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27/07/2010

Appena finirà di piovere
di Aurelio Zucchi
Global Press Italia, Terni 2010

L’opera prima poetica “Appena finirà di piovere” di Aurelio Zucchi (Global Press Italia, Terni 2010) delinea un approccio orientato a temi di particolare impegno, anche etico, nel non facile tentativo di decifrare le antinomie esistenziali lungo un crinale dai precari equilibri.

In questi casi è ricorrente il rischio di una lettura critica che tenti interpretazioni psico-sociologiche difficilmente generalizzabili a partire da vissuti o dall’osservatorio individuale. L’Autore traccia invece, in uno stile personalissimo, la semplice via del poeta che vive il suo tempo e cerca di interpretarlo grazie al "grimaldello" poetico, offrendo nei suoi versi dei "casi" significativi in cui il lettore potrà trovare le proprie chiavi di lettura o ritrovarsi.

Dovendo schematizzare, i momenti e moventi nativi sono riconducibili a pulsioni: che, da un lato, attivano l'io poetante lungo un percorso introspettivo-memoriale; che, dall'altro, vengono dal mondo esterno e in particolare dalla condizione umana vista nella quotidianità; e che, infine, inducono ad una sorta di "ping pong" dagli incerti esiti tra l'io e l'altro da sé.

L'insieme dei testi della silloge – anche seguendo la ripartizione in sezioni – ha il suo “nocciolo duro” in “Io e me” con circa la metà delle liriche. L’altra metà è rivolta all’altro da sé: primariamente alla natura con le sezioni “Mare” e “Notte”, poi “Lei” e “Io e gli altri” ed infine “Lui”, di cui via via si dirà.

Nei monologhi dell’io poetante, i suoi tormenti sono ben evidenti in liriche quali “Chissà” (dal significativo incipit: “Chissà se basterà una vita / per dire poi d’averla ben vissuta”) o “I sogni che non ho fatto mai”, la cui chiusa è: “E odorano, odorano di rosa, / la specie più esclusiva inesistente, / aspettando che almeno li accarezzi, / i sogni che non ho fatto mai”.  

Se va a ritroso lungo sentieri memoriali, è forte la presa di coscienza che la macina del tempo tritura sogni e speranze, come in “Stand-by” (“Nasceranno ancora, lo so, / le sofferenze per gli affetti persi. / Mi stringeranno nella morsa / del recinto che sarà blindato”) oppure “In sella ad un cavallo bianco”: “Tra gli insistenti sguardi al mio futuro / e le carezze del passato prepotente, / ahimé ho smarrito il filo...”.    

La fondatezza delle conclusioni dell'io dialogante con se stesso finisce per avere riscontro in un puntuale esame di momenti quotidiani, scremandoli di banalità che appiattiscono encefalografie e elettrocardiografie comportamentali, per rilevarne invece gli aspetti più dolenti e laceranti.

Ed ecco che poeticamente il gioco si fa duro: si va dalle ansie che paradossalmente possono anche passare inosservate – si veda in “Come zucchero leccato in una latta”: “Il pane della felicità sempre lontano, / lungo la strada io l’annuso, l’assaggio / e quando mai l’inghiottirò?” – a quelle che lasciano morti sul campo e ferite nell'animo, come nei versi di “Cerco poesia in questo tempo strano”: “e splende il luccichio d’indegna vanità / mentre la terra geme, insieme a me. / Ridatemi il prezzo che ho pagato / per l’illusione di abitare in pace”.   

Non c'è scampo, allora? E qui, naufrago nel mare esistenziale, il poeta cerca, nel gioco di rimandi tra sé e il mondo, approdi o appigli, mettendocela tutta. Quale possibile via salvifica?

Forse l'amore, quello universale e solidale in “Dell’amore secondo me” da cercare “tra una bomba e un’altra ancora / tra le polveri delle vite ignare / o tra sagome d’innocenti in fuga” e finalmente conquistare perché “è tipo che t’ascolta, / che si scioglie in mille pezzi e te ne regala uno. / Non prendiamoci la briga di rimproverarlo, / dicono che lui ha sempre ragione”. O l’amore per la letteratura, icasticamente  richiamato nella lirica il cui titolo è esteso all’intera silloge: “Da parte lascerò  la solitudine, / sopra il lavello la caffettiera vuota / e, fischiettando mezzo pomeriggio, / un libro, aperto al primo capoverso” quale parte integrante, irrinunciabile, della propria quotidianità. O ancora l’amore in senso stretto della sezione “Lei”.

Forse il sogno, che si è già visto affiorare qua e là, sia quello che, nonostante tutto, riesce a trovare spazio in un fare poesia sempre con i piedi ben saldi a terra e mai con la testa fra le nuvole, sia  quello che, "mixato" alla fantasia, esplode in forma tra l’onirico e il visionario in “35 agosto 2007”.

Forse la fede, cui è dedicata la sezione “Lui” con liriche che vibrano d’intensa pìetas.

Forse la poesia, quale extrema ratio sì, ma non certo rassegnata scelta, come ben espresso in “Respirare me”: “implorerò un alfabeto in più / e sceglierò perfetti i suoni / per ogni cosa di cui io parli”.

In definitiva, come volevasi dimostrare, l’Autore sceglie la poesia ed il perché è chiaro: lo fa da poeta sapendo – come scrive in “Tentativi” – che “La buon’idea / di chi libera il giardino / dalle foglie marce, corre”. Questo correre è la sua conclusione esistenziale e poetica.

Aggiungo qualche altra considerazione. Sotto il profilo antropologico, i versi di Aurelio Zucchi sono definibili dei "cortometraggi" del quotidiano, scelti nell'ampia parte di vissuto necessariamente convissuto insieme ad altri. Ogni giorno è segmentato, in misura più o meno variabile, da momenti "singolari" – rientranti esclusivamente nella sfera individuale – e "plurali" che ciascuno, volente o nolente, deve condividere o comunque convivere. L'Autore disbosca una giungla di tipologie e comportamenti umani in cui c'è poca condivisione e molta collisione o almeno il rischio, ma il suo ritrarsi o partecipare è di volta in volta un giudizio di valore che esplicitamente dà o suggerisce.

Scrivere versi intrisi di vita vissuta, attentamente osservata, e dei suoi tanti aspetti nel bene e nel male è, in ultima analisi, un modo per esorcizzare le pulsioni dell'inconscio e farne il prezioso uso indicato da Robert Musil (ne "L'uomo senza qualità"), cioè di considerarlo "zona d'irresponsabilità della persona cosciente, donde vengono le fiabe e le poesie".
Raimondo Venturiello

 

Le due chiese
di Sebastiano Vassalli
Introduzione dell’autore
Edizioni Einaudi
Narrativa romanzo
 

Il novecento italiano in 322 pagine

Quello che può sembrare impossibile a volte si avvera ed è così che Sebastiano Vassalli ci offre con Le due chiese un grande e prezioso affresco del XX secolo in Italia. Giunti alla fine del libro c’è lo stupore di avere letto la storia del nostro paese in un romanzo scritto con uno stile innovativo, ma di notevole e rara efficacia.
Gli anni, i fatti, le rivoluzioni, le guerre sono viste in un microcosmo costituito da un piccolo paese alpino, Rocca di Sasso, nome inventato come quello della montagna che lo sovrasta, il Macigno Bianco, ma, conoscendo Vassalli è certo che corrispondono a entità reali, almeno nelle loro linee generali. E del resto le descrizioni paesaggistiche sono così puntuali e sicure nel tratto che non possono che essere il frutto di una visione diretta da parte dell’autore. E’ assai più probabile, invece, che i personaggi risultino di pura fantasia, fatta eccezione per il maestro Prandini, insegnante elementare, socialista, dapprima contro la guerra, poi ad essa favorevole, tanto che vi parteciperà coprendosi di gloria, e infine fascista della prima ora, onorevole, sgherro della repubblica di Salò, condannato poi a morte e fucilato.
In questo protagonista si ravvisano infatti alcuni tratti familiari, propri di Benito Mussolini, anche se la somiglianza è pur generica, ma non tanto da non indurre al sospetto (al riguardo basti pensare che l’amante giovanissima si chiama Clara…).
Quello di Rocca di Sasso è agli inizi del secolo un mondo fermo, in cui i giorni, scanditi dal ritmo delle stagioni, sono senza sussulti, con una comunità coesa dallo spirito religioso espresso non solo con l’assiduità alle funzioni, ma anche con l’edificazione di templi, che nella zona sono un centinaio. Sopravvivono nel ricordo degli avi, nelle superstizioni che portano a individuare il paradiso oltre la cima del grande Macigno Bianco e l’inferno sotto i suoi ghiacci eterni. Nascite, matrimoni, morti si susseguono con una monotona regolarità, in una vita dura, di fatiche quotidiane per contrastare la miseria. E’ vero che ci sono in giro teste calde che aspirano a una rivincita del proletariato, ma i più sembrano disinteressati, oppure rassegnati, nonostante che sia stato un maestro di musica della valle a comporre L’Internazionale.
Sarà la prima guerra mondiale a scardinare per prima le porte di quest’eremo, con i coscritti che, per supplicare la salvezza della vita, costruiranno una chiesetta.
Ne torneranno pochi e non tutti integri, ma questi reduci decideranno di innalzare un altro tempio, come ringraziamento per averla scampata. Lo spirito però è diverso, perché la guerra ha cambiato profondamente uomini nel complesso semplici, abituati a un evolversi secondo antichi stilemi e messi improvvisamente di fronte alle barbarie di un conflitto e alla paura di soccombervi.
Prandini, pluridecorato, non crede più alla dittatura del proletariato, ma solo al proprio tornaconto personale, che lo porterà ad abbracciare il fascismo. In netto contrasto è invece Ansimino, uomo di cuore che ha nelle mani l’intelligenza, fedele a se stesso, coerente prima e dopo.
Saranno loro a due a lasciare una traccia, così come nei secoli precedenti lo erano stati L’Eretico e il Beato << due contrari, in cui si riassumono e si annullano tutti i possibili contrari di questo mondo>, come la luce e il buio, il bene e il male.
Terminata la seconda guerra mondiale, a cui in verità Vassalli ha dedicato poche pagine, nel trionfo del tecnicismo piano piano scompare Rocca di Sasso, non come paese, ma nella sua atmosfera, con i templi sempre meno gremiti di fedeli, spesso vuoti di parroci, con le due chiese, quella dei coscritti e quella dei reduci, abbattute per far posto a un parcheggio, con la vecchia officina di Ansimino adibita a Centro culturale islamico
Resta solo il Macigno Bianco, eterno spirito della natura, non toccato dalla furia degli eventi; alla illusione di una dittatura del proletariato si è sostituita la speranza più equa e quindi irrealizzabile di un domani in cui l’Internazionale sarà il genere umano.
Scritto con grande abilità, venato da una provvidenziale e feconda ironia Le due chiese è un romanzo imperdibile, la conferma dell’elevato valore di Sebastiano Vassalli, di cui ho avuto già modo di apprezzare lo splendido La chimera.

Sebastiano Vassalli è nato a Genova e vive in provincia di Novara. Presso Einaudi, dopo le prime prove sperimentali, ha pubblicato La notte della cometa, Sangue e suolo, L'alcova elettrica, L'oro del mondo, La chimera, Marco e Mattio, Il Cigno, 3012, Cuore di pietra, Un infinito numero, Archeologia del presente, Dux, Stella avvelenata, Amore lontano, La morte di Marx e altri racconti, L'Italiano, Dio il Diavolo e la Mosca nel grande caldo dei prossimi mille anni e Le due chiese.
Renzo Montagnoli

26/07/2010

Dedicato a Lorenzo
di Mara Faggioli
Prefazione di Neuro Bonifaci
Cenni critici di Giovanni Nocentini e
di Lia Bronzi
In copertina "Lorenzo" opera dell'autrice
Edizioni Helicon
www.edizionihelicon.com

Favole, poesie e sculture

Sensibilità e dolcezza

Per uno strano gioco del destino il nipotino di Mara Faggioli è stato chiamato Lorenzo, come il mio, assai più giovane, essendo nato il 27 aprile del corrente anno. L'artista fiorentina, che nella gentilezza ha una delle sue non poche virtù, mi ha fatto avere questo libro, anche con la convinzione che, con l'omonimia, mi sarebbe risultato ancor più gradito.
Ciò è stato, anche se la mia valutazione resta indipendente dalla circostanza.
Dedicato a Lorenzo è un libro strano, perché ricomprende favole, poesie e sculture, ma lo scopo per cui è stato scritto è veramente encomiabile, con quella sua ricerca del fermo della memoria sia per Mara Faggioli, sia per raccontare un giorno al nipotino quanto a lui potrà interessare del periodo che ha preceduto il lieto evento.
Questo del ricordo, patrimonio personale da trasmettere ai posteri, affinché sappiano da dove sono venuti, è indubbiamente un motivo che dimostra l'attenzione per le radici di ciascuno, indispensabili per poter iniziare la vita con
l'esperienza altrui.
Fra le favole - ma questo è più un racconto di un fatto realmente accaduto, anche se la sensibilità dell'autrice tende a renderlo soffuso di un alone fiabesco - appare di indispensabile lettura Dedicato a Zahra, presente peraltro su Arteinsieme. Frutto di un'esperienza di volontariato, appare in tutta la sua dolcezza come un'apertura dell'animo di una madre, se pur temporanea, verso una creatura indifesa. Fra l'altro questo brano ha colto nel segno grazie alla raffinata e per nulla retorica esposizione di un afflato, tanto d'aver meritato il 1° premio al Concorso Letterario "L'arcobaleno della vita" e, se pur ex-aequo, al Concorso Letterario "G.Gronchi".
Analoga valenza hanno le poesie, testimonianza di sentimenti di madre e di nonna, e anche di figlia, sempre esposti con rara sensibilità e dolcezza.
E per finire ci sono le sculture di terracotta, visi, figure, madonne, nelle cui espressioni si riflette limpida quella di Mara.
E' inutile che aggiunga che il libro merita di essere letto, anche da chi non ha nipoti di nome Lorenzo.

Mara Faggioli è nata a Firenze e vive a Scandicci (FI).
Ha pubblicato "Dedicato a Lorenzo" (ovvero storia di un bambino dolce e tenero, molto amato, chiamato "Kom Ombo") -Ed. Helicon (2001) con prefazione di Neuro Bonifazi.
Nel 2004 ha pubblicato la raccolta poetica "Piuma Leggera" - Ed. Masso delle Fate con saggio introduttivo di Vittorio Vettori, vincitrice del 1° premio "FIORINO d'ORO" al Premio Firenze-Europa ed il Premio "Città di Vienna".
Renzo Montagnoli
 

17/07/2010

Il Vampiro
La storia segreta di Lord Byron
di Tom Holland
Tre Editori
www.treditori.com

Narrativa romanzo

Poeta e vampiro

George Gordon Noel Byron nasce a Londra il 22 gennaio 1788 e muore di meningite a Missolungi (Grecia) il 19 aprile 1924.
La fama di poeta è contesa con quella di uomo dissoluto, dal carattere forte, ma accompagnato da una malvagità che in famiglia non era cosa nuova, visto che un prozio era soprannominato Il malvagio.
Peraltro, come riferisce anche la moglie, la sua cattiveria si rivolge a chi più ama, pur nella consapevolezza di sbagliare. Si potrebbe dire che il male che portava dentro era più forte di lui.
Su questa base caratteriale, Tom Holland, uno storico inglese che normalmente scrive di greci e persiani, ha imbastito un romanzo della sua vita in cui si ripercorrono tutti gli eventi salienti, ma con una visione fantastica secondo la quale Lord Byron era un vampiro.
Quest'ipotesi, per quanto frutto di creatività, trova tuttavia elementi di ipotesi quanto mai abbondanti, anche se rivenienti da opere letterarie. Il suo medico personale, John William Polidori, pubblicò nel 1819 il primo romanzo di successo sui non morti, intitolato appunto Il vampiro. Nel testo il protagonista ha il nome inventato di Lord Ruthven, ma descrizioni e vicende sono proprie di Lord Byron. Inoltre Caroline Lamb, amante del poeta e da questi poi allontanata, diede alle stampe un'altra opera, intitolata guarda caso, Lord Ruthven, in cui il personaggio principale è chiaramente il poeta baronetto, descritto in tutte le sue nefandezze al punto da destare scandalo.
Sulla base di questi scritti e di ricerche effettuate Tom Holland ha elaborato un romanzo senz'altro avvincente, aderente alla realtà dei fatti (viaggi, amicizie, turpitudini), da cui esce un Byron straordinariamente vivo, un'incarnazione del potere assoluto del male che qui lo trasforma in un vampiro dalle infinite facoltà, in pratica un vero e proprio monarca dei non-morti.
Può far sorridere questa visione, ma non si possono dimenticare il rapporto incestuoso con la sorellastra, il fascino perverso che esercitava sulle donne e anche la sua omosessualità, quest'ultima più per un'esigenza cerebrale che fisica, anche se non disdegnava saltuariamente la compagnia di giovani uomini.
La vita di Byron resta comunque un mistero e come se tutto quanto a lui attribuito non bastasse occorre ricordare che le sue Memorie, già purgate dallo stesso autore - che al riguardo scrisse "omettendo tutte le parti davvero pertinenti e importanti, per rispetto verso i morti, verso i vivi e verso coloro che debbono essere l'una e l'altra cosa" -, furono poi bruciate dal suo editore per evitare uno scandalo senza precedenti. Dall'ipotesi che di tali memorie esistesse una copia prende avvio il romanzo di Holland con la ricerca del manoscritto da parte di Rebecca, una sua discendente, e così finisce con l'imbattersi nelle stesso avo, il quale racconterà la vera storia della sua vita.
La scrittura fluida, una tensione costante che a tratti si accentua, i rapporti con personaggi realmente vissuti, come il poeta Percy Shelley e la sua compagna Mary, la sorellastra di quest'ultima Claire Clairmont, una delle sue numerose amanti, da cui ebbe una figlia, Allegra, strappata alla madre e morta giovanissima in convento, la descrizione di un mondo quasi in disfacimento, la presenza di pagine di chiara ispirazione poetica sono tutti fattori che, sapientemente accostati, tengono avvinto il lettore, scosso ogni tanto da sottili brividi quando il male appare in tutta la sua cieca potenza.
Ne esce in ogni caso una figura di Byron grandiosa e tremendamente negativa al tempo stesso, animata dalla molla della vanità di raggiungere e dimostrare l'onnipotenza. Sì, perché un tipo come il baronetto non si accontentava di essere un vampiro, ma doveva essere sopra tutti, una specie di Supervampiro. In proposito ricorderò sempre quella parte del racconto in cui Byron descrive la sua visita al luogo in cui avvenne la battaglia di Waterloo, con il terreno impregnato del sangue dei caduti che inizia a ribollire e con gli eserciti dei deceduti che escono dalle zolle, acclamando in lui il loro imperatore.
Da leggere, senza ombra di dubbio, perché è un gran bel romanzo.

Tom Holland è autore di romanzi e saggi storici che hanno vinto importanti premi. Ha adattato Omero, Tucidite, Erodoto e Virgilio per la radio della BBC. Vive a Londra con la moglie e le due figlie.
Renzo Montagnoli
 

15/07/2010

Sputami a mare
(Le voci)
di Stefano Bianchi
Prefazione di Rita M. Astolfi e Guido Lucchini
Postfazione di Alessandro Ramberti
Fara Editore
www.faraeditore.it

Collana Sia cosa che
Poesia


Pace
Scorta appena tra i filari delle viti
intravista nei grappoli succosi
che mi porgi con le dita
e di cui gravi la mia mano
piena di tutto ciò che è
niente.

…..


Le foglie di novembre
Vivo solo di parole
aria e fumo
son le foglie di novembre
sui marciapiedi colorati
dell'autunno.


….

Nebbia
I miei occhi respirano nebbia a pieni polmoni
con tutto il fiato che la bicicletta
mi lascia.


….

Che un poeta veda diversamente dagli altri è più che mai ovvio, perché l’osservazione in lui non è mai fine a se stessa, ma è l’inizio di un processo di spesso inconscia ricerca dentro di sé. E’ così che in poche parole giunge l’immagine dell’autunno, venata da una malinconia propria dell’incedere di questa stagione, oppure il velo lattiginoso assume consistenze materiali, grevità ed affanni che si inspirano pedalando.
La poetica di Stefano Bianchi, pur inserita nel presente che la sua ancor non veneranda età giustifica, è però il risultato di esperienze che sempre accompagnano gli uomini dagli albori della vita.
A scorrere questi versi, proposti e mai imposti, mi sono sovvenuto degli Amores di Ovidio; è stato un attimo, un imbarazzo improvviso, il paragone mi è sembrato eccessivo. Eppure, a pensarci bene, ci sono comuni elementi, a parte il linguaggio ovviamente diverso che può farli sembrare distanti anni luce. No, i sentimenti non sono mutati e il poeta continua a interrogarsi sui perché dell’esistenza, sull’irrazionalità delle emozioni, oggi, come allora, incapaci dopo così tanto tempo di dare una definitiva risposta razionale.
Ma tutto deve essere ridotto a logica? I numeri devono prendere il sopravvento su di noi? No, fino a quando ci sarà poesia.
Bianchi sposta nel tempo l’espressione delle emozioni, ma si avvale di iscrizioni antiche, ricorre perfino all’epigramma come in Frammento ( E’ difficile a volte / stare nel presente / i ricordi ed i sogni / costano meno).
Verrebbe da dire che non vi è nulla di nuovo sotto il sole e invece balza agli occhi la forma espressiva, un verso libero, scevro da regole metriche, costruito però in un disegno di organicità dell’intero testo in grado di ottenere un risultato equilibrato ed armonico.
E una certa ironia di Stefano Bianchi evidenzia, a dispetto delle apparenze, la capacità di non prendere mai tutto troppo sul serio, perché Le voci, di Nino Pedretti – A volte da per me / nel letto, in un corridoio / in un treno per Milano / ascolto le voci./ E allora mi faccio / più grande / perché risuonano dentro / di me / come campane.
Quanta verità in questi versi, sicura fonte d’ispirazione per l’intera silloge, perché sono sicuro che Bianchi abbia sentito queste voci.
Da leggere, non c’è il minimo dubbio.

Stefano Bianchi nasce nel 1972 a Rimini. È diplomato al Liceo classico e Laureato in Economia e commercio. Ha pubblicato le raccolte di poesie La bottiglia (Edizioni
Pendragon, Bologna, 2005) e Le mie scarpe son sporche di sabbia anche d’inverno (Fara Editore, 2007), che ha presentato assieme a testi inediti in vari contesti pubblici, compresa una breve apparizione televisiva. Alcune sue poesie sono presenti in rete (ad esempio, nel blog farapoesia), nelle antologie tematiche: Il desiderio, Sogno, Il Ricordo, Nella notte di Natale. Racconti e poesie sotto l’albero presentata alla fiera Più libri più liberi 2007) edite da Perrone Editore, Roma, tra il 2007 e il 2009, e nella raccolta Poeti romagnoli d’oggi e Federico Fellini, Società Editrice << Il Ponte Vecchio >>, Cesena, 2009. Attualmente collabora con il «Corriere Romagna».
Renzo Montagnoli

 

13/07/2010

Profili critici
di Vincenzo D'Alessio
Presentazione di Alessandro Ramberti
Postfazione di Massimo Sannelli
Fara Editore
www.faraeditore.it


Mi riesce un po' difficile scrivere la recensione di un libro che raccoglie numerose recensioni scritte da un unico autore. In effetti mi pongo una domanda un po' sibillina, ma che esige una risposta che forse con difficoltà riuscirò a darmi.
Mi chiedo: che diritto ho di buttar giù due righe, insomma di scrivere la recensione delle recensioni?
Vincenzo D'Alessio ha una sua sensibilità, una sua metodologia nell'esaminare un lavoro, nel trarne l'esito e poi nell'esporlo che differisce dal mio. Non è una questione di lana caprina, perché in questo contesto tutto sommato oggettivo entrano poi fattori soggettivi che possono esulare dalla qualità dell'opera e che sono rappresentati dalla sua piacevolezza istintiva. E' in fondo lo stesso problema che mi pongo quando metto nero su bianco le impressioni di lettura di un lavoro ed è un tarlo sempre presente, anche se ricacciato giù negli anfratti più nascosti: che titolo e diritto ho per giudicare un poeta, un narratore, un saggista?
Sono tante le risposte e nessuna mi convince; pertanto spero che Vincenzo D'Alessio abbia la bontà di comprendermi per quello che andrò a scrivere e lo consoli il fatto che le mie non eccelse capacità saranno espresse al massimo, come l'atleta che non vince pur spremendosi a fondo.
A complicare le cose, poi, è il fatto che la quasi totalità delle opere recensite non sono da me conosciute e allora ho deciso di calarmi nei panni di un lettore normale che segue, per orientarsi, i consigli di lettura.
Senza parlare di un articolo in particolare le impressioni che ho avuto si estrinsecano in questi elementi:

1) L'indipendenza del giudizio che mi sembra chiara, senza che insorgano sospetti, merce rara si direbbe, considerata l'epoca in cui il dio denaro induce non pochi editori a condizionare numerosi critici:
2) Una struttura espositiva sperimentata e che si ripete, perché ormai radicata nella logica di D'Alessio; quindi niente improvvisazioni, tanto che, se non fossimo in campo letterario, direi che il metodo ha connotati scientifici;
3) L'indole poetica che, a volte di più, a volte di meno, lo conduce a diventare, peraltro piacevolmente, un coprotagonista nel testo e anche a ricorrere a un ragionamento metaforico;
4) La semplicità e la praticità, insomma il giudizio che può farsi l'eventuale lettore dell'opera recensita appare supportato da tutti gli elementi indispensabili, esposti razionalmente e in modo accessibile ai più.

Viene da chiedersi, quindi, che valore attribuire a questi Profili critici e allora nei panni del comune lettore posso dire che l'opera di volta in volta trattata viene enunciata, richiamandone gli aspetti essenziali, ma non svelata, insomma D'Alessio fornisce tutti gli elementi che servono per comprendere se il libro recensito può interessare oppure no.
Poco? No, tanto, perché il critico deve essere di supporto nella scelta e non imporla, deve essere chiaro senza raccontare tutto. Compito non facile, vero?
Vincenzo D'Alessio, però, è sicuramente riuscito ad assolverlo, e anche bene.

Vincenzo D'Alessio è nato a Solofra (AV) nel 1950. Vive a Montoro Inferiore (AV). Laureato in materie letterarie presso l'Università di Salerno, ha ideato il Premio Nazionale Biennale di Poesia "Città di Solofra", ha fondato il Gruppo Culturale "Francesco Guarini" e la casa editrice omonima. Ha pubblicato diversi saggi di archeologia e storia locale e le seguenti raccolte poetiche: La valigia del meridionale
(1975), Un caso del Sud (1976), Oltre il verde (1989), Lo scoglio (1990), Quando sarai lontana (1991), L'altra faccia della luna (1994), Costa d'Amalfi (1995), La mia terra (1996), Ippocampo (1998), D'amore e
d'altri mali (1999), Elementi (2003), Versi di lotta e di passione (2006).
L'ultima raccolta, Figli (2009), è dedicata al figlio Antonio, prematuramente scomparso. La raccolta Padri della terra è inserita nell'antologia Pubblica con noi 2007 (Fara) che raccoglie le opere dei vincitori dell'omonimo concorso. È presente in numerosi blog letterari e siti web, ne ricordiamo solo alcuni:
farapoesia.blogspot.com
viadellebelledonne.wordpress.com
www.viacialdini.it
lucaniart.wordpress.com
Renzo Montagnoli
 

10/07/2010

Claire Clairmont
di Marco Tornar

Presentazione di Roberto Mussapi
Edizioni Solfanelli
www.edizionisolfanelli.it

Narrativa romanzo
Collana Pandora

Quando termino la lettura di un libro e mi sento scosso profondamente, so di aver avuto per le mani una perla rara; se poi questo stato emozionale si ripresenta dopo alcuni giorni al solo riaffiorare di alcune immagini o situazioni che ho ritenuto particolarmente significative e provo un turbamento interiore che gradualmente si scioglie in un senso di serenità, sono consapevole che quanto ho letto è un'autentica opera d'arte, un capolavoro che rimarrà sempre dentro di me.
A essere del tutto sincero, prima della lettura nutrivo il timore di potermi trovare di fronte a un feuilleton, insomma a un romanzo d'appendice, in questo indotto dal poco che sapevo della protagonista, sorellastra di Mary Shelley e quindi cognata del poeta, amante di Lord Byron, da cui ebbe Allegra, una figlia morta in tenera età. La vicenda di Percy Shelley, perito in un naufragio, e del poeta baronetto inglese morto di meningite a Missolungi, unita a quella della prematura scomparsa della bimba lasciavano infatti presagire una narrazione volta a commuovere facilmente il lettore, non rivestendo la figura di Claire Clairmont un interesse particolare, se non quello di essere stata privata dei suoi più stretti affetti ancora in età giovanile.
Per fortuna mi sbagliavo, e anche di molto, perché la protagonista principale è una donna di eccezionali qualità, forse non versata per la poesia, ma testimone di fatti, di eventi importanti, lei stessa attrice e vittima dei medesimi, condannata a vivere moltissimi anni con il suo dolore, una figura che si riassume nell'epitaffio che lei volle fosse scolpito sulla lapide della sua tomba nel cimitero di Antella: Passò la vita soffrendo, espiando non solo le proprie colpe ma anche le proprie virtù.
Scomparsa dal ricordo, a differenza di Percy e Mary Shelley e di Lord Byron, Claire Clairmont è tornata a vivere in questo meraviglioso romanzo di Marco Tornar che ha sollevato i veli dell'oblio, realizzando ciò che unisce i morti ai vivi, quella memoria che diventa patrimonio comune, che ci permette di volgerci all'indietro e di saper proseguire in avanti.
L'autore è l'io narrante, sia nel momento in cui percorre il viaggio alla ricerca dei luoghi di questa memoria, sia quando si cala nei panni di Edward Silsbee, ricco americano, docente universitario, che nella seconda metà del XIX secolo viene in Italia e si reca a Firenze con la speranza di avere un colloquio con l'unica che ancora sia in grado di dire qualche cosa di nuovo sui coniugi Shelley e su Byron.
Così si svolge la vicenda, in una tensione sottile, quasi evanescente, ma sempre presente, e come in un palcoscenico l'apertura del sipario rivela gli attori, qui si scostano progressivamente drappi polverosi per svelare una vita e un personaggio straordinario.
L'atmosfera di quell'epoca, la luce di Firenze nelle stagioni, la passione amorosa che divampa fra Edward e Georgina, pronipote di Claire, i dialoghi, spesso monologhi, fra l'americano e la protagonista, uno spaccato di vita sociale in un'Italia nel periodo immediatamente successivo all'unità, il funerale di Shelley sono un grande esercizio di stile da cui traspare la natura poetica di Tornar, che riesce a mantenere per tutta la narrazione un ritmo equilibrato, proprio di una cosa del passato, come una fotografia ingiallita la cui osservazione ci porta poco a poco a scoprire e a definire i soggetti ritratti.
In un italiano estremamente preciso e corretto, sempre più raro oggi, pagina dopo pagina si passa da un'iniziale curiosità alla necessità di conoscere, anche perché sapere di Claire Clairmont vuol dire scoprire un passato che è nostro patrimonio, significa riflettere sull'esistenza e sulle tante domande che inconsapevolmente ci poniamo.
A un certo punto del romanzo Claire dice: Penserei volentieri che la mia memoria possa non perdersi nell'oblio com'è accaduto alla mia vita; ebbene questo suo desiderio si è realizzato grazie a Marco Tornar, che ci ha fatto dono di un libro di stupefacente bellezza.

Marco Tornar (Pescara 1960) ha pubblicato le raccolte di poesia Segni naturali (Bastogi, Foggia 1983) e La scelta (Jaca Book, Milano 1996); le prose Rituali marginali (Bastogi, Foggia 1985) ed Errando di notte in luoghi solitari (Quaderni del Battello Ebbro, Porretta Terme 2000); il romanzo Niente più che l'amore (Sperling & Kupfer, Milano 2004). Ha curato l'antologia di poesia italiana La furia di Pegaso (Archinto, Milano 1996).
Renzo Montagnoli
 

06/07/2010

Stefano Borgia
Governatore del Ducato Pontificio
di Benevento nel XVIII secolo

di Pietro Zerella
Presentazione di Andrea Mugione Arcivescovo di Benevento

Secolo XVIII, quello dell'illuminismo per intenderci, Ducato di Benevento spina pontificia nel fianco del Regno di Napoli, un nobile avviato a una carriera ecclesiastica di prestigio, briganti e grassatori, miseria diffusa, terremoti, epidemie, carestie, un quadro storico che la penna di Pietro Zerella delinea in modo encomiabile e convincente, tutto questo ed altro è Stefano Borgia, Governatore del Ducato Pontificio di Benevento nel XVIII secolo.
Premetto che, più che una biografia, è una valida rappresentazione di un'epoca in una piccola città del meridione, eseguita con scrupolo, sulla base di documentazioni d'archivio riportate con neutralità, senza esprimere giudizi che, anche a posteriori, sarebbero più che opinabili.
Benché ci troviamo di fronte a un saggio storico, l'esposizione non è mai greve, anzi scorre come un placido fiume, senza infastidire, ma interessando il giusto, e cioè la naturale curiosità del lettore di conoscere come si vivesse, come si patisse soprattutto, come si morisse nell'Italia meridionale quasi quattro secoli fa.
E' soprattutto in questo il pregio del libro, perché la figura di Stefano Borgia, omonimo ma non parente del nefasto casato che diede alla Chiesa uno dei pontefici più negativi, è quella di un uomo che, inviato a governare il Ducato, compie il suo incarico con capacità, ma senza eccellere in modo particolare, visto che alla fin fine i suoi principali meriti risiedono nella capacità di aver limitato i danni della terribile carestia del 1763-1764 e di aver scritto pure lui di storia, in particolare Le Memorie Istoriche della Pontificia Città di Benevento.
Non fu certamente un illuminista, né avrebbe potuto esserlo, e del resto è notorio l'avversione della Chiesa per questa corrente di pensiero; forse il Borgia può essere definito meglio un politico a tratti illuminato, ligio nel portare a termine il suo incarico, volto a un sostanziale mantenimento dello status quo.
Infatti, nulla cambia di sostanziale nel Ducato, con i nobili che restano sempre ricchi e potenti e con il popolo che sembra avere come destino prefissato la miseria, non l'indigenza, ma quella miseria fatta di una vita di stenti e senza speranza.
Ecco, le pagine di Zerella scorrono impietose su questo esercito di straccioni e, pur nella sua equidistanza, si avverte come l'autore nutra nei confronti di questi diseredati un profondo senso di pietà. Miserabili erano prima dell'arrivo del nuovo governatore Stefano Borgia e miserabili furono anche dopo. Per l'uomo di governo Benevento rappresentò la prima tappa di una carriera ecclesiastica che lo vedrà prima cardinale e poi addirittura candidato a pontefice.
Morirà nel 1804 a Lione, così lontano da quella città dei suoi esordi e che tutto sommato, considerando l'inazione dei governatori precedenti, vide in lui qualche cosa di diverso, rilevò almeno l'interesse dell'uomo per adempiere con cura all'incarico conferito, senza dimenticare che contribuì con i suoi studi e i suoi libri a far conoscere agli stessi beneventani un po' della loro storia.
La lettura è più che consigliata.

