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La guerra civile
(De bello civili)
di Gaio Giulio Cesare
Introduzione di Giovanni Cipriani
e Grazia Maria Masselli
Testo latino a fronte
Traduzione di Lorenzo Montanari
Con un saggio di Federica Introna
Barbera Editore
www.barberaeditore.it
Collana Classici Greci e latini
Diretta da Anna Giordano Rampioni
La guerra civile è la seconda opera letteraria scritta da
Giulio Cesare. In tre libri spiega e racconta, ovviamente dal suo
punto di vista - sulla cui imparzialità sorgono diversi dubbi,
essendo uno dei contendenti - la guerra civile che imperversò nel 49
a.C., cercando di giustificare anche il suo rifiuto di obbedire agli
ordini del Senato.
Già con La guerra gallica aveva celebrato le sue vittorie in
quella sanguinosa campagna militare, con intento soprattutto
apologetico, stante il contrasto che si era instaurato con il Senato
della repubblica, che non approvava né la condotta, né l'estensione
del conflitto.
In La guerra civile il grande condottiero dà ampio spazio
alle vicende militari, dal famoso passaggio del Rubicone, alle
battaglie condotte in Spagna, e alla definitiva vittoria a Farsalo,
dopo la quale Pompeo fu costretto a fuggire, rifugiandosi da
Tolomeo, il re dell'Egitto, dal quale fu fatto uccidere.
Se le descrizione degli scontri, delle tattiche e delle strategie
occupano gran parte della narrazione e, grazie alla fluidità di
esposizione riescono ad avvincere il lettore, è riscontrabile
tuttavia il continuo tentativo di Cesare di presentarsi come uomo
costretto alla lotta unicamente per i torti subiti. Così ricorrono
frequentemente le proposte di pace, rimaste inascoltate da Pompeo,
di cui pure l'autore evidenzia la capacità politica e militare, ma
solo con l'intento di dimostrare i torti dell'avversario
contrapposti alle virtù e alle grandi capacità di comandante dello
stesso Cesare.
Viene il sospetto che l'origine di questo libro sia proprio quella
di convincere i contemporanei della validità della sua condotta, un
modo per ribadire che a lui non interessava tanto il potere, ma la
grandezza di Roma e il rispetto delle prerogative e dei diritti
propri di quella repubblica.
Sembra quasi che abbia voluto applicare la strategia che la miglior
difesa è l'attacco, mettendo a disposizione dei romani
un memoriale che sancisse l'estrema correttezza del suo operato,
fornendo quindi le risposte prima ancora che gli venissero
effettuate le domande.
La vicenda, nella realtà, fini con il concludersi con un Cesare non
"augusto", ma dittatore, che esercitò di fatto un potere assoluto, e
ciò dal 49 al 44 a.C., fino a quelle famose Idi di Marzo quando in
Senato venne ucciso da una congiura.
Resta una figura di uomo singolare, grande letterato, il miglior
genio militare della storia romana e anche politico di elevatissimo
livello.
Troppe doti eccelse in un solo uomo perché potesse governare in un
triumvirato ed è per questo che si arrivò alla guerra civile. Ma non
era già più tempo di Repubblica, gli ideali romani di governo si
erano sfilacciati e il Senato di fatto chiedeva di non essere più la
fonte primigenia del potere, ma quella secondaria, e Cesare recepì
in pieno la situazione, gettando le basi per il successivo periodo
imperiale.
La guerra civile è un libro assolutamente da leggere.
Gaio Giulio Cesare ( 100 - 44
a.C.), grande condottiero romano, nonché uomo politico illustre.
I suoi libri (La guerra gallica e La guerra civile)
sono scritti storiografici, considerati unanimemente dalla critica
fra i più originali dell'antichità.
Attraverso gli stessi realizzò un'apologia di se stesso e delle
proprie scelte politiche e militari, fornendo ai posteri l'immagine
di un condottiero coraggioso, fine stratega e fondamentalmente
fedele ai valori repubblicani.
Renzo Montagnoli
Quattro stracci, una rupia e una bambola di
cartapesta
di Felice Muolo
Introduzione di Antonella Calzolari
Fermenti Editrice
www.fermenti-editrice.it
Letteratura per l'infanzia
Collana Garrula
La letteratura per l'infanzia vanta una tradizione che si perde
quasi nella notte dei tempi, dalle favole di Esopo alle fiabe di
Perrault e dei fratelli Grimm. Non pochi autori si sono cimentati in
questo non facile genere e non è raro il caso che si sia trattato di
scrittori la cui normale produzione era dedicata maggiormente a
tematiche care agli adulti, come per esempio Wilde e Molnar.
Questa premessa è necessaria perché Felice Muolo normalmente si
occupa d'altro, se non vado errato di noir, ma ciò non toglie che
abbia voluto cimentarsi con un racconto lungo nel delicato genere
della letteratura per l'infanzia. Il passaggio dalla narrativa per
adulti a quella per bimbi e ragazzi non consiste solo nel
cambiamento del tema, ma comporta anche una radicale modifica dello
stile espressivo in modo che l'opera possa risultare leggibile e
comprensibile da menti che hanno ancora un'istruzione incompleta e
difettano di esperienza. Devo dire che Muolo è riuscito
perfettamente in questo compito, dando luogo a un lavoro
intellegibile ai minori, ma anche appetibile per gli adulti. Come è
nella logica delle cose, dalla lettura i bimbi trarranno una loro
interpretazione, più semplicistica, ma comunque non nebulosa, mentre
i grandi troveranno motivi di riflessione per la fine analisi
psicologica di una condizione particolare, derivante dall'adozione.
In pratica si racconta di Pragasi, bambina indiana adottata da
genitori italiani e al riguardo credo di poter dire con quasi
certezza che Felice Muolo è il padre non biologico, considerando la
dedica iniziale: A Rupa, il tizzone di papà.
E' la stessa Pragasi che narra, ricorrendo a una sorta di diario
infantile diviso in tre parti, di cui la prima è propedeutica, con
l'arrivo in Italia e la conoscenza dei nuovi genitori. La seconda è
quella che, specialmente per noi adulti, riveste più interesse, con
un sogno della bimba, che ormai da tempo nel nostro paese si
interroga sulle sue origini, nel dilemma se restare o ritornare da
dove è venuta. E' un comportamento del tutto naturale in chi sa di
non essere stato generato da quelli che in quel momento figurano
come genitori e l'abilità di Muolo è di aver posto il problema
ricorrendo a un linguaggio semplice e pregno di fantasia,
caratteristiche tipiche di un infante. La capacità di costruzione
mentale di un bimbo deve trovare per forza supporto
nell'immaginazione e in questo sogno presente e passato si
mescolano, così che laddove prevale l'uno, subito dopo l'altro si
prende la rivincita. Potremmo dire che è un calcolo razionale dei
pro e dei contro della nuova condizione, ma soprattutto, e qui entra
in gioco la terza parte, è la base per una decisione sul significato
da dare alla propria vita. Pragasi resterà, sognando un futuro con i
nuovi genitori, ma senza recidere i legami con il passato, e così i
quattro stracci, cioè i vestiti, la rupia e la bambola di cartapesta
con cui era arrivata dall'India non verranno gettati, ma conservati
gelosamente.
L'insegnamento di Pragasi è importantissimo e vale non solo nel caso
specifico o per le adozioni: per vivere bene il presente e pensare
al futuro non possiamo, né dobbiamo ignorare il nostro passato.
La lettura è senz'altro raccomandata.
Felice Muolo è nato e vive a
Monopoli (BA). Da ragazzo ha viaggiato per l'Europa con l'autostop e
lavorato nei campi di lavoro del Servizio Civile Internazionale.
Divenuto direttore d'albergo e giornalista pubblicista, ha
abbandonato entrambe le attività per dedicarsi completamente a
scrivere romanzi. Ne ha pubblicati sei: Magda, Angelo, Complanare
putta, Cristo non si corica, Il ruolo dei gatti e il presente.
Renzo Montagnoli
Il cielo è rosso di
Giuseppe Berto BUR Biblioteca Univ.
Rizzoli
Narrativa romanzo
Il cielo è rosso è un romanzo che penetra nel cuore
con un'iniziale stilettata, ma poi la lama affonda,
progressivamente, pagina dopo pagina, fino a quando, arrivati
all'ultima, ci si accorge che l'intimo dolore e la commozione che
prorompono in modo incontenibile danno un senso a tutta l'opera,
facendo conoscere al lettore il vero significato della parola pietà.
Se Niente di nuovo sul fronte occidentale è il più bel libro
contro la guerra, questa opera prima di Berto non è certo inferiore,
quasi una parabola dell'uomo impotente di fronte a eventi troppo
grandi per lui.
E' un romanzo corale, imperniato su quattro orfani sopravvissuti a
un terribile bombardamento della loro città nel corso del secondo
conflitto mondiale. Sono niente più che dei ragazzini che
all'improvviso devono maturare in fretta per poter sopravvivere in
un mondo sconvolto dalle rovine, dall'abbrutimento, dalla fame, dal
vuoto che le bombe hanno creato dentro di loro.
Tre provengono da un quartiere degradato, popolato da gente povera,
o addirittura misera, e perciò sono avvezzi da tempo ad arrangiarsi,
a combattere quotidianamente per non soccombere, ricorrendo anche a
mezzi non leciti o comunque riprovevoli. L'altro è fuggito dal
collegio di preti dove i suoi genitori, benestanti, lo hanno mandato
per studiare e per stare lontano dai rischi dei bombardamenti.
La differenza di classe diventa quindi un altro spunto di Berto
per un'analisi approfondita della stessa, con la trovata, geniale,
di praticare un percorso di progressivo avvicinamento. Così
l'ingenuo Daniele, posto di fronte alla nuova realtà, cercherà di
adeguarsi ai suoi tre amici, i quali, con altrettanta difficoltà,
proveranno ad andargli incontro.
E' una storia di miseria e di sentimenti, di illusioni e delusioni,
in cui il singolo rifulge in quanto parte del gruppo.
Ma è anche una vicenda di sconfitti, di ragazzi che non conosceranno
la gioventù gaia e spensierata, troppo occupati a lottare per
vivere. Una sola resterà, Carla, la più pragmatica, la non
idealista, disposta a fare la prostituta per tirare avanti; eppure
anche lei conoscerà la sconfitta, perdendo prima Tullio e poi
Daniele, i due ragazzi di cui subisce l'ascendente.
In questo quadro crepuscolare, in cui notevole è l'abilità di Berto
di descrivere l'abbrutimento degli uomini a seguito della guerra,
non si può tacere un personaggio, Giulia, innamorata di Daniele,
troppo tardi ricambiata, un'esile figura di dolcezza quasi materna
che soccomberà alla tubercolosi (al riguardo il suo funerale
notturno, con la sepoltura fra le rovine, è una delle pagine più
struggenti che abbia mai letto).
Non intendo svelare il finale, com'è giusto per rispetto di chi
vorrà leggere questo libro, anche se potrà essere intuito da queste
righe tratte appunto dal romanzo.
"Compiva ogni gesto rigidamente e con lentezza, spaventato di
perdere quel senso di calma che aveva dentro per la gran cosa che
gli restava da fare. Ecco che sentiva un gran freddo, perché si era
fatto nudo per l'amore degli uomini. Come Gesù e anche altri santi,
adesso non ricordava bene chi."
Il cielo è rosso è la storia di vite vissute solo
pochi mesi; Il cielo è rosso è un romanzo stupendo.
Giuseppe Berto è nato a Mogliano
Veneto (Treviso) nel 1914. Ha partecipato alla seconda guerra
mondiale sul fronte africano ed è poi stato prigioniero di guerra in
un campo statunitense maturando un distacco dal fascismo. Vissuto
tra Roma e Capo Vaticano (Calabria). E' morto nel 1978 a Roma. Ha
pubblicato libri di narrativa in parte ascrivibili al filone
neorealista: Il cielo è rosso (1947) pubblicato da Leo Longanesi e
vincitore nel 1948 del premio Firenze per la Letteratura, Le opere
di Dio (1948), Il brigante (1951). Altre opere sono in parte volti a
una inquieta indagine psicologica: Il male oscuro (1964) il suo
romanzo più noto e vincitore in una sola settimana del premio
Viareggio e del premio Campiello - "eccezionalmente, e senza che
nessuno lo volesse", come ebbe a scrivere qualche anno dopo -, La
cosa buffa (1966). All'apologo "fantascientifico" si è dedicato con
La fantarca (1965) edito da Rizzoli con 11 tavole a china di Herbert
H. Pagani. Il racconto è quello di chi postula, provocatoriamente,
la risoluzione dei problemi meridionali (sottosviluppo ecc.) tramite
l'eliminazione del problema alla radice: inviando tutti i
meridionali tramite un'astronave via dalla Terra. Racconto tra il
satirico e l'umoristico, alla cui base è un sentimento offeso e
acre. Diario-testimonianza sulla guerra d'Africa è Guerra in camicia
nera (1955). Pamphlet provocatoriamente "conservatore" è la Modesta
proposta per prevenire (1971). Una rilettura della figura del Giuda
evangelico è ne La gloria, tra le sue cose migliori accanto a "Il
male oscuro". Immagine di copertina di "Oh, Serafina!" edito da
Rusconi nel 1973. Interessante anche la "fiaba di ecologia, di
manicomio e d'amore" (come è nel sottotitolo) intitolata Oh,
Serafina! (1973) pubblicato presso Rusconi. Mentre la società
letteraria italiana cercava in qualche modo di reagire alle diverse
sollecitazioni di quello che accadeva - a livello sociale e
politico, l'età dei movimenti collettivi e delle contestazioni -
Berto sornione dice la sua imbastendo una sua "fiaba" che è anche
controcanto a tutti i cantori delle utopie industrialiste o
terzomondiste dell'epoca. Protagonista è un giovane industriale
incapace di accettare il mondo del "miracolo economico": Augusto
Secondo, il suo nome, è un disadattato che trova nella compagnia
degli uccelli gli unici compagni degni a questo mondo; nell'epoca
dell'industria e della cementificazione, non trova nessuno che lo
comprenda, finisce in manicomio e qui incontra la donna (Serafina,
appunto) nelle vesti di una freak mistico-induista anche lei alla
ricerca della sua nicchia dal mondo. La troveranno, perché questa è
una favola, in cui anche la morte quando è presente - il suicidio
del padre Giuseppe, la morte della madre ecc. - non dà "problema", è
solo un elemento del percorso fiabesco. Una favola grondante
elementi di attualità, profondamente evasiva: attraverso l'apologo
fiabesco il "disimpegnato" Berto vuol dire la sua morale, in
controtendenza e controcorrente rispetto ai modi e alle formule
(spesso astratte) del dibattito contemporaneo, ma anche divertendosi
e divertendo. Le cose migliori di Berto sono quelle in cui si
inserisce nel filone psicologico-esistenzialista. Ci si riferisce
soprattutto a "Il male oscuro", contraddistinto da una prosa fluida,
che mostra di aver digerito e metabolizzato la lezione joyceiana del
"flusso di coscienza", senza più esibirne le caratteristiche di
"avanguardia" ma usandone in maniera precisa e opportuna. E a "La
gloria", in cui la vicenda umana si pone a confronto e in contatto
con la vicenda divina, con i grandi problemi collettivi e
esistenziali, ma sempre dalla parte dell'umano.
Tratto da Zam.
Renzo Montagnoli
L’orda
Quando gli Albanesi eravamo noi
di Gian Antonio Stella
Ed. Rizzoli
Saggistica
Quarta di copertina: “Volevamo braccia, sono arrivati uomini.” Max
Frisch
Durante le grandi ondate migratorie dall’Ottocento in poi, tanti
Italiani, moltissimi, emigrarono in America, in Australia e in
Europa (Francia, Svizzera, Germania, Belgio…) e divennero immigrati,
stranieri mal sopportati e, quasi fino a tempi recenti (anni ’70)
disprezzati. Il giornalista Stella ripercorre attraverso
documentazioni e reperti delle varie epoche l’emigrazione di tanti
nostri compatrioti, come erano percepiti e trattati dai Paesi
“ospitanti”.
“La feccia del pianeta”, questo eravamo, o meglio, così eravamo
visti. Bel paese, brutta gente. La differenza tra gli emigrati di
oggi in Italia e noi all’estero è solo temporale, noi abbiamo
vissuto l’esperienza prima, loro dopo, ma gli stessi pregiudizi, gli
stessi stereotipi ci accostano per ostilità e diffidenze simili.
Oggi si sputa su quelli come noi eravamo o siamo stati.
Nell’introduzione del libro è racchiuso il senso del titolo e di
tutto il contenuto del medesimo. Negli States del Sud eravamo
catalogati non visibilmente negri, sporchi e verrebbe da scrivere
brutti e cattivi parafrasando il titolo di un arcinoto film. Essere
accusati di qualsiasi misfatto raccapricciante, di qualsiasi losco
malaffare, essere qualificati come mafiosi, facili alle risse a
all’uso del coltello erano inevitabili accuse. Quanti Italiani
furono percossi, ingiuriati, arrestati e uccisi solo perché crumiri
o perché eravamo tutti siciliani. Era l’orda, solo paragonabile agli
Unni, quella che sbarcava negli U.S.A. “La discarica senza legge”:
l’invasione giornaliera dei nuovi immigrati direttamente dai
bassifondi d’Europa, così eravamo raffigurati in una illustrazione
del Judge, 6 giugno 1903, tanti sorci bollati come anarchici,
mafiosi…mentre campeggia la scritta: Occhio zio Sam: sbarcano i
sorci!
Non avevano nome i nostri bisnonni, nonni, ma solo appellativi,
nomignoli sprezzanti ed insultanti. Per i paesi anglosassoni eravamo
i Dagger, da coltello, popolo dello stiletto, facile da usare allo
stesso modo per mangiare e per uccidere. Per gli Australiani i Ding,
il cane selvatico. Per gli Argentini tutti Napoletani, per i
Francesi, Français de Coni (Cuneo). In dialetto svizzero-tedesco
Cinquaioli, dal grido cinq, nel gioco della morra. Una sfilza di
definizioni senza fine: Uàp ( Guappi),
Cristos ( bestemmiatori), Chianti (ubriaconi), Greaseball, non tanto
per la brillantina in testa quanto per le teste unte e grasse. Sul
Croniche di San Francisco 1904: al di sotto del 45° parallelo sono
tutti malfattori. Difficili da inserire come gli Slavi e gli Unni.
Straccioni maleodoranti. I peggiori rifiuti d’Europa, popolo dai
bassi istinti. In tempi più recenti la situazione migliora, ma
l’equazione Italiani=Mafia permane. Immigrati clandestini, quanti
nel secondo dopoguerra oltrepassando il Gran San Bernardo per andare
in Francia furono gettati da qualche dirupo…ricorda gli scafisti che
gettano in mare i poveri emigranti dopo aver sborsato tanti
quattrini. Furono trentamila i bambini nascosti perché clandestini,
in Svizzera. “Come Anna Frank”, il caso di una bambina nascosta per
4 anni in casa senza uscire mai.
Stella afferma che piace ricordare solo i nostri compatrioti
emigrati che hanno fatto fortuna e hanno dato lustro, ma tutti
quelli che non ce l’hanno fatta e sopravvivono oggi tra mille
difficoltà nelle periferie, si fa fatica a ricordarli. Le stime
parlano di milioni di padri, fratelli di cui non si ha traccia,
testimonianza di una storica sconfitta soprattutto nell’Italia della
retorica risorgimentale, savoiarda e fascista. Non c’è stereotipo di
oggi che non sia stato rinfacciato, un secolo o solo pochi anni fa,
a noi. “Loro” sono clandestini? Lo siamo stati anche noi. “Loro” si
accalcano in osceni tuguri in condizioni igieniche rivoltanti?
L’abbiamo fatto anche noi ( un prete irlandese teorizzava che gli
Italiani riescono a stare in uno spazio minore di qualsiasi altro
popolo, se si eccettuano, forse, i Cinesi. “Loro” vendono le donne?
Le abbiamo vendute anche noi. Rubano il lavoro ai nostri
disoccupati? Anche noi accusati di questo. Importano criminalità?
Noi ne abbiamo esportata dappertutto. Fanno troppi figli rispetto
alla media italiana? Noi spaventavamo allo stesso modo. Perfino
l’accusa più nuova, dopo l’11 settembre, che tra gli immigrati ci
sono tanti terroristi, è per noi vecchissima: a seminare il terrore,
per un paio di decenni, furono i nostri anarchici. In questa doppia
versione dei fatti può essere riassunta la storia dell’emigrazione
italiana.
Detto questo, alla larga dall’apertura totale delle frontiere,
dall’esaltazione del melting pot, ma alla larga più ancora dal
razzismo, dalla xenofobia, in una società che ha rimosso una parte
del suo passato. La lettura del libro è interessante e fa
riflettere: tanti di noi puntano l’indice sugli immigrati perché
ricordano una parte di noi che vogliamo dimenticare. Ma la Storia
non si cancella.
L’autore. Gian Antonio Stella,
giornalista del “Corriere della sera”, ha scritto diversi libri, tra
i quali i bestseller Schei, Dio Po, Lo spreco,
Chic e Tribù.
Arcangela Cammalleri
Visi
di Giovanni Buzi e Marcella Testa
a cura di Lodovico Gierut
Edizioni Comitato Archivio
Artistico documentario Gierut
www.gierut.it
Collana Il volto e la maschera
Opuscolo, catalogo, libro? Non trova una collocazione esatta questo
piccolo volume dove sono presenti opere pittoriche di Giovanni Buzi
e una specie di dialogo poetico intessuto fra Marcella Testa e Buzi
stesso.
Se le prime pagine sono rivolte alla riproduzione di volti
enigmatici, frutto di un lavoro completato nel corrente anno
dall'artista viterbese, opere su cartoncino in originale esposte con
altre di analoga tematica nella mostra "Visi 1979-2009" ospitata nel
Centre de documentation de l'Etui a Bruxelles ( dal 7 dicembre all'8
gennaio, tranne la chiusura per le festività di fine anno dal 18
dicembre al 3 gennaio), le altre sono occupate da versi in cui
entrambi i poeti avviano una schermaglia di genere poetico.
Buzi:
….
La mia unica tortura è
L'attendere invischiato nella tela,
l'arrivo del ragno.
So che è in agguato,
fra le fronde fresche della sera.
E, a questo pensiero
Come colore che si spegne,
tremo.
Testa
…
Il ragno può salvarti
Cucendo tutti i pezzi
Come Iside
Oppure può disfare
E tessere l'inganno
Di Penelope.
Moglie, madre o amante:
che sia la tua bocca
a battezzarmi.
…
Tuttavia, a un esame più approfondito, non si tratta di
un'ispirazione venuta dalla lettura dell'Aminta di Torquato Tasso, e
del resto il dialogo poetico, se pur non frequente, in passato era
una forma abbastanza ricorrente.
No, in questa sorta di poemetto, più che una conversazione ricca di
sottintesi, di allusioni, di parole dette e non dette, sembra che
emerga invece una sorta di riflessione stimolata dai reciproci
spunti, esposta con molto garbo e peraltro con una vena di lirismo
che più la fa assomigliare al duetto di un'opera settecentesca.
Poiché non ho capacità artistiche tali da poter esprimere
un'opinione compiuta sui quadretti, opere tuttavia moderne, benché
non astratte, il soffermarmi sui versi mi è quasi d'obbligo.
Verrebbe voglia di leggerli con l'accompagnamento in sottofondo di
un clavicembalo, in un salotto patrizio in cui un gentiluomo
imparruccato e una damina ingioiellata duellano, senza mai toccarsi,
davanti a una piccola platea in rigoroso perfetto silenzio.
Un esercizio di stile, un remaque di un tempo passato accompagna
così la modernità di quei visi dipinti, una cornice dorata in cui
racchiuderli e rinchiudere quei versi.
Giovanni Buzi
1961 - nato a Vignanello (Provincia di Viterbo).
1980 - trasferimento a Roma.
1984 - diplomato all'Accademia di Belle Arti di Roma.
1985 - lunghi soggiorni a Parigi.
1986 - prima esposizione personale "La Memoria" al Centro Culturale
"Saint-Louis de France" a Roma. Presentazione di Paolo Raffaeli nel
dépliant.
- ritorno a Parigi dove fa la conoscenza di Gilles Vallée,
domenicano che organizza dal 1952 la Galleria "Haut-Pavé".
- primo soggiorno a Mézels, villaggio ai bordi della Dordogna nel
quale, sotto la direzione di G. Vallée, si trovano gli atelier di
serigrafia e incisione della Galleria. Una decina d'artisti
provenienti dal mondo intero si ritrovano per lavorare, discutere,
vagabondare. In occasione dell'esposizione collettiva di dicembre,
espone l'unica serigrafia (30 esemplari) e le due incisioni (3
esemplari ciascuna) realizzate fino ad oggi, oltre a qualche disegno
e acquerello.
- Bruxelles. Quadri del "periodo grigio", olio su legno.
1987 - illustrazione collettiva d'un libro di poesia "Motus",
pubblicato da "Edizioni Lavoro", Roma.
- esposizione alla Libreria "EL" a Roma: "Pietre nel verde sacro".
Presentazione di Paolo Raffaeli nel dépliant.
1988 - esposizione-asta collettive al Palazzo di San Michele a Ripa
a Roma (tra gli altri : Matta, Fioroni, Ziveri, Turcato, Pomodoro,
Attardi, Baruchello).
- esposizione "12 meno 35" organizzata dal Comune di Roma al Foro
Boario. Sei critici d'arte presentano ciascuno due artisti. Testo di
Gianfranco Proietti nel catalogo.
- secondo soggiorno a Mézels, con gli artisti della Galleria "Haut-Pavé"
di Parigi.
1989 - esposizione collettiva "Dopo il Boario" a Spoleto per il
Festival dei Due Mondi. Presentazione di Rossella Siligato nel
catalogo.
1990 - Inizia la collaborazione col "Centro documentazione ricerca
artistica contemporanea Luigi di Sarro" di Roma. Esposizione
collettiva "Orizzonti Verticali" , organizzata da questa galleria,
nella Torre di Ciarrapico, Francavilla al Mare (Chieti), ottobre.
Presentazione d'Alessandro Masi nel catalogo.
- Lunghi soggiorni a Bruxelles.
- pubblicazione in copertina di "Toro", olio su tela del 1989, Fazil
Iskander, "Le buffle front large", Editions Complexe, Bruxelles.
1991 - laureato in Storia dell'Arte Contemporanea alla Facoltà di
Lettere dell'Università "La Sapienza" di Roma. Tesi : "Il gruppo
Cobra, 1948-51".
1992 - esposizione collettiva "Art Rivages", Galleria "Patrick
Vicqueray", Bruxelles.
1993 - pubblicazione d'un manuale di storia dell'arte, "Guida
all'esame di maturità: Storia dell'Arte (dal XVI° al XX° sec.)" in
collaborazione con Paolo Raffaeli, Edizioni "Sovera multimedia" di
Roma.
1994 - pubblicazione di "Noir Blanc", plaquette di 100 esemplari,
testo e illustrazioni.
1995 - esposizione "Fragments" nella "Maison des Tulipes Noires" (Waterlandkerkje,
Olanda). Nel catalogo testi di F. Lalande, D. Soil, J. Vogel, A.
Raulier. 150 esemplari, 50 numerati, firmati e copertina realizzata
con un "frammento" originale. Altro catalogo di 50 esemplari con
riproduzioni d'opere e un testo dell'autore.
- esposizione collettiva "Cocoon", Bruxelles. Introduzione di B.
Thomas nel catalogo.
- pubblicazione del testo "Mon premier contact avec la peinture",
con riproduzioni di quadri, nella rivista trimestrale del "Centre d'Expression
et de Créativité, les Atelier de la Banane", Bruxelles.
1996 - pubblicazione a 150 esemplari della plaquette "Eaux Turquoise"
(testo, foto, illustrazioni) ispirata da un soggiorno di tre mesi a
Cancùn (Messico).
- esposizione collettiva alla Galleria "Laetitia", Seraing (Liegi).
- pubblicazione a 200 esemplari della plaquette "Lumières
géométriques" (testo, foto) ispirata da un viaggio in Tunisia.
- partecipa alle esposizioni di creazione contemporanea "Parcours d'artistes",
Bruxelles.
1997 - esposizione collettiva "Dare corpo all'illusione", Scuderie
di Palazzo d'Atri, Napoli, organizzata dal "Centro Documentazione
Ricerca Artistica Contemporanea Luigi di Sarro" di Roma. Testo del
catalogo di Federica di Castro.
- esposizione personale "Fragments" a Bruxelles, Spazio Bucella.
Catalogo con testi di Isabelle Fessaguet, Ana Isabel Pérez-Gavilán,
Federica di Castro.
- esposizione collettiva "Traits d'union" in occasione del 45esimo
anniversario della Galleria "Haut-Pavé" di Parigi.
1998 - esposizione "Artistes italiens du XXème siècle" al "Centre
International d'Art Contemporain" (CIAC), Palazzo del Principe
Vescovo, Liegi.
- pubblicazione in copertina della rivista "Performances" del quadro
"fragment n° 571", Tolosa.
1999 - esposizione personale alla Galleria "Pro Vision Europe" di
Bruxelles.
- pubblicazione del primo romanzo "Faemines", Edizioni Libreria
Croce, Roma.
2000 - esposizione "Bruxelles, 10 années de peinture" Bruxelles,
Atelier 11.
- esposizione "Pitture, 1980-2000" al "Centro Documentazione Ricerca
Artistica Contemporanea Luigi di Sarro" di Roma.
- pubblicazione del romanzo "Il Giardino dei Principi", Massari
Editore, Bolsena.
2001 - pubblicazione della plaquette "Passeggiate romane" (100
esemplari), testo e quadri, che accompagnano l'esposizione personale
dello stesso titolo, Atelier 11, Bruxelles.
2002 - pubblicazione del saggio "Le mystère des Logogrammes de
Christian Dotremont", Atelier 11, Bruxelles, (plaquette di 200
esemplari).
- esposizione personale "De la figuration aux Fragments", Galleria
"L'Arté", Bruxelles.
2003 - pubblicazione del saggio "William Turner in Etruria", Massari
Editore, Bolsena. Presentazione e commento di 23 disegni inediti
conservati alla Tate Gallery di Londra. Questo volume è presente nel
catalogo della biblioteca del Metropolitan Museum of Art di New York
2004 - esposizione personale "Hommage à W. Turner", Galleria "L'Arté",
Bruxelles.
- pubblicazione della novella breve : "Il pesce d'oro", sulla
rivista-on line "Progetto Babele" n° 9. Seguono pubblicazioni dei
racconti : La lupa di Roma, Metamorfosi, Haiku.
- pubblicazione della raccolta di novelle horror "Fluorescenze",
prefazione di A. Teodorani, Il Filo, Roma.
2005 - pubblicazione del poema "La neige" in Christian Dotremont, "Mémoire
de neige", Editions Tandem, Bruxelles.
- inizia a insegnare Soria dell'Arte Contemporanea nell'Accademia di
Belle Arti di Bruxelles.
- pubblicazione di "Sesso, orrore e fantasia", raccolta di 4
novelle, tradotte nello stesso volume in francese e inglese, più 65
riproduzioni di acquerelli a colori. Prefazioni di A. Teodorani e O.
Duquenne. Massari Editore, Bolsena.
- 2006 - Con il racconto La collana di perle celesti ha vinto il
Premio Profondo Giallo 2005 (il racconto è stato pubblicato insieme
al romanzo di Giulio Leoni, I delitti del mosaico, collana Il Giallo
Mondadori n. 2896, Milano.
- 2007 - pubblicazione della raccolta di novelle "Alchimie d'amore e
di morte", Tabula Fati.
- Nel mese di settembre 2007 all'ISTI, Institut Supérieur de
Traducteurs et Interprètes, di Bruxelles, è stata sostenuta la tesi:
"Il Giardino dei Principi: gli anni Cinquanta e il rinnovamento
dell'Italia", tesi che comprende la traduzione in francese del
romanzo "Il Giardino dei Principi".
- 2008 - pubblicazione del romanzo "Uragano", Delos Books.
- pubblicazione del romanzo "Agnese, ancora", Akkuaria.
- 2009 - pubblicazione del romanzo "La signora dalla maschera
d'oro".
- Numerose partecipazioni in antologie.
- È presente nel Dizionario Piron che raccoglie i maggiori artisti
belgi, o di differente nazionalità che hanno vissuto in quel Paese.
Marcella Testa
E' nata a Castellamare di Stabia nel 1972 e risiede a Scafati, dove
insegna materie letterarie presso il liceo scientifico "R.
Caccioppoli".
Suoi racconti e poesie sono presenti in antologie edite da Montag,
Perrone, Cicorivolta, Farnedi, Edizioni Progetto Cultura e sul
Writers Magazine Italia. Il nuovo egocentrismo ha vinto la
decima edizione del Premio WMI. Nel 2009 un suo racconto è risultato
vincitore nella IV edizione del Premio Letterario Logos indetto
dalla Perrone Editore. Nello stesso anno è uscita la sua prima
silloge Come una nebulosa, ed. Montag.
Renzo Montagnoli
La corsa selvatica di
Riccardo Coltri Edizioni XII
www.xii-online.com
Copertina di Diramazioni
Appendice Caccia Selvaggia
di Dario Spada
Narrativa romanzo
"La corsa selvatica, la chiamavano. E a poco servivano le
barricate, i fucili, le trappole segnalate da rami incrociati o il
riunirsi tutti nello stesso luogo, attendendo che finisse. Erano
grossi cani neri, forse tanti quanti poteva contenerne la contrada
stessa."
Nei primi anni del Regno d'Italia, ai confini con il Tirolo,
accadono fatti strani, inspiegabili, oltre ogni umana comprensione.
Qualche cosa di indefinibile è arrivato, o forse solo ritornato,
mobilitando un vero e proprio esercito di soldati, di stregoni e di
medium.
In un paesaggio incantevole, ma anche incantato, nel silenzio della
neve che copiosa lo ricopre, sembrano materializzarsi certe storie
di lontane leggende, in un'atmosfera cupa, di tensione, nella quale
orrore, disperazione e brama di conoscenza riescono a convivere
perfettamente.
La corsa selvatica è un romanzo dalla trama continuamente in bilico
fra realtà e mondo oscuro, fra le fatiche del giorno e gli
ancestrali timori notturni. E' ambientato alla fine del 1800, ma
sembra di tornare molto più indietro nel tempo, come se
all'improvviso l'illuminismo dovesse ancora arrivare a far prevalere
la razionalità. Sono bestie infernali quelle che avviano la corsa
selvatica, ma anche gli uomini, quelli in carne e ossa, le vittime
per intenderci, sono figure emblematiche dei turbamenti
dell'inconscio, e non di rado prede e cacciatori.
In questo romanzo, che riesce ad avvincere il lettore nonostante ci
sia un po' troppa carne al fuoco, si ritrovano così le atmosfere di
certe narrazioni dei vecchi nonni ai nipotini, frutto anche esse di
una tradizione orale che caratterizza ogni comunità e in cui ogni
invenzione ha un qualche fondo di verità. Ricordo io stesso di
storie di lupi mannari, di streghe e di bestie diaboliche, tutti
specchi delle nostre paure, di quei timori latenti che il buio fa
risvegliare.
E' l'incapacità di comprendere che fa nascere gli spettri, è l'umana
debolezza che scaramanticamente li evoca, è l'ignoto di noi stessi
che cerchiamo di rappresentare.
Eppure, la Katertempora, la caccia selvaggia così come tramandata
nel Tirolo, nelle sue lontane origini non può essere solo un
fenomeno di credenza collettiva; alla base ci deve pur essere
qualche cosa di concreto, ma cosa? Notti di neve e latrati di cani?
Ombre che circondano il viandante?
La corsa selvatica ha inizio; fortunato è solo chi non è la preda,
ma soprattutto il lettore.
Riccardo Coltri è interprete di
un genere a cavallo tra fantastico e horror, che attinge nel
profondo del folclore e delle leggende alpine e mediterranee in una
miscela personalissima e affascinante, portandoci verso un tempo e
un mondo che potrebbero esistere (e forse sono esistiti) giusto
fuori dalla porta di casa nostra; scrittura elegante, cattiveria, e
una reale capacità di inquietare il lettore completano il quadro di
uno degli autori nostrani più interessanti.
Oltre a molti racconti su diverse riviste e antologie, suoi sono il
romanzo horror Non c'è mondo (2001, basato sulla leggenda di
Giulietta e Romeo) e Zeferina (2007, fantasy ambientato nel
Regno d'Italia, riedito in versione ampliata nel 2009).
Renzo Montagnoli
Romanza di Zurigo di
Francesca Mazzucato Historica
Edizioni www.historicaweb.com
info@historicaweb.com
Con appendice fotografica a colori
Collana Cahier di viaggio
Devo ammettere che a Francesco Giubilei, tuttora il più giovane
editore italiano, non manca il coraggio, perché di questa dote, non
frequente e spesso fraintesa, ne occorre non poca per pubblicare un
cahier de voyage, o quaderno di viaggio, o libro di viaggio comunque
lo si chiami. E' infatti questo un genere che in Italia non ha mai
avuto fortuna, a differenza che in diversi paesi esteri. Il lettore
medio italiano ama poco viaggiare con la mente, magari prende una
guida del Touring, ma poi la dimentica nel corso delle immancabili
gite collettive, anche perché un cahier de voyage non è un semplice
libretto pratico per orientarsi su cosa andare a vedere, dove
dormire, dove mangiare, anzi rifugge da questi consigli spicci
perché il suo intento non è di supporto logistico al viaggiatore,
non è il Bignami di un paese, bensì è un'opera letteraria che ha
l'occhio solo per la cultura. Da noi questi libri sono in genere
rifuggiti peggio di quelli di poesia. Eppure sono opere di indubbia
validità, ma tanto è la disaffezione per l'autentica cultura di una
larga parte dei lettori italiani che questi cahier finiscono con
l'essere negletti. Certo Giubilei avrà ben valutato i pro e i
contro, e fra i primi il peso non trascurabile è dato dall'autrice,
assai nota che, in questo testo, come poi si vedrà, profonde al
massimo le sue qualità letterarie.
Fra l'altro questo libro inizia una nuova collana, intitolata
appunto Cahier di viaggio, diretta proprio da Francesca Mazzucato.
Zurigo ai più potrà risultare una meta non particolarmente
appetibile, probabilmente secondaria rispetto a Parigi, a Londra o a
New York, ma l'autrice ha scelto questa località per compiere un
viaggio dell'anima, per proporsi una serie di riflessioni, anche
sentimentali, che non sempre sono direttamente collegabili alla
meta.
Certo c'è l'omaggio a Joyce, che lì morì e vi è sepolto, uno
scrittore che deve avere rivestito un'influenza particolare sulla
Mazzucato tanto che la visita della sua tomba finisce con il
diventare quasi il suggello della fede di un pellegrino con il
proprio santo prediletto.
Peraltro, all'inizio del viaggio da Bologna in vagone letto, il
barbone che sul marciapiedi del binario si orina addosso in completa
indifferenza rappresenta la fine del quotidiano e l'inizio di quel
progressivo distacco dalla realtà materiale che in itinere diventerà
un percorso dentro se stessi, con le occasioni offerte da una città
in cui muoversi per trarre spunti, far nascere idee, riflettere
soprattutto.
C'è tanta cultura in questo libro e non a caso i riferimenti a
Joyce, ad Annemarie Schwarzenbach, a Canetti, a Chagall e perfino a
Jung sembrano propiziati dalla presenza delle loro ombre in questa
città svizzera di impronta tedesca.
Ci sono piccoli spunti, in apparenza insignificanti, abitudini
giornaliere con cui l'autrice cerca quasi un dialogo con il lettore,
descrizioni che sembrano casuali di edifici, insomma tante pietruzze
di un mosaico che non solo riescono a ricreare l'atmosfera di
Zurigo, ma vengono a delineare, come nell'opera di un pittore, un
quadro culturale che nobilita il libro, che è quasi la fusione di un
diario con un romanzo, non di rado espresso con una prosa poetica.
Resta da chiarire il perché del titolo e a questo provvede una
piccola nota all'inizio, dove si dice che la romanza è una
composizione musicale per voce e accompagnamento, di struttura
variabile ma di carattere per lo più sentimentale.
Ecco, in effetti il libro ha il ritmo di un lungo adagio in cui la
voce dell'autrice si inserisce con una vena di lirismo, un violino
di cui ancora sento il suono malinconico.
La lettura è vivamente raccomandata.
Francesca Mazzucato è laureata
in Lettere e specializzata in Biblioteconomia con un master al
Parlamento Europeo. E' scrittrice, consulente editoriale e
traduttrice. Ha pubblicato 16 romanzi, prefazioni, saggi brevi e
racconti. Si occupa di erotismo, viaggi, costume, fotografia, new
media e critica letteraria. Studiosa di letteratura marsigliese, è
l'autrice del saggio in formato e-book:"Louis Brauquier, il poeta
del mondo meticcio di Marsiglia", Kult Virtual Press. Ha scritto per
il teatro e tiene regolarmente corsi di scrittura creativa e sui
mestieri dell'editoria. Nel 2003 ha vinto il premio Fiuggi e si è
classificata seconda al premio Argentario- Narrativa Donna.
Fra i suoi romanzi più noti, alcuni dei quali tradotti in Francia,
Germania, Grecia e Spagna: "Hot line", Einaudi, "Relazioni
scandalosamente pure", "Amore a Marsiglia" e "Web cam", Marsilio,
"L'anarchiste" Aliberti, " Enigma Veneziano", Borelli e "Kaddish
profano per il corpo perduto" Azimut, ambientato a Budapest e
dedicato al premio Nobel Imre Kértesz. Nel 2008 è uscito un suo
racconto nell'antologia "M'ama? Mamme madri matrigne oppure no", Il
Poligrafo, e il romanzo "Generazione McDonald's" Marlin editore, da
cui è stato tratto uno spettacolo in forma di reading, Fast Food
Elettronico, a cura di Marco Nardini con musiche di To-Bork- Ram,
portato con successo in giro per l'Italia.
A Febbraio 2009 è uscita negli Stati Uniti l'antologia "Rome Noir",
per Akashic Books. Contiene racconti dei più importanti scrittori
italiani fra cui Lucarelli, Carofiglio, Fois : dell'antologia, di
prossima pubblicazione in Italia, fa parte il racconto "Tiburtina
noir blues" di Francesca Mazzucato.
Sempre nel 2009 un suo intervento è uscito nel volume "Dai blog ai
social network. Arti della connessione nel virtuale. " , a cura di
Mapelli e Margiotta, Mimesis editore.
Dal 2009 ha creato e dirige la collana "Cahier di viaggio" per le
edizioni Historica. Fa parte del Who's Who in Italy 2009 nella
sezione Arte e cultura (ne aveva già fatto parte nel 2006 e nel
2007) . Collabora con magazine come, riviste letterarie, portali
come Menstyle.it Da anni cura lo spazio di recensioni e interviste
Books and other sorrows (http://scritture.blog.kataweb.it ) che fa
parte dei blog d'autore del gruppo Kataweb-L'Espressso. Sulla sua
opera sono state scritte alcune tesi di laurea. Ha in uscita un
testo breve su Marsiglia per questa collana e sta lavorando a un
saggio di costume e a un nuovo romanzo.
Vive in una terra di frontiera.
Il blog della collana Cahier di viaggio, da lei gestito
http://cahierdiviaggio.blogspot.com
Cahier di viaggio su Twitter
http://twitter.com/cahierdiviaggio
Renzo Montagnoli
Colloqui con Hitler.
Le confidenze esoteriche del Führer e i suoi
piani per la conquista del mondo
di Hermann
Rauschning
Traduzione di Anna Maria Baiocco
Edizioni Tre Editori
www.treditori.com
"La coscienza è un'invenzione degli ebrei. E' come la
circoncisione, una mutilazione dell'uomo."
"Noi poniamo termine al cammino sbagliato imboccato dall'umanità."
"Non esiste la verità, né in senso morale né in senso scientifico."
Sono alcune delle massime che Hitler produceva a getto continuo,
lapidarie, incontrastabili a meno che il loro creatore le facesse
decadere con altre, una filosofia - ma il termine è esagerato -
spicciola, frutto non tanto di un complesso processo di pensiero,
quanto di improvvisazioni o di folgorazioni di cui tanto amava
compiacersi.
Hermann Rauschning, membro del partito nazionalsocialista e capo del
governo della Città libera di Danzica nel 1933-34, ebbe, per gli
incarichi ricoperti, l'opportunità di colloquiare sovente con Hitler
e annotò questi dialoghi, per poi riprenderli, una volta rotto con
il nazismo e riparato all'estero, e scrivere un libro che fu
pubblicato per la prima volta in Francia nel 1939. Per quanto ovvio,
l'opera fu proibita nei paesi dell'Asse.
Pur con le riserve che possono derivare dal fatto che questi
incontri con il Fuhrer avevano un carattere per lo più privato e che
quindi non è possibile un riscontro diretto con quanto scritto,
l'opera in sé costituisce un ulteriore prezioso tassello nella
ricostruzione della figura del piccolo caporale austriaco.
Non è un caso se ho ricordato l'esperienza militare di Adolf Hitler,
perché fa parte della sua vita, qui non raccontata, prima di
diventare fondatore del grande Reich. Militare di truppa, pittore di
trascurabili qualità, una famiglia di modeste condizioni, con il
peso di un padre nato illegittimo e con ascendenti probabilmente di
razza ebraica, insomma Hitler non aveva molto di che esser contento
per i suoi trascorsi e probabilmente un desiderio di riscatto, del
tutto legittimo in verità, lo portò a cercare di raggiungere una
posizione preminente. Tuttavia questo non spiega a sufficienza
l'ascesa di un uomo dallo smisurato senso di onnipotenza e dalla
latente profonda frustrazione, sempre pronta a esplodere,
nell'eterno contrasto fra insoddisfazione e autoconvincimento della
propria presunta grandezza.
Il libro, oltre a ricostruire la continua evoluzione delle teorie
naziste, è una fonte valida per comprendere questo contrasto
caratteriale, fatto di momenti di estasi e di altri di abbattimento,
che portano a evidenziare un quadro clinico di notevole complessità
comprendente due distinte personalità del tutto inconciliabili.
L'istruzione di Hitler è modesta, quello che apprende gli deriva da
"un fai da te", che finisce con il diventare in una mente così folle
l'unica verità. E se non bastasse deve cercare una giustificazione
per la sua investitura di guida della nuova umanità, in una
confusione di approssimativi concetti religiosi e di vagheggiamenti
esoterici, questi ultimi frutto delle idee propugnate dalla Società
di Thule (cfr. dello stesso editore Il viaggiatore di Agartha).
