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La guerra civile
(De bello civili)
di Gaio Giulio Cesare

Introduzione di Giovanni Cipriani
e Grazia Maria Masselli
Testo latino a fronte
Traduzione di Lorenzo Montanari
Con un saggio di Federica Introna
Barbera Editore
www.barberaeditore.it
Collana Classici Greci e latini
Diretta da Anna Giordano Rampioni

La guerra civile è la seconda opera letteraria scritta da Giulio Cesare. In tre libri spiega e racconta, ovviamente dal suo punto di vista - sulla cui imparzialità sorgono diversi dubbi, essendo uno dei contendenti - la guerra civile che imperversò nel 49 a.C., cercando di giustificare anche il suo rifiuto di obbedire agli ordini del Senato.
Già con La guerra gallica aveva celebrato le sue vittorie in quella sanguinosa campagna militare, con intento soprattutto apologetico, stante il contrasto che si era instaurato con il Senato della repubblica, che non approvava né la condotta, né l'estensione del conflitto.
In La guerra civile il grande condottiero dà ampio spazio alle vicende militari, dal famoso passaggio del Rubicone, alle battaglie condotte in Spagna, e alla definitiva vittoria a Farsalo, dopo la quale Pompeo fu costretto a fuggire, rifugiandosi da Tolomeo, il re dell'Egitto, dal quale fu fatto uccidere.
Se le descrizione degli scontri, delle tattiche e delle strategie occupano gran parte della narrazione e, grazie alla fluidità di esposizione riescono ad avvincere il lettore, è riscontrabile tuttavia il continuo tentativo di Cesare di presentarsi come uomo costretto alla lotta unicamente per i torti subiti. Così ricorrono frequentemente le proposte di pace, rimaste inascoltate da Pompeo, di cui pure l'autore evidenzia la capacità politica e militare, ma solo con l'intento di dimostrare i torti dell'avversario contrapposti alle virtù e alle grandi capacità di comandante dello stesso Cesare.
Viene il sospetto che l'origine di questo libro sia proprio quella di convincere i contemporanei della validità della sua condotta, un modo per ribadire che a lui non interessava tanto il potere, ma la grandezza di Roma e il rispetto delle prerogative e dei diritti propri di quella repubblica.
Sembra quasi che abbia voluto applicare la strategia che la miglior difesa è l'attacco, mettendo a disposizione dei romani
un memoriale che sancisse l'estrema correttezza del suo operato, fornendo quindi le risposte prima ancora che gli venissero effettuate le domande.
La vicenda, nella realtà, fini con il concludersi con un Cesare non "augusto", ma dittatore, che esercitò di fatto un potere assoluto, e ciò dal 49 al 44 a.C., fino a quelle famose Idi di Marzo quando in Senato venne ucciso da una congiura.
Resta una figura di uomo singolare, grande letterato, il miglior genio militare della storia romana e anche politico di elevatissimo livello.
Troppe doti eccelse in un solo uomo perché potesse governare in un triumvirato ed è per questo che si arrivò alla guerra civile. Ma non era già più tempo di Repubblica, gli ideali romani di governo si erano sfilacciati e il Senato di fatto chiedeva di non essere più la fonte primigenia del potere, ma quella secondaria, e Cesare recepì in pieno la situazione, gettando le basi per il successivo periodo imperiale.
La guerra civile è un libro assolutamente da leggere.

Gaio Giulio Cesare ( 100 - 44 a.C.), grande condottiero romano, nonché uomo politico illustre.
I suoi libri (La guerra gallica e La guerra civile) sono scritti storiografici, considerati unanimemente dalla critica fra i più originali dell'antichità.
Attraverso gli stessi realizzò un'apologia di se stesso e delle proprie scelte politiche e militari, fornendo ai posteri l'immagine di un condottiero coraggioso, fine stratega e fondamentalmente fedele ai valori repubblicani.
Renzo Montagnoli


Quattro stracci, una rupia e una bambola di cartapesta
di Felice Muolo
Introduzione di Antonella Calzolari
Fermenti Editrice
www.fermenti-editrice.it
Letteratura per l'infanzia
Collana Garrula

La letteratura per l'infanzia vanta una tradizione che si perde quasi nella notte dei tempi, dalle favole di Esopo alle fiabe di Perrault e dei fratelli Grimm. Non pochi autori si sono cimentati in questo non facile genere e non è raro il caso che si sia trattato di scrittori la cui normale produzione era dedicata maggiormente a tematiche care agli adulti, come per esempio Wilde e Molnar.
Questa premessa è necessaria perché Felice Muolo normalmente si occupa d'altro, se non vado errato di noir, ma ciò non toglie che abbia voluto cimentarsi con un racconto lungo nel delicato genere della letteratura per l'infanzia. Il passaggio dalla narrativa per adulti a quella per bimbi e ragazzi non consiste solo nel cambiamento del tema, ma comporta anche una radicale modifica dello stile espressivo in modo che l'opera possa risultare leggibile e comprensibile da menti che hanno ancora un'istruzione incompleta e difettano di esperienza. Devo dire che Muolo è riuscito perfettamente in questo compito, dando luogo a un lavoro intellegibile ai minori, ma anche appetibile per gli adulti. Come è nella logica delle cose, dalla lettura i bimbi trarranno una loro interpretazione, più semplicistica, ma comunque non nebulosa, mentre i grandi troveranno motivi di riflessione per la fine analisi psicologica di una condizione particolare, derivante dall'adozione.
In pratica si racconta di Pragasi, bambina indiana adottata da genitori italiani e al riguardo credo di poter dire con quasi certezza che Felice Muolo è il padre non biologico, considerando la dedica iniziale: A Rupa, il tizzone di papà.
E' la stessa Pragasi che narra, ricorrendo a una sorta di diario infantile diviso in tre parti, di cui la prima è propedeutica, con l'arrivo in Italia e la conoscenza dei nuovi genitori. La seconda è quella che, specialmente per noi adulti, riveste più interesse, con un sogno della bimba, che ormai da tempo nel nostro paese si interroga sulle sue origini, nel dilemma se restare o ritornare da dove è venuta. E' un comportamento del tutto naturale in chi sa di non essere stato generato da quelli che in quel momento figurano come genitori e l'abilità di Muolo è di aver posto il problema ricorrendo a un linguaggio semplice e pregno di fantasia, caratteristiche tipiche di un infante. La capacità di costruzione mentale di un bimbo deve trovare per forza supporto nell'immaginazione e in questo sogno presente e passato si mescolano, così che laddove prevale l'uno, subito dopo l'altro si prende la rivincita. Potremmo dire che è un calcolo razionale dei pro e dei contro della nuova condizione, ma soprattutto, e qui entra in gioco la terza parte, è la base per una decisione sul significato da dare alla propria vita. Pragasi resterà, sognando un futuro con i nuovi genitori, ma senza recidere i legami con il passato, e così i quattro stracci, cioè i vestiti, la rupia e la bambola di cartapesta con cui era arrivata dall'India non verranno gettati, ma conservati gelosamente.
L'insegnamento di Pragasi è importantissimo e vale non solo nel caso specifico o per le adozioni: per vivere bene il presente e pensare al futuro non possiamo, né dobbiamo ignorare il nostro passato.
La lettura è senz'altro raccomandata.

Felice Muolo è nato e vive a Monopoli (BA). Da ragazzo ha viaggiato per l'Europa con l'autostop e lavorato nei campi di lavoro del Servizio Civile Internazionale. Divenuto direttore d'albergo e giornalista pubblicista, ha abbandonato entrambe le attività per dedicarsi completamente a scrivere romanzi. Ne ha pubblicati sei: Magda, Angelo, Complanare putta, Cristo non si corica, Il ruolo dei gatti e il presente.
Renzo Montagnoli


Il cielo è rosso di Giuseppe Berto BUR Biblioteca Univ. Rizzoli
Narrativa romanzo

Il cielo è rosso è un romanzo che penetra nel cuore con un'iniziale stilettata, ma poi la lama affonda, progressivamente, pagina dopo pagina, fino a quando, arrivati all'ultima, ci si accorge che l'intimo dolore e la commozione che prorompono in modo incontenibile danno un senso a tutta l'opera, facendo conoscere al lettore il vero significato della parola pietà.
Se Niente di nuovo sul fronte occidentale è il più bel libro contro la guerra, questa opera prima di Berto non è certo inferiore, quasi una parabola dell'uomo impotente di fronte a eventi troppo grandi per lui.
E' un romanzo corale, imperniato su quattro orfani sopravvissuti a un terribile bombardamento della loro città nel corso del secondo conflitto mondiale. Sono niente più che dei ragazzini che all'improvviso devono maturare in fretta per poter sopravvivere in un mondo sconvolto dalle rovine, dall'abbrutimento, dalla fame, dal vuoto che le bombe hanno creato dentro di loro.
Tre provengono da un quartiere degradato, popolato da gente povera, o addirittura misera, e perciò sono avvezzi da tempo ad arrangiarsi, a combattere quotidianamente per non soccombere, ricorrendo anche a mezzi non leciti o comunque riprovevoli. L'altro è fuggito dal collegio di preti dove i suoi genitori, benestanti, lo hanno mandato per studiare e per stare lontano dai rischi dei bombardamenti.
La differenza di classe diventa quindi un altro spunto di Berto
per un'analisi approfondita della stessa, con la trovata, geniale, di praticare un percorso di progressivo avvicinamento. Così l'ingenuo Daniele, posto di fronte alla nuova realtà, cercherà di adeguarsi ai suoi tre amici, i quali, con altrettanta difficoltà, proveranno ad andargli incontro.
E' una storia di miseria e di sentimenti, di illusioni e delusioni, in cui il singolo rifulge in quanto parte del gruppo.
Ma è anche una vicenda di sconfitti, di ragazzi che non conosceranno la gioventù gaia e spensierata, troppo occupati a lottare per vivere. Una sola resterà, Carla, la più pragmatica, la non idealista, disposta a fare la prostituta per tirare avanti; eppure anche lei conoscerà la sconfitta, perdendo prima Tullio e poi Daniele, i due ragazzi di cui subisce l'ascendente.
In questo quadro crepuscolare, in cui notevole è l'abilità di Berto di descrivere l'abbrutimento degli uomini a seguito della guerra, non si può tacere un personaggio, Giulia, innamorata di Daniele, troppo tardi ricambiata, un'esile figura di dolcezza quasi materna che soccomberà alla tubercolosi (al riguardo il suo funerale notturno, con la sepoltura fra le rovine, è una delle pagine più struggenti che abbia mai letto).
Non intendo svelare il finale, com'è giusto per rispetto di chi vorrà leggere questo libro, anche se potrà essere intuito da queste righe tratte appunto dal romanzo.
"Compiva ogni gesto rigidamente e con lentezza, spaventato di perdere quel senso di calma che aveva dentro per la gran cosa che gli restava da fare. Ecco che sentiva un gran freddo, perché si era fatto nudo per l'amore degli uomini. Come Gesù e anche altri santi, adesso non ricordava bene chi."
Il cielo è rosso è la storia di vite vissute solo pochi mesi; Il cielo è rosso è un romanzo stupendo.

Giuseppe Berto è nato a Mogliano Veneto (Treviso) nel 1914. Ha partecipato alla seconda guerra mondiale sul fronte africano ed è poi stato prigioniero di guerra in un campo statunitense maturando un distacco dal fascismo. Vissuto tra Roma e Capo Vaticano (Calabria). E' morto nel 1978 a Roma. Ha pubblicato libri di narrativa in parte ascrivibili al filone neorealista: Il cielo è rosso (1947) pubblicato da Leo Longanesi e vincitore nel 1948 del premio Firenze per la Letteratura, Le opere di Dio (1948), Il brigante (1951). Altre opere sono in parte volti a una inquieta indagine psicologica: Il male oscuro (1964) il suo romanzo più noto e vincitore in una sola settimana del premio Viareggio e del premio Campiello - "eccezionalmente, e senza che nessuno lo volesse", come ebbe a scrivere qualche anno dopo -, La cosa buffa (1966). All'apologo "fantascientifico" si è dedicato con La fantarca (1965) edito da Rizzoli con 11 tavole a china di Herbert H. Pagani. Il racconto è quello di chi postula, provocatoriamente, la risoluzione dei problemi meridionali (sottosviluppo ecc.) tramite l'eliminazione del problema alla radice: inviando tutti i meridionali tramite un'astronave via dalla Terra. Racconto tra il satirico e l'umoristico, alla cui base è un sentimento offeso e acre. Diario-testimonianza sulla guerra d'Africa è Guerra in camicia nera (1955). Pamphlet provocatoriamente "conservatore" è la Modesta proposta per prevenire (1971). Una rilettura della figura del Giuda evangelico è ne La gloria, tra le sue cose migliori accanto a "Il male oscuro". Immagine di copertina di "Oh, Serafina!" edito da Rusconi nel 1973. Interessante anche la "fiaba di ecologia, di manicomio e d'amore" (come è nel sottotitolo) intitolata Oh, Serafina! (1973) pubblicato presso Rusconi. Mentre la società letteraria italiana cercava in qualche modo di reagire alle diverse sollecitazioni di quello che accadeva - a livello sociale e politico, l'età dei movimenti collettivi e delle contestazioni - Berto sornione dice la sua imbastendo una sua "fiaba" che è anche controcanto a tutti i cantori delle utopie industrialiste o terzomondiste dell'epoca. Protagonista è un giovane industriale incapace di accettare il mondo del "miracolo economico": Augusto Secondo, il suo nome, è un disadattato che trova nella compagnia degli uccelli gli unici compagni degni a questo mondo; nell'epoca dell'industria e della cementificazione, non trova nessuno che lo comprenda, finisce in manicomio e qui incontra la donna (Serafina, appunto) nelle vesti di una freak mistico-induista anche lei alla ricerca della sua nicchia dal mondo. La troveranno, perché questa è una favola, in cui anche la morte quando è presente - il suicidio del padre Giuseppe, la morte della madre ecc. - non dà "problema", è solo un elemento del percorso fiabesco. Una favola grondante elementi di attualità, profondamente evasiva: attraverso l'apologo fiabesco il "disimpegnato" Berto vuol dire la sua morale, in controtendenza e controcorrente rispetto ai modi e alle formule (spesso astratte) del dibattito contemporaneo, ma anche divertendosi e divertendo. Le cose migliori di Berto sono quelle in cui si inserisce nel filone psicologico-esistenzialista. Ci si riferisce soprattutto a "Il male oscuro", contraddistinto da una prosa fluida, che mostra di aver digerito e metabolizzato la lezione joyceiana del "flusso di coscienza", senza più esibirne le caratteristiche di "avanguardia" ma usandone in maniera precisa e opportuna. E a "La gloria", in cui la vicenda umana si pone a confronto e in contatto con la vicenda divina, con i grandi problemi collettivi e esistenziali, ma sempre dalla parte dell'umano.
Tratto da Zam.  
Renzo Montagnoli


L’orda
Quando gli Albanesi eravamo noi
di Gian Antonio Stella
Ed. Rizzoli
Saggistica

Quarta di copertina: “Volevamo braccia, sono arrivati uomini.” Max Frisch

Durante le grandi ondate migratorie dall’Ottocento in poi, tanti Italiani, moltissimi, emigrarono in America, in Australia e in Europa (Francia, Svizzera, Germania, Belgio…) e divennero immigrati, stranieri mal sopportati e, quasi fino a tempi recenti (anni ’70) disprezzati. Il giornalista Stella ripercorre attraverso documentazioni e reperti delle varie epoche l’emigrazione di tanti nostri compatrioti, come erano percepiti e trattati dai Paesi “ospitanti”.
“La feccia del pianeta”, questo eravamo, o meglio, così eravamo visti. Bel paese, brutta gente. La differenza tra gli emigrati di oggi in Italia e noi all’estero è solo temporale, noi abbiamo vissuto l’esperienza prima, loro dopo, ma gli stessi pregiudizi, gli stessi stereotipi ci accostano per ostilità e diffidenze simili. Oggi si sputa su quelli come noi eravamo o siamo stati. Nell’introduzione del libro è racchiuso il senso del titolo e di tutto il contenuto del medesimo. Negli States del Sud eravamo catalogati non visibilmente negri, sporchi e verrebbe da scrivere brutti e cattivi parafrasando il titolo di un arcinoto film. Essere accusati di qualsiasi misfatto raccapricciante, di qualsiasi losco malaffare, essere qualificati come mafiosi, facili alle risse a all’uso del coltello erano inevitabili accuse. Quanti Italiani furono percossi, ingiuriati, arrestati e uccisi solo perché crumiri o perché eravamo tutti siciliani. Era l’orda, solo paragonabile agli Unni, quella che sbarcava negli U.S.A. “La discarica senza legge”: l’invasione giornaliera dei nuovi immigrati direttamente dai bassifondi d’Europa, così eravamo raffigurati in una illustrazione del Judge, 6 giugno 1903, tanti sorci bollati come anarchici, mafiosi…mentre campeggia la scritta: Occhio zio Sam: sbarcano i sorci!
Non avevano nome i nostri bisnonni, nonni, ma solo appellativi, nomignoli sprezzanti ed insultanti. Per i paesi anglosassoni eravamo i Dagger, da coltello, popolo dello stiletto, facile da usare allo stesso modo per mangiare e per uccidere. Per gli Australiani i Ding, il cane selvatico. Per gli Argentini tutti Napoletani, per i Francesi, Français de Coni (Cuneo). In dialetto svizzero-tedesco Cinquaioli, dal grido cinq, nel gioco della morra. Una sfilza di definizioni senza fine: Uàp ( Guappi),
Cristos ( bestemmiatori), Chianti (ubriaconi), Greaseball, non tanto per la brillantina in testa quanto per le teste unte e grasse. Sul Croniche di San Francisco 1904: al di sotto del 45° parallelo sono tutti malfattori. Difficili da inserire come gli Slavi e gli Unni. Straccioni maleodoranti. I peggiori rifiuti d’Europa, popolo dai bassi istinti. In tempi più recenti la situazione migliora, ma l’equazione Italiani=Mafia permane. Immigrati clandestini, quanti nel secondo dopoguerra oltrepassando il Gran San Bernardo per andare in Francia furono gettati da qualche dirupo…ricorda gli scafisti che gettano in mare i poveri emigranti dopo aver sborsato tanti quattrini. Furono trentamila i bambini nascosti perché clandestini, in Svizzera. “Come Anna Frank”, il caso di una bambina nascosta per 4 anni in casa senza uscire mai.
Stella afferma che piace ricordare solo i nostri compatrioti emigrati che hanno fatto fortuna e hanno dato lustro, ma tutti quelli che non ce l’hanno fatta e sopravvivono oggi tra mille difficoltà nelle periferie, si fa fatica a ricordarli. Le stime parlano di milioni di padri, fratelli di cui non si ha traccia, testimonianza di una storica sconfitta soprattutto nell’Italia della retorica risorgimentale, savoiarda e fascista. Non c’è stereotipo di oggi che non sia stato rinfacciato, un secolo o solo pochi anni fa, a noi. “Loro” sono clandestini? Lo siamo stati anche noi. “Loro” si accalcano in osceni tuguri in condizioni igieniche rivoltanti? L’abbiamo fatto anche noi ( un prete irlandese teorizzava che gli Italiani riescono a stare in uno spazio minore di qualsiasi altro popolo, se si eccettuano, forse, i Cinesi. “Loro” vendono le donne? Le abbiamo vendute anche noi. Rubano il lavoro ai nostri disoccupati? Anche noi accusati di questo. Importano criminalità? Noi ne abbiamo esportata dappertutto. Fanno troppi figli rispetto alla media italiana? Noi spaventavamo allo stesso modo. Perfino l’accusa più nuova, dopo l’11 settembre, che tra gli immigrati ci sono tanti terroristi, è per noi vecchissima: a seminare il terrore, per un paio di decenni, furono i nostri anarchici. In questa doppia versione dei fatti può essere riassunta la storia dell’emigrazione italiana.
Detto questo, alla larga dall’apertura totale delle frontiere, dall’esaltazione del melting pot, ma alla larga più ancora dal razzismo, dalla xenofobia, in una società che ha rimosso una parte del suo passato. La lettura del libro è interessante e fa riflettere: tanti di noi puntano l’indice sugli immigrati perché ricordano una parte di noi che vogliamo dimenticare. Ma la Storia non si cancella.

L’autore. Gian Antonio Stella, giornalista del “Corriere della sera”, ha scritto diversi libri, tra i quali i bestseller Schei, Dio Po, Lo spreco, Chic e Tribù.
Arcangela Cammalleri


Visi
di Giovanni Buzi e Marcella Testa
a cura di Lodovico Gierut
Edizioni Comitato Archivio
Artistico documentario Gierut
www.gierut.it
Collana Il volto e la maschera

Opuscolo, catalogo, libro? Non trova una collocazione esatta questo piccolo volume dove sono presenti opere pittoriche di Giovanni Buzi e una specie di dialogo poetico intessuto fra Marcella Testa e Buzi stesso.
Se le prime pagine sono rivolte alla riproduzione di volti enigmatici, frutto di un lavoro completato nel corrente anno dall'artista viterbese, opere su cartoncino in originale esposte con altre di analoga tematica nella mostra "Visi 1979-2009" ospitata nel Centre de documentation de l'Etui a Bruxelles ( dal 7 dicembre all'8 gennaio, tranne la chiusura per le festività di fine anno dal 18 dicembre al 3 gennaio), le altre sono occupate da versi in cui entrambi i poeti avviano una schermaglia di genere poetico.

Buzi:
….
La mia unica tortura è
L'attendere invischiato nella tela,
l'arrivo del ragno.
So che è in agguato,
fra le fronde fresche della sera.
E, a questo pensiero
Come colore che si spegne,
tremo.

Testa

Il ragno può salvarti
Cucendo tutti i pezzi
Come Iside
Oppure può disfare
E tessere l'inganno
Di Penelope.
Moglie, madre o amante:
che sia la tua bocca
a battezzarmi.

Tuttavia, a un esame più approfondito, non si tratta di un'ispirazione venuta dalla lettura dell'Aminta di Torquato Tasso, e del resto il dialogo poetico, se pur non frequente, in passato era una forma abbastanza ricorrente.
No, in questa sorta di poemetto, più che una conversazione ricca di sottintesi, di allusioni, di parole dette e non dette, sembra che emerga invece una sorta di riflessione stimolata dai reciproci spunti, esposta con molto garbo e peraltro con una vena di lirismo che più la fa assomigliare al duetto di un'opera settecentesca.
Poiché non ho capacità artistiche tali da poter esprimere un'opinione compiuta sui quadretti, opere tuttavia moderne, benché non astratte, il soffermarmi sui versi mi è quasi d'obbligo.
Verrebbe voglia di leggerli con l'accompagnamento in sottofondo di un clavicembalo, in un salotto patrizio in cui un gentiluomo imparruccato e una damina ingioiellata duellano, senza mai toccarsi, davanti a una piccola platea in rigoroso perfetto silenzio.
Un esercizio di stile, un remaque di un tempo passato accompagna così la modernità di quei visi dipinti, una cornice dorata in cui racchiuderli e rinchiudere quei versi.

Giovanni Buzi
1961 - nato a Vignanello (Provincia di Viterbo).
1980 - trasferimento a Roma.
1984 - diplomato all'Accademia di Belle Arti di Roma.
1985 - lunghi soggiorni a Parigi.
1986 - prima esposizione personale "La Memoria" al Centro Culturale "Saint-Louis de France" a Roma. Presentazione di Paolo Raffaeli nel dépliant.
- ritorno a Parigi dove fa la conoscenza di Gilles Vallée, domenicano che organizza dal 1952 la Galleria "Haut-Pavé".
- primo soggiorno a Mézels, villaggio ai bordi della Dordogna nel quale, sotto la direzione di G. Vallée, si trovano gli atelier di serigrafia e incisione della Galleria. Una decina d'artisti provenienti dal mondo intero si ritrovano per lavorare, discutere, vagabondare. In occasione dell'esposizione collettiva di dicembre, espone l'unica serigrafia (30 esemplari) e le due incisioni (3 esemplari ciascuna) realizzate fino ad oggi, oltre a qualche disegno e acquerello.
- Bruxelles. Quadri del "periodo grigio", olio su legno.
1987 - illustrazione collettiva d'un libro di poesia "Motus", pubblicato da "Edizioni Lavoro", Roma.
- esposizione alla Libreria "EL" a Roma: "Pietre nel verde sacro". Presentazione di Paolo Raffaeli nel dépliant.
1988 - esposizione-asta collettive al Palazzo di San Michele a Ripa a Roma (tra gli altri : Matta, Fioroni, Ziveri, Turcato, Pomodoro, Attardi, Baruchello).
- esposizione "12 meno 35" organizzata dal Comune di Roma al Foro Boario. Sei critici d'arte presentano ciascuno due artisti. Testo di Gianfranco Proietti nel catalogo.
- secondo soggiorno a Mézels, con gli artisti della Galleria "Haut-Pavé" di Parigi.
1989 - esposizione collettiva "Dopo il Boario" a Spoleto per il Festival dei Due Mondi. Presentazione di Rossella Siligato nel catalogo.
1990 - Inizia la collaborazione col "Centro documentazione ricerca artistica contemporanea Luigi di Sarro" di Roma. Esposizione collettiva "Orizzonti Verticali" , organizzata da questa galleria, nella Torre di Ciarrapico, Francavilla al Mare (Chieti), ottobre. Presentazione d'Alessandro Masi nel catalogo.
- Lunghi soggiorni a Bruxelles.
- pubblicazione in copertina di "Toro", olio su tela del 1989, Fazil Iskander, "Le buffle front large", Editions Complexe, Bruxelles.
1991 - laureato in Storia dell'Arte Contemporanea alla Facoltà di Lettere dell'Università "La Sapienza" di Roma. Tesi : "Il gruppo Cobra, 1948-51".
1992 - esposizione collettiva "Art Rivages", Galleria "Patrick Vicqueray", Bruxelles.
1993 - pubblicazione d'un manuale di storia dell'arte, "Guida all'esame di maturità: Storia dell'Arte (dal XVI° al XX° sec.)" in collaborazione con Paolo Raffaeli, Edizioni "Sovera multimedia" di Roma.
1994 - pubblicazione di "Noir Blanc", plaquette di 100 esemplari, testo e illustrazioni.
1995 - esposizione "Fragments" nella "Maison des Tulipes Noires" (Waterlandkerkje, Olanda). Nel catalogo testi di F. Lalande, D. Soil, J. Vogel, A. Raulier. 150 esemplari, 50 numerati, firmati e copertina realizzata con un "frammento" originale. Altro catalogo di 50 esemplari con riproduzioni d'opere e un testo dell'autore.
- esposizione collettiva "Cocoon", Bruxelles. Introduzione di B. Thomas nel catalogo.
- pubblicazione del testo "Mon premier contact avec la peinture", con riproduzioni di quadri, nella rivista trimestrale del "Centre d'Expression et de Créativité, les Atelier de la Banane", Bruxelles.
1996 - pubblicazione a 150 esemplari della plaquette "Eaux Turquoise" (testo, foto, illustrazioni) ispirata da un soggiorno di tre mesi a Cancùn (Messico).
- esposizione collettiva alla Galleria "Laetitia", Seraing (Liegi).
- pubblicazione a 200 esemplari della plaquette "Lumières géométriques" (testo, foto) ispirata da un viaggio in Tunisia.
- partecipa alle esposizioni di creazione contemporanea "Parcours d'artistes", Bruxelles.
1997 - esposizione collettiva "Dare corpo all'illusione", Scuderie di Palazzo d'Atri, Napoli, organizzata dal "Centro Documentazione Ricerca Artistica Contemporanea Luigi di Sarro" di Roma. Testo del catalogo di Federica di Castro.
- esposizione personale "Fragments" a Bruxelles, Spazio Bucella. Catalogo con testi di Isabelle Fessaguet, Ana Isabel Pérez-Gavilán, Federica di Castro.
- esposizione collettiva "Traits d'union" in occasione del 45esimo anniversario della Galleria "Haut-Pavé" di Parigi.
1998 - esposizione "Artistes italiens du XXème siècle" al "Centre International d'Art Contemporain" (CIAC), Palazzo del Principe Vescovo, Liegi.
- pubblicazione in copertina della rivista "Performances" del quadro "fragment n° 571", Tolosa.
1999 - esposizione personale alla Galleria "Pro Vision Europe" di Bruxelles.
- pubblicazione del primo romanzo "Faemines", Edizioni Libreria Croce, Roma.
2000 - esposizione "Bruxelles, 10 années de peinture" Bruxelles, Atelier 11.
- esposizione "Pitture, 1980-2000" al "Centro Documentazione Ricerca Artistica Contemporanea Luigi di Sarro" di Roma.
- pubblicazione del romanzo "Il Giardino dei Principi", Massari Editore, Bolsena.
2001 - pubblicazione della plaquette "Passeggiate romane" (100 esemplari), testo e quadri, che accompagnano l'esposizione personale dello stesso titolo, Atelier 11, Bruxelles.
2002 - pubblicazione del saggio "Le mystère des Logogrammes de Christian Dotremont", Atelier 11, Bruxelles, (plaquette di 200 esemplari).
- esposizione personale "De la figuration aux Fragments", Galleria "L'Arté", Bruxelles.
2003 - pubblicazione del saggio "William Turner in Etruria", Massari Editore, Bolsena. Presentazione e commento di 23 disegni inediti conservati alla Tate Gallery di Londra. Questo volume è presente nel catalogo della biblioteca del Metropolitan Museum of Art di New York
2004 - esposizione personale "Hommage à W. Turner", Galleria "L'Arté", Bruxelles.
- pubblicazione della novella breve : "Il pesce d'oro", sulla rivista-on line "Progetto Babele" n° 9. Seguono pubblicazioni dei racconti : La lupa di Roma, Metamorfosi, Haiku.
- pubblicazione della raccolta di novelle horror "Fluorescenze", prefazione di A. Teodorani, Il Filo, Roma.
2005 - pubblicazione del poema "La neige" in Christian Dotremont, "Mémoire de neige", Editions Tandem, Bruxelles.
- inizia a insegnare Soria dell'Arte Contemporanea nell'Accademia di Belle Arti di Bruxelles.
- pubblicazione di "Sesso, orrore e fantasia", raccolta di 4 novelle, tradotte nello stesso volume in francese e inglese, più 65 riproduzioni di acquerelli a colori. Prefazioni di A. Teodorani e O. Duquenne. Massari Editore, Bolsena.
- 2006 - Con il racconto La collana di perle celesti ha vinto il Premio Profondo Giallo 2005 (il racconto è stato pubblicato insieme al romanzo di Giulio Leoni, I delitti del mosaico, collana Il Giallo Mondadori n. 2896, Milano.
- 2007 - pubblicazione della raccolta di novelle "Alchimie d'amore e di morte", Tabula Fati.
- Nel mese di settembre 2007 all'ISTI, Institut Supérieur de Traducteurs et Interprètes, di Bruxelles, è stata sostenuta la tesi: "Il Giardino dei Principi: gli anni Cinquanta e il rinnovamento dell'Italia", tesi che comprende la traduzione in francese del romanzo "Il Giardino dei Principi".
- 2008 - pubblicazione del romanzo "Uragano", Delos Books.
- pubblicazione del romanzo "Agnese, ancora", Akkuaria.
- 2009 - pubblicazione del romanzo "La signora dalla maschera d'oro".
- Numerose partecipazioni in antologie.
- È presente nel Dizionario Piron che raccoglie i maggiori artisti belgi, o di differente nazionalità che hanno vissuto in quel Paese.

Marcella Testa
E' nata a Castellamare di Stabia nel 1972 e risiede a Scafati, dove insegna materie letterarie presso il liceo scientifico "R. Caccioppoli".
Suoi racconti e poesie sono presenti in antologie edite da Montag, Perrone, Cicorivolta, Farnedi, Edizioni Progetto Cultura e sul Writers Magazine Italia. Il nuovo egocentrismo ha vinto la decima edizione del Premio WMI. Nel 2009 un suo racconto è risultato vincitore nella IV edizione del Premio Letterario Logos indetto dalla Perrone Editore. Nello stesso anno è uscita la sua prima silloge Come una nebulosa, ed. Montag.
Renzo Montagnoli


La corsa selvatica di Riccardo Coltri Edizioni XII www.xii-online.com
Copertina di Diramazioni
Appendice Caccia Selvaggia
di Dario Spada
Narrativa romanzo

"La corsa selvatica, la chiamavano. E a poco servivano le barricate, i fucili, le trappole segnalate da rami incrociati o il riunirsi tutti nello stesso luogo, attendendo che finisse. Erano grossi cani neri, forse tanti quanti poteva contenerne la contrada stessa."

Nei primi anni del Regno d'Italia, ai confini con il Tirolo, accadono fatti strani, inspiegabili, oltre ogni umana comprensione. Qualche cosa di indefinibile è arrivato, o forse solo ritornato, mobilitando un vero e proprio esercito di soldati, di stregoni e di medium.
In un paesaggio incantevole, ma anche incantato, nel silenzio della neve che copiosa lo ricopre, sembrano materializzarsi certe storie di lontane leggende, in un'atmosfera cupa, di tensione, nella quale orrore, disperazione e brama di conoscenza riescono a convivere perfettamente.
La corsa selvatica è un romanzo dalla trama continuamente in bilico fra realtà e mondo oscuro, fra le fatiche del giorno e gli ancestrali timori notturni. E' ambientato alla fine del 1800, ma sembra di tornare molto più indietro nel tempo, come se all'improvviso l'illuminismo dovesse ancora arrivare a far prevalere la razionalità. Sono bestie infernali quelle che avviano la corsa selvatica, ma anche gli uomini, quelli in carne e ossa, le vittime per intenderci, sono figure emblematiche dei turbamenti dell'inconscio, e non di rado prede e cacciatori.
In questo romanzo, che riesce ad avvincere il lettore nonostante ci sia un po' troppa carne al fuoco, si ritrovano così le atmosfere di certe narrazioni dei vecchi nonni ai nipotini, frutto anche esse di una tradizione orale che caratterizza ogni comunità e in cui ogni invenzione ha un qualche fondo di verità. Ricordo io stesso di storie di lupi mannari, di streghe e di bestie diaboliche, tutti specchi delle nostre paure, di quei timori latenti che il buio fa risvegliare.
E' l'incapacità di comprendere che fa nascere gli spettri, è l'umana debolezza che scaramanticamente li evoca, è l'ignoto di noi stessi che cerchiamo di rappresentare.
Eppure, la Katertempora, la caccia selvaggia così come tramandata nel Tirolo, nelle sue lontane origini non può essere solo un fenomeno di credenza collettiva; alla base ci deve pur essere qualche cosa di concreto, ma cosa? Notti di neve e latrati di cani? Ombre che circondano il viandante?
La corsa selvatica ha inizio; fortunato è solo chi non è la preda, ma soprattutto il lettore.

Riccardo Coltri è interprete di un genere a cavallo tra fantastico e horror, che attinge nel profondo del folclore e delle leggende alpine e mediterranee in una miscela personalissima e affascinante, portandoci verso un tempo e un mondo che potrebbero esistere (e forse sono esistiti) giusto fuori dalla porta di casa nostra; scrittura elegante, cattiveria, e una reale capacità di inquietare il lettore completano il quadro di uno degli autori nostrani più interessanti.
Oltre a molti racconti su diverse riviste e antologie, suoi sono il romanzo horror Non c'è mondo (2001, basato sulla leggenda di Giulietta e Romeo) e Zeferina (2007, fantasy ambientato nel Regno d'Italia, riedito in versione ampliata nel 2009).
Renzo Montagnoli


Romanza di Zurigo di Francesca Mazzucato Historica Edizioni www.historicaweb.com   info@historicaweb.com
Con appendice fotografica a colori
Collana Cahier di viaggio

Devo ammettere che a Francesco Giubilei, tuttora il più giovane editore italiano, non manca il coraggio, perché di questa dote, non frequente e spesso fraintesa, ne occorre non poca per pubblicare un cahier de voyage, o quaderno di viaggio, o libro di viaggio comunque lo si chiami. E' infatti questo un genere che in Italia non ha mai avuto fortuna, a differenza che in diversi paesi esteri. Il lettore medio italiano ama poco viaggiare con la mente, magari prende una guida del Touring, ma poi la dimentica nel corso delle immancabili gite collettive, anche perché un cahier de voyage non è un semplice libretto pratico per orientarsi su cosa andare a vedere, dove dormire, dove mangiare, anzi rifugge da questi consigli spicci perché il suo intento non è di supporto logistico al viaggiatore, non è il Bignami di un paese, bensì è un'opera letteraria che ha l'occhio solo per la cultura. Da noi questi libri sono in genere rifuggiti peggio di quelli di poesia. Eppure sono opere di indubbia validità, ma tanto è la disaffezione per l'autentica cultura di una larga parte dei lettori italiani che questi cahier finiscono con l'essere negletti. Certo Giubilei avrà ben valutato i pro e i contro, e fra i primi il peso non trascurabile è dato dall'autrice, assai nota che, in questo testo, come poi si vedrà, profonde al massimo le sue qualità letterarie.
Fra l'altro questo libro inizia una nuova collana, intitolata appunto Cahier di viaggio, diretta proprio da Francesca Mazzucato.
Zurigo ai più potrà risultare una meta non particolarmente appetibile, probabilmente secondaria rispetto a Parigi, a Londra o a New York, ma l'autrice ha scelto questa località per compiere un viaggio dell'anima, per proporsi una serie di riflessioni, anche sentimentali, che non sempre sono direttamente collegabili alla meta.
Certo c'è l'omaggio a Joyce, che lì morì e vi è sepolto, uno scrittore che deve avere rivestito un'influenza particolare sulla Mazzucato tanto che la visita della sua tomba finisce con il diventare quasi il suggello della fede di un pellegrino con il proprio santo prediletto.
Peraltro, all'inizio del viaggio da Bologna in vagone letto, il barbone che sul marciapiedi del binario si orina addosso in completa indifferenza rappresenta la fine del quotidiano e l'inizio di quel progressivo distacco dalla realtà materiale che in itinere diventerà un percorso dentro se stessi, con le occasioni offerte da una città in cui muoversi per trarre spunti, far nascere idee, riflettere soprattutto.
C'è tanta cultura in questo libro e non a caso i riferimenti a Joyce, ad Annemarie Schwarzenbach, a Canetti, a Chagall e perfino a Jung sembrano propiziati dalla presenza delle loro ombre in questa città svizzera di impronta tedesca.
Ci sono piccoli spunti, in apparenza insignificanti, abitudini giornaliere con cui l'autrice cerca quasi un dialogo con il lettore, descrizioni che sembrano casuali di edifici, insomma tante pietruzze di un mosaico che non solo riescono a ricreare l'atmosfera di Zurigo, ma vengono a delineare, come nell'opera di un pittore, un quadro culturale che nobilita il libro, che è quasi la fusione di un diario con un romanzo, non di rado espresso con una prosa poetica.
Resta da chiarire il perché del titolo e a questo provvede una piccola nota all'inizio, dove si dice che la romanza è una composizione musicale per voce e accompagnamento, di struttura variabile ma di carattere per lo più sentimentale.
Ecco, in effetti il libro ha il ritmo di un lungo adagio in cui la voce dell'autrice si inserisce con una vena di lirismo, un violino di cui ancora sento il suono malinconico.
La lettura è vivamente raccomandata.

Francesca Mazzucato è laureata in Lettere e specializzata in Biblioteconomia con un master al Parlamento Europeo. E' scrittrice, consulente editoriale e traduttrice. Ha pubblicato 16 romanzi, prefazioni, saggi brevi e racconti. Si occupa di erotismo, viaggi, costume, fotografia, new media e critica letteraria. Studiosa di letteratura marsigliese, è l'autrice del saggio in formato e-book:"Louis Brauquier, il poeta del mondo meticcio di Marsiglia", Kult Virtual Press. Ha scritto per il teatro e tiene regolarmente corsi di scrittura creativa e sui mestieri dell'editoria. Nel 2003 ha vinto il premio Fiuggi e si è classificata seconda al premio Argentario- Narrativa Donna.
Fra i suoi romanzi più noti, alcuni dei quali tradotti in Francia, Germania, Grecia e Spagna: "Hot line", Einaudi, "Relazioni scandalosamente pure", "Amore a Marsiglia" e "Web cam", Marsilio, "L'anarchiste" Aliberti, " Enigma Veneziano", Borelli e "Kaddish profano per il corpo perduto" Azimut, ambientato a Budapest e dedicato al premio Nobel Imre Kértesz. Nel 2008 è uscito un suo racconto nell'antologia "M'ama? Mamme madri matrigne oppure no", Il Poligrafo, e il romanzo "Generazione McDonald's" Marlin editore, da cui è stato tratto uno spettacolo in forma di reading, Fast Food Elettronico, a cura di Marco Nardini con musiche di To-Bork- Ram, portato con successo in giro per l'Italia.
A Febbraio 2009 è uscita negli Stati Uniti l'antologia "Rome Noir", per Akashic Books. Contiene racconti dei più importanti scrittori italiani fra cui Lucarelli, Carofiglio, Fois : dell'antologia, di prossima pubblicazione in Italia, fa parte il racconto "Tiburtina noir blues" di Francesca Mazzucato.
Sempre nel 2009 un suo intervento è uscito nel volume "Dai blog ai social network. Arti della connessione nel virtuale. " , a cura di Mapelli e Margiotta, Mimesis editore.
Dal 2009 ha creato e dirige la collana "Cahier di viaggio" per le edizioni Historica. Fa parte del Who's Who in Italy 2009 nella sezione Arte e cultura (ne aveva già fatto parte nel 2006 e nel 2007) . Collabora con magazine come, riviste letterarie, portali come Menstyle.it Da anni cura lo spazio di recensioni e interviste Books and other sorrows (http://scritture.blog.kataweb.it ) che fa parte dei blog d'autore del gruppo Kataweb-L'Espressso. Sulla sua opera sono state scritte alcune tesi di laurea. Ha in uscita un testo breve su Marsiglia per questa collana e sta lavorando a un saggio di costume e a un nuovo romanzo.
Vive in una terra di frontiera.
Il blog della collana Cahier di viaggio, da lei gestito
http://cahierdiviaggio.blogspot.com 
Cahier di viaggio su Twitter
http://twitter.com/cahierdiviaggio
Renzo Montagnoli


Colloqui con Hitler.
Le confidenze esoteriche del Führer e i suoi piani per la conquista del mondo
di Hermann Rauschning
Traduzione di Anna Maria Baiocco
Edizioni Tre Editori
www.treditori.com


"La coscienza è un'invenzione degli ebrei. E' come la circoncisione, una mutilazione dell'uomo."
"Noi poniamo termine al cammino sbagliato imboccato dall'umanità."
"Non esiste la verità, né in senso morale né in senso scientifico.
"

Sono alcune delle massime che Hitler produceva a getto continuo, lapidarie, incontrastabili a meno che il loro creatore le facesse decadere con altre, una filosofia - ma il termine è esagerato - spicciola, frutto non tanto di un complesso processo di pensiero, quanto di improvvisazioni o di folgorazioni di cui tanto amava compiacersi.
Hermann Rauschning, membro del partito nazionalsocialista e capo del governo della Città libera di Danzica nel 1933-34, ebbe, per gli incarichi ricoperti, l'opportunità di colloquiare sovente con Hitler e annotò questi dialoghi, per poi riprenderli, una volta rotto con il nazismo e riparato all'estero, e scrivere un libro che fu pubblicato per la prima volta in Francia nel 1939. Per quanto ovvio, l'opera fu proibita nei paesi dell'Asse.
Pur con le riserve che possono derivare dal fatto che questi incontri con il Fuhrer avevano un carattere per lo più privato e che quindi non è possibile un riscontro diretto con quanto scritto, l'opera in sé costituisce un ulteriore prezioso tassello nella ricostruzione della figura del piccolo caporale austriaco.
Non è un caso se ho ricordato l'esperienza militare di Adolf Hitler, perché fa parte della sua vita, qui non raccontata, prima di diventare fondatore del grande Reich. Militare di truppa, pittore di trascurabili qualità, una famiglia di modeste condizioni, con il peso di un padre nato illegittimo e con ascendenti probabilmente di razza ebraica, insomma Hitler non aveva molto di che esser contento per i suoi trascorsi e probabilmente un desiderio di riscatto, del tutto legittimo in verità, lo portò a cercare di raggiungere una posizione preminente. Tuttavia questo non spiega a sufficienza l'ascesa di un uomo dallo smisurato senso di onnipotenza e dalla latente profonda frustrazione, sempre pronta a esplodere, nell'eterno contrasto fra insoddisfazione e autoconvincimento della propria presunta grandezza.
Il libro, oltre a ricostruire la continua evoluzione delle teorie naziste, è una fonte valida per comprendere questo contrasto caratteriale, fatto di momenti di estasi e di altri di abbattimento, che portano a evidenziare un quadro clinico di notevole complessità comprendente due distinte personalità del tutto inconciliabili.
L'istruzione di Hitler è modesta, quello che apprende gli deriva da "un fai da te", che finisce con il diventare in una mente così folle l'unica verità. E se non bastasse deve cercare una giustificazione per la sua investitura di guida della nuova umanità, in una confusione di approssimativi concetti religiosi e di vagheggiamenti esoterici, questi ultimi frutto delle idee propugnate dalla Società di Thule (cfr. dello stesso editore Il viaggiatore di Agartha).
In una ridda di controsensi, inevitabili in un continuo sdoppiamento della personalità, fra alti esaltanti e bassi paurosi, possiamo così leggere l'evolversi della scalata al potere di Adolf Hitler e i prodromi di quello che avverrà da lì a pochi anni: una guerra mondiale sanguinosa, l'olocausto, l'eliminazione di milioni di cittadini sovietici, la distruzione della Germania, la fine del Fuhrer a Berlino nel bunker della cancelleria. Tutte queste sciagure sono facilmente prevedibili se si leggono con attenzione questi colloqui, più che altro monologhi del dittatore, perché è evidente, non è nemmeno nascosta la vocazione nichilista a un crepuscolo non tanto di dei, ma di folli e illusi superuomini.
La lettura, appassionante, è senz'altro raccomandabile.