Pietro Zerella, nato a Beltiglio di Ceppaloni (BN) il 1938, vive a San Leucio del Sannio (BN), Dott. in Scienze Politiche e Sociali. Promotore culturale.
E' inserito in tre Edizioni (1996 - 2001 - 2006) del "Dizionario Autori Italiani Contemporanei" Ed. Guido Miani, Milano ed in altre antologie.
Ha vinto premi letterari e di poesia (Città di Telese, Apice…) Negli ultimi anni si è dedicato con particolare passione alla ricerca storica.
Ha pubblicato:
- "Frammenti di vita", Raccolta di poesie Ed. Ibiskos. Empoli 1994;
- San Leucio del Sannio - Frammenti di Storia, Poligrafica S. Giorgio del Sannio (BN) 1994;
- San Leucio del Sannio - Viaggio nel tempo, tipografia A.G.M. Ceppaloni /BN) 1996;
- Ho conosciuto il nonno del mio bisnonno, tipografia A.G.M. Cepppaloni (BN), 1997; (Menzione speciale Comune di Montecelio Romano Ed. 1998-1999, Roma;
- Il Clero Sannita nella crisi dell'Unificazione (1860-1862) saggio pubblicato nella Rivista Storica del Sannio, 3^ Serei, Anno IV, Arte tipografica Napoli, 1997;
- San Leucio del Sannio- Ieri e Oggi in Bianco e Nero - Tipogr. A.G.M. Ceppaloni (BN) 1998;
- Preti Contadini e Briganti nell'Unità d'Italia (1860-1862) Ed. La Scarna, Benevento, 2000. ( Premio Speciale 2001 alla 7^ Edizione del Premio letterario "Giuseppe D'Alessandro", Benevento;
- Arturo Bocchini e il mito della sicurezza (1926 - 1940) Ed. Il Chiostro, Benevento, 2002;
- Il Sole dei Lupi, Ed. Il Chiostro, Benevento , 2006; Ristampa nel 2007. A:G:M: Ceppaloni, (BN) 2007. (Vincitore Premio di Merito al concorso letterario di Anquillara Sabazia. VI Edizione).
- Fondatore e organizzatore Premio Letterario "Città di San Leucio del S."
- Collabora con il periodico Specchio del Sannio;
- Il quotidiano "Il Sannio Quotidiano".
Renzo Montagnoli
 

26/06/2010

Sinfonia per l'imperatore
di Donato Altomare
Introduzione di Ugo Malaguti
Elara S.r.l.
www.elaralibri.it
Narrativa romanzo
Collana Narratori europei di science fiction

L'apoteosi della fantasia

Ricordo che, nel corso di un mio viaggio in Puglia svoltosi alcuni anni fa, ebbi l'occasione di visitare il famoso Castel del Monte. Vi arrivai che il sole iniziava a tramontare, con un cielo carico di nubi plumbee, che di li a poco si sarebbero accumulate in uno strato uniforme, dando inizio a un temporale, con saette che sembravano scaricarsi sulle mura del maniero. L'atmosfera, intrisa di elettricità, l'oscurità quasi improvvisa mi sembrarono più proprie di un vecchio castello inglese o tedesco, abitualmente frequentato da fantasmi.
Per fortuna, a fugare ogni mio timore non ero l'unico visitatore, ma ve n'erano altri, anche se pochi, tutti intenti a rimirare l'interno di una fortezza assai più appagante vista dal di fuori. Mi sorse subito una domanda: che scopo aveva quella costruzione in cima al colle? Aveva una funzione strategica? No, di certo, perché non arroccava su strade di accesso alla Puglia uniche o di vitale importanza. Era forse una dimora gentilizia, base per battute di caccia? No, troppo spoglia e, soprattutto, eccessivamente protetta da possenti mura, anche se non cinta da un fossato. Era eventualmente una prigione? Forse, ma per rinchiudervi ben pochi detenuti, vista la limitata e inadeguata superficie coperta. E poi perché quella ricorrenza del numero otto? La pianta ottagonale e le otto torrette, pure loro ottagonali, sono insomma un richiamo continuo a quella figura geometrica intermedia fra il quadrato e il cerchio, vale a dire fra la terra e il cielo.
Ho pensato allora, da profano, che l'edificio potesse avere una funzione religiosa, insomma potesse considerarsi una sorta di tempio ibrido fra paganesimo e cristianesimo. Del resto il castello fu costruito dietro preciso ordine di Federico II Hohenstaufen, una figura quasi leggendaria, già mitizzato nella sua epoca (XIII secolo), al punto che, vox populi, si divulgava la profezia che dopo la sua morte sarebbe ritornato nelle sue terre trascorsi mille anni.
Le stranezze del castello, quest'alone mitologico che ha sempre avvolto Federico II devono avere interessato e affascinato in modo particolare Donato Altomare, tanto da indurlo a scrivere un romanzo di genere fantastico, con la vicenda che appunto si svolge in due epoche distinte, il XIII e il XXI secolo.
Premetto che la realtà storica costituisce solo la base di partenza, sulla quale l'autore pugliese costruisce pure lui un castello, in un intreccio di passato e futuro, con ammiccamenti al presente attuale, che, anziché stancare, come spesso accade quando si alternano epoche diverse, è una delle chiavi di valore di quest'opera, una vera e propria apoteosi della fantasia.
Per rispetto nei confronti del lettore e anche perché un pur sintetico sunto risulterebbe estremamente difficile mi limito pertanto a evidenziare i tanti meriti di questo romanzo, fra i quali di sicuro rilievo vi è la capacità di avvincere con invenzioni creative che non capitano a caso, ma si inseriscono perfettamente nella struttura narrativa. Le pagine scorrono veloci, grazie all'italiano fluente e di uso corrente, tranne forse nelle digressioni di carattere architettonico e musicale, comunque sempre comprensibili pur nella loro complessità. Né mancano riflessioni pertinenti, ma di logica corrente, su tematiche come la religione e le guerre per la religione (vedasi il colloquio fra Federico II e l'emiro Fakhr al-din ibn ash-Shaikh), oppure osservazioni sul potere temporale della chiesa, che non potevano non essere presenti, dato il carattere dell'Imperatore, non certo ateo, ma comunque anticlericale.
Ho parlato prima di apoteosi della fantasia e questo termine mi sembra particolarmente appropriato, perché Donato Altomare, nello scrivere Sinfonia per l'imperatore, ha anche composto una sinfonia della fantasia, con idee e intuizioni che arrivano continuamente, tanto da farmi pensare che di materiale a disposizione ce n'era per scrivere certamente più di un romanzo.
Ma quel che più conta è che l'abbuffata non satura, non sazia l'appetito del lettore, che anzi si trova naturalmente disposto a chiedere ancora di più, senza che per questo si corra il rischio di essere infastiditi, perché appunto tutto rientra in un equilibrio armonico che, in alcuni passi, mostra pure accenni poetici.
Duecentoottantotto pagine non sono poche, ma se non si legge tutto d'un fiato poco ci manca ed è i con sensi tesi al massimo che si arriva alla fine, a una naturale e positiva conclusione che, forse, lascia aperto lo spiraglio per un auspicato seguito.
Da leggere, non ve ne pentirete, perché questo romanzo, altamente avvincente, è veramente splendido.

Donato Altomare nasce a Molfetta nel 1951 e vi risiede. È laureato in Ingegneria Civile presso l’Università di Bari ed esercita la libera professione.
     Ha vinto due Premi Italia a San Marino e Courmayeur, il Premio Urania 2000 col romanzo inedito Mater Maxima, il Premio Urania 2007 con Il dono di Svet  e nel 2005 il Premio Le Ali della Fantasia per l’inedito col romanzo Surgeforas.
     Tra le varie pubblicazioni da ricordare i volumi Cuore di ghiaccio (La Vallisa, Bari 1989), La risata di Dio (Solfanelli, Chieti 1993), L’albero delle conchiglie (Milella, Bari 1994), Prodigia (Tabula fati, Chieti 2001), Mater Maxima (Mondadori, Milano 2001), Uno spettro, probabilmente (Mondo Ignoto, Roma 2004), E la padella disse… (Delos Books, Milano 2004), Il fuoco e il silenzio (Perseo Libri, Bologna 2005), Il tesoro della Grancia (BESA, Nardò 2005), Surgeforas (Tabula fati, Chieti 2006). Sono stati pubblicati all’estero: Cas je spiràla (tit. orig. Dolcissima Roberta, romanzo breve, Svet Fantastiky n. 1, Praga 1990); Il popolo del cielo (testo in cirillico, Gradina, Belgrado 1993); La casa degli scheletri (testo in cirillico, Gradina, Belgrado 1996).
Renzo Montagnoli

 

25/06/2010

Acqua in bocca di Camilleri Lucarelli
Ed. Minimum fax
Narrativa Giallo
Quarta di copertina.

Per la prima volta Salvo Montalbano e Grazia Negro indagano insieme
Camilleri ha rinverdito il romanzo epistolare e insieme a Lucarelli ha dato vita ad un esperimento a dir poco originale. La genesi dell’opera è quanto mai inusuale e casuale, niente di progettato a tavolino e tanto meno nella mente dei due scrittori. Come raccontato dalla nota dell’editore Daniele di Gennaro riportata alla fine della storia, tutto ha inizio nella primavera del 2005.  A Roma nello studio di Andrea Camilleri, con Luca Lucarelli si girano le immagini di un documentario per Raitre A quattro mani prodotto da minimum fax media per parlare di letteratura poliziesca, e tra battute e rimandi di frasi tra i due scrittori, l’editore butta lì una domanda su come si comporterebbero i due personaggi letterari, l’ispettrice  Grazia Negro e il commissario Salvo Montalbano, le rispettive creature di Lucarelli e Camilleri, con un cadavere in mezzo, come avrebbero interagito in un’inchiesta… E’ stato il là d’inizio di una sorta di jam session letteraria, in cui l’uno parla, l’altro ascolta in un continuo sorprendere e sorprendersi. Da una semplice provocazione azzardata di  scrivere una storia, nasce in nuce una trama che tramite uno scambio epistolare,  ha trasformato la jam session iniziale in una partita a scacchi senza esclusione di colpi. Il gusto del rischio, dell’imprevedibile ha preso entrambi gli scrittori, il cui cimento per il gioco ha prodotto questo libro, dal plot  rimaneggiato e smontato durante  la lunga gestazione, con varie interruzioni, durata ben 5 anni. L’Acqua in bocca già dal titolo e dalle prime righe di lettura assume connotazioni semantiche diverse: significato letterale  e metaforico. Infatti  un cadavere rinvenuto con la testa dentro ad un sacchetto di plastica e tre pesciolini rossi stecchiti vicino, apre la scena del crimine: è l’inizio di un’indagine non autorizzata che in una sorta di dialogo a distanza cioè  a colpi di lettere più o meno segrete Grazia Negro e Salvo Montalbano collaborano alla risoluzione del mistero. Si dà vita al genere crossover già inaugurato al cinema con Chi ha incastrato Roger Rabbit, il cosiddetto gioco degli incontri di autori, personaggi in una stessa narrazione, in uno scarto della fantasia  semplicemente siderale. Questo trucco combinatorio, o pastiche o incrocio narrativo dei due campioni letterari è un vero gioco divertente sia per gli autori sia per i lettori. Ma in barba ad ogni logica Montalbano subisce due mutazioni: una fisica, è calvo; una linguistica,  parla in italiano con un cabasisi ogni tanto,  tanto per non perdere l’abitudine del dialetto. L’effetto prodotto è uno “straniamento brechtiano” (Camilleri), che trasferisce il lettore in quei mondi possibili e paralleli in cui tutto può accadere. I due geniali artefici di questo puro esercizio letterario non subiscono mutazioni  di stile, si alternano e si completano a vicenda in un clima narrativo che di stupefacente ha l’atto della scrivere per il piacere di raccontare storie. 

Autori. Andrea Camilleri (1925), è autore di oltre 60 romanzi tra storici, civili e polizieschi, e di diverse raccolte di racconti, tradotti in più di 30 lingue. Vincitore di numerosi premi in Italia e all’estero, è noto al grande pubblico anche per i romanzi dedicate alle inchieste del commissario Montalbano, da cui è stata tratta la fortunata serie televisiva. Tra i tanti titoli ricordiamo: “La forma dell’acqua”, “Il cane di terracotta”, “Il ladro di merendine”, “La voce del violino”, “La stagione della caccia”, “Il birraio di Preston”, “La concessione del telefono”, “La gita a Tindari”, “Maruzza Musumeci”, “Il casellante”, “Il campo del vasaio”, “L’età del dubbio”, “Un sabato, con gli amici” “Il sonaglio”  “ La caccia al tesoro”…

Luca Lucarelli (1960) ha pubblicato 14 romanzi e una dozzina di opere di non-fiction sulla recente storia criminale del nostro paese, riscuotendo vasti consensi di pubblico e riconoscimenti critici (premio Scerbanenco, Silver Dagger Award).E autore e conduttore del programma televisivo Blu notte, e ha scritto numerosi soggetti e sceneggiature per il cinema e la tv.
Arcangela Cammalleri

 

24/06/2010

La vittoria del 1934
I campionati mondiali di calcio
nella politica del regime

di Alessandro D'Ascanio
Edizioni Solfanelli
www.edizionisolfanelli.it

Saggistica
Collana Faretra

Il gioco del calcio non è mai stato per me una passione, ma un'occasione di svago e divertimento, e solo nel caso che le partite vedano di fronte due squadre disposte a dar spettacolo. Siamo comunque in periodo di mondiali e mi sembra giusto dare un po' di spazio a questo sport che ha rappresentato più di mezzo secolo fa uno strumento di sostegno di un regime all'interno del paese e di supporto anche a una certa politica estera fatta di proclami roboanti, seguiti spesso da azioni moderatrici, del tipo insomma proprio della tattica del bastone e della carota.
E in questo sta l'interesse di questo bel saggio di Alessandro D'Ascanio che ha come punto di partenza la nostra prima vittoria dei mondiali calcio, quella del 1934, con la nazionale italiana guidata dal mitico Vittorio Pozzo.
Il testo è un lucido spaccato di un periodo nel quale anche una partita di calcio e soprattutto la conquista del primato rappresentavano un biglietto da visita di un paese che voleva emergere a tutti i costi, rinsaldando il fronte interno con la comune passione per questo sport e cercando di conferire uno spirito nazionalistico, indispensabile al regime per poter avere basi solide. Non è che questo consenso sportivo si rivelò poi inossidabile, anzi si poté notare e ancor oggi si vede l'assenza di una forte identità di popolo, quella coesione ferma e irremovibile che invano il fascismo tentò di realizzare richiamandosi anche alle glorie dell'antica Roma.
La manifestazione sportiva del 1934 fu voluta fortemente da Mussolini e, grazie anche a un ingente sforzo finanziario, riuscì bene, culminando con il meritato successo dei nostri giocatori. Il tutto appare come una delle più efficaci campagne di propaganda, come detto rivolta non solo all'interno, ma anche all'esterno.
L'impressione che si voleva dare era quella di un paese unito e orgoglioso, pacifico, ma non disponibile a cedere ad altri le proprie ambizioni di riscatto per arrivare ad essere alla pari con le grandi potenze.
Era il 1934 e quindi mancavano sei anni alla nostra entrata in guerra, evento che in breve avrebbe dissolto un'immagine così faticosamente costruita anche attraverso quel campionato del mondo.
Il libro di D'Ascanio è un'analisi di quella Coppa Rimet (come allora si chiamava), di quanto fosse sentita dal fascismo, e quindi degli scopi che si proponeva il regime, delle sue ricadute, cioè dei risultati, sempre in funzione politica.
Si respira nelle pagine una storia ancor recente, si scoprono tante cose che ignoravamo, ma, soprattutto, si comprende come il gioco del calcio ad alto livello possa costituire anche una risorsa per chi detiene il potere in un paese.
Da leggere, ne vale senz'altro la pena.

Alessandro D’Ascanio, laureato in Scienze politiche con una tesi in Storia dell’Italia contemporanea dal titolo Lo scacchiere mediorientale nella politica estera italiana. Il centro-sinistra e la guerra dei sei giorni, ha conseguito il Dottorato di ricerca in “Critica storica giuridica e economica dello sport” presso l’Università di Teramo. Cultore della materia presso la cattedra di sociologia dei fenomeni politici dell’Università “G. D’Annunzio” di Chieti, collabora all’attività della cattedra di Storia del Novecento della Facoltà di Scienze politiche dell’università di Teramo.
     Ha pubblicato saggi e articoli su riviste di storia contemporanea tra i quali: Lo scacchiere mediorientale nella politica estera italiana. Il centrosinistra e la Guerra dei sei giorni, in “Italia Contemporanea”, n. 250, marzo 2008, pp. 121-145; Lo sport come strumento di politica estera nella prima metà degli anni trenta: una peculiarità solo italiana?, in “Sportlex”, anno I, n. 10, ottobre 2008, pp. 3-11; I gravi fatti di Roccamorice del 1904. Il brusco impatto del mondo industriale in una provincia rurale dell’età giolittiana (in corso di pubblicazione su “Abruzzo contemporaneo”) e contributi in volumi collettanei tra i quali Il mare tra le terre, in Luigi Mastrangelo (a cura di), Giochi e sport in Abruzzo dall’antichità ai giorni nostri (Edizioni Scientifiche Abruzzesi, Pescara 2009) e Una rassegna bibliografica, con Luca Gasbarro e Francesca Mazzarini, in Giuseppe Sorgi (a cura di), Lo sport dopo le ideologie (Guaraldi, Rimini 2009), La concezione neo-marxista dello sport nell’analisi dei comunisti italiani, in Anna Di Giandomenico (a cura di), Le luci dello sport (Franco Angeli, Milano, in corso di pubblicazione).

Renzo Montagnoli
 

22/06/2010

Il nipote del Negus
di Andrea Camilleri
Sellerio Editore

Narrativa romanzo
Collana La memoria

Montelusa – Albergo Trinacria 20/12/1929 0re 14

-      Oddiodiodiodiodiodiodiodiodiodiodiodiodio…

 Montelusa – Albergo Trinacria 20/12/1929 Ore 17

-      Cosìcosìcosìcosìcosìcosìcosìcosìcosìcosì...

 Montelusa – Albergo Trinacria 20/12/1929 Ore 19

-      Ancoraancoraancoraancoraancoraancora...”

Sono frasi che non necessitano di ulteriori spiegazioni, quasi tipiche della miglior commedia all’italiana, ma Il nipote del Negus, di Andrea Camilleri, se può avere la parvenza di una commedia fra l’umoristico e il boccaccesco è invece una satira spietata attraverso la messa in scena di una commedia sugli italiani.
E quando s’apre il sipario sul palcoscenico si stenta a notare la differenza fra attori e pubblico, i primi impegnati al massimo della loro capacità a tratteggiare un regime dietro la cui parvenza di grandezza i piccoli e i grandi protagonisti si muovono come marionette  fra ipocrisie, timori e apparente fierezza, mentre gli altri, il pubblico in sala, sorride, ride, anche fragorosamente, non accorgendosi di trovarsi dinnanzi a uno specchio.
Il periodo fascista descritto da Camilleri è quello di un’Italia dai roboanti proclami a cui si finge di credere affinché nulla possa turbare i propri traffici privati, spesso illeciti, nella totale assenza di senso per lo stato.
La storia è ambientata nel 1929, ma per come agiscono i personaggi, per come insomma gira la carrozza del paese, si ha l’impressione di un qualche cosa di già visto e che, purtroppo, è sotto ai nostri occhi tutti i giorni, una lenta assuefazione tale da non accorgerci di questa perenne recita a soggetti, tutto uno sbandierare di apparenze, di deformazione della verità, una sorta di sogno infantile il cui risveglio potrebbe tramutarsi in incubo.
Fra l’altro Camilleri per raccontare si è rifatto all’esperienza de “La concessione del telefono” e così è tutto un fiorire di carteggi fra commissari di Pubblica Sicurezza, Questori, Federali, Podestà, ministeri degli Interni e degli Esteri, intercalati da prime pagine di giornali che più di tutti rivelano un totale asservimento a un regime in cui la notizia non è il fatto come  accaduto, ma come, secondo la illogicità di un sistema, viene offerto, anzi imposto, agli occhi di un lettore che ormai non può più discernere fra vero e falso.
Non mancano anche siparietti colloquiali, inseriti nel momento giusto e tesi soprattutto a dimostrare che fra l’ufficialità dei comportamenti e la relativa sicurezza del privato tutto era completamente diverso, come se ciascuno potesse contare su una doppia, e distorta, personalità.
L’autore siciliano parte così da un evento vero, e cioè il fatto che negli anni 1929 – 1932 si trovava a Caltanissetta il principe Brhané Sillassiè, nipote del Negus Ailé Sellassié, come studente della Regia Scuola Mineraria, da cui uscì diplomato. 
Di lui si sa che era bello, focoso, gran spendaccione e questa è la realtà, tanto che opportunamente il buon Camilleri ci precisa alla fine che tutto il resto è solo frutto di fantasia.
Senza descrivere la trama, per non dispiacere al lettore, dico solo che questo etiopico, dalla pelle nera, si rivelerà pagina dopo pagina non lo sprovveduto e quasi selvaggio di cui Mussolini intende avvalersi, ma un attore astuto e consumato tanto da prendersi gioco del regime.
Allora un nero in Italia era una rarità, ora non lo è più, ma in un contesto socio-comportamentale assai analogo non oso pensare quello che un altro nipote del Negus, o di un capo tribù del Ciad, o addirittura anche un ex morto di fame del Biafra potrebbe combinare. Perché se c’è un posto in cui tutto può accadere e anche accade è proprio l’Italia, ove grazie a personali ragion di stato, a furberie da asilo infantile e a soporiferi intrattenimenti dei media, tutto procede in una irreale realtà in cui anche “un alieno” di pelle scura potrebbe dimostrare che la logica vince sempre, soprattutto quando opera in un terreno in cui è assente.
Ho riso, più volte, ma è un riso amaro che si allarga nello specchio in cui mi rifletto.
Semplicemente un libro imperdibile.

Andrea Camilleri nasce a Porto Empedocle (Ag) nel 1925.
Scrittore particolarmente prolifico, ha pubblicato, fra l’altro, oltre a tutta la serie con protagonista il commissario Montalbano, Il corso delle cose (1978), Il birraio di Preston (1995), La concessione del telefono (1998), La scomparsa di Patò (2000), Il re di Girgenti (2001), Le inchieste del commissario Collura (2002), La presa di Macallé (2003), La pensione Eva (2006), Il colore del sole (2007), Le pecore e il pastore (2007), Pagine scelte di Luigi Pirandello (2007), Maruzza Musumeci (2007), Il casellante (2008), La vuccina (2008), La tripla vita di Michele Sparacino (2009), La rizzagliata (2009).
Renzo Montagnoli

 

21/6/2010

L’americano tranquillo di Graham Greene
Titolo originale The Quiet American
Ed. Arnoldo Mondadori

Narrativa: giallo politico

Da questo romanzo sono stati tratti due film, uno del 1958 e uno più recente made in USA del 2003 di Philip Noyce.
Nella dedica iniziale a degli amici di Saigon, Greene precisa che questo è un racconto, non un libro di storia, per cui i fatti reali sono stati in qualche modo rimaneggiati, ciò non toglie che i fatti stessi narrati rispecchiano riflessioni, considerazioni ed attività realmente vissuti dallo scrittore durante la sua esperienza come inviato speciale anche in Indocina.
Siamo nel marzo 1952, a Saigon, durante la guerra tra Francia e Indocina, il cinquantenne cronista, o meglio come ama definirsi reporter, inglese Thomas Fowler conosce un giovane funzionario americano della Missione per gli aiuti economici Alden Pyle;  tra i due nasce, nel breve rapporto intercorso, una forma labile di amicizia messa in crisi dall’amore per una stessa giovane vietnamita, la dolce Phuong “Fenice”. Il giallo assume i connotati del poliziesco psicologico nell’istante in cui Pyle viene ucciso in circostanze misteriose e Fowler cercherà la verità ripercorrendo nella memoria  i momenti passati insieme, da quando tutto era cominciato, a Pyle che si era seduto al suo fianco al Continental e…alla sua morte che gli arreca dispiacere. Al centro dell’opera si pone il confronto tra due personaggi implicati in uno stesso conflitto, ma con atteggiamenti opposti: Fowler disincantato e cinico, con un matrimonio in rotta di collisione, ricorre all’oppio come rimedio  al tormento delle sue angosce private e Pyle, apparentemente ingenuo, è considerato  un uomo tranquillo, mosso da ideali patriottici che legittimano la presenza degli USA nei punti caldi del mondo. Emergono due tipologie umane bifronti, Fowler considera con triste distacco e consapevolezza e la ruvidezza  di cui è fatta la sua professione: “Ero un corrispondente e pensavo per titoli: Funzionario americano assassinato a Saigon. Nel giornalismo non si impara come comunicare le cattive notizie” e gli accadimenti bellici che diventano una sorta di amara riflessione sugli uomini e il mondo, Phyle imbevuto del sogno americano non esita a diventare complice di una serie di sanguinosi attentati su civili per favorire il sospetto dell’opinione pubblica contro i comunisti. La storia narrata ha tutti gli ingredienti tipici del giallo e del giallo di marca Greene:  la suspense, i colpi di scena, il messaggio altamente etico sugli uomini sia carnefici sia vittime, l’amore tormentato per una donna più giovane. Greene nell’intreccio privilegia la dimensione morale e una posizione personale emotiva più che politica di fronte ai tragici eventi militari; i dubbi interiori di Fowler cozzano con le certezze granitiche di Pyle, ma “prima o poi bisogna scegliere con chi stare, se si vuole restare esseri umani”. Sul piano linguistico, la scrittura scivola come la sabbia nella clessidra, regolare, precisa e chiara: un formidabile uso dello  strumento espressivo che rende agevole e interessante la lettura.

L’Autore: Graham Greene nacque a Berkhamsted, in Inghilterra, nel 1904 e morì a Vevey, in Svizzera. Laureatosi a Oxford, fra il 1926 e il 1927 si convertì al cattolicesimo, abbandonando la fede protestante della sua famiglia. Redattore del Times, lasciò il lavoro nel 1929 per dedicarsi interamente all’attività letteraria. Nel 1935 tornò al giornalismo come inviato speciale, e viaggiò in tutto il mondo, rimanendo a lungo in Indocina. Durante la seconda guerra mondiale collaborò con il controspionaggio britannico. La sua produzione narrativa, che inizia nel 1929 con il romanzo L’uomo dentro di me, è vastissima: fra i molti titoli sono da ricordare Un campo di battaglia, 1934, Il potere e la gloria, 1940, Quinta colonna 1943, Il nocciolo della questione 1948, Il nostro agente all’Avana 1958,  Il console onorario 1973, Il fattore umano 1978, etc…Da segnalare anche i due volumi autobiografici Una specie di vita 1971 e Vie di scampo 1980, le opere saggistiche Viaggio senza mappa 1936, Due diari africani 1961, J’accuse 1982.
Arcangela Cammalleri

 

17/06/2010

Intervista a Claudio Magris
di Sergio Sozi
Historica Edizioni
www.historicaweb.com
Saggistica letteraria

E’ indubbio che i libri di Sergio Sozi, fatta eccezione per il romanzo Il menù, presentino caratteristiche del tutto particolari, ricomprendendo forme espositive diverse. E’ accaduto con Ginnastica d’epoca fredda, con un bel racconto intitolato appunto così, accompagnato da un breve, ma esaustivo saggio sulla Storia della Letteratura degli italiani d'Istria, Quarnaro e Dalmazia.
In Intervista a Claudio Magris, un vero e proprio dialogo culturale avvenuto nel 2006, è ricompresa l’analisi di una lettera, pubblicata nell’estate del 2009 sul Corriere della sera, e indirizzata dallo stesso Magris al Ministro della Pubblica Istruzione Mariastella Gelmini, epistola che fra l’ironico e il satirico è una decisa presa di posizione sull’unità linguistica e sull’identità nazionale, .
Ora, le interviste possono magari incuriosire, ma è meno frequente il caso che possano veramente interessare e quella presente in questo libro è una di quelle, rare, che veramente costituiscono un’occasione da non dimenticare. I motivi della pregevolezza di questo scambio di domande e di risposte risiedono da un lato nella capacità di Sozi di formulare quesiti che, pur nell’ambito della cultura, sono di portata ampia e tale da essere considerati imprescindibili nell’attuale contesto sociale, e dall’altro nell’elevato livello intellettuale di Claudio Magris, disponibile a un dialogo schietto, sincero, non dogmatico e, soprattutto, non politicizzato.
E’ fuor di dubbio che l’autore triestino rappresenti ormai da tempo un faro per la cultura non solo italiana, ma mondiale; in lui convivono, interagendo, un profondo senso etico che tende a restituire alla conoscenza il valore di accrescimento spirituale dell’uomo, e la capacità di analizzare i fenomeni mettendo a frutto la corposa cultura assimilata con spirito critico nel corso della sua esistenza.
Magris è certamente un nome conosciuto, ma ritengo opportuno brevemente sintetizzare chi sia veramente. Triestino, laureato in Lingua e Letteratura tedesca, che insegna nell’università di Trieste, saggista di primo piano (suoi sono i Tre studi su Hoffmann, Lontano da dove, Joseph Roth e la tradizione ebraico-orientale, ancora Tre saggi su Hoffmann, Utopia e disincanto), è anche narratore (Un altro mare, Le voci, Microcosmi, con cui ha vinto il Premio Strega). Figura di assoluto rilievo in campo letterario, è sovente nella rosa dei papabili per il Premio Nobel.
Per quanto concerne Sergio Sozi mi permetto di rimandarvi alla breve biobibliografia esposta in calce.
Ritorno all’intervista, un vero e proprio dialogo, fra un uomo di frontiera come Magris e un italiano proiettato nella complessa realtà di quella frontiera come Sozi; la stessa inizia prendendo spunto da Microcosmi, il romanzo dell’autore triestino che ha avuto come riconoscimento il Premio Strega, e in particolare dalle pagine riguardanti il Monte Nevoso (Sneznik). Non ho letto questo libro, ma sono dell’opinione che quel rapporto-conflitto tra uomo e natura non possa che suscitare il mio più pressante interesse. Credo che Magris abbia saputo cogliere quel problema esistenziale che, nel mentre ci porta a fuggire da una vita convulsa e irrazionale, ci pone di fronte anche a un dilemma, un dubbio amletico sui motivi della nostra presenza e sull’accettazione di essere umili parti di un caos perfetto.
Non vado oltre, evitando anche di riferirmi alle successive domande, perché l’interesse diretto e immediato che può offrire solo la lettura del libro finirebbe inevitabilmente con il disgregarsi, tentando un lezioso e tutto sommato inutile riassunto.
Il breve saggio invece sulla citata lettera al Corriere della sera è l’occasione, ghiotta, per Sozi, che ovviamente condivide i contenuti di quest’epistola, per rivendicare la nostra italianità, tema a lui sempre caro, al punto da costituire l’oggetto delle sue opere di narrativa, e che si tratti di un uso corretto della nostra lingua, oppure della riaffermazione di una comune nazionalità, le cose non cambiano.
Bella, ironica, anche sarcastica è la lettera di Magris, puntuale, esauriente e senza retorica ne é il commento di Sozi.
Quindi ci troviamo di fronte a un libro strano, senz’altro di estremo interesse, parole distillate per compendiare concetti e forme in modi più che corretti, decisamente comprensibile, l’ideale per una lettura gradevole, ma che induce a frequenti riflessioni. Gli antichi romani, ma anch’io, lo definirebbero con una semplice, ma efficace locuzione: jucunde docet.

 Sergio Sozi è vissuto in Umbria e in Slovenia. Giornalista culturale per testate italiane e slovene, poeta e narratore, già Premio Scritture di Frontiera di Trieste e Primorska Srecanja, ha pubblicato colloqui con Dacia Maraini, Sebastiano Vassalli, Diego Marani e Claudio Magris.
Il suo primo libro fu la raccolta poetica ''Oggetti volanti'' (Perugia 2000, segnalato dal Premio Sandro Penna 1999), seguito da ''Il maniaco e altri racconti'' (Roma 2007, racconto eponimo segnalato dal Concorso Scritture di Frontiera).
Il racconto ''Ginnastica d'epoca fredda'', prima di essere pubblicato nel 2009 in Italia da Historica Edizioni, è stato segnalato e antologizzato in Croazia nel 2008 a cura del Premio Fulvio Tomizza – Lapis Histriae.
Interessato alla conservazione dell’autentica lingua italiana e dell’identità nazionale ha pubblicato nel 2009 per i tipi delle Edizioni Historica il romanzo “Il menù”.
Renzo Montagnoli

 

15/06/2010

ISLAM NAZISMO FASCISMO
Storia di un'intesa ideologica e strategica che avrebbe potuto modificare l'assetto geopolitico mediorientale ed euroasiatico
di Alberto Rosselli
Edizioni Solfanelli
www.edizionisolfanelli.it
Saggistica
Collana Faretra


Muhammad Amin al-Husayni è un nome certamente a molti non noto, ma ben conosciuto dagli ebrei e dal mondo arabo in generale. Quest'uomo fu a lungo il Gran Mufti di Gerusalemme, cioè la massima autorità giuridica islamica sunnita responsabile della corretta gestione dei luoghi santi islamici in Gerusalemme.
Costui, fra il 1934 e il 1945, intrattenne complessi rapporti con Adolf Hitler e più in generale con il nazismo tedesco e con il fascismo italiano. Riesce difficile comprendere una stretta relazione fra un capo religioso e il dittatore, notoriamente ateo, di una nazione impregnata di antisemitismo, tanto più che se gli ebrei sono semiti, altrettanto lo sono gli arabi.
Questo bel saggio storico di Alberto Rosselli si propone di fare chiarezza su questi rapporti, delineandone i motivi alla base e le finalità, e lo fa in modo convincente, con una scrittura precisa, ma accessibile anche ai non addetti ai lavori.
Due realtà, apparentemente inconciliabili, trovarono punti di contatto nella comune avversione nei confronti dei sistemi democratici e verso quel mondo occidentale (Inghilterra e Francia) che, se da un lato costituiva per Hitler un naturale ostacolo al suo espansionismo, per il Gran Mufti invece era simbolo di colonialismo, lo stesso di cui molte popolazioni arabe scontavano gli effetti, anche se Francia e Inghilterra agivano in Siria, Libano, Iraq, Algeria, Tunisia, Egitto, Palestina non come pieni proprietari, ma come esercenti un mandato volto a consentire con gradualità il passaggio alla piena autonomia delle popolazioni di quei territori.
Meno comprensibile è il rapporto con il fascismo, stato coloniale che aveva represso sanguinosamente la rivolta senussita in Libia, ma qui entrano in gioco ragioni di stato, le stesse per le quali Mussolini varò le leggi razziali, unico effettivo punto di contatto e di condivisione con il Gran Mufti.
Del resto Mussolini mirava ad ampliare l'area d'influenza italiana e questa gli sembrò l'occasione buona. Agì tuttavia con prudenza in una visione politica volta a tenere sotto pressione l'Inghilterra senza giungere a un punto di rottura.
Hitler invece perseguì una politica più strettamente militare, volta da un lato ad alimentare l'irredentismo islamico onde creare complicazioni ai suoi avversari e dall'altro a mettere le mani sulle corpose riserve petrolifere dell'Iraq.
Non è improbabile, invece, che il Gran Mufti fosse animato da una sincera infatuazione per il nazismo che, per quanto ateo, propugnava idee di forza, volontà e coraggio che ben si sposavano con il suo acceso radicalismo religioso, tanto che, nel corso della seconda guerra mondiale, furono costituiti reparti di SS di fede islamica, composti per lo più da elementi europei dei paesi occupati dalla Germania.
La vicenda, complessa, anche se appassionante, si delinea nelle pagine con scorrevolezza, senza pervenire a facili semplificazioni e a conclusioni di comodo.
Il merito di Rosselli non è di scrivere la Storia, ma di mettersi al servizio della stessa, di indagare, di reperire documenti, di esporre, senza un indirizzo politico, ma solo i fatti, mai giudicati, o al più formulando logiche ipotesi.
Questo libro è senz'altro da leggere, perché in questo viaggio nel passato è possibile comprendere il presente, l'instabilità del Medio Oriente e la sanguinosa guerra non dichiarata che da così tanti anni vede combattersi israeliani e palestinesi.

ALBERTO ROSSELLI, giornalista e saggista storico, collabora da tempo con diversi quotidiani e periodici nazionali ed esteri e con svariati siti internet tematici. Come studioso di storia moderna e contemporanea e di geopolitica ha al suo attivo diversi saggi tra cui Québec 1759 (Erga Edizioni); Il Conflitto anglo-francese in Nord America 1756-1763 (Erga Edizioni), opera tradotta anche in lingua inglese; Il Tramonto della Mezzaluna. L’Impero Ottomano nella Prima Guerra Mondiale (Rizzoli BUR); La resistenza antisovietica in Europa Orientale 1944-1956 (Settimo Sigillo); L’Ultima Colonia. La guerra coloniale in Africa Orientale Tedesca 1914–1918 (Iuculano Editore); Il Ventennio in celluloide (Settimo Sigillo); Sulla Turchia e l’Europa (Solfanelli); L’Olocausto armeno (Solfanelli); Storie Segrete (Iuculano Editore); Il Movimento Panturanico e la "Grande Turchia" (Settimo Sigillo) e La persecuzione dei cattolici nella Spagna repubblicana. 1931-1939 (Solfanelli).
Renzo Montagnoli
 

14/06/2010

Oltre il sipario
di AA.VV.
a cura di Giuseppe Gambini
Immagine di copertina e disegni all'interno
di Antonia Perrini

Albus Edizioni
www.albusedizioni.it

Poesia antologia

Il Teatro è Vita e la Vita è Teatro, così Giuseppe Gambini ha voluto sotto intitolare questa antologia poetica da lui curata e ora fresca di stampa per i tipi della Albus Edizioni, opportunamente inserita nella collana Le parole per te.
Non è un caso se il poeta, napoletano d'origine, ma milanese d'adozione, ha inteso rendere omaggio a una sua vecchia e costante passione, vale a dire la rappresentazione teatrale, da lui da anni coltivata, anche se l'intento va oltre le semplici parole, si articola più in là del palcoscenico, andando a cercare, a esplorare in un mondo metaforico che appunto è Oltre il sipario.
Infatti, se vogliamo ben guardare, tutta la nostra vita ci vede al contempo protagonisti e spettatori, con un interscambio dei ruoli del quale nemmeno ci accorgiamo. E non è sempre detto che qualora facciamo parte dell'anonimo pubblico non siamo in effetti i più incisivi attori, muovendoci in silenzio nell'ombra del palcoscenico, figure che non si notano, che non appaiono alla ribalta, ma che sono lì, servono, sono necessarie, come i macchinisti, gli scenografi, il regista.
Ognuno ha un suo ruolo ben preciso, perché la vita si compone, si scompone, come le pietruzze di un mosaico, e se una c'è è perché esistono le altre, in un'interdipendenza di cui nemmeno ci accorgiamo se non quando qualcuno viene a mancare, una comparsa, anzi un attore che si allontana in silenzio per sfumare dietro le quinte del palcoscenico della vita.
Gambini ha scelto bene le poesie, in modo da presentare una varietà di liriche che, nel tema, hanno la dignità della loro diversità.
Si va così dalle quattro pareti in cui si consuma ogni sera il dramma della vita, lirica opera dello stesso Gambini all'ultima danza, che muore col sogno, di Gloria Venturini, passando per l'esplicito sipario della vita, di Giuseppina Iaccarino, e per i tasselli ribelli di un pianoforte, di Antonella Marseglia.
Cosa resterà di questa commedia dell'esistenza?
Forse il rimpianto di aver recitato un copione che abbiamo per forza dovuto accettare.
E' una bella antologia, varia e veramente interessante, e quindi senz'altro da leggere.