In una ridda di controsensi, inevitabili in un continuo sdoppiamento
della personalità, fra alti esaltanti e bassi paurosi, possiamo così
leggere l'evolversi della scalata al potere di Adolf Hitler e i
prodromi di quello che avverrà da lì a pochi anni: una guerra
mondiale sanguinosa, l'olocausto, l'eliminazione di milioni di
cittadini sovietici, la distruzione della Germania, la fine del
Fuhrer a Berlino nel bunker della cancelleria. Tutte queste sciagure
sono facilmente prevedibili se si leggono con attenzione questi
colloqui, più che altro monologhi del dittatore, perché è evidente,
non è nemmeno nascosta la vocazione nichilista a un crepuscolo non
tanto di dei, ma di folli e illusi superuomini.
La lettura, appassionante, è senz'altro raccomandabile.
Hermann Rauschning (7 agosto
1887 - 8 febbraio 1982).
E' stato un conservatore e reazionario, membro del partito nazista,
capo del governo della Città Libera di Danzica dal 1933 al 1934,
anno in cui, non più convinto dall'ideologia, si rifugiò dapprima in
Inghilterra e poi negli Stati Uniti. Scrisse Colloqui con Hitler,
pubblicato per la prima volta in Francia nel 1939 e poi
nell'originale in tedesco dalla Europa Verlag di Zurigo. In Italia
venne stampato, clandestinamente, nel 1944, nella traduzione dal
francese.
Altre pubblicazioni:
La Rivoluzione del Nichilismo (1939), Make and Break With the Nazis
(1941), The Conservative Revolution (1941), The Redemption of
Democracy, the Coming of the Atlantic Empire (1941), The Beast from
the Abyss (1941), Men of Chaos (1942), Makers of Destruction -
Meetings and Talks in Revolutionary Germany (1942), Time of Delirium
(1946).
Renzo Montagnoli
Ti prendo e ti porto via di
Niccolò
Ammaniti
Ed.
Piccola Biblioteca Oscar Mondatori
Letto quando era uscito, mi era piaciuto per lo stile dell’autore e
per la storia dei personaggi un po’ così…fuori
da certi schemi: balordi, incasinati, problematici, ingenui;
insomma la gamma infinita dei caratteri umani.
Una galleria d’individui viva e tragicomica, data in pasto ai
lettori. Oggi rileggerlo, offre le stesse sensazioni
positive, non certo di un libro dalla
lettura frettolosa e via al prossimo. Un vero libro si rivela e poi
si conferma quando una seconda lettura è più interessante e apre
altre chiavi d’interpretazione e approfondisce pensieri e
suggestioni. La trama in breve: a
Ischiano Scalo, piccolo paese con poche
opportunità di svago e di cultura vivono i nostri eroi: due
ragazzini Pietro e Gloria, compagni di scuola, d’estrazione sociale
ed economica diversi. Gloria, bella e spavalda, di famiglia ricca e
perbene e Pietro, timido e introverso, di famiglia proletaria che
più non si può, e anche disastrata: padre violento e
alcolizzato, madre con problemi psichici
e un fratello incolto che nutre vaghi ed assurdi sogni; insomma un
bambino definito, secondo il linguaggio scolastico, un caratteriale.
Tra l’altro perseguitato da tre compagni bulli e
balordi, che così esprimono il degrado e il disagio di certe realtà
umane: lo opprimono con continue offese verbali e fisiche.
Eppure tra questi due ragazzi Pietro e
Gloria c’è una sintonia d’intenti e una vicinanza affettiva che va
oltre una semplice amicizia adolescenziale. L’altra coppia
scombinata è quella di Graziano Biglia play boy da strapazzo, un po’
attempato che insegue ancora futilità e vanaglorie trascorse e la
professoressa Flora Palmieri, donna
trentenne dall’aspetto misteriosamente bello e dal carattere
riservato e solitario. Eppure casualmente
i due destini ad un certo punto del proprio curriculum vitae
s’incrociano e le due diversità si combinano…
Ammaniti scandisce le tappe della vita,
contrassegnate da rituali obbligati, marcatori dei passaggi
generazionali e lo fa con graffiante
ironia e con partecipe adesione sentimentale.
L’autore ci ammannisce con un lessico immediato ed autentico ed un
periodare breve e conciso; alterna una scrittura calibrata e
precisa, ad un’altrettanta scrittura non osservante
di precise schemi narrativi.
Alterna registri verbali diversificati
dando la misura del suo profondo scavare nel centro delle vite umane
e restituendoci non tanto personaggi, ma persone in carne ed ossa.
Carpisce con sorprendente inquietudine i lati oscuri e controversi
dell’animo umano dosando malinconiche asprezze e ironiche dolcezze.
Senz’altro questo romanzo più che godibile, è amabile come certi
vini dal sapore dolce e dal retrogusto asprigno.
L’autore Niccolò
Ammaniti è nato a Roma nel 1966. Ha pubblicato
Fango
1996, Branchie
1997, Ti prendo e ti porto
via 1999, Io non ho
paura 2001, Come Dio
comanda e l’ultimo
Che la festa cominci
Dei suoi libri sono stati tratti film di successo,
di importanti registi. E’ pubblicato in
44 Paesi e il suo sito ufficiale è all’indirizzo
www.niccolòammaniti.com.
Arcangela Cammalleri
Pubblicato il saggio "Schiavi
degli Dei - L'alba del genere umano" di
Biagio Russo - Edizioni del
Poggio
Con la prefazione del Professor Gabriel-Aldo Bertozzi ed il
contributo scientifico del Professor Tonio Di Battista, il testo,
per i suoi straordinari contenuti, farà sicuramente molto parlare di
sé.
L'uomo moderno è davvero l'erede dell'uomo di Neanderthal?
Egli rappresenta davvero l'ultimo anello dell'evoluzione dell'uomo?
Da dove provenivano i Sumeri?
Come e da chi essi appresero, ben 5.000 anni fa, le straordinarie
conoscenze astronomiche circa la creazione del nostro sistema
solare?
Ci sono mai stati un primo uomo di nome Adamo e una prima donna di
nome Eva?
E' mai esistito un serpente tentatore?
E chi erano gli Angeli?
A queste e a tante altre domande, l'autore risponde con una
puntualità e chiarezza come mai accaduto prima.
Risposte frutto di una ricerca severa, portata avanti sempre e
costantemente con l'ausilio di testi originali, anche molto antichi,
scritti o curati da autorevoli esperti internazionali di
assiriologia e sumerologia e da esponenti di spicco del mondo
accademico dell'astronomia, della storia, della statistica, della
lingua e della letteratura straniera. Ma soprattutto grazie alla
testimonianza redatta in scrittura cuneiforme su tavolette d'argilla
da un popolo straordinario: i Sumeri.
Un percorso d'indagine in cui l'autore porta per mano il lettore in
un crescendo di coinvolgente interesse che tocca il suo culmine
nelle due parti finali.
Il "Progetto", ovvero "L'alba del genere umano", altro non è che la
chiara e precisa descrizione del perché, quando e come si procedette
alla realizzazione di un essere essenzialmente lavoratore ed
ubbidiente: l'uomo primitivo, lo "schiavo degli dei".
"Schiavi degli Dei" è molto più di un saggio: è uno scrigno aperto
da cui estrarre risposte sensazionali e le cui profondità
scuoteranno sicuramente le coscienze dei lettori.
Un libro che farà clamore. Un libro non solo da leggere, ma da
diffondere.
Biagio Russo
La pratica rende perfetti
di Giusy Ragni
con illustrazioni dell'autrice
Edizioni Il Foglio Letterario
www.ilfoglioletterario.it
ilfoglio@infol.it
Poesia
Collana PLAQUETTE - I PORPORA
Questa raccolta poetica è ispirata e incentrata sull'amore,
esaminato, sviscerato, visto in tutte le sue innumerevoli
sfaccettature, con l'emozione di esperienze e l'estro dell'artista.
Rilevo, in particolare, che queste esternazioni in versi hanno il
particolare pregio di essere comprensibili, perché semplici. Ma
semplici non vuole dire elementari, bensì chiarezza di esposizione
frutto di un'analoga chiarezza di idee.
Si leggono sovente oggi testi pretesi poetici che sono più un
intreccio sgraziato di parole che una vera e propria composizione
armonica che dovrebbe caratterizzare la poesia per distinguerla
dalla prosa. Spesso sono sciatti, senza inventiva, privi di
un'espressione artistica. Ebbene, non è il caso di questa raccolta
che si contraddistingue per una creatività poetica che riesce a
interpretare il sentimento e a renderlo consapevole non solo
all'autore, ma anche al lettore.
…A QUESTA TERRA
Abbracciando
le fatiche dei padri
mi sono avvicinata
a questa terra
e ho riempito lo sguardo
dei suoi fossi... dei rovi.
Ho fatto mio il suo canto
nel gallo ,nella tortora...
ho amato la sua gente
condiviso l'idioma.
Abbracciando
uno ad uno i suoi pioppi
salutando la gallinella gentile...
ed il regale airone
mi sono avvicinata
a questa terra
e ho riempito lo sguardo
dei suoi campi... dei suoi campanili
Abbracciando
il sapore del pane
mi sono avvicinata
a questa terra
io non più straniera... io figlia.
Certamente, questa dote innegabile di comunicatività deriva da un
afflato con la natura, dal considerarsi parte di essa. Il
raggiungimento della consapevolezza della nostra vera posizione
nell'ambito dell'apparente caos del creato consente così di
interagire meglio non solo con il mondo che è intorno, ma anche di
esprimerci più comprensibilmente con chi ci sta vicino. In questo
senso non si può che apprezzare la marcata vena elegiaca che
accompagna i versi, quel senso di pace interiore che si ritrae
leggendoli e infine quell'unione ideale che si concretizza fra il
pensiero dell'artista e l'impressione che ne ritrae il lettore.
SCALZA TRA LA SETE
scalza tra le parole
allarga il sole
il volo
di pensieri
su musica e deliri
nelle sere d'estate
una zanzara d'oro
sussurra
di isole lontane
un mare di nuvole
rincorre tra i prati
nella mente
una rondine
col viso d'angelo
e risa di bambini
come corolla
al fiore della vita
stanca cicala
che sorride
a questa sera
di mille sere
scalza tra le sete
della fonte
stringe la luna
il sonno
Queste visioni, quasi oniriche, un riflesso della natura sull'anima,
immagini che comunemente sono sotto i nostri occhi, finiscono per
l'assumere una trasposizione che altri non è se non l'impressione
che ne riceve il poeta, il quale poi creativamente la trasforma in
parole. E' questo procedimento che connota l'opera d'arte, una
tecnica di cui Giusy Ragni sembra ben consapevole e che accompagna
la sua mano non solo quando ha stretta fra le dita una penna, ma
anche quando porge alla tela un pennello intriso di colore.
Una raccolta sicuramente meritevole di essere letta.
Giusy Ragni nasce a Milano nel
1959, trascorre un'infanzia tranquilla in una meravigliosa famiglia
povera. La passione per il disegno è precoce. Si inventa dj in una
radio locale dove si cimenta per circa due anni e fa mille lavori
per contribuire al bilancio familiare.
Dopo il disegno scopre ed esplode la passione per la scrittura,
tenendo per sé questa passione per molto tempo.
Si trasferisce in Lomellina nel 1986. Nel 2006 approda in un sito
internet sull'immaginario collettivo, ben presto inizia a
collaborare scrivendo articoli e altro e divenendo in breve tempo
capo amministratore del sito e cuore pulsante del portale. Inizia a
pubblicare poesie sul portale non tralasciando racconti, editoriali
ed articoli di vario genere. Sul portale stesso è presente
un'interessante
galleria di disegni per la quale è molto conosciuta. Attualmente
lavora sempre per www.Evulon.net
Renzo Montagnoli
Occidente
Il diritto di strage
di Ferdinando Camon
Edizioni Garzanti
Collana Gli elefanti
Narrativa romanzo
Perché fra i non pochi libri che ha scritto mi sono procurato e ho
letto Occidente? Camon ha la straordinaria capacità di
analizzare i fenomeni non superficialmente, ma cercando di capire i
motivi e questo considerando tutta una serie di variabili che vanno
dalla situazione contingente in cui hanno iniziato a manifestarsi
alla psicologia degli uomini che insieme sono stati soggetti attivi
e passivi dell'accadimento.
Il nostro paese è stato travagliato da un lungo periodo di terrore,
di matrice di estrema destra e di estrema sinistra, che necessita di
una comprensione, per capire il perché, per trovare una
giustificazione logica a un qualche cosa di illogico, per sapere,
onde evitare che questi anni di piombo si possano ancora
ripresentare.
Il romanzo di Camon, difficile soprattutto perché in una persona
normale certi comportamenti e alcune motivazioni entrano in aperto e
doloroso contrasto con la sua natura, è una discesa all'inferno per
cercare di comprendere i motivi di questo orrore.
E' un viaggio nell'incubo, nella follia di menti che, sconvolte,
hanno con le loro azioni sconvolto un paese e la vita dei suoi
abitanti.
Se con La vita eterna il racconto dell'autore era improntato
a un velo di pietà per un mondo definitivamente sparito, qui a volte
emerge la rabbia e non c'è la minima assoluzione per questi
terroristi, anzi la loro condanna è nelle stesse parole che Camon ha
fatto loro dire.
Non c'è nulla di più drammaticamente conclusivo dei concetti
espressi da Franco, il capo dei neri, un individuo che teme la
morte, anzi il solo pensiero che un giorno tutto dovrà finire gli
rende impossibile la vita; e allora si fa lui portatore di morte,
indiscriminatamente la esporta verso ignari cittadini, ritraendo il
sottile piacere di liberarsi momentaneamente del suo incubo
concretizzandolo in altri.
Per far questo si costruisce anche un'idea che sia lo specchio della
coscienza, così da giustificare il suo odio e il suo crimine. In
questo mondo ci sono gli eletti e lui è uno di questi, mentre tutti
gli altri sono comparse inutili, o meglio sono utili quali vittime
sacrificali per la purificazione di un sistema in cui l'apoteosi è
solo il senso di onnipotenza del carnefice, in una convulsione di
egocentrismo che prevede solo la sua esistenza.
E' inutile dire che in simili individui non esistono né la pietà, né
la consapevolezza dei propri limiti; uccidere diventa così una
necessità quale respirare per vivere e le loro stragi non sono
considerate atti criminosi, trovando giustificazione in una contorta
e aberrante filosofia che non è alla base del loro comportamento, ma
è stata adattata appositamente per fornire una motivazione dello
stesso.
In realtà gente come Franco è il ritratto dell'insoddisfazione per
ciò che realmente si è, rispetto a ciò che si vorrebbe essere, è la
figura di frustrati, pavidi e in rotta con se stessi, ma che trovano
sfogo al rancore che li pervade scaricandolo su altri, del tutto
inermi ed incolpevoli, e proprio per questo idonei capri espiatori.
Camon ci ha fornito un quadro, un'analisi attenta e apolitica di un
movimento, sondando gli aspetti psicologici dei componenti e
mettendo a nudo l'altra verità che è in noi, quella paura ancestrale
che a volte, come nel caso specifico, può portare a uno stato di
follia individuale e collettiva. L'onnipotenza bramata dall'uomo è
quindi il segno manifesto della sua debolezza, l'uccisione di altri,
del tutto innocenti, è rivelatrice di una sete di vendetta per la
propria condizione di immaturità.
Ma il terrorismo è anche rosso ed ecco allora il narratore che ci
parla di Miro che, a differenza di Franco, non sogna di distruggere
una società, ma brama cambiare un sistema, un fine da raggiungere
con qualsiasi mezzo, anche con l'omicidio di coloro che
rappresentano la struttura portante dello stato.
E' una figura in apparenza solo migliore di quella di Franco, se non
altro perché non c'è una vocazione nichilista, ma anche qui esiste
quel diabolico potere, che si autoalimenta, di poter disporre della
vita d'altri, una frenesia che sconvolge e travolge.
Nel caso di Franco è la visione dell'individuo che prevale, in
quella di Miro invece è quella della massa, un fiume che avanza e
che spezza tutto.
Nel primo si potrebbe dire che i mezzi sono il fine, nel secondo i
mezzi servono a raggiungere il fine, ma in entrambi è presente un
egocentrismo che li porta a considerarsi superiori a tutti e quindi
a decidere anche per gli altri. E non è un caso se in una battaglia
cittadina quasi si rendono gli onori delle armi.
Occidente è un romanzo sì difficile, ma è anche un
capolavoro.
Ferdinando Camon (San Salvaro
d'Urbana, 1935) è romanziere, poeta e saggista.
Ha pubblicato:
Il mestiere di poeta (Garzanti, 1982), Il mestiere di scrittore
(Garzanti, 1973), Letteratura e classi subalterne (Marsilio, 1974),
I miei lettori mi scrivono (Garzanti, 1987), Il Quinto Stato
(Garzanti, 1970), La vita eterna (Garzanti, 1972), Liberare
l'animale (Garzanti, 1973), Occidente (Garzanti, 1975), Storia di
Sirio (Garzanti, 1984), Un altare per la madre (Garzanti, 1978), La
malattia chiamata uomo (Garzanti, 1981), La donna dei fili
(Garzanti, 1986), Il canto delle balene (Garzanti, 1989), Il
Super-Baby (Rizzoli, 1991), Mai visti sole e luna (Garzanti, 1994),
La terra è di tutti (Garzanti, 1996), Dal silenzio delle campagne
(Garzanti, 1998), Conversazione con Primo Levi (Garzanti, 1991), La
cavallina, la ragazza e il diavolo (Garzanti, 2004), Tenebre su
tenebre (Garzanti, 2006), Figli perduti La droga discussa con i
ragazzi (Garzanti, 2009).
Le sue opere hanno ricevuto numerosi premi, fra i quali uno Strega
(Un altare per la madre), due Selezione Campiello (La donna dei fili
e Il canto delle balene) e un Viareggio per la poesia (Liberare
l'animale).
Sito internet: www.ferdinandocamon.it
Renzo Montagnoli
Sulla riva del fiume di
Giovanna Giordani
Aletti editore
"Non pretendo sia una recensione ma un esprimere a voi quello che
mi ha dato in emozione e altro la lettura d'un fiato della silloge
di Giovanna Giordani "Sulla riva del fiume" Aletti editore.
Innanzi tutto il titolo prepara a quello scorrere di versi semplici
si per la loro pulizia interiore, la limpidezza cristallina di chi,
come l'autrice, non si copre, si dà all'altro con autentica
passione.
Vi sono versi forti d'impatto sociale, subito, all'inizio della
lettura in "Ah se potessi con la poesia/ l'orror del mondo
spazzar via" o "Contro la guerra" "Vorrei trovar parole
tonanti... missili io le lancerei..." poi gli Haiku che sono
una bellezza per l'armonia di getto: ve ne cito uno a caso:
"Inverno" "impronte lievi/su candidi silenzi./ Il sole sogna
(è un'immagine fantastica quella del sole che lascia libero il cielo
per sognare...).
Raggrupperei insieme alcune poesie metapoetiche che "parlano" di
poesia in un modo estremamente personale e terso: "bello mi
sembra credermi poetessa/strofinar versi su appannati specchi/per
disvelar l'immagine riflessa" (come meglio disvelare la spinta
che prende il cuore ..) oppure "anche il poeta è un
illlusionista" o "l'amore dei poeti" è un urlo
sconfinato... e "la mia poesia è una regina scalza" che
trovo la summa di tutto, poesia senza presunzione, fatta di tocchi
sublimi senza accorgersi, quasi in sordina.
Poi i versi legati alla natura che sempre, implicitamente o meno,
fa da sfondo al poetare di Giovanna: "la notte" "Mi invita il
cielo" "Incanto" e molte altre ancora ...
Vi sono poi alcune liriche di riflessione sul senso della vita, su
Dio e sulla ricerca di esso nella splendida "Piccoli fiori
gialli " e nella poesia di chiusa "il mio Dio" che è
piccola luce "che soltanto io vedo" quando fa di poesia e
trova la fede nell'uomo e nella speranza.
Lo stile è sobrio, senza vezzi, uno stile di chi dentro ha la
serenità giusta per cogliere il meglio attorno e passarlo in
emozioni linde, delicate, a passi leggeri ma che ti attraversano.
Grazie Giovanna!
Tinti Baldini
Archetipi di
AA. VV.
A cura di Luigi Acerbi
e Daniele Bonfanti
Prefazione di Gianfranco Nerozzi
Illustrato da Diramazioni
Edizioni XII
www.xii-online.com
Collana Camera Oscura - n. 2
Narrativa antologia di racconti
La fantasia è sovente frutto dei nostri timori inconsci e si
riflette in visioni oniriche in cui paure varie appaiono dilatarsi,
pur in un quadro reale, determinando uno sfogo e in tal modo
metabolizzando quel tanto o quel poco di oscuro che è dentro di noi.
Quando c'è la capacità letteraria di narrare questo processo nascono
dei racconti che hanno un origine comune, avvolti da un'aria di
mistero propria di ciò che non conosciamo e che perciò non riusciamo
a spiegarci.
E' il caso di Archetipi, raccolta curata da Luigi Acerbi e da
Daniele Bonfanti, che figurano pure fra gli autori.
Sono dodici racconti con cui il mistero e l'inconscio si esplicano
in narrazioni accattivanti, quando addirittura non avvincono il
lettore, e che costituiscono, oltre che motivo di svago, anche un
interessante studio della psicologia umana.
Come sempre accade in questi casi ce ne sono alcuni che mi sono
piaciuti maggiormente e altri meno, fermo restando però una comune
innegabile rilevante qualità.
Fra quelli che più mi hanno colpito per il pathos che riescono a
creare e per lo svolgimento che è più aderente alla realtà, pur se
immersa in un contenitore di fantasia, ricordo in particolar modo
jay.rtf (Lake Effect), in cui le paure recondite emergono con
Pazuzu, il demone del vento, che trova una consacrazione nel reperto
archeologico di una statua che lo rappresenta. L'autore, Danilo
Arona, sembra volerci dire che sta a noi non materializzare il
nostro inconscio.
Sempre inserito nell'archeologia è anche Il Diluvio, di
Daniele Bonfanti, dove con il ritrovamento della mitica Arca con il
suo Noè, risvegliatosi dopo millenni, si esprime il timore latente
di una nuova tragedia, con l'innalzamento delle acque, per effetto
dello scioglimento dei ghiacci.
La Fenice di David Riva, che ho particolarmente apprezzato
per il linguaggio metaforico, con la forte carica della verità tale
da prevalere sulle forze del male, è un appassionante duello in un
campo di reclusione sovietico. Per descrizioni dell'ambiente, per
l'atmosfera rarefatta, secondo me questo è il migliore dei dodici.
Ma anche Matmon, di Strumm, e Sirene, di Samuel
Marolla, evidenziano timori ancestrali, con un percorso narrativo
che avvolge il lettore in una spirale, senza poi dimenticare Di
Madre in Figlia, di Biancamaria Massaro, che tratta con finezza
psicologica nuove paure rivenienti da conquiste allucinanti della
scienza.
Un discorso a parte, stante una forte componente filosofica , è
invece quello che merita Il Cartografo, di Alberto Priora. Il
suo è un fantastico atipico di grande creatività, ma è anche un
discorso sulla continua ricerca da parte dell'uomo dei suoi limiti.
Alessandro il Macedone teso alla conquista del mondo non riesce a
concretizzare un'ossessione che è anche il destino di chi vuole
conoscere completamente se stesso.
Non è che gli altri cinque racconti siano minori o che non possano
essere considerati meritevoli di lettura, perché anche per essi il
piacere è assicurato, ma, a differenza di quelli che ho citato, non
hanno lasciato in me un segno così forte da costituire motivo di
particolare approfondimento.
Nel complesso, comunque, consiglio caldamente di leggere
Archetipi, perché sono certo che in questa antologia tutti
potranno trovare più di un motivo d'interesse, oltre a trascorrere
ore indubbiamente gradevoli.
Gli autori
Danilo Arona, Daniele Bonfanti, Ian Delacroix, David Riva, Giuseppe
Pastore, strumm, Samuel Marolla, Biancamaria Massaro, Alberto
Priora, Elvezio Sciallis, J. Romano, Luigi Acerbi.
Renzo Montagnoli
Segni di
Tinti Baldini altromondo editore
“Segni” di Tinti Baldini è un libro di poesie che ho letto
centellinandolo come faccio generalmente con i libri di poesie.
Un libro di poesie è per me come una riserva d’ossigeno alla quale
attingo quando ho bisogno di dar maggior respiro all’anima.
Generalmente non inizio mai dalla poesia della prima pagina, ma ne
scelgo sempre una a caso.
E così sono subito stata catturata da “I versi” che mi hanno
conquistata in un baleno “odorano di figlio/dentro il corpo/….di
terra che suona/sotto i passi, di voli e cadute./….e piovono sul
capo/ come petali”. Come non sentirsi in sintonia?!
Continuo a sfogliare e intravedo componimenti brevi sui quali mi
soffermo incuriosita poiché so quanto si può dire in poche parole.
Ed è in “Casa” che m’imbatto per prima e che posso
trascrivere totalmente “Di senso amato/di furori e silenzi/di
sbarre di burro”. Scorro queste brevi poesie ad una ad una ed è
come osservare un quadro impressionista, tante folgorazioni emotive
impresse subito sul foglio perché rimangano nella loro spontaneità e
genuinità e non si dissolvano senza lasciare segno.
La libertà del verso, l’intensità e l’intrinseca tensione alla
ricerca del senso dell’esistere sono alla base della poesia di
Tinti. Dunque, poesia pregna, incisiva, senza sbavature, essenziale
che guarda all’interno del sé per poi espandersi oltre i confini
dell’io verso la vita dell’intera umanità con i suoi muti perché, il
suo dolore, le ingiustizie e gli orrori come in “Auschwitz”
….” E trecce bionde a migliaia/in mucchio/e sguardi di spettro/in
angoli remoti…../poi..dinnanzi all’entrata/prendi il panino/nella
borsa/schiacciato/pestato e senza forma/e lo butti dentro il bidone.”
L’autrice lascia scorrere il suo sguardo, a volte stupito, a volte
estasiato, sempre partecipe, gioioso o addolorato perché
l’indifferenza non fa parte del suo essere e la definisce così : “Indifferenza”
Veder passare/ombre/e non scoprirle.” Avendo inoltre
insegnato per tanti anni, leggendo questa poesia, si capisce tutto
l’affetto e la comprensione che prova per i suoi “Alunni” : “Se
ti va di sentire/se passa piacere/se ascolti il vento/se vuoi
capire/è perché hai avuto amore”. Mentre in “Donna bambina”
Tinti esprime tutta la sua amarezza per l’infanzia e l’adolescenza
abbandonate a se stesse ”…Allora/ho cominciato a svuotare/il mio
corpo/e poi/per sentirmi bella/a darlo in prestito.”
Anche la natura non si sottrae dal suo ruolo di musa ispiratrice e
si lascia cantare anche dalla nostra poetessa con questa bella “Luna”
/Muta assapora/di nuvole il passaggio/e di stelle/la
lontananza/in silenzioso tocco/d’infinito.
Più che mai nel poetare di Tinti traspare l’essenza della sua anima,
la sua sincerità nell’esprimersi, senza reticenze, senza veli e per
questo la sentiamo, oltre che poeta, amica discreta, partecipe,
attenta, sensibile, leale.
Mi congedo da queste mie impressioni su questa silloge con questa
ultima perla lasciando a voi la meraviglia di scoprire l’intera
collana:
Lascia
Lasciami/vivere/soffi leggeri/di felicità/senza sguardo/giudice o
mesto:/carezza la mia gioia/e/diventerà qualcosa/di grandioso.
Grazie Tinti
Giovanna Giordani
Mafalda di Savoia Assia
Facile essere una principessa…
di Ninel Ivanovna Podgornaja
Traduzione di Alfredo Bertollo
e revisione letteraria di Pier Luigi Coda
Edizioni Solfanelli
www.edizionisolfanelli.it
Biografia
Secondogenita di Vittorio Emanuele III, Re d'Italia, e di Elena
Petrovich di Montenegro, Mafalda di Savoia nacque il 19 novembre
1902 a Roma. Sposata il 23 settembre 1925 con Filippo di Assia, morì
il 24 agosto del 1944 nel lager di Buchenwald, a seguito delle gravi
ferite riportate nel bombardamento del campo da parte di una
formazione anglo-americana.
Il suo calvario iniziò il 23 settembre 1943, dopo essere stata
arrestata a Roma il 22 settembre. Era ritornata in Italia, dalla
Bulgaria, il 12 settembre, atterrando a Chieti Scalo, probabilmente
ignara dell'avvenuto armistizio o forse anche consapevole
dell'evento, ma sicura che non avrebbe avuto rappresaglie, in quanto
cittadina tedesca dopo il matrimonio con Filippo d'Assia, fra
l'altro membro delle SS, anche se sospettato di essere uno dei
congiurati dell'attentato a Hitler.
Venne rinchiusa a Buchenwald, sotto il falso nome di Frau von Weber,
con il divieto di rivelare la propria identità.
Fu un personaggio sfortunato, in quanto la sua reclusione è da
ricollegarsi unicamente al tradimento del padre e non a un'attività
antinazista.
Comunque la sua è una storia quasi unica fra personaggi di sangue
reale e bene ha fatto Ninel Ivanovna Podgornaja a scriverne, in un
libro-biografia di Mafalda, che è anche indirettamente il racconto
del crollo di una dinastia, i Savoia.
Non si pensi al solito librone di storia alla ricerca di verità,
moventi, scopi, perché in fin dei conti la protagonista è diventata
un personaggio solo per la sua dolorosa fine. In effetti, in un
ambiente regnante dove alle donne non era consentito esprimere
giudizi di carattere politico (ma Vittorio Emanuele II non voleva
che il gentil sesso si pronunciasse anche in altri campi), non c'è
poi molto da raccontare, se non vicende ordinarie, ma di interesse
in quanto afferenti una principessa peraltro irrequieta e
anticonformista rispetto al rigido e chiuso ambiente voluto dal
padre.
In questo testo non troverete lo spirito critico di uno storico
attento, ma episodi, matrimoni, rapporti fra nobili, sullo sfondo di
un'Italia in cui la monarchia era già esautorata dal fascismo, in un
clima tuttavia irreale da Belle Epoque.
In questo senso è un'importante testimonianza storica di un ceto e
di un'epoca, che gli orrori della guerra cancelleranno.
Mafalda di Savoia, suo malgrado, ha segnato con la sua morte la resa
di una dinastia ai venti nuovi, vittima di quell'armistizio con cui
il padre tradì non solo i tedeschi, ma anche gli italiani,
lasciandoli in balia di un ex alleato furioso e feroce.
Il libro è corredato da numerose fotografie dei luoghi e delle
persone di cui parla.
Di gradevole lettura, può essere un valido aiuto per saperne di più
di un periodo così tragico della nostra storia.
Ninel Ivanovna Podgornaja è nata
nel 1930 a Pavolge, vicino a Stalingrado. Nel 1955 si laurea in
lingue straniere a Krasnodar e si specializza all'università di
Mosca in lingue romanze. Sempre a Mosca lavora come corrispondente
nel Ministero degli Affari Esteri.
A Riga, in Lettonia, fonda il Museo Pushkin e dei Paesi Baltici di
cui è attualmente direttrice e storica.
Traduce autori italiani e pubblica in Russia opere a tema storico e
poetico fra le quali: I cavalieri dell'ordine di San Giorgio di
primo e secondo grado, Per l'amore e per la patria: trecento
biografie di donne insignite della Croce di Santa Caterina, Io vi ho
amato: le Muse di Pushkin e, sempre su Pushkin, l'interessante e
approfondito studio sui rapporti intrattenuti dal Poeta con i Paesi
Baltici: E Alessandro Serghievic passeggia per le strade del
duomo.
Nel 2004, dopo una personale ricerca con la famiglia Assia-Savoia,
edita a Riga la drammatica storia di Mafalda, Facile essere una
principessa...
Renzo Montagnoli
Marina di
Carlos Ruin
Zafòn
Ed.
Mondadori
Romanzo narrativa
Prefazione.
“Marina è il libro più indefinibile e il più difficile dei tanti
romanzi che ho scritto, e forse il più personale di tutti.
Scritto a Los Angeles tra il 1996/97, all’età di
33 anni quando iniziavo a sospettare che la prima gioventù mi stesse
scivolando tra le dita a velocità di crociera”.
Carlos Ruiz
Zafòn ha scritto questo romanzo
anticipando quelli che sarebbero stati i topos
comuni agli altri due grandi scritti di successo: “L’ombra
del vento” e “Il
gioco dell’angelo”: la Barcellona, gotica, ammantata dal
mistero del suo passato, le atmosfere magiche, gli intrighi che
creano aspettative nel lettore. Certo
aver letto Marina,
dopo i due precedenti, il romanzo se ne svantaggia perché abituati
al tipico linguaggio avvolto di enigma e
sorpresa, perde tanto della sua autenticità. Sembra tutto già letto
e conosciuto prima, si anticipano le mosse investigative ed
espressive dell’autore, la risultanza è
una tiepida piacevolezza scevra di quel sentimento di trepidazione
e sospensione dell’Ombra del
vento, in particolare. Trait d’union dei tre romanzi è un
protagonista, ragazzo impelagato in storie più grandi di lui, con lo
stesso amore per la bellezza, la conoscenza e una sorta d’ingenuità
d’animo in contrasto netto con i fatti in cui è
coinvolto. Si tratta di Oscar
Drai, un giovane trentenne che rievoca
un periodo della sua vita quando studente quindicenne studiava al
collegio di Vallvidrera a Barcellona.
“Era la fine degli anni ’70 Barcellona era un’illusione di vicoli e
viali in cui si poteva viaggiare a ritroso nel tempo oltrepassando
la soglia di una portineria o di un caffè. Il tempo e la memoria,
la storia e la finzione, si fondevano in quella città stregata come
acquarelli sotto la pioggia”. Fu lì…così l’incipit del romanzo.
Conoscere una giovane ed enigmatica fanciulla
d’altri tempi come Marina, dalla bellezza incorporea e delicata,
portatrice di un dolore nascosto, suo padre, il pittore
German e la defunta e rimpianta moglie
Kirsten sconvolgerà la sua vita; sarà un
percorso di maturazione e di passaggio verso l’età adulta. Il
mistero della scomparsa di Kolvenik,
di sua moglie Eva e di altri oscuri
personaggi connotati da una forte carica fiabesca e surrealista
contornano tutta la vicenda. Siamo nei meandri di una città che
nasconde nel suo ventre segreti di un
passato mitizzato. Le figure così ammantate di misteriosa aura
fluttuano sospese ed evanescenti nella mente del giovane Oscar e la
realtà è un sogno ad occhi aperti. Le antinomie tra realtà e
immaginazione, tra amore e odio, tra bellezza ed orrore sono i
tratti distintivi della materia narrativa di
Zafon, le similitudini enfatiche percorse da un senso lugubre
e sepolcrale, il fascino per l’ignoto e, spesso, il dolore della
scoperta di ciò che non vorremmo. Segni del destino ricorrenti
trascinano i personaggi verso confini
inconoscibili.
Qua e là Zafòn fa dire ai suoi
personaggi frasi di saggezza come perle “rare” tipo: “Dipingere è
scrivere con la luce. Innanzitutto devi imparare il suo alfabeto;
poi la sua grammatica. Solo allora potrai avere stile e magia”. “La
bellezza è un soffio rispetto al vento della realtà”. “Se
la gente pensasse un quarto di quanto parla, questo mondo sarebbe il
paradiso”. “La verità non si trova, è lei che trova noi
. “Ricordiamo solo quello che non è mai accaduto perchè le
cose reali succedono solo nell’immaginazione”. Queste trame, così
coinvolgenti, ricordano certi romanzi ottocenteschi ricchi di colpi
di scena che si prestano a traduzioni filmiche, perché
Zafon sa rendere visive le descrizioni
che scrive come sequenze
cinematografiche. Sembra di essere dentro il libro leggendo quella
polvere nebulosa che si posa su palazzi e cose abbandonati
dall’incuria del tempo, quei silenzi sinistri rotti da
impercettibili rumori di sottofondo e creature che emergono dal
nulla e al nulla ritornano. Zafon
rispolvera il passato e ce lo presenta
trasfigurato dalla memoria e in una commistione di fantasia e vero.
Un romanzo godibile, da lettura veloce e ininterrotta, dallo stile
ampolloso e, a volte, stucchevole, un puro romanzo d’evasione: e
forse, non è poco.
L’autore:
Carlos Ruiz
Zafòn, nato a Barcellona il
25-9-1964, è autore di assoluto talento e
di successo mondiale, ha cominciato la sua carriera nel 1993, con
una serie di libri per bambini. Nel 2001 ha pubblicato il suo primo
romanzo per adulti, L‘ombra del
vento (Mondadori 2004),
divenuto immediatamente un caso letterario internazionale, con un
milione e mezzo di copie vendute solo in Italia. Con
Il Gioco dell’angelo, "El
Juego del Ángel"
torna all’universo del Cimitero
dei Libri Dimenticati, che tutti i suoi lettori ricordano
con grande passione. Le sue opere sono
tradotte in più di quaranta lingue e hanno conquistato numerosi
premi e milioni di lettori nei cinque continenti. Vive a Los Angeles
dal 1993, dove è impegnato nell'attività di sceneggiatore. Collabora
con le pagine culturali di “El
Pais” e “La Vanguardia”.
Arcangela Cammalleri
L'affaire Moro di
Leonardo Sciascia Sellerio Editore
Nota dell'editore
Collana La rosa dei venti
Saggistica politica
Fra il 12 dicembre 1969 (strage di piazza Fontana a Milano) e il 2
agosto 1980 (strage della Stazione di Bologna) si sono consumati in
Italia i cosiddetti anni di piombo, secondo una strategia della
tensione che vedeva da un lato movimenti extraparlamentari di destra
e dall'altro analoghi di sinistra.
Fu un periodo tragico, purtroppo indimenticabile e di cui ancora si
ignorano, più che le origini degli eversori, le menti segrete che li
manovravano.
In un contesto di stragi senza vittime predestinate, di
gambizzazioni, di rapimenti, di omicidi mirati, si inserisce anche
la famosa vicenda di Aldo Moro, presidente della Democrazia
Cristiana. La mattina del 16 marzo 1978, lo stesso giorno il cui il
nuovo governo guidato da Giulio Andreotti e costituito con
l'appoggio del Partito Comunista Italiano si apprestava a
presentarsi al Parlamento per il voto di fiducia, l'automobile che
trasportava Aldo Moro dalla sua residenza alla Camera dei Deputati
fu intercettata da un gruppo di fuoco delle Brigate Rosse. Gli
uomini della scorta, 5, furono tutti uccisi, mentre il presidente
della Democrazia Cristiana venne sequestrato. Tenuto in prigionia
per 55 giorni, processato e condannato a morte, il suo corpo fu
fatto ritrovare il 9 maggio nel baule di una Renault 4 parcheggiata
a Roma in via Caetani, ubicazione non scelta a caso perché a poca
distanza da Piazza del Gesù, dove c'era la sede nazionale della
Democrazia Cristiana, e da via delle Botteghe Oscure, dove invece si
trovava la sede nazionale del Partito Comunista.
Leonardo Sciascia, all'epoca parlamentare del Partito Radicale e poi
membro della commissione d'inchiesta sul delitto Moro, ha scritto un
libro che ripercorre con spirito critico quei quasi due mesi di
prigionia dell'uomo politico democristiano.
Sulla base dei comportamenti dei politici, soprattutto dello scudo
crociato, e delle lettere che Moro faceva pervenire ai compagni di
partito e ad altri, assistiamo al tentativo di dare una risposta ai
tanti interrogativi della vicenda.
Scritto a caldo, in quell'anno rovente, pubblicato prima in Francia
e solo successivamente in Italia, L'affaire Moro suscitò,
come del resto aveva già previsto Sciascia, un'ondata di
incomprensioni e di polemiche, e questo costituì anche la riprova
che il lucido percorso intellettuale seguito dall'autore per
arrivare ad avere un po' di chiarezza in effetti aveva raggiunto il
suo scopo.
Uno scrittore attento a svelare ciò che si cela sempre sotto
l'evidenza non poteva, sulla base dei pochi elementi certi, non
praticare un'analisi fredda, razionale, che lo portasse a formare
un'idea sì personale, ma suffragata dalla bontà del metodo,
consistente nell'interpretazione delle lettere inviate dal politico
rapito dal suo luogo di prigionia. Moro, che era stato un maestro
nel dire in un modo per far intendere in un altro, viene così
svelato grazie a quelle frasi, a quei periodi mai sicuramente
dettati dai suoi carcerieri, come invece molti dei suo colleghi di
partito sostenevano.
L'analisi logica di un testo di un letterato della qualità di
Sciascia, capace di discernere fra apparente inutile forma e reale
velata sostanza, finisce con il coinvolgere il lettore che cerca di
pervenire a una sua personale interpretazione, tuttavia quasi sempre
coincidente con quella dell'autore siciliano.
Emerge così la certezza che un partito che non aveva mai avuto il
concetto di stato improvvisamente trovò nei suoi massimi esponenti
uomini ampiamente permeati da questo principio e così, opponendosi a
uno scambio di prigionieri, come richiesto dalle Brigate Rosse,
Andreotti, Cossiga, Piccoli, insomma gli alti nomi della Democrazia
Cristina, di fatto consentirono l'esecuzione di Aldo Moro, un atto
crudele tuttavia all'apparenza inutile.
Sciascia accenna appena - e del resto costituisce solo un'ipotesi
non suffragata da riscontri certi - che certamente l'aver Moro
favorito un governo con l'appoggio del Partito Comunista non risultò
cosa gradita agli Stati Uniti, e nemmeno all'ala marxista estrema,
più propensa alla lotta di classe che agli accordi politici.
L'impressione che si ricava è che la morte del presidente della
Democrazia Cristiana fosse stata decisa a priori, indipendentemente
dall'esito di un processo politico in cui Moro non disse nulla di
più di quel che già non si sapesse.
L'affaire Moro, che riporta alla fine la cronaca storica di
quei 55 giorni, nonché la relazione di minoranza presentata dallo
stesso Sciascia al termine dei lavori della Commissione Parlamentare
d'inchiesta costituita per far luce sull'intera vicenda (e la
relazione di maggioranza più che far luce amplia le zone d'ombra), è
un libro assolutamente da leggere, per il suo elevato valore storico
e politico, unito all'elevata qualità letteraria che ha sempre
contraddistinto le opere del grande scrittore siciliano.
Leonardo Sciascia
(Racalmuto,
8 gennaio 1921 – Palermo, 20 novembre 1989). E’ stato autore di
saggi e romanzi, fra cui: Il giorno della civetta (Einaudi,
1961), A ciascuno il suo (Einaudi, 1966), Il contesto
(Einaudi, 1971), Todo modo
(Einaudi, 1974), La scomparsa di Majorana
(Einaudi, 1975), I pugnalatori (Einaudi, 1976), Candido,
ovvero Un sogno fatto in Sicilia (Einaudi, 1977), L'affaire
Moro (Sellerio, 1978), Il
cavaliere e la morte (Adelphi, 1988), Una
storia semplice (Adelphi, 1989).
Renzo Montagnoli
Che la festa cominci
di Niccolò
Ammaniti
Einaudi
Stile libero Big
Quarta di copertina: Benvenuti al
party del secolo.
L’Italia fatta a pezzi in una sfrenata ed esclusiva Apocalisse.
Sottotitolo “Quel che resta dell’Italia…”ovverosia una favola a
rovescio
Un Ammaniti inedito per certi
versi; toltasi la pesantezza di testi più grevi, si è lasciato
scivolare una storia impazzita che ricorda certi musical degli anni
ottanta dove tutto è esagerato e paradossale ( ma non troppo). La
trama, in breve, è quella di un parvenu della peggior specie,
Sasà Chiatti,
un immobiliarista/palazzinaro,
cafone quanto non basta e megalomane all’ennesima potenza, il quale
organizza una super-mega festa a Roma, a
Villa Ada, di sua proprietà, ed invita “Tutti i nomi che contano”
del rutilante mondo dei VIP. Ci sono proprio tutti, politici, attori
e attoruncoli, artisti di svariati
generi, calciatori, donne e donnine inconsistenti se non ornate di
bellezza, per lo più rifatta, elefanti,
tigri e quant’altro, insomma un
campionario e una fauna umana, archetipa
di una specie tanto stigmatizzata e, al contempo, corteggiata dai
mass media perché spettacolarizza e
sensazionalizza! C’è lo scrittore di
successo, “Tu sei forte, tu sei bello, tu sei imbattibile, tu sei
incorruttibile, tu sei un …AH…AH…Cantautore”, Fabrizio Ciba,
preoccupato solo del suo ego e dell’immagine che deve dare di sé. Da
antologia cinefila, la scena…”Con un
colpo gli strappò la chiavetta USB da 40 gb
dal collo…” del grande autore dei capolavori
della letteratura italiana degli anni settanta, ormai
cadavere. Ci sono le belve di
Abaddon, una patetica setta satanica di
Oriolo Romano, il cui leader Saverio Moneta cerca nel male un
riscatto alla sua tapina e fantozziana vita. Una folla di personaggi
affolla la scena narrativa, impazza in preda ad un’euforia lugubre
da bolgia infernale, è una festa tragicomica,
iperrealistica e sopra le righe dall’inizio alla fine.
Un’umanità tronfia e ridicola, persa nel suo
isterico vaneggiare, tesa ad inseguire e perseguire, spesso il
nulla, cieca nel non vedere il precipizio che gli si para di fronte.
Sono scene apocalittiche, in tono mondano, fatuo e satirico, quelle
che si palesano davanti agli occhi dei lettori, dove tutto è
esasperato fino al parossismo, la comicità graffia e irride.
Sembrano tutti delle marionette senza umanità e
sensibilità, omnia
transeat… “Con il tempo,
anche questa brutta esperienza sarebbe passata, avrebbe perso la sua
drammaticità e l’avrebbe ricordata con un misto di divertimento e di
rimpianto”, gli umani si orientano come certi voltagabbana
della politica e non. Critica feroce all’ex URSS, gli atleti
sovietici partecipanti alle olimpiade del
’60 a Roma che preferiscono alla vita soffocante in Unione Sovietica
quella altrettanto soffocante, ma libera delle catacombe: alla
prigionia della mente la libertà di scelta… Siamo una società, si
spera una parte, alla deriva, travolti da
quell’onda anomala, “ l’acqua della condotta esplose dal
bacino ed aprì una voragine nella terra e sfondò la volta di tufo di
una galleria che passava proprio sotto il lago, e cominciò a
riempirla come fosse un’enorme tubazione”, che tracima e porta a
galla senza una razionale selezione. Certo che
siamo anni luce lontani dalla morale manzoniana della peste che
amministra la giustizia separando i vizi dalle virtù; i confini tra
il male e il bene non sono più tracciabili, tutto può essere
accettato, importante che raccolga consensi e plausi pubblici.