Hermann Rauschning (7 agosto 1887 - 8 febbraio 1982).
E' stato un conservatore e reazionario, membro del partito nazista, capo del governo della Città Libera di Danzica dal 1933 al 1934, anno in cui, non più convinto dall'ideologia, si rifugiò dapprima in Inghilterra e poi negli Stati Uniti. Scrisse Colloqui con Hitler, pubblicato per la prima volta in Francia nel 1939 e poi nell'originale in tedesco dalla Europa Verlag di Zurigo. In Italia venne stampato, clandestinamente, nel 1944, nella traduzione dal francese.
Altre pubblicazioni:
La Rivoluzione del Nichilismo (1939), Make and Break With the Nazis (1941), The Conservative Revolution (1941), The Redemption of Democracy, the Coming of the Atlantic Empire (1941), The Beast from the Abyss (1941), Men of Chaos (1942), Makers of Destruction - Meetings and Talks in Revolutionary Germany (1942), Time of Delirium (1946).
Renzo Montagnoli


Ti prendo e ti porto via di Niccolò Ammaniti Ed. Piccola Biblioteca Oscar Mondatori

Letto quando era uscito, mi era piaciuto per lo stile dell’autore e per la storia dei personaggi un po’ così…fuori da certi schemi: balordi, incasinati, problematici, ingenui; insomma la gamma infinita dei caratteri umani. Una galleria d’individui viva e tragicomica, data in pasto ai lettori. Oggi rileggerlo, offre le stesse sensazioni positive, non certo  di un libro dalla lettura frettolosa e via al prossimo. Un vero libro si rivela  e poi si conferma quando una seconda lettura è più interessante e apre altre chiavi d’interpretazione e approfondisce pensieri e suggestioni. La trama in breve: a Ischiano Scalo, piccolo paese con poche opportunità di svago e di cultura vivono i nostri eroi: due ragazzini Pietro e Gloria, compagni di scuola, d’estrazione sociale ed economica diversi. Gloria, bella e spavalda, di famiglia ricca e  perbene e Pietro, timido e introverso, di famiglia proletaria che più non si può, e anche  disastrata: padre violento e alcolizzato, madre con problemi psichici e un fratello incolto che nutre vaghi ed assurdi sogni; insomma un bambino definito, secondo il linguaggio scolastico, un caratteriale. Tra l’altro perseguitato da tre compagni bulli e balordi, che così esprimono il degrado e il disagio di certe realtà umane: lo opprimono con continue offese verbali e fisiche. Eppure tra questi due ragazzi Pietro e Gloria c’è una sintonia d’intenti e una vicinanza affettiva che va oltre una semplice amicizia adolescenziale. L’altra coppia scombinata è quella di Graziano Biglia play boy da strapazzo, un po’ attempato che insegue ancora futilità e vanaglorie trascorse e la professoressa Flora Palmieri, donna trentenne dall’aspetto misteriosamente bello e dal carattere riservato e solitario. Eppure casualmente i due destini ad un certo punto del proprio curriculum vitae s’incrociano e le due diversità si combinano…
Ammaniti scandisce le tappe della vita, contrassegnate da rituali obbligati, marcatori dei passaggi generazionali e lo fa con graffiante ironia e con partecipe adesione sentimentale.
L’autore ci ammannisce con un lessico immediato ed autentico ed un  periodare breve e conciso; alterna una scrittura calibrata e precisa, ad un’altrettanta scrittura non osservante di precise schemi narrativi. Alterna registri verbali diversificati dando la misura del suo profondo scavare nel centro delle vite umane e restituendoci non tanto personaggi, ma persone in carne ed ossa. Carpisce con sorprendente inquietudine i lati oscuri e controversi dell’animo umano dosando malinconiche asprezze e ironiche dolcezze. Senz’altro questo romanzo più che godibile, è amabile come certi vini dal sapore dolce e dal retrogusto asprigno.

L’autore Niccolò Ammaniti è nato a Roma nel 1966. Ha pubblicato Fango 1996, Branchie 1997, Ti prendo e ti porto via 1999, Io non ho paura 2001, Come Dio comanda e l’ultimo Che la festa cominci
Dei suoi libri sono stati tratti film di successo, di importanti registi. E’ pubblicato in 44 Paesi e il suo sito ufficiale è all’indirizzo www.niccolòammaniti.com.
Arcangela Cammalleri


Pubblicato il saggio "Schiavi degli Dei - L'alba del genere umano" di Biagio Russo - Edizioni del Poggio
Con la prefazione del Professor Gabriel-Aldo Bertozzi ed il contributo scientifico del Professor Tonio Di Battista, il testo, per i suoi straordinari contenuti, farà sicuramente molto parlare di sé.

L'uomo moderno è davvero l'erede dell'uomo di Neanderthal?
Egli rappresenta davvero l'ultimo anello dell'evoluzione dell'uomo?
Da dove provenivano i Sumeri?
Come e da chi essi appresero, ben 5.000 anni fa, le straordinarie conoscenze astronomiche circa la creazione del nostro sistema solare?
Ci sono mai stati un primo uomo di nome Adamo e una prima donna di nome Eva?
E' mai esistito un serpente tentatore?
E chi erano gli Angeli?
A queste e a tante altre domande, l'autore risponde con una puntualità e chiarezza come mai accaduto prima.
Risposte frutto di una ricerca severa, portata avanti sempre e costantemente con l'ausilio di testi originali, anche molto antichi, scritti o curati da autorevoli esperti internazionali di assiriologia e sumerologia e da esponenti di spicco del mondo accademico dell'astronomia, della storia, della statistica, della lingua e della letteratura straniera. Ma soprattutto grazie alla testimonianza redatta in scrittura cuneiforme su tavolette d'argilla da un popolo straordinario: i Sumeri.
Un percorso d'indagine in cui l'autore porta per mano il lettore in un crescendo di coinvolgente interesse che tocca il suo culmine nelle due parti finali.
Il "Progetto", ovvero "L'alba del genere umano", altro non è che la chiara e precisa descrizione del perché, quando e come si procedette alla realizzazione di un essere essenzialmente lavoratore ed ubbidiente: l'uomo primitivo, lo "schiavo degli dei".
"Schiavi degli Dei" è molto più di un saggio: è uno scrigno aperto da cui estrarre risposte sensazionali e le cui profondità scuoteranno sicuramente le coscienze dei lettori.
Un libro che farà clamore. Un libro non solo da leggere, ma da diffondere.
Biagio Russo


La pratica rende perfetti
di Giusy Ragni
con illustrazioni dell'autrice
Edizioni Il Foglio Letterario
www.ilfoglioletterario.it
ilfoglio@infol.it

Poesia
Collana PLAQUETTE - I PORPORA

Questa raccolta poetica è ispirata e incentrata sull'amore, esaminato, sviscerato, visto in tutte le sue innumerevoli sfaccettature, con l'emozione di esperienze e l'estro dell'artista. Rilevo, in particolare, che queste esternazioni in versi hanno il particolare pregio di essere comprensibili, perché semplici. Ma semplici non vuole dire elementari, bensì chiarezza di esposizione frutto di un'analoga chiarezza di idee.
Si leggono sovente oggi testi pretesi poetici che sono più un intreccio sgraziato di parole che una vera e propria composizione armonica che dovrebbe caratterizzare la poesia per distinguerla dalla prosa. Spesso sono sciatti, senza inventiva, privi di un'espressione artistica. Ebbene, non è il caso di questa raccolta che si contraddistingue per una creatività poetica che riesce a interpretare il sentimento e a renderlo consapevole non solo all'autore, ma anche al lettore.

A QUESTA TERRA
Abbracciando
le fatiche dei padri
mi sono avvicinata
a questa terra
e ho riempito lo sguardo
dei suoi fossi... dei rovi.
Ho fatto mio il suo canto
nel gallo ,nella tortora...
ho amato la sua gente
condiviso l'idioma.
Abbracciando
uno ad uno i suoi pioppi
salutando la gallinella gentile...
ed il regale airone
mi sono avvicinata
a questa terra
e ho riempito lo sguardo
dei suoi campi... dei suoi campanili
Abbracciando
il sapore del pane
mi sono avvicinata
a questa terra
io non più straniera... io figlia.

Certamente, questa dote innegabile di comunicatività deriva da un afflato con la natura, dal considerarsi parte di essa. Il raggiungimento della consapevolezza della nostra vera posizione nell'ambito dell'apparente caos del creato consente così di interagire meglio non solo con il mondo che è intorno, ma anche di esprimerci più comprensibilmente con chi ci sta vicino. In questo senso non si può che apprezzare la marcata vena elegiaca che accompagna i versi, quel senso di pace interiore che si ritrae leggendoli e infine quell'unione ideale che si concretizza fra il pensiero dell'artista e l'impressione che ne ritrae il lettore.

SCALZA TRA LA SETE
scalza tra le parole
allarga il sole
il volo
di pensieri
su musica e deliri
nelle sere d'estate
una zanzara d'oro
sussurra
di isole lontane
un mare di nuvole
rincorre tra i prati
nella mente
una rondine
col viso d'angelo
e risa di bambini
come corolla
al fiore della vita
stanca cicala
che sorride
a questa sera
di mille sere
scalza tra le sete
della fonte
stringe la luna
il sonno

Queste visioni, quasi oniriche, un riflesso della natura sull'anima, immagini che comunemente sono sotto i nostri occhi, finiscono per l'assumere una trasposizione che altri non è se non l'impressione che ne riceve il poeta, il quale poi creativamente la trasforma in parole. E' questo procedimento che connota l'opera d'arte, una tecnica di cui Giusy Ragni sembra ben consapevole e che accompagna la sua mano non solo quando ha stretta fra le dita una penna, ma anche quando porge alla tela un pennello intriso di colore.
Una raccolta sicuramente meritevole di essere letta.

Giusy Ragni nasce a Milano nel
1959, trascorre un'infanzia tranquilla in una meravigliosa famiglia povera. La passione per il disegno è precoce. Si inventa dj in una radio locale dove si cimenta per circa due anni e fa mille lavori per contribuire al bilancio familiare.
Dopo il disegno scopre ed esplode la passione per la scrittura, tenendo per sé questa passione per molto tempo.
Si trasferisce in Lomellina nel 1986. Nel 2006 approda in un sito internet sull'immaginario collettivo, ben presto inizia a collaborare scrivendo articoli e altro e divenendo in breve tempo capo amministratore del sito e cuore pulsante del portale. Inizia a pubblicare poesie sul portale non tralasciando racconti, editoriali ed articoli di vario genere. Sul portale stesso è presente un'interessante
galleria di disegni per la quale è molto conosciuta. Attualmente lavora sempre per www.Evulon.net
Renzo Montagnoli


Occidente
Il diritto di strage
di Ferdinando Camon
Edizioni Garzanti
Collana Gli elefanti
Narrativa romanzo

Perché fra i non pochi libri che ha scritto mi sono procurato e ho letto Occidente? Camon ha la straordinaria capacità di analizzare i fenomeni non superficialmente, ma cercando di capire i motivi e questo considerando tutta una serie di variabili che vanno dalla situazione contingente in cui hanno iniziato a manifestarsi alla psicologia degli uomini che insieme sono stati soggetti attivi e passivi dell'accadimento.
Il nostro paese è stato travagliato da un lungo periodo di terrore, di matrice di estrema destra e di estrema sinistra, che necessita di una comprensione, per capire il perché, per trovare una giustificazione logica a un qualche cosa di illogico, per sapere, onde evitare che questi anni di piombo si possano ancora ripresentare.
Il romanzo di Camon, difficile soprattutto perché in una persona normale certi comportamenti e alcune motivazioni entrano in aperto e doloroso contrasto con la sua natura, è una discesa all'inferno per cercare di comprendere i motivi di questo orrore.
E' un viaggio nell'incubo, nella follia di menti che, sconvolte, hanno con le loro azioni sconvolto un paese e la vita dei suoi abitanti.
Se con La vita eterna il racconto dell'autore era improntato a un velo di pietà per un mondo definitivamente sparito, qui a volte emerge la rabbia e non c'è la minima assoluzione per questi terroristi, anzi la loro condanna è nelle stesse parole che Camon ha fatto loro dire.
Non c'è nulla di più drammaticamente conclusivo dei concetti espressi da Franco, il capo dei neri, un individuo che teme la morte, anzi il solo pensiero che un giorno tutto dovrà finire gli rende impossibile la vita; e allora si fa lui portatore di morte, indiscriminatamente la esporta verso ignari cittadini, ritraendo il sottile piacere di liberarsi momentaneamente del suo incubo concretizzandolo in altri.
Per far questo si costruisce anche un'idea che sia lo specchio della coscienza, così da giustificare il suo odio e il suo crimine. In questo mondo ci sono gli eletti e lui è uno di questi, mentre tutti gli altri sono comparse inutili, o meglio sono utili quali vittime sacrificali per la purificazione di un sistema in cui l'apoteosi è solo il senso di onnipotenza del carnefice, in una convulsione di egocentrismo che prevede solo la sua esistenza.
E' inutile dire che in simili individui non esistono né la pietà, né la consapevolezza dei propri limiti; uccidere diventa così una necessità quale respirare per vivere e le loro stragi non sono considerate atti criminosi, trovando giustificazione in una contorta e aberrante filosofia che non è alla base del loro comportamento, ma è stata adattata appositamente per fornire una motivazione dello stesso.
In realtà gente come Franco è il ritratto dell'insoddisfazione per ciò che realmente si è, rispetto a ciò che si vorrebbe essere, è la figura di frustrati, pavidi e in rotta con se stessi, ma che trovano sfogo al rancore che li pervade scaricandolo su altri, del tutto inermi ed incolpevoli, e proprio per questo idonei capri espiatori.
Camon ci ha fornito un quadro, un'analisi attenta e apolitica di un movimento, sondando gli aspetti psicologici dei componenti e mettendo a nudo l'altra verità che è in noi, quella paura ancestrale che a volte, come nel caso specifico, può portare a uno stato di follia individuale e collettiva. L'onnipotenza bramata dall'uomo è quindi il segno manifesto della sua debolezza, l'uccisione di altri, del tutto innocenti, è rivelatrice di una sete di vendetta per la propria condizione di immaturità.
Ma il terrorismo è anche rosso ed ecco allora il narratore che ci parla di Miro che, a differenza di Franco, non sogna di distruggere una società, ma brama cambiare un sistema, un fine da raggiungere con qualsiasi mezzo, anche con l'omicidio di coloro che rappresentano la struttura portante dello stato.
E' una figura in apparenza solo migliore di quella di Franco, se non altro perché non c'è una vocazione nichilista, ma anche qui esiste quel diabolico potere, che si autoalimenta, di poter disporre della vita d'altri, una frenesia che sconvolge e travolge.
Nel caso di Franco è la visione dell'individuo che prevale, in quella di Miro invece è quella della massa, un fiume che avanza e che spezza tutto.
Nel primo si potrebbe dire che i mezzi sono il fine, nel secondo i mezzi servono a raggiungere il fine, ma in entrambi è presente un egocentrismo che li porta a considerarsi superiori a tutti e quindi a decidere anche per gli altri. E non è un caso se in una battaglia cittadina quasi si rendono gli onori delle armi.
Occidente è un romanzo sì difficile, ma è anche un capolavoro.

Ferdinando Camon (San Salvaro d'Urbana, 1935) è romanziere, poeta e saggista.
Ha pubblicato:
Il mestiere di poeta (Garzanti, 1982), Il mestiere di scrittore (Garzanti, 1973), Letteratura e classi subalterne (Marsilio, 1974), I miei lettori mi scrivono (Garzanti, 1987), Il Quinto Stato (Garzanti, 1970), La vita eterna (Garzanti, 1972), Liberare l'animale (Garzanti, 1973), Occidente (Garzanti, 1975), Storia di Sirio (Garzanti, 1984), Un altare per la madre (Garzanti, 1978), La malattia chiamata uomo (Garzanti, 1981), La donna dei fili (Garzanti, 1986), Il canto delle balene (Garzanti, 1989), Il Super-Baby (Rizzoli, 1991), Mai visti sole e luna (Garzanti, 1994), La terra è di tutti (Garzanti, 1996), Dal silenzio delle campagne (Garzanti, 1998), Conversazione con Primo Levi (Garzanti, 1991), La cavallina, la ragazza e il diavolo (Garzanti, 2004), Tenebre su tenebre (Garzanti, 2006), Figli perduti La droga discussa con i ragazzi (Garzanti, 2009).
Le sue opere hanno ricevuto numerosi premi, fra i quali uno Strega (Un altare per la madre), due Selezione Campiello (La donna dei fili e Il canto delle balene) e un Viareggio per la poesia (Liberare l'animale).
Sito internet: www.ferdinandocamon.it
Renzo Montagnoli


Sulla riva del fiume di Giovanna Giordani Aletti editore

"Non pretendo sia una recensione ma un esprimere a voi quello che mi ha dato in emozione e altro la lettura d'un fiato della silloge di Giovanna Giordani "Sulla riva del fiume" Aletti editore.
Innanzi tutto il titolo prepara a quello scorrere di versi semplici si per la loro pulizia interiore, la limpidezza cristallina di chi, come l'autrice, non si copre, si dà all'altro con autentica passione.

Vi sono versi forti d'impatto sociale, subito, all'inizio della lettura in "Ah se potessi con la poesia/ l'orror del mondo spazzar via" o "Contro la guerra" "Vorrei trovar parole tonanti... missili io le lancerei..."  poi gli Haiku che sono una bellezza per l'armonia di getto: ve ne cito uno a caso: "Inverno"  "impronte lievi/su candidi silenzi./ Il sole sogna (è un'immagine fantastica quella del sole che lascia libero il cielo per sognare...).
Raggrupperei insieme alcune poesie metapoetiche che "parlano" di poesia in un modo estremamente  personale e terso: "bello mi sembra credermi poetessa/strofinar versi su appannati specchi/per disvelar l'immagine riflessa" (come meglio disvelare la spinta che prende il cuore ..) oppure "anche il poeta è un illlusionista" o "l'amore dei poeti" è un urlo sconfinato... e "la mia poesia è una regina scalza" che trovo la summa di tutto, poesia senza presunzione, fatta di tocchi sublimi senza accorgersi, quasi in sordina.
Poi i versi legati alla natura che sempre, implicitamente  o meno, fa da sfondo al poetare di Giovanna: "la notte" "Mi invita il cielo"  "Incanto" e molte altre ancora ...

Vi sono poi alcune liriche di riflessione sul senso della vita, su Dio e sulla ricerca di esso nella splendida "Piccoli fiori gialli " e nella poesia di chiusa "il mio Dio" che è piccola luce "che soltanto io vedo" quando fa di poesia e trova la fede nell'uomo e nella speranza.
Lo stile è sobrio, senza vezzi, uno stile di chi dentro ha la serenità giusta per cogliere il meglio attorno e passarlo in emozioni linde, delicate, a passi leggeri ma che ti attraversano.
Grazie Giovanna!
Tinti Baldini


Archetipi di AA. VV.
A cura di Luigi Acerbi
e Daniele Bonfanti
Prefazione di Gianfranco Nerozzi
Illustrato da Diramazioni
Edizioni XII
www.xii-online.com
Collana Camera Oscura - n. 2
Narrativa antologia di racconti

La fantasia è sovente frutto dei nostri timori inconsci e si riflette in visioni oniriche in cui paure varie appaiono dilatarsi, pur in un quadro reale, determinando uno sfogo e in tal modo metabolizzando quel tanto o quel poco di oscuro che è dentro di noi.
Quando c'è la capacità letteraria di narrare questo processo nascono dei racconti che hanno un origine comune, avvolti da un'aria di mistero propria di ciò che non conosciamo e che perciò non riusciamo a spiegarci.
E' il caso di Archetipi, raccolta curata da Luigi Acerbi e da Daniele Bonfanti, che figurano pure fra gli autori.
Sono dodici racconti con cui il mistero e l'inconscio si esplicano in narrazioni accattivanti, quando addirittura non avvincono il lettore, e che costituiscono, oltre che motivo di svago, anche un interessante studio della psicologia umana.
Come sempre accade in questi casi ce ne sono alcuni che mi sono piaciuti maggiormente e altri meno, fermo restando però una comune innegabile rilevante qualità.
Fra quelli che più mi hanno colpito per il pathos che riescono a creare e per lo svolgimento che è più aderente alla realtà, pur se immersa in un contenitore di fantasia, ricordo in particolar modo jay.rtf (Lake Effect), in cui le paure recondite emergono con Pazuzu, il demone del vento, che trova una consacrazione nel reperto archeologico di una statua che lo rappresenta. L'autore, Danilo Arona, sembra volerci dire che sta a noi non materializzare il nostro inconscio.
Sempre inserito nell'archeologia è anche Il Diluvio, di Daniele Bonfanti, dove con il ritrovamento della mitica Arca con il suo Noè, risvegliatosi dopo millenni, si esprime il timore latente di una nuova tragedia, con l'innalzamento delle acque, per effetto dello scioglimento dei ghiacci.
La Fenice di David Riva, che ho particolarmente apprezzato per il linguaggio metaforico, con la forte carica della verità tale da prevalere sulle forze del male, è un appassionante duello in un campo di reclusione sovietico. Per descrizioni dell'ambiente, per l'atmosfera rarefatta, secondo me questo è il migliore dei dodici.
Ma anche Matmon, di Strumm, e Sirene, di Samuel Marolla, evidenziano timori ancestrali, con un percorso narrativo che avvolge il lettore in una spirale, senza poi dimenticare Di Madre in Figlia, di Biancamaria Massaro, che tratta con finezza psicologica nuove paure rivenienti da conquiste allucinanti della scienza.
Un discorso a parte, stante una forte componente filosofica , è invece quello che merita Il Cartografo, di Alberto Priora. Il suo è un fantastico atipico di grande creatività, ma è anche un discorso sulla continua ricerca da parte dell'uomo dei suoi limiti. Alessandro il Macedone teso alla conquista del mondo non riesce a concretizzare un'ossessione che è anche il destino di chi vuole conoscere completamente se stesso.
Non è che gli altri cinque racconti siano minori o che non possano essere considerati meritevoli di lettura, perché anche per essi il piacere è assicurato, ma, a differenza di quelli che ho citato, non hanno lasciato in me un segno così forte da costituire motivo di particolare approfondimento.
Nel complesso, comunque, consiglio caldamente di leggere Archetipi, perché sono certo che in questa antologia tutti potranno trovare più di un motivo d'interesse, oltre a trascorrere ore indubbiamente gradevoli.

Gli autori
Danilo Arona, Daniele Bonfanti, Ian Delacroix, David Riva, Giuseppe Pastore, strumm, Samuel Marolla, Biancamaria Massaro, Alberto Priora, Elvezio Sciallis, J. Romano, Luigi Acerbi.
Renzo Montagnoli


Segni di Tinti Baldini altromondo editore

Segni” di Tinti Baldini è un libro di poesie che ho letto centellinandolo come faccio generalmente con i libri di poesie.
Un libro di poesie è per me come una riserva d’ossigeno alla quale attingo quando ho bisogno di dar maggior respiro all’anima.
Generalmente non inizio mai dalla poesia della prima pagina, ma ne scelgo sempre una a caso.
E così sono subito stata catturata da “I versi” che mi hanno conquistata in un baleno “odorano di figlio/dentro il corpo/….di terra che suona/sotto i passi, di voli e cadute./….e piovono sul capo/ come petali”. Come non sentirsi in sintonia?!
Continuo a sfogliare e intravedo componimenti brevi sui quali mi soffermo incuriosita poiché so quanto si può dire in poche parole. Ed è in “Casa” che m’imbatto per prima e che posso trascrivere totalmente “Di senso amato/di furori e silenzi/di sbarre di burro”. Scorro queste brevi poesie ad una ad una ed è come osservare un quadro impressionista, tante folgorazioni emotive impresse subito sul foglio perché rimangano nella loro spontaneità e genuinità e non si dissolvano senza lasciare segno.
La libertà del verso, l’intensità e l’intrinseca tensione alla ricerca del senso dell’esistere sono alla base della poesia di Tinti. Dunque, poesia pregna, incisiva, senza sbavature, essenziale che guarda all’interno del sé per poi espandersi oltre i confini dell’io verso la vita dell’intera umanità con i suoi muti perché, il suo dolore, le ingiustizie e gli orrori come in “Auschwitz” ….” E trecce bionde a migliaia/in mucchio/e sguardi di spettro/in angoli remoti…../poi..dinnanzi all’entrata/prendi il panino/nella borsa/schiacciato/pestato e senza forma/e lo butti dentro il bidone.
L’autrice lascia scorrere il suo sguardo, a volte stupito, a volte estasiato, sempre partecipe, gioioso o addolorato perché l’indifferenza non fa parte del suo essere e la definisce così : “IndifferenzaVeder passare/ombre/e non scoprirle.” Avendo inoltre insegnato per tanti anni, leggendo questa poesia, si capisce tutto l’affetto e la comprensione che prova per i suoi “Alunni” : “Se ti va di sentire/se passa piacere/se ascolti il vento/se vuoi capire/è perché hai avuto amore”. Mentre in “Donna bambina” Tinti esprime tutta la sua amarezza per l’infanzia e l’adolescenza abbandonate a se stesse ”…Allora/ho cominciato a svuotare/il mio corpo/e poi/per sentirmi bella/a darlo in prestito.
Anche la natura non si sottrae dal suo ruolo di musa ispiratrice e si lascia cantare anche dalla nostra poetessa con questa bella “Luna/Muta assapora/di nuvole il passaggio/e di stelle/la lontananza/in silenzioso tocco/d’infinito.
Più che mai nel poetare di Tinti traspare l’essenza della sua anima, la sua sincerità nell’esprimersi, senza reticenze, senza veli e per questo la sentiamo, oltre che poeta, amica discreta, partecipe, attenta, sensibile, leale.
Mi congedo da queste mie impressioni su questa silloge con questa ultima perla lasciando a voi la meraviglia di scoprire l’intera collana:
Lascia
Lasciami/vivere/soffi leggeri/di felicità/senza sguardo/giudice o mesto:/carezza la mia gioia/e/diventerà qualcosa/di grandioso.
Grazie Tinti
Giovanna Giordani


Mafalda di Savoia Assia
Facile essere una principessa…

di Ninel Ivanovna Podgornaja
Traduzione di Alfredo Bertollo
e revisione letteraria di Pier Luigi Coda
Edizioni Solfanelli
www.edizionisolfanelli.it
Biografia

Secondogenita di Vittorio Emanuele III, Re d'Italia, e di Elena Petrovich di Montenegro, Mafalda di Savoia nacque il 19 novembre 1902 a Roma. Sposata il 23 settembre 1925 con Filippo di Assia, morì il 24 agosto del 1944 nel lager di Buchenwald, a seguito delle gravi ferite riportate nel bombardamento del campo da parte di una formazione anglo-americana.
Il suo calvario iniziò il 23 settembre 1943, dopo essere stata arrestata a Roma il 22 settembre. Era ritornata in Italia, dalla Bulgaria, il 12 settembre, atterrando a Chieti Scalo, probabilmente ignara dell'avvenuto armistizio o forse anche consapevole dell'evento, ma sicura che non avrebbe avuto rappresaglie, in quanto cittadina tedesca dopo il matrimonio con Filippo d'Assia, fra l'altro membro delle SS, anche se sospettato di essere uno dei congiurati dell'attentato a Hitler.
Venne rinchiusa a Buchenwald, sotto il falso nome di Frau von Weber, con il divieto di rivelare la propria identità.
Fu un personaggio sfortunato, in quanto la sua reclusione è da ricollegarsi unicamente al tradimento del padre e non a un'attività antinazista.
Comunque la sua è una storia quasi unica fra personaggi di sangue reale e bene ha fatto Ninel Ivanovna Podgornaja a scriverne, in un libro-biografia di Mafalda, che è anche indirettamente il racconto del crollo di una dinastia, i Savoia.
Non si pensi al solito librone di storia alla ricerca di verità, moventi, scopi, perché in fin dei conti la protagonista è diventata un personaggio solo per la sua dolorosa fine. In effetti, in un ambiente regnante dove alle donne non era consentito esprimere giudizi di carattere politico (ma Vittorio Emanuele II non voleva che il gentil sesso si pronunciasse anche in altri campi), non c'è poi molto da raccontare, se non vicende ordinarie, ma di interesse in quanto afferenti una principessa peraltro irrequieta e anticonformista rispetto al rigido e chiuso ambiente voluto dal padre.
In questo testo non troverete lo spirito critico di uno storico attento, ma episodi, matrimoni, rapporti fra nobili, sullo sfondo di un'Italia in cui la monarchia era già esautorata dal fascismo, in un clima tuttavia irreale da Belle Epoque.
In questo senso è un'importante testimonianza storica di un ceto e di un'epoca, che gli orrori della guerra cancelleranno.
Mafalda di Savoia, suo malgrado, ha segnato con la sua morte la resa di una dinastia ai venti nuovi, vittima di quell'armistizio con cui il padre tradì non solo i tedeschi, ma anche gli italiani, lasciandoli in balia di un ex alleato furioso e feroce.
Il libro è corredato da numerose fotografie dei luoghi e delle persone di cui parla.
Di gradevole lettura, può essere un valido aiuto per saperne di più di un periodo così tragico della nostra storia.

Ninel Ivanovna Podgornaja è nata nel 1930 a Pavolge, vicino a Stalingrado. Nel 1955 si laurea in lingue straniere a Krasnodar e si specializza all'università di Mosca in lingue romanze. Sempre a Mosca lavora come corrispondente nel Ministero degli Affari Esteri.
A Riga, in Lettonia, fonda il Museo Pushkin e dei Paesi Baltici di cui è attualmente direttrice e storica.
Traduce autori italiani e pubblica in Russia opere a tema storico e poetico fra le quali: I cavalieri dell'ordine di San Giorgio di primo e secondo grado, Per l'amore e per la patria: trecento biografie di donne insignite della Croce di Santa Caterina, Io vi ho amato: le Muse di Pushkin e, sempre su Pushkin, l'interessante e approfondito studio sui rapporti intrattenuti dal Poeta con i Paesi Baltici: E Alessandro Serghievic passeggia per le strade del duomo.
Nel 2004, dopo una personale ricerca con la famiglia Assia-Savoia, edita a Riga la drammatica storia di Mafalda, Facile essere una principessa...
Renzo Montagnoli


Marina di Carlos Ruin Zafòn Ed. Mondadori

Romanzo narrativa
Prefazione.

“Marina è il libro più indefinibile e il più difficile dei tanti romanzi che ho scritto, e forse il più personale di tutti. Scritto a Los Angeles tra il 1996/97, all’età di 33 anni quando iniziavo a sospettare che la prima gioventù mi stesse scivolando tra le dita a velocità di crociera”.
Carlos Ruiz Zafòn ha scritto questo romanzo anticipando quelli che sarebbero stati i topos comuni agli altri due grandi scritti di successo: “L’ombra del vento” e  “Il gioco dell’angelo”: la Barcellona, gotica, ammantata dal mistero del suo passato, le atmosfere magiche, gli intrighi che creano aspettative nel lettore. Certo aver letto Marina, dopo i due precedenti, il romanzo se ne svantaggia perché abituati al tipico linguaggio avvolto di enigma e sorpresa, perde tanto della sua autenticità. Sembra tutto già letto e conosciuto prima, si anticipano le mosse investigative ed espressive dell’autore, la risultanza è una tiepida piacevolezza scevra di quel sentimento di  trepidazione e sospensione dell’Ombra del vento, in particolare. Trait d’union dei tre romanzi è un protagonista, ragazzo impelagato in storie più grandi di lui, con lo stesso amore per la bellezza, la conoscenza e una sorta d’ingenuità d’animo in contrasto netto con i fatti in cui è coinvolto. Si tratta di Oscar Drai, un giovane trentenne che rievoca un periodo della sua vita quando studente quindicenne studiava al collegio di Vallvidrera a Barcellona. “Era la fine degli anni ’70 Barcellona era un’illusione di vicoli e viali in cui si poteva viaggiare a ritroso nel tempo oltrepassando la soglia di una portineria o di  un caffè. Il tempo e la memoria, la storia e la finzione, si fondevano in quella città stregata come acquarelli sotto la pioggia”. Fu lì…così l’incipit del romanzo. Conoscere una giovane ed  enigmatica fanciulla d’altri tempi come Marina, dalla bellezza incorporea e delicata,  portatrice di un dolore nascosto, suo padre, il pittore German e la defunta e rimpianta moglie Kirsten sconvolgerà la sua vita; sarà un percorso di maturazione e di passaggio verso l’età adulta. Il mistero della scomparsa di  Kolvenik, di  sua moglie Eva e di altri oscuri personaggi connotati da una forte carica fiabesca e surrealista  contornano tutta la vicenda. Siamo nei meandri di una città che nasconde   nel suo ventre segreti di un passato mitizzato. Le figure così ammantate di misteriosa aura fluttuano sospese ed evanescenti nella mente del giovane Oscar e la realtà è un sogno ad occhi aperti. Le antinomie tra realtà e immaginazione, tra amore e odio, tra bellezza ed orrore sono i tratti distintivi della materia narrativa di Zafon, le similitudini enfatiche percorse da un senso lugubre e sepolcrale, il fascino per l’ignoto e, spesso, il dolore della scoperta di ciò che non vorremmo. Segni del destino  ricorrenti trascinano i personaggi verso confini inconoscibili.
Qua e là Zafòn fa dire ai suoi personaggi frasi di saggezza come perle “rare” tipo: “Dipingere è scrivere con la luce. Innanzitutto devi imparare il suo alfabeto; poi la sua grammatica. Solo allora potrai avere stile e magia”. “La bellezza è un soffio rispetto al vento della realtà”. “Se la gente pensasse un quarto di quanto parla, questo mondo sarebbe il paradiso”. “La verità non si trova, è lei che trova noi . “Ricordiamo solo quello che non è mai accaduto perchè le cose reali succedono solo nell’immaginazione”. Queste trame, così coinvolgenti, ricordano certi romanzi ottocenteschi ricchi di colpi di scena che si prestano a traduzioni filmiche, perché Zafon sa rendere visive le descrizioni  che scrive come sequenze cinematografiche. Sembra di essere dentro il libro leggendo quella polvere nebulosa che si posa su palazzi e cose abbandonati dall’incuria del tempo, quei silenzi sinistri rotti da impercettibili rumori di sottofondo e creature che emergono dal nulla e al nulla ritornano. Zafon rispolvera il passato e ce lo presenta trasfigurato dalla memoria e in una commistione di fantasia e vero. Un romanzo godibile, da lettura veloce e ininterrotta, dallo stile ampolloso e, a volte, stucchevole, un puro romanzo d’evasione: e forse, non è poco.        

L’autore: Carlos Ruiz Zafòn, nato a Barcellona il 25-9-1964, è autore di assoluto talento e di successo mondiale, ha cominciato la sua carriera nel 1993, con una serie di libri per bambini. Nel 2001 ha pubblicato il suo primo romanzo per adulti, L‘ombra del vento (Mondadori 2004), divenuto immediatamente un caso letterario internazionale, con un milione e mezzo di copie vendute solo in Italia. Con Il Gioco dell’angelo, "El Juego del Ángel" torna all’universo del Cimitero dei Libri Dimenticati, che tutti i suoi lettori ricordano con grande passione. Le sue opere sono tradotte in più di quaranta lingue e hanno conquistato numerosi premi e milioni di lettori nei cinque continenti. Vive a Los Angeles dal 1993, dove è impegnato nell'attività di sceneggiatore. Collabora con le pagine culturali di “El Pais” e “La Vanguardia”.
Arcangela Cammalleri


L'affaire Moro di Leonardo Sciascia Sellerio Editore
Nota dell'editore
Collana La rosa dei venti
Saggistica politica

Fra il 12 dicembre 1969 (strage di piazza Fontana a Milano) e il 2 agosto 1980 (strage della Stazione di Bologna) si sono consumati in Italia i cosiddetti anni di piombo, secondo una strategia della tensione che vedeva da un lato movimenti extraparlamentari di destra e dall'altro analoghi di sinistra.
Fu un periodo tragico, purtroppo indimenticabile e di cui ancora si ignorano, più che le origini degli eversori, le menti segrete che li manovravano.
In un contesto di stragi senza vittime predestinate, di gambizzazioni, di rapimenti, di omicidi mirati, si inserisce anche la famosa vicenda di Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana. La mattina del 16 marzo 1978, lo stesso giorno il cui il nuovo governo guidato da Giulio Andreotti e costituito con l'appoggio del Partito Comunista Italiano si apprestava a presentarsi al Parlamento per il voto di fiducia, l'automobile che trasportava Aldo Moro dalla sua residenza alla Camera dei Deputati fu intercettata da un gruppo di fuoco delle Brigate Rosse. Gli uomini della scorta, 5, furono tutti uccisi, mentre il presidente della Democrazia Cristiana venne sequestrato. Tenuto in prigionia per 55 giorni, processato e condannato a morte, il suo corpo fu fatto ritrovare il 9 maggio nel baule di una Renault 4 parcheggiata a Roma in via Caetani, ubicazione non scelta a caso perché a poca distanza da Piazza del Gesù, dove c'era la sede nazionale della Democrazia Cristiana, e da via delle Botteghe Oscure, dove invece si trovava la sede nazionale del Partito Comunista.
Leonardo Sciascia, all'epoca parlamentare del Partito Radicale e poi membro della commissione d'inchiesta sul delitto Moro, ha scritto un libro che ripercorre con spirito critico quei quasi due mesi di prigionia dell'uomo politico democristiano.
Sulla base dei comportamenti dei politici, soprattutto dello scudo crociato, e delle lettere che Moro faceva pervenire ai compagni di partito e ad altri, assistiamo al tentativo di dare una risposta ai tanti interrogativi della vicenda.
Scritto a caldo, in quell'anno rovente, pubblicato prima in Francia e solo successivamente in Italia, L'affaire Moro suscitò, come del resto aveva già previsto Sciascia, un'ondata di incomprensioni e di polemiche, e questo costituì anche la riprova che il lucido percorso intellettuale seguito dall'autore per arrivare ad avere un po' di chiarezza in effetti aveva raggiunto il suo scopo.
Uno scrittore attento a svelare ciò che si cela sempre sotto l'evidenza non poteva, sulla base dei pochi elementi certi, non praticare un'analisi fredda, razionale, che lo portasse a formare un'idea sì personale, ma suffragata dalla bontà del metodo, consistente nell'interpretazione delle lettere inviate dal politico rapito dal suo luogo di prigionia. Moro, che era stato un maestro nel dire in un modo per far intendere in un altro, viene così svelato grazie a quelle frasi, a quei periodi mai sicuramente dettati dai suoi carcerieri, come invece molti dei suo colleghi di partito sostenevano.
L'analisi logica di un testo di un letterato della qualità di Sciascia, capace di discernere fra apparente inutile forma e reale velata sostanza, finisce con il coinvolgere il lettore che cerca di pervenire a una sua personale interpretazione, tuttavia quasi sempre coincidente con quella dell'autore siciliano.
Emerge così la certezza che un partito che non aveva mai avuto il concetto di stato improvvisamente trovò nei suoi massimi esponenti uomini ampiamente permeati da questo principio e così, opponendosi a uno scambio di prigionieri, come richiesto dalle Brigate Rosse, Andreotti, Cossiga, Piccoli, insomma gli alti nomi della Democrazia Cristina, di fatto consentirono l'esecuzione di Aldo Moro, un atto crudele tuttavia all'apparenza inutile.
Sciascia accenna appena - e del resto costituisce solo un'ipotesi non suffragata da riscontri certi - che certamente l'aver Moro favorito un governo con l'appoggio del Partito Comunista non risultò cosa gradita agli Stati Uniti, e nemmeno all'ala marxista estrema, più propensa alla lotta di classe che agli accordi politici.
L'impressione che si ricava è che la morte del presidente della Democrazia Cristiana fosse stata decisa a priori, indipendentemente dall'esito di un processo politico in cui Moro non disse nulla di più di quel che già non si sapesse.
L'affaire Moro, che riporta alla fine la cronaca storica di quei 55 giorni, nonché la relazione di minoranza presentata dallo stesso Sciascia al termine dei lavori della Commissione Parlamentare d'inchiesta costituita per far luce sull'intera vicenda (e la relazione di maggioranza più che far luce amplia le zone d'ombra), è un libro assolutamente da leggere, per il suo elevato valore storico e politico, unito all'elevata qualità letteraria che ha sempre contraddistinto le opere del grande scrittore siciliano.

Leonardo Sciascia (Racalmuto, 8 gennaio 1921 – Palermo, 20 novembre 1989). E’ stato autore di saggi e romanzi, fra cui: Il giorno della civetta (Einaudi, 1961), A ciascuno il suo (Einaudi, 1966), Il contesto (Einaudi, 1971),  Todo modo (Einaudi, 1974), La scomparsa di Majorana (Einaudi, 1975), I pugnalatori (Einaudi, 1976), Candido, ovvero Un sogno fatto in Sicilia (Einaudi, 1977), L'affaire Moro (Sellerio, 1978), Il cavaliere e la morte (Adelphi, 1988), Una storia semplice (Adelphi, 1989).
Renzo Montagnoli


Che la festa cominci  di Niccolò Ammaniti Einaudi Stile libero Big

Quarta di copertina: Benvenuti al party del secolo.
L’Italia fatta a pezzi in una sfrenata ed esclusiva Apocalisse.

Sottotitolo “Quel che resta dell’Italia…”ovverosia una favola a rovescio
Un Ammaniti inedito per certi versi; toltasi la pesantezza di testi più grevi, si è lasciato scivolare una storia impazzita che ricorda certi musical degli anni ottanta dove tutto è esagerato e paradossale ( ma non troppo). La trama, in breve, è quella di un parvenu della peggior specie, Sasà Chiatti, un immobiliarista/palazzinaro, cafone quanto non  basta e megalomane all’ennesima potenza, il quale organizza una super-mega festa a Roma, a Villa Ada, di  sua proprietà, ed invita “Tutti i nomi che contano” del rutilante mondo dei VIP. Ci sono proprio tutti, politici, attori e attoruncoli, artisti di svariati generi, calciatori, donne e donnine inconsistenti se non ornate di bellezza, per lo più rifatta, elefanti, tigri e quant’altro, insomma un campionario  e una fauna umana, archetipa di una specie tanto stigmatizzata e, al contempo, corteggiata dai  mass media perché spettacolarizza e sensazionalizza! C’è lo scrittore di successo, “Tu sei forte, tu sei bello, tu sei imbattibile, tu sei incorruttibile, tu sei un …AH…AH…Cantautore”, Fabrizio Ciba, preoccupato solo del suo ego e dell’immagine che deve dare di sé. Da antologia cinefila, la scena…”Con un colpo gli strappò  la chiavetta USB da 40 gb dal collo…” del grande autore dei capolavori della letteratura italiana degli anni settanta, ormai cadavere. Ci sono le belve di Abaddon, una patetica setta satanica di Oriolo Romano, il cui leader Saverio Moneta cerca nel male un riscatto alla sua tapina e fantozziana vita. Una folla di personaggi affolla la scena narrativa, impazza in preda ad un’euforia lugubre da bolgia infernale, è una festa tragicomica, iperrealistica e sopra le righe dall’inizio alla fine. Un’umanità tronfia e ridicola, persa nel suo isterico vaneggiare, tesa ad inseguire e perseguire, spesso il nulla, cieca nel non vedere il precipizio che gli si para di fronte. Sono scene apocalittiche, in tono mondano, fatuo e satirico, quelle che si palesano davanti agli occhi dei lettori, dove tutto è esasperato fino al parossismo,  la comicità graffia e irride. Sembrano tutti delle marionette senza umanità e sensibilità, omnia transeat “Con il tempo, anche questa brutta esperienza sarebbe passata, avrebbe perso la sua drammaticità e l’avrebbe ricordata con un misto di divertimento e di rimpianto”,  gli umani si orientano come certi voltagabbana della politica e non. Critica feroce all’ex URSS, gli atleti sovietici partecipanti alle olimpiade del ’60 a Roma che preferiscono alla vita soffocante in Unione Sovietica quella altrettanto soffocante, ma libera delle catacombe: alla prigionia della mente la libertà di scelta… Siamo una società, si spera una parte, alla deriva, travolti da quell’onda anomala, “ l’acqua della condotta esplose dal bacino ed aprì una voragine nella terra e sfondò la volta di tufo di una galleria che passava proprio sotto il lago, e cominciò a riempirla come fosse un’enorme tubazione”, che tracima e porta a galla senza una razionale selezione. Certo che siamo anni luce lontani dalla morale manzoniana della peste che amministra la giustizia separando i vizi dalle virtù; i confini  tra il male e il bene non sono più tracciabili, tutto può essere accettato, importante che raccolga consensi e plausi pubblici. Il romanzo non è un pamphlet, Ammaniti non è un fustigatore delle storture e delle deviazioni di certa umanità, ma come gli artisti di razza, imbastisce una favola, ma rovesciata, non sono protagonisti gli animali umanizzati, bensì gli uomini animalizzati in tutta la loro ferinità. Dialoghi e battute sarcastiche e comiche fanno da contrappunto ad uno stile pungente e carico di vena sardonica dove galleggia ciò che resta della nostra “Povera Patria” , gli avanzi di un pranzo o di una cena mal digerita.  

