma cementato dal comune destino, dal ricorso a un plurilinguismo, da un reciproco rispetto di cui si perderà la memoria con l’avvento del regime del maresciallo Tito.
Di quest’uomo nel libro si accenna appena, è presente, ma è pur lontano, una novità di cui si avvertono forse i pericoli, ma che in quel periodo è solo una lontana eco, perché ciò che veramente preoccupa è l’occupazione tedesca e con essa il volto tragico e disumano di un conflitto bellico di cui in precedenza c’era stato solo un vago sentore e magari qualche segno doloroso, come il ritorno di un reduce privo di entrambe le gambe.
In questo contesto i ragazzini giocano alla guerra, quasi temono di non prendervi parte, tanto è lontano il rombo dei cannoni, ma poi l’orrore arriverà a toccare anche quei luoghi, romperà fili intessuti da uomini che avevano trovato nella loro diversità un motivo per convivere in pace. E dopo non sarà tutto più come prima, si spezzerà un incantesimo e la protervia e la ferocia dell’occupante tedesco martorierà quelle genti, troncherà quell’immobilità sopravvissuta ad altre guerre, invariata nei secoli,  determinando gli inizi della fine della civiltà contadina.
E’ strano come, al riguardo, anche nei romanzi di un altro grande scrittore, Ferdinando Camon, sia il tallone germanico a recidere radici, a scuotere alle fondamenta una comune esperienza di vita che aveva resistito inossidabile fin da epoche remote.
E se la chiave di lettura di La quinta stagione può essere molteplice (romanzo di formazione, per quanto la guerra non abbia nulla di formativo, storia di una comunità, che poi non sarebbe mai stata più quella, valore dell’amicizia, un affratellamento che fa maturare) non occorre dimenticare la bellezza delle descrizioni, la semplicità di riti primordiali quali il corteggiamento contrapposta alla solennità  di una natura che per dare pretende tutto, la crudele tensione di un conflitto e alcune pagine che raggiungono, sempre senza enfasi, vette sublimi.
Tomizza ancora una volta è riuscito gradualmente a trasmettermi visioni e sensazioni a cui è impossibile resistere e giunti all’ultima pagina ci si accorge che questo territorio lontano è ora assai più vicino, impresso com’è dentro la memoria.
La lettura è indubbiamente raccomandata. 

Fulvio Tomizza (Giurizzani di Materada, Umago, 26 gennaio 1935 - Trieste, 21 maggio 1999). Figlio di piccoli proprietari agricoli, dopo la maturità classica, si trasferì a Belgrado e a Lubiana, dove iniziò a lavorare occupandosi di teatro e di cinema. Ma nel 1955, quando l'Istria passò sotto la Jugoslavia, Tomizza, benché legato visceralmente alla sua terra, si trasferì a Trieste, dove rimase fino alla morte. Scrittore di frontiera, riscosse ampi consensi di pubblico e di critica (basti pensare ai numerosi premi vinti: nel 1965 Selezione Campiello per La quinta stagione, nel 1969 il Viareggio per L'albero dei sogni, nel 1974, nel 1986 e nel 1992 ancora Selezione Campiello rispettivamente per Dove tornare, per Gli sposi di via Rossetti e per I rapporti colpevoli, nel 1977 e nel 1979 lo Strega e quello del Governo Austriaco per la letteratura Europea per La miglior vita). Ha pubblicato: Materada (1960), La ragazza di Petrovia (1963), La quinta stagione (1965), Il bosco di acacie (1966), L'albero dei sogni (1969), La torre capovolta (1971), La città di Miriam (1972), Dove tornare (1974), Trick, storia di un cane (1975), La miglior vita (1977), L'amicizia (1980), La finzione di Maria (1981), Il male viene dal Nord (1984), Ieri, un secolo fa (1985), Gli sposi di via Rossetti (1986), Quando Dio uscì di chiesa (1987), Poi venne Cernobyl (1989), L'ereditiera veneziana (1989), Fughe incrociate (1990), I rapporti colpevoli (1993), L'abate Roys e il fatto innominabile (1994), Alle spalle di Trieste (1995), Dal luogo del sequestro (1996), Franziska (1997), Nel chiaro della notte (1999).
Renzo Montagnoli

 

28/7/2013

Myricae
di Giovanni Pascoli

Rusconi Editore

Poesia
Collana I grandi classici
 

 

Il capolavoro di Giovanni Pascoli

Myricae è probabilmente la raccolta poetica in cui meglio si esprime il genio creativo di Giovanni Pascoli, è un’opera di rilevante valore, anzi molto più esattamente è il capolavoro di questo genio romagnolo, e costituisce l’ultimo esempio di poesia lirica classica, essendo anche al contempo un omaggio a Publio Virgilio Marone. Infatti il titolo deriva da un verso della quarta Bucolica del grande poeta latino: Non omnes arbusta iuvant humilesque Myricae (Non a tutti piacciono gli arbusti e le umili tamerici). E non poteva esserci miglior titolo, vista l’impronta della silloge, in cui è costante un dialogo introspettivo fra l’io dell’autore e il mondo di piccole cose che lo circondano, elementi di una natura mitizzata, densa di significati simbolici, a volte struggentemente dolce e nelle composizioni finali permeata di mistero, ma non mancano spazi evocativi, in cui forte è il senso del dolore e l’immanenza della morte.
E’ indubbiamente una raccolta in cui è possibile cogliere l’evoluzione artistica dell’autore, considerando che è stata scritta in un arco di tempo piuttosto lungo (la prima edizione, di 22 poesie è del 1891, l’ultima, di 150 componimenti, è del 1900, anche se, negli anni successivi e fino al 1911, ci furono altre quattro edizioni, frutto però non di aggiunte, bensì di modeste revisioni stilistiche).
L’opera, al di là della sua valenza intrinseca, che la qualifica appunto come capolavoro, presenta una varietà di argomenti e un piacere di lettura ben difficilmente riscontrabile in analoghi lavori di autori pur di grande lignaggio.
Se i ricordi sono immancabilmente presenti,  e al riguardo cito la celeberrima Rio Salto (Lo so: non era nella valle fonda / suon che s'udia di palafreni andanti: / era l'acqua che giù dalle stillanti / tegole a furia percotea la gronda. /…) in un susseguirsi di suoni e di immagini di rara efficacia, se pur assumono valenza di rilievo i pensieri, come in Il passato (Rivedo i luoghi dove un giorno ho / pianto: / un sorriso mi sembra ora quel pianto. / Rivedo i luoghi, dove ho già sorriso.../ Oh! come lacrimoso quel sorriso!), risplendono i versi di una mistica natura, un paesaggio bucolico, i lavori dei campi, la mansuetudine di un bove, che simboleggia la forza di una grande umiltà (Al rio sottile, di tra vaghe brume/ guarda il bove, coi grandi occhi: nel / piano / che fugge, a un mare sempre più / lontano / migrano l'acque d'un ceruleo fiume; /….).
Ricordi, natura, riflessioni sono i percorsi di una vita dell’uomo, purtroppo nato con una durata a tempo, ignota, ma pur sempre limitata, e non è quindi un caso che il senso della morte sia sempre presente, ben espresso da Il giorno dei morti (Io vedo (come è questo giorno, oscuro!), / vedo nel cuore, vedo un camposanto / con un fosco cipresso alto sul muro. /…./ O casa di mia gente, unica e mesta, / o casa di mio padre, unica e muta, / dove l'inonda e muove la tempesta; /.. ). E’ una poesia struggente, che stringe il cuore, assai lunga, ma con un ritmo costante, senza la benché minima caduta, così lontana dalle stridenti retoriche di Gabriele D’Annunzio, è una lirica tutta sostanza, nulla è lasciato al virtuosismo che pure traspare analizzando versi che si scolpiscono nel cuore.
È grande Pascoli e grandi sono le sue poesie, ancor oggi attuali, perché la loro contemporaneità sta nell’immenso mistero della vita e della morte, sta in una natura che a volte ci sembra dolce e amica, altre invece aspra e feroce, sta nel nostro essere infinitamente piccoli di fronte alla immensità del creato.
La lettura, quindi, è raccomandata senza il minimo dubbio.

Giovanni Pascoli (1855-1912)
Poeta tra i maggiori della poesia italiana moderna. Studia Lettere sotto la guida di Giosué Carducci. Spirito inquieto e assetato di giustizia, partecipa ai primi moti internazionalistici del 1879 e venne arrestato. Con Myricae (1891) raggiunse l'espressione più compiuta della sua poesia: la poetica del "fanciullino" attraverso una nuova libertà stilistica e una nuova musicalità pronta a cogliere le più sottili sfumature del sentimento umano.
Renzo Montagnoli

 

27/7/2013

Il metodo del coccodrillo
di Maurizio de Giovanni

Arnoldo Mondadori Editore S.p.A.

Narrativa romanzo
Collana Oscar bestsellers
 

 

Il primo di una nuova serie

Si vede che cominciava a diventare imbarazzante scrivere solo del commissario Ricciardi e in verità non mi sento di dar torto al bravo de Giovanni: cristallizzarsi in una produzione con sempre lo stesso protagonista a lungo andare non solo rende difficile inventare nuovi episodi validi, ma anche il lettore, pure il più affezionato, tende piano piano a disamorarsi. L’autore napoletano, per variare, aveva due possibilità: scrivere romanzi del tutto autonomi l’uno dall’altro, come hanno fatto Andrea Camilleri e Georges Simenon, oppure dare vita a un nuovo personaggio protagonista di una serie del tutto diversa. Nel primo caso ci sarebbe stato il rischio di produrre opere di scarso interesse, ma personalmente credo che non sarebbe stato il caso di de Giovanni; nella seconda ipotesi il pericolo è rappresentato dal continuare a perpetuare, pur in forme diverse, la felice intuizione nata con il commissario Ricciardi.
La scelta è caduta su una nuova serie di episodi, in cui il dominus è un ispettore di polizia, di nome Lojacono, un personaggio assai diverso da Ricciardi, inserito pure in un contesto differente e in altra epoca (l’attuale), ferma restando la città (Napoli).
Devo dire che, almeno da questo primo romanzo, il tentativo appare apprezzabile, per quanto il risultato, nel complesso, sia a mio avviso non del tutto soddisfacente.
Maurizio de Giovanni si è sforzato di estraniarsi da quei personaggi che tanto gli hanno portato fortuna, ha pure tentato di cambiare lo stile, eppure si ritrovano certe caratteristiche  dei romanzi con Ricciardi.
Per esempio, gli intermezzi, in cui dei protagonisti vengono portate le riflessioni, sono presenti anche qui, con una differenza: sembrano delle forzature, in contrasto con il ritmo dell’opera, peraltro altalenante, e comunque ben più veloce degli episodi con l’enigmatico commissario.
Inoltre, la trama gialla vera e propria, che prima faceva da sfondo a ogni opera, qui assume una maggiore importanza, ma se in precedenza la sua esilità veniva oscurata dalla bellezza dei rapporti interpersonali, ora purtroppo si dimostra fragile nel tentativo di darle un rilievo più importante.
In passato ho perdonato certi periodi in cui venivano espressi retoricamente i sentimenti, anche perché l’epoca (il famoso ventennio) era caratterizzato da questo modo di esprimersi, che ora invece, in un secolo in cui tanto si corre per mai arrivare, appaiono decisamente fuori tempo.
Nonostante queste stonature e pur in presenza di una certa artificiosità che tanto richiama i numerosi polizieschi che affollano le programmazioni televisive, Il metodo del coccodrillo è un romanzo che si lascia leggere, che può anche divertire, ma, almeno in questo primo episodio, resta un puro e semplice giallo, dalla trama nemmeno tanto originale, anche se ciò non toglie che possa costituire motivo per trascorrere piacevolmente alcune ore senza porsi tanti problemi.
Quanto sopra per concludere che del libro la lettura è consigliabile, ma i romanzi con il commissario Ricciardi sono tutta un’altra cosa, anche per qualità.

Maurizio de Giovanni nasce nel 1958 a Napoli, dove vive e lavora. Nel 2005 vince un concorso per giallisti esordienti con un racconto incentrato sulla figura del commissario Ricciardi, attivo nella Napoli degli anni Trenta. Il personaggio gli ispira un ciclo di romanzi, pubblicati da Einaudi Stile Libero, che comprende Il senso del dolore, La condanna del sangue, Il posto di ognuno, Il giorno dei morti, Per mano mia e Vipera(Premio Selezione Bancarella 2013). Nel 2012 esce per Mondadori Il metodo del Coccodrillo (Premio Scerbanenco), dove fa la sua comparsa l'ispettore Lojacono, ora fra i protagonisti della serie dei Bastardi di Pizzofalcone, ambientata nella Napoli contemporanea. Tutti i suoi libri sono tradotti o in corso di traduzione in Francia, Germania, Inghilterra, Spagna, Russia, Danimarca e Stati Uniti. De Giovanni è anche autore di racconti a tema calcistico sulla squadra della sua città, della quale è visceralmente tifoso, e di opere teatrali.
Renzo Montagnoli

 

26/7/2013

Lo splendore dell’aquila nell’oro

L’Italia di Enrico VII di Lussemburgo
di Marco Tornar

Edizioni Tabula Fati
www.edizionitabulafati.it

Narrativa romanzo
Collana Nuove scritture

 

Fu vera gloria?

Sarà una questione di punti di vista, ma personalmente non sono mai riuscito a vedere in Enrico VII di Lussemburgo un personaggio di grandissima rilevanza storica, rivestendo né più né meno i panni di tanti imperatori scesi in Italia per rivendicare la loro supremazia, come Federico I Hohestaufen (il Barbarossa), oppure Massimiliano I d’Asburgo. 
Certo, Dante Alighieri nella Divina Commedia lo colloca nel Paradiso, ma sul principio d’imparzialità del grande poeta nutro più di un dubbio, avendo inserito nell’Inferno quel sant’uomo di Celestino V.
Resta comunque un fatto: da noi Enrico VII è praticamente uno sconosciuto e a ciò Tornar ha inteso porre rimedio con questo romanzo storico che parla dell’ultimo periodo di vita dell’imperatore, dall’assedio di Firenze fino alla sua morte, avvenuta presso Siena per la malaria e non, come all’epoca si mormorava e si sostiene anche nell’opera, avvelenato con un’ostia ingerita durante una Comunione.
Certo l’idea di un uomo teso a porre rimedio alla miriade di staterelli italiani, riportandoli sotto l’egida imperiale, con il contemporaneo tentativo di riportare la Chiesa alla sua originaria funzione, svilendone il potere temporale, esercita un certo fascino, ma la realtà, almeno quella conosciuta, ci mostra un chiaro fallimento di una politica in funzione egemonizzante.
Di Tornar ho letto tempo fa un bellissimo romanzo storico, un autentico capolavoro (Claire Clermont), ambientato in epoca decisamente successiva e francamente l’aspettativa per questa nuova opera era notevole. 
Tuttavia, sono rimasto un po’ perplesso, vuoi per le caratteristiche del personaggio principale, vuoi perché Tornar ha scritto un qualche cosa che si avvicina più al saggio storico che a un romanzo storico, pur cercando di dare corpo a una narrazione in cui fatti acclarati e creatività potessero trovare il giusto equilibrio.
A mio avviso il tentativo non è completamente riuscito, tanto che quest’opera promiscua è caratterizzata da una certa grevità, senza che per questo riesca ad emergere nitidamente una figura di grande rilievo politico ed umano, il che, oltre a essere un evidente limite, non permette di comprendere perché Enrico VII sia stato condannato all’oblio non solo ai suoi tempi (e lì la giustificazione ci sarebbe pure: era troppo scomodo alle fazioni in lotta, i guelfi e i ghibellini, senza dimenticare l’opposizione della Chiesa, ben decisa a difendere i suoi privilegi terreni), ma anche successivamente, e fino ai giorni nostri.
Le pagine non mancano di motivi d’interesse, ma il personaggio non riesce a presentarsi vivo al lettore, anzi ha tutte le caratteristiche del morituro, sconfitto nelle sue mire di completo assoggettamento dell’Italia e di cessazione del potere temporale della chiesa.
Certamente fu un sognatore, un uomo dotato di una profonda innata religiosità che lo induceva a fantasticare di un mondo uniformato al grande pensiero religioso e sociale di Cristo. Al riguardo le pagine che parlano di questo suo ideale sono senz’altro le migliori di tutta l’opera, e lì si avverte maggiormente la capacità dell’autore di proporci il personaggio.
Forse non erano i tempi giusti per mettere in pratica questo alto e nobile proposito, ma, se guardiamo le attuali vicende, i tempi giusti sembrano una sempre più lontana chimera.
Da leggere, in ogni caso.

Marco Tornar (Pescara 1960) ha pubblicato le raccolte di poesia Segni naturali (Bastogi, Foggia 1983) e La scelta (Jaca Book, Milano 1996); le prose Rituali marginali (Bastogi, Foggia 1985) ed Errando di notte in luoghi solitari (Quaderni del Battello Ebbro, Porretta Terme 2000); i romanzi Niente più che l'amore (Sperling & Kupfer, Milano 2004) e Claire Clairmont (Solfanelli, Chieti 2010). Ha curato l'antologia di poesia italiana La furia di Pegaso (Archinto, Milano 1996).
Renzo Montagnoli

 

23/7/2013

Scarpette bianche
di Arturo Bernava
Copertina di Vincenzo Bosica

Edizioni Solfanelli
www.edizionisolfanelli.it

Narrativa romanzo
Collana Biblioteca del Cigno
 

Una spy story italiana

Scarpette bianche, il nuovo romanzo di Arturo Bernava, è sostanzialmente una spy story italiana, ma giocata nell’ambito di un grande conflitto (la seconda guerra mondiale) e circoscritta per buona parte delle pagine alla realtà di un piccolo paese, prossimo a Chieti, città  che fa da palcoscenico nell’ultima parte dell’opera. La tensione c’è, c’è pure un morto ammazzato, una vecchina dall’apparenza innocente, ma odiata da molti per i suoi sporchi intrallazzi. Poi ci sono un prete molisano, dalle mani grosse come pale, un maresciallo dei carabinieri, esautorato di fatto dagli occupanti tedeschi e che desidera onorare la sua divisa, due medici, uomo e donna, che dapprima si guarderanno in cagnesco e poi finiranno con lo stimarsi e anche più…; figurano inoltre un capitano delle SS, freddo, glaciale, colto, amante dell’Italia, ma non degli italiani, un bambino orfano, all’apparenza schizofrenico, un gerarchetto fascista invaghitosi di una giovane vedova illibata, pronto a condurla all’altare - ma il matrimonio non si farà, perché non si può fare -, una bambina che ama la nonna paterna e che la cura con la massima dedizione e c’è questa nonna, dal comportamento enigmatico, che alterna momenti di lucidità a lunghi periodi di assenza.
Ci sono poi le scarpette bianche, che appaiono sporadicamente, pur dando il titolo all’intera opera, ma che sono importantissime, come chi, leggendo, capirà.
E infine (siamo nel periodo dal luglio 1943 al giugno 1944) ci sono tanti che cercano dei documenti importantissimi, spariti durante la fuga del re dopo l’8 settembre. Si tratta del famoso carteggio Churchill – Mussolini, di primaria importanza per tutti i paesi in conflitto.
A prima vista sembrerebbe uno di quei romanzi oggi in voga, fatto di inseguimenti, di tranelli, di sparatorie, ma non è cosi, anzi la vicenda della ricerca di questi documenti, pur non secondaria, fa da filo conduttore alla storia di un paese martoriato dalla guerra, all’insensatezza di uomini privi della benché minima pietà, ai ritratti puntuali e vivi di personaggi che a loro modo, e senza saperlo, sono degli eroi; non manca poi l’amore, un’antica molla che fra tante rovine permette di risorgere, di ritrovare una speranza di vita che l’abbrutimento quotidiano aveva sepolto.
E sta in ciò l’autentico valore dell’opera, sta anche nelle contrapposizioni di figure, nelle descrizioni, assai efficaci, di tanta povera gente in fuga dalla guerra. Poi c’è anche la tensione della vicenda spionistica che prende corpo dapprima lentamente e poi quasi esplode nelle ultime pagine.
Bernava riesce a manovrare con perizia i non pochi personaggi, a farli incrociare, narrando talora con ironia, a volte con malinconica pietà, in un italiano sempre corretto e assai scorrevole.
Credetemi, questo libro non attrae solo per la bella copertina, un riuscitissimo fotomontaggio di Vincenzo Bosica, ma per l’equilibrio generale, il ritmo costante senza cadute, per la simpatia di alcuni protagonisti e l’antipatia di altri, per una vicenda tinta di giallo che avvince e che si risolve con un finale logico e convincente.
Di conseguenza, la lettura è più che raccomandabile.

Arturo Bernava, nato a Chieti nel 1970, è sposato con Barbara, dalla quale ha avuto due figlie, Chiara e Maria Elena.
È stato premiato in oltre cento concorsi letterari.
Suoi racconti risultano pubblicati da numerosi editori, tra cui Montedit, Kairos, Enrico Folci, PerVersi, La Kabbalà, inoltre è presente in una decina di antologie di premi letterari.
Nel 2009, per la casa editrice Solfanelli, ha pubblicato il suo primo romanzo dal titolo Il colore del caffè (Premio Internazionale Città di Mesagne 2011, Premio Maria Messina 2011, Premio Città di Eboli 2010, Premio Internazionale Golfo di Trieste 2010) ottenendo la piazza d’onore in altri quindici premi letterari.
Nel 2010 è uscita una sua raccolta di racconti dal titolo ELEvateMENTI (Tabula fati, Chieti), che, tra i vari riconoscimenti, ha ottenuto anche la medaglia della Presidenza del Senato al Premio Parco Maiella di Abbateggio.
Ha collaborato con alcune riviste periodiche, sia cartacee che online, tra cui “Tuttoabruzzo” e “Arteinsieme” (quest’ultimo con la pubblicazione di alcuni racconti).
Una sua biografia è riportata nell’Enciclopedia degli autori italiani, edita dall’Associazione nazionale “Penna d’autore”.
Fa parte del comitato di redazione della rivista “Abruzzo letterario”.
Renzo Montagnoli

 

21/7/2013

Vipera

Nessuna resurrezione per il commissario Ricciardi
di Maurizio de Giovanni

Edizioni Einaudi
Narrativa romanzo
Collana Stile Libero Big
 

Una lettura sempre assai piacevole

E con questo sono sei i romanzi che hanno come protagonista il commissario Ricciardi, una serie fortunata che ha dato una giusta notorietà all’autore. I motivi di questo successo stanno tutti nei personaggi che compaiono regolarmente in ogni episodio: il commissario Ricciardi, un uomo affascinante e misterioso, che annida nel suo intimo un dolore profondo che lo porta a una malinconica solitudine esistenziale; la sua tata Rosa, che lo accudisce ed è di fatto una seconda madre, malata e avanti con gli anni, con l’intenso desiderio di vedere accasato e finalmente sereno quell’uomo di cui intuisce, senza saperne le ragioni, l’intima sofferenza; la dirimpettaia Enrica, perdutamente innamorata dal bel commissario, che la ama senza riuscire a dimostrarglielo; il brigadiere Maione, l’aiutante fidato, uomo aitante, pratico e dal cuore d’oro, che trova la sua pace fra le braccia della moglie Lucia e i figlioletti che animano la sua dimora; il dottor Modo, medico legale, nonché medico dell’ospedale, in cui cura con dedizione e generosità gli ammalati, notoriamente antifascista e un po’ anarchico; la cantante d’opera Livia, bellissima donna, in vista nell’alta società romana, corteggiata da tanti uomini, ma che ha occhi per uno solo,  per lui, per Ricciardi; il travestito Bambinella, confidente di Maione, di cui è innamorato e non contraccambiato; il vicequestore Garzo, carrierista, individuo viscido, l’unico elemento negativo dei protagonisti fissi.
Se non bastasse già la notevole empatia che si instaura fra il lettore e questi personaggi, c’è l’ambientazione di rara efficacia, con una città, Napoli, in cui tanti vivono e lottano per sopravvivere, e infine non bisogna dimenticare l’atmosfera: siamo nella seconda metà del ventennio e si respira un’aria greve, un nauseante lezzo di marciume di un regime che ha iniziato la china discendente e che per proprio per questo compie ogni nefandezza, usando sempre più il bastone per prolungare la sua agonia.
E la trama gialla? Sempre presente, è pur tuttavia relegata allo sfondo del palcoscenico in cui si muovono i personaggi che prima ho elencato. Non manca la tensione, ma non è questa lo scopo di ogni romanzo, è come se de Giovanni ricorresse agli omicidi e alla ricerca dei colpevoli solo per narrarci delle sue creature, delle loro giornate, delle loro illusioni, delle loro delusioni.
E così è anche per Vipera, dove l’omicidio nella sua alcova di Maria Rosaria Cennamo, detta Vipera, la più bella prostituta non solo del bordello Paradiso, ma di tutta Napoli, e le conseguenti indagini sono un pretesto per mostrarci l’evoluzione dei rapporti fra Ricciardi ed Enrica, per aggiornarci su Maione e famiglia, per far rinascere, nonostante un rifiuto scostante, la passione di Livia per il commissario. A ciò si aggiunge, e questo è stato un colpo di genio, la disavventura del dottor Modo che, a forza di manifestarsi antifascista, finisce con l’entrare nel mirino della polizia segreta di regime. Ma non voglio dire altro, per non scoprire la trama e in questa sede mi preme solo rilevare come più passa il tempo, dopo ben sei romanzi la gradevolezza della lettura rimanga inalterata. Almeno nel mio caso mi sono interessato soprattutto all’’evolversi delle vicende dei protagonisti, relegando la ricerca del colpevole a un accessorio, che è ben costruito, ma è pur sempre non determinante nel giudizio. Maurizio de Giovanni sa bene interpretare le miserie umane, non si erge a giudice, ma ha un dono non comune: la pietà, pietà per le vittime e per i colpevoli, pietà per una città e la sua gente che vivono alla giornata, pietà per chi non la chiede, ma con il suo comportamento se la merita, pietà per chi ama senza essere riamato.
Vipera è un romanzo che merita indubbiamente di essere letto, uno di quei libri da tenere sul comodino accanto al letto o fra le mani mentre si prende il sole in spiaggia, un compagno fedele con cui trascorrere ore di intenso meritato piacere. 

Maurizio de Giovanni nasce nel 1958 a Napoli, dove vive e lavora. Nel 2005 vince un concorso per giallisti esordienti con un racconto incentrato sulla figura del commissario Ricciardi, attivo nella Napoli degli anni Trenta. Il personaggio gli ispira un ciclo di romanzi, pubblicati da Einaudi Stile Libero, che comprende Il senso del dolore, La condanna del sangue, Il posto di ognuno, Il giorno dei morti, Per mano mia e Vipera(Premio Selezione Bancarella 2013). Nel 2012 esce per Mondadori Il metodo del Coccodrillo (Premio Scerbanenco), dove fa la sua comparsa l'ispettore Lojacono, ora fra i protagonisti della serie dei Bastardi di Pizzofalcone, ambientata nella Napoli contemporanea. Tutti i suoi libri sono tradotti o in corso di traduzione in Francia, Germania, Inghilterra, Spagna, Russia, Danimarca e Stati Uniti. De Giovanni è anche autore di racconti a tema calcistico sulla squadra della sua città, della quale è visceralmente tifoso, e di opere teatrali.
Renzo Montagnoli

 

18/7/2013

Nel fruscio feroce degli ulivi
di Angela Caccia
Prefazione di Davide Rondoni

Fara Editore
www.faraeditore.it

Poesia
Collana Sia cosa che
 

Un’umiltà che è anche grandezza

Il titolo mi ha lasciato un po’ perplesso, poiché sono abituato a riconoscere negli ulivi, nelle loro forme contorte dovute anche alla forza del vento, un albero che nel dimostrare l’attaccamento alla vita infonde anche un senso di serenità, di pace. Come può essere allora feroce il fruscio di queste foglie, sospinte magari anche da una folata impetuosa? Ma la domanda che mi sono posto è sbagliata e leggendo le poesie che compongono questa silloge ho capito il perché, e di questo intendo parlare, discettando sul significato di quel feroce fruscio che è poi un compendio sintetico del pensiero di questa autrice.
Uomo e natura, ma anche natura e uomo, un essere vivente che ne è parte integrante, immerso nella stessa, regolato al pari di alberi, fiumi e perfino di inerti materiali come i sassi da una legge perfetta, per noi del tutto incomprensibile e che perciò ci intimorisce.
E’ per questo motivo che il fruscio diventa “feroce”, quasi apocalittico, con la speranza tuttavia che questo vento ci possa essere amico e di motivi di dubitarne ce ne sono parecchi, visto come l’uomo si atteggia a essere superiore e perfetto, oltraggiando la natura stessa.
Ma sarebbe semplicistico ridurre questa silloge solo a un rapporto con il mondo che ci circonda, poiché gli svolgimenti interessano temi diversi, ma al cui fondo c’è un’intensa vocazione di trascendenza che accompagna la innata spiritualità a una matura religiosità.
E tutto, anche analisi introspettive, si uniformano a questa sostanza, senza la quale tutto scorrerebbe senza che ce ne accorgessimo, ma tutto invece ha un senso e nulla accade per caso, ogni cosa sembra scritta in un libro ignoto, in una commedia della vita di cui siamo protagonisti, interagendo con gli altri, ponendoci quesiti di cui anche la poesia non ha e non avrà mai risposta.
Lo stile è semplice, ma, attenzione, ciò non vuol dire che sia elementare, bensì che  Angela Caccia sa perfettamente ciò che vuol dire e questo è esposto in modo chiaro, senza forse virtuosismi, ma anche senza ombre, quelle ombre di cui spesso i versi di altri autori sono infarciti, oscure per loro e ancor più buie per i lettori.
Oggi troppo spesso si producono poesie la cui ermeticità, più che frutto di un’ attenta elaborazione del proprio sentire, è il risultato di un mancato approfondimento, di una cura superficiale, che non offre scampo ai lettori, costretti a interpretazioni dissimili e per lo più astruse.
Non è il caso questo di Angela Caccia, che si propone limpida in un’umiltà che è la sua grandezza.
Nel fruscio feroce degli ulivi è una silloge eccellente, capace di portare a continue riflessioni, ma che s’addentra in punta di piedi nell’animo lasciando un corroborante senso di serenità.
Da leggere, quindi, senza alcun dubbio.   

Angela Caccia si condensa in tre verbi che per lei focalizzano quell’agire reiterato che aggettivizza: curare, giocare, viaggiare.

Amare è voce del verbo curare, e Angela ha un piccolo grande mondo di affetti; un gioco non è mai fine a sé stesso, è un topos che riflette una precisa visione: negli scacchi allena logica e creatività, la prima la lega alla terra, la seconda la slancia; pigra ma col pallino di viaggiare – si addentra fuori per ritrovarsi dentro – ama gli orizzonti ampi della poesia:una stufetta appassionata / quattro ante di nuvole e di cielo / cicche a metà dimenticate// e poi / ampiezze crinali precipizi / ali di parole… // non sono qui / cercami altrove(sulla sua lapide in sintesi: visse felice nei suoi verbi). Abita nella conchiglia dove è nata, dov’è il calco dei suoi pensieri: Cutro in provincia di Crotone. Tra i concorsi vinti: Piazzetta (Salerno), Siracusa, Feile Filiochta International Poetry Competition 2003 (Dublino), Fiurlini (Olanda), Colapesce 2011, medaglia Presid. Repubblica al premio Insanamente 2012 (Rimini), Convivio 2012 (Giardini Naxos). Ha pubblicato Il canto del silenzio (ICI, Napoli, 2004).
Renzo Montagnoli

 

14/7/2013

Mai visti sole e luna
di Ferdinando Camon

Postfazione di Giorgio Bàrberi Squarotti

Garzanti Libri
Narrativa romanzo
Collana Gli elefanti Narrativa


Mai dimenticare!

Devo ammettere che la lettura dei libri di Ferdinando Camon riserva sempre grandi sorprese, e non solo per quanto concerne il tema trattato, ma anche per come esso viene esposto. Su quest’ultimo aspetto ritornerò in argomento approfonditamente più avanti, perché credo che ben più importanti siano i contenuti, tali da scuotere una naturale indolenza estiva che mi porta a cercare prose facili e meno impegnative. No, con Mai visti sole e luna, è d’obbligo leggere soffermandomi su svariati punti, lasciandomi trascinare dalle apparenti digressioni di cui è infarcito il racconto e con le quali l’autore conduce per mano a scoprire i reali e autentici significati di questa sua fatica.    
Ancora una volta lo scenario è quello agreste, il mondo è quello contadino, lontano mille miglia dalle visioni idilliache delle Bucoliche di Virgilio, una terra aspra su cui spezzare le reni per trarre il necessario per il proprio sostentamento, una civiltà sempre uguale nel tempo che l’industrialismo del dopo guerra ha spazzato via. Uomini e natura, natura e uomini, quasi un’identità che non lascia scampo: si viene al mondo sulla terra, alla terra si ritorna quando si muore, in una vita già scolpita nella pietra del tempo, fatta di poche gioie e di molti dolori. È un’esistenza dura e lo è ancora di più se si aggiungono alle tante difficoltà e privazioni quotidiane una guerra (la seconda) e la feroce occupazione tedesca. È il barbaro germanico che nell’assoluta condizione di essere superiore schiaccia, tortura, uccide i contadini, visti non come uomini, ma come paria, come individui inferiori, eguali ai loro animali. Mi sale un brivido lungo la schiena nel ricordarmi di certe nefandezze raccontate nel libro: sono massacri del tutto inconcepibili che non possono trovare giustificazione e le cui vittime gridano ancora giustizia, senza essere ascoltate. Anzi, il tempo smussa, sfuma, la resistenza nelle campagne diventa un evento lontano, talmente lontano che i figli dei figli dei figli di quei protagonisti ora possono perfino chiedersi se qualche cosa c’è stato, o ancor peggio non chiedono nulla, non gli interessa, meglio ignorare il passato per vivere sradicati senza uno scopo, succubi del presente.
E pur in questa tragedia, che si rincorre di pagina in pagina, e nonostante l’esperienza dell’autore, perché l’aspetto autobiografico non è per nulla secondario, le capacità narrative sono sorprendenti, accompagnate da un velo d’ironia che nel capitolo che dà il titolo all’intera opera (Mai visti sole e luna) si trasforma nella satira dell’alfabetizzazione serale.
Però il sipario si apre ogni volta sul mondo contadino e curiosa al riguardo è la parte della contrapposizione fra campagna e città, quest’ultima fonte di tanti guai, perfino della guerra, abitata da individui incapaci di integrarsi, a differenza dei contadini, che vivono nella natura e secondo i ritmi della stessa.
Convengo però con Giorgio Bàrberi Squarotti, autore della postfazione, che giustamente scrive che leggere Mai visti sole e luna come l’opera  dell’estrema nostalgia contadina, dell’ultima elegia di una cultura scomparsa, oppure come la rinarrazione, a tanta distanza di decenni, della guerra e della resistenza e anche degli anni che seguirono la guerra, significa ridurre alquanto il significato di un’opera che porta invece in sé un messaggio di universale portata. E quale è questo messaggio? La società moderna, in cui l’apparenza vela qualsiasi realtà, in cui tutti sembrano felici senza esserlo, in cui la ricchezza è la pietra di paragone per definire qualità che non sono tali, impedisce di vedere – a differenza di una civiltà contadina in quel tempo, nuda e scarna, che non impone visioni artefatte, ma si presenta tale e quale è - la vera tragica condizione umana, immutabile da epoche immemorabili: si nasce per poi morire e si paga il prezzo della morte vivendo.
Quindi, questo libro porta diversi messaggi, anche se forse ce n’è uno che all’autore interessa in modo particolare: l’importanza della memoria. E in questo senso Ferdinando Camon ha ben presente il concetto che, senza memoria, un fatto, per quanto aberrante e tragico, è come se non fosse mai accaduto. Non è quindi un caso se nella dedica ha riportato a penna queste parole: non c’è giustizia dopo le grandi stragi. E’ vero, la storia ce lo insegna, l’armadio della vergogna non è fantasia, ogni scusa è buona per seppellire il passato, quando scomodo. E questo è un ulteriore messaggio: il perdono interessato ai carnefici, senza pietà per le vittime, è un trionfo di quell’animalità che è in noi e che puntualmente, qualora le circostanze lo richiedano, si ripresenta.
E veniamo all’esposizione, a un italiano parlato che ha il grande pregio di essere corretto, bello ed efficace anche trascritto, con periodi lunghi che non stancano, anzi incollano il lettore alla pagina, con il ricorso non infrequente, ma esatto e insostituibile, al dialetto, in un contesto generale che sembra porgere una realtà in palmo di mano.
Camon deve aver voluto molto bene alla sua gente, a questi campagnoli, spesso ottusi e in lotta perenne con una natura indomita, un mondo ormai scomparso, sostituito da un’agricoltura industriale anonima, come anonimi sono gli attuali agricoltori, così diversi da quei contadini che nella loro umiltà non si sono mai nascosti il destino di ogni uomo.
Mai visti sole e luna è un romanzo stupendo, un vero e proprio capolavoro.

Ferdinando Camon è nato in provincia di Padova. In una dozzina di romanzi (tutti pubblicati con Garzanti) ha raccontato la morte della civiltà contadina (Il quinto stato, La vita eterna, Un altare per la madre – Premio Strega 1978), il terrorismo (Occidente, Storia di Sirio), la psicoanalisi (La malattia chiamata uomo, La donna dei fili), e lo scontro di civiltà, con l'arrivo degli extracomunitari (La Terra è di tutti). È tradotto in 22 paesi. Il suo ultimo romanzo è La mia stirpe (2011).
 Il suo sito è www.ferdinandocamon.it

Renzo Montagnoli

 

9/7/2013

Nibelung e il Cigno nero
di Fabrizio Corselli

Introduzione di Liliana Cosi
Prefazione di Matteo Veronesi

Linee Infinite Edizioni
www.lineeinfinite.net
Poesia poema

Poesia a passo di danza

Fabrizio Corselli è conosciuto come il Cantore dei Draghi, in quanto autore del primo poema fantasy italiano (Drak’kast – Storie di Draghi, pubblicato da Edizioni della Sera); questa identificazione, però, è impropria, in quanto il poeta palermitano ha una naturale inclinazione per la mitologia, in particolare quella greca, in cui il suo spirito creativo ha modo di sbizzarrirsi fra i tanti dei ed eroi. Perfino nella costruzione dei suoi poemi, nella stesura dei versi, c’è un richiamo continuo alla mito-poesia ellenica, i cui testi più conosciuti sono l’Iliade e l’Odissea di Omero. È un genere, il suo, che si potrebbe quindi definire epico, curato strutturalmente e armonicamente, e opportunamente attualizzato, al fine anche di renderlo più comprensibile. Tuttavia, pur in quest’ambito, Corselli è alla continua ricerca di nuove prospettive, affinando ulteriormente l’estetica e volgendosi a una poesia musicale che coniughi il messaggio alla sua realizzazione, nell’intento di dare vita a quello che potrebbe essere definito un poema sinfonico. Ci prova anche con questo Nibelung e il Cigno Nero, da lui stesso definito una suite poetica e come notorio, in campo musicale, la suite è un insieme di pezzi, scritti per un’orchestra, legati fra loro e ideati per essere suonati in sequenza. Si tratta di un proposito ambizioso e di assai difficile realizzazione, che presuppone, oltre a un naturale talento, un lavoro lungo e snervante di continuo cesello, al fine di pervenire a una armonia melodica, senza per questo svilire i contenuti, e in cui di fatto i protagonisti principali sono la Poesia e il Poeta, quest’ultimo apparendo in via metaforica nella figura del cigno.
Quando prima ho evidenziato il richiamo ellenistico non è stato a caso, perché infatti questo poemetto già all’inizio è uniformato alle opere di Omero, con quel primo brano, intitolato Musa, che tanto fa venire in mente i primi versi dell’Iliade, un’introduzione non solo evocativa, ma che consente di avere un’idea immediata di quello che sarà il seguito.
Opera non certo facile, non rara, bensì unica, Nibelung e il cigno Nero ha necessità di essere letta a voce, per scoprirne l’armonia e al fine di cercare quella musicalità propria della suite a cui tende, magari approssimandosi, ma senza raggiungerla in pieno, in quanto materialmente impossibile per delle parole che vorrebbero essere, ma non lo sono, delle note. Si apprezza comunque il tentativo, si apprezza per l’equilibrio, per la dinamica dello svolgimento, per i contenuti metaforici, da cui esce l’immagine del Poeta come di un essere che conduce un’esistenza in sospensione di tempo, né collocato sulla terra, né asceso alla grandezza dei cieli, ma in un contesto quasi estatico, che lo relega tuttavia in un limbo in cui l’angoscia e il sublime convivono, quasi in funzione l’una dell’altro.
Quindi, sono dell’opinione che per questo lavoro maturo ci siano qualità tali da caldeggiarne la lettura.