Gli autori
Giuseppe Gambini, Renzo Montagnoli, Rita Pagliara, Gloria Venturini, Anna Maria Consolo, Fernando Ciriolo, Geo Vasile, Annabella Mele, Carmelo Di Pena, Maria Pia De Martino, Giambattista Bergamaschi, Davide Niero, Paolo Meneghini, Maddalena De Leo, Mattia De Poli, Adele Bevacqua, Salvatore D'Aprano, Giuseppe Vetromile, Liliana Arena, Antonio Beozio, Cristiano Maria Carta, Antonella Marseglia, Marzia Cabano, Maria Chiara Quartu, Valeria Tomasulo, Nicoletta Corsalini, Agnese Monaco, Fernando Antonio Buccelli, Giuseppina Iaccarino, Andrea Bertolaso, Marco Managò, Mariapia Altamore, Roberto Marzano, Ludovica Mazzuccato, Michela Del Priore, Milvia Lo Forte, Alessia Mocci, Marina Bisogno, Ivana Mereu, Anna Gala.

Il curatore
Giuseppe Gambini nasce a Torre del Greco (NA) nel 1948, ma da oltre 30 anni vive e fa il pensionato a Garbagnate Milanese. Da giovanissimo, aldilà della professione esercitata, si è sempre interessato di teatro e poesia, recitando e scrivendo un po' di tutto. Per il teatro, nelle vesti di regista, di solito presenta lavori di autori contemporanei poco conosciuti, non disdegnando autori noti. Per la poesia e la narrativa solo da alcuni anni ha partecipato ad alcuni concorsi nazionali, riscuotendo premi e menzioni varie. Sinora ha pubblicato solo una silloge "L'amaro caffè della Vita", il cui ricavato l'ha devoluto in beneficenza. Alcuni suoi testi sono presenti in diverse antologie letterarie e su alcuni siti letterari
Renzo Montagnoli
 

28/05/2010

La firma del diavolo
di Fiorella Borin
Copertina di Gian Luca Peluso
Edizioni Tabula Fati
www.edizionitabulafati.it
Narrativa romanzo
Collana Malacandra
 

Biastemo il giorno che me innamorai,
Biastemo il giorno che ti misi amore,
Biastemo il giorno che in te mi fidai,
Biastemo il giorno che ti déi il mio core;
Biastemo il bene ch’io te volsi mai,
Biastemo l’alma mia, che per te more…

E’ l’anno di grazia 1588 e a Triora, un paesino della Valle Argentina, sito nel retroterra di Ventimiglia, corre la paura, c’è la caccia alle streghe, ree di aver fatto mancare la pioggia e di aver ridotto alla fame gli abitanti. Sono giorni di sospetti, di calunnie, di confessioni estorte con la violenza, di nomi di innocenti fatti sotto tortura, con i nuovi incolpati che, per lenire le sofferenze, chiamano in causa altri incolpevoli, in una spirale di crescente terrore. Spadroneggia, forte della sua carica, il commissario Giulio Scribani, feroce persecutore di seguaci del diavolo e fra queste Magdalena, la più bella del paese, amante di un nobile soldato, peraltro coniugato, e che farà di tutto per salvarla dal rogo.
I fatti accaduti in quell’anno sono veri e sono documentati da incartamenti d’epoca e da saggi storici. Pure vero è il commissario Scribani, mentre la vicenda di Magdalena e del suo amante è frutto di fantasia, innestata però con perizia nella realtà degli eventi, al punto di apparire del tutto verosimile.
Fiorella Borin si destreggia abilmente fra realtà e invenzione scrivendo un romanzo, in cui superstizione, fanatismo religioso e amore contribuiscono a costruire una storia di grande interesse e anche di notevole bellezza.
C’è solo follia, la follia della gente ignorante e pavida che soggiace alla volontà della Chiesa tramite le parole del vicario Gerolamo Dal Pozzo che di fatto insinua il sospetto e indica le prove, gli elementi di chi potrebbe essere una strega e trasformando così la paura in terrore; c’è la follia ancor più malvagia di Giulio Scribani, un fanatico che vede intorno a lui solo streghe; e infine c’è la follia di un innamorato che cerca inutilmente di salvare la propria amata.
E per tutto il romanzo arde costante un solo fuoco, quello di un amore che va oltre ogni limite, al punto che, proprio per amore, si può anche dare la morte affinché non si abbia troppo a soffrire.
Lei, rea confessa, la cui assunzione di colpa appare, oltre che inspiegabile, stupefacente, finisce con il diventare la vera protagonista, lei e tutte le donne che nei secoli sono state comodi capri espiatori. Il fuoco del rogo brucia tutto, anche ogni speranza, ma non l’amore e solo dopo, per un caso fortuito, sapremo il perché delle strane parole della confessione, un ulteriore, supremo e sublime atto d’amore.
Così, dopo aver letto e apprezzato due libri concernenti processi di stregoneria (Tu non dici parole, di Simona Lo Iacono, e La chimera, di Sebastiano Vassalli), ho seguito con passione ed emozione questa storia, con un senso di presenza ai crudeli interrogatori, alla disperazione dell’innamorato, sotto un cielo cupo e in un’atmosfera dal pungente lezzo della paura. Presunte streghe, povere donne innocenti sacrificate all’altare della superstizione, volti sconosciuti, ma quello di Magdalena me lo sono immaginato, provato, scavato, ma radioso nell’amore che la sosteneva, questa forza quasi immortale che resta anche dopo povere ceneri.
La firma del diavolo è un romanzo semplicemente stupendo. 

Nata a Venezia nel 1955, laureata in psicologia, Fiorella Borin si è dedicata per qualche anno all’insegnamento di scienze umane e storia negli istituti superiori. Ha collaborato con l’Università di Padova come cultrice della materia; in seguito ha maturato qualche esperienza in seno a piccole case editrici e nelle redazioni di riviste letterarie. Attualmente collabora con un settimanale femminile del più importante gruppo editoriale italiano.
     Oltre duecento suoi piccoli lavori di narrativa, poesia e saggistica sono presenti in antologie e riviste; il racconto La tela di Penelope è uscito sul mensile “Vera” (settembre 1995) commentato dallo scrittore Alberto Bevilacqua. Ha pubblicato il romanzo breve Le putine del Canal Gorzone (Montedit, Milano 2002), la raccolta di racconti La Signora del Tempio Nascosto (Alberto Perdisa Editore, Bologna 2003), il racconto storico-fantastico Il bosco dell’unicorno (Tabula fati, Chieti 2004), e i sei brevi romanzi storici: Mir i dobro (Montedit, Milano 2005), La sciarpa azzurra (Era Nuova, Perugia 2005), La congiura degli Olderichi (Edizioni Cofine, Roma 2007), Lo scrivano (Montedit, Milano 2007), Il pittore merdazzèr (Tabula fati, Chieti 2007) e La strega e il robivecchi (Tabula fati, Chieti 2010).
     Ha vinto una novantina di primi premi in concorsi letterari nazionali e internazionali.
Renzo Montagnoli

 

26/05/2010

Finestre e balconi
di Luigi Panzardi
Pubblicato tramite Unibook.com
Poesia

Già il titolo, con quel fiorire di aperture, più o meno ampie, sui muri di palazzi evoca vie di fuga, ma anche di contatto, dalle realtà opprimenti di una società che sembra aver smarrito i più elementari, nonché primordiali, concetti di esistenza.
La visione del mondo che ha l'autore non è pessimista, o di rigetto, ma drasticamente di chiusura, nella consapevolezza che il farne parte non dipende da lui, presente nella materialità corporea, ma non partecipe, membro di un consesso senza alcuna volontà di esserlo.
Per quanto questo libro si componga di più raccolte, con tematiche e modi espressivi anche diversi, spaziando dal verso libero al sonetto, inscindibile appare il pathos che ha condotto la mano alla scrittura.
Il risultato può essere un grido lancinante come in Sonetti di guerra, oppure una desolata rassegnazione come in Smarrimenti urbani, ma la filosofia del poeta è sempre la stessa, una disillusione che tende a svellere dal suo ruolo abituale la materia inerte, la carne, carrozzeria del corpo, per permettere all'IO di subentrare nella realtà di ogni giorno, contestandola, rifiutandola, una voce forte lanciata all'umanità da una finestra o da un balcone, un lamento per una vita non più accettata e dalla quale c'è la disperata ricerca di una via d'uscita, nel presupposto, logico, che debba essere necessariamente condivisibile.
Così l'identificazione dell'uomo Panzardi con il poeta Panzardi non è più solo un artificio, una finzione che artisticamente serva allo scopo di rappresentare un pensiero, bensì è uno sfogo e al tempo stesso un ritratto impietoso della propria inquietudine, che poi è quella di un'umanità sempre più confusa, vagante senza meta nella nebbia, perché ormai priva di quel senso di orientamento interiore costituito da valori di cui si è persa la memoria.
Finestre e balconi sul mondo e dal mondo, squarci sulla propria anima sbigottita, ma soprattutto un grido forte, intenso, benché silenzioso, quasi l'urlo di Munch si potrebbe dire, una disperata rassegnazione per una vita che poco a poco perde il suo ieri, non s'accorge dell'oggi e ignora cosa sia il domani.

Luigi Panzardi è nato a San Giorgio Lucano in provincia di Matera il 27 maggio 1942 e vive a Taranto. Ha pubblicato, oltre a questa, due raccolte di poesie intitolate Parole bianche e Istanze e sogni, nonché una raccolta di racconti(Addii di un rosso inconscio).
Renzo Montagnoli
 

25/05/2010

RacCorti - Storie brevi e brevissime che sembrano film
di Adalberto Fornario
Edizioni Jamm, 2010

DI CUORE E DI PENSIERO
Trame di films, appunti di vita, tracce di racconti autobiografici e non. Sono prodotti e pulsioni della fervida fantasia di Adalberto Fornario, che, come lui stesso a volte ama sottolineare divertito, non interrompe mai la sua attività. La curiosità è la molla principale che pompa ossigeno e sangue nel cuore e nella testa : cinema, al primo posto, narrativa, soprattutto noir, teatro, musica, soprattutto l'amato Faber, arti visive, insomma Adalberto è un divoratore onnivoro di tutto quanto l'umana creatività può produrre. E da queste abbuffate culturali sortiscono le sue elaborazioni creative, che diventano un impellente bisogno di misurarsi con se stesso e condividere con gli altri. Così scrive e pubblica poesie (Faccia a faccia 2006), gira e monta videoclip e corti, ipotizza trame di film mai visti e che magari prima o poi film diverranno. Divertendosi prima di tutto e divertendoci con la sua arguta e visionaria capacità che si traduce in nobili "pensieri e parole".
Ivana Jachetti
 

24/05/2010

La caccia al tesoro
di Andrea Camilleri
Sellerio edizioni Palermo

Genere noir 

Il sedicesimo libro della serie con Montalbano ha un incipit diverso: il commissario non ha passato una nottata fitusa, non s’arroviglia tra le lenzuola, ma più avanti si legge: “e fu accussì che inveci d’essiri, come al solito, arrisbigliato dalla prima luci del jorno, fu lui a vidiri il jorno che s’arrisbigliava”. Sembra di entrare subito nell’atto criminoso, ma poi Camilleri ci svia, ci addentra in un commissariato sonnolento, intorpidito, senza fatti violenti o cruenti sia pure di scarsa entità, Montalbano che non sa come passare il tempo tra un libro di Simenon, una Domenica del Corriere del 1920 e l’osservazione entomologa del percorso di una mosca intorno alla scrivania.
Montalbano primo che interloquisce con Montalbano secondo sulla vecchiaglia,  riflessioni sul suo modus operandi più cauteloso: si rimprovera e poi si assolve.
Catarella con le sue proverbiali storpiature lessicali, sciddricate della mano sulla porta e divagazioni con  rebus e cruciverba allenta la tensione che tra le pagine s’insinua. La sempiterna e slapita Livia distante anni luce, solo telefonicamente rivendica ancora un minimo di attenzione da parte di Salvo. Fazio, Mimì Augello, Gallo, Galluzzo, la svedese Ingrid cristallizzati nei loro ruoli, ci accompagnano in questa nuova e più noir storia: due vecchi fanatici religiosi, due bambole gonfiabili, lettere anonime che in giochi enigmistici invitano il commissario ad una strana e poco credibile caccia al tesoro, la scomparsa di una giovane e bella ragazza e un giovane aspirante epistemologo, tutto questi elementi sparsi e apparentemente slegati tra loro trovano la giusta collocazione. Montalbano rimette a posto con la sottile arguzia che lo contraddistingue tutti i pezzi del puzzle, quando un lapsus e due omissioni gli illuminano la mente e la risoluzione del caso prende forma anche senza uno straccio di prova, ma “la mancanza di prove non è prova della mancanza”, (Rumsfield).  Da “L’età del dubbio” e “La danza del gabbiano” il commissario di Vigàta, 57 enne, s’interroga, si analizza sempre più nel profondo: sì, ripete i suoi rituali legati alla cucina, la buona cucina di Adelina o di Enzo, la passiata al molo, fino sutta al faro, l’assittatina supra allo scoglio con relativa sicaretta, le parole che lo fanno arraggiari, il guasto della natura, della politica,  dell’animo umano che lo feriscono, l’offendono, ma ad una certa età s’addiventa insofferenti su tutto. Conferme per lui che sta diventando vecchio. Una forma di spleen cova nel suo cuore e squieta la mente, la solitudine che prima era quasi uno status naturale ora l’avverte con  più sofferta sensibilità. Camilleri attinge a piene mani alla sua fantasia, ma anche alle sue eccellenti letture,  echi e riferimenti letterari, come il nome della via Brancati  al Don Giovanni in Sicilia, bambole gonfiabili comprate all’estero, espressione di un erotismo stravagante e alla moda e altro. La caccia al tesoro è un’altra gemma letteraria di Camilleri che ci emoziona fino all’ultima riga. Come il personaggio Arturo Pennisi, il picciotto ventino, preciso intifico a un Harry Potter, è interessato al funzionamento del cervello di Montalbano quando conduce un’indagine, così noi lettori siamo incuriositi e affascinati della mirabolante struttura linguistica di Camilleri e degli architettonici ed ingegnosi intrecci narrativi delle sue opere. E come se Camilleri sfidando se stesso in un gioco di specchi lanciasse una sfida anche ai suoi lettori facendoli giostrare a più livelli   mentali e ingannandoli- da ottimo giallista- per gran parte del testo.         

L’autore. Andrea Camilleri è nato a Porto Empedocle nel 1925. Ha esordito come romanziere nel 1978 con “Il corso delle cose”. Della sua ricchissima produzione letteraria tutti i romanzi con protagonista il commissario Montalbano sono pubblicati dalla casa editrice Sellerio e altri, tra questi ricordiamo: “La forma dell’acqua”, “Il cane di terracotta”, “Il ladro di merendine”, “La voce del violino”, “La stagione della caccia”, “Il birraio di Preston”, “La concessione del telefono”, “La gita a Tindari”, “Maruzza Musumeci”, “Il casellante”, “Il campo del vasaio”, “L’età del dubbio”, “Un sabato, con gli amici” “Il sonaglio” “Il cielo rubato” “La danza del gabbiano”, “Il nipote del Negus”.
Arcangela Cammalleri

 

22/05/2010

Raimondo Mirabile, futurista
di Graziano Versace
Edizioni XII
www.xii-online.com

Narrativa romanzo
Collana Eclissi

Già dalle prime pagine l'IO narrante, rappresentato da Gregorio Valli, il maggiordomo di Raimondo Mirabile, l'effettivo protagonista, mi ha fatto venire in mente un altro personaggio, Archie Goodwin, il segretario di Nero Wolfe; poi, nello svolgimento della trama, un vero e proprio feuilleton ambientato in una fosca Milano degli inizi del secolo scorso, l'autore ha attinto a piene mani ad altri generi e sottogeneri. Così, nell'ambito di una vicenda di extraterrestri e quindi propria della fantascienza, si innestano, oltre a elementi del giallo, anche aspetti e situazioni tipiche del gotico, dell'esoterico, con una puntata nell'atmosfera dello steampunk. Nasce così un curioso cocktail in cui Graziano Versace sembra trovarsi, tutto sommato, a suo agio e di questa costruzione narrativa il lettore non potrà che essere appagato, costantemente teso a scoprire come i nostri eroi riusciranno finalmente a sventare una diabolica cospirazione messa in atto da esseri alieni. Giova molto, peraltro, l'agilità di una scrittura dal tono velatamente distaccato, quasi di epoca vittoriana, che più che tendere a drammatizzare induce ad alimentare una curiosità sull'evolversi della vicenda che cresce progressivamente, fino a quasi il parossismo delle pagine finali, con una discesa in una cripta, gigantesca, di una tomba monumentale del cimitero di Milano in cui ritroviamo strumenti e macchinari tipici dei romanzi di Jules Verne Viaggio al centro della terra, Dalla Terra alla Luna, L'isola misteriosa e Ventimila leghe sotto i mari.
L'impressione è così di immergersi nei ricordi delle letture della giovinezza, allorché attiravano maggiormente le avventure narrate dallo scrittore francese anziché quelle di Asimov, forse perché le prime avevano un sapore pionieristico, quasi artigianale, meno tecnologico del mondo dei robot.
Oggi la fantascienza è una proiezione della scienza nel futuro ed è quasi scontato che un giorno sarà così, ma il sapore di qualche cosa che sembra più dimensionato all'uomo si ritrova in opere come quelle di Verne, di Wells e anche in questo piacevolissimo romanzo di Versace.
Peraltro, il richiamo al futurismo non è solo opportunistico, vista l'epoca, ma va ben oltre e sembra avere un significato profetico, con quel delirio di volontà e di potenza con il quale gli alieni intendo asservire i terrestri. Le loro parole circuiscono, nel dire una cosa se ne imprime un'altra nelle menti, un'allusione all'attuale comunicazione televisiva che non libera, ma assoggetta.
Fra trovate geniali, come quella dell'olio sostituito al sangue, e altre con vaghi richiami letterari, come la serata futurista, è un salto nel passato per comprendere il presente, e, secondo me, sta in questo la reale grandezza del romanzo, peraltro godibilissimo anche come letteratura fantastica.
Da leggere, non ve ne pentirete.

Graziano Versace è nato a Belmore (Australia) nel 1964. Laureatosi in Lettere Moderne, ha svolto l'attività di psicoterapeuta umanistico-esistenziale, lavoro che ha svolto occupandosi di Bioenergetica reichiana e loweniana, e di altre terapie umanistiche, approfondendo anche la ricerca sugli studi di Carl Gustav Jung e dei neo-junghiani in genere, privilegiando l'aspetto del sogno, o meglio della dimensione onirica. Attualmente, insegna Materie Letterarie a Sant'Agata di Militello (ME) dove vive insieme alla moglie Ketty e al figlio Davide. Ha pubblicato un libro di narrativa per la scuola dal titolo Biglie colorate. A settembre 2009 è uscito per San Paolo un suo romanzo: Ladri di locandine. Finalista due volte al Premio Urania, coltiva da sempre la passione per la Fantascienza.
Renzo Montagnoli
 

21/05/2010

L’isola della paura
Di Dennis Lehane

Thriller
Ed. Piemme LineaRossa
Titolo originale Shutter Island

“Dobbiamo sognare i nostri sogni e dar loro vita?”
Elisabeth Bishop. Question of travel
Questo romanzo è un thriller ad alta tensione, psicologico e coinvolgente. La trasposizione cinematografica di Martin Scorsese ricrea le stesse atmosfere cupe e claustrofobiche del libro, scene apocalittiche  durante l’imperversare dell’uragano e personaggi tetri e foschi, alcuni dei quali hanno solo parvenze umane. L’isola è la protagonista assoluta della storia, una cosa che cattura nelle sue spire chi approda e  non sa che è un viaggio senza ritorno. Ciò che appare sembra, ma non  è reale,  la vita reale è labile come foschia che dirada all’orizzonte, solo gli incubi depredano il cervello umano e come alieni invadono i gangli nervosi. L’agente federale Teddy Daniels, eroe di guerra ( nella seconda guerra mondiale), porta i suoi fantasmi interni sull’isola. Nel settembre del 1954, da Boston dove abita, è inviato nell’isola di Shutter, a Ashecliffe Hospital, un manicomio criminale per indagare la scomparsa di una  certa paziente Rachel Solando. La trama non si può raccontare, come ogni noir degno di questo nome deve rimanere nel mistero e solo chi lo legge può trarne le sue conclusioni. Ma si può sottolineare i temi di fondo sottesi alla storia: la guerra che fabbrica eroi mediante omicidi legalizzati e devasta il cervello e il fisico fino a, volte, all’annientamento, le pratiche psichiatriche da camicia di forza e pene detentive, spacciate per cure per le malattie mentali, la società americana con i suoi perversi meccanismi di supposta autodifesa che annega i suoi fantasmi nell’alcool e in un rigido moralismo patriottico. Un finale aperto sorprende e le ultime pagine e le ultime righe sono un colpo mancino da parte dell’autore assestato con astuzia e con una buona dose di perfidia. Lambiccarsi il cervello e indurre alla riflessione sono i messaggi sublimali che Dennis Lehane lancia al lettore. Come rimanerne? Delusi? No, perché il protagonista ci entra nella mente, in quel suo continuo arrovellarsi; le visioni, i sogni, sono così fisici da frantumare l’interezza dell’io. Le sue sofferenze così tangibili dilaniano ogni fibra del suo corpo che sembra quasi di sentire  e percepire, attraverso le pagine, tutte le sensazioni  più intime. I traumi passati diventano un’arma che si ritorce su stessi, ci sono esperienze, quali la guerra, la morte violenta che segnano inesorabilmente l’animo sconvolgendo la psiche. In questa narrazione l’amore del protagonista per la moglie è totalizzante, terribile”Lei era stato tutto l’amore che avesse mai provato” e questo amore è descritto come gioia, esaltazione prima, dopo sofferto, tormentato  e senza tregua  consuma il suo spirito. Lehane coglie ogni dettaglio dei sentimenti che vivono nella mente di Teddy, esplora l’animo umano con grande psicologia. E come se svegliasse la memoria intorpidita dal troppo dolore e scavando in profondità facesse affiorare tutto l’indicibile non altrimenti sopportabile. La verità non sempre è il bene, l’apparenza di essa è eticamente accettabile quando la pretesa di possedere una verità assoluta  è relativa all’individuo.  Una bella scrittura, un bell’intreccio ben congegnato, una intensa riflessione sull’uomo quando la sua vita si trasforma in dramma e tutto precipita, dei motivi per leggere questo libro ed apprezzare l’intenzione profonda che muove l’autore a raccontare questa vicenda.

L’autore. Dennis Lehane Di origine irlandese, vive a Boston, dove ha ambientato tutti i suoi romanzi. Dopo aver fatto i mestieri più disparati, si è dedicato interamente alla scrittura. I suoi romanzi sono venduti con grande successo in tutto il mondo e pubblicati in Italia da Piemme. Tra gli altri ricordiamo La casa buia. Gone Baby Gone, diventato un film per la regia di Ben Affleck. Mistic River. La morte non dimentica, bestseller internazionale da cui è stato tratto il celebre film di Clint Eastwood, e Quello era l’anno, con cui si cimenta nel grande romanzo epico. Da L’isola della paura Martin Scorsese ha tratto il film Shutter Island, con Leonardo DiCaprio e il Premio Oscar Ben Kingsley.
 Arcangela Cammalleri

 

I racconti del cavolo
di Marino Solfanelli
II Edizione
Presentazione di Giuliana Cutore
In copertina Filosofo in meditazione, di Rembrandt (1632)
Edizioni Tabula Fati
www.edizionitabulafati.it
Narrativa racconti

Il titolo può trarre in inganno, ma state tranquilli che questi racconti non sono bagatelle, bensì piacevoli incursioni nel quotidiano che, arricchito da una buona dose di creatività, finisce con l'apparire degno di considerazione, a volte divertendo e altre inducendo alla riflessione.
Non è la prima volta che un editore invade il campo degli autori, ma Marino Solfanelli sembra che abbia voluto, più che altro, aprirsi agli altri attraverso storie, per lo più brevi, desunte da osservazioni guidate dall'occhio esperto e attento del giornalista.
Si passa così dal surreale "Furto al supermercato", una satira graffiante del paradigma giudiziario, che si riconferma in "Il processo" con protagonista un avvocato di manzoniana memoria, all'aneddoto, come in "Il comizio", per confluire maestosamente nel didascalico "In cerca dell'amore", passando attraverso l'amara constatazione di "Il creditore del terzo giorno" e il brevissimo, ma intenso "L'uomo dalle stampelle".
E' un microcosmo di personaggi, di situazioni, di vita di ogni giorno che emerge alla ribalta impreziosito dalla creatività dell'autore e dal garbo, peraltro colloquiale, dell'esposizione.
Sono tutti racconti che si leggono alla svelta e con piacere, ma non crediate che servano solo a trascorrere un paio d'ore, magari mentre si viaggia in treno. Infatti, arrivati all'ultima pagina, dopo aver scorso un brano un po' fuori dal coro, un'esperienza certamente di vita vissuta, quale quella di "La città verboten", un quadro realistico e allucinante di ciò che ci capita pressoché ogni giorno, asfissiati dallo smog, incolonnati nelle nostre scatole di latta in gironi quasi danteschi, è d'obbligo tirare le somme, ripensando alla lettura fatta, a certe osservazioni, ad alcuni personaggi, e solo allora ci si accorge che è rimasto dentro qualche cosa, che non è stato solo svago e che in fondo Marino Solfanelli è riuscito a comunicare con noi.
No, credetemi, non sono proprio racconti del cavolo, ma ben altro.
     

Marino Solfanelli, iscritto all'Albo dei Giornalisti dal 1957 (Tessera N. 60323), il 23 marzo 2002 ha ricevuto una medaglia ricordo per i 45 anni di iscrizione.
     Dal 1955 al 1970 è stato Redattore Capo della Redazione di Chieti del quotidiano Il Tempo.
     In tempi diversi ha collaborato con i quotidiani: Il Corriere della Sera, Il Gazzettino di Venezia, Il Mattino di Napoli, Il Secolo d'Italia, Linea.
     Esperto di Pubbliche Relazioni, Promozioni vendite, Ricerche di mercato, ha collaborato con Istituti di Ricerche, Fondi Comuni di Investimento, Assicurazioni.
     Negli anni '60 è stato consulente per le Pubbliche Relazioni della Marwin Gelber (già Camiceria Adriatica)
     Esperto di editoria, nel '72 ha fondato e diretto, sino al 1995, la Casa editrice Solfanelli, di rilevanza e prestigio nazionale.

Attualmente collabora con la casa editrice Tabula fati del figlio Marco.
     Ha fondato e diretto diversi periodici fra i quali L'Alternativa del Centro Studi Politici e Costituzionali del prof. Giacinto Auriti. Attualmente è direttore responsabile di alcune pubblicazioni, tra cui la rivista di cultura teatrale InTeatro
     Da oltre 50 anni, è editore e direttore dell'Agenzia di informazione ABRUZZOpress. Prima Agenzia di notizie a diffusione settimanale sorta in Italia, negli anni '50, con la testata ABRUZZO-MOLISE-press, trasformatosi in ABRUZZOpress dopo il distacco amministrativo della Regione Molise (1963); per decenni ha diffuso - per le pubblicazioni abruzzesi sparse nel mondo - notizie di attualità, politica, cultura e tradizioni popolari della nostra Regione. ABRUZZOpress, dall'anno 2000 diffonde, con periodicità quotidiana (via E-mail o per Fax), notizie ad Agenzie di Informazioni (italiane e straniere), Quotidiani e Periodici, Tadio-Tv (locali e nazionali), Organi dello Stato, Parlamentari, Amministrazioni, Enti, Associazioni, Partiti. ABRUZZOpress dispone del sito internet che viene quotidianamente aggiornato con le notizie diffuse dal quotidiano.
     Svolge di quando in quando lezioni di giornalismo - con particolare soddisfazione di insegnanti ed allievi "speciali" - in alcune classi di V Elementare.
Renzo Montagnoli

 

09/05/2010

Nonostante il Vaticano
di Gianluca Ferrara
Castelvecchi Editore
www.castelvecchieditore.com

Collana Tazebao

Alcuni giorni fa ho letto sul n. 17 dell'Espresso un interessante editoriale di Eugenio Scalfari intitolato Il potere e il Vangelo. In esso l'autore, notoriamente ateo, evidenzia che dalla lontana donazione di Costantino la Chiesa è dibattuta fra la realizzazione del messaggio di Cristo e la difesa, o meglio ancora, il rafforzamento del potere temporale. E' una discrasia ormai più che millenaria, un conflitto che sembra insanabile e che in alcuni periodi si riduce, per poi riprendere vigore e riaffermarsi.
In pratica è di ciò che parla anche questo interessante e pregevole libro di Gianluca Ferrara, con un fondo di amarezza tipico dell'autentico credente che soffre nel vedere quanto la realtà differisca dai propositi, quanto il messaggio evangelico entri in aperto contrasto con un "fare" istituzionalizzato non difforme da logiche e da scelte di potere.
Mi si potrà far osservare che la questione è vecchia, che nulla è in effetti cambiato e nulla cambierà, che i difetti della Chiesa come istituzione sono tanti e facilmente evidenziabili e che quindi parlarne è facile, ma soprattutto inconcludente, perché il problema non si risolve.
Ferrara, però, non spara nel mucchio; la sua è un'analisi che cerca di essere la più fredda possibile per spiegare i motivi, additando una soluzione tanto semplice quanto, proprio per questo, di difficile, ma non impossibile realizzazione. Il percorso è quello segnato, è il messaggio di Gesù Cristo e basta seguirlo, così come hanno fatto e fanno tanti religiosi.
Questi preti scomodi, umili perché non mossi dalla brama del potere, in effetti finiscono con l'essere la salvezza della Chiesa, un'istituzione che, quando loro non possono più nuocere, li eleva ad esempio, magari anche beatificandoli, se non santificandoli.
Eppure in vita hanno dovuto subire mortificazioni, disagi, emarginazioni, proprio come tutti coloro che si attivano per ridare dignità all'essere umano, per fare in modo che le disuguaglianze vengano eliminate, per ridare vita e speranza
agli oppressi, ai diseredati.
E così Ferrara ci parla di Don Milani, della sua opera, di quanto sia stato osteggiato dalla gerarchia ecclesiastica, come pure scrive di altri religiosi, facendoli addirittura parlare, come nel caso di Don Gallo, di Don Della Sala, di Padre Zanotelli, tutti sacerdoti scomodi, perché portano avanti il messaggio di Cristo mettendolo in pratica in prima persona, senza trincerarsi dietro motivi di comodo o, peggio ancora, di aspirazioni di potere.
Se la Chiesa come istituzione ancora esiste è anche per merito loro, per questi uomini fra gli uomini, per queste schegge di Cristo, come li ha ben definiti Beppe Grillo nella sua introduzione.
Nonostante il Vaticano non è un libro per soli credenti, ma è il libro per tutti gli uomini che sperano in un mondo più giusto.

Gianluca Ferrara, laureato in Scienze Politiche a pieni voti presso l'università Federico II di Napoli, ha collaborato su Internet a riviste letterarie e culturali su argomenti d'attualità e saggi a sfondo sociale.
Nel 2000 ha pubblicato "Viaggio nella droga proibita" , presentato al Salone del Libro di Torino, e vincitore del premio letterario internazionale "Mondolibro", è stato inserito in prestigiose antologie letterarie. Un saggio sulla droga, la cui introduzione è stata effettuata dall'onorevole Ernesto Caccavale, che ha riscosso notevole interesse tra gli addetti ai lavori. Ad esso hanno partecipato attraverso interviste e testimonianze l'ex commissaria europea Emma Bonino, il ministro Maurizio Gasparri, il direttore del giornale di San Patrignano Forquet. Nel 2005 gli è stato conferito il diploma speciale dalla giuria del Gran Premio Letterario Europeo Penna d'Autore.
Renzo Montagnoli
 

06/05/2010

L'amante dell'Orsa Maggiore
di Sergiusz Piasecki
Mondadori Editore
Narrativa romanzo

Se c'è un romanzo che incarna il desiderio di libertà e lo spirito di avventura è proprio L'amante dell'Orsa Maggiore. L'autore è riuscito a narrare una sua esperienza di vita innestando anche fatti ed eventi di pura fantasia con straordinaria abilità, rendendo così la sua opera particolarmente attraente tanto da trovare non pochi entusiasti al punto tale da indurre il regista Valentino Orsini a trarre un buon film nel 1971 e Anton Giulio Majano a dirigere uno sceneggiato televisivo nel 1983.
La trama, densa di avvenimenti, ruota intorno alla figura di Vladek, nome che si attribuisce l'autore e che altri non è se non un contrabbandiere che percorre di notte sentieri appena tracciati per passare dalla Polonia all'Unione Sovietica.
Il pericolo sempre presente, le suggestive descrizioni di cieli stellati, di una natura solo in apparenza ostile e le innumerevoli vicende che si susseguono con ritmo serrato danno a questo romanzo un'atmosfera di ribellione a tutto ciò che è imposto dagli uomini per restituire così all'individuo la originaria libertà.
Vladek non è un eroe, ma solo un uomo che ama correre nel vento come un cavallo selvaggio, forse anche un anarchico ammantato da un velo di istinti primitivi che lo portano a vivere un'esistenza avventurosa giorno per giorno fino a quando anche lui si accorgerà che non è più il tempo di una spensierata giovinezza trascorsa all'insegna di una beata incoscienza, ma che l'ultima stagione va sempre più approssimandosi.
In questo romanzo ciò che è emerge è la bellezza di vivere, il desiderio di esistere intensamente ogni giorno come se questo fosse l'ultimo; l'ho letto che ero giovane e mi ha letteralmente entusiasmato, l'ho riletto molti anni più tardi con un senso di rimpianto per il tempo andato, per giorni trascorsi a rilento, per un'esistenza che non è che una pallida ombra di quella di Vladek.
E non c'è più un'Orsa Maggiore a guidare il mio cammino nell'oscuro sentiero della vita.
Leggete questo romanzo, riscoprite il significato della vera libertà.

Sergiusz Piasecki (Lachowicze, 1 aprile 1901 - Londra, 12 settembre 1964). Scrittore polacco molto apprezzato, combatté prima contro i bolscevici, poi contro i tedeschi, nell'ambito di una vita avventurosa che lo vide svolgere l'attività di contrabbandiere, conclusa nel 1929 con il suo arresto. Di questo periodo di illegalità ha scritto nel suo romanzo più famoso, L'amante dell'Orsa Maggiore.
Renzo Montagnoli
 

03/05/2010

L'opera al nero
di Marguerite Yourcenar
Nota dell'autore
Giangiacomo Feltrinelli Editore
Narrativa romanzo

Quando Marguerite Yourcenar scrive nel 1968 L'opera al nero sono già trascorsi più di cinque lustri dalla prima edizione di Memorie di Adriano, che può essere considerato il suo libro più riuscito e, in assoluto, un capolavoro. Il suo è un ritorno al romanzo storico, un genere che le è indubbiamente congeniale e che appunto con Memorie di Adriano le ha dato fama e risonanza a livello mondiale. Se però nel descrivere la crisi che colpisce l'imperatore illuminato, ormai prossimo alla morte, evoca anche l'atmosfera della grande Roma ormai incamminata verso la sua fine, con L'opera al nero, nel narrarci della vita del medico e alchimista Zenone, ci mostra splendidamente il passaggio storico dal Medioevo al Rinascimento. Marguerite Yourcenar non si limita a un grande affresco di un'epoca di transizione all'evo moderno, in cui convivono le rigide e apparentemente immutabili regole di un periodo oscuro con i primi bagliori di luce della nascita di una nuova era in cui l'uomo ambisce a squarciare il pesante telo di ignoranza e di superstizione, ma va più a fondo, e come nel caso di Adriano, instaura un dialogo fra l'essere e la sua anima, fra la materialità del corpo e la sua essenza spirituale, in una ricerca della verità interiore di rara e stupenda bellezza.
Mentre Adriano è esistito veramente, Zenone è esclusivo frutto della creatività, pur se influenzata indubbiamente dalla vita di personaggi dell'epoca quali Paracelso e Tommaso Campanella. Al pari di questi uomini dotti e famosi, il povero medico e alchimista ha dovuto subire le conseguenze derivanti dall'essere un anticipatore dei tempi nuovi. Precorrere nuove idee che un giorno andranno ad affermarsi è sempre un rischio e a tal riguardo basti pensare al processo che dovette subire Galileo Galilei. Si viene a determinare così uno scontro fra la razionalità che ammette possibilità diverse e il pensiero dominante che può e deve essere solo unico. Non a caso Zenone, processato per eresia, discutendo con i teologi dice loro queste parole "Non esiste accomodamento durevole tra coloro che cercano, pensano, analizzano e si onorano di pensare domani diversamente da oggi, e coloro che credono o affermano di credere, e obbligano con la pena di morte i loro simili a fare altrettanto.". E' un'evidente accusa al dogma, a quel credere ciecamente che porta a un assolutismo tale in base al quale anche gli altri sono costretti a credere. Lo sviluppo culturale non può quindi che essere frutto del dubbio, ma ciò significa entrare in aperto contrasto con le religioni imperanti monoteiste, quali il cattolicesimo, il luteranesimo, l'islamismo, in eterno contrasto con la razionalità della scienza e sempre inclini a negarla, non riuscendo, né volendo, tenere separati il soprannaturale e la realtà materiale del mondo in cui si vive.
Zenone è uno spirito libero e come tale vuole condurre la sua esistenza, costretto però per professare le sue idee a usare un nome falso, a nascondersi, a una clandestinità che tuttavia lo ripaga dell'immenso piacere di porsi domande cercando risposte. Come altri uomini nuovi (basti pensare a Giordano Bruno) finirà con l'essere scoperto, processato e condannato a morte; lo spirito di libertà che lo anima, tuttavia, gli impedirà di essere consegnato al carnefice e così la sera prima dell'esecuzione in un ultimo atto di ribellione si toglierà la vita.
L'opera al nero è un romanzo avvincente e dai profondi significati; la lettura, quindi, è vivamente raccomandata.