L’autore Niccolò Ammaniti è nato a Roma nel 1966. Ha pubblicato Fango 1996, Branchie 1997, Ti prendo e ti porto via 1999, Io non ho paura 2001, Come Dio comanda. Dei suoi libri sono stati tratti film di successo, di importanti registi. E’ pubblicato in 44 Paesi e il suo sito ufficiale è all’indirizzo www.niccolòammaniti.com.
Arcangela Cammalleri


Quando la notte  di  Cristina Comencini Ed. Feltrinelli
Romanzo narrativa

Due protagonisti assoluti, Marina, giovane madre del piccolo Marco, sposata con Mario  e Manfred separato da Luna. Due vite complicate e chiuse s’incontrano e si aprono l’uno all’altra per un’attrazione misteriosa ed un’affinità intrinseca che si mostra in apparente ritrosia e avversione. L’autrice al di là dei dialoghi stringati ed essenziali, fa parlare le menti di Marina e Manfred in una sorta di inconsapevole telepatia che li fa comunicare a distanza; si leggono reciprocamente i pensieri misti a  diffidenza e fastidio, l’uno conosce quello che solo lui/lei sa del proprio intimo agire e sentire. La montagna, il freddo, i paesaggi aspri e silenziosi come i caratteri dei suoi abitanti fanno da sfondo alla vicenda, lontane dai rumori frenetici delle città, sembra che le sofferenze si attutiscono o si esacerbano in ruvidezza e singolarità dei comportamenti. Manfred appare come il tipico montanaro “strano” chiuso nel suo bozzolo di vita  scandita dalle azioni quotidiane in cui la scontrosità e le parole smozzicate e rade ne caratterizzano l’indole, esasperata dall’infanzia spezzata per aver vissuto due abbandoni femminili. Il rancore verso il genere femminile ne limita le prospettive esistenziali donandogli una corazza che difficilmente si lascia scalfire, ma quando arriva Marina una crepa scalfisce le sue difese così ostinatamente costruite. Marina vive una maternità sofferta ed inconfessabile, cerca di controllare la sua mente moltiplicando le attenzioni verso il figlioletto e contrastando un’oscura e insopprimibile inadeguatezza di madre che la colpevolizza e la tormenta. Le fragilità e le contraddizioni di due animi si rivelano a ciascuno e in un tempo infinitesimale  a fronte di un’intera esistenza, quel  desiderio estremo che provano l’uno per l’altro, trasporta Marina a cercarlo dopo anni, a rivedersi e ad  avvicinarsi fisicamente. Il finale rimane sospeso: in dubbio per  Manfred: “ Se vado a cercarla, chi lo sa come la trovo?” in consolatoria attesa mista a incertezza per Marina: “Se ha dimenticato tutto, se non verrai mai, se è stata una fantasia. Ma non mi muovo, dovessi morire senza più incontrarti, sei tu che devi venire da me”. Questo romanzo dallo stile asciutto e dalla prosa colloquiale, parla di sentimenti senza scadere nel sentimentalismo, certo non è tra i romanzi migliori dell’autrice, laddove il tunnel interiore dei personaggi era percorso in profondità e capace di rifrangere nel lettore coinvolgimento emotivo (vedi La bestia nel cuore), tuttavia si lascia leggere senza annoiare,  diremmo, a mio modesto parere, senza infamia né lode.

L’autrice. Cristina Comencini è nata a Roma nel 1956, scrittrice e regista, vive e lavora a Roma. Con Feltrinelli ha pubblicato Le pagine strappate, 1991, Passione di famiglia 1994 ( Premio Rapallo), Il cappotto del turco 1997, Matrioška 2002, La bestia nel cuore 2004, Due partite 2006, L’illusione del bene 2007. Come regista ha firmato:Zoo 1988, La fine è nota 1992, la trasposizione cinematografica del romanzo di Susanna Tamaro Va’ dove ti porta il cuore 1996, Matrimoni  1998, Liberate i pesci 2000, Il più bel giorno della mia vita 2002, Bianco e nero 2008,. Dal suo romanzo La bestia nel cuore, che ha vinto il premio Castiglioncello, Cristina Comencini ha tratto il film candidato all’Oscar. Nel 2006 ha messo in scena Due partite, scritto per il teatro, da cui nel 2009 Enzo Monteleone ha tratto l’omonimo film.
Arcangela Cammalleri


Il viaggiatore di Agartha di Abel Posse Edizioni Tre Editori www.treditori.com
Narrativa romanzo

<Chiameremo Vril l'energia cosmica, primaria, che risiede in ogni uomo. L'atrofizzata forza dei geni, degli eroi. La forza che alita sotto la nostra necrosi>.
<E' incredibile la quantità di vita che possiede ancora il defunto Wood. La vive in me.
>

Al movimento nazionalsocialista si sono volute forzatamente attribuire origini filosofiche, prendendo a pretesto il famoso Superuomo teorizzato da Friedrich Wilhelm Nietzsche. Indubbiamente, nella visione pessimistica del filosofo tedesco, che vede concettualmente il mondo occidentale e, soprattutto, l'Europa come una colossale messinscena, considerando che i suoi valori come la scienza, il progresso e la religione siano privi di fondamento e abbiano una natura esclusiva di finzione, il nazismo trovò la base per la definizione di un uomo nuovo, depurato dai vizi borghesi d'origine e quindi di razza pura, senza mescolanze che ne possano minare l'identità.
In realtà le origini di questa ideologia si trovano nella Società di Thule, di carattere segreto, fondata nel 1910 da Felix Niedner, sotto l'influenza degli scritti di Lanz von Liebenfels, un miscuglio di paganesimo nordico, di antisemitismo, di teosofia. Questa setta si ispirò al buddismo tibetano, deformandolo ed adattandolo alle sue esigenze di potere, nonché alle teorie esoteriche di Helena Petrovna Blavatsky, celebre medium, che asseriva di essere in rapporto telepatico con gli antichi "Maestri sconosciuti", i superstiti di una razza eletta, che sarebbe vissuta in Asia Centrale, fra il Tibet e il Nepal, e che si sarebbero rifugiati a causa di un'immane catastrofe in una zona desertica, fondando una civiltà sotterranea, la mitica Agartha.
Ora i seguaci di Thule miravano, attraverso contatti extrasensoriali, a collegarsi con questa sorta di superuomini, al fine di ricreare la razza superiore.
Tutto questo preambolo è indispensabile per la comprensione del libro di Posse, un autentico capolavoro, in parte romanzo, anche storico, in parte fine analisi dell'identità dell'autentico nazista.
In un anno, il 1943, in cui le sorti della guerra già si avviano alla sconfitta per il Reich, Hitler affida una missione difficile e disperata a un giovane delle SS: trovare la mitica Agartha e con i poteri dei suoi superuomini ribaltare le sorti del conflitto.
E' un'avventura nel mistero, un lungo viaggio per strada e all'interno di sé in cui il protagonista vedrà cadere una a una le certezze dell'ideologia e Agartha in un certo senso rivelerà il magico potere di far riacquistare all'uomo la consapevolezza dei suoi limiti, l'impotenza di fronte a fatti ed eventi più grandi di lui.
Altro motivo di interesse è la progressiva immedesimazione del personaggio principale con un agente inglese, Wood, di cui ha preso l'identità, dopo che questi, catturato in Francia, è stato ucciso dai nazisti.
Prima le osservazioni, poi i dubbi e infine i raffronti fra il tedesco e l'inglese, finiscono per incrinare la monoliticità del primo, il tutto narrato con una finezza psicologica di grande effetto.
La vicenda si svolge in un territorio in cui il tempo non ha senso, ci sono sì albe e tramonti, ma non esistono giorni della settimana, né mesi, né ore, tutto appare avulso dai concetti dell'uomo per così dire evoluto, in un'unione cielo, terra e anima che porta piano piano a un'infinita beatitudine e anche l'aspetto sessuale appare sfrondato da relazioni complesse e caotiche, in una naturalezza completa che finisce per costituire un altro mezzo per giungere all'equilibrio perfetto.
Per chi teme di trovarsi di fronte a qualche cosa di fantastico senza alcun fondamento dico solo che c'era chi credeva, c'era chi basava i suoi concetti distorti su un esoterismo a tratti raffinato, a tratti volgare.
Invece, per coloro che possono paventare una certa pesantezza, evidenzio che la struttura narrativa è agile e snella e si avvale di un ritmo e di una serie di cambi di scena propri dei libri di avventura.
Non posso dimenticare, poi, la straordinaria capacità dell'autore nel rappresentarci un mondo sospeso fra sogno e realtà, con immagini di deserti, di alte montagne, di riti tibetani che sembrano scorrere davanti ai nostri occhi stupiti e ammirati.
E sta proprio in questo la grandezza del libro di Posse: l'aver parlato di un tema così difficile come l'esoterismo nazista attraverso una struttura narrativa propria del romanzo, rendendolo così gradevole e maggiormente accessibile, senza che con questo si sia corso il rischio di esaltare Hitler e i suoi seguaci, visti come i protagonisti di un delirio immane in un crepuscolo di pretesi dei.
Termino dicendo solo che questo libro è imperdibile e che dopo averlo letto nasce magicamente il desiderio di intraprendere questo viaggio.

Abel Posse è nato a Cordoba, Argentina, nel 1934. Diplomatico di carriera, studioso di politica internazionale e scrittore, è autore di numerosi romanzi di successo tradotti in molte lingue tra cui I cani del Paradiso, La Passione secondo Eva, Diari di Praga, L'inquietante giorno della vita.
Con Il Viaggiatore di Agartha ha ottenuto diversi premi e il libro si è trasformato in un vero e proprio oggetto di culto.
Renzo Montagnoli


Breviario di italiano di Lucio D'Arcangelo Edizioni Solfanelli www.edizionisolfanelli.it
Saggistica
Collana Micromegas

Non posso fare a meno di concordare con Lucio D'Arcangelo sui pericoli che sta correndo la nostra lingua, in una evoluzione che assomiglia però più a un imbarbarimento che a un naturale ed equilibrato progresso.
E' in quest'ottica che l'autore ha scritto questo breve testo, che ha chiamato Breviaro di italiano, sottotitolato "18 punti per salvare la nostra lingua".
Esagerazioni, timori infondati? Assolutamente no, perché purtroppo è sotto gli occhi di tutti, ma soprattutto di chi ama il proprio paese e la propria lingua che è in atto una progressiva spersonalizzazione che ne fa perdere i caratteri basilari, dando luogo a un linguaggio sgrammaticato, con un abuso ingiustificato di anglicismi.
Giustamente D'Arcangelo scrive che Dante creò una lingua per creare una nazione; se continuamente ci allontaniamo dal vocabolario delle nostre parole si perde così non solo l'identità linguistica, ma anche quella nazionale, tanto più che ancor oggi l'unico elemento unificatore è il linguaggio.
Purtroppo ci stiamo dimostrando un popolo ingrato delle nostre origini, di cui invece dovremmo essere fieri, prono alla conquista anche culturale degli Stati Uniti, di cui tendiamo a scimmiottare quell'inglese che è già una derivazione e una deformazione di quella lingua che è nata in Gran Bretagna.
Il ricorso a termini inglesi, anche storpiandoli, spesso in sostituzione di analoghi italiani, è la chiara dimostrazione dell'asservimento, da noi stessi voluto, a un paese che ha tradizioni culturali inferiori alle nostre.
E' un servilismo non preteso dagli americani, ma, purtroppo, quasi amato dagli italiani.
In particolare, l'inglese è diventato una sorta di latinorum, di pessimo gusto, adatto a tutti gli usi e le occasioni.
Ed ecco che si scopre che sono circa 6.000 gli anglicismi in uso nella nostra lingua, quasi sempre del tutto inutili, perché vanno a sostituire termini già esistenti.
Che senso ha ricorrere al vocabolo share quando già, assai più comprensibile nel significato, abbiamo il termine quota? E perché, per una momentanea sosta nel lavoro, non diciamo più "facciamo una pausa", ma quasi ci ingrassiamo a dire "facciamo un break"?
Si ha l'impressione di certi parenti poveri e ignoranti che, arricchitisi di colpo, vogliono dimostrare anche una crescita culturale ricorrendo, nel linguaggio, a termini astrusi, a vocaboli stranieri (nel XIX secolo faceva tanto "chic" intercalare delle parole francesi), quasi sempre usati a sproposito o addirittura senza conoscerne esattamente il significato.
E come sta sparendo nell'uso comune il congiuntivo, incorrendo peraltro in grossolani errori, questo popolo di santi, di navigatori e di storpiatori di parole si è inventato anche dei neologismi in sostituzione di termini da sempre usati, forse per gratificare di ben altra considerazione attività che restano sempre del tutto manuali, ma più che necessarie e dignitose.
Il netturbino diventa così operatore ecologico, il bidello operatore scolastico. A parte che così al posto di una parola se ne usano due, la nuova terminologia non riesce a chiarire esattamente l'attività svolta e non c'è nemmeno la possibilità di un'analisi etimologica per comprenderla. L'operatore ecologico, tanto per dare un esempio, potrebbe essere non solo l'operaio addetto alla raccolta delle immondizie, ma anche colui che si interessa alla conservazione della qualità dell'acqua, dell'aria, ecc. Per dirla in breve, per non far capire il tipo di lavoro svolto, ci si è inventati una qualifica che non ha nessun senso.
Del resto, di pari passo con lo svilimento della lingua si nota una sfilacciatura dell'unità nazionale, non più cementata da un idioma comune che richiama a quelle tradizioni che conferiscono agli italiani una base storica e culturale di cui tranquillamente si sono dimenticati, con il risultato che siamo diventati un popolo incapace di costruire il presente e di programmare il futuro.
"Ahi serva Italia, di dolore ostello", giusta invocazione di Dante, ma questa volta gli italiani non sono servi d'altri, ma di se stessi, bambini non cresciuti che scimmiottano i grandi.

Lucio D'Arcangelo è stato allievo di Giuliano Bonfante all'Università di Torino, dove si è laureato in Glottologia con una tesi su "La trascrizione dei nomi iranici in greco". Docente dal 1971, prima presso la Facoltà di Magistero dell'Università di Torino e poi presso la Facoltà di Lingue dell'Università degli Studi "G. D'Annunzio", nel 2000 ha lasciato l'università per dedicarsi più liberamente agli studi.
È stato il responsabile tecnico-scientifico del disegno di legge n. 993/2001 (ora n. 354/2008), per l'istituzione del Consiglio Superiore della Lingua Italiana.
Tra i suoi ultimi libri Difesa dell'italiano (Roma 2003), considerato una specie di "libro bianco" sullo stato della nostra lingua.
Già collaboratore del quotidiano "Il Tempo", negli ultimi anni ha scritto su "Libero" e "Il foglio". Nel 2006 ha partecipato alle trasmissioni di RAI International e in particolare al programma "Viva Dante!".
Attualmente collabora a "Vita e pensiero" e a "Lingua italiana d'oggi".
Renzo Montagnoli


Il colore del caffè di Arturo Bernava Edizioni Solfanelli www.edizionisolfanelli.it
Copertina di Vincenzo Bosica
Narrativa romanzo

Di un libro si devono leggere le pagine interne per poterlo valutare, ma mi permetto questa volta di iniziare parlando della copertina di Vincenzo Bosica, che introduce benissimo all'atmosfera del romanzo.
Quei tre personaggi d'altri tempi, fotografati lungo la via di un borgo, che si nota con le sue torri sullo sfondo, il militare che fa parte del terzetto e, più in alto, quasi a sbucare dal cielo, le immagini dei volti di un maresciallo dei carabinieri e di una donna sognante sono la miglior porta d'ingresso che potesse essere fatta per una vicenda che, al primo colpo, può sembrare scontata, ma che poi, evolvendo pagina dopo pagina, avvince il lettore costringendolo, beninteso volentieri, a vivere in un'epoca passata e in un mondo piccolo, popolato da piccoli grandi uomini.
Bernava è riuscito a ricreare l'atmosfera di un paesino abruzzese nel periodo che va dagli anni '30 alla fine della seconda guerra mondiale, una realtà chiusa solo in apparenza, perché nell'ambito ristretto fioriscono personaggi e idee forse più che in una grande città.
C'è tutta la solidarietà della povera gente, la dignità di quelli che sembrano vinti dalla vita, ma che invece hanno saputo conoscere il suo vero significato, il tutto raccontato con piccole storie che piano piano si concatenano, dando vita a un affresco corale di rara efficacia e peraltro assai gradevole.
Sì, il personaggio principale è il maresciallo Modiano, della locale stazione dei Regi Carabinieri, ma all'intorno si animano figure solo in apparenza minori, ognuna con un ruolo ben definito che recita al meglio.
Romanzo che agli inizi può apparire senza pretese, Il colore del caffè finisce con il diventare uno di quei piccoli gioielli della letteratura che sono delle vere e proprie icone non solo per il messaggio contenuto, ma anche per lo stile, non consueto, agile, mai ridondante e che consente all'autore anche delle divagazioni di prosa poetica senza che le stesse risultino fuori luogo e comunque tediose. Anzi, queste poche parentesi sono le riflessioni del narratore che forniscono spiegazioni, consuntivi dei fatti che si susseguono, spesso esposti con un tono velatamente ironico che stempera certe malinconie che prendono a leggere del cieco Alfredo, del trovatello Nennè e di Gerolamo, rinchiuso a lungo in manicomio perché non parlasse.
In questo romanzo, poi, troviamo la grande forza del libro, la sua capacità di raggiungere i cuori, di far pensare, di emozionare, e in questo senso è un omaggio alla scrittura, alla carta stampata che permette di farla conoscere a tanti, al suo profumo inconfondibile, come quello del caffè, che piace tanto al maresciallo Modiano.
Nelle pagine c'è già chi ha fatto delle scelte, mentre alla fine ci sarà chi finalmente e consapevolmente saprà fare la sua scelta, scoprendo il vero senso della vita.
Il colore del caffè è un romanzo d'esordio, eppure sembra scritto da un autore già esperto, che rifugge facilmente la retorica e la facile commozione per offrirci un lavoro di autentica eccellenza.
La lettura è vivamente raccomandata.

Arturo Bernava, nato a Chieti nel 1970, è sposato dal 1997 con Barbara, dalla quale ha avuto due figlie, Chiara e Maria Elena. Inizia a scrivere giovanissimo, vincendo il suo primo concorso letterario ad appena dodici anni. Poi, però, causa molteplici interessi tra cui la musica e lo sport, abbandona temporaneamente questa passione per riprenderla in età adulta.
Attualmente lavora a Roseto degli Abruzzi, dove dirige una filiale del Credito Cooperativo Adriatico Teramano.
Tra i risultati letterari più importanti spiccano i primi posti ottenuti ai concorsi:
Hombres Città di Pereto 2009 (Pereto - AQ), Premio alla cultura città di Tortoreto 2009 (Tortoreto - TE), Kriterion 2009 (Avellino), Racconta la solidarietà 2009 (Salerno), San Benedetto nel cuore 2009 (San Benedetto - AP), Tutti Scrittori 2008 (Coarezza - VA), Città di Tocco da Casauria 2008 (Tocco da Casauria - PE), Una terra di leggende - Parco castelli Romani 2008 (Roma), Giammario Sgattoni 2008 (Garrufo - TE), Città di Tocco da Casauria - Premio Giovani 2008 (Tocco da Casauria - PE), Città di Pescocostanzo 2008 (Pescocostanzo - AQ), Giammario Sgattoni - Premio giuria Giovani 2008 (Garrufo - TE), Arci Equinozio 2007 (Milano), Hombres Città di Pereto 2007 (Pereto - AQ).
È risultato inoltre tra i primi posti in oltre quaranta premi letterari.
Renzo Montagnoli


Un giorno perfetto di Melania Mazzucco Libri Oro Rizzoli

La famiglia è il luogo in cui dimorano le speranze del nostro paese, il luogo che fa spuntare le ali ai sogni. 
George W. Bush
Discorso sullo stato dell’Unione, 2004

E’ di una famiglia si tratta, il nucleo ispirativo della storia, affiancata da un altro nucleo famigliare.
L’elemento distruttivo campeggia e dilania alcuni dei personaggi, la tensione accomuna e unisce il lettore e sullo sfondo una Roma vista dagli occhi di chi la ama e la vive. Tutto accade nell’arco di 24 ore, in una notte di maggio, a Roma, un giorno che per tutti i protagonisti della pietosa storia doveva essere perfetto e compiuto, in un appartamento di via Carlo Alberto riecheggiano degli spari, si sentono delle grida d’aiuto. Il romanzo inizia dalla fine e come uno squarcio che si apre vivono a ritroso Emma Tempesta separata dal poliziotto scelto Antonio Bonocore e i due figli, l’adolescente Valentina e il piccolo Kevin, dall’altra barricata l’onorevole avvocato Elio Fioravanti a cui Antonio fa da capo - scorta, la seconda giovane moglie Maja, il figlio del primo matrimonio Ari - Zero, il nome che rispecchia il nichilismo e l’anarchia del suo carattere e la piccola Camilla. Come figure marginali, ma non per questo meno importanti, il professore d’italiano di Valentina e la madre di Emma. I destini degli uni s’intersecano con i destini degli altri in un apparente e casuale gioco di vite incrociate e sospese. Sentimenti di fondo, una profonda sofferenza e un’estenuante lacerazione degli animi che non lasciano spazio alla speranza se non per intermittenti barlumi di luce. Grande l’introspezione psicologica dei personaggi, Emma ritratto di donna sensuale e ferita più volte dalla vita, Maja, delicata e preziosa che pur sente un’enigmatica attrazione per Aris – Zero, lontano dal suo patinato e ipocrita mondo alto-borghese; Antonio che come un animale ferito, nella sua nebulosa sofferenza cova la più inammissibile vendetta trasversale e innaturale e l’onorevole Fioravanti che sente pesare amaramente come un totale fallimento e la sua carriera politica giunta al capolinea e la sua identità di essere. Grande spazio ai dettagli, ai particolari dell’anima e del cuore. Roma bella suggestiva e grandiosa, carnale, sfatta, vista attraverso i finestrini della metropolitana, dai quartieri esclusivi tra palme e magnolie di ville e giardini privati ai palazzoni di periferia come torri di cemento armato scrostato, ultimi avamposti della città fra un prato punteggiato di panchine divelte e una brughiera incolta. Edifici simili a caserme o prigioni dalle verande abusive, dalle padelle di parabole e panni stesi ad asciugare sui balconi. Sul filo di una catastrofe imminente si dispiega la struttura narrativa come un’erosione mentale e fisica, l’autrice racconta paure e infelicità, stati d’animo stratificati e mai in superficie in uno stile fluente di parole dense e forti che lasciano il segno.

Riporto: Notte
Sì, passerà il tempo, che tutto accomoda, e si ristabiliranno i rapporti di prima, cioè si ristabiliranno in tal grado che io non sentirò sconvolgimento nel corso della mia vita. Lei deve essere infelice, ma io non sono colpevole, e perciò non posso essere infelice.
Lev Tolstoj, Anna Karenina

L’autrice: Melania Mazzucco è nata a Roma. Prima di Un giorno perfetto ha scritto Il bacio della Medusa 1996, La camera di Balthus 1998, Lei così amata 2000, Superpremio Napoli e Superpremio Vittorini, Vita premio Strega 2003. I suoi romanzi sono tradotti in ventun paesi.
Arcangela Cammalleri


Tracce d’infinito
di Beatrice Zanini
Prefazione di Renzo Montagnoli
Postfazione di Cristina Bove
In copertina immagine di Elia Belculfiné
Edizioni Il Foglio Letterario
www.ilfoglioletterario.it
ilfoglio@infol.it

Collana Promo Poesia

Siamo tutti viandanti lungo un percorso dall’alba al tramonto, siamo di passaggio e quasi sempre procediamo soli. Sono rari gli incontri e spesso casuali, ma quando si tratta di un contatto poetico si scopre l’immensa bellezza di trovarci insieme.
Bea è apparsa come una cometa, un lampo di luce che ha illuminato noi viandanti, un attimo solo, ma ha lasciato dentro di noi il palpitante calore dei suoi versi, ha riflesso in noi la sua anima e questa prefazione a un libro -  che avrebbe meritato in ogni caso di essere pubblicato - altri non è che la riconoscenza di un poeta a un altro poeta.
Questa è una raccolta abbastanza consistente di liriche, di quella traslazione in parole dei suoi sentimenti e delle sue emozioni, dalle prime ancora incerte, ma già avviate con sicurezza verso uno stile compiuto, alle ultime, in cui ha messo tutta se stessa, il suo saluto al mondo terreno e agli amici poeti.
Se piace leggere questi versi, che profumano d’amore (Sapesse parlare il mio cuscino / -ti stupiresti- dei tanti abbracci / lievitati tra le radure /  o dietro gli scogli / che non hanno occhi e bocca / da sfamare- /…), esposti in una linearità che sembra frutto di un accostamento semplice, immediato alla tematica, ma che se ben analizzati, con quegli incisi così puntuali, denotano una ricerca formale in corso di evoluzione, non si può non restare indifferenti, anzi ci si lascia trascinare e coinvolgere dalla forza ferma e inflessibile utilizzata per ricordare l’olocausto (…/Di carne e di sangue / la mano di colui / annientava l’estremo respiro, / e l’attimo attraversava spietato /  l’ultimo Shabbat e l’amen mai detto./…).
Chi mai direbbe che è la stessa mano che ha vergato i versi d’amore e che ora sembra brandire una spada, anziché una penna? Eppure è così, perché il poeta rispecchia le sensazioni che prova e chi ama nel senso più ampio del termine non può che reagire in modo veemente quando si uccide l’amore.
Già, l’amore, che corre con noi o che noi cerchiamo, e in Bea è un tema ricorrente. Si avverte nei suoi versi un forte desiderio di amare, ma anche di essere compresa, di trovare chi sia disposto a donare se stesso come lei avrebbe fatto con lui (…Viaggerò con te / una notte almeno / nella tua ventiquattrore, / mi stringerò il profilo / per starti più vicina... amore / e non sarà la solita mia notte / maledetta, / chè d’amore si può morire / senza farsi male.)
Sono tante le poesie di questa raccolta e se ho anche la tentazione di accennare a ognuna per il suo contenuto, lo spazio, ma soprattutto il rispetto per i lettori, che non è mia intenzione né tediare né influenzare, mi costringe a fare delle scelte, a riferirmi solo a quelle che a mio giudizio sono più significative  -  e non dico belle, perché belle lo sono tutte - e con il termine significative intendo quelle che meglio servono a identificare la personalità artistica dell’autrice.
Così, nel tempo che trascorre, Bea avverte che la vita sta per sfuggirle e reagisce con questi versi: Sto qui / con la sola tristezza / di sempre. / Il battere della pioggia / annulla ogni sentire / e i miei silenzi dissolti / sui muri / colano speranze. /…
Poche parole per esprimere, benissimo, quella sensazione di consapevole rassegnazione, ma senza indulgere alla facile commozione, senza strepiti, bensì sommessamente, un flash che fissa indelebilmente la fotografia di un essere che si appresta al commiato. In questi versi, scarni ma bene amalgamati ritroviamo tuttavia la forza che è presente nello svolgimento del tema dell’olocausto, una forza non più esteriorizzata, ma interna e che appena trapela.
Ed è proprio questa saldezza che emerge nelle ultime poesie, quando ormai Bea è conscia dell’ineluttabilità del suo destino; non c’è disperazione, ma solo dolorosa consapevolezza e allora trae da sé il meglio della sua arte, un’ultima sfida alla morte che s’appresta a coglierla. Bea è sconfitta, ma non vinta, perché sa che nessuno può uscire vittorioso da una battaglia con il destino, e allora intona il suo canto alla vita nei versi di commiato, struggenti nella loro umana intensità.

Ancora_ta

mi coglie

il soffio caldo della vita

dentro un pugno di vetro

che guardo e attraverso

mentre il risucchio dell'agguato

mi zoppica addosso.

È tempo di azzerare il timer

e ripartire

è tempo di conciliazione

e di respiri.

Non abbandonare il figlio, Padre

ora che ha conosciuto

il tepore della buona stagione

e il frinire delle cicale.

Non avrei mai potuto immaginare la difficoltà che poi ho incontrato nello scrivere queste righe.
Ho cercato di essere asettico, di non lasciarmi prendere dalla commozione e ci sono riuscito quasi fino in fondo, ma poi sono un essere umano anch’io e parlare del lavoro di un’amica che troppo presto mi ha lasciato è diventato un percorso del ricordo, una memoria di emozioni e di sentimenti che ha finito per travolgermi.
Però, di una cosa sono certo: della qualità delle poesie di Bea, il suo lascito perché abbia a goderne anche chi non l’ha conosciuta.
Se n’è andata, ma in qualsiasi momento possiamo ritrovarla in questi versi  che ci parlano di lei.
Grazie Bea per quanto sei riuscita a darci.

Beatrice Zanini

(30 settembre 1964 – 2 ottobre 2009)

“Sono tutto e sono niente…

E sono in quanto esisto.

Per alcuni sono semplicemente Marbe.”

Blog: http://beamarbe.splinder.com/

Renzo Montagnoli


La Rizzagliata di Andrea Camilleri
Sellerio editore Palermo

Romanzo storico di storia più che contemporanea, attuale.
Anche questa volta Camilleri ha teso la rete ai  suoi fedeli lettori che non sono 25, li ha incastrati in questa storia in cui è complicato districarsi anche se non sono i pesci “ cchiù stùpiti o cchiù lenti, ma lo stesso non si sono  scansati ’n tempo”.
Dal titolo: dicesi rizzaglio, una rete a forma di campana, chiusa in alto e aperta sotto, contornata da piombini. Si fa roteare perché deve ricadere come un ombrello aperto, cade in acqua per il peso dei piombini, il pescatore tira una corda e la parte inferiore si chiude. Dentro restano i pesci: una bella rizzagliata. Questo romanzo, pubblicato prima in Spagna con il titolo “La muerte de Amalia Sacerdote”, ruota attorno all’omicidio di una studentessa universitaria, Amalia, figlia di Antonino Sacerdote, il segretario capo dell’assemblea regionale, trovata uccisa e che per atto dovuto è  inviato un avviso di garanzia al fidanzato Manlio, figlio dell’onorevole senatore Caputo. Relazioni pericolose, macchinazioni, geometrie occulte e disegni criptati s’intersecano in un gioco che di teatrale ha poco e di reale molto, la politica volta e travolta, come le cronache ci insegnano,  nel suo inesorabile deviamento verso sordidi obiettivi ed interessi personali. Il caso è seguito da Michele Caruso, il direttore di un telegiornale della Sicilia occidentale  “Telepanormus”, la sua storia intima e privata  fa da contraltare alla vicenda, in generale, come un cerchio concentrico che si espande e pesca solo quello e quelli che deve pescare. Camilleri fa muovere i personaggi come dentro una scacchiera, le mosse delle pedine inizialmente un po’ imprecise, reticenti, man mano trovano la loro naturale collocazione e alla fine non c’è la sorpresa o il botto come se fin da principio una strategia pianificata portasse alla risoluzione del caso “Ad usum Delphini”. L’imbarbarimento della società e sommamente della politica, il malaffare, la corruzione globalizzati, un blob che ingloba partiti politici, finanza, magistratura, mafia, poteri pubblici…il tutto mixato da battute mordaci e allusive, con il doppio senso della parola siciliana che l’autore orchestra con svariate coloriture stilistiche. Personaggi  e situazioni, come tiene a dichiarare e ribadire Camilleri sono frutto di una pura e semplice invenzione senza nessun riferimento con persone realmente esistenti, ma come non poter ravvisare gli stessi scenari che quotidianamente giornali e televisioni ci mostrano e quanto le anomalie italiane ci stanno trascinando in uno dei punti più bassi della nostra storia. 

L’autore. Andrea Camilleri è nato a Porto Empedocle nel 1925. Ha esordito come romanziere nel 1978 con “Il corso delle cose”. Della sua ricchissima produzione letteraria tutti i romanzi con protagonista il commissario Montalbano sono pubblicati dalla casa editrice Sellerio e altri, tra questi ricordiamo: “La forma dell’acqua”, “Il cane di terracotta”, “Il ladro di merendine”, “La voce del violino”, “La stagione della caccia”, “Il birraio di Preston”, “La concessione del telefono”, “La gita a Tindari”, “Maruzza Musumeci”, “Il casellante”, “Il campo del vasaio”, “L’età del dubbio”, “Un sabato, con gli amici” “Il sonaglio” “Il cielo rubato”, “ La tripla vita Michele Saracino”.
Arcangela Cammalleri


La guerra gallica
(De bello Gallico)
di Gaio Giulio Cesare
Traduzione e note di Lorenzo Montanari
Prefazione di Anna Giordano Rampioni
Introduzione di Giovanni Cipriani e Grazia Maria Masselli
Barbera Editore
www.barberaeditore.it
Collana Classici Greci e Latini diretta
da Anna Giordano Rampioni

Gaius Iulius Caesar (Gaio Giulio Cesare) è probabilmente il personaggio romano più conosciuto e non solo per le sue indubbie qualità militari, ma anche come scrittore.
Ci ha lasciato due opere, fondamentali per comprendere una certa epoca: La guerra gallica e La guerra civile.
Il primo è senz'altro il testo più conosciuto, anche per motivi scolastici. Ricordo, anche se è passato molto tempo, che non era infrequente nei compiti in classe di latino la traduzione di brani del De bello gallico, circostanza del resto preferita dagli studenti, sia per la tematica che in un giovane appare più interessante, sia per l'essenzialità della scrittura di Cesare, meno complessa, per esempio, di quella di Cicerone.
Resta il fatto che essendo ormai un'opera classica, oggetto di studi scolastici, si tende a identificarla più come un libro di testo che non per quello che effettivamente è, e cioè la storia di un lungo e sanguinoso conflitto grazie al quale Roma, non ancora imperiale, sottomise definitivamente la Gallia.
Dalla lettura si può comprendere l'elevata cultura di Cesare che riesce a descrivere con minuziosità, ma senza essere greve, un'importante evento non solo bellico, ma anche politico.
Certo che la storia di un fatto narrata dallo stesso che ne è stato partecipe può sollevare più di un dubbio sull'attendibilità delle notizie fornite, ma non è questo il caso, perché il grande condottiero romano si dimostra per niente incline alla retorica, tracciando in modo semplice e scarno la cronologia degli eventi, tanto quasi da apparire un diario di bordo, ad uso e consumo del senato romano.
E' un lavoro piuttosto lungo, diviso in 8 libri, scritto presumibilmente fra il 58 e il 50 a.C., corrispondente proprio al periodo in cui si svolsero i fatti. Nei primi sette libri, dettati ai suoi luogotenenti, Cesare ci fornisce un'attenta descrizione etnica e geografica non solo della Gallia, ma anche dei territori germanici prossimi al Reno e di quelli britannici. Si scopre così in lui un'attenzione e anche un rispetto per zone non propriamente romane e per le popolazioni che le abitano, circostanza che mi induce a pensare che l'uomo, e quindi non il console e generale, nutrisse anche ammirazione per questi nemici, il che però non gli impedì di farne strage. Questa lunga parte si conclude con la descrizione della battaglia di Alesia, in cui emerse fulgido il suo genio militare, e grazie alla quale, sconfitto Vercingetorige, re degli Averni e grande stratega, la campagna poté definirsi conclusa.
L'ottavo libro, che risulterebbe scritto dal fido Aulo Irzio, invece parla di fatti successivi alla guerra, come le spedizioni inviate a spegnere gli ultimi focolai di resistenza.
Il De bello gallico, scritto in terza persona, ebbe una funzione non solo diaristica, cioè di memoria, ma fu anche lo strumento con cui, in un equilibrio sostanziale fra fatti e descrizione degli stessi da chi vi fu coinvolto, Cesare difese la sua politica militare dall'avversione di larga parte del Senato che, non a torto, paventava un concreto pericolo per la sua autorità di fronte a questo generale di comprovate elevate capacità, riottoso ad obbedire alle direttive e animato da una grande ambizione.
La guerra gallica, in questa edizione dell'Editore Barbera comprensiva del testo latino a fronte, si avvale della eccellente traduzione di Lorenzo Montanari, che ha curato anche le indispensabili numerose note riportate alla fine dell'intera opera.
Se la prefazione di Anna Giordano Rampioni è breve, quasi essenziale, l'introduzione di Giovanni Cipriani e di Grazia Maria Masselli è assai più lunga, ma indispensabile per la comprensione dell'intero testo.
Sono in tutto tante pagine (oltre 600), ma si leggono quasi d'un fiato, a testimonianza delle qualità letterarie di Gaio Giulio Cesare, rivelatosi così, oltre che uomo di spada, uomo di penna.

Gaio Giulio Cesare ( 100 - 44 a.C.), grande condottiero romano, nonché uomo politico illustre.
I suoi libri (La guerra gallica e La guerra civile) sono scritti storiografici, considerati unanimemente dalla critica fra i più originali dell'antichità.
Attraverso gli stessi realizzò un'apologia di se stesso e delle proprie scelte politiche e militari, fornendo ai posteri l'immagine di un condottiero coraggioso, fine stratega e fondamentalmente fedele ai valori repubblicani.
Renzo Montagnoli


L'abitudine al sangue di Giorgia Lepore Fazi Editore www.fazieditore.it
Narrativa romanzo

Giuliano, in un monastero della Grecia, ripensa al suo passato, alla vita intensa e sofferta che ha avuto. L'essere figlio del defunto imperatore di Bisanzio non è stata una fortuna, ma ha costituito la base del percorso insondabile attraverso il quale, dopo gioie e soprattutto sofferenze, è finalmente approdato alla pace interiore.
Condotto con un ritmo lento, quale si addice a una storia di riflessioni, L'abitudine al sangue non è tuttavia solo la vicenda di Giuliano, dalla gloria quale condottiero e certamente non voluta perché gli ripugna uccidere altri uomini, alla quiete della vita monastica dopo anni in cui ha conosciuto l'amore, ma anche l'orrore della guerra, ha subito torture, si è macchiato di un delitto commesso su sangue del suo sangue.
Infatti questo libro presenta molteplici chiavi di lettura che ne fanno un'opera per certi versi ardita, ma che nel complesso costituisce il positivo esordio letterario dell'autrice.
Premessa indispensabile è che non si tratta di un romanzo storico in senso stretto, perché se è vero che la localizzazione è Bisanzio, capitale del Romano Impero d'Oriente, l'epoca non è esattamente determinata, pur presentando caratteristiche tipiche dell'alto medioevo; anche per i personaggi non vi sono diretti riscontri, pur se in un'attenta analisi alcuni possono essere ricondotti a figure che hanno caratterizzato alcuni secoli di quel periodo.
C'è indubbiamente il tentativo della scrittrice, appassionata di storia bizantina, di fornire l'immagine di quel che era quel lontano impero, caratterizzato da faide nella famiglia regnante con frequenti delitti particolarmente riprovevoli, quali il parricidio e il fratricidio, e in questo senso l'impostazione dell'opera assume i toni di una tragedia che richiamano opere di Shakespeare, in primis l'Amleto. E. come dice Giorgia Lepore nell'intervista, questo è un romanzo di relazioni, fra padre e figlio, fra fratelli, fra figlio e madre, fra uomo e donna, ma soprattutto fra uomo e Dio. Nessuna esclude le altre, ma costituisce una serie di tappe, di anelli di una vicenda che porta al rapporto più importante, a quello che è uno dei maggiori temi dell'opera, cioè alla ricerca in se stessi dell'originario spirito divino per potersi accostare a Dio.
In questo contesto c'è un fatto determinante e che può ricondurre anche all'individuazione dell'epoca; c'erano molte sette eretiche, ovviamente combattute, non solo dialetticamente, dalla Chiesa ufficiale e fra queste ce n'era una che aveva una precisa localizzazione ai confini orientali dell'impero. Questa setta era portatrice di un'eresia da noi conosciuta come paulicianesimo, caratterizzata dal dualismo, che portava a considerare l'esistenza di due Dei, il Dio crudele dell'Antico Testamento, creatore del mondo, e il Dio buono del Nuovo Testamento, artefice dello spirito e dell'anima, e quindi l'unico degno di essere seguito. Ora, il periodo più disgraziato di Giuliano inizia con il rifiuto di fare strage di questi eretici, che sarà poi effettuata poco dopo da un altro generale. Storicamente questo avviene nel X secolo d.C. e quindi il periodo in cui si snoda la vicenda è quello.
Ma il paulicianesimo richiama anche ad altre chiavi di lettura nel rapporto tra padre e figlio, in cui il primo assume le caratteristiche del Dio malvagio dell'Antico Testamento, mentre il rifiuto della violenza e il desiderio di amore di Giuliano finiscono per introdurre alla sua relazione con Dio, laddove, pur credente, e a differenza del priore del convento Johannes, che è stato chiamato dal Supremo, in lui predomina la necessità di non essere scelto, ma di scegliere. La differenza è sostanziale (nel caso di Johannes la chiamata è venuta dal cielo, mentre per Giuliano è frutto di una sua libera scelta) e serve a portare ad ancora un'altra visione dell'opera. La storia è frutto di decisioni assunte secondo il principio del libero arbitrio, oppure è qualche cosa che è già scritto nel libro del destino, senza che noi possiamo interferire con esso? Domanda a cui possono essere date risposte diversamente articolate, ma senza che una possa prevalere decisamente sull'altra.
Giuliano è indubbiamente un personaggio complesso, tanto che Giorgia Lepore lo ha definito una sintesi di "colonne portanti" della storia bizantina, che vanno da Giuliano l'apostata a Basilio II.
Insomma, a un protagonista, che non è mai esistito, è stato affidato il difficilissimo incarico di rappresentare un mondo in più epoche, di nobilitare nell'uomo il senso della vita con una scelta individuale per l'amore verso Dio, di essere così antico e al tempo stesso moderno, anzi addirittura senza tempo.
L'abitudine al sangue, come è possibile comprendere, è un libro che induce a continue riflessioni, e quindi da leggere con calma e attenzione, ma anche da rileggere più volte per scoprire qualche cosa di nuovo, aprendolo al nostro cuore.