Fabrizio Corselli, definito dalla critica italiana “Il Cantore di Draghi”, è uno scrittore di poesia a carattere epico­mitologico e un saggista. Nato a Palermo nel 1973, vive e lavora come educatore a Settimo Milanese. In qualità d’insegnante di Composizione poetica, a partire dal 2001, cura a livello didattico una serie di progetti letterari volti a promuovere la Poesia presso scuole, biblioteche, librerie e associazioni. È autore del primo poema fantasy italiano dal titolo Drak’kast – Storie di Draghi, a cura di Edizioni della Sera di Roma. Presso la stessa, cura la Collana Hanami (poesie haiku). Altre pubblicazioni: volume antologico di poesia giapponese Inverno­Haiku (2012), in qualità di curatore editoriale, e l’opera erotica “Enfer”, a cura di Ciesse Edizioni.
Renzo Montagnoli

 

7/7/2013

Nessuna più
Quaranta scrittori contro il femminicidio
di Autori Diversi

a cura di Marilù Oliva
Prefazione di Roberta Bruzzone

Elliot Edizioni
Narrativa racconti
 

Contro il femminicidio

Gli atti di violenza di cui sono vittime le donne e in particolare gli omicidi hanno assunto nel nostro paese una dimensione preoccupante, tanto che si impone la necessità di analizzare il fenomeno e le sue cause, in particolarmente l’analisi psico-sociologica degli uomini che li commettono, e ciò per arginare il fenomeno, se non addirittura per risolverlo alla radice. 
Si assiste infatti a un andamento involutivo che porta il maschio a considerare la propria compagna un semplice oggetto di sua proprietà, su cui sfogare le proprie frustrazioni e su cui imporsi solo con la forza.
Marilù Oliva, scrittrice bolognese, si è fatta portavoce di questa ormai indifferibile esigenza, coinvolgendo altri 39 narratori, e curando l’edizione per Elliot di un’antologia di trentotto racconti che hanno per tema la violenza sulle donne.
Se il fil rouge obbligato consente di avere un’uniformità di svolgimenti, presenta tuttavia il limite dato da una certa ripetitività che a volte può stancare, anche se fra gli autori chiamati in causa ce ne sono alcuni assai famosi. Insomma, il tema è unico, mentre il modo di svolgerlo dovrebbe essere alquanto diverso da lavoro a lavoro, e in parte lo è, presentando tuttavia sovente una comunanza di stesura che non giova di certo alla gradevolezza della lettura.
Non è così, per fortuna, per tutti i racconti, poiché per alcuni l’idea e la realizzazione presentano originalità che non possono non passare inosservate e che conferiscono valore a questo libro.
Mi riferisco a Chiara, di Andrea Cotti, un interrogatorio di un uomo che ha ucciso la moglie in stato interessante, in cui si passa dal freddo rigore procedurale all’emozione di un Pubblico Ministero donna che pure lei è incinta. La scrittura è misurata, mai enfatica, composta con un tono di distacco che non solo non banalizza, ma che accresce la valenza di una trama che ha una sua spiccata originalità.
Di grande effetto poi, nella testimonianza “postuma” della vittima, è Pensieri sull’acqua, di Andrea Novelli e Gianpaolo Zarini; ben scritto, appare come un flash back nel flash back, ma senza che ci siano cadute e appesantimenti in quella che finisce con il diventare una bella prova di stile.
Che dire, poi, di Ciao mamma, di Marco Proietti Mancini? E’ l’allucinante resoconto della violenza sessuale subita da due donne, poi brutalmente uccise, raccontata in prima persona da una delle vittime, come una lettera di addio alla mamma; sa alternare momenti brutali ad altri toccanti, in un raro e perfetto equilibrio.
E poi c’è un racconto che è quello che più mi ha colpito per l’originalità, per le felici intuizioni e perché l’autore ha saputo evitare inutili retoriche, tanto che, pur non essendo strappalacrime, muove a una sofferta commozione. Il brano s’intitola Lettera a Laura, di Milvia Comastri, una lettera mai spedita, uno sfogo di chi l’ha stilata per un’amica che ha lasciato, pure lei vittima di un uomo, questo nostro mondo. Di più non dico, ma invito a leggerla, come invito a leggere anche l’intera antologia, perché le notizie di violenze che appaiono sui giornali ci restituiscono solo volti anonimi, ci descrivono il dopo, il ritrovamento del cadavere, magari con un accenno alla vita tormentata della vittima; qui ci è dato di conoscere il prima, l’angoscia, i nervi a pezzi, la disperazione, un lungo e crudele calvario  di cui la morte è solo l’atto finale e forse liberatorio da un’esistenza che non è vita.

Gli autori
Alessandro Berselli, Francesca Bertuzzi, Sara Bilotti, Roberta Bruzzone, Mariangela Camocardi, Stefano Caso, Gaja Cenciarelli, Milvia Comastri, Laura Costantini, Andrea Cotti, Loredana Falcone, Vittoria A., Romano De Marco, Maurizio De Giovanni, Caterina Falconi, Ida Ferrari, Alessia Gazzola, Francesca Genti, Lorenza Ghinelli, Laura Liberale, Elisabetta Liguori, Fabrizio Lorusso, Loriano Macchiavelli, Lara Manni, Marina Marazza, Marco Marsullo, Massimo Maugeri, Raul Montanari, Gianluca Morozzi, Andrea Novelli, Marilù Oliva, Cristina Orlandi, Flavia Piccinni, Marco Proietti Mancini, Piergiorgio Pulixi, Paola Rambaldi, Susanna Raule, Matteo Strukul, Marco Vichi, Cristina Zagara, Gianpaolo Zarini.
Renzo Montagnoli

 

5/7/2013

Quer pasticciaccio brutto de via Merulana
di Carlo Emilio Gadda

Prefazione di Pietro Citati
Nota di Giorgio Pinotti

Garzanti Editore
Narrativa romanzo
 

La vita e questo romanzo sono un “garbuglio”

La vita è un gran “garbuglio”  e inutili sono gli sforzi per dipanare la matassa, tanto ciò che è resta e a questo concetto sembra improntarsi l’azione svogliata del Commissario della Squadra Mobile di polizia Francesco “Don Ciccio” Ingravallo,  sulla cui esistenza tutto sommato tranquilla cadono pressoché contemporaneamente le indagini per due misfatti perpetrati nello stesso stabile di via Merulana: un furto a colpi di pistola nell’appartamento della contezza Menegazzi e poi addirittura l’omicidio della sua dirimpettaia, l’affascinante signora Balducci, grande amica dello stesso Ingravallo, peraltro nascostamente innamorato di lei.
Siamo negli ultimi anni venti, con il fascismo che ha consolidato il suo potere e che aspira a mostrare al mondo un’Italia ordinata, sicura, senza fatti delittuosi, un po’ con l’efficacia di leggi eccezionali, ma soprattutto con il bavaglio alla stampa che di certe cose non deve dar risalto.  Ma se è possibile condizionare i giornali, è assai difficile imbrigliare la voce popolare, sempre sensibile a fatti di sangue, soprattutto quando le vittime non sono personaggi oscuri.
Quindi si deve arrivare il prima possibile alla soluzione, oppure, in caso di esito sfavorevole, si rende necessario calmare le acque, sotterrare piano piano vicenda e personaggi, in modo che il nostro “Mascellone” possa ostentare in tutta sicurezza la sua grinta leonina.
Quasi a passo di gambero procede Ingravallo, nel mentre la vox populi .deforma e amplia la realtà, cosicché tutti diventano sospettati, ma non perseguibili, in quanto del reo o dei rei non c’è il benché minimo indizio. E alla fine questo giallo resterà irrisolto, anche perché la vicenda è solo un pretesto a cui l’autore ricorre per mostrare da un lato le ipocrisie del fascismo e dall’altro per guardare con sospettosa ironia la vita, come se questa fosse una grande opera incompiuta, senza né capo né coda, nonostante che gli uomini si arrovellino, non proprio tutti, ma una buona parte, per trovarne il senso, per venire a capo di un garbuglio che diventa sempre più intricato.
E’ una visione pessimista dell’esistenza sorretta tuttavia da una vena di sottile autoironia che salva l’opera dal rischio di scivolare nel ridicolo, un romanzo che in altre mani sarebbe proceduto veloce e senza intoppi, pur senza giungere a una canonica conclusione, ma che, a mio avviso, risulta gravato da digressioni spesso inutili, non pertinenti, e da un linguaggio del tutto inventato (una sorta di romanesco italianizzato) che se, sporadico, sarebbe caratteristico, ma che invece quasi sempre ripetuto finisce con lo stancare, anche perché l’autore non si propone, bensì si impone al lettore e questo è un grave errore, una mancanza non solo di umiltà, ma anche di professionalità.
Comprendo che lo scrittore ha cercato di coniare un linguaggio nuovo, ma ciò non deve essere fine a se stesso, perché la parola è e deve essere considerata solo un mezzo con cui viene portato avanti un discorso, con cui si lancia un messaggio, un tramite quindi per comunicare.
E pensare che Gadda viene considerato uno dei grandi della letteratura  e può anche essere che lo sia, soprattutto per una certa cerchia di critici che ha ignorato a lungo degli autentici “grandi”, fra i quali, tanto per fare un nome, Primo Levi, il più grande scrittore italiano del XX Secolo.
Vorrà dire che io non sono capace di giudicare, né io ho mai avuto del resto la pretesa di essere considerato una voce prestigiosa; in fondo sono un semplice lettore che azzarda delle critiche e se i miei giudizi possono apparire fuori luogo, però da semplice lettore mi permetto di dire che questo romanzo è stato da me scarsamente gradito, sia per i contenuti, per niente profondi, sia per uno stile barocco pesante come un macigno.
Con ciò non voglio dissuadervi dal prenderlo in considerazione, ma è bene che sappiate quello a cui andrete incontro.

Carlo Emilio  Gadda (Milano 1893 - Roma 1973) .
Nella città natale fece tutti i suoi studi, fino a quelli di ingegneria. Combattente nella prima guerra mondiale, fu fatto prigioniero e trasse da queste esperienze un Giornale di guerra e di prigionia, pubblicato più tardi (1955). Negli anni Venti svolse la professione di ingegnere, in Italia e all'estero, collaborando nel frattempo alla rivista fiorentina “Solaria”, nelle cui edizioni pubblicò gran parte delle sue prime opere narrative: La Madonna dei filosofi (1931) e Il castello di Udine (1934). Da Milano, dov'era tornato a stabilirsi, si trasferì nel 1940 a Firenze, e qui risiedette quasi ininterrottamente fino al 1950. Visse da allora a Roma, dove lavorò per il terzo programma radiofonico fino al 1955. A partire dagli anni Quaranta Gadda venne pubblicando le opere che lo hanno imposto come una delle grandi personalità letterarie del Novecento italiano: L'Adalgisa. Disegni milanesi (1944), affresco satirico della borghesia meneghina agli inizi del secolo, corredato di note che svolgono un controcanto saggistico; Il primo libro delle favole (1952); Novelle dal ducato in fiamme (1953, premio Viareggio), grottesca rappresentazione dell'ultimo periodo fascista; Quer pasticciaccio brutto de via Merulana (1957, ma già apparso su “Letteratura” nel 1946-47), un “giallo” ambientato nei primi anni del fascismo, tra satira e tragedia; i saggi, le note autobiografiche, le divagazioni, raccolte in I viaggi la morte (1958) e Le meraviglie d'Italia (1964, con sostanziali modifiche rispetto alla prima edizione del 1939); I racconti. Accoppiamenti giudiziosi 1924-58 (1963); La cognizione del dolore (1963, ma già pubblicato “a tratti” su “Letteratura”, nel 1938-41), una storia sarcastica e disperata, sottilmente autobiografica, sullo sfondo di una Lombardia travestita da Sudamerica; Eros e Priapo: da furore a cenere (1967), un romanzo-saggio sul fascismo. Ha completato successivamente la bibliografia gaddiana (ricca di altre opere minori) la pubblicazione del primo romanzo scritto da G., La meccanica (1970) e di altri inediti dei suoi primi anni di attività letteraria (Novella seconda, 1971; Meditazione milanese, 1974; Romanzo italiano di ignoto del Novecento, 1983).
Renzo Montagnoli

 

2/7/2013

Andrea Camilleri

Un covo di vipere

Sellerio editore Palermo

maggio 2013

 Un covo di vipere di Andrea Camilleri, il ventunesimo libro sul commissario Montalbano e pubblicato alla fine di maggio, in realtà è stato scritto nel 2008 come riporta Camilleri nella nota finale del testo letterario, ma essendo troppo vicino alla pubblicazione de La luna di carta del 2004, la casa editrice Sellerio ha preferito tenerlo congelato nei suoi  archivi fino alla data odierna. Fatta questa premessa Un covo di vipere è uno dei  romanzi in cui Camilleri dà il meglio di sé,  scritto con mano felice quando la creatività prende e sorprende chi scrive. La storia affrontata è scabrosa e a tratti indecorosa, ma l’autore sa trattarla con estrema delicatezza e trasfigurarla in una sorta di tragedia greca. L’omicidio del ragioniere Cosimo Barletta apre scenari oscuri ed inquietanti, la vittima, uccisa due volte da due ipotetici assassini,  è un essere fuori dai limiti, ributtante, dal fondo dell’animo sordido e amorale: affarista senza scrupoli, usuraio,  amante compulsivo di giovani donne ricattate o comprate dal vile denaro. L’indagine si espande a macchia d’olio e dall’ucciso ai due figli, alle sue frequentazioni femminili,  ne scaturisce un universo umano pregno di segreti e zone d’ombre, ma  è la famiglia su cui si accentra la lente d’ingrandimento, un covo di vipere appunto, un gorgo oscuro e nero che tutto inghiotte. In questo particolare caso poliziesco, bassezze, vergogne, lettere allusive e misteriose, mettono a nudo aspetti inconfessati dell’animo umano, oscure colpe, equilibri scomposti, sesso e perversioni oltre ogni freno morale.  Montalbano, insieme al suo staff investigativo Augello e Fazio, procede per indizi e deduzioni, scavando nella vita pubblica e privata di Barletta, il movente dell’omicidio assume sempre più sfaccettature complesse, non solo di vendetta, di interesse, ma di qualcosa di sotterraneo, indecifrabile e indicibile che prende forma e si avvicina a quella verità inconfessabile che gli dà le vertigini. Montalbano è investito da un senso di pudore di fronte a certi sentimenti atavici che si ripudiano perché repellenti, ma  sommersi nell’inconscio di tanti, la sua educazione sentimentale nutrita da letture e storie cinematografiche gli ha insegnato la comprensione e la compassione, egli non dà giudizi, quella che potrebbe chiamarsi disumana ignobiltà poteva definirsi amore, se non come diversamente?  Montalbano nei suoi soliloqui, quando l’indagine tocca le sue corde più intime o scalfisce la sua personalità, sente la sua alterità nel procedere secondo una giustizia codificata o umana che flette e si piega a seconda del contesto in cui deve agire e agisce come meglio crede chiudendo il tragico caso con  compassionevole dolore. L’intento è quello di custodire la dignità umana quando è offesa oltre le intenzioni. Quello che sorprende in questo romanzo è come Camilleri riesca ad equilibrare scomode verità, presagi nefasti  e momenti di vis comica ( le sue farfantarie e nei confronti di Livia e nei confronti del questore…) e arte/bellezza  ( il quadro di Rousseau, il Doganiere, inserito in un sogno/Sogno di Yadwigha...). Bellissimo e dolente il ritratto del vagabondo, pariva Mosè, che fischia come un usignolo il motivo della canzone Il cielo in una stanza e vive in una grotta. Sembra una figura estranea alla vicenda, un personaggio aggiunto per dare quella giusta pennellata al quadro narrativo d’insieme, ma … Più che in altri gialli di Camilleri, Salvo Montalbano prende coscienza del suo essere solipsistico, di come la solitudine nutra ed alimenti la sua esistenza, da essa prenda spunti di riflessioni che si sostanziano in congetture investigative. Nel lettore Camilleri riflette ogni volta che rispecchia una realtà altra quasi come quando si sente un fatto agghiacciante di cronaca, ma con un valore aggiunto, uno stato d’animo guasto come se venissero a franare miseramente quelli che sono i fondamenti dell’illusione e delle apparenze. Nello specifico del libro, il diritto di vivere, di ricercare la felicità o il mito del successo diventa quasi un dovere se non addirittura un’ossessione che trasforma il sogno in un incubo per sé e gli altri. Un romanzo che sta a metà tra il noir e il dramma  psicologico, si legge con intensità perché è l’intensità emotiva che sostiene questo romanzo e la formidabile formazione culturale dell’autore compresa la sua vocazione teatrale e per i dialoghi e per le inquadrature delle scene.
Arcangela Cammalleri

 

Scelte vincenti
di AA. VV.
a cura di Alessandro Ramberti
Postfazione di Stefano Martello

Fara Editore
www.faraeditore.it

Narrativa e poesia
Collana Neumi
 
 

C’è anche del buono

Fra i tanti concorsi letterari di poesia e narrativa non mancano quelli indetti da editori alla ricerca di nuovi autori e fra questi figura il concorso Pubblica con noi delle Edizioni Fara, di cui quello relativo al 2013 si è già concluso e si sono già avuti gli esiti, tanto che Scelte vincenti raggruppa le opere classificate in graduatoria nei primi tre posti per ogni sezione.
Premetto che la giuria è autonoma, nel senso che  non è presente l’editore, e questo mi pare anche corretto, al di là poi delle decisioni assunte, sempre opinabili.
Sulle risultanze non sono d’accordo, perché in generale, e ora parlo della sezione narrativa, ho trovato delle opere appena sufficienti e il fatto che abbia pesato nell’assegnazione del primo posto a Giorgio Diaz il richiamo a Raymond Queneau lo considero un elemento non positivo, perché un artista per essere veramente tale deve proporre qualche cosa di nuovo e in modo nuovo; ci sono richiami poi a Gadda per il 2° ex-aequo (La vita di Bartolomeo, di Marcello Zane), tanto che questi accostamenti sembrano una prassi dei giurati.  I due racconti terzi ex-aequo mi hanno lasciato del tutto indifferente, in quanto pretenziosi, ma con poca sostanza.
Uno che invece ho trovato a mio avviso assai valido è il 2° ex-aequo, Il vestitino rosso e altri racconti, di Giovanni Carullo, in particolare “Non è vero, Nora?”, di cui non si può che apprezzare lo stile molto personale e immediato, che coinvolge fin dalla prima riga, dando vita a un pathos in cui ci si immerge come nella pioggia del violento temporale che fa da palcoscenico alla trama.
Ben scritto, diretto, senza tanti fronzoli, caratterizzato da una capacità di attenta e profonda analisi psicologica, è questa una prosa di eccellenza con cui si presenta in modo limpido un narratore che gli editori, e non solo Fara, dovrebbero tenere d’occhio.
Per la poesia valgono le stesse mie considerazioni della narrativa e cioè che sono in totale disaccordo con i giurati, anche perché fra tanti versi spacciati per poesia, e non lo sono, ho trovato una vera chicca che, manco a dirlo, non si è classificata al primo posto, bensì al secondo ex aequo (una domanda mi corre: ma perché tutti questi ex aequo?).
Mi riferisco alle poesie di Ernesta Galgano, che scorrono lievi e tranquille come un fresco ruscello di montagna, intrise di una gioia serena che infonde una grande speranza. Ben strutturate, armoniche, rappresentano per me quelle che dovrebbero essere le poesie, e quindi non elucubrazioni contorte, oppure semiprose, di cui oggi fin troppo si abbonda. E non è che per questo non lascino il segno, cioè non inducano a riflettere, anzi, anche quelle religiose, nel dare la misura della nostra caducità, al tempo stesso ci gratificano degli esiti di un’esistenza vissuta nella purezza di un Amore che è fede, speranza e intima trascendenza.     
Per quanto ovvio, anche Ernesta Galgano è meritevole di particolare attenzione.
Scelte vincenti, pertanto, proprio per la presenza dei testi di Giovanni Carullo ed Ernesta Galgano merita di essere senz’altro letto.

Giorgio Diaz è nato a Livorno. Fin da bambino ha letto tanto, ma così tanto che a un certo punto si è messo a scrivere per vedere se aveva imparato qualcosa. Dato che andavano di moda i “gialli”, ha provato a scriverne uno; inopinatamente ha vinto un concorso letterario, grazie a un giallista doc, Andrea Pinketts, che lo ha presentato (Boja déh!). Il nibbio dell’Uccellina è scritto in un linguaggio inventato, che mescola vernacoli e lingua colta, ispirandosi (immeritatamente) ar Pasticciaccio; non è stato un bestseller, ma pazienza, ha avuto i suoi lettori. Lui ci ha preso gusto e ha continuato sfruttando le opportunità dei concorsi letterari in rete, e ha pubblicato qualche altro libro. Non ha più smesso. Ama i suoi lettori e spera che loro amino lui. Vive e si diverte a scrivere a Firenze. Ha pubblicato: Il nibbio dell’Uccellina (Società Editoriale ARPANet, 2004, vincitore del concorso 20/04/2004 con presentazione di Andrea G. Pinketts); L’eroe della Grotta delle fate(Midgard Editrice, Perugia, 2007, vincitore del Premio Midgard Historia); Lo sgozzatore di cigni (Edizioni Montag, 2009); Il bianco e il nero (Società Editoriale ARPANet, 2009); La città della solitudine Lettere d’amore di una sconosciuta (Altrimedia Edizioni 2010); Il mare ti accarezza in Giallo Limone 2011, i migliori quindici racconti del premio letterario “Giallo Limone 2011”, Robin edizioni, “I libri bianchi”, 2012. Poesie: L’orologio in Pàssim, Antologia Premio Letterario Panchina, III e IV edizione, 2011, I libri di Emil; in Autori vari, La biblioteca d’oro, Poesie edizione 2011;Le immagini, L’amica silenziosa in Antologia Versi creativi 2011, Edizioni creativa.

Giovanni Carullo è nato ad Avellino circa quarantottoanni fa. Sposato, due figli e sei cani. Laureato in sociologia, allevatore di terranova. Lavora per mangiare e scrive per passione. Ogni tanto gli si accende dentro il fuoco della scrittura e allora lascia che le fiamme divorino(!) la sua anima e si riversino sulla pagina bianca di un foglio di carta o di un documento word. Mai che la scrittura bruci anche qualche grasso, però. Ma lui non dispera. È sempre grato a quanti hanno apprezzato i suoi lavori, mai nessuno però gli ha proposto pubblicazioni senza chiedergli contributi. Ha partecipato al Laboratorio di Scrittura Creativa della scrittrice Antonella Cilento a Napoli. Tra i premi per la narrativa: 1° (con il racconto brevePiacere Marcello) al concorso Hi-tech 2002 sul sito www.dillo.it ; 1° al Kriterion 2003; 3° al Kriterion 2004; 2° al Kriterion 2011; 5° al premio internazionale Margherita Yourcenar 2004; 6° al premio internazionale Angela Starace 2004; finalista al Città di Empoli – Domenico Rea 2004; 3° (con il racconto La mascella serrata) al concorso L'Inedito 2003. Suoi racconti sono stati pubblicati sulla rivista “Il Segnalibro”, sul sito www.leggendoscrivendo.it, nonché nella raccolta Premio di Rapolano 2004. Ha vinto il premio Energheia 2007 (Matera) miglior testo per la realizzazione di un cortometraggio. Ha pubblicato con Prospettiva Editrice la sua tesi di laurea: Il successo delle Barbie Islamiche. Il racconto lungo La Bocca del Dragone è pubblicato su ilmiolibro.kataweb.it

Bresciano (valligiano) over 50, dopo aver svolto attività di ricerca post laurea presso la Fondaçao Blumenau (Stato di Santa Caterina, Brasile) grazie ad una borsa di studio elargita dalla stessa, e ottenuto un collocamento presso l’Università Autonoma De Madrid (Spagna) grazie al programma Europeo Leonardo, Marcello Zane ha imparato due o tre cose sulla salinità del sentimento e la sapidità delle relazioni, restando, per dirla con il protagonista del racconto, panciafichista ed irenico nella disposizione d’animo. Nonostante abbia collaborato a vari uffici stampa pubblici e di grandi aziende, scriva libri di carattere storico economico e faccia parte di varie fondazioni culturali e comitati museali, insegni comunicazione in una università, sia socio di una micro casa editrice, trovo fortunatamente il tempo per… scrivere: naturalmente di quel che lega i sogni agli uomini, le speranze alle evenienze ed ogni briccica all’eternità.

Paolo Giammaroni nato a Roma nel 1951, è d’origini umbre e sabino per scelta. Giornalista economico, consulente in comunicazione, ha creato il “Laboratorio di scrittura funzionale o di servizio”. Dopo vari libri di saggistica, si sta dedicando alla forma breve: racconti, haiku, romanzi brevi, oltre che canzoni e musiche di scena. Ha tradotto Valery, Thich Nhat Hahn, Buarque de Hollanda. Per Rai International ha curato sceneggiature di personaggi come Fallaci, Modugno, Stratos.

Laureato in filosofia, Roberto Morpurgo scrive poesie, aforismi, saggi, racconti, soggetti cinematografici, pièces teatrali. Ha pubblicato in volume L’azzurro del mare (poesie, Joker) Pregiudizi della libertà I (aforismi, Joker), El Djablo (racconti, Puntoacapo, 2009). Ha diretto per la scena e per la radio i suoi atti unici Tubor eL’Autoritratto. Per Schegge d’Autore (RM) e per La corte della Formica (NA) ha curato nel 2008 la messinscena e la regia del suo monologo L’Isola; sempre al teatro Tordinona di Roma ha poi allestito e diretto le sue pièces Bogey (2009), L’Appello (2010), Pioggerellina nella stanza (2011), L’Intervista(2012). Altre sue pièces sono andate in scena a Roma a cura della compagnia Gnut. Dirige per Puntoacapo la collana di teatro Il Porcospino. Ha vinto il concorso La vita in prosa 2012 con il racconto Muette. Imminente la pubblicazione in volume de L’Autoritratto per i tipi di Falsopiano di Alessandria.

Vincenza Scuderi nata a Catania nel 1972, dove vive e dovè germanista presso luniversità. È saggista, traduttrice, e defilatamente ma fortemente poeta. La sua raccolta Accade soprattutto per la strada, prima classificata nella sezione poesia del concorso “Pubblica con noi 2013” di Fara Editore, ha visto una tranquilla gestazione danni. Sta lavorando a una seconda, forse meno lenta raccolta, e ad ulteriori cose di cui dirà poi. Nelle sue vesti germanistiche si occupa di poesia contemporanea (in particolare poesia austriaca sperimentale), cultura visuale, gender studies, traduttologia, e qualcos’altro. Fa parte dellassociazione-casa editriceincerti editori (www.incertieditori.it). enzascu@tiscali.it

Ernesta Galgano dice di sé: «Ho sempre avuto l'istinto e il piacere di trascrivere in versi le mie emozioni. Una professione molto impegnativa mi ha assorbita completamente. Sono un medico, ho fatto il chirurgo, quello vero, sul campo, in ospedali italiani e in paesi emergenti come volontaria. Con la pensione e con nuove emozioni ho ripreso a scrivere. Ho avuto riconoscimenti per poesie e racconti in concorsi nazionali ed internazionali. Continuo ad emozionarmi con la musica, con i viaggi, con il desiderio di capire e consolare chi incontro sulla mia strada, anche con le parole, assolutamente sincere.»

Luca Carboni è nato a Fano (PU) nel 1973 e risiede a Pesaro. Dopo aver conseguito la Laurea in Giurisprudenza presso l’Università di Bologna e l’abilitazione all’esercizio della professione, lavora da più di dieci anni presso l’Inail di Pesaro, lavoro che rivendica orgogliosamente essere analogo a quello svolto dal suo idolo letterario, Franz Kafka. Ha preso parte ai corsi di Poesia tenuti all’Università dell’Età Libera di Pesaro dal Prof. Gianni D’Elia. Sta ora frequentando i corsi di Filosofia Teoretica, Storia della Filosofia antica e medioevale e Teologia Fondamentale presso l’I.S.S.R. di Pesaro. Sue opere sono presenti in antologie on line e blog di poesia, ma sicuramente il momento culmine della sua breve carriera poetica è rappresentato dalla partecipazione a “Primavera di Poeti”,con letture tenute nella fascinosa Cripta di San Biagio, nelle immediate vicinanze dell’Eremo di Fonte Avellana.

Michela Zanarella è nata a Cittadella, Padova, il 01-07-1980. Vive e lavora a Roma. Inizia a scrivere poesie nel 2004, e la sua poesia è ora tradotta in inglese, francese, spagnolo, arabo. Ha pubblicato sei libri Credo (ed. MeEdusa), Risvegli(ed. Nuovi Poeti), (Vita, infinito, paradisi (ed. Stravagario), Convivendo con le nuvole (ed. GDS), Sensualità(Sangel Edizioni), Meditazioni al femminile (Sangel Edizioni). È Premio Speciale “Poeti per la Repubblica”nella 23^ Edizione Premio Nazionale di Poesia “Rosario Piccolo” 2012. È tra i vincitori del Premio Internazionale di poesia Tredici, indetto dal Centro di Poesia Roma.

Mariangela Ruggiu dice di sé: «Sono insegnante di discipline scientifiche, amo la poesia da sempre, ma ho ripreso a scrivere da pochi anni, sono solo dilettante nella poesia cercando di non mancare mai di rispetto a quest’arte. Non ho molto da raccontare, di me, penso che le poesie, una volta scritte, diventino autonome dal loro autore, per questo sono felice di lasciarle qui, perché vadano da sole. Intanto io continuo a vivere la mia normale vita.»

Mario Campanino è nato a Milano nel 1967 e si è trasferito a Napoli all’età di dodici anni, pochi mesi prima del terribile terremoto del 1980. Musicista e musicologo, appassionato di volo, da sempre alla ricerca della“verità in scrittura” – per parafrasare Cézanne e Derrida – ha già pubblicato alcune raccolte poetiche su temi diversi. La vita concentrata in 1 moglie, 2 figli, 3 tartarughe, 2 cani e 1 criceto, tutto a Santa Maria a Vico (nella provincia di Caserta) dove vive e legge pochissimo, e oramai solo opere di Joyce.

Luca Immordino nasce nell'autunno del 1974 in Italia, da madre italiana e padre italiano: primi indizi di una coerenza che lo porterà a scrivere per poter leggere e leggere per poter scrivere. Appassionato di musica, poesia e arte è ancora oggi alla ricerca del vero senso dell'esistenza; sembrava averlo trovato nella pioggia, fino al giorno in cui scoprì gli ombrelli. Le sue poesie sono dedicate quasi esclusivamente a sconosciuti/e, per cui sentitevi pure tirati in ballo, se vi va.
Renzo Montagnoli

 

29/6/2013

Giallo d’Avola
di Paolo Di Stefano
In copertina: I corvi di Vittorio Corona, 1926 circa (particolare)

Sellerio Editore
www.sellerio.it

Narrativa romanzo
Collana La memoria

 

Presunzione di colpevolezza

In tutti gli ordinamenti giuridici moderni vale il principio della presunzione d’innocenza e quindi nel processo penale l’onere della prova della colpevolezza dell’imputato ricade sulla Pubblica Accusa che, sulla scorta solo di prove certe, imposta il suo iter, la sua azione in aula. Quindi non sussiste mai la presunzione di colpevolezza, come anche espressamente evidenziato dal secondo comma dell’art. 27 della nostra Costituzione, che così recita:  L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva.
Stupisce quindi quanto accaduto nel lontano 1954 a Salvatore Gallo e a suo figlio Sebastiano, imputati di avere assassinato Paolo Gallo, rispettivamente fratello e zio, e di averne occultato il cadavere. Vero é che era notorio un permanente stato di litigiosità e pure vero é che spesso Paolo veniva aggredito e malmenato da Salvatore, ma da lì a imbastire un processo senza uno straccio di prova, sulla base solo dei precedenti pessimi rapporti, è senz’altro azzardato, anche perché per poter parlare di omicidio necessitava la presenza di un cadavere, che appunto non c’era. E che l’abbaglio venisse dalla Pubblica Accusa ci può anche stare, ma che poi si riconfermasse nel collegio giudicante in tutti e tre i gradi processuali è veramente inconcepibile. E tanta era la sicurezza, viziata dalla presunzione di colpevolezza, che si arrivò addirittura ad accusare di falsa testimonianza chi aveva visto, vivo e vegeto, il cadavere. Fu solo grazie alla tenacia di un avvocato e di un giornalista se finalmente, anche se in notevole riardo, fu fatta giustizia, con la liberazione dal carcere di Ventotene, dove scontava l’ergastolo, di un Salvatore Gallo ormai ridotto a un relitto umano. Tutto bene, quindi? No, perché lo stato è un Moloch mostruoso e si piega di fronte all’evidenza dei fatti, ma non si spezza e si prende la sua rivincita. Non aggiungo altro della trama, che ripercorre puntualmente un fatto realmente accaduto e che non solo in Italia ebbe vasta risonanza.
Il merito di Paolo Di Stefano è stato di riproporcelo, fedele alle carte processuali, ma anche con la capacità di trasmettere al lettore il pathos di una vicenda che si snoda in una Sicilia arcaica, fra povera gente, ricca solo di miseria, e per lo più anche ignorante. Il dramma dell’individuo ingiustamente condannato viene delineato non per sollecitare la commozione del lettore, ma per  dimostrare come i preconcetti siano sempre frutto di una illogicità che nasconde un’altra ignoranza, quella di chi crede di sapere perché può giudicare, un enorme potere che in mani sbagliate sancisce, inequivocabilmente, il trionfo dell’ingiustizia.
Giallo d’Avola è un legal thriller per nulla simile ai tanti, per lo più di autori americani, che ogni tanto tornano ad affollare le librerie; qui si rievoca e si fa tornare in vita un’epoca che molti non conoscono o hanno dimenticato, in un’Italia che allora cominciava a beneficiare del boom economico,  che tuttavia appariva così lontano dai terreni aridi e sassosi in cui contadini analfabeti si rompevano la schiena solo per sopravvivere, senza speranza, un mondo statico e spesso feroce, teatro di delitti anche familiari e in cui è potuto perfino accadere il dramma psicologico del “morto-vivo” di Avola.
Paolo Di Stefano sa scrivere bene, sa coinvolgere il lettore con attenta gradualità e il suo “Giallo d’Avola” è uno di quei romanzi che non si scordano facilmente.

Paolo Di Stefano è nato ad Avola (Siracusa) nel 1956. È inviato del «Corriere della Sera». Ha pubblicato inchieste e romanzi, tra cui Baci da non ripetere (1994, Premio Comisso), Tutti contenti (2003, Superpremio Vittorini e Flaiano), Nel cuore che ti cerca(2008, Premio Campiello e Brancati). Con questa casa editrice La catastròfa. Marcinelle 8agosto 1956 (2011, Premio Volponi) e Giallo d'Avola (2013).
Renzo Montagnoli

 

26/6/2013

99%
Per uscire dalle crisi generate dal sistema neoliberista riprendiamoci il futuro partendo dal basso

di Gianluca Ferrara
Introduzione di Vandana Shiva

Dissensi Edizioni
www.dissensi.it

 

Riprendiamoci il nostro futuro

Dissensi non è una grande casa editrice, ma solo come dimensione, perché, per la peculiarità di andare controcorrente, di avvisare sui pericoli che si corrono quotidianamente per una struttura mondiale basata sull’iniquità e l’asservimento, è invece di livello assai elevato, non solo per i messaggi che propone, ma anche per il contenuto dei libri che pubblica. È questo il caso di 99%, di Gianluca Ferrara, un saggio analitico, ma anche propositivo, sulla sperequazione esistente in tema di ricchezza, in cui meno del 2% è destinato all’economia reale e più del 98% alla pura speculazione. Noi che crediamo che il mondo sia mosso dalle leggi naturali del mercato dobbiamo essere consapevoli che invece esiste una lobby di un numero modesto di persone che lo regola per i suoi fini, che fa cadere e condiziona i governi o addirittura scatena guerre. Si tratta di quelli che vengono genericamente chiamati poteri occulti, una forza spaventosa non votata al bene, ma al male. Il neoliberismo non ha nulla di libertario, anzi tende a ingessare le vite secondo i voleri dei suoi propugnatori e ricordiamo la colossale menzogna che vanno sempre ripetendo: con noi si crea ricchezza. Ma questa non si crea, si sposta dalla libera disponibilità, per legge naturale, di tutta l’umanità alle mani avide di individui senza scrupoli, gretti e anche feroci. Quindi è più che mai indispensabile cambiare, perché è possibile, purché lo vogliamo. E questo libro scuote le coscienze, porta dati certi e anche soluzioni, che non devono essere considerate utopie, ma concretamente realizzabili; si deve capovolgere il centro decisionale, che deve ritornare a essere in basso, secondo un’autentica democrazia e non ciò che oggi viene spacciata per tale e che è invece solo un paravento di apparenze.
La terra, questo vecchio pianeta, è di tutti e quindi dobbiamo riprenderlo a chi ce lo ha rubato e così anche le nostre vite, cadenzate dai ritmi illogici dell’industrialismo e del consumismo, devono essere liberate. E’ forse utopia questa? È forse irrealizzabile ciò che alla logica sembra proprio di ogni essere umano? No, non sarà certo facile, ma è possibile.
Da leggere, non ve ne pentirete.

Gianluca Ferrara, laureato in Scienze Politiche a pieni voti presso l'università Federico II di Napoli, ha collaborato su Internet a riviste letterarie e culturali su argomenti d'attualità e saggi a sfondo sociale.
Nel 2000 ha pubblicato “Viaggio nella droga proibita” , presentato al Salone del Libro di Torino, e vincitore del premio letterario internazionale “Mondolibro”, è stato inserito in prestigiose antologie letterarie. Un saggio sulla droga, la cui introduzione è stata effettuata dall'onorevole Ernesto Caccavale, che ha riscosso notevole interesse tra gli addetti ai lavori. Ad esso hanno partecipato attraverso interviste e testimonianze l'ex commissaria europea Emma Bonino, il ministro Maurizio Gasparri, il direttore del giornale di San Patrignano Forquet. Nel 2005 gli è stato conferito il diploma speciale dalla giuria del Gran Premio Letterario Europeo Penna d'Autore.
Nel 2004 ha pubblicato il romanzo “Più forte del destino” di cui si sono occupato diversi giornali e riviste tra cui: Famiglia Cristiana, Il Mattino, La Nazione , Il Convivio Il Manifesto . Di recente gli è stato conferito un riconoscimento speciale della giuria del concorso “Per non dimenticare” organizzato dalla Tavolozza ed è risultato il più votato da una giuria di studenti di venti scuole aderenti al premio letterario “Per non dimenticare”.
Nel 2006 ha pubblicato due racconti esilaranti “Racconti transgenici” che hanno riscosso un buon riconoscimento di vendite e di critica. Nel 2006 ha pubblicato il saggio “Dio non ha la barba” la cui introduzione è stata curata da padre Alex Zanotelli. Del testo ne hanno parlato radio, quotidiani e TV nazionali. Ha ricevuto ottime recensioni ed è stato presentato in diversi luoghi anche in occasioni di manifestazioni culturali e a sfondo sociale. Del 2010 è il suo “Nonostante il Vaticano”
Renzo Montagnoli

 

Francis  Scott Fitzgerald

Il Grande Gatsby

The Great Gatsby

Traduzione di Fernanda Pivano

Ed. Oscar Mondadori

Grande nella vita che conduceva
grande nei sogni che accarezzava
non meno grande nella morte
tragica ed assurda.
 

Una storia dolce-amara di un eroe “Romantico” nell’America dei ruggenti anni ‘20

T. E. Eliot accolse Il grande Gatsby come Il primo passo fatto dalla narrativa americana dopo Henry James

Di questo romanzo Il grande Gatsby, pubblicato nel 1925, è stato tratto un film di grande successo con Robert Redford  e un altro appena uscito nelle sale cinematografiche con Leonardo Di Caprio.

Nell’immaginario collettivo per quelli che hanno una certa età Gatsby è identificato con il grande attore Redford e nelle fattezze fisiche e nel comportamento esteriore.

Il libro  nelle prime 80 pagine accenna a Gatsby come ad un personaggio quasi fantomatico, ammantato di un passato leggendario e misterioso che al pari di un anfitrione megalomane dà sfarzose feste nella sua villa di Long Island.

L’io narrante è il giovane Nick Carraway che dal Middle West si trasferisce ad est di New York per lavorare in banca come agente di borsa. Siamo negli Stati Uniti dei ruggenti anni ‘20, quando uscito dalla Grande guerra  il paese vive tra il proibizionismo, i fermenti paritari del suffragio femminile, il boom capitalistico, la grande paura del bolscevismo, il gangsterismo: tratti contraddittori di una società in grande trasformazione, dal sogno americano all’ottimismo travolgente che poi alla fine del decennio porterà  drammaticamente al tracollo economico tutti. In questo contesto sociale Nick va ad abitare proprio vicino, alla destra della  sua villa, al colossale palazzo di Gatsby, una copia accurata di qualche Hótel de Ville della Normandia, con una torre da una parte, una piscina di marmo e più di venti ettari di terreno. Di là la baia della mondanissima East Egg dove abita la cugina Daisy, fanciulla viziata e superficiale  e suo marito Tom, fedifrago impenitente,  e dove Nick conosce  la signorina Baker, giocatrice di golf, con la quale avrà una breve   e tiepida relazione amorosa.

Jay Gatsby è un giovane elegante che aveva superato da poco la trentina  di cui non si conosce chiaramente l’origine della sua fortuna economica, ma di cui si vociferano loschi traffici ed illecite relazioni. La ricercatezza nel parlare rasentava l’assurdo, la pelle abbronzata del viso era liscia e attraente, e i capelli corti avevano l’aria di essere aggiustati ogni giorno. Questo giovane fascinoso ed in fondo solitario pur essendo circondato da molteplici persone che affollano la sua villa in un continuo andirivieni e si consumano serate mondane e scintillanti nutre in cuore un amore giovanile per Daisy, conosciuta tempo addietro e dalla quale ne era innamorato.

I giovani amanti  incuranti del marito di lei si lasciano trascinare da quello che è un sogno d’amore non destinato a durare, un’euforia adolescenziale li porta di nuovo uno nelle braccia dell’altra fino a quando un tragico epilogo porrà fine a tutto ciò ( il destino beffardo farà convergere parallelismi in apparenza divergenti). Il giovane Creso bello come un dio a cui sembra il futuro irridere, nasconde nel cinismo e nell’indifferenza apparenti una sorta di malinconia che fa da sottofondo al suo esistere. Gatsby è l’archetipo del bello e dannato che cova dentro spavalderia mista ad insicurezze e nel suo stesso gioco mondano e disinvolto verrà stritolato  dagli ingranaggi di una società privilegiata che mal tollera gli “altri”.