Il romanzo non è un pamphlet, Ammaniti
non è un fustigatore delle storture e delle deviazioni di certa
umanità, ma come gli artisti di razza,
imbastisce una favola, ma rovesciata, non sono protagonisti
gli animali umanizzati, bensì gli uomini animalizzati in tutta la
loro ferinità. Dialoghi e battute sarcastiche e comiche fanno da
contrappunto ad uno stile pungente e carico di vena sardonica dove
galleggia ciò che resta della nostra “Povera Patria”
, gli avanzi di un pranzo o di una cena mal digerita.
L’autore
Niccolò Ammaniti è nato a
Roma nel 1966. Ha pubblicato
Fango 1996,
Branchie 1997,
Ti prendo e ti porto via
1999, Io non ho paura 2001, Come
Dio comanda. Dei suoi libri sono stati tratti film di
successo, di importanti registi. E’
pubblicato in 44 Paesi e il suo sito ufficiale è all’indirizzo
www.niccolòammaniti.com.
Arcangela Cammalleri
Quando la notte di Cristina
Comencini
Ed.
Feltrinelli
Romanzo narrativa
Due protagonisti assoluti, Marina,
giovane madre del piccolo Marco, sposata con Mario e
Manfred separato da Luna.
Due vite complicate e chiuse s’incontrano
e si aprono l’uno all’altra per un’attrazione misteriosa ed
un’affinità intrinseca che si mostra in apparente ritrosia e
avversione. L’autrice al di là dei
dialoghi stringati ed essenziali, fa parlare le menti di Marina e
Manfred in una sorta di inconsapevole
telepatia che li fa comunicare a distanza; si leggono reciprocamente
i pensieri misti a diffidenza e fastidio, l’uno conosce quello che
solo lui/lei sa del proprio intimo agire e sentire. La montagna, il
freddo, i paesaggi aspri e silenziosi come i caratteri dei suoi
abitanti fanno da sfondo alla vicenda, lontane dai rumori frenetici
delle città, sembra che le sofferenze si attutiscono o si esacerbano
in ruvidezza e singolarità dei comportamenti.
Manfred appare come il tipico montanaro “strano” chiuso nel
suo bozzolo di vita scandita dalle azioni quotidiane in cui la
scontrosità e le parole smozzicate e rade ne caratterizzano
l’indole, esasperata dall’infanzia spezzata per aver vissuto due
abbandoni femminili. Il rancore verso il genere femminile ne limita
le prospettive esistenziali donandogli una corazza che difficilmente
si lascia scalfire, ma quando arriva Marina una crepa scalfisce le
sue difese così ostinatamente costruite. Marina vive una maternità
sofferta ed inconfessabile, cerca di controllare
la sua mente moltiplicando le attenzioni verso il figlioletto
e contrastando un’oscura e insopprimibile inadeguatezza di madre che
la colpevolizza e la tormenta. Le fragilità e le contraddizioni di
due animi si rivelano a ciascuno e in un tempo infinitesimale a
fronte di un’intera esistenza, quel desiderio estremo che
provano l’uno per l’altro, trasporta
Marina a cercarlo dopo anni, a rivedersi e ad avvicinarsi
fisicamente. Il finale rimane sospeso: in dubbio per
Manfred: “ Se vado a cercarla, chi lo sa
come la trovo?” in consolatoria attesa mista a
incertezza per Marina: “Se ha dimenticato tutto, se non verrai mai,
se è stata una fantasia. Ma non mi muovo,
dovessi morire senza più incontrarti, sei tu che devi venire da me”.
Questo romanzo dallo stile asciutto e dalla prosa colloquiale, parla
di sentimenti senza scadere nel sentimentalismo, certo non è tra i
romanzi migliori dell’autrice, laddove il tunnel interiore dei
personaggi era percorso in profondità e
capace di rifrangere nel lettore coinvolgimento emotivo (vedi
La bestia nel cuore),
tuttavia si lascia leggere senza annoiare, diremmo, a mio modesto
parere, senza infamia né lode.
L’autrice. Cristina
Comencini è nata a Roma nel 1956, scrittrice e
regista, vive e lavora a Roma. Con Feltrinelli
ha pubblicato Le pagine
strappate, 1991,
Passione di famiglia
1994 ( Premio Rapallo),
Il cappotto del turco 1997,
Matrioška 2002,
La bestia nel cuore
2004, Due partite
2006, L’illusione del bene
2007. Come regista ha firmato:Zoo
1988, La fine è nota
1992, la trasposizione cinematografica del romanzo di Susanna Tamaro
Va’ dove ti porta il cuore
1996, Matrimoni
1998, Liberate i pesci
2000, Il più bel giorno della
mia vita 2002, Bianco
e nero 2008,. Dal suo romanzo
La bestia nel cuore, che
ha vinto il premio Castiglioncello,
Cristina Comencini ha tratto il film
candidato all’Oscar. Nel 2006 ha messo in scena
Due partite, scritto per
il teatro, da cui nel 2009 Enzo Monteleone
ha tratto l’omonimo film.
Arcangela Cammalleri
Il viaggiatore di Agartha di
Abel Posse Edizioni Tre Editori
www.treditori.com
Narrativa romanzo
<Chiameremo Vril l'energia cosmica, primaria, che risiede in ogni
uomo. L'atrofizzata forza dei geni, degli eroi. La forza che alita
sotto la nostra necrosi>.
<E' incredibile la quantità di vita che possiede ancora il defunto
Wood. La vive in me.>
Al movimento nazionalsocialista si sono volute forzatamente
attribuire origini filosofiche, prendendo a pretesto il famoso
Superuomo teorizzato da Friedrich Wilhelm Nietzsche.
Indubbiamente, nella visione pessimistica del filosofo tedesco, che
vede concettualmente il mondo occidentale e, soprattutto, l'Europa
come una colossale messinscena, considerando che i suoi valori come
la scienza, il progresso e la religione siano privi di fondamento e
abbiano una natura esclusiva di finzione, il nazismo trovò la base
per la definizione di un uomo nuovo, depurato dai vizi borghesi
d'origine e quindi di razza pura, senza mescolanze che ne possano
minare l'identità.
In realtà le origini di questa ideologia si trovano nella Società di
Thule, di carattere segreto, fondata nel 1910 da Felix Niedner,
sotto l'influenza degli scritti di Lanz von Liebenfels, un miscuglio
di paganesimo nordico, di antisemitismo, di teosofia. Questa setta
si ispirò al buddismo tibetano, deformandolo ed adattandolo alle sue
esigenze di potere, nonché alle teorie esoteriche di Helena Petrovna
Blavatsky, celebre medium, che asseriva di essere in rapporto
telepatico con gli antichi "Maestri sconosciuti", i superstiti di
una razza eletta, che sarebbe vissuta in Asia Centrale, fra il Tibet
e il Nepal, e che si sarebbero rifugiati a causa di un'immane
catastrofe in una zona desertica, fondando una civiltà sotterranea,
la mitica Agartha.
Ora i seguaci di Thule miravano, attraverso contatti
extrasensoriali, a collegarsi con questa sorta di superuomini, al
fine di ricreare la razza superiore.
Tutto questo preambolo è indispensabile per la comprensione del
libro di Posse, un autentico capolavoro, in parte romanzo, anche
storico, in parte fine analisi dell'identità dell'autentico nazista.
In un anno, il 1943, in cui le sorti della guerra già si avviano
alla sconfitta per il Reich, Hitler affida una missione difficile e
disperata a un giovane delle SS: trovare la mitica Agartha e con i
poteri dei suoi superuomini ribaltare le sorti del conflitto.
E' un'avventura nel mistero, un lungo viaggio per strada e
all'interno di sé in cui il protagonista vedrà cadere una a una le
certezze dell'ideologia e Agartha in un certo senso rivelerà il
magico potere di far riacquistare all'uomo la consapevolezza dei
suoi limiti, l'impotenza di fronte a fatti ed eventi più grandi di
lui.
Altro motivo di interesse è la progressiva immedesimazione del
personaggio principale con un agente inglese, Wood, di cui ha preso
l'identità, dopo che questi, catturato in Francia, è stato ucciso
dai nazisti.
Prima le osservazioni, poi i dubbi e infine i raffronti fra il
tedesco e l'inglese, finiscono per incrinare la monoliticità del
primo, il tutto narrato con una finezza psicologica di grande
effetto.
La vicenda si svolge in un territorio in cui il tempo non ha senso,
ci sono sì albe e tramonti, ma non esistono giorni della settimana,
né mesi, né ore, tutto appare avulso dai concetti dell'uomo per così
dire evoluto, in un'unione cielo, terra e anima che porta piano
piano a un'infinita beatitudine e anche l'aspetto sessuale appare
sfrondato da relazioni complesse e caotiche, in una naturalezza
completa che finisce per costituire un altro mezzo per giungere
all'equilibrio perfetto.
Per chi teme di trovarsi di fronte a qualche cosa di fantastico
senza alcun fondamento dico solo che c'era chi credeva, c'era chi
basava i suoi concetti distorti su un esoterismo a tratti raffinato,
a tratti volgare.
Invece, per coloro che possono paventare una certa pesantezza,
evidenzio che la struttura narrativa è agile e snella e si avvale di
un ritmo e di una serie di cambi di scena propri dei libri di
avventura.
Non posso dimenticare, poi, la straordinaria capacità dell'autore
nel rappresentarci un mondo sospeso fra sogno e realtà, con immagini
di deserti, di alte montagne, di riti tibetani che sembrano scorrere
davanti ai nostri occhi stupiti e ammirati.
E sta proprio in questo la grandezza del libro di Posse: l'aver
parlato di un tema così difficile come l'esoterismo nazista
attraverso una struttura narrativa propria del romanzo, rendendolo
così gradevole e maggiormente accessibile, senza che con questo si
sia corso il rischio di esaltare Hitler e i suoi seguaci, visti come
i protagonisti di un delirio immane in un crepuscolo di pretesi dei.
Termino dicendo solo che questo libro è imperdibile e che dopo
averlo letto nasce magicamente il desiderio di intraprendere questo
viaggio.
Abel Posse è nato a Cordoba,
Argentina, nel 1934. Diplomatico di carriera, studioso di politica
internazionale e scrittore, è autore di numerosi romanzi di successo
tradotti in molte lingue tra cui I cani del Paradiso, La Passione
secondo Eva, Diari di Praga, L'inquietante giorno della vita.
Con Il Viaggiatore di Agartha ha ottenuto diversi premi e il
libro si è trasformato in un vero e proprio oggetto di culto.
Renzo Montagnoli
Breviario di italiano di
Lucio D'Arcangelo Edizioni Solfanelli
www.edizionisolfanelli.it
Saggistica
Collana Micromegas
Non posso fare a meno di concordare con Lucio D'Arcangelo sui
pericoli che sta correndo la nostra lingua, in una evoluzione che
assomiglia però più a un imbarbarimento che a un naturale ed
equilibrato progresso.
E' in quest'ottica che l'autore ha scritto questo breve testo, che
ha chiamato Breviaro di italiano, sottotitolato "18 punti per
salvare la nostra lingua".
Esagerazioni, timori infondati? Assolutamente no, perché purtroppo è
sotto gli occhi di tutti, ma soprattutto di chi ama il proprio paese
e la propria lingua che è in atto una progressiva spersonalizzazione
che ne fa perdere i caratteri basilari, dando luogo a un linguaggio
sgrammaticato, con un abuso ingiustificato di anglicismi.
Giustamente D'Arcangelo scrive che Dante creò una lingua per creare
una nazione; se continuamente ci allontaniamo dal vocabolario delle
nostre parole si perde così non solo l'identità linguistica, ma
anche quella nazionale, tanto più che ancor oggi l'unico elemento
unificatore è il linguaggio.
Purtroppo ci stiamo dimostrando un popolo ingrato delle nostre
origini, di cui invece dovremmo essere fieri, prono alla conquista
anche culturale degli Stati Uniti, di cui tendiamo a scimmiottare
quell'inglese che è già una derivazione e una deformazione di quella
lingua che è nata in Gran Bretagna.
Il ricorso a termini inglesi, anche storpiandoli, spesso in
sostituzione di analoghi italiani, è la chiara dimostrazione
dell'asservimento, da noi stessi voluto, a un paese che ha
tradizioni culturali inferiori alle nostre.
E' un servilismo non preteso dagli americani, ma, purtroppo, quasi
amato dagli italiani.
In particolare, l'inglese è diventato una sorta di latinorum,
di pessimo gusto, adatto a tutti gli usi e le occasioni.
Ed ecco che si scopre che sono circa 6.000 gli anglicismi in uso
nella nostra lingua, quasi sempre del tutto inutili, perché vanno a
sostituire termini già esistenti.
Che senso ha ricorrere al vocabolo share quando già, assai
più comprensibile nel significato, abbiamo il termine quota?
E perché, per una momentanea sosta nel lavoro, non diciamo più "facciamo
una pausa", ma quasi ci ingrassiamo a dire "facciamo un break"?
Si ha l'impressione di certi parenti poveri e ignoranti che,
arricchitisi di colpo, vogliono dimostrare anche una crescita
culturale ricorrendo, nel linguaggio, a termini astrusi, a vocaboli
stranieri (nel XIX secolo faceva tanto "chic" intercalare delle
parole francesi), quasi sempre usati a sproposito o addirittura
senza conoscerne esattamente il significato.
E come sta sparendo nell'uso comune il congiuntivo, incorrendo
peraltro in grossolani errori, questo popolo di santi, di navigatori
e di storpiatori di parole si è inventato anche dei neologismi in
sostituzione di termini da sempre usati, forse per gratificare di
ben altra considerazione attività che restano sempre del tutto
manuali, ma più che necessarie e dignitose.
Il netturbino diventa così operatore ecologico, il bidello operatore
scolastico. A parte che così al posto di una parola se ne usano due,
la nuova terminologia non riesce a chiarire esattamente l'attività
svolta e non c'è nemmeno la possibilità di un'analisi etimologica
per comprenderla. L'operatore ecologico, tanto per dare un esempio,
potrebbe essere non solo l'operaio addetto alla raccolta delle
immondizie, ma anche colui che si interessa alla conservazione della
qualità dell'acqua, dell'aria, ecc. Per dirla in breve, per non far
capire il tipo di lavoro svolto, ci si è inventati una qualifica che
non ha nessun senso.
Del resto, di pari passo con lo svilimento della lingua si nota una
sfilacciatura dell'unità nazionale, non più cementata da un idioma
comune che richiama a quelle tradizioni che conferiscono agli
italiani una base storica e culturale di cui tranquillamente si sono
dimenticati, con il risultato che siamo diventati un popolo incapace
di costruire il presente e di programmare il futuro.
"Ahi serva Italia, di dolore ostello", giusta invocazione di Dante,
ma questa volta gli italiani non sono servi d'altri, ma di se
stessi, bambini non cresciuti che scimmiottano i grandi.
Lucio D'Arcangelo è stato
allievo di Giuliano Bonfante all'Università di Torino, dove si è
laureato in Glottologia con una tesi su "La trascrizione dei nomi
iranici in greco". Docente dal 1971, prima presso la Facoltà di
Magistero dell'Università di Torino e poi presso la Facoltà di
Lingue dell'Università degli Studi "G. D'Annunzio", nel 2000 ha
lasciato l'università per dedicarsi più liberamente agli studi.
È stato il responsabile tecnico-scientifico del disegno di legge n.
993/2001 (ora n. 354/2008), per l'istituzione del Consiglio
Superiore della Lingua Italiana.
Tra i suoi ultimi libri Difesa dell'italiano (Roma 2003),
considerato una specie di "libro bianco" sullo stato della nostra
lingua.
Già collaboratore del quotidiano "Il Tempo", negli ultimi anni ha
scritto su "Libero" e "Il foglio". Nel 2006 ha partecipato alle
trasmissioni di RAI International e in particolare al programma
"Viva Dante!".
Attualmente collabora a "Vita e pensiero" e a "Lingua italiana
d'oggi".
Renzo Montagnoli
Il colore del caffè di
Arturo Bernava Edizioni Solfanelli
www.edizionisolfanelli.it
Copertina di Vincenzo Bosica
Narrativa romanzo
Di un libro si devono leggere le pagine interne per poterlo
valutare, ma mi permetto questa volta di iniziare parlando della
copertina di Vincenzo Bosica, che introduce benissimo all'atmosfera
del romanzo.
Quei tre personaggi d'altri tempi, fotografati lungo la via di un
borgo, che si nota con le sue torri sullo sfondo, il militare che fa
parte del terzetto e, più in alto, quasi a sbucare dal cielo, le
immagini dei volti di un maresciallo dei carabinieri e di una donna
sognante sono la miglior porta d'ingresso che potesse essere fatta
per una vicenda che, al primo colpo, può sembrare scontata, ma che
poi, evolvendo pagina dopo pagina, avvince il lettore
costringendolo, beninteso volentieri, a vivere in un'epoca passata e
in un mondo piccolo, popolato da piccoli grandi uomini.
Bernava è riuscito a ricreare l'atmosfera di un paesino abruzzese
nel periodo che va dagli anni '30 alla fine della seconda guerra
mondiale, una realtà chiusa solo in apparenza, perché nell'ambito
ristretto fioriscono personaggi e idee forse più che in una grande
città.
C'è tutta la solidarietà della povera gente, la dignità di quelli
che sembrano vinti dalla vita, ma che invece hanno saputo conoscere
il suo vero significato, il tutto raccontato con piccole storie che
piano piano si concatenano, dando vita a un affresco corale di rara
efficacia e peraltro assai gradevole.
Sì, il personaggio principale è il maresciallo Modiano, della locale
stazione dei Regi Carabinieri, ma all'intorno si animano figure solo
in apparenza minori, ognuna con un ruolo ben definito che recita al
meglio.
Romanzo che agli inizi può apparire senza pretese, Il colore del
caffè finisce con il diventare uno di quei piccoli gioielli
della letteratura che sono delle vere e proprie icone non solo per
il messaggio contenuto, ma anche per lo stile, non consueto, agile,
mai ridondante e che consente all'autore anche delle divagazioni di
prosa poetica senza che le stesse risultino fuori luogo e comunque
tediose. Anzi, queste poche parentesi sono le riflessioni del
narratore che forniscono spiegazioni, consuntivi dei fatti che si
susseguono, spesso esposti con un tono velatamente ironico che
stempera certe malinconie che prendono a leggere del cieco Alfredo,
del trovatello Nennè e di Gerolamo, rinchiuso a lungo in manicomio
perché non parlasse.
In questo romanzo, poi, troviamo la grande forza del libro, la sua
capacità di raggiungere i cuori, di far pensare, di emozionare, e in
questo senso è un omaggio alla scrittura, alla carta stampata che
permette di farla conoscere a tanti, al suo profumo inconfondibile,
come quello del caffè, che piace tanto al maresciallo Modiano.
Nelle pagine c'è già chi ha fatto delle scelte, mentre alla fine ci
sarà chi finalmente e consapevolmente saprà fare la sua scelta,
scoprendo il vero senso della vita.
Il colore del caffè è un romanzo d'esordio, eppure sembra
scritto da un autore già esperto, che rifugge facilmente la retorica
e la facile commozione per offrirci un lavoro di autentica
eccellenza.
La lettura è vivamente raccomandata.
Arturo Bernava, nato a Chieti
nel 1970, è sposato dal 1997 con Barbara, dalla quale ha avuto due
figlie, Chiara e Maria Elena. Inizia a scrivere giovanissimo,
vincendo il suo primo concorso letterario ad appena dodici anni.
Poi, però, causa molteplici interessi tra cui la musica e lo sport,
abbandona temporaneamente questa passione per riprenderla in età
adulta.
Attualmente lavora a Roseto degli Abruzzi, dove dirige una filiale
del Credito Cooperativo Adriatico Teramano.
Tra i risultati letterari più importanti spiccano i primi posti
ottenuti ai concorsi:
Hombres Città di Pereto 2009 (Pereto - AQ), Premio alla cultura
città di Tortoreto 2009 (Tortoreto - TE), Kriterion 2009 (Avellino),
Racconta la solidarietà 2009 (Salerno), San Benedetto nel cuore 2009
(San Benedetto - AP), Tutti Scrittori 2008 (Coarezza - VA), Città di
Tocco da Casauria 2008 (Tocco da Casauria - PE), Una terra di
leggende - Parco castelli Romani 2008 (Roma), Giammario Sgattoni
2008 (Garrufo - TE), Città di Tocco da Casauria - Premio Giovani
2008 (Tocco da Casauria - PE), Città di Pescocostanzo 2008 (Pescocostanzo
- AQ), Giammario Sgattoni - Premio giuria Giovani 2008 (Garrufo -
TE), Arci Equinozio 2007 (Milano), Hombres Città di Pereto 2007
(Pereto - AQ).
È risultato inoltre tra i primi posti in oltre quaranta premi
letterari.
Renzo Montagnoli
Un giorno perfetto di
Melania
Mazzucco Libri Oro
Rizzoli
La famiglia è il luogo in cui dimorano le speranze del nostro paese,
il luogo che fa spuntare le ali ai sogni.
George W. Bush
Discorso sullo
stato dell’Unione, 2004
E’ di una famiglia si tratta, il nucleo
ispirativo della storia, affiancata da un altro nucleo
famigliare.
L’elemento distruttivo campeggia e dilania alcuni dei personaggi, la
tensione accomuna e unisce il lettore e sullo sfondo una Roma vista
dagli occhi di chi la ama e la vive. Tutto accade nell’arco di 24
ore, in una notte di maggio, a Roma, un giorno che per tutti i
protagonisti della pietosa storia doveva
essere perfetto e compiuto, in un appartamento di via Carlo Alberto
riecheggiano degli spari, si sentono delle grida d’aiuto. Il romanzo
inizia dalla fine e come uno squarcio che si apre
vivono a ritroso Emma Tempesta separata
dal poliziotto scelto Antonio Bonocore e
i due figli, l’adolescente Valentina e il piccolo
Kevin, dall’altra barricata l’onorevole
avvocato Elio Fioravanti a cui Antonio fa da capo - scorta, la
seconda giovane moglie Maja, il figlio del primo matrimonio Ari -
Zero, il nome che rispecchia il nichilismo e l’anarchia del suo
carattere e la piccola Camilla. Come figure marginali, ma non per
questo meno importanti, il professore d’italiano di Valentina e la
madre di Emma. I destini degli uni
s’intersecano con i destini degli altri in un apparente e casuale
gioco di vite incrociate e sospese. Sentimenti
di fondo, una profonda sofferenza e un’estenuante lacerazione
degli animi che non lasciano spazio alla speranza se non per
intermittenti barlumi di luce. Grande
l’introspezione psicologica dei personaggi, Emma ritratto di donna
sensuale e ferita più volte dalla vita, Maja, delicata e preziosa
che pur sente un’enigmatica attrazione per Aris – Zero, lontano dal
suo patinato e ipocrita mondo alto-borghese; Antonio che come un
animale ferito, nella sua nebulosa sofferenza cova la più
inammissibile vendetta trasversale e innaturale e l’onorevole
Fioravanti che sente pesare amaramente come un totale fallimento e
la sua carriera politica giunta al capolinea e la sua identità di
essere. Grande spazio ai dettagli, ai particolari dell’anima
e del cuore. Roma bella suggestiva e
grandiosa, carnale, sfatta, vista attraverso i finestrini della
metropolitana, dai quartieri esclusivi tra palme e magnolie di ville
e giardini privati ai palazzoni di periferia come torri di cemento
armato scrostato, ultimi avamposti della città fra un prato
punteggiato di panchine divelte e una brughiera incolta.
Edifici simili a caserme o prigioni dalle
verande abusive, dalle padelle di parabole e panni stesi ad
asciugare sui balconi. Sul filo di una catastrofe imminente
si dispiega la struttura narrativa come un’erosione mentale e
fisica, l’autrice racconta paure e
infelicità, stati d’animo stratificati e mai in superficie in uno
stile fluente di parole dense e forti che lasciano il segno.
Riporto: Notte
Sì, passerà il
tempo, che tutto accomoda, e si ristabiliranno i rapporti di prima,
cioè si ristabiliranno in tal grado che
io non sentirò sconvolgimento nel corso della mia vita. Lei deve
essere infelice, ma io non sono colpevole, e perciò non posso essere
infelice.
Lev Tolstoj,
Anna Karenina
L’autrice: Melania
Mazzucco è nata a Roma. Prima di
Un giorno perfetto ha
scritto Il bacio della
Medusa 1996,
La camera di
Balthus 1998,
Lei così amata 2000, Superpremio Napoli e Superpremio
Vittorini,
Vita
premio Strega 2003. I suoi romanzi sono tradotti in
ventun paesi.
Arcangela Cammalleri
Tracce
d’infinito
di
Beatrice Zanini
Prefazione di Renzo Montagnoli
Postfazione di Cristina Bove
In copertina immagine di Elia Belculfiné
Edizioni Il Foglio Letterario
www.ilfoglioletterario.it
ilfoglio@infol.it
Collana Promo Poesia
Siamo tutti
viandanti lungo un percorso dall’alba al tramonto, siamo di
passaggio e quasi sempre procediamo soli. Sono rari gli incontri e
spesso casuali, ma quando si tratta di un contatto poetico si scopre
l’immensa bellezza di trovarci insieme.
Bea è apparsa come una cometa, un lampo di luce che ha illuminato
noi viandanti, un attimo solo, ma ha lasciato dentro di noi il
palpitante calore dei suoi versi, ha riflesso in noi la sua anima e
questa prefazione a un libro - che avrebbe meritato in ogni caso di
essere pubblicato - altri non è che la riconoscenza di un poeta a un
altro poeta.
Questa è una raccolta abbastanza consistente di liriche, di quella
traslazione in parole dei suoi sentimenti e delle sue emozioni,
dalle prime ancora incerte, ma già avviate con sicurezza verso uno
stile compiuto, alle ultime, in cui ha messo tutta se stessa, il suo
saluto al mondo terreno e agli amici poeti.
Se piace leggere questi versi, che profumano d’amore (Sapesse
parlare il mio cuscino / -ti stupiresti- dei tanti abbracci /
lievitati tra le radure / o dietro gli scogli / che non hanno occhi
e bocca / da sfamare- /…),
esposti in una linearità che sembra frutto di un accostamento
semplice, immediato alla tematica, ma che se ben analizzati, con
quegli incisi così puntuali, denotano una ricerca formale in corso
di evoluzione, non si può non restare indifferenti, anzi ci si
lascia trascinare e coinvolgere dalla forza ferma e inflessibile
utilizzata per ricordare l’olocausto (…/Di carne e
di sangue / la mano di colui / annientava l’estremo respiro, / e
l’attimo attraversava spietato / l’ultimo Shabbat e l’amen mai
detto./…).
Chi mai direbbe che è la stessa mano che ha vergato i versi d’amore
e che ora sembra brandire una spada, anziché una penna? Eppure è
così, perché il poeta rispecchia le sensazioni che prova e chi ama
nel senso più ampio del termine non può che reagire in modo veemente
quando si uccide l’amore.
Già, l’amore, che corre con noi o che noi cerchiamo, e in Bea è un
tema ricorrente. Si avverte nei suoi versi un forte desiderio di
amare, ma anche di essere compresa, di trovare chi sia disposto a
donare se stesso come lei avrebbe fatto con lui (…Viaggerò con te
/ una notte almeno / nella tua ventiquattrore, / mi stringerò il
profilo / per starti più vicina... amore / e non sarà la solita mia
notte / maledetta, / chè d’amore si può morire / senza farsi male.)
Sono tante le poesie di questa raccolta e se ho anche la tentazione
di accennare a ognuna per il suo contenuto, lo spazio, ma
soprattutto il rispetto per i lettori, che non è mia intenzione né
tediare né influenzare, mi costringe a fare delle scelte, a
riferirmi solo a quelle che a mio giudizio sono più significative
- e non dico belle, perché belle lo sono tutte - e con il termine
significative intendo quelle che meglio servono a identificare la
personalità artistica dell’autrice.
Così, nel tempo che trascorre, Bea avverte che la vita sta per
sfuggirle e reagisce con questi versi:
Sto qui / con la sola tristezza / di
sempre. / Il battere della pioggia / annulla ogni sentire / e i miei
silenzi dissolti / sui muri / colano speranze. /…
Poche parole per esprimere, benissimo, quella sensazione
di consapevole rassegnazione, ma senza indulgere alla facile
commozione, senza strepiti, bensì sommessamente, un flash che fissa
indelebilmente la fotografia di un essere che si appresta al
commiato. In questi versi, scarni ma bene amalgamati ritroviamo
tuttavia la forza che è presente nello svolgimento del tema
dell’olocausto, una forza non più esteriorizzata, ma interna e che
appena trapela.
Ed è proprio questa saldezza che emerge nelle ultime poesie, quando
ormai Bea è conscia dell’ineluttabilità del suo destino; non c’è
disperazione, ma solo dolorosa consapevolezza e allora trae da sé il
meglio della sua arte, un’ultima sfida alla morte che s’appresta a
coglierla. Bea è sconfitta, ma non vinta, perché sa che nessuno può
uscire vittorioso da una battaglia con il destino, e allora intona
il suo canto alla vita nei versi di commiato, struggenti nella loro
umana intensità.
Ancora_ta
mi coglie
il soffio caldo
della vita
dentro un pugno
di vetro
che guardo e
attraverso
mentre il
risucchio dell'agguato
mi zoppica
addosso.
È tempo di
azzerare il timer
e ripartire
è tempo di
conciliazione
e di respiri.
Non abbandonare
il figlio, Padre
ora che ha
conosciuto
il tepore della
buona stagione
e il frinire
delle cicale.
Non avrei mai potuto
immaginare la difficoltà che poi ho incontrato nello scrivere queste
righe.
Ho cercato di essere asettico, di non lasciarmi prendere dalla
commozione e ci sono riuscito quasi fino in fondo, ma poi sono un
essere umano anch’io e parlare del lavoro di un’amica che troppo
presto mi ha lasciato è diventato un percorso del ricordo, una
memoria di emozioni e di sentimenti che ha finito per travolgermi.
Però, di una cosa sono certo: della qualità delle poesie di Bea, il
suo lascito perché abbia a goderne anche chi non l’ha conosciuta.
Se n’è andata, ma in qualsiasi momento possiamo ritrovarla in questi
versi che ci parlano di lei.
Grazie Bea per quanto sei riuscita a darci.
Beatrice Zanini
(30 settembre 1964 – 2 ottobre 2009)
“Sono tutto e sono niente…
E sono in quanto esisto.
Per alcuni sono semplicemente Marbe.”
Blog:
http://beamarbe.splinder.com/
Renzo Montagnoli
La Rizzagliata
di Andrea Camilleri
Sellerio
editore Palermo
Romanzo storico di storia più che contemporanea, attuale.
Anche questa volta Camilleri ha teso la rete
ai suoi fedeli lettori che non sono 25, li ha incastrati in questa
storia in cui è complicato districarsi anche se non sono i pesci “
cchiù stùpiti
o cchiù lenti, ma lo stesso non si sono
scansati ’n tempo”.
Dal titolo: dicesi rizzaglio, una rete a
forma di campana, chiusa in alto e aperta sotto, contornata da
piombini. Si fa roteare perché deve ricadere come un ombrello
aperto, cade in acqua per il peso dei piombini, il pescatore tira
una corda e la parte inferiore si chiude. Dentro restano i pesci:
una bella rizzagliata. Questo romanzo,
pubblicato prima in Spagna con il titolo “La
muerte de Amalia Sacerdote”, ruota attorno all’omicidio di
una studentessa universitaria, Amalia, figlia di
Antonino Sacerdote, il segretario capo dell’assemblea
regionale, trovata uccisa e che per atto dovuto è inviato un avviso
di garanzia al fidanzato Manlio, figlio dell’onorevole senatore
Caputo. Relazioni
pericolose, macchinazioni, geometrie occulte e disegni
criptati s’intersecano in un gioco che
di teatrale ha poco e di reale molto, la politica volta e travolta,
come le cronache ci insegnano, nel suo inesorabile deviamento verso
sordidi obiettivi ed interessi personali. Il caso è seguito da
Michele Caruso, il direttore di un
telegiornale della Sicilia occidentale “Telepanormus”,
la sua storia intima e privata fa da
contraltare alla vicenda, in generale,
come un cerchio concentrico che si espande e pesca solo quello e
quelli che deve pescare. Camilleri fa muovere i personaggi come
dentro una scacchiera, le mosse delle pedine inizialmente un po’
imprecise, reticenti, man mano trovano la loro naturale
collocazione e alla fine non c’è la
sorpresa o il botto come se fin da principio una strategia
pianificata portasse alla risoluzione del caso “Ad
usum Delphini”.
L’imbarbarimento della società e sommamente della politica, il
malaffare, la corruzione globalizzati,
un blob che ingloba partiti politici, finanza, magistratura, mafia,
poteri pubblici…il tutto mixato da
battute mordaci e allusive, con il doppio
senso della parola siciliana che l’autore orchestra con svariate
coloriture stilistiche. Personaggi e situazioni, come tiene a
dichiarare e ribadire Camilleri sono
frutto di una pura e semplice invenzione senza nessun riferimento
con persone realmente esistenti, ma come non poter ravvisare gli
stessi scenari che quotidianamente giornali e televisioni ci
mostrano e quanto le anomalie italiane ci stanno trascinando in uno
dei punti più bassi della nostra storia.
L’autore. Andrea
Camilleri è nato a Porto Empedocle nel 1925. Ha
esordito come romanziere nel 1978 con
“Il corso delle cose”.
Della sua ricchissima produzione letteraria
tutti i romanzi con protagonista il commissario Montalbano
sono pubblicati dalla casa editrice Sellerio
e altri, tra questi ricordiamo: “La
forma dell’acqua”, “Il cane di terracotta”, “Il ladro di merendine”,
“La voce del violino”, “La stagione della caccia”, “Il birraio di
Preston”, “La concessione del telefono”,
“La gita a Tindari”, “Maruzza
Musumeci”, “Il casellante”, “Il campo
del vasaio”, “L’età del dubbio”, “Un sabato, con gli amici” “Il
sonaglio” “Il cielo rubato”, “ La tripla vita Michele Saracino”.
Arcangela
Cammalleri
La guerra gallica
(De bello Gallico)
di Gaio Giulio Cesare
Traduzione e note di Lorenzo Montanari
Prefazione di Anna Giordano Rampioni
Introduzione di Giovanni Cipriani e Grazia Maria Masselli
Barbera Editore
www.barberaeditore.it
Collana Classici Greci e Latini diretta
da Anna Giordano Rampioni
Gaius Iulius Caesar (Gaio Giulio Cesare) è probabilmente il
personaggio romano più conosciuto e non solo per le sue indubbie
qualità militari, ma anche come scrittore.
Ci ha lasciato due opere, fondamentali per comprendere una certa
epoca: La guerra gallica e La guerra civile.
Il primo è senz'altro il testo più conosciuto, anche per motivi
scolastici. Ricordo, anche se è passato molto tempo, che non era
infrequente nei compiti in classe di latino la traduzione di brani
del De bello gallico, circostanza del resto preferita dagli
studenti, sia per la tematica che in un giovane appare più
interessante, sia per l'essenzialità della scrittura di Cesare, meno
complessa, per esempio, di quella di Cicerone.
Resta il fatto che essendo ormai un'opera classica, oggetto di studi
scolastici, si tende a identificarla più come un libro di testo che
non per quello che effettivamente è, e cioè la storia di un lungo e
sanguinoso conflitto grazie al quale Roma, non ancora imperiale,
sottomise definitivamente la Gallia.
Dalla lettura si può comprendere l'elevata cultura di Cesare che
riesce a descrivere con minuziosità, ma senza essere greve,
un'importante evento non solo bellico, ma anche politico.
Certo che la storia di un fatto narrata dallo stesso che ne è stato
partecipe può sollevare più di un dubbio sull'attendibilità delle
notizie fornite, ma non è questo il caso, perché il grande
condottiero romano si dimostra per niente incline alla retorica,
tracciando in modo semplice e scarno la cronologia degli eventi,
tanto quasi da apparire un diario di bordo, ad uso e consumo del
senato romano.
E' un lavoro piuttosto lungo, diviso in 8 libri, scritto
presumibilmente fra il 58 e il 50 a.C., corrispondente proprio al
periodo in cui si svolsero i fatti. Nei primi sette libri, dettati
ai suoi luogotenenti, Cesare ci fornisce un'attenta descrizione
etnica e geografica non solo della Gallia, ma anche dei territori
germanici prossimi al Reno e di quelli britannici. Si scopre così in
lui un'attenzione e anche un rispetto per zone non propriamente
romane e per le popolazioni che le abitano, circostanza che mi
induce a pensare che l'uomo, e quindi non il console e generale,
nutrisse anche ammirazione per questi nemici, il che però non gli
impedì di farne strage. Questa lunga parte si conclude con la
descrizione della battaglia di Alesia, in cui emerse fulgido il suo
genio militare, e grazie alla quale, sconfitto Vercingetorige, re
degli Averni e grande stratega, la campagna poté definirsi conclusa.
L'ottavo libro, che risulterebbe scritto dal fido Aulo Irzio, invece
parla di fatti successivi alla guerra, come le spedizioni inviate a
spegnere gli ultimi focolai di resistenza.
Il De bello gallico, scritto in terza persona, ebbe una
funzione non solo diaristica, cioè di memoria, ma fu anche lo
strumento con cui, in un equilibrio sostanziale fra fatti e
descrizione degli stessi da chi vi fu coinvolto, Cesare difese la
sua politica militare dall'avversione di larga parte del Senato che,
non a torto, paventava un concreto pericolo per la sua autorità di
fronte a questo generale di comprovate elevate capacità, riottoso ad
obbedire alle direttive e animato da una grande ambizione.
La guerra gallica, in questa edizione dell'Editore Barbera
comprensiva del testo latino a fronte, si avvale della eccellente
traduzione di Lorenzo Montanari, che ha curato anche le
indispensabili numerose note riportate alla fine dell'intera opera.
Se la prefazione di Anna Giordano Rampioni è breve, quasi
essenziale, l'introduzione di Giovanni Cipriani e di Grazia Maria
Masselli è assai più lunga, ma indispensabile per la comprensione
dell'intero testo.
Sono in tutto tante pagine (oltre 600), ma si leggono quasi d'un
fiato, a testimonianza delle qualità letterarie di Gaio Giulio
Cesare, rivelatosi così, oltre che uomo di spada, uomo di penna.
Gaio Giulio Cesare ( 100 - 44
a.C.), grande condottiero romano, nonché uomo politico illustre.
I suoi libri (La guerra gallica e La guerra civile) sono scritti
storiografici, considerati unanimemente dalla critica fra i più
originali dell'antichità.
Attraverso gli stessi realizzò un'apologia di se stesso e delle
proprie scelte politiche e militari, fornendo ai posteri l'immagine
di un condottiero coraggioso, fine stratega e fondamentalmente
fedele ai valori repubblicani.
Renzo Montagnoli
L'abitudine al sangue di
Giorgia Lepore Fazi Editore
www.fazieditore.it
Narrativa romanzo
Giuliano, in un monastero della Grecia, ripensa al suo passato, alla
vita intensa e sofferta che ha avuto. L'essere figlio del defunto
imperatore di Bisanzio non è stata una fortuna, ma ha costituito la
base del percorso insondabile attraverso il quale, dopo gioie e
soprattutto sofferenze, è finalmente approdato alla pace interiore.
Condotto con un ritmo lento, quale si addice a una storia di
riflessioni, L'abitudine al sangue non è tuttavia solo la
vicenda di Giuliano, dalla gloria quale condottiero e certamente non
voluta perché gli ripugna uccidere altri uomini, alla quiete della
vita monastica dopo anni in cui ha conosciuto l'amore, ma anche
l'orrore della guerra, ha subito torture, si è macchiato di un
delitto commesso su sangue del suo sangue.
Infatti questo libro presenta molteplici chiavi di lettura che ne
fanno un'opera per certi versi ardita, ma che nel complesso
costituisce il positivo esordio letterario dell'autrice.
Premessa indispensabile è che non si tratta di un romanzo storico in
senso stretto, perché se è vero che la localizzazione è Bisanzio,
capitale del Romano Impero d'Oriente, l'epoca non è esattamente
determinata, pur presentando caratteristiche tipiche dell'alto
medioevo; anche per i personaggi non vi sono diretti riscontri, pur
se in un'attenta analisi alcuni possono essere ricondotti a figure
che hanno caratterizzato alcuni secoli di quel periodo.
C'è indubbiamente il tentativo della scrittrice, appassionata di
storia bizantina, di fornire l'immagine di quel che era quel lontano
impero, caratterizzato da faide nella famiglia regnante con
frequenti delitti particolarmente riprovevoli, quali il parricidio e
il fratricidio, e in questo senso l'impostazione dell'opera assume i
toni di una tragedia che richiamano opere di Shakespeare, in
primis l'Amleto. E. come dice Giorgia Lepore nell'intervista,
questo è un romanzo di relazioni, fra padre e figlio, fra fratelli,
fra figlio e madre, fra uomo e donna, ma soprattutto fra uomo e Dio.
Nessuna esclude le altre, ma costituisce una serie di tappe, di
anelli di una vicenda che porta al rapporto più importante, a quello
che è uno dei maggiori temi dell'opera, cioè alla ricerca in se
stessi dell'originario spirito divino per potersi accostare a Dio.
In questo contesto c'è un fatto determinante e che può ricondurre
anche all'individuazione dell'epoca; c'erano molte sette eretiche,
ovviamente combattute, non solo dialetticamente, dalla Chiesa
ufficiale e fra queste ce n'era una che aveva una precisa
localizzazione ai confini orientali dell'impero. Questa setta era
portatrice di un'eresia da noi conosciuta come paulicianesimo,
caratterizzata dal dualismo, che portava a considerare l'esistenza
di due Dei, il Dio crudele dell'Antico Testamento, creatore del
mondo, e il Dio buono del Nuovo Testamento, artefice dello spirito e
dell'anima, e quindi l'unico degno di essere seguito. Ora, il
periodo più disgraziato di Giuliano inizia con il rifiuto di fare
strage di questi eretici, che sarà poi effettuata poco dopo da un
altro generale. Storicamente questo avviene nel X secolo d.C. e
quindi il periodo in cui si snoda la vicenda è quello.
Ma il paulicianesimo richiama anche ad altre chiavi di lettura nel
rapporto tra padre e figlio, in cui il primo assume le
caratteristiche del Dio malvagio dell'Antico Testamento, mentre il
rifiuto della violenza e il desiderio di amore di Giuliano finiscono
per introdurre alla sua relazione con Dio, laddove, pur credente, e
a differenza del priore del convento Johannes, che è stato chiamato
dal Supremo, in lui predomina la necessità di non essere scelto, ma
di scegliere. La differenza è sostanziale (nel caso di Johannes la
chiamata è venuta dal cielo, mentre per Giuliano è frutto di una sua
libera scelta) e serve a portare ad ancora un'altra visione
dell'opera. La storia è frutto di decisioni assunte secondo il
principio del libero arbitrio, oppure è qualche cosa che è già
scritto nel libro del destino, senza che noi possiamo interferire
con esso? Domanda a cui possono essere date risposte diversamente
articolate, ma senza che una possa prevalere decisamente sull'altra.
Giuliano è indubbiamente un personaggio complesso, tanto che Giorgia
Lepore lo ha definito una sintesi di "colonne portanti" della storia
bizantina, che vanno da Giuliano l'apostata a Basilio II.
Insomma, a un protagonista, che non è mai esistito, è stato affidato
il difficilissimo incarico di rappresentare un mondo in più epoche,
di nobilitare nell'uomo il senso della vita con una scelta
individuale per l'amore verso Dio, di essere così antico e al tempo
stesso moderno, anzi addirittura senza tempo.
L'abitudine al sangue, come è possibile comprendere, è un
libro che induce a continue riflessioni, e quindi da leggere con
calma e attenzione, ma anche da rileggere più volte per scoprire
qualche cosa di nuovo, aprendolo al nostro cuore.
Giorgia Lepore, 39 anni, è nata
e vive a Martina Franca ma lavora all'Università di Bari, in qualità
di assegnista di ricerca presso la cattedra di Archeologia e Storia
dell'Arte Paleocristiana e Altomedievale. È inoltre archeologa,
specializzata negli scavi presso le chiese rupestri pugliesi, e
docente di Storia dell'Arte nelle scuole superiori. Negli anni
scorsi ha partecipato a vari convegni nazionali e internazionali e
pubblicato numerosi articoli e saggi in riviste specializzate, tra
cui alcuni contributi nel volume Puglia Paleocristiana (a
cura di G. Bertelli, 2004) e la monografia Oria e il suo
territorio nell'altomedioevo (2004). E proprio dai suoi
interessi di archeologa e di studiosa di Storia bizantina prende le
mosse il suo romanzo d'esordio, ambientato appunto nell'Impero
romano d'Oriente nell'Altomedioevo, ma mancano, per precisa scelta
dell'autrice, riferimenti topografici e l'indicazione di un arco
temporale nel quale si svolge la vicenda.
Renzo Montagnoli
Confrontarsi con Karolina di
Valentino Rocchi Edizioni Agemina
www.edizioniagemina.it
In copertina: Giacomo Balla - Velocità n.1
Narrativa romanzo
Collana Gialli Agemina
Leggo sulla copertina "Valentino Rocchi", il nome dell'autore,
appena più sotto "Confrontarsi con Karolina", il titolo, e in
piccolo, più in basso e sulla sinistra "Gialli Agemina", nome della
collana evidenziata con lo stesso colore.
Ora classificare questo romanzo di ben 406 pagine come giallo mi
sembra un po' riduttivo. In effetti ci sono autori, come Simenon,
come Maurizio de Giovanni che ricorrono all'intreccio del thriller
semplicemente per l'ossatura di un'opera intorno alla quale
costruire molto di più, nobilitando i loro lavori con contenuti che
vanno ben oltre la consueta ricerca investigativa.
Ed è questo il caso anche di "Confrontarsi con Karolina", un
vero e proprio romanzo, pur venato di giallo, e ambientato, in
parte, in un mondo diverso da quello che è oggetto consueto di
narrazione dell'autore pesarese; qui non c'è più la civiltà
contadina in primo piano e, a onor del vero, nemmeno sullo sfondo,
bensì un ambiente più recente ed attuale, quale quello delle corse
in motocicletta.
Non ci sono gare, non c'è la dinamica del tifoso e dello sportivo
che quasi fa una radiocronaca, no, non sarebbe stato funzionale allo
scopo e, oltretutto, probabilmente si sarebbe ridotto a un aspetto
più tecnicistico che letterario.