Giorgia Lepore, 39 anni, è nata e vive a Martina Franca ma lavora all'Università di Bari, in qualità di assegnista di ricerca presso la cattedra di Archeologia e Storia dell'Arte Paleocristiana e Altomedievale. È inoltre archeologa, specializzata negli scavi presso le chiese rupestri pugliesi, e docente di Storia dell'Arte nelle scuole superiori. Negli anni scorsi ha partecipato a vari convegni nazionali e internazionali e pubblicato numerosi articoli e saggi in riviste specializzate, tra cui alcuni contributi nel volume Puglia Paleocristiana (a cura di G. Bertelli, 2004) e la monografia Oria e il suo territorio nell'altomedioevo (2004). E proprio dai suoi interessi di archeologa e di studiosa di Storia bizantina prende le mosse il suo romanzo d'esordio, ambientato appunto nell'Impero romano d'Oriente nell'Altomedioevo, ma mancano, per precisa scelta dell'autrice, riferimenti topografici e l'indicazione di un arco temporale nel quale si svolge la vicenda.
Renzo Montagnoli


Confrontarsi con Karolina di Valentino Rocchi Edizioni Agemina www.edizioniagemina.it
In copertina: Giacomo Balla - Velocità n.1
Narrativa romanzo
Collana Gialli Agemina

Leggo sulla copertina "Valentino Rocchi", il nome dell'autore, appena più sotto "Confrontarsi con Karolina", il titolo, e in piccolo, più in basso e sulla sinistra "Gialli Agemina", nome della collana evidenziata con lo stesso colore.
Ora classificare questo romanzo di ben 406 pagine come giallo mi sembra un po' riduttivo. In effetti ci sono autori, come Simenon, come Maurizio de Giovanni che ricorrono all'intreccio del thriller semplicemente per l'ossatura di un'opera intorno alla quale costruire molto di più, nobilitando i loro lavori con contenuti che vanno ben oltre la consueta ricerca investigativa.
Ed è questo il caso anche di "Confrontarsi con Karolina", un vero e proprio romanzo, pur venato di giallo, e ambientato, in parte, in un mondo diverso da quello che è oggetto consueto di narrazione dell'autore pesarese; qui non c'è più la civiltà contadina in primo piano e, a onor del vero, nemmeno sullo sfondo, bensì un ambiente più recente ed attuale, quale quello delle corse in motocicletta.
Non ci sono gare, non c'è la dinamica del tifoso e dello sportivo che quasi fa una radiocronaca, no, non sarebbe stato funzionale allo scopo e, oltretutto, probabilmente si sarebbe ridotto a un aspetto più tecnicistico che letterario.
Il mondo delle corse in moto è lo sfondo, davanti al quale o dentro il quale si agitano diversi personaggi, nascono storie all'apparenza messe per lì caso, ma che invece alla fine si riveleranno parte integrante di un corpo unico, giustificando così la lunghezza del lavoro che in un normale giallo sarebbe francamente eccessiva.
Rocchi ha sempre amato i suoi personaggi al punto di tratteggiarli con una descrizione non solo somatica, ma anche psicologica che rasenta quasi l'ossessione maniacale, giungendo così a confezionare opere che sempre possono essere definite di pregevole fattura. Confrontarsi con Karolina va oltre questa classificazione di merito, perché le storie che si intrecciano, pur se relative a epoche diverse fra loro e anche a luoghi dissimili, possono vantare una freschezza di esposizione che le rende particolarmente gradevoli.
Non sarebbe stato difficile scivolare nel "già letto", perché in fondo le vicende umane si presentano quasi sempre assai simili, ma la capacità dell'autore di indagare l'animo di ogni protagonista, riservando l'entusiasmo per quelli positivi, ma non infierendo, grazie a un'innata pietà, per quelli negativi, porta a un equilibrio di narrazione che gradualmente rende partecipe il lettore. Non ci sono colpi di scena assolutamente impensabili, anzi tutto scorre liscio e logico, secondo una razionalità matematica, ma il libro sarebbe probabilmente monotono se non fosse accompagnato da emozioni naturali, genuine, quali possono essere il senso di colpa o un amplesso dipinto con precisione, ma senza malizia.
Prima ho scritto che sono diverse le vicende che fioriscono, ma ben concatenate, e una in particolare, quella dell'ebreo polacco in Italia all'epoca delle leggi razziali, è molto di più che funzionale alla vicenda, perché offre l'opportunità di una riflessione su questa maledizione che si portano dietro gli israeliti da 2000 anni e che li rende vittime per lo più rassegnate. Non dico altro al riguardo, perché sono poche pagine che meritano la massima attenzione.
E poi la figura di questo ebreo, di quest'uomo prossimo alla morte è descritta con una realtà quasi incredibile. Sembra di essere davanti a lui, infermo grave in questo letto d'ospedale, ad ascoltare la sua storia, a stupirsi di quel che va dicendo, a commuoversi per una bellissima storia d'amore che lo vede protagonista e vittima.
Con Rocchi i personaggi sono tali indipendentemente dal fatto che ci sia una trama, sono esseri umani con i loro pregi e difetti che sembrano muoversi liberi dalla volontà dell'autore. La vicenda è gialla? Bene, ma anche se non lo fosse Salomon, Serena, Karolina, Marco, Federico, il giudice Gaudino, Inge, Sabine, Rachele, Antonìn, perfino Rendina girano attorno a noi, con le loro passioni, i loro assilli, le loro qualità e i loro difetti, nessuno troppo bravo o troppo cattivo, personaggi di carta perfettamente simili a quelli in carne ed ossa, ognuno portatore di verità che sta solo a noi riconoscere. I francesi dicono: "C'est la vie.". Io mi permetto di aggiungere: "vista con amore.".
La lettura è sicuramente raccomandabile.

VALENTINO ROCCHI, nato a Savignano sul Rubicone, risiede sin dall'infanzia a Pesaro. È socio corrispondente della Rubiconia Accademia dei Filopatridi di Savignano sul Rubicone.Si è avvicinato alla narrativa, con libri di ampio respiro e di trame avvincenti, dopo una vita di intenso lavoro. Ha pubblicato: "Una Storia a Castelvecchio" (Società editrice Il Ponte Vecchio - Cesena); "L'Eredità di Venanzio" (Guaraldi - Rimini) Vincitore del Premio letterario "Il Pungitopo" 2001."Notte all'Hotel La Guercia" (Argalìa Editore);"Gli uomini di Bluma" (Giraldi Editore) II Classificato al Premio "Palazzo al Bosco", 2002;"La saggezza di Toni" (Giraldi Editore);Esce nell'anno del V centenario della morte di Pandolfo Collenuccio, uomo di corte e di legge, dalla vita straordinariamente avventurosa: "Notte all'Hostaria La Guercia", Pandolfo Collenuccio, uomo di corte del XV secolo, (Giraldi Editore) ambientato nel XV secolo, di cui è l'autore è profondo studioso e conoscitore; nel 2008 "La Magia del fuoco" (Agemina) e "1504 - Notte all'Hostaria La Guercia" (Agemina); nel 2009 "Il pianoforte a coda" (Giraldi Editore) e "La padrona di Santa Maria" (Giraldi Editore).
Renzo Montagnoli


Sulla riva del fiume, di Giovanna Giordani  - Aletti editore -

Sulla riva del fiume: prima silloge di Giovanna Giordani, giunta quasi a sorpresa per lei stessa, che forse non s’era posta prima d’ora il problema di condividere con interessati lettori il suo piacere per la scrittura in versi delle sue emozioni, dei suoi pensieri e sentimenti, attraverso una pubblicazione. Bella sorpresa, invece, per lettori che amano la poesia, come la sottoscritta.
Generalmente inizio la lettura di una raccolta di poesie cercando di decifrare il senso del titolo. In questo caso, mi è venuto in mente per associazione immediata il titolo di un libro di riflessioni sul senso della vita, Sono come il fiume che scorre, di Paulo Coelho. Ma, mentre in quel testo l’autore si identifica con il fiume e ripercorre, anche in senso autobiografico, il divenire e il mutamento continuo, per dar valore alle cose più semplici  e belle, ho immaginato che Giovanna stesse invece “osservando” quello stesso divenire e mutamento continuo del mondo e della vita, standosene tranquillamente “sulla riva del fiume”. Il suo osservare, che in realtà si ritrova poi assorbito nei versi poetici, non è però passivo guardare, lasciar scorrere e lasciar accadere gli eventi del mondo, bensì compartecipazione talmente profonda e intima da lasciare di sé impronta e segno visibile in ogni poesia.
L’autrice definisce il suo poetare non ricercato, ma semplice, vero, naif, quasi sottintendendo in questa definizione una sua naturale ritrosia, un suo non sentirsi vera poeta bensì solo una persona che voglia esprimere in versi la sua sensibilità.
E chi ha detto che bisogna scrivere poesie servendosi di lessico ricercato, che spesso potrebbe essere sinonimo di indecifrabile, difficile, non fruibile se non da pochissimi?
Ho piacevolmente assimilato la scrittura poetica naif (per tenere la sua originale definizione) di Giovanna Giordani alla semplicità con cui si leggono, si interpretano e si interiorizzano le sue poesie, poiché questa semplicità si accompagna ad una profondità di pensiero che dà modo al lettore di riflettere e di guardare con occhi nuovi il mondo e tutto quel che vi accade.
Già dalla prima poesia Ah, se potessi, l’autrice mette in primo piano la sua poetica dell’amore, che è il suo modo peculiare di osservare gli eventi del mondo, cercando delle strategie quasi magiche per realizzare il suo intento di vivere in armonia con l’universo, trasformando il suo essere “sillabe d’assenso” nel vero senso della vita che appunto nell’amore può risiedere e in nient’altro. In questo “la poeta” conferma il pensiero di Neruda che sosteneva che “la poesia è un atto di pace”. E non è un caso che la silloge si concluda anche con una poesia nella quale si vorrebbe capire il perché dell’esistenza del male e la sua origine, con la sottile ma non velata intenzione di capovolgerlo in bene.
I primi sonetti, ispirati da racconti, film, eventi reali, o semplici osservazioni della natura, confermano questa attenzione privilegiata della Giordani ai rapporti umani, al senso vero dell’esistenza e alla profondità di un sentimento la cui durata potrà attraversare il Tempo e oltrepassarlo, anche soltanto grazie all’incisione di un nome.
Delicatissimi, poi, sono anche gli haiku, che in brevità e concisione distillano pensieri.
La terza parte della silloge, la più corposa per numero di poesie, è di una bellezza che non si può descrivere, bisogna sentirla e viverla. Ci si rende conto di ciò, a partire dalla poesia che ci presenta “Il volto del silenzio”: solo un poeta può “vedere” questo volto e scoprire perché… “mai saprà spiegare / tutta la luce / che gli brucia dentro”! … perché è un silenzio pregno di parole, di pensieri, di voce, ma non ha voce.
Un’altra bellissima poesia da segnalare è una meta-poesia, che però si contraddice alla fine. Si tratta della messa in scena dell’umiltà della poeta-autrice, ne’ La mia poesia è una regina scalza, che poi è anche una regina nuda e bianca e che, quando diventa nera e “cammina leggera / sulle dune, / (è) incurante se il vento / traccia non lascerà / delle sue impronte”: sta proprio qui la contraddizione della poeta, nel credere che la sua poesia non lascerà impronte, mentre invece le ha già lasciate proprio in questo suo essere movimento discreto che scruta negli anfratti dei cuori.
E si potrebbe continuare svelando l’implicita “semplicità profonda” o “semplice profondità” delle altre poesie.
Ma un recensore deve fermarsi un attimo prima di togliere al lettore il piacere, la sorpresa e la voglia di scoprire da sé il senso e la bellezza di ogni creazione poetica, potendo dare a sua volta libertà alla propria mente di ri-creare significati.
E dunque concludo, riassumendo l’invito a leggere questa silloge, con l’Haiku che mi pare la caratterizzi: “Bellezza”: Alto vertice / di rara perfezione / dono d’incanto.
Carmen Lama


Una terribile eredità di Gordiano Lupi Gruppo Perdisa Editore
Narrativa romanzo

Un incubo che si materializza in un uomo apparentemente normale, ma segnato da un'esperienza che ha fatto emergere quegli istinti bestiali presenti in ogni individuo, confinati sul fondo della coscienza, ma pronti a esplodere quando si verifichi un fatto, un evento che funge da catalizzatore. Una terribile eredità, l'ultimo romanzo di Gordiano Lupi, è un noir profondamente distopico, in cui la realtà umana viene vista con un senso di profonda disillusione, una presa di coscienza sull'imperscrutabile e ignoto che è dentro di noi, su quel male che ci portiamo appresso senza saperlo.
La vicenda ha inizio in un'Angola insanguinata dalla guerra, a cui il protagonista cubano partecipa non per vocazione, ma perché praticamente obbligato. E' una parte, questa, del romanzo in cui l'autore piombinese ha dovuto far leva molto sulla fantasia, poiché non conosce quei posti, così che ne risulta uno stato abbastanza "sui generis", ma proprio per questo emblematico di qualsiasi conflitto. I bombardamenti, le imboscate, le uccisioni, il cameratismo, lo sfogo con le puttane, la paura, la nostalgia sono proprie di ogni ostilità e il solo fatto che questo avvenga in Africa, anziché in Europa, nulla toglie alle sensazioni dei protagonisti, all'orrore dilagante, all'angoscia, perché questo è caratteristica di ogni guerra.
Quando la morte è sempre al tuo fianco i freni inibitori si allentano, si diventa capaci di tutto, anche, per necessità, di divorare i propri simili.
Questo fatto, che ha segnato indelebilmente la mente del personaggio principale, è stato dapprima dallo stesso oscurato, ma il non poterne parlare, il non trovare sfogo a un tormento che scava in profondità fa vacillare la personalità, fa prorompere quel che di male è sempre presente in noi.
E così, nella seconda parte, che si svolge a Cuba e la cui conoscenza all'autore giova in modo rimarchevole, ha inizio il vero e proprio noir, una ripetizione del rito macabro del cannibalismo in Angola per un uomo che, ritornato alla vita consueta, non ha più il supporto psicologico della moglie, morta di parto nel dargli alla luce un figlio che conosce già cresciuto.
Avvilito per le esperienze della guerra, senza un preciso riferimento affettivo, disgustato per la decadenza del regime - al riguardo è molto riuscito il contrasto fra la bellezza della natura e lo squallore di un'umanità senza speranza - , diventa facile preda di un mal sottile a cui cerca invano di resistere e così inizia il suo percorso di mostro, attirato da vittime innocenti quali i bambini.
Il suo racconto, iniziato con la guerra in Angola, si svolge nell'intrico di una ragnatela sempre più fitta, di cui finisce con l'essere carnefice e vittima.
E' un uomo solo con il suo male, con la sua disperazione, con il suo dolore, immerso in un orrore a cui cerca invano di sfuggire.
Il percorso torbido della mente riesce a dare al protagonista una visione umana, grazie al senso di pietà che emerge dalle righe.
E Cuba vive la sua grigia esistenza, descritta in modo ammirevole, nell'impassibilità di un governo incapace di comprendere l'animo umano.
La lettura è, ovviamente, più che consigliata.

Gordiano Lupi (Piombino, 1960) ha tradotto i romanzi del cubano Alejandro Torreguitart Ruiz. I suoi lavori più recenti sono: Cuba Magica - consersazioni con un santèro (Mursia, 2003), Un'isola a passo di son - viagio nel mondo della musica cubana (Bastogi, 2004), Orrori tropicali - storie di vudu, santeria e palo mayombe (Il Foglio, 2006), Almeno il pane Fidel - Cuba quotidiana (Stampa Alternativa, 2006), Avana Killing (Sered, 2008), Mi Cuba (Mediane, 2008). Cura la versione italiana del blog "Generaciòn Y" della scrittrice cubana Yoani Sànchez e ha curato il suo primo libro Cuba libre (Rizzoli, 2009).
Renzo Montagnoli


Il cavaliere inesistente di Italo Calvino Arnoldo Mondadori Editore
Presentazione dell'autore
Narrativa romanzo

Questo romanzo, unitamente al Barone rampante e al Visconte dimezzato, fa parte della cosiddetta Trilogia degli antenati, una specie di albero genealogico dei nostri progenitori.
Se per gli altri due l'autore ritornava poco indietro nel tempo, per questo invece va a ritroso di molti secoli per approdare all'epoca di Carlo Magno e dei suoi famosi paladini.
E' forse superfluo che evidenzi che il Medioevo raccontato è ben lungi da qualsiasi verosimiglianza storica, un periodo quasi sospeso nell'arco della fantasia, tipico dei poemi cavallereschi, più simili a saghe che a realtà romanzate.
In questo contesto la creatività di Italo Calvino raggiunge livelli straordinari, dando luogo a un'opera che mescola sapientemente la fantasia con la satira, proiettando il lettore ad effettuare, quasi inconsapevolmente, dei paragoni fra le vicende narrate e certi fenomeni di costume attuali.
Credo che sia impossibile non pensare di fare un accostamento fra un cavaliere inesistente, rappresentato solo da un'armatura che si muove, che combatte e che parla, con la crescente spersonalizzazione dell'uomo odierno, con quell'ansia continua di omologazione che di fatto lo rende schiavo di un'immagine non sua. Anche ora ci sono armature, automobili che rinserrano le persone e che finiscono per rappresentare solo l'emblema di una società votata all'annullamento dell'identità.
Ci sono poi altri elementi ed episodi che mi inducono a ritenere che Calvino, parlando in quel modo di un'epoca passata, volesse in effetti far comprendere che anche oggi nulla è cambiato.
Per esempio, il raduno mistico dei Cavalieri del Graal, che camminano come sonnambuli, mi ricorda tanto certe cerimonie delle numerose sette religiose tipiche del nostro tempo.
Se Agilulfo è il cavaliere inesistente, che non c'è infatti, ma sa di esserci, straordinaria è la figura del suo scudiero Gurdulù, che pur essendo non lo sa, vero e proprio esempio di un ominide agli albori dell'umanità, non ancora in grado di prendere coscienza del suo ruolo, come del resto non pochi nostri simili che attualmente, rinnegano se stessi, per essere quello che non sono.
Che dire poi di Bradamante, la bellissima guerriera, stretta nella sua armatura? Non possono non venir in mente le donne della società contemporanea, consapevoli della loro parità con l'uomo, disposte a combattere per realizzarsi, ma che mantengono quell'innata tenerezza e femminilità che l'amore fa riemergere prepotentemente.
Di fronte a queste osservazioni si potrebbe pensare che il romanzo di Calvino risulti di difficile lettura e invece è tutto il contrario, con una serie incredibile di trovate, di personaggi, di vicende che avvincono, spesso dando anche luogo a risate, pur se il suo fine più concreto si raggiunge quando ci accorgiamo di sorridere, perché finiamo con il ritrovarci negli impietosi paragoni, e allora è d'obbligo mostrare verso di noi un velo di pietà per una recuperata misura della nostra esatta dimensione.
Il cavaliere inesistente è un'opera di grande valore, un libro che non dovrebbe mai mancare fra quelli che teniamo nella nostra biblioteca, e quindi mi sembra più che logico raccomandarne la lettura.

Italo Calvino (Santiago de Las Vegas, 15 ottobre 1923 - Siena, 19 settembre 1985).
Ha scritto numerosi testi di narrativa, fra i quali:
Il sentiero dei nidi di ragno (1947), Ultimo viene il corvo (1949), Il visconte dimezzato (1952), Fiabe italiane (1956), Il barone rampante (1957), Il cavaliere inesistente (1959), Marcovaldo ovvero Le stagioni in città (1963), La giornata di uno scrutatore (1963), Il castello dei destini incrociati (1969), Le città invisibili (1972).
Renzo Montagnoli


L'ultimo longobardo di Marco Salvador Edizioni Piemme

Narrativa romanzo

Con L'ultimo longobardo si conclude la trilogia con cui Salvador ci ha narrato di questo popolo che ha regnato sull'Italia fra il VI e l' VIII secolo d.C..
Fra i meriti dell'autore friulano c'è anche quello storico-didattico, cioè di aver dato luce a figure che spesso sono appena accennate negli studi scolastici, che, fra l'altro, preferiscono occuparsi prevalentemente, per l'alto medioevo, della figura di Carlo Magno, il re dei Franchi, che di fatto pose fine all'egemonia longobarda.
Dire quale dei tre romanzi (Il longobardo, La vendetta del longobardo e L'ultimo longobardo) sia il più riuscito è impresa ardua, perché pur essendo ciascuno consecutivo in linea di tempo, riesce a mantenere un'autonomia narrativa tendente a privilegiare eventi e personaggi di natura diversa. In tutti, però, regna sovrana la capacità dell'autore di avvincere il lettore. E anche in quest'ultimo, se si avverte chiara la trepidazione nell'aprire il libro e forte è il desiderio di continuare la lettura senza soste, altrettanto incombente è il timore di arrivare troppo presto alla fine.
La vicenda del principe Arechi, che da giovane ha una naturale inclinazione per la contemplazione e la vita religiosa, chiamato poi a ricoprire un ruolo essenziale di supporto alla politica imperiale, è una di quelle che non possono lasciare indifferenti per ricchezza di sviluppo, per descrizioni di personaggi, per un'ambientazione in una Roma sede della Cristianità, ma anche luogo di intrighi, di lussurie, di lotte di potere.
Salvador ha colto l'occasione per donarci la figura di un uomo che riassume in sé le caratteristiche di molti nostri simili, esseri puri all'origine e che in forza del libero arbitrio si lasciano coinvolgere e addirittura travolgere dalla sete di potere. E' ben delineata quella vita che si riduce a una continua difesa di posizioni acquisite con il contemporaneo sviluppo di trame volte non solo a rafforzarle, ma ad estenderle.
La vicenda si svolge in un'atmosfera in cui la politica del governo, intesa come predominio personale, corrompe e corrode tutti, chierici, nobili, re e perfino papi.
Questo accade senza distinzione di sesso dei protagonisti , in una lotta in cui ognuno usa le armi che gli sono proprie, con una progressiva deriva della morale che porta all'abiezione.
Non è difficile riscontrare, pur in un'epoca così lontana, in un periodo definito "pornocratico", tante, troppe similitudini con i giorni nostri, come se non ci fosse stata un'evoluzione nel genere umano.
Fra tradimenti, morti violente, alleanze e rotture delle stesse, ribaltamento di convinzioni, Arechi si muove come un regista in uno spettacolo teatrale, suggerisce, modifica, cambia perfino il copione, soprattutto quando riuscirà a diventare Il Custode, di fatto il dominus della Chiesa. E questo incarico gli verrà conferito dal suo predecessore Canzio quando si presenterà a lui con lo stato d'animo che anni prima lo stesso Canzio gli aveva definito condizione sine qua non: amore e odio, che, in ugual misura, lo possiedono, lo condizionano e lo stimolano.
Ma non c'è vita in un essere così ridotto, non c'è speranza, non c'è salvezza, se non in un unico modo, vale a dire lasciando tutto, confessando ogni peccato, anche quello che l'orgoglio non vuole considerare tale, e acquisendo così la consapevolezza che la gloria e il potere non sono nulla di fronte alla serenità.
Arechi, riavvicinandosi a Dio, ritrova la sua anima, riscopre quanto ha soffocato della sua naturale spiritualità, risorge a nuova vita.
Sono pagine intense, anche sofferte, sono le pagine di un romanzo stupendo, sicuramente da leggere e rileggere, perché non poche sono le occasioni in cui si avverte la necessità di meditare.

Marco Salvador nasce il 10 novembre 1948 a San Lorenzo di Arzene (PN), dove tuttora vive. Ha pubblicato numerosi saggi sulle comunità rurali nel medioevo e sulle giurisdizioni feudali minori. Inoltre ha scritto cinque romanzi: Il longobardo (Piemme, 1^ Edizione 2004, 2^ Edizione 2008), La vendetta del longobardo (Piemme, 2005), L'ultimo longobardo (Piemme, 2006), La casa del quarto comandamento (Fernandel, 2004), Il maestro di giustizia (Fernandel, 2007) e La palude degli eroi (Piemme, 2009).
Renzo Montagnoli


Colombe raggomitolate di Mohamed Ghonim Fara Editore www.faraeditore.it

Introduzione di Alessandro Ramberti

Poesie raccolta

Collana TerrEmerse

Leggere le poesie di questa raccolta, composta da tre piccole sillogi (Il canto dell’amore, La donna, Versi migranti) è scoprire un mondo tutto nuovo, fatto di luci, di colori, di immagini che non rientrano nell’abituale stesura dei versi dell’occidente.
In Ghonim vi è tutta una linea di confine indeterminata fra la realtà e il sogno, così che si ritrae l’impressione di una dimensione sospesa, al di fuori della portata dell’uomo moderno che, pur cercando di astrarsi, finisce sempre con l’essere condizionato dalla quotidianità.
Nell’autore di origini egiziane invece si ritrova quella grazia delicata, soffusa, propria della poesia araba, in una condizione tale che le emozioni, le sensazioni hanno una proiezione celestiale.

Da La notte oscura

….

E’ forse diverso il sangue dell’umanità sotto la pelle?

Sono diversi i sogni,

speri che i tuoi giorni diventino senza notte?

Guardami bene in faccia,

guarda questa faccia scura:

ti accorgerai che sono io la tua notte.

….

Ghonim, nel nostro paese da diversi anni, ne ha acquisito la cittadinanza, però ciò è avvenuto senza perdere la sua innata personalità,  modellata sulle scie di tradizioni e di visioni della vita che nel tempo sembrano immobili, ma che invece sono continue sfumature di una concezione dell’esistenza che si tramanda nei secoli.
Fuori dalla vacua corsa dell’occidente, non affastellata da falsi miraggi o da richiami di sirene corruttrici, la poetica di questo autore echeggia le melodiosità delle danze nei cortili dell’Alhambra, o la limpida freschezza delle acque che scendono al piano dalla Sierra Nevada.
Forza e grazia sono fuse in un equilibrio che, più che affascinare, circondano il lettore, avvolgendolo in un alone mistico che quasi inebria, una condizione di sospensione temporale che astrae dal mondo, proiettando verso cieli sconfinati, oltre i confini della realtà. 
Tutto sembra così naturale, così spontaneo che si riesce perfino a leggere oltre le parole, arrivando a scorgere l’anima da cui sono scaturite.

Da Solitudine

Sono solo

perché sento la mancanza del mio amore.

Isolato

come un cammello col petto

sopra la terra desertica.

La notte mi ha coperto

come un’onda tenebrosa.

Oppure

Le labbra

Spade indiane

si colorano

con i raggi del sole,

al chiarore della luna

bevono con bramosia

dai turchesi dell’amore

dissetandosi inebriano

le stelle del cielo

che discendono sulla terra

sfavillanti di pioggia.

Penso che, soprattutto con Le labbra, si possa comprendere quanto ho fino ad ora scritto, ci si possa immergere in queste visioni, frutto di umane emozioni, ma che riescono a sublimarsi, ascendendo verso il magico mistero dell’universo.
Ma c’è anche un altro Ghonim, che sa guardare la realtà con occhi non trasognati, che vede il dramma dei migranti, che comprende il loro desiderio di lasciare la loro terra, dove si muore di fame, per affrontare un viaggio di speranza verso l’ignoto.
E’ il suo un atteggiamento di composta partecipazione, in cui, pur nella forza dei versi, permane una vena malinconica, un sentimento di pietà verso destini dei quali noi non siamo  incolpevoli.

Lettera di un bambino africano

O mio amico là,

io nudo condotto allo scoperto

affamato abbandonato alla fame,

di mosche è cosparsa la mia bocca,

sento che il latte lo rigurgitate,

che il grano sotto la neve lo lasciate

e che le  vostre mamme vi cullano in lettini di seta.

Noi, qua, soffiamo polvere,

respiriamo il suo esalare,

chiediamo all’aria un senso,

formuliamo una preghiera senza risposta.

Quindi, non posso che concludere con un’osservazione: sensibilità e delicatezza, passione e meditazione si fondono in Ghonim, nei suoi versi che poco a poco ammaliano il lettore, stregato dalla docile forza con cui canta della vita.

Mohamed Ghonim è nato ad El Menoufia (Egitto) nel 1958. Si diploma come perito agrario. Nel 1990 è italiano a tutti gli effetti. Autore di poesie e pièces teatrali, nelle sue opere si amalgama la cultura araba a quella occidentale.
Il suo primo libro è  Il segreto di Barhume pubblicato dall’associazione Les Cultures nel 1994, rieditato da Fara nel 1997. Nel 1995 esce Quando cade la maschera (Les Cultures). Nel 1997, “anno contro il razzismo e la xenofobia”, pubblica con Les Cultures la raccolta di poesie Il canto dell’amore.
Nel 1998 Fara stampa La foglia di fico e altri racconti. L’anno seguente pubblica con Periplo un libro di fiabe dal titolo L’aquila magica e l’opera Cento memorie per il futuro millennio.
Nel 2003 viene stampata la silloge Colombe raggomitolate (Fara) e la poesia “Il mio silenzio”,
ivi contenuta, viene selezionata per l’antologia della X Edizione del Premio Internazionale di Poesia “Poseidonia-Paestum”. È stato giurato di vari concorsi a premi per le
scuole elementari. Ha curato Siamo venuti a cantarvi le nostre canzoni, opera che fa dialogare con la poesia ragazzi stranieri della scuola media Tito Livio di Milano
(Terre poetiche, 1999). È direttore del giornale egiziano «News of world».
Renzo Montagnoli


Lettere al Presidente di Franco Ferrarotti Edizioni Solfanelli www.edizionisolfanelli.it
Saggistica

Che Franco Ferrarotti, nella sua prefazione, parli di una fase di stagnazione culturale e di onnipervasiva politica mediatica, in cui l'identità personale tende a scambiarsi con la notorietà televisiva, mi è di grande conforto, perché è quanto osservo da anni e anche ne scrivo. Se un sociologo del suo calibro è pervenuto a una simile conclusione, vuol dire che non è un problema avvertito solo da me, o magari supposto, ma è realtà, è concretezza di una situazione che peggiora di giorno in giorno.
Il prof. Ferrarotti fornisce una spiegazione di questo libro alla luce dell'interesse, ormai pluriennale, in ordine a una revisione della Carta Costituzionale, con particolare riguardo alla seconda parte, cioè a quella successiva ai Principi Fondamentali su cui si regge, o dovrebbe reggersi, il nostro Stato.
Il titolo, peraltro, prende spunto da una Lettera aperta al Presidente (all'epoca Cossiga) pubblicata sull'Unità del 24 luglio 1990.
Considero questa indicazione di finalità un forte richiamo, poiché si ricomprendono nel libro numerosi editoriali, pubblicati soprattutto sull'Unità, nel periodo 1975 - 2004, sui quali dovrebbero non poco riflettere i tre ex Presidenti della Repubblica, onde poter esprimere la loro saggezza in un'epoca, quale l'attuale, in cui la politica ha raggiunto il suo apice congiunturale.
Oltre la succitata lettera, ci sono numerosi articoli, anche con critiche all'allora Partito Comunista, con escursioni in campo letterario o proprie della materia di Ferrarotti, insomma un insieme di pezzi di tematiche diverse che, secondo me, non sono stati inseriti a caso, tanto per riempire le pagine, ma che sono un po' la storia del nostro paese, per dimostrare che situazioni e problemi non nascono mai di colpo, ma hanno gestazioni di non breve durata.
Significativo in questo senso è l'editoriale dell'Unità del 18 dicembre 1990 intitolato La Sicilia sola. C'è da vergognarsi ad ogni terremoto. L'abbandono, o meglio la mancata partecipazione di membri dell'esecutivo alle esequie delle vittime e la generale indifferenza per la sorte dei superstiti offre la misura del progressivo scollamento della classe politica italiana dalla realtà del paese.
Già però l'articolo comparso su L'Unità il 30 ottobre dello stesso anno, con il quale Ferrarotti ammette di aver sbagliato polemizzando con Pier Paolo Pasolini in ordine all'appassionata denuncia del poeta di "questo paese orrendamente sporco", è sintomatico di una presa di coscienza in chi si accorge dell'intollerabilità del marciume che regna sovrano in Italia. Soprattutto, c'è la dolorosa conclusione di un'impossibilità di salvezza alla luce di una dilagante corruzione a tutti i livelli e riguardante ogni partito politico. Si parla dello scandalo della ricostruzione in Irpinia dopo il terremoto e sul fatto che probabili accordi - come poi è accaduto - fra governanti e le altri parti politiche, possa mettere tutto a tacere. Già allora l'opposizione non era tale, già allora si poteva individuare un'oligarchia che soffoca ogni regime democratico, già allora, in buona sostanza, era prevedibile l'oggi.
Lettere al Presidente diventa quindi un'analisi spietata della struttura del nostro paese, della sua classe politica, ma anche dell'accondiscendenza di tutti gli italiani, e i mali non si guariscono se non c'è la volontà almeno di tentare di curarli.
Un saggio sicuramente da leggere.

Franco Ferrarotti è professore emerito di sociologia nell'università di Roma "La Sapienza"; vincitore del primo concorso bandito in Italia per questa materia; già responsabile della divisione "Facteurs sociaux" all'OECE, ora OCSE, a Parigi; fondatore, con Nicola Abbagnano, dei Quaderni di sociologia nel 1951; dal 1967 dirige La Critica sociologica; nel 1978 nominato "directeur d'études" alla Maison des Sciences de l'Homme a Parigi; insignito del premio per la carriera dall'Accademia nazionale dei Lincei il 20 giugno 2001. Numerose sue pubblicazioni sono state tradotte all'estero. Ha insegnato e condotto ricerche presso molte università straniere.
Renzo Montagnoli


Candido ovvero Un sogno fatto in Sicilia di Leonardo Sciascia Adelphi Edizioni

Collana Gli Adelphi
Narrativa romanzo
 

Nel Candido di Voltaire il suo educatore Pangloss gli rammenta  che “questo mondo è l’ottimo dei mondi possibili”, nonostante tutto aggiungo io.
E secondo Montesquieu, “un’opera originale ne fa nascere quasi sempre cinque o seicento altre, queste servendosi della prima all’incirca come i geometri si servono delle loro formule” .
In questo modo Leonardo Sciascia trae spunto dal romanzo filosofico di Voltaire per scriverne uno lui stesso, a cui dà come nome Candido ovvero Un sogno fatto in Sicilia.
In ogni caso, da un autore dotato di forte personalità come Sciascia è lecito attendersi qualche cosa di ampiamente diverso dall’opera letteraria che l’ha ispirato e infatti questa è solo il punto di partenza, la scintilla creativa che dà origine a un incendio culturale di grande portata.
La vicenda di Candido Munafò, nato nel 1943 in una grotta siciliana mentre gli americani stanno sbarcando, è la storia di un vero e proprio eretico, di un individuo la cui rettitudine è talmente connaturata da respingere ogni compromesso, da rifiutare qualsiasi forma di ipocrisia, al punto di risultare dirompente non solo per l’assetto familiare, ma anche per quello sociale.
E’ talmente diverso, talmente cristallino e alieno dal più piccolo gioco d’interesse da costituire una vera e propria mina vagante che dove passa lascia il segno, una sorta di morbo di cui una società imbastardita da connivenze, interessi particolari e  lotte di potere ha più che un vero e proprio timore, ha il terrore, tanto da considerarlo un mostro.
Ma Candido non esisterebbe se non ci fosse la presenza di un uomo tormentato da tale situazione, che è cosciente dei difetti macroscopici della società, ma che è costretto ad accettarli, quasi che questo mondo fosse il migliore di quelli possibili. E’ il suo istitutore, Don Antonio Lepanto, prete che verrà espulso, verrà insomma spretato, e che per forza di cose deve approdare a un’altra chiesa, cioè il Partito Comunista, dove, pur accorgendosi di tutte le contraddizioni nefaste, rimarrà, perché al di fuori di questa struttura per lui non c’è salvezza.
Candido è talmente immune da secoli di irreggimentazione dell’umanità che non è comunista ideologicamente, bensì naturalmente, tanto che non concepisce che possa esistere la proprietà e lui stesso, che per eredità di terreni ne ha tanti, cerca in tutti i modi di liberarsene per darli ai contadini, proposito che, avanzato nella sede del partito comunista, viene prontamente  ostacolato.
Il ragazzo, ormai maggiorenne, finirà per abbandonare le ideologie strutturate e burocratizzate dall’uomo per tornare all’aspirazione naturale, all’anarchia.
Questa sarà una strada non breve, con una meta irraggiungibile, ma lui, lasciata prima la Sicilia e poi il Piemonte, oltrepassa le Alpi e va nella città della rivoluzione, dove tutto è possibile, anche coltivare la speranza.
Sarà così che a Parigi incontrerà la madre che in pratica non vedeva da quando era infante e che vorrebbe portarlo con sé in America, dove vive da tanto tempo.
Candido Munafò, però, declina e le risponde: “ Qui si sente che qualcosa sta per finire e qualcosa sta per cominciare: mi piace vedere quel che deve finire “ e Don Antonio Lepanto, che è presente, conferma “Hai ragione, è vero: qui si sente che qualcosa sta per finire, ed è bello …Da noi non finisce niente, non finisce mai niente….”.
Di tutti i romanzi di Sciascia questo è senz’altro quello che preferisco, sincero, a tratti anche commovente, per nulla greve, ha la magia di un sogno, appunto di un sogno fatto in Sicilia.

Leonardo Sciascia (Racalmuto, 8 gennaio 1921 – Palermo, 20 novembre 1989). E’ stato autore di saggi e romanzi, fra cui: Il giorno della civetta (Einaudi, 1961), A ciascuno il suo (Einaudi, 1966), Il contesto (Einaudi, 1971),  Todo modo (Einaudi, 1974), La scomparsa di Majorana (Einaudi, 1975), I pugnalatori (Einaudi, 1976), Candido, ovvero Un sogno fatto in Sicilia (Einaudi, 1977), Il cavaliere e la morte (Adelphi, 1988), Una storia semplice (Adelphi, 1989).
Renzo Montagnoli


Dal codice al libro stampato di Gaspare Armato e Alessio Miglietta Lulu.com  www.lulu.com
Prefazione degli autori
Copertina di Catalina Alvarez
Saggistica storica

Il libro della storia del libro, così potrebbe essere definito questo volume di ben 296 pagine, frutto del lavoro di due ricercatori come Gaspare Armato e Alessio Miglietta.
Siamo talmente abituati a usare questi oggetti di carta stampata che non ci chiediamo quale sia stata la loro origine; nasciamo, andiamo a scuola e sono lì a portata di mano, entriamo in una libreria o in una biblioteca e in migliaia sembrano osservarci dalle loro copertine colorate.
Per noi, in forza dell'abitudine, è come se i libri fossero sempre esistiti nelle caratteristiche attuali, ma non è così e la storia di questo indispensabile strumento di cultura è lunga tanti anni, anzi moltissimi secoli ed è ancora lungi dall'essere conclusa.
Non nascondo che, preso in mano questo volume, ho avuto il timore di trovarmi alle prese con una prosa scarna, fatta di date, di annotazioni tecniche, da una miriade di glosse, insomma la mia preoccupazione era di imbattermi in qualche cosa di buon interesse storico, ma tediosa da leggere, per non dire soporifera.
E invece non è stato così, perché l'intento divulgativo dei due autori è stato supportato da mani leggere; infatti, pur non tralasciando gli elementi essenziali, Armato e Miglietta hanno saputo esporre in modo accattivante, in una sorta quasi di romanzo storico.
E' un libro che non solo si lascia leggere, ma che invoglia a essere letto per le notizie che rivela, per le curiosità che suscita e per le risposte che riesce a dare a queste curiosità.
Se pensiamo che per centinaia di anni lo scibile umano è stato trascritto su scomodi rotoli di papiro, già il passaggio al codice, cioè a fogli di pergamena scritti ovviamente a mano sul recto e sul verso, e racchiusi da due copertine, nell'antichità rappresentò una conquista quasi mirabolante e diede luogo, nell'ambito della cristianità, a quell'attività di copiatura dei monaci benedettini, di cui in qualche museo abbiamo prova. Pensate a un uomo chino tutto il giorno sul suo tavolo intento a ricopiare un altro scritto, un lavoro monotono, che non di rado dava luogo a errori o induceva l'amanuense, soprattutto se non comprendeva bene il concetto, a interpretazioni del tutto personali, sì da farlo diventare quasi un coautore.
Erano soprattutto i testi sacri oggetto di questo lavoro, ma non mancavano, per fortuna, anche le opere dei grandi autori latini. La produzione di questi libri era necessariamente limitata per il tempo occorrente a predisporli, per il loro prezzo esorbitante, che lievitava a somme astronomiche se le pagine erano abbellite da miniature, e per il fatto che nel primo medioevo l'analfabetismo era la caratteristica dominante di una popolazione che vedeva interessati alla lettura solo il clero, i nobili di più alto livello e pochi altri notabili.
Ma la svolta decisiva, la scoperta che rivoluzionerà il libro sarà nel XV Secolo frutto di Gutenberg, inventore della stampa a caratteri mobili. Grazie a lui si poterono realizzare in breve tempo moltissime copie di ogni libro, facendone anche scendere così i costi e rendendo le opere accessibili a una popolazione che gradualmente, soprattutto grazie alla presenza di un ceto medio, come la borghesia, era volta a una progressiva alfabetizzazione.
L'analisi storica dei due autori non trascura anche le problematiche introdotte dal libro, usato come strumento di propaganda, vessato dai potenti qualora di spirito libertario o rivoluzionario, oggetto di censura, bruciato nei roghi come una strega.
Ma quale sarà il futuro di questo nostro compagno fedele di notti insonni o di giornate di riposo in spiaggia?
A questa previsione è dedicato l'ultimo capitolo intitolato "Verso un prodotto immateriale". E del resto, nemmeno a farlo apposta, di questo libro esiste una versione cartacea e un'altra elettronica.
Personalmente preferisco sfogliare le pagine, aspirare il profumo della carta, mettere le orecchiette come segnalibro, magari scrivere a lato delle note in matita. Sono forse vecchio e antiquato, sono forse un retrogrado o un irriducibile?
No, semplicemente sono un uomo del secolo trascorso, che, pur usufruendo delle notevoli innovazioni tecnologiche, ha memoria del suo passato, a quegli anni giovanili cresciuti fra carta e penna a cui ancor oggi guarda con immutata commozione.
Dal codice al libro stampato è in effetti una memoria storica, un viaggio a ritroso per comprendere il presente e pensare al futuro.
Vi si può ritrovare un po' di noi stessi, perché questo libro della storia del libro ripercorre con noi tutte le tappe di questo indispensabile strumento di diffusione della cultura.
Assolutamente imperdibile.

Gaspare Armato abita a Pistoia. Si dedica a divulgare la Storia moderna tramite il suo blog: www.babilonia61.com
Fra le sue pubblicazioni ricordiamo: 41 mesi di guerra (1984), Passeggiando per la Storia (2007), Appunti della Storia (2008), La Storia nell'Arte (2009).

Alessio Miglietta è medievista, storico della scienza e autore di testi narrativi. Scrive su vari blog a carattere divulgativo.
Fra le sue pubblicazioni ricordiamo: Vautrin, il libro (2007), Inganni (2008), Il quarto moschettiere (2009).
Renzo Montagnoli


Nelle terre estreme  di  Jon Krakauer  Edizioni Corbaccio
Titolo originale: Into the Wild

Traduzione dall’originale americano di Laura Ferrari e  Sabrina Zung

Reportage letterario

Nell’aprile del 1992 un ragazzo di buona famiglia della costa orientale degli Stati Uniti raggiunse l’Alaska in autostop e si addentrò nel territorio selvaggio a nord del monte McKinley. Quattro mesi più tardi un gruppo di cacciatori d’alci rinvenne il suo corpo ormai in decomposizione. Così inizia la storia di Into the wild; Christopher McCandless un giovane di 22 anni, conseguita la laurea e dati in beneficenza tutti i risparmi, sparì dalla circolazione. Per due anni peregrinò attraverso l’America del Nord in cerca di un’esperienza trascendentale, ma  in Alaska, male equipaggiato, senza alcuna preparazione alle condizioni estreme che avrebbe incontrato, morì di stenti all’interno di un autobus abbandonato: il 142 di Fairbanks. Accanto al cadavere fu rinvenuto il diario che ha permesso di ricostruire le sue ultime settimane di vita. Krakauer  scrisse sulla rivista “Outside”un articolo sulle misteriose circostanze della morte del giovane e dopo, il suo interesse non si spense, anzi si appassionò alla storia riscontrando dei vaghi ed inquietanti paralleli tra gli eventi di McCandless e la sua vita. Così prese corpo il libro che non è solo una biografia, ma una riflessione su temi quali, il fascino che i territori selvaggi suscitano nell’immaginario americano, l’attrattiva che le attività ad alto rischio esercitano su certi giovani, il complicato e delicato legame che unisce padri e figli. Dalle note dell’autore emerge un ragazzo molto profondo, il cui forte idealismo era difficilmente compatibile con la vita moderna. Affascinato dall’opera di Tolstoj, Mc Candless ammirava il modo in cui il grande scrittore aveva saputo abbandonare una vita di benessere e privilegi per frequentare gli indigenti. Infatti affrontò questo viaggio più che per spirito di avventura come forma di ascetismo, caratterizzato da un assolutismo morale e grande amore per i paesaggi impenetrabili, privi di segni di vita, come in Zanna bianca di Jack London, era nel selvaggio Wild delle spietatamente gelide terre del Nord.
L’autore descrive con grande cura dei dettagli quei luoghi teatro del peregrinare di Cris, le strade, le foreste, le montagne, i fiumi  e torrenti fluttuanti nelle loro indescrivibili combinazioni di curve verticali e orizzontali, riporta ad ogni inizio di capitolo stralci di pagine in cui la natura è vissuta come qualcosa di selvaggio e terribile benché bellissimo.
Il protagonista di questa tragica vicenda sente il bisogno di mettersi alla prova di continuo e di portare il rischio al suo estremo logico. A differenza di tanti audaci scalatori, viaggiatori, Mc Candless si avventurò nella foresta non tanto per riflettere sulla natura  e sul mondo in generale, quanto per esplorare il paesaggio interiore della propria anima. Sul diario sono poche le divagazioni sulla natura, scarsa la menzione del paesaggio, non che non  riuscisse ad apprezzare le bellezza circostante e che non fosse toccato dal potere del paesaggio, ma non era  tormentato dalla disperazione esistenziale,  diffidava del valore dei traguardi facili e pretendeva molto da sé  di più di quanto fosse in grado di dare. Rimane comunque elusiva, sfuggente e vaga l’essenza della vita e della morte di giovane.
Nell’ultima pagina del diario è inserita, strappata, la pagina conclusiva della biografia di L’Amour Education of a wandering man. Da una parte l’autore riportava una citazione estrapolata dal poema di Robinson Jeffers Wise men in their bad hours:

La morte è una stornella feroce: ma morire avendo rappresentato
qualcosa più all’altezza dei secoli
che muscoli e ossa soltanto, è soprattutto liberarsi della debolezza.
Le montagne sono pietra morta, la gente
ne ammira od odia l’altezza, l’insolente tranquillità,
le montagne non s’addolciscono né si preoccupano
e i pensieri di alcuni uomini morti hanno la stessa tempra.

Sull’altra immacolata, Mc Candless compose un breve messaggio d’addio: “Ho avuto una vita felice e ringrazio il Signore. Addio e che Dio vi benedica!”.