Quello del grande Gatsby è una rilettura tragica, il personaggio assume quasi i connotati del tempo che vive in cui si aspira all’ascesa sociale,  a far soldi scegliendo la strade più facili, ma non per questo più semplici, in cui il rischio e il pericolo mordono in continuazione e l’adrenalina iniziale si trasforma in sorta di sfinimento che logora e fagocita le forze. In questo senso la figura di Gatsby, tratteggiata con un particolare scavo psicologico, assurge ad eroe romantico prima insegue con pervicacia programmatica la scalata sociale, poi  insegue un sogno d’amore mai sopito e poi infine la vita che prematuramente e senza una ragione apparente finisce:  un colosso d’argilla che frana e crepa nelle sue stesse vulnerabilità. Fitzgerald forse senza esserne del tutto consapevole, anche se poi visse vicende familiari travagliate ( la moglie Zelda…la malattia psichica, la sua morte accidentale…), ha costruito un carattere umano in cui si fonde l’assurdo con il tragico, crea un vulnus  sociale che è anche intimo, dopo l’ubriacatura ottimistica e il parossismo farneticante c’è l’abisso che tutto inghiotte e annulla. La conclusione del  romanzo è amara, ma aperta alla speranza da parte di Nick che pur nella consapevolezza della caducità delle cose e della fatalità del vivere, il domani sarà foriero di piacevoli aspettative. E mentre meditavo sull’antico mondo sconosciuto, pensai allo stupore di Gatsby la prima volta che individuò la luce verde all’estremità del molo di Daisy. Aveva fatto molta strada per giungere a questo prato azzurro e il suo sogno doveva essergli sembrato così vicino da non poter sfuggire più. Non sapeva che il sogno era già alle sue spalle, in questa vasta oscurità dietro la città…Gatsby credeva nella luce verde, il futuro orgiastico che anno per anno indietreggia davanti a noi. C’è  sfuggito allora, ma non importa: domani andremo più in fretta, allungheremo di più le braccia…e una bella mattina…Così continuiamo a remare, barche contro corrente, risospinti senza posa nel passato.

In tutto il romanzo si respira l’atmosfera ambigua del tempo, quel fervore progressista e rivoluzionario, quel  tendersi avanti sempre proiettati nel futuro. Un’America, quella di quegli anni folli con l’americanismo ad oltranza, il successo economico, l’isterismo del guadagno a tutti i costi, la ricchezza come metro di giudizio dove non c’era posto per i poveri, per i falliti, l’illusione che  i mezzi di prosperità fossero alla portata di tutti. Ma la crisi era dietro l’angolo… Fitzgerald  mette in contrapposizione lo stile libero e raffinato di vita dei ricchi e il loro cinismo brutale (vedi Daisy), la loro volgare ed ottusa moralità. Lo scrittore riesce a dare vita con stile  suggestivo a questa galleria di figure letterarie, modulando la scrittura con grande metodo,  infatti la tecnica narrativa di usare un narratore esterno mette il lettore-spettatore a un livello di osservazione più alto di quello sul quale stanno i personaggi e quindi da una distanza prospettica ideale.
Forse il tempo ha appannato, ma solo con una leggera patina di polvere questo tipo di romanzi, ma certamente Fitzgerald si eleva un po’ al di sopra di tanti altri scrittori statunitensi più o meno contemporanei.   

 Francis Scott Fitzgerald, romanziere statunitense (Saint-Paul, Minnesota, 1896- Hollywood, 1940).  I romanzi e le raccolte di novelle: Al di qua del Paradiso 1920, Maschiette e filosofi 1920, Belli e dannati 1922, Racconti dell’età del jazz 1922, Il grande Gatsby 1925, Tenera è la notte 1926, Tutti i giovani tristi 1926, Gli ultimi fuochi rimasto incompiuto e pubblicato postumo nel 1941 dal critico e amico Edmund Wilson con le indicazioni predisposte dall’autore per il suo compimento. 
Arcangela Cammalleri

 

8/6/2013

La primavera del lupo
di Andrea Molesini

In copertina: Olio su tela di Edvard Munch, 1903 (particolare).
Art and Cultural History Museum, Lubecca

Sellerio Editore
www.sellerio.it

Narrativa romanzo
Collana La memoria

 

Dagli occhi di un bambino

“E adesso sono triste anche se la mia zuppa non scotta più e me la mangio con questo pane buono. Perché delle volte la tristezza viene che non te l’aspetti, e così penso a Mauriziada, penso a Lirlandese, penso a frate Ernesto. Loro sono là fuori che camminano nel bosco sotto la pioggia, forse parlano con i lupi, forse parlano con le faine, dormono nella tana delle volpi e sono contenti che io e Dario stiamo al caldo di un fuoco, nella baita, con la zuppa. Sono fatti di gocce, i morti, e si vestono con gli aghi di pino, borbottano con le civette, entrano nei sogni per ridere e piangere con noi, di noi, dell’aria, dei gufi, delle cose che brillano come le pietre preziose, le stelle e tutto l’oro della luna. Siete voi, Mauriziada frate Ernesto Lirlandese, quelli che mi fido per davvero. Voi che non sento più le vostre voci quando c’è la paura e c’è che si scappa. Voi che di notte siete la pioggia che cade, le stelle che se allungo la mano vanno più in là, voi che di notte siete il mio lupo e una musica che si allontana.”  

Ho scoperto Andrea Molesini quasi per caso, anche se lui in campo letterario non era di certo uno sconosciuto, in quanto autore di libri di poesia, di saggistica, e traduttore dall’inglese di opere soprattutto di Derek Walcott. Ricordo che era l’anno 2010 e avevo letto una recensione di Ferdinando Camon al suo primo romanzo (Non tutti i bastardi sono di Vienna), recensione che mi aveva non poco incuriosito per le caratteristiche del libro, ambientato nel corso della prima guerra mondiale al di là del Piave dopo la tragica ritirata di Caporetto.
In quella occasione ho apprezzato la struttura, la narrazione fluida, scorrevole, in un italiano impeccabile, e in generale un’impostazione che, per quanto classica, è riuscita ad avvincermi dall’inizio alla fine, una sorta di lungo adagio che, ogni tanto, si impenna, ma senza mai arrivare a eccessi, insomma quello che si può definire un libro scritto bene e senz’altro molto bello. E infatti ha incontrato un notevole successo di pubblico e anche di critica, ottenendo perfino premi prestigiosi, fra i quali il Comisso e il Campiello.
Del tutto naturale è stata quindi l’attesa per il suo secondo romanzo, La primavera del lupo, uscito sempre per i tipi della Sellerio nella prima metà dello scorso mese di maggio.
Infatti mi chiedevo se questa nuova opera avrebbe potuto riconfermare le eccellenti qualità della prima, oppure se, come abbastanza di frequente capita, il nuovo lavoro, magari pur gradevole, sarebbe risultato inferiore al precedente.
L’ho letto, con immenso piacere, e mi sento tranquillamene di affermare che Molesini ha confermato il suo talento.
La primavera del lupo presenta alcune analogie con il precedente Non tutti i bastardi sono di Vienna (si svolge durante una guerra, non la prima guerra mondiale, bensì  la seconda, e anche qui c’è un’occupazione, non quella dell’impero austriaco, ma quella senz’altro più dura e crudele del terzo Reich). Queste le analogie, poi, per il resto, è completamente diverso perfino come impostazione e struttura.
La vicenda di un piccolo gruppo in fuga dai nazisti (si tratta di due bimbi, di cui uno ebreo, di due anziane sorelle, pure esse ebree, di una finta suora,  a cui poi si aggregherà in circostanze drammatiche un enigmatico disertore tedesco) potrebbe fare pensare al classico romanzo d’azione, ma non è così.
Infatti l’io narrante, di volta in volta, è Pietro, un bambino di dieci anni, ed Elvira, la finta suora, un’alternanza che, oltre a non stancare, dato l’inevitabile diverso modo di esprimersi, presenta i punti vista dell’infante e dell’adulto che non sono mai coincidenti.
Il  primo riesce istintivamente a vedere ciò che più si avvicina alla realtà, il secondo, ormai prigioniero della sua stessa logica, ha un approccio ben diverso, frutto di più di un ragionamento che lo porta ad avere una visione personale.  
Ma la forza straordinaria di questo romanzo sta nel linguaggio del bambino, nelle sue osservazioni che, ad differenza dell’adulto, non sono frutto di laboriose riflessioni, ma che risultano istintive, perfino nei suoi giudizi dei grandi. E’ ammirevole e anche stupefacente la capacità di Molesini di esprimersi come se avesse una decina d’anni, nel coniare frasi sgrammaticate, ma di grande valore, un po’, insomma, come se fosse riuscito a retrocedere nel tempo, alla ormai non più vicina infanzia.
E’ del tutto naturale, quindi, che Pietro desti una grande simpatia, superiore a quella degli altri suoi compagni di fuga, ma il gruppo va assottigliandosi nel lungo itinerario che li porta da Venezia a risalire la valle dell’Adige per rifugiarsi in una laterale della Val di Sole, un luogo adatto a ospitare dei fuggiaschi e dei disertori e in cui c’è una baita di proprietà di Elvira. Sempre sotto l’oscura presenza di una lussuosa Mercedes che li segue e su cui si nota la presenza di un misterioso albino, un’ombra malefica che aggiunge terrore alla paura,  giungeranno poi alla meta, e mi fermo qui, per non svelare il bellissimo finale che impreziosisce ancora di più un romanzo veramente bello  e più che mai avvincente. Scoppiettante, con frequenti colpi di scena, con un ritmo sostenuto e diverso a seconda dell’io narrante, per dirla con l’autore se Non tutti i bastardi sono di Vienna è paragonabile a un’opera di musica classica, La primavera del lupo è invece vero e proprio jazz, ma mai stridente e perfettamente raccordato in un equilibrio armonico di rara efficacia.
Credo che non sia necessario aggiungere altro, perché quando un’opera parla da sé, con le sue qualità, con il suo linguaggio semplice, ma non elementare, è solo opportuno evidenziare, non occorrono spiegazioni, perché queste avvengono spontaneamente in chi legge, tanto che scoprire pagina dopo pagina quanto sia avvincente e appagante finisce con il diventare l’elemento determinante. E solo alla fine resta il tempo per pensare e riflettere, e vi assicuro che di occasioni, passi, frasi al riguardo ce ne sono certamente non poche.
Buona lettura, quindi.

Andrea Molesini è l’autore di Non tutti i bastardi sono di Vienna, pubblicato da questa casa editrice, che nel 2011 ha vinto, tra gli altri, il Premio Campiello e il Premio Comisso, in corso di traduzione in inglese, francese, tedesco, spagnolo e molte altre lingue. Nel 2013 Sellerio ha pubblicato anche La primavera del lupo.
Renzo Montagnoli

 

5/6/2013

La chiave a stella

di Primo Levi

In copertina: Oskar Nerlinger, Il treno del mattino, 1928, particolare. Berlino, Museum fur Deutsche Geschrichte

Edizioni Einaudi
Narrativa romanzo
Collana ET Scrittori

 
Il lavoro come valore

È ben strana la vita: benché le eccelse qualità di Primo Levi come scrittore fossero chiare, l’autore torinese, per sua natura schivo e in quanto tale alieno dall’allacciare rapporti stretti con gli intellettuali della sua epoca e comunque dal mettersi in mostra, fu considerato un grande della letteratura con un notevole ritardo, e nonostante fossero già ben conosciute le sue opere migliori, frutto dell’esperienza concentrazionaria (Se questo è un uomoLa tregua). Al riguardo basti considerare che, nel corso di una interessante conversazione con Ferdinando Camon, è emerso che ci volle un suo articolo sul supplemento letterario del quotidiano “La stampa” affinché il grande storico della letteratura Natalino Sapegno si ricordasse di inserire il suo nome nella 44esima edizione del suo manuale di storia letteraria, all’epoca il più conosciuto e studiato sia ai licei che nelle università. Così anche Primo Levi ebbe il suo nome su questo testo, ma con una dizione che riparava al precedente errore : “E’ forse il più grande scrittore italiano del secolo.”.
È quindi con un certo stupore che ho notato che il primo libro di esclusiva inventiva di Levi, cioè La chiave a stella, ha ottenuto il riconoscimento di quello che è forse il più importante premio italiano, cioè Lo Strega. Premetto, a scanso di equivoci, che questo romanzo, insolitamente ottimista, non è  cosa da poco, anzi è di eccellente livello, ma senz’altro inferiore a Se questo è un uomo e a La tregua. Perché questi non siano stati premiati rimane per me un mistero, lo stesso per il quale può accadere che un grande scrittore venga ignorato da critica e pubblico.
Penso, però, che dopo questo lungo preambolo, che ritengo doveroso, sia giusto passare a parlare di questo inusuale romanzo.
In questi tempi di crisi economica, con un livello di disoccupazione crescente e drammatico, La chiave a stella è più che mai di attualità. Il testo propone infatti l’alto valore del lavoro perché, per dirla con l’autore, “Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l'amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra: ma questa è una verità che non molti conoscono.”; quindi non solo il lavoro consente all’uomo di trarre i proventi necessari per il suo sostentamento e di quello della sua famiglia, ma dona piacere a chi lo esegue, un piacere in verità privilegio di pochi, come anche evidenziato.
Qui si coglie in modo esemplare la figura dell’homo faber, di colui che è artefice del proprio lavoro e non a caso il protagonista Libertino Faussone, detto Tino, è un operaio montatore in proprio, che gira per il mondo, conoscendo altri paesi, altre abitudini, e anche correndo dei pericoli. In uno di questi viaggi incontra in albergo Primo Levi e trovando nello scrittore torinese un ascoltatore attento narra diversi episodi della sua vita, sempre legati all’attività svolta. Il linguaggio dei due è assai diverso: semplice, rozzo, elementare quello di Faussone, colto e raffinato quello di Levi, ma entrambi si capiscono a meraviglia, perché amano il loro lavoro e sono convinti che non ci sia nulla di meglio al mondo per vivere in pace con se stessi.
Sono pagine molto piacevoli da leggere, sovente venate da ironia, e poi questo Faussone riesce naturalmente simpatico, con quel suo linguaggio ben poco colto, ma efficace, con una schietta sincerità, propria di chi sa di non dover dimostrare nulla, perché lui, nel suo campo, è uno dei migliori, capace non solo di usare le mani, ma anche la testa, sovente coordinando il lavoro di molti altri operai, insomma è quel che può dirsi un uomo realizzato e soddisfatto.
Il messaggio di Levi è chiaro: il lavoro in generale è importante e quello manuale, ben svolto, lo è ancor di più, e questo non solo in un ottica della produzione, ma in una visione più globale di una umanità che alacremente travaglia per un proprio accrescimento interiore, una realizzazione di se stessi, qualunque sia il livello di responsabilità.
E’ un’idea forse un po’ utopistica, può anche richiamare certe tendenze in auge nell’Unione Sovietica ai tempi di Stalin, ma quel che è certo è che il lavoro, utile a una collettività, lo è in quanto di utilità per ogni singolo componente, soddisfatto per averlo ben eseguito.
Personalmente, pur concordando in buona parte con il pensiero di Levi, ritengo che il lavoro possa rivestire quella componente fondante della vita degli uomini solo se cambia il modello di società, cioè se si perviene a un concetto di comunità più ampio ed evoluto, non tanto rispondente alle teorie marxiste, bensì come realizzazione del pensiero sociale cristiano
La chiave a stella è un romanzo di sicuro interesse e che, senza per questo considerarlo un capolavoro, risulta di eccellente qualità, tanto che la lettura è senz’altro raccomandabile.

Primo Levi (Torino 1919-1987) ha pubblicato presso Einaudi Se questo è un uomo; La tregua; Storie naturali; Vizio di forma; Il sistema periodico; La chiave a stella; La ricerca delle radici. Antologia personale; Lilìt e altri racconti; Se non ora, quando?; L'altrui mestiere; I sommersi e i salvati. Sempre da Einaudi sono usciti postumi i due volumi delle Opere; Conversazioni e interviste (1963-1987);L'ultimo Natale di guerra; L'asimmetria e la vita. Articoli e saggi 1955-1987;Tutti i racconti, sempre a cura di Marco Belpoliti.
Renzo Montagnoli

 

25/5/2013

Il seminarista
di Luisito Bianchi

Sironi Editore
www.sironieditore.it

Narrativa romanzo
Collana Indicativo presente

 

La vocazione e la Resistenza

“ La sofferenza del mondo stava identificandosi con la sua sottana e la sua sottana con Dio e Dio con la sofferenza del mondo. Il cerchio si chiudeva, senza possibilità di scappatoie. Lui non sapeva chi era Dio ma non c’erano dubbi che Dio lo poteva trovare solo nella sofferenza del mondo. Lui non sapeva che significasse farsi prete, ma era altrettanto certo che, senza la sofferenza del mondo, non c’era nessuna ragione per farsi prete.”

Scritto nella prima metà degli anni ’70, come testimoniano le agende che riportano la prima stesura, e fino a poco tempo fa inedito, Il seminarista è pubblicato, in accordo con il “Fondo Luisito Bianchi” della Fondazione Dominato Leonense, dall’editore Sironi, senza che siano state apportate modifiche, così com’è nell’ultima versione dattiloscritta e letta da Luisito Bianchi, purtroppo scomparso agli inizi dello scorso anno.
Dall’autore di quel capolavoro che è La messa dell’uomo disarmato non mi sarei aspettato un’opera di così elevato valore, proprio perché i capolavori, in quanto tali, sono quasi sempre unici nella produzione letteraria di un autore.
Pertanto, dubitare, prima di aprire il libro, della sua elevata valenza mi era apparso quasi logico, addirittura scontato, perché mai e poi mai avrei pensato che un romanzo antecedente a quello stupendo sulla Resistenza potesse essere così bello, travalicando le normali attese per un testo che, dal titolo, avrebbe potuto solo far pensare alla descrizione della vita in un seminario.
Invece, per quanto l’ambientazione sia proprio in una scuola per preti, si va ben oltre il significato di una semplice vocazione, si corre incontro al dilemma che sorge nel protagonista dopo l’8 settembre del 1943 fra la fedeltà a una chiamata spirituale e l’impellente necessità di essere partecipi dell’evento storico e unico della Resistenza dalla parte di coloro che lottano per alti ideali di giustizia.
Nel personaggio principale si colgono i riflessi dell’autore, dell’esperienza maturata nel periodo, ma il romanzo non può essere considerato autobiografico (il protagonista è di fantasia, il paese natale e di residenza non è Vescovato, la vicenda stessa e la sua conclusione sono frutto di creatività), bensì il risultato di una scelta travagliata che in coerenza a essa segnerà il percorso terreno di Don Luisito Bianchi fino alla morte.
Vi può essere una giustizia divina, nel “dopo”, senza che esista anche una giustizia terrena? Un sacerdote può conciliare la dedizione spirituale, astraendosi dal mondo, come un pastore che non corre a difendere il suo gregge quando questo viene assalito dal lupo?
E così un ingresso in seminario di un ragazzino, avvenuto senza ponderazione, quasi per gioco, è l’occasione per la ricerca di un’autentica vocazione costellata da dubbi, da ripensamenti, e questo in uno dei periodi più tragici della nostra storia, quello che va dalla vigilia della seconda guerra mondiale fino alla Liberazione.
La descrizione della vita in seminario è quella di una scuola militare, dove la forma prevale sulla sostanza, ma l’ironia dell’autore tende a smussare gli spigoli, a  non rendere monotematica e arida la narrazione, con una levità encomiabile. E ai tempi bui, quali quelli della guerra, prima incombente e che poi esplode in tutta la sua drammaticità,  l’autore contrappone splendide descrizioni della natura, con pagine di autentica elevata prosa poetica. Non c’è un personaggio fuori posto e per tutti, nessuno escluso, si respira una vena di commossa simpatia.
Non mancano i turbamenti dell’età adolescenziale, che appaiono del tutto naturali come sono l’attrazione per il bianco collo delle ragazze, per i capelli, per il loro modo di parlare, non molti accenni, ma tali da non passare inosservati, pur se trattati in punta di penna.
Così, pagina dopo pagina, assistiamo alla maturazione del protagonista, al suo atroce travaglio interiore fra dedicarsi solo a Dio o imbracciare un’arma andando fra i partigiani, e come in una sinfonia, il crescendo, soprattutto finale, rende in modo splendido la tensione che corre sotto quella veste nera, fino a quando, più per reazione istintiva a un atto di violenza gratuita che per completa convinzione, prenderà la decisione, e qui la narrazione è così intensa e sublime che ho ultimato la lettura con le lacrime agli occhi.
Non aggiungo altro, perché cosa si può dire ancora di un’opera d’arte che parla di per se stessa, che scende poco a poco nell’animo e si trova un angolino, piccolo, ma strategico, accanto al cuore?  
Ci mancherà Luisito Bianchi, e a me mancherà moltissimo, ma resta il ricordo e, soprattutto, oltre a un esempio di vita basata sulla gratuità, rimarranno le pagine dei suoi libri, di cui questo è l’ultimo, ma solo in ordine di tempo, perché quanto a qualità, a contenuti e a piacevolezza non è certo inferiore a La messa dell’uomo disarmato, e per chi ha apprezzato questo capolavoro dico solo che queste due opere sono fra le poche, in ambito letterario, capaci di scuotere le coscienze infondendo tuttavia un senso di profonda serenità.

Luisito Bianchi è nato a Vescovato (Cremona) nel 1927, è stato ordinato sacerdote nel 1950 ed è morto nel 2012. Con Sironi ha pubblicato il capolavoro La messa dell’uomo disarmato (2002), Come un atomo sulla bilancia (2005), I miei amici. Diari (2008), Le quattro stagioni di un vecchio lunario (2010).
Renzo Montagnoli

 

16/5/2013

La mia vita davanti
di Silvia Verdoliva

Introduzione di Vincenzo Aiello
In copertina: Lo spartito, Marco Verdoliva ©

Edizioni Creativa
www.edizionicreativa.it

Poesia
Collana Versi Creativi
 

Il punto della situazione

Si arriva sempre a una certa età della vita in cui si rende necessario fare il punto della situazione, volgersi all’indietro cercando ciò che di positivo e di negativo c’è stato, insomma un bilancio della vita che serve poi per poter guardare in avanti, cercando magari di dare una svolta alla propria esistenza. Normalmente ciò accade quando si è un po’ avanti negli anni, quando si è nell’autunno della propria vita; più raro è che capiti prima, nel corso di quella primavera che è la gioventù e che ci illudiamo possa essere eterna. E’ questo il caso di Silvia Verdoliva che con La mia vita davanti ripercorre il suo cammino nell’arco dei primi trent’anni, un periodo certamente non lungo, ma a ben guardare denso di avvenimenti e su cui tornare poeticamente ha il significato di ravvivare un passato per dare slancio al futuro.
E così è un fluire di sensazioni, di osservazioni che inconsapevolmente, in quanto esperienza, hanno condotto Silvia Verdoliva, attraverso un mare a volte tempestoso, altre più calmo e amico, all’attuale approdo, ma non punto d’arrivo, bensì di partenza per una nuova navigazione su altre basi e verso mete nuove.
E’ una poesia intimistica, non di rado metaforica, ma non per questo poco comprensibile, è una voce che s’alza lieve e che a lungo, con la sua eco, resta, avvolge, chiede solo d’essere ascoltata.
Ed è la memoria una sorta di rimpianto per un mondo perduto e che mai ritornerà, e allora il ricordo si colora, si anima, a rincuorare, a svelenire la malinconia, come in Voglio tornare a casa, dedicata alla nonna (Voglio tornare a casa, / Lì dove il gioco è pulito di fango / ed il riso / sa ancora di terra. / Voglio tornare a casa. / L’ la strada ha il sapore del pane / e l’acqua… vien giù sì, ma sa ancora di mare. /…), una felice scelta creativa che offre efficacemente l’immagine di quello che era un rifugio sicuro. Ci sono poi le stagioni, mitizzate, come un periodo in cui queste erano vissute come sogno, oppure è oggi che sono ricordate come in sogno (Da L’estate altrove - …/ Pur a volte / Mi pare / Di capire / Che presto tornerà, /  Con  suoi fuochi e paglie / Col mio mare assente / Di barche / E di presagi. /….).
E così, fra le difficoltà di una vita, la perdita di un amore che si credeva eterno, Silvia ripercorre il passato, esamina, scruta, ma soprattutto si rende conto di come il suo futuro non possa che essere basato sull’Amore, l’unico autentico sentimento che consente di vivere.
Questa silloge, scritta in versi liberi, è nel complesso ben strutturata, frutto anche di un’analisi attenta dello stile di poeti affermati, e porta alla luce una voce nuova, il cui talento è suscettibile di futuri sviluppi, che mi portano a dire che sentiremo ancora parlare di Silvia Verdoliva, il cui esordio sulla carta stampata è senz’altro positivo e confortante.

 Silvia Verdoliva Nel 2010 la poesia “Poeta in piena” è stata inserita nell’Antologia “Il Federiciano” edita da Aletti Editore. Da allora, la poesia ha investito appieno la sua vita ed oggi ne è parte indissolubile.
Negli ultimi due anni diverse sono state le partecipazioni a concorsi e le inserzioni in antologie. Nel 2011 è inserita sempre nell’Antologia “Il Federiciano” la poesia “Lo Spartito”, inno alla vita nuova attraverso la poetica della caduta. Nel 2012 in “Dedicato a… poesie per ricordare vol. 10” di Aletti Editore viene pubblicata l’opera nostalgica “A voi”, mentre l’originale “Neve… di nuovo” riceve la segnalazione al Premio Letterario “Il Sentiero dell’anima”.
Al Concorso “Il Club dei Poeti 2012” l’opera “Voglio tornare a casa”, tra le più belle sino ad ora scritte e per il pubblico e per la critica, si classifica al nono posto e nel contempo è pubblicata in “Pagine da Cefalù- V Premio letterario Domenico Portera”.
 Alla sua prima silloge dal titolo “Sdrucciolevoli pensier”- che raccoglie i primi tredici componimenti scritti- la Giuria del “Premio Internazionale Castrovillari - Pollino 2012” assegna il terzo posto.
Tutte le poesie, dal 2007 al 2012, sono racchiuse oggi nella raccolta “La mia vita davanti” edita da Edizioni Creativa.
Renzo Montagnoli

 

12/5/2013

Julie Otsuka

Venivamo tutte per mare 2012

Titolo originale The Buddha in the Attic

Ed. Bollati Boringhieri
Romanzo

Di loro alcuni lasciarono un nome,
che ancora è ricordato con lode.
Di altri non sussiste memoria;
svanirono come se non fossero esistiti;
furono come se non fossero mai stati,
loro e i loro figli dopo di essi.
Siracide 44, 8-

Il tetto si è bruciato
ora
posso vedere la luna.
Mizuta Masahide

Venivamo tutte per mare di Julie Otsuka narra la prima immigrazione giapponese negli Stati Uniti, è un libro toccante intessuto da una scrittura mirabile: lieve, armonica, musicale ed emozionante.
Come ebbe a scrivere un critico è come un sussurro che accarezza ed ipnotizza e come dichiara la stessa autrice è una storia corale di migliaia di giovani donne giapponesi - le cosiddette “ spose in fotografia”-che andarono in America agli inizi del Novecento.
Giovani sacrificate e dalle famiglie originarie per togliersi il fardello della dote per sposarle e per avere una bocca in meno da sfamare e dai futuri mariti che le sfruttarono senza alcun cedimento emozionale.
Come tante emigrazioni dolorose ma nello stesso tempo piene di aspettative, il racconto inizia dal viaggio per mare di queste fanciulle sprovvedute ed ingenue, tra le mani hanno la foto dei futuri mariti, istantanee di giovani che poi in realtà erano o vecchi o laidi ed insensibili e d’aspetto tutt’altro che gradevole. L’approdo e l’adattamento in terra straniera tra le grinfie di uno sconosciuto sarà spesso devastante: una schiavitù fisica e morale dura da sopportare se non con estrema rassegnazione e profonda sofferenza.
Senza retorica o spinte sentimentali come l’occasione imporrebbe, l’autrice ci accosta ad un mondo femminile, quello orientale,(ma l’animo femminile ha connotazioni etniche?) così dedito alla abnegazione di se stesse e dei propri desideri più intimi da colpire al cuore il lettore, in uno stile delicato e scevro da sovrabbondanti aggettivazioni.
Si dipanano storie collettive, narrate in prima persona plurale, dolenti, non prive, a volte, di piccole e brevi speranze, intessute di sentimenti e stati d’animo: paura, incertezza, dolore, sofferenza, nostalgia… Acuta la delusione per essere state ingannate, ogni promessa della terra promessa si rivela infondata e l’amore sognato infranto da una realtà miserevole e squallida
. La
fatica fisica fino all’estremo, la sottomissione all’uomo fino all’annullamento di sé fanno di queste giovani vittime sacrificali, immolate in nome di una più prospera e migliore condizione di vita. Se i mariti avessero detto la verità nelle loro lettere - non erano mercanti di seta, ma raccoglitori di frutta, non vivevano in grandi case con molte stanze, ma sotto una tenda o dentro un granaio o all’aperto, nei campi, sotto il sole e le stelle - non sarebbero mai venute in America a fare i lavori che nessun americano rispettabile voleva fare. Avevano la schiena forte e le mani agili, resistenti e disciplinati e dal carattere docile: la migliore razza di lavoratori che l’America avesse!  Alcune avevano lasciato in patria anche dei figli e il rimpianto di essi mordeva l’animo… ”Sulla nave non potevamo immaginare che avremmo sognato nostra figlia ogni notte fino al giorno della nostra morte, e nel sogno avrebbe sempre avuto tre anni come l’ultima volta che l’avevamo vista: una figura minuscola con un kimono rosso scuro accovacciata ai margini di una pozzanghera, incantata  davanti a un’ape morta che galleggiava sull’acqua! E nei ricordi nostalgici e nella fatiche e nelle umiliazioni quotidiane si consumano intere esistenze, nutrendo la speranza vana che qualcuno si accorgesse di loro e le liberasse, e molte di loro immaginavano di ritornare in Giappone. E in Giappone ritorneranno tanti giapponesi, maschi, trasferimenti di massa, evacuazione d tutti gli stranieri nemici dalla costa, al grido Rimandiamoli da Tojo! dopo l’attacco di Pearl Harbor. La narrazione del libro arriva fino agli anni’40 quando le generazioni dopo si sono americanizzate sfuggendo sempre più alle consuetudini dei loro padri e si sono conformate alla lingua e alla società statunitensi.    

Il pregio artistico di questo libro è nel descrivere una realtà dolorosa, a tratti spregevole,  in una lingua talmente bella da farsi arte e l’arte trasfigurare la realtà ed elevarla a dignità.                                                                                                                                                         

Julie Otsuka è nata in California. Si è laureata in Belle Arti alla Yale University e ha conseguito un Master of Fine Arts alla Columbia University. E’ anche pittrice. Oggi vive e lavora a New York. Il suo primo romanzo, When the Emperor Was Divine (2002), dopo aver scalato le classifiche con duecentosessantamila copie vendute negli Stati Uniti, è considerato un classico contemporaneo: con questo libro, unanimamente giudicato dalla critica un capolavoro. Julie Otsuka ha vinto l’Asian American Literary Award, l’American Library Association Alex Award e una Guggenheim Fellowship.
Arcangela Cammalleri


La volpe, la maschera e…altre favole di Fedro
di Lorenzo Montanari

Progetto grafico e copertina di Monica Frassine
Illustrazioni di Cristina Silingardi

Editrice La Scuola
www.lascuola.it
Narrativa per ragazzi

Le Fabulae ri-raccontate

È un eccellente lavoro questo di Lorenzo Montanari, in quanto riporta all’attenzione, non solo dei bambini, ma anche degli adulti, le famose Fabulae di Caio Giulio Fedro, vissuto fra la fine dell’ultimo secolo a.C. e la metà del primo secolo d.C., epoca quindi particolare che vide imperatori quali Augusto e Tiberio. Non tutto ci è pervenuto della produzione di questo favolista, che trae ispirazione dal grande Esopo, ma con una più completa proprietà letteraria, raccontando con versi senari, senza tuttavia perdere di vista la semplicità dello stile volto a dare immediatezza al concetto esposto.
Montanari, che è un bravo traduttore dal latino (ricordo al riguardo La guerra gallica e La guerra civile, di Giulio Cesare, già oggetto di mie recensioni), nel proporci le favole di Fedro, ce le ri-racconta con un linguaggio più adatto ai giorni nostri e anche con un adattamento più idoneo per essere comprese nel loro effettivo significato dai bambini.
Il ricorso alla metafora è d’obbligo e Fedro qui eccelle nel porgerci le sue creazioni, a volte brevissime, ma sempre precedute o seguite da  sue riflessioni, che si concretizzano in un rapido giudizio morale.
I difetti degli uomini sono quasi sempre portati alla luce da animali, scelti non a caso in base alle loro caratteristiche che ben si adattano alla vicenda, e se le bestie-personaggi fanno sorridere, è però altrettanto vero che riconoscere nel loro comportamento eventuali nostri difetti ci induce maggiormente a meditare, magari a una riflessione volta, almeno nelle intenzioni, a sanarli.
Comunque, credo che più delle mie parole valga l’esempio e allora di seguito ne riporto una, breve e famosa: La montagna partorisce un topolino:
“ Una montagna stava per partorire e, per questo, lanciava grida altissime. Giù, sulle pianure, l’attesa era febbrile. Ma dopo tanti lamenti, urla, tremiti della terra…alla fine, venne fuori solo un allegro topolino. Tutto qui!

Questa favoletta l’ho scritta per tutti quegli uomini che, pur facendo un gran baccano con urla e minacce, non cavano fuori un bel niente dal loro assurdo e prepotente mettersi in mostra.”  

Come avrete capito l’intento didascalico è precipuo, ma non è sterile insegnamento, bensì è  finalizzato a un piacevole apprendimento che nell’antica Roma non era riservato solo ai bimbi, ma soprattutto agli adulti. Visti i tempi che corrono credo proprio che anche questo libro debba essere letto da non pochi uomini, soprattutto quelli che reggono le sorti del paese, nella speranza che un’improvvisa, quanto mai necessaria illuminazione, li faccia ravvedere.
In ogni caso la lettura non potrà che risultare piacevole e senz’altro educativa, a conferma dell’antico concetto secondo il quale ciò che si studia con divertimento si apprende meglio.

Lorenzo Montanari (Castelfranco Emilia 09/04/1973), laureato in Lettere ad indirizzo Filologico presso l’Università di Bologna, è docente di Lettere di ruolo nella Scuola Secondaria e dottore di ricerca in Filologia, dove ha anche ricoperto incarichi sia come professore a contratto (per le cattedre di Grammatica Latina e Didattica del Latino) sia come formatore SSIS. Ha, inoltre, tenuto incontri di aggiornamento nelle scuole. È autore di edizioni di classici latini (ha curato tutte le opere di Cesare presso l’editore Barbera e un’antologia di Quintiliano presso Cappelli) e di testi scolastici tra i quali la collana «Nero su Bianco», dedicata alle abilità di scrittura nel biennio della Secondaria di Secondo Grado. Per l’editore «La Scuola», nella collana di Varia «Orso Blu», ha pubblicato, nel 2011, «Pronto soccorso dell’Italiano. Ortografia, punteggiatura, congiuntivo».

Elenco delle pubblicazioni

· A. Giordano Rampioni, L. Giancarli, L. Montanari, S.P.Q.R. – Alla scoperta delle parole e della quotidianità di Roma antica, Cappelli Editore, Bologna 2006. [ISBN: 9788837925062]

· Giulio Cesare, La guerra gallica, introduzione di G. Cipriani e G. M. Masselli, nuova traduzione e note di L. Montanari, Barbera Editore, Siena 2006.

· L. Montanari, Poesie d’amore, Laboratorio di Poesia e di Scrittura Creativa, scheda documentata della tesi di specializzazione in: C. Bertacchini – M. R. Fontana (a cura di), L’insegnante di qualità, vol. 2, CLUEB, Bologna 2006, pp. 197-208. [ISBN: 9788849124668]

· L. Giancarli, L. Montanari, Quintiliano – La scuola a Roma e il modello di oratore-cittadino, Antologia da: Institutio Oratoria, Cappelli Editore, Bologna 2007. [ISBN: 9788837911171]

· autore delle pagine di vita quotidiana e cultura romana nelle riviste Audelescens e Iuvenis (Eli Editore) per l’anno scolastico 2007-2008.

· Giulio Cesare, La guerra civile, introduzione di G. Cipriani e G. M. Masselli (con un saggio di Federica Introna), nuova traduzione e note di L. Montanari, Barbera Editore, Siena 2008.

· L. Montanari, Esercizi di ortografia, punteggiatura e logica della frase, Cappelli Editore, Bologna 2008. [ISBN: 9788837911355]

· L. Reggiani - L. Montanari, Analisi sintattica con esercizi di potenziamento lessicale, Cappelli Editore, Bologna 2008. [ISBN: 9788837911362]

· P. Bollini - A. Ghiretti - A. Grillini - L. Montanari - B. Nanni - L. Reggiani - N. Paggetti, Esercizi di scrittura funzionale. Dal riassunto al saggio breve, Cappelli Editore, Bologna 2008. [ISBN: 9788837911379]

· autore delle sezioni dedicate a Sallustio e a Tacito nell’antologia scolastica: Anna Giordano Rampioni, Canone in versi e in prosa, Cappelli Editore, Bologna 2008. [ISBN: 9788837911386]

· articolo: L. Montanari, Un’occasione (forse) perduta. Una proposta per la Secondaria di primo grado, in Anna Giordano Rampioni, Manuale per l’insegnamento del latino, Pàtron Editore, Bologna 2010. [ISBN: 9788855530873]

· L. Montanari, Ortopunzione, Cappelli Editore / La Scuola, Brescia 2011. [ISBN: 9788837912093]

· L. Montanari, Pronto soccorso dell’italiano, La Scuola, Brescia 2011. [ISBN: 9788835026839]

· Giulio Cesare, La guerra gallica, traduzione e note di L. Montanari, Rusconi, Rimini 2011. [ISBN: 9788818027488]

· Giulio Cesare, La guerra civile, traduzione e note di L. Montanari, Rusconi, Rimini 2011. [ISBN: 9788818027938]

· L. Azzoni, B. Nanni, L. Montanari, G. Carbone, Ratio. Un metodo per il latino (volumi 1 e 2), Laterza, Roma-Bari 2012. [ISBN: 9788842110170 e 9788842110385]
Renzo Montagnoli

 

8/5/2013

Nelle falesie dell’anima
o delle umane emozioni

di Gavino Puggioni

Prefazioni di Luca Foddai e Danila Oppio
Il disegno di copertina è di Debora Cabboi

Edito in proprio
Poesia

Il libro potrà essere ordinato direttamente all’indirizzo email dell’autore: puggioni.gavino@tiscali.it al costo di euro 13. L’autore sarà felice di inviarvelo, se lo desiderate, con una dedica personalizzata.

Un messaggio di speranza

“…Apritela quella porta! / la Terra è nostra / vogliamo viverla!”

Autore prolifico (in dieci anni questa è la sua quinta raccolta pubblicata), Gavino Puggioni tuttavia non sacrifica la qualità alla quantità, tutto volto a cercare dentro di sé gli anfratti più nascosti della propria anima.
Anche questo Nelle falesie dell’anima, sottotitolato o delle umane emozioni, si inserisce in un quadro generale in cui il poeta sardo procede nella sua analisi introspettiva non isolandosi, ma correlandosi con il mondo che ci circonda. E in questo contesto mai viene a mancare l’impegno civile volto al miglioramento dell’umanità, evidenziando le tante, per non dire troppe incongruenze che la caratterizzano e che si manifestano con diffuse ingiustizie e prepotenze e vessazioni sui più deboli, in primis i bambini, a cui è indispensabile dare un chiaro senso di speranza, affinché per loro ci sia un futuro che non sia la triste e crudele ripetizione del passato. Non è quindi un caso se la prima poesia della raccolta è Il bambino con la chiave, un piccolo che gira ovunque tenendo fra le mani la chiave simbolica che può spalancare la porta su un mondo diverso, senza più soprusi e più equo.
Tuttavia sarebbe riduttivo solo evidenziare l’aspetto civile di questa poesia, perché la raccolta è piuttosto corposa ed è composta da più sillogi con le quali vengono fatte emergere all’occhio del lettore appunto le umane emozioni dell’autore, passando dalla forza inusuale del silenzio ai malinconici versi delle liriche che compongono “E si fa sera” , come in Ho sotterrato pietre, oppure in Ho quasi finito.
Sono poesie che si propongono quasi con pudore, che chiedono, non pretendono l’attenzione, così che il lettore è da subito ben disposto ad accogliere questi flussi di emozioni, a partecipare ai sentimenti dell’autore, il che consente di meglio assaporare lo scorrere fluido delle parole, con una comprensione del significato pressoché immediata. Poesia semplice, si potrebbe dire, ma esprimere concetti spesso profondi in modo del tutto intelligibile non è da tutti e quindi questo è un altro merito dell’autore.
E per quanto Puggioni con questi versi non nasconda un’amarezza di fondo per come gira il mondo, tanto è il suo desiderio che prenda a girare finalmente per il verso giusto, fra le pieghe lascia comunque intravvedere una esile, ma indomita speranza. Facciamola pure nostra e forse così il bambino riuscirà con la chiave ad aprire quella porta.
Da leggere, senz’altro.

Gavino Puggioni è nato a Porto Torres, ma dall’età di dodici anni risiede a Sassari.

Scrive dal 1957 poesie e racconti brevi.

Ha collaborato per l'Editrice Musicale Letteraria Il sole d’oro di Genova.

Nel 2003, per Magnum Edizioni – Sassari, pubblica Finagliosu, racconti e ricordi dell'infanzia, e nel 2004, dà alle stampe L’arcobaleno in giardino, sua prima raccolta di poesie.

Nel 2007, con lo stesso editore, pubblica Nel silenzio dei rumori, poesia, piccola prosa e favole dedicate ai bambini.

Nel gennaio 2011 viene pubblicato il suo più recente impegno poetico, nella silloge Le nuvole non hanno lacrime, edito da Edizioni Il Foglio, di Piombino.

Ha collaborato al quindicinale di politica e cultura Il Sassarese diretto da Enrico Porqueddu e alla rivista di cultura La Frisaia, diretta da Gianni Sini

Ha partecipato a numerosi concorsi letterari nazionali ed internazionali di Poesia, ottenendo lusinghieri risultati.