Marguerite Yourcenar, pseudonimo di Margherite de Crayencour, nasce a Bruxelles l'8 giugno 1903 e muore a Mount Desert il 17 dicembre 1987, dopo una vita avventurosa ed errabonda. Le sue opere principali sono Alexis o il trattato della lotta vana (1928), Il colpo di grazia (1939), L'opera al nero (1968) e, soprattutto, Memorie di Adriano (1951).
Renzo Montagnoli
 

02/05/2010

L’eleganza del riccio
di Muriel Barbery
edizioni e/o

Se volessi sintetizzare in quattro parole questo libro direi: Elogio del buon gusto.
Mi ha fatto molto piacere leggerlo perché ho trovato un netto contrasto con quanto avevo letto in una recensione che lo liquidava come “romanzo disturbato da citazioni dotte” che non ne avrebbero fatto fruire in modo agevole la trama, e come “una sorta di esibizione di cultura filosofica e artistico-letteraria” da parte dell’autrice che, con questo sistema di citazioni, avrebbe spogliato il romanzo delle sue essenziali caratteristiche strutturali e di contenuto facendone una cosa diversa senza riuscire ad attirare che pochi lettori cervellotici.
In un primo momento avevo deciso che non valesse la pena leggere un romanzo presentato in modo così poco accattivante. Ma poi ho voluto provare a leggerlo per avere la possibilità di confermare quelle opinioni o di smentirle.
E mi ritrovo qui a scrivere questa recensione breve, per dire appena due cose su un romanzo che a me è piaciuto molto.
La prima cosa che voglio evidenziare è che il romanzo ha una caratteristica di struttura forse non originale, (in quanto altri romanzi precedenti sono stati scritti in modo simile), ma che ne semplifica molto la lettura: è come se fossero due racconti di vita affiancati, quello di una portinaia e quello di una ragazzina di famiglia bene di appena dodici anni.
Le loro narrazioni, ciascuna in prima persona in quanto le due protagoniste parlano della propria esperienza, si incrociano spesso nel richiamo che entrambe fanno alle conoscenze accumulate e/o allo stile di vita che preferiscono. E sono proprio le citazioni culturali che in qualche modo sottendono i legami psicologici delle due narratrici.
Il secondo rilievo che voglio fare riguarda proprio l’elemento messo sotto accusa nella recensione che avevo letto: le citazioni, ancora una volta. Ma smentisco che siano di peso nella lettura del libro, prima di tutto perché non è affatto vero che sono eccessive, e in secondo luogo perché catalizzano l’attenzione del lettore proprio su ciò che le protagoniste hanno in comune, lasciando in tal modo che si formi nella sua mente, in maniera quasi automatica, una sorta di complicità con entrambe.
La lettura quindi tiene legato il lettore alle vicende raccontate e alternativamente ci si trova a simpatizzare ora con l’una e ora con l’altra.
Lo stile di scrittura è limpido, elegante, non ricercato, ed è funzionale ai due diversi stili di narrazione. È un libro che si legge con attenzione mai forzata, anzi trascinata inconsapevolmente in avanti, come per voler arrivare fino in fondo tutto d’un fiato. Ma anche con l’imporsi dovute pause allo scopo di far durare di più la magia degli incontri con i fatti e con i personaggi.
Carmen Lama, 2 maggio 2010

 

Mille volte niente
di Emma La Spina
Di Piemme

Romanzo autobiografico
Dopo Il suono di mille silenzi, il seguito dell’opera è Mille volte niente, una narrazione sul filo dell’incredibile: una serie di sventure che si abbattono sulla protagonista in un crescendo di sofferenze  inaudite. Come può una sola persona vivere un carico di dolore così pesante? Come può il destino accanirsi con così tanto accanimento? Si resta sgomenti dinanzi a tanto patimento e, in questa fase della vita dell’autrice, non si risparmiano le offese e le avversità. Dopo la lettura rimane nella mente l’eco delle parole scritte con l’animo straziato, così penetranti da permanere per più giorni senza tregua.
Dopo l’orfanotrofio, si apre un nuovo capitolo per la diciottenne Emma alle soglie dell’esame di maturità: le insidie della vita esterna sembrano sempre più trascinarla in abissi senza fine: sperimenta i bassi estremi  dell’animo umano altrui e con pervicacia riemerge con fatica e rinnovata speranza. E’ un continuo risorgere alla luce quando il buio sembra inghiottirla e fagocitarne tutte le risorse. Ma la speranza sia pure flebile e lontana illumina il suo percorso di vita, le gioie fugaci si alternano alle cocenti delusioni. L’autrice, però, non soccombe mai, come un’eroina intrepida pur tra mille difficoltà, va avanti, soprattutto quando l’essere madre le dà una forza interiore e quell’affetto tanto desiderato e non corrisposto. Una piccola e grande donna sempre in continua lotta per la sopravvivenza, alla ricerca di una vita dignitosa e indipendente. La paura di ritrovarsi al punto di partenza, povera, sola al mondo e abbandonata diventa paradossalmente la spinta ad aiutarsi a vivere meglio.
Il degrado sociale in cui viene a trovarsi, suo malgrado, la giovane Emma non intacca la sua purezza di fondo, in una  sorta di romanzo ottocentesco, tra  un’umanità miserabile e brutale, l’anima il desiderio di un riscatto finale: la nebbia che avvolgeva la sua vita si dirada e il presente offre possibilità migliori. Certo le ferite dell’infanzia, della giovinezza sono rimarginate, ma non si cancellano, nell’espressione degli occhi  traspare una velata e dolce malinconia, ma i suoi scritti, oggi, testimoniano la sua lotta per la vita “con incrollabile fiducia”.  
Il suo racconto autobiografico è un concentrato d’angoscia  che lascia sconcertati e solo il tempo potrà diluirne il denso contenuto.
Leggere e conoscere  la storia di Emma è un’esperienza di vita.

L’autrice: Emma La Spina è nata a Catania nel 1960. Ha scritto "Il suono di mille silenzi",  il suo primo romanzo.
Arcangela Cammalleri

 

27/04/2010

Presagio triste di Banana Yoshimoto

Ed. Super UE Feltrinelli

Titolo dell’opera originale

Kanashii Yokan 1988

Traduzione dal giapponese di Giorgio Amitrano

Narrativa  - romanzo

Yayoi, la protagonista del romanzo, è una ragazza diciannovenne che vive apparentemente felice con i suoi genitori, amorevoli e comprensivi e il fratello Tetsuo. Tutto sembra scorrere in un clima idilliaco e calmo, ma come lampi nella mente di Yoyoi   turbinano pensieri molesti che la turbano e la rendono inquieta; immagini e sogni di un passato confuso che non riesce a decifrare. Tanti sono gli interrogativi che si affollano nell’animo della giovane e la tormentano; le sue fughe improvvise sono i segnali di un disagio lontano da superare. La figura della giovane zia, insegnante di musica, che conduce una vita solitaria e fuori dai canoni soliti, l’affascina e la spinge a ricercarne la vicinanza. Il disvelamento del mistero della sua infanzia maturerà Yoyoi rendendola consapevole di certi aspetti del suo carattere e della sua rappresentazione della realtà. Un breve romanzo dallo stile lieve e carezzevole, in cui la sensibilità della scrittrice si condensa in suggestive impressioni paesaggistiche e mentali Le tante domande che la protagonista si pone prefigurano risposte incerte  e aperte sulla vita, riflessioni interiori  che imprimono spessore ai personaggi. Il ritmo narrativo ha  un andamento poetico, la fluidità espressiva scorre limpida e cristallina come ruscello di montagna, i suoni diventano immagini e viceversa. E la protagonista immersa nell’ascolto di una dolce melodia, si sente trascinata nelle profondità marine e un triste presagio l’avvince come se il buio fosse sceso di colpo e l’avesse trascinata lontano dalla marea con il rischio di perdersi. È la discesa negli inferi dell’animo per poi risalire in una parabola ascendente che la porta alla scoperta di sé, di una sorella e un compagno. Un bel romanzo, nella sua brevità racchiude una storia esistenziale, ammantata di fascino, sfumata e contenuta nei toni.  

L’autrice. Banana Yoshimoto è nata a Tokyo nel 1964, ha conquistato un grandissimo numero di lettori in Italia a partire da Kitchen, pubblicato da Feltrinelli ne 1991. Suoi libri: N.P. 1992, Sonno profondo 1994, Tsugumi 1994, Lucertola, 1995, Amrita 1997, L’ultima amante di Hachiko e tanti altri.
Arcangela Cammalleri

 

24/04/2010

La luna è tramontata
di John Steinbeck
Mondadori Editore S.p.A.

Narrativa romanzo
Collana Oscar classici moderni

Quando nel 1962 a John Steinbeck fu conferito il premio Nobel per la letteratura la motivazione fu la seguente: Per le sue scritture realistiche ed immaginative, unendo l'umore sensibile e la percezione sociale acuta.
In effetti lo scrittore americano è riuscito nei suoi libri a sondare l'animo umano inserendo la sua ricerca in un contesto sociale, in forza di un'interdipendenza che si attua in un doppio flusso: dal singolo uomo alla collettività e da questa ancora al singolo uomo. Steinbeck ha ben compreso che gli aspetti interiori di ognuno si riflettono socialmente e che sempre il comportamento individuale è influenzato dal contesto in cui l'individuo opera.
Con diverse sfumature questo concetto è base di opere di notevole livello, quali I pascoli del cielo, Pian della Tortilla, Uomini e topi, Furore, L'inverno del nostro scontento e La valle dell'Eden; tuttavia, almeno secondo la mia opinione, dove risulta esposto più chiaramente è ne La luna è tramontata, romanzo edito per la prima volta nel 1942 allorché le sorti della seconda guerra mondiale non erano ancora ben definite.
In questo romanzo, ambientato in Norvegia, contano più i personaggi, le situazioni, le riflessioni dei protagonisti che la trama stessa, in sé in verità abbastanza semplice. Un piccolo paese viene occupato dai tedeschi con un vero e proprio blitz e con l'aiuto di un traditore, quello che tutti i cittadini fino ad allora consideravano un autentico benefattore. Colti di sorpresa, provano un generale disorientamento, una sorta di annichilimento della volontà e, soprattutto, della propria identità, ma poi la dignità di essere uomini ancora liberi emerge e ha inizio una guerriglia non solo bellica in senso stretto, ma anche psicologica nei confronti degli invasori che poco a poco si scoprono non macchine da guerra, ma uomini, con le loro debolezze e le loro paure.
In questo contesto i protagonisti di maggior spessore a cui lo scrittore attribuisce il compito di portare avanti il suo messaggio sono da un lato il colonnello tedesco Lanser che è dibattuto fra l'assurdità degli ordini ricevuti e i contrasti della sua coscienza. Non viene meno al suo dovere, ma gradualmente subentra in lui la disperazione di compiere azioni sanguinarie che ritiene del tutto inutili, maturando di pari passo una crescente stima verso il sindaco, ben diversamente motivato dalla necessità di costituire un punto di riferimento per i suoi concittadini, senza remore o tentennamenti, arrivando perfino al sacrificio personale.
Sono due uomini in antitesi, ma se il tedesco si accorge della progressiva perdita della sua dignità, il norvegese è invece consapevole del suo graduale riacquisto.
Su tutto regna un tragico dolore: quello degli occupanti, che nel loro indottrinamento credevano di essere accolti festosamente e che invece sono costretti a vigilare nel timore di attentati; quello dei cittadini occupati che non possono tollerare di perdere la loro liberta e che intendono riprendersela, a qualsiasi costo.
Se la Luna è tramontata è un romanzo antibellico e antimilitarista è però anche un libro che, partendo dalla stupidità della guerra, travolge i normali schemi del patriottismo per rendere giustizia agli oppressi, a chi è stato vinto senza aver voluto una guerra, a chi crede che la dignità valga più della vita. Ma è anche un'opera con cui si evidenzia che, deteriorando i dogmi inculcati negli uomini da un regime, si ottengono un disorientamento e una progressiva disaffezione per una missione che da vincitori li rende vinti, prima ancora che sul campo di battaglia con il risveglio della coscienza.
La luna è tramontata non è solo un bel romanzo, ma è anche un libro con cui, attraverso la creatività, si giunge a una visione realistica, senza appelli, senza attenuanti, della guerra e della sua inutilità.
Da leggere, senz'altro, anche e soprattutto nelle scuole, affinché i giovani comprendano che con un conflitto tutto è perduto, mentre con la pace tutto è possibile.

John Steinbeck (Salinas, 27 febbraio 1902 - New York, 20 dicembre 1968), premio Nobel per la letteratura nel 1962.
Ha scritto: La santa rossa, I pascoli del cielo, Al Dio sconosciuto, Pian della Tortilla, La battaglia, Uomini e topi, Furore, La luna è tramontata, La valle dell'Eden, Quel fantastico giovedì, Il breve regno di Pipino IV, L'inverno del nostro scontento, Viaggio con Charley, Le gesta di Re Artù e dei suoi nobili cavalieri, Diario russo, Diario di bordo dal mare di Cortez, C'era una volta una guerra, L'America e gli americani e altri scritti.
Renzo Montagnoli
 

14/04/2010

IL SUONO DI MILLE SILENZI di EMMA LA SPINA

ED. PIEMME

E’ l’opera prima di un’esordiente che, come confessa nell’introduzione, ha scritto spinta  da un autentico bisogno interiore.

L’autrice narra i suoi primi diciotto anni trascorsi in un istituto per bambini abbandonati, subendo sevizie fisiche e psicologiche indicibili, ogni sorta di sofferenze tra umiliazioni, miseria e privazioni totali. E tutto questo in tempi recenti (anni “60) e nella nostra società  “evoluta”.

Il sentimento che muove il lettore leggendo già le prime pagine del libro è di veemente indignazione e profonda commozione, in cui serpeggia un moto di scetticismo e incredulità…Può essere vero, tutto questo? La letteratura che prevale sull’autenticità dei fatti per non diventare cronaca? Ma le parole della scrittrice sono autentiche e ciò che può sembrare invenzione è terribilmente vero.

I fatti narrati rimbombano come i silenzi, i mille silenzi di bimbi sfortunati su cui la sorte si accanisce e li colpevolizza come se fossero carnefici e non già vittime sacrificali. La redenzione potrà sceglierne alcune di voci o solo “una voce delle mille bambine in silenzio nelle grandi stanze di un istituto”. Colpisce la storia, colpisce lo  stile del narrare piano, chiaro, essenziale; senza retorica. Senza orpelli psicologici, con estrema semplicità, Emma La Spina ci restituisce una figura di bimba e poi di ragazza intrepida, dotata di grande forza d’animo, indomita nella sua lotta e per la sopravvivenza e per l’affermazione di sé. Alla ricerca disperata di un riscatto morale, sociale, la sua intelligenza perspicace l’avrà vinta sugli accadimenti avversi e difficili. Il processo di emancipazione rimane sospeso alla fine del libro e lascia uno strappo in chi legge come lo strappo subito dai tanti bambini soli, senza affetto e privi di amorevoli cure famigliari. Il lato oscuro degli esseri umani traspare sia pure senza toni accesi e accusatori, quello che poteva essere un libro solamente a tinte fosche,  dall’autrice è temperato da sfumature più sottili e variegate in cui la ricerca d’amore, di comprensione domina in una sorta d’invicibile speranza. Lo scoramento, le inevitabili cadute nell’abisso più nero si alternano a una riconquistata iniezione di fiducia in se stessa, nell’amore verso la conoscenza, lo studio vissuto come riscatto di sé. Un libro da conoscere e amare e da consigliare a chi si ama e non.  

L’autrice: Emma La Spina è nata a Catania nel 1960. Il suono di mille silenzi, è il suo primo romanzo.      
Arcangela Cammalleri

 

12/04/2010

IL NIPOTE DEL NEGUS di ANDREA CAMILLERI

Ed. SELLERIO

Quest’ultimo libro di Camilleri di genere storico, come espresso dall’autore, ha la stessa struttura narrativa de “La concessione del telefono”- documentazioni d’archivio o missive che sembrano dispacci perentori s’intersecano a frammenti dialogici-narrativi in un rimando continuo di stampo tipico camilleriano. Secondo notizie veritiere, si narra di un nipote del Negus etiopico, Haileè Sellassiè che negli anni 1929-1930, frequentò a Caltanissetta la Regia Scuola Mineraria presso la quale si diplomò perito minerario nel 1932. Qui finisce “la verità” e da qui inizia la fantasia! Sì, lo sfondo storico fa da fondale alla rappresentazione teatrale della vicenda, ma i cerchi concentrici che attorniano i fatti, i personaggi, sono frutto esclusivo dell’inventiva dello scrittore: la retorica tronfia dell’epoca investe come vento impetuoso e trascina sentimenti e azioni in una sorta d’irriverente pantomima di memoria goliardica. Tra le righe entriamo da spettatori in una sorta di film in 3D, ci sembra di rivivere, certo in toni farseschi e burleschi, situazioni quasi reali ed attuali e non già fantasmi del passato ormai desueti. Come non ridere con un retrogusto amaro agli ossequi inverecondi verso i superiori, ai titoli onorifici così ridondanti ed enfatici, alla supponente grandeur di una nazione piccina piccina. Con sarcastica vis Camilleri ci presenta una verità storica in modo talmente burlesco da risultare falsa e una falsità storica così pronunciata da risultare vera. E’ il gioco degli inganni di chi si crede furbo e s’inganna e a sua volta viene ingannato. Una farsa che ha le movenze di un minuetto e il tono scanzonato e irriverente di uno sberleffo. L’intreccio ricorda una novella boccaccesca, tra intrighi ed intrecci amorosi, tra ragion di stato e convenienze personali, tra vizi confusi con desideri in un carosello umano più farsesco che reale. Camilleri ci diverte e ci delizia, ma forse avremmo voluto ridere meno su noi stessi, su quello che siamo stati e siamo, perché c’è poco da ridere quando i sogni dei più vengono meno e non albergano speranze di reali cambiamenti positivi per tutti.

L’autore. Andrea Camilleri è nato a Porto Empedocle nel 1925. Ha esordito come romanziere nel 1978 con “Il corso delle cose”. Della sua ricchissima produzione letteraria tutti i romanzi con protagonista il commissario Montalbano sono pubblicati dalla casa editrice Sellerio e altri, tra questi ricordiamo: “La forma dell’acqua”, “Il cane di terracotta”, “Il ladro di merendine”, “La voce del violino”, “La stagione della caccia”, “Il birraio di Preston”, “La concessione del telefono”, “La gita a Tindari”, “Maruzza Musumeci”, “Il casellante”, “Il campo del vasaio”, “L’età del dubbio”, “Un sabato, con gli amici” “Il sonaglio” “Il cielo rubato”etc… Arcangela Cammalleri

 

05/04/2010

Il leone rosso
Elisir di vita eterna

di Maria Szepes
Tre Editori
www.treditori.com

Narrativa romanzo

La vita, qualunque sia, potrebbe essere accettabile se non vi fosse la sua inevitabile conclusione, quel vero e proprio salto nel buio che tutte le religioni hanno cercato di addolcire con l'idea di una prosecuzione nel "dopo", sia pure in altra forma. Non ci sono però certezze al riguardo e quindi, soprattutto in passato, in epoche in cui gli alchimisti inseguivano risultati miracolosi, quali la fabbricazione dell'oro, non poteva mancare nelle loro ricerche quella dell'Elisir di vita eterna. Ubbie di ciarlatani, si potrebbe obiettare, idee strampalate che ancor oggi potrebbero prendere piede, soprattutto nel nostro paese, guidato da un personaggio che non accetta non solo la morte, ma anche la vecchiaia.
E' di questo desiderio di immortalità che si parla nel Leone rosso, un romanzo che mi ha profondamente avvinto, perché va ben oltre queste storie un po' strampalate di gente che non muore, ma, pur restando nell'ampio campo dell'esoterismo, abbozza un concetto di esistenza per nulla in contrasto con la religione cristiana e che affascina in quanto potrebbe rispondere al vero. Queste reincarnazioni in una serie di passaggi in cui l'individuo ascende a gradi sempre più alti di trascendenza propone una visione non solo dell'umanità, ma dell'intero universo in un crescendo quasi rossiniano che lascia ampi spazi per riflessioni su avvenimenti realmente accaduti, come nel caso della rivoluzione francese. L'abilità di Maria Szepes, l'autrice, è quella di saper correre in equilibrio sul sottile confine fra ipotetico credibile e pura astratta fantasia. In verità qualche volta incespica, il racconto si fa meno convincente, ma poi, nel giro di un paio di pagine, riesce a ritrovare la giusta via e a ricreare nel lettore la convinzione che quanto narrato sia effettivamente avvenuto. In questo l'aiuta una notevole capacità di saper comunicare imponendo un ritmo quasi da pellicola cinematografica in una serie di sequenze, anche d'effetto, che non fanno mai venir meno l'attenzione che, anzi, si acuisce nel legittimo desiderio di sapere come andrà a finire questa storia così irreale, sebbene convincente. Se in ciò è aiutata dall'esperienza maturata come sceneggiatrice, vi è anche da rilevare una profondità di pensiero del tutto ragguardevole, una sicurezza di esposizione, pur nella complessità del tema, che accresce la fiducia del fortunato lettore, consapevole ormai di trovarsi fra le mani un libro straordinario.
Si assiste così a una cavalcata attraverso i secoli, grazie alla quale questo formidabile romanzo sull'immortalità riesce ad avvincere anche i più scettici, in forza delle componenti psicologiche e filosofiche che emergono, splendidamente esposte, e che non possono lasciare indifferenti. Si potrà non credere a tutte queste reincarnazioni, ma alle dottrine concettuali sull'universo e sul destino dell'umanità nulla si può eccepire, anzi solo prendere atto, magari anche dissentendo, perché si tratta di interpretazioni, di teorie che, senza avere la pretesa di essere dei dogmi, hanno una base logica tale da costituire oggetto di discussione.
Il viaggio di Hans Burgner, il personaggio principale, diventa così una metafora del percorso sempre più complesso dentro di noi, alla ricerca di un assoluto che possa dare un autentico senso alla nostra esistenza.
Non aggiungo altro, se non il consiglio di leggerlo, perché anche chi non vorrà approfondire rimarrà stregato da un libro di rara bellezza.

Maria Szepes (14 dicembre 1908 - 3 settembre 2007).
Attrice, poi sceneggiatrice, questa signora ungherese, che si interessava di filosofia ermetica, scrisse Il leone rosso nel corso della seconda guerra mondiale. Il libro, pubblicato nel 1946, diventò subito un autentico best seller della letteratura esoterica. Di grande successo a livello mondiale, in Italia fu pubblicato per la prima volta nel 2001 dalla Tre Editori, che ora lo ripropone con questa terza ristampa.
Renzo Montagnoli
 

04/04/2010

Il segreto del Morbillaio
di Danilo Giovanelli
Edizioni XII
Narrativa romanzo
www.xii-online.com

Fra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo visse a Vermiziano, paese di gente ignorante, analfabeta e polentona, Saturnetto Vinceslovo, da ricordare e da venerare per le sue qualità poetiche, tanto più sorprendenti qualora si consideri l'ambiente in cui si sviluppò a livello eccelso la sua qualità artistica. Prima che si vada a cercare su un libro di storia della letteratura italiana o su internet il nome di questo personaggio è doveroso premettere che è solo frutto della fervida fantasia di Danilo Giovanelli, autore di questo romanzo di genere fantastico che ha vinto nel 2008 il Premio iNarratori. Del resto bastano poche righe per comprendere che Saturnetto Vinceslovo non è mai esistito e sono quelle con cui si spiega il suo soprannome, Morbillaio, che nulla ha a che fare con la nota malattia infantile, se non per le piccole cicatrici che portava sul volto provocate dalle forchettate dei parenti, tutti presi dalle gran mangiate di polenta al punto che nemmeno riuscivano a distinguere questo cibo dal volto giallognolo del futuro poeta e quindi affondavano i rebbi dove capitava, anche nella carne del pargoletto.
A distanza di molti anni, morto già da tempo Saturnetto, la vicenda prende corpo partendo dalla scuola costruita in suo onore ed edificata sulla sua stessa vecchia casa.
Ogni pagina che scorrevo, prendendo le annotazioni del caso, mi veniva continuamente alla mente un romanzo ben più famoso, I ragazzi della via Pal di Ferenc Molnar. Non è che lo sviluppo della trama sia uguale, ma ci sono analogie in un ritratto garbato del passaggio dall'infanzia alla pubertà.
Impostato come un giallo il racconto non presenta tuttavia tensioni particolari o spasmodiche e anche lo scioglimento del mistero su cui è intessuta la fragile vicenda non è di quelli che faranno epoca fra gli appassionati.
Non era sicuramente uno scopo dell'autore imperniare il tutto sull'atmosfera del thrilling, perché lui voleva scrivere un romanzo i cui personaggi contano più della vicenda.
E sono protagonisti godibilissimi, azzeccati al meglio, una squadra di figure che, pur nell'evidenza caricaturale, riporta simboli di salti generazionali con una vena comica che induce il lettore ad amarli tutti.
Dal plurilingue Ebète, che mescola le parole in una sorta di personale esperanto, a Elio Sumello, gran secchione, ma simile a un batrace, dalla dotta Donnetta al bizzarro maestro Tomino è tutto un agitarsi di ombre che poco a poco schiariscono per essere focalizzate dalla mente e quindi diventare più familiari.
Sinceramente, a un certo punto ho quasi dimenticato la trama per godermi le situazioni, anche umoristiche, in cui i protagonisti si ficcano quasi spontaneamente, come se fossero liberi di costruire la storia, indipendentemente dalla volontà del loro creatore, che più che imporre suggerisce.
Ne esce un romanzo di straordinaria freschezza e assai gradevole, 179 pagine che volano via e con loro le inevitabili fantasie dei lettori, in un sano divertimento sia per gli adulti che per i ragazzi.

Danilo Giovanelli è nato a Sassuolo, Modena, nel 1976. Si è laureato in Ingegneria Informatica coltivando parallelamente la passione per la lettura, il disegno e la scrittura.
E' autore del romanzo pulp-surreale L'enigma dei bastardi, uscito nel 2004, e di diversi racconti pubblicati in antologie.
Illustratore e vignettista, alcune sue creazioni sono state selezionate ed esposte alla seconda e terza edizione di BilBOlbul - Festival Internazionale di Fumetto di Bologna. Altre cadono sparpagliate sul suo blog.
Renzo Montagnoli
 

17/03/2010

Siddharta di Hermann Hesse Edizioni Adelphi

Nota introduttiva e traduzione di Massimo Mila

Collana Piccola Biblioteca 32

Narrativa romanzo 

Hermann Hesse è un autore che con ogni sua opera lascia un segno indelebile, perché racconta del viaggio dell’uomo alla ricerca del senso della vita. Già con Il Lupo della steppa aveva trattato il tema del dolore di vivere, fornendo una soluzione logica, per quanto semplice: per superarlo, mai prendere troppo sul serio se stessi e i propri sentimenti, e ciò grazie a una salvifica autoironia.

Con Siddharta, il cui successo venne solo dopo il conferimento del Nobel, il tema dell’esistenza è più generale e finisce con il diventare in questo “romanzo indiano” una lezione di vita e proprio per questo al suo apparire entusiasmò la generazione dell’epoca. A distanza di tempo, comunque, il testo presenta ancora quell’interesse e nelle conclusioni resta di immutata validità.

Ambientato in India nel VI secolo a.C. narra di Siddharta, un ragazzo che cerca la sua strada, ambisce sapere quale è il suo ruolo e per far questo intraprende un viaggio che lo porterà alla sua verità attraverso una serie di esperienze, tipiche peraltro della realtà umana. In effetti si tratta di un lungo cammino all’interno di se stesso, in cui prova un po’ tutto quello che può essere colto nel percorso di una vita. Dall’esperienza mistica al piacere carnale, ma anche cerebrale dell’amore, il giovane invecchia, adottando sensi e scopi che  poi magari rivelano un’insoddisfazione o comunque un mancato totale appagamento.

Ogni incontro, ogni esperienza sono un banco di prova, un confronto con il proprio “io” da cui trarre degli insegnamenti, e, se nell’apparenza sono solo gli eventi positivi atti a questa funzione, si comprenderà come anche quelli negativi entrino a far parte di quel grande patrimonio individuale che è l’esperienza.

Hesse nel raccontare questa metafora in fondo ci vuole dire che è necessario conoscere il mondo che ci circonda e, specialmente, quello interiore tramite un percorso materiale e spirituale che porta alla scoperta di noi stessi. Nel nostro intimo non c’è nulla di tutto buono o di tutto cattivo, esiste, è latente il peccato, frutto di un errore da cui trarre insegnamento, ma in fondo, purché si abbia voglia di vivere veramente, ci sono tante possibilità per ogni uomo di trovare una pace interiore che non sia solo di aspetto, ma che radichi in profondità. Tutto questo può e deve avvenire solo per mezzo della conoscenza, del dubbio, che deve essere una costante, e dell’esperienza, tutti elementi che arricchiscono dando la certezza di avere vissuto.

Il libro è quindi indubbiamente di assoluto interesse e in questa ricerca filosofica ha il suo effettivo pregio. L’unica nota negativa, se così può essere chiamata, è la costante pesantezza della narrazione, tipica del resto di molti autori di lingua tedesca del XIX e del XX secolo.

Comunque, proprio perché si tratta di un discorso filosofico, è inevitabile soffermarsi spesso sulle righe e quindi la complicazione nell’esposizione risulta meno fastidiosa.

Siddharta resta, a distanza di anni dalla sua pubblicazione, un libro di assoluto valore, una tappa fondamentale nella storia della letteratura ed è proprio questa inalterata qualità che lo fa rientrare fra i capolavori di ogni tempo.  

Hermann Hesse (Calw, 2 luglio 1877 – Montagnola, 9 agosto 1962) è stato uno scrittore, poeta e pittore tedesco.
Ha scritto i romanzi Peter Camenzind, Demian, Siddharta, Il lupo della steppa, Narciso e Boccadoro, Il mago della pioggia, Il gioco delle perle di vetro.
Nel 1946 gli fu conferito Il Premio Nobel per la Letteratura.
Renzo Montagnoli

 

16/03/2010

Emanuela, Barbara, Flavia e Simonetta,
le quattro figlie della poetessa recentemente scomparsa
Alda Merini presentano il nuovo sito dedicato alla madre.
I tristi rintocchi funebri delle campane del
Duomo di Milano pesano ancora sui nostri cuori mentre
ricordiamo quello che raccontava di noi:
Ho avuto quattro figlie. Allevate poi da altre famiglie.
Non so neppure come ho trovato il tempo per farle. Si
chiamano Emanuela, Barbara, Flavia e Simonetta. A loro
raccomando sempre di non dire che sono figlie della poetessa
Alda Merini. Quella pazza. Rispondono che io sono la loro
mamma e basta, che non si vergognano di me. Mi commuovono.
Nonostante le parole della nostra amatissima madre siamo
onorate di comunicare che in sua memoria abbiamo fortemente
voluto la realizzazione del sito internet
http://www.aldamerini.it/.
Un’antologia in ricordo di Alda, un elogio all' "ape
furibonda”, alla sua figura di scrittrice e madre perché
niente per una donna è più simile al paradiso di un
figlio che le farà sognare l’amore per sempre.
Il sito sarà aggiornato periodicamente con nuove poesie, video,
aforismi e una sezione interattiva per gli amanti della poesia.
Le figlie di Alda
 

Nutrimenti per l’anima di Maria Teresa Santalucia Scibona Edizioni Joker www.edizionijoker.com

Postfazione di Sandro Montalto

In copertina: Enzo Santini, Cello player, 1990,

encausting painting

Poesia

Collana I Fuori Collana 

C’è chi scrive poesia, grazie a un naturale talento, magari rafforzato e affinato dalla lettura di versi di altri autori. Ma c’è anche chi è “poesia”, cioè persone che intimamente hanno una visione di qualsiasi aspetto della vita, anche il più semplice e normale, che li porta a permearsi con lo stesso, trasferendo sensazioni, del tutto normali per i più, in versi, un linguaggio forse inconsueto, ma che è l’unico con cui riescono a dialogare prima con se stessi e poi con gli altri.

Maria Teresa Santalucia Scibona è una rara avis, perché è poesia. Possono essere tante le occasioni, da un viaggio a un panorama, da un fatto a una persona conosciuta, ma resta comunque il fatto che le stesse sono intraviste e avvertite poeticamente. E’ una visione che travalica l’ordinario, che dona importanza alle piccole cose del Creato, in un’ottica religiosa e spirituale che è talmente radicata da esondare spontaneamente dalle righe.

Che sia il ritratto di un amico, oppure la metafora della vita, lei è sempre presente con questa sua grande caratteristica, con un linguaggio armonioso che sgorga come un’antica fonte dall’anima.

Questa raccolta di poesie si compone in realtà di quattro sillogi, di cui la prima potrebbe essere definita delle dediche, la seconda ha invece un titolo esplicativo (Elogio dell’amore), come del resto la terza (Elogio per la giustizia), mentre la quarta è più esplicitamente l’immagine da noi conosciuta di Maria Teresa Santalucia Scibona, perché l’Elogio dello spirito riconduce il libro a un’aura di misticismo, che, tuttavia, più larvatamente è presente in tutte le altre liriche del libro.

Ciò che è rimarchevole, comunque, è la soavità che permea i versi, che sembrano quasi scritti in un connaturato distacco dalle cose terrene, anche se invece è la consapevolezza che, esistendo in quanto parte di un disegno perfetto, tutte, nessuna esclusa, sono motivo di stupore, da un lato, e di rafforzamento della fede dall’altro.

Nulla ci può più stupire di quanto c’è a questo mondo, dal piccolo sasso alla grande montagna, e così ogni cosa ha sua inalterata dignità, a cui all’occorrenza dedicare versi.

Frequenti sono queste attenzioni per gli amici, fra i quali Salvatore Niffoi e Massimo Maugeri, intravisti fra le righe con gli occhi di chi sa cogliere l’essenza di ognuno ( Salvatore, vaga meteora / che appare e scompare / dalla mia stanca vita /…; Dopo aver schivato le ire / dell’arcigno Poseidone / e i vortici infidi / delle onde sonore; / un giorno approderai / con felice attracco / nella Trinacria solare / odorosa di zagare. /….).

Fra gli Elogi, quello dell’amore, vola L’allodola felice ( L’allodola messaggera dell’alba / si dondola lieve su un bocciolo di rosa. / Si è invaghita del salice leggiadro/ …). Non più persone, ma rappresentanti delle meraviglie del creato a cui riconoscere uguale stupita dignità . E’ quasi un canto questa poesia, con i versi portati sule ali dell’allodola, più che lievi, meglio leggiadri.

La giustizia, la giustizia giusta, la giustizia vinta, la giustizia sepolta; qui la voce di Maria Teresa si fa più forte, ferma senza essere dura, un desiderio di equità che mai trascende se non nel sogno, magari una speranza ( …Alta si proclami la verità, pura e splendente come l’oro di Ofir. / Liberi dalle trame degli iniqui / da codarde omertà, sarà un ritorno / dalla morte alla vita.).

Non poteva che essere alla fine del libro, ma L’ultimo tempo rivela, nelle consapevolezze, la certezza di una vita vissuta appieno, nel saluto agli amici che tanto mi ricorda come grande serenità Il mio funerale di Nazim Hikmet, senza nessun timore, ma con una ultima gratificante speranza (…/ Di me, vorrei solo che diceste, / ha seguito le orme di sua madre. / Come lei, bella nell’anima / e ornata di sobria dignità. ). Io mi permetto di aggiungere un ultimo verso: Lei fu poesia.     

M. TERESA SANTALUCIA SCIBONA, è nata e vive a Siena, già Presidente Provinciale della FENALC (Federazione Nazionale Liberi Circoli),è Presidente per Siena del MOPOEITA ( Movimento per la diffusione della Poesia in Italia).  La Biblioteca Universitaria senese della Facoltà di Lettere e Filosofia, ha istituito un Fondo Letterario a suo nome.(Seduta 27/4/2005).

    Il 15 Agosto 2000, dal Concistoro del Mangia, è stata insignita di medaglia d’oro di civica riconoscenza, per alti meriti culturali. Il 17 Ottobre  2009, è stata insignita del Premio “ Idilio Dell’Era, “alla Carriera dal Comitato Associativo “ Idilio Dell’Era”. E’ Socia effettiva del P.E.N. Club Italiano, del Sindacato Liberi Scrittori Italiani, della Fondazione Letteraria “ Luciano Bianciardi “di Grosseto, del Centro di Documentazione sulla Poesia contemporanea

 “ Lorenzo Montano” di Verona. Fa parte del Consiglio “Cateriniani nel Mondo” per la Letteratura, con diritto al voto. Per oltre un decennio ha curato le serate letterarie del “Salotto  della Cultura e del Vino” della Enoteca Italiana di Siena. Come giornalista ha seguito per 17 anni, le sorti del  “Premio Letterario Viareggio – Rèpaci”              

         Ha pubblicato i seguenti libri di Poesia:-

IL MIO TERRENO LIMITE” 1984  Ed. La Nuova Fortezza (Li),  a cura di Miriana Bogi

I GIORNI DEL DESIDERIO” 1988  Piovan Ed. Abano Terme, a cura di Gabriella Sobrino

IL TEMPO SOSPESO”     1993  Edizioni del Leone (Ve),  prefazione di Giorgio Luti.