Il mondo delle corse in moto è lo sfondo, davanti al quale o dentro
il quale si agitano diversi personaggi, nascono storie all'apparenza
messe per lì caso, ma che invece alla fine si riveleranno parte
integrante di un corpo unico, giustificando così la lunghezza del
lavoro che in un normale giallo sarebbe francamente eccessiva.
Rocchi ha sempre amato i suoi personaggi al punto di tratteggiarli
con una descrizione non solo somatica, ma anche psicologica che
rasenta quasi l'ossessione maniacale, giungendo così a confezionare
opere che sempre possono essere definite di pregevole fattura.
Confrontarsi con Karolina va oltre questa classificazione di
merito, perché le storie che si intrecciano, pur se relative a
epoche diverse fra loro e anche a luoghi dissimili, possono vantare
una freschezza di esposizione che le rende particolarmente
gradevoli.
Non sarebbe stato difficile scivolare nel "già letto", perché in
fondo le vicende umane si presentano quasi sempre assai simili, ma
la capacità dell'autore di indagare l'animo di ogni protagonista,
riservando l'entusiasmo per quelli positivi, ma non infierendo,
grazie a un'innata pietà, per quelli negativi, porta a un equilibrio
di narrazione che gradualmente rende partecipe il lettore. Non ci
sono colpi di scena assolutamente impensabili, anzi tutto scorre
liscio e logico, secondo una razionalità matematica, ma il libro
sarebbe probabilmente monotono se non fosse accompagnato da emozioni
naturali, genuine, quali possono essere il senso di colpa o un
amplesso dipinto con precisione, ma senza malizia.
Prima ho scritto che sono diverse le vicende che fioriscono, ma ben
concatenate, e una in particolare, quella dell'ebreo polacco in
Italia all'epoca delle leggi razziali, è molto di più che funzionale
alla vicenda, perché offre l'opportunità di una riflessione su
questa maledizione che si portano dietro gli israeliti da 2000 anni
e che li rende vittime per lo più rassegnate. Non dico altro al
riguardo, perché sono poche pagine che meritano la massima
attenzione.
E poi la figura di questo ebreo, di quest'uomo prossimo alla morte è
descritta con una realtà quasi incredibile. Sembra di essere davanti
a lui, infermo grave in questo letto d'ospedale, ad ascoltare la sua
storia, a stupirsi di quel che va dicendo, a commuoversi per una
bellissima storia d'amore che lo vede protagonista e vittima.
Con Rocchi i personaggi sono tali indipendentemente dal fatto che ci
sia una trama, sono esseri umani con i loro pregi e difetti che
sembrano muoversi liberi dalla volontà dell'autore. La vicenda è
gialla? Bene, ma anche se non lo fosse Salomon, Serena, Karolina,
Marco, Federico, il giudice Gaudino, Inge, Sabine, Rachele, Antonìn,
perfino Rendina girano attorno a noi, con le loro passioni, i loro
assilli, le loro qualità e i loro difetti, nessuno troppo bravo o
troppo cattivo, personaggi di carta perfettamente simili a quelli in
carne ed ossa, ognuno portatore di verità che sta solo a noi
riconoscere. I francesi dicono: "C'est la vie.". Io mi permetto di
aggiungere: "vista con amore.".
La lettura è sicuramente raccomandabile.
VALENTINO ROCCHI, nato a Savignano sul
Rubicone, risiede sin dall'infanzia a Pesaro. È socio corrispondente
della Rubiconia Accademia dei Filopatridi di Savignano sul
Rubicone.Si è avvicinato alla narrativa, con libri di ampio respiro
e di trame avvincenti, dopo una vita di intenso lavoro. Ha
pubblicato: "Una Storia a Castelvecchio" (Società editrice Il Ponte
Vecchio - Cesena); "L'Eredità di Venanzio" (Guaraldi - Rimini)
Vincitore del Premio letterario "Il Pungitopo" 2001."Notte all'Hotel
La Guercia" (Argalìa Editore);"Gli uomini di Bluma" (Giraldi
Editore) II Classificato al Premio "Palazzo al Bosco", 2002;"La
saggezza di Toni" (Giraldi Editore);Esce nell'anno del V centenario
della morte di Pandolfo Collenuccio, uomo di corte e di legge, dalla
vita straordinariamente avventurosa: "Notte all'Hostaria La
Guercia", Pandolfo Collenuccio, uomo di corte del XV secolo, (Giraldi
Editore) ambientato nel XV secolo, di cui è l'autore è profondo
studioso e conoscitore; nel 2008 "La Magia del fuoco" (Agemina) e
"1504 - Notte all'Hostaria La Guercia" (Agemina); nel 2009 "Il
pianoforte a coda" (Giraldi Editore) e "La padrona di Santa Maria" (Giraldi
Editore).
Renzo Montagnoli
Sulla riva
del fiume, di Giovanna Giordani
- Aletti editore -
Sulla riva del fiume:
prima silloge di Giovanna Giordani, giunta quasi a sorpresa per lei
stessa, che forse non s’era posta prima d’ora il problema di
condividere con interessati lettori il suo piacere per la scrittura
in versi delle sue emozioni, dei suoi pensieri e sentimenti,
attraverso una pubblicazione. Bella sorpresa, invece, per lettori
che amano la poesia, come la sottoscritta.
Generalmente inizio
la lettura di una raccolta di poesie cercando di decifrare il senso
del titolo. In questo caso, mi è venuto in mente per associazione
immediata il titolo di un libro di riflessioni sul senso della vita,
Sono come il fiume che scorre, di Paulo Coelho. Ma, mentre in
quel testo l’autore si identifica con il fiume e ripercorre, anche
in senso autobiografico, il divenire e il mutamento continuo, per
dar valore alle cose più semplici e belle, ho immaginato che
Giovanna stesse invece “osservando” quello stesso divenire e
mutamento continuo del mondo e della vita, standosene
tranquillamente “sulla riva del fiume”. Il suo osservare, che in
realtà si ritrova poi assorbito nei versi poetici, non è però
passivo guardare, lasciar scorrere e lasciar accadere gli eventi del
mondo, bensì compartecipazione talmente profonda e intima da
lasciare di sé impronta e segno visibile in ogni poesia.
L’autrice definisce il suo poetare non ricercato, ma semplice, vero,
naif, quasi sottintendendo in questa definizione una sua naturale
ritrosia, un suo non sentirsi vera poeta bensì solo una persona che
voglia esprimere in versi la sua sensibilità.
E chi ha detto che bisogna scrivere poesie servendosi di lessico
ricercato, che spesso potrebbe essere sinonimo di indecifrabile,
difficile, non fruibile se non da pochissimi?
Ho piacevolmente assimilato la scrittura poetica naif (per tenere la
sua originale definizione) di Giovanna Giordani alla semplicità con
cui si leggono, si interpretano e si interiorizzano le sue poesie,
poiché questa semplicità si accompagna ad una profondità di pensiero
che dà modo al lettore di riflettere e di guardare con occhi nuovi
il mondo e tutto quel che vi accade.
Già dalla prima poesia Ah, se potessi, l’autrice mette in primo
piano la sua poetica dell’amore, che è il suo modo peculiare di
osservare gli eventi del mondo, cercando delle strategie quasi
magiche per realizzare il suo intento di vivere in armonia con
l’universo, trasformando il suo essere “sillabe d’assenso” nel vero
senso della vita che appunto nell’amore può risiedere e in
nient’altro. In questo “la poeta” conferma il pensiero di Neruda che
sosteneva che “la poesia è un atto di pace”. E non è un caso che la
silloge si concluda anche con una poesia nella quale si vorrebbe
capire il perché dell’esistenza del male e la sua origine, con la
sottile ma non velata intenzione di capovolgerlo in bene.
I primi sonetti, ispirati da racconti, film, eventi reali, o
semplici osservazioni della natura, confermano questa attenzione
privilegiata della Giordani ai rapporti umani, al senso vero
dell’esistenza e alla profondità di un sentimento la cui durata
potrà attraversare il Tempo e oltrepassarlo, anche soltanto grazie
all’incisione di un nome.
Delicatissimi, poi, sono anche gli haiku, che in brevità e
concisione distillano pensieri.
La terza parte della silloge, la più corposa per numero di poesie, è
di una bellezza che non si può descrivere, bisogna sentirla e
viverla. Ci si rende conto di ciò, a partire dalla poesia che ci
presenta “Il volto del silenzio”: solo un poeta può “vedere”
questo volto e scoprire perché… “mai saprà spiegare / tutta la luce
/ che gli brucia dentro”! … perché è un silenzio pregno di parole,
di pensieri, di voce, ma non ha voce.
Un’altra bellissima poesia da segnalare è una meta-poesia, che però
si contraddice alla fine. Si tratta della messa in scena dell’umiltà
della poeta-autrice, ne’ La mia poesia è una regina scalza,
che poi è anche una regina nuda e bianca e che, quando diventa nera
e “cammina leggera / sulle dune, / (è) incurante se il vento /
traccia non lascerà / delle sue impronte”: sta proprio qui la
contraddizione della poeta, nel credere che la sua poesia non
lascerà impronte, mentre invece le ha già lasciate proprio in questo
suo essere movimento discreto che scruta negli anfratti dei cuori.
E si potrebbe continuare svelando l’implicita “semplicità profonda”
o “semplice profondità” delle altre poesie.
Ma un recensore deve fermarsi un attimo prima di togliere al lettore
il piacere, la sorpresa e la voglia di scoprire da sé il senso e la
bellezza di ogni creazione poetica, potendo dare a sua volta libertà
alla propria mente di ri-creare significati.
E dunque concludo, riassumendo l’invito a leggere questa silloge,
con l’Haiku che mi pare la caratterizzi: “Bellezza”: Alto vertice
/ di rara perfezione / dono d’incanto.
Carmen Lama
Una terribile eredità di
Gordiano Lupi Gruppo Perdisa Editore
Narrativa romanzo
Un incubo che si materializza in un uomo apparentemente normale, ma
segnato da un'esperienza che ha fatto emergere quegli istinti
bestiali presenti in ogni individuo, confinati sul fondo della
coscienza, ma pronti a esplodere quando si verifichi un fatto, un
evento che funge da catalizzatore. Una terribile eredità,
l'ultimo romanzo di Gordiano Lupi, è un noir profondamente distopico,
in cui la realtà umana viene vista con un senso di profonda
disillusione, una presa di coscienza sull'imperscrutabile e ignoto
che è dentro di noi, su quel male che ci portiamo appresso senza
saperlo.
La vicenda ha inizio in un'Angola insanguinata dalla guerra, a cui
il protagonista cubano partecipa non per vocazione, ma perché
praticamente obbligato. E' una parte, questa, del romanzo in cui
l'autore piombinese ha dovuto far leva molto sulla fantasia, poiché
non conosce quei posti, così che ne risulta uno stato abbastanza
"sui generis", ma proprio per questo emblematico di qualsiasi
conflitto. I bombardamenti, le imboscate, le uccisioni, il
cameratismo, lo sfogo con le puttane, la paura, la nostalgia sono
proprie di ogni ostilità e il solo fatto che questo avvenga in
Africa, anziché in Europa, nulla toglie alle sensazioni dei
protagonisti, all'orrore dilagante, all'angoscia, perché questo è
caratteristica di ogni guerra.
Quando la morte è sempre al tuo fianco i freni inibitori si
allentano, si diventa capaci di tutto, anche, per necessità, di
divorare i propri simili.
Questo fatto, che ha segnato indelebilmente la mente del personaggio
principale, è stato dapprima dallo stesso oscurato, ma il non
poterne parlare, il non trovare sfogo a un tormento che scava in
profondità fa vacillare la personalità, fa prorompere quel che di
male è sempre presente in noi.
E così, nella seconda parte, che si svolge a Cuba e la cui
conoscenza all'autore giova in modo rimarchevole, ha inizio il vero
e proprio noir, una ripetizione del rito macabro del cannibalismo in
Angola per un uomo che, ritornato alla vita consueta, non ha più il
supporto psicologico della moglie, morta di parto nel dargli alla
luce un figlio che conosce già cresciuto.
Avvilito per le esperienze della guerra, senza un preciso
riferimento affettivo, disgustato per la decadenza del regime - al
riguardo è molto riuscito il contrasto fra la bellezza della natura
e lo squallore di un'umanità senza speranza - , diventa facile preda
di un mal sottile a cui cerca invano di resistere e così inizia il
suo percorso di mostro, attirato da vittime innocenti quali i
bambini.
Il suo racconto, iniziato con la guerra in Angola, si svolge
nell'intrico di una ragnatela sempre più fitta, di cui finisce con
l'essere carnefice e vittima.
E' un uomo solo con il suo male, con la sua disperazione, con il suo
dolore, immerso in un orrore a cui cerca invano di sfuggire.
Il percorso torbido della mente riesce a dare al protagonista una
visione umana, grazie al senso di pietà che emerge dalle righe.
E Cuba vive la sua grigia esistenza, descritta in modo ammirevole,
nell'impassibilità di un governo incapace di comprendere l'animo
umano.
La lettura è, ovviamente, più che consigliata.
Gordiano Lupi
(Piombino, 1960) ha tradotto i romanzi del cubano Alejandro
Torreguitart Ruiz.
I suoi lavori più recenti sono: Cuba Magica -
consersazioni con un
santèro (Mursia, 2003), Un'isola
a passo di son - viagio nel mondo della
musica cubana (Bastogi, 2004),
Orrori tropicali - storie di vudu,
santeria e palo
mayombe (Il Foglio, 2006), Almeno il pane Fidel - Cuba
quotidiana (Stampa Alternativa, 2006), Avana
Killing (Sered,
2008), Mi Cuba (Mediane, 2008). Cura la versione italiana del
blog "Generaciòn Y" della scrittrice
cubana Yoani
Sànchez e ha curato il suo primo libro Cuba libre
(Rizzoli, 2009).
Renzo Montagnoli
Il cavaliere inesistente di
Italo Calvino Arnoldo Mondadori Editore
Presentazione dell'autore
Narrativa romanzo
Questo romanzo, unitamente al Barone rampante e al
Visconte dimezzato, fa parte della cosiddetta Trilogia degli
antenati, una specie di albero genealogico dei nostri
progenitori.
Se per gli altri due l'autore ritornava poco indietro nel tempo, per
questo invece va a ritroso di molti secoli per approdare all'epoca
di Carlo Magno e dei suoi famosi paladini.
E' forse superfluo che evidenzi che il Medioevo raccontato è ben
lungi da qualsiasi verosimiglianza storica, un periodo quasi sospeso
nell'arco della fantasia, tipico dei poemi cavallereschi, più simili
a saghe che a realtà romanzate.
In questo contesto la creatività di Italo Calvino raggiunge livelli
straordinari, dando luogo a un'opera che mescola sapientemente la
fantasia con la satira, proiettando il lettore ad effettuare, quasi
inconsapevolmente, dei paragoni fra le vicende narrate e certi
fenomeni di costume attuali.
Credo che sia impossibile non pensare di fare un accostamento fra un
cavaliere inesistente, rappresentato solo da un'armatura che si
muove, che combatte e che parla, con la crescente spersonalizzazione
dell'uomo odierno, con quell'ansia continua di omologazione che di
fatto lo rende schiavo di un'immagine non sua. Anche ora ci sono
armature, automobili che rinserrano le persone e che finiscono per
rappresentare solo l'emblema di una società votata all'annullamento
dell'identità.
Ci sono poi altri elementi ed episodi che mi inducono a ritenere che
Calvino, parlando in quel modo di un'epoca passata, volesse in
effetti far comprendere che anche oggi nulla è cambiato.
Per esempio, il raduno mistico dei Cavalieri del Graal, che
camminano come sonnambuli, mi ricorda tanto certe cerimonie delle
numerose sette religiose tipiche del nostro tempo.
Se Agilulfo è il cavaliere inesistente, che non c'è infatti, ma sa
di esserci, straordinaria è la figura del suo scudiero Gurdulù, che
pur essendo non lo sa, vero e proprio esempio di un ominide agli
albori dell'umanità, non ancora in grado di prendere coscienza del
suo ruolo, come del resto non pochi nostri simili che attualmente,
rinnegano se stessi, per essere quello che non sono.
Che dire poi di Bradamante, la bellissima guerriera, stretta nella
sua armatura? Non possono non venir in mente le donne della società
contemporanea, consapevoli della loro parità con l'uomo, disposte a
combattere per realizzarsi, ma che mantengono quell'innata tenerezza
e femminilità che l'amore fa riemergere prepotentemente.
Di fronte a queste osservazioni si potrebbe pensare che il romanzo
di Calvino risulti di difficile lettura e invece è tutto il
contrario, con una serie incredibile di trovate, di personaggi, di
vicende che avvincono, spesso dando anche luogo a risate, pur se il
suo fine più concreto si raggiunge quando ci accorgiamo di
sorridere, perché finiamo con il ritrovarci negli impietosi
paragoni, e allora è d'obbligo mostrare verso di noi un velo di
pietà per una recuperata misura della nostra esatta dimensione.
Il cavaliere inesistente è un'opera di grande valore, un
libro che non dovrebbe mai mancare fra quelli che teniamo nella
nostra biblioteca, e quindi mi sembra più che logico raccomandarne
la lettura.
Italo Calvino (Santiago de Las
Vegas, 15 ottobre 1923 - Siena, 19 settembre 1985).
Ha scritto numerosi testi di narrativa, fra i quali:
Il sentiero dei nidi di ragno (1947), Ultimo viene il corvo (1949),
Il visconte dimezzato (1952), Fiabe italiane (1956), Il barone
rampante (1957), Il cavaliere inesistente (1959), Marcovaldo ovvero
Le stagioni in città (1963), La giornata di uno scrutatore (1963),
Il castello dei destini incrociati (1969), Le città invisibili
(1972).
Renzo Montagnoli
L'ultimo longobardo di
Marco Salvador Edizioni Piemme
Narrativa romanzo
Con L'ultimo longobardo si conclude la trilogia con cui Salvador ci
ha narrato di questo popolo che ha regnato sull'Italia fra il VI e
l' VIII secolo d.C..
Fra i meriti dell'autore friulano c'è anche quello
storico-didattico, cioè di aver dato luce a figure che spesso sono
appena accennate negli studi scolastici, che, fra l'altro,
preferiscono occuparsi prevalentemente, per l'alto medioevo, della
figura di Carlo Magno, il re dei Franchi, che di fatto pose fine
all'egemonia longobarda.
Dire quale dei tre romanzi (Il longobardo, La vendetta del
longobardo e L'ultimo longobardo) sia il più riuscito è
impresa ardua, perché pur essendo ciascuno consecutivo in linea di
tempo, riesce a mantenere un'autonomia narrativa tendente a
privilegiare eventi e personaggi di natura diversa. In tutti, però,
regna sovrana la capacità dell'autore di avvincere il lettore. E
anche in quest'ultimo, se si avverte chiara la trepidazione
nell'aprire il libro e forte è il desiderio di continuare la lettura
senza soste, altrettanto incombente è il timore di arrivare troppo
presto alla fine.
La vicenda del principe Arechi, che da giovane ha una naturale
inclinazione per la contemplazione e la vita religiosa, chiamato poi
a ricoprire un ruolo essenziale di supporto alla politica imperiale,
è una di quelle che non possono lasciare indifferenti per ricchezza
di sviluppo, per descrizioni di personaggi, per un'ambientazione in
una Roma sede della Cristianità, ma anche luogo di intrighi, di
lussurie, di lotte di potere.
Salvador ha colto l'occasione per donarci la figura di un uomo che
riassume in sé le caratteristiche di molti nostri simili, esseri
puri all'origine e che in forza del libero arbitrio si lasciano
coinvolgere e addirittura travolgere dalla sete di potere. E' ben
delineata quella vita che si riduce a una continua difesa di
posizioni acquisite con il contemporaneo sviluppo di trame volte non
solo a rafforzarle, ma ad estenderle.
La vicenda si svolge in un'atmosfera in cui la politica del governo,
intesa come predominio personale, corrompe e corrode tutti,
chierici, nobili, re e perfino papi.
Questo accade senza distinzione di sesso dei protagonisti , in una
lotta in cui ognuno usa le armi che gli sono proprie, con una
progressiva deriva della morale che porta all'abiezione.
Non è difficile riscontrare, pur in un'epoca così lontana, in un
periodo definito "pornocratico", tante, troppe similitudini con i
giorni nostri, come se non ci fosse stata un'evoluzione nel genere
umano.
Fra tradimenti, morti violente, alleanze e rotture delle stesse,
ribaltamento di convinzioni, Arechi si muove come un regista in uno
spettacolo teatrale, suggerisce, modifica, cambia perfino il
copione, soprattutto quando riuscirà a diventare Il Custode,
di fatto il dominus della Chiesa. E questo incarico gli verrà
conferito dal suo predecessore Canzio quando si presenterà a lui con
lo stato d'animo che anni prima lo stesso Canzio gli aveva definito
condizione sine qua non: amore e odio, che, in ugual misura,
lo possiedono, lo condizionano e lo stimolano.
Ma non c'è vita in un essere così ridotto, non c'è speranza, non c'è
salvezza, se non in un unico modo, vale a dire lasciando tutto,
confessando ogni peccato, anche quello che l'orgoglio non vuole
considerare tale, e acquisendo così la consapevolezza che la gloria
e il potere non sono nulla di fronte alla serenità.
Arechi, riavvicinandosi a Dio, ritrova la sua anima, riscopre quanto
ha soffocato della sua naturale spiritualità, risorge a nuova vita.
Sono pagine intense, anche sofferte, sono le pagine di un romanzo
stupendo, sicuramente da leggere e rileggere, perché non poche sono
le occasioni in cui si avverte la necessità di meditare.
Marco Salvador nasce il 10
novembre 1948 a San Lorenzo di Arzene (PN), dove tuttora vive. Ha
pubblicato numerosi saggi sulle comunità rurali nel medioevo e sulle
giurisdizioni feudali minori. Inoltre ha scritto cinque romanzi:
Il longobardo (Piemme, 1^ Edizione 2004, 2^ Edizione 2008),
La vendetta del longobardo (Piemme, 2005), L'ultimo
longobardo (Piemme, 2006), La casa del quarto comandamento
(Fernandel, 2004), Il maestro di giustizia (Fernandel, 2007)
e La palude degli eroi (Piemme, 2009).
Renzo Montagnoli
Colombe raggomitolate
di Mohamed
Ghonim Fara Editore
www.faraeditore.it
Introduzione di Alessandro Ramberti
Poesie raccolta
Collana TerrEmerse
Leggere le poesie di questa raccolta,
composta da tre piccole sillogi (Il canto dell’amore, La
donna, Versi migranti) è scoprire un mondo tutto nuovo,
fatto di luci, di colori, di immagini che non rientrano
nell’abituale stesura dei versi dell’occidente.
In Ghonim vi è tutta una linea di confine indeterminata fra la
realtà e il sogno, così che si ritrae l’impressione di una
dimensione sospesa, al di fuori della portata dell’uomo moderno che,
pur cercando di astrarsi, finisce sempre con l’essere condizionato
dalla quotidianità.
Nell’autore di origini egiziane invece si ritrova quella grazia
delicata, soffusa, propria della poesia araba, in una condizione
tale che le emozioni, le sensazioni hanno una proiezione celestiale.
Da La notte oscura
….
E’ forse diverso il sangue dell’umanità
sotto la pelle?
Sono diversi i sogni,
speri che i tuoi giorni diventino senza
notte?
Guardami bene in faccia,
guarda questa faccia scura:
ti accorgerai che sono io la tua notte.
….
Ghonim, nel nostro paese da diversi anni,
ne ha acquisito la cittadinanza, però ciò è avvenuto senza perdere
la sua innata personalità, modellata sulle scie di tradizioni e di
visioni della vita che nel tempo sembrano immobili, ma che invece
sono continue sfumature di una concezione dell’esistenza che si
tramanda nei secoli.
Fuori dalla vacua corsa dell’occidente, non affastellata da falsi
miraggi o da richiami di sirene corruttrici, la poetica di questo
autore echeggia le melodiosità delle danze nei cortili
dell’Alhambra, o la limpida freschezza delle acque che scendono al
piano dalla Sierra Nevada.
Forza e grazia sono fuse in un equilibrio che, più che affascinare,
circondano il lettore, avvolgendolo in un alone mistico che quasi
inebria, una condizione di sospensione temporale che astrae dal
mondo, proiettando verso cieli sconfinati, oltre i confini della
realtà.
Tutto sembra così naturale, così spontaneo che si riesce perfino a
leggere oltre le parole, arrivando a scorgere l’anima da cui sono
scaturite.
Da Solitudine
Sono solo
perché sento la mancanza del mio amore.
Isolato
come un cammello col petto
sopra la terra desertica.
La notte mi ha coperto
come un’onda tenebrosa.
Oppure
Le labbra
Spade indiane
si colorano
con i raggi del sole,
al chiarore della luna
bevono con bramosia
dai turchesi dell’amore
dissetandosi inebriano
le stelle del cielo
che discendono sulla terra
sfavillanti di pioggia.
Penso che, soprattutto con Le labbra,
si possa comprendere quanto ho fino ad ora scritto, ci si possa
immergere in queste visioni, frutto di umane emozioni, ma che
riescono a sublimarsi, ascendendo verso il magico mistero
dell’universo.
Ma c’è anche un altro Ghonim, che sa guardare la realtà con occhi
non trasognati, che vede il dramma dei migranti, che comprende il
loro desiderio di lasciare la loro terra, dove si muore di fame, per
affrontare un viaggio di speranza verso l’ignoto.
E’ il suo un atteggiamento di composta partecipazione, in cui, pur
nella forza dei versi, permane una vena malinconica, un sentimento
di pietà verso destini dei quali noi non siamo incolpevoli.
Lettera di un bambino africano
O mio amico là,
io nudo condotto allo scoperto
affamato abbandonato alla fame,
di mosche è cosparsa la mia bocca,
sento che il latte lo rigurgitate,
che il grano sotto la neve lo lasciate
e che le vostre mamme vi cullano in
lettini di seta.
Noi, qua, soffiamo polvere,
respiriamo il suo esalare,
chiediamo all’aria un senso,
formuliamo una preghiera senza risposta.
Quindi, non posso che concludere con
un’osservazione: sensibilità e delicatezza, passione e meditazione
si fondono in Ghonim, nei suoi versi che poco a poco ammaliano il
lettore, stregato dalla docile forza con cui canta della vita.
Mohamed Ghonim è nato ad El
Menoufia (Egitto) nel 1958. Si diploma come perito agrario. Nel 1990
è italiano a tutti gli effetti. Autore di poesie e pièces teatrali,
nelle sue opere si amalgama la cultura araba a quella occidentale.
Il suo primo libro è Il segreto di Barhume pubblicato
dall’associazione Les Cultures nel 1994, rieditato da Fara nel 1997.
Nel 1995 esce Quando cade la maschera (Les
Cultures). Nel 1997, “anno contro il razzismo e la xenofobia”,
pubblica con Les Cultures la raccolta di poesie Il canto
dell’amore.
Nel 1998 Fara stampa La foglia di fico e altri racconti.
L’anno seguente pubblica con Periplo un libro di fiabe dal titolo
L’aquila magica e l’opera Cento
memorie per il futuro millennio.
Nel 2003 viene stampata la silloge Colombe raggomitolate
(Fara) e la poesia “Il mio silenzio”,
ivi contenuta, viene selezionata per l’antologia della X Edizione
del Premio Internazionale di Poesia “Poseidonia-Paestum”. È stato
giurato di vari concorsi a premi per le
scuole elementari. Ha curato Siamo venuti a cantarvi le
nostre canzoni, opera che fa dialogare con la poesia
ragazzi stranieri della scuola media Tito Livio di Milano
(Terre poetiche, 1999). È direttore del giornale egiziano «News of
world».
Renzo Montagnoli
Lettere al Presidente
di Franco Ferrarotti Edizioni
Solfanelli
www.edizionisolfanelli.it
Saggistica
Che Franco Ferrarotti, nella sua prefazione, parli di una fase di
stagnazione culturale e di onnipervasiva politica mediatica, in cui
l'identità personale tende a scambiarsi con la notorietà televisiva,
mi è di grande conforto, perché è quanto osservo da anni e anche ne
scrivo. Se un sociologo del suo calibro è pervenuto a una simile
conclusione, vuol dire che non è un problema avvertito solo da me, o
magari supposto, ma è realtà, è concretezza di una situazione che
peggiora di giorno in giorno.
Il prof. Ferrarotti fornisce una spiegazione di questo libro alla
luce dell'interesse, ormai pluriennale, in ordine a una revisione
della Carta Costituzionale, con particolare riguardo alla seconda
parte, cioè a quella successiva ai Principi Fondamentali su cui si
regge, o dovrebbe reggersi, il nostro Stato.
Il titolo, peraltro, prende spunto da una Lettera aperta al
Presidente (all'epoca Cossiga) pubblicata sull'Unità del 24 luglio
1990.
Considero questa indicazione di finalità un forte richiamo, poiché
si ricomprendono nel libro numerosi editoriali, pubblicati
soprattutto sull'Unità, nel periodo 1975 - 2004, sui quali
dovrebbero non poco riflettere i tre ex Presidenti della Repubblica,
onde poter esprimere la loro saggezza in un'epoca, quale l'attuale,
in cui la politica ha raggiunto il suo apice congiunturale.
Oltre la succitata lettera, ci sono numerosi articoli, anche con
critiche all'allora Partito Comunista, con escursioni in campo
letterario o proprie della materia di Ferrarotti, insomma un insieme
di pezzi di tematiche diverse che, secondo me, non sono stati
inseriti a caso, tanto per riempire le pagine, ma che sono un po' la
storia del nostro paese, per dimostrare che situazioni e problemi
non nascono mai di colpo, ma hanno gestazioni di non breve durata.
Significativo in questo senso è l'editoriale dell'Unità del 18
dicembre 1990 intitolato La Sicilia sola. C'è da vergognarsi ad
ogni terremoto. L'abbandono, o meglio la mancata partecipazione
di membri dell'esecutivo alle esequie delle vittime e la generale
indifferenza per la sorte dei superstiti offre la misura del
progressivo scollamento della classe politica italiana dalla realtà
del paese.
Già però l'articolo comparso su L'Unità il 30 ottobre dello stesso
anno, con il quale Ferrarotti ammette di aver sbagliato polemizzando
con Pier Paolo Pasolini in ordine all'appassionata denuncia del
poeta di "questo paese orrendamente sporco", è sintomatico di
una presa di coscienza in chi si accorge dell'intollerabilità del
marciume che regna sovrano in Italia. Soprattutto, c'è la dolorosa
conclusione di un'impossibilità di salvezza alla luce di una
dilagante corruzione a tutti i livelli e riguardante ogni partito
politico. Si parla dello scandalo della ricostruzione in Irpinia
dopo il terremoto e sul fatto che probabili accordi - come poi è
accaduto - fra governanti e le altri parti politiche, possa mettere
tutto a tacere. Già allora l'opposizione non era tale, già allora si
poteva individuare un'oligarchia che soffoca ogni regime
democratico, già allora, in buona sostanza, era prevedibile l'oggi.
Lettere al Presidente diventa quindi un'analisi spietata della
struttura del nostro paese, della sua classe politica, ma anche
dell'accondiscendenza di tutti gli italiani, e i mali non si
guariscono se non c'è la volontà almeno di tentare di curarli.
Un saggio sicuramente da leggere.
Franco Ferrarotti è professore
emerito di sociologia nell'università di Roma "La Sapienza";
vincitore del primo concorso bandito in Italia per questa materia;
già responsabile della divisione "Facteurs sociaux" all'OECE, ora
OCSE, a Parigi; fondatore, con Nicola Abbagnano, dei Quaderni di
sociologia nel 1951; dal 1967 dirige La Critica sociologica;
nel 1978 nominato "directeur d'études" alla Maison des Sciences
de l'Homme a Parigi; insignito del premio per la carriera
dall'Accademia nazionale dei Lincei il 20 giugno 2001. Numerose sue
pubblicazioni sono state tradotte all'estero. Ha insegnato e
condotto ricerche presso molte università straniere.
Renzo Montagnoli
Candido ovvero Un
sogno fatto in Sicilia di
Leonardo Sciascia Adelphi Edizioni
Collana Gli Adelphi
Narrativa romanzo
Nel Candido di Voltaire il suo educatore
Pangloss gli rammenta che “questo mondo è l’ottimo dei mondi
possibili”, nonostante tutto aggiungo io.
E secondo Montesquieu, “un’opera originale ne fa nascere quasi
sempre cinque o seicento altre, queste servendosi della prima
all’incirca come i geometri si servono delle loro formule” .
In questo modo Leonardo Sciascia trae spunto dal romanzo filosofico
di Voltaire per scriverne uno lui stesso, a cui dà come nome
Candido ovvero Un sogno fatto in Sicilia.
In ogni caso, da un autore dotato di forte personalità come Sciascia
è lecito attendersi qualche cosa di ampiamente diverso dall’opera
letteraria che l’ha ispirato e infatti questa è solo il punto di
partenza, la scintilla creativa che dà origine a un incendio
culturale di grande portata.
La vicenda di Candido Munafò, nato nel 1943 in una grotta siciliana
mentre gli americani stanno sbarcando, è la storia di un vero e
proprio eretico, di un individuo la cui rettitudine è talmente
connaturata da respingere ogni compromesso, da rifiutare qualsiasi
forma di ipocrisia, al punto di risultare dirompente non solo per
l’assetto familiare, ma anche per quello sociale.
E’ talmente diverso, talmente cristallino e alieno dal più piccolo
gioco d’interesse da costituire una vera e propria mina vagante che
dove passa lascia il segno, una sorta di morbo di cui una società
imbastardita da connivenze, interessi particolari e lotte di potere
ha più che un vero e proprio timore, ha il terrore, tanto da
considerarlo un mostro.
Ma Candido non esisterebbe se non ci fosse la presenza di un uomo
tormentato da tale situazione, che è cosciente dei difetti
macroscopici della società, ma che è costretto ad accettarli, quasi
che questo mondo fosse il migliore di quelli possibili. E’ il suo
istitutore, Don Antonio Lepanto, prete che verrà espulso, verrà
insomma spretato, e che per forza di cose deve approdare a un’altra
chiesa, cioè il Partito Comunista, dove, pur accorgendosi di tutte
le contraddizioni nefaste, rimarrà, perché al di fuori di questa
struttura per lui non c’è salvezza.
Candido è talmente immune da secoli di irreggimentazione
dell’umanità che non è comunista ideologicamente, bensì
naturalmente, tanto che non concepisce che possa esistere la
proprietà e lui stesso, che per eredità di terreni ne ha tanti,
cerca in tutti i modi di liberarsene per darli ai contadini,
proposito che, avanzato nella sede del partito comunista, viene
prontamente ostacolato.
Il ragazzo, ormai maggiorenne, finirà per abbandonare le ideologie
strutturate e burocratizzate dall’uomo per tornare all’aspirazione
naturale, all’anarchia.
Questa sarà una strada non breve, con una meta irraggiungibile, ma
lui, lasciata prima la Sicilia e poi il Piemonte, oltrepassa le Alpi
e va nella città della rivoluzione, dove tutto è possibile, anche
coltivare la speranza.
Sarà così che a Parigi incontrerà la madre che in pratica non vedeva
da quando era infante e che vorrebbe portarlo con sé in America,
dove vive da tanto tempo.
Candido Munafò, però, declina e le risponde: “ Qui si sente che
qualcosa sta per finire e qualcosa sta per cominciare: mi piace
vedere quel che deve finire “ e Don Antonio Lepanto, che è presente,
conferma “Hai ragione, è vero: qui si sente che qualcosa sta per
finire, ed è bello …Da noi non finisce niente, non finisce mai
niente….”.
Di tutti i romanzi di Sciascia questo è senz’altro quello che
preferisco, sincero, a tratti anche commovente, per nulla greve, ha
la magia di un sogno, appunto di un sogno fatto in Sicilia.
Leonardo Sciascia
(Racalmuto,
8 gennaio 1921 – Palermo, 20 novembre 1989). E’ stato autore di
saggi e romanzi, fra cui: Il giorno della civetta (Einaudi,
1961), A ciascuno il suo (Einaudi, 1966), Il contesto
(Einaudi, 1971), Todo modo
(Einaudi, 1974), La scomparsa di Majorana
(Einaudi, 1975), I pugnalatori (Einaudi, 1976), Candido,
ovvero Un sogno fatto in Sicilia (Einaudi, 1977), Il
cavaliere e la morte (Adelphi, 1988), Una
storia semplice (Adelphi, 1989).
Renzo Montagnoli
Dal codice al libro stampato di
Gaspare Armato e
Alessio Miglietta Lulu.com
www.lulu.com
Prefazione degli autori
Copertina di Catalina Alvarez
Saggistica storica
Il libro della storia del libro, così potrebbe essere definito
questo volume di ben 296 pagine, frutto del lavoro di due
ricercatori come Gaspare Armato e Alessio Miglietta.
Siamo talmente abituati a usare questi oggetti di carta stampata che
non ci chiediamo quale sia stata la loro origine; nasciamo, andiamo
a scuola e sono lì a portata di mano, entriamo in una libreria o in
una biblioteca e in migliaia sembrano osservarci dalle loro
copertine colorate.
Per noi, in forza dell'abitudine, è come se i libri fossero sempre
esistiti nelle caratteristiche attuali, ma non è così e la storia di
questo indispensabile strumento di cultura è lunga tanti anni, anzi
moltissimi secoli ed è ancora lungi dall'essere conclusa.
Non nascondo che, preso in mano questo volume, ho avuto il timore di
trovarmi alle prese con una prosa scarna, fatta di date, di
annotazioni tecniche, da una miriade di glosse, insomma la mia
preoccupazione era di imbattermi in qualche cosa di buon interesse
storico, ma tediosa da leggere, per non dire soporifera.
E invece non è stato così, perché l'intento divulgativo dei due
autori è stato supportato da mani leggere; infatti, pur non
tralasciando gli elementi essenziali, Armato e Miglietta hanno
saputo esporre in modo accattivante, in una sorta quasi di romanzo
storico.
E' un libro che non solo si lascia leggere, ma che invoglia a essere
letto per le notizie che rivela, per le curiosità che suscita e per
le risposte che riesce a dare a queste curiosità.
Se pensiamo che per centinaia di anni lo scibile umano è stato
trascritto su scomodi rotoli di papiro, già il passaggio al codice,
cioè a fogli di pergamena scritti ovviamente a mano sul recto e sul
verso, e racchiusi da due copertine, nell'antichità rappresentò una
conquista quasi mirabolante e diede luogo, nell'ambito della
cristianità, a quell'attività di copiatura dei monaci benedettini,
di cui in qualche museo abbiamo prova. Pensate a un uomo chino tutto
il giorno sul suo tavolo intento a ricopiare un altro scritto, un
lavoro monotono, che non di rado dava luogo a errori o induceva
l'amanuense, soprattutto se non comprendeva bene il concetto, a
interpretazioni del tutto personali, sì da farlo diventare quasi un
coautore.
Erano soprattutto i testi sacri oggetto di questo lavoro, ma non
mancavano, per fortuna, anche le opere dei grandi autori latini. La
produzione di questi libri era necessariamente limitata per il tempo
occorrente a predisporli, per il loro prezzo esorbitante, che
lievitava a somme astronomiche se le pagine erano abbellite da
miniature, e per il fatto che nel primo medioevo l'analfabetismo era
la caratteristica dominante di una popolazione che vedeva
interessati alla lettura solo il clero, i nobili di più alto livello
e pochi altri notabili.
Ma la svolta decisiva, la scoperta che rivoluzionerà il libro sarà
nel XV Secolo frutto di Gutenberg, inventore della stampa a
caratteri mobili. Grazie a lui si poterono realizzare in breve tempo
moltissime copie di ogni libro, facendone anche scendere così i
costi e rendendo le opere accessibili a una popolazione che
gradualmente, soprattutto grazie alla presenza di un ceto medio,
come la borghesia, era volta a una progressiva alfabetizzazione.
L'analisi storica dei due autori non trascura anche le problematiche
introdotte dal libro, usato come strumento di propaganda, vessato
dai potenti qualora di spirito libertario o rivoluzionario, oggetto
di censura, bruciato nei roghi come una strega.
Ma quale sarà il futuro di questo nostro compagno fedele di notti
insonni o di giornate di riposo in spiaggia?
A questa previsione è dedicato l'ultimo capitolo intitolato "Verso
un prodotto immateriale". E del resto, nemmeno a farlo apposta, di
questo libro esiste una versione cartacea e un'altra elettronica.
Personalmente preferisco sfogliare le pagine, aspirare il profumo
della carta, mettere le orecchiette come segnalibro, magari scrivere
a lato delle note in matita. Sono forse vecchio e antiquato, sono
forse un retrogrado o un irriducibile?
No, semplicemente sono un uomo del secolo trascorso, che, pur
usufruendo delle notevoli innovazioni tecnologiche, ha memoria del
suo passato, a quegli anni giovanili cresciuti fra carta e penna a
cui ancor oggi guarda con immutata commozione.
Dal codice al libro stampato è in effetti una memoria
storica, un viaggio a ritroso per comprendere il presente e pensare
al futuro.
Vi si può ritrovare un po' di noi stessi, perché questo libro
della storia del libro ripercorre con noi tutte le tappe di
questo indispensabile strumento di diffusione della cultura.
Assolutamente imperdibile.
Gaspare Armato abita a Pistoia.
Si dedica a divulgare la Storia moderna tramite il suo blog:
www.babilonia61.com
Fra le sue pubblicazioni ricordiamo: 41 mesi di guerra (1984),
Passeggiando per la Storia (2007), Appunti della Storia (2008), La
Storia nell'Arte (2009).
Alessio Miglietta è medievista,
storico della scienza e autore di testi narrativi. Scrive su vari
blog a carattere divulgativo.
Fra le sue pubblicazioni ricordiamo: Vautrin, il libro (2007),
Inganni (2008), Il quarto moschettiere (2009).
Renzo Montagnoli
Nelle terre estreme di
Jon
Krakauer
Edizioni Corbaccio
Titolo originale:
Into
the Wild
Traduzione dall’originale americano di Laura
Ferrari e Sabrina
Zung
Reportage letterario
Nell’aprile del 1992 un ragazzo di buona famiglia della costa
orientale degli Stati Uniti raggiunse
l’Alaska in autostop e si addentrò nel territorio selvaggio a nord
del monte McKinley. Quattro mesi più
tardi un gruppo di cacciatori d’alci rinvenne
il suo corpo ormai in decomposizione. Così inizia la storia
di
Into
the wild; Christopher
McCandless un giovane di 22 anni,
conseguita la laurea e dati in beneficenza tutti i risparmi, sparì
dalla circolazione. Per due anni peregrinò attraverso l’America del
Nord in cerca di un’esperienza trascendentale, ma in Alaska, male
equipaggiato, senza alcuna preparazione alle condizioni estreme che
avrebbe incontrato, morì di stenti all’interno di un autobus
abbandonato: il 142 di Fairbanks.
Accanto al cadavere fu rinvenuto il
diario che ha permesso di ricostruire le sue ultime settimane di
vita. Krakauer scrisse sulla rivista “Outside”un
articolo sulle misteriose circostanze della morte del giovane e
dopo, il suo interesse non si spense, anzi si appassionò alla storia
riscontrando dei vaghi ed inquietanti paralleli tra gli eventi di
McCandless e la sua vita. Così prese
corpo il libro che non è solo una
biografia, ma una riflessione su temi quali, il fascino che i
territori selvaggi suscitano nell’immaginario americano,
l’attrattiva che le attività ad alto rischio esercitano su certi
giovani, il complicato e delicato legame che unisce padri e figli.
Dalle note dell’autore emerge un ragazzo molto profondo, il cui
forte idealismo era difficilmente compatibile con la vita moderna.
Affascinato dall’opera di Tolstoj, Mc
Candless ammirava il modo in cui il
grande scrittore aveva saputo abbandonare una vita di benessere e
privilegi per frequentare gli indigenti. Infatti
affrontò questo viaggio più che per spirito di avventura come forma
di ascetismo, caratterizzato da un assolutismo morale e grande amore
per i paesaggi impenetrabili, privi di segni di vita, come in
Zanna bianca di Jack
London, era nel selvaggio Wild delle
spietatamente gelide terre del Nord.
L’autore descrive con grande cura dei
dettagli quei luoghi teatro del peregrinare di
Cris, le strade, le foreste, le montagne, i fiumi e torrenti
fluttuanti nelle loro indescrivibili combinazioni di curve verticali
e orizzontali, riporta ad ogni inizio di capitolo stralci di pagine
in cui la natura è vissuta come qualcosa di selvaggio e terribile
benché bellissimo.
Il protagonista di questa tragica vicenda sente il bisogno di
mettersi alla prova di continuo e di portare il rischio al suo
estremo logico. A differenza di tanti audaci scalatori, viaggiatori,
Mc Candless si avventurò
nella foresta non tanto per riflettere
sulla natura e sul mondo in generale, quanto per esplorare il
paesaggio interiore della propria anima. Sul diario sono poche le
divagazioni sulla natura, scarsa la menzione del paesaggio, non che
non riuscisse ad apprezzare le bellezza
circostante e che non fosse toccato dal potere del paesaggio, ma non
era tormentato dalla disperazione esistenziale, diffidava del
valore dei traguardi facili e pretendeva molto da sé di più di
quanto fosse in grado di dare. Rimane comunque
elusiva, sfuggente e vaga l’essenza della vita e della morte di
giovane.
Nell’ultima pagina del diario è inserita, strappata, la pagina
conclusiva della biografia di L’Amour
Education
of a
wandering man.
Da una parte l’autore riportava una citazione estrapolata dal poema
di Robinson Jeffers
Wise
men in their
bad hours:
La morte è una stornella feroce: ma
morire avendo rappresentato
qualcosa più all’altezza dei secoli
che muscoli e
ossa soltanto, è soprattutto liberarsi della debolezza.
Le montagne sono pietra morta, la gente
ne ammira od odia l’altezza, l’insolente
tranquillità,
le montagne non
s’addolciscono né si preoccupano
e i pensieri di
alcuni uomini morti hanno la stessa tempra.
Sull’altra immacolata, Mc Candless
compose un breve messaggio d’addio: “Ho avuto una vita felice e
ringrazio il Signore. Addio e che Dio vi
benedica!”.
L’autore: Jon
Krakauer è nato a
Brokline, nel 1954 ed è cresciuto
nell’Oregon, dove fin da bambino ha sviluppato la sua passione per
la montagna. L’amore per l’estremo lo ha portato a diventare un
alpinista professionista di alto livello,
con diverse imprese al suo attivo, come la parete ovest del Cerro
Torre, in Patagonia. Dal 1983 si dedica a tempo pieno alla scrittura
come giornalista per riviste specializzate e autore di libri di
grande successo, tra cui
Aria sottile,
Il silenzio del vento e In nome del
cielo.