Le sue poesie sono un compendio di ricordi ma anche di visioni attuali, su un mondo dove pare che l’indifferenza regni sovrana e, puntando uno sguardo al futuro, si legge la preoccupazione per le nuove generazioni, perché possano vivere su una Terra priva di guerre e di dolore, colma di pace e armonia. Un affidamento totale alla Speranza, ultima dea.

Poesie e piccole prose rivelano i battiti del cuore e dell’anima di un uomo che ama, che esalta e difende l’amore per tutti, in particolare per i bambini di tutto il mondo, ai quali dedica delicate e sofferte poesie.

In questa silloge emerge evidente lo spirito del poeta, dai forti sentimenti umanitari e da un amore sviscerato per la sua Terra, per la natura e per l’intera umanità.
Renzo Montagnoli

 

5/5/2013

Il trono d’oro

di Marco Salvador

Edizioni Piemme
www.edizpiemme.it
Narrativa romanzo
 

La riunificazione di due Principati

Non basta gridare contro le tenebre, bisogna accendere una luce.” (S.Nilo)

Marco Salvador, dopo tre romanzi storici, tutti editi da Piemme (La palude degli eroi, L’erede degli Dei e Il sentiero dell’onore), in cui ha narrato splendidamente della dinastia con capostipite Ezzelino da Romano, con questo libro ritorna ai suoi Longobardi, di cui ha scritto una riuscitissima e apprezzata trilogia, pure pubblicata da Piemme (Il Longobardo, La vendetta del Longobardo, L’ultimo Longobardo). Appare quindi evidente che lo scrittore pordenonese ha una spiccata preferenza per questo popolo di origine germanica che, fra il VI e l’VIII secolo occupò gran parte dell’Italia fino a quando non fu sconfitto da Carlo Magno che finì con il porre fine al loro dominio, almeno nell’Italia settentrionale, perché in quella meridionale, in quella che fu chiamata la Langobardia  Minor, restarono indipendenti il Principato di Salerno e quello di Capua.
In Il trono d’oro si narra appunto di questi due stati longobardi e della loro riunificazione nell’unico signore Pandolfo Capodiferro. La vicenda di per sé sarebbe intricata, fra guerre con i bizantini, tradimenti, colpi di mano e se raccontata in prima persona da Pandolfo, principe di Capua, potrebbe forse risultare meno interessante, ma Salvador ha avuto un’idea felicissima, inventando un personaggio, Teofilo, greco di Palermo fuggito dagli arabi per non essere giustiziato, salvato dai longobardi e che in breve diventerà un consigliere onesto e fidato e che tanto contribuirà con la sua opera alla riunificazione.
Tuttavia, il predetto Teofilo non è un personaggio di comodo, non è solo un artificio per narrare la storia, perché - e qui è tanto il merito dell’autore pordenonese -  assume una veste propria nel non breve passaggio dalla condizione  di fuggiasco a quella di elemento di spicco della corte di Capua, in un processo di maturazione e di formazione che finisce con il diventare un’altra storia nella storia.
La mano di Salvador non è mai greve, ma segue passo passo la sua creatura, di cui svela poco a poco i tanti pregi e i pochi difetti, e in questa ascesa sociale è costante la presenza di una virtù a cui Salvador, a ragione, tiene tanto: l’onore.
E non è un onore retorico, è l’impegno con tutte le proprie forze per mantener fede alla parola data, per mai venir meno, costi quel che costi, a un’onestà intellettuale che si sposa con una ferma coerenza. Teofilo ha questa virtù e saprà sempre dimostrarla, anche in un gioco complesso e pericoloso quale è il tentativo di riunire due stati sotto un unico scettro.Scritto, come al solito, in un italiano più che corretto, con una perfetta definizione dei personaggi e con un’ambientazione in cui volentieri ci si immerge, Il trono d’oro è un romanzo a dir poco stupendo.

Marco Salvador è nato a San Lorenzo, in provincia di Pordenone, nella casa in cui vive tutt’oggi. Ricercatore storico, per professione e per passione, con un interesse particolare per il Medioevo, ha pubblicato numerosi saggi sulle comunità rurali nel medioevo e sulle giurisdizioni feudali minori. Inoltre ha scritto i romanzi: Il longobardo (Piemme, 1^ Edizione 2004, 2^ Edizione 2008), La vendetta del longobardo (Piemme, 2005), L’ultimo longobardo (Piemme, 2006), La casa del quarto comandamento (Fernandel, 2004), Il maestro di giustizia (Fernandel, 2007), La palude degli eroi (Piemme, 2009), L’Erede degli Dei (Piemme, 2010) e Il sentiero dell’onore (Piemme, 2012).
Renzo Montagnoli

 

27/4/2013

ANDREA DE CARLO

VILLA METAPHORA

ROMANZO BOMPIANI 2012

(Cartello azzurro  appeso sulla terrazza di Villa Metaphora con scritto a caratteri gialli in italiano inglese francese tedesco)

Lascia qui il rumore del mondo, per tornare al suono dei tuoi pensieri.

E’ il paradiso terrestre o l’inferno dantesco?

Come mettere delle persone in un’isola vulcanica, Tari, all’estremità del mediterraneo meridionale  e farle interagire tra di loro e tra la natura selvaggia e i suoi elementi scatenanti: uno psicodramma  con finale catastrofico.

Andrea De Carlo in questo suo ultimo romanzo supera gli altri suoi scritti e se stesso, si confronta con un’opera monumentale, 920 pagine infuse di scibile ed esperienze letterarie notevoli.

Siamo in un resort esclusivo, Villa Metaphora,  sospeso tra le rocce,   unica via d’accesso e di fuga il mare,  riservato ad una clientela altamente qualificata e selezionata con  14 personaggi che prefigurano altrettanti tipi, caratteri ed entità ben definite. In ordine di apparizione, Lara Laremi, giovane scenografa italo-irlandese al seguito della star Lynn Lou Shaw, dal precario equilibrio psichico, durante una sospensione del film che sta girando la diva, l’isola le appare come  un esilio temporaneo, offerto dalla circostanze, per provare a dimenticare quello che c’era prima, guardare altrove. L’architetto di successo e di fama internazionale, Gianluca Perusato, l’artefice della ristrutturazione ex novo di Villa Metaphora, appartenuta al barone Canistraterranonché proprietario; veleggiando tra le isole del mediterraneo meridionale  con amici e affittando dammusi imbiancati di calce, in testa gli girava l’idea di creare un piccolo resort incastonato come un gioiello nella roccia, davanti al grandioso spettacolo della natura. E dopo 5 anni di lavori e dissanguamento senza fine di capitali, si trova a curare i mille dettagli indispensabili per portare la Villa allo standard di eccellenza assoluta per essere un luogo di vacanza privilegiato per persone privilegiate. Il raffinato architetto aveva progettato un soft opening, un’apertura graduale con pochi ospiti per rodare  con calma la struttura e portarla gradualmente a pieno regime. Ma per un insieme assurdo di coincidenze sono arrivate due prenotazioni irrepetibili a cui non  può dire di no. Lucia Moscatigno è la giovane bruna e formosa tarese, assistente manager  e amante dell’architetto. La coppia americana Shaw-Neckhart, costituita dalla star delirio delle folle, impasticcata e alcolizzata, capricciosa e volubile e  il marito Brian guru della LifeSolving tm, risolve i problemi interpersonale, su qualunque scala, ma è impotente alle intemperanze dementi della moglie. La gentile coppia d’altri tempi Tiziana e Giulio Cobanni,  raffinata e adusa a comportamenti molto formali e controllati. Paolo Zacomel, ex studente universitario, convertitosi allo stato di natura, in un’inconscia adesione letterale al mito del buon selvaggio, vive isolato tra le rocce, in un atteggiamento da primitivista settecentesco, alla ricerca di legno per ricavarne mobili di estrosa e pregiata fattura per Villa Metaphora. Di giorno vive all’aria aperta intento ad attività puramente concrete, la sera si dedica alla lettura di Čechov. Carmine Alcuanti tarese, cugino di Lucia,  marinaio e tuttofare nella Villa, è una forza belluina della natura, un tutt’uno con il paesaggio rupestre e selvaggio dell’isola: adoratore incondizionato della Dea Lynn Lou Shaw,  un’apparizione da venerare, in un servilismo da idolatra si presta a tutte le richieste bislacche della diva americana. Simone Poulanc, la snob francese  con la puzza sotto il naso, sotto le mentite spoglie di turista di lusso, devota della vacanza status symbol si nasconde la  giornalista  tagliente e dalla penna corrosiva, venuta sull’isola per saggiare ed eventualmente stroncare il resort. I coniugi tedeschi Brigitte e Werner Reitt, fuggiti da Francoforte precipitosamente, lui banchiere di altissimo profilo internazionale, a seguito di uno scandalo deve sparire agli occhi del pubblico e dei mass media fino all’evolversi degli eventi. Pur nella caduta umana e morale anche nei momenti peggiori egli si è sempre attenuto rigorosamente al terzo imperativo categorico di Kant, Agisci in modo che la tua volontà possa istituire una legislazione universale.  IL cuoco spagnolo Ramiro Juarez e il suo assistente, nativo del luogo Federico. Ramiro è l’astro nascente della cucina tecno-emotiva la cui preparazione dei piatti  deve lasciare in uno stato di semi-insoddisfazione: come se si sfiorasse la grazia e nello stesso istante la si perdesse. Comparirà  anche l’assistente del banchiere tedesco Mathias Baumgartner e  irromperà  potremmo dire di straforo,  il politico, l’onorevole-disonorevole  Piero Gomi, esemplare della politica italiana tanto vituperata e messa alla berlina dai cittadini. Infine come comparse completano il quadro umano le due cameriere dell’isola Amalia e Teresa,  due apparizioni solo fulminee ( un fotografo e un pilota di elicottero) e una comitiva di volgari e parvenu russi.

La trama ruota intorno ai personaggi ciascuno con il suo ruolo ben costruito, i cui caratteri rappresentano altrettante sfaccettature umane, modelli che si replicano universalmente; il quadro che si compone è quello della società contemporanea con tutti i suoi aspetti contraddittori. Ciascuno parla e pensa secondo la sua collocazione sociale e il suo retroterra culturale, per cui i registri linguistici sono tanti ed aderenti come una seconda pelle ad ciascuno dei protagonisti della vicenda. A volte è una sovrapposizione furiosa di lingue, accenti, registri, opinioni, intenzioni, convinzioni. Soliloqui o monologhi interiori, estremamente sprezzanti come sputi, venati di autoreferenzialità  o  autogiustificazionismo. E per non farsi mancare nulla De Carlo si inventa la lingua tarese, parlata a Bonarbor, il paesino sotto le pendici del vulcano La Muntagna Matri, un idioma non scritto, senza una grammatica codificata, una contaminatio linguistica quale risultante  delle molteplici invasioni e dominazioni sull’isola, una fusione di : latino, spagnolo, inglese, francese, perfino portoghese. 

Eppure in questo paesaggio magnifico la cui vista  sulle rocce scoscese e sul mare sconfinato moltiplica in un lampo il senso di distanza dal mondo, altri scenari umani e naturali complicheranno e trasformeranno il corso degli eventi, tutta una serie di circostanze quanto mai orchestrata sovvertirà quella che doveva essere una vacanza rilassante e fuori da ogni luogo comune. Riflessioni filosofiche, considerazioni, morali, invettive pedestri, credenze popolari e superstizioni ataviche e locali sono la trama dell tessuto narrativo, alto e squisito linguaggio si alterna ad espressioni scurrili e volgari. Un’altra commedia umana? Con risvolti tragici? Il pregio di Andrea De Carlo è quello di essere come un grande direttore d’orchestra dove ogni singolo strumento suona alla perfezione e tutti si armonizzano come una musica non dissonante, ma espressione di ogni sensazione umana. La visione d’insieme è un’apocalittica rappresentazione dei nostri tempi, uno sfracello totalizzante di costumi morali, un deterioramento progressivo che porterà, se non ci ha già portato ad una mutazione genetica, mentale e comportamentale. Una della conseguenze  della nostra società multimediale, è la perdita di valore delle parole. In altri tempi si poteva assurgere a grandi ruoli o essere uccisi per quello che si diceva, oggi, per lo meno nel mondo occidentale,  chiunque può dire e ritrattare quello che gli pare, -basta guardare i politici- e nessuno si sognerà di rimproverarglielo per più di cinque minuti. Nessuno se ne ricorderà, soprattutto. Le parole sono strumenti usa-e-getta: il tempo di pronunciarle, e appena ottenuto lo scopo si buttano via. Forse perché mutuando  quello che diceva Friedrich Nietzsche, i pensieri sono le ombre delle nostre sensazioni e perché le parole a loro volta non sono che le ombre dei nostri pensieri?

Un libro con tratti ironici, drammatici e avvincenti che non necessità di una lettura continua, si può tralasciare, riprendere in più tempi e non si perde né il corso dei fatti né il senso di quello che si legge perché ha molteplici interpretazioni quante o perlomeno molte dell’animo umano.

 Andrea De Carlo è nato a Milano. Ha scritto Treno di panna, Uccelli da gabbia e da voliera, Macno, Yucatan, Due di due, Tecniche di seduzione, Arcodamore, Uto, Di noi tre, Nel momento, Pura vita,  I veri nomi, Giro di vento, Mare delle verità, Durante, Leielui. I suoi romanzi sono tradotti in 26 paesi.
Arcangela Cammalleri

 

23/4/2013

Frammenti di sale
di Mariangela De Togni

Foto della copertina: dalle Vedrette di Ries
di Alessandro Ramberti

Fara Editore
www.faraeditore.it

Poesia
Collana Sia cosa che
 

Mistico abbandono

C’è una spiritualità soffusa nelle liriche che compongono questa silloge, un’ascesi che si concretizza in un abbandono mistico frutto di interazione con il Creato, un afflato spontaneamente riflesso in chi vi si considera solo umile parte, senza pregiudizi, né animo di prevaricazione.
In fondo nella natura, che ci comprende, possiamo sempre ritrovare, purché lo vogliamo, quell’energia trascendente, quel senso dell’immenso da cui la frenesia collettiva di una vita irrazionale ci allontana sempre di più.
Chi si aspettasse da una suora poesie prettamente religiose non potrà che restare deluso, per quanto l’impregnante spiritualità, la continua meraviglia che sgorga dalla penetrazione nella natura assurgono inevitabilmente a una profonda devozione per Chi ha creato questa meraviglia. E le parole fluiscono armoniose, si susseguono, si concatenano intrise di stupore, dando luogo a un’atmosfera sospesa che avvince e convince il lettore. Sembra che sia l’anima a parlare, a raccordarci con lo spirito immenso della natura, un’energia inesauribile da cui è piacevole farsi travolgere.
Ma ci sono anche riflessioni esistenziali, stacchi da quella trascendenza a cui ci si volge, pur tuttavia misurati, constatazioni che acquisiscono consapevolezza sul chi siamo, da dove veniamo e dove andiamo, come in Beduini dell’eterno (Vestiti di foschia / come fantasmi d’una carovana / di sabbia siamo / anche noi. / Beduini dell’eterno / accampati / sotto le tende / della vita. / E attendiamo. / Che la stella ricompaia / nella notte / a guidarci sulla pista / del nostro destino.).
La cognizione del presente, la nostra materialità soccombente al fato non è quindi disgiunta dalla possibilità di cercare, andando oltre il nostro semplice contingente, le risposte a tutti quei perché che consciamente, o inconsciamente, ci assillano fin da quando muoviamo i primi passi. E Mariangela De Togni ha cercato, ha sempre cercato, trovando la soluzione di questi assilli in un’Entità superiore, che si manifesta nei prodigi del creato (…/ Ti ho sempre cercato. / Nella luce che cambia / le sponde della mia terra. / Nei grappoli del glicine viola. / Nei carruggi ombrosi di pilastri / e archi dove si rincorrono / eco profonde / intrise di lontananza / e di essenze./…).
In un’epoca in cui spesso il poeta appare disorientato sul senso dell’esistenza trovare chi lo cerca guardando fuori e scrutandosi dentro, in una correlazione del tutto spontanea, appare la soluzione universale per dare un’impronta alla propria vita, per ritrovare quel candore che la civiltà tecnologica ha soffocato. Non è forse il sesto senso, che più non abbiamo, ma è la cognizione di far parte di un disegno talmente grande e complesso da non poter essere capito; resta sempre, comunque, la gioia di esserne protagonisti, se pur alquanto umili, granelli di sabbia mossi dal vento divino.
E tutto questo con versi armoniosi, con una musicalità che appaga l’orecchio, ma che consente anche al messaggio di fluire leggiadro fino al cuore.
Frammenti di sale è una gran bella silloge, completa, equilibrata, una di quelle, poche, che nel tempo si tornerà a rileggere con vero piacere.  

Mariangela De Togni è nata a Savona. È suora orsolina. Insegnante, musicista, studiosa di musica antica, membro della Accademia Universale “G. Marconi” di Roma.
Ha pubblicato, tra il 1989 e il 2011, undici sillogi poetiche. Tra i titoli (per i dettagli si rimanda al Profilo bio-bibliografico): Non seppellite le mie lacrime, Nostalgia, Una Voce è il mio silenzio, Chiostro dei nostri sospiri, Profumo di cedri, Un saio lungo di sospiri, Nel sussurro del vento, Flauto di canna, Nel silenzio della memoria, Cristalli di mare, Fiori di Magnolia.
È presente in vari e accreditati studi critici su antologie e riviste letterarie, anche on-line (bombacarta.com - flannery.it - farapoesia -inpurissimoazzurro.it - lastanzadinightingale.blogspot.it). Ha ottenuto numerosi premi e segnalazioni di merito in concorsi letterari. Tra i più recenti: “Le Stelle” (Savona), “Abbazia del Cerreto” (Lodi), “Borgo Ligure” (La Spezia), “Premio alla Carriera” (Santuario Madonna di Gaggio), “Val di Magra - Roberto Micheloni” (La Spezia), “Borgo Ligure” (Santa Margherita Ligure), “Città di Salò”, “Portus Lunae” (Sestri Levante), “Satura - Città di Genova”, “Versi di mare” (Roma), “Il Golfo” (La Spezia), “Ibiskos” 2011 per un Racconto breve.

Le è stata dedicata la «Lettera in versi» n. 21 a cura di Rosa Elisa Giangoia, gratuitamente scaricabile nel sito:
bombacarta.com/le-attivita/lettera-in-versi
Federica Galletto
le ha dedicato il blog La mia contemplazione all’indirizzo www.mariangelade. blogspot.it
Renzo Montagnoli

 

21/4/2013

Manuale del rivoluzionario
di Gabriele D’Annunzio

a cura di Emiliano Cannone
Copertina di Otto Dolci

Tre Editori
www.treditori.com

Saggistica

L’unica prevedibilità era l’imprevedibilità

Ritengo opportuno da subito chiarire un legittimo dubbio e cioè se effettivamente Gabriele D’Annunzio abbia scritto questo Manuale del Rivoluzionario. Non lo fece e quindi il lavoro del curatore Emiliano Cannone è consistito nel raccogliere articoli, passaggi di opere dannunziane, discorsi dello stesso, raccordandoli al fine di dimostrare un innato spirito rivoluzionario che caratterizzò negli scritti e nei comportamenti il poeta pescarese.
Si è trattato, indubbiamente, di una fatica improba per portare alla luce qualche cosa di nuovo di questo straordinario personaggio, così inconsueto e fuori da ogni canone da poter dire di lui che l’unico comportamento prevedibile era la sua imprevedibilità.
Proprio per questo, cioè per comprendere gli scopi di questo libro, sono dell’opinione che una volta tanto la lettura della quasi sempre negletta introduzione sia da considerarsi indispensabile, perché altrimenti si corre il rischio di perdersi nei meandri di parole, ritraendo impressioni che assai facilmente non risulterebbero in linea con gli intenti del curatore.
Ma è mio dovere effettuare un’ulteriore premessa: D’Annunzio come autore e come personaggio non rientra nel mio sentire.
Lui era troppo “tutto e il contrario di tutto”, io sono fermamente coerente, lui era genio dell’inventiva, io sono teso a una costante razionalità volta a conseguenze deduttive. Siamo cioè nettamente agli antipodi, ma ciò non toglie che D’Annunzio mi abbia comunque sempre interessato e l’abbia visto e continui a vederlo come uno che avrebbe potuto segnare una svolta nell’evoluzione dell’umanità e che invece non la realizzò.
Visse in un’epoca caratterizzata da una degenerazione del parlamentarismo assai simile all’attuale, un mondo in disfacimento a cui il vate pescarese intendeva contrapporre una Vita nova, un ideale appena abbozzato, basato su alcune caratteristiche del socialismo, ma più imparentato con l’anarchia, e quindi inconcludente e destinato all’insuccesso, come provò anche l’esperienza fiumana.
Per certi aspetti tendente a un comunismo di tipo sovietico (e la copertina ci mostra un D’Annunzio-Lenin che arringa le masse), ma senza la dittatura tipica del marxismo-leninismo, e quindi irrealizzabile, portato a un fiero nazionalismo, frutto di un sentimento patriottico intriso di retorica, D’Annunzio, tuttavia, non può essere considerato né un precursore, né un sostenitore del fascismo, movimento più reazionario che rivoluzionario. Ma l’ambiguità dell’uomo fu tale che non solo non avversò il fascismo, ma vi giunse a patti, in modo tale che ne ottenne benefici per un suo silenzio-assenso. Certamente vero invece fu il fatto che Mussolini e il fascismo fecero propri alcuni motti e simboli di D’Annunzio, sempre con il tacito consenso dell’interessato. Insomma, per dirla breve, fu uno che seppe tenere i piedi in più scarpe, per ovvi vantaggi personali, in primo luogo per soddisfare quell’eterna sete di denaro necessario a una vita fin troppo dispendiosa.
Ecco, grazie a questo libro e al lavoro di Cannone, si hanno ulteriori tasselli per delineare la personalità non certo semplice di D’Annunzio, di volta in volta intellettuale, letterato, guerriero, politico, idealista e amante della bella vita, una poliedricità di comportamenti che se hanno fatto di lui uno dei protagonisti di quel periodo di tempo che va dalla seconda metà del XIX secolo fino a quasi l’inizio della seconda guerra mondiale, pur tuttavia finiscono con il limitare le possibilità di un giudizio compiuto, ancor oggi basato, almeno a livello popolare, su pochi elementi eclatanti e quasi sempre inesatti.
Quindi, cercare di comprendere chi fu è restituire alla storia e alla memoria un ulteriore contributo di verità, che deve andare oltre qualsiasi grado di giudizio; in questo senso sono dell’opinione che Manuale del rivoluzionario possa essere di non poco aiuto.

Emiliano Cannone è nato a Lecce nel 1976. Ha conseguito il dottorato di ricerca in italianistica presso l’Università del Salento, discutendo una tesi dal titolo Lingua, stile e poetiche nel ciclo delle prose di Giuseppe Parini.
Ha rivolto i suoi interessi anche ad autori quali Nievo e Svevo.
È inoltre autore della trasposizione in italiano contemporaneo del Trattato della pittura di Leonardo da Vinci e ha curato la traduzione italiana di Martiri della scienza di D. Brewster, opere entrambe di imminente pubblicazione.
Renzo Montagnoli

 

18/4/2013

Il Codice da Vinci
di Dan Brown

Arnoldo Mondadori Editore S.p.A.

Narrativa romanzo
Collana Omnibus stranieri
 

La storia tradita

Non è mia abitudine scrivere stroncature, perché se un’opera non mi piace, chiudo la pagina e penso ad altro; tuttavia, quando quel libro sembra raggiungere un successo planetario, faccio sempre un esame di coscienza per cercare di comprendere i motivi per cui invece il mio gradimento sia risultato nullo. A volte rileggo anche l’opera e poi, se secondo i miei criteri la stessa continua a non incontrare i miei favori, allora, e solo allora, parte la stroncatura.
Il lancio del Codice da Vinci è stato a suo tempo una grossa operazione di marketing, un bombardamento mediatico senza precedenti, tanto che a non comprarlo c’era quasi da vergognarsi. Personalmente non l’ho acquistato, ma in cambio me ne sono state donate tre copie da altrettanti soggetti diversi.
Ho iniziato a leggerlo con la miglior predisposizione in quanto supponevo fosse un romanzo storico del tipo di quelli scritti da Ken Follett e invece mi sbagliavo.
Si tratta di un thriller che parte con le migliori intenzioni e che poi lungo il percorso si sgonfia, infarcito di falsità e menzogne che nelle intenzioni dell’autore, tuttavia, sarebbero verità storica.
Ne ho segnate alcune che sono particolarmente eclatanti e che meritano un intervento.
Preciso tuttavia che Dan Brown è particolarmente bravo nel raccontare delle mezze verità adattandole pro domo sua.
In particolare mi riferisco al fatto che Gesù non sia morto sulla croce, che avesse sposato Maria Maddalena e che da questa unione fossero nati dei figli capostipiti di una discendenza regale, i Merovingi. La notizia non è nuova, perché appare in un testo precedente, scritto da tre inglesi, Il Santo Graal, pubblicato in lingua italiana sempre da Mondadori nel 1982. Non solo, però, perché questa supposta verità risulterebbe da un numero consistente, anche se imprecisato, di documenti messi al sicuro da una società segreta (Il Priorato di Sion). Al riguardo nel libro di Brown si precisa che questo Priorato è una setta realmente esistente; del resto nel 1975 presso la Biblioteca Nazionale di Parigi sono state trovate alcune pergamene conosciute come Les Dossiers Secrets in cui sarebbero contenute queste stravolgenti rivelazioni. Tuttavia si tratta di falsi, come ammesso dagli stessi compilatori. Del resto il Priorato di Sion è stato fondato nel 1956 da Pierre Plantard, e cioè non molti secoli prima, e dalla sua costituzione è stato caratterizzato dalla produzione di diversi documenti, vere e proprie falsificazioni, tese a ripristinare la monarchia in  Francia, di cui, guarda caso, per discendenza merovingia, Plantard sarebbe stato il legittimo pretendente. In questa tela di ragno sono ricompresi anche Les Dossiers Secrets, opera dello stesso Plantard, sul cui contenuto, in buona fede, anche se con pochi scrupoli,  i tre inglesi fecero affidamento per scrivere Il Santo Graal. Ora, all’epoca in cui invece Dan Brown provvide a stilare il Codice Da Vinci, la falsità di quei dossier era già nota ed è quindi evidente che o lui non lo sapeva, oppure che ha preferito ignorarlo.
Nella seconda ipotesi non è improbabile che lo storico inglese volesse screditare la Chiesa cattolica, ma ci si domanda, e non si ha risposta, perché mai, con tanti fatti negativi che possono essere imputati all’istituzione ecclesiastica, si sia preferito costruirne uno fasullo. L’ipotesi, mia, è che fanno molto più notizia presunte rivelazioni su ciò che è alla base della chiesa, magari smitizzando la figura del Cristo, non più divina, ma semplicemente terrena. Ma, se anche fosse, cosa cambierebbe? Un ateo troverebbe una parziale conferma alle sue teorie, ma non potrebbe in ogni caso negare il pensiero sociale e spirituale di un Cristo uomo, pensiero la cui valenza è inalterata da duemila anni e lo sarà per sempre.
Per il resto il thriller è di modesta levatura, troppo veloce e semplicistico nella conclusione, insomma non è più di un normale prodotto di intrattenimento, eppure è stato un best seller incredibile. Sono quasi sicuro però che una gran parte di chi lo ha letto non se ne ricordi più, oppure ne abbia una vaga memoria come di una qualche cosa che doveva essere per forza bella perché tanti, ma veramente tanti, la leggevano.
Non mi sento però di sconsigliarne la lettura, purché la stessa venga eseguita con spirito critico, senza restare abbagliati da rilevazioni spacciate per verità e che invece sono solo dei grossolani falsi.

Dan Brown, prima di diventare uno dei più acclamati autori di thriller, è stato professore universitario e storico dell'arte. I suoi libri, Crypto, La verità del ghiaccio, Angeli e Demoni, Il Codice da Vinci e Il simbolo perduto, tutti pubblicati in Italia da Mondadori, sono bestseller nel mondo.
www.danbrown.com/
Renzo Montagnoli

 

14/4/2013

Dalle parti degli infedeli
di Leonardo Sciascia
Nota dell’autore

Edizioni Adelphi
www.adelphi.it

Narrativa
Collana Piccola biblioteca Adelphi

 

Fedele nei secoli

“…Forse le non più floride condizioni di salute di vostra Eccellenza possono essere la causa non ultima di un simile stato di cose, nonostante lo zelo ed il vivo interessamento di Vostra Eccellenza. Ed è per questo che questa S. Congregazione è pronta a venirLe incontro qualora Vostra Eccellenza ritenesse di dover prendere una qualche decisione per il maggior bene delle anime. Voglia pertanto l’Eccellenza Vostra aprirmi confidenzialmente il Suo animo e farmi conoscere quelle decisioni che il Signore non mancherà di ispirarLe.”

Quando ho aperto questo librettino, già dalle prime pagine mi era sorto il sospetto di uno Sciascia che, a dispetto nel suo noto anticlericalismo, giunto a una certa età, per quelle straordinarie metamorfosi che colpiscono gli uomini quando il pensiero per la dipartita riprende a balenare nella mente, avesse avuto un generale ripensamento e, in uno con il riaccostamento alla fede, si fosse instaurata una devozione anche verso coloro che la professano e la predicano. Ma mi sono sovvenuto del fatto che al testo si accompagna una nota dell’autore che, anziché agli inizi, è stata posta in fondo, a soluzione quasi di un giallo, o meglio di un dilemma, e che fuga del tutto questo sia pur legittimo sospetto. Ciò non toglie che, per amore della verità e con essa del trionfo della giustizia, Sciascia abbia scritto un’opera che rivaluta pienamente monsignor Angelo Ficarra, vescovo di Patti, uomo senz’altro di fede e in essa realizzato, ma ahimè distante da quei giochi politici e da quegli affari terreni a cui la Chiesa, come istituzione, ci ha da sempre abituato.
Dalle pagine emerge limpida la figura di questo sacerdote che, per non essersi piegato ai giochi politici che nell’immediato dopoguerra vedevano contrapposti in uno scenario spesso violento i democristiani e i comunisti, fu tormentato per un decennio affinché si dimettesse dall’incarico, con lettere subdole in cui il non detto è più lancinante di ciò che è invece è scritto. Sciascia, in possesso del carteggio fra il prelato e la Congregazione Concistoriale, rivela al mondo la crudele ingiustizia patita da un uomo che altri non voleva essere che un semplice uomo di fede.
È un continuo stillicidio di velate minacce a cui il vescovo viene sottoposto, con lusinghe che nascondono il veleno di una serpe, ma che non intaccano la ferma volontà dell’uomo di non dimettersi, in quanto consapevole di essere vittima di un grave torto.
E’ bellissimo leggere queste missive, soprattutto quelle che vengono dal Vaticano, in cui tanti florilegi mascherano una volontà ferrea di stroncare, di indurre monsignor Ficarra ad ammettere delle colpe o ad accettare un giudizio sulle sue condizioni di salute che non rispondono al vero. Si tratta di una tecnica sopraffina che già veniva usata nell’epoca del terrore staliniano, cioè reiterare le pressioni affinché l’indagato non si ritenesse vittima, ma diventasse reo confesso. Vengono alla mente certi interrogatori dell’Inquisizione, con l’unica differenza che nel caso del vescovo di Patti non c’è una tortura fisica, ma condizionamento psichico.
Eppure Monsignor Ficarra resiste come certi martiri del primo cristianesimo e a suo modo vincerà, perché verrà sollevato dall’incarico con una promozione, che ha il sapore però del colpo di grazia. Sarà nominato, infatti, titolare arcivescovile di Leontopoli di Angustamnica. Viene da chiedersi dove si trovi questo posto, ma a questo provvede l’autore nella citata nota, da leggere senza ombra di dubbio per comprendere la crudele beffa che colpì il povero vescovo, diventato responsabile in pratica del nulla.
Il libro è assai interessante, a tratti addirittura divertente, grazie alle puntualizzazioni e alle riflessioni di Sciascia e la figura di Monsignor Ficarra, pagina dopo pagina, emerge luminosa, in contrasto con l’istituzione religiosa, fedele nei secoli ai suoi machiavellismi. 

Leonardo Sciascia (Racalmuto, 8 gennaio 1921 – Palermo, 20 novembre 1989). E’ stato autore di saggi e romanzi, fra cui: Le parrocchie di Regalpietra (Laterza, 1956),  Il giorno della civetta (Einaudi, 1961), Il consiglio d’Egitto (Einaudi, 1963), A ciascuno il suo (Einaudi, 1966), Il contesto (Einaudi, 1971), Atti relativi alla morte di Raymond Roussel (Esse Editrice, 1971), Todo modo (Einaudi, 1974), La scomparsa di Majorana (Einaudi, 1975), I pugnalatori (Einaudi, 1976), Candido, ovvero Un sogno fatto in Sicilia (Einaudi, 1977), L’affaire Moro (Sellerio, 1978), Il teatro della memoria (Einaudi, 1981), La sentenza memorabile (Sellerio, 1982),  Il cavaliere e la morte (Adelphi, 1988), Una storia semplice (Adelphi, 1989).
Renzo Montagnoli

 

7/4/2013

il senso del SEMPRE
di Franca Canapini

Prefazione di Neuro Bonifazi
In copertina foto dell’autrice

Edizioni Helicon
www.edizionihelicon.it

Poesia

 

Una sinfonia sulla vita

Franca Canapini non mi è sconosciuta; di lei ho già letto e recensito Stagioni sovrapposte e confuse (Montedit, 2010), una silloge in cui le stagioni non sono quelle astronomiche, ma esprimono metaforicamente il ciclo della vita, e Tra i solstizi (Aletti, 2011), altra raccolta di poesie volta a una interiorizzazione, a un approfondimento intimo alla scoperta di se stessa. In ogni caso la tematica ricorrente è l’uomo e il tempo, il suo breve percorso in cui si affanna a comprendere l’incomprensibile, un desiderio tanto più forte quanto più trascorrono gli anni.
Non mi sono quindi meravigliato di una nuova riproposizione dell’argomento con questa recente silloge dal titolo emblematico Il senso del SEMPRE; certo, l’esperienza maturata, lo scavo sempre più profondo danno luogo a un’opera, che pur nell’ambito del fil rouge così caro all’autrice, si presenta rinnovata, ma non si tratta di un’operazione di semplice restyling, bensì questa volta di uno svolgimento più ambizioso, secondo una consecutio logica che unita alla musicalità dello stile, caratteristica propria della Canapini, inducono, per tempi, ritmi e scelte, a considerarla una sinfonia, sulla vita e intorno alla vita.
Al riguardo basti pensare che inizia con un Preludio (Sono nata quando vendemmiano le viti / le melagrane accendono le siepi;…) che in effetti introduce al tutto facendo balenare nel lettore l’idea che al tempo passato ci si debba richiamare, più che a un paradiso perduto, a un’epoca irrinunciabile e non più proponibile, così distante dall’attuale, frenetica, tutta protesa alla rapida realizzazione di falsi scopi, rincorrente un futuro inevitabilmente uguale e avaro di soddisfazioni morali.
Oggi tutto è diverso, il sogno è bandito e così anche la luna non incanta più (…Spegniti luna! Ho perso / la leggerezza dell’infanzia / l’euforia per i giochi a nascondino / il candore dell’anima che teme; / dentro le tue quinte / non sono più capace di giocare. /…).
Senza che ci sia tristezza, resta comunque un velo d’amarezza, con quella consapevolezza che deriva dal volgersi all’indietro per cercare il senso della vita; sì, c’è anche un po’ di rimpianto, perché in fondo gli anni da tempo andati appaiono come fantasmi che emergono dalle brume di un oblio che il ricordo cerca di diradare. E’ questa memoria il sale della vita, la certezza, unica, di aver vissuto, ma noi piccoli uomini, la cui esistenza è breve come il battito d’ali di una farfalla, ci sforziamo comunque di sognare, per continuare (… è tempo di lasciare il campanile / salutare le vie della città / tentare l’incerto e la fortuna /…).
E così, fra un accordo di violini, un rombar di timpani, un acuto di trombe, la sinfonia propone le sue note per arrivare a un finale in cui Franca Canapini, memore di una certa inclinazione per il “mito” e anche l’epica, chiude nel migliore dei modi la composizione. Ma non c’è solo la forza dei versi, lo scandire sillabico, il rincorrersi delle parole a esaltare dei o semidei, c’è molto di più, con quella conclamata consapevolezza della nostra fragilità, con l’anelito a rifugiarsi nel sogno perché la realtà di un’esistenza a tempo determinato potrebbe anche farci impazzire (da Don Quijote – Eppure vedevo giganti, a frotte / - e dite che erano pale di mulini. / C’era la nebbia e il vento / (desolata Mancia) / - e forse calpestavo la neve delle cime. /).
Ecco, la ricerca non è finita, continua, pur nella certezza che alle domande Chi sono? Da dove vengo? Dove vado?, non c’è risposta.
Il senso del SEMPRE ritaglierà sicuramente uno spazio nell’animo di chi legge, perché tema e svolgimento sono assai interessanti, ma soprattutto il primo ha il carattere dell’universalità. 

Franca Canapini è nata a Chianciano Terme (Siena). Vive, con la sua famiglia, ad Arezzo, dove ha svolto l’attività di insegnante fino all’anno scorso. Nel 2010, essendo risultata vincitrice del Premio Internazionale di Poesia Jacques Prévert 2009, le è stata pubblicata dalla casa editrice Montedit la raccolta poetica Stagioni sovrapposte e confuse, che ha ottenuto il terzo premio ex-aequo Tagete 2010. Nel 2011 ha pubblicato per Aletti Editore la silloge Tra in solstizi, reperibile anche in eBook. Suoi lavori si trovano in alcune antologie e riviste di poesia, in vari siti e blog culturali e nel suo blog personale: www.lieve2011.wordpress.com
Renzo Montagnoli

 

2/4/2013

Trinacria Park
di Massimo Maugeri
Prefazione di Valerio Evangelisti

Edizioni e/o
www.edizionieo.it

Narrativa romanzo
Collezione Sabot/age
diretta da Colomba Rossi
e curata da Massimo Carlotto

 

Gli infiniti volti della verità

In un’epoca in cui l’apparenza, o meglio le apparenze, perché di qualsiasi persona o evento abbiamo tante immagini sovente fra loro discordanti, ritorna più che mai attuale la “Crisi dell’io” , teoria che Pirandello già descrisse mirabilmente nel 1900.
Queste identità, che nell’individuo non sono mai univoche, sembrano oggetto di particolare attenzione negli autori siciliani e al riguardo basti pensare a Leonardo Sciascia con quella sua analisi fredda e per nulla disincantata delle personalità e dei fatti ed eventi dalle stesse provocate. Non stupisce, quindi, se Massimo Maugeri, autore contemporaneo, di fronte a un moltiplicarsi delle sfaccettature della realtà non si inserisca in questo filone analitico con questo Trinacria Park che non è un thriller, pur avendone alcune caratteristiche, né un saggio antropologico, pur presentandone elementi, bensì è una riuscitissima rappresentazione di una società che è corrotta e corruttibile, è amorale ed immorale, è gravata da complessi di colpa senza che con ciò intenda porvi rimedio, è insomma l’immagine complessa di una fase involutiva della teoria dell’evoluzione naturale. È un argomento che è indubbiamente complesso e che affrontato direttamente potrebbe anche irritare il lettore e allora Maugeri ha avuto la felice idea di parlarne con un romanzo dal percorso lineare, pure nella sua tortuosità, ricorrendo alla metafora, inventando un’isola, Montelava, che è l’immagine speculare della Sicilia, la quale a sua volta riflette un mondo in cui viviamo brancolando nel buio, in preda a inconsce paure, senza una meta e in balia dei canti di interessate sirene, a cui non crediamo, ma a cui finiamo per affidarci.
L’autore, uomo del suo tempo, succube come noi, cerca tuttavia di portarci gradualmente a una presa di coscienza, a ribaltare un palcoscenico precostituito in cui la recita della vita è una commedia che mani sconosciute dirigono, con esperti attori che fanno da abili imbonitori e con il pubblico, attonito gregge, che  al tempo stesso è carnefice e vittima della stessa irrealtà di cui avverte l’esistenza, ma a cui si lascia andare.
C’è l’ambizione di togliere i coperchi alle pentole del diavolo e Maugeri, nonostante le difficoltà, ci riesce e ci porta per mano a conoscere la complessità degli individui, nel loro contesto fasullo, senza tentare di accertare una sicura verità, ma inducendoci a ragionare affinché diventiamo perfettamente consapevoli che ciò che appare non è mai quel che é.
Resta alla fine un velo d’amarezza nel constatare che noi, e siamo i più, recitiamo la nostra esistenza da indistinte generiche comparse.
Trinacria Park è un romanzo senz’altro meritevole di attenta lettura.

Massimo Maugeri, è nato a Catania nel 1968. Collabora con le pagine culturali di magazine e quotidiani. Fra i suoi libri ricordiamo il romanzo Identità distorte (Prova d'Autore, 2005), il volume Letteratitudine, il libro - vol. I - 2006-2008 (Azimut, 2008), la raccolta di racconti Viaggio all'alba del millennio (Perdisa Pop, 2011), il volume Letteratitudine, il libro - vol. II - 2008-2011 (Historica, 2012). Ha creato e gestisce Letteratitudine (www.letteratitudine.it), e conduce "Letteratitudine in Fm" su Radio Hinterland.
Renzo Montagnoli

 

27/3/2013

Andrea Camilleri

La rivoluzione della luna

Sellerio editore Palermo 2013

La memoria

 

Nel vicereame spagnolo in Sicilia governò, per un giro di luna, una donna.