MOSE’ ”   1996  Edizioni dell’Oleandro (Roma),  prefazione di Angelo Lippo.

VARIANTI D’AMORE” Suppl.to n. 35 (gennaio-marzo 1988) Rivista “Portofranco” (Ta)

IL VIAGGIO VERTICALE” 2001, I Quaderni della Valle N. 27 Edizioni di Emilio Coco.

LE TEMPS SUSPENDU ET LA VIE ASSISE” 2002  Prospettiva Editrice a cura di Giorgio  Luti, postfazione di Walter Nesti, traduzione di Ben Felix Pino.

L’AMORE  IMPERFETTO” 2003  Helicon Edizioni - Arezzo, a cura di Neuro Bonifazi

LA CONTESA DEI VINI”     2005   Pascal Editrice (Siena), a cura di Vinicio Serino.

IL SOGNO DEL CAVALLO “  2008   Pascal Editrice (Siena) a cura di Mario Comporti   e Fausto Tanzarella

NUTRIMENTI PER L’ANIMA” 2009 Joker Editore a cura di Sandro Montalto

VERSI E CROMIE” Solodieci Poesie  2009 Lieto Colle Editore

   Audio CD POESIE SCELTE (2005), disco recitato dall’attrice Paola Lambardi

   CD “MISCELLANEA POETICA”(2007) recitano, gli attori Walter Maesosi, Daniela     Barra, al piano M°.Giovanni Monti. Edizioni Le Carrozze Records di Vanni Vincenzo- Siena                           

         Il suo testo di Lauda “ Accanto a Te Signore”,  è stato musicato dal  M° Gian Paolo Luppi, tradotto in tedesco e pubblicato dalle  dalle Edizioni Musicali Peters di Francoforte.

      Alle sue opere si sono ispirati i pittori Giuseppe Amadio, Angelo Battista, Angela Carli, Ida Negrini, Paola Imposimato, Enzo Santini, Anna Sticco, gli scultori Michele Donadoni e Andrea Roggi.

           La recitazione del poemetto in versi “MOSE’ con gli attori Paola Lambardi, Guido Bocci, Erminio Jacona , è alla sua tredicesima replica           

         E’ inserita  in numerose Antologie di autori contemporanei come :- “ Greta Garbo e Sergio Vacchi nel Palazzo del Ridotto di Cesena” – Catalogo      del Novembre 2003 - Fondazione Vacchi - Castello di Grotti – Ville di Corsano- Siena                                                                                                                    

“ La Donna e gli Amori” a cura di Gabriella Sobrino e Antonietta Garzia  (giugno 2001) –                                     Introduzione di Paolo Crepet   - Loggia  de’ Lanzi Editori -Firenze

“ C come Cuore” saggio di Gabriele La Porta ( Ottobre2003) Pratiche Editrice Mondadori

 “P  come Passioni – Dizionario delle emozioni e dell’estasi” a cura di Gabriele La Porta (Ottobre 2005) Marco Tropea Editore – Mondadori  Printing S.p.A – Milano 

 EDIZIONI SCETTRO DEL RE - ROMA“ Appunti Critici” La poesia Italiana del tardo Novecento tra conformismi e nuove proposte “-  saggio a cura di  Giorgio Linguaglossa - (Dicembre 2002)- “ Poeti Italiani Verso il Nuovo Millennio”- saggio a cura di Dante Mafia ( Dicembre. 2000)

-  E’ inclusa nel Dizionario Autori e nella Letteratura Italiana del Secondo Novecento -Edizioni Bastogi (Foggia), Helicon (Ar), Guido Miano (Mi).
Sulla sua poetica Pina Frascino Panussis ha scritto :- “Saggi e interventi” (1995) -Edizioni. Pisangrafica - Pisa ; “ LE OCCASIONI DEL PENSIERO ” (1997) Masso delle Fate Edizioni - Signa, con interventi critici di Sandro Briosi, Guido. Cecchi, Gaetano Chiappini, Marcello Fabbri, Giorgio Luti, Carmelo Mezzasalma, Walter Nesti, Vinicio Serino, Gabriella Sobrino e testimonianze di Oreste Macrì, Giuliano. Manacorda, Giorgio Saviane, Ferruccio Ulivi,Vittorio Vettori ed altri noti scrittori. 
Renzo Montagnoli
 

27/02/2010

Stagioni sovrapposte e confuse
di Franca Canapini
In copertina fotografia dell'autrice
Montedit Editrice
www.montedit.it

Poesia silloge
Collana Le schegge d'oro (i libri dei premi)

L'immagine di copertina ritrae una bimba (l'autrice) a cavalcioni di un pennuto in legno o bronzo, ma quel che colpisce è lo sguardo, apparentemente solo imbronciato, ma che se osservato con attenzione sembra essere quasi di sfida. Probabilmente cela l'inconscio desiderio di essere realmente presente nella vita, un "adesso ci sono io" che vuole ipotecare il futuro. E' sempre così, perché si è alla prima stagione e si guarda solo in avanti, ma poi, con gli anni che passano, si arriva a un punto che ci si rivolge all'indietro, si ricorre alla memoria per delineare un quadro esistenziale di luci e di ombre che non ci soddisferà mai pienamente.
E così le stagioni di questo libro non sono propriamente quelle astronomiche, che ben conosciamo, ma esprimono metaforicamente il ciclo della vita ed è in questa ottica che deve essere letta la bella raccolta di Franca Canapini.
Che poi il percorso inconscio del ricordo riaffiorante a tratti faccia sì che nascano sovrapposizioni e confusioni è nell'ordine dell'esistenza, perché mai saremo in grado di controllare gli stimoli improvvisi della nostra memoria, sollecitata da fatti ed eventi che spesso non sono strettamente correlati al presente.
Si alternano così a note gioiose anche riflessi malinconici, in un quadro generale che è inutile scomporre perché è la reale immagine di un presente e di un passato che si avvicendano, quasi a voler testimoniare l'imprescindibilità per una vita corrente dall'esperienza trascorsa.


Abbandono
(omaggio alla mia vecchia auto)

Come mi hai lasciata
spenta
desolata
nella piazza assolata.

…..

Non è che un oggetto, un agglomerato di lamiera che tuttavia ha accompagnato la persona nel suo andare, creando quindi un legame quasi affettivo che nel ricordo delinea altri fatti ad essa correlati; è un bene inanimato che in un transfer psicologico assume una valenza vitale attraverso l'identificazione con ciò che a suo tempo ha rappresentato.

La poesia di Franca Canapini può essere definita di esperienza, quindi, di sentimenti e di emozioni fotografate, come in Gioia ( Vola in alto/spirito mio/ risorto/straripante di gioia/così calmo/così grande/infine/…), senza dimenticare una naturale inclinazione verso toni malinconici, che si esprimono soffusamente, come in Lari (…Non ti chiedo che tu torni per me / ma ti prego, proteggi la casa) o come in Cosa pensavi allora (a mio padre) (…E tu / cosa pensavi allora? / Come passasti la giornata? / Con chi parlasti? / Persi ancora una volta / un giorno della tua vita).
Quest'ultima poesia collega il ricordo al rimpianto, a fatti accaduti e ad azioni non concretizzate, l'aspetto negativo della memoria il cui affiorare a volte infonde un senso di colpa tanto più acuto quanto maggiore è il nostro bisogno nel presente di renderci disponibili a comunicare, per liberarci dell'ansia che stritola dentro quando si comprende ciò che si poteva fare e che non si è fatto, né più potrà mai essere realizzato. Sono occasioni perdute, frequenti in tutti noi, e il rammentarle vena di tristezza un momento della realtà nel quale abbiamo la necessità di confessarci le nostre presunte colpe. E' uno sfogo, un tentativo in un bilancio generale per trovare spunti che possano permetterci di sperare in un futuro che ogni giorno che passa diventa sempre più opaco.
Ci sono anche due poesie, fra le più interessanti della raccolta, che rappresentano un primo abbozzo di ricorrere all'epica. La prima è Risiera di San Sabba, con la confessione di una mazza di acciaio e di legno utilizzata per uccidere dei poveri deportati. Poesia non veemente, che sposta il discorso dal carnefice al suo strumento di morte, conferendo ad esso una dignità che disonora ulteriormente l'uomo che l'utilizzava. Anche in questo caso c'è quindi un transfer, finalizzato alla possibilità di un dialogo con il poeta, destinatario di una supplica che condanna irrimediabilmente i tanti Fritz ed Helmutt di quel lager.
L'altra è Cornacchie, una metafora che si esprime nel contrasto fra le cornacchie sui tetti e la gente rinchiusa nelle case, con l'evidente significato che la libertà per gli animali sta nella loro indole e per gli umani nel calore della propria famiglia, accrescendo però così la tendenza all'incomunicabilità. Gli uccelli nascono liberi, come gli uomini, ma questi ultimi finiscono con il rinchiudere poi se stessi e così la propria libertà.
Quale è la poesia migliore? E' difficile a dirsi e molto dipende dal gusto di chi legge, dal suo stato d'animo in quel momento, dalla maggiore o minor propensione a dialogare emotivamente con l'autore. Secondo me, considerato l'argomento trattato, credo che Fuori stagione sia altamente sintomatica di quell'avvicendarsi di stagioni che è proprio della vita, e in cui l'autunno, secondo Franca Canapini, è indubbiamente quella che ci pone di fronte a domande che prima non ci eravamo mai poste. Troppo tardi per ricominciare, nasce la consapevolezza di una sterile utilità a noi stessi e agli altri. Come in un palcoscenico in cui gli attori interpretano ora solo se stessi (…Fantasmi di un tempo giocondo / aspettano estenuate / la gelata della fine.) inizia un conto alla rovescia a cui invano cercheremo di por rimedio per abbandonarci, ormai vinti, alla gelida attesa nell'ultima stagione.
Il lavoro di più anni ha trovato così compendio in questa silloge vincitrice, meritatamente, del Premio di Poesia Jacques Prévert 2009.
Quindi per varietà e per svolgimento c'è tutto quello che può interessare l'appassionato di buona poesia ed è anche per questo che caldeggio la lettura di Stagioni sovrapposte e confuse.

Franca Canapini è nata a Chianciano Terme (SI) il 17 ottobre 1951. Sposata, due figli e due nipotine, vive ad Arezzo e insegna Lettere in una scuola media della città. Alcune sue poesie sono state pubblicate nel 2004 in un'antologia di poesia contemporanea, ma solo da qualche anno ha trovato il tempo necessario per dedicarsi seriamente alla scrittura.
Stagioni sovrapposte e confuse è la sua prima raccolta poetica edita.
Renzo Montagnoli
 

25/02/2010

Il sole dei lupi
Un sopravvissuto ai Gulag di Stalin
di Pietro Zerella
Prefazione dell’autore
Copertina di Alessio Zuzolo
Opera stampata in proprio

Narrativa romanzo 

La storia di un “uomo qualunque”.

Dei gulag di Stalin, i famigerati campi di prigionia situati in Siberia, abbiamo più di una testimonianza letteraria, dal noto Ho scelto la libertà, di  Viktor Andrijovyč Kravčenko al più conosciuto Arcipelago Gulag, di  Aleksandr Isaevič Solženicyn. Sono opere di denuncia, di chi vi è stato rinchiuso e che ha inteso così testimoniare la brutalità di un regime totalitario che si reggeva esclusivamente sul terrore. Si tratta però di oppositori, anche se blandi, di un sistema, rinchiusi per aver espresso una semplice opinione e danno un quadro di un’epoca e di un folle dittatore quale fu Stalin che parrebbe irripetibile.
Il sole dei lupi, scritto da Pietro Zerella, è una storia vera, magari un po’ romanzata, della vita di Anatolio Molinari, italiano, nato a Odessa, certamente non un oppositore e nemmeno uno che si lasciava andare a facili commenti. In effetti bastavano semplici sospetti, anche delazioni non verificate, per segnare la sorte di un uomo e questo è il caso del protagonista, non un politico, né un rivoluzionario, nemmeno un eroe, ma un semplice uomo qualunque, uno come la maggior parte di noi.
Se la narrazione di Zerella si fermasse a questa fase dell’arresto, del processo farsa, dei lunghi anni trascorsi in un gulag fino alla liberazione, Il sole dei lupi sarebbe un libro che avrebbe il senso del déjà vue, non raccontando sostanzialmente nulla di nuovo rispetto a quanto già non sia a nostra conoscenza grazie al lavoro letterario di Solženicyn.
Invece, il romanzo assume inaspettate valenze con il ritorno in Italia del protagonista, in piena epoca fascista, con quell’inevitabile raffronto fra due regimi sostanzialmente analoghi, fatta eccezione per la più blanda repressione di quello mussoliniano. Però è la stessa aria che si respira, c’è l’identica paura di esprimere un’opinione, e nemmeno vi sono differenze sul concetto di cittadino, da considerarsi al servizio dello stato e non viceversa.
Zerella però va ancora più in là, a un dopoguerra di speranze, di libertà, di eguaglianza, in cui tuttavia ci sono i germi, sempre presenti, di un tentativo di prevaricazione, come se fosse nel codice genetico dell’umanità. L’autore campano scrive, a proposito della competizione elettorale all’epoca del Fronte popolare: “ Tutti parlavano di libertà, progresso, pane e lavoro. Tutti erano bravi ad illustrare i loro programmi. Ognuno era il migliore, il più bravo, il più capace. Gli altri erano chi servi dei russi e chi dell’America.”.
Insomma, non avversari, ma nemici, per quanto in politica si debba rimanere sorpresi di quanto i programmi siano analoghi, pur in fazioni nettamente contrapposte.
Quel definire il contendente o servo dei russi o dell’America non era una semplice risorsa elettorale, ma nascondeva la realtà e cioè che il Fronte popolare era foraggiato dai sovietici e che la Democrazia cristiana esisteva solo grazie ai fondi americani.
In pratica erano tutti servi di qualcuno e l’essere tali comportava anche la supina accettazione degli ordini o delle immagini di comodo predisposte dai padroni, il terreno ideale per coltivare nuove dittature.
Anatolio è un personaggio che desta subito simpatia, è l’umile che entra nella storia non per sua scelta e lotta strenuamente per conservare la sua silenziosa dignità. Non crede a nessuno, riflette, pensa e parla solo il necessario. Tuttavia dentro di lui c’è una fierezza che lo porta a essere il naturale oppositore di qualsiasi regime che soffochi la naturale personalità. Zerella sembra volerci dire che qualsiasi dittatura può privarci della libertà, tranne quella che conserviamo dentro di noi, a patto che lo vogliamo e che siamo disposti a non cavalcare l’onda, ma a farci portare passivamente da essa.
Il sole dei lupi, per la sua originalità e il suo messaggio, è un libro che merita sicuramente di essere letto, da tutti, ma soprattutto dai giovani, affinché sappiano che la libertà si deve conquistare e poi difendere ogni giorno.

Pietro Zerella, nato a Beltiglio di Ceppaloni (BN) il 1938, vive a San Leucio del Sannio (BN), Dott. in Scienze Politiche e Sociali. Promotore culturale.
E’ inserito in tre Edizioni (1996 – 2001 - 2006) del “Dizionario Autori Italiani Contemporanei” Ed. Guido Miani, Milano ed in altre antologie.
Ha vinto premi letterari e di poesia (Città di Telese, Apice…) Negli ultimi anni si è dedicato con particolare passione alla ricerca storica.
Ha pubblicato:
- “Frammenti di vita”, Raccolta di poesie Ed. Ibiskos. Empoli 1994;
- San Leucio del Sannio – Frammenti di Storia, Poligrafica S. Giorgio del Sannio (BN) 1994;
- San Leucio del Sannio – Viaggio nel tempo, tipografia A.G.M. Ceppaloni /BN) 1996;
- Ho conosciuto il nonno del mio bisnonno, tipografia A.G.M. Cepppaloni (BN), 1997; (Menzione speciale Comune di Montecelio Romano Ed. 1998-1999, Roma;
- Il Clero Sannita nella crisi dell’Unificazione (1860-1862) saggio pubblicato nella Rivista Storica del Sannio, 3^ Serei, Anno IV, Arte tipografica Napoli, 1997;
- San Leucio del Sannio- Ieri e Oggi in Bianco e Nero - Tipogr. A.G.M. Ceppaloni (BN) 1998;
- Preti Contadini e Briganti nell’Unità d’Italia (1860-1862) Ed. La Scarna, Benevento, 2000. ( Premio Speciale 2001 alla 7^ Edizione del Premio letterario “Giuseppe D’Alessandro”, Benevento;
- Arturo Bocchini e il mito della sicurezza (1926 – 1940) Ed. Il Chiostro, Benevento, 2002;
- Il Sole dei Lupi, Ed. Il Chiostro, Benevento , 2006; Ristampa nel 2007. A:G:M: Cdeppaloni, (BN) 2007. (Vincitore Premio di Merito al concorso letterario di Anquillara Sabazia. VI Edizione).
- Fondatore e organizzatore Premio Letterario “Città di San Leucio del S.”
- Collabora con il periodico Specchio del Sannio;
- Il quotidiano “Il Sannio Quotidiano”.
Renzo Montagnoli
 

18/02/2010

Unità senza identità
Come il Risorgimento ha schiacciato le differenze fra gli Stati italiani

di Giuseppe Brienza
Edizioni Solfanelli
www.edizionisolfanelli.it

Saggistica
Collana Saperi/Storia

Sono evidenti, sotto gli occhi tutti, i problemi che affliggono lo stato italiano, che appare non ancora maturo e consolidato dopo quasi un secolo e mezzo dalla presa di Roma. In particolare il popolo è affetto da particolarismi, da spinte eccessivamente autonomiste che finiscono con il minare la struttura, già di per sé debole in origine. Manca una forte identità nazionale, circostanza che impedisce la realizzazione di quelle riforme indispensabili per l'essere al passo dei tempi.
Unità senza identità affronta questo problema cercando di far emergere i motivi per i quali, se si è realizzata l'unità d'Italia, l'unificazione degli italiani è invece ancora ben lungi da essere concretizzata, con il fondato timore che la cosa sia ormai impossibile.
Per far questo parte necessariamente da una rigorosa analisi storica, al di là di ciò che è da sempre insegnato nelle scuole relativamente al risorgimento italiano.
Precisiamo subito che non è stato un moto di popolo quale si vuol far credere, anzi i nostri concittadini di quell'epoca furono abbastanza indifferenti.
Del resto i Savoia mai ambirono a unire l'Italia, già divisa in stati e staterelli, ma concepirono la loro azione solo come conquiste di territori da annettere allo stato piemontese, senza tener conto delle aspirazioni di chi li popolava, da secoli costituenti autonome realtà accomunate, come oggi, solo dalla lingua.
Vittorio Emanuele II, sempre descritto come un fervente patriota, in effetti considerava l'Italia solo come una mera espressione geografica, tanto che nei giorni precedenti alla proclamazione ufficiale del Regno d'Italia si oppose decisamente a questa denominazione del nuovo stato, intendendo invece mantenere quella di Regno di Piemonte. La presa di posizione del monarca fu tuttavia contrastata con successo da Cavour, timoroso che la decisione del re potesse costituire una palese smentita di ciò che era stata promesso da anni, con immaginabili conseguenze nei territori annessi e con riflessi non certo positivi nei confronti dell'alleato occulto (Inghilterra) che tanto si era prodigato per l'unità del nostro paese; e non si creda che questo aiuto fosse motivato solo da simpatia, perché da un lato la politica inglese mirava a temperare con una nuova realtà abbastanza forte le mire espansionistiche di Francia e Austria, e dall'altro intendeva indebolire lo stato pontificio, da sempre inviso alle logge massoniche di oltremanica.
Quindi già la premessa per la concretizzazione dell'unità era debole e lo fu ancor di più nella realizzazione pratica, perché non si tenne conto del fatto che i territori annessi avrebbero dovuto almeno godere di quell'autonomia a cui erano abituati, magari armonizzandola in un contesto di prudente trattativa, un po' come fece la Prussia con i non pochi staterelli che costituivano la Germania, ancora sola espressione geografica, ma che in breve divenne uno stato federale coeso e con gli abitanti dotati di una forte comune identità.
Il Regno di Sardegna, anche perché poco esteso e influenzato dal concetto di stato sorto con la rivoluzione francese, e poi indirettamente riconfermato con la restaurazione, era un forte accentratore e si oppose decisamente alla soluzione proposta da qualche parlamentare e volta a dividere amministrativamente l'Italia in comuni e regioni, più o meno corrispondenti queste ultime alla realtà antiunificazione.
In questo contesto si può quindi comprendere come i mali, forse insanabili di oggi, abbiano avuto origine da decisioni sbagliate, da un risorgimento sabaudo che in effetti risorgimento non era e da una visione proprietaria dello stato tipica proprio dei Savoia.
Il saggio storico di Giuseppe Brienza ha il pregio di ricercare le cause del malessere, con l'unico limite di non approfondire più di tanto il tema, il che avrebbe giovato non poco a fare luce completa su quanto invece fino ad ora divulgato per interessi di parte.
Resta comunque un'opera che incide su una vulgata tramandata nel tempo e che introduce a riflessioni di non poco conto sui tanti come e perché si è realizzata l'unità d'Italia, ma non l'unificazione degli italiani.

Giuseppe Brienza, giornalista pubblicista, è dottore di ricerca presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Roma "La Sapienza".Ha pubblicato una cinquantina di saggi scientifici ed i libri: Famiglia e politiche familiari in Italia (Carocci editore, Roma 2001), Famiglia, sussidiarietà e riforma dei servizi sociali (Città Nuova Editrice, Roma 2002), Libertà ed identità religiosa nell'Unione europea (Edizioni Solfanelli, Chieti 2006, vincitore Selezione saggistica edita del Premio letterario internazionale Arché "Anguillara Sabazia-Città d'Arte", Roma 2007), I Gesuiti e la Rivoluzione italiana nel 1848 (Edizioni Solfanelli, Chieti 2007) e Identità cattolica e anticomunismonell'Italia del dopoguerra. La figura e l'opera di mons. Roberto Ronca (D'Ettoris Editori, Crotone 2008).
Renzo Montagnoli
 

16/02/2010

L’ISOLA SENZA PONTE
Uomini e storie di Sicilia
Di Matteo Collura
Ed. Longanesi

In questi saggi e storie l’autore ci addentra dentro le cose della Sicilia, nel cuore dell’Isola il cui respiro soffia in chi dall’isola è andato via, ma anche solo con la mente è ritornato dopo. In paesaggio e destino, l’ambizione di essere isola è un archetipo da Omero in poi, passando per Dante, la letteratura ha attinto riccamente al concetto di isola come valore aggiunto o perlomeno pieno di insiti significati. Giuseppe Tomasi di Lampedusa diceva che bisogna partire presto dall’Isola, altrimenti la crosta è già fatta. Leonardo Sciascia evase, ma rimase attaccato come una patella allo scoglio. Gli isolani, affermava Pirandello, avvertono il contrasto tra il loro animo chiuso e la natura aperta, chiara di sole; è il mare che li isola e li fa soli, diffidano, e ognuno è e si fa isola a sé. Gesualdo Bufalino coniò il termine isolitudine, con ciò intendendo il trasporto di complice sudditanza che avvince al suo scoglio ogni naufrago. In Ombre nei luoghi dei romanzi, la citazione del bellissimo titolo di un libro dell’argentino Osvaldo Soriano: “Un’ombra ben presto sarai” per indicare l’importanza della forma che i veri artisti danno alla letteratura e usano darne la consistenza di un’ombra. L’artista è un visionario perché la visione che egli riesce a costruirsi è forma perfetta: Borges la considerava prerogativa e privilegio della letteratura. I luoghi visitati o natii, attraverso il punto di vista dei grandi scrittori, vedi Pirandello - Agrigento, si trasfigurano e si cristallizzano in visioni avvinte strettamente alla loro sensibilità e al loro attaccamento sentimentale. La poesia di Pirandello Ritorno chiude con i seguenti versi:
“…guarda la casa accanto
dall’aereo terrazzo, ove felice
visse la famigliola,
ma serra in cuore il pianto;
e sconsolata e sola
neppur tra sé con un sospiro dice:
“ Quando stavamo là…”
Sciascia, dice Collura, forse nessun scrittore italiano del ‘900, ha mostrato di essere così legato al suo paese d’origine, restringeva la Sicilia a Racalmuto” il desiderio acuto di lei”
Collura ripercorre i luoghi in cui la letteratura ha trovato casa, Santa Margherita Belice, Palma Montechiaro, … tappe dell’epopea del Gattopardo.
Una storia d’amore e di guerra racconta di due giovani siciliani che decisero di continuare la guerra secondo i loro ideali. In Luigi e Antonietta nella vampa della follia spiega quanto la drammatica vicenda umana di Pirandello è teatro allo stato puro: un teatro di natura da cui scaturisce quello artistico.. La capacità di fare teatro delle proprie angosce, dell’inferno che per lui fu il rapporto con la moglie (folle), al punto che è difficile distinguere i drammi rappresentati sui palcoscenici da quelli vissuti dal loro autore. In Enigmi analizza il dipinto L’uomo ignoto di Antonello da Messina (Museo Mandralisca, Cefalù), comunica in quel suo enigmatico ed irritante sguardo di un uomo compiaciuto di se stesso, un realismo che rende l’opera oltremodo misteriosa. Ebbene come tanti messaggi criptici inserite in opere di artisti forse il mistero sta in una virgola, una goccia, un capriccio grafico disegnato al centro di un rettangolo di colore bianco che traspare dalla giubba. Una piega? No. Le pieghe non presentano rotondità, Ecco il perché di quel sorriso beffardo. Antonello avrebbe lasciato un segno della sua virile gioia di vivere…
Disorienta e sconcerta l’epitaffio che Sciascia lascia su un biglietto alla moglie per la sua tomba perché non gli assomiglia, “Ce ne ricorderemo, di questo pianeta”. Nel libro-intervista La Sicilia come metafora aveva scritto che di lui si dicesse “Ha contraddetto e si è contraddetto”.
In Cimitero e Teatro si racconta dell’epitaffio di un monumento funebre ad Agrigento, dettato dalle sue alunne, di un professore del Piemonte, che per effetto della legge Casati aveva fatto confluire nel Mezzogiorno un cospicuo numero di insegnanti piemontesi.
Su un altro monumento funebre, un epitaffio in latino racconta la terribile fine di una famiglia nel terremoto di Messina del 27 dicembre 1908, La messa in scena della morte, spiega l’autore, come nelle rappresentazioni sacre in Sicilia, è una forma, forse, di elaborazione del dolore, del lutto. Una particolare ritualità dei siciliani nel celebrare il mistero della morte.
In Gattoparderie ricorda quando a Palermo negli anni Cinquanta Giuseppe Tomasi di Lampedusa stava lavorando al suo Gattopardo e delle lettere private dimostrano quanto fosse interessato alle vicende politiche dell’Italia e dell’Europa. In un altro saggio dedicato alle donne siciliane, Collura parla del personaggio Concetta, la seconda delle tre figlie del principe di Salina nel Gattopardo. Con lei si conclude il romanzo, un archetipo letterario magnifico, quel suo bagliore ferrigno, si coglie nelle donne siciliane più di quanto si pensi. Collura scorge delle dirette somiglianze tra le donne siciliane guardiane ferree del potere in famiglia e nella società, sottovalutandone il loro vero ruolo e il personaggio Concetta che in questo suo rimanere in secondo piano regge su di sé un intero romanzo. Il cospicuo contributo dato alla letteratura nazionale dagli scrittori siciliani dall’Unità d’Italia ai nostri giorni, s’impone con un dato costante: la delusione per la mancata rivoluzione promessa dal Risorgimento. Le tante, molte Sicilie che emergono da quanti ne hanno scritto e detto i viaggiatori che l’hanno visitata, perché ciascuno viaggiando visita ciò che si vuole visitare, e si vede ciò che si vuole vedere. Gli strani percorsi che sceglie la letteratura come nel romanzo Paolo il caldo di Vitaliano Brancati. In Uomo disperato, scrittore felice l’omaggio è rivolto ad un altro grande scrittore siciliano, Gesualdo Bufalino. Dal ricordo emerge un realistico, ma affettuoso ritratto dello scrittore che vive in Sicilia, ma non la vive. Un po’ come Borges con l’Argentina: la canta, la ricorda standone sempre fuori come un aristocratico inglese in una colonia del Regno Unito. In Due promontori Palermo e Cefalù affacciate sul mare ai piedi di un promontorio, come due sorelle che si specchiano, l’una pittorescamente simile all’altra., ma nei loro segreti recessi, uniche. Il ponte dei giganti una sorta di breve racconto fanta-realistico: da un’astronave l’io narrante avvista un’isola riportata su un libro antico, ma a distanza non era né un deserto né una terra fertile, ma qualcosa di morto. Inizia l’esplorazione di un’isola o quel che rimaneva di un’intera isola…Nella nota dell’autore, il giornalista-scrittore dice che scrivendo, molte volte, abbia cercato di evadere dalla Sicilia, ritrovandosi sempre in una posizione più interna da dove era partito. Non perché la Sicilia è una prigione, ma perché non si finisce mai di parlare della propria terra, più si cerca altrove, più si trovano nuove occasioni per meglio comprendere il luogo dove si è nati e per un certo tempo vissuti. E’ questa “la scienza certa” di cui parla Borges. E Collura la conosce perché, come diceva Sciascia, la Sicilia è metafora del mondo: un’isola che non potrà essere collegata con un ponte, perché è impossibile collegare un continente a un altro, anche servendosi delle tecniche ingegneristiche più strabilianti.
E’ un libro “forse” che può essere apprezzato da chi è siciliano e della Sicilia condivide la storia e il sentimento che suscita in chi c’è nato e da lontano volge lo sguardo. Ho scritto, forse, perché si potrebbe in modo speculare parlare di un’altra terra e viverla con i medesimi e contrastanti stati d’animo. La propria terra diventa l’ombelico del mondo, più che un raffronto con il mondo e così ogni territorio diventa metafora del mondo. Si parla di luoghi amati, di scrittori amati e di momenti di vita propria e altrui vissuti.
Interessante, ricco di annotazioni letterarie e scritto con grande garbo, questo libro offre un’occasione per conoscere aspetti e lati di una Sicilia multiforme e affascinante nella sua unicità.

L’autore: Matteo Collura è nato ad Agrigento nel 1945, ha pubblicato Il Maestro di Regalpetra, Eventi - Il racconto dell’Italia del Novecento, Alfabeto eretico, In Sicilia, Sicilia sconosciuta etc…Scrive per Il Corriere della Sera e vive a Milano.
Arcangela Cammalleri
 

15/02/2010

Giolina
di Valentino Rocchi
In copertina Maternità di Bruno Baratti
Edizioni Agemina
www.edizioniagemina.it

Narrativa romanzo

E' fuor di dubbio che l'ultimo romanzo di Valentino Rocchi, pubblicato alcuni giorni prima della sua scomparsa, segni, dopo la parentesi giallistica di Confrontarsi con Karolina, un ritorno a un mondo e a temi a lui particolarmente cari, già oggetto di precedenti narrazioni. La civiltà contadina, che fa da sfondo alla Magia del fuoco e che è invece teatro, palcoscenico di La saggezza di Toni, L'eredità di Venanzio, Gli uomini di Bluma, La Padrona di Santa Maria, sembra quasi riemergere dai ricordi per un ultimo saluto al suo autore.
Certo è che Rocchi è stato un profondo conoscitore della realtà rurale fra le due guerre e negli anni immediatamente successivi all'ultima, descrivendola in modo tale da costituire una visione storica di vita, usi, costumi e condizioni di quel periodo. Quindi, in aggiunta agli interessanti e importanti temi trattati, i suoi lavori finiscono con l'essere schemi archeologici di un'epoca e di una società che non esiste più.
Ha ragione Ferdinando Camon quando dice e scrive che la civiltà contadina è finita e perciò va dato merito all'autore padovano e a quello pesarese per averla riportata alla luce, per averla fatta conoscere a generazioni che ignoravano e che ignorano tuttora di come fosse il mondo delle campagne tanti anni fa.
Valentino Rocchi guarda a quella società, composta per lo più da miseri, con uno straordinario affetto, proprio di chi è giustamente convinto che il tempo delle stagioni, che regola la vita dei campi, sia l'unico per gli uomini, con quelle ore di lavoro che vanno dal sorgere del sole al suo tramonto, una metafora della vita che ogni giorno si rinnova.
Se ha un occhio pietoso per i casanti, cioè coloro che offrivano le loro braccia per brevi periodi o anche per alcune ore, ha un particolare riguardo per i mezzadri, illusi di avere le mani sulla terra che lavorano e sempre indebitati nei confronti dei padroni, che così li soggiogavano e li rendevano simili ai servi della gleba.
Da figlio di quella terra Rocchi non può evidentemente dimenticare l'indigenza di questi coltivatori, mai tale da farli morir di fame, ma al limite della sussistenza, con la certezza pressoché totale che nulla sarebbe potuto cambiare. Del resto i padroni erano per lo più esosi, prepotenti, alcuni pregni di stravizi, come nel caso di Pietro, giocatore incallito e galletto della zona, in cui è forte il senso della potenza al punto di violare le donne che non intendono cedere.
Quindi, anche l'aspetto femminile rientra in un quadro generale di soggezione, di cui è parte anche la padrona, Bianca, moglie di Pietro, una donna che nonostante l'epoca (siamo agli inizi del XX secolo) riuscirà a riemergere da quel fango di prepotenze, riservato al suo rango di "non maschio".
Se il titolo del libro è Giolina e non è il soprannome di una femmina come invece si potrebbe pensare, la vera protagonista, attorniata da numerosi comprimari, alcuni dei quali quasi con la sua stessa evidenza, è proprio lei, Bianca, capace di reagire alla sua condizione imposta di essere inferiore e di dimostrare, con l'intelligenza e con quell'intuito che è proprio del gentil sesso, che il mondo può cambiare, che questo non deve essere solo dei maschi, ma che su questa nostra terra siamo tutti uguali al punto che identiche devono essere le opportunità.
Ne nasce un affresco corale di grande bellezza, dove i protagonisti, il paesaggio, gli animali, le storie hanno un nesso logico; non ci sono comparse nel senso stretto del termine, perché anche i volti anonimi di coloro che ascoltano la messa sono nell'insieme l'emblema di un ceto e qui si innesta un altro discorso caro all'autore, vale a dire quel senso innato di solidarietà, di riscatto sociale senza violenza, di rivendicazione della propria dignità che pagina dopo pagina emerge dalle righe divenendo palpabile e che dona all'opera un ampio anelito di libertà e di uguaglianza.
In questo contesto non si può non evidenziare come in Valentino Rocchi non alberghi mai l'odio, anche nei confronti dei personaggi più esecrabili, bensì sia diffuso e tangibile un autentico senso di pietà. Quindi siamo ben lontani da rivendicazioni di giustizia violente e foriere di scontri insanabili, perché tutto viene stemperato in un generale quadro di misericordia che porta, a piccoli passi, a una visione di speranza di un mondo in cui tutti abbiano la consapevolezza di essere egualmente indispensabili.
In Giolina ci sono pagine che portano alla commozione, mai pretesa, mai reclamata, nel pieno rispetto della personalità del lettore e s'accompagnano spesso allo sfondo di una natura ancora in sintonia con l'uomo, una natura amica perché di essa l'uomo ha rispetto.
Mentre leggevo, scorrevano nella mia mente tutti i personaggi, immaginati a modo mio, come appunto voleva Rocchi, non imponendo, ma proponendo.
Giolina è l'ultimo canto a una civiltà scomparsa, sostituita dalla freddezza delle macchine, da un'attività divenuta quasi industriale, spersonalizzante, non più secondo gli atavici ritmi della natura.
Bianca, il burbero ma buon Simone, la sfortunata Sabina vi resteranno nella memoria, perché vi accorgerete di averli accanto a voi.
Quanto a Giolina, questo personaggio è quasi una metafora, il passaggio da un mondo all'altro, senza che sia cosciente di quel che è, da dove viene e dove va.
Nei primi rilievi dietro a Pesaro, alla Badia, ove è ambientato il romanzo, voglio sperare che fra quei personaggi inventati, magari su delle piccole basi concrete, ombre ideate dalla fantasia, aleggi lo spirito di Valentino, riunito per sempre alle sue creature.
La lettura è senz'altro più che raccomandata.