Il bestseller Nelle
terre estreme è stato pubblicato nel 1996. Nel libro
Krakauer traccia parallelismi tra la sua
esperienza e le sue motivazioni e quelle di
McCandless. Da
Nelle
terre estreme è stato tratto il film
Into
the Wild - Nelle terre selvagge, diretto
da Sean Penn,
uscito nelle sale americane nel 2007 e in quelle italiane
nel 2008.
Dal 2004 è curatore della serie "Esplorazioni"e "Modern
Library" (della
Random House).
Arcangela Cammalleri
Attraversamenti verticali di
Cristina Bove Edizioni Il Foglio
Letterario
www.ilfoglioletterario.it
ilfoglio@infol.it
Prefazione di Renzo Montagnoli
Collana Autori Contemporanei Poesia
Poesia Silloge
C'è un famoso detto che recita che non c'è il due senza il tre. Sono
modi di dire che si trascinano nella tradizione popolare, per
giustificare una certa catena di eventi, di cui poi magari si
verificano solo i primi due, mentre il terzo viene rinviato sine
die.
Non è il caso delle pubblicazioni di Cristina Bove, poiché dopo
Fiori e fulmini del 2007 e Il respiro della luna del 2008,
è fresca di stampa una terza silloge e, senza voler fare previsioni
azzardate, sono dell'idea che, data la prolificità dell'autrice, ne
seguiranno senza dubbio altre.
Questa messe produttiva trova il suo motivo nel fatto che in lei
ormai è talmente connaturato il linguaggio poetico al punto che, per
esprimersi sui più svariati temi e comunque sempre cercando di fare
un discorso approfondito, finisce con il ricorrere ai versi, una
forma di esposizione che le risulta particolarmente congeniale, in
particolar modo già nell'aspetto propedeutico dell'elaborazione del
pensiero.
Che questo modo sia efficace è dimostrato poi dalla qualità della
sua produzione, costante, senza cadute, ma eventualmente in una
continua evoluzione dello stile, dapprima più semplice e ora appena
un po' più complesso, con versi anche secchi, troncature e
concentrazione del messaggio, il che finisce per avvicinarla ancor
di più alla corrente ermetica.
Già nel titolo, Attraversamenti verticali, c'è infatti la
volontà di pervenire a una scrittura meno corrente e comunque
emblematica di un pensiero che va a cogliere ogni aspetto della
società e dell'animo umano. Del resto l'intera silloge prende il
nome da una delle poesie presenti che nella sua dinamica mi sembra
supporti adeguatamente quanto ho fino ad ora scritto.
ATTRAVERSAMENTI VERTICALI
Modello a cera persa
in fonderia dove tracima e scorre
si lamenta
nello sbuffo di scarico l'impronta
cavità mi contiene, io sono il segno
dell'avido contrarsi, il luogo e il tempo
il mantice d'intorno
e sboccio come fiamma dalla brace
un'immersione
poi, raggio corrusco
mi spengo nella sabbia del fondale.
Lune dipinte erettili
mi navigano il dorso e fluttuo lenta
nell'ondeggiare delle posidonie.
C'è indubbiamente il tentativo di andare oltre una normale forma
espositiva per addentrarsi in un'altra dimensione, in parte ancora
non del tutto conosciuta.
Peraltro è presente pure la tendenza a un ritorno alla forma
stilistica precedente che ben conosciamo, forse anche perché non è
mai possibile troncare totalmente con il nostro passato e allora
appare palpitante il cuore messo a nudo di Cristina Bove (Allora
anch'io mi chiedo se è così / che si fa poesia / se basta avere
l'aria nella testa / un pulviscolo in petto / o una notte di
lucciole in cantina /…) oppure (La luna apre le braccia e
chiama il mare / nei capelli d'argento /…).
La creatività così si armonizza bene con il concetto e il
sentimento, la sensazione ha l'innegabile vantaggio della
traslazione immediata all'animo del lettore.
Comunque questo insieme di stile consueto e di esperimento
innovativo appare bene amalgamato e tale da accontentare sia chi già
conosce l'autrice per il suo verseggiare sciolto e armonico, sia per
chi cerca nuovi percorsi espressivi, che sono un segno di vitalità e
di perpetuo rinnovamento in un autore che ha ancora da dire molto.
Se mi è consentito un paragone, dico solo che Cristina Bove è come
un roseto, che ogni anno si concede una fioritura di diversa
scenografia, fermo restando l'originario colore.
Cristina Bove
E' nata a Napoli il 16 settembre 1942, vive nelle vicinanze di Roma
dal '63, anno in cui si è sposata. Da quando si ricorda ha sempre
dipinto, scolpito, letto molto e qualche volta scritto, famiglia
permettendo, poiché la sua stata alquanto numerosa e la sua vita
intensa, ricca di eventi meravigliosi come la nascita dei suoi
quattro figli, la creatività, gli amici, il miracolo di esserci
ancora, sopravvissuta non sa quante volte. Presente in diversi siti
Internet con le sue poesie, ha pubblicato le sillogi Fiori e
fulmini (Edizioni Il Foglio Letterario, 2007) e Il respiro
della luna (Edizioni Il Foglio Letterario, 2008).
Blog:
Cristina Bove;
Giardino dei poeti;
Cristella.
Renzo Montagnoli
Il menù di Sergio
Sozi Castelvecchi Editore
www.castelvecchieditore.com
Narrativa romanzo
Sergio Sozi ha innati il senso e il sentimento dell'italianità,
probabilmente ancor più vivo in quanto residente all'estero, in una
terra dove, peraltro, esistono nostri numerosi connazionali che mai
hanno perso la loro identità, e ciò nonostante guerre, spostamenti
di confini e finanche diaspore.
Non poteva pertanto rimanere indifferente alla situazione di
un'Italia i cui abitanti hanno abiurato inconsciamente le loro
origini, gettandosi, nel servilismo più totale e masochista, fra le
braccia di altre civiltà, in primis quella americana.
Siamo diventati così una colonia in cui scimmiottare gli usi di
altri, i padroni, che invece assorbono da noi, adattando alle loro
esigenze, le nostre ormai scomparse tradizioni culturali.
Sozi, che è un cultore dell'italianità, della nostra lingua, della
nostra letteratura non poteva restare indifferente a questa
abdicazione di coscienza collettiva e ha voluto parlarne a suo modo,
con la sottile ironia che gli è propria.
Ha ideato, così, e scritto un romanzo fantastico, in una versione
distopica, immaginando il nostro paese nel non così lontano futuro
2050.
La visione catastrofica, di una nazione che non è più nazione, viene
abilmente stemperata da un atteggiamento satirico, che muove anche
al riso per le nostre disgrazie, e proprio per questo resta l'amaro
in bocca.
La scoperta di un diario del vecchio poeta Cesare Menicucci, ormai
scomparso, offre all'io narrante, tale Lukin Philipucci,
i resti archeologici di quella che fu una grande civiltà, estintasi
nel 2003 quando venne chiusa l'ultima biblioteca italiana.
Dopo quella data si entra in una nebbia letteraria, in cui
predominano strani linguaggi, tutto fuorché l'italiano, e cessa la
memoria, non tramandata alle nuove generazioni, con una perdita così
dell'identità nazionale, ma anche della personalità individuale. Il
nostro paese è ormai decaduto, spopolato, e nemmeno l'ombra di ciò
che era.
E' forse superfluo che dica che la visione dell'Italia, effettuata a
ritroso, sulla scorta di questo diario, in cui i versi di Menicucci
scandiscono gli eventi, come fossero le portate di un vero e proprio
menu, è quella, pari pari, che abbiamo sotto i nostri occhi, con una
popolazione avulsa dalla realtà e che vive di apparenza, in cui
ritmi e comportamenti sono scanditi da mode sì imposte, ma a cui ben
volentieri ci si adegua, insomma una società di quasi decerebrati,
in preda alla perenne convinzione che l'uso della mente sia solo
compito di chi tiene le redini del paese.
La struttura nazionale così si disgrega, con edifici fatti di
cartapesta che crollano al primo sboffo d'aria, con un ricorso a una
lingua diventata del tutto incomprensibile, anzi atta a generare
ancor più confusione in gente non adusa a leggere testi di qualità,
ma solo soporiferi romanzetti atti alla conservazione di uno stato
di perniciosa indifferenza.
E con l'incapacità di comunicare arriva l'impossibilità di
tramandare ad altri, così che le origini e le tradizioni, tutto ciò
che è cultura, viene ad essere dimenticato.
Ma come è potuto accadere uno scempio del genere?
Leggete questo "divertente" romanzo e lo saprete, con un'avvertenza,
però: è vero che si tratta di fantasia, ma è purtroppo ben ancorata
alla realtà. Quindi Il menù non è stato scritto solo per
rallegrare, per far trascorrere bene qualche ora di lettura, ma è un
monito preciso, affinché ci attiviamo per non ridurci come i futuri
Lukin Philipucci.
Ah, un'ultima annotazione: state attenti alla lingua in uso nel
2050, perché è una vera chicca.
Sergio Sozi è vissuto in Umbria
e in Slovenia. Giornalista culturale per testate italiane e slovene,
poeta e narratore, già Premio Scritture di Frontiera di Trieste e
Primorska Srecanja, ha pubblicato colloqui con Dacia Maraini,
Sebastiano Vassalli, Diego Marani e Claudio Magris.
Il suo primo libro fu la raccolta poetica ''Oggetti volanti''
(Perugia 2000, segnalato dal Premio Sandro Penna 1999), seguito da
''Il maniaco e altri racconti'' (Roma 2007, racconto eponimo
segnalato dal Concorso Scritture di Frontiera).
Il racconto ''Ginnastica d'epoca fredda'', prima di essere
pubblicato nel 2009 in Italia da Historica Edizioni, è stato
segnalato e antologizzato in Croazia nel 2008 a cura del Premio
Fulvio Tomizza - Lapis Histriae.
Renzo Montagnoli
Estasi Culinarie di
Muriel Barbery Ed. E/O
Romanzo-narrativa
Monsieur Arthens, il più grande critico gastronomico del mondo, a
sessantotto anni, sta per morire. Per ironia della sorte, per
un’insufficienza cardiaca, lui che aveva sempre rimproverato agli
altri di non mettere abbastanza cuore nella loro cucina e nella loro
arte, alla fine manca proprio a lui. Ma morire non ha importanza,
solo una cosa gli interessa: cercare e trovare un sapore che gli
frulla nel cuore. Un sapore dell’infanzia o dell’adolescenza, una
pietanza primordiale e sublime, annidato nel più profondo di se
stesso e che, alle soglie della morte, si manifesta come l’unica
verità che in vita sua sia stata detta. Nel palazzo lussuoso di rue
de Grenelle ( lo stesso de L’eleganza del riccio), si
consuma, si fa per dire, questa spasmodica ricerca del “Sapore per
eccellenza”. Attraverso la memoria, va a ritroso, nel suo passato
Monsieur Arthens, ripercorrendo le tappe più importanti della
propria vita: dai piatti poveri dell’infanzia alle prelibatezze di
haute cuisine. Le testimonianze a più voci ( i famigliari, l’amante,
l’allievo, il gatto, la portinaia Renèe…), ciascuna delle quali
prende la parola ed esprime il suo punto di vista sulla grandezza di
uomo pubblico e sulla miseria di uomo privato. Lui, in prima
persona, celebra se stesso, di aver elevato un’arte minore, quella
culinaria, ad una disciplina tra le più prestigiose e di aver
assaporato il profumo inebriante del potere creando e demolendo
reputazioni; con la sua penna ha dispensato sale e miele ai quattro
venti attraverso giornali, trasmissioni e dibattiti… Uomo dispotico
e pieno di sé, ama tra tutti i famigliari solo un nipote, Paul, a
lui solo e alla moglie ha confidato la sua angoscia. Il romanzo è
l’esaltazione del gusto per il cibo, le ricette sfavillano nei loro
colori davanti ai nostri occhi e i profumi quasi pare di sentirli,
per non parlare del gusto, dolce e salato; frammenti voluttuosi,
poesia precisa, la cucina: un’opera d’arte tra le più sontuose e
magnifiche in quanto comprende tutti i sensi…( il pasto si rivela
decisamente sinestetico). Un uragano di emozioni, come bolle d’aria
che risalgono rapide verso la superficie dell’acqua e, liberate,
scoppiano in uno scroscio di applausi. In un finale imprevedibile,
Arthens trova quel gusto indefinibile, un sapore ritrovato in
un’apoteosi di desiderio autentico e piacere incontrastato!
Le pagine di questo romanzo zampillano di immagini, sensazioni e
percezioni quasi erotiche del cibo, tanto sono intrise di emotività
ed estasi…(calpestavo l’erba secca e folta del giardino, e in questo
sogno di fiori e ortaggi mi inebriavo di profumi). Alcune
similitudini di pag. 46 “L’orto” ricordano delle poesie di Pablo
Neruda…Il libro presenta, a mio avviso, due pregi: il primo la
tecnica narrativa di far parlare i personaggi ciascuno dal proprio
punto di vista; il secondo lo stile ricco e sontuoso, ogni parola è
cesellata come metallo prezioso e plasmata in un trionfo di
modulazioni musicali e poetiche.
L’autrice Muriel Barbery, nata a
Casablanca nel 1969 da genitori francesi, ha insegnato Filosofia in
un istituto universitario di formazione per insegnanti. Questo è il
suo primo romanzo scritto nel 2000 (Una golosità, edito da
Garzanti nel 2000 e ora ripubblicato da e/o con il nuovo titolo
Estasi culinarie). Ma il suo romanzo successivo L’eleganza
del riccio, è stato un vero caso letterario in Francia e un
grande best-seller anche in Italia, è stato tradotto in 31 lingue ed
insignito di numerosi premi. Ora, l’autrice vive in Giappone, a
Kyoto, e sta preparando il suo prossimo libro, probabilmente
ambientato in Giappone.
Arcangela Cammalleri
Un'altra Julia di
Cinzia Pierangelini Edizioni
Historica www.historicaweb.com
info@historicaweb.com
Narrativa romanzo
Collana Celeris
rezzo: € 7,90
La fenomenologia del diverso ha sempre costituito un motivo
d'interesse morboso e così donne cannone, nani, uomini a tre gambe
hanno raggiunto una popolarità attraverso l'esibizione delle loro
deformità. E' stato così anche per Julia Pastrana, donna barbuta che
ebbe un grande successo nel XIX secolo e che si esibì in diversi
teatri inglesi. Minuta, aggraziata, dalla voce delicata e intonata,
mandò in visibilio migliaia di spettatori, attirati da un "mostro"
che sapeva perfino cantare.
Cinzia Pierangelini ha pensato a lei quando ha scritto questo bel
romanzo, ambientato nella sua Sicilia, trovando la sua quasi sosia
in una fantomatica Leda.
Il tema dei diversi è particolarmente caro a questa autrice e al
riguardo mi sovviene il suo penultimo romanzo, 'A jatta,
laddove il "mostro" è un ex maschio diventato femmina; tuttavia in
Un' altra Julia troviamo una differenza sostanziale, una vena
di pietà che aleggia su tutto il testo e che lo nobilita.
Ambientato in una Sicilia di epoca non recente, pur se indeterminata
(potrebbe essere la fine dell'800), la territorialità della storia
ha un peso determinante, con la figura di Nitto, padre-nonno padrone
che richiama la brutalità del maschio dominatore, senz'anima e pure
lui coperto di peli, ma solo sul cuore. Vive solo per esprimere la
sua potenza di ricco proprietario terriero e che alla nipote Leda,
così bella da fanciulla, cresca la barba sul viso sì da farla
somigliare a una volpe, importa poco e niente, tanto in ogni caso è
oggetto di scambio, un mezzo per aggiungere altra terra a quella che
già possiede.
Se di primo acchito l'impressione è quella di un romanzo di
appendice, pagina dopo pagina, pervasi da quel senso di pietà che
così bene l'autrice è riuscita a infondere, ci si accorgerà che
invece è una drammatica denuncia della condizione dei diversi, a cui
tutto è negato in una vita di cui si attende solo la fine.
In quelle righe ho ritrovato la migliore Pierangelini, quella che mi
aveva impressionato con Settecani, un racconto parte del suo
primo libro Dall'ultimo leggio.
L'italiano sempre corretto, ricercato, ma mai greve, è funzionale
allo sviluppo della vicenda e senza divagazioni riesce a creare
un'ambientazione, suggerendo immagini, linee guida utili affinché il
lettore possa vedere a suo modo la terra assolata, i personaggi che
la popolano, la vita di un mondo contadino che ora non esiste più.
Se magistrali sono le caratterizzazioni di Nitto e di Leda, devo
dire che quella di Sostene è semplicemente stupenda e il richiamo
alla figura di uno che si esprime in versi, curioso per tutto ciò
che è di questo mondo in quanto poeta e anche per l'infanzia
trascorsa fra le mura di un convento di suore, è l'antitesi della
morbosità generale di chi vorrebbe vedere la donna barbuta per il
solo piacere di provare stupore e sgomento. Anche lui ha questo
desiderio, ma non è il suo viso volpino che l'attira, bensì il
desiderio di conoscere un essere umano così provato dalla disgrazia,
una curiosità che non è repulsione, ma accettazione. Non è certo
amore, ma consapevolezza che entrambi sono diversi e come tali
possono vivere solo in un mondo tutto loro, dove l'apparenza non ha
importanza e in cui quel che conta è solo la loro essenza intima,
l'anima.
Anche i personaggi apparentemente minori sono tratteggiati con rara
abilità, e così trovano una collocazione nella trama non come
comparse, ma come parti integranti e necessarie la remissiva Tania e
il pavido Carmine, la nonna Rachele, una figura che costituisce
l'ossatura dell'intera narrazione, nella sua trasformazione da donna
remissiva e succube a essere razionale e pragmatico, Tindaro, il
marito di Leda, un inetto ed incapace che si illude di essere nobile
e uomo rispettato.
La storia finisce logicamente, nell'unico modo possibile, e quella
chiusura cala il sipario su una rappresentazione di elevato pregio,
il miglior romanzo, secondo me, di Cinzia Pierangelini.
Cinzia Pierangelini, violinista
e docente, è nata a Messina dove vive. Scrive dal 2004 ed esordisce
l'anno successivo con la raccolta di racconti Dall'ultimo leggio,
cui seguono i romanzi Eraclito e il muro (2006), Draghia
- romanzo fantasy per ragazzi - (2008), 'A jatta (2008),
Il professor Scelestus - romanzo per ragazzi - Ed. La penna blu
(2009).
Suoi lavori vincitori di premi e selezioni sono stati pubblicati su
antologie e riviste letterarie.
Renzo Montagnoli
Il fabbricante di sogni
di
Andrew
Crofts
Ed.
Piemme
“Nel momento in cui uno schiavo decide
di non esserlo più, i ceppi si sciolgono.
Egli libera se stesso e mostra agli altri il cammino.
Libertà e schiavitù sono stati mentali.”
Gandhi, Non
violenza in pace e in guerra, 1919
“Nel concedere la libertà allo schiavo,
garantiamo la libertà al libero.”
Abramo Lincoln, Messaggio
annuale al Congresso, 1862
A Muridke, in un villaggio sperduto del
Pakistan, ai giorni nostri, vive Iqbal,
un bambino come tanti altri strappato crudelmente all’infanzia per
lavorare in una fabbrica di tappeti. Sembrerebbe una delle tante
sorti che toccano tristemente a quei bambini dall’infanzia negata
che, schiavi inconsapevoli, sopravvivono tra crudeltà inaudite e
patimenti di fame e di violenza fisica. Iqbal
bambino dalla mente sveglia e precocemente invecchiato non si
rassegna alla perdita della libertà e in uno dei suoi tentativi di
fuga incontrerà fortunosamente Ehsan,
il fondatore del “Bonded
Labour Liberation
Front.” Verrà a sapere che il lavoro
schiavizzato in Pakistan è illegale, nessuno può obbligare i bambini
a lavorare nelle fabbriche, né nelle fornaci di mattoni…Parole come
schiavitù e libertà entrano nel cuore di
Iqbal, il quale, con l’aiuto
dell’organizzazione, libererà tanti innocenti (ogni bimbo salvato è
un passo in avanti), resi schiavi da padroni senza scrupoli con la
scusa di saldare debiti contratti dalle famiglie, debiti che mai
sarebbero stati saldati…Una febbre divorante porterà
Iqbal a correre rischi e pericoli, a
lottare con tutte le sue piccole forze focalizzando l’attenzione
internazionale sul tema del lavoro schiavizzato, in quanto
l’opinione pubblica non è abbastanza informata, come l’industria
degli articoli sportivi nel Terzo mondo, uno dei maggiori datori di
lavoro per gli schiavi. Diventerà un eroe e come tutti gli eroi
avrà vita breve, ma l’epilogo lo lascio
al lettore. E’ una storia commossa e commovente, il tema trattato
sembra a noi occidentali sì conosciuto,
ma lontano nello spazio e nel tempo, quando altre forme di schiavitù
ci sfiorano, ma non le consideriamo tali. In uno stile semplice e
lineare, l’autore usa un’espressione linguistica umile ed immediata
aderente ai personaggi di cui narra le vicissitudini. La lettura di
questo libro è adatta a tutti, compresi i
ragazzi.
L’autore.
Andrew Crofts
è co-autore di libri di grande successo,
tra i quali ricordiamo Vendute!, con Zana
Muhsen.
Arcangela Cammalleri
L’avversario di
Emmanuel
Carrère
Ed.
Einaudi
Quarta di copertina. “Una famiglia, una casa, un cane, un’amante,
degli amici. E diciotto anni di vita
intensa. Fino alla tragedia finale. Carrère
guarda in faccia Satana, l’avversario, e racconta l’orrore di cui è
capace in un libro vero e terribile”.
Il 9 gennaio 1993, nella regione di Gex
che si estende per una trentina di km lungo una pianura
del Jura fino
alle rive del lago Léman ( territorio
francese, ma di fatto appartiene alla periferia residenziale di
Ginevra), Jean-Claude
Romand ha ucciso moglie, figli e
genitori. Poi ha tentato, invano, di suicidarsi. L’indagine ha
rivelato che non era un medico, ricercatore all’organizzazione
mondiale della sanità a Ginevra, come aveva sempre sostenuto, ma
mentiva da diciotto anni; quando stava
per essere scoperto, ha preferito sopprimere tutte le persone di cui
non avrebbe potuto reggere lo sguardo. E’ stato condannato
all’ergastolo.
L’autore è stato in contatto con Jean-Claude
Romand seguendo il
processo prima, avviando una corrispondenza con il detenuto
poi, è andato a trovarlo solo una volta e, dopo tre anni dalla
condanna all’ergastolo, ha iniziato a scrivere la storia. Ha
studiato il fascicolo del dibattimento ( il sinistro fardello), gli
elementi processuali li ha ricavati dai
resoconti dettagliati di Jean-Claude
stesso, dopo essere uscito dal coma e avere tentato prima di negare
tutto. Gli psichiatri incaricati di esaminarlo sono rimasti
meravigliati dalla precisione con cui si esprimeva e dalla
preoccupazione di dare di sé un’immagine
positiva. Un autocontrollo che denunciava
uno stato confusionale, non rendendosi conto di lasciare gli
psichiatri esterrefatti fornendo loro un racconto articolato dei
suoi inganni, ed evocando moglie e figli senza particolare emozione.
I medici avevano l’impressione di trovarsi davanti ad un robot,
incapace di provare sentimenti, ma programmato per analizzare gli
stimoli esterni adeguando ad essi le
proprie reazioni. Nel tempo ha mostrato segni di pentimento e si è
avvicinato a Dio e alla preghiera. Carrère
nel mettersi al lavoro non vedeva più ombra di mistero nella sua
lunga impostura, ma solo una misera commistione di cecità,
disperazione e vigliaccheria. Ormai sapeva cosa accadeva
nelle sua testa durante le lunghe ore
vuote trascorse nelle aree di servizio o nei parcheggi dei bar, era
una cosa che in qualche modo aveva vissuto anche lui e che si era
lasciato alle spalle. Adesso, si chiedeva
Carrère, che cosa accadeva nel suo cuore durante le ore
notturne di veglia e di preghiera? Il bugiardo che c’era
in lui non lo starà ingannando? Non sarà caduto ancora una volta
nella rete dell’avversario? L’autore ha pensato che scrivere questa
storia non poteva essere altro che un
crimine o una preghiera.
E’ una storia ha dir poco raccapricciante, la lettura di questo
romanzo è estremamente sconcertante,
atroce, luciferina. Un mondo
di bugie, menzogne costruito con lucida
follia. Come il libro anche l’omonimo film con la regia di Nicole
Garcia riprende le atmosfere cupe e
strazianti del romanzo e un che di
agghiacciante paralizza lo spettatore.
L’autore. Emmanuel
Carrère è nato a Parigi nel 1957. E’ autore di sei
romanzi, di cui La settimana
bianca, pubblicato da Einaudi.
Arcangela Cammalleri
Dall’Adige
all’Isonzo. Poeti a Nord-Est
di
AA.VV.
a cura di Alessandro
Ramberti
Fara
Editore
www.faraeditore.it
Prefazione di Chiara De Luca e Massimo
Sannelli
Poesia antologia
Credo che un poeta
possa essere considerato un testimone del suo tempo e che pertanto
ciò che scrive sia un riflesso mediato del mondo che lo circonda. Se
in un’epoca come la nostra, dominata dalla globalizzazione, che in
effetti si estrinseca in un’omologazione, verifichiamo in narrativa
sovente una tematica comune e anche uno stile espressivo analogo, la
stessa cosa non si può dire per la poesia, perché l’autore è un
artefice di se stesso, è un essere umano la cui sensibilità, sempre
individuale, non ama ricondursi a un denominatore identico, a una
visione dell’esterno generalmente classificata, ma la sua naturale
introversione si esplicita in forme che esulano da una linea
precostituita. Eppure, in questo contesto, è possibile rilevare
elementi propri di una territorialità, di un comune sentire che,
ancorché geografico, è frutto di tradizioni, di culture che
resistono in una loro indiscutibile autonomia.
Non è un caso quindi se Alessando Ramberti, curatore di questa
antologia, ha pensato di riunire le voci poetiche di autori del
Nord-Est, di quella linea ideale che nasce con il fiume Adige, passa
il Piave e il Tagliamento, e si chiude sullo storico Isonzo.
Non si tratta di padri della poesia, anche se più d’uno potrebbe
forse diventarlo, ma ciò non impedisce a questi autori di essere
poeti, cioè cantori, espressione di una trasposizione metafisica
della realtà e dei fatti del mondo, tutti accomunati appunto da
medesime radici che il traboccante progresso non riesce a spezzare.
Questo legame indissolubile con la propria terra, con culture che si
tramandano ben oltre quella che è la possibilità di acquisizione
cognitiva, ma che rientrano nel patrimonio genetico, in cui l’antico
riesce a convivere con il nuovo, mi ricordano un po’ un mondo
lontano, quel Giappone di Samurai e di alta tecnologia.
I prescelti sono in tutto dieci:
Paolo Campoccia
(Memento – Ricorda io sono qualcuno che resta; / chi dal tuo nome
è tolto, nel tuo pianto / resta. Uno che vede chi vede il vento /
uno che viene e paga di tutti il tempo.), romano di nascita e
veneto d’adozione.
Roberto Cogo
(da Risata rincorre l’alba – si continua a pensare sempre / di
arrivare in qualunque luogo / da qualche parte seppellendo i ricordi
/ per non essere troppo o niente / …), vicentino di Schio.
Alessandra Conte
( da Abbraccio – allacciati i corpi con le bocche, le mani e i
sessi / schiantati i corpi a cucchiaio senza deriva /…), pure
lei vicentina.
Erika Crosara
(da La signorina Vincenza – che cosa facesse, di mattina i
rimasugli, il recupero / degli ordigni, rinnovamenti che disponeva
sul candido / letto prima dei pranzi, quando veniva l’ora giusta per
/….), un’altra vicentina.
Giovanni Fierro
(da Sottofiume – Il silenzio del fiume è sott’acqua / la sua
corrente è calligrafia / costruisce parole / le si possono leggere /
nel segno continuo / che il suo scorrere lascia / nella terra
scavata…), goriziano.
Fabio Franzin,
che scrive in dialetto, ma di cui riporto la versione in italiano (da
Stradine, sentieri – Questa striscia scura d’asfalto /( che so
essere stata di sassi, / un tempo, e più stretta), strada /, che
taglia oltre i caseggiati, il paese, che va, diritta, verso la
lontana / sagoma lilla dei monti…), milanese di nascita, ma
trevigiano d’adozione. Mi permetto di spendere due parole su questo
autore che fa uso del dialetto, generalmente relegato a testi
poetici didascalici oppure satirici, ma che nel caso specifico è
l’espressione autentica di quella territorialità, geografica e di
costume, di cui prima accennavo.
Stefano
Guglielmin (da Sponsor River – qui giace crodino la collina
dei crodini / e quella trottola di sua musa / che scavallò sulla
fibra l’onda e il meglio / dei sapori /…), vicentino di Schio.
Simone Lago (da
Dopolavoro – Ci accoglie il paradosso come un lampo / non appena
attraversiamo la penombra / che avvolge le quinte di questa città.
/…), padovano.
Francesco Tomada
(da Altrove – Siedo sul muro basso di fianco alla via / sarà che
questa bottiglia di vino è quasi finita / ma la salita mi sembra più
salita / le pietre più dure / e proprio adesso vorrei dire che mi
manchi /…), goriziano.
Giovanni Turra
Zan (da Consolation – Giusto al fondo del gioco / stava quel
lembo di camicia / che si odiava dover stirare per tema / di
svellerne le pieghe, di farne / al calore sanguinare le crepe. /…),
vicentino.
Di ognuno di questi
autori è riportata una silloge e comunque un congruo numero di
poesie che rendono possibile comprenderne le peculiarità, nonché in
calce alla stessa un commento critico, talvolta di poeti presenti
nello stesso volume.
Mi corre altresì l’obbligo di evidenziare le interessanti prefazioni
di Chiara De Luca e Massimo Sannelli che riescono a fornire un
quadro generale dell’opera facilitandone non poco in questo modo la
lettura, che potrà risultare, in dipendenza dell’autore, più o meno
gradevole, restando però sempre in ogni caso senz’altro
consigliabile.
Renzo Montagnoli
Poesie per ricordare
di
Anna Amadori Lizzeri La Riflessione
Davide Zedda Editore
http://www.lariflessione.com/
Poesia silloge
Che necessità può
avere una donna di 36 anni di ricordare e cosa poi far emergere
dalla memoria?
Non ce ne accorgiamo, perché è un processo inconscio il ricordo, che
spesso sovviene senza che noi andiamo a cercarlo; eppure ha una
funzione importantissima, perché è un processo cognitivo, oltre a
costituire la testimonianza del vissuto. Noi siamo quello che siamo
per quanto abbiamo fatto, per le emozioni e le sensazioni che
abbiamo provato, ma non è sufficiente a spiegare la funzione del
ricordo, che costituisce l’occasione per una riflessione, che può
essere limitata all’evento di cui ci si sovviene, ma che anche può
diventare molto più ampia, investendo tutti i grandi temi e misteri
dell’esistenza.
E’ quello che ha fatto Anna Amadori con questa silloge che parla
dell’amore, della vita e della morte, cioè dei tre grandi momenti
che costituiscono il nostro procedere terreno.
L’amore è passione, ma anche tormento, è quasi inconsapevole
attrazione che comporta gioie e dolori, patimenti ed estasi, non un
accessorio, ma un elemento indispensabile, che si accetta più che
cercare, che si manifesta senza che ce ne rendiamo conto, ed ecco
che allora le emozioni scaturiscono, anzi esplodono (da Gli occhi
tuoi – Come fiori / Scintillanti / di ghiaccio / adorni, /
gli occhi tuoi / mi assalirono / alla porta dell’anima, / per
scardinarne i giunti. /…). Ma l’amore non è solo quello fra un
uomo e una donna, è anche qualcosa di più elevato e volto
all’Assoluto (da Gli occhi dell’amore - …/ Solo guardando
con gli occhi / Di Dio vedrai / Il figlio in ogni croce. / Beato chi
vedrà con gli occhi / Di Dio perché vedrà / Con gli occhi
dell’amore.).
La vita è occasione di meditazioni più intime, sul perché e sul per
come siamo, campo in cui non pochi si sono cimentati, traendo, per
fortuna, conclusioni non assolute. Qui, per quanto la stesura del
verso possa sembrare impersonale, c’è una partecipazione di grande
intensità del poeta, che finisce con il divenire giudice di se
stesso (da Uomo – Vanesio il tuo cammino, / stridente il
tuo eco, / affannosa la tua esistenza. / …). E’ un ritratto
impietoso, frutto di quella consapevolezza, che la riflessione sulla
natura umana, il ricordo, spesso vago, indeterminato, ha stimolato.
Non c’è vita, però, senza la morte e a questa l’autrice dedica una
delle poesie migliori di questa silloge che ritengo doveroso
riportare integralmente. Non è la morte delle danze macabre, ma il
custode di noi tutti che ad uno ad uno chiama a raccolta, con un
sorriso ironico, da padrona nei confronti di servi che hanno creduto
di essere superiori a tutto, anche a lei.
La fine
Orsù dunque,
lisciati le pieghe dell’anima,
che la fine palpitante t’aspetta,
ed ignara e di fretta ti conduce
alla sua dimora.
Non bussare ,
giacchè ,
Sulla porta t’attende
Con ironico sorriso.
Silloge di gradevole lettura, in quanto
non difficilmente comprensibile, si fa notare per la poliedricità
dei temi con cui la poetessa ha saputo tradurre in versi, con
eccellenti risultati, concetti non consueti ed esposti con
originalità.
La lettura è senz’altro consigliata.
Anna Amadori
nasce a Sassari il 16 gennaio 1972, città in cui vive e
lavora come libera professionista. Laureata in giurisprudenza è
sposata e madre di tre figli; alla passione per la scrittura
accompagna quella per la musica, per la lettura e per la storia
antica. Oltre ad una pubblicazione scientifica su una rivista medica
nel 2004, ha pubblicato come coautrice, sempre nello stesso anno,
una monografia sul tema della violenza sessuale sui minori in
Sardegna, edita da “Scuola Sarda Editrice”.
Poesie per ricordare è il suo primo libro di poesie.
Renzo Montagnoli
La tripla vita di Michele
Sparacino di
Andrea Camilleri
Ed.
Rizzoli
Racconto “Improbabile”
Questo racconto, preso da una serie di storie che Camilleri scrive
per “divertimento personale” e che nelle sue intenzioni non hanno
una destinazione editoriale, è un autentico, piccolo capolavoro, che
il Maestro cesella con fine arguzia e sapiente costruzione tecnica.
L’antefatto della creazione del libro è nelle parole
dello stesso Camilleri nell’appendice
“Un destino ritardato”, conversazione con Andrea Camilleri di
Francesco Piccolo. “Si arriva a scrivere un racconto per
suggestioni lontanissime. La prima suggestione per creare il
personaggio di Michele Sparacino è nata
dalla frase conclusiva de “I vecchi e i giovani” di Luigi
Pirandello, perché dovendo rispondere ad
una domanda: “ Cos’è un italiano?”, la va a cercare nel testo
pirandelliano. Un ex garibaldino
equivocando i fatti, si veste con le medaglie, l’esercito gli spara
e quando lo rivoltano è pieno di medaglie risorgimentali e allora si
chiedono: “Chi avevano ucciso?”Questa è l’ultima frase del libro. E
dunque nasce l’idea di scrivere, di uno che è esistito ma era come
se non fosse esistito; o è sempre esistito equivocato ogni volta per
essere un altro e che, quando muore, nella terza vita riesce ad
essere quello che è, cioè un ignoto”.
Michele Sparacino vive un’altra vita, ma
è una vita antecedente, cioè vive una
vita da adulto quando è ancora neonato e vive una vita da uomo ormai
leggenda quando è appena adulto. Quando è
ormai già morto diventa un eroe ignoto, emblema di tutti gli eroi di
guerra: il milite ignoto. Camilleri, in questo gioco
pirandelliano, lascia sulla corda il
lettore che si chiede quando gli investigatori capiranno la verità…
Una spiegazione esplicita dello sfasamento temporale dell’equivoco
non ci sarà, Camilleri dice che non si può dare sempre la caramella
al lettore, ogni volta che piange. In questo racconto della serie
fantastici c’è l’Italia di ieri, ma anche quella
di oggi, un riferimento al cattivo giornalismo (A che cosa
porta il cattivo giornalismo), alla bieca informazione che manipola
l’opinione dei lettori; alla ricerca di un capro espiatorio, nella
finta intervista Michele Sparacino
diventa il colpevole di ogni misfatto. L’ambientazione di
questa improbabile storia è
Vigata e non poteva essere altrimenti,
il tessuto linguistico è sempre quello così arricchito e variato
nelle sue ampie reti stilistiche, nato, oltre per le già note
spiegazioni dell’autore, per spiegarsi e piegarsi ad una realtà
poliforma e complessa. Egli trova
infinite risorse espressive in questo scomporre e ricreare
linguistico, questa originale e collaudata
commistione linguistica ha superato la fase sperimentale a
tal punto da diventare a tutto diritto una lingua classica e
storica. Una volta si diceva lunga vita al re, o come gli Inglesi “
Dio salvi la regina”, noi cultori del
mondo letterario di Camilleri diciamo: “Possa la sua longeva e
artistica vena scorrere come fiume perenne ….”
L’autore. Andrea
Camilleri è nato a Porto Empedocle nel 1925. Ha
esordito come romanziere nel 1978 con
“Il corso delle cose”.
Della sua ricchissima produzione letteraria
tutti i romanzi con protagonista il commissario Montalbano
sono pubblicati dalla casa editrice Sellerio
e altri, tra questi ricordiamo: “La
forma dell’acqua”, “Il cane di terracotta”, “Il ladro di merendine”,
“La voce del violino”, “La stagione della caccia”, “Il birraio di
Preston”, “La concessione del telefono”,
“La gita a Tindari”, “Maruzza
Musumeci”, “Il casellante”, “Il campo
del vasaio”, “L’età del dubbio”, “Un sabato, con gli amici” “Il
sonaglio” “Il cielo rubato”.
Arcangela Cammalleri
Tu non dici parole di
Simona Lo Iacono Giulio Perrone Editore
www.giulioperroneditore.it
Narrativa romanzo
Francisca "ha capito che esistono parole per i ricchi e parole
per i poveri. Le une lette, scolpite, recitate e - soprattutto -
belle, bellissime come cose che non sono di questa terra. Le altre
lorde, bastarde e fetenti dell'alito di chi ha lo stomaco vuoto"
La lettura di questo romanzo è stata particolarmente travagliata,
perché pagina dopo pagina, pur interessato alla vicenda, non
riuscivo a comprendere il motivo per cui il testo mi avvincesse,
anzi diventasse via via parte di me.
Di conseguenza, mi sono spesso interrotto, ricominciando ogni volta
da capo, con una sensazione di attrazione inconscia che si rinnovava
e che trovava puntualmente un'assenza di risposta alla domanda
continuamente reiterata: perché?
Poi, quasi per caso, nel corso di una ennesima rilettura, ho
compreso che l'opera presenta più significati, ma che
quell'andamento lento, quasi dolente, con le parole che sembrano le
componenti di una processione non cristiana, ma eventualmente pagana
- qualora si consideri la preminenza dell'elemento spirituale
naturale -, era la rappresentazione del potere delle parole. Non si
tratta solo di mezzo di comunicazione, ma di un uso dei vocaboli e
dei verbi in una sorta di quadro mistico che recupera il valore
fondante e immenso del linguaggio.
La parola non diventa quindi solo mezzo, non è un oggetto, ma è un
soggetto, la protagonista di un intero libro, con un personaggio,
l'esposta Francisca, che avverte la suggestione della potenza delle
parole, profonde, misteriose, evocatrici di un mondo sconosciuto
quelle belle, quelle dei ricchi, e dozzinali, quasi dei grugniti
quelle della povera gente. E allora impadronirsi di quelle belle,
anche se non ne conosce il significato, per Francisca vuol dire
evadere dalla dura realtà giornaliera e ascendere a un olimpo di cui
tuttavia non ha coscienza. Le parole dei ricchi fanno sognare i
poveri ed ignoranti che pensano che il motivo della loro agiatezza
risieda in quella lingua così colta, così sovrannaturale, che ben si
sintetizza nella litania di quel miserere ossessivamente ripetuto
durante il sacco del convento.
Per Francisca quei termini inusuali sono talmente importanti che
finisce con il rubarli, con il sottrarre pagine del breviario, quasi
che in tal modo potesse impadronirsi della ricchezza delle parole.
E così diventa un'ossessione ripetere quelle già udite pronunciare
dalle suore, con quella musicalità del latino che permette alla
ragazza di sentirsi sopra ogni cosa, ma soprattutto estranea alla
durezza di un mondo che a lei non ha riservato una sorte benigna,
perché un'ignorante che biascica, che si permette di pronunciare
verbi non suoi non può essere che una creatura del demonio, insomma
una strega, da bruciare, da purificare con il fuoco.
Diventa così, senza saperlo, nemica della Chiesa, tutta tesa a
conservare per sé il potere delle parole o al più a lasciarne un po'
ai nobili; le classi devono restare al loro posto, un misero, un
meschino non può elevarsi, perché ne andrebbe dell'equilibrio del
mondo.
E così, quelle stesse parole che hanno dato a Francisca la forza di
vivere, la condannano, l'uccidono, perché la loro ricchezza e il
loro potere devono restare a chi da sempre comanda, a chi delle
parole ha fatto un uso a difesa dei propri esclusivi interessi.
Inevitabilmente si arriva al processo della Santa Inquisizione, in
un giorno del carnevale, in cui i giudici diventano maschere di
altre maschere, se stessi, con una sentenza che è già pronunciata
prima di iniziare, perché loro sono i primi colpevoli, complici di
un diavolo che esiste solo in essi, solo parolai, di parole che non
escono dall'anima, in un rito che più pagano di così non potrebbe
essere.
Ma allora perché il titolo Tu non dici parole? E chi è quel Tu?.
Al misero non resta che la liberazione della morte, che arriva
sempre silenziosa, per tutti e quel Tu non dici parole è rivolto a
lei, alla signora in nero con la falce, che non ha preferenze, ricco
o povero, colto o ignorante, tutti li ghermisce in un unico
abbraccio.
Questo romanzo, fatto di parole in italiano corrente, in italiano
dell'epoca (XVII secolo), anche in dialetto ha la straordinaria
proprietà di ammaliare, di far entrare in un'altra dimensione, in
uno spazio-tempo sospeso. Per restare in tema verrebbe da pensare
che l'autrice riesca a stregare, ma è solo la forza delle parole che
perfino travolge.
E' inutile che aggiunga che questo libro è imperdibile.
Simona Lo Iacono è nata a
Siracusa nel 1970. Magistrato da 11 anni, attualmente dirige la
Sezione distaccata di Avola, tribunale di Siracusa.
Ha pubblicato racconti e vinto concorsi letterari di poesia e
narrativa. Collabora a riviste e magazine. Riunisce in casa propria
un salotto letterario ospitando scrittori e artisti.
Cura, sul blog "Letteratitudine" di Massimo Maugeri (gruppo
Kataweb-l'Espresso), una rubrica fissa a metà tra diritto e
letteratura.
Fa parte dell'EUGIUS, l'associazione europea dei "giudici-scrittori.
Tu non dici parole è il suo primo romanzo e ha vinto la XIV
Edizione del premio letterario Vittorini "opera prima".
Renzo Montagnoli
Todo modo di
Leonardo Sciascia Adelphi Edizioni
Narrativa romanzo
Collana Gli Adelphi
"Todo modo... para buscar y ballar la voluntad divina", così scrive,
fra l'altro, nei suoi Esercizi Spirituali Sant'Ignazio di Loyola e
quel "todo modo" non a caso è stato scelto da Leonardo Sciascia per
dare il titolo a uno dei suoi romanzi più ambigui e che si presta a
diverse interpretazioni, ma che, soprattutto, ha delle stranezze che
lo rendono unico.
Si presenta come un testo di narrativa gialla, ma pagina dopo pagina
perde le sue caratteristiche tipiche, cioè il percorso deduttivo per
arrivare alla soluzione, per trasformarsi in un'opera di denuncia
politica. Se anche la vicenda appare sempre più inspiegabile e non
arriveremo poi a scoprire chi è l'omicida, resta il fatto che i
delitti sono accaduti a causa di un dilagante e nefasto clima di
corruzione derivante da un torbido miscuglio dei poteri economici,
politici e religiosi. Non sono importanti di per sé i crimini quanto
invece l'ambiente in cui sono compiuti, le presenze di diversi
possibili colpevoli, in apparenza estranei, ma tutti egualmente
sospettabili.
E poi troviamo uno Sciascia in bilico fra il razionale e
illuministico del personaggio del pittore e l'enfasi mistica di don
Gaetano, personaggi entrambi per cui si avverte chiaramente una
partecipazione dell'autore che va oltre il puro interesse
letterario, quasi che abbia voluto cogliere nell'uno e nell'altro la
sua personalità, proponendocela per via mediata.
Ma ciò che stupisce maggiormente è la rappresentazione di questo
potere o superpotere, che deriva da connessioni, interessenze,
corruzioni, affari in comune dei tre canonici poteri, cioè quello
economico, quello politico e quello religioso.
Finisce con il diventare quasi una divinità che raccoglie e impone
dentro di sé dei sacrifici umani, un mostro dai mille tentacoli che
stringono come in una morsa l'umanità.
E come idolo ha i suoi riti, fra i quali l'emblematico rosario, in
parata, una delle pagine più riuscite e di sicuro effetto
dell'intero romanzo.
Ci troviamo di fronte indubbiamente a un'opera di elevato impegno, a
cui forse nuoce quell'ambiguità di cui ho accennato, ma che, per un
certo verso, è del tutto funzionale al romanzo che forse manca di
quella chiarezza riscontrabile invece in altri lavori dell'autore
siciliano.
Come sempre Sciascia riesce a essere profetico, anche se questa
volta il messaggio della Pizia è un po' oscuro, ma forse ciò è
voluto, perché quanto di più buio ci può essere esiste solo in un
potere che tutto distrugge e che corrode anche se stesso.
Da leggere, perché Sciascia è imperdibile.
Leonardo Sciascia (Racalmuto, 8
gennaio 1921 - Palermo, 20 novembre 1989). E' stato autore di saggi
e romanzi, fra cui: Il giorno della civetta (Einaudi, 1961),
A ciascuno il suo (Einaudi, 1966), Il contesto
(Einaudi, 1971), Todo modo (Einaudi, 1974), La scomparsa
di Majorana (Einaudi, 1975), I pugnalatori (Einaudi,
1976), Candido, ovvero un sogno fatto in Sicilia (Einaudi,
1977), Il cavaliere e la morte
(Adelphi, 1988), Una storia semplice (Adelphi, 1989).