L’autore: Jon Krakauer è nato a Brokline, nel 1954 ed è cresciuto nell’Oregon, dove fin da bambino ha sviluppato la sua passione per la montagna. L’amore per l’estremo lo ha portato a diventare un alpinista professionista di alto livello, con diverse imprese al suo attivo, come la parete ovest del Cerro Torre, in Patagonia. Dal 1983 si dedica a tempo pieno alla scrittura come giornalista per riviste specializzate e autore di libri di grande successo, tra cui Aria sottile, Il silenzio del vento e In nome del cielo.
Il bestseller Nelle terre estreme è stato pubblicato nel 1996. Nel libro Krakauer traccia parallelismi tra la sua esperienza e le sue motivazioni e quelle di McCandless. Da Nelle terre estreme è stato tratto il film Into the Wild - Nelle terre selvagge, diretto da Sean Penn, uscito nelle sale americane nel 2007 e in quelle italiane nel 2008.
Dal 2004 è curatore della serie "Esplorazioni"e  "Modern Library" (della Random House).
Arcangela Cammalleri


Attraversamenti verticali di Cristina Bove Edizioni Il Foglio Letterario www.ilfoglioletterario.it  ilfoglio@infol.it
Prefazione di Renzo Montagnoli
Collana Autori Contemporanei Poesia
Poesia Silloge

C'è un famoso detto che recita che non c'è il due senza il tre. Sono modi di dire che si trascinano nella tradizione popolare, per giustificare una certa catena di eventi, di cui poi magari si verificano solo i primi due, mentre il terzo viene rinviato sine die.
Non è il caso delle pubblicazioni di Cristina Bove, poiché dopo Fiori e fulmini del 2007 e Il respiro della luna del 2008, è fresca di stampa una terza silloge e, senza voler fare previsioni azzardate, sono dell'idea che, data la prolificità dell'autrice, ne seguiranno senza dubbio altre.
Questa messe produttiva trova il suo motivo nel fatto che in lei ormai è talmente connaturato il linguaggio poetico al punto che, per esprimersi sui più svariati temi e comunque sempre cercando di fare un discorso approfondito, finisce con il ricorrere ai versi, una forma di esposizione che le risulta particolarmente congeniale, in particolar modo già nell'aspetto propedeutico dell'elaborazione del pensiero.
Che questo modo sia efficace è dimostrato poi dalla qualità della sua produzione, costante, senza cadute, ma eventualmente in una continua evoluzione dello stile, dapprima più semplice e ora appena un po' più complesso, con versi anche secchi, troncature e concentrazione del messaggio, il che finisce per avvicinarla ancor di più alla corrente ermetica.
Già nel titolo, Attraversamenti verticali, c'è infatti la volontà di pervenire a una scrittura meno corrente e comunque emblematica di un pensiero che va a cogliere ogni aspetto della società e dell'animo umano. Del resto l'intera silloge prende il nome da una delle poesie presenti che nella sua dinamica mi sembra supporti adeguatamente quanto ho fino ad ora scritto.

ATTRAVERSAMENTI VERTICALI

Modello a cera persa
in fonderia dove tracima e scorre
si lamenta
nello sbuffo di scarico l'impronta
cavità mi contiene, io sono il segno
dell'avido contrarsi, il luogo e il tempo
il mantice d'intorno
e sboccio come fiamma dalla brace
un'immersione
poi, raggio corrusco
mi spengo nella sabbia del fondale.
Lune dipinte erettili
mi navigano il dorso e fluttuo lenta
nell'ondeggiare delle posidonie.

C'è indubbiamente il tentativo di andare oltre una normale forma espositiva per addentrarsi in un'altra dimensione, in parte ancora non del tutto conosciuta.
Peraltro è presente pure la tendenza a un ritorno alla forma stilistica precedente che ben conosciamo, forse anche perché non è mai possibile troncare totalmente con il nostro passato e allora appare palpitante il cuore messo a nudo di Cristina Bove (Allora anch'io mi chiedo se è così / che si fa poesia / se basta avere l'aria nella testa / un pulviscolo in petto / o una notte di lucciole in cantina /…) oppure (La luna apre le braccia e chiama il mare / nei capelli d'argento /…).
La creatività così si armonizza bene con il concetto e il sentimento, la sensazione ha l'innegabile vantaggio della traslazione immediata all'animo del lettore.
Comunque questo insieme di stile consueto e di esperimento innovativo appare bene amalgamato e tale da accontentare sia chi già conosce l'autrice per il suo verseggiare sciolto e armonico, sia per chi cerca nuovi percorsi espressivi, che sono un segno di vitalità e di perpetuo rinnovamento in un autore che ha ancora da dire molto.
Se mi è consentito un paragone, dico solo che Cristina Bove è come un roseto, che ogni anno si concede una fioritura di diversa scenografia, fermo restando l'originario colore.

Cristina Bove
E' nata a Napoli il 16 settembre 1942, vive nelle vicinanze di Roma dal '63, anno in cui si è sposata. Da quando si ricorda ha sempre dipinto, scolpito, letto molto e qualche volta scritto, famiglia permettendo, poiché la sua stata alquanto numerosa e la sua vita intensa, ricca di eventi meravigliosi come la nascita dei suoi quattro figli, la creatività, gli amici, il miracolo di esserci ancora, sopravvissuta non sa quante volte. Presente in diversi siti Internet con le sue poesie, ha pubblicato le sillogi Fiori e fulmini (Edizioni Il Foglio Letterario, 2007) e Il respiro della luna (Edizioni Il Foglio Letterario, 2008).
Blog: Cristina Bove; Giardino dei poeti; Cristella.
Renzo Montagnoli


Il menù di Sergio Sozi Castelvecchi Editore www.castelvecchieditore.com

Narrativa romanzo

Sergio Sozi ha innati il senso e il sentimento dell'italianità, probabilmente ancor più vivo in quanto residente all'estero, in una terra dove, peraltro, esistono nostri numerosi connazionali che mai hanno perso la loro identità, e ciò nonostante guerre, spostamenti di confini e finanche diaspore.
Non poteva pertanto rimanere indifferente alla situazione di un'Italia i cui abitanti hanno abiurato inconsciamente le loro origini, gettandosi, nel servilismo più totale e masochista, fra le braccia di altre civiltà, in primis quella americana.
Siamo diventati così una colonia in cui scimmiottare gli usi di altri, i padroni, che invece assorbono da noi, adattando alle loro esigenze, le nostre ormai scomparse tradizioni culturali.
Sozi, che è un cultore dell'italianità, della nostra lingua, della nostra letteratura non poteva restare indifferente a questa abdicazione di coscienza collettiva e ha voluto parlarne a suo modo, con la sottile ironia che gli è propria.
Ha ideato, così, e scritto un romanzo fantastico, in una versione distopica, immaginando il nostro paese nel non così lontano futuro 2050.
La visione catastrofica, di una nazione che non è più nazione, viene abilmente stemperata da un atteggiamento satirico, che muove anche al riso per le nostre disgrazie, e proprio per questo resta l'amaro in bocca.
La scoperta di un diario del vecchio poeta Cesare Menicucci, ormai scomparso, offre all'io narrante, tale Lukin Philipucci,
i resti archeologici di quella che fu una grande civiltà, estintasi nel 2003 quando venne chiusa l'ultima biblioteca italiana.
Dopo quella data si entra in una nebbia letteraria, in cui predominano strani linguaggi, tutto fuorché l'italiano, e cessa la memoria, non tramandata alle nuove generazioni, con una perdita così dell'identità nazionale, ma anche della personalità individuale. Il nostro paese è ormai decaduto, spopolato, e nemmeno l'ombra di ciò che era.
E' forse superfluo che dica che la visione dell'Italia, effettuata a ritroso, sulla scorta di questo diario, in cui i versi di Menicucci scandiscono gli eventi, come fossero le portate di un vero e proprio menu, è quella, pari pari, che abbiamo sotto i nostri occhi, con una popolazione avulsa dalla realtà e che vive di apparenza, in cui ritmi e comportamenti sono scanditi da mode sì imposte, ma a cui ben volentieri ci si adegua, insomma una società di quasi decerebrati, in preda alla perenne convinzione che l'uso della mente sia solo compito di chi tiene le redini del paese.
La struttura nazionale così si disgrega, con edifici fatti di cartapesta che crollano al primo sboffo d'aria, con un ricorso a una lingua diventata del tutto incomprensibile, anzi atta a generare ancor più confusione in gente non adusa a leggere testi di qualità, ma solo soporiferi romanzetti atti alla conservazione di uno stato di perniciosa indifferenza.
E con l'incapacità di comunicare arriva l'impossibilità di tramandare ad altri, così che le origini e le tradizioni, tutto ciò che è cultura, viene ad essere dimenticato.
Ma come è potuto accadere uno scempio del genere?
Leggete questo "divertente" romanzo e lo saprete, con un'avvertenza, però: è vero che si tratta di fantasia, ma è purtroppo ben ancorata alla realtà. Quindi Il menù non è stato scritto solo per rallegrare, per far trascorrere bene qualche ora di lettura, ma è un monito preciso, affinché ci attiviamo per non ridurci come i futuri Lukin Philipucci.
Ah, un'ultima annotazione: state attenti alla lingua in uso nel 2050, perché è una vera chicca.

Sergio Sozi è vissuto in Umbria e in Slovenia. Giornalista culturale per testate italiane e slovene, poeta e narratore, già Premio Scritture di Frontiera di Trieste e Primorska Srecanja, ha pubblicato colloqui con Dacia Maraini, Sebastiano Vassalli, Diego Marani e Claudio Magris.
Il suo primo libro fu la raccolta poetica ''Oggetti volanti'' (Perugia 2000, segnalato dal Premio Sandro Penna 1999), seguito da ''Il maniaco e altri racconti'' (Roma 2007, racconto eponimo segnalato dal Concorso Scritture di Frontiera).
Il racconto ''Ginnastica d'epoca fredda'', prima di essere pubblicato nel 2009 in Italia da Historica Edizioni, è stato segnalato e antologizzato in Croazia nel 2008 a cura del Premio Fulvio Tomizza - Lapis Histriae.
Renzo Montagnoli


Estasi Culinarie di Muriel Barbery Ed. E/O

Romanzo-narrativa

Monsieur Arthens, il più grande critico gastronomico del mondo, a sessantotto anni, sta per morire. Per ironia della sorte, per un’insufficienza cardiaca, lui che aveva sempre rimproverato agli altri di non mettere abbastanza cuore nella loro cucina e nella loro arte, alla fine manca proprio a lui. Ma morire non ha importanza, solo una cosa gli interessa: cercare e trovare un sapore che gli frulla nel cuore. Un sapore dell’infanzia o dell’adolescenza, una pietanza primordiale e sublime, annidato nel più profondo di se stesso e che, alle soglie della morte, si manifesta come l’unica verità che in vita sua sia stata detta. Nel palazzo lussuoso di rue de Grenelle ( lo stesso de L’eleganza del riccio), si consuma, si fa per dire, questa spasmodica ricerca del “Sapore per eccellenza”. Attraverso la memoria, va a ritroso, nel suo passato Monsieur Arthens, ripercorrendo le tappe più importanti della propria vita: dai piatti poveri dell’infanzia alle prelibatezze di haute cuisine. Le testimonianze a più voci ( i famigliari, l’amante, l’allievo, il gatto, la portinaia Renèe…), ciascuna delle quali prende la parola ed esprime il suo punto di vista sulla grandezza di uomo pubblico e sulla miseria di uomo privato. Lui, in prima persona, celebra se stesso, di aver elevato un’arte minore, quella culinaria, ad una disciplina tra le più prestigiose e di aver assaporato il profumo inebriante del potere creando e demolendo reputazioni; con la sua penna ha dispensato sale e miele ai quattro venti attraverso giornali, trasmissioni e dibattiti… Uomo dispotico e pieno di sé, ama tra tutti i famigliari solo un nipote, Paul, a lui solo e alla moglie ha confidato la sua angoscia. Il romanzo è l’esaltazione del gusto per il cibo, le ricette sfavillano nei loro colori davanti ai nostri occhi e i profumi quasi pare di sentirli, per non parlare del gusto, dolce e salato; frammenti voluttuosi, poesia precisa, la cucina: un’opera d’arte tra le più sontuose e magnifiche in quanto comprende tutti i sensi…( il pasto si rivela decisamente sinestetico). Un uragano di emozioni, come bolle d’aria che risalgono rapide verso la superficie dell’acqua e, liberate, scoppiano in uno scroscio di applausi. In un finale imprevedibile, Arthens trova quel gusto indefinibile, un sapore ritrovato in un’apoteosi di desiderio autentico e piacere incontrastato!
Le pagine di questo romanzo zampillano di immagini, sensazioni e percezioni quasi erotiche del cibo, tanto sono intrise di emotività ed estasi…(calpestavo l’erba secca e folta del giardino, e in questo sogno di fiori e ortaggi mi inebriavo di profumi). Alcune similitudini di pag. 46 “L’orto” ricordano delle poesie di Pablo Neruda…Il libro presenta, a mio avviso, due pregi: il primo la tecnica narrativa di far parlare i personaggi ciascuno dal proprio punto di vista; il secondo lo stile ricco e sontuoso, ogni parola è cesellata come metallo prezioso e plasmata in un trionfo di modulazioni musicali e poetiche.

L’autrice Muriel Barbery, nata a Casablanca nel 1969 da genitori francesi, ha insegnato Filosofia in un istituto universitario di formazione per insegnanti. Questo è il suo primo romanzo scritto nel 2000 (Una golosità, edito da Garzanti nel 2000 e ora ripubblicato da e/o con il nuovo titolo Estasi culinarie). Ma il suo romanzo successivo L’eleganza del riccio, è stato un vero caso letterario in Francia e un grande best-seller anche in Italia, è stato tradotto in 31 lingue ed insignito di numerosi premi. Ora, l’autrice vive in Giappone, a Kyoto, e sta preparando il suo prossimo libro, probabilmente ambientato in Giappone.
Arcangela Cammalleri


Un'altra Julia di Cinzia Pierangelini Edizioni Historica www.historicaweb.com  info@historicaweb.com

Narrativa romanzo
Collana Celeris
rezzo: € 7,90

La fenomenologia del diverso ha sempre costituito un motivo d'interesse morboso e così donne cannone, nani, uomini a tre gambe hanno raggiunto una popolarità attraverso l'esibizione delle loro deformità. E' stato così anche per Julia Pastrana, donna barbuta che ebbe un grande successo nel XIX secolo e che si esibì in diversi teatri inglesi. Minuta, aggraziata, dalla voce delicata e intonata, mandò in visibilio migliaia di spettatori, attirati da un "mostro" che sapeva perfino cantare.
Cinzia Pierangelini ha pensato a lei quando ha scritto questo bel romanzo, ambientato nella sua Sicilia, trovando la sua quasi sosia in una fantomatica Leda.
Il tema dei diversi è particolarmente caro a questa autrice e al riguardo mi sovviene il suo penultimo romanzo, 'A jatta, laddove il "mostro" è un ex maschio diventato femmina; tuttavia in Un' altra Julia troviamo una differenza sostanziale, una vena di pietà che aleggia su tutto il testo e che lo nobilita.
Ambientato in una Sicilia di epoca non recente, pur se indeterminata (potrebbe essere la fine dell'800), la territorialità della storia ha un peso determinante, con la figura di Nitto, padre-nonno padrone che richiama la brutalità del maschio dominatore, senz'anima e pure lui coperto di peli, ma solo sul cuore. Vive solo per esprimere la sua potenza di ricco proprietario terriero e che alla nipote Leda, così bella da fanciulla, cresca la barba sul viso sì da farla somigliare a una volpe, importa poco e niente, tanto in ogni caso è oggetto di scambio, un mezzo per aggiungere altra terra a quella che già possiede.
Se di primo acchito l'impressione è quella di un romanzo di appendice, pagina dopo pagina, pervasi da quel senso di pietà che così bene l'autrice è riuscita a infondere, ci si accorgerà che invece è una drammatica denuncia della condizione dei diversi, a cui tutto è negato in una vita di cui si attende solo la fine.
In quelle righe ho ritrovato la migliore Pierangelini, quella che mi aveva impressionato con Settecani, un racconto parte del suo primo libro Dall'ultimo leggio.
L'italiano sempre corretto, ricercato, ma mai greve, è funzionale allo sviluppo della vicenda e senza divagazioni riesce a creare un'ambientazione, suggerendo immagini, linee guida utili affinché il lettore possa vedere a suo modo la terra assolata, i personaggi che la popolano, la vita di un mondo contadino che ora non esiste più.
Se magistrali sono le caratterizzazioni di Nitto e di Leda, devo dire che quella di Sostene è semplicemente stupenda e il richiamo alla figura di uno che si esprime in versi, curioso per tutto ciò che è di questo mondo in quanto poeta e anche per l'infanzia trascorsa fra le mura di un convento di suore, è l'antitesi della morbosità generale di chi vorrebbe vedere la donna barbuta per il solo piacere di provare stupore e sgomento. Anche lui ha questo desiderio, ma non è il suo viso volpino che l'attira, bensì il desiderio di conoscere un essere umano così provato dalla disgrazia, una curiosità che non è repulsione, ma accettazione. Non è certo amore, ma consapevolezza che entrambi sono diversi e come tali possono vivere solo in un mondo tutto loro, dove l'apparenza non ha importanza e in cui quel che conta è solo la loro essenza intima, l'anima.
Anche i personaggi apparentemente minori sono tratteggiati con rara abilità, e così trovano una collocazione nella trama non come comparse, ma come parti integranti e necessarie la remissiva Tania e il pavido Carmine, la nonna Rachele, una figura che costituisce l'ossatura dell'intera narrazione, nella sua trasformazione da donna remissiva e succube a essere razionale e pragmatico, Tindaro, il marito di Leda, un inetto ed incapace che si illude di essere nobile e uomo rispettato.
La storia finisce logicamente, nell'unico modo possibile, e quella chiusura cala il sipario su una rappresentazione di elevato pregio, il miglior romanzo, secondo me, di Cinzia Pierangelini.

Cinzia Pierangelini, violinista e docente, è nata a Messina dove vive. Scrive dal 2004 ed esordisce l'anno successivo con la raccolta di racconti Dall'ultimo leggio, cui seguono i romanzi Eraclito e il muro (2006), Draghia - romanzo fantasy per ragazzi - (2008), 'A jatta (2008), Il professor Scelestus - romanzo per ragazzi - Ed. La penna blu (2009).
Suoi lavori vincitori di premi e selezioni sono stati pubblicati su antologie e riviste letterarie.
Renzo Montagnoli


Il fabbricante di sogni  di Andrew Crofts Ed. Piemme

“Nel momento in cui uno schiavo decide
di non esserlo più, i ceppi si sciolgono.
Egli libera se stesso e mostra agli altri il cammino.
Libertà e schiavitù sono stati  mentali.”
Gandhi, Non violenza in pace e in guerra, 1919

“Nel concedere la libertà allo schiavo,
garantiamo la libertà al libero.”
Abramo Lincoln, Messaggio annuale al Congresso, 1862

A Muridke, in un villaggio sperduto del Pakistan, ai giorni nostri, vive Iqbal, un bambino come tanti altri strappato crudelmente all’infanzia per lavorare in una fabbrica di tappeti. Sembrerebbe una delle tante sorti che toccano tristemente a quei bambini dall’infanzia negata che, schiavi inconsapevoli, sopravvivono tra crudeltà inaudite e patimenti di fame e di violenza fisica. Iqbal bambino dalla mente sveglia e precocemente invecchiato non si rassegna alla perdita della libertà e in uno dei suoi tentativi di fuga incontrerà fortunosamente  Ehsan, il fondatore del “Bonded Labour Liberation Front. Verrà a sapere che il lavoro schiavizzato in Pakistan è illegale, nessuno può obbligare i bambini a lavorare nelle fabbriche, né nelle fornaci di mattoni…Parole come schiavitù e libertà entrano nel cuore di Iqbal, il quale, con l’aiuto dell’organizzazione, libererà tanti innocenti (ogni bimbo salvato è un passo in avanti), resi schiavi da padroni senza scrupoli con la scusa di saldare debiti contratti dalle famiglie, debiti che mai sarebbero stati saldati…Una febbre divorante porterà Iqbal  a correre rischi e pericoli, a lottare con tutte le sue piccole forze focalizzando l’attenzione internazionale sul tema del lavoro schiavizzato, in quanto l’opinione pubblica non è abbastanza informata, come l’industria degli articoli sportivi nel Terzo mondo, uno dei maggiori datori di lavoro per gli schiavi. Diventerà un eroe e come tutti gli eroi avrà vita breve, ma l’epilogo lo lascio al lettore. E’ una storia commossa e commovente, il tema trattato sembra a noi occidentali sì conosciuto, ma lontano nello spazio e nel tempo, quando altre forme di schiavitù ci sfiorano, ma non le consideriamo tali. In uno  stile  semplice e lineare, l’autore usa un’espressione linguistica umile ed immediata aderente ai personaggi di cui narra le vicissitudini. La lettura di questo libro è adatta a tutti, compresi i ragazzi.

L’autore. Andrew Crofts è co-autore di libri di grande successo, tra i quali ricordiamo Vendute!, con Zana Muhsen.
Arcangela Cammalleri


L’avversario  di Emmanuel Carrère Ed. Einaudi

Quarta di copertina. “Una famiglia, una casa, un cane, un’amante, degli amici. E diciotto anni di vita intensa. Fino alla tragedia finale. Carrère guarda in faccia Satana, l’avversario, e racconta l’orrore di cui è capace in un libro vero e terribile”.

Il 9 gennaio 1993, nella regione di Gex che si estende per una trentina di km lungo una pianura del Jura fino alle rive del lago Léman ( territorio francese, ma di fatto appartiene alla periferia residenziale di Ginevra),  Jean-Claude Romand ha ucciso moglie, figli e genitori. Poi ha tentato, invano, di suicidarsi. L’indagine ha rivelato che non era un medico, ricercatore all’organizzazione mondiale della sanità a Ginevra, come aveva sempre sostenuto, ma mentiva da diciotto anni; quando stava per essere scoperto, ha preferito sopprimere tutte le persone di cui non avrebbe potuto reggere lo sguardo. E’ stato condannato all’ergastolo.  
L’autore è stato in contatto con Jean-Claude Romand seguendo il processo prima, avviando una corrispondenza con il detenuto poi, è andato a trovarlo solo una volta e, dopo tre anni dalla condanna all’ergastolo, ha iniziato a scrivere la storia. Ha studiato il fascicolo del dibattimento ( il sinistro fardello), gli elementi processuali li ha ricavati dai resoconti dettagliati  di Jean-Claude stesso, dopo essere uscito dal coma e avere tentato prima di negare tutto. Gli psichiatri incaricati di esaminarlo sono rimasti meravigliati dalla precisione con cui si esprimeva e dalla preoccupazione di dare di sé un’immagine positiva. Un autocontrollo che denunciava uno stato confusionale, non rendendosi conto di lasciare gli psichiatri esterrefatti fornendo loro un racconto articolato dei suoi inganni, ed evocando moglie e figli senza particolare emozione. I medici avevano l’impressione di trovarsi davanti ad un robot, incapace di provare sentimenti, ma programmato per analizzare gli stimoli esterni adeguando  ad essi le proprie reazioni. Nel tempo ha mostrato segni di pentimento e si è avvicinato a Dio e alla preghiera. Carrère nel mettersi al lavoro non vedeva più ombra di mistero nella sua lunga impostura, ma solo una misera commistione di cecità, disperazione e vigliaccheria. Ormai sapeva cosa accadeva nelle sua testa durante le lunghe ore vuote trascorse nelle aree di servizio o nei parcheggi dei bar, era una cosa che in qualche modo aveva vissuto anche lui e che si era lasciato alle spalle. Adesso, si chiedeva Carrère, che cosa accadeva nel suo cuore durante le ore notturne di veglia e di preghiera? Il bugiardo che c’era in lui non lo starà ingannando? Non sarà caduto ancora una volta nella rete dell’avversario? L’autore ha pensato che scrivere questa storia non poteva essere altro che un crimine o una preghiera.
E’ una storia ha dir poco raccapricciante, la lettura di questo romanzo è estremamente  sconcertante, atroce, luciferina. Un mondo di bugie, menzogne costruito con lucida follia. Come il libro anche l’omonimo film con la regia di Nicole Garcia riprende le atmosfere cupe e strazianti del romanzo e un che di agghiacciante paralizza lo spettatore.

L’autore. Emmanuel Carrère è nato a Parigi nel 1957. E’ autore di sei romanzi, di cui La settimana bianca, pubblicato da Einaudi.
Arcangela Cammalleri


Dall’Adige all’Isonzo. Poeti a Nord-Est di AA.VV. a cura di Alessandro Ramberti Fara Editore www.faraeditore.it
Prefazione di Chiara De Luca e Massimo Sannelli

Poesia antologia 

Credo che un poeta possa essere considerato un testimone del suo tempo e che pertanto ciò che scrive sia un riflesso mediato del mondo che lo circonda. Se in un’epoca come la nostra, dominata dalla globalizzazione, che in effetti si estrinseca in un’omologazione, verifichiamo in narrativa sovente una tematica comune e anche uno stile espressivo analogo, la stessa cosa non si può dire per la poesia, perché l’autore è un artefice di se stesso, è un essere umano la cui sensibilità, sempre individuale, non ama ricondursi a un denominatore identico, a una visione dell’esterno generalmente classificata, ma la sua naturale introversione si esplicita in forme che esulano da una linea precostituita. Eppure, in questo contesto, è possibile rilevare elementi propri di una territorialità, di un comune sentire che, ancorché geografico, è frutto di tradizioni, di culture che resistono in una loro indiscutibile autonomia.
Non è un caso quindi se Alessando Ramberti, curatore di questa antologia, ha pensato di riunire le voci poetiche di autori del Nord-Est, di quella linea ideale che nasce con il fiume Adige, passa il Piave e il Tagliamento, e si chiude sullo storico Isonzo.
Non si tratta di padri della poesia, anche se più d’uno potrebbe forse diventarlo, ma ciò non impedisce a questi autori di essere poeti, cioè cantori, espressione di una trasposizione metafisica della realtà e dei fatti del mondo, tutti accomunati appunto da medesime radici che il traboccante progresso non riesce a spezzare. Questo legame indissolubile con la propria terra, con culture che si tramandano ben oltre quella che è la possibilità di acquisizione cognitiva, ma che rientrano nel patrimonio genetico, in cui l’antico riesce a convivere con il nuovo, mi ricordano un po’ un mondo lontano, quel Giappone di Samurai e di alta tecnologia.
I prescelti sono in tutto dieci:

Paolo Campoccia (Memento – Ricorda io sono qualcuno che resta; / chi dal tuo nome è tolto, nel tuo pianto / resta. Uno che vede chi vede il vento / uno che viene e paga di tutti il tempo.), romano di nascita e veneto d’adozione.

Roberto Cogo (da Risata rincorre l’alba – si continua a pensare sempre / di arrivare in qualunque luogo / da qualche parte seppellendo i ricordi / per non essere troppo o niente / …), vicentino di Schio.

Alessandra Conte ( da Abbraccio – allacciati i corpi con le bocche, le mani e i sessi / schiantati i corpi a cucchiaio senza deriva /…), pure lei vicentina.

Erika Crosara (da La signorina Vincenza – che cosa facesse, di mattina i rimasugli, il recupero / degli ordigni, rinnovamenti che disponeva sul candido / letto prima dei pranzi, quando veniva l’ora giusta per /….), un’altra vicentina.

Giovanni Fierro (da Sottofiume – Il silenzio del fiume è sott’acqua / la sua corrente è calligrafia / costruisce parole / le si possono leggere / nel segno continuo / che il suo scorrere lascia / nella terra scavata…), goriziano.

Fabio Franzin, che scrive in dialetto, ma di cui riporto la versione in italiano (da Stradine, sentieri – Questa striscia scura d’asfalto /( che so essere stata di sassi, /  un tempo, e  più stretta),  strada /, che taglia oltre i caseggiati, il paese, che va, diritta, verso la lontana / sagoma lilla dei monti…), milanese di nascita, ma trevigiano d’adozione. Mi permetto di spendere due parole su questo autore che fa uso del dialetto, generalmente relegato a testi poetici didascalici oppure satirici, ma che nel caso specifico è l’espressione autentica di quella territorialità, geografica e di costume, di cui prima accennavo.

Stefano Guglielmin (da Sponsor River – qui giace crodino la collina dei crodini / e quella trottola di sua musa / che scavallò sulla fibra l’onda e il meglio / dei sapori /…), vicentino di Schio.

Simone Lago (da Dopolavoro – Ci accoglie il paradosso come un lampo / non appena attraversiamo la penombra / che avvolge le quinte di questa città. /…), padovano.

Francesco Tomada (da Altrove – Siedo sul muro basso di fianco alla via / sarà che questa bottiglia di vino è quasi finita / ma la salita mi sembra più salita / le pietre più dure / e proprio adesso vorrei dire che mi manchi /…), goriziano.

Giovanni Turra Zan (da Consolation – Giusto al fondo del gioco / stava quel lembo di camicia / che si odiava dover stirare per tema / di svellerne le pieghe, di farne / al calore sanguinare le crepe. /…), vicentino.

 Di ognuno di questi autori è riportata una silloge e comunque un congruo numero di poesie che rendono possibile comprenderne le peculiarità, nonché in calce alla stessa un commento critico, talvolta di poeti presenti nello stesso volume.
Mi corre altresì l’obbligo di evidenziare le interessanti prefazioni di Chiara De Luca e Massimo Sannelli che riescono a fornire un quadro generale dell’opera facilitandone non poco in questo modo la lettura, che potrà risultare, in dipendenza dell’autore, più o meno gradevole, restando però sempre in ogni caso senz’altro consigliabile.

Renzo Montagnoli


Poesie per ricordare di Anna Amadori Lizzeri La Riflessione Davide Zedda Editore http://www.lariflessione.com/

Poesia silloge

Che necessità può avere una donna di 36 anni di ricordare e cosa poi far emergere dalla memoria?
Non ce ne accorgiamo, perché è un processo inconscio il ricordo, che spesso sovviene senza che noi andiamo a cercarlo; eppure ha una funzione importantissima, perché è un processo cognitivo, oltre a costituire la testimonianza del vissuto. Noi siamo quello che siamo per quanto abbiamo fatto, per le emozioni e le sensazioni che abbiamo provato, ma non è sufficiente a spiegare la funzione del ricordo, che costituisce l’occasione per una riflessione, che può essere limitata all’evento di cui ci si sovviene, ma che anche può diventare molto più ampia, investendo tutti i grandi temi e misteri dell’esistenza.
E’ quello che ha fatto Anna Amadori con questa silloge che parla dell’amore, della vita e della morte, cioè dei tre grandi momenti che costituiscono il nostro procedere terreno.
L’amore è passione, ma anche tormento, è quasi inconsapevole attrazione che comporta gioie e dolori, patimenti ed estasi, non un accessorio, ma un elemento indispensabile, che si accetta più che cercare, che si manifesta senza che ce ne rendiamo conto, ed ecco che allora le emozioni scaturiscono, anzi esplodono (da Gli occhi tuoi – Come fiori / Scintillanti / di ghiaccio / adorni, / gli occhi tuoi / mi assalirono / alla porta dell’anima, / per scardinarne i giunti. /…). Ma l’amore non è solo quello fra un uomo e una donna, è anche qualcosa di più elevato e volto all’Assoluto (da Gli occhi dell’amore - …/ Solo guardando con gli occhi / Di Dio vedrai / Il figlio in ogni croce. / Beato chi vedrà con gli occhi /  Di Dio perché vedrà / Con gli occhi dell’amore.).
La vita è occasione di meditazioni più intime, sul perché e sul per come siamo, campo in cui non pochi si sono cimentati, traendo, per fortuna, conclusioni non assolute. Qui, per quanto la stesura del verso possa sembrare impersonale, c’è una partecipazione di grande intensità del poeta, che finisce con il divenire giudice di se stesso (da UomoVanesio il tuo cammino, / stridente il tuo eco, / affannosa la tua esistenza. / …). E’ un ritratto impietoso, frutto di quella consapevolezza, che la riflessione sulla natura umana, il ricordo, spesso vago, indeterminato, ha stimolato.
Non c’è vita, però, senza la morte e a questa l’autrice dedica una delle poesie migliori di questa silloge che ritengo doveroso riportare integralmente. Non è la morte delle danze macabre, ma il custode di noi tutti che ad uno ad uno chiama a raccolta, con un sorriso ironico, da padrona nei confronti di servi che hanno creduto di essere superiori a tutto, anche a lei.

 

La fine
Orsù dunque,
lisciati le pieghe dell’anima,
che la fine palpitante t’aspetta,
ed ignara e di fretta ti conduce
alla sua dimora.
Non bussare ,
giacchè ,
Sulla porta t’attende
Con ironico sorriso.

Silloge di gradevole lettura, in quanto non difficilmente comprensibile, si fa notare per la poliedricità dei temi con cui la poetessa ha saputo tradurre in versi, con eccellenti risultati, concetti non consueti ed esposti con originalità.
La lettura è senz’altro consigliata.

Anna Amadori nasce a Sassari il 16 gennaio 1972, città in cui vive e lavora come libera professionista.  Laureata in giurisprudenza è sposata e madre di tre figli; alla passione per la scrittura accompagna quella per la musica, per la lettura e per la storia antica. Oltre ad una pubblicazione scientifica su una rivista medica nel 2004, ha pubblicato come coautrice, sempre nello stesso anno, una monografia sul tema della violenza sessuale sui minori in Sardegna, edita da “Scuola Sarda Editrice”.
Poesie per ricordare è il suo primo libro di poesie.
Renzo Montagnoli


La tripla vita di Michele Sparacino  di Andrea Camilleri Ed. Rizzoli 
Racconto “Improbabile”

Questo racconto,  preso da una serie di storie che Camilleri scrive per “divertimento personale” e che nelle sue intenzioni non hanno una destinazione editoriale, è un autentico, piccolo capolavoro, che il Maestro cesella con fine arguzia e sapiente costruzione tecnica. L’antefatto della creazione del libro è nelle parole dello stesso Camilleri  nell’appendice “Un destino ritardato”, conversazione con Andrea Camilleri di Francesco Piccolo. “Si  arriva a scrivere un racconto per suggestioni lontanissime. La prima suggestione per creare il personaggio di Michele Sparacino è nata dalla frase conclusiva de “I vecchi e i giovani” di Luigi Pirandello, perché dovendo rispondere ad una domanda: “ Cos’è un italiano?”, la va a cercare nel testo pirandelliano. Un ex garibaldino  equivocando i fatti, si veste con le medaglie, l’esercito gli spara e quando lo rivoltano è pieno di medaglie risorgimentali e allora si chiedono: “Chi avevano ucciso?”Questa è l’ultima frase del libro. E dunque nasce l’idea di scrivere, di uno che è esistito ma era come se non fosse esistito; o è sempre esistito equivocato ogni volta per essere un altro e che, quando muore, nella terza vita riesce ad essere quello che è, cioè un ignoto”. Michele Sparacino vive un’altra vita, ma è una vita antecedente, cioè vive una vita da adulto quando è ancora neonato e vive una vita da uomo ormai leggenda quando è appena adulto. Quando è ormai già morto diventa un eroe ignoto, emblema di tutti gli eroi di guerra: il milite ignoto. Camilleri, in questo gioco pirandelliano, lascia sulla corda il lettore che si chiede quando gli investigatori capiranno la verità… Una  spiegazione esplicita dello sfasamento temporale dell’equivoco non ci sarà, Camilleri dice che non si può dare sempre la caramella al lettore, ogni volta che piange. In questo racconto della serie fantastici c’è l’Italia di ieri, ma anche quella di oggi, un riferimento al cattivo giornalismo (A che cosa porta il cattivo giornalismo), alla bieca informazione che manipola l’opinione dei lettori; alla ricerca di un capro espiatorio, nella finta intervista Michele Sparacino diventa il colpevole di ogni misfatto. L’ambientazione di questa improbabile storia è Vigata e non poteva essere altrimenti, il tessuto linguistico è sempre quello così arricchito e variato nelle sue ampie reti stilistiche, nato, oltre per le già note spiegazioni dell’autore, per spiegarsi  e piegarsi ad una realtà poliforma e complessa. Egli trova infinite risorse espressive in questo  scomporre e ricreare linguistico, questa originale e collaudata commistione linguistica ha superato la fase sperimentale a tal punto da diventare a tutto diritto una lingua classica e storica. Una volta si diceva lunga vita al re, o come gli Inglesi “ Dio salvi la regina”, noi cultori del mondo letterario di Camilleri diciamo: “Possa la sua longeva e  artistica vena scorrere come fiume perenne ….”   

L’autore. Andrea Camilleri è nato a Porto Empedocle nel 1925. Ha esordito come romanziere nel 1978 con “Il corso delle cose”. Della sua ricchissima produzione letteraria tutti i romanzi con protagonista il commissario Montalbano sono pubblicati dalla casa editrice Sellerio e altri, tra questi ricordiamo: “La forma dell’acqua”, “Il cane di terracotta”, “Il ladro di merendine”, “La voce del violino”, “La stagione della caccia”, “Il birraio di Preston”, “La concessione del telefono”, “La gita a Tindari”, “Maruzza Musumeci”, “Il casellante”, “Il campo del vasaio”, “L’età del dubbio”, “Un sabato, con gli amici” “Il sonaglio” “Il cielo rubato”.
Arcangela Cammalleri


Tu non dici parole di Simona Lo Iacono Giulio Perrone Editore www.giulioperroneditore.it
Narrativa romanzo

Francisca "ha capito che esistono parole per i ricchi e parole per i poveri. Le une lette, scolpite, recitate e - soprattutto - belle, bellissime come cose che non sono di questa terra. Le altre lorde, bastarde e fetenti dell'alito di chi ha lo stomaco vuoto"

La lettura di questo romanzo è stata particolarmente travagliata, perché pagina dopo pagina, pur interessato alla vicenda, non riuscivo a comprendere il motivo per cui il testo mi avvincesse, anzi diventasse via via parte di me.
Di conseguenza, mi sono spesso interrotto, ricominciando ogni volta da capo, con una sensazione di attrazione inconscia che si rinnovava e che trovava puntualmente un'assenza di risposta alla domanda continuamente reiterata: perché?
Poi, quasi per caso, nel corso di una ennesima rilettura, ho compreso che l'opera presenta più significati, ma che quell'andamento lento, quasi dolente, con le parole che sembrano le componenti di una processione non cristiana, ma eventualmente pagana - qualora si consideri la preminenza dell'elemento spirituale naturale -, era la rappresentazione del potere delle parole. Non si tratta solo di mezzo di comunicazione, ma di un uso dei vocaboli e dei verbi in una sorta di quadro mistico che recupera il valore fondante e immenso del linguaggio.
La parola non diventa quindi solo mezzo, non è un oggetto, ma è un soggetto, la protagonista di un intero libro, con un personaggio, l'esposta Francisca, che avverte la suggestione della potenza delle parole, profonde, misteriose, evocatrici di un mondo sconosciuto quelle belle, quelle dei ricchi, e dozzinali, quasi dei grugniti quelle della povera gente. E allora impadronirsi di quelle belle, anche se non ne conosce il significato, per Francisca vuol dire evadere dalla dura realtà giornaliera e ascendere a un olimpo di cui tuttavia non ha coscienza. Le parole dei ricchi fanno sognare i poveri ed ignoranti che pensano che il motivo della loro agiatezza risieda in quella lingua così colta, così sovrannaturale, che ben si sintetizza nella litania di quel miserere ossessivamente ripetuto durante il sacco del convento.
Per Francisca quei termini inusuali sono talmente importanti che finisce con il rubarli, con il sottrarre pagine del breviario, quasi che in tal modo potesse impadronirsi della ricchezza delle parole.
E così diventa un'ossessione ripetere quelle già udite pronunciare dalle suore, con quella musicalità del latino che permette alla ragazza di sentirsi sopra ogni cosa, ma soprattutto estranea alla durezza di un mondo che a lei non ha riservato una sorte benigna, perché un'ignorante che biascica, che si permette di pronunciare verbi non suoi non può essere che una creatura del demonio, insomma una strega, da bruciare, da purificare con il fuoco.
Diventa così, senza saperlo, nemica della Chiesa, tutta tesa a conservare per sé il potere delle parole o al più a lasciarne un po' ai nobili; le classi devono restare al loro posto, un misero, un meschino non può elevarsi, perché ne andrebbe dell'equilibrio del mondo.
E così, quelle stesse parole che hanno dato a Francisca la forza di vivere, la condannano, l'uccidono, perché la loro ricchezza e il loro potere devono restare a chi da sempre comanda, a chi delle parole ha fatto un uso a difesa dei propri esclusivi interessi.
Inevitabilmente si arriva al processo della Santa Inquisizione, in un giorno del carnevale, in cui i giudici diventano maschere di altre maschere, se stessi, con una sentenza che è già pronunciata prima di iniziare, perché loro sono i primi colpevoli, complici di un diavolo che esiste solo in essi, solo parolai, di parole che non escono dall'anima, in un rito che più pagano di così non potrebbe essere.
Ma allora perché il titolo Tu non dici parole? E chi è quel Tu?.
Al misero non resta che la liberazione della morte, che arriva sempre silenziosa, per tutti e quel Tu non dici parole è rivolto a lei, alla signora in nero con la falce, che non ha preferenze, ricco o povero, colto o ignorante, tutti li ghermisce in un unico abbraccio.
Questo romanzo, fatto di parole in italiano corrente, in italiano dell'epoca (XVII secolo), anche in dialetto ha la straordinaria proprietà di ammaliare, di far entrare in un'altra dimensione, in uno spazio-tempo sospeso. Per restare in tema verrebbe da pensare che l'autrice riesca a stregare, ma è solo la forza delle parole che perfino travolge.
E' inutile che aggiunga che questo libro è imperdibile.

Simona Lo Iacono è nata a Siracusa nel 1970. Magistrato da 11 anni, attualmente dirige la Sezione distaccata di Avola, tribunale di Siracusa.
Ha pubblicato racconti e vinto concorsi letterari di poesia e narrativa. Collabora a riviste e magazine. Riunisce in casa propria un salotto letterario ospitando scrittori e artisti.
Cura, sul blog "Letteratitudine" di Massimo Maugeri (gruppo Kataweb-l'Espresso), una rubrica fissa a metà tra diritto e letteratura.
Fa parte dell'EUGIUS, l'associazione europea dei "giudici-scrittori.
Tu non dici parole è il suo primo romanzo e ha vinto la XIV Edizione del premio letterario Vittorini "opera prima".
Renzo Montagnoli


Todo modo di Leonardo Sciascia Adelphi Edizioni
Narrativa romanzo
Collana Gli Adelphi

"Todo modo... para buscar y ballar la voluntad divina", così scrive, fra l'altro, nei suoi Esercizi Spirituali Sant'Ignazio di Loyola e quel "todo modo" non a caso è stato scelto da Leonardo Sciascia per dare il titolo a uno dei suoi romanzi più ambigui e che si presta a diverse interpretazioni, ma che, soprattutto, ha delle stranezze che lo rendono unico.
Si presenta come un testo di narrativa gialla, ma pagina dopo pagina perde le sue caratteristiche tipiche, cioè il percorso deduttivo per arrivare alla soluzione, per trasformarsi in un'opera di denuncia politica. Se anche la vicenda appare sempre più inspiegabile e non arriveremo poi a scoprire chi è l'omicida, resta il fatto che i delitti sono accaduti a causa di un dilagante e nefasto clima di corruzione derivante da un torbido miscuglio dei poteri economici, politici e religiosi. Non sono importanti di per sé i crimini quanto invece l'ambiente in cui sono compiuti, le presenze di diversi possibili colpevoli, in apparenza estranei, ma tutti egualmente sospettabili.
E poi troviamo uno Sciascia in bilico fra il razionale e illuministico del personaggio del pittore e l'enfasi mistica di don Gaetano, personaggi entrambi per cui si avverte chiaramente una partecipazione dell'autore che va oltre il puro interesse letterario, quasi che abbia voluto cogliere nell'uno e nell'altro la sua personalità, proponendocela per via mediata.
Ma ciò che stupisce maggiormente è la rappresentazione di questo potere o superpotere, che deriva da connessioni, interessenze, corruzioni, affari in comune dei tre canonici poteri, cioè quello economico, quello politico e quello religioso.
Finisce con il diventare quasi una divinità che raccoglie e impone dentro di sé dei sacrifici umani, un mostro dai mille tentacoli che stringono come in una morsa l'umanità.
E come idolo ha i suoi riti, fra i quali l'emblematico rosario, in parata, una delle pagine più riuscite e di sicuro effetto dell'intero romanzo.
Ci troviamo di fronte indubbiamente a un'opera di elevato impegno, a cui forse nuoce quell'ambiguità di cui ho accennato, ma che, per un certo verso, è del tutto funzionale al romanzo che forse manca di quella chiarezza riscontrabile invece in altri lavori dell'autore siciliano.
Come sempre Sciascia riesce a essere profetico, anche se questa volta il messaggio della Pizia è un po' oscuro, ma forse ciò è voluto, perché quanto di più buio ci può essere esiste solo in un potere che tutto distrugge e che corrode anche se stesso.
Da leggere, perché Sciascia è imperdibile.