VALENTINO ROCCHI (Savignano sul Rubicone, 1929 - Pesaro, 2010)
Ha pubblicato: "Una Storia a Castelvecchio" (Società editrice Il Ponte Vecchio - Cesena); "L'Eredità di Venanzio" (Guaraldi - Rimini) Vincitore del Premio letterario "Il Pungitopo" 2001."Notte all'Hotel La Guercia" (Argalìa Editore);"Gli uomini di Bluma" (Giraldi Editore) II Classificato al Premio "Palazzo al Bosco", 2002;"La saggezza di Toni" (Giraldi Editore);Esce nell'anno del V centenario della morte di Pandolfo Collenuccio, uomo di corte e di legge, dalla vita straordinariamente avventurosa: "Notte all'Hostaria La Guercia", Pandolfo Collenuccio, uomo di corte del XV secolo, (Giraldi Editore) ambientato nel XV secolo, di cui è l'autore è profondo studioso e conoscitore; nel 2008 "La Magia del fuoco" (Agemina) e "1504 - Notte all'Hostaria La Guercia" (Agemina); nel 2009 "Il pianoforte a coda" (Giraldi Editore), "La padrona di Santa Maria" (Giraldi Editore), "Confrontarsi con Karolina" (Agemina), nel 2010 "Giolina" (Agemina)
Renzo Montagnoli

10/02/2010

TESORETTO SICILIANO
Compendio storico-culturale regionale
di Ezio Biuso-Rizzo

Presentazione di Marco Solfanelli
Edizioni Solfanelli
www.edizionisolfanelli.it

Saggistica storica
Collana Faretra

Non è infrequente che si viva di impressioni, o che comunque non si possa prescindere dalle stesse. A volte ci si azzecca, altre no, ed è quest'ultimo il caso di Tesoretto Siciliano che, prima di accingermi a leggerlo, immaginavo come un volumetto a uso del turista che intenda visitare la Sicilia e prima desideri avere un'infarinatura della sua storia. E invece non è così, ma è molto di più e penso che possano trarre giovamento dalla sua lettura gli stessi siciliani per sapere da dove sono venuti, come si è evoluta la struttura sociale nel corso dei secoli e il perché di una certa arretratezza economica che, dopo decenni di Cassa del Mezzogiorno, non è ancora stata sanata. Quest'isola è sempre stata una terra di frontiera, preda di diversi contendenti che ambivano a impossessarsene per la sua indubbia posizione strategica. Biuso-Rizzo, l'autore, senza approfondire troppo, riesce a condensarne la storia in modo tale che chi legge può comprendere facilmente e senza la necessità di ricorrere a fonti alternative, perché in quelle pagine c'è tutto quello che serve per farsi un'idea, abbastanza completa, dell'isola.
Dalla colonizzazione greca a quella romana, e poi a quella araba, soppiantata da quella normanna, per approdare a quella spagnola, matura chiaramente l'opinione della trascuratezza dei vari "padroni" per questa terra, mai considerata parte integrante e indispensabile del loro dominio, fatta eccezione per i Normanni, che lì posero le fondamenta di uno stato in una identità geografica che dagli altri era considerata invece una lontana periferia. La dominazione ispanica fece poi regredire la Sicilia a semplice territorio coloniale e proseguì questo atteggiamento anche con i Borboni, l'ultima dinastia prima dell'avvento dei Savoia e quindi dell'unità d'Italia. Resta il fatto che l'averla sempre considerata solo come una terra oggetto di scambio fra regnanti finì con il determinare non solo la mancanza di una forte identità regionale, ma anche una struttura statale debole e spesso vacante. Dal punto di vista economico è sempre stata vista come una zona agricola, ma il fenomeno dei latifondi portò sempre a produzioni modeste, quasi di sussistenza, di cui fece le spese un numeroso proletariato agricolo che, oppresso dalla miseria, nutrì sempre sfiducia nei confronti dei padroni, visti come rappresentanti di un potere feudale. Di conseguenza, l'assenza di un vero e proprio concetto di stato, fenomeno che è presente tuttora, è stato ed è il terreno fertile per lo sviluppo dell'attività mafiosa. A questa organizzazione criminale l'autore dedica un intero capitolo con osservazioni e conclusioni che mi trovano per lo più d'accordo e esprimono bene le difficoltà per debellare definitivamente un fenomeno ormai ben radicato.
La storia, però, non è fatta solo di dinastie e di eventi, ma anche di cultura ed ecco che allora ci son ben tre capitoli dedicati all'arte, alla musica e alla letteratura. Se, come mi sembra di aver compreso, le prime due non sono state produttive di nomi prestigiosi - per quanto tuttavia non sia possibile dimenticare il barocco siciliano e le opere di Vincenzo Bellini - , la terza è invece di notevole rilievo, visto che vi sono autori che esulano ampiamente il ristretto spazio regionale e che ormai sono considerati dei classici, conosciuti in tutto il mondo. Capuana, Verga, Pirandello, Rapisardi, Martoglio, Tomasi di Lampedusa, Quasimodo, Sciascia, Bonaviri, Camilleri - per brevità ne ometto molti altri di rilievo - hanno donato a quest'isola, ma soprattutto alla cultura opere che lasciano il segno, romanzi e poesie indimenticabili. Questa terra, arretrata, emarginata, quasi soffocata dalla mafia, ha nella letteratura degli autentici tesori e non sembra stanca di produrne di nuovi, quasi si trattasse, e forse lo è, di una scuola, in cui il rapporto fra uomo e natura, fra materia e spirito, nell'impossibilità di una verità assoluta, segue una ferrea logica narrativa, secondo un processo di elaborazione filosofica di altissimo livello.
Concludono l'opera delle utili tavole sinottiche, a carattere informativo, affinché il turista sappia cos'altro visitare.
Tesoretto siciliano è un autentico scrigno di conoscenza e quindi la lettura è senz'altro raccomandabile.

Ezio Biuso-Rizzo è nato a Adrano nel 1960 e ivi risiede. Dopo la Laurea in storia e filosofia (1985) ha partecipato ai concorsi a cattedra, ottenendo quattro abilitazioni all'insegnamento. Al lavoro scolastico accompagna una intensa attività di ricerca nel campo delle scienze sociali, della filosofia della scienza e delle attività cinematografiche.
Questi interessi sono confluiti nella pubblicazione di numerosi articoli su riviste specializzate e in alcune pubblicazioni tra le quali: "Dalla fine dell'urbanistica alla civiltà della crisi" (Aesse Edizioni, Santa Maria di Licodia 1997), "Cultura e società" (Aesse Edizioni, Santa Maria di Licodia 1999), "Manuale ragionato del Mondialismo" (Aesse Edizioni, Santa Maria di Licodia 2006).
Renzo Montagnoli
 

09/02/2010

LA MORTE
(di Vladimir Jankélévitch - Ed. Einaudi)
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Recensione a cura di Carmen Lama


La morte, di V. Jankélévitch, è stato definito un libro "sconvolgente".
Si può fare Filosofia della morte e scriverne per 474 pagine dopo aver affermato fin dall'incipit della Premessa che sia "dubbio che la morte sia un problema specificamente filosofico" e che sulla morte "Non c'è proprio nulla da dire"?
È quanto ha fatto in modo veramente sconvolgente questo filosofo ebreo di origine russa e naturalizzato francese, vissuto dal 1903 al 1985, la cui opera filosofica è un vero e proprio compendio di idee originali e di cultura raffinata ed amplissima.
Il libro si suddivide in tre parti, i cui titoli già orientano il lettore riguardo ai contenuti specifici su cui sarà portato a riflettere.
Nella prima parte, che occupa quasi la prima metà del libro, l'autore disserta su "La morte al di qua della morte", portandoci effettivamente ad una lunga riflessione su quanto della morte è possibile confusamente intuire stando all'erta mentre siamo vivi. La sua non è una vera e propria indagine sulla morte, poiché di ciò che è assolutamente impossibile conoscere non si saprebbe neppure come e su cosa indagare. Vi è, invece, un esame approfondito delle varie teorie della morte, dell'anima, dell'essere, del non-essere, del divenire, del nulla, su cui la filosofia classica ha lungamente dibattuto, ed anche un esame delle teosofie, delle visioni filosofico-religiose sugli stessi temi.
Lo scopo principale di quest'analisi è, ovviamente, quello di poter poi confutare le precedenti teorie, dimostrando, per quanto sia possibile su temi così sfuggenti all'ambito razionale, la fallacia di tali visioni o, nel migliore dei casi, come esse siano semplici tentativi di portare una sorta di consolazione e di speranza di fronte all'angoscia del nulla che attende al varco ciascun essere umano, senza peraltro che ci sia alcuna possibilità di sfuggire alla tragedia estrema, al punto ultimo di ogni esistenza, e senza alcuna eccezione per alcuno. Consolazione e speranza che, di fronte alla realtà empirica, ineludibile quanto assurda e tuttavia necessaria, sono forse motivo di maggior disperazione e non offrono comunque alcun appiglio per poter cambiare le carte del destino. Jankelevitch tiene a sottolineare l'impossibilità di rendere "univoco", certo, definitivo, il concetto di morte che è invece un concetto "equivoco", in quanto tiene insieme dei contraddittori, la vita e la morte, e su cui non ci potranno mai essere delle verità definitive.
La dimostrazione di Jankelevitch, pur ammesso che nulla si possa dimostrare con metodi empirici quando l'oggetto su cui si discute è di ordine metaempirico, procede con uno specifico ordine, molto convincente in effetti, poiché il processo filosofico di avvicinamento all'evento straordinario (ma del tutto ordinario), che egli ci propone, risulta a dir poco lampante come una verità di La Palisse. Ci guida, infatti, a distinguere la morte in terza persona, dove ciascuno di noi è semplice spettatore della morte di altri, cosa del tutto naturale, ordinaria, e persino scontata da che esiste il mondo, dalla morte in seconda persona, dove si è spettatori della morte di un congiunto o di una persona cara, la cui scomparsa già appare più ingiusta della precedente, meno naturale ed ordinaria, dalla morte in prima persona, la morte-propria, che contrariamente al buon senso e all'evidenza, appare a ciascuno di noi come altamente improbabile, comunque lontana nel tempo e come un evento del tutto straordinario.
Ponendoci nelle diverse prospettive, potremmo insieme a Jankelevitch seguire il processo di conoscenza di questo istante tragico che è la morte, senza tuttavia poterne avere effettiva conoscenza; al più potremmo giungere ad una "scienza nesciente", che nulla ci dice del nucleo profondo di quell'istante, se mai quell'istante abbia un nucleo essenziale che possa essere oggetto di conoscenza. Jankelevitch porta avanti il suo discorso servendosi di moltissimi esempi, tratti tutti, com'è ovvio, dal mondo di quaggiù, dall'empiria, da ciò che solo può essere oggetto di discorso e di comprensione per un essere razionale, utilizzando anche un'efficace ed originale terminologia, come quando definisce la "semelfattività" della morte, indicando con ciò l'accadere di un evento di tale portata come quello che avviene una e una sola volta e in modo necessario.
La realtà tragica dell'istante mortale è ciò che tutti sanno in quanto si tratta di una "quoddità", ma nessuno conosce la "quiddità" di tale istante: in altri termini, tutti conoscono "il fatto che" ma non conoscono il "che", cioè nessuno conosce le modalità effettive del quod, le sue coordinate spazio-temporali e il modo in cui accadrà. In questa prospettiva, e solo per questa ambiguità della morte che è certa nel suo quod, ma incerta nel suo quid, la vita assume il grande ed inestimabile valore che ha. Valore che si esprime in tutte le azioni che siamo continuamente spinti a compiere, quasi con il sottinteso ed implicito intento di allontanare quanto più sia possibile l'istante supremo ed ultimo.
La morte, inoltre, svolge un compito essenziale quando accade, perché è solo e soltanto da quell'ultimo istante in poi che si ha il quadro completo di un'esistenza. Salvo che per il diretto interessato, per il quale questa nozione specifica non può essere mai posseduta, poiché prima è troppo presto (il quadro non è completo) e dopo è troppo tardi (non c'è più nessuno che possa sapere).
Viene analizzato il va-da-sé del divenire, nel quale consiste la continuazione dell'intervallo che costituisce la vita vera e propria, e che si situa tra il precedente non-essere, da cui ogni esistenza è tratta nel momento della nascita, e il nulla che mette fine a questo intervallo, senza che ci sia null'altro dopo, perché il nulla della fine è un nulla-più, un mai-più-nulla, un nulla definitivo ed una volta per tutte, un nulla eterno. E non ci sono misure comuni per comparare il non-essere precedente all'esistenza con il nulla che segue all'ultimo istante, il quale è un nulla del tutto, nulla di tutto l'essere, in quanto non c'è alcunché a seguire.
Nella sua lunga dissertazione Jankelevitch ci spiazza, anche perché mentre si aggira nei dintorni della morte, afferma categoricamente che mentre siamo in vita la morte non esiste affatto, ogni momento della nostra esistenza è vissuto in tutta la sua pienezza di vita, anche quando incalza l'invecchiamento, tanto è vero che la morte arriva sempre "all'improvviso" anche se sorprende una persona più che novantenne. In questo caso, si è solo percepita una maggiore probabilità, ma mai la sua approssimazione. La morte, vicinissima alla vita in quanto può arrivare in qualsiasi momento senza chiedere affatto il parere, è sempre lontanissima dalla vita. Ed è questa una fra le tante difficoltà di saperne alcunché. Non ci può essere neppure un apprendimento della morte, come certe religioni pretendono quando stimolano i credenti a "prepararsi alla morte". Risulta del tutto inutile prepararsi, vivere continuamente mortificandosi, vivere le piccole morti quotidiane e le rinunce in vista di un bene postumo, poiché non si può apprendere ciò che nessuno ci può insegnare perché nessuno ha mai vissuto l'esperienza, unica - singolare - estrema, della morte-propria, per potercene poi dare neppure la più pallida idea, e perché nulla si sa di questo incerto bene postumo.
In questa prima parte del libro, sono moltissimi i concetti di volta in volta messi in luce, senza tuttavia raggiungere una certezza sull'essenziale: è come fare una sorta di giro panoramico intorno ad una località sconosciuta, ma restando sempre alla periferia, poiché non ci sono mezzi che arrivino al centro.
Nella seconda parte, dal titolo che appare quasi come una sfida per quanto appena detto, Jankelevitch affronta "La morte nell'istante mortale". Qui la dissertazione si fa più insistente, più pericolosa, più dettagliata e sempre più tragica, mano a mano che cerca di avvicinarsi a quel centro inesplorabile che continuamente sfugge e si allontana quanto più sembra stia per essere raggiunto.
È come se il centro fosse dappertutto e per ciò stesso da nessuna parte. Come si può fare per individuarlo in modo esatto per poterlo poi ben esaminare? Ancora una volta si frappongono questioni puramente filosofiche che sono assolutamente ineludibili: la morte è un evento soltanto fisico, biologico, non può essere indagato con strumenti metafisici. Si può tentare di entrare nel dettaglio di cosa rappresenti l'ultimo istante rispetto a tutti gli istanti che l'hanno preceduto, ed affermare la sua assoluta particolarità, senza tuttavia poterlo mai cogliere "sul fatto", neppure quando si tratti dell'ultimo istante di una seconda o terza persona.
In questa seconda parte del libro, sono anche molto interessanti i raffronti che Jankelevitch ci presenta tra i modi in cui in letteratura sono state affrontate le situazioni di morte da parte di alcuni protagonisti di romanzi, di drammi, di opere musicali. Ed è pertanto molto ampia anche la mole di testi indicati nelle note, a cui il filosofo ha fatto riferimento nel suo lungo e complesso discorso filosofico sulla morte.
I quattro capitoli che si susseguono in questa seconda parte analizzano nel dettaglio quell'ultimo istante mortale fuori-categoria, di tutt'altro ordine rispetto a tutti gli altri istanti che compongono il nostro intervallo, cioè il divenire e la continuazione della vita, arrivando fino al quasi-niente dell'articolo di morte, ma eludendo la vera e propria soglia della morte.
Inoltre, viene mostrato come nel tempo dell'intervallo di vita sia l'irreversibilità temporale ad avere la meglio, in quanto, mentre ci permette un'andata e ritorno nello spazio, ci impedisce di fatto un ritorno indietro nel tempo.
Ed infine, una sola nota di vera consolazione (ma di consolazione si tratta?) ci viene offerta da Jankelevitch nel capitolo in cui, pur affermando l'irrevocabilità sia dell'istante mortale sia dell'irreversibile temporalità vissuta, ci mette davanti all'impossibilità di cancellare e nichilizzare, insieme a tutto l'essere, anche il fatto di esser-stato. Una volta che un'esistenza, che poteva anche non-essere, sia venuta alla luce con la nascita, diventando un essere, nessuna morte potrà mai cancellare il fatto che questo essere sia vissuto.
Nessun olocausto con l'annichilimento di milioni di esseri potrà mai cancellare il fatto che questi esseri siano stati.
A questo proposito, vorrei sottolineare come Jankelevitch, filosofo ebreo, la cui esperienza è stata fortemente segnata dall'innominabile tragedia della "morte di massa" di milioni di ebrei, non faccia mai esplicito riferimento a quella mostruosa e immane e gratuita carneficina dettata solo da menti demoniache e folli, tranne in un punto, ma quasi di sfuggita, come uno fra i tanti esempi che adduce per spiegare meglio i concetti che esprime. Ma molto probabilmente, come ci dice nell'Introduzione Enrica Lisciani Petrini che ha curato l'edizione italiana del libro, quell'esperienza è lo sfondo costante e ineludibile di tutta la sua riflessione filosofica sulla morte.
Nella terza ed ultima parte del libro, Jankelevitch torna su alcuni concetti già affrontati, approfondendoli ancora, pur senza darci una virgola in più di conoscenza sul concetto di morte vero e proprio. Se l'indagine riguarda "La morte al di là della morte", e se Jankelevitch ha avuto sin dall'inizio del libro l'intento dichiarato di mostrare l'inutilità delle teorie profetiche o consolatorie circa l'al di là, è del tutto evidente che nulla avrebbe da dire su qualcosa che ritiene assolutamente inesistente. E tuttavia, nei quattro capitoli che compongono quest'ultima parte, prova a chiedersi se l'al di là è un avvenire, che senso ha la paura dell'istante estremo, quali speranze sostengono la capacità di affrontare questo istante tragico in vista di qualcosa di completamente incerto che ci attenderebbe dall'altra parte della soglia. E si sofferma, in particolare, nel dimostrare l'assurdità della sopravvivenza, i concetti di immortalità, di resurrezione e di vita perpetua, distinguendo l'anima dal corpo, ma non nel senso consueto delle filosofie tradizionali. L'anima, per il nostro autore, non è altro che l'essere pensante, l'anima può esser tale solo se esiste un essere pensante, essa non ha un luogo determinato nel corpo, così come i pensieri non risiedono nel cervello ma sono impossibili senza di esso. Dimostrando infine l'assurdità della nichilizzazione dell'individuo, cioè di tutto l'essere pensante, prodotta dalla morte, indugia sulla continuazione della specie che può aver luogo solo a partire dalle singole morti individuali. Sono queste ad innescare quel processo generativo per il quale le nascite sembrano in qualche modo compensare le morti, ma, - ahimé! - c'è di mezzo quell'insostituibilità di ogni singola esistenza che alla fine non rende giustizia, in nessun modo, al singolo individuo. Perché la compensazione quantitativa non ha nulla a che vedere con la sostituzione qualitativa. E questo anche a prescindere che si tratti di un nuovo individuo o che si tratti di una "rinascita" nell'al di là. Non fosse altro perché una rinascita si compie in un diverso momento temporale, e dunque non può che trattarsi di individui diversi.
Mai due volte una cosa, mai due volte un evento! Figuriamoci una persona!
La riflessione conclusiva porta Jankelevitch sul terreno della surcoscienza e poi sui concetti di Amore, Libertà, Dio, nei confronti dei quali afferma la superiorità della morte, ma reciprocamente la loro superiorità sulla morte dal punto di vista generale, in quanto l'eternità della Vita è la stessa eternità della Verità, che nessuna morte individuale potrà mai scalfire.
E dunque, non ci resta che prendere atto che tutto ciò che di noi resterà saranno le azioni giuste che avremo compiuto in quest'unica vita che abbiamo avuto in sorte e, insieme a ciò, il nostro esser-stati, sì minima parte, ma non insignificante, anzi unica, irripetibile e di inestimabile valore, della totalità di un universo. Il fatto d'esser-stati, il fatto d'aver-fatto le cose che abbiamo fatto, il fatto d'aver-amato, nessuna morte potrà mai cancellarlo.
E grazie alla nostra esistenza, la Vita continuerà a dispetto della Morte.
La lettura di questo libro è senz'altro molto impegnativa, ma per chi volesse cimentarsi con un modo nuovo di filosofare intorno a Quella-Cosa che mentre ci appartiene singolarmente non ci appartiene affatto finché viviamo, potrà essere un ottimo esercizio per tenerla lontana, abbordandola con l'appellativo "la morte, questa sconosciuta!", stigmatizzandola e rimandandola alle calende greche. Un ottimo antidoto, insomma. Una sorta di vaccino, per cercare di curare la malattia delle malattie, l'unica davvero incurabile, se non guardandola dall'alto della surcoscienza universale.

P.S.: Ne ho ricavato una semplice "Equazione" che si conclude con un augurio:

La vita sta alla morte
come il sole a una notte
senza luna né stelle,
a cui non seguirà
alcuna nuova alba.

Su questo fondo buio
cupo nero profondo
tanto più sfolgorante
appare a noi la vita.

Che sia un felice intervallo
tra il non-essere e il nulla!

Carmen Lama, 3/2/2010
 

08/02/2010

Mali di famiglia. Maltrattamenti, stalking, mobbing, gambling, dai racconti dei protagonisti agli aspetti psicologici e giuridici.
Gina Lupo e Vittorio Ricapito
Casa editrice Edit@ 
Copertina di Pillinini

Mali di famiglia.
Nuove difficoltà dai risvolti giuridici e psicologici esaminate da chi le affronta quotidianamente.

Si raccontava di famiglie intorno al fuoco, ove il fuoco era al centro di tutto. Scoppiettava nel camino e la sua era la voce più importante. La famiglia in cerchio si uniformava a lui arrossando le guance. Aveva la spalla gelida, oltre la quale regnava il buio e il freddo. La schiena serviva da baluardo e in schiera quadrava il nucleo. Ciascuno schermava la famiglia come avrebbero difeso se stesso. Era, ed è questa la verità inconfutabile: solo difendendo la famiglia si provvede a se stessi. Ce lo insegnano i padri. Volendo riportare la definizione aristotelica di sapore giuridico "La famiglia è l'associazione istituita dalla natura per provvedere alle quotidiane necessità dell'uomo". L'uomo non è nato per vivere solo. Non è neanche nato per vivere in un mondo virtuale, come inizia ad accadere. La famiglia, ancora adesso, è un bene insostituibile.
"A parte i beni materiali, l'unica vera eredità che possiamo lasciare ai nostri figli è l'amore. Amore per il prossimo, per la vita. L'unica nostra chance di immortalità, di sopravvivenza alla nostra vita terrena, sta nel trasmettere quel riconoscimento simbolico, attraverso il nostro esempio alle future generazioni. Pensare di fermare il tempo e il mondo che si modifica intorno a noi, è utopia pura. Chi cerca di propagandare sotto forma di valori tradizionali una bieca restaurazione, è destinato ad essere condannato dalla storia. Dobbiamo imparare a governare gli eventi, impedire al "vento di cambiamento" di spazzare via quei valori che sono state le fondamenta del nostro sviluppo e che sono e saranno indispensabili alla buona riuscita del naturale progetto di organizzazione della famiglia che ha reso possibile la nostra evoluzione filtrandoli però ed eliminando elementi storici anacronistici. La parola d'ordine è compromesso: trovare l'equilibrio tra gli antichi valori di unione della famiglia e il moderno stile di vita imposto dall'attuale contesto. Sarà questa la nuova sfida che attende il nostro futuro. L'ingrediente essenziale è l'amore."
Nel prologo, di cui ho riportato solo una parte, si parla di vento di cambiamento. In effetti, la famiglia sta evolvendosi forse in più di una direzione. Si parla di famiglia malata non ancora di famiglia moribonda. Al termine "famiglia" si aggiunge "a tempo" per la facilità della sua disgregazione. Causa la vita frenetica, l'intensità dei ritmi, la coppia ha ridotto il tempo del colloquio e dell'ascolto. Ci si sposa, comunque, con poco interesse per l'altro, ma pronti a soddisfare nel matrimonio, come nel resto della vita, unicamente il proprio egoismo, come stabilisce questa società che premia solo lo sfrenato carrierismo. L'affettività, una futilità da non perderci la testa, è ritenuta null'altro tenerezza. Purtroppo, senza, non si conosce né ci si fida di nessuno.
Uomo e donna, marito e moglie, secondo la formula religiosa un solo corpo e una sola anima. Ne servono due di forze e due di attenzioni per reggere le insidie quotidiane. E quelle esterne hanno potenza distruttiva sempre più accesa, nel loro numero centuplicato.
Ma rientriamo tra le mura domestiche. Appena in casa ci si libera di scarpe, vestiti e maschera di compiacenza. Che si viva soli o in famiglia si è se stessi. La famiglia però pretende il rispetto delle regole che si è creata. Sono sane quelle in cui la violenza non è eccezione né regola. Quelle che fanno sì che il proprio nido non sia peggiore dell'inferno.
I guai di famiglia nascono dalla e nella famiglia stessa. I maltrattamenti hanno una connotazione comune: il dover mantenere il segreto. Secondo un proverbio ancora recitato e applicato "i panni sporchi si lavano in famiglia". Tempo non troppo addietro, questi era lecito lavarli anche col sangue in virtù del diritto d'onore. La concezione della famiglia patriarcale includeva il dominio totale del pater familias su tutti i componenti, i quali, non avevano alcun diritto di replica. C'era un vertice che era anche un collante, ed un'unica direzione. La mentalità del capofamiglia sceglieva quali comportamenti si potessero assumere all'interno e all'esterno di essa. Erano leciti atteggiamenti violenti, senza che se ne prevedesse alcuna giustificazione. Spesso vigono tuttora le stesse regole: violenza e segreto. Infrangere questi precetti, con i quali si è nati e cresciuti, è più doloroso del sopportare la violenza stessa. Vergogna e pudore sembrano sentimenti in disuso, invece esistono. Tagliano l'anima. E la forza non sembra sufficiente per superarli. Eppure è indispensabile farlo. Il non reagire in tempo conduce a situazioni irreversibili. In Italia c'è un omicidio in famiglia ogni 2 giorni: in 7 casi su 10 la vittima è una donna. A Fabio, chiamiamo così un bambino di tre anni il protagonista di una vicenda giudiziaria di pedofilia, era stato chiesto dalla maestra di mantenere il segreto. Le parole non dette impediscono di dare un senso a ciò che è successo e autorizzano implicitamente la ripetizione dell'abuso. Ancor più nei bambini per i quali il segreto rientra nella sfera del magico e del fantastico, e quindi assume un fascino difficilmente scalfibile. Bisogna imparare a parlare perché esistono leggi e strutture che possono prestare soccorso, e bisogna imparare a dire no.
La violenza assume forme svariatissime che solo da poco tempo hanno un nome come, ad esempio, stalking, mobbing familiare, gaslighting. Personalità psicologicamente deformate producono comportamenti inammissibili ormai sanzionati affinché le vittime ritrovino la serenità. Persecutori e vittime, per uscire dalla situazione creatasi, hanno bisogno di aiuto. La relazione distorta sconvolge nell'intimo facendo perdere la psiche in labirinti sconfinati. Non si torna indietro da soli. Per questo, vecchie e nuove figure professionali approfondiscono la loro preparazione su questi comportamenti emergenti.
Si da la colpa alla solitudine. Un dramma che non si accetta, perché contrario alla natura umana. Si racconta che lo stesso Creatore si sia immediatamente reso conto del bisogno di Adamo e gli abbia creato la compagna Eva. E il primo appellativo di Eva è proprio "compagna". Sarebbe stata la complice in tutte le vicende della vita, buone o brutte. E Adamo ed Eva, insieme, sono usciti dal Paradiso terrestre, ed, insieme, hanno creato l'intera umanità.
Adesso si è soli, senza sentirsi in simbiosi col compagno, e sempre fuori dal paradiso.
Per solitudine si diventa stalker. Nel 1987 ha enorme successo un thriller erotico sentimentale dal titolo "Attrazione fatale". La trama è un'escalation di ferocia di una donna, respinta dopo un'intesa notte d'amore, ai danni della famiglia dell'amato. Quella che avrebbe dovuto essere solo l'avventura di una notte culmina in un finale alla Psyco. Il film scolpisce irreversibilmente lo stalker, l'affetto dalla sindrome di Clèrambault, tanto che difficilmente un'altra produzione artistica potrebbe apportarvi aggiunte o modifiche significative. Glenn Close, Alex nel film, interpreta magistralmente la pazzia di una donna che ritiene di aver incontrato l'amore ma è, forse per l'ennesima volta, abbandonata. Lo stalker è appunto questo, una persona che vive in una profonda condizione di solitudine e idealizza un partner, non sopportando l'abbandono diventa persecutore. Traduce il suo fallimento in ripicca. Non è legalmente necessario che la vendetta diventi sanguinaria, bastano minacce o insistenze, pedinamenti, aggressioni e comportamenti simili. Angelo lascia Mariapia dopo due anni di fidanzamento e riceve sms con "Non ti libererai mai di me. Ovunque vai, guardati intorno, io ci sarò. Sarò tua e tu sei mio. Per sempre. A qualsiasi costo". Ma questo è solo il primo passo. Angelo permetterà alla sua stalker di braccarlo ancora a lungo prima di rivolgersi alle forze dell'ordine. Le vittime maschili hanno molta più difficoltà a chiedere aiuto, in più, Angelo ha un carattere mite e introverso.
La solitudine è anche la caratteristica dominante della vittima di mobbing e di mobbing familiare. È sempre una persona con difficoltà di contatti, introversa, sensibile e debole. La violenza psicologica porta il mobbizzato a chiudersi ulteriormente verso l'esterno, motivata dall'impossibilità di esprimere il disagio, poiché si è sottoposti ad una terribile limitazione della libertà. Il suo carattere diventa sempre più cupo e depresso, a volte sino a conseguenze estreme. Il mobbizzato perde del tutto la capacità comunicativa. Mobbing, letteralmente significa "assalto di un gruppo all'individuo". Uno contro tanti, forse proprio contro tutti. Il mobber è di diversi tipi. C'è il frustrato, il sadico, il criticone, il leccapiedi, il tiranno, il carrierista, etc., ma è sempre uno che esegue una linea d'azione ben precisa in quanto utilizza l'intelligenza cognitiva e strategica. Al contrario, il mobbizzato si relaziona in modo intuitivo ed emotivo, risultando sempre il perdente. Una generalizzazione vorrebbe lo stalker sempre donna e il mobber uomo. Al contrario, l'emancipazione porta la donna ad assumere atteggiamenti sempre più prevaricatori tipici maschili ma con l'aggiunta di sottigliezze indiscutibilmente femminili. Anche la donna può essere una formidabile mobber, acutamente sadica, e l'uomo uno stalker.
Vivere in famiglia non è mai stato facile. Anche in essa si misurano le forze, le astuzie, i rancori. Alle grane ataviche, la famiglia ne sta aggiungendo di nuove. Ho accennato solo di alcune, poche rispetto a quelle presenti nella realtà societaria. In modo molto professionale se ne sono occupati Lupo e Ricapito nel libro "Mali di famiglia". Un avvocato e un giornalista, coadiuvati da un validissimo team di esperti, hanno pubblicato, con la casa editrice Edit@, un testo che prende in considerazione avvenute cause processuali per analizzare psicologicamente e giuridicamente situazioni diventate comuni. Sarebbe presuntuoso dare formule per un matrimonio riuscito. Lupo e Ricapito, infatti, evitano accuratamente di elargire facili consigli, ma mettono soltanto in guardia contro possibili disavventure.
L'epilogo di Ruggero Ruggeri, docente di psicologia dinamica presso l'università di Salerno, si presenta con questo titolo: "Famiglia Mulino Bianco o Famiglia Addams?". Il professore attribuisce validità ad entrambe. Ambedue basate sul rispetto, accoglienza e fiducia reciproca. Riconosce soprattutto il legame saldo e inscindibile tra i componenti. Talmente tenace da far passare in secondo piano le personali esigenze. Identifica il mito che queste due famiglie rappresentano. La trasposizione del mito nella realtà non sembra possibile, a giudicare dai fatti di cronaca nera e dagli atti giudiziari. Sarebbe, come sempre, giusta soluzione la via di mezzo: la famiglia con saldi legami e opportuni conflitti da smussare giornalmente. Il benessere non è determinato dalla mancanza di divergenza, ma dalla continua ricerca di'equilibrio.
Quando le difficoltà sovrastano non è matematico vincerle. Incidono, che siano interne o esterne alla famiglia stessa. L'ago della bilancia, della risoluzione, lo muove solo la fiducia. È lei che stabilisce se il legame è la catena di un carcerato o la risorsa per superare qualsiasi avversità. È il laccio che, una volta sfilacciato, non c'è niente che possa ricucirlo. Ruggero Ruggieri suggerisce caldamente di ricorrere alla mediazione familiare prima del passo irreparabile. Se le proprie forze non bastano, non è ancora il caso di arrendersi. Si può ricorrere ad un nuovo anello che ricongiunga la catena, cioè che ristabilisca una relazione. Capirsi non è mai facilissimo, nei momenti di crisi molto meno. A volte, queste aiutano ad accrescere il rapporto, non consideriamole solo come negative. Buttare via tutto, senza manco un piccolo tentativo di riconciliazione, come se non si fosse vissuto insieme niente, né costruito, né progettato, né superato mai alcun ostacolo, non è la decisione giusta. La relazione spesso si guasta perchè si danno per scontate cose che non lo sono affatto, sono presunte e mai verificate. Altre perchè non si ha una giusta modalità per rapportarsi al coniuge, ma questa la si può imparare. E così tanti altri scogli. Ogni coppia ha il suo personalissimo problema e l'unicità di risolverlo.

Si raccontava di famiglie intorno al fuoco, ove il fuoco era il centro di tutto. La pioggia scrosciava a raffiche senza penetrare le mura. Diluviava. Forte, sempre più forte.
Il fuoco scaldava e illuminava. A volte le lingue erano molto alte, a volte bisognava scuotere le ceneri, altre gettarvi dentro un ceppo. Sul fuoco un pentolone colmo di minestra. Il suo profumo diventava quello della casa. Una donna rimescolava ripetutamente. Un uomo a capotavola tagliava il pane, mentre bambini e adulti suonavano piatti e bicchieri battendo le mani sul tavolo. Un anziano sdraiato sulla poltrona poggiava le mani scheletriche su un gatto ugualmente spelacchiato. E l'allegria risuonava forte. Sempre più forte.
Il televisore acceso richiamava l'attenzione. I bimbi corsero a tuffarsi sul divano, dove li accolse un bacio della mamma. Il padre infilò un DVD e premette il comando play, poi si rannicchiò contro la moglie. La strinse forte, sempre più forte. Come si stringe il più agognato trofeo di gara. Aveva vinto la sfida della vita.
Angela Plati
 

06/02/2010

La principessa di ghiaccio
di Camilla Läckberg
Traduzione di Laura Cangemi
Marsilio Editori
www.marsilioeditori.it

Collana Farfalle / I GIALLI
Narrativa romanzo

Occorre premettere che ho sempre diffidato dei best sellers, libri in genere di piacevole svago, ma di modeste qualità letterarie, tranne rari casi. Così, quando ho preso in mano La principessa di ghiaccio, oggetto di una notevole campagna pubblicitaria, ero un po' scettico, immaginando il solito romanzo giallo, dal meccanismo ben oliato, magari di gradevole lettura, ma privo di spunti che potessero andare oltre il genere. Tuttavia, già dalle prime pagine, ho dovuto ricredermi , riscontrando che l'aspetto investigativo volto alla ricerca del colpevole o dei colpevoli di un delitto è quasi marginale, costituendo l'ossatura intorno alla quale costruire uno spaccato della società svedese. La morte violenta di una giovane e bella donna, Alexandra Carlgren, avvenuta a Fjällbacka, un tempo piccolo paese di pescatori, trasformatosi successivamente in ridente località turistica, innesca una serie di reazioni e mette a nudo le pecche di una società che, per abitudine, consideriamo assai più progredita della nostra.
Mano a mano che procedono le indagini, a cui partecipa attivamente anche Erica Falck, scrittrice di biografie e alla ricerca di dare una svolta alla sua vita ormai avviata a un destino da nubile, si scopre la tipica mentalità gretta di un piccolo borgo, in cui la maldicenza sembra imperare, nonostante i tempi moderni in cui svolge la storia.
Non è tuttavia solo una questione di mentalità ristretta, ove ciò che conta è l'apparenza oltre ogni logica, ma anche di una chiara invalicabile separazione fra le classi sociali, in cui una borghesia ricca cristallizza il suo mondo, rendendolo inaccessibile agli altri.
E' una visione della società svedese che stupisce, pur se indubbiamente veritiera, e che lascia molto a pensare sulle nostre convinzioni di un popolo molto più evoluto e libero del nostro. Anche per quanto concerne l'aspetto sessuale appare in netto contrasto con quanto abbiamo sempre pensato degli svedesi, al punto che perfino una violenza subita diventa motivo di vergogna per i familiari della vittima, quando addirittura non viene usata per tornaconti meramente economici.
Scopriamo così cosa c'è dietro la facciata, un mondo fatto di silenzi, di urla mute di chi subisce senza poter reagire, di come con il denaro si compri tutto, anche la dignità e la vita delle persone.
Camilla Läckberg non si dimostra per nulla tenera nei confronti dei suoi connazionali, additando invece come elementi positivi uomini e donne che cercano di condurre la loro esistenza nel pieno rispetto di sé e degli altri, fieri di essere quello che sono e che della loro umiltà fanno una ragione d'orgoglio, mai disponibili a scendere a compromessi, alla ricerca continua della verità, anche la più scomoda.
Pagina dopo pagina incontreremo personaggi che non possono che destare simpatia, oppure altri che finiremo con il detestare, nonostante le apparenze, in un intreccio che si fa sempre più fitto, una matassa di nodi intricati che si scioglierà solo alla fine, con l'inevitabile scoperta del colpevole nei confronti del quale non potremo che provare un autentico senso di pietà, in quanto anche lui vittima della sua condizione sociale.
Scritto benissimo, mai greve, con un'attenta e precisa caratterizzazione dei ruoli, La principessa di ghiaccio è uno dei pochi best seller di elevata qualità letteraria.