Nella Rivoluzione della luna Andrea Camilleri, ritorna al romanzo di matrice storica. Nella nota in appendice al libro, Camilleri rende noto al lettore da quali archivi storiografici ha attinto la storia che si è accinto a narrare. In tutte le  cronologie dei Viceré di Spagna in Sicilia non si fa menzione che tra la morte del Viceré di Spagna in Sicilia Angel de Guzmán, nel 1667, e la successione nella carica del cardinale Luis Fernando de Portocarrero, la Sicilia per 27 giorni fu governata da una donna.
Solo nell’opera di Francesco Paolo Castiglione, intitolata Dizionario delle figure, delle istituzioni e dei costumi della Sicilia storica (Palermo, Sellerio, 2010) e nel terzo volume della Storia cronologica dei Viceré  di G. E. Di Blasi, edita nel 1975 dalla Regione siciliana è accennata, ma solamente, in poche righe, la storia di donna Eleonora che per volontà testamentaria del marito divenne Viceré. Evento eccezionale in quell’epoca: una donna, l’unica ad assurgere a un così alto incarico politico ed amministrativo. Donna Eleonora poi venne destituita, in quanto donna impossibilitata ad assumere l’autorità di Legato nato dal Papa, titolo indivisibile da quello di Viceré. A sollevare la questione era stato il Vescovo di Palermo, escluso dal Sacro Regio Consiglio dal Viceré Donna Eleonora e che si lamentava di essere perseguitato da lei.
Sono solo pochi accenni al governo di un Viceré donna, tra l’altro per solo 27 giorni, ma bastevoli per darne l’immagine di una donna dalle doti politiche ed umanitarie estremamente eccellenti. Sue alcune leggi quali l’abbassamento del prezzo del pane, la creazione del Magistrato del Commercio che riuniva le 72 maestranze palermitane. Rimise in vigore il Conservatorio per le vergini pericolanti, quello delle vecchie prostitute, chiusi per mancanza di fondi e la Dote Regia e del Conservatorio delle Maddalene pentite, infine la riduzione del numero dei  figli per ottenere i benefici concessi ai “padri onusti”. Insomma una femminista ante litteram, con una visione moderna della giustizia e dell’equità sociale.
Fin qui la storia “vera”, ma naturalmente, come dice l’autorevole autore, essendo una narrazione romanzesca le libertà di scrittura diventano tante: la fantasia di Camilleri vola a briglie sciolte per il gusto dell’invenzione e di esasperare come attraverso uno specchio deformante la stessa realtà già di per sé stravolta.
È un carosello di pantomime, effetti caricaturali, la realtà storica del secolo XVII è vivisezionata attraverso una lente d’ingrandimento dei vizi, dei costumi libertini, delle dabbenaggini, dell’opportunismo più bieco e meschino. E’ la fiera delle vanità, dei soprusi più abietti, delle violenze perpetrate ai deboli e a giovani fanciulle orfane, alla mercè libidinosa di laidi nobilastri e chierici senza freni. In questo quadro miserevole affonda Camilleri la sua vis comica al pari di un novello Giovenale, mette in rilievo le bassezze più recondite dell’animo umano, l’immoralità diffusa, in una Palermo della nobiltà ad alto tasso di licenza per l’illegalità e la licenziosità,   mentre eleva a simbolo di beltà, alto senso morale ed elevato grado di  perizia politica e diplomatica una donna: Eleonora di Mora, spagnola sì, ma di famiglia siciliana, ristata orfananedda all’età di deci anni. Una vinticinchina, d’una biddrizza da fari spavento, d’abbagliare e far rimanere affatati. Nera di capelli e di occhi, ammantata di una regalità connaturata che ammalia e toglie il fiato.
L’immagine muliebre che adombra Camilleri è un peana alla donna, una celebrazione della sua beltà in omaggio non solo alle attraenti forme fisiche, ma alla sua intelligenza, acume e perspicacia. 
Il mondo femminile da Camilleri è tratteggiato sempre con un senso di rispettosa adesione, compartecipa con animo femminile ai sentimenti e ai risentimenti di esso.
Le sedute del Sacro regio Consiglio sono delle farse da commedia dell’arte, i sei consiglieri, componenti il suddetto consiglio, sono delle maschere tragiche, ciascuna  annidata ha una macchia, un  crimine di diversa natura e rivoltano in bizantine manomissioni le leggi secondo il proprio interesse e a scopo di lucro.
L’ouverture del libro è già di per sé un capolavoro: l’inizio di una seduta del Consiglio con tutto il suo cerimoniale ridicolo, con movenze e riverenze cortigiane, fautore di una politica  farsesca, dispensatrice di favori e leggi ad personam. Il resto del racconto è un crescendo senza sosta in due alterità: libidine, indegnità, corruzione da una parte, limpida onestà, rettitudine e senso morale dall’altra. Alla conclusione della storia si eleva un canto a celebrare il breve regno di Donna Eleonora: ventotto giorni ci mette la luna a girare intorno alla terra e un giro di luna fu il suo regno, ma fece della notte giorno chiaro e bastò a fare del dolore meno amaro, nel cuore della gente c’è una luna piccola, quella è lei che vi regna di splendore.
Come il libro è un misto di storia ed invenzione, degno di un romanzo classico così la lettura suscita nel contempo indignazione  civile e ridanciano umorismo.
La duplicità è uno sei segni identificativi di questo scritto,  a parer mio, a prova di ciò anche l’uso doppio della lingua: il siciliano alla Camilleri e il piacevole e personale italo-spagnolo parlato da Donna Eleonora.
Un felice romanzo storico, uno tra i più riusciti senz’altro del nostro grande Andrea Camilleri.   
Arcangela Cammalleri 

 

24/3/2013

SERENA DANDINI

FERITE A MORTE

Rizzoli Controtempo 2013

Narrativa-saggistica

 

Cortometraggi in scrittura di donne - vittime grondanti di sangue

In “Ferite a morte” di Serena Dandini (Rizzoli, 2013), il tema del femminicidio è trattato in modo originale e toccante.

Il libro è strutturato in due parti: la prima parte è narrativa, mentre nella seconda parte dello scritto il fenomeno è riportato in modo statistico e scientifico, avvalendosi dell’aiuto della ricercatrice del CNR Maura Misiti che ha approfondito l’argomento. Inizio il commento dall’appendice.

Cos’è il femminicidio?

Il femminicidio è un fenomeno tristemente e angosciosamente diffuso a livello mondiale. Gli omicidi basati sul genere sono una realtà di fronte alla quale sia le autorità competenti che la società civile devono impegnarsi a porre fine. Rashida Manjoo, relatrice speciale delle Nazioni Unite per la lotta contro la violenza sulle donne, ha presentato il rapporto sugli omicidi di genere che sono culturalmente e socialmente radicati, continuano a essere accettati, tollerati e giustificati, e l’impunità costituisce la norma. Le donne che sono soggette a continue violenze, che sono costantemente discriminate, è come se vivessero nel “braccio della morte”, con la paura di essere giustiziate.

Il rapporto ricostruisce l’origine del termine con cui si indica questo fenomeno. Usato sin dall’inizio del XIX secolo per indicare gli omicidi di donne, la parola femmicidio ricompare negli slogan delle femministe negli anni Settanta e poi nel 1992 quando la studiosa Diana Russell la utilizza nei suoi libri per parlare della forma estrema di violenza da parte dell’uomo contro la donna “perché donna”. Nel 2006 la parlamentare femminista messicana Marcela Lagarde conia la versione femminicidio, di cui si serve per definire

“la forma estrema di violenza di genere contro le donne, prodotta della violazione dei suoi diritti umani in ambito pubblico e privato, attraverso varie condotte misogine”.

Per Rashida Manjoo c’è inoltre molta ipocrisia in chi, in Occidente, continua a definire gli omicidi basati sul genere “delitti passionali”, come risultato di comportamenti individuali, oppure “delitti d’onore”, come effetto di pratiche sociali o culturali, nei Paesi orientali. Tale dicotomia esprime una concezione superficiale e stereotipata che riguarda tutte le donne del mondo.

Le forme di femminicidio

Tra la altre forme dirette di femminicidio sono comprese:

  • le uccisioni di donne in situazioni di guerra;
  • le donne bruciate in casa a causa della dote in alcuni Stati dell’Asia meridionale;
  • gli omicidi delle donne indigene e aborigene;
  • le forme estreme di accanimento sui corpi delle donne assassinate dalla criminalità organizzata e dai gruppi paramilitari;
  • per la pratica del Sati le vedove indiane indotte a bruciare vive sulla pira funeraria del marito;
  • l’aborto dei feti di sesso femminile e l’infanticidio delle bambine in Cina, in India e Bangladesh.

Ma esistono anche forme di femminicidio indiretto, come i decessi dovuti a:

  • aborti clandestini,
  • traffico degli organi umani,
  • crimine organizzato,
  • mancanza di cure mediche e di alimentazione adeguata per le bambine,
  • pratiche tradizionali dannose come le mutilazioni dei genitali femminili.

E l’elenco potrebbe continuare infinito in un agghiacciante giro del mondo degli orrori.

Il libro di Serena Dandini sul femminicidio

Come racconta nella prefazione, Serena Dandini ha voluto rendere visibile tutte quelle storie di donne che hanno pagato con la vita il fatto stesso di essere donne: mogli, ex mogli, sorelle, figlie, fidanzate, ex fidanzate. In presa diretta la conduttrice-autrice partendo dalle protagoniste che non ci sono più vuole farle finalmente parlare, vuole che queste donne siano libere, almeno da morte, e raccontare la loro versione dei fatti. Da questo assunto rivivono in rappresentazioni icastiche, folgoranti e dolenti a volte amare ed ironiche gli attimi fatali della loro vita, come se da morte il loro sguardo e il loro animo considerassero il proprio destino già tracciato e, come si usa dire, annunciato. Le loro urla di disperazione, le loro voci di aiuto sono rimaste inevase, nonostante spesso gridassero le loro umiliazioni e sofferenze. Con accenti e registri diversi, queste donne confessano la loro solitudine nel portare addosso un fardello di dolore così grande da rimanere inascoltato e spesso con caparbietà masochistica negato; massacrate di botte, lapidate, bruciate dagli uomini e spesso dai loro uomini. Serena Dandini rende onore a questa macabra galleria femminile e con pietosa adesione ne delinea i tratti psicologici e le ferite dell’animo e del fisico.

“Ferite a morte” nasce come evento teatrale: voci recitanti al femminile di artiste, giornaliste e amiche per sostenere la Convenzione No More!, le associazioni e i centri antiviolenza e fa tappa in alcune grandi città italiane. Il libro è dedicato a Carmela Petrucci, la ragazza palermitana uccisa per difendere la sorella dalla violenza dell’ex fidanzato. Le donne recitanti hanno ai piedi le “zapatos rojos”, le scarpe rosse come quelle dell’artista Elina Chauvet, che stanno facendo il giro in molte piazze del mondo dopo essere partite da Ciudad Juárez, città messicana situata nello stato di Chihuahua al confine con gli USA, separata da El Paso in Texas solo da un fiume, il Rio Grande: città di frontiera nel nord del Messico che insieme a Guatemala City, è considerata una delle città più violente del pianeta. A farne le spese sono giovani donne rapite, torturate, violentate, uccise e mutilate. Il fenomeno potrebbe anche essere legato al mercato del sesso, alla produzione di snuff movies o alla tratta di esseri umani.

“Ferite a morte” è un libro intenso e lacerante, fa soffrire e commuovere. E’ strutturato in brevi storie, come cortometraggi, tinte di sangue, in un linguaggio acuto e corrosivo, ma anche lieve ed ironico. Da leggere perché è la testimonianza, la memoria, la denuncia, grazie alla libertà della scrittura, di tante vittime, donne come le altre.

L’autrice

Serena Dandini in tv ha ideato e condotto programmi come La tv delle ragazze, Avanzi, Pippo Chennedy Show, L’ottavo nano, Parla con me, The Must Go Off. “Ferite a morte” è il suo terzo libro, il primo di narrazione, dopo i successi di Dai diamanti non nasce niente. Storie di vita e di giardini e Grazie per quella volta, pubblicati sempre con Rizzoli.
Arcangela Cammalleri


Viaggio in V Classe
di Aurelio Zucchi

Nota dell’autore
Prefazione di Pietro Zullino
In copertina foto di Aurelio e Luigi Zucchi

Gruppo Albatros Il Filo
www.gruppoalbatrosilfilo.it
Narrativa romanzo
 

Ritorno al passato

Non ci si lasci ingannare dal titolo, in quanto non si tratta di un viaggio in treno, le cui carrozze, come noto, prevedono solo due classi, bensì siamo di fronte a un romanzo autobiografico in cui l’autore racconta di una parte della sua gioventù, limitatamente a quella che lo vede allievo, prima della IV, poi della V classe, dell’Istituto Tecnico per Geometri.
Premetto che non ci troviamo di fronte a vicende rocambolesche o picaresche, ma a una banale esperienza scolastica inserita in un preciso contesto sociale (quello del Mezzogiorno) che più incide per le prospettive successive al diploma che per una condotta di vita nel corso degli studi.
Il tutto trae origine dalla decisione improvvisa del padre dell’autore di ottenere un trasferimento della propria attività (è un bigliettaio della locale Azienda Municipale Autobus)  a Roma, nell’ottica che nella capitale ai figli siano riservate quelle possibilità e opportunità di lavoro che la città di attuale residenza (Reggio Calabria) non è in grado di offrire. Così tutta la famiglia, piuttosto numerosa, si trasferisce nella capitale, tranne Aurelio, che per motivi scolastici, resta in loco, ospite di una zia, per completare gli studi con il conseguimento del diploma.
Ripeto che la vicenda è del tutto banale, ma la capacità dell’autore riesce a trarne elementi utili per una narrazione che è in grado di interessare e coinvolgere il lettore, soprattutto quello di una certa età, simile a quella dello scrittore, in quanto ritrova certi spunti e momenti di un vissuto che li accomuna, come i primi benefici effetti del miracolo economico italiano e un certo desiderio di autonomia e di libertà che all’epoca andava sempre più affermandosi.
L’abilità di Zucchi sta nel raccontare cose normalissime con una grazia che gli deriva dalla sua naturale tendenza alla poesia, con un occhio di riguardo a tutti i personaggi, che sono tanti ( basti pensare ai compagni di classe).
Si constata così che esistevano legami assai forti, cementati in anni di comuni studi, tanti compagni di viaggio, di un viaggio ovviamente metaforico, poiché si tratta del percorso in un itinerario affrancante dagli obblighi della minore età e proiettato  all’ingresso completo nella vita e nel mondo degli adulti.
Si è trattato indubbiamente del periodo più bello per Aurelio, ma anche per tutti, lettori compresi, poiché la gioventù è un irripetibile sogno di libertà che non avrà più uguali successivamente.
Le passeggiate lungo il mare, le prime uscite in auto, che erano per lo più catorci, la fidanzatina, le feste, gli scambi d’opinione, gli entusiasmi improvvisi, ma anche le cocenti delusioni, che pur tuttavia non lasciavano segni, sono la riscoperta di un passato che tanto prometteva di quello che poi non si sarebbe ottenuto, e giunti a una certa età il solo ripensarvi muove a una malinconica commozione, alla mestizia di un paradiso perduto.
Ecco, Zucchi, nel ricordare quel suo periodo, ha fatto di più di una testimonianza storica, anche se personale; ha infatti fatto riemergere un comune sogno a cui, nei giorni non più verdi, anzi sempre più grigi, è piacevole abbandonarsi.
Da leggere, senza dubbio.     

 Aurelio Zucchi è nato il 7 febbraio del 1951 a Reggio Calabria, città in cui ha vissuto fino al 1970, quando con la famiglia si è trasferito a Roma, dove tuttora risiede e svolge la professione di agente di commercio nel settore industriale. Poeta per indole naturale, ha pubblicato nel 2010 la silloge Appena finirà di piovere (Global Press Italia), mentre Viaggio in V classe ha segnato il suo esordio come narratore.
Renzo Montagnoli

 

22/3/2013

1912 + 1
di Leonardo Sciascia
In copertina: Julio Romero de Torres. Viva el pelo, 1928 (Museo Julio Romero de Torres, Cordova)

Adelphi Edizioni
www.adelphi.it

Narrativa
Collana Fabula

Innocente, anche se colpevole

Negli ultimi anni della sua vita, quasi pago dei successi ottenuti dai suoi romanzi, ma più probabilmente perché la vena creativa si era un po’ esaurita, Leonardo Sciascia prese spunto da fatti realmente accaduti per una loro rivisitazione, chiamando gli scritti infatti Cronachette. E tale è anche 1912 + 1, titolo alquanto strano, ma che, come vedremo in seguito, ha una sua precisa ragion d’essere. E’ del 1913 il fatto della cronachetta, sicché è logico pensare che lui fosse un po’ superstizioso, ma così non è, perché quella votata agli scongiuri è ben altra persona, un altro scrittore allora in grande spolvero; questi, benché meridionale – e di conseguenza per lui il 13 doveva essere considerato un numero fortunato – per una repentina infatuazione per il Nord dell’Italia, ove soggiornerà a lungo fino alla morte, iniziò a vedere il 13 come sinonimo di jella, di sfortuna nera e allora prese a non citarlo, tanto che in uno dei 50 esemplari dell’edizione su papier de Hollande del Martyre del Saint Sebastien, scritto direttamente in francese da Gabriele D’Annunzio durante il suo non breve soggiorno ad Arcachon, ove si era rifugiato incalzato dai creditori, figura una dedica autografa <<à Fernand Charles Ecot “Chaque flèche est pour le salut.” Gabriele d’Annunzio, 7 jiun 1912 + 1>>. Questo libro entrò nella biblioteca di Sciascia che non poté fare a meno di notare la stranezza della data e alla luce della sua scarsa stima dell’autore abruzzese mise bene il rilievo la circostanza agli inizi della cronachetta. A parte questo inciso, il fatto non riguarda direttamente il vate nazionale, se non per quella atmosfera di fulgide apparenze e di squallide realtà che sembravano caratterizzare l’inizio del XX secolo, con la conquista della Libia e la feroce repressione dei ribelli, con le classi sociali ben delineate e talmente chiuse da risultare impenetrabili. Ed è appunto da un incontro fra un ceto superiore e uno inferiore che nasce il fatto, con la contessa Maria Tiepolo, moglie del capitano di Stato Maggiore Carlo Ferruccio Oggioni, che l’8 novembre 1913 uccide con un colpo di pistola sparato quasi a bruciapelo l’attendente del marito, il bersagliere Quintilio Polimanti, nella vita civile falegname, ma ribattezzato dai giornali ebanista per cercare di rendere meno evidente la differenza di classe. Il processo che ne seguì è l’occasione per Leonardo Sciascia di mettere in risalto vizi privati e pubbliche virtù, spesso con un’ironia dirompente, da cui esce un quadro per nulla lusinghiero degli uomini in genere e di quel particolare contesto sociale.
Sono continue annotazioni, riflessioni che accompagnano gli atti del procedimento che, come non poteva che essere prevedibile, si concluderà con l’assoluzione dell’assassina. Il sostegno indispensabile alle forze armate, appena uscite vittoriose dalla campagna di Libia, e il patto Gentiloni che chiamava alle urne i cattolici, prima diffidati dal pontefice, a patto che il parlamento si attenesse rigorosamente ai principi cristiani, non cedesse alla tentazione di fare una legge sul divorzio e considerasse pertanto la famiglia una e indivisibile influenzarono i giurati e così accadde che un colpevole, peraltro reo confesso, anche se a suo dire per difendere la propria onorabilità, diventasse di colpo innocente, in un iter che di verità univoche non ne ebbe, ma tante, tantissime, in un contesto fatalmente pirandelliano, in cui apparenza e realtà si confondono, confondendo anche chi è chiamato a giudicare.
Non è certo un capolavoro di Sciascia, che tanti peraltro ne ha scritti, ma 1912 + 1 è uno di quei libri, di gradevolissima lettura, a cui ci si affida con fatalismo constatando che il nuovo secolo, il nostro, porta troppi segni del precedente, tanto che le somiglianze son più delle differenze, e credo che se fossero ancora in vita Pirandello e Sciascia si limiterebbero a sorridere, come per dire “che novità! Ve l’avevamo già detto, no?”.

Leonardo Sciascia (Racalmuto, 8 gennaio 1921 – Palermo, 20 novembre 1989). E’ stato autore di saggi e romanzi, fra cui: Le parrocchie di Regalpietra (Laterza, 1956),  Il giorno della civetta (Einaudi, 1961), Il consiglio d’Egitto (Einaudi, 1963), A ciascuno il suo (Einaudi, 1966), Il contesto (Einaudi, 1971), Atti relativi alla morte di Raymond Roussel (Esse Editrice, 1971), Todo modo (Einaudi, 1974), La scomparsa di Majorana (Einaudi, 1975), I pugnalatori (Einaudi, 1976), Candido, ovvero Un sogno fatto in Sicilia (Einaudi, 1977), L’affaire Moro (Sellerio, 1978), Il teatro della memoria (Einaudi, 1981), La sentenza memorabile (Sellerio, 1982),  Il cavaliere e la morte (Adelphi, 1988), Una storia semplice (Adelphi, 1989).
Renzo Montagnoli

 

20/3/2013

I Malavoglia
di Giovanni Verga

a cura di Sergio Campailla

Newton Compton Editori
www.newtoncompton.com

Narrativa romanzo
Collana Grandi Tascabili Economici

L’immutabilità del proprio status

“Un tempo i Malavoglia erano stati numerosi come i sassi della strada vecchia di Trezza; ce n’erano persino ad Ognina, e ad Aci Castello, tutti buona e brava gente di mare, proprio all’opposto di quel che sembrava dal nomignolo, come dev’essere.”

Dei romanzi di Giovanni Verga questo è indubbiamente il più conosciuto, anche perché oggetto di studio nella scuola italiana.
Si tratta di un’opera di notevole valore, una storia corale di una famiglia di pescatori di Aci Trezza, un paesino vicino a Catania. E’ una vita dura quella che conducono i Toscana, soprannominati Malavoglia per pura e semplice antifrasi, in quanto di voglia di lavorare ne hanno in abbondanza.
La loro è una famiglia patriarcale facente capo a Padron ‘Ntoni e che si avvale per l’attività di un’imbarcazione dall’emblematico nome di Provvidenza.  Il capostipite, vedovo, dimora presso la casa del nespolo insieme con il figlio Bastiano, detto Bastianazzo,  sposato con Maruzza, da cui ha avuto cinque figli. Vivono tutti alla giornata, ma dignitosamente, in una sorta di perenne immobilità fino a quando ‘Ntoni, il maggiore dei figli di Bastianazzo, viene chiamato nel 1863 alla leva militare del nuovo Regno d’Italia; è una bocca in meno da sfamare, ma sono anche braccia in meno per il lavoro, così che il vecchio, padre e padrone, decide di tentare un’avventura, al di fuori della consueta attività. Compra infatti una partita di lupini, che poi risulteranno avariati, da un suo compaesano chiamato Zio Crocifisso per via del suo incontenibile pessimismo. La merce è affidata al figlio Bastianazzo affinché vada a rivenderla a Ritorto, ma nel corso del viaggio per mare la barca naufraga, il carico va a fondo e il giovane muore. Di colpo, da un affare sperato si arriva a una disgrazia immane, perché non solo c’è la perdita di Bastianazzo, ma occorrono i soldi per pagare la partita di lupini e per riparare la Provvidenza.
Purtroppo la tragica vicenda non è che l’inizio di una serie di disgrazie che colpiscono i Malavoglia, che sembrano diventati di colpo predestinati alle sciagure.
La visione di Verga è decisamente pessimistica e sa cogliere quell’immobilità di tempo che caratterizza le sue genti, con quell’impossibilità di mutare il proprio status, in una lotta con il destino da cui si esce sempre soccombenti. Anzi, a voler tentare di modificare la propria sorte, non può che riuscirne una peggiore dell’originaria, secondo il concetto che nulla è concesso all’essere umano per una sua elevazione; pescatori a giornata erano i Malavoglia e pescatori a giornata rimarranno, così come altri personaggi delle sue celebri novelle ai quali si può e si deve guardare con compassione.
E’ certamente un ritratto crudo, e forse anche crudele,  delle genti siciliane dell’epoca dell’autore, il quale ha la tendenza di accettare come immutabile l’ordine delle cose, anche se questo stringe la vita in una morsa senza speranza.
No, non è possibile cercare di migliorare le proprie condizioni economiche, perché inevitabilmente si finirà male e solo chi si adatta al ruolo predestinato si salverà.  Ecco, appunto, la condizione immutabile di cui anche l’autore è partecipe, nella sua mediocre qualità di piccolo nobile di campagna, i cui frutti sono scarsi al punto da rendere costante la continua ricerca di denaro per mantenere il decoro del titolo, senza speranza di andare oltre le barriere invisibili, ma possenti, dello status sociale.
Al di là di questa tematica, ricorrente in Verga, I Malavoglia si fa apprezzare per lo stile del tutto particolare e in cui predominano i dialoghi e quella capacità di astrazione che tende a evidenziare l’oggettività del narrato, lasciando ampia e completa libertà di interpretazione al lettore, una caratteristica propria del verismo di cui Verga e De Roberto sono senz’altro i maggiori esponenti.
E corre l’obbligo anche di evidenziare come nonostante si tratti di opera scritta nella seconda metà dell’ottocento il linguaggio non appaia desueto e anzi presenti una propria forza dirompente che il lettore non potrà che apprezzare.
Quindi è per tutto questo che I Malavoglia è considerato un capolavoro, un grande classico meritevole di studio ed approfondimento, proprio per questo rientrante nei programmi scolastici.
Da leggere, senza dubbio.

Giovanni Verga nacque nel 1840 a Catania, dove trascorse la giovinezza. Nel 1865 fu a Firenze e successivamente a Milano, dove venne a contatto con gli ambienti letterari del tardo Romanticismo. Il ritorno in Sicilia e l’incontro con la dura realtà meridionale indirizzarono dal 1875 la sua produzione più matura all’analisi oggettiva e alla resa narrativa di tale realtà. Morì a Catania nel 1922. Di Verga la Newton Compton ha pubblicato I Malavoglia, Mastro-don Gesualdo, Storia di una capinera e Tutti i romanzi, le novelle e il teatro.
Renzo Montagnoli

 

19/3/2013

Claudia Manuela Turco, Glenn amatissimo – Il cane che mi salvò la vita, Como, Edizioni Il Ciliegio, aprile 2013 (Collana “Percorsi”, formato cm 15x23 con alette)

Riguardo a Glenn amatissimo, Lucia Gaddo Zanovello ha scritto: Mi è capitato in questi giorni di incontrare un libro bellissimo «di quelli che lasciano il segno, che non si possono dimenticare e che possono cambiare le persone»…«Non si tratta di un romanzo comune, ma della narrazione di un’insolita storia d’amore, molto ben scritta, delicata, originale e strutturata da esser letta d’un fiato, senza annoiare mai, nonostante la lunga sequela di particolari-verità che arricchiscono e fondano la vicenda e l’interesse che può sollecitare non è riferibile solo agli amanti degli animali»…«La vita è un attimo, che sia lunga un minuto o cent’anni, è pur sempre un attimo; questo libro mette l’accento sul godimento della felicità del cosiddetto poco o nulla, a disposizione di tutti, che tanti di noi non sanno più dove ritrovare, sui significati veramente autentici della vita, e su di un’etica senza ipocrisie, realtà alle quali i nostri giovani non  sono quasi mai sensibilizzati; l’opera può contribuire a sviluppare in loro quel senso del sacrificio di sé, al di là di ogni proprio tornaconto, per il bene dell’altro, a cui nessuno più li ammaestra o che non hanno ancora incontrato nella loro vita e forse non incontrerebbero mai».

Il volume è strutturato in due parti. La prima si intitola Bambini di serie B ed è un racconto o romanzo breve. Questa sezione introduttiva dona una prospettiva diversa (più ampia e più precisa al tempo stesso) a tutta la storia seguente, la seconda parte dell’opera, il romanzo vero e proprio che vede protagonista Glenn. Bambini di serie B concentra forti picchi drammatici, indispensabili per penetrare a fondo l’essenza della storia del cane (esempio di vita vera), ma ci fa anche subito capire che non ci troviamo di fronte al solito libro canino. Non si può parlare di Letteratura di genere nell’accezione negativa corrente (che vede il suo corrispettivo in certa filmografia), se non per riabilitare tale categoria. Il lettore può avere la sensazione di ricevere un invito a indovinare possibili corrispondenze tra realtà e finzione, ma ne ricaverà soprattutto utili riflessioni sui meccanismi interni all’opera e che presiedono alla creatività. Molto interessante, in particolare, il passaggio dalla terza persona dei Bambini di serie B alla narrazione in prima persona fatta dalla donnacane in Glenn amatissimo. Questo slittamento di prospettiva consente di non scivolare mai nel patetico, nel facile sentimentalismo o di apparire glaciale, dovendo affrontare traumi dal punto di vista narrativo. Il sentimento rimane autentico, intatto nella sua forza. La donnacane non racconta molto di sé, per lasciare al cane il ruolo di protagonista. In Bambini di serie B colpisce la precisione chirurgica del gergo medico relativo alle patologie di Pypee e Gordon, usato nei riferimenti alle cartelle cliniche. Il racconto arriva come una freccia (dice Lucia Gaddo Zanovello). Mostruose e agghiaccianti sono le parole legate alla sfera della malattia, nella loro asetticità medica. Ma Franz Kafka disse: «Una volta mi ruppi una gamba,/ fu la più bella esperienza della mia vita». L’evento più triste e quello più felice a volte possono avere dei punti di contatto, come nella storia di Glenn. In Bambini di serie B leggiamo: «Ci sono luoghi ove una bestemmia vale una preghiera e una preghiera equivale a una bestemmia. Ci sono creature che hanno troppo sofferto per colpa dell’uomo. E allora nessun uomo potrà porre rimedio. A un solo essere, a un’unica anima potranno veramente appartenere e legarsi, per trovare riscatto»…«A Gordon mancava solo la parola»…«Pypee aveva trascorso i primi sei anni di vita andando fuori e dentro da un canile-lager che si chiamava… ospedale»…«Le cartelle cliniche continuavano a espandersi: incisione in sede trocanterica, Scheletrizzata la metafisi prossimale del femore previo repere rx, Osteotomia intertrocanterica asportando un cuneo mediale, previa infissione di una vite di Scaglietti nel collo femorale si derota e si varizza il collo femorale, con una seconda vite si esegue osteosintesi dell’osteotomia, nella parte esterna del focolaio di osteotomia si pone il cuneo osseo precedentemente prelevato medialmente»…«A sei anni, finalmente, un giorno le fu detto che poteva cominciare davvero a camminare. Ma, abituata a stare quasi sempre a letto, era terrorizzata»…«Dopo anni di ulteriori traumi e disgrazie arrivò Gordon, il Principe Azzurro, il cane dai tanti nomi, dalle tante vite. Bello come il sole, immenso come il mare, forte come le montagne di Raibl. Un labrador biondo in miniatura. Diventò subito la bussola d’oro di Pypee, il suo daimon: l’animale che le stava sempre accanto era la sua anima, lei soffriva se gli succedeva qualcosa». Facile capire che Gordon e Pypee sono Glenn e la donnacane di Glenn amatissimo, così introdotto da Bambini di serie B.

Impossibile ingabbiare in una sinossi la trama di questo libro. In breve, possiamo dire che l’incontro tra la donnacane e Glenn pareva proprio predestinato. La condivisione della malattia li rende molto forti. Il lettore non potrà dimenticare certe immagini, come quelle delle persone che si affacciano alle finestre per salutarli e applaudire al miracolo del cagnolino tanto coraggioso che, zoppicando zoppicando, si è conquistato una nuova vita. Ha conquistato il mondo.

Glenn è il protagonista anche della poesia “In ritardo, ma non troppo tardi”, vincitrice del Premio Animo Animale 2010 (la giuria era composta da una classe scolastica), il cui titolo potrebbe idealmente riassumere il libro: «E così anche il sogno di Glenn si avverò:/ percorremmo insieme mari e monti,/ città e campagne, in lungo e in largo,/ zoppicando zoppicando entrambi, all’unisono,/ come i battiti dei nostri cuori.// Siamo stati così felici, ma così felici,/ da poter considerare/ addirittura una nostra amica/ la malattia».

In Glenn amatissimo emerge quel che accomuna il cane e l’umano nella sofferenza, ma anche nella gioia. Quel che distingue questa storia da tante altre è il fatto che il protagonista cane e la sua compagna umana formano davvero un unico essere. Di conseguenza chi scrive riesce a penetrare nell’anima, nella mente dell’animale. Non vi sono più barriere, né fisiche, né culturali. Le vicende minimali della giornata di un cane vengono viste in modo illuminante. Mangiare, dormire, passeggiare non passano più in secondo piano come banali bisogni fisiologici, bensì aprono una porta su un mondo sommerso, ignorato, spesso nemmeno lontanamente immaginato. L’argomento “popolare” viene sviscerato in modo innovativo, soddisfacendo le aspettative del lettore e, al tempo stesso, sorprendendolo. Vengono abbattuti pregiudizi e luoghi comuni. Non è vero che un cane vecchio, che è rimasto molti anni in canile, debba necessariamente essere difficile da gestire. Poiché Glenn e la donnacane trascorrono 24 ore su 24 insieme, possono venire notate le raffinate (e sfuggenti ai più) sfumature di pensiero del cane, in un clima di intimità e complicità. Sono stati trasformati in dialoghi vivaci ed efficaci, gli stati d’animo e i pensieri che i comportamenti di Glenn svelano attraverso il suo corpo, le sue “espressioni”. In questo spaccato di vita canina la psicologia e il comportamentismo si integrano in una visione complessa. Il lettore potrà spesso dire, immergendosi in queste pagine: «Non ci avevo pensato, ma è proprio così!».

In una molteplicità di toni e suggestioni (frequenti i giochi di parole e gli episodi spiritosi) prevale la leggerezza di scrittura, perché i problemi si affrontano e superano. Vengono oltrepassati i filtri della parola, per giungere al più profondo nucleo emozionale del vivere. Non la scrittura, bensì la vita, affiora in primo piano. L’importanza del messaggio richiede semplicità e discrezione da parte dell’autore, e non ostentazione di originalità e virtuosismo, peraltro ampiamente dimostrati in altri contesti e qui osservabili in particolare nei Bambini di serie B. Il ritmo catturante felicemente si sposa a un lessico morbido e fluido, capace di creare aloni di bellezza. La semplicità necessaria è solo apparente; in realtà è voluta e studiata.

Glenn amatissimo si colloca tra diversi generi e tocca molteplici argomenti ed è concepito sia per il lettore comune (inevitabile pensare a Marley o Sprite; spiccano la vivacità dei dialoghi e la voce inconfondibile del cane), sia per il lettore più esigente (con squarci poetici, metafore originali: «Alle mie spugnette rosse danzanti»; «Nel cuore dei cani/ alberga l’anima di poeti estinti»), poiché all’immediatezza del linguaggio non corrisponde un appiattimento del testo. L’opera è adatta sia a un pubblico adulto, sia ai ragazzi. Una lettura consigliata sia agli amanti degli animali, sia a chi li teme ma vuole superare le proprie fobie. È adatto anche al lettore anziano e alle coppie che vogliono adottare un animale o avere un figlio.

Biografia (canina) e conformità al “dato storico” (il personaggio di Glenn è fedele alla realtà, quanto gli fa da contorno non lo è sempre; la collana “Percorsi” è dedicata a storie vere), romanzo e poesia, letteratura colta e popolare, si sovrappongono alla luce di una rinnovata sensibilità. Perché la storia di Glenn - cane vecchio e malato, che non sperava più di avere una famiglia – è la storia di un’anima.

Glenn amatissimo presenta punti di contatto con opere canine dei nostri tempi come I cani non mentono sull’amore di Jeffrey M. Masson, Ascolta il tuo cane di Jan Fennell, e con classici come Sirius di Olaf Stapledon, Topsy di Marie Bonaparte, Cane e padrone di Thomas Mann, Niki – Storia di un cane di Tibor Dèry o con le storie narrate da Chesterton, Kipling, Lawrence, Jack London, Virginia Woolf (Flush. Biografia di un cane). Affinità risultano rintracciabili pure in libri come La vita segreta dei cani e La vita sociale dei cani di Elizabeth Marshall Thomas, o ne I poteri straordinari degli animali di Rupert Sheldrake. Il cane protagonista è accostabile a Marley, ma la sua love story con un’umana ricorda La donna e la scimmia di Peter Høeg. Taluni squarci richiamano Umberto D. (De Sica/ Zavattini), ma soprattutto Il Mio Cane Skip, capolavoro di Willie Morris. Anche i momenti più drammatici “scivolano via” grazie a una scrittura aperta al sorriso. Un taglio divertente e una prospettiva ottimistica prevalgono, malgrado la presenza di non pochi picchi drammatici.

L’opera ha trovato un lettore sensibile già nell’illuminato editore, come dimostra la filosofia ben precisa adottata dalle Edizioni Il Ciliegio: «Il contenuto dei nostri libri ha come guida l'ispirazione, la creatività e l'espressione leggera e profonda dei colori dell'anima. Il Ciliegio si caratterizza per l'attenzione al mondo: del sentimento, della spiritualità, del bambino, della comunicazione, del fantasy, del benessere, del noir, del giallo e della ricerca del sé. Ogni libro è unico e speciale, una piacevole sorpresa per chi lo riceve in dono. Ci diverte pensare ad essi come a delle piccole ciliegie rosse e invitanti, tante per tutti i gusti: dai più raffinati a quelli più curiosi nella ricerca della passione che un frutto rosso sa trasmettere». Una piccola curiosità: Glenn amatissimo è uscito nel mese di aprile 2013, proprio in coincidenza con il decimo anniversario della fondazione della casa editrice.

Il coraggio di Glenn (vero e proprio eroe romantico) viene presentato con delicatezza e con una sensibilità ancora in anticipo sui tempi. Glenn e la donnacane, invece di vivere tante avventure sfrenate, forse avrebbero dovuto risparmiare un po’ le loro gambe martoriate. O forse no. Perché quando si trova la propria anima, e non semplicemente l’anima gemella, tutto è qui e ora.

Claudia Manuela Turco si occupa di letteratura canina sul sito www.lordglenn.com. Al centro della sua opera, l’umanità degli animali e l’animalità dell’uomo. Sta scrivendo il “Ciclo di Glenn”. Con l’augurio che Glenn amatissimo possa contribuire a cambiare la mentalità di molta gente, per salvare le creature che non hanno voce, ritrovando se stessi. Il libro ha ispirato il Premio Letterario “Lord Glenn”.

Marco Baiotto

N.B.: Nel contesto di un ampio progetto culturale di sensibilizzazione sulle tematiche riguardanti gli animali, per contribuire a cambiare la mentalità delle persone, è stata scritta la storia di Glenn amatissimo, un cane anziano e malato che non aveva più speranze di venire adottato. L’autrice del romanzo devolverà la percentuale a lei spettante per le copie vendute al Rifugio di Villotta (www.rifugiodivillotta.org), Associazione di cui è Presidente e Fondatrice Aurora Bozzer e che a breve diventerà Fondazione. Dice Marina del Rifugio di Villotta: "La superficialità e la cattiveria di alcune persone non cambieranno mai, ma noi comunque ci auguriamo di poter incontrare sulla nostra strada gli animali più sfortunati, curarli amarli e rispettarli e poi trovare loro persone splendide". L’acquisto del libro dà diritto a partecipare al Premio Letterario “Lord Glenn”. In palio trofei che verranno spediti gratuitamente ai vincitori. Potrete raccontare le vostre esperienze in prosa o poesia o commentare questo o un altro libro che vi è piaciuto, inviare riflessioni per un dibattito in difesa degli animali, fotografie con il vostro cane/gatto e Glenn amatissimo, proporre idee e iniziative. Verrà pubblicata una selezione dei materiali pervenuti. Per ordinare il libro: info@edizioniilciliegio.com; per informazioni e invio di materiali: www.lordglenn.com (Ciclo di Glenn), lordglenn@libero.it

Breve curriculum di Marco Baiotto

Marco Baiotto ha pubblicato i libri di poesia Duetti Solisti (2003; con illustrazioni di Gianni Sesia della Merla e CD-ROM), Il Ballo delle Monete (2004), Duetti Solisti II (2005).

Lavora nell’informatica e, in letteratura, si è distinto nell’ambito della “bit generation”. Opere digitali, talvolta, accompagnano i suoi versi.

Fondatore de “I Cavalieri della Poesia”, ha collaborato a siti internet e riviste culturali e di varia umanità, nonché a volumi collettanei. Suoi scritti, saggi critici e recensioni, poesie o articoli, compaiono in: “Poeti e Poesia”, “Fermenti”, “La Mosca di Milano”, “Capoverso”, “Il Convivio”, “Inchiostro”, “Fiorisce un cenacolo”, “Arenaria” ecc.

Incluso ne La poesia onesta di Vittoriano Esposito (Bastogi), ha conseguito sensibili riconoscimenti nella partecipazione a premi letterari nazionali e internazionali.

Sue opere sono consultabili nelle biblioteche dell’Istituto Italiano di Cultura delle seguenti capitali: Lisbona, Salonicco, Istanbul, Zurigo, Tunisi, Toronto, Sydney, Stoccolma, Melbourne, Bucarest, Città del Messico.

Collabora assiduamente da qualche anno con uno dei riferimenti italiani a livello di servizi online dedicati agli scrittori, www.literary.it.

Dopo anni di collaborazioni non retribuite e di tanta passione e dedizione pro patria … ottiene, a cavallo tra 2012 e 2013, l’abilitazione all’Ordine dei Giornalisti pubblicisti del Friuli Venezia Giulia.