Leonardo Sciascia (Racalmuto, 8 gennaio 1921 - Palermo, 20 novembre 1989). E' stato autore di saggi e romanzi, fra cui: Il giorno della civetta (Einaudi, 1961), A ciascuno il suo (Einaudi, 1966), Il contesto (Einaudi, 1971), Todo modo (Einaudi, 1974), La scomparsa di Majorana (Einaudi, 1975), I pugnalatori (Einaudi, 1976), Candido, ovvero un sogno fatto in Sicilia (Einaudi, 1977), Il cavaliere e la morte (Adelphi, 1988), Una storia semplice (Adelphi, 1989).
Renzo Montagnoli


Sergio Bambarén
Stella
Se ci credi davvero, tutti i desideri possono avverarsi

"hai mai visto una stella cadente?"
"no."
"devi sapere che esse durano un istante, ma mentre brillano, il loro sfavillio non è uguale a nessun'altra stella nel cielo, e tutte le altre cessano di diffondere la loro luce, appena si confrontano con lei. E tu hai qualche altra notizia sulle stelle cadenti?"
"no, capita così di rado, ma perché me lo chiedi?"
"perché io sento che sei molto speciale, e che la tua presenza sulla Terra sarà effimera come la luce di una stella cadente, ma lascerà una scia che ti farà ricordare per sempre."

Il cielo stellato fa alzare tutti gli sguardi. Non c'è niente di più magnetico dell'infinito tempestato di iridescenze. Lo splendore dell'universo ci rimpicciolisce. Siamo niente. Il respiro di un'esistenza nell'immortalità della vita. I nostri problemi regrediscono sino a diventare insignificanti. Poca roba, che le stelle certo non vedono. Loro brillano e chi le osserva può decidere di brillare con loro. Quasi per magia, allargano il nostro cuore. Siamo difronte a chi può darci quelle risposte che non troveremmo altrove. Solo rivolgendosi al Cielo si può auspicare che una lucina, all'inizio piccola come una stella, possa illuminare il buio dell'anima.

"piccola Stella, il buio più terribile non è quello che ti circonda, ma quello abita nel tuo cuore, e la luce più brillante non è quella che risplende fuori, ma quella che brilla nei tuoi occhi, l'unica che sale dal cuore. Lascia che questa luce ti conduca a compiere il tuo destino, e fidati del tuo istinto, non importa cosa dicono gli altri".
Il vento prese a sussurrarle dolci parole: "mia diletta figlia, non perdere mai di vista ciò che intendi raggiungere. Non perdere mai di vista chi tu sei in realtà."

Il personaggio di Sergio Bambarén si chiama Stella, e la sua figura lascia tutti interdetti. Le riconoscono all'unisono che è un essere al quale è stata affidata una missione speciale. A guardarla, piccola buffa insicura, le pronosticano la vita di una stella cadente. Quando sfrecciano le stelle cadenti, abbiamo il tempo del suo velocissimo passaggio per accodarle i nostri desideri. Il più vero è di arrivare alla più brillante e immediata nostra realizzazione. Rapidamente, verso la felicità che solo il Cielo sa regalare. La vera felicità è il conseguimento della nostra missione. Non è immediatamente riconoscibile. Ognuno di noi, però, sa per cosa è nato.

"in cuor loro avevano la consapevolezza di essere nati per volare, e capivano che un giorno avrebbero spiccato il volo, non solo per via delle ali, ma anche perché sapevano di poterlo fare."
"zampettarono fino alla fine del ramo, che divenne il loro trampolino di lancio. Papà Raffaele fu il primo a saltare subito seguito dai suoi quattro figli principianti. Volarono in ordine sparso assaporando tutta la libertà di essere i padroni del cielo, perché erano nati per volare, e per la prima volta nella loro vita avvertirono la loro essenza, intuendo il loro scopo nel mondo: volare."

Far parte dell'universo è solo questo: riconoscersi nelle proprie capacità e applicarle. Solo a pochi sono richieste prove fantasmagoriche, a tutti di brillare come piccole stelle perchè nel buio pesto della notte qualcosa di radioso continui a sfavillare. Solo così si potrebbe ascoltare la voce di Dio che dica, per esempio:
"piccola Stella, tu sei una delle creature a cui tengo di più e che considero i miei tesori. Con il tuo cuore semplice tu sarai la prova vivente che al mondo non c'è creatura troppo piccola o insignificante che non possa dare qualcosa."
Oppure: "grazie per aver reso questo mondo migliore."
Possiamo e dobbiamo luccicare nel cosmo come piccole stelle perchè per esclamare "missione compiuta" basta riconoscere la propria strada.
Angela Plati


L'incredibile storia di un cranio di Giuseppe Bonaviri Sellerio editore Palermo
Prefazione di Salvatore Silvano Nigro
Narrativa romanzo

L'ultimo romanzo scritto dal grande autore siciliano, scomparso nel marzo di quest'anno, ha il sapore di un testamento, un messaggio forte, vibrante, a futura memoria, con cui lui, che era medico, mette sull'avviso l'umanità sui limiti etici del progresso scientifico.
Se con La divina foresta aveva immaginato, in una versione del tutto fantastica, ma non elusiva della realtà, la creazione della vita, con L'incredibile storia di un cranio ci parla della sua fine, e lo fa in prima persona, perché la voce narrante è la sua, quasi a voler rafforzare il concetto che l'elemento fantasioso, esposto da un uomo di scienza, ha una concreta radice di realtà.
Per certi aspetti Bonaviri potrebbe essere accostato a Orwell, con la stessa visione di un futuro distopico, ma al punto tale da portare alla distruzione dell'umanità. Al di là di questa caratteristica, le differenze esistono e sono più marcate, perché la narrazione dell'autore siciliano è impreziosita da una vena poetica che riesce ad andare oltre le consuete strutture dei romanzi, con ritmi, armonie e immagini che conferiscono alle opere una grazia del tutto particolare che a tratti presenta tempi quasi musicali.
Tanto per dare un'idea, il libro inizia in un'atmosfera lucreziana, in un'idilliaca natura, in cui la flora e la fauna, in quest'ultima compreso l'uomo, sembrano vivere in un'armonia perfetta, in un equilibrio tale da ristorare l'animo, perché il creato, frutto di un caos che ai nostri superficiali occhi può apparire imperfetto, è invece quanto di più attentamente realizzato ci sia dato di conoscere. Purtroppo l'essere umano è l'elemento disgregatore, colui che, grazie a un'imparziale conoscenza, crede di sapere tutto o quasi e di poter fare tutto o quasi.
Così nella società descritta da Bonaviri, caratterizzata dall'invecchiamento della popolazione, che aumenta oltre ogni limite il ricorso alle risorse, si provvede temporaneamente a un'eutanasia attiva, sopprimendo gli anziani, in quanto non più utili al sistema, ma al tempo stesso si ricerca, si sperimenta, si elabora per arrivare, tramite clonazioni, a una nuova specie di esseri umani, in parte vegetali, con la funzione specifica di addormentare le passioni eccessive degli altri uomini, intorpidire i sentimenti, anche quelli negativi, provocando un generale appiattimento della qualità della vita. Senza più emozioni, senza più ispirazioni creative l'umanità rallenterebbe anche la sua crescita, avrebbe minori appetiti, finirebbe con il vivere in una condizione di inconscia felicità, in pratica si ridurrebbe a uno stato vegetativo.
Pur nella vicenda fantastica, il messaggio di Bonaviri è chiaro: può l'uomo, con la sua scienza, andare oltre la natura? E se lo fa, quali saranno le conseguenze?
Le risposte sono nel finale del romanzo, apocalittico, con le acque dell'Egeo che penetrano all'interno del pianeta. In quel mare, citato non a caso, che aveva visto il volo avventuroso di Icaro e a Creta il mito del Minotauro, essere metà uomo e metà bestia, dove era iniziato il desiderio dell'umanità di conoscere i propri limiti e di superarli, tutto finisce, perché l'homo sapiens non può e non deve spezzare il perfetto equilibrio della natura, che altrimenti si vendica.
E da quella specie di rivolta del globo terracqueo, con gli oceani che penetrano all'interno della crosta per arrivare fino al nucleo, determinando una reazione disgregatrice per le diverse temperature, seguirà l'esplosione del nostro pianeta che ne cancellerà la presenza nell'universo.
L'incredibile storia di un cranio finisce con il diventare così la credibile storia di un'umanità che volle elevarsi su tutto e che si illuse che per essa nulla fosse impossibile.
La lettura è certamente più che raccomandabile.

Giuseppe Bonaviri (Mineo, 11 luglio 1924 - Frosinone, 21 marzo 2009)
Opere:
Il sarto della strada lunga (1954), La contrada degli ulivi (1958), Il fiume di pietra (1964), La divina foresta (1969), Notti sull'altura (1971), L'isola morosa (1973), Le armi d'oro (1973), La beffaria (1975), L'enorme tempo (1976), Il dire celeste (1976), Martedina e il dire celeste (1976), Follia (1976), Dolcissimo (1978), Il dire celeste e altre poesie (1979), Novelle saracene (1980), O corpo sospiroso (1982), Quark (1982), L'incominciamento (1983), E' un rosseggiar di peschi e d'albicocchi (1986), L'asprura (1986), Il dormiveglia (1988), Li pto lip (1988), Ghigò (1990), Il re bambino (1990), Apologhetti (1991), Il dottor Bilob (1994), Silvinia (1997), L'infinito lunare (1998), Bonaviri inedito (1998), una biografia realizzata da Enzo Zappulla e Sarah Zappulla Muscarà, con una ampia appendice di inediti bonaviriani fra i quali il romanzo giovanile La ragazza di Casale Monferrato, E il verde ramo oscillò. Fiabe di folli (1999), Poemillas españoles ed altri luoghi (2000), Giufà e Gesù (2001), Acqua d'argento e altre storie (2003), Il vicolo blu (2003), I cavalli lunari (2004), Autobiografia in do minore (2006), L'incredibile storia di un cranio (2006).
Renzo Montagnoli


La bambina pericolosa di Silvana La Spina Ed. Mondadori
Romanzo

Questa romanzo, ambientato in Sicilia, tra Catania e le pendici dell’Etna, ha per protagonista il commissario di polizia Maria Laura Gangemi, una femmina sbirro coinvolta da un passato sepolto nella memoria  e un presente tutto da ricostruire. L’indagine in corso è intricata, un misto di mistero, leggende contadine, arcaiche e superstizioni ataviche, Maria Laura deve fare i conti con una parte di sé oscura nell’impossibilità di ricordare, un matrimonio infelice, un figlio e una sofferenza esternata con depressione e alcolismo. E’ un ritratto di donna fragile nell’apparente dominio del suo agire  di poliziotta e intrisa di contraddizioni e conflitti interiori. In uno stile terso e inframmezzato da termini dialettali, l’autrice ci restituisce personaggi costruiti con sottigliezze e sfaccettature psicologiche, dove negli animi s’annidano tensioni, paure ancestrali nello sfondo paesaggistico montano in cui la forza lavica del vulcano ne modella  i caratteri. La bellezza dei paesaggi esplode in tutto il suo fulgore, il mutare dei colori accesi ed esplosivi come rocce laviche, gli odori pregnanti della terra, degli alberi, la vastità delle vallate e del sole che splende, anzi, brucia! C’è amore dichiarato per la propria terra, ma anche tanta amara consapevolezza di credere nella giustizia in una terra in cui la giustizia è un non senso.
Estrapolo due periodi ugualmente degni di nota: il primo per la bellezza incantata, poetica, il secondo per il gusto del mito e del fiabesco.
“L’autunno vero quello che chiude i cuori e fa attendere la luce, mentre l’ombra si diffonde dappertutto. Sulle case, sulle fronde degli alberi, nell’altura del vulcano, lassù, oltre i castagni”.
“Il vulcano scatena paure primordiali, nell’arretratezza della gente. Discendenti degli antichi Sicani hanno ereditato i vecchi culti: magie e magherie. Il dio Adrano, terribile che chiedeva sacrifici rituali, che faceva inseguire le vittime dai terribili cani cirnechi, cani arraggiati come diavoli”.
E’ un libro di godibile lettura, scritto con mano sapiente e felice. Un racconto che mostra una parte nera e misteriosa della Sicilia e quella che abita negli animi umani.

L’autrice: Silvana La Spina è nata a Padova da madre veneta e padre siciliano. Ha pubblicato il volume di racconti Scirocco (1992, Premio Chiara) e i romanzi: Morte a Palermo (1987, Premio Mondello), L’ultimo treno da Catania (1992), La creata Antonia (2001), Uno sbirro femmina (2007). 
Arcangela Cammalleri


Il castello d'Otranto di Horace Walpole RCS Libri S.p.A.
Introduzione di Mario Praz
Traduzione di Oreste Del Buono
Narrativa romanzo

Strano tipo Horace Walpole, che nella prefazione alla prima edizione del 1765 del Castello d'Otranto, dice che l'opera altri non è se un libro stampato a Napoli nel 1529, trovato nella biblioteca di un'antica famiglia inglese e da lui tradotto. In ciò si comporta né più ne meno come James Macpherson che pubblica nel 1760 i Canti di Ossian, attribuendoli a un leggendario bardo di nome appunto Ossian.
Un altro elemento di curiosità è dato dal fatto che Walpole tesse smisurate lodi dell'autore dell'opera, sconosciuto, ma che, ipotesi nell'ipotesi, potrebbe essere un astuto sacerdote cattolico.
Il castello d'Otranto, opera preromantica, ha un notevole successo e allora Walpole nella prefazione alla seconda edizione si rivela, peraltro ricevendo più di un biasimo.
Al di là della vicenda della paternità questo romanzo, che non potrà mai essere ricordato come un capolavoro della letteratura, presenta tuttavia caratteristiche peculiari tali che ne decretano la doverosa memoria, trattandosi del primo libro di genere gotico.
Si rilevano infatti quelle caratteristiche di mistero, di passioni occulte, di incombenza della morte, del realizzarsi di antiche profezie, di personaggi del tutto straordinari e immaginari, che uniti a un'atmosfera cupa, di tensione psicologica, costituiscono gli elementi basilari per opere successive, senz'altro di maggior pregio, quali, una per tutte, Frankenstein di Mary Shelley.
Non è che allora il romanzo di Walpole meriti di essere letto solo in considerazione delle sue caratteristiche innovative?
Purtroppo devo rispondere che l'opera non presenta altri particolari elementi di valore, perché i personaggi appaiono degli stereotipi, tutti buoni o tutti cattivi, per non parlare della trama in cui i dialoghi sono avulsi dalla tensione che è invece presente, anche se assai contenuta.
C'è da considerare peraltro l'epoca, il modo elaborato di scrivere e di parlare, che toglie quell'indispensabile senso di immediatezza e di logicità di comportamento in protagonisti sottoposti a prove naturali e sovrannaturali tali da impedire loro qualsiasi forma di reazione calma e ponderata.
Di questo se n'era accorto anche Walter Scott, che nell'introduzione al Castello d'Otranto del 1826 prende un po' le difese di Walpole, attribuendogli finalità che, probabilmente l'autore, già deceduto, non si era mai posto.
Scrive, fra l'altro, Scott " Il suo scopo era quello di raffigurare la vita e i costumi dell'epoca feudale com'erano veramente e di dipingerli nel tumulto e nelle fortunose vicende messe in atto dalla macchina del sovrannaturale, un sovrannaturale che la superstizione del tempo accoglieva con passiva credulità.".
Il discorso non fa una grinza, ma il medioevo di Walpole risente troppo dei canoni della letteratura inglese del settecento, con i personaggi che, ancorché passionali, si esprimono in modo lezioso in qualsiasi circostanza, con una ricchezza di vocaboli che non era tipica nel Medioevo anche nelle classi più abbienti e pertanto maggiormente istruite; di conseguenza non mi sento di avallare questa ipotesi.
Secondo me, invece, più aderente alla realtà è il giudizio espresso nel 1919 da Virginia Woolf, che, sulla scorta della passione di Horace per gingilli, anticaglie, per quel piccolo castello in stile gotico che si era fatto costruire, parla di un libero sfogo dell'immaginazione, in cui le visioni e le passioni lo affascinavano, tributando così di fatto alla sua opera quell'importanza dovuta più alla fantasia, del tutto fuori dalla norma dell'epoca, e che giustamente farà ricordare lo scrittore inglese come il capostipite del genere gotico.
Eppure, nonostante gli evidenti difetti che ho evidenziato, sono proprio gli stessi a costituire motivo di interesse, perché comunicano l'aroma di un mondo passato, in cui il formalismo si anteponeva a tutto, e il fatto che questo comportamento si riflettesse anche in campo letterario rappresenta per l'uomo più pragmatico del XXI secolo una preziose fonte di archeoletteratura per aiutare a comprendere un'epoca, in cui, non dimentichiamolo, nacque anche il romanzo d'avventura, con quel Robinson Crusoè, di Daniel Defoe, che tanto ha alimentato i nostri sogni giovanili.
Sono in ogni caso dell'idea, che, pur con i suoi limiti stilistici, ancor oggi possa costituire una gradevole lettura per gli appassionati degli amori impossibili e delle storie a lieto fine, dove a trionfare è sempre il bene, anche e soprattutto grazie all'elemento soprannaturale.

Horace Walpole (Londra, 24 settembre 1717 - Londra, 2 marzo 1797).
Conosciuto anche per un corposo epistolario deve la sua notorietà soprattutto a Il castello d'Otranto, di fatto primo romanzo gotico.
Renzo Montagnoli


Equinozio di girasoli di Giulio Maffii Edizioni Il Foglio Letterario www.ilfoglioletterario.it  ilfoglio@infol.it
Prefazione di Vanessa Vallascas
Poesia
Collana Plaquette Poesia

Come nei poemi antichi in cui il cantore iniziava la sua opera con un'invocazione alle divinità, un rito propiziatorio, scaramantico o anche la riconoscenza per la possibilità offertagli di creare, di lasciare una traccia, un solco nella polvere, questa raccolta si apre con una dedica/omaggio alla parola, l'unica in grado di traslare l'idea in sostanza, verificabile, riscontrabile, accessibile ai lettori.
In effetti, benché stilisticamente siamo nel XXI secolo, l'impressione che si ricava è che quest'opera abbia gli albori in epoche antichissime, ma anche per nulla remote, con quella solennità che non è retorica, ma pura dinamica della composizione che dona una sostanziale assenza di tempo.
E la parola ritorna incalzante, sempre presente, a tratti anche soggetto, pur restando sostanzialmente oggetto, mezzo, sistema di colloquio per andar oltre l'afonia delle sensazioni, che nascono, si sviluppano all'interno in un silenzio che poi, grazie appunta alla parola, diventa timbro vocale, sussurro, anche urlo.
Ma di che tratta questa raccolta?
Il tema non è nuovo, perché il rispetto per la memoria, tale da andarla a ripescare nei meandri della mente, è un'elaborazione metafisica dei poeti, un punto fermo per cercare risposte a domande sempre posteriori ai fatti ricordati, ma non solo, perché è l'unica possibilità che rende consapevoli di vivere, in quanto esiste un vissuto.
Sono così stagioni che si avvicendano, equinozi che hanno un significato che va oltre l'etimologia, perché quella durata del giorno uguale a quella della notte sembra conferire una visione strutturale di una vita, sia come periodo di tempo (e per l'autore sarebbe quello di primavera, anche se dichiara poi che quello più vicino a lui è quello d'autunno) sia come concetto dell'avvicendarsi degli eventi, delle fortune e delle sfortune, di cose belle e di cose brutte, di fatti piacevoli e spiacevoli, ma che in ogni caso hanno tutti un grande pregio: sono solo nostri, un patrimonio inalienabile che riemerge a tratti dalla nebbia di un apparente oblio, una misura indiretta del nostro stato attuale.
E in questo percorso itinerante dentro di sé il ricordo di un amore cerca consapevolezze, soluzioni a dubbi che il tempo coglie, quasi che il ripensare a quanto prima ci ha enormemente coinvolto finisca con il diventare un'assoluzione del nostro operato, un riscontro positivo di una vita non sprecata, anche se resta un desolato senso di solitudine, uno spazio tutto nostro a cui manca tuttavia qualche cosa, quell'immagine, quell'emozione, quel sentimento che si propone come memoria, spina nel fianco che fa dolere e gioire al tempo stesso, un pezzo di noi che se n'è andato.
Nulla è perfetto ed assoluto, alle ombre si contrappongono le luci nell'equinozio della nostra esistenza.
Scritta in modo garbato, non enfatico, con un equilibrio formale che permette una ritmicità costante, questa raccolta si assapora un po' per volta e invita alla meditazione, una riflessione che coinvolge, senza stravolgere, che accompagna non a certezze, ma a consapevolezze.
La lettura, quindi, è da me sicuramente consigliata.

Giulio Maffii
È autore, critico letterario, dirige le collane di poesia della Casa editrice Edizioni Il Foglio , tiene un laboratorio di poesia per ragazzi. Fiorentino di origine, dalla complessa personalità, cura uno dei migliori blog sulla poesia nel web http://blog.libero.it/Pensieridivento
Ha all'attivo svariate pubblicazioni tra cui: "La caduta del tempo" (ed Il Fogliopromo) scritto con l'eteronimo di Penelope Alma nel 2008, mentre nel 2009 è uscito con il libro ortonimo di poesie "Fino a che non muore il tempo".(Ed.La Riflessione) Ha collaborato con varie riviste letterarie.
Renzo Montagnoli


Risalire il vento di Gianfranco Contini Edizioni Tabula Fati www.edizionitabulafati.it

Presentazione di Giacomo D’Angelo

Poesia raccolta

In questa raccolta, non tematica, ma che trae spunto dalla realtà oggettiva per poetizzare fatti che hanno suscitato l’attenzione dell’autore si nota un procedere discorsivo, un’affabulazione oserei dire, che in diversi tratti mi ricorda il Cesare Pavese poeta.
Ne guadagna indubbiamente la comprensione del lettore che riesce a entrare subito in sintonia con l’autore, dato che non sono presenti elementi oscuri di dubbia o complessa interpretazione.
Gli argomenti affrontati sono quanto mai vari e così si passa dalla dedica alla scomparsa Oriana Fallaci  con un ritratto riuscito e che consente di offrire, anche a chi non la conosceva, una visione del personaggio nelle sue caratteristiche salienti (donna libera / incedere deciso / passaggi di fuoco / macerie e sangue / severa col potere / sensibile verso chi soffre /…) a un’impressione naturalistica, una fotografia di un’immagine ben definita carpita dagli occhi e impressa nella mente, con Scirocco ( l’acqua appena increspata / segna di blu l’orizzonte / la barca veleggia sull’onda / il vento tiepido scompiglia / i capelli s’insinua nel naso /…).
Contini dimostra così un’apprezzabile ecletticità che peraltro ricomprende anche l’introspezione, come in Solitudine ( il soffitto grigio grava sulla mia testa / ho appeso fogli di carta sul muro / pagine di riviste / memorie di un vecchio diario e donne svestite /…), senza dimenticare l’amore, inteso in Il sorriso come una sensazione di completezza che può dare a chi la prova un motivo in più per fruire della vita ( …/ quella ragazza respirava / il sorriso della luce /…). Questi due versi sono veramente splendidi riuscendo a cristallizzare in un’immagine eterea il senso di serenità di questa fanciulla, colpiscono, attraggono, infondono nel lettore la stessa serenità.
Ma le poesie presenti sono molte, troppe per parlare di ciascuna, pur se questo sforzo lo meriterebbero, e con dispiacere devo per forza limitarmi, senza esimermi tuttavia di citarne ancora una, una lirica stranamente venata di romanticismo, pur nella realtà delle sue affermazioni, una constatazione dell’autore che ha il sapore della consapevolezza e che perciò si estrinseca in un’accettazione di un sentimento, in cui luci e ombre, gioie e dolori si confondono, appagando egualmente ( Libertà di amarel’amore non è mai libero / per sua natura / costringe alla ricchezza / di una strana povertà / quella di essere insieme / a chi ti strazierà).
La lettura è sicuramente raccomandabile.

  Gianfranco Contini, psichiatra, si è formato alla psicoterapia ad indirizzo psicoanalitico a Bologna presso il Gruppo “Psicoterapia e Scienze Umane”.
     Ha lavorato nei servizi per la salute mentale in Lombardia, Molise ed Emilia Romagna. Ha diretto il progetto di chiusura dell’Ospedale Psichiatrico “San Lazzaro” di Reggio Emilia.
     Ha svolto attività di docente per le scuole di specializzazione in psichiatria delle università di Bologna e Chieti. È membro del Comitato Scientifico della collana di “psicoterapia e psichiatria” della Casa Editrice Clueb di Bologna ed è direttore scientifico della rivista “Prospettive in psicologia”.
     È autore di articoli e testi scientifici. Ha pubblicato sei libri: Lavorare con gli psicotici (Bagatto, Roma 1985); Elementi di psichiatria pubblica (Age, Reggio Emilia 1989); Vita quotidiana nelle famiglie degli schizofrenici (NIS, Roma 1991); Introduzione alla psichiatria (EdiSES, Napoli 1992); Psichiatria pratica (UTET, Torino 1994); Il miglioramento della qualità in riabilitazione psichiatrica (Centro Scientifico, Torino 1999).
     Ha curato nove volumi di interesse psichiatrico: Le nuove istituzioni della psichiatria (1981); I primi pazienti della psicoanalisi (1985); Il manicomio dimenticato (1988); I confini della psicoanalisi (1989); La rivista scientifica come mezzo di informazione e cultura (1989); Pornografia e salute mentale (1989); Psichiatria e Medicina di base (1991); La sindrome maligna da neurolettici (1994); Il tramonto del manicomio (1998).
     Ha ideato e realizzato sette video didattici e scientifici: “Il lavoro psichiatrico in un Servizio Territoriale” (1992), presentato al convegno “Immagini della mente”; “180 Addio?” (1992); “La Relazione terapeutica con il paziente grave: Magda” (1993); “Euripilo e Patroclo: rapporto del Medico con il paziente” (1993); “La Cura” (1994), che ha vinto la medaglia di bronzo al Prix Leonardo per il filmati scientifici; “Esercizi sul Delirio” (1997); “Riabilitare in ambiente naturale” (2004).
     È autore di tre romanzi: Alla fine del dolore (Tracce, Pescara 2004), Centottanta (Clueb, Bologna 2006), Tutto esaurito. Chi ama è pericoloso (Robin, Roma 2008) e delle sillogi poetiche Impulso di verso (Tabula fati, Chieti 2007) e Risalire il vento (Tabula fati, Chieti 2009).
Renzo Montagnoli


Una storia semplice di Leonardo Sciascia L'Angolo Manzoni Editrice
Narrativa racconto
Collana Corpo 16

Il titolo inganna e del resto Sciascia, se non fosse quel grande scrittore che è per la capacità di analizzare fatti e fenomeni nelle loro mille sfaccettature, addentrandosi nell'apparenza alla ricerca di una possibile verità, non avrebbe potuto e voluto scrivere una vicenda gialla, ambientata in una Sicilia di epoca indeterminata, di assoluta linearità, in cui la vittima è proprio la persona che è e l'assassino, o meglio i colpevoli, sono quelli che il lettore attento dei romanzi dell'autore siciliano si attende.
Il racconto, perché trattasi di racconto lungo e non di romanzo, è invece estremamente complesso. Tutto ciò che a prima vista sembrerebbe di un'estrema semplicità è invece un gomitolo ingarbugliato, dove personaggi della giustizia e religiosi sono uniti da un unico filo conduttore che è quello della criminalità organizzata, insomma di quell'organismo distruttore, frutto di connivenze e di indifferenze, che è la mafia.
Del resto chi non vede, o meglio chi vede e non parla, riesce ad avere vita lunga, e così un testimone avrà dei vuoti di memoria del tutto provvidenziali che non gli impediranno tuttavia di collaborare con la polizia per pervenire alla soluzione di un pluriomicidio, anche per potersi così scagionare, in quanto lui stesso sospettato, ma che riconosciuto il capobanda, personaggio dalla doppia vita ed estremamente influente, eviterà di svelarne il nome, eclissandosi alla svelta, fuggendo da quel mondo di costante tensione in cui l'onesto finisce con l'essere sempre la vittima.
Veramente indovinati i personaggi, fra i quali emerge per atavico intuito il brigadiere, in eterno dissidio di classe con il commissario, e il professor Franzò, che in realtà interpreta il punto di vista Sciascia in un dialogo di alto livello proprio con il sottufficiale.
Una storia semplice fu pubblicato postumo, dopo la morte dell'autore, come lasciò scritto anche nelle volontà testamentarie. Ma esso stesso, cioè questo racconto, è un lascito, quasi un'ammonizione per i posteri sul lento disgregarsi delle istituzioni corrose dal cancro mafioso, al punto da diventarne strumento di conservazione fino a esserne esse inglobate.
Come al solito la lettura, più che consigliabile, è vivamente raccomandabile.

Leonardo Sciascia (Racalmuto, 8 gennaio 1921 - Palermo, 20 novembre 1989). E' stato autore di saggi e romanzi, fra cui: Il giorno della civetta (Einaudi, 1961), A ciascuno il suo (Einaudi, 1966), Todo modo (Einaudi, 1974), La scomparsa di Majorana (Einaudi, 1975), I pugnalatori (Einaudi, 1976), Candido, ovvero un sogno fatto in Sicilia (Einaudi, 1977), Il cavaliere e la morte (Adelphi, 1988), Una storia semplice (Adelphi, 1989).
Renzo Montagnoli


Invincibili di Jolanda Catalano Edizioni Città del Sole www.cittadelsoledizioni.it
Nota introduttiva di Francesco Idotta
Poesia

Quando vidi "2001 Odissea nello spazio", il celebre film di Stanley Kubrik, rimasi fortemente impressionato dalla capacità del regista inglese di narrarci la genesi dell'umanità fino al suo compimento finale.
Analogo stupore ho ritratto dalla lettura di Invincibili, di Jolanda Catalano, un vero e proprio poemetto sull'evoluzione della specie, attuata con continue dilatazioni temporali che colgono gli aspetti essenziali dello sviluppo dell'essere umano, con stacchi sul passato e proiezioni sul futuro, in una continua e costante tensione armonica che riesce ad avvincere e a coinvolgere il lettore.
Dalla nascita della vita alla conoscenza prima animalesca dell'amore, poi alla sua sublimazione, è un percorrere poeticamente e con estrema capacità di sintesi la storia dell'uomo, di questo essere dapprima inconsapevole di esistere e che poi prende possesso della sua realtà oggettiva in una visione soggettiva che gli fa credere di essere l'unico, imponente, importante, sovrano assoluto del mondo.
La scoperta, o meglio le scoperte, in un essere che crede di essere invincibile della sua estrema vulnerabilità, non solo ai fattori esterni, ma alla sua dimensione intima, a quella sfera psichica che tende a esaltarlo, ma anche a deprimerlo, sono versi di accorata impotenza, la constatazione della nullità del suo smisurato orgoglio ( Non ti dirò di tutte le vergogne / che videro i miei occhi nel passare, / sappi soltanto che l'animale è buono / e l'uomo invece è perfido e crudele. /…).
Questa immagine riduttiva della propria capacità conduce l'uomo alla ricerca di chimere, a sprofondare nei sogni che esulano la realtà, in un viaggio, novello Ulisse, che non porta da nessuna parte se non a un malinconico ritorno a se stessi, con il rimpianto di quanto si è perso del poco che si aveva e che pur invece è tanto ( E piansi, finalmente piansi, / a lungo prostrato su me stesso / e mai un pentimento fu così grave / mai più ci fu una nave per il ritorno. /…).
Ciò che si è perso nel tempo non ci verrà restituito dal tempo, ciò che credevamo superbamente di essere sarà il motivo della nostra rassegnata sconfitta. Invincibili non eravamo, né mai lo saremo, e anche se il volo poetico è pura illusione, un separarsi dalla realtà per trascorrere inconsapevolmente dei giorni forse perduti, è l'unico che può dare un senso compiuto alla vita.
Non aggiungo altro, se non l'invito a leggere questi versi stupendi, accostati in un'armonia di grande effetto, e che alla fine, nella consapevolezza della nostra imperfezione, ci pervaderanno di un profondo senso di serenità.

Jolanda Catalano è nata a Villa San Giuseppe e vive da parecchi anni a Gallico (Reggio Calabria).
Sin da giovanissima ha sviluppato il suo amore per la poesia.
E' autrice di raccolte poetiche, di racconti e di testi teatrali ( in lingua e in vernacolo), che hanno ottenuto premi e riconoscimenti.
Con successo è stata messa in scena una sua commedia in Vernacolo Uvi, uvi, a pizziau, dal Gruppo teatrale "I Rusticani", regia di Giulia Catanese.
Ha collaborato per diversi anni alla Rivista "La Procellaria" con poesie, recensioni e articoli.
La sua prima silloge poetica Alternanze è stata pubblicata nel 1886, da Calabria Letteraria Editrice e presentata al pubblico a cura del Rhegium Julii, Circolo Culturale all'interno del quale l'Autrice continua a vivere la sua esperienza umana e poetica.
Nel 2000, con La tela di Penelope ha vinto il premio Gilda Trisolini, silloge pubblicata a cura del Circolo Rhegium Julii.
Del 2004 e del 2005 sono rispettivamente le sillogi Lettera a due madri e Invincibili, entrambe pubblicate da Edizioni Città del Sole.
Renzo Montagnoli


Sulla riva del fiume di Giovanna Giordani Aletti Editore www.alettieditore.it
Poesia silloge
Collana "Gli emersi - Poesia"

Giovanna Giordani, nell'ultima di copertina scrive, fra l'altro:
"Il mio poetare non è ricercato, lo definirei naif, semplice, vero che ubbidisce ad una voce arcana che mi detta le parole per dar forma scritta alle emozioni, ai sentimenti."
E' una testimonianza sincera, benché l'autrice trentina non si sia accorta di aver enunciato con estrema semplicità e quindi con la massima chiarezza il segreto meccanismo con cui nasce una poesia.
E allora io aggiungo che, a fronte di tanti artificiosi formalismi e di contorti pensieri che esposti in modo inutilmente complesso si rivelano poi poca cosa, è meglio la schiettezza, quell'andare al sodo che sa di lontana matrice contadina, che chiama le cose con il loro giusto nome e che è di immediata comunicatività.
In questo suo libro raccoglie le migliori poesie della sua produzione, con temi diversi, che vanno dall'amore alla natura, dal fantastico all'introspezione, temi in ogni caso svolti in modo lineare, proprio con quella semplicità che l'autrice, giustamente, si attribuisce.
Sarà una poesia naif la sua, ma di certo non appare improvvisata, cioè solo estro e niente costruzione, poiché la linearità prevede che, più o meno consapevolmente, il poeta sappia tradurre in lettere l'idea scaturita dal sentimento o dall'emozione secondo una struttura logica atta a raggiungere un equilibrio formale, cioè il ricorso a uno stile.
Per esempio, prendiamo Il senso della vita (Conosce la sua meta / la rondine / dal cielo rapita / / e vola verso il nido/ / l'unico senso / della sua vita).
Poesia assai breve, ma armonica e che esprime metaforicamente assai più di quello che un lettore disattento percepisce.
Oppure
Il silenzio è sovrano / sulla montagna / s'ode soltanto / il canto / lontano / di una campana.
Anche questa è assai breve, eppure riesce a ricreare l'atmosfera ieratica della maestosità delle cime, quel senso di profondo coinvolgimento interiore che dapprima sgomenta, ma che poi trascina a uno stato di intensa serenità.
Quindi ben venga la semplicità di Giovanna Giordani, purché si tratti di questa apparente semplicità, che non viene mai meno anche quando si entra nel fantastico, permeato da una struggente malinconia, come in Ofelia (…./ Crudele destino ti ha carpita/ annegando amore ed i suoi sogni / e non sai che lui mai t'avea tradita.)
Per questo, per i suoi contenuti, per la varietà dei temi Sulla riva del fiume è una silloge che accompagna dolcemente la lettura, infonde serenità, aiuta anche a volare, insomma è un libro da prendere e tenere a portata di mano per quando l'affanno giornaliero ci fa dimenticare che non siamo solo carne, ma anche spirito.

Giovanna Giordani è nativa di Rovereto, ma risiede a Vigolo Vattaro, sempre in provincia di Trento. Ex dipendente di un'azienda di credito è ora in pensione; sposata, con due figlie, il suo più grande desiderio è di completare gli studi, già a buon punto, con la Laurea in Lingue e Letterature Moderne. Sulla riva del fiume è la sua prima pubblicazione.
Renzo Montagnoli


Pro/Testo Versi di AA.VV. Fara Editore www.faraeditore.it
a cura di Luca Ariano e Luca Paci
Introduzione di Mimmo Cangiano
Copertina di Elvira Pagliuca
Poesia

Si ripete fino alla noia che oggi, assai più di ieri, la poesia non ha mercato, ed è pur strano, considerando l'entità numerica, veramente rilevante, degli autori italiani.
Come per qualsiasi prodotto questi non trova compratori se non rappresenta ciò che essi chiedono e in effetti, dopo l'aureo periodo dell'ermetismo, si assiste a un'involuzione della poesia, frutto di un soggettivismo esasperato, di un pernicioso solipsismo che porta a creazioni di versi che non sono più versi, di idee che non lo sono e di nessuna comunicatività, se non per lo sfrenato egotismo degli autori.
Quanto sopra ha tuttavia rare eccezioni, ma proprio perché mosche bianche nello squallido grigiore della pretesa arte poetica non riescono a emergere, apparendo come voci del tutto fuori dal coro.
Si è dimenticata anche una funzione essenziale della poesia, comune peraltro a tutti quelli che si professano letterati, vale a dire ricorrere alla propria arte per comunicare al mondo, all'umanità stati di disagio di cui molti sono vittime inconsapevoli, abbrutimenti derivanti da un servaggio strisciante che si traduce in un eterno scontento, in un'insoddisfazione i cui motivi la maggior parte non sa riconoscere o comprendere.
Ben vengano perciò opere poetiche di vera e propria protesta, come queste raccolta intitolala Pro/Testo, di chiara matrice anarchica e quindi non artefatta o piegata a esigenze di carattere commerciale, ma frutto di una fede di natura filosofica, laddove il concetto di libertà è quanto di massimo possa essere espresso, perché della libertà naturale innata di ogni individuo è qui che si tratta e non di quei concetti retorici così strombazzati nell'attuale decadente società occidentale.

Vito ex partigiano - già allora lo chiamavano
il terun - ha combattuto
nei GAP ma ora vive col respiratore dieci ore al giorno:
non ci sta più con la testa e ti racconta
che lui lì era di casa…quelli sì sono bravi ragazzi
- - non sa di baci e strette di mano cose loro -.
Suo figlio s'è bruciato i polmoni d'Eternit

………
(da Calendario oltre il tempo, di Luca Ariano)

Oppure

Cos'altro ancora la mia parola
se non arma
coltello e lama
penna iniettata di veleno,
di sudore?
Contro lo sciacallaggio dell'ottimismo
nella cecità mediale
compito e dovere
portare letizia e rivolta
carezza e scompiglio
nel torpore.

………
(da Rosso Levante, di Natàlia Castaldi)

O anche

Il Mondo è Morto, non senti l'odore?
Si sente odore d'incenso e idrocarburi,
di eroina e trasmissioni elettorali.

……
(da Il mondo è morto, di Simone Molinaroli)

E potrei continuare, ma le opere sono molte e tutte meritevoli di citazione, tant'è che mi scuso con gli autori che non ho nominato esclusivamente per il fatto che l'articolo diventerebbe eccessivamente lungo e finirebbe anche con il perdersi il filo del discorso.
Già immagino che qualcuno, anzi molti diranno che queste non sono poesie, perché di poesie vedono solo quelle da loro concepite, in un discorso astratto che raramente lambisce la verità, finendo per divenire una sorta di autonomo compiacimento nel tessere la trama di un lavoro che ha solo come finalità se stesso.
Della funzione sociale della poesia, come da me definita, i pochi versi che ho riportato, scritti da Natàlia Castaldi, riflettono bene questa concetto del "protestare", non del "contestare", perché il sistema imperante è un moloch che divora anche se stesso e quindi è giusto il richiamo a un ritorno a una naturale originaria libertà che l'interesse di pochi ha nel tempo soffocato fino al punto che i sudditi ignorano questo dono innato.
Quindi, ben venga la protesta, affinché i versi non siano costruzioni astruse, incomprensibili e asfittiche, ma rappresentino con la loro forza un segnale, una voce chiara nel deserto dell'indifferenza.
E' per questo e per la qualità e i contenuti che la lettura di questo libro è certamente raccomandabile.

Gli autori
Luca Ariano, Marco Bini, Dome Bulfaro, Natàlia Castaldi, Enrico Cerquiglini, Carmine De Falco, Salvatore Della Capa, Chiara De Luca, Fabio Donalisio, Matteo Fantuzzi, Fabio Franzin, Marco Giovenale, Lorenzo Mari, Faraòn Meteosès, Simone Molinaroli, Fabio Orecchini, Luca Paci, Massimo Palme, Rossella Renzi, Eleonora Pinzuti, Alessandro Seri, Tito Truglia, Dale Zaccaria.
Renzo Montagnoli


La giovinezza non muore di Francesco Baldassi Edizioni Tabula Fati www.edizionitabulafati.it
Presentazione di Matteo Pugliares
Nota dell'autore
Poesia raccolta


Non muore mai, non muore
la giovinezza nascosta / dentro il cuore
quando piena s'accende l'espansione
dello spirituale soffio dell'eterno!

Perché tu hai inondato con l'ardore
il fondo, l'anima
che si stringe alla speranza.

Hai rimosso
ogni consuetudine del cuore
avversa alla novità del cielo.


(da La giovinezza nascosta)


Ha ragione Matteo Pugliares quando nella sua incisiva presentazione parla di un viaggio, un movimento inteso come inevitabile cambiamento, dalla tensione interiore causata dallo scorrere dei tempi dell'anima.
In effetti Baldassi rivela un progressivo approccio alla fede con un percorso tutto interiore che lo porta a riscoprire l'innata spiritualità di ogni essere umano e che nel caso specifico si manifesta in un sentire e percepire convergente con la religione cristiana.
Non ci è dato di conoscere il motivo di questo avvicinamento, ma ritengo che non sia improbabile possa derivare da una visione della vita meno pragmatica e positivista in forza di un approfondimento che, nella ricerca dell'IO, ha trovato spiragli per tentare di approdare all'Assoluto.
Quindi, più che una conversione, potrei dire che il tutto riviene da un percorso filosofico che, attraverso l'introspezione, ha svelato nature sopite, finendo con il consentire la percezione di una verità sul perché della vita.
La poetica di Baldassi, che già avevo apprezzato in L'involucro del nulla, raccolta influenzata in modo marcato dall'ermetismo e che posso considerare propedeutica dell'attuale, come del resto anche evidenziato dall'autore nella sua nota, qui stranamente si fa più limpida, meno incline a svariate interpretazioni, come l'artista avesse acquisito certezze in quel lungo cammino ora arrivato alla meta.

Solo parole per aprire il sogno
e la distanza che sovrasta
questa sperduta landa del destino.

Il mondo nel silenzio
sulla croce apre ancora
le sue braccia.

….
(da Malinconia)

Si apprezza, in particolar modo, la linearità dei versi, il fluido scorrere delle parole, in immagini di grande effetto, che nulla hanno a che vedere con il misticismo, ma sono il frutto di una riflessione sulla condizione umana e sul Supremo che ne ha delineato i contorni affinché l'uomo, che vuole sapere con il cuore, in questa consapevolezza trovi la via della verità.
La giovinezza non muore è un'opera di sicuro interesse e presenta il non trascurabile vantaggio di essere accessibile anche a chi, pur non credente, ricerchi in sé il mistero della vita.