Camilla Läckberg (1974), prima di diventare una delle più celebri e vendute autrici di polizieschi della Svezia, ha lavorato per diversi anni nel marketing. Oggi, madre di due figli, vive a Stoccolma dove continua a scrivere la sua fortunata serie tradotta in ventisette paesi, che ha venduto finora nel mondo più di sei milioni di copie. Da questo primo episodio della serie, vincitore in Francia del Grand Prix de Littérature Policière, sarà realizzato un film.
Renzo Montagnoli
 

Un altro giro di giostra
Viaggio nel male e nel bene del nostro
tempo
Di Tiziano Terzani
Ed. Longanesi
Autobiografia

L’autore ricorda quando un’immagine attraversò la sua mente: gli parve che tutta la sua vita fosse stata come su una giostra: su un cavallo bianco a girare a piacimento, senza che qualcuno mai gli avesse chiesto il biglietto. Ora passava il controllore e pagava il dovuto e se gli andava poteva fare ancora …un altro giro di giostra.
Quando lessi su L’ESPRESSO del libro di Terzani, rimasi colpita dalla recensione e lo comprai leggendolo con grande partecipazione. A distanza di qualche anno mi è ricapitato tra le mani e l’impulso irresistibile di rileggerlo è stato istantaneo. Come la prima lettura, questa seconda ha affondato nelle radici dell’essere ed ha lasciato una scia indelebile nell’animo. Terzani come giornalista fu un viaggiatore di paesi, profondo conoscitore di angoli del mondo lontani, in questo libro il viaggio verso la ricerca di una risoluzione del suo male diventa anche un’introspezione dentro e fuori di sè. Con speranza e con perseveranza inizia un pellegrinaggio che lo porta dagli Stati Uniti all’India alla Cina in una spasmodica ricerca e sperimentazione di medicina alternativa, tibetana, ayurveda, reiki, yoga, omeopatica, pozioni, erbe, diete…Alla fine quello ch’era stato un percorso esterno, ricco di contatti umani, tra città affollate e villaggi sperduti si volge in un percorso interno, nel silenzio immanente di paesaggi solitari ritrova un contatto diretto con la natura in un’armonia e un equilibrio tra il mondo e se stesso. Quando un problema sembra senza una soluzione, improvvisamente compare fuori della logica delle soluzioni a cui si è abituati. La domanda che Terzani si pone negli ultimi tre mesi :”Io, chi sono?” cerca risposte nelle varie religioni orientali; spesso, non si conclude con una risposta, la risposta sta nel porsi la domanda, la risposta è senza parole, è nell’immergersi silenzioso dell’Io nel Sé. La prolungata solitudine e il silenzio creano un vuoto, la mente si concentra, si ha l’impressione di capire tutto. Il tempo è solo presente, perché solo al presente se ne fa esperienza. Gli esercizi per impratichirsi a morire alla maniera dei sufi, non cambiano nulla dentro di lui. La lezione dei Vedanta: tutto ciò che nasce muore, tutto ciò che muore rinasce.. Solo il Sé, la coscienza pura che non è mai nata, che è fuori del tempo, resta.
“Come il grano
L’uomo matura,
Come il grano
Egli di nuovo rinasce”

La morte non è negativa, grazie a lei ci poniamo le grandi domande sulla vita.
Però dopo mesi di isolamento, il ritorno alla vita normale lo spaventa, capisce che dipendere dalla solitudine per essere in pace non è la soluzione. Ritorna nel suo eremo, nell’Himalaya, dove aveva sì trovato il silenzio fuori, ma non aveva fatto pace con se stesso, in quanto la lontananza dal mondo è ancora una condizione necessaria del suo stare in equilibrio. Compie degli esercizi che i sufi, i tibetani e altri hanno fatto per secoli: disteso a guardare il cielo e le nuvole e come una nuvola vagare, aleggiare fino a disfarsi e scomparire. La nuvola non c’è più, lui non c’è più. Resta solo la coscienza, libera, senza legami, una coscienza che si espande. Lavora su se stesso per trovare pace in qualsiasi luogo si trovi. Forse, riflette, senza questo malanno che lo ha colpito non avrebbe fatto il viaggio che ha fatto e non si sarebbe posto le domande che contavano. Aspira a raggiungere quel distacco che un grande poeta ha descritto con questo famoso haiku:
L’ombra del bambù spazza gli scalini di pietra
Ma la polvere resta.
La luna si riflette sul fondo dello stagno
Ma non tocca l’acqua.

Terzani non ha trovato nessuna medicina per guarire, ma il malanno l’ha spinto a rivedere le sue priorità, a riflettere, a cambiare prospettiva e cambiare vita. Cambiare vita per curarsi, cambiare vita per cambiare se stessi. I libri sacri, i maestri, i guru, le religioni servono, dice, come gli ascensori per risparmiare le scale, ma l’ultimo pezzo del cammino va fatto a piedi, da soli. Non aspettarsi risultati, senza sperare in ricompense. Terzani vive con la sensazione che l’universo è straordinario, che niente mai ci succede per caso e che la vita è una continua scoperta. Si sente fortunato perché, ora più che mai, ogni giorno è davvero un altro giro di giostra. Dopo poco tempo Terzani morì, come le sue parole lasciano presagire, probabilmente in pace con se stesso.
Questo libro oltre ad essere un testamento spirituale, è la testimonianza di una vita vissuta fino alle radici dell’esistenza, intensamente e profondamente in un continuo lavoro su se stessi. Una straordinaria vita nella sua ordinaria umanità.

L’autore: Tiziano Terzani nasce a Firenze nel 1938 e per trent’anni vive con la moglie e i due figli in Asia. Come corrispondente del settimanale tedesco Der Spiegel risiede a Singapore, Hong Hong, Pechino, Tokyio, Bangkok e Nuova Delhi, da dove collabora anche a La Repubblica, L’Espresso e Il Corriere della Sera. Nel corso della sua  vita asiatica pubblica molti libri, tutti editi dalla Longanesi e tradotti in altre lingue, sulle grandi storie di cui si trova a essere testimone: Pelle di leopardo e Giai Phong! La  liberazione di Saigon sulla guerra in Vietnam: La porta proibita, sulla Cina del dopo Mao; Buona notte, signor Lenin, sul crollo dellUnione Sovietica. Il volume In Asia raccoglie le sue migliori corrispondenze dai paesi d’Oriente. Sono del 1995 le riflessioni su dove va il mondo contenute in Un indovino mi disse; del 2002 Le lettere contro la guerra che mettono in guardia contro il pericolo dell’uso della violenza per la sopravvivenza dell’umanità. In Un altro giro di giostra, Tiziano Terzani si pone le domande finali sul senso della vita dell’uomo. Muore ad Orsigna nel luglio del 2004. Dalle conversazioni avute con il figlio negli ultimi mesi di vita è nato il libro La fine è il mio inizio, pubblicato nel 2006. Dal 1999 gli è stato dedicato il sito www.tizianoterzani.com.
Arcangela Cammalleri

 

05/02/2010

NGF
L'ultimo trapianto

di Giuseppe Magnarapa
Copertina di Stefano Marinetti
Edizioni Tabula Fati
www.edizionitabulafati.it

Narrativa racconto
Collana Malacandra

Racconto primo classificato alla quinta edizione del Premio letterario "Tabula Fati" 2007

Chi non ha mai letto Frankenstein, o il moderno Prometeo, di Mary Shelley, da cui furono tratte alcune fortunate trasposizioni cinematografiche con l'indimenticabile Boris Karloff nei panni del mostro?
L'associazione fra lo scienziato, Victor von Frankenstein, e "la creatura" è stata tale che spesso quest'ultima viene identificata con il nome del suo ideatore.
Giuseppe Magnarapa, sulla scia di questo celebre romanzo, allestisce un racconto ambientato in epoca moderna e quindi plausibile alla luce delle sue conoscenze mediche, con una geniale variante: scienziato e creatura diventano un tutt'uno.
Era difficile inventare qualche cosa di nuovo, ma la vicenda del dottor Varaldi, il più famoso chirurgo esperto in trapianti, che vuole sfuggire alla morte a causa di un cancro che gli devasta il corpo, ma non è ancora arrivato alla testa, è congegnata in modo del tutto originale ed avvincente. Non si tratta più di confezionare un "mostro" con organi recuperati esclusivamente da cadaveri, ma di innestare nel corpo, sano, di un morto per incidente l'intera testa di Varaldi, grazie al compiacente aiuto del suo allievo prediletto Wender e di altri tre medici di chiara fama. L'intervento di per sé si presenta già difficilissimo, ma c'è anche il rischio che, qualora positivamente riuscito, le terminazioni nervose del donatore e del ricevente non riescano a dialogare fra loro. Varaldi, però, ha un asso nella manica: una sostanza chiamata NGF (Nerve Groving Factor) , già sperimentata da Rita Levi Montalcini, in grado di ripristinare l'integrità delle fibre nervose.
Non vado oltre, perché il seguito è troppo piacevole e a sorpresa per togliere al lettore il gusto di sapere cosa avverrà.
Caratteristica del racconto è di partire con un fantastico quasi convenzionale, assumendo via via maggiore credibilità, anche perché l'autore è, come si suol dire, un addetto ai lavori. Infatti è medico e specialista in Neurologia e Psichiatria e trasfonde nell'opera le sue conoscenze scientifiche al punto di riuscire a convincere piano piano che la vicenda narrata potrebbe essere possibile. Fra l'altro, dopo le prime pagine interviene un positivo connubio di horror e di noir che consente di pervenire a un finale inaspettato e che penso che risulterà più che gradito al lettore.
Esposto con uno stile mai greve, anzi piuttosto agile, NGF L'ultimo trapianto è veramente un bel racconto, tanto che ne consiglio senz'altro la lettura.

Giuseppe Magnarapa è nato a Roma nel 1947: come è facile intuire, è un medico specialista in Neurologia e Psichiatria che ha lavorato in Ospedali Psichiatrici e Carceri, ed è stato Dirigente Responsabile del Centro di Salute Mentale di Guidonia (Roma) presso cui ha svolto la sua attività per circa vent'anni.
È autore di diversi saggi di argomento criminologico, ma ha anche pubblicato cinque romanzi di genere thriller, horror, fantapolitico: Complotto Finale (Solfanelli, Chieti 1991), I sogni degli altri (Silver Press, Genova 1995), La Morte non basta - Obiettivo Berlusconi (Edizioni Associate, Roma 2007), L'altro capo del filo (Runde Taarn, Varese 2008), Psicomicidio (Il Rovescio, Roma 2008). È autore, inoltre, di diversi racconti di genere analogo pubblicati su riviste ed antologie varie. Nel 1990 ha vinto il Premio Tolkien per la Letteratura Fantastica col racconto dal titolo "Liofilìa".
Renzo Montagnoli
 

30/01/2010

La banalità del bene  di Enrico Deaglio
Storia di Giorgio Perlasca
Ed. Feltrinelli
Genere: giornalismo-storico

La banalità del bene. Storia di Giorgio Perlasca (Como, 1910-1992) è costruita da un reportage giornalistico, il cui materiale è servito prima per una trasmissione televisiva: “Omaggio a Giorgio Perlasca”, andata in onda nell’aprile 1990, rivelando una vicenda rimasta ignota nel nostro paese per 40 anni,  poi come stesura di  questo libro. La storia di Giorgio Perlasca  ha ispirato nel 2002  il film TV “ Perlasca - Un eroe italiano” di forte impatto emotivo.

L’autore ha raccontato la vicenda dalla viva voce del protagonista Giorgio Perlasca, ormai ottantenne, nel 1989, il commerciante italiano che a Budapest, nell’inverno del 1944, riuscì a salvare migliaia di ebrei spacciandosi per un diplomatico spagnolo, dalle pagine del diario che aveva scritto Perlasca stesso per fissarne il ricordo e da alcuni testimoni diretti, salvati e sopravvissuti. Diventa lo scritto una testimonianza a più voci, un resoconto storico di ciò che accadde in Ungheria durante l’occupazione nazista, una riflessione sul presente pericolosamente  intriso di rigurgiti d’intolleranza, violenza e razzismo  striscianti e subdoli. Non un politico, non ricco né tanto meno famoso, un uomo come ce ne sono tanti, dice l’autore,  ma si comportò come pochi sanno comportarsi. “Non potevo sopportare la vista delle persone marchiate come animali, non potevo sopportare di vedere uccidere i bambini, credo che sia stato questo, non credo di essere stato un eroe. Io ho avuto un’occasione e l’ho usata”. Chi era Giorgio Perlasca? Un commerciante di carni, bloccato a Budapest dall’8 settembre, si era trovato nella capitale ungherese solo e senza documenti. Trovato rifugio nella sede diplomatica spagnola e avendo ricevuto dall’ambasciatore un falso passaporto, si era messo al servizio di un programma umanitario di salvataggio degli ebrei, che la Spagna conduceva insieme ad altre delegazioni di paesi neutrali e alla Croce Rossa Internazionale. Ma quando l’ambasciatore lasciò l’Ungheria, Perlasca invece di cercare di salvarsi, si  autonominò rappresentante della Spagna  e come rappresentante di una nazione neutrale protesse più di 5.000 ebrei ungheresi destinati alla deportazione nei campi di concentramento, nascondendoli in edifici posti sotto la giurisdizione spagnola, a rischio più volte della vita. (Lo sterminio organizzato degli ebrei ungheresi durò otto mesi, dal marzo 1944 al gennaio 1945, quando Hitler aveva perso la guerra, nel corso dell’avanzata dell’Armata Rossa da est e degli anglo-americani da ovest. Fu l’unico olocausto a rimanere interrotto a causa della precipitosa ritirata dell’esercito nazista e Budapest l’unica città dell’Europa centrale a non vedere completamente i suoi ebrei sterminati). Dopo la guerra,  tornato in Italia, aveva provato a raccontare la storia, ma sembrava che nessuno gli credesse, così successe che, piano piano, se ne dimenticò anche lui. A Perlasca successe quello che capitò a tante vittime; cercare di raccontare le sofferenze patite e di non essere creduti, anzi, neppure ascoltati fu comune a molti prigionieri del lager, come ebbe a ricordare Primo Levi in  I sommersi e i salvati. Lo stesso Primo Levi solo dopo tredici anni dalla fine della guerra riuscì a pubblicare Se questo è un uomo. Così come si seppe con cautela delle vittime, per tacita legge di compensazione, si tacque dei salvatori. Di Perlasca come di  colui che aiutò migliaia di ebrei durante gli anni dell’Olocausto ci si ricordò solo dopo mezzo secolo e solo in seguito alla tenace ricerca condotta da alcuni sopravvissuti, i riconoscimenti ufficiali vennero dopo anni di silenzio (a Gerusalemme è tra i Giusti delle Nazioni) e quando ormai la sua storia rischiava di cadere nell’oblio. Questa libro è un genere misto, informazione e letteratura, quando i giornalisti si fanno scrittori o viceversa quando gli scrittori, per esempio Natalia Ginzburg, scrivono su casi di cronaca, in cui i personaggi destano nel pubblico  senso morale,  passione civile ed emozioni personali. “ Perlasca ha dato la prova che esiste - perché è propria dell’animo umano - una tentazione irriducibile, indicibile, alla “ banalità del bene”. 

Una storia toccante, lontana da ogni retorica,  la scelta del bene quando era più comodo seguire il male, nella generale morte della coscienza, perché il male, nel Terzo Reich, aveva perduto la proprietà che permette ai più di riconoscerlo per quello che è; in Perlasca e in altri come lui era inculcata la volontà di perseguire e far trionfare “il  bene”.

L’autore Enrico Deaglio è nato nel 1947 a Torino dove ha studiato laureandosi in medicina. Ha abbandonato in questi ultimi anni la professione di medico per quella di giornalista, che esercita sia come collaboratore del quotidiano “La Stampa” che come autore di inchieste televisive. E’ stato direttore del quotidiano “Lotta Continua”, negli anni dell’impegno politico giovanile. Ha scritto brevi testi narrativi in una sorta di reportages immaginari: Cinque storie quasi vere (Palermo, Sellerio, 1989), Il figlio della professoressa Colomba (Palermo, Sellerio, 1992).
Arcangela Cammalleri

 

27/01/2010

Le città invisibili
di Italo Calvino
Presentazione dell'autore
Arnoldo Mondadori Editore S.p.A.
Narrativa romanzo

"Che cos'è oggi la città per noi? Penso d'aver scritto qualcosa come un ultimo poema d'amore alle città, nel momento in cui diventa sempre più difficile viverle come città."
Da una conferenza di Calvino tenuta a New York nel 1983


Il fantastico in Calvino è quanto di più ancorato alla realtà che ci possa essere. Per certi aspetti l'avveniristico nelle sue opere è un ritorno a un mondo più a misura d'uomo, un rientro nel perfetto ordine della natura da cui con il tempo ci siamo allontanati credendo di non essere sue semplici parti, ma dominatori. Del resto nel Barone rampante quella vita vissuta sugli alberi del bosco, anziché rinchiuso fra le quattro mura domestiche, è una metafora di un'evidente ritorno a una primigenia libertà che l'essere umano, nel tempo, ha sacrificato in funzione di un gretto principio di tornaconto, così come l'armatura che rinserra il Cavaliere inesistente richiama la spersonalizzazione dell'uomo che trascorre molto del suo tempo fra le lamiere di un automobile.
I primitivi all'inizio vivevano in una grotta, poi costruirono capanne, magari le une vicine alle altre per evidente difesa, ma conservando così quel principio di libertà che rende l'umano isolato quando vuole, senza togliergli la possibilità di contatto con i suoi simili. Le attuali città, fatte da condomini di molti appartamenti, finiscono invece con l'essere celle di un alveare in cui trascorrere il minor tempo possibile, forzatamente, e dentro rigide norme che, anziché regolamentare la convivenza, di fatto l'impediscono. Si conosce tutti e non si conosce nessuno; in strada c'è lo stesso scenario di una vita frenetica in cui le possibilità di contatto sono sporadiche, un saluto, per educazione, e via.
Quindi in Calvino il fantastico non è una società avveniristica e tecnologica, ma un ritorno al passato, un desiderio, forte, ma anche sussurrato, affinché l'uomo ritrovi la sua strada e la sua naturale collocazione.
Se poi vogliamo avere un esempio di scrittura del "fantastico" ai suoi massimi livelli occorre per forza di cose leggere Le città invisibili, un libro che è necessario quasi spiluccare come se i vari capitoli fossero gli acini di un grosso grappolo d'uva. Del resto l'intento dell'autore non è solo quello di darci una rappresentazione metafisica della realtà, ma anche di stimolare le nostre percezioni sensoriali affinché possiamo costruire un nostro libro sul suo libro partendo dalla base che ci viene offerta. Se il pretesto è un resoconto di Marco Polo all'imperatore Kublai Kan del regno che ha attraversato e delle città che ha visto e conosciuto, tutte identificate da nomi femminili vagamente classicheggianti, in effetti lo scopo è quello di far giungere il lettore in un'altra dimensione, in cui l'aggancio con la realtà si affievolisce per lasciare spazio allo sviluppo della fantasia secondo la volontà di ognuno.
Così è possibile leggere descrizioni di questi agglomerati urbani, completamente diversi l'uno dall'altro, perché diversi sono i loro abitanti, non coincidenti sono le loro necessità e i loro desideri.
Se già questo è molto, occorre considerare i dialoghi surreali fra Polo e l'imperatore all'inizio e alla fine di ogni descrizione, quasi una cornice del discorso che è il fulcro di tutta l'opera, vale a dire entrambi tendono ad avere una visione di questi abitati trascendentale, ben oltre l'aspetto materiale delle costruzioni, ma volto alla ricerca di un significato, che potremmo definire assoluto e divino pur in una dimensione umana, non solo delle città, ma anche dei suoi abitanti, e dell'uomo in generale.
La loro visione della città è funzionale agli uomini che ne fanno parte e al centro del tutto vi sono proprio essi, così che il grande agglomerato urbano non sia semplicemente uno stanco e depauperante dormitorio, destinato progressivamente a svuotarsi, ma uno spazio in cui, anziché relegare i suoi abitanti, li proietti verso una libertà sempre più ampia.
Il vivere comune non deve essere motivo di un isolamento individuale, perché in caso contrario la città muore e i suoi abitanti, già morti dentro, l'abbandonano. Ritorna quindi un tema caro a molti letterati, cioè quell'incomunicabilità a cui sembra destinata sempre di più l'umanità.
Il grande insegnamento di Calvino è però che è sempre possibile intraprendere o riallacciare un dialogo, lo stesso che Marco Polo e Kublai Kan intrecciano nel corso delle pagine, pur essendo due esseri del tutto isolati e prigionieri dei loro ruoli, il primo reduce da un deserto che non è solo quello che ha attraversato, ma che l'animo umano tende a costruire quando cozza contro la chiusura altrui, e il secondo, per la sua natura d'imperatore, ristretto nella gabbia d'oro della sua funzione.
Per quanto possa sembrar strano, Calvino, con la sua grandiosa fantasia, non avrebbe potuto descrivere meglio il tema della città in funzione degli uomini in contrapposizione di quella che, giorno dopo giorno, nonostante i proclami di politici ed architetti, diventa un luogo di dissociazione.
Le città invisibili finisce con l'essere, con il suo alone poetico, un atto d'amore, forse l'ultimo, per quell'agglomerato di case, di persone che vogliono vivere e non vegetare, e che noi chiamiamo genericamente città.

Italo Calvino (Santiago de Las Vegas, 15 ottobre 1923 - Siena, 19 settembre 1985).
Ha scritto numerosi testi di narrativa, fra i quali:
Il sentiero dei nidi di ragno (1947), Ultimo viene il corvo (1949), Il visconte dimezzato (1952), Fiabe italiane (1956), Il barone rampante (1957), Il cavaliere inesistente (1959), Marcovaldo ovvero Le stagioni in città (1963), La giornata di uno scrutatore (1963), Il castello dei destini incrociati (1969), Le città invisibili (1972).
Renzo Montagnoli
 

25/01/2010

Gli scorridori infernali
di Luca Rocchi
Copertina di Stefano Marinetti
Edizioni Tabula Fati
www.edizionitabulafati.it

Narrativa racconto
Collana Malacandra

Racconto secondo classificato alla quinta edizione del Premio letterario "Tabula Fati" 2007.

L'historia di Gaspare Barbarigo, raccontata dal medesimo, inviato dalla Serenissima Repubblica di Venezia per investigare sui terribili fatti di sangue che, sul finire dell'anno del Signore 1475, sconvolsero il contado bergamasco.

Sono gli ultimi anni del Medioevo e già il Rinascimento, con la riforma di Lutero, bussa alle porte del tempo. Tuttavia l'epoca storica, prima di finire, ha gli ultimi guizzi di quell'oscurantismo che in parte l'ha contrassegnata, con fatti straordinari, da inferno in terra, nei possedimenti bergamaschi della Serenissima. Morti misteriose, senza una precisa logica se non quella della violenza, si susseguono, con vittime che sembrano frutto della casualità. Più che opera di esseri umani si ha l'impressione che la ferocia dei delitti sia più ricollegabile a bestie, o meglio ancora a uomini-bestie, secondo i canoni tipici della "Caccia Selvaggia", o della "Katertempora", comunque la si voglia chiamare.
Questa serie impressionante di fatti di sangue si svolge nel feudo del vecchio Bartolomeo Colleoni, il grande condottiero, Capitano di Terra della Serenissima Repubblica Veneta, e nel suo castello di Malpaga giunge Gaspare Barbarigo, su incarico del Doge, per svolgere le indispensabili indagini.
Benché la vicenda si svolga nello spazio ristretto di un racconto, l'autore è riuscito a condensare notevolmente la narrazione, così da essere completa, esauriente e appassionante nelle sole 40 pagine del libro.
Premetto che l'aspetto "horror" dell'inizio poco a poco sfuma in un thriller la cui soluzione, peraltro logica, si ha, come si conviene, solo alla fine, in una specie di duello tacito fra il colpevole e un rappresentante della fede, più portato alla stringente razionalità che alla superstizione, propria invece di un popolino terrorizzato da eventi inspiegabili.
Per quanto ovvio non anticipo nulla, al fine di non togliere il piacere della scoperta che conclude degnamente un racconto ben scritto e dove i caratteri dei protagonisti emergono pagina dopo pagina, portando alla considerazione, tema anche di altri scrittori, che sovente le persone non sono quel che sembrano e che quindi anche la verità ha molte facce, tanto da non essere mai assoluta.
La lettura, assai piacevole, è quindi senz'altro consigliata.

Luca Rocchi è nato nel 1976 e risiede nelle vicinanze di Bergamo. Autore per diletto da qualche anno, svaria dalla poesia alla narrativa non disdegnando di scrivere fiabe e abbandonarsi a una vena fantastica.
Di recente è stato tra i finalisti, o menzionati, in alcuni premi nazionali e suoi lavori compaiono in antologie e siti letterari.
Amante del genere storico, i suoi racconti sono ambientati quasi esclusivamente nel passato; sua massima aspirazione è, infatti, cercare di far rivivere luoghi e persone avvolti dalle nebbie del tempo.
Renzo Montagnoli
 

21/01/2010

Racconti dal sottobosco
di Silva Ganzitti

Copertina di Elena Bertoni
Illustrazioni frutto della collaborazione
fra Silva Ganzitti e Carolina Savonitto (8 anni)
Edizioni Tabula Fati
www.edizionitabulafati.it

Narrativa per l'infanzia

La narrativa per l'infanzia riserva a volte delle vere e proprie sorprese, lavori adatti indubbiamente a dei bimbi, ma che riescono a soddisfare culturalmente anche gli adulti. Sono casi non frequenti in verità, ma Racconti dal sottobosco è uno di questi.
Il pretesto per la narrazione di alcuni racconti è prettamente naturalistico: una passeggiata lungo un itinerario del Friuli precollinare, chiamato Ippovia del Cormôr, che segue il corso di un torrente in un paesaggio dolce e atto a suscitare fantasie. L'osservazione dell'ambiente, fatta in modo non superficiale, fa scoprire anche un microcosmo costituito dagli animaletti del sottobosco, esseri tutti con uguale dignità di vivere, in un contesto di raro equilibrio in cui è assente ancora l'intervento destabilizzatore dell'uomo.
Nascono così le storie in cui si immaginano questi piccoli esseri simili agli umani, pur con le loro peculiari caratteristiche, e sono racconti che mirano da un lato ad avvicinare i bimbi al meraviglioso mondo della natura e dall'altro a fornire indirizzi comportamentali in cui prevale quella solidarietà che nel mondo attuale diventa sempre più rara.
Diviso in tre parti, corrispondenti ad altrettante prose, il libro è costituito soprattutto dalla prima, di una sessantina di pagine, in cui la rappresentazione di questo microcosmo cela metaforicamente quella del nostro mondo, con esseri buoni e altri malvagi, come il mago scorpione Poisonio, che per il potere uccide, ma che poi farà una brutta fine. Nulla di diverso, quindi, dagli stilemi favolistici, in cui a prevalere, come dovrebbe essere, è sempre il bene, ma la capacità dell'autrice di destare simpatia per i protagonisti con piccoli tocchi, quasi sfumati, è indubbiamente di tutto rispetto.
A ciò aggiungo che è un'opera scritta bene, in un italiano ricercato e più che corretto, circostanza non frequente al giorno d'oggi, in cui l'uso della nostra lingua è spesso caratterizzato da un lessico ridotto, non di rado anche sgrammaticato.
Racconti dal sottobosco, per i temi trattati e il modo di esporli, è in grado quindi di soddisfare anche gli adulti, caratteristica che determina però un limite nella fruibilità da parte dei minori, perché secondo me è adatto a un'infanzia già in parte scolarizzata, cioè bimbi di 9-10 anni.
Ciò non toglie che, se letto dai genitori, può risultare comprensibile anche ai più piccoli, che finiranno col porre quelle inevitabili domande che sono proprie della curiosità della loro età.
Racconti dal sottobosco è quindi un testo più che raccomandabile.

Nata nel 1962 in Friuli, Silva Ganzitti alla scrittura c'è arrivata d'un tratto. Passione tardiva, ma ugualmente coinvolgente, in pochi anni ha riempito quaderni di appunti e fiabe abbozzate, che sono poi diventate storie e racconti non solo dedicati all'infanzia.
Ha pubblicato quattro testi per l'infanzia con 0111 edizioni: Amici di Duna (2005), Mistero nel Sottobosco (2005), Domitilla voleva un Unicorno (2007) e Abdul genio in ribasso (2007). Tutti i testi sono prevalentemente commercializzati online.
Abdul genio in ribasso, è entrato nel catalogo Danae in seguito ad una bella recensione di un autore di racconti e romanzi per l'infanzia, Beppe Forti.
Racconti dal Sottobosco raccoglie tre storie legate tra loro da una cornice geografica che le ambienta nella pedemontana friulana, territorio di origine dell'autrice.
Renzo Montagnoli
 

20/01/2010

Diceria dell'untore
di Gesualdo Bufalino

Nota dell'editore
In copertina
La donna della scodella
di Felice Casorati
Sellerio editore Palermo
Collana La rosa dei venti
Narrativa romanzo

E questo era bello: andarsene così a spasso con passi d'aria per montagne e pianure, clandestini senza biglietto, contrabbandieri di vita.

Ci sono romanzi che iniziano in sordina, quasi che l'autore sia timoroso di offendere il lettore travolgendolo da subito, ma che poi pagina dopo pagina, riga dopo riga si intrufolano, ma sempre in punta di piedi, nell'animo di chi dapprima scettico sente crescere in sé un entusiasmo che non lo lascerà fino alla fine.
C'è una narrativa che, pur non cercando di indulgere alla commozione, poco a poco insinua nel cuore una vena di malinconia, mettendo a nudo e alla prova la capacità di sentire e di umanamente comprendere.
C'era un vecchio insegnante che ha voluto parlare della vita di uomini vicini alla morte e in tal modo è riuscito a far comprendere quanto, in quell'attesa, si possa ancora essere uomini.
Ecco, Diceria dell'untore di Gesualdo Bufalino è tutto questo.
Pubblicato per la prima volta nel 1981 ottenne subito un grande successo di critica e di pubblico, vincendo il Campiello lo stesso anno.
E' stato, quindi, un debutto clamoroso, sia per la qualità dell'opera che per l'età dell'autore, che all'epoca aveva sessant'anni.
Bufalino racconta l'esperienza autobiografica della degenza nel sanatorio della "Rocca" di Palermo, un percorso della memoria che dapprima lo portò ad abbozzare il testo verso il 1950, scrivendolo poi nel 1971 e dedicando i successivi dieci anni a continue revisioni.
La trama in sé, che potremmo definire "una tresca d'amore e di morte", si può ben riassumere, senza per questo togliere il piacere della lettura, in quel che al riguardo dice Bufalino:
"Si racconta la convivenza di alcuni reduci di guerra moribondi in un sanatorio della Conca d'Oro, nel '46. Fra il protagonista e una paziente dai trascorsi ambigui (Marta) nasce un amore, puerile e condannato in partenza, più di parole che d'atti, il cui sbocco è una fuga a due senza senso, e, subito dopo, la morte di lei in un alberghetto sul mare. Egli, invece, guarisce, inaspettatamente, e rientrando nella vita di tutti, vi porta un'educazione alla catastrofe di cui probabilmente non saprà servirsi, ma anche la ricchezza di un noviziato indimenticabile nel reame delle ombre."
E' una interpretazione dell'eterno connubio di eros e thanatos, in cui nulla è lasciato al caso, tanto che Marta, amante dell'io narrante, ha le stesse consonanti della morte.
Fra l'altro, in questo romanzo stupiscono lo stile e l'abbondanza del linguaggio, che a tratti presenta caratteristiche baroccheggianti, soprattutto prima di introdurre profonde riflessioni, quasi che il ricorso a parole inconsuete, anche se nel passato utilizzate da letterati, servisse a procedere con maggior lentezza, predisponendosi così a una pausa meditativa.
Resta il fatto che sovente ci si trova di fronte a ampi laghi di parole, messe in bocca anche a personaggi che per le loro caratteristiche dovrebbero avere invece un lessico più modesto, il che dapprima mi ha indotto a pensare che in tal modo Bufalino volesse dare dimostrazione della sua erudizione, ma poi riflettendo, accostando le parti dell'opera fra di loro, credo d'aver capito i motivi e cioè evidenziare la forza dirompente del verbo in un ambiente immobile quale quello di individui che si trascinano alla fine, dove i suoni normalmente dovrebbero essere solo i frequenti colpi di tosse, e che invece danno un senso di intensa vitalità - potremmo quasi pensare agli ultimi fuochi - in chi è solo in attesa.
I personaggi, che potremmo chiamare i morituri, non sono mai semplici comparse, perché ognuno ha la sua storia nella storia comune dell'imminente fine, un residuo di vita che ogni giorno si spegne e che è retta da un patto tacito di non sopravvivere gli uni agli altri.
Compagni di sventura, emblemi di un'umanità che è parte del ciclo generale della vita, un cerchio infinito di nascite e morti che Bufalino ben tratteggia nel corso della fuga dei due protagonisti principali con l'immagine dell'agave, a cui occorrono dieci anni per fiorire, ma che, subito dopo, muore, una metafora per dire che la vita necessariamente salda con la morte il debito contratto per esistere.
Del resto, nell'opera sono contenuti diversi messaggi, anche se elementi salienti sono certamente il sentimento della morte, il sanatorio visto come luogo di sicurezza, più dalla vita che dalla morte, e addirittura quasi incantato, nonché l'imprevista guarigione considerata come un tradimento nei confronti dei compagni di sventura, quasi una diserzione da un destino che si è comunemente accettato.
Diceria dell'untore è sicuramente un romanzo stupendo.

Gesualdo Bufalino (Comiso, 15 novembre 1920 - Comiso, 14 giugno 1996).
Ha scritto, fra l'altro, Diceria dell'untore (Sellerio, 1981), Argo il cieco ovvero i sogni della memoria (Sellerio, 1984), La luce e il lutto (Sellerio, 1988), Saldi d'autunno (Bompiani, 1990), Qui pro quo (Bompiani, 1991).
Renzo Montagnoli

 

15/01/2010

Finzioni   di  Jorge Luìs Borges
Ed. Einaudi
Narrativa

Quarta di copertina
“Pubblicati in Argentina nel 1944, gli otto racconti che compongono Finzioni, tradotti per la “Nuova Universale Einaudi” nel 1955, possono ormai considerarsi come classici di questo genere narrativo. Pietro Citati presentava l’opera come racconti che esprimono l’universo borghesiano dalla logica alla sofistica  di Schopenauer, tra gli eresiarchi medievali ai pensatori gnostici ed esoterici raccoglie citazioni vere ed immaginarie. Pensatore mistico ed empio uomo moderno in Borges convivono le anime del visionario immaginifico, dell’erudito lettore dove, secondo Citati, la ragione di Borges  è solo una facoltà illusionistica che, dopo aver servito a sconcertare e a stupire, si compiace infine di dissolvere, insieme a se stessa, la natura del mondo”.
Nella premessa dell’autore: “L’ottavo racconto, “Il giardino dei sentieri che si biforcano” è un poliziesco, gli altri sono fantastici, simbolici”. Borges si compiace di scrivere su libri immaginari articoli brevi a fronte di altri che hanno scritto moltissime pagine quando potevano risparmiarsi con un riassunto o un commentario.
I racconti di Borges non possono essere riassunti secondo il senso comune della narrazione, siamo su piani di livello altissimi e i contenuti sono come scatole cinesi che racchiudono tesori. In Borges la fantasia, l’immaginazione danno vita  a personaggi deprivati di note biografiche, ma con propositi impossibili o soprannaturali, progetti magici che esauriscono lo spazio della propria anima; scaturiscono paesaggi indefiniti dalle caratteristiche universali che si rispecchiano e si rinfrangono in schegge di luce. La scrittura borghesiana è poesia allo stato puro, così faconda, ricercata ed effusiva che suscita incanto e stupore in chi legge; il pensiero, l’analisi, l’invenzione sono la normale respirazione della sua intelligenza,  la sua letteratura si fa metafisica e la filosofia in lui si trasmuta in un gioco dialettico o in sofismi concatenati come frammenti di uno stesso elemento. La narrazione è  un moltiplicarsi di espressioni, un indefinito fluire della memoria che si sperde in meandri 
labirintici, regno di specchi e falsi piani, non segue percorsi orizzontali e dunque sequenze temporali ordinate: citazioni dotte, letture rare e misconosciute o inventate, teorie filosofiche, scientifiche, ci rapiscono e non sempre la bussola dell’orientamento ci aiuta. Le parole stesse hanno un intrinseco valore metaforico, le voci neologiche non ancora consacrate dall’uso sono impiegate in modo temerario e non tutti gli intendimenti di affabulazione sono comprensibili. Borges è  scrittore poliedrico e multiforme: non solo modella   una forma forbita ed estremamente limata, ma contiene nella materia narrativa, impressa, una pluralità argomentativa con tutte le permutazioni possibili. Borges informa le sue opere di una soggettività indivisibile con altri autori  e le sue storie assumono dimensioni atemporali.  