 

18/3/2013

Conversazione con Primo Levi
di Ferdinando Camon

Presentazione dell’autore
Disegno e grafica di copertina di Guido Scarabattolo

Guanda Editore
www.guanda.it

Saggistica
Collana Quaderni della Fenice

Il dilemma di Primo Levi

Due scrittori, assai noti (Primo Levi aveva già scritto e pubblicato Se questo è un uomo e La tregua, Ferdinando Camon, benché più giovane, era già conosciuto per Il Quinto Stato, La vita eterna, Occidente e Un altare per la madre), si incontrarono nei primi anni ’80, per la precisione il primo contatto diretto avvenne nel 1982 a Torino, città in cui Primo Levi era nato e risiedeva; ce ne furono successivamente degli altri, tanto che l’ultimo fu nel 1986.
Quella che doveva essere un’intervista di Camon a Levi divenne una vera e propria conversazione, che pur obbedendo a una scaletta di domande predisposte dal primo e concordate con il secondo, si rivelò uno scambio di opinioni di grandissimo interesse. Deve essere dato atto a Ferdinando Camon di aver ben interpretato i desideri dei lettori, più che mai curiosi di conoscere qualche cosa di più di questo grande autore, testimone e vittima della Shoa, per sua natura persona assai umile e che ha sempre cercato di parlare attraverso le sue opere.
Ma cosa spinse Camon a contattare Levi per intervistarlo? Questa è la prima domanda che ho rivolto allo scrittore padovano che mi ha risposto, come sua consuetudine, in modo esauriente e senza reticenze. Mi ha detto che era stato spinto da un complesso di colpa, in quanto figlio di quella civiltà dell’Europa occidentale che nel tempo ha preso di mira gli ebrei, con un lavorio di esclusione durato diversi secoli e giunto al suo culmine con la follia nazista volta al loro sterminio.
Beninteso questo senso di colpa è una radice che uno si porta appresso per atti compiuti, magari molto tempo prima che nascesse, dal mondo di cui fa parte, da una civiltà che si crede esemplare e che invece nasconde in un’atavica avversione  per gli ebrei, un nocciolo di inciviltà ancor oggi difficilmente scalzabile, atteso un serpeggiante dilagare dell’ostracismo per tutti quelli che non ne sono membri.
Come dice Camon, per lui andare da Levi era come andare a Canossa, e forse ha avvertito tanto di più questo senso di colpa in quanto cristiano e anche cattolico, proprio per la constatazione che il far parte di un credo religioso porta inconsciamente a vedere gli altri, cioè quelli di fede diversa, come degli estranei.
E’ stato però fortunato, perché Levi sì era ebreo, ma non praticante, anzi non credente, per quanto in lui ci fosse una continua ricerca che andava oltre l’umana comprensione dell’Olocausto, ma anche di una relazione fra questo e un eventuale Entità superiore. Quando a conclusione della conversazione Levi dice “C’è Auschwitz, quindi non può esserci Dio,” aggiunge poi a matita sui foglio sui quali la stessa è trascritta “Non trovo una soluzione al dilemma. La cerco, ma non la trovo” è evidente che l’uomo era impegnato in un logorante, ma anche angosciante tentativo di dare una risposta logica, razionale, che andasse oltre l’atto di fede, in pratica una certezza che per lui e per noi è del tutto impossibile.
Questa conversazione, in cui si misurano due intellettuali di diversa matrice religiosa, è stata ben orientata in nove temi, svolti con scambio di opinioni, non sempre coincidenti, e che inducono il lettore a riflettere, magari esponendo un pensiero anche dissimile, tanto che più di una volta, e questo è accaduto a me, nasce proprio la voglia di potersi inserire nel colloquio che non risulta di un asettico accademismo.
Il diavolo nella storia, La colpa di essere nati, Cos’era il lager, La Germania allora e ora, Perché scrivere, Lager nazista e lager comunista, La nascita di Israele, Le opere, L’uomo e la chimica, sono questi gli argomenti su cui si  è svolta la conversazione e, se pur non si è arrivati a conclusioni di verità assolute, lo scambio di pareri, le osservazioni puntuali e razionali a cui è sempre stata improntata costituiscono un contributo importante che, senza arrivare a conclusioni certe e definitive, pur tuttavia rappresentano un arricchimento di cui tutti possono beneficiare.
In fondo ci troviamo di fronte a due persone che non desiderano imporre le loro idee, ma che vogliono solo capire, e questo è l’altro aspetto di pregio di questo libro, perché alla fine non ci sono né vinti, né vincitori, ma si resta consapevoli che qualche cosa si è fatto, che un altro passo verso la conoscenza si è compiuto.
Devo dire che mi sarebbe piaciuto poter intervistare Levi, ma non credo proprio che avrei potuto dare vita a una conversazione così interessante come invece ha fatto Camon e l’impressione che alla fine si ritrae é che questi due uomini, di estrazione diversa, sono più simili di quanto non si possa immaginare e pagina dopo pagina è piacevole lasciarsi condurre quasi per mano da entrambi in un percorso altamente gratificante e che porta a una grande sensazione di serenità, la stessa che si raggiunge quando si è consapevoli di un accrescimento del proprio patrimonio culturale.
Per quanto ovvio, Conversazione con Primo Levi è sicuramente e ampiamente raccomandabile.

Ferdinando Camon è nato in provincia di Padova. In una dozzina di romanzi (tutti pubblicati con Garzanti) ha raccontato la morte della civiltà contadina (Il quinto stato, La vita eterna, Un altare per la madre – Premio Strega 1978), il terrorismo (Occidente, Storia di Sirio), la psicoanalisi (La malattia chiamata uomo, La donna dei fili), e lo scontro di civiltà, con l'arrivo degli extracomunitari (La Terra è di tutti). È tradotto in 22 paesi. Il suo ultimo romanzo è La mia stirpe (2011).
Il suo sito è www.ferdinandocamon.it

N.B: Il link per leggere l’intervista da me effettuata a Ferdinando Camon è questo:
http://www.arteinsieme.net/renzo/index.php?m=80&det=11279
Renzo Montagnoli

 

17/3/2013

Cristina Bove - Mi hanno detto di Ofelia - Ed. Smasher 2013

Recensione a cura di M. Carmen Lama


"Mi hanno detto di Ofelia" è un titolo assai intrigante per questa nuova silloge di Cristina Bove, che sembra sempre essere giunta all'apice del suo discorso poetico e invece constatiamo che con ogni sua nuova opera l'apice si sposta indefinitamente e si rimane con la sensazione (di per sé piacevolissima) di un'illusione ottico-mentale, anticipatrice di nuove attese… in un crescendo che non ha mai fine.

Ofelia è un personaggio tragico, una donna immersa nel fiume della sua vita-morte, del cui dramma viene a conoscenza l'amato-amante Amleto, ma solo quando questo si è ormai consumato. E lo stesso Amleto non ha consapevolezza della realtà della donna e dell'accaduto, né di se stesso. Cristina Bove entra perfettamente nel personaggio di Amleto per mostrargli la sua in_coscienza di uomo, mentre gli fa confessare di aver saputo della tragedia di Ofelia ma di non credere, o meglio, di non sapersi decidere a credere alla realtà del fatto e della stessa vita-morte dell'amata, personaggio nel quale pure la poetessa si identifica, con lo scopo implicito di rappresentare simbolicamente il destino tragico che la donna in quanto tale molto spesso subisce.
Dare voce alle donne attraverso le sue poesie, è una funzione che Cristina svolge con profonda empatia, e dare spazio ad Ofelia già nel titolo di un'opera in cui molte sono le poesie che attraversano la fatica dell'essere donna, in una società e in un mondo monco, è una scelta simbolica forte.
Diventa per il lettore una prima chiave di lettura dei testi poetici presentati in questa raccolta.

Ma ci sono altre aperture, così come ci sono altri incontri con la stessa anima poetica di Cristina Bove.
Non è semplice trasferire in una poesia il proprio sentire, facendosi nel contempo carico di rappresentare un vissuto che appartiene anche ad un universo più vasto del proprio.
Ma l'opera poetica di Cristina è una fucina in continua evoluzione, dove la regia sapiente della poetessa consiste nel creare sempre nuove forme con un materiale di base reso duttile dalle sue stesse idee. L'uso del linguaggio, infatti, è sorprendente sia per gli accostamenti lessicali arditi, sia per le immagini originali composte, sia per le atmosfere che può respirare chi oltrepassa la soglia del suo laboratorio poetico.
Ed è proprio grazie a questo sperimentare sempre nuove forme che la poesia di Cristina emerge.
La sua ricerca è incessante e profonda, il mondo che scandaglia è quello invisibile ai più, ma che a lei semplicemente si mostra, richiedendole soltanto un'immersione, come in apnea, e un ascolto attento della vita che nel profondo della psiche e del mondo si svolge.

Questa fondamentale caratteristica del lavoro poetico di Cristina, comune soltanto ai veri poeti, è una modalità legata alla ricerca della coincidenza, e quindi dell'unità, tra l'essere e la realtà.
Soltanto nella visione poetica (o nel sogno) quest'unità può essere vissuta come tale, ma è necessario successivamente risalire in superficie, (o destarsi dal sogno) per rielaborare la visione.
Trovarsi immersi in una sorta di atemporalità, in un'assenza di tempo, fa sì che all'essere proprio si restituisca la "purezza" originaria, che coincide con l'assoluto, ed è questa l'unica condizione in cui per pochi istanti si vive la realtà così come essa è, con_fusa con l'essere, unità assoluta che soddisfa la ricerca poetica.
La poesia salva l'invisibile che si mostra per qualche istante. E l'invisibile è come un fantasma, intercessore del tempo, che appare per un momento, prima che la corrente del fiume del tempo lo trascini via, solo per un istante, poiché non è sua natura il durare, l'estendersi nel tempo, perché questo lo altererebbe nel suo "essere". Può tornare, sì, ma se si ferma un istante lo fa per ottenere l'unica cosa che può salvarlo: essere fissato in un istante perenne. Ed è proprio quest'azione del fissare l'istante, la visione fugace, quello che si richiede al poeta e quello che Cristina Bove fa con le sue poesie. Un sogno o una visione possono essere salvati, rendendoli visibili, facendoli entrare nel mondo della realtà che è quella del tempo, quindi attraverso la rielaborazione cosciente del risveglio, del ritorno in superficie, e della presa di coscienza di quel che è stato e della scrittura poetica.

Tale condizione si addice ad ogni essere umano, ma molto spesso (e comunemente) non si è capaci di discendere nelle profondità della propria anima, né di ascoltarne i richiami o di decifrarne i messaggi, neppure quando nella totale inconsapevolezza sono i sogni ad alimentare la nostra psiche.
Per il poeta invece è un aspetto imprescindibile e lo è tanto più quanto più si affina la sua sensibilità. Diventa, alla fine, il suo habitus psico-mentale. Ed è anche, possiamo dire, la realizzazione del sé. Che però non è mai finita, mai definitiva, se ci atteniamo a quanto, in merito a ciò, ha chiaramente espresso Maria Zambrano in tutto il percorso filosofico del suo pensiero.
Ogni essere umano ha bisogno di rinascere ogni giorno, e compie questa sua rinascita attraverso il risveglio dal sogno e la rielaborazione dello stesso o, per il poeta, attraverso la rielaborazione delle sue visioni dell'invisibile, della ulteriorità del reale, o, in altri termini, attraverso l'intuizione della trascendenza di tutte le cose, degli esseri umani e dei viventi in generale.
Cristina Bove, a mio modo di vedere incarna al più alto grado l'essenza poetica, perché questa coincide con il suo essere la persona che è.

Nelle sue poesie, in particolare in quelle di questa raccolta, si trova la sua anima dislocata, anche a piccoli frammenti, nei versi, nelle figure retoriche, nei ritmi, nella liricità.
Anche quando una poesia parla di cose minime, di oggetti comunissimi e che si potrebbero definire insignificanti, a maggior ragione per questo aspetto vi si coglie un frammento lirico perché l'anima abbandonata alle minimalia sembra essere rassegnata. E questa scoperta segna inevitabilmente l'animo di chi legge.

In poesie come Bora, Una ciotola, Huaca, Riflesso marginale, Sbalordire, Perché la resa, Minime (?) COSE, Per aspera, VERSO IL TACERE, Daojiao, Legend, Fuori dal campo, è eclatante questo sentimento di marginalità in cui si sente risiedere la poetessa, e la lettura dei versi, se rallentata al ritmo del cuore di Cristina mentre “sentiva” quello che ha scritto, conduce immediatamente nei dintorni di una con_divisione del sentire.
Non una volta, ma più e più volte, leggendo e rileggendo le poesie di Cristina_Ofelia, ho provato questo senso di vicinanza con la sua anima, con il suo sentire profondo, qualcosa che mi fa essere partecipe di una vita SubLIMINALE, interiorità sofferta e lirica, appunto.
Senza pretendere di esaurire l’analisi delle poesie di questa silloge in una breve recensione, vorrei tuttavia segnalare due poesie per me fondamentali per individuare il senso più autentico anche di tutte le altre, proprio perché le ritengo emblematiche di un sentimento vitale che in qualche modo è scosso dalla vita stessa che procede su binari non previsti o non auspicati, come spesso accade per chiunque. Si tratta delle poesie Porta e Di solitudini.
La prima: Riconobbi la soglia / una fotografia fatta di vento / lo riportava a me dall’infinito // Il camino era spento e la finestra / si spalancava sull’eternità // le distanze incolmabili generavano spazio / su gradini sbreccati ero seduta / di crepa in crepa / a rattoppare il tempo.
La seconda: Alla tua solitudine lo posso raccontare / dei miei pensieri cavi, e delle notti / calate sulle rive di soppiatto. / Tu la conosci, è specchio al tuo sottrarti / anche la mia / ch’è sabbia, neve, voli e / speronate a picco. // A te lo posso dire, fatta di nebbia io sono / quindi nei vuoti d’aria m’abbandono / per una tregua minima / se vuoi / tu che ti specchi nel mio nulla / puoi, nella forma del buio, / porgere la tua mano alla mia assenza.
Non occorre commentare, credo. La bellezza e il senso di queste due poesie confermano (ovviamente, per me) il messaggio che ho recepito, sotteso nel complesso di tutte le poesie della silloge, e che ho cercato di esplicitare con questa recensione.
E in conclusione di questo breve resoconto della “mia” lettura della silloge Mi hanno detto di Ofelia, vorrei sottolineare, se ce ne fosse bisogno, l’eleganza dello stile di Cristina Bove, l’originalità e la personalità di ogni suo componimento, che inutilmente ci si sforzerebbe di incanalare in una qualche corrente poetica.

E in conclusione di questo breve resoconto della "mia" lettura della silloge Mi hanno detto di Ofelia, vorrei sottolineare, se ce ne fosse bisogno, l'eleganza dello stile di Cristina Bove, l'originalità e la personalità di ogni suo componimento, che inutilmente ci si sforzerebbe di incanalare in una qualche corrente poetica.
Sono poesie, le sue, frutto di un vissuto di immedesimazione nella vita di tutti i giorni e nella vita sociale, umana e universale, frutto anche di una cultura molto ampia che affiora in molti modi, e frutto di una sensibilità fine, di un'intelligenza intuitiva straordinaria, di una generosità insita nel DNA del suo animo che le rende molto naturale darsi, attraverso le poesie, agli animi sensibili dei suoi lettori.

27 febbraio 2013
M. Carmen Lama


M. CARMEN LAMA

PRIGIONIERE DEL SILENZIO

ALETTI EDITORE

ROMA, 2010



…Ma c'è una morte/ che accomuna molte,/ è una morte vissuta/a piccole dosi al minuto…

Mi piace presentare il libro Prigioniere del silenzio di M. Carmen Lama, nel giorno della Festa della Donna (1), perché è ispirato dalle vicende esistenziali delle donne e dedicato "Alle Donne di ogni paese del mondo…" e "Agli uomini veri, che amano l'anima delle donne…".

E' una vasta raccolta di poesie, quasi monotematica, difficile da analizzare nei dettagli proprio per la sua vastità, che richiederebbe varie riletture per essere gustata pienamente e sviscerata nei numerosi spunti di riflessione che può offrire; perciò, in questo scritto, mi limiterò ad una sommaria visione d'insieme, dal punto di vista di ciò che più ho sentito e più mi ha colpito.
Ti aspetti la voce di donne percosse, stuprate, schiavizzate; di donne che lavorano duro e non hanno alcun diritto; di quelle donne-madri che a milioni e milioni, in questo nostro mondo, hanno procreato, allevato e protetto la prole; ed hanno vissuto, lavorando faticosamente, solo di doveri nei confronti di figli, mariti e parenti. Ma non è così. Qui troviamo la denuncia di una violenza meno plateale, quasi invisibile e perciò poco percepibile all'esterno; difficile da identificare e definire. Per quanto l'autrice ci dica che si è ispirata alle vicende di donne di ogni parte del mondo (e noi le crediamo), il disagio esistenziale femminile che rispecchia nelle sue poesie è soprattutto quello della donna liberata giuridicamente, ma ancora prigioniera degli atteggiamenti d'incomprensione dei suoi bisogni profondi da parte dell'uomo. Perciò questa variegata raccolta di voci provenienti da tutto il mondo risulta quasi un coro, per lo più femminile, che diviene infine Voce unica a lamentare, gridare, denunciare ciò che non va nel rapporto con i nostri uomini; e a incitare ad un cambiamento di atteggiamenti sostanziale e positivo per tutti:

"Tu, maschio,
che vivi solo di te stesso -
non uomo,
solo maschio!
Assente,
nella tua presenza.
Debole
Nella tua arroganza
che credi forza.
Non è così
che immaginavo
il nostro futuro insieme:.."
(Coro di donne)


Carmen Lama ha il merito grande di aver puntato il dito sull'incomunicabilità delle anime (per me energia vitale, proveniente dall'inconscio) che porta alla violenza del silenzio e alla disconferma del proprio valore, con conseguente rinuncia alle proprie aspirazioni, sacrificio di sé, esaurimento della forza vitale e depressione. Perché non si può essere sereni se vengono meno le speranze. "Solitudine, tristezza, malinconia, angoscia" possono far implodere l'anima e annientare:

"Il loro peso
di piombo
non mi permette
di volare…" (Il tempo della gioia)

"…Signore,
ti prego,
non tradire le speranze
non illudere i sognatori
non deludere gli amanti
della Vita

come hai fatto

con me"
(Ascoltando Chopin)


"…E non gli resta nulla.
Era l'ultimo appiglio
ma non se ne cura
non reagisce più -
Povero cuore
a brandelli!..." (È lì)

"…Le parole sono fuoco.

Prova a verificare
la condizione e il prezzo
da pagare
se tieni una bomba
-innescata- dentro l'anima!"
(Pazzia?)


"Il mio sentire
giace
in una bara bianca.
L'anima bambina
muore
ogni giorno di più."
(Il mio sentire)

"…la mia esistenza
non vale niente."
(Volo, di sera)

"Non sono niente
per nessuno.
Mai nessuno
Che m'abbia detto:
ti voglio bene
perché ci sei,
perché sei come sei."
(Mai nessuno)

"Stare con le persiane chiuse tutto il giorno
quando fuori c'è il sole
che a cascate riempie di calore
e di luce primordiale
il prato, il cielo, il mare…"
(Aspetterò tempi migliori)

La donna, per essere felice, ha bisogno soprattutto di attenzione, comprensione, dialogo:

"Non voglio ricordi,
voglio attenzioni -
tenerezze - sempre -
qui e ora…
" (Ricordare)


Non ti ho sognato,
amore,
questa notte,
perché il mio mondo
è pieno di te
da sempre.
La differenza
tra i due mondi
è questa. E io per te
ci sono solo quando…

…poi

non esisto più.
(Non ti ho sognato)

Ho citato solo alcuni versi, ma l'intera raccolta è cosparsa di versi simili, in cui la donna chiede di non essere ingabbiata e appiattita in un ruolo, ma compresa nella sua globalità di essere umano unico e irripetibile (come in Synaham).

Lo stile di Carmen è funzionale ad una poesia di denuncia sociale ed è caratterizzato per lo più dal verso breve, dalla parola chiara, semplice, immediata, vibrante di protesta; ritmato da consonanze, assonanze, allitterazioni; talvolta arricchito da metafore o allegorie e spesso da efficaci chiuse sferzanti, di grande effetto espressionistico. Mancano quasi del tutto i temi della natura e dell'eros; quello che interessa all'autrice è il dialogo interiore della donna con la propria "anima" e con l'"altra metà del cielo", che disattende sempre le sue più intime aspettative. Si percepisce, l'inerzia, il buio, il freddo; il bisogno vitale di Amore e la triste scoperta dell'ambiguità e imprendibilità di questa " favola bella che ieri m'illuse, che oggi t'illude, o Ermione" (come diceva D'Annunzio):

Tormento d'amore
(wicer)

L'amore, quello vero,
se esiste,
dev'essere un gigante.
E tra i giganti, il Re.
Tutto MAIUSCOLO.
Di nobile lignaggio.
Sempre scortato
da damigelle e paggi:
quali l'Intensità, l'Infinito,
l'Eterno presente,
il Desiderio,
che più s'esaudisce
più a dismisura cresce.
E poi l'Unicità
E l'Appartenenza,
perché no!?

Posso testimoniare
Che l'ho sperimentato
Questo AMORE.
E un bel nome ho anche dato
A sua Maestà: l'ho chiamato

INFINITO.

Ché mi sembrava
Il nome più appropriato.
Ma non ho mai compreso
come funzioni
la freccia di Cupido:
se solo un cuore
s'impegna di trafiggere
e l'altro anestetizza
che amore strano crea?

Forse

bisogna accontentarsi
di amare e basta,
senza ritorno alcuno?
Se così fosse
che lo si sappia almeno.
Semplicemente.
Per non disperarsi.

E gli si cambi nome,
per favore!
Lo si chiami Re invisibile.

O soltanto
Batterio microscopico.

O ancora meglio,
signor Nulla.


Esplicita è anche la denuncia dell'ansia provocata dal sovraccarico di responsabilità, delegate troppo spesso ancora a noi donne, come quella educativa nei confronti dei figli:

Si paga

Un attimo di distrazione
verso i nostri figli

si paga

con brucianti sensi di colpa
che accendono incubi atroci
e annientano l'anima.

Da questa morte
non si risorge.


In tanto sperdimento di speranze disattese e pesanti responsabilità, la strada per uscire dalla paralisi emotiva, la troviamo nell'ultima poesia della raccolta, e appare come una indicazione alla donna (ma anche a tutti gli esseri umani) di cercare nella propria storia quei "minimi bagliori" vitali che diano la forza per esprimersi:

Spieghettare la vita

Spieghettare la vita
scorgerne minimi bagliori
farsi di questi
nodi stretti al cuore
per non lasciarli
mai spegnere
o sparire.

E quando il vento
spira forte - mancino -
e ti sconquassa l'anima
rifugiati nelle asole
del tuo silenzio fido.

Riaccendi quei bagliori -

ché ne rischiarino il buio
immeritato

e alle trombe dai fiato.


Si esce dalla lettura del libro, carichi dell'infelicità provocata dalla mancanza di intesa, comprensione, dialogo, rispetto e accettazione tra i sessi.
L'autrice ha raggiunto il suo scopo principale: lasciare impresso nell'immaginazione dei lettori il senso di profonda tristezza di molte donne, perché si cerchi di modificare in meglio la situazione. Sono poesie che pongono l'enfasi sul disagio esistenziale e riguardano tutti noi, per cui, più che fermarti ad apprezzarle dal punto di vista estetico, ti stimolano a specchiartici e a dialogarci per modificare anche i tuoi atteggiamenti; in questo senso sono poesie psico-filosofiche.
Personalmente, durante la lettura, ho sentito il bisogno di ripercorrere le tappe legislative che hanno portato la donna italiana alla parità giuridica con l'uomo (vedi in nota), per cercare di capire meglio cosa ci è successo. E, ripercorrendo la storia di questa faticosa e contrastata conquista dell'uguaglianza giuridica, in un primo tempo, mi è venuto da concludere ottimisticamente che le nostre leggi, liberando la donna dall'asservimento, offrono, oggettivamente, la possibilità ai singoli individui di scegliere il loro bene in piena libertà di coscienza e senso di responsabilità.
Però, riflettendo meglio, ho dovuto considerare che queste leggi sono state approvate solo da una maggioranza risicata di popolo e che esiste ancora una parte nutrita di italiani/e maschilisti/e, anche sotto mentite spoglie; a volte pure spoglie inconsapevoli. E di uomini ("maschi", direbbe Carmen) misogini.
La liberazione femminile è un fenomeno così recente e così inusitato, rispetto all'intera storia dell'umanità, che, temo, dovrà passare moltissimo tempo prima che psicologicamente donne e uomini si assestino serenamente su questa nuova realtà.
La tensione etica ispiratrice delle leggi della seconda metà del Novecento, oggi, più che consolidata, sembra spenta e ovunque si percepisce il rischio di un ritorno istintivo alla sopraffazione dell'uomo sulla donna. (Vedi la proposta di Legge sul Femminicidio, come strumento legislativo di difesa).
Le donne non possono e non devono abbassare la guardia. La liberazione, anche oggi, passa soprattutto attraverso l'autonomia che dà un lavoro e quindi un reddito proprio, e la forza di relazionarsi con l'uomo alla pari, analizzando, oltre al comportamento maschile, anche il proprio, per rendersi coscienti dei potenti archetipi stratificatisi in migliaia di anni nell'animus femminile
(tra i più importanti le figure di Maria, di Eva e quella del magico principe azzurro).
In questo senso la lettura di Prigioniere del silenzio (oltre a farsi apprezzare nella sua essenza poetica) è senz'altro di grande aiuto: alle donne per riflettere sulle loro piccole/grandi verità, agli uomini per conoscere meglio la sensibilità femminile e imparare a rapportarvisi.


CONQUISTA DELL'UGUAGLIANZA GIURIDICA DELLA DONNA IN ITALIA

1946- DIRITTO DI VOTO

1948- ART. 3 della COSTITUZIONE

1 dicembre 1970 - Legge 898 (istituzione del DIVORZIO)

12/maggio/1974 referendum abrogativo del divorzio. La legge NON viene abrogata.
Successive modifiche L. 436/1978; L. 74/1987

L. 151/1975. NUOVO DIRITTO DI FAMIGLIA - Abolisce la figura del capofamiglia e la donna e l'uomo hanno pari diritti doveri.

Legge 22/5/1978 n.104- INTERRUZIONE VOLONTARIA DELLA GRAVIDANZA, ratificata dalla consultazione referendaria del 1981.

2011- Legge sulle QUOTE ROSA:
La legge prescrive che a partire dal 2012 i Cda delle aziende quotate e delle società a partecipazione pubblica dovranno essere composti per un quinto da donne. Dal 2015 la quota rosa dovrà salire a un terzo.?


(1) Per l'origine della Manifestazione Internazionale della Donna consiglio di leggere la pagina di Wikipedia perché, supportata da una buona bibliografia, ci chiarisce come sia nata e si sia diffusa, sfatando la leggenda che l'accompagna.
Franca Canapini

 

14/3/2013

Marco Polo
di Maria Bellonci

R.C.S. Libri S.p.A.
Biografia
Collana BUR Scrittori Contemporanei

 

Un viaggio affascinante

Come certamente noto Il Milione è un saggio biografico scritto da Rustichello da Pisa sotto dettatura di Marco Polo allorché entrambi, presumibilmente nel 1298, si trovavano prigionieri di guerra dei genovesi.
Vi si descrive il viaggio nel lontano oriente compiuto dalla famiglia mercantile veneziana dei Polo (Marco appunto, il padre Niccolò e lo zio Matteo), un itinerario che appassionò subito i lettori del XIII secolo e che ancor oggi affascina.
Stupisce anche l’interesse al riguardo di Maria Bellonci, legata com’è stata al Rinascimento italiano e alla vita di corti ben diverse da quelle che si trovano nel Milione, ma forse lo stupore ha una spiegazione nell’ascendente che questo libro ha sempre manifestato nei lettori. Quel mondo quasi sconosciuto, così diverso dall’Italia medievale, quegli spazi infiniti, un grandissimo sovrano come Kublai Khan, autentico signore e padrone di quel mondo sono aspetti che giustificano ampiamente il successo di quel libro, fonte di ispirazioni di altri testi successivi, come Le città invisibili di Italo Calvino.
In questo Marco Polo Maria Bellonci rilegge quest’opera e ci racconta, con il suo ineguagliabile stile, questo viaggio avventuroso nell’impero del Gran Khan, partendo appunto dal momento in cui Marco Polo, prigioniero dei genovesi dopo la sfortunata battaglia di Curzola, detta questa sua esperienza a un altro detenuto, Rustichello da Pisa. E se Il Milione ha una nascita alquanto originale, altrettanto si potrebbe dire di questo libro della Bellonci; infatti l’origine è una sceneggiatura per il Marco Polo televisivo, trasmesso a puntate nel 1982; da questo lavoro in funzione del piccolo schermo la scrittrice piemontese ha tratto appunto il suo Marco Polo.
Indubbiamente diverso dai suoi testi famosi, quali Lucrezia Borgia, Segreti dei Gonzaga e Rinascimento privato, mantiene tuttavia il rigore di una biografia strettamente attinente alla vita del protagonista, con una felice trasposizione narrativa che rende il tutto assai più scorrevole e di grande gradimento da parte del lettore.
Senza essere didascalico, è caratterizzato dalla capacità di lasciare alla fantasia di chi legge immaginare, vedere con i propri occhi ciò che opportune e mai troppe indicazioni rendono possibile.
Certo non ci troviamo di fronte a personaggi come Lucrezia Borgia o Isabella d’Este, ma quel mondo lontano, che solo da non molto tempo ci sembra più vicino, rivive in un’aureola di meraviglia e mistero che non sgomenta, ma attrae irresistibilmente. Il palazzo estivo di Kublai Khan, costituito da una miriade di tende, l’incontro con i Lama del Pamir e con i mitici pescatori di balene, il rito del matrimonio tra bambini morti emergono da queste pagine, si offrono prepotentemente per farci capire un mondo che all’epoca appariva talmente lontano dall’occidente da essere considerato inabitabile e inabitato, e invece anche là si nasceva, si viveva, ci si amava, si combatteva e si moriva, né più né meno come in ogni angolo di questa terra, a ogni latitudine, in ogni epoca. Se la distanza geografica era immensa, Marco Polo fece sentire vicini gli abitanti di quelle terre lontane e Maria Bellonci ha saputo, in questa sua trascrizione, mantenere lo spirito dell’esploratore veneziano, la cui presenza, pur se discreta, è quella di un uomo che vuole conoscere, desidera sapere, è pronto a tendere un mano per innalzare un ponte ideale fra Occidente e Oriente.
Da leggere, senza dubbio.

Maria Bellonci, di origini piemontesi, nacque a Roma nel 1902 ed esordì nel 1939 con Lucrezia Borgia, che vinse il premio Viareggio. Insieme al marito Goffredo diede vita nel 1947 al premio Strega. Tra i suoi libri: Segreti dei Gonzaga, Pubblici segreti, Tu, vipera gentile, Marco Polo. Rinascimento privato esce nel 1985, l'anno precedente la morte dell'autrice.
Renzo Montagnoli

 

8/3/2013

Ricostruire la democrazia
La “tela di Penelope” delle riforme elettorali
di Giorgio Galli e Daniele Vittorio Comero

Edizioni Solfanelli
www.edizionisolfanelli.it

Saggistica politica
Collana Intervento

 

La democrazia è una chimera

Che nel nostro paese esista la democrazia sta scritto solo nella Costituzione poiché nella realtà questa non esiste e quanto più la si invoca e la si richiama tanto più la si allontana. Se non è certo pensabile una democrazia come quella ateniese, frutto di volta in volta dell’incontro della volontà di tutti i cittadini, tuttavia è in forza del sistema elettorale che può essere o meno avvicinata, senza che mai ci sia la possibilità di realizzarla completamente. Con il sistema proporzionale, senza correzioni se non l’introduzione di una soglia di sbarramento per evitare un’eccessiva frammentazione, c’era la certezza che la quasi totalità delle idee e dei movimenti ad esse riconducibili potessero trovare una loro rappresentanza in parlamento, che è l’unica fonte del potere legislativo, mentre il governo ne è dipendente, in quanto svolge costituzionalmente una funzione esecutiva. Nel tempo, però, il potere dei cittadini elettori è sempre stato più ridotto con modifiche alle leggi elettorali volte a privilegiare uno status quo della classe politica, ovviamente in danno dei mandanti, ridotti al semplice ruolo di soggetti ininfluenti, impossibilitati a cambiare una situazione, né più né meno come accade in regimi dittatoriali in cui le elezioni hanno funzioni di mera apparenza.
L’introduzione del mattarellum e poi del nefasto porcellum, in base al quale si sono tenute anche le recenti votazioni, ha di fatto spossessato l’elettore del suo potere di scelta, tanto che non esistono opzioni volte a privilegiare i candidati, di fatto imposti dalla logica dei partiti che lasciano l’unica possibilità di scegliere quella o quell’altra coalizione. Se vi sembra poca cosa, dico solo che siamo tornati indietro di un secolo e mezzo, all’epoca degli statuti monarchici che, rappresentando mere concessioni dei sovrani, di fatto impedivano al popolo di incidere sulla conduzione dello stato. 
Ricostruire la democrazia, questo libro di un centinaio di pagine, ha come scopo appunto di evidenziare quanto ormai siamo lontani dal concetto di democrazia, prendendo in esame i sistemi elettorali passati e quello vigente, nonché le proposte di modifica dello stesso, invocate a gran voce dai vari partiti e sempre rinviate, perché il porcellum rappresenta l’optimum per chi vuole mantenere inalterato il proprio potere, con effetti però anche nefasti, poiché, come accaduto per le recenti elezioni, il diverso e opinabilissimo sistema del premio di maggioranza per la Camera e il Senato porta di fatto a una difficile e spesso impossibile governabilità.
Nel 1993 Gianfranco Miglio sosteneva che bisognava temere chi vuole: <<… prevedere prima delle elezioni le maggioranze e quindi i risultati delle elezioni. Non ho trovato mai qualcosa di più profondamente antidemocratico di questo modo di pensare. Questo intendersi prima come si andrà d’accordo. L’essenza del sistema rappresentativo sta nella non prevedibilità dei risultati. Il carattere moralizzatore dei giudizio dei cittadini riposa proprio sulla sua non-prevedibilità. Chi deve governare, ed è portato a un certo punto a compiere degli atti illegittimi o comunque illeciti moralmente, deve sapere che c’è un giudice che tace, non si esprime, ma che al momento del voto si farà sentire. Questa è l’essenza della democrazia.>>.
E la risposta fu Miglio estromesso dal governo, nuova legge elettorale con il tatarellum solo per le regioni, per approdare infine a quella porcata che è proprio il porcellum che pone l’elettore di fronte a un quadro già prestabilito, togliendogli così possibilità di intervenire per incidere sulle future scelte, riducendolo di fatto a un organo consultivo.  
Ma visti i malumori che salgono sempre più forti dal basso e che si sono concretizzati nel voto di protesta al Movimento 5 Stelle, maggioranza e opposizione è da un po’ che parlano di adottare una nuova legge elettorale, con proposte che come la tela di Penelope vengono portate avanti di giorno e disfatte di notte, e in ogni caso con arzigogolamenti volti a mantenere lo status quo.
Ce n’è quindi abbastanza per sentirsi, scusate il termine, mazziati e cornuti, una situazione che non esito a definire incresciosa e che all’indomani dei risultati elettorali, dove nessuna dichiara mai di aver perso, gli unici autentici sconfitti sono solo gli elettori.
E’ da leggere questo libro, per capire, anche per arrabbiarsi, ma soprattutto per avere coscienza di quanto del nostro potere ci è stato tolto, in pratica tutto.

Giorgio Galli, già docente di Storia delle dottrine politiche presso l’Università degli Studi di Milano, è uno dei maggiori politologi italiani. La sua produzione di storico è orientata prevalentemente alla storia contemporanea italiana, in particolare al Secondo Dopoguerra. Tra i primi successi Il bipartitismo imperfetto. Comunisti e Democristiani in Italia (Il Mulino, Bologna 1966). Oltre a classiche indagini di scienza politica, incentrate soprattutto sulla recente storia politica italiana, come Storia del partito armato (Rizzoli, Milano 1986), Storia dei partiti politici europei (Rizzoli, Milano 1990), I partiti politici italiani (Rizzoli, Milano 1991), Mezzo secolo di Dc (Rizzoli, Milano 1993), Affari di Stato (Kaos Edizioni, Milano 1991), Piombo Rosso (Baldini Castoldi Dalai, Milano 2004), Pensiero Politico Occidentale. Storia e Prospettive (Baldini Castoldi Dalai, Milano 2010) e a un’intensa attività di commento giornalistico svolta in varie sedi e in particolare attraverso il settimanale “Panorama”, Galli ha intrapreso ricerche più complesse e originali sull’intreccio fra vicende e dottrine storico-politiche e una serie di tradizioni e culture che il moderno ha più o meno relegato nel grande contenitore dell’irrazionale o del pre-razionale.
Dopo il grande affresco storico dell’Occidente misterioso di Baccanti, gnostici, streghe, i vinti della storia e la loro eredità (Rizzoli, Milano 1987), ripubblicato aggiornato col titolo Cromwell e Afrodite. Democrazia e culture alternative (Kaos Edizioni, Milano 1995), Giorgio Galli ha prodotto lavori più delimitati ma non meno suggestivi come Hitler e il nazismo magico. Le componenti esoteriche del Reich millenario (Rizzoli, Milano 1989), Politica ed esoterismo alle soglie del 2000 (con Rudy Stauder, Rizzoli, Milano 1992), Le coincidenze significative. Dalla politologia alla sincronicità (Solfanelli, Chieti 1992), Noi e le stelle. L’astrologia verso il 2000 nelle lettere ad “Astra” (con Rudy Stauder, Rizzoli, Milano 1994), La politica e i maghi. Da Richelieu a Clinton (Rizzoli, Milano 1995), fino ad Alba magica. Le elezioni italiane e il New Age della scienza politica (con Giuliano Boaretto, Edizioni della Lisca, Milano 1996), a La Magia e il Potere. L’esoterismo nella politica occidentale (Lindau, Torino 2004) e Esoterismo e politica (Rubbettino, Soveria Mannelli 2010).
Sempre dedicati alle storie dei principali partiti politici, segnaliamo Storia della DC (Kaos Edizioni, Milano 2007), e Storia del socialismo italiano (Baldini Castoldi Dalai, Milano 2007). Di recente pubblicazione La svastica e le streghe. Intervista sul Terzo Reich, la magia e le culture rimosse dell’Occidente (Hobby & Work, Milano 2009), e Pasolini. Comunista dissidente (Kaos Edizioni, Milano 2010).

Daniele Vittorio Comero esperto elettorale, da molti anni membro del Comitato scientifico della Società Italiana di Studi Elettorali - SISE. Laureato in Scienze Politiche all’Università Statale di Milano, diplomato in Statistica all’Università Cattolica di Milano, lavora presso l’Osservatorio Elettorale a Milano, si occupa anche di statistica socio-demografica.
Giornalista pubblicista, direttore del periodico “Civica”, ha collaborato con i periodici: “Notizia Oggi”, “Italia Magazine” e “Tradizione”. Ha inoltre pubblicato: Partititi storici e nuove formazioni, con Giorgio Galli (Franco Angeli, Milano 1992), Il modello dell’Elezione diretta, con Giovanni Mottola (Prometheus, Milano 1998), Milano al voto, con Giancarlo Rovati (Prometheus, Milano 1999), La Macchina Elettorale (Civica, Milano 20022), Modello Grande Milano (Civica, Milano 2004).
Membro delle missioni internazionali in Russia in occasione delle elezioni presidenziali (1991 e 1996). Relatore in numerosi convegni, in ultimo al Consiglio regionale del Piemonte sui sistemi elettorali per il Parlamento (2011).
Renzo Montagnoli


 

Andrea Camilleri
Il tuttomio

Ed. Mondadori gennaio 2013
Romanzo

Di rosso sangue si tinge l’ultimo noir di Camilleri! Dies irae per l’incauto lettore che ha comprato e letto il libro!

Ancora una figura femminile, al centro della storia di Iltuttomio, romanzo scritto in una lingua italiana controllata, formale, senza sbavature e piuttosto fredda ed impersonale. Se non si sapesse che è stata scritta da Camilleri questa vicenda, si penserebbe ad un autore anonimo, non ben identificato. Merito allo scrittore che si cimenta in svariati generi letterari, ma la dimensione del romanzo borghese tout court non è, a mio modesto parere, un suo valore aggiunto. Più che la trama, un cesello di parti diverse (A.C.nella nota finale parla di tessere per comporre il mosaico femminile) in cui si combinano (o scombinano?) elementi psicologici, cronaca nera in salsa anni 50/60 e altro non ben decifrabile, è lo stile che lascia perplessi. La lingua è usata senza fantasia  e  scardinamenti che fanno la differenza, la sintassi paratattica dà stilisticamente un ritmo monocorde e piatto.  Già in Il tailleur grigio e in  Un sabato, con gli amici…Camilleri aveva tentato la carta del dramma borghese, disegnando donne manieristiche, con basico scavo interiore, così cartonate da apparire finte e senza anima. Belle di quella perfezione fumettistica e poco credibile, motivate da traumi o manie devianti, specchi fedeli di manuali psichiatrici, da risultare donne finte e improponibili. Modelli femminili da riviste patinate, ma sporcate da recessi retroattivi. In questo stereotipato quadro muliebre il titolo Il tuttomio, è l’antro segreto in cui si rifugiano le malefatte di Arianna, una sorta di nomen omen… il labirinto…Teseo…il Minotauro. È una  giovane di trentatré anni, sposata ad un uomo più vecchio e con difficoltà sessuali, dotata di bellezza rovinosa,  segnata da esperienze che ne hanno frantumato l’essere: una donna a segmenti, un assemblaggio difficile da ricomporre dietro la facciata del perbenismo e della solidità economica conquistata. Gli uomini che compaiono nella sua vita sono artefici del suo destino o marionette nelle sue mani; Arianna  nelle intenzioni dell’autore dovrebbe apparire quel tipo di donna che irradia seduzione, ammalia e brama sesso compulsivo e selvaggio, misto ad un’innocenza fanciullesca, quasi disarmante, ma questo mix  mal si concilia con il quadro d’insieme. Insomma, Arianna risulta un personaggio cartaceo insulso, le sue voglie così prevedibili che il lettore, presumo io, o a mio avviso, non solo non aderisce ad esso, ma se ne ritrae prendendone le distanze: questo non vuol dire che è un personaggio negativo, e come tale rende l’idea, non è così: è solo stampato sulle pagine come un disegno di linee senza profondità prospettiche.  Io, come migliaia e migliaia di altri lettori, amo Camilleri e leggo indiscriminatamente quasi tutto quello che produce, ma questo suo lavoro lo trovo irritante, brutto e inutile da leggere. Dies irae lectoris!  Non voglio essere blasfema, ma il Maestro ci ha abituati a tutt’altra letteratura e si sa che  le abitudini sono vizi perniciosi ai quali siamo abbarbicati e a volte invece di essere indulgenti verso chi si stima e si ammira,  si è intransigenti e si pretende il meglio.
Io non sono una critica professionista o blasonata e la mia stroncatura non avrà nessun valore, ma la libertà di espressione è un diritto inalienabile.
Arcangela Cammalleri

 

3/3/2013

Rinascimento privato
di Maria Bellonci
In copertina: Bronzino Ritratto di Eleonora da Toledo con il figlio Giovanni (part.) Firenze Galleria degli Uffizi

Arnoldo Mondadori Editore
Narrativa romanzo
Collana Oscar classici moderni
 

Isabella e Maria

“ Ho scoperto che la mia condizione di donna non è predominante in assoluto e non m’impedisce di diventare un essere compiuto, purché io non sia ingannata da me stessa. Ho imparato a vivere senza freddezze e senza spasimi non rinunciando perç alla ribellione e all’insorgere dei sentimenti.