Renzo Montagnoli
Sergio Bambarén
Stella
Se ci credi davvero, tutti i desideri possono avverarsi
"hai mai visto una stella cadente?"
"no."
"devi sapere che esse durano un istante, ma mentre brillano, il loro
sfavillio non è uguale a nessun'altra stella nel cielo, e tutte le
altre cessano di diffondere la loro luce, appena si confrontano con
lei. E tu hai qualche altra notizia sulle stelle cadenti?"
"no, capita così di rado, ma perché me lo chiedi?"
"perché io sento che sei molto speciale, e che la tua presenza sulla
Terra sarà effimera come la luce di una stella cadente, ma lascerà
una scia che ti farà ricordare per sempre."
Il cielo stellato fa alzare tutti gli sguardi. Non c'è niente di più
magnetico dell'infinito tempestato di iridescenze. Lo splendore
dell'universo ci rimpicciolisce. Siamo niente. Il respiro di
un'esistenza nell'immortalità della vita. I nostri problemi
regrediscono sino a diventare insignificanti. Poca roba, che le
stelle certo non vedono. Loro brillano e chi le osserva può decidere
di brillare con loro. Quasi per magia, allargano il nostro cuore.
Siamo difronte a chi può darci quelle risposte che non troveremmo
altrove. Solo rivolgendosi al Cielo si può auspicare che una lucina,
all'inizio piccola come una stella, possa illuminare il buio
dell'anima.
"piccola Stella, il buio più terribile non è quello che ti circonda,
ma quello abita nel tuo cuore, e la luce più brillante non è quella
che risplende fuori, ma quella che brilla nei tuoi occhi, l'unica
che sale dal cuore. Lascia che questa luce ti conduca a compiere il
tuo destino, e fidati del tuo istinto, non importa cosa dicono gli
altri".
Il vento prese a sussurrarle dolci parole: "mia diletta figlia, non
perdere mai di vista ciò che intendi raggiungere. Non perdere mai di
vista chi tu sei in realtà."
Il personaggio di Sergio Bambarén si chiama Stella, e la sua figura
lascia tutti interdetti. Le riconoscono all'unisono che è un essere
al quale è stata affidata una missione speciale. A guardarla,
piccola buffa insicura, le pronosticano la vita di una stella
cadente. Quando sfrecciano le stelle cadenti, abbiamo il tempo del
suo velocissimo passaggio per accodarle i nostri desideri. Il più
vero è di arrivare alla più brillante e immediata nostra
realizzazione. Rapidamente, verso la felicità che solo il Cielo sa
regalare. La vera felicità è il conseguimento della nostra missione.
Non è immediatamente riconoscibile. Ognuno di noi, però, sa per cosa
è nato.
"in cuor loro avevano la consapevolezza di essere nati per volare, e
capivano che un giorno avrebbero spiccato il volo, non solo per via
delle ali, ma anche perché sapevano di poterlo fare."
"zampettarono fino alla fine del ramo, che divenne il loro
trampolino di lancio. Papà Raffaele fu il primo a saltare subito
seguito dai suoi quattro figli principianti. Volarono in ordine
sparso assaporando tutta la libertà di essere i padroni del cielo,
perché erano nati per volare, e per la prima volta nella loro vita
avvertirono la loro essenza, intuendo il loro scopo nel mondo:
volare."
Far parte dell'universo è solo questo: riconoscersi nelle proprie
capacità e applicarle. Solo a pochi sono richieste prove
fantasmagoriche, a tutti di brillare come piccole stelle perchè nel
buio pesto della notte qualcosa di radioso continui a sfavillare.
Solo così si potrebbe ascoltare la voce di Dio che dica, per
esempio:
"piccola Stella, tu sei una delle creature a cui tengo di più e che
considero i miei tesori. Con il tuo cuore semplice tu sarai la prova
vivente che al mondo non c'è creatura troppo piccola o
insignificante che non possa dare qualcosa."
Oppure: "grazie per aver reso questo mondo migliore."
Possiamo e dobbiamo luccicare nel cosmo come piccole stelle perchè
per esclamare "missione compiuta" basta riconoscere la propria
strada.
Angela Plati
L'incredibile storia di un cranio di
Giuseppe Bonaviri Sellerio editore
Palermo
Prefazione di Salvatore Silvano Nigro
Narrativa romanzo
L'ultimo romanzo scritto dal grande autore siciliano, scomparso nel
marzo di quest'anno, ha il sapore di un testamento, un messaggio
forte, vibrante, a futura memoria, con cui lui, che era medico,
mette sull'avviso l'umanità sui limiti etici del progresso
scientifico.
Se con La divina foresta aveva immaginato, in una versione
del tutto fantastica, ma non elusiva della realtà, la creazione
della vita, con L'incredibile storia di un cranio ci parla
della sua fine, e lo fa in prima persona, perché la voce narrante è
la sua, quasi a voler rafforzare il concetto che l'elemento
fantasioso, esposto da un uomo di scienza, ha una concreta radice di
realtà.
Per certi aspetti Bonaviri potrebbe essere accostato a Orwell, con
la stessa visione di un futuro distopico, ma al punto tale da
portare alla distruzione dell'umanità. Al di là di questa
caratteristica, le differenze esistono e sono più marcate, perché la
narrazione dell'autore siciliano è impreziosita da una vena poetica
che riesce ad andare oltre le consuete strutture dei romanzi, con
ritmi, armonie e immagini che conferiscono alle opere una grazia del
tutto particolare che a tratti presenta tempi quasi musicali.
Tanto per dare un'idea, il libro inizia in un'atmosfera lucreziana,
in un'idilliaca natura, in cui la flora e la fauna, in quest'ultima
compreso l'uomo, sembrano vivere in un'armonia perfetta, in un
equilibrio tale da ristorare l'animo, perché il creato, frutto di un
caos che ai nostri superficiali occhi può apparire imperfetto, è
invece quanto di più attentamente realizzato ci sia dato di
conoscere. Purtroppo l'essere umano è l'elemento disgregatore, colui
che, grazie a un'imparziale conoscenza, crede di sapere tutto o
quasi e di poter fare tutto o quasi.
Così nella società descritta da Bonaviri, caratterizzata
dall'invecchiamento della popolazione, che aumenta oltre ogni limite
il ricorso alle risorse, si provvede temporaneamente a un'eutanasia
attiva, sopprimendo gli anziani, in quanto non più utili al sistema,
ma al tempo stesso si ricerca, si sperimenta, si elabora per
arrivare, tramite clonazioni, a una nuova specie di esseri umani, in
parte vegetali, con la funzione specifica di addormentare le
passioni eccessive degli altri uomini, intorpidire i sentimenti,
anche quelli negativi, provocando un generale appiattimento della
qualità della vita. Senza più emozioni, senza più ispirazioni
creative l'umanità rallenterebbe anche la sua crescita, avrebbe
minori appetiti, finirebbe con il vivere in una condizione di
inconscia felicità, in pratica si ridurrebbe a uno stato vegetativo.
Pur nella vicenda fantastica, il messaggio di Bonaviri è chiaro: può
l'uomo, con la sua scienza, andare oltre la natura? E se lo fa,
quali saranno le conseguenze?
Le risposte sono nel finale del romanzo, apocalittico, con le acque
dell'Egeo che penetrano all'interno del pianeta. In quel mare,
citato non a caso, che aveva visto il volo avventuroso di Icaro e a
Creta il mito del Minotauro, essere metà uomo e metà bestia, dove
era iniziato il desiderio dell'umanità di conoscere i propri limiti
e di superarli, tutto finisce, perché l'homo sapiens non può e non
deve spezzare il perfetto equilibrio della natura, che altrimenti si
vendica.
E da quella specie di rivolta del globo terracqueo, con gli oceani
che penetrano all'interno della crosta per arrivare fino al nucleo,
determinando una reazione disgregatrice per le diverse temperature,
seguirà l'esplosione del nostro pianeta che ne cancellerà la
presenza nell'universo.
L'incredibile storia di un cranio finisce con il diventare
così la credibile storia di un'umanità che volle elevarsi su tutto e
che si illuse che per essa nulla fosse impossibile.
La lettura è certamente più che raccomandabile.
Giuseppe Bonaviri (Mineo, 11
luglio 1924 - Frosinone, 21 marzo 2009)
Opere:
Il sarto della strada lunga (1954), La contrada degli ulivi (1958),
Il fiume di pietra (1964), La divina foresta (1969), Notti
sull'altura (1971), L'isola morosa (1973), Le armi d'oro (1973), La
beffaria (1975), L'enorme tempo (1976), Il dire celeste (1976),
Martedina e il dire celeste (1976), Follia (1976), Dolcissimo
(1978), Il dire celeste e altre poesie (1979), Novelle saracene
(1980), O corpo sospiroso (1982), Quark (1982), L'incominciamento
(1983), E' un rosseggiar di peschi e d'albicocchi (1986), L'asprura
(1986), Il dormiveglia (1988), Li pto lip (1988), Ghigò (1990), Il
re bambino (1990), Apologhetti (1991), Il dottor Bilob (1994),
Silvinia (1997), L'infinito lunare (1998), Bonaviri inedito (1998),
una biografia realizzata da Enzo Zappulla e Sarah Zappulla Muscarà,
con una ampia appendice di inediti bonaviriani fra i quali il
romanzo giovanile La ragazza di Casale Monferrato, E il verde ramo
oscillò. Fiabe di folli (1999), Poemillas españoles ed altri luoghi
(2000), Giufà e Gesù (2001), Acqua d'argento e altre storie (2003),
Il vicolo blu (2003), I cavalli lunari (2004), Autobiografia in do
minore (2006), L'incredibile storia di un cranio (2006).
Renzo Montagnoli
La bambina pericolosa di
Silvana La Spina
Ed.
Mondadori
Romanzo
Questa romanzo,
ambientato in Sicilia, tra Catania e le pendici dell’Etna, ha per
protagonista il commissario di polizia Maria
Laura Gangemi, una femmina sbirro
coinvolta da un passato sepolto nella memoria e un presente tutto
da ricostruire. L’indagine in corso è intricata,
un misto di mistero, leggende contadine, arcaiche e superstizioni
ataviche, Maria Laura deve fare i
conti con una parte di sé oscura nell’impossibilità di ricordare, un
matrimonio infelice, un figlio e una sofferenza esternata con
depressione e alcolismo. E’ un ritratto di donna fragile
nell’apparente dominio del suo agire di poliziotta e intrisa di
contraddizioni e conflitti interiori. In uno stile terso e
inframmezzato da termini dialettali, l’autrice ci restituisce
personaggi costruiti con sottigliezze e sfaccettature psicologiche,
dove negli animi s’annidano tensioni, paure
ancestrali nello sfondo paesaggistico montano in cui la forza
lavica del vulcano ne modella i caratteri. La bellezza dei paesaggi
esplode in tutto il suo fulgore, il mutare dei colori accesi ed
esplosivi come rocce laviche, gli odori pregnanti della terra, degli
alberi, la vastità delle vallate e del sole che splende, anzi,
brucia! C’è amore dichiarato per la propria terra, ma anche tanta
amara consapevolezza di credere nella giustizia in una terra in cui
la giustizia è un non senso.
Estrapolo due periodi ugualmente degni di nota: il primo per la
bellezza incantata, poetica, il secondo per il gusto del mito e del
fiabesco.
“L’autunno vero quello che chiude i cuori e fa attendere la luce,
mentre l’ombra si diffonde dappertutto. Sulle
case, sulle fronde degli alberi, nell’altura del vulcano, lassù,
oltre i castagni”.
“Il vulcano scatena paure primordiali, nell’arretratezza
della gente. Discendenti degli antichi Sicani
hanno ereditato i vecchi culti: magie e
magherie. Il dio Adrano,
terribile che chiedeva sacrifici rituali, che
faceva inseguire le vittime dai terribili cani cirnechi, cani
arraggiati come diavoli”.
E’ un libro di godibile lettura, scritto con mano sapiente e felice.
Un racconto che mostra una parte nera e
misteriosa della Sicilia e quella che abita negli animi
umani.
L’autrice: Silvana La Spina è
nata a Padova da madre veneta e padre siciliano. Ha pubblicato il
volume di racconti Scirocco
(1992, Premio Chiara) e i romanzi:
Morte a Palermo (1987,
Premio Mondello),
L’ultimo treno da Catania
(1992), La creata
Antonia (2001),
Uno sbirro femmina
(2007).
Arcangela Cammalleri
Il castello d'Otranto
di Horace Walpole RCS Libri
S.p.A.
Introduzione di Mario Praz
Traduzione di Oreste Del Buono
Narrativa romanzo
Strano tipo Horace Walpole, che nella prefazione alla prima edizione
del 1765 del Castello d'Otranto, dice che l'opera altri non è
se un libro stampato a Napoli nel 1529, trovato nella biblioteca di
un'antica famiglia inglese e da lui tradotto. In ciò si comporta né
più ne meno come James Macpherson che pubblica nel 1760 i Canti di
Ossian, attribuendoli a un leggendario bardo di nome appunto Ossian.
Un altro elemento di curiosità è dato dal fatto che Walpole tesse
smisurate lodi dell'autore dell'opera, sconosciuto, ma che, ipotesi
nell'ipotesi, potrebbe essere un astuto sacerdote cattolico.
Il castello d'Otranto, opera preromantica, ha un notevole
successo e allora Walpole nella prefazione alla seconda edizione si
rivela, peraltro ricevendo più di un biasimo.
Al di là della vicenda della paternità questo romanzo, che non potrà
mai essere ricordato come un capolavoro della letteratura, presenta
tuttavia caratteristiche peculiari tali che ne decretano la doverosa
memoria, trattandosi del primo libro di genere gotico.
Si rilevano infatti quelle caratteristiche di mistero, di passioni
occulte, di incombenza della morte, del realizzarsi di antiche
profezie, di personaggi del tutto straordinari e immaginari, che
uniti a un'atmosfera cupa, di tensione psicologica, costituiscono
gli elementi basilari per opere successive, senz'altro di maggior
pregio, quali, una per tutte, Frankenstein di Mary Shelley.
Non è che allora il romanzo di Walpole meriti di essere letto solo
in considerazione delle sue caratteristiche innovative?
Purtroppo devo rispondere che l'opera non presenta altri particolari
elementi di valore, perché i personaggi appaiono degli stereotipi,
tutti buoni o tutti cattivi, per non parlare della trama in cui i
dialoghi sono avulsi dalla tensione che è invece presente, anche se
assai contenuta.
C'è da considerare peraltro l'epoca, il modo elaborato di scrivere e
di parlare, che toglie quell'indispensabile senso di immediatezza e
di logicità di comportamento in protagonisti sottoposti a prove
naturali e sovrannaturali tali da impedire loro qualsiasi forma di
reazione calma e ponderata.
Di questo se n'era accorto anche Walter Scott, che nell'introduzione
al Castello d'Otranto del 1826 prende un po' le difese di Walpole,
attribuendogli finalità che, probabilmente l'autore, già deceduto,
non si era mai posto.
Scrive, fra l'altro, Scott " Il suo scopo era quello di raffigurare
la vita e i costumi dell'epoca feudale com'erano veramente e di
dipingerli nel tumulto e nelle fortunose vicende messe in atto dalla
macchina del sovrannaturale, un sovrannaturale che la superstizione
del tempo accoglieva con passiva credulità.".
Il discorso non fa una grinza, ma il medioevo di Walpole risente
troppo dei canoni della letteratura inglese del settecento, con i
personaggi che, ancorché passionali, si esprimono in modo lezioso in
qualsiasi circostanza, con una ricchezza di vocaboli che non era
tipica nel Medioevo anche nelle classi più abbienti e pertanto
maggiormente istruite; di conseguenza non mi sento di avallare
questa ipotesi.
Secondo me, invece, più aderente alla realtà è il giudizio espresso
nel 1919 da Virginia Woolf, che, sulla scorta della passione di
Horace per gingilli, anticaglie, per quel piccolo castello in stile
gotico che si era fatto costruire, parla di un libero sfogo
dell'immaginazione, in cui le visioni e le passioni lo
affascinavano, tributando così di fatto alla sua opera
quell'importanza dovuta più alla fantasia, del tutto fuori dalla
norma dell'epoca, e che giustamente farà ricordare lo scrittore
inglese come il capostipite del genere gotico.
Eppure, nonostante gli evidenti difetti che ho evidenziato, sono
proprio gli stessi a costituire motivo di interesse, perché
comunicano l'aroma di un mondo passato, in cui il formalismo si
anteponeva a tutto, e il fatto che questo comportamento si
riflettesse anche in campo letterario rappresenta per l'uomo più
pragmatico del XXI secolo una preziose fonte di archeoletteratura
per aiutare a comprendere un'epoca, in cui, non dimentichiamolo,
nacque anche il romanzo d'avventura, con quel Robinson Crusoè,
di Daniel Defoe, che tanto ha alimentato i nostri sogni giovanili.
Sono in ogni caso dell'idea, che, pur con i suoi limiti stilistici,
ancor oggi possa costituire una gradevole lettura per gli
appassionati degli amori impossibili e delle storie a lieto fine,
dove a trionfare è sempre il bene, anche e soprattutto grazie
all'elemento soprannaturale.
Horace Walpole (Londra, 24
settembre 1717 - Londra, 2 marzo 1797).
Conosciuto anche per un corposo epistolario deve la sua notorietà
soprattutto a Il castello d'Otranto, di fatto primo romanzo
gotico.
Renzo Montagnoli
Equinozio di girasoli
di Giulio Maffii Edizioni Il Foglio
Letterario
www.ilfoglioletterario.it
ilfoglio@infol.it
Prefazione di Vanessa Vallascas
Poesia
Collana Plaquette Poesia
Come nei poemi antichi in cui il cantore iniziava la sua opera con
un'invocazione alle divinità, un rito propiziatorio, scaramantico o
anche la riconoscenza per la possibilità offertagli di creare, di
lasciare una traccia, un solco nella polvere, questa raccolta si
apre con una dedica/omaggio alla parola, l'unica in grado di
traslare l'idea in sostanza, verificabile, riscontrabile,
accessibile ai lettori.
In effetti, benché stilisticamente siamo nel XXI secolo,
l'impressione che si ricava è che quest'opera abbia gli albori in
epoche antichissime, ma anche per nulla remote, con quella solennità
che non è retorica, ma pura dinamica della composizione che dona una
sostanziale assenza di tempo.
E la parola ritorna incalzante, sempre presente, a tratti anche
soggetto, pur restando sostanzialmente oggetto, mezzo, sistema di
colloquio per andar oltre l'afonia delle sensazioni, che nascono, si
sviluppano all'interno in un silenzio che poi, grazie appunta alla
parola, diventa timbro vocale, sussurro, anche urlo.
Ma di che tratta questa raccolta?
Il tema non è nuovo, perché il rispetto per la memoria, tale da
andarla a ripescare nei meandri della mente, è un'elaborazione
metafisica dei poeti, un punto fermo per cercare risposte a domande
sempre posteriori ai fatti ricordati, ma non solo, perché è l'unica
possibilità che rende consapevoli di vivere, in quanto esiste un
vissuto.
Sono così stagioni che si avvicendano, equinozi che hanno un
significato che va oltre l'etimologia, perché quella durata del
giorno uguale a quella della notte sembra conferire una visione
strutturale di una vita, sia come periodo di tempo (e per l'autore
sarebbe quello di primavera, anche se dichiara poi che quello più
vicino a lui è quello d'autunno) sia come concetto dell'avvicendarsi
degli eventi, delle fortune e delle sfortune, di cose belle e di
cose brutte, di fatti piacevoli e spiacevoli, ma che in ogni caso
hanno tutti un grande pregio: sono solo nostri, un patrimonio
inalienabile che riemerge a tratti dalla nebbia di un apparente
oblio, una misura indiretta del nostro stato attuale.
E in questo percorso itinerante dentro di sé il ricordo di un amore
cerca consapevolezze, soluzioni a dubbi che il tempo coglie, quasi
che il ripensare a quanto prima ci ha enormemente coinvolto finisca
con il diventare un'assoluzione del nostro operato, un riscontro
positivo di una vita non sprecata, anche se resta un desolato senso
di solitudine, uno spazio tutto nostro a cui manca tuttavia qualche
cosa, quell'immagine, quell'emozione, quel sentimento che si propone
come memoria, spina nel fianco che fa dolere e gioire al tempo
stesso, un pezzo di noi che se n'è andato.
Nulla è perfetto ed assoluto, alle ombre si contrappongono le luci
nell'equinozio della nostra esistenza.
Scritta in modo garbato, non enfatico, con un equilibrio formale che
permette una ritmicità costante, questa raccolta si assapora un po'
per volta e invita alla meditazione, una riflessione che coinvolge,
senza stravolgere, che accompagna non a certezze, ma a
consapevolezze.
La lettura, quindi, è da me sicuramente consigliata.
Giulio Maffii
È autore, critico letterario, dirige le collane di poesia della Casa
editrice Edizioni Il Foglio , tiene un laboratorio di poesia
per ragazzi. Fiorentino di origine, dalla complessa personalità,
cura uno dei migliori blog sulla poesia nel web
http://blog.libero.it/Pensieridivento
Ha all'attivo svariate pubblicazioni tra cui: "La caduta del tempo"
(ed Il Fogliopromo) scritto con l'eteronimo di Penelope Alma nel
2008, mentre nel 2009 è uscito con il libro ortonimo di poesie "Fino
a che non muore il tempo".(Ed.La Riflessione) Ha collaborato con
varie riviste letterarie.
Renzo Montagnoli
Risalire il
vento
di Gianfranco Contini Edizioni Tabula
Fati
www.edizionitabulafati.it
Presentazione di Giacomo D’Angelo
Poesia raccolta
In questa raccolta,
non tematica, ma che trae spunto dalla realtà oggettiva per
poetizzare fatti che hanno suscitato l’attenzione dell’autore si
nota un procedere discorsivo, un’affabulazione oserei dire, che in
diversi tratti mi ricorda il Cesare Pavese poeta.
Ne guadagna indubbiamente la comprensione del lettore che riesce a
entrare subito in sintonia con l’autore, dato che non sono presenti
elementi oscuri di dubbia o complessa interpretazione.
Gli argomenti affrontati sono quanto mai vari e così si passa dalla
dedica alla scomparsa Oriana Fallaci con un ritratto riuscito e che
consente di offrire, anche a chi non la conosceva, una visione del
personaggio nelle sue caratteristiche salienti (donna libera /
incedere deciso / passaggi di fuoco / macerie e sangue / severa col
potere / sensibile verso chi soffre /…) a un’impressione
naturalistica, una fotografia di un’immagine ben definita carpita
dagli occhi e impressa nella mente, con Scirocco (
l’acqua appena increspata / segna di blu l’orizzonte / la barca
veleggia sull’onda / il vento tiepido scompiglia / i capelli
s’insinua nel naso /…).
Contini dimostra così un’apprezzabile ecletticità che peraltro
ricomprende anche l’introspezione, come in Solitudine
( il soffitto grigio grava sulla mia testa / ho appeso fogli di
carta sul muro / pagine di riviste / memorie di un vecchio diario e
donne svestite /…), senza dimenticare l’amore, inteso in
Il sorriso come una sensazione di completezza che può dare a
chi la prova un motivo in più per fruire della vita ( …/ quella
ragazza respirava / il sorriso della luce /…). Questi due versi
sono veramente splendidi riuscendo a cristallizzare in un’immagine
eterea il senso di serenità di questa fanciulla, colpiscono,
attraggono, infondono nel lettore la stessa serenità.
Ma le poesie presenti sono molte, troppe per parlare di ciascuna,
pur se questo sforzo lo meriterebbero, e con dispiacere devo per
forza limitarmi, senza esimermi tuttavia di citarne ancora una, una
lirica stranamente venata di romanticismo, pur nella realtà delle
sue affermazioni, una constatazione dell’autore che ha il sapore
della consapevolezza e che perciò si estrinseca in un’accettazione
di un sentimento, in cui luci e ombre, gioie e dolori si confondono,
appagando egualmente ( Libertà di amare – l’amore
non è mai libero / per sua natura / costringe alla ricchezza / di
una strana povertà / quella di essere insieme / a chi ti strazierà).
La lettura è sicuramente raccomandabile.
Gianfranco
Contini,
psichiatra, si è formato alla psicoterapia ad indirizzo
psicoanalitico a Bologna presso il Gruppo “Psicoterapia e Scienze
Umane”.
Ha lavorato nei servizi per la salute mentale in Lombardia,
Molise ed Emilia Romagna. Ha diretto il progetto di chiusura
dell’Ospedale Psichiatrico “San Lazzaro” di Reggio Emilia.
Ha svolto attività di docente per le scuole di specializzazione
in psichiatria delle università di Bologna e Chieti. È membro del
Comitato Scientifico della collana di “psicoterapia e psichiatria”
della Casa Editrice Clueb di Bologna ed è direttore scientifico
della rivista “Prospettive in psicologia”.
È autore di articoli e testi scientifici. Ha pubblicato sei
libri: Lavorare con gli psicotici (Bagatto, Roma 1985);
Elementi di psichiatria pubblica (Age, Reggio Emilia 1989);
Vita quotidiana nelle famiglie degli schizofrenici (NIS, Roma
1991); Introduzione alla psichiatria (EdiSES, Napoli 1992);
Psichiatria pratica (UTET, Torino 1994); Il miglioramento
della qualità in riabilitazione psichiatrica (Centro
Scientifico, Torino 1999).
Ha curato nove volumi di interesse psichiatrico: Le nuove
istituzioni della psichiatria (1981); I primi pazienti della
psicoanalisi (1985); Il manicomio dimenticato (1988);
I confini della psicoanalisi (1989); La rivista scientifica
come mezzo di informazione e cultura (1989); Pornografia e
salute mentale (1989); Psichiatria e Medicina di base
(1991); La sindrome maligna da neurolettici (1994); Il
tramonto del manicomio (1998).
Ha ideato e realizzato sette video didattici e scientifici: “Il
lavoro psichiatrico in un Servizio Territoriale” (1992), presentato
al convegno “Immagini della mente”; “180 Addio?” (1992); “La
Relazione terapeutica con il paziente grave: Magda” (1993);
“Euripilo e Patroclo: rapporto del Medico con il paziente” (1993);
“La Cura” (1994), che ha vinto la medaglia di bronzo al Prix
Leonardo per il filmati scientifici; “Esercizi sul Delirio” (1997);
“Riabilitare in ambiente naturale” (2004).
È autore di tre romanzi: Alla fine del dolore (Tracce,
Pescara 2004), Centottanta (Clueb, Bologna 2006), Tutto
esaurito. Chi ama è pericoloso (Robin, Roma 2008) e delle
sillogi poetiche Impulso di verso (Tabula fati, Chieti 2007)
e Risalire il vento (Tabula fati, Chieti 2009).
Renzo Montagnoli
Una storia semplice
di Leonardo Sciascia L'Angolo Manzoni
Editrice
Narrativa racconto
Collana Corpo 16
Il titolo inganna e del resto Sciascia, se non fosse quel grande
scrittore che è per la capacità di analizzare fatti e fenomeni nelle
loro mille sfaccettature, addentrandosi nell'apparenza alla ricerca
di una possibile verità, non avrebbe potuto e voluto scrivere una
vicenda gialla, ambientata in una Sicilia di epoca indeterminata, di
assoluta linearità, in cui la vittima è proprio la persona che è e
l'assassino, o meglio i colpevoli, sono quelli che il lettore
attento dei romanzi dell'autore siciliano si attende.
Il racconto, perché trattasi di racconto lungo e non di romanzo, è
invece estremamente complesso. Tutto ciò che a prima vista
sembrerebbe di un'estrema semplicità è invece un gomitolo
ingarbugliato, dove personaggi della giustizia e religiosi sono
uniti da un unico filo conduttore che è quello della criminalità
organizzata, insomma di quell'organismo distruttore, frutto di
connivenze e di indifferenze, che è la mafia.
Del resto chi non vede, o meglio chi vede e non parla, riesce ad
avere vita lunga, e così un testimone avrà dei vuoti di memoria del
tutto provvidenziali che non gli impediranno tuttavia di collaborare
con la polizia per pervenire alla soluzione di un pluriomicidio,
anche per potersi così scagionare, in quanto lui stesso sospettato,
ma che riconosciuto il capobanda, personaggio dalla doppia vita ed
estremamente influente, eviterà di svelarne il nome, eclissandosi
alla svelta, fuggendo da quel mondo di costante tensione in cui
l'onesto finisce con l'essere sempre la vittima.
Veramente indovinati i personaggi, fra i quali emerge per atavico
intuito il brigadiere, in eterno dissidio di classe con il
commissario, e il professor Franzò, che in realtà interpreta il
punto di vista Sciascia in un dialogo di alto livello proprio con il
sottufficiale.
Una storia semplice fu pubblicato postumo, dopo la morte
dell'autore, come lasciò scritto anche nelle volontà testamentarie.
Ma esso stesso, cioè questo racconto, è un lascito, quasi
un'ammonizione per i posteri sul lento disgregarsi delle istituzioni
corrose dal cancro mafioso, al punto da diventarne strumento di
conservazione fino a esserne esse inglobate.
Come al solito la lettura, più che consigliabile, è vivamente
raccomandabile.
Leonardo Sciascia (Racalmuto, 8
gennaio 1921 - Palermo, 20 novembre 1989). E' stato autore di saggi
e romanzi, fra cui: Il giorno della civetta (Einaudi, 1961),
A ciascuno il suo (Einaudi, 1966), Todo modo (Einaudi,
1974), La scomparsa di Majorana (Einaudi, 1975), I
pugnalatori (Einaudi, 1976), Candido, ovvero un sogno fatto
in Sicilia (Einaudi, 1977), Il cavaliere e la morte
(Adelphi, 1988), Una storia semplice (Adelphi, 1989).
Renzo Montagnoli
Invincibili di
Jolanda Catalano Edizioni Città del
Sole
www.cittadelsoledizioni.it
Nota introduttiva di Francesco Idotta
Poesia
Quando vidi "2001 Odissea nello spazio", il celebre film di Stanley
Kubrik, rimasi fortemente impressionato dalla capacità del regista
inglese di narrarci la genesi dell'umanità fino al suo compimento
finale.
Analogo stupore ho ritratto dalla lettura di Invincibili, di Jolanda
Catalano, un vero e proprio poemetto sull'evoluzione della specie,
attuata con continue dilatazioni temporali che colgono gli aspetti
essenziali dello sviluppo dell'essere umano, con stacchi sul passato
e proiezioni sul futuro, in una continua e costante tensione
armonica che riesce ad avvincere e a coinvolgere il lettore.
Dalla nascita della vita alla conoscenza prima animalesca
dell'amore, poi alla sua sublimazione, è un percorrere poeticamente
e con estrema capacità di sintesi la storia dell'uomo, di questo
essere dapprima inconsapevole di esistere e che poi prende possesso
della sua realtà oggettiva in una visione soggettiva che gli fa
credere di essere l'unico, imponente, importante, sovrano assoluto
del mondo.
La scoperta, o meglio le scoperte, in un essere che crede di essere
invincibile della sua estrema vulnerabilità, non solo ai fattori
esterni, ma alla sua dimensione intima, a quella sfera psichica che
tende a esaltarlo, ma anche a deprimerlo, sono versi di accorata
impotenza, la constatazione della nullità del suo smisurato orgoglio
( Non ti dirò di tutte le vergogne / che videro i miei occhi nel
passare, / sappi soltanto che l'animale è buono / e l'uomo invece è
perfido e crudele. /…).
Questa immagine riduttiva della propria capacità conduce l'uomo alla
ricerca di chimere, a sprofondare nei sogni che esulano la realtà,
in un viaggio, novello Ulisse, che non porta da nessuna parte se non
a un malinconico ritorno a se stessi, con il rimpianto di quanto si
è perso del poco che si aveva e che pur invece è tanto ( E piansi,
finalmente piansi, / a lungo prostrato su me stesso / e mai un
pentimento fu così grave / mai più ci fu una nave per il ritorno.
/…).
Ciò che si è perso nel tempo non ci verrà restituito dal tempo, ciò
che credevamo superbamente di essere sarà il motivo della nostra
rassegnata sconfitta. Invincibili non eravamo, né mai lo saremo, e
anche se il volo poetico è pura illusione, un separarsi dalla realtà
per trascorrere inconsapevolmente dei giorni forse perduti, è
l'unico che può dare un senso compiuto alla vita.
Non aggiungo altro, se non l'invito a leggere questi versi stupendi,
accostati in un'armonia di grande effetto, e che alla fine, nella
consapevolezza della nostra imperfezione, ci pervaderanno di un
profondo senso di serenità.
Jolanda Catalano è nata a Villa
San Giuseppe e vive da parecchi anni a Gallico (Reggio Calabria).
Sin da giovanissima ha sviluppato il suo amore per la poesia.
E' autrice di raccolte poetiche, di racconti e di testi teatrali (
in lingua e in vernacolo), che hanno ottenuto premi e
riconoscimenti.
Con successo è stata messa in scena una sua commedia in Vernacolo
Uvi, uvi, a pizziau, dal Gruppo teatrale "I Rusticani", regia di
Giulia Catanese.
Ha collaborato per diversi anni alla Rivista "La Procellaria" con
poesie, recensioni e articoli.
La sua prima silloge poetica Alternanze è stata pubblicata nel 1886,
da Calabria Letteraria Editrice e presentata al pubblico a cura del
Rhegium Julii, Circolo Culturale all'interno del quale l'Autrice
continua a vivere la sua esperienza umana e poetica.
Nel 2000, con La tela di Penelope ha vinto il premio Gilda Trisolini,
silloge pubblicata a cura del Circolo Rhegium Julii.
Del 2004 e del 2005 sono rispettivamente le sillogi Lettera a due
madri e Invincibili, entrambe pubblicate da Edizioni Città del Sole.
Renzo Montagnoli
Sulla riva del fiume
di Giovanna Giordani Aletti
Editore www.alettieditore.it
Poesia silloge
Collana "Gli emersi - Poesia"
Giovanna Giordani, nell'ultima di copertina scrive, fra l'altro:
"Il mio poetare non è ricercato, lo definirei naif, semplice,
vero che ubbidisce ad una voce arcana che mi detta le parole per dar
forma scritta alle emozioni, ai sentimenti."
E' una testimonianza sincera, benché l'autrice trentina non si sia
accorta di aver enunciato con estrema semplicità e quindi con la
massima chiarezza il segreto meccanismo con cui nasce una poesia.
E allora io aggiungo che, a fronte di tanti artificiosi formalismi e
di contorti pensieri che esposti in modo inutilmente complesso si
rivelano poi poca cosa, è meglio la schiettezza, quell'andare al
sodo che sa di lontana matrice contadina, che chiama le cose con il
loro giusto nome e che è di immediata comunicatività.
In questo suo libro raccoglie le migliori poesie della sua
produzione, con temi diversi, che vanno dall'amore alla natura, dal
fantastico all'introspezione, temi in ogni caso svolti in modo
lineare, proprio con quella semplicità che l'autrice, giustamente,
si attribuisce.
Sarà una poesia naif la sua, ma di certo non appare improvvisata,
cioè solo estro e niente costruzione, poiché la linearità prevede
che, più o meno consapevolmente, il poeta sappia tradurre in lettere
l'idea scaturita dal sentimento o dall'emozione secondo una
struttura logica atta a raggiungere un equilibrio formale, cioè il
ricorso a uno stile.
Per esempio, prendiamo Il senso della vita (Conosce la sua
meta / la rondine / dal cielo rapita / / e vola verso il nido/ /
l'unico senso / della sua vita).
Poesia assai breve, ma armonica e che esprime metaforicamente assai
più di quello che un lettore disattento percepisce.
Oppure
Il silenzio è sovrano / sulla montagna / s'ode soltanto / il
canto / lontano / di una campana.
Anche questa è assai breve, eppure riesce a ricreare l'atmosfera
ieratica della maestosità delle cime, quel senso di profondo
coinvolgimento interiore che dapprima sgomenta, ma che poi trascina
a uno stato di intensa serenità.
Quindi ben venga la semplicità di Giovanna Giordani, purché si
tratti di questa apparente semplicità, che non viene mai meno anche
quando si entra nel fantastico, permeato da una struggente
malinconia, come in Ofelia (…./ Crudele destino ti ha
carpita/ annegando amore ed i suoi sogni / e non sai che lui mai t'avea
tradita.)
Per questo, per i suoi contenuti, per la varietà dei temi Sulla
riva del fiume è una silloge che accompagna dolcemente la
lettura, infonde serenità, aiuta anche a volare, insomma è un libro
da prendere e tenere a portata di mano per quando l'affanno
giornaliero ci fa dimenticare che non siamo solo carne, ma anche
spirito.
Giovanna Giordani è nativa di
Rovereto, ma risiede a Vigolo Vattaro, sempre in provincia di
Trento. Ex dipendente di un'azienda di credito è ora in pensione;
sposata, con due figlie, il suo più grande desiderio è di completare
gli studi, già a buon punto, con la Laurea in Lingue e Letterature
Moderne. Sulla riva del fiume è la sua prima pubblicazione.
Renzo Montagnoli
Pro/Testo Versi di
AA.VV. Fara Editore
www.faraeditore.it
a cura di Luca Ariano e Luca Paci
Introduzione di Mimmo Cangiano
Copertina di Elvira Pagliuca
Poesia
Si ripete fino alla noia che oggi, assai più di ieri, la poesia non
ha mercato, ed è pur strano, considerando l'entità numerica,
veramente rilevante, degli autori italiani.
Come per qualsiasi prodotto questi non trova compratori se non
rappresenta ciò che essi chiedono e in effetti, dopo l'aureo periodo
dell'ermetismo, si assiste a un'involuzione della poesia, frutto di
un soggettivismo esasperato, di un pernicioso solipsismo che porta a
creazioni di versi che non sono più versi, di idee che non lo sono e
di nessuna comunicatività, se non per lo sfrenato egotismo degli
autori.
Quanto sopra ha tuttavia rare eccezioni, ma proprio perché mosche
bianche nello squallido grigiore della pretesa arte poetica non
riescono a emergere, apparendo come voci del tutto fuori dal coro.
Si è dimenticata anche una funzione essenziale della poesia, comune
peraltro a tutti quelli che si professano letterati, vale a dire
ricorrere alla propria arte per comunicare al mondo, all'umanità
stati di disagio di cui molti sono vittime inconsapevoli,
abbrutimenti derivanti da un servaggio strisciante che si traduce in
un eterno scontento, in un'insoddisfazione i cui motivi la maggior
parte non sa riconoscere o comprendere.
Ben vengano perciò opere poetiche di vera e propria protesta, come
queste raccolta intitolala Pro/Testo, di chiara matrice anarchica e
quindi non artefatta o piegata a esigenze di carattere commerciale,
ma frutto di una fede di natura filosofica, laddove il concetto di
libertà è quanto di massimo possa essere espresso, perché della
libertà naturale innata di ogni individuo è qui che si tratta e non
di quei concetti retorici così strombazzati nell'attuale decadente
società occidentale.
Vito ex partigiano - già allora lo chiamavano
il terun - ha combattuto
nei GAP ma ora vive col respiratore dieci ore al giorno:
non ci sta più con la testa e ti racconta
che lui lì era di casa…quelli sì sono bravi ragazzi
- - non sa di baci e strette di mano cose loro -.
Suo figlio s'è bruciato i polmoni d'Eternit
………
(da Calendario oltre il tempo, di Luca Ariano)
Oppure
Cos'altro ancora la mia parola
se non arma
coltello e lama
penna iniettata di veleno,
di sudore?
Contro lo sciacallaggio dell'ottimismo
nella cecità mediale
compito e dovere
portare letizia e rivolta
carezza e scompiglio
nel torpore.
………
(da Rosso Levante, di Natàlia Castaldi)
O anche
Il Mondo è Morto, non senti l'odore?
Si sente odore d'incenso e idrocarburi,
di eroina e trasmissioni elettorali.
……
(da Il mondo è morto, di Simone Molinaroli)
E potrei continuare, ma le opere sono molte e tutte meritevoli di
citazione, tant'è che mi scuso con gli autori che non ho nominato
esclusivamente per il fatto che l'articolo diventerebbe
eccessivamente lungo e finirebbe anche con il perdersi il filo del
discorso.
Già immagino che qualcuno, anzi molti diranno che queste non sono
poesie, perché di poesie vedono solo quelle da loro concepite, in un
discorso astratto che raramente lambisce la verità, finendo per
divenire una sorta di autonomo compiacimento nel tessere la trama di
un lavoro che ha solo come finalità se stesso.
Della funzione sociale della poesia, come da me definita, i pochi
versi che ho riportato, scritti da Natàlia Castaldi, riflettono bene
questa concetto del "protestare", non del "contestare", perché il
sistema imperante è un moloch che divora anche se stesso e quindi è
giusto il richiamo a un ritorno a una naturale originaria libertà
che l'interesse di pochi ha nel tempo soffocato fino al punto che i
sudditi ignorano questo dono innato.
Quindi, ben venga la protesta, affinché i versi non siano
costruzioni astruse, incomprensibili e asfittiche, ma rappresentino
con la loro forza un segnale, una voce chiara nel deserto
dell'indifferenza.
E' per questo e per la qualità e i contenuti che la lettura di
questo libro è certamente raccomandabile.
Gli autori
Luca Ariano, Marco Bini, Dome Bulfaro, Natàlia Castaldi, Enrico
Cerquiglini, Carmine De Falco, Salvatore Della Capa, Chiara De Luca,
Fabio Donalisio, Matteo Fantuzzi, Fabio Franzin, Marco Giovenale,
Lorenzo Mari, Faraòn Meteosès, Simone Molinaroli, Fabio Orecchini,
Luca Paci, Massimo Palme, Rossella Renzi, Eleonora Pinzuti,
Alessandro Seri, Tito Truglia, Dale Zaccaria.
Renzo Montagnoli
La giovinezza non
muore di Francesco Baldassi
Edizioni Tabula Fati
www.edizionitabulafati.it
Presentazione di Matteo Pugliares
Nota dell'autore
Poesia raccolta
…
Non muore mai, non muore
la giovinezza nascosta / dentro il cuore
quando piena s'accende l'espansione
dello spirituale soffio dell'eterno!
Perché tu hai inondato con l'ardore
il fondo, l'anima
che si stringe alla speranza.
Hai rimosso
ogni consuetudine del cuore
avversa alla novità del cielo.
(da La giovinezza nascosta)
Ha ragione Matteo Pugliares quando nella sua incisiva presentazione
parla di un viaggio, un movimento inteso come inevitabile
cambiamento, dalla tensione interiore causata dallo scorrere dei
tempi dell'anima.
In effetti Baldassi rivela un progressivo approccio alla fede con un
percorso tutto interiore che lo porta a riscoprire l'innata
spiritualità di ogni essere umano e che nel caso specifico si
manifesta in un sentire e percepire convergente con la religione
cristiana.
Non ci è dato di conoscere il motivo di questo avvicinamento, ma
ritengo che non sia improbabile possa derivare da una visione della
vita meno pragmatica e positivista in forza di un approfondimento
che, nella ricerca dell'IO, ha trovato spiragli per tentare di
approdare all'Assoluto.
Quindi, più che una conversione, potrei dire che il tutto riviene da
un percorso filosofico che, attraverso l'introspezione, ha svelato
nature sopite, finendo con il consentire la percezione di una verità
sul perché della vita.
La poetica di Baldassi, che già avevo apprezzato in L'involucro
del nulla, raccolta influenzata in modo marcato dall'ermetismo e
che posso considerare propedeutica dell'attuale, come del resto
anche evidenziato dall'autore nella sua nota, qui stranamente si fa
più limpida, meno incline a svariate interpretazioni, come l'artista
avesse acquisito certezze in quel lungo cammino ora arrivato alla
meta.
Solo parole per aprire il sogno
e la distanza che sovrasta
questa sperduta landa del destino.
Il mondo nel silenzio
sulla croce apre ancora
le sue braccia.
….
(da Malinconia)
Si apprezza, in particolar modo, la linearità dei versi, il fluido
scorrere delle parole, in immagini di grande effetto, che nulla
hanno a che vedere con il misticismo, ma sono il frutto di una
riflessione sulla condizione umana e sul Supremo che ne ha delineato
i contorni affinché l'uomo, che vuole sapere con il cuore, in questa
consapevolezza trovi la via della verità.
La giovinezza non muore è un'opera di sicuro interesse e
presenta il non trascurabile vantaggio di essere accessibile anche a
chi, pur non credente, ricerchi in sé il mistero della vita.
Francesco Baldassi vive a Roma
dove è nato nel 1938. È stato insegnante di scuola elementare; ha
studiato presso i Padri Cappuccini della Provincia di Roma sino
all'età di ventiquattro anni.
È laureato in pedagogia, con una tesi su Karl Raimund Popper.
Dal 1969 ha partecipato a movimenti culturali giovanili della
capitale ed ha frequentato i sabato letterari alla Libreria Ferro di
Cavallo e, successivamente, il gruppo autogestito di "Pubblico e
Privato" ed il collettivo "Valore d'Uso".
Dal 1968 ha condiviso posizioni ideologiche, culturali e pedagogiche
della sinistra, fin verso la fine degli anni Novanta, conclusisi col
ritorno apparentemente improvviso e quasi imprevedibile, alla fede.
Ha pubblicato le seguenti sillogi poetiche: Ceneri del cortile (Rebellato,
Padova 1969), Identificazioni e Ossessioni (Gabrieli, Roma 1976),
Questa luce indossata dalle nostre parole (Rebellato, Padova 1983),
Prova generale (Gabrieli, Roma 1985), Stupore (Gabrieli, Roma 2003),
Il volto e la parola (Pigreco, Roma 2004), L'uomo è la sua minaccia
(Tabula Fati, 2005), La forza della vita (Patti 2006), Amore
coniugale (Tabula Fati, 2006), Lieve il vento (Tabula Fati, 2007),
L'involucro del nulla (Tabula Fati, 2008) e La giovinezza non muore
(Tabula Fati, 2009). Ha esordito nella narrativa con il romanzo Il
ritorno (Bonaccorso, Verona 2008).
Renzo Montagnoli
Il visconte dimezzato
di Italo Calvino Arnoldo
Mondadori Editore S.p.A.
Presentazione dell'autore
Narrativa romanzo
La prima edizione del Visconte dimezzato usci nel febbraio del 1952
per i tipi di Einaudi e già pochi mesi dopo Calvino diede conto di
questa sua stranissima opera in una lettera inviata a Carlo
Salinari.