 L’autore. Jorge Luis Borges è nato il 24 agosto 1899 a Buenos Aires. Dal 1914 al ’21 segue i suoi genitori in Europa. Frequenta gli studi a Ginevra e in Spagna. Nel 1925 incontra Victoria Ocampo, la musa che sposerà quarant’anni dopo. Con lei stabilisce un’intesa intellettuale destinata a entrare nella mitologia della letteratura argentina. Borges è afflitto da una forma incurabile di miopia, la cecità progressiva, da fattore fisiologico, esplode con virulenza in un nucleo metaforico nelle sue opere. I suoi capolavori sono stati raccolti e pubblicati nel ’44 con il titolo di Ficciones. Ha scritto I racconti di Aleph, la biografia “Inventata” di Evaristo Carriego, i racconti “falsificati”: Storia universale dell’infamia, i saggi a carattere “ divagante”: Discussione, Storie dell’eternità…Le prose de L’artefice, L’elogio dell’ombra etc…Libri di poesia: L’altro, L’oro delle tigri…Le opere di saggistica: Altre inquisizioni, Nove saggi danteschi. Borges è uno degli scrittori più importanti del900 e i suoi scritti sono innumerevoli e racchiudono conoscenze enciclopediche e generi molteplici. È morto il 14 giugno 1986.
Arcangela Cammalleri
 

14/01/2010

Un onorevole siciliano
Le interpellanze parlamentari di Leonardo Sciascia

di Andrea Camilleri
Ed. Passaggi Bompiani

Saggistica

Quarta di copertina. “Secondo me, questo è il punto; l’illecito arricchimento. Questa proposta va benissimo, ma bisogna allargarla, estenderla; il controllo, cioè, deve estendersi anche a noi, che stiamo su questi banchi, a coloro che siedono sui banchi del senato, a coloro che siedono nelle assemblee regionali e nei consigli municipali, non trascurando nemmeno certi funzionari e certi ufficiali che hanno il compito di prevenire e reprimere appunto il fenomeno mafioso.”
Leonardo Sciascia, Sul fenomeno mafioso

Andrea Camilleri in questo scritto riporta e commenta Sciascia politico, le interrogazioni e le interpellanze che fece quando (il suo primo impegno politico risale al 1975 quando si candidò come indipendente nelle liste del partito del PCI alle elezioni comunali di Palermo), fu deputato alla Camera  come indipendente nelle liste dei radicali nell’arco di tempo tra il 1979 e il 1983. Fece parte della commissione per gli Affari esteri e della commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Moro. L’impegno politico dello scrittore siciliano fu diretto come deputato e indiretto attraverso degli articoli che pubblicò prima sul Corriere della Sera e poi sulla Stampa relativi all’evolversi delle BR, al terrorismo. Veemente, incisivo ed eticamente impegnato sia nella scrittura sia nella politica profuse idee, energie e grande forza espressiva. Nella realtà politica vedeva come una specie di proiezione  dei fatti immaginati nei suoi scritti, la prefigurazione  e poi il verificarsi di essi erano la comprova di quanto smarrimento e preoccupazione potesse destare una classe politica criticabile nei suoi atti; “il mio essere contro lo Stato” va visto – diceva - come una delusione e non come un’avversione”. Infatti affermava che la politica fosse un’attività mediocre per uomini mediocri. Ma a chi gli chiedesse perché facesse politica lui che mediocre non era né pensava di esserlo rispondeva che un uomo vivo ha diritto alla contraddizione, in nome della vita, della speranza. Occuparsi di politica nel  senso etico, anche se è confusione voler scambiare la politica con l’etica; sarebbe stato felice se gli italiani cadessero in tale ben salutare confusione.
Camilleri riporta fedelmente gli undici interventi di Sciascia che sicuramente risultano di suo pugno e li commenta brevemente  evidenziando i punti cardine di ciascuna.
Come deputato, Sciascia partecipò attivamente alle sedute della commissione d’inchiesta sul sequestro e l’assassinio di Moro,  redigendo una relazione di minoranza; fu attivo con interrogazioni e interpellanze (in tutto 19) su diversi argomenti: sull’uso delle armi da parte delle forze dell’ordine, sul fenomeno della mafia, sulla vicenda dei petroli e sul caso Pecorelli, sull’uccisione del magistrato Ciaccio Montalto…Ricorda Marco Boato  che  nell’aula della camera parlò pochissimo e sempre con interventi di pochi minuti, leggeva con voce lenta e roca, dopo averli preparati con una scrittura  minuta e minuziosa. Emblema dellicasticità di parole brevi e quasi scolpite sulla pietra… mentre un silenzio assoluto regnava in aula. Attraverso alcune interpellanze veniamo a conoscere le idee di Sciascia: in merito all’uso delle armi da parte delle forze dell’ordine, affermava che il dare alla polizia più poteri e ai colpevoli pene più dure non avrebbe fatto diminuire di un millesimo i fenomeni delinquenziali; non di leggi speciali, di poteri più vasti e arbitrari, la polizia aveva bisogno, ma di una buona istruzione, di un addestramento accurato, di una direzione intelligente; leggi speciali e poteri più ampi fanno demagogia e sarebbero pericolosi per noi cittadini e per la polizia stessa ( tutte cose che vennero a mancare per esempio alle forze dell’ordine durante ilG8 di Genova). Queste leggi servono “A fare tabula rasa in questo paese dell’idea stessa del diritto”. Nell’interpellanza riguardante il fenomeno della mafia faceva riferimento ad un suo racconto paradossale Filologia cioè un dialogo sull’etimologia della parola mafia; ebbene, Sciascia, dice che si è rimasti alla filologia, alla sociologia del fenomeno non perché i carabinieri, i marescialli di pubblica sicurezza non facevano  il loro dovere, ma più in alto non si era fatto quello che si doveva fare. Cita l’esempio del commissario Giuliano quando indagava sul caso De Mauro, un uomo riservatissimo,  Sciascia aveva notato nel suo comportamento una sorta di diagramma, era partito con una certa euforia, poi era subentrata la delusione. Per Sciascia il fenomeno mafioso si poteva combattere  “Riformando il sistema delle misure di prevenzione secondo criteri che introducano forme di controllo sugli illeciti arricchimenti”…( Quarta di copertina).   
Nella nota bibliografica Camilleri annota di aver attinto  il materiale del libro dalla rivista “Euros” diretta da Vittorio Nisticò (maggio-agosto 1993), dove sono raccolte le interpellanze e le interrogazioni d Leonardo Sciascia con note e commenti di Alfonso Madeo, Marco Boato, Igor Man, Fernando Savater. Inoltre   è stato fondamentale anche il volume-intervista La palma va a nord  Gammalibri, 1982.
Noi lettori possiamo ringraziare Camilleri per averci fatto conoscere Leonardo Sciascia come politico e di quanto il suo pensiero sia attuale in un’Italia di ieri e di oggi immutabile nelle sue anomalie, viziata da un immobilismo ignorato dai politici professionisti, ma additato da quella razza rara di scrittori il cui acume e la cui indignazione non li mette a tacere. E Sciascia è stato uno di quella speciale razza.   

L’autore. Andrea Camilleri è nato a Porto Empedocle nel 1925. Ha esordito come romanziere nel 1978 con “Il corso delle cose”. Della sua ricchissima produzione letteraria tutti i romanzi con protagonista il commissario Montalbano sono pubblicati dalla casa editrice Sellerio e altri, tra questi ricordiamo: “La forma dell’acqua”, “Il cane di terracotta”, “Il ladro di merendine”, “La voce del violino”, “La stagione della caccia”, “Il birraio di Preston”, “La concessione del telefono”, “La gita a Tindari”, “Maruzza Musumeci”, “Il casellante”, “Il campo del vasaio”, “L’età del dubbio”, “Un sabato, con gli amici” “Il sonaglio” “Il cielo rubato”etc… Arcangela Cammalleri
 

La strega e il robivecchi
di Fiorella Borin
Copertina di Gian Luca Peluso
Edizioni Tabula Fati
www.edizionitabulafati.it

Narrativa

Fiorella Borin, veneziana trapiantata ormai da tempo in terraferma, sembra di casa a questo concorso (il Premio Tabula Fati) alle cui edizioni partecipa con puntualità, ottenendo lusinghieri risultati, come testimonia il secondo posto nell'edizione 2008 di questo suo racconto (in verità, nel 2009 è andata ancor meglio, vincendo la settima edizione con Christe Eleison).
Narratrice esperta, dotata di uno stile snello, scorrevole, è naturalmente portata alla narrativa storica o di ambientazione storica, come dimostrano Il pittore Merdazzer, secondo nell'edizione 2006, e anche Il bosco dell'unicorno, pure secondo nel 2003.
Fiorella Borin ha la capacità di essere accattivante inserendo in contesti storici degli elementi fantastici, così che sempre riesce a dare forma a un'originalità che non può che sorprendere piacevolmente il lettore.
Anche con La strega e il robivecchi, una vicenda da epoca di Santa Inquisizione, ricrea abilmente la vita di un borgo, Triora, a suo tempo famoso per le streghe, senza che però il periodo storico sia esattamente identificabile. Eppure la grande carestia, le superstizioni, la miseria, l'amore offerto e quello bramato finiscono con il fornire un convincente quadro in cui a fianco di due personaggi che hanno tutta l'apparenza di essere reali (il robivecchi Bigiarino e il riuscitissimo notaio Basadonne), si profilano dapprima, per poi concretizzarsi in modo del tutto naturale nella vicenda, elementi che sono propri del fantastico.
E' dalla superstizione che condanna al rogo le presunte streghe che emerge, in modo sottile, la creatività dell'autrice, capace di rendere credibili fatti e soggetti che la nostra logica tende a considerare frutto di fantasia.
Del resto l'inquisizione c'era per debellare le adepte di Satana, quasi sempre vittime di calunnie, oppure povere pazze; e se il tribunale religioso credeva all'esistenza delle streghe, per quale motivo questa convinzione non avrebbe dovuto entrare nella modesta, per dire inesistente cultura del popolo?
Così la vicenda di Bigiarino, innamorato in silenzio di Isotta la Bella, finita poi sul rogo, trova quel substrato di plausibilità che riesce a convincere e ad avvincere il lettore su una domanda che alla fine per forza si pone: sono solo superstizioni?
Fresco e spumeggiante come un vino novello questo è un racconto che merita senz'altro di essere letto.

Nata a Venezia nel 1955, laureata in psicologia, Fiorella Borin si è dedicata per qualche anno all'insegnamento di scienze umane e storia negli istituti superiori. Ha collaborato con l'Università di Padova come cultrice della materia; in seguito ha maturato qualche esperienza in seno a piccole case editrici e nelle redazioni di riviste letterarie. Attualmente collabora con un settimanale femminile del più importante gruppo editoriale italiano. Da una quindicina d'anni si dedica con passione allo studio della storia di Venezia.
Oltre duecento suoi piccoli lavori di narrativa, poesia e saggistica sono presenti in antologie e riviste; il racconto La tela di Penelope è uscito sul mensile "Vera" (settembre 1995) commentato dallo scrittore Alberto Bevilacqua. Ha pubblicato il romanzo breve Le putine del Canal Gorzone (Montedit, Milano 2002), la raccolta di racconti La Signora del Tempio Nascosto (Alberto Perdisa Editore, Bologna 2003), il racconto storico-fantastico Il bosco dell'unicorno (Tabula fati, Chieti 2004), e i cinque brevi romanzi storici: Mir i dobro (Montedit, Milano 2005), La sciarpa azzurra (Era Nuova, Perugia 2005), La congiura degli Olderichi (Edizioni Cofine, Roma 2007), Lo scrivano (Montedit, Milano 2007) e Il pittore merdazzèr (Tabula fati, Chieti 2007) ambientati nella Venezia del Cinquecento.
Ha vinto una novantina di primi premi in concorsi letterari nazionali e internazionali.
Renzo Montagnoli

 

13/01/2010

Atti relativi alla morte di Raymond Roussel
di Leonardo Sciascia
Nota dell'editore
Sellerio editore Palermo
Narrativa

La prima cosa che mi sono chiesto, prima di leggere questo lavoro di Sciascia, è stata molto semplice, una domanda quasi naturale: chi era Raymond Roussel, che personaggio è stato da indurre il grande scrittore siciliano a scrivere un libro sulla sua morte, indagando come al solito per cercare una verità nascosta da molte omissioni volontarie e da colpevoli negligenze?
Ai tempi di Internet non è difficile, si digita nel motore di ricerca Raymond Roussel fra virgolette ed ecco diversi link, fra i quali ho scelto quello di Wikipedia. Non che questo sia la verità assoluta, ma ha almeno il pregio di essere sintetico e così ho letto: Raymond Roussel (Parigi, 20 gennaio 1877 - Palermo, 14 luglio 1933) è stato uno scrittore, drammaturgo e poeta francese. Nel prosieguo della pagina scopro che era di famiglia molto ricca e che aveva una sorta di passione sfrenata per l'ostentazione della sua immensa fortuna, che serviva forse da contrappeso alle notevoli delusioni provate in campo letterario. Insomma, la sua fama derivava unicamente dalla sua ricchezza e dai suoi atteggiamenti strani e dandistici, non certo dai suoi libri e dalle sue commedie che non risultavano apprezzati né dalla critica né dal pubblico.
Questo spiega anche il notevole successo che ebbe il testo di Sciascia in Francia, peraltro confortato da analoghi riscontri positivi in Italia.
Il libro prende spunto dal decesso avvenuto nella stanza 224 del Grand Hotel delle Palme a Palermo appunto di Raymond Roussel, che interessa a Sciascia per la particolare vicenda umana del francese, perché pone in modo emblematico il tema dell'identità così caro a Pirandello. In effetti, di Roussell si può dire che era un letterato talmente misterioso da apparire in una sola foto ufficiale, quasi che lui stesso rifiutasse la propria identità; da un lato si portava appresso il fardello di una grande fortuna e dall'altro il tentativo, non riuscito, di affermarsi letterariamente solo per qualità intrinseche, che tuttavia difettavano. E' un personaggio talmente oscuro nelle sue caratteristiche che anche la sua morte non ha la normale chiarezza. E' stato un incidente? Si è suicidato? O forse è stato ammazzato?
Sciascia, partendo dalle indagini giudiziarie, lacunose e frettolose, esamina tutte le varie possibilità, soppesando con un bilancino da farmacista i pro e i contro e se anche non arriva a determinare la verità sulle cause del decesso, sconfessa però, almeno così come dedotta dagli inquirenti, l'ipotesi del suicidio.
Quello che ne risulta, però, è uno straordinario saggio narrativo sulla morte, squallida, avvenuta in una camera d'albergo, mentre avvengono due festeggiamenti, per Santa Rosalia a Palermo e in tutta l'Italia per la trasvolata atlantica di Balbo. E' il 14 luglio 1933 e ulteriore stranezza è pure l'anniversario della presa della Bastiglia. Tutte celebrazioni importanti che si contrappongono alla fine di un uomo che, schiavo del suo nome e del suo denaro, aveva cercato inutilmente la fama con la sola forza del suo intelletto, ma fallendo il proprio obiettivo.
Si dice spesso che il denaro non è tutto, ed è vero, ma nel caso di Raymond Roussel non è stato nulla, fonte invece di un'insoddisfazione divenuta lancinante con l'esito infausto del suo tentativo di diventare "Raymond Roussel, lo scrittore".
Da leggere? Senz'altro, perché Sciascia non sbaglia un colpo.

Leonardo Sciascia (Racalmuto, 8 gennaio 1921 - Palermo, 20 novembre 1989). E' stato autore di saggi e romanzi, fra cui: Le parrocchie di Regalpietra (Laterza, 1956), Il giorno della civetta (Einaudi, 1961), Il consiglio d'Egitto (Einaudi, 1963), A ciascuno il suo (Einaudi, 1966), Il contesto (Einaudi, 1971), Atti relativi alla morte di Raymond Roussel (Esse Editrice, 1971), Todo modo (Einaudi, 1974), La scomparsa di Majorana (Einaudi, 1975), I pugnalatori (Einaudi, 1976), Candido, ovvero Un sogno fatto in Sicilia (Einaudi, 1977), L'affaire Moro (Sellerio, 1978), Il teatro della memoria (Einaudi, 1981), La sentenza memorabile (Sellerio, 1982), Il cavaliere e la morte (Adelphi, 1988), Una storia semplice (Adelphi, 1989).
Renzo Montagnoli
 

12/01/2010

Gocce di Sicilia di Andrea Camilleri Piccola Biblioteca Oscar Mondadori

 Breve raccolta di racconti che impressionano immagini dense e antiche di una Sicilia evocata con dolce nostalgia.

In sette scintillanti storie, il nostro autore distilla immagini di una Sicilia personale ed intima e nel contempo collettiva, di tutti.
Nel suo stile inconfondibile, nella sua parlata distintiva di un siciliano ragionato e strutturato, Camilleri pennella ritratti di persone, evoca fatti e detti che trasferisce dalla memoria sulla carta e  sa renderli unici ed irripetibili.
In Gocce di Sicilia sono raccolti gli scritti originali comparsi sull’Almanacco dell’Altana negli anni 1995-96-97-98-99-2000. Parte di Piace il vino a San Calò è stata revisionata e rielaborata dal romanzo Il corso delle cose (1978 Sellerio 1998). Il racconto Ipotesi sulla scomparsa di Antonio Patò è comparso in forma ridotta sul quotidiano La Stampa e poi ampliato, è diventato il volume La scomparsa di Patò (Mondadori 2000). Il cappello e la coppola fa parte delle Favole del tramonto (ed. Dell’Altana 2000). Ne Lo Cola, persona pulita, l’autore specifica che è un falso monologo e si usa dire a teatro quando chi parla non si rivolge a se stesso, ma ad un interlocutore che non risponde o le cui risposte non vengono riferite. A parte questo dettaglio tecnico, il contenuto è vero. 
A Roma in un pomeriggio del 1950 in una banca, Camilleri incontrò il noto boss dell’Agrigentino Nicola “Nick” Gentile. Nel colloquio avuto, Camilleri prese nota a casa, per, poi, scriverne la storia. Il giornalista Felice Chilanti riportò l’intervista avuta con il boss in un libro intitolato “Vita di gangster”. Il mafioso era ritornato clandestinamente in Italia dagli U.S.A., nell’aprile del ’43 per preparare lo sbarco degli Alleati in Sicilia. Camilleri afferma che a rileggere adesso l’incontro, appare anacronistica la figura del boss lontana da certi schemi operandi della mafia. Riguardo a convincere qualcuno a fare qualcosa che non vuol fare, dice il boss, ci vuole pazienza e persuasione senza perdere la pazienza ed arrivare all’omicidio. Perché  muore la persona, ma il mafioso perde la battaglia perché è stato incapace. “Ad ammazzare tutti sono buoni!” Logica distorta e criminale certo, ma lontana da quella di oggi in cui la morale, la deontologia a modo loro erano rispettate.
“U zz’Arfredu : la memoria di uno zio speciale, colto, ricco di interessi è ammantata da affettuosa nostalgia e dolce rievocazione; grazie a lui, l’amore per i libri divenne sacro.
“Piace il vino a San Calò”: le feste religiose legate strettamente alle tradizioni, al folclorismo, quando la statua del Santo portata in processione è oggetto di culto semi-pagano e diventa tutta la scenografia parossismo collettivo. Con una sorta di compiacimento e allegria, Camilleri ricorda queste rappresentazioni sacre come quadri oleografici in cui la voce del popolo è la vera anima di una sacralità fattasi spettacolo.
“Il primo voto”: Camilleri ricorda, divertito, la paradossale guerra scatenatasi tra i Separatisti, i Comunisti e i Democristiani per il colore di una bandiera alla vigilia delle prime elezioni regionali in Sicilia.
“L’ipotesi sulla scomparsa  di Antonio Patò”: il nostro autore fa riferimento a teorie scientifiche sull’universo fluttuante in un continuum spazio-temporale, oggetto di accanite discussioni accademiche. La scomparsa di qualcuno in un fosso del tempo, non materiale, ma all’interno di quel continuum spazio-temporale dentro il quale fluttua l’universo, spiegherebbe il fenomeno. Chi cade all’indietro di questa piega comporta una risalita verso il passato, chi in avanti comporta una risalita verso il futuro.  La scala dei Penrose sarebbe la materializzazione di un incubo; essa obbligherebbe chi si viene a trovare in cima ad una singola scala quadrata e intraprende la discesa, a scendere sempre. Così Patò impersonando Giuda, nella rappresentazione del venerdì santo de“Il Mortorio” nel momento dell’impiccagione, cadde nella botola del palco e scomparve.  
“L’incontro tra il cappello e la coppola”: ambigua e singolare metafora di un incontro tra due cose inanimate e chi li indossa in una sorta di sineddoche.
“Vicenda di un lunario”: è la storia di un mensile letterario“Lunario siciliano”, pubblicato intorno agli anni 1927/28, attento ai valori e agli apporti isolani, in un tentativo di saldare la letteratura e la cultura alla creatività popolare. Un articolo merita menzione, “Le considerazioni sui punti cardinali”, un rovesciamento dell’atlante in modo che le Alpi siano la base di un tronco che ha come cielo, il mare mediterraneo. Il Sud al posto del nord. Il lunario dopo due annate  (1927/28), ebbe una ripresa nel 1931, ma la rivista, ormai, prescindeva dalla realtà per arroccarsi nello studio delle tradizioni popolari.
“Gocce di Sicilia” si legge, tutto di un fiato; la forza dell’evocazione trova riscontro nella forza delle parole fattesi persone, pensieri. L’intensità concreta della parola scritta, in Camilleri, densa e corposa, esprime con vigore quello che racconta, la realtà prosaica nel ricordo assume dimensioni fantastiche e suggestive

L’autore. Andrea Camilleri è nato a Porto Empedocle nel 1925. Ha esordito come romanziere nel 1978 con “Il corso delle cose”. Della sua ricchissima produzione letteraria tutti i romanzi con protagonista il commissario Montalbano sono pubblicati dalla casa editrice Sellerio e altri, tra questi ricordiamo: “La forma dell’acqua”, “Il cane di terracotta”, “Il ladro di merendine”, “La voce del violino”, “La stagione della caccia”, “Il birraio di Preston”, “La concessione del telefono”, “La gita a Tindari”, “Maruzza Musumeci”, “Il casellante”, “Il campo del vasaio”, “L’età del dubbio”, “Un sabato, con gli amici” “Il sonaglio” “Il cielo rubato”etc… Arcangela Cammalleri

 

09/01/2010
 

Maria Grazia Niutta : " RASPODIE " - vita e pensieri di un gatto " indoor " - Arpabook , collana "Minicomics " , Milano , 2009 .
 
L' Autrice , pediatra in Roma ,  appassionata di fumetti dall' età di cinque anni , ha sempre coltivato il disegno anche come " reazione " ( afferma lei stessa nella prefazione ) all' incomprensione dei suoi insegnanti durante gli anni di scuola verso questo genere a torto considerato " minore " .  Le " strips " di questo agile volumetto ci offrono dei disegni dal tratto etereo , quasi impalpabile , limitati veramente all' essenziale ,  quasi che l' Autrice non abbia voluto che il lettore distogliesse lo sguardo dalla parola scritta . Il messaggio che ci viene proposto é la riflessione di un gatto d' appartamento , iperprotetto dai suoi padroni  che non si rendono conto delle sue naturali e legittime aspirazioni : la caccia ai topi , la passeggiata sui tetti , le graffiature dei mobili e delle pareti ... Va bene l' amore per gli animali - sembra dirci l' Autrice - ma i nostri amici a quattro zampe non vanno tenuti nella bambagia : dobbiamo cercare di " adattarci " al loro mondo , di " capirli " . Specialmente il gatto , apparentemente indifferente all' Uomo , ha bisogno di un dialogo con il suo padrone che non sia fatto solo di " coccole " , ma anche di attenzione verso i suoi naturali bisogni .  Definirei il libro di Maria Grazia Niutta un piccolo " manuale di Etologia " che può dare un contributo alla campagna contro l' abbandono degli animali .

 

05/01/2010

L'altra storia - Aldo G. Gargani - Ed. Il Saggiatore
RECENSIONE a cura di Carmen Lama

Perché "L'altra storia"…?
Ciò che viene narrato nel libro L'altra storia, di Aldo Giorgio Gargani, ed. Il Saggiatore, è un discorso al confine tra filosofia e psicologia; lo stile dell'autore ricorda un po' quello di un romanzo molto particolare (e, a sua volta, molto significativo, ma per aspetti molto diversi), Le ceneri di Angela, di Frank McCourt, irlandese trapiantato a New York.
Questo di Gargani è un po' più ordinato, ma mi sorprende la ripetizione quasi ossessiva di certe espressioni, il fatto che l'autore giri intorno alla stessa idea praticamente per tutto il libro. Forse così vuole confermare quello che lui stesso afferma, cioè che la nostra vita è il racconto di una frase, sempre la stessa, che continua all'infinito e che non si completa mai.
Ci sono dei pensieri profondi, che fanno riflettere su chi siamo, come ci rapportiamo tra noi, perché viviamo, come e perché non comunichiamo mentre crediamo di comunicare, ecc…
Il tutto però mi pare pervaso da un certo pessimismo, che forse per l'autore è più realismo. Egli ammette che questa è la vita: un misto di felicità e di infelicità e la felicità sta soprattutto nel riuscire a mantenere la nostra infelicità senza assumerci l'altrui infelicità e senza permettere agli altri di interferire con la nostra infelicità.
In certe espressioni mi pare di cogliere un pensiero filosofico, quasi come fosse filosofia teoretica, ma subito dopo si concretizza in esempi che vorrebbero illuminare meglio quel pensiero e alla fine ci girano intorno così tanto che sembra perdere di vista il pensiero originario ma, nel frattempo, altri pensieri si sono presentati e anche per loro c'è lo stesso procedere. In realtà, anche questo fa parte di affermazioni sul modo di procedere dei pensieri e, con l'andamento della scrittura, si confermano quelle stesse affermazioni.
Alcune cose non riesco a condividerle, anche se, a pensarci bene, potrebbero far parte, a buon titolo, della realtà così come noi riusciamo a rappresentarcela.
L'impressione più forte che mi ha fatto, il leggere questo libro, è quella continua ossessione di ripetere più e più volte le stesse cose, in modi e con esempi sempre diversi, ma che portano sempre nello stesso luogo, per dimostrare l'implausibilità di quel luogo e del soggetto che racconta, in quanto quello che racconta è in realtà una cosa diversa da quella che noi crediamo di comprendere e da quella che l'autore stesso crede di raccontare: quello che effettivamente racconta non è quello che leggiamo e che lui ha scritto, ma una seconda storia che sta fuori e oltre quello che è stato scritto e che noi leggiamo: da qui, il senso del titolo…
Insomma, un bel ginepraio, dentro il quale ci siamo dentro a capofitto, e questa è la complessità della nostra vita!
Forse sarebbe meglio non pensarci e non pensare più.
Anche questo dice infatti Gargani, ad un certo punto: egli sostiene che se il nostro pensiero serve sempre per pensare allora vuol dire che non riusciremo mai a vedere null'altro che il rumore del mondo, riflesso dal nostro pensiero; se invece dopo tanto leggere e pensare e riflettere, ci fermiamo e smettiamo di pensare, di leggere e di riflettere, allora potremmo vedere le cose in modo nuovo, forse nel modo nuovo in cui le cose stesse saranno state illuminate dalle letture, dai pensieri e dalle riflessioni.
Questa parte mi piace in modo particolare. Tutto il libro è comunque interessante, anche se sembra quasi che l'autore faccia di tutto per avvitare su se stesso il suo pensiero e, di riflesso, il pensiero del lettore.
Un paragrafo che voglio segnalare, perché molto istruttivo per la vita di tutti i giorni, riguarda "Le persone metafisiche": qui, Gargani parla degli amici del tipo delle persone metafisiche e sostiene che queste fanno di tutto per dimostrare di voler aiutare, ma in realtà quell'aiuto è tanto più volentieri dato quanto più porta al risultato di annientare l'altro, di farlo sentire umiliato dal fatto stesso e solo dal fatto stesso di dover avere bisogno di aiuto da qualcuno.
D'altra parte, a chi si può o si vuole chiedere aiuto se non a chi si dimostra amico/a?
Ed ecco che così si entra in una trappola e l'aiuto che viene concesso con così grande generosità ed espansione d'animo, in realtà maschera lo scopo di far sentire superiore colui che offre il suo aiuto, non di una spanna ma di mille e più spanne, proprio "metafisicamente!" in quanto, chi aiuta e protegge con i suoi consigli, con le sue attenzioni e preoccupazioni, lo fa perché ha il potere, i mezzi intellettuali e la forza psicologica per poterlo fare. Non così chi viene aiutato, che altrimenti non sarebbe stato spinto dal bisogno di chiedere aiuto…!
Ma da cosa dipende la metafisicità di certe persone? Sta forse nel non saper discendere dal piedistallo della cultura (libresca) per farla diventare parte di sé come persona (fisica) e per metterla a disposizione degli altri considerati come persone (a loro volta, fisiche).
Infine, in questo libro c'è anche un bel concetto della vita e della morte e della stretta relazione tra loro, che fa molto riflettere…
Ma ora… è giunto per me il momento di smettere di pensare e di riflettere, per… vedere le stesse cose di sempre in modi nuovi, se possibile.
Buona lettura a voi, se la curiosità vi avrà tentato.
Carmen Lama


Esperienza degli affanni di Nicola Vacca
Edizioni Il Foglio Letterario
www.ilfoglioletterario.it

Poesia
Collana Plaquette I Blu

Per come vanno le cose a questo mondo c'è più di un motivo che induce a riflessioni sulla nostra e l'altrui condizione e che porta a esprimere in versi o una protesta o un dissenso.
Nicola Vacca, né più né meno di chi ha autonomia di coscienza ed è portato pertanto a esaminare con spirito critico, con Esperienza degli affanni, plaquette delle Edizioni Il Foglio Letterario, volge il suo sguardo all'intorno, poi si confronta con sé, quasi attingendo allo specchio dell'anima, e in tono sommesso, ma non sussurrato, senza veemenze, ma con fermezza, esprime il suo dissenso (La vita non è facile / lo sanno i poeti. / Tutte le mattine / fanno i conti con le parole / camminano senza mappa. / Tengono tra le mani / la poesia che succede nella crudeltà / di un altro giorno di paura.).
Tuttavia, non si tratta di una raccolta di impressioni e di giudizi fini a se stessi, perché, pur essendo presente l'aspetto introspettivo, è anche poesia civile, intesa nel duplice aspetto di richiamo ai valori fondamentali e per il tono estremamente corretto che viene utilizzato. Peraltro, ben consapevole del rischio insito in questo genere, Vacca ricorre a un linguaggio per niente aulico, rifuggendo da ogni retorica, anzi esponendo e proponendo con grande calma, non disgiunta da una determinazione che incontriamo più volte: da È condannato alla notte più buia solo chi non sa raccontare il male a Si dissangua la vita perché uccidiamo sempre le cose che amiamo.
C'è anche una dominante in questa raccolta ed è data dal ricorso ai termini "buio", "oscurità", che con ogni probabilità nelle intenzioni dell'autore servono ad esprimere il senso di sgomento che si prova nel guardare il mondo con spirito critico. Ma è un buio che per me va oltre il significato di assenza di luce e in pratica rappresenta quel senso di vuoto che prende anima e corpo nell'impotenza di ogni giorno, nella certezza che ogni denuncia non sortirà l'effetto auspicato (Il vuoto afferra la realtà / la distruzione non molla la presa / con le lacrime si resta appesi a un perché.).
Eppure il poeta continua a segnalare, a indicare gli errori, mostra una realtà di cui molti non si accorgono e in questo la sua funzione è esemplarmente civile. Forse non verrà ascoltato, probabilmente verrà anche deriso proprio da quelli che lui vuole mettere sull'avviso, un destino ingrato, che però non lo scoraggia, consapevole di avere occhi anche per chi ne è privo.
Ne consiglio senz'altro la lettura.

Nicola Vacca è nato a Gioia del Colle, nel 1963, laureato in giurisprudenza vive a Roma . È scrittore, opinionista, critico letterario, collabora alle pagine culturali di quotidiani e riviste.
Svolge, inoltre, un'intensa attività di operatore culturale, organizzando presentazioni ed eventi legati al mondo della poesia contemporanea. È il curatore del blog Nel verso giusto ( http://nicolavacca.splinder.com ). Ha pubblicato: Nel bene e nel male (Schena,1994), Frutto della passione (Manni, 2000), La grazia di un pensiero (prefazione di Paolo Ruffilli, Pellicani, 2002), Serena musica segreta (Manni, 2003), Civiltà delle anime (Book editore, 2004), Incursioni nell'apparenza (prefazione di Sergio Zavoli, Manni,2006), Ti ho dato tutte le stagioni (prefazione di Antonio Debenedetti, Manni,2007) Frecce e pugnali (prefazione di Giordano Bruno Guerri, Edizioni Il Foglio, 2008).
Renzo Montagnoli
 

04/01/2010

Il teatro della memoria
La sentenza memorabile
di Leonardo Sciascia
Edizioni Adelphi

Collana Piccola Biblioteca

Le identità usurpate, uomini che si sostituiscono ad altri, prendendone in pratica il nome e il ruolo, abbandonando quella che era la personalità innata, è questo il tema di questi due saggi storici che Leonardo Sciascia ha affrontato con la sottile capacità di analisi che gli è propria.
Non so quanti siano a conoscenza dell'incredibile vicenda Bruneri o Canella che appassionò, meglio ancora infiammò l'Italia sul finire degli anni venti del XX Secolo. Non sto a raccontarla perché sarebbe inutile per chi non la ignora e costituirebbe invece un'indebita ingerenza nella curiosità dei futuri lettori che, cono certo, saranno avvinti da una trama che sembra quasi inventata.
Ma da un fatto certo, oggetto di numerosi dibattiti giudiziari, che cosa avrebbe potuto dire di nuovo Leonardo Sciascia?
Ecco che qui si mostra, nel pieno del suo vigore, quella capacità di andare a fondo nei fatti, di porsi domande, di cercare risposte, più che per arrivare a una verità - che una volta tanto non è di comodo, ma corrisponde alla realtà - per pervenire a una spiegazione del perché dilemmi di così facile soluzione finirono invece per dare luogo a vere e proprie battaglie contro ogni logica.
C'è così chi riconosce il Bruneri nel prof. Canella senza la benché minima razionalità, per non parlare della moglie, che più di altri dovrebbe essere in grado di smascherare l'usurpatore e invece se lo tiene stretto solo perché vuole credere che quell'individuo sia il marito disperso in guerra.
Eppure la soluzione è facilissima, perché basta confrontare le impronte digitali e allora senza ombra di dubbio quello che si fa passare per Canella è il tipografo e pregiudicato Bruneri.
Ma anche quando viene portata dall'accusa la prova dattiloscopica e la sentenza smentisce "i canelliani" non è finita, perché ormai turbina nel paese una tifoseria quasi calcistica fra i fautori dell'usurpatore e invece quelli che non gli credono.
E' una pantomima che dissacra perfino le aule giudiziarie e questo con il tacito assenso del regime fascista, che approfitta del clamore dell'evento per imporre in sordina la sua dittatura. Quindi matura ed evolve un'altra usurpazione, ben più pericolosa, poiché le basi democratiche piano piano vengono sostituite da un unico partito che continua a professarsi liberale, ma che da lì a poco potrà in tutta tranquillità inneggiare alla dittatura del fascio.
Se con Il teatro della memoria Sciascia ha analizzato la vicenda Bruneri e Canella, con La sentenza memorabile si occupa di un caso analogo avvenuto molto prima in Francia nella seconda metà del XVI secolo: l'affaire Martin Guerre.
Analogo non vuol dire uguale e anche se la comunanza è per l'usurpazione di un'identità la vicenda, pur presentando alcuni aspetti simili, è completamente diversa.
Certo, si tratta di un'altra epoca, forse altrettanto se non maggiormente oscura, però resta il fatto che l'usurpatore, che finirà condannato a morte, desta una naturale simpatia, in quanto assume sì l'identità di un altro, ma non cela la propria naturale personalità e anche perché il reato non è commesso per lucro, bensì per amore, un amore così forte al punto che, nonostante la donna che ha voluto riconoscerlo come legittimo marito poi lo disconosca in corso d'udienza nel timore di fare una brutta fine, lui si precipita a salvarla, confessando e così determinando la sua infausta sorte.
Nel lavoro Sciascia si avvale delle memorie del caso lasciateci da Montaigne, altra mente raffinata che non prendeva mai nulla per certo e al riguardo l'autore siciliano accompagna questi due saggi da alcune note che finiscono con l'introdurre all'appendice finale, una riflessione di grande valore dello stesso Montaigne intitolata "Degli zoppi", assolutamente da non perdere e che conclude il tutto nel migliore dei modi.
La lettura è senza dubbio caldamente raccomandata.

Leonardo Sciascia (Racalmuto, 8 gennaio 1921 - Palermo, 20 novembre 1989). E' stato autore di saggi e romanzi, fra cui: Il giorno della civetta (Einaudi, 1961), A ciascuno il suo (Einaudi, 1966), Il contesto (Einaudi, 1971), Todo modo (Einaudi, 1974), La scomparsa di Majorana (Einaudi, 1975), I pugnalatori (Einaudi, 1976), Candido, ovvero Un sogno fatto in Sicilia (Einaudi, 1977), L'affaire Moro (Sellerio, 1978), Il cavaliere e la morte (Adelphi, 1988), Una storia semplice (Adelphi, 1989).
Renzo Montagnoli
 


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