Né diminuisce la mia facoltà di rendermi ragione. Ecco perché, vanitosa come sono sia pure temperatamente, non mi ha fatto vacillare lo scritto satirico di un uomo traditore del suo intelletto, Pietro Aretino, che non avendo mai avuto da me denaro o doni, mi ha accusato di essere vecchia con i denti falsi e il viso imbellettato. Certo, sono tutte cose vere che ad una ad una hanno aiutato la natura quando si è allontanata da me la giovinezza.”

 È l’anno 1985 allorché viene pubblicato Rinascimento privato, l’unico autentico romanzo storico di Maria Bellonci, un’opera grandiosa, frutto di un lavoro durato una ventina d’anni e ultimato appena in tempo (l’autrice infatti verrà a mancare nel 1986). A differenza di altri suoi libri, particolari in quanto trattasi di storia narrata, qui invece troviamo un fervido sviluppo della fantasia, una grande capacità di spaziare pur ancorandosi agli autentici fatti accaduti, in poche parole una rilevante e insospettabile creatività.
Si tratta di una autobiografia immaginaria di Isabella d’Este, personaggio di primo piano in epoca rinascimentale, donna di grande intelligenza, dotata di un naturale istinto politico, quanto mai indispensabile in un’epoca turbolenta che vedeva il territorio italiano meta di conquiste straniere. Sposa a soli sedici anni di Francesco Gonzaga diventa così la marchesana di Mantova, un ruolo apparentemente di secondo piano, per una che era figlia di una regina e sorella del duca Alfonso d’Este.
La sua abilità fu tale che non solo riuscì a conservare l’indipendenza del piccolo marchesato, ma ottenne anche di poterlo elevare al superiore rango di ducato. La sua corte fu una delle più colte dell’epoca, animata da artisti di grande valore che lì trovarono le porte aperte e la più ampia libertà di espressione, tanto che si potrebbe dire che, se oggi Mantova è considerata una delle più importanti città d’arte italiane, il merito è soprattutto di Isabella d’Este.
La sua vita vide lo sgretolarsi delle speranze italiane di un’unità nazionale, anzi il nostro suolo divenne spesso terreno di contesa di Spagna e Francia, con gli inevitabili lutti e rovine.  Eppure, Isabella e la sua corte restarono un faro unico e splendente in un ‘Europa in ebollizione, un luogo di pace circondato da guerre.
Il personaggio e l’epoca quindi non potevano non destare l’interesse di Maria Bellonci, che già molto aveva appreso durante la preparazione di Lucrezia Borgia.
Lungi dal volerne scrivere una biografia - che pure sarebbe risultata di notevole impatto storico-letterario, ma forse un po’ greve, data l’ampiezza del periodo e l’invero rilevante numero degli accadimenti - l’autrice ha inteso conservare, pur nel più scrupoloso rispetto di quanto effettivamente avvenuto, una certa autonomia, immaginando che sia Isabella d’Este che parli di sé, tanto che il romanzo inizia e termina nel 1533 nella Stanza degli orologi, decine di congegni meccanici amati dalla marchesana, a scandire un tempo mai uguale.
E’ lei che, ormai quasi alla fine del viale del tramonto  (morirà nel 1539), ritorna con la mente indietro negli anni, ripercorre la sua vita, ci porta per mano dentro la storia complessa di un’epoca. Il linguaggio usato è moderno, ma impreziosito da una certa patina d’antico, dal ricorso, non frequente peraltro, a termini allora di moda e oggi ormai desueti, in un mirabile equilibrio che non solo non stanca il lettore, ma lo avvince sempre di più.
E poi c’è un’autentica chicca, un’invenzione geniale, che è rappresentata dalle lettere (che non sono mai esistite) che un ecclesiastico inglese, Robert de la Pole, invia a Isabella, lettere a cui lei mai risponde.
Perché sono così importanti? Per due semplici, ma notevoli motivi: l’amore platonico del mittente serve a mostrarci un’Isabella dapprima risentita, poi sempre più interessata, per un segreto che non è di stato, ma solo suo, per un’amicizia che non è amore, ma è sempre di più un affetto che finirà con il divenire reciproco; in tal modo Maria Bellonci completa la descrizione di un personaggio regale, austero, ma anche dotato di una notevole intima sensibilità, una donna insomma a cui grazia e di femminilità non mancano di certo. L’altro motivo è costituito dal fatto che in tal modo veniamo a conoscenza di fatti importanti dell’epoca che non hanno magari toccato direttamente Isabella e di cui lei non avrebbe potuto raccontare, il che non è poco, perché così si ha una visione generale pregna di un’oggettività che arricchisce le vicende storiche della marchesana, integrandole, mostrandocele da un punto di vista diverso, da un orizzonte più ampio.
Per le opere precedenti di Maria Bellonci non ho lesinato gli elogi, tutti meritatissimi, considerandole dei veri e propri capolavori, e mi trovo ora in difficoltà a giudicare un lavoro la cui qualità va oltre l’immaginabile, perché, libera di sviluppare la propria creatività, l’autrice ha profuso tutte le sue energie e le sue eccelse qualità in un ritratto di una donna in cui è presumibile cercasse dei punti di contatto. I frequenti ritrovi della marchesana con gli amici letterati ricordano un po’ gli incontri della domenica in casa Bellonci e non è forse un caso se le affermazioni di  Maria e Isabella vengono anche a coincidere. Entrambe donne sono riuscite a entrare nella storia, a essere ricordate più dei loro mariti, che pure non erano certi degli sconosciuti. E la malinconia degli ultimi anni di Isabella, ormai vedova, e di Maria, pure lei privata del marito, accomuna idealmente i due personaggi, tanto che potrei definire questo libro il testamento spirituale dell’autrice, che ha saputo, in più di una pagina, trasmettere al lettore le vibrazioni del suo cuore, ha dotato di un tocco magico e sublime le memorie di una donna che procede lentamente verso il buio.
Rinascimento privato è assolutamente imperdibile.  

Maria Bellonci, di origini piemontesi, nacque a Roma nel 1902 ed esordì nel 1939 con Lucrezia Borgia, che vinse il premio Viareggio. Insieme al marito Goffredo diede vita nel 1947 al premio Strega. Tra i suoi libri: Segreti dei Gonzaga, Pubblici segreti, Tu, vipera gentile, Marco Polo. Rinascimento privato esce nel 1985, l'anno precedente la morte dell'autrice.
Renzo Montagnoli

 

21/2/2013

Silvinia
di Giuseppe Bonaviri
Introduzione di Sarah Zappulla Muscarà

Edizioni Bompiani
Narrativa romanzo
Collana Tascabili narrativa
 
 

Nulla è più presente del passato

Giuseppe Bonaviri, romanzo dopo romanzo, non finisce di stupirmi, mai uguale pur nell’ambito di un itinerario logico che ha accompagnato nel tempo la sua produzione. Se si parte dalla prima opera, Il sarto della strada lunga, edito nel 1954, e che può essere considerata di stampo naturalistico, quasi nel filone verghiano pur evidenziando a sprazzi quei riferimenti onirici più accentuati in lavori successivi, e si procede nel tempo si arriva a La divina foresta, del 1969, quasi un poema, la cui scrittura immaginativa prende definitivamente corpo e svincola da quello che può essere un’osservazione di stampo realistico per confluire magmaticamente in una trascendenza delle cose, in particolare della natura, le cui sensazioni, elaborate inconsciamente e metabolizzate, si esplicitano in un fantasmagorico caleidoscopio di immagini quasi surreali.
Negli anni successivi questi ricordi infantili, che con il susseguirsi delle età dell’autore inevitabilmente sfumano, diventano più sostanza del loro significato che figure, paesaggi e storie relative. Poco a poco risultano il frutto di una proiezione onirica, di un mondo lontano mescolato fra la fantasia di un bimbo e quella più creativa di un adulto. E’ così che fioriscono metamorfosi e allegorie, un segno distintivo dello scrittore di Mineo, sempre più incline a mediare la realtà oggettiva con le soggettive sensazioni della stessa.
Ed é questo anche il caso di Silvinia, romanzo pubblicato nel 1997, che rievoca la dolorosa epopea dei nostri emigranti, in particolare di quelli siciliani, dall’Etna a Manhattan, alla ricerca della piccola Silvinia. Lei è una fornaia che porta insieme ad altre bimbe la farina in fornerie site in un vulcano spento, da cui escono pani fragranti, che vengono riportati e distribuiti fra le genti dell’isola. Sparisce, non si sa dove sia finita, tutti la cercano, in particolare il padre fornaio Salvatore Casaccio che si reca perfino in America, nel caso sia là (si noti che questi è un personaggio reale, nonno materno di Giuseppe Bonaviri).
Il viaggio per mare è un’ulteriore occasione per dare sfogo alla grande fantasia dell’autore con immagini che ricordano le illustrazioni della Divina Commedia di Doré, o che rievocano atmosfere melvilliane, in un crescendo proprio dell’opera sinfonica che trova il suo naturale e definitivo acuto in una Manhattan allegorica, brulicante di immigrati riuniti per commemorare il quinto anniversario della scomparsa di Silvinia e dove il funerale dello stesso Salvatore Casaccio assume una ridondanza creativa che vede partecipi il sindaco Fiorello La Guardia, Charlie Chaplin che veste i panni di Charlot, celebri protagonisti dei cartoni animati, quali Paperino, la Bella addormentata e perfino un attore come James Stewart, in un caos e una sarabanda infernali, che visivamente possiamo ritrovare solo in certe pellicole di Federico Fellini.
La nozione di tempo viene ad essere così annullata, passato e presente diventano un unicum e il corso della vita è visto da un adulto con gli occhi di un bambino. Nulla è dovuto al caso, siamo un istante nell’eternità e il candore di quest’uomo lo spinge a raccontare con altrettanta apertura d’animo una storia che può essere vista come la metafora dell’esistenza, di quella inutile ricerca di se stessi a cui mai si approda se non quando si lascia il mondo.
Comunque le interpretazioni possono essere e probabilmente sono molteplici, perché quel discorso della farina che diventa pane, per poi essere distribuito, ricorda tanto l’eucaristia, qui forse vista non sotto l’aspetto propriamente religioso, ma come partecipazione di ognuno all’umanità a cui tutti dovrebbero dare per poter ricevere, insomma al di là della fantasmagoria che balza agli occhi ci sono messaggi ben più profondi, occasioni di riflessione, di ritorni sulle pagine, di soste più o meno prolungate, in ogni caso indifferibili, se si vuol cercare di entrare in sintonia con questo grandissimo scrittore.

Giuseppe Bonaviri è nato a Mineo, in Sicilia, nel 1924. Il suo primo romanzo Il sarto della stradalunga apparve nel 1954 nella collana dei “Gettoni” diretta da Elio Vittorini per Einaudi. Fra le sue opere di maggior rilievo: Il fiume di pietra (1964), La divina foresta (1969), Notti sull’altura (1971), Novelle saracene (1980), Il dormiveglia (1988), Ghigò (1990), Il dottor Bilob (1994), Il vicolo blu (2003), L’incredibile storia di un cranio (2006). Nei tascabili Bompiani è uscito Silvinia (2007), sempre a cura di Sarah Zappulla Muscarà.

Sarah Zappulla Muscarà, ordinaria di Letteratura Italiana nell’Università di Catania e incaricata di Letteratura Teatrale Italiana e di Storia e Critica del Cinema, si occupa di narrativa, teatro e cinema tra Otto e Novecento, di edizioni di testi e carteggi inediti. A sua cura sono apparsi nei Tascabili Bompiani Tutto il teatro in dialetto di Luigi Pirandello e Tutto il teatro di Stefano Pirandello (in collaborazione con Enzo Zappulla), Giovannino, Un bellissimo novembre, Gli ospiti di quel castello, Roma amara e dolce di Ercole Patti, Un posto tranquillo di Enzo Marangolo, Silvinia di Giuseppe Bonaviri.
Renzo Montagnoli

 

18/2/2013

Andrea Vitali

Regalo di nozze 2012

Ed.Garzanti
Romanzo

Al centro del romanzo Regalo di nozze di Andrea Vitali è una Fiat 600, bianca, evocatrice di quei mitici anni ’60 del boom economico, in cui l’Italia per la prima volta usciva dalle anguste dimensioni dell’Italietta olografica e retorica precedente.
L’io narrante è  il ventinovenne Ercole Correnti che in quel di Como sta per sposarsi. Nel rivedere sul lungolago una Fiat 600 bianca come quella che 20 anni prima aveva comprato suo padre Amedeo,  si lascia pervadere dal ricordo di quella mitica gita con il padre,  la madre Assunta e  lo zio Pinuccio, figura  ineffabile di scapolo  trentottenne.
Siamo a Bellagio sul lago di Como dove la famiglia Correnti trascorre la sua blanda routine, il capofamiglia Amedeo prima impiegato al catasto di Como e poi segretario notarile, la moglie casalinga e il figlioletto Ercole di nove anni, a completare il quadretto c’è lo zio materno Pinuccio, nato gagà, come soleva dire la sorella. É consuetudine che lo zio Pinuccio ceni spesso a casa di Ercole e racconti le sue doti affabulatorie che tanto incantavano le donne e millanti di essere un mediatore d'affari per i grandi produttori di seta del comasco. Un personaggio affascinante agli occhi ammirati del piccolo Ercole,  quel giorno della gita in cui per la prima volta sentirà l’odore del mare indescrivibile a parole, come diceva la sua maestra e  vedrà in lontananza le onde splendenti di sole, sarà un’avventura indimenticabile ed emozionante.  Solo dopo vent’anni e, casualmente da sua madre, Ercole verrà a conoscenza dei retroscena che si celavano dietro quel primo viaggio per lui in automobile. L’utilitaria uno degli status simbol di quegli anni costituirà per Ercole un totem della sua infanzia  e il tramite del suo legame e con il padre e con lo zio.

Vitali ci ha abituati alle atmosfere brumose e lacustri, alla caligine estiva che appesantisce i pensieri e rallenta le azioni, ad una sorta di malinconia del tempo andato illustrato come una cartolina color seppia. Nella tranquillità apparente della provincia serpeggia un’inquietudine di fondo, ma velata e implicita, senza clamori e impeti  improvvisi.  I suoi racconti sembrano istantanee, dove il tempo è fermo e i personaggi si muovono in retrospettiva, tutto scorre come immagini proiettate su uno schermo. La realtà è come assorbita da una luce ombrata,  sfumata e quello che all’apparenza sembra in superficie calmo, sottende segreti o retroscene, ma non colpi di scena che fanno sobbalzare il lettore. La scrittura piana e riposante non risente degli urti degli eventi narrati, non è gravata da particolari o ingegnosi costrutti sintattici. Scorre lieve e regolare come un fiume in pianura, non c’è il pericolo di inciampare o di faticare per sentieri lessicali impervi, chi legge ha l’impressione di seguire un percorso sicuro la cui meta è certa.  Lo stile calibrato, la chiarezza espressiva non sono limiti artistici di un’opera letteraria,  un genere letterario  di intrattenimento non è un semplice divertimento, intrattenere il lettore è la forza trascinatrice di uno scritto e questo libro intrattiene e piacevolmente.   

Di Andrea Vitali (Bellano 1956) nel catalogo Garzanti sono presenti: Una finestra vistalago (2003, premio Grinzane Cavour 2004, sezione narrativa, e premio letterario Bruno Gioffrè 2004), Un amore di zitella (2004), La signorina Tecla Manzi (2004, premio Dessì), La figlia del podestà (2005, premio Bancarella 2006), Il procuratore (2006, premio Montblanc per il romanzo giovane 1990), Olive comprese (2006, premio internazionale di letteratura Alda Merini, premio lettori 2011), Il segreto di Ortelia (2007), La modista (2008, premio Ernest Hemingway), Dopo lunga e penosa malattia (2008), Almeno il cappello (2009, premio Casanova; premio Procida Isola di Arturo Elsa Morante; premio Campiello sezione giuria dei letterati; finalista al premio Strega), Pianoforte vendesi (2009), Il meccanico Landru (2010), La leggenda del morto contento (2011), Zia Antonia sapeva di menta (2011) e Galeotto fu il collier (2012).
Arcangela Cammalleri

 

15/2/2013

Le campane di Bicêtre
di Georges Simenon
Traduzione di Laura Frausin Guarino

Adelphi Edizioni
www.adelphi.it

Narrativa romanzo
Collana Biblioteca Adelphi
 

Uno sguardo all’indietro

Che Georges Simenon sia un abile costruttore di trame gialle o noir è del tutto scontato, così come sia notoria la sua capacità di non limitarsi solo a un’accurata e logica descrizione della vicenda, ma sappia andare in profondità sondando l’animo dei protagonisti e ricreando mirabilmente atmosfere in cui il lettore ami immergersi.
Non è invece così frequente il caso che l’autore di lingua francese intraprenda un’altra via, diversa dal romanzo di genere, anzi se ne discosti in modo evidente, di modo da essere considerato un narratore a tutto campo, senza essere etichettato come un giallista, attribuzione che peraltro, nel suo caso, non può e non deve considerata restrittiva e dequalificante.
Simenon, infatti, ha l’ambizione di proporsi al pubblico anche come scrittore di trame in cui le tensioni emotive proprie del poliziesco vengono sostituite da vicende che sono il pretesto per un’analisi approfondita dell’Io dei protagonisti.
È questo il caso di Le campane di Bicêtre, romanzo piuttosto lungo (sono 261 pagine) che, nel toccare alcuni argomenti cari all’autore ( l’ostentata apparenza della classe borghese) intende rappresentare una presa di coscienza del personaggio principale,  tale René Maugras, direttore del più importante quotidiano francese, ricco, potente, che vanta amicizie altolocate e che all’improvviso vede stravolta la sua vita da un aneurisma che gli provoca la paralisi della parte destra del suo corpo. Ricoverato in un ospedale pubblico, anziché in una clinica privata, per poter avere le migliori cure possibili, l’uomo, in quell’improvviso stato di dipendenza da altri, nel tempo che trascorrere più lento, in quanto i suoi ritmi sono necessariamente cambiati, provvede a un progressivo esame della sua vita, stendendo un bilancio per nulla soddisfacente.
Riscopre in lui, osservando gli altri (vecchietti che sopravvivono nell’ospedale), un barlume di umanità di cui non aveva più memoria, rivede come in una pellicola cinematografica le sue umili origini, la lotta per arrivare al successo, le donne di cui si è innamorato, ma che non ha saputo amare, il tutto pressoché immobile in un letto, che assume le caratteristiche di giaciglio della coscienza.
Sembra deciso a cambiare, a dare una svolta alla vita per recuperare il tempo perduto, ma con i progressi della pur lenta e non definitiva guarigione, con i contatti sempre più frequenti con quel mondo che, quando stava male, lo disgustava, i buoni propositi verranno meno.
E’ un romanzo ambizioso, in cui forse Simenon ha voluto rappresentare metaforicamente se stesso,  è un libro che assume il carattere di una confessione per una colpa originale, possiamo dire innata e che, per quanto contrastata, finisce con il ritornare. Siamo fatti così ed è inutile che cerchiamo di cambiarci sembra dire Simenon. La vita è un eterno contrasto fra ciò che siamo e ciò che vorremmo essere, una tenzone da cui finiremo con l’uscire sempre vinti e mai vincitori.
Lo stile è il solito di Simenon, misurato, sostenuto da un ritmo lento, ma non piatto, che riesce ad avvincere il lettore, nonostante le dimensioni dell’ambiente (una grigia camera d’ospedale), ritmo che solo verso le ultime pagine accelera per giungere, forse un po’ bruscamente, all’ultima, un lieto fine, si potrebbe dire, se non fosse per quel ritorno alla vita di prima che continuerà inconsciamente a non soddisfare René Maugras.
E’ un ottimo romanzo, per quanto presenti appunto questa disarmonia fra quasi tutto il corpo dello stesso e la parte finale, un passaggio prevedibile, ma un po’ troppo brusco.
In ogni caso è senz’altro da leggere.    

Georges Simenon, nato a Liegi nel 1903, morto a Losanna nel 1989, ha lasciato centonovantatre romanzi pubblicati sotto il suo nome e un numero imprecisato di romanzi e racconti pubblicati sotto pseudonimi, oltre a volumi di «dettature» e memorie. Il commissario Maigret è protagonista di 75 romanzi e 28 racconti, tutti pubblicati fra il 1931 e il 1972. Celebre in tutto il mondo, innanzitutto per le storie di Maigret, Simenon è anche, paradossalmente, un caso di «scrittore per scrittori». Da Henry Miller a Jean Pauhlan, da Faulkner a Cocteau, molti e disparati sono infatti gli autori che hanno riconosciuto in lui un maestro. Tra questi, André Gide: «Considero Simenon un grande romanziere, forse il più grande e il più autentico che la letteratura francese abbia oggi»; Walter Benjamin: «… leggo ogni nuovo romanzo di Simenon»; Louis-Ferdinand Céline: «Ci sono scrittori che ammiro moltissimo: il Simenon dei Pitard, per esempio, bisognerebbe parlarne tutti i giorni».
Le Centre d'études Georges Simenon et le Fonds Simenon de l'Université de Liège si trovano all'indirizzo: www.ulg.ac.be/libnet/simenon.htm.
Renzo Montagnoli

 

11/2/2013

Triplo
di Ken Follett
Traduzione di Patrizia Aluffi

Mondadori Editore
Narrativa romanzo

Alta tensione

Se mi dovessero chiedere qual è l’autore che attualmente più di ogni altro è in grado di scrivere romanzi avventurosi e notevolmente avvincenti, risponderei senza esitazione: Ken Follett. Infatti, ciò che mi colpisce di più nel narratore gallese è la sua grande creatività, che fa sì che non risulti mai ripetitivo, nonostante che la sua produzione non sia limitata a poche opere.
Inoltre, c’è da rilevare il suo stile innegabile grazie al quale riesce a confezionare storie spesso intricate senza mai essere greve, anzi dimostrando una piacevole leggerezza che il lettore non può che gradire, attribuendo a non pochi suoi romanzo la qualifica di scritti d’evasione, buoni per passare il tempo sì appassionandosi, ma senza per questo dover impegnare la mente oltre misura. Se poi invece si desidera qualche cosa di più impegnativo e che impone necessarie riflessioni, ci si può rivolgere ad altri suoi lavori, fra i quali a mio avviso I pilastri della terra è il più riuscito, raggiungendo livelli di assoluta eccellenza.
Quindi, una delle caratteristiche di Ken Follett è la poliedricità che dimostra anche in questo Triplo, la cui trama può essere definita ad alta tensione.
Ci sono tutti gli ingredienti di una spy story avvincente: il reduce dai campi di sterminio nazisti, che è l’eroe di turno, i cattivi che vogliono distruggere lo stato d’Israele, il carico di uranio di una nave da rubare, tranelli, inseguimenti, continui colpi di scena, e perfino, ciliegina sulla torta, una storia d’amore, il tutto abilmente amalgamato, confezionato con la massima cura, insomma una ghiottoneria per gli appassionati del genere. Non aggiungo altro, perché sarebbe ingiusto anticipare troppo, mentre è invece più che logico che sia il lettore a scoprire pagina dopo pagina la piacevolezza di questo libro, che ha un solo limite, piccolo se vogliamo, ma c’è ed è dato dai troppi personaggi, una girandola di nomi che a volte scombussola e complica le cose; inoltre un po’ più di approfondimento del carattere dei protagonisti non sarebbe stato superfluo, rendendo gli stessi più reali agli occhi di chi legge.
Comunque il risultato è più che soddisfacente e quindi mi sento di consigliarlo, soprattutto agli appassionati di questo genere e a chi abbia bisogno di un po’ di svago, senza che vi sia la necessità di impegnarsi troppo.

Ken Follett è nato a Cardiff nel 1949 e vive a Londra. Laureatosi in filosofia all'University College di Londra, ha lavorato come giornalista. La sua straordinaria carriera di scrittore inizia nel 1978, con l'exploit di La cruna dell'Ago.
Un successo mondiale hanno ottenuto anche i successivi romanzi (tutti editi da Mondadori):
Triplo, Il codice Rebecca, L'uomo di Pietroburgo, Sulle ali delle aquile, Un letto di leoni, I pilastri della terra, Notte sull'acqua, Una fortuna pericolosa, Un luogo chiamato libertà, Il terzo gemello, Il martello dell'Eden, Codice a zero, Le gazze ladre, Il volo del calabrone, Nel bianco e Mondo senza fine.
Nel 2010 La caduta dei giganti, primo romanzo della trilogia "The Century", è stato a lungo al primo posto nelle principali classifiche nel mondo. In Italia, tutti i suoi romanzi sono pubblicati da Mondadori.
Sito web: http://www.ken-follett.com/
Renzo Montagnoli

 

6/2/2013

Tempo di vivere, tempo di morire
di Erich Maria Remarque

Arnoldo Mondadori Editore
Narrativa romanzo
Collana Oscar scrittori moderni
 

La riconquista della coscienza

Remarque, a venticinque anni dalla pubblicazione del suo indiscutibile capolavoro Niente di nuovo sul fronte occidentale, ritorna al tema a lui più caro, la guerra, con Tempo di vivere, tempo di morire.
Cambia il conflitto, non più la prima guerra mondiale, bensì la seconda, ma qui la vita del fronte, quello orientale, appare quasi marginale. Il romanzo inizia con un soldato tedesco (Ernst Graeber) che sembra accettare malvolentieri una licenza di due settimane, che trascorrerà a casa, ma questa non c’è più, distrutta dai bombardamenti aerei, e non si trovano nemmenoi genitori, forse deceduti a seguito della stessa incursione che ha demolito la sua abitazione. Va alla loro ricerca, in compagnia di un commilitone, pure lui in cerca della moglie dispersa. Sarà un viaggio dalla portata più ampia della distanza percorsa, con un progressivo risveglio della coscienza soggiogata dal nazismo, in ciò aiutato anche da una ragazza che incontra casualmente, di cui si innamora e che sposerà.  La licenza è breve, eppure in questo arco di tempo, vengono meno le certezze, nascono interrogativi ai quali non riesce a dare risposta e che troverà invece nel vecchio professor Pohlmann, un insegnante di religione decisamente antinazista. Così, quando tornerà al fronte, sarà un uomo diverso, il percorso di formazione si è concluso ed Ernst è diventato un uomo libero di pensare e che ora vede tutto diversamente. Ma ogni catarsi ha un costo e le colpe del passato esigono la loro riparazione nel presente. Non aggiungo altro, per non togliere al lettore il piacere del finale magistrale di un romanzo stupendo, quasi al livello di Niente di nuovo sul fronte occidentale.
Remarque, che è sempre stato contro ogni guerra, lo è anche qui, ma non si limita a questo; lui è tedesco, è consapevole della colpa del suo popolo per gli orrori del conflitto, per quelli dei campi di sterminio, e l’angoscia di questa colpa è riversata nel romanzo, un desiderio di capire lo sbaglio e di pagarne le conseguenze, affinché nulla di quanto c’è da vergognarsi possa di nuovo accadere.
Tempo di vivere, tempo di morire é un libro che avvince, che trascina e fa meditare, uno di quei romanzi che giustamente si possono definire indimenticabili. 

Erich Maria Remarque, pseudonimo di Erich Paul Remark, nacque a Osnabruck il 22 giugno 1898 e morì a Locarno il 25 settembre 1970.
E’ uno dei più grandi scrittori tedeschi, inviso al nazismo, al punto che ne 1931 riparò in Svizzera e successivamente negli Stati Uniti. Famoso per il suo celebre romanzo pacifista Niente di nuovo sul fronte occidentale, pubblicò numerose opere di narrativa, fra le quali Tre camerati, Arco di trionfo, Tempo di vivere, tempo di morire, L’obelisco nero, La via del ritorno, Il cielo non ha preferenze.
Renzo Montagnoli

 

2/2/2013

La strana giornata di Alexandre Dumas
di Rita Charbonnier

In copertina: Jean Baptiste Greuze,
Il cappello bianco, © Bridgeman / Archivi Alinari

Edizioni Piemme
www.edizpiemme.it
Narrativa romanzo storico
 

Chiappini o d’Orleans?

Dopo aver scritto di Nannerl Mozart, sorella del ben più noto Amadeus, nel suo riuscitissimo La sorella di Mozart, Rita Charbonnier ha pensato di cimentarsi con un altro personaggio realmente esistito, tale Maria Stella Petronilla Chiappini (Modigliana, 16 aprile 1773 – Parigi, 23 dicembre 1843).
Ma se Nannerl era ed è tutto sommato un personaggio conosciuto, chi è mai questa signora romagnola? 
Premetto subito che coloro che ne sanno qualcosa si dividono immancabilmente in convinti assertori della sua storia, oppure in fieri avversari, o anche, come nel mio caso, in scettici.
Questa signora non sarebbe stata la figlia dello sbirro Lorenzo Chiappini e di Vincenza Diligenti, coniugi di umili condizioni, bensì di Louis Philippe Joseph d’Orleans e di Louise Marie Adélaide de Bourbon Penthièvre, di cui il primo era un discendente di Anna d’Austria e la seconda di Luigi XIV, insomma il famoso re Sole. Infatti, per ragioni dinastiche e proprietarie, Louis Phlippe aveva bisogno di un figlio maschio, che la consorte, ancora una volta incinta, non riusciva a dargli; dopo laborioso ricerche si trovò a Modigliana, grazie alla collaborazione della contessa Camilla Borghi-Biancoli, una gestante, così quando i due parti avvennero pressoché in contemporanea (una vera e propria stranezza), il maschio nato da Vincenza Diligenti fu sostituito con la femmina di Louise Marie Adélaide, operazione effettuata dietro un generoso compenso al Chiappini.
Poi, le vicende della vita fecero sì che il neonato, a cui fu attribuito il nome di Luigi Filippo I, duca d’Orleans, diventasse re dei francesi, e che invece la femmina, Maria Stella Petronilla diventasse anch’ella nobile, grazie al matrimonio con un lord inglese, e, morto questi, a un’altra unione nuziale con un barone russo. Fra l’altro, la fanciulla, diventata donna e in età non più giovane, appreso di questo scambio, cercò inutilmente di farsi riconoscere la reale paternità.
Come è possibile rilevare è una storia del tutto particolare, anche se non infrequente (già nel 1850 circolavano voci che Vittorio Emanuele II non fosse il figlio di Carlo Alberto, ma di un macellaio fiorentino, a cui peraltro assomigliava in modo strabiliante). Sono vicende che non possono che appassionare il popolino e che se tradotte su carta nel 1800 costituivano quel genere di romanzi chiamati feuilleton, di cui Alexandre Dumas padre era fra i più acclamati autori.
E infatti, molto opportunamente, Rita Charbonnier non ha voluto scendere in questo genere, diciamo pure francamente inferiore alla sua produzione, ma, attratta dalla storia e, a quanto mi sembra di aver capito, convinta delle ragioni della protagonista, ha voluto parlarne con un’invenzione letteraria estremamente efficace. In pratica ha creato un incontro fra Dumas e Maria Stella, con la scusa dell’astrologia di cui la donna è una cultrice, portando i due personaggi a colloquiare, in particolare lei, tesa a raccontare la sua straordinaria vita affinché il grande narratore francese la trasponesse in un romanzo.
L’idea è geniale anche perché da un lato c’è chi è convinto assertore delle sue rivendicazioni nobiliari (lei) e dall’altro uno scettico (lui) altalenante fra il credere e non credere, risoluto poi alla fine a non scrivere il romanzo.
Aggiungo, subito, che il libro consta di 368 pagine, ma scritte in modo così avvincente e per nulla greve, al punto che si leggono quasi tutte d’un fiato. E questo è uno dei tanti aspetti positivi dell’opera, perché ve ne sono anche altri e ben più importanti. Considerata la capacità di Rita Charbonnier di analizzare l’animo umano, di portare alla luce anche le caratteristiche più nascoste, è semplicemente splendida nel delineare i personaggi, i cui due principali non sono come si potrebbe supporre Maria Stella e Luigi Filippo I, bensì la prima e Vincenza Diligenti, quella che può essere definita la madre adottiva. Da un iniziale rapporto di conflittualità – benché la prima non sappia ancora di non essere la sua vera figlia – si arriva, attraverso un percorso, anche doloroso, a un riconoscimento di amor filiale, privilegiato rispetto a quello che nasce dalla legittimazione di una nascita, perché il genitore è chi ti alleva, chi si prende cura di te, chi è capace di confortarti, di riprenderti, di esserti vicino anche da lontano. E’ veramente ricreata bene la trasformazione di Maria Stella, dall’odio verso Vincenza, alla riconoscenza, all’affetto che, se anche forse non è ancora amore, è comunque un sentimento talmente forte e coinvolgente da riassumersi nel pianto sincero della figlia alla morte di quella madre che, se anche non l’ha generata, si è comunque comportata come tale, nonostante che Vincenza non avesse mai goduto dell’amore materno, in quanto allevata in un ospizio di trovatelli.
E un particolare significato ha pure quello dell’astrologia, degli oroscopi fatti a Dumas, dei vaticini, di cui comunque precisa Maria Stella non ci può esser certezza. Indubbiamente gli astri hanno il loro influsso, ma per ognuno di noi esiste un destino che solo in parte crediamo di modificare; è quel fato che ci accompagna dall’alba al tramonto della vita, che riserva alla protagonista gioie e anche immensi dolori, ma che le riserverà la soddisfazione nel suo ultimo periodo di esistenza di scoprire che un genitore adottivo non è diverso da uno naturale e che in fondo Vincenza, se non era nobile per origini, lo era senz’altro d’animo.
La strana giornata di Alexandre Dumas è un libro che resta nel cuore. 

Rita Charbonnier,nata a Vicenza, ha vissuto a Matera, Mantova, Genova, Trieste, per poi stabilirsi a Roma. Ha fatto studi musicali e ha frequentato la Scuola di Teatro dell’Istituto Nazionale del Dramma Antico di Siracusa. È stata attrice e cantante in teatro, recitando al fianco di celebri artisti. In seguito si è dedicata alla scrittura e, dopo aver collaborato come giornalista con riviste di spettacolo, ha iniziato a scrivere sceneggiature e infine romanzi, La sorella di Mozart, La strana giornata di Alexandre Dumas e Le due vite di Elsa, tutti molto apprezzati dai lettori.
Renzo Montagnoli

 

1/2/2013

PAOLO GIORDANO

IL CORPO UMANO

Romanzo
Mondadori 2012

Cos’è una  famiglia?
Perché scoppia una guerra?
Come si diventa un soldato?

Anche se ce lo restituissero, questo
paesaggio della nostra gioventù,
non sapremmo più bene che farne.

ERICH MARIA  REMARQUE

Niente di nuovo sul fronte occidentale

Un plotone di giovani soldati, al comando del maresciallo Antonio Renè, parte per una missione in Afghanistan senza sapere però che il luogo di destinazione è uno dei più pericolosi del conflitto: la forward operating basefob” Ice, nel distretto del Gulistan, “Un recinto di sabbia esposto alle avversità . Sul posto li aspetta il tenente medico, ortopedico,  Alessandro Egitto, il protagonista di buona parte del libro, la sua storia famigliare intricata s’intreccia con le azioni militari, in un parallellismo convergente. Le vite di ognuno diventano quelle degli altri, lontani dagli affetti sempre complessi e contraddittori  trovano nella forzata convivenza momenti di scontro e di solidarietà inaspettati. Durante la missione i lori ricordi si ridisegnano secondo contorni più netti, rivedono i loro fallimenti, i loro errori, le loro speranze e l’ansia di deludere chi li aspetta: tanti conti in sospeso che al ritorno vogliono con convinzione  rimettere a posto. Ciascuno porta  una parte di sé ancora irrisolta, la missione diventa quasi una sorta di riscatto, di ricomposizione del proprio io, la condivisione del momento più importante della loro vita al centro del deserto e di un cerchio di mezzi corazzati, li cambierà profondamente, li segnerà completamente. Negli anni successivi alla missione, ognuno dei ragazzi s’impegnerà a rendere la propria vita irriconoscibile, per cancellare i ricordi dell’esistenza precedente come se non fosse  realmente accaduta, o perlomeno, non a loro.
Dimenticare era come scavare una trincea tra presente e passato. Riappropriarsi della nuova vita senza sovrapporsi a quella prima. I soldati prima di partire seguono un ciclo di lezioni propedeutiche, 36 ore di lezioni frontali in cui ricevono un’infarinatura di storia mediorientale, ragguagli tecnici sulle complicazioni strategiche del conflitto, informazioni meno formali sulle distese di marijuana e ragguagli da coloro i quali avevano prestato servizio sul territorio. Prima del trasferimento viene concessa un fine settimana di licenza, giusto il tempo di salutare chi la moglie, chi la fidanzata, chi l’amante occasionale e chi come il caporalmaggiore Ietri, il più giovane della compagnia e anche il più sprovveduto, e questo sarà oggetto di scherno da parte di Cederna, l’unico a sapere della sua goffaggine con le donne,  la madre. Il capitano Masiero, il colonnello Ballesio, Mitrano, anche lui preso di mira da Cederna è lo zimbello della fob, Torsu, Camporesi, Zampieri, l’unica soldatessa  e tanti altri, ciascuno con il proprio destino, le proprie fragilità…Da quattro mesi sono attestati alla fob Ice, all’imbocco nord della valle del Gulistan, non lontano dalla provincia di Helmand, dove le milizie americane avevano combattuto per ripulire i villaggi dagli insorti. I marines avevanocostruito un avamposto di 4 ettari in una zona strategica e bonificato alcuni villaggi circostanti, “la bolla di sicurezza” che si estende per un paio di km attorno alla base, ma all’interno ancora vi sono forme di guerriglia. Dopo una parentesi con i Georgiani, la fob è passata al comando italiano, essa si presenta in condizioni disastrose, poche baracche con buchi, senza bagni, solo l’armeria è in condizioni decenti. In questo ambiente ostile e  primitivo i soldati italiani si trovano a vivere tra la noia, tra battute volgari da caserma, lontani dalla civiltà e in mezzo ad una natura sconosciuta, al vento che scarnifica il viso e brucia gli occhi,  a temperature che raggiungono i 50 gradi; essi sopportano l’attesa di uno scontro che appare sempre più irrealistico. Durante la notte solo con se stessi sentono nel silenzio l’attività del loro corpo, il battere dei loro cuore, lo scorrere del sangue, sentirsi vivi solo perché il corpo funziona meccanicamente perché la mente si annienta nel chiedersi il senso di tutto, dell’essere soldati, della guerra, la paura sempre in agguato, pronti a sparare con le Browning o  ad avvistare un IED, Improvised  Esplosive Device, una bomba fatta in casa, che fa saltare in aria un Lince o ad intercettare i razzi dell’RPG…
L’autore attraverso la storia della “fob Ice” indaga sulle dinamiche umane che si concretizzano in eccezionali circostanze e sulle guerre moderne celate sotto mentite spoglie di tutela dei diritti umani Questa guerra come tantissime altri eventi bellici è una guerra schifosa, la più schifosa di tutte. Non è una guerra pulita questa. Non è una guerra equilibrata. Una guerra in cui i nemici non si vedono, ma il nemico bersaglia con quello che ha a disposizione e da ogni parte.
In uno stile essenziale e pulito, senza particolari figure retoriche Giordano va nella profondità delle guerre sia quelle militari sia quelle familiari e interiori.