Scrive, fra l'altro "Quando ho cominciato a scrivere Il visconte
dimezzato, volevo soprattutto scrivere una storia divertente per
divertire me stesso, e possibilmente per divertire gli altri; avevo
questa immagine di un uomo tagliato in due ed ho pensato che questo
tema dell'uomo tagliato in due fosse un tema significativo, avesse
un significato contemporaneo: tutti ci sentiamo in qualche modo
incompleti, tutti realizziamo una parte di noi stessi e non l'altra…".
Per quanto questo romanzo possa essere soggetto a diverse
interpretazioni, stante il senso metaforico di non poche parti della
trama, sembrerebbe, di primo acchito, che il puro divertimento sia
stato il motivo principale per scriverlo e del resto, nel prosieguo
della lettera di cui sopra, alcune righe dopo si può leggere "Non
sono solo io a pensarla così, ad esempio anche uno scrittore molto
attento ai contenuti come Bertolt Brecht diceva che la prima
funzione di un'opera teatrale era il divertimento. Io penso che il
divertimento sia una cosa seria.".
Mi ha colpito questo quasi ossimoro "penso che il divertimento
sia una cosa seria", anche perché vi si potrebbe leggere un
altro significato di questo romanzo, forse il vero intendimento
dell'autore, che sembra dirci che siamo uomini imperfetti, che non
riusciremo mai a trovare in noi il perfetto equilibrio, e quindi è
inutile angustiarci, ma conviene riderci su, stemperare questa amara
consapevolezza di insuccesso con una dose di provvidenziale
autoironia.
La vicenda, in effetti, oltre a essere paradossale, ha in questa sua
credibile incredibilità il pregio di assicurare un sorriso non fine
a se stesso, ma che si smorza con una riflessione sul nostro stato.
In ognuno di noi vivono due anime, o meglio due parti, una buona e
una cattiva, che si mescolano, che a volte vedono prevalere l'una
piuttosto che l'altra, in una sorta di eterno dissidio fra
l'aspirazione al bene e la tentazione del male.
Questa storia del visconte Medardo di Torralba, diviso perfettamente
in due parti (la destra e la sinistra) da una cannonata turca ha
quasi un sapore goliardico, una vena di fresca e incosciente
gioventù che permea le righe e che in sordina finisce con il
coinvolgere e addirittura travolgere il lettore.
Eppure, se ci si sofferma ogni tanto a riflettere, non è difficile
vedere nell'esasperazione non solo anatomica, ma anche psicologica
dei due visconti, l'uomo moderno, ancor più schiavo che in passato
della sua illusione di completezza, con una coesistenza in ognuno di
bene e di male che sfumano fra di loro, in quell'eterno conflitto
che spesso inconsapevolmente sosteniamo ogni giorno.
Ed è uno stupore continuo nel verificare come Calvino riesca a
trattare concetti complessi con una scrittura fluida, che scivola
quasi sul foglio, accompagnata da quell'ironia che riesce a
stemperare la crudeltà di certi immagini, in un mondo dove si
impicca senza colpe e dove pur esistono località dal nome altamente
evocativo e sognante come Pratofungo.
Il visconte dimezzato è il primo dei tre romanzi della
Trilogia degli antenati, quasi un'introduzione, uno stuzzicante
antipasto di qualcosa di molto più corposo come Il barone
rampante e Il cavaliere inesistente.
Ne raccomando, per quanto ovvio, la lettura.
Italo Calvino (Santiago de Las
Vegas, 15 ottobre 1923 - Siena, 19 settembre 1985).
Ha scritto numerosi testi di narrativa, fra i quali:
Il sentiero dei nidi di ragno (1947), Ultimo viene il corvo (1949),
Il visconte dimezzato (1952), Fiabe italiane (1956), Il barone
rampante (1957), Il cavaliere inesistente (1959), Marcovaldo ovvero
Le stagioni in città (1963), La giornata di uno scrutatore (1963),
Il castello dei destini incrociati (1969), Le città invisibili
(1972).
Renzo Montagnoli
Ofelia e la Luna di
Paglia di Antonio Messina
Edizioni Il Foglio Letterario
www.ilfoglioletterario.it
ilfoglio@infol.it
Prefazione di David Frati
Postfazione di Marina Monego
Narrativa romanzo
In noi c'è sempre un modo fantastico in cui rifugiarci per trovare
sollievo alle difficoltà della vita reale. E' ciò che vorremmo che
fosse e che purtroppo non è mai. E questo è appunto il problema di
Nina, una creatrice di videogiochi, prostrata moralmente per la
scomparsa del padre. Nel suo lavoro è molto brava, è una delle
migliori e quando le viene offerto di collaborare alla realizzazione
di un nuovo avveniristico videogame accetta con entusiasmo e non
solo per il cospicuo ingaggio. In questa realtà virtuale mette tutto
quel mondo che avverte dentro di sé e in particolare allestisce un
livello del gioco in cui c'è una figura che ricorda tanto quella
paterna.
Non vado oltre nel parlare della trama per non togliere il piacere
ai lettori di assaporare la bellezza di questo romanzo. Aggiungo
solo che a un certo punto Nina entrerà in quella realtà virtuale,
fatta da un arcipelago di incredibile bellezza, da una luna di
paglia che sembra bagnarsi ogni notte nel mare e da personaggi,
frutto della sua creatività, talmente perfetti da avere un'anima.
Credo che Messina con questo testo sia giunto alla sublimazione del
fantastico, permeando visioni oniriche di pura poesia, avvincendo il
lettore non solo con una trama incalzante e complessa, ma
ponendogli, indirettamente, delle domande su quel che è la vita per
ognuno di noi.
Il reale si confonde con il virtuale, l'impressione che si ricava è
che gli uomini in fondo siano solo i protagonisti di una
rappresentazione a cui ognuno partecipa secondo il ruolo assegnato
dagli dei.
In un fantastico caleidoscopio di immagini, dove i sentimenti
tuttavia non vengono mai a mancare, tutto scorre su piani paralleli,
che a volte si sovvertono, si incrociano, determinando la nostra
maggiore o minore razionalità.
E' un viaggio nel sogno, dove tutto è sempre possibile, anche che
nulla sia accaduto realmente e nemmeno virtualmente, in un tripudio
di sensazioni che finiscono con il portare ad accettare il proprio
ruolo.
Sono 160 pagine, cioè nemmeno poche, ma una volta iniziato il libro
non riesci a staccartene; e così riemerge poco a poco il mondo
interiore di ciascuno di noi che va sempre più somigliando, nella
prosecuzione della lettura, a quello del video game, un'oasi di
serenità, di pace, con i pescatori che all'alba iniziano la loro
giornata, con il Palazzo delle Sorgenti Prossime al Nulla, con la
Spiaggia degli Spiriti Vagabondi, con quella Luna di Paglia dal
sempre più enigmatico sorriso.
Ho sempre apprezzato la fantascienza filosofica di Antonio Messina,
lamentando solo una certa sua complessità, ma in Ofelia e la Luna
di Paglia tutto scorre dolcemente come un fiume, senza intoppi,
tutto è facilmente comprensibile, ferma restando la straordinaria
capacità dell'autore di condurci a profonde riflessioni sulla vita.
Come penso avrete capito ci troviamo di fronte a un autentico
capolavoro.
Antonio Messina nasce nel 1958 a
Partanna, in provincia di Trapani. Vive a Padova. E' poeta e
narratore.
Pubblicazioni:
L'assurdo respiro delle cose tremule (L'Autore Libri Firenze, 2003),
La memoria dell'acqua (Edizioni Il Foglio Letterario, 2006), Le vele
di Astrabat (Edizioni Il Foglio Letterario, 2007), Dissolvenze
(Edizioni Il Foglio Letterario, 2008), Ofelia e la luna di paglia
(Il Foglio Letterario, 2009).
Renzo Montagnoli
La luna al traguardo
del bosco di Franco Seculin
Edizioni Sabinae
www.edizionisabinae.com
Immagini di Otello Fabri
Poesia silloge
I versi possono essere detti, anche gridati, ma la forza non sta nel
tono, perché in quest'opera di Franco Seculin sono sussurrati, quasi
pudicamente volessero svelare le emozioni dell'autore che desidera
mostrare la sua presenza senza imporla, che ama comunicare senza
pretendere, un'intima confessione, quasi bisbigliata, il cui ascolto
deve essere scevro da preconcetti e da giudizi, perché il poeta
racconta se stesso.
Sono episodi di vita, ricordi che riaffiorano in un'esistenza assai
movimentata che l'ha portato dalla lontana Eritrea a vagare per
l'Italia, vedendo luoghi, conoscendo persone, una casa ogni volta,
un riadattamento continuo in una serie di esperienze che
inevitabilmente si riflettono nella sua poesia che affronta i temi
sempre determinanti dell'amore e della morte. Eros e Thanatos sono
il contrappeso che bilancia la vita, con quella certezza di un
termine che solo l'amore, pur nella sua possibile aleatorietà, può
rendere accettabile.
Come un bimbo meravigliato,
ti ho visto aprire una finestra,
per appendere un azzurro nel sole.
….
Notte che vieni silenziosa,
ascolta:
l'uomo che muore ti dice
il saluto.
….
E' un gioco di ombre e di luci, dove l'amore richiama l'azzurro del
cielo e la morte rientra nel buio della notte, e quindi Eros e
Thanatos sono sole e profondo nero, speranza e passione da un lato,
rassegnata comprensione dall'altro.
E a convalidare questa discrasia pochi, chiari e mormorati versi:
Non c'è sole
Per chi non nasce
Libero.
Nella morte
Di ognuno,
Di noi resta il tempo
Delle cose passate.
E il tempo diventa la misura del vissuto, una serie ininterrotta di
eventi che testimoniano che esistiamo, così che ciò che veramente
conta è quanto si è fatto e non ciò che faremo.
L'amore per Seculin è passione, senza essere follia, è un sentimento
che porta a emozioni contrastanti, a dubbi, a certezze, anche a
speranze.
…
Lei.
E' la mantide,
vorace e preziosa,
nascosta in una stella.
Lei.
E' cometa e nemesi, a un tempo.
Per un passato e un futuro.
Incredibili.
Lei è tutto questo, e altro ancora,
ma…non lo sa!
Come in tutte le poesie che si raccontano, che pacatamente ci
parlano delle realtà di una vita, si avverte un senso di serenità,
di quiete dell'animo, che si propaga contagioso verso dopo verso e,
giunti alla fine, non si potrà che apprezzare il silenzio del non
detto e il lieve fremito di vento di quanto invece espresso. E' un
intarsio di speranze e di timori, è un gioco di luci e di ombre come
in una notte di luna in un bosco.
Da leggere, soprattutto la sera, affinché i sogni ci facciano
scivolare dolcemente sulla strada della vita.
Franco Seculin
Nasce in Eritrea ai tempi dell'Impero. Dopo l'8 settembre 1943 la
sua è stata una vita tutta un trasloco più o meno concordato, sino
al termine degli studi superiori al liceo classico e al
conseguimento della laurea in Giurisprudenza. Per lavoro ha
continuato a girare in lungo e in largo il Bel Paese…da Torino a
Bari, da Milano a Cagliari, da Genova a Napoli, Firenze, Roma e
Terni, città quest'ultima dove ha vissuto momenti importanti della
sua vita.
Il giorno più importante della sua vita è stato l'incontro con la
moglie; quello più felice la nascita di sua figlia.
Attualmente risiede con la famiglia a Cuneo, piccola cittadina del
Piemonte. Il suo hobby, ma è quasi una necessità, è scrivere:
racconti, romanzi brevi, poesie.
Il suo primo "essai" letterario è stata la recensione dei "Racconti
immaginari" di Andrè Maurois.
Renzo Montagnoli
Il sentiero dei nidi
di ragno di Italo Calvino
Arnoldo Mondadori Editore Spa Collana Oscar
Presentazione dell'autore
Narrativa romanzo
Il sentiero dei nidi di ragno è il primo romanzo di Italo
Calvino, scritto nel 1947, cioè quando l'autore aveva 24 anni e già
collaborava con la casa editrice Einaudi occupandosi dell'ufficio
stampa e della pubblicità.
Chi pensa di leggere una delle sue straordinarie storie fantastiche
si sbaglia, anche se, a tratti, emergono risvolti fiabeschi che
stemperano la cruda realtà della vicenda, una sorta di neorealismo
improntato tuttavia, pur con una sua autonomia, al verismo di Verga
de I malavoglia.
La guerra è finita da poco, con tutti i suoi lutti e la sola
esperienza positiva della resistenza, ma siamo in un'Italia che
risorge dalle ceneri alimentando speranze, già in parte deluse.
E' il periodo in cui finita la sbornia per la ritrovata libertà ci
si interroga sul perché degli accadimenti passati, un percorso
indispensabile per acquisire coscienza di ciò che è effettivamente
accaduto e delle relative motivazioni.
In questo senso Il sentiero dei nidi di ragno è una splendida
metafora dei reali motivi che stanno alla base della maggior parte
di chi aderì alla resistenza, ma lo è anche per coloro che invece
osteggiarono questo straordinario moto popolare.
Il personaggio principale è Pin, un bambino lasciato solo a se
stesso, in condizioni di abbrutimento più morale che fisico e che
cerca di essere prima del tempo adulto, non per una maturità
raggiunta, ma per il desiderio di evadere dal suo squallido mondo.
Cattivo come può essere uno che non appartiene di fatto né
all'infanzia, né alla pubertà, si atteggia a grande, rimanendo con
l'esperienza di un bimbo.
In un'epoca di furore, di sangue e di rivolta giocherà alla
resistenza, rimanendo sempre solo, senza veri amici, tranne uno, un
adulto con la mentalità di un bambino, e con lui che assai
probabilmente gli ha ucciso la sorella, meretrice collaborazionista
dei tedeschi, si allontanerà nella notte, nel buio di una vita di
cui nessuno dei due conosce ancora la strada.
E le motivazioni allora quali sono? Le spiega Kim, un giovane
commissario politico: i partigiani combattono per un riscatto dal
mondo di miseria e di abbrutimento, lo stesso in cui si trovano
anche le camicie nere, ma mentre i primi lottano per spezzare le
catene, i secondi si oppongono per mantenerle strette.
Sì, perché tutti i personaggi di questo bel romanzo, visti con
affettuosa pietà dall'autore, sono dei vinti, tranne forse Kim che,
a differenza degli altri, si pone tutti quei perché, le cui risposte
daranno coscienza alla sua e alla loro partecipazione.
Scritto in modo scorrevole, dinamico, mai statico, ha già lo
straordinario pregio di introdurre gradualmente alla riflessione,
che diventa parte e scopo del testo, al punto che, se rimarranno
indelebili nella memoria le figure di Pin, di Lupo Rosso, di Cugino
e molti altri, finiremo con il porci anche noi le stesse domande e
verremo condotti inconsapevolmente per mano a conoscere le risposte.
E' forse superfluo che aggiunga che ne raccomando vivamente la
lettura.
Italo Calvino (Santiago de Las
Vegas, 15 ottobre 1923 - Siena, 19 settembre 1985).
Ha scritto numerosi testi di narrativa, fra i quali:
Il sentiero dei nidi di ragno (1947), Ultimo viene il corvo (1949),
Il visconte dimezzato (1952), Fiabe italiane (1956), Il barone
rampante (1957), Il cavaliere inesistente (1959), Marcovaldo ovvero
Le stagioni in città (1963), La giornata di uno scrutatore (1963),
Il castello dei destini incrociati (1969), Le città invisibili
(1972).
Renzo Montagnoli
Il contesto
Una parodia
di Leonardo Sciascia
Giangiacomo Feltrinelli Editore
Narrativa romanzo
"In pratica, si trattava di difendere lo Stato contro coloro che
lo rappresentavano, lo detenevano. Lo Stato detenuto. E bisognava
liberarlo. Ma era in detenzione anche lui: non poteva che tentare di
aprire una crepa nel muro."
Se di Orwell non si può di certo dire che non riuscisse a vedere
oltre l'attualità, ma che fosse in grado di preconizzare il futuro,
la stessa cosa vale per Leonardo Sciascia, perché in fin dei conti
la strategia della tensione, tutta arroccata in lotte di potere, che
tanto ha insanguinato l'Italia e che ora in altra forma sembra avere
messo radici assai profonde, in un certo senso era stata prevista
dal grande scrittore siciliano.
Forse sperava solo che fosse un'intuizione fantastica, tanto da
pensare di scrivere un libro al riguardo, quel Contesto che poi si
rivelerà drammaticamente anticipatore di un problema da cui ancora
non riusciamo a venire a capo.
Come precisa Sciascia nella nota finale, partendo da un fatto di
cronaca gli venne l'idea di scrivergli attorno un romanzo, puramente
di fantasia, ma si lasciò prendere la mano dalla vicenda di uno
condannato ingiustamente che si mette ad ammazzare giudici e del
poliziotto che gli dà la caccia e che a poco a poco diventa il suo
alter ego; così, nonostante il paese dove accadono i fatti sia del
tutto immaginario, un paese dove i principi, proclamati, vengono
quotidianamente irrisi, dove le ideologie in politica servono solo a
distinguere i contendenti che il potere si assegna, dove l'unica
cosa che conta è il potere per il potere, questo paese piano piano
assume una straordinaria rassomiglianza con l'italico stivale. E
allora la mano comincia a correre per conto suo, trova una strada
ben definita che nella vicenda di fantasia ha tutte le basi di una
realtà oggettiva, così che, come dice Sciascia, questa storia che
cominciò a scrivere per divertimento, la finì che non si divertiva
più.
Romanzo scritto in uno stile particolarmente colto, dove citazioni e
rimandi a filosofi sono piuttosto frequenti, tuttavia in mezzo ai
morti ammazzati, dove una volta tanto la mafia non corrisponde solo
alla Sicilia, ma all'associazione di politici e di istituzioni che,
sulla pelle dei cittadini, conducono la loro lotta di potere, quello
che conta e che offre una dimensione di grande pregio al libro è il
significato del contesto.
E' infatti questo la connivenza che lega gli uomini del potere,
potere che diventa il vero protagonista del romanzo e che per
effetto di legami e di interessi che si intrecciano fra la politica
e le istituzioni, dove tutto si afferma e tutto si nega, in cui è
labile il confine fra governanti e opposizione, diventa la mafia.
Il romanzo è straordinario, di altissima qualità, e quindi è
sicuramente meritevole di essere letto.
Leonardo Sciascia (Racalmuto, 8
gennaio 1921 - Palermo, 20 novembre 1989). E' stato autore di saggi
e romanzi, fra cui: Il giorno della civetta (Einaudi, 1961),
A ciascuno il suo (Einaudi, 1966), Todo modo (Einaudi,
1974), La scomparsa di Majorana (Einaudi, 1975), I
pugnalatori (Einaudi, 1976), Candido, ovvero un sogno fatto
in Sicilia (Einaudi, 1977), Il cavaliere e la morte
(Adelphi, 1988), Una storia semplice (Adelphi, 1989).
Renzo Montagnoli
Ginnastica d'epoca
fredda di Sergio Sozi
Edizioni Historica
www.historicaweb.com
info@historicaweb.com
Postfazione di Gianfranco Franchi
Nota storica a cura di Gianclaudio de Angelini
Collana saggi
Narrativa racconto
Saggio letterario
Strano libro, questo, quasi un ibrido, composto com'è da un racconto
breve e da un saggio letterario, un insieme che normalmente potrebbe
stonare , ma che nel caso specifico offre un risultato pregevole,
risultando entrambi i pezzi due autentici gioiellini.
Comincio dal racconto, né breve, né lungo, oserei dire il giusto,
proprio perché non c'è nulla di troppo, né si notano assenze nel
discorso, condotto in un italiano ormai raro, forbito senza essere
lezioso, scorrevole senza essere impetuoso.
La vicenda in sé è grottesca, perché il protagonista, Poliorcete
Visentini, dove l'etimologia greca del nome significa assaltatore di
città, è l'oggetto di una diabolica scommessa delle autorità
italiane e jugoslave (siamo negli anni cinquanta), un gioco infame a
cui il personaggio si sottrarrà in un finale esemplare, rivendicando
la propria dignità di uomo.
In queste righe, oltre a essere presente tutta l'assurdità della
politica, viene evidenziato il ruolo di suddito di qualsiasi
cittadino, merce di scambio, individuo da dominare, oggetto in
pratica di giochi di potere.
E' questa prospettiva che dona universalità a un racconto che
sembrerebbe agli inizi limitato solo al fenomeno contingente delle
persecuzioni subite nel dopoguerra dagli italiani nei territori
dell'Istria e della Dalmazia.
Sozi sembra dirci che quello che accadde in un certo buio periodo
potrebbe accadere nuovamente, anzi accade sempre, continuamente
entro e oltre ogni confine. E riguardo ai confini pare evidente che
siano solo frutto di un calcolo umano, perché Poliorcete, anche se
sta di là, sempre italiano resta e la sua casa, la sua famiglia sono
un'isola di italianità, perché non è possibile negare le origini, se
non rinunciando alla propria dignità.
In questa doppia chiave di lettura il racconto finisce con
l'assurgere a uno stupendo canto di libertà.
Per quanto concerne il saggio (La Letteratura degli Italiani di
Istria, Quarnaro e Dalmazia - un breve sguardo) presenta la
caratteristica di essere abbastanza breve, eppure esauriente.
Con un'osservazione che parte dal XXIII secolo per arrivare al XX,
Sozi fornisce un quadro di quanti, residenti in quelle terre
geograficamente italiane da sempre, ma politicamente fino alla fine
XVIII secolo, nonché per il breve periodo successivo che va dal 1919
al 1945, hanno lasciato segno in campo letterario, ovviamente
scrivendo nella nostra lingua.
Sono molti di più di quanto si possa pensare, segno di una vitalità
culturale di tutto riguardo e presente ancor oggi in territori che
ormai da tempo non sono Italia, ma Slovenia e Croazia.
La mano di Sozi sa essere leggera, tracciando dei vari autori non
tanto una descrizione didascalica, ma evidenziando il significato
della loro opera rapportato al tempo in cui vissero.
La lettura così si presenta agevole e consente di fare un
progressivo punto della situazione, insomma di avere delle idee un
po' più chiare su quello che è stata la produzione letteraria in
quei territori.
Mi sembra superfluo aggiungere che Ginnastica d'epoca fredda è
sicuramente raccomandabile.
Sergio Sozi è nato a Roma nel
1965 ed è vissuto nel perugino dal 1969 al 2000, anno in cui si è
trasferito prima a Capodistria e poi a Lubiana (Slovenia), dove
attualmente vive e lavora come insegnante d'italiano, giornalista
culturale, scrittore e traduttore dall'inglese, il francese e lo
sloveno. Pubblica di cultura dal 1989 su quotidiani (L'Unità, 10
DIECI diretto da Ivan Zazzaroni, Il Giornale dell'Umbria), blog,
siti e riviste cartacei e telematici e nel 1995 ha fondato e diretto
il trimestrale culturale nazionale ''I Polissènidi''. Il suo primo
libro fu la raccolta poetica ''Oggetti volanti'' (Perugia 2000,
segnalato dal Premio Sandro Penna 1999), seguito da ''Il maniaco e
altri racconti'' (Roma 2007, racconto eponimo segnalato dal Concorso
Scritture di Frontiera).
Il racconto ''Ginnastica d'epoca fredda'', prima di essere
pubblicato in Italia da Historica Edizioni, è stato segnalato e
antologizzato in Croazia nel 2008 a cura del Premio Fulvio Tomizza -
Lapis Histriae. Il suo prossimo libro sarà il romanzo ''Il menú'',
che uscirà dopo l'estate del 2009 per l'editore Castelvecchi.
Renzo Montagnoli
Cefalonia Sangue
intorno alla Casetta Rossa
L'esecuzione degli Ufficiali del 24-25
settembre
1943 e i superstiti della Divisione Acqui
di Paolo Paoletti
Edizioni Agemina
www.agemina.it
Storia
Cefalonia non è solo un'isola greca delle Ionie, meta oggi
turistica, ma è stata anche il teatro di una delle più atroci stragi
compiute dall'esercito tedesco nel corso della seconda guerra
mondiale. Lì nel 1943 era di stanza la Divisione Acqui e dopo
l'armistizio dell'8 settembre resistette ai tedeschi, per giungere
infine alla resa, dopo la quale fu letteralmente distrutta, parte
con omicidi deliberati nel corso di azioni di rastrellamento, parte
con fucilazioni e il tutto per espresso ordine di Adolf Hitler.
Quante furono le vittime? Non si saprà mai, ma, secondo vari computi
e diverse fonti, si calcola siano state fra 1.700 e 9.400.
Paolo Paoletti, storico a cui si devono diverse opere sugli eccidi
compiuti dai nazifascisti e che già aveva scritto dei testi sulla
dolorosa vicenda, con questo nuovo libro preferisce relazionare
ampiamente sulla sorte degli ufficiali italiani a Cefalonia, la
maggior parte fucilati in una località caratterizzata da una casetta
rossa, nel cui cortile attesero, e si può immaginare con quale
strazio, il loro turno nel macabro rituale dell'esecuzione.
L'autore si muove a distanza di molti anni e cerca di arrivare, se
non alla verità, comunque di avvicinarvisi.
Il suo è stato un lavoro metodico, professionale, di ricerca di
documenti, al fine di trarre delle plausibili conclusioni.
Come ogni buon storico non ha la pretesa di essere sicuro nei
risultati e proprio per questo accompagna il lettore con
l'indicazione del metodo esperito, affinché possa comprendere come,
per effetto della cronica disorganizzazione italiana e per il tempo
trascorso, sia riuscito a giungere solo a maggiori chiarimenti del
fatto, con la certezza però che esistono ancora tante zone d'ombra;
insomma, il frutto di tanta certosina pazienza è solo un po' di
verità, ma non la verità.
Laddove ha elementi di valutazione abbastanza attendibili e completi
riesce a spiegare comportamenti e cause, come nel caso
dell'atteggiamento, che personalmente ho sempre considerato poco
chiaro, del comandante della divisione Acqui, il generale Antonio
Gandin, medaglia d'oro al valor militare alla memoria, onorificenza
forse conferita un po' troppo frettolosamente.
L'eccidio di Cefalonia fu un atto veramente criminale, voluto
personalmente da Hitler, e tuttavia non ebbe conseguenze per chi lo
attuò, un ulteriore elemento di straordinaria gravità, questa volta
imputabile agli italiani, come la vicenda dell'armadio della
vergogna, un chiaro esempio di ragion di stato o, meglio, di oscuri
interessi.
Anche Gandin, che pure aveva espresso la devozione al Duce e che era
molto stimato dai tedeschi, fu passato per le armi. Fra l'altro
sembra che non del tutto estraneo alla sorte della divisione Acqui
sia stato anche Mussolini, che da pochissimo liberato dalla
prigionia sul Gran Sasso voleva dimostrare la determinazione
necessaria per riacquistare il potere.
Ma perché fu dato l'ordine di passare per le armi i soldati italiani
a Cefalonia?
Sembrerebbe che la causa dell'eccidio sia stata proprio il
comportamento del generale Gandin, da cui i tedeschi attendevano la
massima collaborazione, alla luce dei suoi precedenti bellici e
della sua fede fascista. In effetti all'inizio delle trattative per
la resa e anche nei giorni immediatamente precedenti il
comportamento del comandante fu consono alle aspettative, ma poi
intervenne qualche cosa (e con tutta probabilità fu l'atteggiamento
di buona parte degli ufficiali e della truppa, che non intendevano
cedere le armi, ma anzi desideravano ricorrervi) che mandò a monte i
piani e precisamente fu il laconico comunicato di Gandin con cui
annunciava che i suoi uomini non volevano arrendersi.
Da lì iniziarono gli scontri, particolarmente sanguinosi.
Fra l'altro, Gandin rimase con la sua divisione, pur continuando a
manifestare un comportamento ben poco chiaro, visto che da un lato
sparava addosso agli ex alleati e dall'altro metteva a loro
disposizione un'ambulanza con tanto di uomini della sanità.
Insomma, questo generale non seppe decidersi del tutto se stare con
l'ex alleato o combatterlo e inoltre dimostrò agli occhi dei
tedeschi l'incapacità di dominare le proprie truppe, due fattori
negativi contemporanei che portarono alla reazione spropositata.
Questa è la parte migliore e più interessante del libro, che
prosegue poi con il tentativo di dare un numero esatto degli
ufficiali fucilati alla casetta rossa, compito improbo, se non
impossibile, e così le ultime pagine risultano costituite da lunghi
elenchi di nominativi, diversi a seconda di chi provvide a stilarli.
E' la parte meno avvincente, ma d'altra parte ha la sua valenza
storica, perché quelli che morirono là, a Cefalonia, sono stati,
tutti, dei protagonisti della storia ed è quindi giusto, o comunque
auspicabile, sapere quanti e chi furono.
Il libro è di indubbio interesse e quindi la lettura è sicuramente
raccomandabile.
Paolo Paoletti
da 25 anni svolge ricerche negli archivi italiani ed esteri.
È stato il primo a portare in Italia gli atti delle commissioni
d'inchiesta inglesi e americane sulle stragi naziste che poi hanno
portato il procuratore Intelisano a cercare e a trovare l'"Armadio
della Vergogna".
Pubblicazioni:
Firenze: giorni di guerra (Ponte alle Grazie, 1992), con Biscarini
Claudio e Meoni Vittorio 1943-1944: vicende belliche e Resistenza in
terra di Siena (Nie, 1994), Sant'Anna di Stazzema. 1944: la strage
impunita (Mursia, 1998), 1944 San Miniato. Tutta la verità sulla
strage (Mursia, 2000), I traditi di Cefalonia. La vicenda della
divisione Acqui 1943 - 1944 (Frilli, 2003), I traditi di Corfù. Quel
tragico settembre 1943 (Frilli, 2003), Firenze agosto 1944. Alleati,
tedeschi, C.T.L.N., partigiani e franchi tiratori nel mese più
sanguinoso della storia fiorentina (Agemina, 2004), La strage di
Fossoli. 12 luglio 1944 (Mursia, 2004), Il delitto Gentile.
Esecutori e mandanti. Novità, mistificazioni e luoghi comuni (Le
Lettere, 2005), Il capitano Apollonio l'eroe di Cefalonia. La
manipolazione della storia sulla divisione Acqui (Frilli, 2006),
Cefalonia 1943: una verità inimmaginabile (Franco Angeli, 2007),
Volontari armati italiani (Frilli, 2008), Vallucciole: una strage
dimenticata. La vendetta nazista e il silenzio sugli errori
garibaldini nel primo eccidio indiscriminato in Toscana (Le Lettere,
2009).
Renzo Montagnoli
Il futuro bruciato
come ci stanno incenerendo la salute insieme
al pianeta
di Stefano Montanari
Illustrazioni di Vilfred Moneta
Edizioni Creativa
www.edizionicreativa.it
Collana dissensi
Saggistica
Il filosofo greco Anassagora scriveva all'incirca 2.500 anni fa "Nulla
si crea, tutto si trasforma, nulla si distrugge." Ci vollero
però ben 2.200 anni perché questa teoria potesse essere dimostrata
dal grande chimico francese Antoine Laurent de Lavoisier.
In quelle poche parole, in quel nulla si crea, tutto si trasforma,
nulla si distrugge c'è una verità assoluta che solo un essere stolto
come l'uomo, per vanità e potere, non riconosce.
Ora Stefano Montanari, con questo saggio Il futuro bruciato,
ha svolto un lavoro di grandissima utilità, rivolto soprattutto ai
giovani e alle future generazioni affinché comprendano gli errori
compiuti dagli esseri umani negli ultimi 200 anni della nostra
storia, cioè da quando, nella seconda metà del XVIII secolo è
iniziata la rivoluzione industriale e con essa un consumismo
diventato sempre più sfrenato che ha depauperato le risorse del
pianeta e creato una quantità di immondizia tale da superare
abbondantemente tutta quella accumulata dagli albori dell'homo
sapiens fino appunto alla metà del '700.
Ma Il futuro bruciato è utile anche per noi, per comprendere
quanto siamo stati turlupinati - e continuiamo a esserlo - da
individui solo apparentemente disinteressati, disposti a tutto per
raggiungere i profitti, anche negando ogni evidenza.
Il percorso tracciato da Montanari parte dalla scoperta del fuoco,
dalla sua lenta applicazione per migliaia di anni, e poi
all'improvviso aumento della richiesta di energia con l'avvento
dell'industrialismo. Fonti energetiche prescelte, sprechi,
spazzatura hanno condizionato un pianeta al punto che ora lo stesso
appare agonizzante e poiché nulla si crea, nulla si distrugge, tutto
si trasforma, l'uomo è riuscito in un compito quasi impossibile,
cioè rendere invivibile la propria esistenza. L'analisi dell'autore
è impietosa, non si limita a una semplice denuncia, ma indica anche
soluzioni fattibilissime e non campate in aria, e che proprio per
questo non verranno adottate dai governi perché minano l'interesse
dei soliti pochi.
Il ricorso alle inesauribili energie alternative, quali il solare e
l'eolico, porterebbe un duplice vantaggio: non depauperare
ulteriormente il pianeta e non produrre scorie, sia sotto forma di
ceneri che di gas, nell'ottenere energia.
I famosi inceneritori, pomposamente chiamati termovalorizzatori,
producono un'energia ben inferiore a quella che è stata necessaria
per ottenere il combustibile (l'immondizia), oltre a liberare
nell'atmosfera gas tossici, particelle infinitamente piccole, ben
inferiori ai PM10, di notevole pericolosità per la salute umana.
Al riguardo è giusto che si sappia che nelle vicinanze degli
inceneritori, così come nel circondario di una centrale nucleare, il
numero degli abitanti con neoplasie è di gran lunga superiore alla
media nazionale. Le autorità lo negheranno, forniranno dati
addomesticati, ma purtroppo è così.
Se vogliamo poi limitare la massa delle spazzature dobbiamo rivedere
il nostro modello di vita, comprando solo ciò che è effettivamente
necessario, perché con il superfluo facciamo l'interesse di pochi,
danneggiando tutti. Quindi è solo un apparente arretramento del
nostro status economico, dove al concetto di quantità sovrabbondante
si sostituisce quello di qualità della vita. Basta poco per
cominciare, come, per esempio, abolire gli usa e getta, ritornando a
quei vuoti a rendere per il latte, per il vino, per la birra che
erano la norma nemmeno una cinquantina di anni fa.
Il futuro bruciato, quindi, è più di un
libro da leggere, è quasi la Bibbia dell'uomo consapevole e che
desidera ritornare a una vita migliore. Sarebbe da diffondere in
ogni scuola, dovrebbe essere studiato, ma intacca troppo lo status
quo di chi ci comanda e allora non posso far altro che
raccomandarvene la lettura, gratificata anche dalle riuscitissime
vignette di Vilfred Moneta.
Stefano Montanari
Dal 1972 è impegnato nella ricerca medica e nel 1997 è stato
protagonista insieme con la moglie Antonietta Gatti di una scoperta
destinata a cambiare la Medicina: le polveri sottili e ultrasottili
prodotte da tante attività umane sono in parte catturate e
trattenute dall'organismo dove causano una serie di malattie
chiamate nano patologie. Montanari non è solo uomo di scienza ma
anche un appassionato divulgatore rivolto soprattutto ai giovani che
erediteranno il mondo.
Vilfred Moneta
Più vignettista che illustratore, ha collaborato satiricamente per
il blog Beppe Grillo, e per lui ha inoltre realizzato lo storico
simbolo del primo V-DAY. Diverse collaborazioni con periodici e
quotidiani nazionali, alcune mostre satiriche alle spalle, da anni è
professionalmente legato al mondo del teatro ragazzi, e, con
rinnovato entusiasmo alla compagnia Il Piede Volante Teatro di cui è
co-fondatore. L'istruzione sportiva e i viaggi non lo hanno ancora
abbandonato.
Renzo Montagnoli
Due racconti deliziosi
Juve-Napoli 1-3 La presa di Torino,
di Maurizio de Giovanni
- Edizioni Cento Autori
Ti racconto il 10 maggio, di
Maurizio de Giovanni
- Edizioni Cento Autori
Premetto che il mondo del calcio, quello sportivo, professionistico
per intenderci, mi ha sempre interessato poco, anche se in gioventù,
quando il Mantova era in serie A, seguivo tutte le partite in casa,
attirato, più che dall'incontro, dalla varietà dei personaggi
presenti sugli spalti, un campionario di individui di indubbio
interesse.
Maurizio de Giovanni, scrittore di razza e di alta qualità (sua è la
serie di bellissimi romanzi con protagonista il commissario
Ricciardi), napoletano verace, ha ovviamente nel cuore la squadra di
calcio della sua città e con questi due racconti la coglie nel
momento del suo splendore, partendo dalla prima insperata vittoria a
Torino sulla Juventus per finire al 10 maggio 1987 con la conquista
del primo scudetto.
La passione per questo sport è presente nel narratore, ma è
preponderante l'osservazione dell'ambiente, degli uomini che si
agitano negli stadi, insomma diciamo che, un po' come me, ha un
occhio più alle gradinate che al campo di gioco. Quello che lo
differenzia da me è il saper tramutare in parole scritte le
sensazioni e le emozioni di quei momenti, con una verve comica che
non nasconde anche una certa ironia, più verso se stesso per quella
trepidazione per la squadra del cuore di cui è orgoglioso, pur nella
consapevolezza dell'incomprensibile irrazionalità che è propria del
tifoso.
Dalla sua penna escono così pagine memorabili, con protagonisti che
se non sapessi per esperienza che esistono sembrerebbero inventati,
in un'atmosfera gioiosa che non può non trascinare all'entusiasmo il
lettore anche se non sostenitore della squadra partenopea.
Più ilare il primo racconto (Juve - Napoli 1-3) e invece più
riflessivo, quasi a voler far emergere dalla memoria i particolari
di un giorno indimenticabile il secondo (Ti racconto il dieci
maggio), restano comunque due splendidi esempi delle capacità di
questo scrittore che, oltre a un'indubbia eccellenza stilistica,
rivela un'indole non comune nel saper scrutare nell'animo dei
protagonisti, andando ben oltre quelle che possono solo sembrare le
apparenze dei gesti e dei comportamenti.
Leggere le pagine di questi due piccoli libri è stato veramente
piacevole, addirittura coinvolgente, e quindi sono dell'idea che
possano interessare non solo i napoletani, che pure ne hanno fatto
incetta, ma tutti, in uno sport come il calcio fatto non solo da
ventidue uomini in campo che corrono dietro a una palla, ma anche da
un numero imprecisato di individui che, trepidanti sugli spalti,
corrono con loro.
Maurizio de Giovanni è nato nel
1958 a Napoli, dove vive e lavora.
Ha pubblicato:
Il senso del dolore. L'inverno del commissario Ricciardi
(Fandango Libri, 2007), Le beffe della cena ovvero piccolo
manuale dell'intrattenimento in piedi (Kairòs, 2007), La
condanna del sangue. La primavera del commissario Ricciardi
(Fandango Libri, 2008), Juve-Napoli 1-3 La presa di Torino
(Cento Autori, 2008), Il posto di ognuno. L'estate del
commissario Ricciardi (Fandango Libri, 2009), Ti racconto il
dieci maggio (Cento Autori, 2009).
Renzo Montagnoli
Le quattro stagioni di
un viaggiatore solitario di
Massimo Baldi Edizioni Creativa
www.edizionicreativa.it
Nota iniziale dell'autore
Collana Versi Creativi
Poesia silloge
Il titolo è abbastanza eloquente e la nota introduttiva dell'autore
fuga ogni eventuale dubbio: le quattro stagioni sono quelle
dell'esistenza, sempre uguali, ma giustamente sempre diverse fra
loro.
Largo spazio e prevalenza di poesie è per quelle d'amore, così che
non è difficile arguire che le stagioni del cuore appaiono
all'autore quelle determinanti e che rendono il percorso terreno
unico, irripetibile e fantastico.
E' un tripudio così di omaggi alla compagna di una vita, osservata
solo con gli occhi estasiati che può avere un poeta innamorato (Io,
te e una terrazza sulla fine rena sabbiosa: / mille, e poi altre
mille, onde spumose / in lontananza si increspano /…) oppure (Nei
tuoi occhi smeraldo rinasco ogni mattino / e del tuo virgineo
sorriso mi compiaccio. /…).
Appare così indubbia l'essenza emotiva che ispira e anima i versi e
del resto che l'amore faccia andare il mondo non è solamente una
frase fatta, ma è riscontrabile realtà, anche se purtroppo ai tempi
attuali ci sono altri stimoli, ben diversi e spesso infimi, che
sembrano presiedere alle vite degli individui.
Se nell'amore non c'è spazio per le metafore, nella tarda stagione,
l'ultima, il ricorso a questo tropo trova il risultato migliore in
La locomotiva in pensione (Sbuffa la vecchia locomotiva a vapore,
/ è un puntino lontano e avanza veloce in una / nuvola grigia: / e
le ruote stridono, puzzo di ferro sulla strada / ferrata; / undici
vagoni fedeli la seguono, in lenta processione. /…).
C'è anche spazio per lo sdegno causato dalla guerra, ma soprattutto
per quello provocato dall'indifferenza, che senz'altro costituisce
uno degli aspetti più negativi dell'attuale società.
E' una visione sconsolata della vita che ha questo viaggiatore
solitario, inteso in tal senso in quanto sconosciuto agli altri
compagni di percorso; nondimeno sembra dirci che tutto può
ricominciare con l'amore, salvezza e anche inizio di un nuovo mondo.
Non manca anche la poesia religiosa, semplice, non tronfia o
retorica, ma che sembra il frutto di un dialogo intimo fra il poeta
e Dio.
Concludono questo libro alcuni aforismi, o perle di saggezza come
preferisco chiamarli io, e uno in particolare mi ha colpito per la
sua logica stringente e perché rientra giustamente nel concetto di
vita come quattro stagioni.
L'uomo
L'uomo giovane sperimenta la vita, il dolore, la
gioia, l'ira, l'amore, il sesso, la colpa, l'espiazione,
l'uomo vecchio la contempla con distacco e
saggezza.
E non poteva mancare quello sull'amore, che tuttavia non riporto,
per quanto riuscitissimo, invitandovi quindi a prendere per le mani
questo libro e a leggerlo con calma, perché vi assicuro che ne vale
la pena.
Massimo Baldi è nato il 30
aprile del 1966 a Torre del Greco, in provincia di Napoli.
Attualmente risiede a Marino, ridente località dei Castelli Romani
ed è felicemente sposato dal 1999: usa affermare, senza ombra di
dubbio, che la sua compagna di vita rappresenta la Musa ispiratrice,
una persona indispensabile come aria e ricca di infinite virtù.
Laureato brillantemente in ingegneria elettrotecnica nel marzo del
1993, lavora come consulente aziendale nel settore dell'Information
Technology, tuttavia non ha mai smesso di coltivare l'immensa
passione per l'archeologia, in particolare per la civiltà
dell'Antico Egitto e, soprattutto, per la poesia, che ama sin
dall'adolescenza; sognatore, romantico, caparbio e genuino, adora il
contatto con la natura e ama viaggiare, conoscere nuovi luoghi,
nuove culture.
Ha pubblicato la sua prima silloge, in qualità di co-autore,
all'interno della collana "Spazio a chi sa scrivere"- Spiragli 54
nel 2003 (Editrice Nuovi Autori); tra il 2006 e il 2008 alcune sue
poesie sono state inserite nell'antologia L'Eco del vento e
all'interno della rivista quadrimestrale "Poeti e Poesia" (Editrice
Pagine).
Altre sue poesie sono presenti su Siti letterari on line e sul suo
blog personale.
Ha pubblicato il mio primo libro di poesie "a solo" Le quattro
stagioni di un viaggiatore solitario nel febbraio 2009 con la Casa
Editrice Creativa e ha in cantiere numerosi altri progetti.
Blog:
http://maxbaldi.splinder.com/
Renzo Montagnoli
Il posto di ognuno.
L'estate del commissario Ricciardi
di Maurizio de Giovanni
Fandango Libri
www.fandango.it
Narrativa romanzo
Come ho aperto il libro ho avuto chiara la sensazione di aver
ritrovato dei vecchi amici, di quelli con cui ci si vede magari solo
una volta all'anno. C'è il brigadiere Maione un po' ingrassato,
tanto che si è messo a dieta e poi c'è l'Enrica, una presenza
silenziosa, non appariscente, ma capace di dare luce a una notte e a
un'intera vita. Il dottor Modo, nonostante il suo antifascismo, è
ancora lì e sembra dirmi che la vita deve essere presa con ironia,
sì con uno spirito leggero, e se detto da lui c'è da credergli,
perché i suoi clienti non sono di certo ciarlieri, muti come possono
solo esserlo i cadaveri.
E poi c'è lui, quegli occhi intensi, in cui sembra galleggiare il
dolore del mondo, un uomo Ricciardi a cui tenderei subito la mano
per prendere un po' della sua sofferenza e per vederlo un po'
sereno, magari al braccio di Enrica, la cui madre s'è messa in testa
di accasarla con un bellimbusto e nemmeno a farlo apposta la giovane
deve anche confrontarsi con la bellissima Livia, che si è
incapricciata del commissario, il tutto nel corso di una difficile
indagine per la soluzione di un efferato delitto e in un'estate
particolarmente torrida.
Cari amici, tutti, è sempre un piacere essere con voi, anno dopo
anno, stagione dopo stagione, entrare in quelle pagine per
presenziare, ospite invisibile, alle vostre storie, per essere
partecipi della vostra esistenza che non ha nulla di titanico, di
grandioso, ma che riflette i vostri caratteri fondamentalmente
buoni, con quel senso di pietà che vi accompagna di fronte alle
vittime dei delitti e davanti agli omicidi che assicurate alla
giustizia.
Caro Maione, caro Ricciardi, cara Enrica, non sapete quanto mi siete
mancati dal nostro ultimo incontro. Ora vi vedo nuovamente, fra le
pagine del libro che sfoglio, fra le righe che divoro, coricato sul
letto la sera in attesa di un sonno che, grazie a voi, non potrà che
essere ristoratore, accompagnato dalla vostra presenza nei miei
sogni.
Lo so che quanto ho scritto è un po' strano per una recensione, per
quelle righe che un lettore attento compone per giustificare il suo
giudizio su un'opera.
Ma voi siete quest'opera, voi e tutti i personaggi che la animano,
in un'atmosfera falsa tipica di un regime, dove non si deve parlare
né di miseria, né di crimini.
A volte pure mi commuovo, e voi non ve ne accorgete, perché non mi
vedete e forse è anche meglio, perché così non perdete quella
naturalezza di gesti e di comportamenti che vi contraddistingue.
Stare con voi è meglio di vedere un film della televisione, essere
insieme a voi è un confrontarsi continuamente, riscoprendo quei vizi
e quelle virtù che, in maggiore o minor misura, sono dentro di noi.