Francesco Baldassi vive a Roma dove è nato nel 1938. È stato insegnante di scuola elementare; ha studiato presso i Padri Cappuccini della Provincia di Roma sino all'età di ventiquattro anni.
È laureato in pedagogia, con una tesi su Karl Raimund Popper.
Dal 1969 ha partecipato a movimenti culturali giovanili della capitale ed ha frequentato i sabato letterari alla Libreria Ferro di Cavallo e, successivamente, il gruppo autogestito di "Pubblico e Privato" ed il collettivo "Valore d'Uso".
Dal 1968 ha condiviso posizioni ideologiche, culturali e pedagogiche della sinistra, fin verso la fine degli anni Novanta, conclusisi col ritorno apparentemente improvviso e quasi imprevedibile, alla fede.
Ha pubblicato le seguenti sillogi poetiche: Ceneri del cortile (Rebellato, Padova 1969), Identificazioni e Ossessioni (Gabrieli, Roma 1976), Questa luce indossata dalle nostre parole (Rebellato, Padova 1983), Prova generale (Gabrieli, Roma 1985), Stupore (Gabrieli, Roma 2003), Il volto e la parola (Pigreco, Roma 2004), L'uomo è la sua minaccia (Tabula Fati, 2005), La forza della vita (Patti 2006), Amore coniugale (Tabula Fati, 2006), Lieve il vento (Tabula Fati, 2007), L'involucro del nulla (Tabula Fati, 2008) e La giovinezza non muore (Tabula Fati, 2009). Ha esordito nella narrativa con il romanzo Il ritorno (Bonaccorso, Verona 2008).
Renzo Montagnoli


Il visconte dimezzato di Italo Calvino Arnoldo Mondadori Editore S.p.A.
Presentazione dell'autore
Narrativa romanzo

La prima edizione del Visconte dimezzato usci nel febbraio del 1952 per i tipi di Einaudi e già pochi mesi dopo Calvino diede conto di questa sua stranissima opera in una lettera inviata a Carlo Salinari.
Scrive, fra l'altro "Quando ho cominciato a scrivere Il visconte dimezzato, volevo soprattutto scrivere una storia divertente per divertire me stesso, e possibilmente per divertire gli altri; avevo questa immagine di un uomo tagliato in due ed ho pensato che questo tema dell'uomo tagliato in due fosse un tema significativo, avesse un significato contemporaneo: tutti ci sentiamo in qualche modo incompleti, tutti realizziamo una parte di noi stessi e non l'altra…".
Per quanto questo romanzo possa essere soggetto a diverse interpretazioni, stante il senso metaforico di non poche parti della trama, sembrerebbe, di primo acchito, che il puro divertimento sia stato il motivo principale per scriverlo e del resto, nel prosieguo della lettera di cui sopra, alcune righe dopo si può leggere "Non sono solo io a pensarla così, ad esempio anche uno scrittore molto attento ai contenuti come Bertolt Brecht diceva che la prima funzione di un'opera teatrale era il divertimento. Io penso che il divertimento sia una cosa seria.".
Mi ha colpito questo quasi ossimoro "penso che il divertimento sia una cosa seria", anche perché vi si potrebbe leggere un altro significato di questo romanzo, forse il vero intendimento dell'autore, che sembra dirci che siamo uomini imperfetti, che non riusciremo mai a trovare in noi il perfetto equilibrio, e quindi è inutile angustiarci, ma conviene riderci su, stemperare questa amara consapevolezza di insuccesso con una dose di provvidenziale autoironia.
La vicenda, in effetti, oltre a essere paradossale, ha in questa sua credibile incredibilità il pregio di assicurare un sorriso non fine a se stesso, ma che si smorza con una riflessione sul nostro stato. In ognuno di noi vivono due anime, o meglio due parti, una buona e una cattiva, che si mescolano, che a volte vedono prevalere l'una piuttosto che l'altra, in una sorta di eterno dissidio fra l'aspirazione al bene e la tentazione del male.
Questa storia del visconte Medardo di Torralba, diviso perfettamente in due parti (la destra e la sinistra) da una cannonata turca ha quasi un sapore goliardico, una vena di fresca e incosciente gioventù che permea le righe e che in sordina finisce con il coinvolgere e addirittura travolgere il lettore.
Eppure, se ci si sofferma ogni tanto a riflettere, non è difficile vedere nell'esasperazione non solo anatomica, ma anche psicologica dei due visconti, l'uomo moderno, ancor più schiavo che in passato della sua illusione di completezza, con una coesistenza in ognuno di bene e di male che sfumano fra di loro, in quell'eterno conflitto che spesso inconsapevolmente sosteniamo ogni giorno.
Ed è uno stupore continuo nel verificare come Calvino riesca a trattare concetti complessi con una scrittura fluida, che scivola quasi sul foglio, accompagnata da quell'ironia che riesce a stemperare la crudeltà di certi immagini, in un mondo dove si impicca senza colpe e dove pur esistono località dal nome altamente evocativo e sognante come Pratofungo.
Il visconte dimezzato è il primo dei tre romanzi della Trilogia degli antenati, quasi un'introduzione, uno stuzzicante antipasto di qualcosa di molto più corposo come Il barone rampante e Il cavaliere inesistente.
Ne raccomando, per quanto ovvio, la lettura.

Italo Calvino (Santiago de Las Vegas, 15 ottobre 1923 - Siena, 19 settembre 1985).
Ha scritto numerosi testi di narrativa, fra i quali:
Il sentiero dei nidi di ragno (1947), Ultimo viene il corvo (1949), Il visconte dimezzato (1952), Fiabe italiane (1956), Il barone rampante (1957), Il cavaliere inesistente (1959), Marcovaldo ovvero Le stagioni in città (1963), La giornata di uno scrutatore (1963), Il castello dei destini incrociati (1969), Le città invisibili (1972).
Renzo Montagnoli


Ofelia e la Luna di Paglia di Antonio Messina Edizioni Il Foglio Letterario www.ilfoglioletterario.it  ilfoglio@infol.it
Prefazione di David Frati
Postfazione di Marina Monego
Narrativa romanzo

In noi c'è sempre un modo fantastico in cui rifugiarci per trovare sollievo alle difficoltà della vita reale. E' ciò che vorremmo che fosse e che purtroppo non è mai. E questo è appunto il problema di Nina, una creatrice di videogiochi, prostrata moralmente per la scomparsa del padre. Nel suo lavoro è molto brava, è una delle migliori e quando le viene offerto di collaborare alla realizzazione di un nuovo avveniristico videogame accetta con entusiasmo e non solo per il cospicuo ingaggio. In questa realtà virtuale mette tutto quel mondo che avverte dentro di sé e in particolare allestisce un livello del gioco in cui c'è una figura che ricorda tanto quella paterna.
Non vado oltre nel parlare della trama per non togliere il piacere ai lettori di assaporare la bellezza di questo romanzo. Aggiungo solo che a un certo punto Nina entrerà in quella realtà virtuale, fatta da un arcipelago di incredibile bellezza, da una luna di paglia che sembra bagnarsi ogni notte nel mare e da personaggi, frutto della sua creatività, talmente perfetti da avere un'anima.
Credo che Messina con questo testo sia giunto alla sublimazione del fantastico, permeando visioni oniriche di pura poesia, avvincendo il lettore non solo con una trama incalzante e complessa, ma ponendogli, indirettamente, delle domande su quel che è la vita per ognuno di noi.
Il reale si confonde con il virtuale, l'impressione che si ricava è che gli uomini in fondo siano solo i protagonisti di una rappresentazione a cui ognuno partecipa secondo il ruolo assegnato dagli dei.
In un fantastico caleidoscopio di immagini, dove i sentimenti tuttavia non vengono mai a mancare, tutto scorre su piani paralleli, che a volte si sovvertono, si incrociano, determinando la nostra maggiore o minore razionalità.
E' un viaggio nel sogno, dove tutto è sempre possibile, anche che nulla sia accaduto realmente e nemmeno virtualmente, in un tripudio di sensazioni che finiscono con il portare ad accettare il proprio ruolo.
Sono 160 pagine, cioè nemmeno poche, ma una volta iniziato il libro non riesci a staccartene; e così riemerge poco a poco il mondo interiore di ciascuno di noi che va sempre più somigliando, nella prosecuzione della lettura, a quello del video game, un'oasi di serenità, di pace, con i pescatori che all'alba iniziano la loro giornata, con il Palazzo delle Sorgenti Prossime al Nulla, con la Spiaggia degli Spiriti Vagabondi, con quella Luna di Paglia dal sempre più enigmatico sorriso.
Ho sempre apprezzato la fantascienza filosofica di Antonio Messina, lamentando solo una certa sua complessità, ma in Ofelia e la Luna di Paglia tutto scorre dolcemente come un fiume, senza intoppi, tutto è facilmente comprensibile, ferma restando la straordinaria capacità dell'autore di condurci a profonde riflessioni sulla vita.
Come penso avrete capito ci troviamo di fronte a un autentico capolavoro.

Antonio Messina nasce nel 1958 a Partanna, in provincia di Trapani. Vive a Padova. E' poeta e narratore.
Pubblicazioni:
L'assurdo respiro delle cose tremule (L'Autore Libri Firenze, 2003), La memoria dell'acqua (Edizioni Il Foglio Letterario, 2006), Le vele di Astrabat (Edizioni Il Foglio Letterario, 2007), Dissolvenze (Edizioni Il Foglio Letterario, 2008), Ofelia e la luna di paglia (Il Foglio Letterario, 2009).
Renzo Montagnoli


La luna al traguardo del bosco di Franco Seculin Edizioni Sabinae www.edizionisabinae.com
Immagini di Otello Fabri
Poesia silloge

I versi possono essere detti, anche gridati, ma la forza non sta nel tono, perché in quest'opera di Franco Seculin sono sussurrati, quasi pudicamente volessero svelare le emozioni dell'autore che desidera mostrare la sua presenza senza imporla, che ama comunicare senza pretendere, un'intima confessione, quasi bisbigliata, il cui ascolto deve essere scevro da preconcetti e da giudizi, perché il poeta racconta se stesso.
Sono episodi di vita, ricordi che riaffiorano in un'esistenza assai movimentata che l'ha portato dalla lontana Eritrea a vagare per l'Italia, vedendo luoghi, conoscendo persone, una casa ogni volta, un riadattamento continuo in una serie di esperienze che inevitabilmente si riflettono nella sua poesia che affronta i temi sempre determinanti dell'amore e della morte. Eros e Thanatos sono il contrappeso che bilancia la vita, con quella certezza di un termine che solo l'amore, pur nella sua possibile aleatorietà, può rendere accettabile.

Come un bimbo meravigliato,
ti ho visto aprire una finestra,
per appendere un azzurro nel sole.
….

Notte che vieni silenziosa,
ascolta:
l'uomo che muore ti dice
il saluto.

….

E' un gioco di ombre e di luci, dove l'amore richiama l'azzurro del cielo e la morte rientra nel buio della notte, e quindi Eros e Thanatos sono sole e profondo nero, speranza e passione da un lato, rassegnata comprensione dall'altro.

E a convalidare questa discrasia pochi, chiari e mormorati versi:

Non c'è sole
Per chi non nasce
Libero.
Nella morte
Di ognuno,
Di noi resta il tempo
Delle cose passate.


E il tempo diventa la misura del vissuto, una serie ininterrotta di eventi che testimoniano che esistiamo, così che ciò che veramente conta è quanto si è fatto e non ciò che faremo.

L'amore per Seculin è passione, senza essere follia, è un sentimento che porta a emozioni contrastanti, a dubbi, a certezze, anche a speranze.


Lei.
E' la mantide,
vorace e preziosa,
nascosta in una stella.
Lei.
E' cometa e nemesi, a un tempo.
Per un passato e un futuro.
Incredibili.
Lei è tutto questo, e altro ancora,
ma…non lo sa!


Come in tutte le poesie che si raccontano, che pacatamente ci parlano delle realtà di una vita, si avverte un senso di serenità, di quiete dell'animo, che si propaga contagioso verso dopo verso e, giunti alla fine, non si potrà che apprezzare il silenzio del non detto e il lieve fremito di vento di quanto invece espresso. E' un intarsio di speranze e di timori, è un gioco di luci e di ombre come in una notte di luna in un bosco.
Da leggere, soprattutto la sera, affinché i sogni ci facciano scivolare dolcemente sulla strada della vita.

Franco Seculin
Nasce in Eritrea ai tempi dell'Impero. Dopo l'8 settembre 1943 la sua è stata una vita tutta un trasloco più o meno concordato, sino al termine degli studi superiori al liceo classico e al conseguimento della laurea in Giurisprudenza. Per lavoro ha continuato a girare in lungo e in largo il Bel Paese…da Torino a Bari, da Milano a Cagliari, da Genova a Napoli, Firenze, Roma e Terni, città quest'ultima dove ha vissuto momenti importanti della sua vita.
Il giorno più importante della sua vita è stato l'incontro con la moglie; quello più felice la nascita di sua figlia.
Attualmente risiede con la famiglia a Cuneo, piccola cittadina del Piemonte. Il suo hobby, ma è quasi una necessità, è scrivere: racconti, romanzi brevi, poesie.
Il suo primo "essai" letterario è stata la recensione dei "Racconti immaginari" di Andrè Maurois.
Renzo Montagnoli


Il sentiero dei nidi di ragno di Italo Calvino  Arnoldo Mondadori Editore Spa  Collana Oscar
Presentazione dell'autore
Narrativa romanzo

Il sentiero dei nidi di ragno è il primo romanzo di Italo Calvino, scritto nel 1947, cioè quando l'autore aveva 24 anni e già collaborava con la casa editrice Einaudi occupandosi dell'ufficio stampa e della pubblicità.
Chi pensa di leggere una delle sue straordinarie storie fantastiche si sbaglia, anche se, a tratti, emergono risvolti fiabeschi che stemperano la cruda realtà della vicenda, una sorta di neorealismo improntato tuttavia, pur con una sua autonomia, al verismo di Verga de I malavoglia.
La guerra è finita da poco, con tutti i suoi lutti e la sola esperienza positiva della resistenza, ma siamo in un'Italia che risorge dalle ceneri alimentando speranze, già in parte deluse.
E' il periodo in cui finita la sbornia per la ritrovata libertà ci si interroga sul perché degli accadimenti passati, un percorso indispensabile per acquisire coscienza di ciò che è effettivamente accaduto e delle relative motivazioni.
In questo senso Il sentiero dei nidi di ragno è una splendida metafora dei reali motivi che stanno alla base della maggior parte di chi aderì alla resistenza, ma lo è anche per coloro che invece osteggiarono questo straordinario moto popolare.
Il personaggio principale è Pin, un bambino lasciato solo a se stesso, in condizioni di abbrutimento più morale che fisico e che cerca di essere prima del tempo adulto, non per una maturità raggiunta, ma per il desiderio di evadere dal suo squallido mondo.
Cattivo come può essere uno che non appartiene di fatto né all'infanzia, né alla pubertà, si atteggia a grande, rimanendo con l'esperienza di un bimbo.
In un'epoca di furore, di sangue e di rivolta giocherà alla resistenza, rimanendo sempre solo, senza veri amici, tranne uno, un adulto con la mentalità di un bambino, e con lui che assai probabilmente gli ha ucciso la sorella, meretrice collaborazionista dei tedeschi, si allontanerà nella notte, nel buio di una vita di cui nessuno dei due conosce ancora la strada.
E le motivazioni allora quali sono? Le spiega Kim, un giovane commissario politico: i partigiani combattono per un riscatto dal mondo di miseria e di abbrutimento, lo stesso in cui si trovano anche le camicie nere, ma mentre i primi lottano per spezzare le catene, i secondi si oppongono per mantenerle strette.
Sì, perché tutti i personaggi di questo bel romanzo, visti con affettuosa pietà dall'autore, sono dei vinti, tranne forse Kim che, a differenza degli altri, si pone tutti quei perché, le cui risposte daranno coscienza alla sua e alla loro partecipazione.
Scritto in modo scorrevole, dinamico, mai statico, ha già lo straordinario pregio di introdurre gradualmente alla riflessione, che diventa parte e scopo del testo, al punto che, se rimarranno indelebili nella memoria le figure di Pin, di Lupo Rosso, di Cugino e molti altri, finiremo con il porci anche noi le stesse domande e verremo condotti inconsapevolmente per mano a conoscere le risposte.
E' forse superfluo che aggiunga che ne raccomando vivamente la lettura.

Italo Calvino (Santiago de Las Vegas, 15 ottobre 1923 - Siena, 19 settembre 1985).
Ha scritto numerosi testi di narrativa, fra i quali:
Il sentiero dei nidi di ragno (1947), Ultimo viene il corvo (1949), Il visconte dimezzato (1952), Fiabe italiane (1956), Il barone rampante (1957), Il cavaliere inesistente (1959), Marcovaldo ovvero Le stagioni in città (1963), La giornata di uno scrutatore (1963), Il castello dei destini incrociati (1969), Le città invisibili (1972).
Renzo Montagnoli


Il contesto
Una parodia
di Leonardo Sciascia
Giangiacomo Feltrinelli Editore
Narrativa romanzo

"In pratica, si trattava di difendere lo Stato contro coloro che lo rappresentavano, lo detenevano. Lo Stato detenuto. E bisognava liberarlo. Ma era in detenzione anche lui: non poteva che tentare di aprire una crepa nel muro."

Se di Orwell non si può di certo dire che non riuscisse a vedere oltre l'attualità, ma che fosse in grado di preconizzare il futuro, la stessa cosa vale per Leonardo Sciascia, perché in fin dei conti la strategia della tensione, tutta arroccata in lotte di potere, che tanto ha insanguinato l'Italia e che ora in altra forma sembra avere messo radici assai profonde, in un certo senso era stata prevista dal grande scrittore siciliano.
Forse sperava solo che fosse un'intuizione fantastica, tanto da pensare di scrivere un libro al riguardo, quel Contesto che poi si rivelerà drammaticamente anticipatore di un problema da cui ancora non riusciamo a venire a capo.
Come precisa Sciascia nella nota finale, partendo da un fatto di cronaca gli venne l'idea di scrivergli attorno un romanzo, puramente di fantasia, ma si lasciò prendere la mano dalla vicenda di uno condannato ingiustamente che si mette ad ammazzare giudici e del poliziotto che gli dà la caccia e che a poco a poco diventa il suo alter ego; così, nonostante il paese dove accadono i fatti sia del tutto immaginario, un paese dove i principi, proclamati, vengono quotidianamente irrisi, dove le ideologie in politica servono solo a distinguere i contendenti che il potere si assegna, dove l'unica cosa che conta è il potere per il potere, questo paese piano piano assume una straordinaria rassomiglianza con l'italico stivale. E allora la mano comincia a correre per conto suo, trova una strada ben definita che nella vicenda di fantasia ha tutte le basi di una realtà oggettiva, così che, come dice Sciascia, questa storia che cominciò a scrivere per divertimento, la finì che non si divertiva più.
Romanzo scritto in uno stile particolarmente colto, dove citazioni e rimandi a filosofi sono piuttosto frequenti, tuttavia in mezzo ai morti ammazzati, dove una volta tanto la mafia non corrisponde solo alla Sicilia, ma all'associazione di politici e di istituzioni che, sulla pelle dei cittadini, conducono la loro lotta di potere, quello che conta e che offre una dimensione di grande pregio al libro è il significato del contesto.
E' infatti questo la connivenza che lega gli uomini del potere, potere che diventa il vero protagonista del romanzo e che per effetto di legami e di interessi che si intrecciano fra la politica e le istituzioni, dove tutto si afferma e tutto si nega, in cui è labile il confine fra governanti e opposizione, diventa la mafia.
Il romanzo è straordinario, di altissima qualità, e quindi è sicuramente meritevole di essere letto.

Leonardo Sciascia (Racalmuto, 8 gennaio 1921 - Palermo, 20 novembre 1989). E' stato autore di saggi e romanzi, fra cui: Il giorno della civetta (Einaudi, 1961), A ciascuno il suo (Einaudi, 1966), Todo modo (Einaudi, 1974), La scomparsa di Majorana (Einaudi, 1975), I pugnalatori (Einaudi, 1976), Candido, ovvero un sogno fatto in Sicilia (Einaudi, 1977), Il cavaliere e la morte (Adelphi, 1988), Una storia semplice (Adelphi, 1989).
Renzo Montagnoli


Ginnastica d'epoca fredda di Sergio Sozi Edizioni Historica www.historicaweb.com  info@historicaweb.com
Postfazione di Gianfranco Franchi
Nota storica a cura di Gianclaudio de Angelini
Collana saggi
Narrativa racconto
Saggio letterario

Strano libro, questo, quasi un ibrido, composto com'è da un racconto breve e da un saggio letterario, un insieme che normalmente potrebbe stonare , ma che nel caso specifico offre un risultato pregevole, risultando entrambi i pezzi due autentici gioiellini.
Comincio dal racconto, né breve, né lungo, oserei dire il giusto, proprio perché non c'è nulla di troppo, né si notano assenze nel discorso, condotto in un italiano ormai raro, forbito senza essere lezioso, scorrevole senza essere impetuoso.
La vicenda in sé è grottesca, perché il protagonista, Poliorcete Visentini, dove l'etimologia greca del nome significa assaltatore di città, è l'oggetto di una diabolica scommessa delle autorità italiane e jugoslave (siamo negli anni cinquanta), un gioco infame a cui il personaggio si sottrarrà in un finale esemplare, rivendicando la propria dignità di uomo.
In queste righe, oltre a essere presente tutta l'assurdità della politica, viene evidenziato il ruolo di suddito di qualsiasi cittadino, merce di scambio, individuo da dominare, oggetto in pratica di giochi di potere.
E' questa prospettiva che dona universalità a un racconto che sembrerebbe agli inizi limitato solo al fenomeno contingente delle persecuzioni subite nel dopoguerra dagli italiani nei territori dell'Istria e della Dalmazia.
Sozi sembra dirci che quello che accadde in un certo buio periodo potrebbe accadere nuovamente, anzi accade sempre, continuamente entro e oltre ogni confine. E riguardo ai confini pare evidente che siano solo frutto di un calcolo umano, perché Poliorcete, anche se sta di là, sempre italiano resta e la sua casa, la sua famiglia sono un'isola di italianità, perché non è possibile negare le origini, se non rinunciando alla propria dignità.
In questa doppia chiave di lettura il racconto finisce con l'assurgere a uno stupendo canto di libertà.
Per quanto concerne il saggio (La Letteratura degli Italiani di Istria, Quarnaro e Dalmazia - un breve sguardo) presenta la caratteristica di essere abbastanza breve, eppure esauriente.
Con un'osservazione che parte dal XXIII secolo per arrivare al XX, Sozi fornisce un quadro di quanti, residenti in quelle terre geograficamente italiane da sempre, ma politicamente fino alla fine XVIII secolo, nonché per il breve periodo successivo che va dal 1919 al 1945, hanno lasciato segno in campo letterario, ovviamente scrivendo nella nostra lingua.
Sono molti di più di quanto si possa pensare, segno di una vitalità culturale di tutto riguardo e presente ancor oggi in territori che ormai da tempo non sono Italia, ma Slovenia e Croazia.
La mano di Sozi sa essere leggera, tracciando dei vari autori non tanto una descrizione didascalica, ma evidenziando il significato della loro opera rapportato al tempo in cui vissero.
La lettura così si presenta agevole e consente di fare un progressivo punto della situazione, insomma di avere delle idee un po' più chiare su quello che è stata la produzione letteraria in quei territori.
Mi sembra superfluo aggiungere che Ginnastica d'epoca fredda è sicuramente raccomandabile.

Sergio Sozi è nato a Roma nel 1965 ed è vissuto nel perugino dal 1969 al 2000, anno in cui si è trasferito prima a Capodistria e poi a Lubiana (Slovenia), dove attualmente vive e lavora come insegnante d'italiano, giornalista culturale, scrittore e traduttore dall'inglese, il francese e lo sloveno. Pubblica di cultura dal 1989 su quotidiani (L'Unità, 10 DIECI diretto da Ivan Zazzaroni, Il Giornale dell'Umbria), blog, siti e riviste cartacei e telematici e nel 1995 ha fondato e diretto il trimestrale culturale nazionale ''I Polissènidi''. Il suo primo libro fu la raccolta poetica ''Oggetti volanti'' (Perugia 2000, segnalato dal Premio Sandro Penna 1999), seguito da ''Il maniaco e altri racconti'' (Roma 2007, racconto eponimo segnalato dal Concorso Scritture di Frontiera).
Il racconto ''Ginnastica d'epoca fredda'', prima di essere pubblicato in Italia da Historica Edizioni, è stato segnalato e antologizzato in Croazia nel 2008 a cura del Premio Fulvio Tomizza - Lapis Histriae. Il suo prossimo libro sarà il romanzo ''Il menú'', che uscirà dopo l'estate del 2009 per l'editore Castelvecchi.
Renzo Montagnoli


Cefalonia Sangue intorno alla Casetta Rossa
L'esecuzione degli Ufficiali del 24-25 settembre
1943 e i superstiti della Divisione Acqui

di Paolo Paoletti
Edizioni Agemina
www.agemina.it

Storia

Cefalonia non è solo un'isola greca delle Ionie, meta oggi turistica, ma è stata anche il teatro di una delle più atroci stragi compiute dall'esercito tedesco nel corso della seconda guerra mondiale. Lì nel 1943 era di stanza la Divisione Acqui e dopo l'armistizio dell'8 settembre resistette ai tedeschi, per giungere infine alla resa, dopo la quale fu letteralmente distrutta, parte con omicidi deliberati nel corso di azioni di rastrellamento, parte con fucilazioni e il tutto per espresso ordine di Adolf Hitler.
Quante furono le vittime? Non si saprà mai, ma, secondo vari computi e diverse fonti, si calcola siano state fra 1.700 e 9.400.
Paolo Paoletti, storico a cui si devono diverse opere sugli eccidi compiuti dai nazifascisti e che già aveva scritto dei testi sulla dolorosa vicenda, con questo nuovo libro preferisce relazionare ampiamente sulla sorte degli ufficiali italiani a Cefalonia, la maggior parte fucilati in una località caratterizzata da una casetta rossa, nel cui cortile attesero, e si può immaginare con quale strazio, il loro turno nel macabro rituale dell'esecuzione.
L'autore si muove a distanza di molti anni e cerca di arrivare, se non alla verità, comunque di avvicinarvisi.
Il suo è stato un lavoro metodico, professionale, di ricerca di documenti, al fine di trarre delle plausibili conclusioni.
Come ogni buon storico non ha la pretesa di essere sicuro nei risultati e proprio per questo accompagna il lettore con l'indicazione del metodo esperito, affinché possa comprendere come, per effetto della cronica disorganizzazione italiana e per il tempo trascorso, sia riuscito a giungere solo a maggiori chiarimenti del fatto, con la certezza però che esistono ancora tante zone d'ombra; insomma, il frutto di tanta certosina pazienza è solo un po' di verità, ma non la verità.
Laddove ha elementi di valutazione abbastanza attendibili e completi riesce a spiegare comportamenti e cause, come nel caso dell'atteggiamento, che personalmente ho sempre considerato poco chiaro, del comandante della divisione Acqui, il generale Antonio Gandin, medaglia d'oro al valor militare alla memoria, onorificenza forse conferita un po' troppo frettolosamente.
L'eccidio di Cefalonia fu un atto veramente criminale, voluto personalmente da Hitler, e tuttavia non ebbe conseguenze per chi lo attuò, un ulteriore elemento di straordinaria gravità, questa volta imputabile agli italiani, come la vicenda dell'armadio della vergogna, un chiaro esempio di ragion di stato o, meglio, di oscuri interessi.
Anche Gandin, che pure aveva espresso la devozione al Duce e che era molto stimato dai tedeschi, fu passato per le armi. Fra l'altro sembra che non del tutto estraneo alla sorte della divisione Acqui sia stato anche Mussolini, che da pochissimo liberato dalla prigionia sul Gran Sasso voleva dimostrare la determinazione necessaria per riacquistare il potere.
Ma perché fu dato l'ordine di passare per le armi i soldati italiani a Cefalonia?
Sembrerebbe che la causa dell'eccidio sia stata proprio il comportamento del generale Gandin, da cui i tedeschi attendevano la massima collaborazione, alla luce dei suoi precedenti bellici e della sua fede fascista. In effetti all'inizio delle trattative per la resa e anche nei giorni immediatamente precedenti il comportamento del comandante fu consono alle aspettative, ma poi intervenne qualche cosa (e con tutta probabilità fu l'atteggiamento di buona parte degli ufficiali e della truppa, che non intendevano cedere le armi, ma anzi desideravano ricorrervi) che mandò a monte i piani e precisamente fu il laconico comunicato di Gandin con cui annunciava che i suoi uomini non volevano arrendersi.
Da lì iniziarono gli scontri, particolarmente sanguinosi.
Fra l'altro, Gandin rimase con la sua divisione, pur continuando a manifestare un comportamento ben poco chiaro, visto che da un lato sparava addosso agli ex alleati e dall'altro metteva a loro disposizione un'ambulanza con tanto di uomini della sanità.
Insomma, questo generale non seppe decidersi del tutto se stare con l'ex alleato o combatterlo e inoltre dimostrò agli occhi dei tedeschi l'incapacità di dominare le proprie truppe, due fattori negativi contemporanei che portarono alla reazione spropositata.
Questa è la parte migliore e più interessante del libro, che prosegue poi con il tentativo di dare un numero esatto degli ufficiali fucilati alla casetta rossa, compito improbo, se non impossibile, e così le ultime pagine risultano costituite da lunghi elenchi di nominativi, diversi a seconda di chi provvide a stilarli.
E' la parte meno avvincente, ma d'altra parte ha la sua valenza storica, perché quelli che morirono là, a Cefalonia, sono stati, tutti, dei protagonisti della storia ed è quindi giusto, o comunque auspicabile, sapere quanti e chi furono.
Il libro è di indubbio interesse e quindi la lettura è sicuramente raccomandabile.

Paolo Paoletti
da 25 anni svolge ricerche negli archivi italiani ed esteri.
È stato il primo a portare in Italia gli atti delle commissioni d'inchiesta inglesi e americane sulle stragi naziste che poi hanno portato il procuratore Intelisano a cercare e a trovare l'"Armadio della Vergogna".
Pubblicazioni:
Firenze: giorni di guerra (Ponte alle Grazie, 1992), con Biscarini Claudio e Meoni Vittorio 1943-1944: vicende belliche e Resistenza in terra di Siena (Nie, 1994), Sant'Anna di Stazzema. 1944: la strage impunita (Mursia, 1998), 1944 San Miniato. Tutta la verità sulla strage (Mursia, 2000), I traditi di Cefalonia. La vicenda della divisione Acqui 1943 - 1944 (Frilli, 2003), I traditi di Corfù. Quel tragico settembre 1943 (Frilli, 2003), Firenze agosto 1944. Alleati, tedeschi, C.T.L.N., partigiani e franchi tiratori nel mese più sanguinoso della storia fiorentina (Agemina, 2004), La strage di Fossoli. 12 luglio 1944 (Mursia, 2004), Il delitto Gentile. Esecutori e mandanti. Novità, mistificazioni e luoghi comuni (Le Lettere, 2005), Il capitano Apollonio l'eroe di Cefalonia. La manipolazione della storia sulla divisione Acqui (Frilli, 2006), Cefalonia 1943: una verità inimmaginabile (Franco Angeli, 2007), Volontari armati italiani (Frilli, 2008), Vallucciole: una strage dimenticata. La vendetta nazista e il silenzio sugli errori garibaldini nel primo eccidio indiscriminato in Toscana (Le Lettere, 2009).
Renzo Montagnoli


Il futuro bruciato
come ci stanno incenerendo la salute insieme al pianeta
di Stefano Montanari
Illustrazioni di Vilfred Moneta
Edizioni Creativa
www.edizionicreativa.it
Collana dissensi
Saggistica

Il filosofo greco Anassagora scriveva all'incirca 2.500 anni fa "Nulla si crea, tutto si trasforma, nulla si distrugge." Ci vollero però ben 2.200 anni perché questa teoria potesse essere dimostrata dal grande chimico francese Antoine Laurent de Lavoisier.
In quelle poche parole, in quel nulla si crea, tutto si trasforma, nulla si distrugge c'è una verità assoluta che solo un essere stolto come l'uomo, per vanità e potere, non riconosce.
Ora Stefano Montanari, con questo saggio Il futuro bruciato, ha svolto un lavoro di grandissima utilità, rivolto soprattutto ai giovani e alle future generazioni affinché comprendano gli errori compiuti dagli esseri umani negli ultimi 200 anni della nostra storia, cioè da quando, nella seconda metà del XVIII secolo è iniziata la rivoluzione industriale e con essa un consumismo diventato sempre più sfrenato che ha depauperato le risorse del pianeta e creato una quantità di immondizia tale da superare abbondantemente tutta quella accumulata dagli albori dell'homo sapiens fino appunto alla metà del '700.
Ma Il futuro bruciato è utile anche per noi, per comprendere quanto siamo stati turlupinati - e continuiamo a esserlo - da individui solo apparentemente disinteressati, disposti a tutto per raggiungere i profitti, anche negando ogni evidenza.
Il percorso tracciato da Montanari parte dalla scoperta del fuoco, dalla sua lenta applicazione per migliaia di anni, e poi all'improvviso aumento della richiesta di energia con l'avvento dell'industrialismo. Fonti energetiche prescelte, sprechi, spazzatura hanno condizionato un pianeta al punto che ora lo stesso appare agonizzante e poiché nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma, l'uomo è riuscito in un compito quasi impossibile, cioè rendere invivibile la propria esistenza. L'analisi dell'autore è impietosa, non si limita a una semplice denuncia, ma indica anche soluzioni fattibilissime e non campate in aria, e che proprio per questo non verranno adottate dai governi perché minano l'interesse dei soliti pochi.
Il ricorso alle inesauribili energie alternative, quali il solare e l'eolico, porterebbe un duplice vantaggio: non depauperare ulteriormente il pianeta e non produrre scorie, sia sotto forma di ceneri che di gas, nell'ottenere energia.
I famosi inceneritori, pomposamente chiamati termovalorizzatori, producono un'energia ben inferiore a quella che è stata necessaria per ottenere il combustibile (l'immondizia), oltre a liberare nell'atmosfera gas tossici, particelle infinitamente piccole, ben inferiori ai PM10, di notevole pericolosità per la salute umana.
Al riguardo è giusto che si sappia che nelle vicinanze degli inceneritori, così come nel circondario di una centrale nucleare, il numero degli abitanti con neoplasie è di gran lunga superiore alla media nazionale. Le autorità lo negheranno, forniranno dati addomesticati, ma purtroppo è così.
Se vogliamo poi limitare la massa delle spazzature dobbiamo rivedere il nostro modello di vita, comprando solo ciò che è effettivamente necessario, perché con il superfluo facciamo l'interesse di pochi, danneggiando tutti. Quindi è solo un apparente arretramento del nostro status economico, dove al concetto di quantità sovrabbondante si sostituisce quello di qualità della vita. Basta poco per cominciare, come, per esempio, abolire gli usa e getta, ritornando a quei vuoti a rendere per il latte, per il vino, per la birra che erano la norma nemmeno una cinquantina di anni fa.
Il futuro bruciato, quindi, è più di un libro da leggere, è quasi la Bibbia dell'uomo consapevole e che desidera ritornare a una vita migliore. Sarebbe da diffondere in ogni scuola, dovrebbe essere studiato, ma intacca troppo lo status quo di chi ci comanda e allora non posso far altro che raccomandarvene la lettura, gratificata anche dalle riuscitissime vignette di Vilfred Moneta.

Stefano Montanari
Dal 1972 è impegnato nella ricerca medica e nel 1997 è stato protagonista insieme con la moglie Antonietta Gatti di una scoperta destinata a cambiare la Medicina: le polveri sottili e ultrasottili prodotte da tante attività umane sono in parte catturate e trattenute dall'organismo dove causano una serie di malattie chiamate nano patologie. Montanari non è solo uomo di scienza ma anche un appassionato divulgatore rivolto soprattutto ai giovani che erediteranno il mondo.

Vilfred Moneta
Più vignettista che illustratore, ha collaborato satiricamente per il blog Beppe Grillo, e per lui ha inoltre realizzato lo storico simbolo del primo V-DAY. Diverse collaborazioni con periodici e quotidiani nazionali, alcune mostre satiriche alle spalle, da anni è professionalmente legato al mondo del teatro ragazzi, e, con rinnovato entusiasmo alla compagnia Il Piede Volante Teatro di cui è co-fondatore. L'istruzione sportiva e i viaggi non lo hanno ancora abbandonato.
Renzo Montagnoli


Due racconti deliziosi

Juve-Napoli 1-3 La presa di Torino, di Maurizio de Giovanni
 - Edizioni Cento Autori

Ti racconto il 10 maggio, di Maurizio de Giovanni
 - Edizioni Cento Autori

Premetto che il mondo del calcio, quello sportivo, professionistico per intenderci, mi ha sempre interessato poco, anche se in gioventù, quando il Mantova era in serie A, seguivo tutte le partite in casa, attirato, più che dall'incontro, dalla varietà dei personaggi presenti sugli spalti, un campionario di individui di indubbio interesse.
Maurizio de Giovanni, scrittore di razza e di alta qualità (sua è la serie di bellissimi romanzi con protagonista il commissario Ricciardi), napoletano verace, ha ovviamente nel cuore la squadra di calcio della sua città e con questi due racconti la coglie nel momento del suo splendore, partendo dalla prima insperata vittoria a Torino sulla Juventus per finire al 10 maggio 1987 con la conquista del primo scudetto.
La passione per questo sport è presente nel narratore, ma è preponderante l'osservazione dell'ambiente, degli uomini che si agitano negli stadi, insomma diciamo che, un po' come me, ha un occhio più alle gradinate che al campo di gioco. Quello che lo differenzia da me è il saper tramutare in parole scritte le sensazioni e le emozioni di quei momenti, con una verve comica che non nasconde anche una certa ironia, più verso se stesso per quella trepidazione per la squadra del cuore di cui è orgoglioso, pur nella consapevolezza dell'incomprensibile irrazionalità che è propria del tifoso.
Dalla sua penna escono così pagine memorabili, con protagonisti che se non sapessi per esperienza che esistono sembrerebbero inventati, in un'atmosfera gioiosa che non può non trascinare all'entusiasmo il lettore anche se non sostenitore della squadra partenopea.
Più ilare il primo racconto (Juve - Napoli 1-3) e invece più riflessivo, quasi a voler far emergere dalla memoria i particolari di un giorno indimenticabile il secondo (Ti racconto il dieci maggio), restano comunque due splendidi esempi delle capacità di questo scrittore che, oltre a un'indubbia eccellenza stilistica, rivela un'indole non comune nel saper scrutare nell'animo dei protagonisti, andando ben oltre quelle che possono solo sembrare le apparenze dei gesti e dei comportamenti.
Leggere le pagine di questi due piccoli libri è stato veramente piacevole, addirittura coinvolgente, e quindi sono dell'idea che possano interessare non solo i napoletani, che pure ne hanno fatto incetta, ma tutti, in uno sport come il calcio fatto non solo da ventidue uomini in campo che corrono dietro a una palla, ma anche da un numero imprecisato di individui che, trepidanti sugli spalti, corrono con loro.

Maurizio de Giovanni è nato nel 1958 a Napoli, dove vive e lavora.
Ha pubblicato:
Il senso del dolore. L'inverno del commissario Ricciardi (Fandango Libri, 2007), Le beffe della cena ovvero piccolo manuale dell'intrattenimento in piedi (Kairòs, 2007), La condanna del sangue. La primavera del commissario Ricciardi (Fandango Libri, 2008), Juve-Napoli 1-3 La presa di Torino (Cento Autori, 2008), Il posto di ognuno. L'estate del commissario Ricciardi (Fandango Libri, 2009), Ti racconto il dieci maggio (Cento Autori, 2009).
Renzo Montagnoli


Le quattro stagioni di un viaggiatore solitario di Massimo Baldi Edizioni Creativa www.edizionicreativa.it
Nota iniziale dell'autore
Collana Versi Creativi
Poesia silloge

Il titolo è abbastanza eloquente e la nota introduttiva dell'autore fuga ogni eventuale dubbio: le quattro stagioni sono quelle dell'esistenza, sempre uguali, ma giustamente sempre diverse fra loro.
Largo spazio e prevalenza di poesie è per quelle d'amore, così che non è difficile arguire che le stagioni del cuore appaiono all'autore quelle determinanti e che rendono il percorso terreno unico, irripetibile e fantastico.
E' un tripudio così di omaggi alla compagna di una vita, osservata solo con gli occhi estasiati che può avere un poeta innamorato (Io, te e una terrazza sulla fine rena sabbiosa: / mille, e poi altre mille, onde spumose / in lontananza si increspano /…) oppure (Nei tuoi occhi smeraldo rinasco ogni mattino / e del tuo virgineo sorriso mi compiaccio. /…).
Appare così indubbia l'essenza emotiva che ispira e anima i versi e del resto che l'amore faccia andare il mondo non è solamente una frase fatta, ma è riscontrabile realtà, anche se purtroppo ai tempi attuali ci sono altri stimoli, ben diversi e spesso infimi, che sembrano presiedere alle vite degli individui.
Se nell'amore non c'è spazio per le metafore, nella tarda stagione, l'ultima, il ricorso a questo tropo trova il risultato migliore in La locomotiva in pensione (Sbuffa la vecchia locomotiva a vapore, / è un puntino lontano e avanza veloce in una / nuvola grigia: / e le ruote stridono, puzzo di ferro sulla strada / ferrata; / undici vagoni fedeli la seguono, in lenta processione. /…).
C'è anche spazio per lo sdegno causato dalla guerra, ma soprattutto per quello provocato dall'indifferenza, che senz'altro costituisce uno degli aspetti più negativi dell'attuale società.
E' una visione sconsolata della vita che ha questo viaggiatore solitario, inteso in tal senso in quanto sconosciuto agli altri compagni di percorso; nondimeno sembra dirci che tutto può ricominciare con l'amore, salvezza e anche inizio di un nuovo mondo.
Non manca anche la poesia religiosa, semplice, non tronfia o retorica, ma che sembra il frutto di un dialogo intimo fra il poeta e Dio.
Concludono questo libro alcuni aforismi, o perle di saggezza come preferisco chiamarli io, e uno in particolare mi ha colpito per la sua logica stringente e perché rientra giustamente nel concetto di vita come quattro stagioni.
L'uomo
L'uomo giovane sperimenta la vita, il dolore, la
gioia, l'ira, l'amore, il sesso, la colpa, l'espiazione,
l'uomo vecchio la contempla con distacco e
saggezza.

E non poteva mancare quello sull'amore, che tuttavia non riporto, per quanto riuscitissimo, invitandovi quindi a prendere per le mani questo libro e a leggerlo con calma, perché vi assicuro che ne vale la pena.

Massimo Baldi è nato il 30 aprile del 1966 a Torre del Greco, in provincia di Napoli.
Attualmente risiede a Marino, ridente località dei Castelli Romani ed è felicemente sposato dal 1999: usa affermare, senza ombra di dubbio, che la sua compagna di vita rappresenta la Musa ispiratrice, una persona indispensabile come aria e ricca di infinite virtù.
Laureato brillantemente in ingegneria elettrotecnica nel marzo del 1993, lavora come consulente aziendale nel settore dell'Information Technology, tuttavia non ha mai smesso di coltivare l'immensa passione per l'archeologia, in particolare per la civiltà dell'Antico Egitto e, soprattutto, per la poesia, che ama sin dall'adolescenza; sognatore, romantico, caparbio e genuino, adora il contatto con la natura e ama viaggiare, conoscere nuovi luoghi, nuove culture.
Ha pubblicato la sua prima silloge, in qualità di co-autore, all'interno della collana "Spazio a chi sa scrivere"- Spiragli 54 nel 2003 (Editrice Nuovi Autori); tra il 2006 e il 2008 alcune sue poesie sono state inserite nell'antologia L'Eco del vento e all'interno della rivista quadrimestrale "Poeti e Poesia" (Editrice Pagine).
Altre sue poesie sono presenti su Siti letterari on line e sul suo blog personale.
Ha pubblicato il mio primo libro di poesie "a solo" Le quattro stagioni di un viaggiatore solitario nel febbraio 2009 con la Casa Editrice Creativa e ha in cantiere numerosi altri progetti.
Blog: http://maxbaldi.splinder.com/ 
Renzo Montagnoli


Il posto di ognuno.
L'estate del commissario Ricciardi
di Maurizio de Giovanni
Fandango Libri
www.fandango.it
Narrativa romanzo

Come ho aperto il libro ho avuto chiara la sensazione di aver ritrovato dei vecchi amici, di quelli con cui ci si vede magari solo una volta all'anno. C'è il brigadiere Maione un po' ingrassato, tanto che si è messo a dieta e poi c'è l'Enrica, una presenza silenziosa, non appariscente, ma capace di dare luce a una notte e a un'intera vita. Il dottor Modo, nonostante il suo antifascismo, è ancora lì e sembra dirmi che la vita deve essere presa con ironia, sì con uno spirito leggero, e se detto da lui c'è da credergli, perché i suoi clienti non sono di certo ciarlieri, muti come possono solo esserlo i cadaveri.
E poi c'è lui, quegli occhi intensi, in cui sembra galleggiare il dolore del mondo, un uomo Ricciardi a cui tenderei subito la mano per prendere un po' della sua sofferenza e per vederlo un po' sereno, magari al braccio di Enrica, la cui madre s'è messa in testa di accasarla con un bellimbusto e nemmeno a farlo apposta la giovane deve anche confrontarsi con la bellissima Livia, che si è incapricciata del commissario, il tutto nel corso di una difficile indagine per la soluzione di un efferato delitto e in un'estate particolarmente torrida.
Cari amici, tutti, è sempre un piacere essere con voi, anno dopo anno, stagione dopo stagione, entrare in quelle pagine per presenziare, ospite invisibile, alle vostre storie, per essere partecipi della vostra esistenza che non ha nulla di titanico, di grandioso, ma che riflette i vostri caratteri fondamentalmente buoni, con quel senso di pietà che vi accompagna di fronte alle vittime dei delitti e davanti agli omicidi che assicurate alla giustizia.
Caro Maione, caro Ricciardi, cara Enrica, non sapete quanto mi siete mancati dal nostro ultimo incontro. Ora vi vedo nuovamente, fra le pagine del libro che sfoglio, fra le righe che divoro, coricato sul letto la sera in attesa di un sonno che, grazie a voi, non potrà che essere ristoratore, accompagnato dalla vostra presenza nei miei sogni.
Lo so che quanto ho scritto è un po' strano per una recensione, per quelle righe che un lettore attento compone per giustificare il suo giudizio su un'opera.
Ma voi siete quest'opera, voi e tutti i personaggi che la animano, in un'atmosfera falsa tipica di un regime, dove non si deve parlare né di miseria, né di crimini.
A volte pure mi commuovo, e voi non ve ne accorgete, perché non mi vedete e forse è anche meglio, perché così non perdete quella naturalezza di gesti e di comportamenti che vi contraddistingue.
Stare con voi è meglio di vedere un film della televisione, essere insieme a voi è un confrontarsi continuamente, riscoprendo quei vizi e quelle virtù che, in maggiore o minor misura, sono dentro di noi.
Voi siete un'umanità reale, tangibile, che ora non si trova più in un mondo in cui ognuno è diverso da quel che appare; voi invece siete limpidi, con i vostri sentimenti, le vostre emozioni, i vostri amori, le gelosie, il desiderio di un mondo più giusto. In proposito, cari Ricciardi e Maione mi piacete tanto perché non siete dei giustizieri, ma cercatori di verità, incrollabili, tutti tesi allo scopo, ma anche misericordiosi, comprensivi senza indulgere al troppo facile perdono.
Siamo arrivati all'estate e poi ci sarà l'autunno, l'ultima delle quattro stagioni, a quanto pare.
Ma io vi voglio vedere, vi voglio ritrovare ogni anno e anche se non sono napoletano prego San Gennaro perché sia così e che illumini Maurizio de Giovanni, pure lui presente e invisibile a voi, ma che, a differenza di me, vi suggerisce ogni passo.
Anche a nome vostro chiedo perciò a San Gennaro di farci la grazia che de Giovanni continui a permettere questi nostri indimenticabili incontri.
Quanto a voi, in preda alla commozione, dico arrivederci, cari, grandi, splendidi amici, come splendido è il libro che vi racchiude.