Paolo Giordano è nato a Torino nel 1982. Con il suo primo romanzo, La solitudine dei numeri primi 2008, pubblicato in oltre 40 paesi, ha ottenuto numerosi riconoscimenti fra cui il premio Strega e il premio Campiello Opera Prima. Collabora con il “Corriere della Sera” e con “Vanity Fair”.
Arcangela Cammalleri

 

29/1/2013

Mi hanno detto di Ofelia
di Cristina Bove

Prefazione di Anna Maria Curci
Postfazione di Francesco Marotta

Edizioni Smasher
www.edizionismasher.it

Poesia

Sperimentazione poetica

Scrivere poesie è un’arte, un’arte allo stato puro, perché la trasposizione su carta è la naturale conclusione di un’idea, di uno spunto sorto nella mente e poi inconsapevolmente ricreato nella stessa, ampliando i termini, puntualizzando, cercando forme che possano meglio sviluppare quell’intuizione alla base della quale c’è un processo cognitivo e di esperienze di cui abbiamo una coscienza che sovente non riusciamo a spiegarci.
Tutto questo per dire che una poesia non è solo il frutto di una innata creatività, ma anche del nostro status culturale che ci porta a trasporla nelle forme più varie, azzardando anche sperimentazioni, affinché sia sempre presente una dinamica volta a un’ideale, anche se non completamente raggiungibile, perfezione.
Cristina Bove, poetessa che seguo da anni, applica da molto tempo questa sperimentazione e ce ne offre un risultato in questa silloge, Mi hanno detto di Ofelia, il cui titolo è anche quello di una poesia che ne è parte.
Ora, appare anche ovvio che cercare nuovi percorsi espressivi non può offrire né un’uniformità di risultati, né può sortire liriche tutte completamente riuscite, ma resta il fatto che i tentativi sono sempre indice di una continua ricerca e sono esempi di una costante evoluzione volta a meglio proporre le proprie idee.
Così nella lettura di questo libro ho trovato poesie che, a mio avviso, se non trovano una grazia di esposizione, sono però idonee a trattare argomenti spesso piuttosto complessi, e altre che, al contrario, pur se molto gradevoli, vanno  meno in profondità.
Non c’è niente di strano ed è tipico della sperimentazione, grazie alla quale sarà poi possibile fondere in un unico complesso di versi gradevolezza e approfondimento.
Così, se troviamo una poesia come Appuntimenti (addensate tra costole / discostate dagli archi / io violoncello tra laringe e cuore / sonorità profondo / lungo le corde d’improvviso / in gola /…) di non certo facile comprensione, un insieme di invenzioni che sembrano slegate, pur tuttavia, un po’ più avanti, ci imbattiamo in Inamovibile (Porgo la mia stanchezza / il mio mondo di pace provvisoria / a Chi dei dubbi è padre / e non mi schiodo / dalle porte murate dove in salvo / sto cercando di vivere l’azzardo / dei miei giorni in penombra /…), riuscitissima, sia come svolgimento del tema, sia come equilibrio strutturale e armonico.
Potrei fornire altri esempi perché le poesie non sono poche (se non ho contato male, sono sessanta), ma preferisco non farlo al fine unico che sia il lettore a scoprire pagina dopo pagina questa raccolta che, più che un’opera compiuta,  è un cantiere, dei cui lavori in corso possiamo vedere i vari stati d’avanzamento, senza dimenticare che mai e poi mai l’opera risulterà finita, perché il poeta che si ferma non ha più nulla dire, se non lamentarsi di una vena creativa e di un interesse ormai scemati.
E’ infatti proprio il caso di dire che chi si ferma è perduto, anzi, nel caso del poeta, chi si ferma non riesce più a raggiungere l’arte.
Da leggere, senz’altro.

Cristina Bove é nata a Napoli il 16 settembre 1942, vive a Roma dal ‘63. Ha cominciato da piccolissima a disegnare, a nutrire la passione per la lettura. In seguito si é dedicata alla scultura e alla scrittura. Negli ultimi tempi si esprime soprattutto in poesia.
Ha pubblicato tre raccolte di poesie per la casa editrice Il Foglio Letterario:
Fiori e fulmini (2007)
Il respiro della luna (2008)
Attraversamenti verticali (2009)
E’ presente in diverse antologie:
Antologia di Poetarum Silva (a cura di Enzo Campi) Auroralia (a cura di Gaja Cenciarelli)
La ricognizione del dolore (a cura di Pietro Pancamo) Antologia del Giardino dei poeti (a cura sua e di altri poeti)

Sito web:
http://cristinabove.wix.com/cantonianimati

I blog:
http://ancorapoesia.wordpress.com/
http://giardinodeipoeti.wordpress.com/
http://imieilibriediti.blogspot.com/
http://intervistevarie.blogspot.com/

Altre risorse:
Blog culturale di Ed Warner-Poesia

Renzo Montagnoli

 

27/1/2013

I sommersi e i salvati
di Primo Levi

Prefazione di Tzvetan Todorov
Posftazione di Walter Barberis
In copertina: elaborazione grafica  particolare del ciclo di affreschi di Luca Signorelli, Cattedrale di Orvieto, Cappella della Madonna di San Brizio© Sandro Vannini / Corbis

Edizioni Einaudi
Saggistica storica e antropologica
Collana Super ET

 

Affinché non si ripeta

 «Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre».
Primo Levi

Quarant’anni dopo di Se questo è un uomo, Primo Levi torna a scrivere dei Lager, non con un romanzo, oppure con una puntualizzazione di quella che fu la sua tragica esperienza di recluso, bensì per effettuare un’attenta e approfondita analisi del sistema dei campi di concentramento come mezzo per affermare il potere assoluto, nonché, altro aspetto di rilevante interesse, per evidenziare i comportamenti degli esseri umani, sia a livello individuale che collettivo, così come determinato dalla vita non vita del Lager. Il suo approccio non è per niente enfatico, anzi Levi dimostra una straordinaria lucidità, come se il tempo trascorso dall’evento di cui è stato vittima avesse smussato quella carica interiore di rabbia e di dolore; anzi, ritiene opportuno premettere come la memoria sia sempre fallace e come l’aspetto temporale, cioè gli anni trascorsi, possano nuocere alla trattazione per involontarie omissioni, oppure trasgressioni dei fatti accaduti. L’autore è un uomo di scienza e come tale persegue quotidianamente la ricerca della verità, nel suo caso tanto più importante non per comprendere, ma per poter determinare come un orrore simile sia potuto accadere. Non si tratta solo di un’analisi storica, ma anche di un’indagine antropologica le cui risultanze non sono fini a se stesse, ma travalicano il fatto, di per sé un unicum fino ad ora, al fine di conoscere, affinché non si debba ripetere. In questo modo Levi trova delle risposte che sono basilari per una corretta interpretazione della storia del secolo scorso e per una definizione stratigrafica delle caratteristiche individuali e sociali dell’uomo contemporaneo. Fra l’altro, ho rilevato la straordinaria visione d’insieme che porta l’autore a proiettare la tragedia dell’olocausto ad analoghi avvenimenti successivi che hanno interessato popoli che noi europei ben poco conosciamo, come per esempio la follia omicida del regime di Pol Pot in Cambogia.
E’ questo il risultato delle risposte alle domande che consistono essenzialmente in una metodologica ricerca della verità. Levi si chiede, infatti, quali siano le strutture gerarchiche su cui basa un regime autoritario, quali sono i metodi per annichilire un individuo, per distruggere insomma la sua personalità, quali rapporti intercorrono fra i carnefici e le vittime, come può sussistere una forma di collaborazione, la cosiddetta zona grigia. Tutto questo costituisce questo splendido saggio, diviso schematicamente in capitoli che trattano di volta in volta un argomento, con le inevitabili domande accompagnate da risposte del tutto logiche, che costituiscono per l’autore non la verità assoluta, ma un’interpretazione, e in questo credo di poter dire che tuttavia si avvicina di molto alla realtà oggettiva. Devo pure riconoscere a Levi che già il titolo del libro ci offre uno spaccato esatto della divisione degli internati fra quelli inevitabilmente destinati alla morte (lo erano tutti, ma la maggior parte, annichilita, si lasciava andare, non reagiva), cioè cosiddetti sommersi, e i salvati, quelli che si arrangiavano, magari con un lavoro particolarmente richiesto (sarto, ciabattino, muratore, ecc.) e che nonostante tutto cercavano di porre ostacoli al loro crudele destino di morituri, vale a dire insomma chi lottava ancora per sopravvivere. A differenza del suo romanzo più famoso (Se questo è un uomo), anche qui da testimone l’autore va oltre la ristretta visione del suo essere per giungere a una visione, che potrei dire universale, dei comportamenti, sia degli internati, che degli aguzzini, in cui cerca di trovare le attenuanti (l’educazione ricevuta, l’indottrinamento). Ma c’è anche una terza categoria, fuori dai reticolati,  cioè il popolo tedesco, che è poi la più importante, perché l’aver creduto prima ciecamente a un populista come Hitler, subendone il fascino, e l’averlo poi assecondato sono pregiudiziali senza le quali non ci sarebbero state né la guerra, né la Shoah; e quel che è peggio è il silenzio indifferente dei tanti che  pur non essendo aguzzini, sapevano e tacevano, a loro modo in preda a una sottomissione della propria personalità a quella artefatta costruita dal nazismo. Per loro in effetti di scuse non ce ne sono ed è proprio per questo comportamento, per questa ardente o indifferente assuefazione a un regime, che  la tragedia potrebbe ripetersi, in altre zone, in altre forme, con vittime diverse.
Levi sembra volerci ammonire affinché mai e poi mai una collettività, un popolo, affidino il loro destino a un potere assoluto, con un mandato irrevocabile con cui viene segnata la sorte non solo dei mandatari, ma soprattutto dei soggetti più deboli, di coloro che un regime, anche per nascondere le sue incapacità e scelleratezze, va ad indicare di volta come i responsabili di fallimenti, capri espiatori dati in pasto alle belve dell’odio e dell’indifferenza.
La lettura non è solo consigliata, ma è caldamente raccomandata. 

 Primo Levi (Torino 1919-1987) ha pubblicato presso Einaudi Se questo è un uomo; La tregua; Storie naturali; Vizio di forma; Il sistema periodico; La chiave a stella; La ricerca delle radici. Antologia personale; Lilìt e altri racconti; Se non ora, quando?; L'altrui mestiere; I sommersi e i salvati. Sempre da Einaudi sono usciti postumi i due volumi delle Opere; Conversazioni e interviste (1963-1987);L'ultimo Natale di guerra; L'asimmetria e la vita. Articoli e saggi 1955-1987;Tutti i racconti, sempre a cura di Marco Belpoliti.
Renzo Montagnoli

 

24/1/2013

Lucrezia Borgia
di Maria Bellonci
Introduzione di Alcide Paolini

In copertina: Bartolomeo Veneto, Flora (Part.)
Presunto ritratto di Lucrezia Borgia, Francoforte Stadelsches
Kunstinstitut

Arnoldo Mondadori Editore
Narrativa romanzo
 

Un grandioso affresco rinascimentale

Corre l’anno 1939 quando esce in lingua italiana, per i tipi della Mondadori e in lingua inglese per i tipi della Phoenix, Lucrezia Borgia, un’ampia ed esauriente biografia che va dal 1492, allorché il padre Rodrigo viene eletto pontefice, alla sua morte, avvenuta nel 1519, probabilmente per setticemia. Si tratta di un’opera monumentale, frutto di un lungo periodo di ricerche nei più svariati archivi, ed è la prima di Maria Bellonci, un esordio clamoroso, visto il successo da subito incontrato, e che fra l’altro le valse il Premio Viareggio, e la sua diffusione in moltissimi paesi del globo. Già da allora si delineava chiaro lo stile di questa storica e narratrice piemontese, uno stile che, pur non scostandosi dalle risultanze emerse dai carteggi, non solo non è mai greve, ma addirittura avvincente, tanto lega il lettore al filo del discorso con una continuità che non viene mai meno, con un ritmo per lo più incalzante che lascia tuttavia lo spazio per ponderate riflessioni e per pagine più quiete, in cui si sviluppa un linguaggio di soffusa poeticità che dà respiro a un lavoro innegabilmente complesso. In buona sostanza Maria Bellonci è in grado di narrare la storia, intessendo una trama senza voli di fantasia, se non per le personali considerazioni in ordine ai vari protagonisti.  Che Lucrezia Borgia di per sé sia un personaggio di estremo interesse è fuor di dubbio ed è stata vista dagli storici via via come diabolica avvelenatrice, soprattutto per quelli che all’epoca trovavano vantaggiosa questa definizione, oppure come fanciulla infelice perché piegata alla ragion di stato, fondamentalmente innocente, ma purtroppo succube del padre e del fratello Cesare. Al primo, come scrive Maria Bellonci, somigliava nel suo modo gioioso d’aver fede in tutte le promesse del futuro; ma si può anche aggiungere che ne era la figlia anche per una innata carnalità, di cui tuttavia all’epoca nessuno si meravigliava; abile nel condurre anche una signoria, differiva dal genitore e dal fratello in quanto immune da una smania di grandezza volta a costituire uno stato dominato dai Borgia, anche in danno della Chiesa stessa. E per far questo, non esitavano a ricorrere alle arti diplomatiche per legare, tramite uno sposalizio, questa o quella signoria, così come utilizzavano metodi più spicci, come l’eliminazione fisica di un avversario, pratiche entrambe che, tuttavia, erano in quel periodo storico assai diffuse. A questo punto è indubbio doversi chiedere chi in realtà sia stata Lucrezia Borgia? Fra accusatori e difensori dei Borgia Maria Bellonci si pone in una prospettiva diversa, come appunto risulta da alcune righe di una Nota generale posta al termine dell’opera. Scrive: Scrivendo questa storia, ho inteso non tanto di rifare il secolare processo ai Borgia, quanto di rappresentarli nel loro modo quotidiano, caldo e naturale di stare al mondo, in una prospettiva umana di individui, non mostruosa di criminali. E poiché ho preso a narrare particolarmente di Lucrezia Borgia, aggiungerò che ella è stata di tutta la famiglia la più maltrattata, e dagli accusatori e dai paladini: un vero destino da donna. 
E’ così che, se Rodrigo e Cesare Borgia sono particolarmente invisi – ma come ho scritto prima il loro comportamento era diffuso all’epoca - , a Lucrezia per il solo fatto di essere donna e di quella famiglia vengono da un lato attribuiti i più nefasti crimini e dall’altro invece la si evidenzia come una succube, un essere privo di personalità, appunto a conseguenza del suo essere femmina.
Non era né l’una, né l’altra, era invece un essere pieno di vitalità che nella sua esistenza ebbe da scontare quella parentela che tanto spaventava, perché le mire di Cesare, sostenute da suo padre, non erano limitate territorialmente, ma abbracciavano idealmente l’intera Italia. 
Maria Bellonci è riuscita in un difficile compito, cioè rendere giustizia alla storia e allo stesso tempo alla dignità di una donna che aveva l’unico torto di appartenere alla famiglia Borgia.
In una narrazione senza respiro, minuziosa nei fatti come nelle descrizioni dei personaggi e  delle atmosfere, emerge la figura di una donna che in pratica ebbe a conoscere un po’ di felicità solo dopo la scomparsa del padre ed il crollo dei sogni di conquista del fratello. Lei che fu sposa, per breve tempo, di Giovanni Sforza ( i due non si amavano) e poi del duca di Bisceglie, il suo primo autentico amore, ucciso dai sicari di Cesare - il che potrebbe avvalorare le voci di un loro rapporto incestuoso, ma sono solo mere supposizioni, perché di certo non vi è nulla di concreto – troverà la pace e l’appagamento come donna  nel rustico, ma suo modo fascinoso Alfonso d’Este. Ferrara diventerà per lei la seconda patria e piano piano riuscirà, se non a farsi amare, almeno a farsi rispettare dai suoi cittadini.
Quanto alla tresca con il cognato Francesco Gonzaga viene di molto ridimensionata, nel senso che se si trattò di vera attrazione (lei bellissima, lui non bello, anzi bruttino, ma dotato di una particolare personalità) il tutto si risolse in una schermaglia amorosa di tenore platonico, all’epoca peraltro molto in voga.
Grazie alle ricerche e ai documenti reperiti negli archivi, di Lucrezia si viene a sapere pressoché tutto: dei favolosi vestiti che indossava, della sua preziosa collezione di monili d’oro e di pietre preziose e perfino dei componenti la sua corte personale.
Fra guerre combattute e battaglie diplomatiche emergono, escono dall’ombra, per poi infine ritornarvi, personaggi famosi, come l’Ariosto, il Bembo, lo Strozzi, tutti letterati che le corti cercavano di attrarre e che Lucrezia annoverò fra i suoi frequentatori.
Ebbe molti figli, fra cui l’erede al ducato, ma i parti sfibrano, stancano una donna, la indeboliscono e così a 39 anni, alla sua ottava gravidanza, ebbe un parto prematuro; la bimba sopravvisse, la madre penò ancora due giorni fino a esalare l’ultimo respiro. E qui Maria Bellonci si supera, con le ultime righe che raggiungono vertici sublimi. Lucrezia rivede la sua vita, la sua partenza da Roma per Ferrara:  Forse a questo rombo che sembra arrivare da un tempo remotissimo, da un’eternità umana, con una voce che ha tanto di magia quanto di antica incuorante serenità, i terrori finivano di sbandarsi per dar luogo ad una stanchezza lunga, filata, vicina alla pace. Era venuto il momento di non aver più paura. Lucrezia guardava in viso suo padre come al momento della loro separazione, quel nevoso mattino d’Epifania. E come allora sospirò appena, quando qualcuno disse che bisognava partire.
Ecco, senza volerne fare un’eroina, non vorrei che l’epitaffio dicesse Qui giace Lucrezia, sposa e madre esemplare, ma semplicemente Qui giace Lucrezia, che amò la vita senza toglierla ad alcuno.
Il libro è sicuramente stupendo, un grandioso affresco rinascimentale dipinto con mani sapienti ed equilibrate.

Maria Bellonci, di origini piemontesi, nacque a Roma nel 1902 ed esordì nel 1939 con Lucrezia Borgia, che vinse il premio Viareggio. Insieme al marito Goffredo diede vita nel 1947 al premio Strega. Tra i suoi libri: Segreti dei Gonzaga, Pubblici segreti, Tu vipera gentile, Marco Polo. Rinascimento privato esce nel 1985, l'anno precedente la morte dell'autrice.
Renzo Montagnoli

 

20/1/2013

Il volo del calabrone
di Ken Follett
Traduzione di Annamaria Raffo

Arnoldo Mondadori Editore
Narrativa romanzo
Collana Oscar bestsellers
 

Una lettura gradevole

Ken Follett è indubbiamente uno scrittore prolifico e autore di romanzi di successo, dei veri e propri best seller, caratterizzati da trame avvincenti e da ritmi sostenuti. E’ forse uno dei rari casi in cui grandi volumi di vendita si accompagnano a opere qualitativamente valide, anche se non possono essere definire delle pietre miliari della letteratura mondiale, fatta eccezione per I pilastri della terra, romanzo di ambientazione storica che si eleva decisamente sulla produzione del narratore gallese.
Il volo del calabrone, scritto nel 2002 e incentrato su una resistenza poco conosciuta come quella danese nel corso della seconda guerra mondiale, rientra fra i lavori di sicuro interesse e di piacevole lettura, senza arrivare a poter essere definito un capolavoro.
Non mancano una vicenda intrigante, né personaggi ben delineati, mentre l’atmosfera è meno curata che in altri romanzi, insomma la trama, frutto di pura invenzione, è l’aspetto più qualificante dell’opera. Non si respira un’aria di paura e di sospetto quale quella che doveva gravare sulla Danimarca durante l’occupazione nazista, anzi la cappa opprimente della tirannia hitleriana è appena abbozzata e questo è il limite del romanzo, che sarebbe riuscito molto meglio se Follett avesse cercato di tratteggiare più compiutamente le follie di una dittatura sanguinaria, anziché privilegiare la vicenda, fatta di innumerevoli colpi di scena e che ha il pregio di tenere costantemente desta l’attenzione del lettore.
Come ho precisato prima, Il volo del calabrone è quindi un romanzo che, più che indurre a riflessioni, può essere il gradevole compagno di salotto nelle sere d’inverno, o di ombrellone in una calda giornata al mare.
Lettura di svago, pertanto, e in questo il romanzo riesce benissimo, ma non chiedetegli di più, perché l’autore sembra non aver voluto altro che questo.
Ciò non toglie che possa interessare una vasta gamma di lettori, perché, molto saggiamente, non è presente solo l’azione, ma, come si conviene a un autore che si propone a un vasto pubblico, lascia spazio anche a una storia d’amore, tormentata sì, ma con l’inevitabile e tanto auspicato lieto fine.
Da leggere, comunque. 

Ken Follett è nato a Cardiff nel 1949 e vive a Londra. Laureatosi in filosofia all'University College di Londra, ha lavorato come giornalista. La sua straordinaria carriera di scrittore inizia nel 1978, con l'exploit di La cruna dell'Ago.
Un successo mondiale hanno ottenuto anche i successivi romanzi (tutti editi da Mondadori):
Triplo, Il codice Rebecca, L'uomo di Pietroburgo, Sulle ali delle aquile, Un letto di leoni, I pilastri della terra, Notte sull'acqua, Una fortuna pericolosa, Un luogo chiamato libertà, Il terzo gemello, Il martello dell'Eden, Codice a zero, Le gazze ladre, Il volo del calabrone, Nel bianco e Mondo senza fine.
Nel 2010 La caduta dei giganti, primo romanzo della trilogia "The Century", è stato a lungo al primo posto nelle principali classifiche nel mondo. In Italia, tutti i suoi romanzi sono pubblicati da Mondadori.
Sito web: http://www.ken-follett.com/
Renzo Montagnoli

 

16/1/2013

Mitologie domestiche dell’anima
di Antonio Messina

Prefazione di Ilaria Dazzi
Postfazione di Renzo Montagnoli

Immagine di copertina: Il Mantello della Festa
di Angela Betta Casale

Edizioni Il Foglio
www.ilfoglioletterario.it
Poesia
 
 

Una finestra sull’anima

Il mito è una proiezione metafisica del nostro sentire, è una realizzazione di un qualcosa che, se pur in noi, è tanto al di sopra del nostro normale cogitare da cercare di dargli una veste divina o semi-divina con cui poter coglierne l’essenza, quel che di incomprensibile che ci arrovella, ci trascina, ci lascia stupefatti e tramortiti.
Con questa sua breve silloge Antonio Messina, forse più noto come narratore, benché la sua prosa sia il frutto di una metamorfosi di un istinto innato di carattere poetico, ci regala una sequenza di liriche sospese in quello spazio-tempo incerto che va oltre il divenire quotidiano, trasfigurando eventi e ricordi in un’atmosfera se non mistica, almeno magica.
Dell’anima, soprattutto, si parla, di quell’impalpabile spirito vitale che è fonte e motore della nostra esistenza, un’entità incorporea che è in noi, di cui non avvertiamo la presenza, ma che auspichiamo vi sia, perché altrimenti non troverebbero altra spiegazione le sensazioni, le emozioni, le idee creative. Ed è qualche cosa che va oltre di noi, che ci sovrasta, che gi guida senza che ce ne accorgiamo, uno spirito talmente libero da non poter essere rinchiuso anche nel caso che il nostro corpo venga costretto, tormentato, torturato, un flusso di vita che muove i nostri passi, che indirizza le nostre mani, che ci fa amare, che ci rende dipendenti dalla sua volontà. 
In questo contesto si delineano poesie dai toni sommessi, ma non per questo indecise, si disegnano versi che spaziano oltre il limite del quotidiano orizzonte per proiettarsi in un empireo in cui cercare di vedere rispecchiata questa nostra anima.
E’ un flusso di coscienza che trascina l’autore, e con lui il lettore, in una visione dall’alto di una realtà che si capovolge, si contorce, nel tentativo, per lo più riuscito, di spiegare ciò che ci accade, ciò che si muove indifferente intorno a noi, ogni cosa, fatto o evento che sembra lì per caso, ma che è frutto del percorso, spesso incomprensibile, di un tempo che segue indifferente la scia del destino.
Poesia filosofica potrebbe essere definita questa di Messina e in effetti lo è, non semplice, ma non incomprensibile, una ricerca all’interno di noi che mai terminerà, pur dando ogni volta frutti insperati.
Leggere questa silloge è aprire una finestra sulla nostra anima.   

Antonio Messina nasce nel 1958 a Partanna, in provincia di Trapani. Vive a Padova. E’ poeta e narratore.
Pubblicazioni:
L’assurdo respiro delle cose tremule (L’Autore Libri Firenze, 2003), La memoria dell’acqua (Edizioni Il Foglio, 2006), Le vele di Astrabat (Edizioni Il Foglio, 2007), Dissolvenze (Edizioni Il Foglio, 2008), Ofelia e la luna di paglia (Il Foglio, 2009); Nebular (Il Foglio, 2011).
Renzo Montagnoli

 

12/1/2013

La polvere sul cucù
di Vito Moretti

Edizioni Tabula Fati
www.edizionitabulafati.it

Narrativa raccolta di racconti
Collana Nuove scritture

 

La grandezza degli umili

“ …Il viso di Ettore riprese forma al chiarore che si rovesciava dal taglio della porta e la strada sembrò per poco animarsi nelle sue ombre e nei suoi bracci notturni; pareva anzi che la luna, uscita all’improvviso dai brandelli di due nuvole, rotolasse con il suo disco sui cespugli e sui tetti prima di tornare ad abbuiarsi nel gelo della notte….”

Di Vito Moretti, autore di alcuni volumi di saggistica e soprattutto di sillogi poetiche avevo letto Luoghi, una raccolta di riuscite poesie ispirate da viaggi, fra le quali quelle frutto di  un itinerario in Terrasanta mi avevano colpito in modo particolare per la capacità di percepire con il cuore e tradurre in versi ciò che va oltre la razionalità matematica del lavoro della mente. In particolare, in quelle e in altre, avevo rilevato una religiosità non di maniera, ma frutto di un’innata sensibilità nei confronti della natura, ispiratrice quasi mistica e fonte di latenti opportunità per volgersi alla trascendenza. Ora, questa raccolta di 21 racconti, intitolata La polvere sul cucù, conferma il mio giudizio positivo sulle qualità dell’autore.
Si tratta di prose certamente non lunghe, con tematiche diverse, scritte con una creatività del tutto particolare, dal risultato assai gradevole, nelle quali è presente la vocazione di estensore di versi, tanto che questi brani possono essere definiti vere e proprie prose poetiche, sia per l’armonia che le accompagna, sia per un generale equilibrio di struttura, in grado di sintetizzare vicende e concetti.
Ciò che accomuna inoltre i racconti sono i protagonisti, esseri umili, ma dotati di una grande carica umana che li rende attori unici e principali, portatori di un linguaggio di pace che li eleva a simboli di come dovrebbe essere l’uomo se segue, per intima convinzione, il pensiero del Cristo. Siamo in presenza  di una religiosità al di fuori dei vincoli ben precisi della Chiesa e che riscopre una spiritualità innata che nel messaggio di Gesù trova la sua definitiva affermazione.
Dal sacerdote che vive la Messa in Le mani del prete alla sofferta, ma convinta rinuncia di Teresa in Il fiume nella notte, senza dimenticare l’ascetica figura di Michele in Il martedì della visita, si esplicita un corale messaggio che, senza esaltare i personaggi in se stessi, ci porta a considerare una natura umana fondamentalmente tesa al bene, qualora lontana dalle spire tentatrici del denaro e del potere.
E’ una mano felice quella dell’autore, che mai s’impone sul lettore, ma che gli porge vicende attraenti in cui lo sfondo armonico della poesia offre un considerevole contributo. Così le descrizioni dei paesaggi risaltano come panorami nei quadri del Canaletto, mentre le atmosfere, nel complesso pacate, tranne che nel drammatico Il presagio del gelo, sono sempre frutto di un’attenta ricostruzione che avvolge il lettore fin dalle prime righe. In Moretti ci sono sensibilità e delicatezza, rispetto per gli esseri umani quando essi vivono e magari soffrono per la loro dignitosa umiltà; e anche i temi scabrosi sono affrontati in punta di penna, tanto da riuscire perfino a colorare di un soffuso e tenue rosa una relazione omosessuale (L’altro bene).
Sono brani che nel complesso risultano di elevato valore, che riescono a coinvolgere e che, pagina dopo pagina, portano a una grande serenità.
E’ evidente che ci troviamo di fronte a un lavoro assai valido, ampiamente meritevole di lettura.

 Vito Moretti, originario di San Vito Chietino, risiede a Chieti. È poeta in lingua e in dialetto e critico letterario. Ha esordito con alcuni poemetti sul finire degli anni Sessanta e, successivamente, ha dato alle stampe varie raccolte di versi, un libro di racconti e alcuni volumi di saggistica. È tradotto nelle principali lingue moderne.
Renzo Montagnoli

 

9/1/2013

Alexander McCall Smith

Utili consigli per il buon investigatore

Titolo originale The Double Comfort Safari Club
Traduzione di Serena Bertetto
Una nuova avventura di Mma Ramotswe, la «Miss Marple» africana

Ed. Guanda 2012
Narratori della Fenice
Quarta di copertina. «La serie di Mma Ramotswe si è trasformata in un ricco arazzo dalle sfumature straordinarie.»
The Wall Street Journal

Una storia così semplice da apparire elementare: ma nella levità della scrittura di McCall Smith la profondità ci appare come fuoco che arde nella brace.

L’investigatrice Precious Ramotswe dirige la Ladies’ Detective Agency n.1, l’unica del Botswana gestita da donne,  insieme alla signorina Grace Makutsi, sua assistente detective (come ama precisare quando si presenta), due figure femminili originali ed imperdibili. Mma Ramotswe è dotata di conciliante bontà di cuore, sagace  quel tanto da conferirle un’aura d’insindacabile autorità generata sia dall’esperienza sia dalle consuetudini del suo paese. L’occhialuta segretaria, Makutsi, è così tanto permalosa che  interpreta alla lettera quanto le viene detto, appassionata di proverbi, maniacale, efficiente e precisa anche nelle insignificanti dinamiche d’ufficio. Eppure dovrà subire un affronto che rischia di incrinarne la fiducia  e le prospettive future. Seppure i casi da sbrigliare siano pochi e perlopiù storie di tradimenti, di piccole riscossioni di denari o di raggiri, entrambe le detective ci mettono tutto l’impegno e la devozione dei loro animi e caratteri. Nel Botswana, uno dei paesi africani più gradevoli e pacifici al mondo, ancora ingenuo e appena sfiorato dalla corruzione del progresso più deteriore e consumistico, la trama con i suoi personaggi si muove in un’atmosfera d’impalpabile incanto e, al massimo, la malvagità è la gelosia morbosa della zia del fidanzato Phuti Radiphuti della signorina Makutsi o le arti ammalianti di Violet Sephotho che irretisce maschi sprovveduti. I metodi investigativi della due donne sono talmente empirici e oserei dire alla buona che l’unica arma che usano è l’ascolto comprensivo delle persone implicate in un caso e poi c’è quel noto brivido che accompagna la signora Ramotswe ad ogni svelamento del “mistero”. L’agenzia dispone di un magro conto cassa perché le entrate sono scarse a tal punto che tra i collaboratori si annoverano i meccanici dell’officina del marito della nostra ineffabile investigatrice. La normalità dell’agenzia è interrotta dall’arrivo di una lettera dall’America scritta da un avvocato di St Paul, esecutore testamentario di una signora di nome Estelle  Grant, mancata da poco. La turista americana ha lasciato una piccola eredità consistente in tremila dollari alla guida di un safari camp in mezzo alla natura durante un suo viaggio in Botswana  quattro anni prima e nel mese di giugno perchè si era mostrato molto gentile con lei  che si era sentita trattata come un membro della famiglia. Il problema è che non ricordava né il nome del safari camp né  della guida e quindi tocca all’agenzia rintracciarlo sulla base della sola  data. L’indagine offre l’occasione alle due donne di intraprendere un viaggio verso il selvaggio nord, in the road, affascinante e magico, ricco di incontri, a contatto di una natura incontaminata dove gli animali allo stato brado danno una sorta di inquietudine all’avventura, all’autore la magia di descrivere luoghi e paesaggi mitici nella fantasia di noi europei. Alla conclusione del caso la datrice di lavoro e la sua assistente  ritorneranno più unite di prima in un legame rinnovato di complice amicizia. 

Siamo lontani dalle atmosfere torbide o gotiche o inquietanti di tanti polizieschi  o noir o crime che dir si voglia,  così come siamo distanti dai caratteri a tutto tondo di eroici investigatori infallibili o disillusi o tormentati e borderline e da killer psicopatici che nutrono il lato oscuro di ognuno di noi. Non c’è un intreccio investigativo nel senso di costruzioni e meccanismi ad incastro che conducano a risoluzioni inattese  o ad effetto. Neppure è descritto un universo criminale costituito  da organizzazioni o infiltrazioni mafiose, da traffici di droga, ma  una piccola cittadina, Gaborone, tranquilla e soporifera sotto il caldo e cocente sole africano dove le virtù delle buone maniere  ( Non è alzando la voce che si cambiano le persone, Mma Ramotswe) e della convivenza possono essere messe in discussione da pregiudizi e pettegolezzi locali, dettati più che altro da discutibile curiosità tutta umana. Non ci aspetteremo situazioni emotivamente travolgenti da action movie, è un lento scorrere della vita d’altri tempi, per noi occidentali, senza stress e frenesie e brame né di potere né di ricchezza. Non è un quadro idilliaco o zuccheroso della realtà, perché non sempre le tinte fosche sono riconducibili ad una scrittura iperrealistica ed impegnata. Siamo talmente abituati ad un linguaggio letterario in cui spesso si privilegiano le parole rare o difficili del vocabolario, sperimentazioni linguistiche ardite e spesso artificiose che ci sorprende quando uno scrittore adotta una piana e lineare scrittura e lo bolliamo, in modo sbrigativo, come banale o peggio ovvio e scontato. Non mi sembra proprio il caso di McCall Smith che con bonaria ironia ci disegna un mondo di piccoli uomini che nelle quotidiane occupazioni  umili e non di capitale importanza per la comunità dimostrano dignità professionale e comportamenti morali assolvendo i loro impegni con grande adesione e minuzia. Esempio il marito di Mma Ramotswe, il signor JLB Maketoni, ottimo meccanico e brava persona, tratta tutte le macchine da riparare come se fossero le proprie, non ama i messaggi ambigui, ma la maniera esplicita di esprimersi: “E’ sempre meglio dire esattamente ciò che si vuole dire”. Spesso si abbandona a riflessioni tipo: pochissimi esseri sono quasi perfetti, quelli che ce la mettevano tutta, ma non arrivavano ad essere assolutamente impeccabili; pochi individui  erano davvero cattivi, un numero molto ridotto e poco evidente in un paese come il Botswana, dove lui aveva la grande fortuna di vivere. Persone felici di essere come sono e di trovarsi dove si trovano, anche se nessun paese è assolutamente perfetto, il Botswana ci va molto vicino, in un felice connubio con la natura e i suoi cicli, non alterata o oltraggiata dall’uomo e dà i suoi frutti e nutre le sue creature. La campagna scorreva in un tappeto grigioverde di arbusti e si allungava a vista d’occhio fino al punto in cui gli affioramenti rocciosi delle colline segnavano la fine della terra e l’inizio del cielo. Con le piogge era spuntato un fitto manto d’erba fresca tra gli alberi; il che era un bene, perché presto si  sarebbe trasformato in grandi quantità di   quel dolce foraggio che  ingrassava. Ed era un bene perché bestiame grasso voleva dire persone grasse,  non soprappeso, ma ben nutrite e dall’aspetto prosperoso.

Si può chiudere questa nota di commento con le riflessioni conclusive che la signora Ramotswe distilla con  ricche sfumature positive. “Saper prendere la vita nel modo giusto è un dono inestimabile,  non lamentarsi della vita né dare la colpa agli altri quando la causa dei nostri mali siamo noi. Sii felice di essere chi sei e di vivere dove vivi, e cerca di trasmettere agli altri la felicità, la gioia e la consapevolezza che sei riuscita a conquistare per te stessa. Si possono chiudere gli occhi per pensare alla terra che ci ha dato la vita e il respiro, e a tutti i motivi per i quali siamo felici di starci, con le persone che conosciamo, con le persone che amiamo.”

Saranno forse parole  semplici e  buone, ma spesso la grandezza o la piacevolezza sta nelle piccole cose alle quali non diamo importanza perché diamo troppa importanza a noi stessi.

A mio parere una piacevole lettura.

Autore. Alexander McCall Smith, nato e cresciuto in Africa, è professore di diritto presso l’Università di Edimburgo ed è stato vicepresidente della commissione per la genetica in Gran Bretagna. Guanda ha pubblicato, della serie di Precious Ramotswe e della sua Ladies’ Detective Agency N.1: Le Lacrime della giraffa, Morale e belle ragazze, Un peana per le Zebre, Il tè è sempre una soluzione e tanti altri. Della serie 44 Scotland Street: 44 Scotland Street e Semiotica, pub e altri piaceri. La raccolta di racconti su Edimburgo Storie di una città, dove McCall Smith compare come autore insieme a Irvine Welsh e Ian Rankin.
Arcangela Cammalleri

 

5/1/2013

L’uomo che guardava passare i treni
di
Georges Simenon

Traduzione di Paola Zallio Messori
In copertina: Léon Spilliaert, Plage 1909

Adelphi Edizioni
www.adelphi.it

Narrativa romanzo
Collana Gli Adelphi

L’altro Io

L’uomo che guardava passare i treni, scritto nel 1938, ha tutte le parvenze di un noir, anche se lo scopo di Simenon non era tanto quello di narrare una vicenda criminale, bensì di analizzare la psiche di un individuo, piccolo borghese, che a un certo punta della sua vita si ribella a un’esistenza calma e agiata, scoprendo in se stesso una personalità latente intollerante nei confronti di quel mondo in cui ha sempre vissuto.
La sua presa di posizione, il cambiamento radicale che la caratterizza, non è un frutto di un calcolo maturato lungamente, ma è un’improvvisa scelta quasi inconsapevole.
E così Kees Popinga, così si chiama il protagonista, abbandona per sempre quell’immagine di onesto, corretto, meticoloso impiegato e buon padre di famiglia per cercare di cancellare, in uno con il suo passato, anche quelle caratteristiche di appartenenza a un ceto borghese, fatte di consuetudini e apparenze anche stucchevoli.
In questa ribellione, che lo porterà anche all’omicidio, c’è una lunga fuga dal mondo in cui è sempre stato, che finisce però con il diventare anche una fuga da se stesso, da quell’inconscia personalità per anni celata e repressa da una parvenza di perbenismo a cui, altrettanto inconsapevolmente, si era abbandonato.
Entra talmente nel suo nuovo personaggio da trovare sempre nuove giustificazioni per il suo operato, per la sua furia criminale che tuttavia non traspare esteriormente se non nei momenti in cui i freni inibitori, totalmente rimossi, fanno sfociare il suo comportamento in una violenza accompagnata dalla cieca lucidità di un uomo che ricerca e trova considerazioni auto giustificatorie al punto di ritenersi un perseguitato dalla polizia.
Il suo è il delirio di un folle che solo in ultimo, ormai braccato, lascia spazio a qualche momento di lucidità, che se non gli porta un senso di colpa, pur tuttavia riscopre sprazzi di quella coscienza borghese, che gli sembra così lontana e irraggiungibile, ma di cui ha una vaga nostalgia, un ricordo di un mondo in cui tutto quadrava per il meglio, almeno in apparenza, mentre ora la sua condizione è quella di una bestia in fuga e senza speranza.
Popinga è tuttavia un fallito e anche la scorciatoia che cercherà di prendere per risolvere definitivamente il problema di una nuova esistenza, verso cui prima si sentiva fortemente attratto e che ora invece mostra tutti i suoi limiti, finirà miseramente e chiuderà così il suo ciclo vitale in una clinica psichiatrica, in cui, rassicurato dalle mura che impediscono un confronto con la realtà esterna, riuscirà a realizzare perfettamente se stesso, un mondo tutto suo, una specie di limbo in cui i medici non potranno capire nulla di lui, e, soprattutto, altrettanto lui di se stesso.
In fin dei conti, come tanti personaggi di Simenon, il protagonista è un uomo all’apparenza normale, fino a quando è inserito nel tessuto sociale in cui ha sempre vissuto, ma poi scatta qualche cosa, a volte anche un’inezia, e l’uomo si trasforma; non c’è nulla di più complesso della psiche umana, tanto che a nessuno di noi è dato il privilegio di conoscerci fino in fondo e Simenon non era dissimile da noi, anzi in lui erano presenti mediocrità e genialità, quest’ultima riservata alla sua corposa produzione letteraria. Del Simenon privato forse è meglio non parlare, non ricordare l’egoismo che lo caratterizzava, la sua ambiguità durante l’occupazione nazista, 
il trattamento umiliante riservato alle sue amanti, una doppia personalità che peraltro non deve stupire, come se in noi esistessero due nature, ci fossero due io.
E Kees Popinga è il simbolo di questo doppio che poi Simenon riuscirà a delineare ancor più mirabilmente in un altro romanzo, I fantasmi del cappellaio.
Anche il titolo, del resto, ci offre nella sua sinteticità il vagheggiamento onirico del protagonista che cerca di immaginare come siano i passeggeri, figure indistinte dietro i finestrini, inconsapevoli attori della vita, e quelle carrozze che corrono sulle rotaie possono benissimo rappresentare per noi il confuso e convulso percorso dell’esistenza, ma per Popinga sono solo un sogno, una fuga da quella realtà che d’improvviso non può più accettare.
Mi sembra inutile dilungarmi ulteriormente, se non per un consiglio d’obbligo: leggetelo, non ve ne pentirete.

Georges Simenon, nato a Liegi nel 1903, morto a Losanna nel 1989, ha lasciato centonovantatre romanzi pubblicati sotto il suo nome e un numero imprecisato di romanzi e racconti pubblicati sotto pseudonimi, oltre a volumi di «dettature» e memorie. Il commissario Maigret è protagonista di 75 romanzi e 28 racconti, tutti pubblicati fra il 1931 e il 1972. Celebre in tutto il mondo, innanzitutto per le storie di Maigret, Simenon è anche, paradossalmente, un caso di «scrittore per scrittori». Da Henry Miller a Jean Pauhlan, da Faulkner a Cocteau, molti e disparati sono infatti gli autori che hanno riconosciuto in lui un maestro. Tra questi, André Gide: «Considero Simenon un grande romanziere, forse il più grande e il più autentico che la letteratura francese abbia oggi»; Walter Benjamin: «… leggo ogni nuovo romanzo di Simenon»; Louis-Ferdinand Céline: «Ci sono scrittori che ammiro moltissimo: il Simenon dei Pitard, per esempio, bisognerebbe parlarne tutti i giorni».
Le Centre d'études Georges Simenon et le Fonds Simenon de l'Université de Liège si trovano all'indirizzo: www.ulg.ac.be/libnet/simenon.htm.
Renzo Montagnoli


Pagina iniziale

Tematiche e testi

Poetare | Poesie | Licenze | Fucina | Strumenti | Metrica | Figure retoriche | Guida | Lettura | Creazione | Autori | Biografie | Poeti del sito

Torna su

Poetare.it 2002-2014