Voi siete un'umanità reale, tangibile, che ora non si trova più in
un mondo in cui ognuno è diverso da quel che appare; voi invece
siete limpidi, con i vostri sentimenti, le vostre emozioni, i vostri
amori, le gelosie, il desiderio di un mondo più giusto. In
proposito, cari Ricciardi e Maione mi piacete tanto perché non siete
dei giustizieri, ma cercatori di verità, incrollabili, tutti tesi
allo scopo, ma anche misericordiosi, comprensivi senza indulgere al
troppo facile perdono.
Siamo arrivati all'estate e poi ci sarà l'autunno, l'ultima delle
quattro stagioni, a quanto pare.
Ma io vi voglio vedere, vi voglio ritrovare ogni anno e anche se non
sono napoletano prego San Gennaro perché sia così e che illumini
Maurizio de Giovanni, pure lui presente e invisibile a voi, ma che,
a differenza di me, vi suggerisce ogni passo.
Anche a nome vostro chiedo perciò a San Gennaro di farci la grazia
che de Giovanni continui a permettere questi nostri indimenticabili
incontri.
Quanto a voi, in preda alla commozione, dico arrivederci, cari,
grandi, splendidi amici, come splendido è il libro che vi racchiude.
Maurizio de Giovanni è nato nel
1958 a Napoli, dove vive e lavora. Ha pubblicato i primi tre titoli
della serie del Commissario Ricciardi Il senso del dolore (2007), La
condanna del sangue (2008) e Il posto di ognuno (2009) con Fandango
Libri.
Renzo Montagnoli
Come diventare
scrittori oggi di Andrea
Mucciolo Eremon Edizioni
In libreria da settembre 2009
Come scrivere un romanzo? A quale casa editrice inviare la propria
opera? Come inviare un testo e come presentarsi a un editore? Come
promuovere voi stessi e il vostro libro? Dove e come trovare
l'ispirazione?
In questo libro, ricco di consigli e informazioni utili per tutti
gli aspiranti scrittori, l'autore senza faziosità alcuna e con
estrema obiettività, darà una risposta a questi interrogativi,
comuni a tutti coloro che si apprestano ad inviare la propria opera
presso una casa editrice o semplicemente a chi voglia intraprendere
la strada della scrittura. Particolare attenzione viene rivolta a
tutto ciò che riguarda la promozione del proprio libro e la
diffusione della propria immagine di scrittore. Ogni argomento verrà
trattato dall'autore da più libere angolazioni affinché l'autore
esordiente, che vuol saperne di più sull'ambiente editoriale e
letterario, possa sì imparare delle nozioni in più, ma al tempo
stesso essere libero di ragionare con la propria testa e di formarsi
delle idee autonome, prendendo come spunto il presente saggio.
Il libro è rivolto a tutti coloro che scrivono perché vogliono
pubblicare; il testo quindi è principalmente incentrato sulla
scrittura vista come un mezzo, non come un fine.
http://www.galassiaarte.it/come_diventare_scrittori_oggi.html
Andrea Mucciolo
Andrea Mucciolo, è uno scrittore e web designer, nato a Roma, l'11
luglio del 1978.
A partire dal 2005, inizia a collaborare con alcune case editrici
svolgendo attività di promotore editoriale e in seguito correttore
di bozze.
In seguito, comincia a dedicarsi molto alla scrittura di poesie e
racconti brevi, alcuni dei quali sono stati pubblicati sulla Rivista
Inchiostro:
"Sono io?" "Inchiostro" (nº 55) sezione "racconti bonsai";
"Leti 40234627" racconto di fantascienza, "Inchiostro" (nº 56);
"Non ci sono più le mezze stagioni" "Inchiostro" (nº 58);
"Il lavoratore" racconto bonsai, "Inchiostro" (nº 58);
"Etera" poesia, "Inchiostro" (nº 61).
Nel 2006, pubblica il suo primo romanzo, "Divieto d'uscita" edito
dalla Eremon Edizioni.
Nel 2007, oramai nel pieno della sua produzione letteraria, fonda il
portale d'arte e letteratura esordiente www.galassiaarte.it nel
quale, tra le altre cose, ha dato visibilità a centinaia di
scrittori e poeti emergenti, pubblicando gratuitamente on line le
loro opere.
Attualmente Andrea vive ad Ardea, in provincia di Roma, svolgendo
attività di webmaster e web designer come libero professionista,
occupandosi anche di seo e web marketing. Nel tempo libero, scrive
racconti e poesie, alcuni dei quali vengono pubblicati su riviste di
narrativa.
Un ordinato groviglio
di Piera Maria Chessa Edizioni
Il Filo www.ilfiloonline.it
Prefazione di Maria Paola Sambusseti
Postfazione di Anna Maria Capraro
Poesia silloge
Il verso poetico può essere un mezzo per rappresentare la visione
personale della vita in un approccio di carattere filosofico e
allora la lettura, se pur appagante, diviene complessa.
Ma ci sono anche poesie di diversa natura, dove è la parola stessa
che è "poesia", che serve a descrivere situazioni all'apparenza di
normale quotidianità e che per l'autore rappresentano stati emotivi
che danno luogo a riflessioni.
Sono, queste, composizioni più semplici, più accessibili, ma non per
questo meno valide e che alla fine consentono una lettura egualmente
appagante e coinvolgente.
E' il caso di Un ordinato groviglio, di Piera Maria Chessa,
un librettino che procede per temi, ognuno dei quali corrisponde a
situazioni ben precise e definite. Si passa così da quell'atmosfera
intima, quasi ovattata di Nei silenzi della casa (Abbandonano i
rami / le foglie secche del mio giardino. / Cadono leggere
scricchiolando / sulla terra bagnata, / coprendo l'erba lucente di
rugiada. /…) alle osservazioni attente, memorizzate di Per le strade
( Firenze la ricordo / dall'alto dei colli di Fiesole, / distesa
sotto il mio sguardo ammirato. / Sentivo di possederla, / mi sentivo
posseduta / in quel groviglio ordinato / di case e viali. /…).
C'è anche spazio per i Ritratti di comuni figure che
accompagnano la nostra vita (Ti osservo, bambino, / chino sul
foglio nel quale scrivi. / Mi colpisce il tuo incarnato chiaro, /
levigato, i lineamenti puri, / la tua riservatezza. / …) e poiché la
vita ci racchiude quasi sempre fra pareti invisibili ecco allora Il
prigioniero (Il prigioniero cammina lento / nella cella / ascoltando
la pioggia che batte / sul vetro opaco del lucernario. /…).
Tutto ciò che è esistenza, un viaggio in corso con le sue tappe, i
suoi avvenimenti, i ricordi, le pene rientrano negli svolgimenti
della poetessa e fra questi c'è anche La certezza del dolore
(L'auto è in sosta, / una donna straniera tende / la sua mano. /
Un intreccio di sguardi / e la muta richiesta / di aiuto. /…), né
poteva mancare la memoria di chi non c'è più o di fatti irripetibili
che ritroviamo ne Il quaderno delle assenze (…/ Non ci sei / ma il
tuo ricordo mi accompagna, / anticipa i passi / preparando la via
sulla quale cammino.).
La vita è un inevitabile intreccio di eventi, di persone, di
sensazioni, di emozioni, un disordinato groviglio della mente che
Piera Maria Chessa con questa silloge ha sistemato, mettendo ordine
in quel caos che è il nostro passato, un indispensabile riassetto
per poter proseguire.
La lettura di questo libro è senz'altro consigliabile.
Piera Maria Chessa è nata a
Pattada (SS) il 13 giugno del 1949. Si è laureata in Pedagogia nel
1975 presso la Facoltà di Magistero dell'Università di Sassari. Vive
e insegna a Oristano. E' socia dell'Associazione Culturale
pARTIcORali della sua città ed è curatrice del blog
www.imuliniavento.splinder.com.
Ha partecipato a numerosi concorsi letterari ottenendo premi e
segnalazioni di merito, e alcuni suoi componimenti sono ricompresi
in antologie.
Renzo Montagnoli
I pugnalatori
di Leonardo Sciascia Adelphi
Edizioni
Nota finale dell'autore
Collana Piccola Biblioteca Adelphi
Narrativa romanzo storico
Il 1° ottobre 1962 la città di Palermo è funestata da una terribile
azione criminale; infatti, alla stessa ora, e in luoghi diversi
tredici persone, in nessuna relazione fra loro, vengono pugnalate da
sconosciuti. A investigare sul grave fatto di sangue, che appare
subito come il frutto di una sordida macchinazione, è il procuratore
Guido Giacosa, piemontese e da poco dimorante in Sicilia. Riuscirà,
con non poche difficoltà, a scoprire i colpevoli e anche i mandanti,
ma questi ultimi sono personaggi di elevato livello e il povero
magistrato ne uscirà distrutto.
Da un fatto veramente accaduto, Leonardo Sciascia costruisce qualche
cosa di più di un romanzo storico, ma un'indagine nell'indagine, una
serrata e logica dissezione del potere che, nelle sue faide,
richiama comportamenti che saranno motivo di lutti più di un secolo
dopo.
E' veramente rilevante la lucidità con la quale lo scrittore
siciliano descrive l'atmosfera dell'epoca, di una Sicilia da poco
parte del Regno d'Italia, con i nobili locali che proseguono nel
loro assurdo gioco di abbracciare la causa del nuovo governante, per
poi immancabilmente chiedere il ritorno del precedente, tutti tesi a
speculare vantaggi spesso risibili.
In un complotto di grande portata solo l'opera di Giacosa, onesto e
ligio funzionario di giustizia, riesce a impedirne la prosecuzione,
volta a creare destabilizzazione, sfiducia, paura nei cittadini per
stragi inspiegabili che purtroppo ricorrono nella storia del nostro
paese. Gli indizi, le prove sono tali da consentire la condanna
degli esecutori e dei mandanti, ma nelle mani del boia finiranno
solo quei pugnalatori che per una modesta somma hanno sparso il
terrore in città. La testa del serpente, nobili ed ecclesiastici,
non viene nemmeno scalfita, nella logica aberrante che i poteri e i
contropoteri sono composti da individui della stessa pasta, una
specie di confraternita che gioca a una guerra le cui vittime sono
solo i cittadini.
I pugnalatori è indubbiamente un'opera minore, ma il pensiero
di Sciascia la permea dalla prima all'ultima riga. E infatti il
romanzo termina con una frase che abbiamo già sentito troppe volte:
Ad un certo punto del suo intervento sull'interpellanza La Porta,
Francesco Crispi aveva detto:- Penso che il mistero continuerà e che
giammai conosceremo le cose come veramente sono avvenute.
Sciascia laconicamente aggiunge: Si preparava così a governare
l'Italia.
La lettura è più che consigliata.
Leonardo Sciascia (Racalmuto, 8
gennaio 1921 - Palermo, 20 novembre 1989). E' stato autore di saggi
e romanzi, fra cui: Il giorno della civetta (Einaudi, 1961),
A ciascuno il suo (Einaudi, 1966), Todo modo (Einaudi,
1974), La scomparsa di Majorana (Einaudi, 1975), I
pugnalatori (Einaudi, 1976), Candido, ovvero un sogno fatto
in Sicilia (Einaudi, 1977), Il cavaliere e la morte
(Adelphi, 1988), Una storia semplice (Adelphi, 1989).
Renzo Montagnoli
ÉMILE ZOLA
SCRITTORE SPERIMENTALE
Per la ricostruzione di una
poetica della modernità
di
Giuseppe Panella
Edizioni
Solfanelli
www.edizionisolfanelli.it
Saggistica letteraria
Devo ammettere che
risulta assai difficile, o addirittura quasi impossibile, scrivere
la recensione di un saggio letterario capace di affrontare la figura
di uno scrittore come Emile Zola, fondatore del Naturalismo,
corrente letteraria che si ispira, come metodologia, a Claude
Bernard, grande medico francese, autore dell’Introduzione alla
medicina sperimentale.
Precursori di questa concezione, antitetica del romanticismo e che
si basa sul fatto che la psicologia dell’uomo debba essere
considerata alla stessa stregua di ogni fenomeno naturale e quindi
con la stessa evoluzione di causa ed effetto, furono senza dubbio
Balzac e Flaubert, ma Zola fu colui che la sviluppò ai massimi
livelli.
Del resto nel Saggio su Il romanzo sperimentale che comprende tutti
gli scritti teorici pubblicati da Zola nel 1880, lui stesso
definisce il romanzo una conseguenza dell’evoluzione scientifica
del secolo; esso è, in una parola, la letteratura della nostra età
scientifica, come la letteratura classica e romantica corrispondeva
a un’età scolastica e di teologia.
Da qui l’osservazione diretta di esseri umani, dei loro
comportamenti, delle loro reazioni, dei loro ambienti,
indispensabile per scrivere un romanzo.
E infatti le descrizioni sono improntate al più rigoroso realismo,
il che se incontrò notevoli favori, però diede luogo anche a
reazioni piuttosto accese negli ambienti più conservatori
dell’epoca.
Benché da noi più conosciuto per Teresa Raquin, per Nanà,
Germinal e La bestia umana, il grosso della sua
produzione va ascritto al Ciclo de I Rougon-Macquart, di cui
peraltro fanno parte gli ultimi tre dei succitati romanzi.
Si tratta di una serie di opere (una ventina) in cui l’intima
connessione tra i protagonisti del gruppo familiare e sociale ivi
descritto rende la loro storia esemplare, anzi la vera storia
narrata del Secondo Impero Bonapartista.
E qui l’adesione al modello di scienza sperimentale teorizzato da
Bernard trova la più completa delle applicazioni nelle azioni, nelle
passioni, nei comportamenti dei componenti di questa stirpe,
all’origine dei quali vi è un’accertata lesione organica, cioè
secondo la moderna terminologia ci sono elementi del codice genetico
che finiscono con il condizionare i discendenti, segnandone in
pratica l’esistenza.
Con questi presupposti e con lo spietato realismo che induce lo
scrittore a osservare con la massima attenzione il comportamento di
soggetti reali analoghi ai personaggi della vicenda, è evidente che
lo spazio per la creatività si riduce alquanto, finendo con il
costituire solo l’ossatura del racconto, il fil rouge intorno al
quale gira tutta la storia.
Questo saggio, peraltro facilmente accessibile come esposizione,
presenta l’indubbio vantaggio di parlare, in modo coordinato e
razionale, di questa continua sperimentazione di Zola, riportando
anche brevi brani di alcuni romanzi, giusto per chiarire
ulteriormente i concetti.
Quindi sono dell’idea che possa costituire uno strumento
indispensabile per lo studioso dell’autore francese e anche una
fonte di conoscenza per chi voglia comprendere un periodo storico e
una corrente letteraria di rilievo quale fu il Naturalismo.
Giuseppe Panella
si è laureato in filosofia presso la Scuola Normale Superiore di
Pisa dove attualmente insegna. Si è occupato di storia
dell’estetica, ha curato la Lettera sugli spettacoli di Jean Jacques
Rousseau per Aesthetica (Edizioni di
Palermo) e Il paradosso sull’attore di Denis
Diderot (La Vita Felice di Milano) e in particolare del
concetto di Sublime, Il Sublime e la prosa. Nove proposte di analisi
letteraria (Clinamen, Firenze 2005). Più
recentemente è passato ad occuparsi di teoria della letteratura e di
filosofia del romanzo moderno, ha curato l’edizione del romanzo
Jcosameron di Giacomo Casanova (La Vita
Felice, Milano 2002) e i volumi monografici: Alberto Arbasino (Cadmo,
Firenze 2004), Lo scrittore nel tempo. Friedrich Dürrenmatt e la
poetica della responsabilità umana (Solfanelli,
Chieti 2005 e Il lascito Foucault (Clinamen,
Firenze 2006) in collaborazione con Giovanni
Spena. Come poeta, ha pubblicato otto volumi di poesia, tra
i quali Il terzo amante di Lucrezia
Buti (Polistampa,
Firenze 2000) ha vinto il Fiorino d’oro del Premio Firenze dell’anno
successivo.
Renzo Montagnoli
Sostiene Pereira di
Antonio Tabucchi Giangiacomo
Feltrinelli Editore Milano
Nota dell'autore
Universale Economica Feltrinelli
Narrativa romanzo
Sostiene Pereira di averlo conosciuto in un giorno d'estate.
Inizia così il romanzo di Antonio Tabucchi e quel "sostiene Pereira"
viene ripetuto più volte, in modo quasi assillante, e conclude pure
l'opera, come se l'autore l'avesse scritta con questo Pereira
davanti a lui, tutto preso da una confessione, o meglio ancora da
una deposizione.
Da una vicenda di fantasia nasce così una trama che ha tutta la
parvenza della realtà e che descrive mirabilmente la dittatura in
Portogallo di Salazar, ricreando un'atmosfera sempre più opprimente
in un contesto di fatti comuni, di piccole cose che danno
esattamente l'idea di quel che è la mancanza di libertà.
A suo modo Sostiene Pereira è un romanzo storico, ambientato
nell'estate del 1938 a Lisbona, un periodo in cui è ancora in corso
la guerra in Spagna e Italia e Germania volano, ormai senza
possibilità di ritorno, verso il grande conflitto mondiale.
Pereira è un giornalista di una certa età, vedovo e solo, che ha
abbandonato la cronaca nera di cui si è occupato per tanti anni per
curare la pagina letteraria di un quotidiano, il Lisboa.
E' un uomo qualunque, quieto, senza idee politiche, tutto dedito
alla sua passione per la letteratura, soprattutto quella francese.
Non ignora di vivere in una dittatura, ma non se ne cura, proprio
perché è riuscito a creare un mondo alternativo, rifugiandosi nelle
lettere.
La sua vita verrà sconvolta da un evento imprevisto, dalla vicenda,
triste, di un giovane che non ci sta a vivere sotto un regime.
Piano piano in Pereira avviene una metamorfosi, comincia a porsi
delle domande, sorgono dei dubbi, scopre che in lui esiste un'altra
personalità, teoria suffragata da un discorso sulla Confederazione
delle anime che gli fa un medico di un centro talassoterapico, dove
trascorre una settimana per lenire i suoi acciacchi.
E alla fine non resterà più insensibile al tormento della dittatura,
con un gesto clamoroso di ribellione che lo costringerà a emigrare.
Sostiene Pereira, però, non è solo un romanzo storico, ma va
assai oltre, perché implicitamente pone la domanda se sia giusto che
un intellettuale viva in un mondo tutto suo, avulso dalla realtà che
lo circonda. No, sembra dirci Tabucchi, un letterato, un uomo di
cultura prima di tutto ha l'obbligo di non nascondersi fra i suoi
libri, ma di evidenziare i pericoli, la gravità di un sistema che
opprime i cittadini, senza che sia necessario avere idee politiche.
La cultura è libertà e quindi non può rendere insensibile chi la
segue alla realtà di ogni giorno, non deve costituire un alibi per
non vedere, ma è indispensabile che sia la base per denunciare
quello di cui altri non si accorgono, o di cui, per timore, non
vogliono accorgersi.
Questo è il grande messaggio del libro e in questo valore universale
il romanzo va quindi ben oltre il genere storico e ne spiega il
clamoroso successo di critica e di pubblico.
Ricordo fra l'altro che ne è stato tratto un bellissimo film
interpretato da un Marcello Mastroianni al meglio delle sue notevoli
qualità.
Sostiene Pereira è un romanzo senza tempo, di un'attualità e
di una universalità assai rara e quindi sono dell'opinione che la
sua lettura sia più che raccomandabile.
Antonio Tabucchi è nato a Pisa
il 24 settembre 1943. Grande appassionato di letteratura portoghese,
oltre che insegnarla all'università, è il maggior conoscitore,
critico e traduttore delle opere di Fernando Pessoa.
Ha pubblicato, fra l'altro:
Piazza d'Italia (Bompiani, 1975), Il piccolo naviglio (Mondadori,
1978), Notturno indiano (Sellerio, 1984), Piccoli equivoci senza
importanza (Feltrinelli, 1985), Un baule pieno di gente. Scritti su
Fernando Pessoa (Feltrinelli, 1990), Sostiene Pereira (Feltrinelli,
1994), La testa perduta di Damasceno Monteiro (Feltrinelli, 1997),
Gli Zingari e il Rinascimento (Feltrinelli, 1999), Tristano muore
(Feltrinelli, 2004).
Ha ricevuto numerosi premi, fra i quali il Pen Club Italiano, il
Campiello, il Viareggio Repaci, il Prix Européen de la Littérature,
l'Europaischer Staatspreis.
Renzo Montagnoli
Il barone rampante di
Italo Calvino Arnoldo Mondadori Editore
Presentazione dell'autore
Collana Oscar
Narrativa romanzo
Italo Calvino, per completezza Italo Giovanni Calvino Mameli, è
stato senza ombra di dubbio un intellettuale di notevole impegno
politico, civile e culturale. Autore eclettico, che sapeva spaziare
dalla saggistica al racconto e infine al romanzo, è stato ed è
ancora un preciso punto di riferimento per la sua attività di
sperimentazione letteraria, oltre a essere considerato uno dei più
importanti autori del genere fantastico. Lo spirito anarchico, di
cui era permeato, si rifletterà anche nelle vicissitudini politiche,
ma soprattutto in quell'andare controcorrente nella narrativa, con
una sua particolare interpretazione del fantastico, che tende a
evidenziare un aspetto onirico, la concretizzazione, sia a pure a
livello di scrittura, di un sogno permanente di libertà assoluta e
in ciò di ampio anticonformismo.
E' questa una produzione di grande valore che comprende, fra
l'altro, Il barone rampante, opera ambientata in un
immaginario paese della riviera ligure, Ombrosa e connotata dalla
vicenda del primogenito del barone Arminio Piovasco di Rondò,
Cosimo, che ancora fanciullo, a seguito di un litigio avvenuto il 15
giugno 1767, decide di punto in bianco di andare a vivere sugli
alberi. La storia è narrata dal fratello minore Biagio che invece
preferisce restarsene nella casa patrizia, pur invidiando la scelta
di campo di Cosimo.
Detta così può sembrare la vicenda dello scemo di paese o di un
fenomeno da baraccone, ma la figura di questo arboricolo si staglia
netta in una serie di personaggi godibilissimi, vere e proprie
caricature, e in un intreccio di fatti che gradualmente finiscono
per il coinvolgere il lettore, al punto di desiderare di poter
godere della stessa immensa libertà.
Cosimo è per alcuni un originale, per altri un pazzo, ma in effetti
rappresenta la massima aspirazione per una vita slegata dalle
consuetudini, da qualsiasi cerimoniale e scevra da leggi e laccioli,
tranne quelli della natura.
Non è improbabile, anzi penso sia più che possibile che l'arboricolo
sia l'alter ego di Calvino stesso. Del resto, il personaggio
presenta comuni caratteristiche, quali quelle di essere un
intellettuale e di battersi in favore della povera gente, che lo
capisce infatti, al punto che, divenuto vecchio e malato, lo assiste
amorevolmente, sempre senza che lui, da quando salì sugli alberi
quella prima volta, debba mettere i piedi per terra.
Questo desiderio di elevarsi dal mondo, di essere solo e unicamente
padrone di se stesso, trova poi una geniale conclusione nella sua
dipartita, una toccante ascesa in cielo.
Il barone rampante è sicuramente un romanzo di grande valore
e ne consiglio vivamente la lettura.
Italo Calvino (Santiago de Las
Vegas, 15 ottobre 1923 - Siena, 19 settembre 1985).
Ha scritto numerosi testi di narrativa, fra i quali:
Il sentiero dei nidi di ragno (1947), Ultimo viene il corvo (1949),
Il visconte dimezzato (1952), Fiabe italiane (1956), Il barone
rampante (1957), Il cavaliere inesistente (1959), Marcovaldo ovvero
Le stagioni in città (1963), La giornata di uno scrutatore (1963),
Il castello dei destini incrociati (1969), Le città invisibili
(1972).
Renzo Montagnoli
Balla Juary - Sferragliando verso Sud
di Fabio Izzo Il Foglio
editore
Un viaggio da nord a sud alla scoperta di se stessi. Ecco il perno
sul quale ruota il nuovo romanzo di Fabio Izzo, Balla Juary -
Sferragliando verso sud, edito da Il Foglio editore. Corredato
dalla prefazione di Gianluca Morozzi, il romanzo rientra appieno in
uno stile generazionale di alto livello, arrivando a giocare con il
concetto di Bildungsroman: un inusuale romanzo di non formazione.
E’ la fotografia del mondo al cosiddetto ‘anno zero’ (per citare lo
stesso Morozzi) in cui sembra che tutti i mali del mondo
(disoccupazione, immigrazione, gioco d’azzardo e altro ancora)
gravitino nella vita vorticosa del protagonista. Tutta colpa di una
valigetta dimentica nell’ufficio del colloquio di lavoro, di 20 euro
prestati e di un viaggio Milano - Avellino (via Napoli). Un amore,
quasi amore, quasi delusione e una vincita, che non arriverà mai al
grado assoluto di “rivincita”.
Perché il ballo di Juary? Ogni volta che il protagonista colleziona
una piccolissima e inutile vittoria, ecco riecheggiare nella sua
mente, l’arcadia felice di un tempo perduto:quegli anni ‘80. Belli i
tempi delle imprese in serie A dell’Avellino di Jorge Juary, noto
calciatore brasiliano famoso per la sua consueta danza intorno alla
bandierina del calcio d’angolo dopo ogni gol. Ed è proprio Juary a
chiudere nella postfazione questo romanzo: il calcio collante tra le
generazioni, ricco di miti sempreverdi che ricordano e circondano
adulti e ragazzi.
In un destino sempre presente e quasi scaramanticamente innominato
che imperversa negli occhi dei protagonisti in un gioco delle parti
dove tutti si sentono perdenti ma in realtà uno solo risulta
vincitore, colui che guarda alla vita come un’opportunità di
riscatto. Il tutto in una scrittura impregnata che di sicuro merita
la rilettura, soffermandosi sul segmento generazionale e sui piccoli
tarli che accomunano il nord e il sud di un’ Italia sempre diversa
ma in fondo sempre uguale a se stessa.
L’autore Izzo è anche autore del
libro “Eco a perdere” pubblicato con la stessa casa editrice Il
Foglio. E’ autore teatrale e poeta. Inoltre è vincitore del Premio
Grinzane Cavour nella sezione “Dialoghi con Pavese”.
articolo tratto da:
http://www.facebook.com/l/;http://www.agenziaradicale.com/index.php?option=com_content&task=view&id=8313&Itemid=58
Agenzia radicale
Il cielo
rubato
di Andrea Camilleri
Dossier Renoir Ed. Skira
Le quattro tele di Renoir.
Tre sono addirittura firmate.
Non rappresentano niente.
Solo l’azzurro del cielo girgentano.
Solo quello, ossessivamente.
Variazioni d’azzurro e bianco.
Il colore è di un’intensità che fa mancare il fiato.
E’ come un tuffo nell’infinito.
Dopo Caravaggio,
un altro grande pittore “viene preso di
mira” dalla penna inesauribile di Camilleri,
Pierre-Auguste Renoir.
Può il cielo, essere rubato? Sì (anche se solo un frammento
rimasto)! Se il pennello d’artista è di un
sublime impressionista e se la fantasia è del nostro esimio
scrittore siciliano; laddove finisce la realtà e inizia,
sconfinando, l’immaginazione, allora tutto è possibile.
Definire un noir questo scritto non solo è riduttivo, ma anche
incompleto. La struttura è quella di un romanzo in forma epistolare
( ricorda I dolori
del giovane Werther):
amore e arte s’intrecciano e poi il
giallo, o il colore che si vuole attribuire, viene da sé. Lo
scrivente, un notaio di Agrigento in
preda all’amore, all’eros, in senso socratico, si abbandona con
eccessivo ardore al piacere promesso dalla bellezza di una
misteriosa quanto conturbante donna e poi diventa passione e follia;
perdizione del ben dell’intelletto. L’amore come la maggiore delle
felicità si nutre nel notaio, che redige le missive alla bella
sconosciuta, della vista prima (la foto di un ritratto fattole da
Guttuso, che ha magistralmente colto e
restituito sulla tela la violenta, solare sensualità della sua carne
giovane), s’infiamma poi del desiderio di coglierne la voluttà
fisica. La voce dell’arte e la voce dell’amore confluiscono attorno
alla figura di Renoir e di un viaggio a
Girgenti di cui non c’è traccia
temporale in nessuna opera d’arte sul
maestro impressionista. Nella nota a piè del libro l’autore dichiara
come l’idea dello scritto sia stata suggerita da
Eileen Romano che gli ha raccontato un
piccolo mistero riguardante appunto Renoir;
dalla biografia del pittore, scritta dal figlio
Jean ( il regista di
La
Grande illusione e di altri capolavori cinematografici),
risulta che il padre compì un viaggio a
Girgenti, oggi Agrigento, in data imprecisata, assieme alla
moglie Aline. I biografi del pittore non
registrano il viaggio. La vita di Renoir
è stata ricostruita giorno dopo giorno, non
esisterebbe un periodo di tempo in cui collocarlo. Allora, si
chiede Camilleri, un’invenzione? Uno sfaglio della memoria di
Jean? Questo ha spinto lo scrittore ad
un’attenta indagine sui materiali scritti sul pittore e scoprire una
maglia larga nella rete e fare delle supposizioni e darsi delle
risposte, meno una: perché non è rimasta alcuna testimonianza
pittorica del soggiorno girgentano di
Renoir? Questo è diventato il tema
conduttore del romanzo: come e perché le tele
girgentane di Renoir fossero
andate perdute. Ecco il lavoro di fantasia. Il testo è arricchito
dalla riproduzione di alcuni quadri
dell’artista, un vero e proprio inserto, su pagine plastificate, un
piccolo e prezioso omaggio al lettore. A mio parere, un piccolo
dipinto quest’opera
camilleriana, con i colori intensi e dominanti della passione
artistica, della passione erotica; l’amore senile è fiamma
bruciante, stordimento, ferita dolorosa, disperazione, senza la
presenza dell’amata, le giornate dell’amante sono incolori, i giorni
trascorsi insieme un breve soggiorno nel giardino dell’Eden.
Camilleri si lascia trascinare dalla corrente travolgente della
passione amorosa come un adolescente ai primi sussulti del cuore,
senza freni si sdilinquisce e palpita! Reminiscenze, ardori tardivi?
Lo stile delle lettere è quello suadente, quasi, tardo –
romantico…enfatico e, a tratti, eccessivo (se si eccettuano quelle
burocratiche – tecniche intestate dalla Procura della Repubblica
di Agrigento); la scrittura per Camilleri
è, proprio, un puro divertimento, fortuna per lui, che lo è, anche,
per i suoi innumerevoli lettori.
L’autore. Andrea
Camilleri è nato a Porto Empedocle nel 1925. Ha
esordito come romanziere nel 1978 con
“Il corso delle cose”.
Della sua ricchissima produzione letteraria
tutti i romanzi con protagonista il commissario Montalbano
sono pubblicati dalla casa editrice Sellerio
e altri, tra questi ricordiamo: “La
forma dell’acqua”, “Il cane di terracotta”, “Il ladro di merendine”,
“La voce del violino”, “La stagione della caccia”, “Il birraio di
Preston”, “La concessione del telefono”,
“La gita a Tindari”, “Maruzza
Musumeci”, “Il casellante”, “Il campo
del vasaio”, “L’età del dubbio”, “Un sabato, con gli amici” “Il
sonaglio”.
Arcangela Cammalleri
Un altare per la madre di
Ferdinando Camon Edizioni
Garzanti
Collana gli elefanti
Narrativa romanzo
La parola che si fa immagine è il primo elemento di rilievo di
questo romanzo. Già all'inizio prende corpo la visione dell'umile
funerale contadino, con quella bara ondeggiante, portata a spalle,
lungo una stradina fra i campi, dalla chiesa al cimitero, con le
mani dei figli, del marito che toccano quel legno come a voler
provare l'illusione di avere un ultimo contatto con la persona
defunta. Non c'è nessuna retorica, non ci sono frasi fatte, ma poche
misurate parole che hanno il potere di tradurre la lettura in una
sequenza di rara efficacia, una scena che potrebbe benissimo
comparire in uno dei tanti film del neorealismo italiano del
dopoguerra. Ovviamente, c'è molto di più, c'è quel distacco che si
cerca di colmare con il ricordo della persona amata, una donna
silenziosa, un'ombra nella casa di cui ora si riscoprono le qualità
proprie dell'umile. E c'è anche il tentativo di andare oltre la
morte, di farla diventare un episodio della vita così come la
nascita, in una continuità che non viene meno neppure nel "dopo".
E' il romanzo di un figlio che nella figura materna compendia, in un
abbraccio ideale, quel mondo contadino da tempo scomparso, in
un'atmosfera mistica che riscatta la polvere delle strade, la
miseria di ogni giorno, la fatica di andare avanti per vivere.
Toccanti, poi, sono le pagine del ricordo della scomparsa, con
quell'incapacità del tutto naturale che si ha di avere ben presente
il viso in tutti i suoi dettagli. La memoria è nei gesti, nel
portamento, nell'atteggiamento quotidiano, ma il volto tende a
sfumare e solo le fotografie ce lo possono restituire, anche se,
ingrandendole, finiscono con il mostrarci un viso che quasi non
riconosciamo .
L'altare in rame che il padre e marito costruirà fra mille
difficoltà, in preda alla febbre, senza nemmeno consumare i pasti
diventa così l'emblema del romanzo, un riscatto di una condizione
con il contributo del figlio che, raccontandoci quest'opera quasi
titanica, realizza a suo modo un altro altare, fatto di parole.
C'è tutta l'asprezza di un mondo di stenti, in cui religione e
superstizione si accavallano, ma in cui anche sentimenti quali la
solidarietà sono ai massimi livelli. Al riguardo, toccante è la
raccolta del rame necessario, con quelli che portano i loro paioli
per la polenta; c'è chi ne ha due e ne ha ceduto uno, ma c'è anche
una famiglia, più povera, che aveva solo quello; il padre non può
rifiutare questo estremo atto d'amore e allora ne ritaglia un pezzo
da mettere nell'altare, poi utilizza parte di un altro paiolo per
aggiustare la striscia che ha tolto, onde restituire, utilizzato per
lo scopo, ma rabberciato, l'indispensabile strumento per la cottura
del cibo.
Camon è capace di commuovere senza invitare alle lacrime, riuscendo
a fare di una vicenda familiare un'opera corale, così che un altare
per la madre finisce con il diventare l'ara in onore e in memoria di
una civiltà scomparsa.
Dopo la Vita eterna Camon ha scritto quindi un altro grande
romanzo, per certi aspetti ancor più bello, perché è presente un
ritmo, quasi un lungo adagio, di natura poetica, un'armonia che non
viene mai meno, in una continuità invidiabile che coinvolge,
rendendo i lettori partecipi, spettatori ignoti di fronte alle scene
create dalle parole che si fanno immagini.
Ferdinando Camon (Montagnana,
1935) è romanziere, poeta e saggista.
Ha pubblicato:
Il mestiere di poeta (Garzanti, 1982), Il mestiere di scrittore
(Garzanti, 1973), Letteratura e classi subalterne (Marsilio, 1974),
I miei lettori mi scrivono (Garzanti, 1987), Il Quinto Stato
(Garzanti, 1970), La vita eterna (Garzanti, 1972), Liberare
l'animale (Garzanti, 1973), Occidente (Garzanti, 1975), Storia di
Sirio (Garzanti, 1984), Un altare per la madre (Garzanti, 1978), La
malattia chiamata uomo (Garzanti, 1981), La donna dei fili
(Garzanti, 1986), Il canto delle balene (Garzanti, 1989), Il
Super-Baby (Rizzoli, 1991), Mai visti sole e luna (Garzanti, 1994),
La terra è di tutti (Garzanti, 1996), Dal silenzio delle campagne
(Garzanti, 1998), Conversazione con Primo Levi (Garzanti, 1991), La
cavallina, la ragazza e il diavolo (Garzanti, 2004), Tenebre su
tenebre (Garzanti, 2006).
Le sue opere hanno ricevuto numerosi premi, fra i quali uno Strega
(Un altare per la madre), due Selezione Campiello (La donna dei fili
e Il canto delle balene) e un Viareggio per la poesia (Liberare
l'animale).
Sito internet: www.ferdinandocamon.it
Renzo Montagnoli
Cento per cento di
Sacha Napini Edizioni Historica
www.historicaweb.com
info@historicaweb.com
Collana Short Cuts
Narrativa racconto lungo
Dino Carrisi, un immigrato italiano, è stato in passato uno dei più
grandi pugili americani, arrivando per ben due volte a conquistare
il titolo mondiale, ma, soprattutto, è stato un cento per cento,
cioè uno nato esclusivamente per combattere sul ring, una specie di
genio della "nobile arte".
Ora, vecchio, quasi in povertà e ubriacone, coglie l'opportunità di
un'intervista televisiva della rete Canale 2 per raggranellare un
po' di soldi, ma prevalentemente per realizzare un disegno che ha
costruito giorno per giorno.
Lo spettacolo così diventa il riassunto della sua vita, dai primi
pugni negli incontri sotterranei fino alla gloria, e poi a venti
anni di carcere scontati per il presunto omicidio della moglie.
Raccontato in presa diretta, come solo può esserla un'intervista
televisiva, Cento per cento è un'opera di grande bellezza,
originale quel che basta, senza cioè diventare alla lunga fine a se
stessa, scritta con quella capacità che ho sempre riconosciuto a
Naspini di delineare fatti, ambienti e personaggi con immediatezza,
senza banalità o superficialità, con quell'attitudine naturale che
ha l'autore di scavare dentro, di incidere, mettendo a nudo l'anima
del protagonista in cui il lettore finirà prima o poi per trovare
qualche tratto che lo accomuna.
Non è il solito ritratto del pugile suonato e piagnone, è uno
scorcio di vita che riemerge dalla memoria, come se uno fosse lì,
davanti a te, per parlarti di sé, di ciò che è stato, di ciò che
avrebbe voluto fare e non ha fatto. Non c'è una riga di monotonia,
non c'è nulla di già letto, c'è una vicenda umana che lentamente
porta a uno stato emotivo che esplode nel sorprendente finale.
La vita come spettacolo, propria dei media, viene ribaltata, e così
anche l'intervistatore entra nella vita vera, come protagonista,
così che al termine emergerà solo la realtà, nuda, anche crudele,
l'ultimo KO costruito da un pugile cento per cento.
Posso solo dire, da ultimo, che questo racconto lungo mi ha
entusiasmato, dopo una lettura coinvolgente come poche.
Sacha Naspini è nato a Grosseto
nel 1976.
Pubblicazioni (a solo):
L'ingrato (Effequ, 2006), I sassi (Il Foglio Letterario, 2007),
Diario di un serial killer (Sered, 2008), Never alone (Voras, 2009),
Cento per cento (Historica, 2009).
Pubblicazioni di racconti in antologie:
Serenity Garden e des Visage del Figues in Le sette vite di Dalila e
Achille (Edizioni Il Foglio Letterario), La vita comincia a
quarant'anni (Rivista Historica), I ragni in Corpi d'acqua (Voras).
E' rintracciabile ai seguenti contatti:
shangrya@libero.it
www.sachanaspini.eu
www.vaderrando.it
www.myspace.com/vaderrando
Renzo Montagnoli
La danza del gabbiano
di Andrea Camilleri
Ed.
Sellerio
Narrativa
Siamo al 15°capitolo delle storie del commissario Salvo Montalbano!
Il mese di maggio ha visto fiorire ben due
scritti di Camilleri, non c’è stato nemmeno il tempo di
depositare la memoria del suo Renoir,
per raccogliere il frutto maturo, ma sempre di stagione del nostro
Commissario per antonomasia. Un ennesimo noir che si tinge di
sfumature sempre più sottese, baudelairiane,
lo spleen di Montalbano si carica, a 57 anni, di note dolenti come
se il suo animo non potesse più sopportare i contraccolpi della
vita. Camilleri in un pirandelliano
gioco delle parti confonde noi lettori mettendo a colloquiare
idealmente il Montalbano di carta con quello televisivo e l’autore.
In questo contraltare tra i due alter
ego, l’autore gioca la sua finzione letteraria e spariglia le carte
e ci meraviglia. L’apertura del romanzo ricalca l’incipit degli
altri, le nottate sempre più spesso agitate: “Con le
vicchiaglie dormiri
diventa faticoso e una volta arrisbigliatisi
non c’era più verso d’arrinesciri a
ripigliari sonno”. L’immagine del
gabbiano morente precorre fatti connessi sì all’indagine in corso,
ma diventa metafora della morte che si diverte
a inscenare una danza scenografica negli ultimi spasmi di
vita. I personaggi, gli ambienti naturali e i fatti criminosi hanno
le stesse connotazioni e anche certi riferimenti all’attualità,
quello che è diverso è la predisposizione
d’animo del commissario, da una parte più “cauteloso”
quasi trattenuto a freno da una sensazione di assuefazione, di dejà
vu, dall’altra non può sottrarsi a una sorta di meraviglia dinnanzi
alla natura e annichilimento dinnanzi alle perdizioni umane. La
miscellanea linguistica che contraddistingue Camilleri si alterna
per diventare ora lingua italiana burocratica e tecnica ora dialetto
stretto; segue percorsi sinuosi e trabocchetti vari, democratica
quando è necessaria, abbassandosi a livello dell’eterogeneità degli
interlocutori, umorale quando il “nirbuso”
non la regola più e la stravolge Questo romanzo è senz’altro uno
dei più belli non tanto per l’originalità della storia, anzi sono
presenti tutti gli ingredienti tipici del noir alla Camilleri, ma è
diverso lo spirito che anima la materia narrativa e che ci rende
così vicini a Montalbano e al suo artefice. Il segno inequivocabile
dello scrittore ha ancora una volta inciso
la nostra anima di lettori e la godibilità
della lettura raggiunge vertici sempre alti.
L’autore. Andrea
Camilleri è nato a Porto Empedocle nel 1925. Ha
esordito come romanziere nel 1978 con
“Il corso delle cose”.
Della sua ricchissima produzione letteraria
tutti i romanzi con protagonista il commissario Montalbano
sono pubblicati dalla casa editrice Sellerio
e altri, tra questi ricordiamo: “La
forma dell’acqua”, “Il cane di terracotta”, “Il ladro di merendine”,
“La voce del violino”, “La stagione della caccia”, “Il birraio di
Preston”, “La concessione del telefono”,
“La gita a Tindari”, “Maruzza
Musumeci”, “Il casellante”, “Il campo
del vasaio”, “L’età del dubbio”, “Un sabato, con gli amici” “Il
sonaglio” “Il cielo rubato”.
Arcangela Cammalleri
La padrona di Santa Maria di
Valentino Rocchi Giraldi Editore
www.giraldieditore.it
In copertina La zingara bella
di Giuseppe Ballarini
Narrativa romanzo
E' indubbio che tematiche e ambienti legati alla vita contadina
siano uno stimolo per Valentino Rocchi, poiché non pochi suoi
romanzi parlano di questo mondo agreste, fatto di fatiche e di poche
gratificazioni. Anche La padrona di Santa Maria è un'opera
dove la terra è sempre presente, dove la realtà di gente che sgobba
dalla mattina alla sera in cambio del minimo per sopravvivere è il
canovaccio sul quale l'autore dipinge una vicenda di emancipazione,
non solo dalla miseria, ma dalla condizione femminile del tutto
subalterna come accadeva appunto nel XIX secolo, nel caso specifico
con maggior valenza in quanto tutto accade sotto lo stato
pontificio, notoriamente immobile e strenuamente conservatore di
privilegi e di preconcetti, soprattutto nei confronti dell'altro
sesso.
In questo contesto la figura di Maria Domenica, fanciulla data in
sposa a un ricco agricoltore, assai avanti con gli anni, unicamente
per farla uscire da una condizione di indigenza senza speranza e per
non inimicarsi il parroco, di fatto la massima autorità nel paese,
assume l'emblema della disperazione femminile, di donne relegate al
semplice ruolo di fattrici di figli e di aiutanti dei mariti nel
duro lavoro dei campi, oggetto di attenzioni solo per questi scopi.
Lei cercherà, nonostante il divario di età, di amare quel marito, ma
dovrà rassegnarsi a essere divisa con un'altra, in un crescendo di
progressiva e amara disaffezione che finirà con l'imporla come la
padrona di Santa Maria, senza in effetti essere padrona di nulla,
nemmeno di se stessa.
Eppure Maria Domenica è un personaggio importante, quasi il profeta
di un mondo futuro in cui alla donna venga riconosciuta la dignità
dell'uomo. Lei reagisce come può, cerca subdolamente di far pesare
al marito la sua assenza, ma finisce, vista l'inutilità dei
tentativi, per concedersi ad altri, e non solo per provare quel
piacere sessuale che il consorte le nega, ma anche per ribadire
almeno la libertà di scelta di un essere umano di andare con altri
suoi simili.
Come al solito la scrittura di Valentino Rocchi è costellata di
verismo, non di rado pietoso, senza tuttavia tralasciare la
possibilità, quando se ne presenta l'occasione, per riversare nella
protagonista il suo incondizionato favore.
Nella condizione disumana di Maria Domenica si avverte l'anelito
dell'autore per un mondo di eguali e la malinconica certezza che ciò
non avverrà mai.
La padrona di Santa Maria è un romanzo di forte impegno sociale, ma,
soprattutto, è un'opera che avvince e resta dentro al cuore.
VALENTINO ROCCHI, nato a
Savignano sul Rubicone, risiede sin dall'infanzia a Pesaro. È socio
corrispondente della Rubiconia Accademia dei Filopatridi di
Savignano sul Rubicone.Si è avvicinato alla narrativa, con libri di
ampio respiro e di trame avvincenti, dopo una vita di intenso
lavoro. Ha pubblicato: "Una Storia a Castelvecchio" (Società
editrice Il Ponte Vecchio - Cesena); "L'Eredità di Venanzio" (Guaraldi
- Rimini) Vincitore del Premio letterario "Il Pungitopo" 2001."Notte
all'Hotel La Guercia" (Argalìa Editore);"Gli uomini di Bluma" (Giraldi
Editore) II Classificato al Premio "Palazzo al Bosco", 2002;"La
saggezza di Toni" (Giraldi Editore);Esce nell'anno del V centenario
della morte di Pandolfo Collenuccio, uomo di corte e di legge, dalla
vita straordinariamente avventurosa: "Notte all'Hostaria La
Guercia", Pandolfo Collenuccio, uomo di corte del XV secolo, (Giraldi
Editore) ambientato nel XV secolo, di cui è l'autore è profondo
studioso e conoscitore; nel 2008 "La Magia del fuoco" (Agemina) e
"1504 - Notte all'Hostaria La Guercia" (Agemina); nel 2009 "Il
pianoforte a coda" (Giraldi Editore) e "La padrona di Santa Maria" (Giraldi
Editore).
Renzo Montagnoli
La Signora dal |