Maurizio de Giovanni è nato nel 1958 a Napoli, dove vive e lavora. Ha pubblicato i primi tre titoli della serie del Commissario Ricciardi Il senso del dolore (2007), La condanna del sangue (2008) e Il posto di ognuno (2009) con Fandango Libri.
Renzo Montagnoli


Come diventare scrittori oggi di Andrea Mucciolo Eremon Edizioni
In libreria da settembre 2009

Come scrivere un romanzo? A quale casa editrice inviare la propria opera? Come inviare un testo e come presentarsi a un editore? Come promuovere voi stessi e il vostro libro? Dove e come trovare l'ispirazione?
In questo libro, ricco di consigli e informazioni utili per tutti gli aspiranti scrittori, l'autore senza faziosità alcuna e con estrema obiettività, darà una risposta a questi interrogativi, comuni a tutti coloro che si apprestano ad inviare la propria opera presso una casa editrice o semplicemente a chi voglia intraprendere la strada della scrittura. Particolare attenzione viene rivolta a tutto ciò che riguarda la promozione del proprio libro e la diffusione della propria immagine di scrittore. Ogni argomento verrà trattato dall'autore da più libere angolazioni affinché l'autore esordiente, che vuol saperne di più sull'ambiente editoriale e letterario, possa sì imparare delle nozioni in più, ma al tempo stesso essere libero di ragionare con la propria testa e di formarsi delle idee autonome, prendendo come spunto il presente saggio.
Il libro è rivolto a tutti coloro che scrivono perché vogliono pubblicare; il testo quindi è principalmente incentrato sulla scrittura vista come un mezzo, non come un fine.
http://www.galassiaarte.it/come_diventare_scrittori_oggi.html

Andrea Mucciolo
Andrea Mucciolo, è uno scrittore e web designer, nato a Roma, l'11 luglio del 1978.
A partire dal 2005, inizia a collaborare con alcune case editrici svolgendo attività di promotore editoriale e in seguito correttore di bozze.
In seguito, comincia a dedicarsi molto alla scrittura di poesie e racconti brevi, alcuni dei quali sono stati pubblicati sulla Rivista Inchiostro:
"Sono io?" "Inchiostro" (nº 55) sezione "racconti bonsai";
"Leti 40234627" racconto di fantascienza, "Inchiostro" (nº 56);
"Non ci sono più le mezze stagioni" "Inchiostro" (nº 58);
"Il lavoratore" racconto bonsai, "Inchiostro" (nº 58);
"Etera" poesia, "Inchiostro" (nº 61).
Nel 2006, pubblica il suo primo romanzo, "Divieto d'uscita" edito dalla Eremon Edizioni.
Nel 2007, oramai nel pieno della sua produzione letteraria, fonda il portale d'arte e letteratura esordiente www.galassiaarte.it nel quale, tra le altre cose, ha dato visibilità a centinaia di scrittori e poeti emergenti, pubblicando gratuitamente on line le loro opere.
Attualmente Andrea vive ad Ardea, in provincia di Roma, svolgendo attività di webmaster e web designer come libero professionista, occupandosi anche di seo e web marketing. Nel tempo libero, scrive racconti e poesie, alcuni dei quali vengono pubblicati su riviste di narrativa.


Un ordinato groviglio di Piera Maria Chessa Edizioni Il Filo www.ilfiloonline.it
Prefazione di Maria Paola Sambusseti
Postfazione di Anna Maria Capraro
Poesia silloge

Il verso poetico può essere un mezzo per rappresentare la visione personale della vita in un approccio di carattere filosofico e allora la lettura, se pur appagante, diviene complessa.
Ma ci sono anche poesie di diversa natura, dove è la parola stessa che è "poesia", che serve a descrivere situazioni all'apparenza di normale quotidianità e che per l'autore rappresentano stati emotivi che danno luogo a riflessioni.
Sono, queste, composizioni più semplici, più accessibili, ma non per questo meno valide e che alla fine consentono una lettura egualmente appagante e coinvolgente.
E' il caso di Un ordinato groviglio, di Piera Maria Chessa, un librettino che procede per temi, ognuno dei quali corrisponde a situazioni ben precise e definite. Si passa così da quell'atmosfera intima, quasi ovattata di Nei silenzi della casa (Abbandonano i rami / le foglie secche del mio giardino. / Cadono leggere scricchiolando / sulla terra bagnata, / coprendo l'erba lucente di rugiada. /…) alle osservazioni attente, memorizzate di Per le strade ( Firenze la ricordo / dall'alto dei colli di Fiesole, / distesa sotto il mio sguardo ammirato. / Sentivo di possederla, / mi sentivo posseduta / in quel groviglio ordinato / di case e viali. /…).
C'è anche spazio per i Ritratti di comuni figure che accompagnano la nostra vita (Ti osservo, bambino, / chino sul foglio nel quale scrivi. / Mi colpisce il tuo incarnato chiaro, / levigato, i lineamenti puri, / la tua riservatezza. / …) e poiché la vita ci racchiude quasi sempre fra pareti invisibili ecco allora Il prigioniero (Il prigioniero cammina lento / nella cella / ascoltando la pioggia che batte / sul vetro opaco del lucernario. /…).
Tutto ciò che è esistenza, un viaggio in corso con le sue tappe, i suoi avvenimenti, i ricordi, le pene rientrano negli svolgimenti della poetessa e fra questi c'è anche La certezza del dolore (L'auto è in sosta, / una donna straniera tende / la sua mano. / Un intreccio di sguardi / e la muta richiesta / di aiuto. /…), né poteva mancare la memoria di chi non c'è più o di fatti irripetibili che ritroviamo ne Il quaderno delle assenze (…/ Non ci sei / ma il tuo ricordo mi accompagna, / anticipa i passi / preparando la via sulla quale cammino.).
La vita è un inevitabile intreccio di eventi, di persone, di sensazioni, di emozioni, un disordinato groviglio della mente che Piera Maria Chessa con questa silloge ha sistemato, mettendo ordine in quel caos che è il nostro passato, un indispensabile riassetto per poter proseguire.
La lettura di questo libro è senz'altro consigliabile.

Piera Maria Chessa è nata a Pattada (SS) il 13 giugno del 1949. Si è laureata in Pedagogia nel 1975 presso la Facoltà di Magistero dell'Università di Sassari. Vive e insegna a Oristano. E' socia dell'Associazione Culturale pARTIcORali della sua città ed è curatrice del blog www.imuliniavento.splinder.com.
Ha partecipato a numerosi concorsi letterari ottenendo premi e segnalazioni di merito, e alcuni suoi componimenti sono ricompresi in antologie.
Renzo Montagnoli


I pugnalatori di Leonardo Sciascia Adelphi Edizioni
Nota finale dell'autore
Collana Piccola Biblioteca Adelphi
Narrativa romanzo storico

Il 1° ottobre 1962 la città di Palermo è funestata da una terribile azione criminale; infatti, alla stessa ora, e in luoghi diversi tredici persone, in nessuna relazione fra loro, vengono pugnalate da sconosciuti. A investigare sul grave fatto di sangue, che appare subito come il frutto di una sordida macchinazione, è il procuratore Guido Giacosa, piemontese e da poco dimorante in Sicilia. Riuscirà, con non poche difficoltà, a scoprire i colpevoli e anche i mandanti, ma questi ultimi sono personaggi di elevato livello e il povero magistrato ne uscirà distrutto.
Da un fatto veramente accaduto, Leonardo Sciascia costruisce qualche cosa di più di un romanzo storico, ma un'indagine nell'indagine, una serrata e logica dissezione del potere che, nelle sue faide, richiama comportamenti che saranno motivo di lutti più di un secolo dopo.
E' veramente rilevante la lucidità con la quale lo scrittore siciliano descrive l'atmosfera dell'epoca, di una Sicilia da poco parte del Regno d'Italia, con i nobili locali che proseguono nel loro assurdo gioco di abbracciare la causa del nuovo governante, per poi immancabilmente chiedere il ritorno del precedente, tutti tesi a speculare vantaggi spesso risibili.
In un complotto di grande portata solo l'opera di Giacosa, onesto e ligio funzionario di giustizia, riesce a impedirne la prosecuzione, volta a creare destabilizzazione, sfiducia, paura nei cittadini per stragi inspiegabili che purtroppo ricorrono nella storia del nostro paese. Gli indizi, le prove sono tali da consentire la condanna degli esecutori e dei mandanti, ma nelle mani del boia finiranno solo quei pugnalatori che per una modesta somma hanno sparso il terrore in città. La testa del serpente, nobili ed ecclesiastici, non viene nemmeno scalfita, nella logica aberrante che i poteri e i contropoteri sono composti da individui della stessa pasta, una specie di confraternita che gioca a una guerra le cui vittime sono solo i cittadini.
I pugnalatori è indubbiamente un'opera minore, ma il pensiero di Sciascia la permea dalla prima all'ultima riga. E infatti il romanzo termina con una frase che abbiamo già sentito troppe volte: Ad un certo punto del suo intervento sull'interpellanza La Porta, Francesco Crispi aveva detto:- Penso che il mistero continuerà e che giammai conosceremo le cose come veramente sono avvenute.
Sciascia laconicamente aggiunge: Si preparava così a governare l'Italia.
La lettura è più che consigliata.

Leonardo Sciascia (Racalmuto, 8 gennaio 1921 - Palermo, 20 novembre 1989). E' stato autore di saggi e romanzi, fra cui: Il giorno della civetta (Einaudi, 1961), A ciascuno il suo (Einaudi, 1966), Todo modo (Einaudi, 1974), La scomparsa di Majorana (Einaudi, 1975), I pugnalatori (Einaudi, 1976), Candido, ovvero un sogno fatto in Sicilia (Einaudi, 1977), Il cavaliere e la morte (Adelphi, 1988), Una storia semplice (Adelphi, 1989).
Renzo Montagnoli


ÉMILE ZOLA
SCRITTORE SPERIMENTALE

Per la ricostruzione di una poetica della modernità
di Giuseppe Panella
Edizioni Solfanelli
www.edizionisolfanelli.it

Saggistica letteraria

Devo ammettere che risulta assai difficile, o addirittura quasi impossibile, scrivere la recensione di un saggio letterario capace di affrontare la figura di uno scrittore come Emile Zola, fondatore del Naturalismo, corrente letteraria che si ispira, come metodologia, a Claude Bernard, grande medico francese, autore dell’Introduzione alla medicina sperimentale.
Precursori di questa concezione, antitetica del romanticismo e che si basa sul fatto che la psicologia dell’uomo debba essere considerata alla stessa stregua di ogni fenomeno naturale e quindi con la stessa evoluzione di causa ed effetto, furono senza dubbio Balzac e Flaubert, ma Zola fu colui che la sviluppò ai massimi livelli.
Del resto nel Saggio su Il romanzo sperimentale che comprende tutti gli scritti teorici pubblicati da Zola nel 1880, lui stesso definisce il romanzo una conseguenza dell’evoluzione scientifica del secolo; esso è, in una parola, la letteratura della nostra età scientifica, come la letteratura classica e romantica corrispondeva a un’età scolastica e di teologia.
Da qui l’osservazione diretta di esseri umani, dei loro comportamenti, delle loro reazioni, dei loro ambienti, indispensabile per scrivere un romanzo.
E infatti le descrizioni sono improntate al più rigoroso realismo, il che se incontrò notevoli favori, però diede luogo anche a reazioni piuttosto accese negli ambienti più conservatori dell’epoca.
Benché da noi più conosciuto per Teresa Raquin, per Nanà, Germinal e La bestia umana, il grosso della sua produzione va ascritto al Ciclo de I Rougon-Macquart, di cui peraltro fanno parte gli ultimi tre dei succitati romanzi.
Si tratta di una serie di opere (una ventina) in cui l’intima connessione tra i protagonisti del gruppo familiare e sociale ivi descritto rende la loro storia esemplare, anzi la vera storia narrata del Secondo Impero Bonapartista.
E qui l’adesione al modello di scienza sperimentale teorizzato da Bernard trova la più completa delle applicazioni nelle azioni, nelle passioni, nei comportamenti dei componenti di questa stirpe, all’origine dei quali vi è un’accertata lesione organica, cioè secondo la moderna terminologia ci sono elementi del codice genetico che finiscono con il condizionare i discendenti, segnandone in pratica l’esistenza.
Con questi presupposti e con lo spietato realismo che induce lo scrittore a osservare con la massima attenzione il comportamento di soggetti reali analoghi ai personaggi della vicenda, è evidente che lo spazio per la creatività si riduce alquanto, finendo con il costituire solo l’ossatura del racconto, il fil rouge intorno al quale gira tutta la storia.
Questo saggio, peraltro facilmente accessibile come esposizione, presenta l’indubbio vantaggio di parlare, in modo coordinato e razionale, di questa continua sperimentazione di Zola, riportando anche brevi brani di alcuni romanzi, giusto per chiarire ulteriormente i concetti.
Quindi sono dell’idea che possa costituire uno strumento indispensabile per lo studioso dell’autore francese e anche una fonte di conoscenza per chi voglia comprendere un periodo storico e una corrente letteraria di rilievo quale fu il Naturalismo.

Giuseppe Panella si è laureato in filosofia presso la Scuola Normale Superiore di Pisa dove attualmente insegna. Si è occupato di storia dell’estetica, ha curato la Lettera sugli spettacoli di Jean Jacques Rousseau per Aesthetica (Edizioni di Palermo) e Il paradosso sull’attore di Denis Diderot (La Vita Felice di Milano) e in particolare del concetto di Sublime, Il Sublime e la prosa. Nove proposte di analisi letteraria (Clinamen, Firenze 2005). Più recentemente è passato ad occuparsi di teoria della letteratura e di filosofia del romanzo moderno, ha curato l’edizione del romanzo Jcosameron di Giacomo Casanova (La Vita Felice, Milano 2002) e i volumi monografici: Alberto Arbasino (Cadmo, Firenze 2004), Lo scrittore nel tempo. Friedrich Dürrenmatt e la poetica della responsabilità umana (Solfanelli, Chieti 2005 e Il lascito Foucault (Clinamen, Firenze 2006) in collaborazione con Giovanni Spena. Come poeta, ha pubblicato otto volumi di poesia, tra i quali Il terzo amante di Lucrezia
 Buti (Polistampa, Firenze 2000) ha vinto il Fiorino d’oro del Premio Firenze dell’anno successivo.

Renzo Montagnoli


Sostiene Pereira di Antonio Tabucchi Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano
Nota dell'autore
Universale Economica Feltrinelli
Narrativa romanzo

Sostiene Pereira di averlo conosciuto in un giorno d'estate.

Inizia così il romanzo di Antonio Tabucchi e quel "sostiene Pereira" viene ripetuto più volte, in modo quasi assillante, e conclude pure l'opera, come se l'autore l'avesse scritta con questo Pereira davanti a lui, tutto preso da una confessione, o meglio ancora da una deposizione.
Da una vicenda di fantasia nasce così una trama che ha tutta la parvenza della realtà e che descrive mirabilmente la dittatura in Portogallo di Salazar, ricreando un'atmosfera sempre più opprimente in un contesto di fatti comuni, di piccole cose che danno esattamente l'idea di quel che è la mancanza di libertà.
A suo modo Sostiene Pereira è un romanzo storico, ambientato nell'estate del 1938 a Lisbona, un periodo in cui è ancora in corso la guerra in Spagna e Italia e Germania volano, ormai senza possibilità di ritorno, verso il grande conflitto mondiale.
Pereira è un giornalista di una certa età, vedovo e solo, che ha abbandonato la cronaca nera di cui si è occupato per tanti anni per curare la pagina letteraria di un quotidiano, il Lisboa.
E' un uomo qualunque, quieto, senza idee politiche, tutto dedito alla sua passione per la letteratura, soprattutto quella francese. Non ignora di vivere in una dittatura, ma non se ne cura, proprio perché è riuscito a creare un mondo alternativo, rifugiandosi nelle lettere.
La sua vita verrà sconvolta da un evento imprevisto, dalla vicenda, triste, di un giovane che non ci sta a vivere sotto un regime.
Piano piano in Pereira avviene una metamorfosi, comincia a porsi delle domande, sorgono dei dubbi, scopre che in lui esiste un'altra personalità, teoria suffragata da un discorso sulla Confederazione delle anime che gli fa un medico di un centro talassoterapico, dove trascorre una settimana per lenire i suoi acciacchi.
E alla fine non resterà più insensibile al tormento della dittatura, con un gesto clamoroso di ribellione che lo costringerà a emigrare.
Sostiene Pereira, però, non è solo un romanzo storico, ma va assai oltre, perché implicitamente pone la domanda se sia giusto che un intellettuale viva in un mondo tutto suo, avulso dalla realtà che lo circonda. No, sembra dirci Tabucchi, un letterato, un uomo di cultura prima di tutto ha l'obbligo di non nascondersi fra i suoi libri, ma di evidenziare i pericoli, la gravità di un sistema che opprime i cittadini, senza che sia necessario avere idee politiche.
La cultura è libertà e quindi non può rendere insensibile chi la segue alla realtà di ogni giorno, non deve costituire un alibi per non vedere, ma è indispensabile che sia la base per denunciare quello di cui altri non si accorgono, o di cui, per timore, non vogliono accorgersi.
Questo è il grande messaggio del libro e in questo valore universale il romanzo va quindi ben oltre il genere storico e ne spiega il clamoroso successo di critica e di pubblico.
Ricordo fra l'altro che ne è stato tratto un bellissimo film interpretato da un Marcello Mastroianni al meglio delle sue notevoli qualità.
Sostiene Pereira è un romanzo senza tempo, di un'attualità e di una universalità assai rara e quindi sono dell'opinione che la sua lettura sia più che raccomandabile.

Antonio Tabucchi è nato a Pisa il 24 settembre 1943. Grande appassionato di letteratura portoghese, oltre che insegnarla all'università, è il maggior conoscitore, critico e traduttore delle opere di Fernando Pessoa.
Ha pubblicato, fra l'altro:
Piazza d'Italia (Bompiani, 1975), Il piccolo naviglio (Mondadori, 1978), Notturno indiano (Sellerio, 1984), Piccoli equivoci senza importanza (Feltrinelli, 1985), Un baule pieno di gente. Scritti su Fernando Pessoa (Feltrinelli, 1990), Sostiene Pereira (Feltrinelli, 1994), La testa perduta di Damasceno Monteiro (Feltrinelli, 1997), Gli Zingari e il Rinascimento (Feltrinelli, 1999), Tristano muore (Feltrinelli, 2004).
Ha ricevuto numerosi premi, fra i quali il Pen Club Italiano, il Campiello, il Viareggio Repaci, il Prix Européen de la Littérature, l'Europaischer Staatspreis.
Renzo Montagnoli


Il barone rampante di Italo Calvino Arnoldo Mondadori Editore
Presentazione dell'autore
Collana Oscar
Narrativa romanzo

Italo Calvino, per completezza Italo Giovanni Calvino Mameli, è stato senza ombra di dubbio un intellettuale di notevole impegno politico, civile e culturale. Autore eclettico, che sapeva spaziare dalla saggistica al racconto e infine al romanzo, è stato ed è ancora un preciso punto di riferimento per la sua attività di sperimentazione letteraria, oltre a essere considerato uno dei più importanti autori del genere fantastico. Lo spirito anarchico, di cui era permeato, si rifletterà anche nelle vicissitudini politiche, ma soprattutto in quell'andare controcorrente nella narrativa, con una sua particolare interpretazione del fantastico, che tende a evidenziare un aspetto onirico, la concretizzazione, sia a pure a livello di scrittura, di un sogno permanente di libertà assoluta e in ciò di ampio anticonformismo.
E' questa una produzione di grande valore che comprende, fra l'altro, Il barone rampante, opera ambientata in un immaginario paese della riviera ligure, Ombrosa e connotata dalla vicenda del primogenito del barone Arminio Piovasco di Rondò, Cosimo, che ancora fanciullo, a seguito di un litigio avvenuto il 15 giugno 1767, decide di punto in bianco di andare a vivere sugli alberi. La storia è narrata dal fratello minore Biagio che invece preferisce restarsene nella casa patrizia, pur invidiando la scelta di campo di Cosimo.
Detta così può sembrare la vicenda dello scemo di paese o di un fenomeno da baraccone, ma la figura di questo arboricolo si staglia netta in una serie di personaggi godibilissimi, vere e proprie caricature, e in un intreccio di fatti che gradualmente finiscono per il coinvolgere il lettore, al punto di desiderare di poter godere della stessa immensa libertà.
Cosimo è per alcuni un originale, per altri un pazzo, ma in effetti rappresenta la massima aspirazione per una vita slegata dalle consuetudini, da qualsiasi cerimoniale e scevra da leggi e laccioli, tranne quelli della natura.
Non è improbabile, anzi penso sia più che possibile che l'arboricolo sia l'alter ego di Calvino stesso. Del resto, il personaggio presenta comuni caratteristiche, quali quelle di essere un intellettuale e di battersi in favore della povera gente, che lo capisce infatti, al punto che, divenuto vecchio e malato, lo assiste amorevolmente, sempre senza che lui, da quando salì sugli alberi quella prima volta, debba mettere i piedi per terra.
Questo desiderio di elevarsi dal mondo, di essere solo e unicamente padrone di se stesso, trova poi una geniale conclusione nella sua dipartita, una toccante ascesa in cielo.
Il barone rampante è sicuramente un romanzo di grande valore e ne consiglio vivamente la lettura.

Italo Calvino (Santiago de Las Vegas, 15 ottobre 1923 - Siena, 19 settembre 1985).
Ha scritto numerosi testi di narrativa, fra i quali:
Il sentiero dei nidi di ragno (1947), Ultimo viene il corvo (1949), Il visconte dimezzato (1952), Fiabe italiane (1956), Il barone rampante (1957), Il cavaliere inesistente (1959), Marcovaldo ovvero Le stagioni in città (1963), La giornata di uno scrutatore (1963), Il castello dei destini incrociati (1969), Le città invisibili (1972).
Renzo Montagnoli


Balla Juary - Sferragliando verso Sud di Fabio Izzo Il Foglio editore

Un viaggio da nord a sud alla scoperta di se stessi. Ecco il perno sul quale ruota il nuovo romanzo di Fabio Izzo, Balla Juary - Sferragliando verso sud, edito da Il Foglio editore. Corredato dalla prefazione di Gianluca Morozzi, il romanzo rientra appieno in uno stile generazionale di alto livello, arrivando a giocare con il concetto di Bildungsroman: un inusuale romanzo di non formazione.
E’ la fotografia del mondo al cosiddetto ‘anno zero’ (per citare lo stesso Morozzi) in cui sembra che tutti i mali del mondo (disoccupazione, immigrazione, gioco d’azzardo e altro ancora) gravitino nella vita vorticosa del protagonista. Tutta colpa di una valigetta dimentica nell’ufficio del colloquio di lavoro, di 20 euro prestati e di un viaggio Milano - Avellino (via Napoli). Un amore, quasi amore, quasi delusione e una vincita, che non arriverà mai al grado assoluto di “rivincita”.
Perché il ballo di Juary? Ogni volta che il protagonista colleziona una piccolissima e inutile vittoria, ecco riecheggiare nella sua mente, l’arcadia felice di un tempo perduto:quegli anni ‘80. Belli i tempi delle imprese in serie A dell’Avellino di Jorge Juary, noto calciatore brasiliano famoso per la sua consueta danza intorno alla bandierina del calcio d’angolo dopo ogni gol. Ed è proprio Juary a chiudere nella postfazione questo romanzo: il calcio collante tra le generazioni, ricco di miti sempreverdi che ricordano e circondano adulti e ragazzi.
In un destino sempre presente e quasi scaramanticamente innominato che imperversa negli occhi dei protagonisti in un gioco delle parti dove tutti si sentono perdenti ma in realtà uno solo risulta vincitore, colui che guarda alla vita come un’opportunità di riscatto. Il tutto in una scrittura impregnata che di sicuro merita la rilettura, soffermandosi sul segmento generazionale e sui piccoli tarli che accomunano il nord e il sud di un’ Italia sempre diversa ma in fondo sempre uguale a se stessa.

L’autore Izzo è anche autore del libro “Eco a perdere” pubblicato con la stessa casa editrice Il Foglio. E’ autore teatrale e poeta. Inoltre è vincitore del Premio Grinzane Cavour nella sezione “Dialoghi con Pavese”.
articolo tratto da:
http://www.facebook.com/l/;http://www.agenziaradicale.com/index.php?option=com_content&task=view&id=8313&Itemid=58
Agenzia radicale


Il cielo rubato di Andrea Camilleri Dossier Renoir Ed. Skira

Le quattro tele di Renoir.
Tre sono addirittura firmate.
Non rappresentano niente.
Solo l’azzurro del cielo girgentano.
Solo quello, ossessivamente.
Variazioni d’azzurro e bianco.
Il colore è di un’intensità che fa mancare il fiato.
E’ come un tuffo nell’infinito.
Dopo Caravaggio, un altro grande pittore “viene preso di mira” dalla penna inesauribile di Camilleri, Pierre-Auguste Renoir.
Può il cielo, essere rubato? Sì (anche se solo un frammento rimasto)! Se il pennello d’artista è di un sublime impressionista e se la fantasia è del nostro esimio scrittore siciliano; laddove finisce la realtà e inizia, sconfinando, l’immaginazione, allora tutto è possibile. Definire un noir questo scritto non solo è riduttivo, ma anche incompleto. La struttura è quella di un romanzo in forma epistolare ( ricorda I dolori del giovane Werther): amore e arte s’intrecciano e poi il giallo, o il colore che si vuole attribuire, viene da sé. Lo scrivente, un notaio di Agrigento in preda all’amore, all’eros,  in senso socratico, si abbandona con eccessivo ardore al piacere promesso dalla bellezza di una misteriosa quanto conturbante donna e poi diventa passione e follia; perdizione del ben dell’intelletto. L’amore come la maggiore delle felicità si nutre nel notaio, che redige le  missive alla bella sconosciuta, della vista prima (la foto di un ritratto fattole da Guttuso, che ha magistralmente colto e restituito sulla tela la violenta, solare sensualità della sua carne giovane), s’infiamma poi del  desiderio di coglierne la voluttà fisica. La voce dell’arte e la voce dell’amore confluiscono attorno alla figura di Renoir e di un  viaggio a Girgenti di cui non c’è traccia temporale in nessuna opera d’arte sul maestro impressionista. Nella nota a piè del libro l’autore dichiara come l’idea dello scritto sia stata suggerita da Eileen Romano che gli ha raccontato un piccolo mistero riguardante appunto Renoir; dalla biografia del pittore, scritta dal figlio Jean ( il regista di La Grande illusione e di altri capolavori cinematografici), risulta che il padre compì un viaggio a Girgenti, oggi Agrigento, in data imprecisata, assieme alla moglie Aline. I biografi del pittore non registrano il viaggio. La vita di Renoir è stata ricostruita giorno dopo giorno, non esisterebbe un periodo di tempo in cui collocarlo. Allora, si chiede Camilleri, un’invenzione? Uno sfaglio della memoria di Jean? Questo ha spinto lo scrittore ad un’attenta indagine sui materiali scritti sul pittore e scoprire una maglia larga nella rete e fare delle supposizioni e darsi delle risposte, meno una: perché non è rimasta alcuna testimonianza pittorica del soggiorno girgentano di Renoir? Questo è diventato il tema conduttore del romanzo: come e perché le tele girgentane di Renoir fossero andate perdute. Ecco il lavoro di fantasia. Il testo è arricchito dalla riproduzione di alcuni quadri dell’artista, un vero e proprio inserto, su pagine plastificate, un piccolo e prezioso omaggio al lettore. A mio parere, un piccolo dipinto quest’opera camilleriana, con i colori intensi e dominanti della passione artistica, della passione erotica; l’amore senile è fiamma bruciante, stordimento, ferita dolorosa, disperazione, senza la presenza dell’amata, le giornate dell’amante sono incolori, i giorni trascorsi insieme un breve soggiorno nel giardino dell’Eden. Camilleri si lascia trascinare dalla corrente travolgente della passione amorosa come un adolescente ai primi sussulti del cuore, senza freni si sdilinquisce e palpita! Reminiscenze, ardori tardivi? Lo stile delle lettere è quello suadente, quasi, tardo – romantico…enfatico e, a tratti, eccessivo (se si eccettuano quelle burocratiche – tecniche intestate dalla Procura della Repubblica di Agrigento); la scrittura per Camilleri è, proprio, un puro divertimento, fortuna per lui, che lo è, anche, per i suoi innumerevoli lettori.  

L’autore. Andrea Camilleri è nato a Porto Empedocle nel 1925. Ha esordito come romanziere nel 1978 con “Il corso delle cose”. Della sua ricchissima produzione letteraria tutti i romanzi con protagonista il commissario Montalbano sono pubblicati dalla casa editrice Sellerio e altri, tra questi ricordiamo: “La forma dell’acqua”, “Il cane di terracotta”, “Il ladro di merendine”, “La voce del violino”, “La stagione della caccia”, “Il birraio di Preston”, “La concessione del telefono”, “La gita a Tindari”, “Maruzza Musumeci”, “Il casellante”, “Il campo del vasaio”, “L’età del dubbio”, “Un sabato, con gli amici” “Il sonaglio”.
Arcangela Cammalleri


Un altare per la madre di Ferdinando Camon Edizioni Garzanti
Collana gli elefanti
Narrativa romanzo

La parola che si fa immagine è il primo elemento di rilievo di questo romanzo. Già all'inizio prende corpo la visione dell'umile funerale contadino, con quella bara ondeggiante, portata a spalle, lungo una stradina fra i campi, dalla chiesa al cimitero, con le mani dei figli, del marito che toccano quel legno come a voler provare l'illusione di avere un ultimo contatto con la persona defunta. Non c'è nessuna retorica, non ci sono frasi fatte, ma poche misurate parole che hanno il potere di tradurre la lettura in una sequenza di rara efficacia, una scena che potrebbe benissimo comparire in uno dei tanti film del neorealismo italiano del dopoguerra. Ovviamente, c'è molto di più, c'è quel distacco che si cerca di colmare con il ricordo della persona amata, una donna silenziosa, un'ombra nella casa di cui ora si riscoprono le qualità proprie dell'umile. E c'è anche il tentativo di andare oltre la morte, di farla diventare un episodio della vita così come la nascita, in una continuità che non viene meno neppure nel "dopo".
E' il romanzo di un figlio che nella figura materna compendia, in un abbraccio ideale, quel mondo contadino da tempo scomparso, in un'atmosfera mistica che riscatta la polvere delle strade, la miseria di ogni giorno, la fatica di andare avanti per vivere.
Toccanti, poi, sono le pagine del ricordo della scomparsa, con quell'incapacità del tutto naturale che si ha di avere ben presente il viso in tutti i suoi dettagli. La memoria è nei gesti, nel portamento, nell'atteggiamento quotidiano, ma il volto tende a sfumare e solo le fotografie ce lo possono restituire, anche se, ingrandendole, finiscono con il mostrarci un viso che quasi non riconosciamo .
L'altare in rame che il padre e marito costruirà fra mille difficoltà, in preda alla febbre, senza nemmeno consumare i pasti diventa così l'emblema del romanzo, un riscatto di una condizione con il contributo del figlio che, raccontandoci quest'opera quasi titanica, realizza a suo modo un altro altare, fatto di parole.
C'è tutta l'asprezza di un mondo di stenti, in cui religione e superstizione si accavallano, ma in cui anche sentimenti quali la solidarietà sono ai massimi livelli. Al riguardo, toccante è la raccolta del rame necessario, con quelli che portano i loro paioli per la polenta; c'è chi ne ha due e ne ha ceduto uno, ma c'è anche una famiglia, più povera, che aveva solo quello; il padre non può rifiutare questo estremo atto d'amore e allora ne ritaglia un pezzo da mettere nell'altare, poi utilizza parte di un altro paiolo per aggiustare la striscia che ha tolto, onde restituire, utilizzato per lo scopo, ma rabberciato, l'indispensabile strumento per la cottura del cibo.
Camon è capace di commuovere senza invitare alle lacrime, riuscendo a fare di una vicenda familiare un'opera corale, così che un altare per la madre finisce con il diventare l'ara in onore e in memoria di una civiltà scomparsa.
Dopo la Vita eterna Camon ha scritto quindi un altro grande romanzo, per certi aspetti ancor più bello, perché è presente un ritmo, quasi un lungo adagio, di natura poetica, un'armonia che non viene mai meno, in una continuità invidiabile che coinvolge, rendendo i lettori partecipi, spettatori ignoti di fronte alle scene create dalle parole che si fanno immagini.

Ferdinando Camon (Montagnana, 1935) è romanziere, poeta e saggista.
Ha pubblicato:
Il mestiere di poeta (Garzanti, 1982), Il mestiere di scrittore (Garzanti, 1973), Letteratura e classi subalterne (Marsilio, 1974), I miei lettori mi scrivono (Garzanti, 1987), Il Quinto Stato (Garzanti, 1970), La vita eterna (Garzanti, 1972), Liberare l'animale (Garzanti, 1973), Occidente (Garzanti, 1975), Storia di Sirio (Garzanti, 1984), Un altare per la madre (Garzanti, 1978), La malattia chiamata uomo (Garzanti, 1981), La donna dei fili (Garzanti, 1986), Il canto delle balene (Garzanti, 1989), Il Super-Baby (Rizzoli, 1991), Mai visti sole e luna (Garzanti, 1994), La terra è di tutti (Garzanti, 1996), Dal silenzio delle campagne (Garzanti, 1998), Conversazione con Primo Levi (Garzanti, 1991), La cavallina, la ragazza e il diavolo (Garzanti, 2004), Tenebre su tenebre (Garzanti, 2006).
Le sue opere hanno ricevuto numerosi premi, fra i quali uno Strega (Un altare per la madre), due Selezione Campiello (La donna dei fili e Il canto delle balene) e un Viareggio per la poesia (Liberare l'animale).
Sito internet: www.ferdinandocamon.it
Renzo Montagnoli


Cento per cento di Sacha Napini Edizioni Historica www.historicaweb.com  info@historicaweb.com

Collana Short Cuts
Narrativa racconto lungo

Dino Carrisi, un immigrato italiano, è stato in passato uno dei più grandi pugili americani, arrivando per ben due volte a conquistare il titolo mondiale, ma, soprattutto, è stato un cento per cento, cioè uno nato esclusivamente per combattere sul ring, una specie di genio della "nobile arte".
Ora, vecchio, quasi in povertà e ubriacone, coglie l'opportunità di un'intervista televisiva della rete Canale 2 per raggranellare un po' di soldi, ma prevalentemente per realizzare un disegno che ha costruito giorno per giorno.
Lo spettacolo così diventa il riassunto della sua vita, dai primi pugni negli incontri sotterranei fino alla gloria, e poi a venti anni di carcere scontati per il presunto omicidio della moglie.
Raccontato in presa diretta, come solo può esserla un'intervista televisiva, Cento per cento è un'opera di grande bellezza, originale quel che basta, senza cioè diventare alla lunga fine a se stessa, scritta con quella capacità che ho sempre riconosciuto a Naspini di delineare fatti, ambienti e personaggi con immediatezza, senza banalità o superficialità, con quell'attitudine naturale che ha l'autore di scavare dentro, di incidere, mettendo a nudo l'anima del protagonista in cui il lettore finirà prima o poi per trovare qualche tratto che lo accomuna.
Non è il solito ritratto del pugile suonato e piagnone, è uno scorcio di vita che riemerge dalla memoria, come se uno fosse lì, davanti a te, per parlarti di sé, di ciò che è stato, di ciò che avrebbe voluto fare e non ha fatto. Non c'è una riga di monotonia, non c'è nulla di già letto, c'è una vicenda umana che lentamente porta a uno stato emotivo che esplode nel sorprendente finale.
La vita come spettacolo, propria dei media, viene ribaltata, e così anche l'intervistatore entra nella vita vera, come protagonista, così che al termine emergerà solo la realtà, nuda, anche crudele, l'ultimo KO costruito da un pugile cento per cento.
Posso solo dire, da ultimo, che questo racconto lungo mi ha entusiasmato, dopo una lettura coinvolgente come poche.

Sacha Naspini è nato a Grosseto nel 1976.
Pubblicazioni (a solo):
L'ingrato (Effequ, 2006), I sassi (Il Foglio Letterario, 2007), Diario di un serial killer (Sered, 2008), Never alone (Voras, 2009), Cento per cento (Historica, 2009).
Pubblicazioni di racconti in antologie:
Serenity Garden e des Visage del Figues in Le sette vite di Dalila e Achille (Edizioni Il Foglio Letterario), La vita comincia a quarant'anni (Rivista Historica), I ragni in Corpi d'acqua (Voras).
E' rintracciabile ai seguenti contatti:
shangrya@libero.it
www.sachanaspini.eu
www.vaderrando.it
www.myspace.com/vaderrando
Renzo Montagnoli


La danza del gabbiano  di Andrea Camilleri Ed. Sellerio 

Narrativa

Siamo al 15°capitolo delle storie del commissario Salvo Montalbano! Il mese di maggio ha visto fiorire ben due scritti di Camilleri,  non c’è stato nemmeno il tempo di depositare la memoria del suo Renoir, per raccogliere il frutto maturo, ma sempre di stagione del nostro Commissario per antonomasia. Un ennesimo noir che  si tinge di sfumature sempre più sottese, baudelairiane, lo  spleen di Montalbano si carica, a 57 anni, di note dolenti come se il suo animo non potesse più sopportare i contraccolpi della vita. Camilleri in un pirandelliano gioco delle parti confonde noi lettori mettendo a colloquiare idealmente il Montalbano di carta con quello televisivo e l’autore. In questo  contraltare tra i due alter ego, l’autore gioca la sua finzione letteraria e spariglia le carte e ci meraviglia. L’apertura del romanzo ricalca l’incipit degli altri, le nottate sempre più spesso  agitate: “Con le vicchiaglie dormiri diventa faticoso e una volta arrisbigliatisi non c’era più verso d’arrinesciri a ripigliari sonno”. L’immagine del gabbiano morente precorre fatti connessi sì all’indagine in corso, ma diventa  metafora della morte che si diverte a inscenare una danza scenografica negli ultimi spasmi di vita. I personaggi, gli ambienti naturali e i fatti criminosi hanno le stesse connotazioni e anche certi riferimenti all’attualità, quello che è diverso è la predisposizione d’animo del commissario, da una parte più “cauteloso” quasi trattenuto a freno da una sensazione di assuefazione, di dejà vu, dall’altra non può sottrarsi a una sorta di meraviglia dinnanzi alla natura e annichilimento dinnanzi alle perdizioni umane. La miscellanea linguistica che contraddistingue Camilleri si alterna per diventare ora lingua italiana burocratica e tecnica ora dialetto stretto; segue percorsi sinuosi e trabocchetti vari, democratica quando è necessaria, abbassandosi a livello dell’eterogeneità degli interlocutori, umorale quando il “nirbuso” non la regola più e la stravolge   Questo romanzo è senz’altro uno dei più belli non tanto per l’originalità della storia, anzi sono presenti tutti gli ingredienti tipici del noir alla Camilleri,  ma è diverso lo spirito che anima la materia narrativa e che ci rende così vicini a Montalbano e al suo artefice. Il segno inequivocabile dello scrittore ha ancora una volta inciso la nostra anima di lettori e la godibilità della lettura raggiunge  vertici sempre alti.

L’autore. Andrea Camilleri è nato a Porto Empedocle nel 1925. Ha esordito come romanziere nel 1978 con “Il corso delle cose”. Della sua ricchissima produzione letteraria tutti i romanzi con protagonista il commissario Montalbano sono pubblicati dalla casa editrice Sellerio e altri, tra questi ricordiamo: “La forma dell’acqua”, “Il cane di terracotta”, “Il ladro di merendine”, “La voce del violino”, “La stagione della caccia”, “Il birraio di Preston”, “La concessione del telefono”, “La gita a Tindari”, “Maruzza Musumeci”, “Il casellante”, “Il campo del vasaio”, “L’età del dubbio”, “Un sabato, con gli amici” “Il sonaglio” “Il cielo rubato”.
Arcangela Cammalleri


La padrona di Santa Maria di Valentino Rocchi Giraldi Editore www.giraldieditore.it
In copertina La zingara bella
di Giuseppe Ballarini
Narrativa romanzo

E' indubbio che tematiche e ambienti legati alla vita contadina siano uno stimolo per Valentino Rocchi, poiché non pochi suoi romanzi parlano di questo mondo agreste, fatto di fatiche e di poche gratificazioni. Anche La padrona di Santa Maria è un'opera dove la terra è sempre presente, dove la realtà di gente che sgobba dalla mattina alla sera in cambio del minimo per sopravvivere è il canovaccio sul quale l'autore dipinge una vicenda di emancipazione, non solo dalla miseria, ma dalla condizione femminile del tutto subalterna come accadeva appunto nel XIX secolo, nel caso specifico con maggior valenza in quanto tutto accade sotto lo stato pontificio, notoriamente immobile e strenuamente conservatore di privilegi e di preconcetti, soprattutto nei confronti dell'altro sesso.
In questo contesto la figura di Maria Domenica, fanciulla data in sposa a un ricco agricoltore, assai avanti con gli anni, unicamente per farla uscire da una condizione di indigenza senza speranza e per non inimicarsi il parroco, di fatto la massima autorità nel paese, assume l'emblema della disperazione femminile, di donne relegate al semplice ruolo di fattrici di figli e di aiutanti dei mariti nel duro lavoro dei campi, oggetto di attenzioni solo per questi scopi.
Lei cercherà, nonostante il divario di età, di amare quel marito, ma dovrà rassegnarsi a essere divisa con un'altra, in un crescendo di progressiva e amara disaffezione che finirà con l'imporla come la padrona di Santa Maria, senza in effetti essere padrona di nulla, nemmeno di se stessa.
Eppure Maria Domenica è un personaggio importante, quasi il profeta di un mondo futuro in cui alla donna venga riconosciuta la dignità dell'uomo. Lei reagisce come può, cerca subdolamente di far pesare al marito la sua assenza, ma finisce, vista l'inutilità dei tentativi, per concedersi ad altri, e non solo per provare quel piacere sessuale che il consorte le nega, ma anche per ribadire almeno la libertà di scelta di un essere umano di andare con altri suoi simili.
Come al solito la scrittura di Valentino Rocchi è costellata di verismo, non di rado pietoso, senza tuttavia tralasciare la possibilità, quando se ne presenta l'occasione, per riversare nella protagonista il suo incondizionato favore.
Nella condizione disumana di Maria Domenica si avverte l'anelito dell'autore per un mondo di eguali e la malinconica certezza che ciò non avverrà mai.
La padrona di Santa Maria è un romanzo di forte impegno sociale, ma, soprattutto, è un'opera che avvince e resta dentro al cuore.

VALENTINO ROCCHI, nato a Savignano sul Rubicone, risiede sin dall'infanzia a Pesaro. È socio corrispondente della Rubiconia Accademia dei Filopatridi di Savignano sul Rubicone.Si è avvicinato alla narrativa, con libri di ampio respiro e di trame avvincenti, dopo una vita di intenso lavoro. Ha pubblicato: "Una Storia a Castelvecchio" (Società editrice Il Ponte Vecchio - Cesena); "L'Eredità di Venanzio" (Guaraldi - Rimini) Vincitore del Premio letterario "Il Pungitopo" 2001."Notte all'Hotel La Guercia" (Argalìa Editore);"Gli uomini di Bluma" (Giraldi Editore) II Classificato al Premio "Palazzo al Bosco", 2002;"La saggezza di Toni" (Giraldi Editore);Esce nell'anno del V centenario della morte di Pandolfo Collenuccio, uomo di corte e di legge, dalla vita straordinariamente avventurosa: "Notte all'Hostaria La Guercia", Pandolfo Collenuccio, uomo di corte del XV secolo, (Giraldi Editore) ambientato nel XV secolo, di cui è l'autore è profondo studioso e conoscitore; nel 2008 "La Magia del fuoco" (Agemina) e "1504 - Notte all'Hostaria La Guercia" (Agemina); nel 2009 "Il pianoforte a coda" (Giraldi Editore) e "La padrona di Santa Maria" (Giraldi Editore).
Renzo Montagnoli


La Signora dal